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I nemici della Tosa

I nemici della Tosa

Il 27 giugno 1907 un gruppo di nove alpinisti aprì una variante alla via Migotti della Cima Tosa e la battezzò via Audax. Severino Casara annotò giustamente “si inizia così a spersonalizzare le ascensioni con aggettivi sportivi”: è la prima volta infatti che una via fu chiamata non con il nome dei primi salitori o del capocordata ma con un nome imposto, uso che oggi non ha eccezioni. Questo segnò la fine del periodo esplorativo.

Le guide Bonifacio e Matteo Nicolussi
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Tanto tempo prima, la prima ascensione della Cima Tosa era stata compiuta da Giuseppe Loss, di Primiero, con sei compagni il 20 luglio 1865, dalla Malga di Prato per la Forcolotta di Noghera e la Pozza Tramontana, per l’itinerario che in seguito fu chiamato via del Camino. La seconda ascensione fu di Germano Parisi, di Trento, con Giovanni Carlina e altri cacciatori di camosci nel luglio 1865: salirono da Molveno per la Val delle Seghe. Il grande esploratore delle Dolomiti, John Ball, qui arrivò soltanto terzo. Assieme a W. E. Forster e con la guida Matteo Nicolussi di Molveno, salì per la stessa via dei precedenti, il 9 agosto 1865. Sulla via del ritorno questi alpinisti vennero colti dalla notte e raggiunsero Molveno alle 23. La quarta fu di Francis Fox Tuckett con la guida svizzera Melchior Anderegg e con Bonifacio Nicolussi (di Molveno), il 6 giugno 1867. Questi alpinisti lasciarono Molveno alle 1,45 di notte portandosi per la Malga di Àndalo nella Val di Ceda. Giunti al Passo di Ceda trovarono della neve molle e impiegarono da lì tre ore per toccare la cima. Anche questa comitiva usufruì del camino trovato da Loss, ormai praticamente la via normale. Partirono dalla vetta alle 9,15 e arrivarono alla Bocca di Brenta alle 11,15. Seguì poi l’ascensione dei fratelli William M. e Richard Pendlebury, il rev. Charles Taylor e John Alfred Hudson assieme alle guide Gabriel Spechtenhauser e Bonifacio Nicolussi, il 6 luglio 1872. Nella salita essi superarono le rocce a destra del solito camino.

Una buona relazione ce la diede Douglas W. Freshfield quando fece la sesta salita assieme a I. e R. Richtie con le guide François Devouassoud e Bonifacio Nicolussi. Essi partirono da Molveno il 25 agosto 1873, a notte fonda. Giunti al Baito dei Massodi, l’alba infiammava di rosso le pareti della Brenta Alta. Freshfield informò il lettore di Italian Alps che quello spettacolo poteva essere meglio compreso osservando con attenzione un quadro di Turner conservato alla National Gallery, “Agrippina con le ceneri di Germanico”. Di fronte alla fortezza della Cima Tosa, Freshfield rimase colpito dalle forme della Pozza Tramontana, “uno strano altopiano interrotto nel mezzo da una profonda conca vuota come se fosse stata prosciugata di recente dalle streghe durante un sabba”. Il passo chiave della via del Camino fu descritto come “considerevolmente strapiombante”, tanto che durante la successiva discesa Freshfield seduto sull’orlo del risalto tentò invano di osservare colui che scendeva prima di lui. Ma la spiegazione era che nel muro verticale sporgevano alcuni appigli, “come se nella costruzione di un muro dei mattoni fossero stati lasciati sporgenti”. Scendendo nella Val di Brenta, Freshfield si attardò a contemplare il Crozzon di Brenta; osservò pure il grande canalone ghiacciato che divide questo dalla Cima Tosa (che Virgilio Neri salì da solo molti anni dopo, nel 1929) e scrisse: “Una comitiva di persone decise e resistenti, munite di piccozza, potrà superare questo canalone, tanto in salita come in discesa. Ma la fretta e la noncuranza significherebbero immediatamente la rottura dell’osso del collo”.

Nello stesso anno F. von Schilcher col cacciatore Domenico Sebastiano ripetè (29 luglio) la via dei primi salitori alla Cima Tosa. Lasciarono Sténico alle 3,50 e giunsero alla Forcolotta di Noghera, per la Val d’Ambiez, alle 10,30. Costeggiando la Pozza Tramontana arrivarono al camino alle 13,30 ed in cima alle 15,55. Ripartirono alle 16,10 e, toccando la Bocca di Brenta, furono a Campiglio alle 21,30. Venne poi l’ottava salita, fatta da Michele de Sardagna della SAT di Trento con la guida Bonifacio Nicolussi il 10 settembre 1873.

La Cima Tosa
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Come si è visto i fratelli Matteo e Bonifacio Nicolussi, di Molveno, furono le guide cui tutti i viaggiatori facevano riferimento per le loro scalate nel Brenta. Gelosi del mestiere, è leggenda che distruggessero tutti gli ometti di sassi costruiti da qualcuno per meglio segnare i percorsi: ma questo non è una novità, c’è chi lo fa ancora oggi. Pastori e soprattutto cacciatori, i due inseparabili fratelli divennero guide accompagnando molte comitive, perché erano simpatici e soprattutto conoscevano bene la montagna per averla percorsa in lungo e in largo nelle loro scorribande di caccia. Si narra che un giorno Bonifacio sorprese una martora nella cavità di un albero. Per non prenderla a fucilate e quindi rovinarne la pelliccia, introdusse la mano per strangolare il povero animale: che subito lo azzannò. Ma Bonifacio non mollò la presa e con l’altra mano riuscì nel suo intento!

Mi sono attardato a raccontare qualche brano della storia di Cima Tosa prima che l’alpinismo cessasse di essere esplorativo. Quando la più alta montagna del Brenta fu salita, nelle Alpi allora più famose l’alpinismo aveva già raggiunto ben altri livelli: solo sei giorni prima era stato salito il Cervino. Fino al 1881 questa fu la strada maestra, e le guide come i Nicolussi furono essenziali per la completa scoperta del gruppo, fino a salire il Campanile Alto o il Crozzon di Brenta. Per il Campanile Basso si dovette aspettare ancora un po’, ma ormai l’atmosfera stava cambiando: c’erano le questioni irredentiste, e anche l’alpinismo risentiva del fatto che le montagne fossero prese un po’ a pretesto per successi nazionalistici. Nel 1881 fu costruito alla Bocca di Brenta il Rifugio Tosa. Questo da una parte avrebbe permesso a un maggior numero di persone di accedere alla più alta vetta, dall’altra favoriva speculazioni che con il naturale sentire dell’uomo per la natura avevano ormai ben poco a che fare. Uno dei primi presidenti della SAT, Vittorio de Riccabona, moderato irredentista e appassionato di montagna, il giorno dell’inaugurazione del rifugio (22 agosto) rifletteva sul futuro di Cima Tosa e così scriveva: “Se la vergine Tosa in quel momento avrà abbassato gli occhi dal suo trono di neve e teso l’orecchio a quell’inusitato frastuono avrà potuto fare in cuor suo delle strane considerazioni. Che cosa era dessa un vent’anni fa? Una sfinge misteriosa… che cosa minacciava di diventare ora che la Società degli Alpinisti Tridentini le ha inciso il fianco e le ha piantato addosso un nido d’aquila (il rifugio)? Una rocca espugnata che indarno si circonderà di baratri e di precipizi che dovrà piegare la fronte baldanzosa dinanzi ai suoi nemici naturali, gli alpinisti di tutte le nazioni… Diamo un saluto alla Tosa che qui dispiega il suo ghiacciaio e mostra il candido lenzuolo che le copre il capo verginale. Domani sarà domata da nostri compagni che quasi per schernirla le lasceranno fra i sassi i loro biglietti da visita”.

Vittorio de Riccabona
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Dunque, cosa aveva ricavato dalla grande lezione dell’alpinismo degli anni precedenti il buon de Riccabona? Che la montagna è giusto sia colonizzata dai suoi “nemici”, gli alpinisti, e che la conquista per essere veramente tale dev’essere uno stupro di gruppo della vergine. E purtroppo molti altri, nei cento e passa anni seguenti, hanno seguito questi bei propositi.

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La Via delle Bocchette

Il 16 agosto 1899 due giovani austriaci, Otto Ampferer e Karl Berger, reduci dalla conquista del Pollice alle Cinque Dita, senza nulla sapere del tentativo italiano di Carlo Garbari con Nino Pooli e Antonio Tavernaro, si avviarono all’attacco del Campanile Basso (che i tedeschi chiamano Guglia di Brenta). Presto si accorsero da varie tracce di essere stati preceduti. Giunsero anche loro al Pulpito Garbari e qui lessero il suo biglietto. “Dunque la possente montagna non era stata ancora vinta! Un fremito di gioia scosse i nostri corpi… Giallo rossastra strapiombante, dai contorni finemente scheggiati, si levava davanti a noi la parete della vetta. Non una fessura, non un rientramento ci faceva sperare qui una qualsiasi facilitazione”, raccontò Ampferer. Ma la parete terminale era insuperabile, nonostante Ampferer vi infiggesse due chiodi a martellate. Stavano ormai per retrocedere quando si accorsero della possibile traversata sulla parete nord. Due giorni dopo tornarono ben decisi e raggiunsero la vetta; con la sicurezza di un chiodo su quella che poi sarà chiamata Parete Ampferer. “Altri uomini hanno conquistato grandi isole con piatte coste, noi una piccola con alte, superbe sponde”. 31 luglio 1904. Già 18 cordate si erano susseguite sul Campanile Basso. Ma Nino Pooli voleva salire proprio là dove era stato respinto. Con Riccardo Trenti, dal Pulpito Garbari salì diritto e vinse, di pura forza e coraggio, quegli ultimi 35 metri. In cima, i due avevano portato e issarono la bandiera di Trento.

1 settembre 1985
Via delle Bocchette e BOcca di Brenta, Dolomiti di Brenta

Proprio ai piedi e all’intorno del Campanile Basso, la Via delle Bocchette è un sentiero attrezzato che, per l’epoca in cui fu concepito, percorre in modo decisamente nuovo un intero gruppo di montagne sfruttandone i punti deboli e i percorsi di­segnati naturalmente dall’orografia. Cacciatori, con­trabbandieri e montanari in genere avevano sempre scavalcato le montagne seguendo percorsi logici: secondo una loro logica, in funzione cioè delle loro neces­sità. In Brenta, negli anni ’30, si è voluto puntare sul turismo alpino evoluto, si è voluto cioè creare un percorso che rispondesse alle logiche dell’escursioni­smo alpino. E alla base c’era la grande scommessa dell’ideare qualcosa che non fosse in contrasto con le esigenze dell’alpinismo e dell’ambiente, qualcosa che permettesse una visita approfondita senza stravolgere il significato di un’intera regione. Ci si è riusciti? In certe giornate di punta si direbbe di no. Le sca­lette hanno bisogno del semaforo… qualcuno ha detto. Ma la lunghezza è tale che non c’è reale sovraffolla­mento, a nostro parere.

Già nel 1880 Annibale Apollonio, durante la progettazione del Rifugio Tosa, aveva incaricato le gui­de Bonifacio e Matteo Nicolussi di allargare a colpi di piccone qualche passaggio per la Bocca di Brenta, in modo che il cam­mino fosse possibile “anche alle signore”. Nel 1893 fu attrezzata la Sega Alta del futuro Sentiero Or­si. La prima indicazione sulla possibilità di un collegamento tra le Bocchette della Catena centrale del Brenta è già nella storica guida di Pino Prati, nel 1926. Il vero progetto del Sentiero delle Bocchette nacque però nel 1932. Il suo ideatore, Giovanni Stro­bele, scrisse: “Fu allora durante le lunghe serate tra­scorse con gli amici al rifugio della Tosa nel tepore familiare della cucina, davanti ad un bicchiere di “rosso” offerto da Arturo Castelli, dopo lunghe di­scussioni sui tanti problemi da risolvere per valoriz­zare ancora le nostre montagne, che balenò a Castelli e a me l’idea di sfruttare le cenge per collegare fra loro i rifugi della SAT nel Brenta con un sentiero at­trezzato che arrivasse fino al Passo del Grosté, dove inizia il Sentiero delle Palete. La conoscenza della zona, l’esito delle prime ricognizioni, notizie e pa­reri di tanti alpinisti e guide alpine, le numerose fotografie scattate e, non dimentichiamolo, lo studio della bellissima carta topografica disegnata dall’Ae­gerter, confermarono che l’opera si poteva realizzare”.

Nel 1933, nei paraggi, fu attrezzato con corda metallica il Sen­tiero dell’Ideale, lungo una “sega” (cengia) sul versante sud della Cima Tosa. E sempre prima della seconda guerra si mise mano ai lavori per il collegamento attraverso le Bocchette centrali: il pri­mo tratto fu eseguito grazie ad Otto Gottstein, commerciante di pellicce, che in se­guito si rifugiò a New York per sfuggire alle persecuzioni antisemite. Si trattava del collegamento tra la Bocca di Brenta e la Bocchetta del Campanile Basso, inaugurato nel 1937. Un professore di Trento, Arturo Ca­stelli, custode del Rifugio Tosa per scelta di vita, volle a tutti i costi il tratto successivo, fino alla Bocchetta degli Sfùlmini (Sentiero Castelli). Nel 1946, per il ritirarsi del nevaio alla Bocchetta del Campanile Basso, si aggiunse un raccor­do con intervento finanziario dei Fossati Bellani. Siamo così all’inizio degli anni ’50. Dalla Bocchetta degli Sfùlmini, racconta Alfredo Benini, “cenge e ghiaioni consentivano di proce­dere oltre, senza però avere alla fine una precisa me­ta di arrivo, perché un diedro colossale, con pareti a picco, precludeva ogni possibile passaggio”. Nel 1954 si ruppe tuttavia ogni indugio e l’idea di proseguire “venne tradotta in atto con l’a­pertura di una gigantesca cengia artificiale, larga 80 centimetri e alta due metri, scavata nella roccia a picco del profondo diedro”. Questo tratto venne dedi­cato a Carla Benini de Stanchina, la prima donna ita­liana che salì sul Campanile Basso (il 26 agosto 1923). Ed è curioso che l’unico settore ricavato con grande violenza sulla roccia sia dedicato proprio a una signora. Nel settembre 1957 il sentiero venne completa­to fino alla Bocca degli Armi, con i fondi della sede centrale del CAI: il tratto è dedicato all’allora presidente del CAI Bartolomeo Figari. Ultima nata è la via ferrata delle Bocchette Alte, aperta nel 1969, per iniziativa dei fratelli Detassis.

1 settembre 1985
Sul Sentiero delle Bocchette, tra la Bocca di Brenta e il Basso.1.09.1985. Dolomiti di Brenta

Bruno Detassis, il decano del Brenta, così parla di tutto il complesso dell’Alta Via del Brenta: “È stato fatto da pochi uomi­ni, senza guadagno, ci son dentro delle grandi fati­che. Ed ha procurato grandi ricchezze alla gente più impensata e più lontana: produttori cinematografici, fotografi, agenzie di viaggio, fabbriche di cordini e moschettoni. Di tutti quelli che ci hanno guadagnato sopra, nessuno dà una lira di contributo per il man­tenimento del sentiero. Senza la manutenzione delle guide il Sentiero delle Bocchette non resiste­rebbe due inverni al gelo e alle slavine. Perché è stato creato il Sentiero delle Bocchette? A parte Strobele, Castiglioni, Castelli che vedevano “bello” un sentiero naturale di collegamento da una quota all’altra – e il sentiero c’era, lavorandolo, con una certa attrezzatura e una certa sicurezza – quello che si vede del Brenta nel percorrere le Boc­chette non lo si può vedere né dall’alto né dal basso. È una visione dantesca, è un inferno; soprattutto quando c’è un po’ di nebbia, per chilometri si attraversa proprio un inferno”.

Gruppo di Brenta, sentiero delle Bocchette

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Lunga vita ai càrpini

Per i suoi cinquanta anni Rolando Larcher fa un grande regalo non solo a se stesso, aprendo una meravigliosa linea sulla parete est del Monte Fibbion 2672 m, ma anche a tutti noi donandoci un racconto che svela l’incredibile storia nascosta dietro al titolo enigmatico assegnato alla via: 50 anni son volati, 25 regalati.

Il nuovo itinerario su questa montagna della parte settentrionale delle Dolomiti di Brenta (gruppo della Campa), aperto e poi liberato ai primi di ottobre del 2015 (215 metri, 8a+ max, 7b obbl.) con Herman Zanetti, Luca Giupponi e Alessandro Larcher, segna infatti non solo la grande attività dell’alpinista trentino giunto sulla soglia del 50° anno di età, ma pure 1/4 di secolo, la metà degli anni compiuti, da un miracoloso volo – lungo quanto gli anni! – che ci fa ancora avere Rolando qui con noi…

In cima al Monte Fibbion, da sinistra: Luca Giupponi, Rolando Larcher e Hermann Zanetti. Foto: Rolando Larcher
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Lunga vita ai càrpini
di Rolando Larcher
(già pubblicato su http://www.montura.it/, per gentile concessione)

Il nome di questa nuova via è un indovinello, scelta insolita e soggettiva, assecondata con grande amicizia dai miei compagni di scalata. Un indovinello facile, scontato e quasi patetico nella prima parte, più impegnativo nella seconda, alla portata di coloro che mi conoscono da tempo. 50 anni è il traguardo raggiunto in questa splendida estate, ma 50 furono anche i metri di volo a terra, fatti 25 anni fa alla Gola di Toblino. I primi 25 vissuti normalmente, i secondi totalmente regalati, dopo esser miracolosamente sopravvissuto. Desideravo soffermarmi su questa ricorrenza e seguendo la mia passione, quale miglior modo se non aprendo e battezzando una via nella parte più recondita e selvaggia del Brenta?

Il Brenta settentrionale ancora una volta ha offerto una splendida e solida parete di calcare, il Fibbion. Uno scudo compatto che si apre in alto in quattro pilastri strapiombanti, scalato solo nel 1993 da Claudio Kerschbaumer e Donata Fiamozzi con la via Supercrack.

Rolando Larcher sull’ultima lunghezza di 50 anni son volati, 25 regalati. Foto: Giampaolo Calzà
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A metà parete abbiamo trovato la finestra di una grotta e il giorno della rotpunkt, abbiamo provato a esplorarla. Dall’imbocco esce una forte e gelida corrente d’aria, segnale che dev’essere profonda e avere un altra apertura. La stretta grotta, si sviluppa orizzontalmente con i lati estremamente abrasivi e dopo 30 metri, un crollo blocca il passaggio, ma si intuisce che prosegue ancora. Immagino che potrà essere una buona meta per speleologi intraprendenti.

La Gola di Toblino
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Gola di Toblino, 18 marzo 1990, tardo pomeriggio di un giorno di scalata come tanti. Questo però segnerà la mia esistenza con un prima e un dopo.

Una spensierata giornata d’arrampicata con gli amici sta per concludersi, c’è ancora un po’ di tempo e di energie, Marino Tamanini ne ha abbastanza e con Michele Cagol scaliamo ancora una via.
Il morale è alto, ho recuperato perfettamente la forma fisica dopo l’incidente dell’estate scorsa in Marmolada, sono entusiasta perché riprovando Mojado (capolavoro di Roberto Bassi degli anni ‘80 valutato 8b/8b+) ho capito che potrei riuscire a concatenarlo a breve.
Decidiamo di salire Che Peperino, itinerario di due lunghezze. Michele parte sulla prima, raggiunge la sosta, mi recupera e proseguo sulla seconda, un piacevole 7a.
Arrivo al suo termine, dove trovo una comoda cengia, poco sopra la sosta: un anello di catena ancorato a un leccio. Penso di fare manovra per calarmi, ma Michele cambia idea e decide di scalare anche lui il tiro da secondo; pertanto per far scorrere meglio la corda, allungo la sosta con due rinvii, la inserisco, avverto di bloccarla e mi appendo.

La parete est del Monte Fibbion con il tracciato di 50 anni son volati, 25 regalati. Foto: Rolando Larcher
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Questo è il preciso momento dove il “prima” si conclude e inizia un “dopo” incerto, molto incerto…
Improvvisamente tutto accelera vertiginosamente: i pensieri, i sentimenti, la pietra che scorre, l’ultimo momento di esistenza.
In un attimo… un’infinità di sentimenti e ragionamenti si avvicendano.
Stupore: per il tradimento della corda, che inspiegabilmente mi abbandona.
Profonda rabbia: non ho capito esattamente la dinamica degli eventi, ma è certo che sto per morire per una mia grave superficialità.
Timore: il ricordo delle botte dell’estate scorsa in Marmolada è ancora limpido, temo il dolore fisico e so che a breve ne arriverà tanto.
Speranza: sono sempre stato pragmatico e l’eventualità di salvarmi dopo 50 metri di volo non l’ho nemmeno considerata. La mia unica speranza è di non sentire troppo male, un colpo secco e via.
Paura: non so se paura è la parola corretta che riassume e concentra tutti questi sentimenti, ma quella elementare, sinonimo di terrore, sinceramente non la provo. Probabilmente perché non ne ho il tempo, forse quello che sento ora è solo angoscia, angoscia di non rivedere più i miei cari e per il dolore che a loro lascerò.
Infine quiete, tanta quiete interiore, rassegnato agli eventi del destino.

Pochi secondi sono trascorsi, una miriade di pensieri si sono avvicendati ed improvvisamente il mio fluttuare incontra il primo ostacolo, bam! Un cespuglio sospeso rallenta il mio precipitare, lo buco e proseguo verso il basso. Immediatamente un altro urto, bram! Sento un fortissimo crepitio di rami spezzati, qualcosa di più solido sta per fermarmi, mi ammortizza miracolosamente, poi un secco crak e riprendo a volare, ma per poco, perché sono oramai a terra e ora posso solo rotolare giù per la scarpata.
Finalmente mi fermo. Incredibile… Sono ancora presente e lucido, sono salvo! Forse.
Non sento alcun dolore, fiumi di adrenalina lo stanno sedando, temo il peggio, ma braccia e gambe sono ancora attaccati!
Barcollando mi alzo in piedi… subito penso a Michele, rimasto lassù, a metà parete sotto shock: gli sono volato accanto per poi scomparire nel bosco. La prima aria che riesco a inspirare, la butto in un urlo, per comunicare a lui e al mondo che sono ancora vivo!

Questa è la cronaca di ciò che accadde quel giorno. Da allora son trascorsi 25 anni e a 50 anni si comincia a riflettere sulla vita vissuta, facendo il punto sulla propria esistenza.
Il nome curioso della via al Fibbion, 50 anni son volati, 25 regalati!, è frutto di queste circostanze, quasi un gioco aritmetico, dove gli anni si confondono con i metri di volo.
C’è stato un prima, fatto di 25 anni spensierati, trascorsi senza quella consapevolezza dell’immenso valore della vita.
Un dopo, totalmente regalato, vissuto ancor più intensamente, soprattutto dal lato interiore. Un regalo inaspettato, prezioso e speciale, che per sempre apprezzerò.

Dopo la caduta, Marino mi raggiunse subito, mi sorresse fino alla macchina e poi corremmo al pronto soccorso, con il timore di qualche emorragia interna.
Michele (la vita poi ci farà ritrovare cognati) riuscì a scendere con una doppia, ma per una settimana ebbe qualche problema per dormire.
Per me le conseguenze fisiche furono incredibilmente lievi, un miracolo nel miracolo. Un’infinità di escoriazioni, tagli e conseguenti punti di sutura, un sacco di botte ed ematomi, una lieve distorsione a un ginocchio, ma nemmeno una frattura! 40 giorni dopo, partecipai a una competizione d’arrampicata di Coppa Italia e arrivai nono.

Le conseguenze psicologiche furono abbastanza lievi e mi fecero ripensare a tanti piccoli fatti, vissuti soprattutto scalando in montagna, dove per un nonnulla, quella semplice inattesa sbandierata, 10 metri sopra la sosta precaria, non degenerasse in tragedia. Sicuramente diventai più cauto in alpinismo, benché l’incidente fosse accaduto in falesia per una mia grave distrazione.
Da quella volta quando scalo, mi capita spesso di provare un improvviso attimo di panico, controllo il nodo, mi quieto e riprendo a divertirmi.
Ultima cosa, l’albero che mi ha salvato era un càrpino nero… lunga vita ai càrpini!

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Rolando Larcher
E’ nato a Cles (Trento) il 1 settembre 1965. Passione pura, che brucia dentro. Anzi, di più: «Dopo trent’anni di scalate non posso parlare di sola passione: l’arrampicata è una parte di me». Parola di Rolando Larcher, che dopo settanta vie nuove che hanno fatto la storia dell’arrampicata, conserva l’entusiasmo di un ragazzino. Talento, determinazione, idee chiare e rigore stilistico: ecco gli ingredienti di un fuoriclasse che continua a stupire, che con le sue creazioni è un modello per i giovani. Tutto è cominciato con papà Renato, nel 1981, e tutto continua nella gioia di una famiglia, con la moglie Letizia e i figli Alessandro e Anna.
Tra i capolavori di Rolando Larcher: Mastro Geppetto va nel globo (Brenta, 1994), Mai più così (Madagascar, 1998), Hotel Supramonte (Sardegna, 1999), La vita che verrà (Brenta, 1999), Larcher-Vigiani (Marmolada, 2000), La Svizzera (Wenden, 2006), Osa, ma non troppo (Patagonia, 2007) e AlexAnna (Marmolada, 2008).