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I massi della Valle di san Nicolò

I massi della Valle di san Nicolò
(dal mio diario)

4 agosto 1962. Paolo Baldi ha imparato ad arrampicare con il corso di roccia proprio su questi massi. Immersi tra bosco e prati, sono abbastanza facilmente raggiungibili da Pozza di Fassa e Méida. Andiamo presto di mattina e subito scaliamo il Masso 3 per la fessura della parete sud, abbastanza facile.

Poi passiamo ad altri massi, alcune dei quali non numerati, e la cosa va bene anche lì. Infine andiamo al Masso 4 dove sono alcune vie molto belle.

C’è un tetto, chiamato il Naso, che esce in fuori di mezzo metro. Se si cade si fa un volo di circa due metri sull’erba.

Paolo non v’è ancora riuscito, nonostante che gli istruttori lo avessero assicurato dall’alto. Ora ritenta slegato, e ce la fa. Tento io e lo supero con una stile e un’eleganza pietosi. Poi facciamo altre cose, più o meno difficili. In seguito rifaccio il Naso, mentre lui fa una traversata di tutto il Masso 4. Alle 11.30 ce ne torniamo verso casa a Soraga, dove arriviamo stanchi morti alle 12.15.

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16 agosto 1963. Parto alle 9.19 da Soraga e alle 10.05 sono al Masso 4. Prima di tutto mi rivolgo al panciuto spigolo nord-ovest (il Naso) e lo supero agevolmente. Nella mattinata lo farò altre due volte. Poi faccio la parete nord per il diedro di destra. Quindi riesco anche a fare lo spigolo sud-ovest, deviando però un po’ a destra. L’inizio di questo è certamente V grado. Poi salgo la parete sud. In quella arrivano dei ragazzi con il padre.

Con loro vado al Masso 3 e salgo la fessura della parete sud (più o meno III+). Dopo essere sceso tento lo spigolo sud-est, ma è troppo difficile.

Ci trasferiamo al Masso 2, dove cerco di salire per la parete sud. Ci riesco per una via molto a destra (credo si di IV grado). Dopo torniamo al Masso 4, in tempo per vedere arrivare delle persone che conosco, armate di tutto punto: Paolo Cutolo, Gianni Storchi e un altro, nonché il famoso Pio Baldi, cugino di Paolo. Questi cominciano a piantare chiodi dappertutto. Fanno il Naso direttamente e in artificiale: io mi prendo la libertà di usufruire delle loro staffe. Poi loro tentano la diretta a ovest, ma io sono costretto ad andare via. Mi porta a casa il papà di quei ragazzi di prima, loro sono di Lavagna (GE).

Esercitazione in artificiale “fai da te” sul Naso del Masso 4
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Nel pomeriggio però ritorno ancora là, assieme a Paolo Baldi e ci dirigiamo subito al Masso 1, dove io salgo la parete est (III): Paolo, con i suoi scarponi nuovi, tenta ma non ci riesce. Per il sentierino di discesa sono subito da lui, che non è molto in forma. Facciamo anche una traversata sulla parte destra della parete, abbastanza difficile e non pericolosa visto è a mezzo metro da terra. Poi io cerco di fare una via, certamente più difficile, sulla sinistra della parete est, lungo una serie di cengette orizzontali. Sarà un IV- ma, senza corda, ho paura e rinuncio. Poi passiamo al Masso 2, dove ci perdiamo in tentativi senza concludere niente. Lo stesso al Masso 3. Ritorniamo quindi al Masso 4, il più piccolo ma il più bello di tutti. Paolo, sempre gnecco, fa le cose più semplici, io rifaccio più o meno quello che avevo fatto al mattino. Intanto ecco di nuovo quei ragazzi di Lavagna, con il padre e la madre e pure lo zio. Aiuto il più piccolo a salire il diedro di destra della parete nord, assicurandolo dall’alto con dei cordini legati assieme; poi faccio le altre due vie, facili, della parete nord, il Naso e anche un tetto sullo spigolo nord-est. Infine m’impegno sul giro del masso intero, tenendomi per tre quarti a metà parete e per il resto quasi in cima. Legando il cordino al Naso riesco a superarlo in artificiale dando spettacolo.

Masso 4, spigolo sud-ovest
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22 agosto 1963. Con la corriera delle 9.19 arrivo a Pozza. Da lì a piedi e poi, grazie al gentile passaggio di una Lambretta, arrivo al Masso 6, che è abbastanza distante dagli altri blocchi, l’1, il 2, il 3 e il 4 da me precedentemente visitati. Paolo mi ha parlato di uno spigolo che lui ha fatto con il corso di roccia l’anno scorso: mi ha detto che è molto bello e che sarebbe da rifare. Credo di riconoscere quello spigolo in quello a est. Naturalmente poi saprò che è l’ovest…

Intanto lo spigolo ovest lo faccio quasi tutto; poi lo ritento e questa volta arrivo in cima. Scendo per la via normale, che è un diedro vicinissimo allo spigolo ovest, sulla parete nord.

Quindi tento lo spigolo est, ma non arrivo neppure a metà e torno indietro, aiutandomi con dei cordini allacciati a uno spuntoncino. E’ troppo difficile. Questo mi fa sospettare che Paolo intendesse lo spigolo ovest. Al che me ne vado al Masso 1. Qui rifaccio la parete est, per la via normale di III. Poi mi rivolgo al Naso del Masso 4 e faccio delle esercitazioni in artificiale, con un solo chiodo e dei cordini.

26 agosto 1963. Con Paolo Baldi e Franco Fantini partiamo alle 14.24 e andiamo al Masso 6. Lì Paolo tenta lo spigolo ovest, ma senza riuscirci. Io invece lo faccio. Franco guarda e tenta anche lui di fare qualcosa. Poi io tento la parete nord, ma non ci riesco perché ho paura di impegolarmi e di non saper più scendere. Infine giriamo alla parete sud. Lì c’è una muraglia strapiombante, che Paolo ha visto fare al corso di roccia per dimostrazione. Il primo pezzo è una fessura strapiombante a tetto. Poi c’è una specie di terrazzino e poi la parete. Ebbene, con l’aiuto di un chiodo e di un cordino, raggiungo il terrazzino-piazzuola. Poi, con un salto, torno a terra.

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Ce ne andiamo al Masso 4. Qui c’è una compagnia di romani, tra i quali un certo Luca. Con lui cerco di fare in direttissima lo spigolo sud-ovest. Arriviamo quasi in cima con tre chiodi, ma alla fine devo rinunciare e lui anche: la difficoltà è troppa. Così poi, per recuperare i chiodi, Luca gira la corda a un albero in cima e io salgo con i nodi Prussik, sotto gli occhi estatici dei genitori di Paolo che intanto sono arrivati, della madre di Nicola Ricci e di altre signore anzianotte, mai viste e conosciute.

Levo due chiodi, i più alti. Il terzo lo leva Luca. Con la corda di Luca, Paolo e io insegniamo la manovra della corda doppia a Franco e Nicola, che se la cavano onorevolmente. Mentre Paolo fa le sue esercitazioni, io faccio fare a Franco il diedro di destra della parete nord, assicurandolo dall’alto. Poi faccio il classico Naso, per la prima volta senza aiutarmi con il ginocchio. Quindi mi trasferisco al Masso 1, dove c’è un sacco di gente che si allena. Lì, non assicurato, faccio sulla parete est quella via di cengette che il 16 non avevo avuto il coraggio di fare. Salgo anche la via normale della parete est senza una mano, con la sola destra.

8 luglio 1964. Vado un po’ ad allenarmi, ma non è lo scopo principale, che è invece quello di conoscere un po’ di gente per eventuali gite. Incontro Rino Rizzi, guida di Pera di Fassa, e parliamo di un po’ di tutto. Tra l’altro scopro anche l’ubicazione del Masso 5, fino ad oggi a me sconosciuto: però non è bello, dunque non credo che lo frequenterò molto.

Masso 6, spigolo ovest
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11 luglio 1964. Ho fatto conoscenza un po’ più approfondita con Paolo Cutolo di Roma. Lui, per mezzo di amici, mi ha fatto conoscere Antonio Bernard di Parma, che già conoscevo di vista. Si può dire che Antonio sia il re dei massi, Perché non c’è paretina che non abbia fatto. E non si creda sia solo un alpinista da roccette, anzi… Comunque facciamo subito amicizia e, visto che Paolo e io ce la caviamo piuttosto, ci porta sul diedro del Masso 2, parete nord. Lì ci sono un tre metri da fare in libera, ma pazzeschi. Li attacca e li fa bene, conoscendo gli appigli a memoria. Ci riesco anche io, dopo due o tre tentativi. Così siamo in cinque ad averla fatta: Aldo Gross, Toni Gross, Donato Zeni, Antonio Bernard e io… Poi mi dirigo al famoso (per me) spigoletto sud-ovest diretto del Masso 4, che l’anno scorso mi aveva fatto penare tanto. Quest’anno salgo benissimo, senza neppure pensarci. Con Antonio programmiamo di tornare qui nei prossimi giorni, lui è sicuro che posso fare tutto anche io, basta che mi muova articolando braccia e gambe in modo precedentemente studiato e con qualche trucchetto.

15 luglio 1964. Porto due ragazze Chiara Moltarello e Maria Rosaria (questa con il padre) a vedere come è fatta la roccia: vogliono infatti fare un corso di arrampicata. Chiara è molto appassionata, gli altri due sono solo curiosi.

Masso 6, spigolo est
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Questo però al mattino. Al pomeriggio ritorno a Pozza e m’incontro con Antonio Bernard, che lì ha una bellissima casa estiva. Lui ha tutta l’intenzione di dividere con me lo scettro di “re dei massi”. Infatti quel giorno riesco a fare in libera, sul masso non numerato vicino al numero 5, una via che nessuno aveva mai fatto! Adesso posso dar spettacolo davvero! I miei pezzi forti sono: Masso 2, parete nord; Masso 1, fessurina alla Dülfer centrale con prosecuzione diretta o con deviazione a destra su per una placca davvero liscia; Masso 4: parete ovest direttissima (che l’anno scorso neppure pensavo si potesse fare e che adesso so a memoria), parete ovest via di Sinistra (subito a destra del Naso), spigolo sud-ovest (salita e discesa, V+/VI-), spigolo sud-ovest diretto (questa via l’ho trovata io). Sono tutti passaggi al limite, che in parete non posso neppure sognare, ma che servono per fare le dita.

17 luglio 1964. C’incontriamo di mattina al Masso 4: Pietro Menozzi è il compagno di cordata di Antonio. Anche lui è di Parma e fa medicina. Naturalmente Antonio gli ha già detto del mio titolo di reuccio e a me “tocca” dare qualche saggio di merito. In compenso Pietro, avendo saputo delle mie gare di marcia, mi affibbierà il nomignolo di “Pamich”.

18 luglio 1964. Continuiamo i soliti esercizi, alla presenza di spettatori vari. Antonio mi confida la sua ammirazione per Paul Preuss e per il suo modo di andare in montagna. Tra l’altro lui si è già fatto la via Kiene alla Est del Catinaccio, solo e senza corda. Così decidiamo di fare qualche salita insieme ma slegati. Non so cosa ci sia preso a tutti e due. Per fortuna che poi non abbiamo mai messo in atto quel proposito. Io però ho fatto peggio, sono andato da solo, e per ben più che una volta, dando a credere a tutti, meno che ad Antonio e Pietro, di essere andato in compagnia.

24 luglio 1964. Con Pietro Menozzi e Sergio Caroli. Non ricordo neppure più cosa abbiamo fatto, senz’altro le solite acrobazie su due dita.

10 agosto 1964. Con Paolo Cutolo, Paolo Piazza e Franco Mangia. Niente da dire. La figlia del ministro Andreotti, Marilena, ha voluto cominciare ad arrampicare e noi l’abbiamo aiutata. Nel pomeriggio sono sempre là, con Alberto Poirè. C’è tantissima gente: lui non arrampica male, anche se è da ottobre che non tocca roccia.

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19 agosto 1964. Con Pio Baldi, Cesare Badaloni, Piero Badaloni, Imma Bossa, Franco Mangia, un tal Filippo e un altro ancora. Questa volta andato per fare imparare qualcosa ai due Badaloni e a Imma. Poi finisce che le solite acrobazie ci scappano sempre.

20 agosto 1964. Con Piero e Cesare Badaloni, Franco Mangia, Gianni Storchi, Francesco Bossa e un altro. Andiamo al Masso 6, dove non sono ancora stato quest’anno. Qui faccio con due chiodi (perché è bagnata) la parete nord. Mi seguono Piero e Franco, Piero assai male. Poi passiamo dall’altra parte e facciamo un po’ di artificiale.

26 agosto 1964. Questa giornata segna l’apoteosi (e anche la fine) delle mie esibizioni su questi massi. Eh sì, perché questa volta mentre sono al Masso 4 con Pietro Menozzi incontro tre soci della Sezione Ligure del CAI con i quali c’è una certa amicizia: Vittorio Pescia, Giorgio Noli e Gino Dellacasa. Non sto a raccontare per filo e per segno. Dirò solo che gli facevo vedere i vari passaggi e loro provavano, senza riuscire. E naturalmente giù le lodi più sperticate! Dopo il repertorio del Masso 4, passiamo a quello dell’1, ancora più sensazionale. Impossibile contare quante volte provano la famosa fessurina in Dülfer! Sono molto contento di questo, non perché ho piacere che vedano “quanto sono bravo”, ma perché Pescia, soprannominato Luci, è proprio il tipo che andrà a riferire in sede, a Genova, tuto quello che ha visto. In effetti lo farà. Questo servirà a far sì che tra gli amici del CAI di Genova io sia un po’ più considerato. Direte voi… questa è ambizione! E invece no, perché per me l’essere considerato in qualche cosa è ragione di vita: a scuola non sono un super-intelligent, in casa non posso dir nulla delle mie attività, con le ragazze valgo ben poco e cerco di evitare ogni cosa perché sono capace a niente. Almeno avere uno sfogo e non essere un fallito del tutto!

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Il segreto del secondo campanile

Il mistero del secondo campanile

Chi, incuriosito dalle montagne della Moiazza, non fosse interessato a questo racconto, cioè a come si è risolto un piccolo mistero, bensì semplicemente volesse avere informazioni sulle vie che solcano la parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani, vada a cuor leggero a consultare la nuova guida Moiazza (Idea Montagna, 2011) di Stefano Santomaso: vi troverà la situazione reale, il risultato di una lunga indagine (35 anni).

Tutto incominciò osservando con attenzione una fotografia del versante occidentale della Moiazza, quando passavo molto del mio tempo a caccia di possibili prime ascensioni su pareti significanti ed espressive.

La parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani (Moiazza)
MisteroSecondoCampanile0004 - Copia

Era l’aprile del 1974, con Flavio Ghio, di Trieste, e Giovanni Favetti, di Milano, avevamo appena salito due importanti pareti, la Est della Seconda Pala di San Lucano e la Sud della Quarta Pala di San Lucano. Sarà stata fortuna, però per me non è mai stato normale fare due prime ascensioni di 1400 metri l’una nel giro di una settimana… e con due bivacchi… e in aprile, una stagione certamente non del tutto canonica.

Davvero gasati per quei due successi, la settimana dopo Giovanni ed io eravamo di nuovo in zona. Stavolta cercavamo una parete un po’ più breve, non esposta a nord per via della neve e che non richiedesse ore e ore per andare all’attacco.

La parete sud-occidentale del Campanil dei Zoldani, alta quasi 600 metri, mi era sembrata perfettamente rispondente a ciò che desideravamo, qualcosa di abbastanza lungo che però desse la possibilità di essere risolto in giornata.

Partiti da Milano con comodo in tarda mattinata di sabato 20 aprile, arrivammo con piacevole cammino nella poca neve al Rifugio Carestiato. Era l’imbrunire, non ci aspettavamo di trovarlo aperto, però almeno speravamo in un locale invernale che invece, con nostra grande costernazione, scoprimmo non esserci o comunque essere chiuso.

Dopo una cena frugale ma calda e dopo l’ultimo tè, spegnemmo il fornellino e ci rassegnammo a bivaccare lì fuori, senza sacco piuma. Se avessimo saputo della non esistenza del ricovero invernale avremmo potuto partire un po’ prima e dunque avvicinarci di più verso l’attacco. Tanto, dormire fuori per dormire fuori…

La notte non fu terribile, comunque, anche perché ancor prima della luce la interrompemmo per la colazione e per la partenza verso la Forcella del Camp, oltre la quale finalmente potemmo vedere il versante occidentale in tutta la sua magnificenza.

Impegnarsi su una parete di 600 metri senza averla mai studiata se non in fotografia non è il massimo di tattica intelligente. E quando poi si è all’attacco non è che si possano avere le conoscenze giuste, perché tutto è come al solito distorto dalla prospettiva.

Devo anche dire che, a distanza di 31 anni (scrivevo questo nel 2005, NdR), non ho ricordi così nitidi su questa avventura, solo qualche flash di memoria qua e là. E se posso scrivere questo racconto è perché fortunatamente già il lunedì seguente (è datata) mi ero scritto la relazione tecnica della salita. Da appunti presi posso anche dire che attaccammo alle otto di mattina precise e che alle 15 eravamo in vetta. La non difficile discesa ci portò in breve al Rifugio Carestiato, dove raccogliemmo le nostre poche cose lì lasciate, per metterci in viaggio e raggiungere Milano la domenica sera a un’ora abbastanza decorosa.

La seguente relazione però rimase nascosta tra le mie carte per 31 anni, ed è un miracolo che sia sopravvissuta a una decina di traslochi e a qualche inevitabile repulisti.

Campanil dei Zoldani 2398 m parete sud-ovest, Giovanni Favetti e Alessandro Gogna, 21 aprile 1974, ore 7. Si attacca in corrispondenza di uno sperone grigio, il punto più basso di tutta la parete. Attaccare un diedrone, dopo 5 m (III+) uscire sulla parete di sinistra e superare una fessura per 15 m (VI-, 3 passi di A1, 3 ch). S1 su piccoli gradini. Continuare nella fessura, ora diedro, per 30 m, evitando l’ultimo strapiombo a sinistra (IV e V). S2 su buona terrazza. Attaccare un diedro strapiombante (V+, A1, 1 passo di A2) e uscirne dopo 20 m. Superare la successiva fessura (IV+) fino ad un buon terrazzo. S3. Obliquare a destra (II, III-) 40 m. S4. Con tre lunghezze superare tutto il diedrone obliquo a sinistra (arrampicando sulla faccia di sinistra, III, 1 passo di IV). Raggiungere una fessura-camino strettissima. S7. Superare la fessura-camino (recuperando gli zaini) per 7 m (faticoso, IV). S8. Continuare nel camino obliquo un po’ a destra 40 m (III e IV). S9. Obliquare a destra per cengia ad altro diedrone. S10. Superare il diedrone e le rocce a destra che seguono (35 m, IV con 3 passi di V). S11. Continuare nel camino per circa 30 m (IV e V), uscire a destra (chiodo) prima dei gialli (V-) e superare la fessura obliqua a destra (IV) fino a rocce più facili vicino ad una forcellina. S12. Continuare ora facilmente verso un grande camino a sinistra e salirlo (IV l’ultimo passaggio). S14. Tendere a sinistra e mirare ad altro camino, superandolo interamente (III, III+). S16. Traversare a destra su cengia ascendente (I). S17. Girare lo spigolo sud e salire facilmente alla vetta, 50 m.

Convinti dunque di aver scippato la terza «prima» del mese guardavamo già ad altre realizzazioni, come ad esempio la Sud della Palazza nei Monti del Sole (che poi salii il 19 e 20 maggio con Carlo Zonta e Francesco Santon), oppure la Sud-ovest del Ciglione Occidentale del Pelmo, che tentai con Favetti e Ghio ai primi di maggio: dopo un bivacco nella neve sulla Cengia di Grohmann il giorno dopo non riuscimmo per il cattivo tempo a progredire di un gran che. Era però una via davvero meravigliosa che poi fu vinta in tre giorni (dal 15 al 17 settembre 1977) da Franco Miotto, Riccardo Bee e Giovanni Groaz.

Convinto, dicevo, del successo del Campanil dei Zoldani, quale fu la mia sorpresa nel leggere sul numero di settembre dell’allora mitica rivista tedesca Alpinismus la notizia che due triestini della XXX Ottobre, Roberto Priolo e Tullio Ogrisi avevano già salito la stessa parete il 21 giugno 1970!

La notizia era scarna, ma poi fu confermata dalla rivista Alpi Venete che, a pag. 179 del numero di autunno-natale del 1971, riporta la stessa nota, dalla quale si evincono anche un tempo impiegato di 7 ore, difficoltà di V con passi di V+ e un uso di 8 chiodi oltre a quelli di sosta.

Sulle prime lunghezze della via Piccolo Denver
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A questo punto mi fu chiaro che sostanzialmente avevamo percorso quasi lo stesso itinerario, data la coincidenza di un simile uso di chiodi e di un orario perfino uguale. Forse le nostre difficoltà risultavano leggermente superiori, ma questo poteva essere attribuito alla possibile maggior valentia dei triestini, o comunque al modo diverso di graduare le difficoltà, o magari ancora alla stagione differente (giugno invece di aprile). In ultimo c’era anche la probabilità di qualche variante da parte nostra un po’ più diretta (per esempio nelle prime lunghezze).

Tutte queste erano ipotesi. Devo anche aggiungere che non credo di essere poi così fanatico nel raggiungimento a tutti i costi di prime o prime con varianti dirette o altre cose del genere. Ho sempre valutato questo genere di ambizione abbastanza puerile, mentre ciò che mi ha ogni volta interessato è la verità, e soprattutto il mistero che si crea a volte fitto con la scarsa informazione. Curiosità dunque, non ambizione.

La questione rimane assopita per decine d’anni, fino all’uscita recente della guida alpinistica di Stefano Santomaso sulla Moiazza. Questa mi capita casualmente tra le mani nella più bella libreria di Torino: subito mi ricordo del delle mie vicende al Campanil e vado a sfogliarla alla ricerca di come l’autore abbia trattato la parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani.

La parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani come appare nella guida Moiazza (2003) di Stefano Santomaso, oggi esaurita. 18=Rampa dei Bellunesi; 19=via Piccolo Denver; 20=via Bien; 21=via Angelina alla Terza Torre del Camp. Come si vede, non compaiono né la via Gogna-Favetti, né la via dei Triestini
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Santomaso le dedica 7 pagine (di cui 3 a schizzi, 2 a foto e 2 di testo). Decido perciò di comprare subito la guida per potermela studiare con comodo a casa.

Anche questa monografia non riporta la relazione originale dei triestini, pur citandoli (un nome è leggermente storpiato). Ci sono invece ben descritti tre nuovi itinerari, con tanto di schizzo tecnico e tracciato su una buona fotografia.

La Rampa dei Bellunesi, di Piero Sommavilla e Renato Mosena, è del 1970 (che giorno?), ripetuta poi da Eugenio Bien e Fausto Todesco nel 1975 e in seguito una volta ancora. È un itinerario che sale la parete molto a sinistra e patisce della qualità cattiva della roccia nella parte alta: guardando il tracciato, escludo subito di averlo percorso.

La Piccolo Denver è di Stefano Santomaso, Stefano Conedera e Paolo Zasso, del 1992, con una seconda salita di Daniele Costantini e Giuseppe Vieceli nel 2000. Un bellissimo tracciato che supera direttamente il grande muro centrale, quindi anche questo da escludere se si vuole tentare di ritrovare le nostre tracce o quelle dei triestini.

La Bien è di Eugenio e Renato Bien, nell’anno 1974 (che giorno?), ripetuta da Stefano Santomaso e Stefano Conedera nel 1990. Il tracciato sembra seguire una linea di minor resistenza ma abbastanza centrale. Attacca a destra del precedente, ma poi lo incrocia per andare a salire una rampa assai friabile a due terzi di altezza. Giudico subito che, anche in base alle difficoltà riportate, potrebbe essere questo l’itinerario più logico e quindi quello da noi scelto in precedenza (e con ogni probabilità anche dai triestini).

Roberto Priolo e Tullio Ogrisi, 21 giugno 1970
MisteroSecondoCampanileRobertoPriolo-TullioOgrisi21-06.1970

Inizia dunque la febbrile ricerca della mia relazione tecnica, che non ricordavo neanche se avevo scritto: mi sembrava però assai poco probabile non averlo fatto, visto che la ritenevo una prima ascensione.

Dopo un’ora di impegnativa ricerca in mezzo ai miei 200 metri lineari di libri e riviste che ho a casa (+ appunti e quaderni), finalmente ho lo strumento in mano che mi permette un confronto.

Ed è a questo punto che possiamo veramente parlare di mistero del secondo campanile, facendo riferimento al primo, un articolo da me pubblicato su Alp nel 1986 sulle vicende misteriose che accompagnarono la salita di Severino Casara sul Campanile di Val Montanaia: vicende che ancora oggi sono ben lungi dall’essere chiarite, anzi stiamo assistendo a un ritorno in auge della probabilità che Casara non abbia mentito per nulla!

Roberto Priolo
MisteroSecondoCampanile-RobertoPriolo

Questo mistero del secondo campanile non presenta le tristi tonalità di calunnia o menzogna che purtroppo il primo offre in abbondanza da 80 anni. Siamo di fronte semplicemente ad una carenza di informazioni che non ci permette di collocare al proprio posto le varie caselle di storia. Il mistero non riguarda la veridicità di quanto affermato dai diversi attori, ma riguarda l’integrazione delle scarse informazioni in un’ipotesi descrittiva che sia fondata e ragionevole.

Con la mia relazione in mano sono andato a cercare riscontri sulla Bien e ho potuto concludere con buona approssimazione che Favetti e io abbiamo attaccato più direttamente e più in basso, i Bien abbiano seguito la nostra stessa rampa-diedro, nonché la successiva fessura-camino faticosa e stretta e ancora il camino successivo. La nostra S9 dovrebbe coincidere con la loro S7. Qui i due percorsi si separano, la Bien tende a sinistra, noi andiamo appena a destra, per salire poi per itinerario autonomo e a destra della parte finale della Piccolo Denver.

Sarebbe anche da chiarire in che data esatta sia stata salita la Bien nel 1974, (errato nella pubblicazione, dove è scritto 1970) anche se ritengo improbabile un’anteriorità al 21 aprile.

A questo punto sarebbe bello che i triestini leggessero queste righe e intervenissero nell’informazione, per chiarire definitivamente la storia di questa bella parete. Così non ripeteremo le inesattezze e le approssimazioni che già si sono verificate altrove (un esempio che mi viene in mente è la Ovest del Sasso d’Ortiga).

Giovanni Favetti sulla Quarta Pala di San Lucano, prima ascensione della parete sud (1974)
giovanni favetti su 4a pala san lucano, parete sud

A questi interrogativi rispose lo stesso Eugenio Bien, con una mail del 4 luglio 2005:
Caro Gogna, ho letto il tuo bell’articolo su Dolomiti Bellunesi, e subito mi si sono chiarite alcune cose che da diversi anni non riuscivo a collocare nella loro giusta veste.
Prima di esporti le mie considerazioni ti devo però confessare che sono rimasto felicemente sorpreso nell’apprendere che agli inizi degli anni Settanta la tua attenzione si fosse rivolta a questo meraviglioso versante ovest della nostra Moiazza, anche perché, per noi iniziati all’alpinismo, le tue realizzazioni sulle Pale di S. Lucano e tante altre ti ponevano ai nostri occhi come un mito dell’alpinismo.
Ricordo i tuoi Galibier che subito comprai e che ritenni subito estremamente confacenti anche per l’arrampicata libera che ancora con conosceva l’uso delle pedule di arrampicata.
A tutt’oggi non sono ancora riuscito ad avere la relazione della via effettuata da Priolo e compagno nel 1970 e della quale io ho avuto notizie attendibili per la prima volta all’inizio degli anni Novanta. Questo fu quando Piero Sommavilla con Giovanni Angelini si erano impegnati con il CAI-TCI nella stesura della guida Civetta-Moiazza (che non fu mai portata a termine). Ricordo abbastanza bene che Sommavilla mi diceva che il loro itinerario passava attraverso il grande placcone centrale che suppongo leggermente a destra della via Piccolo Denver di Santomaso, Conedera, Zasso. La mancanza della relazione di Priolo con relativo schizzo pertanto non mi permette ancora di collocare le verità storiche di questo meraviglioso Campanil dei Zoldani al posto giusto. Io ho percorso la mia via il 15 agosto 1974 in 11 ore di arrampicata incontrando le difficoltà che ben tu hai potuto constatare sulla guida di Santomaso. Il 26 maggio del 1977 con mio fratello Renato e Casare De Nardin salimmo il Campanil dei Zoldani con l’intenzione di effettuare un’altra via nuova che avesse in comune la prima parte, fino al settimo tiro della via da me precedentemente salita nel 1974 e che percorresse invece per i restanti 2/3 la parte destra del Campanil dei Zoldani leggermente in spigolo. La sorpresa fu quella di trovare invece un chiodo universale Cassin colorato rosso a circa 2/3 della via. Siccome al primo tiro della salita effettuata da noi nel 1974 trovammo 4-5 chiodi, questo chiodo ci confermava che qualcuno avesse precedentemente effettuato prima dell’agosto del 1974 questa salita. Io avevo avuto poi notizie che tra i pochi che avevano effettuato degli approcci in questa parte della Moiazza fossero stati dei Triestini, conclusi che avevamo effettuato la prima ripetizione della via dei Triestini. Questa tesi fu poi confermata dalle informazioni ulteriori avute in seguito e che ti ho già esposte sopra… Solo ora che ho letto la tua relazione posso concludere che il 26 maggio del 1977 facemmo la prima ripetizione della via Gogna-Favetti. A questo punto non ci resta che collocare la via dei Triestini avendo la loro relazione e relativo schizzo. Sicuramente la tua salita rimarrà una via nuova mentre la mia potrà anche verificarsi essere stata una prima ripetizione della via dei Triestini. Se così fosse dovrei concludere d’aver effettuato le prime ripetizioni delle tre bellessime vie effettuate sul Campanil dei Zoldani, compresa anche quella di Sommavilla del 1970. Quanto prima riusciremo a collocare tutto al posto giusto, tanto prima cesserò di rammaricarmi per aver deformato una verità che era a me completamente sconosciuta. Certo è che coloro che si prendono l’onere di mettere nero su bianco queste verità storiche, e mi riferisco agli estensori delle guide, dovrebbero usare un’attenzione maggiore, soprattutto quando certe cose si sanno.
Fammi sapere qualche cosa perché anche queste supposizioni possano, almeno alla luce delle nostre esperienze che solo ora si sono intersecate, diventare verità storica. Questo è e sarà sempre il nostro obbiettivo prioritario.
Una forte stretta di mano.
Eugenio Bien

Nel 2008, in occasione dei 30 anni di Le Dolomiti Bellunesi, la redazione s’impegna in una bellissima pubblicazione, La grande cordata. Nella serie di articoli uno più interessante dell’altro, figura anche quello di Stefano Conedera, Il Campanil dei Zoldani, l’ultimo tassello mancante. Questo saggio storico mette la parola fine a tutto ciò che non era chiaro nella storia del Campanil dei Zoldani. Qui lo potete leggere in versione integrale.

Per brevità, abbiamo qui preferito riportare la lettera inviatami da Stefano Santomaso, 23 gennaio 2009 (i contenuti della quale sono un riassunto del suo articolo):
Caro Alessandro, innanzitutto vorrei congratularmi con te per tuo il bel articolo pubblicato su Dolomiti Bellunesi, veramente molto interessante, peccato che di questi tempi sia una delle poche voci che si levano a difesa dell’integrità dei monti. Io comunque lo sottoscrivo a pieno. Penso che anche tu abbia letto il mio racconto riguardo alla storia alpinistica del Campanil dei Zoldani.

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Sperando di farti cosa gradita ti vorrei illustrare meglio alcuni particolari che riguardano le salite alpinistiche che percorrono la parete occidentale del monte. Nell’articolo pubblicato infatti ho deciso di non inserire dettagli tecnici degli itinerari pensando che queste argomentazioni interessano solamente la stretta cerchia di alpinisti che, principalmente, hanno aperto gli itinerari. In più, con l’oggettiva difficoltà nel descrivere e far comprendere ai lettori i singoli tratti rocciosi interessati dagli itinerari. Ho così pensato che una foto con i tracciati bastasse e spiegasse molto più di tante parole.

Come avrai sicuramente notato la via di Priolo e Ogrisi vince centralmente la parete uscendo poi attraverso quella lunga rampa inclinata che caratterizza la parte alta della parete ripercorsa anche nel 1974 dai fratelli Bien. Questa salita è stata inoltre incrociata dalla via Piccolo Denver che sicuramente, per una intera lunghezza, sale in comune proprio alla base della grande placca centrale (infatti si percorre un diedro che incide una parete altrimenti impercorribile). Lo stesso Priolo, alcuni anni dopo che avevo pubblicato la guida Moiazza (2003), mi aveva scritto indicandomi a grandi linee la direttiva da lui seguita, in più un incartamento reperito da Eugenio Bien alcuni mesi fa e appartenuto a Piero Sommavilla evidenzia abbastanza chiaramente il tracciato seguito dai Triestini.

L’ascensione che hai compiuto assieme a Favetti invece si svolge più a destra; hai attaccato più in basso e a destra rispetto ai Triestini percorrendo l’unica fessura verticale esistente in quella zona, tratto ripercorso anche da Massarotto negli anni Ottanta e quindi anche da me e Giuseppe Bepi Vieceli nel 2001 durante l’apertura della via Vittorio Vieceli.

La nuova guida Moiazza, roccia tra luce e mistero di Stefano Santomaso (Idea Montagna, 2011)
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La continuazione diretta di quella fessura non è altro però che il primo tiro difficile della via Priolo che con direttiva ideale incide la parete verticale superiore. Penso di poter affermare con certezza che la tua ascensione e quella dei Triestini quindi hanno in comune una trentina di metri in questo tratto (dove precisamente indichi un passo in A2), appena dopo le due salite si dividono. Eugenio Bien non è d’accordo con la mia convinzione; secondo il suo parere, la tua salita si svolge ancora più a destra andando a vincere un anfiteatro strapiombante che così dice, giustificherebbe i passaggi effettuati in artificiale.

A me sembra invece improbabile che con Favetti abbiate attaccato una parete strapiombante alta più un centinaio di metri, peraltro priva di una qualsiasi linea logicamente arrampicabile. In più la relazione che hai lasciato della tua via, si adatta perfettamente (tranne forse i passi artificiali) al tracciato che nel 1990 ho percorso con Stefano Conedera ripetendo la via Bien e al primo tratto percorso con Bepi Vieceli nel 2001.

Anche i fratelli Bien nel 1974 hanno dapprima percorso il primo tratto della via di Priolo, dopodiché hanno seguito, penso quasi integralmente, il primo terzo della tua via seguendo un grande diedro fessurato posto una trentina di metri a dx della via dei Triestini. Successivamente i due hanno affrontato e vinto una severa parete sulla sinistra (tratto chiave della loro ascensione) fino a riprendere la via dei Triestini in alto, sopra la grande placca centrale.

Quanto questa salita, nel primo e ultimo terzo di parete, percorra tratti nuovi o ripercorra tratti già superati precedentemente è difficile da ricostruire con precisione, ma visto che le linee “logicamente arrampicabili” sono le stesse presumo che le salite si sovrappongano. La questione appare comunque alpinisticamente di scarsa importanza e, con il tuo contributo, facilmente risolvibile.

Riguardo invece all’ultima salita tracciata, la via Vittorio Vieceli, dopo il primo tiro in comune con la Gogna, la via traversa verso destra per non toccare la via seguita da Priolo e dai Bien, andando poi a prendere e vincere il bellissimo spigolo del Campanil dei Zoldani. La parte finale di questo itinerario, che si svolge attraverso una serie di facili caminetti e diedri adagiati, penso riprenda la parte alta della tua via perché entrambe le salite percorrono i punti più logici e facili di questo tratto.

Alpinisticamente sono sempre le prime salite tracciate che comandano il gioco, tutte le altre devono tener conto di questi tracciati. Così è chiaro che anche in questo caso ci sono due grandi vie indipendenti, la via dei Triestini e la Gogna-Favetti: da queste, altre si staccano o si riallacciano percorrendo con mezzi tradizionali i punti più deboli del monte.

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Dopo che Eugenio Bien ha rinunciato, sono contento di aver potuto scrivere io l’articolo sul Campanil dei Zoldani, ricostruendo e riassumendo la storia delle salite; un po’ per un certo senso di colpa verso gli alpinisti triestini, che probabilmente si sono sentiti “rubare” il loro tracciato pubblicato erroneamente sulla guida della Moiazza, un po’ per la mia passione per la conoscenza e divulgazione della storia alpinistica agordina e dolomitica.

Finisco di annoiarti con una riflessione; se ben guardiamo, l’alpinismo fatto negli anni Settanta come quello del Duemila, su questa parete non è poi così diverso. Questo non può che essere un fatto estremamente positivo.

Concludo con un cordiale saluto e con la speranza di sentirti o rincontrarti magari qui ad Agordo davanti a un buon bicchiere oppure proprio su queste nostre belle montagne.

La parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani, con i tracciati definiti dall’indagine: giallo=Rampa dei Bellunesi (28.06.1970); nero=via Piccolo Denver (25.07.1992); bianco=via dei Triestini (Priolo-Ogrisi, 21 giugno 1970); rosso=via Gogna-Favetti (21.04.1974); blu=via Bien (15 agosto 1974); verde=via Vittorio Vieceli
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Una misteriosa via Vinci

Una misteriosa Via Vinci
di Heinz Grill

La parete nord-ovest del Castello delle Nevère
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Le vecchie descrizioni aggiungono immagine e vivacità alle emozioni che un arrampicatore prova dentro di sé durante una ripetizione. Quanto sono meravigliose le parole di Vinci, che parla di un “orlo friabilissimo”, di un “passaggio difficilissimo”, di uno “scenario pauroso” e di “notti di bivacco inaspettate” e tanto altro. Un’altra descrizione racconta di una via assolutamente misteriosa in Moiazza, che nessuno ha ripetuto in tutti questi decenni e che é solo storica. La descrizione è come se venisse direttamente dalla scena delle esperienze interiori e si vede quasi la faccia del primo di cordata deformata dalla paura. Le descrizioni moderne che si riferiscono in modo sobrio e tecnico a un 6a o un 6b rivelano molto poco della parete vera e propria ma anche dell’esperienza individuale o, detto meglio, del vissuto archetipico dell’arrampicatore.

Per amore di queste descrizioni e veramente solo per amore delle parole, ho letto nella guida di Stefano Santomaso la relazione della salita di Vinci sulla parete nord-ovest del Castello delle Nevère, redatta probabilmente nel 1936 dopo la gloriosa prima salita. Pure i miei amici Barbara e Martin continuavano a burlarsi delle parole raffinate con visi sorridenti. “La via è in ogni caso sconsigliata.” Oltre a ciò il 7 novembre 1969 si è staccata una grande frana dalla parete che sembra aver cambiato l’intera faccia della parete nord-ovest. L’epilogo era quindi scontato già fin dall’inizio in tal senso e la descrizione divertente era solamente un fatto storico-culturale.

“Che cosa facciamo domani?” chiedo ai miei due amici. Barbara dice con sorriso birichino: “La via sconsigliabile, la Vinci?”. “Sei in vena di scherzi?” era la mia risposta. “Ti leggo ancora una volta la descrizione.” L’orlo friabilissimo creava tanto divertimento fino all’attivazione dei primi sintomi vegetativi come mani sudorifere e crampi allo stomaco. Lo scherzo ci portava in ogni modo nel nostro piccolo gruppo di tre alla conoscenza esatta della descrizione di Vinci e della sua via sul Castello delle Nevere. Di nessun’altra via conoscevamo così a fondo la descrizione, sebbene altre esercitassero molta più attrazione e soprattutto promettessero esperienze più gratificanti su roccia solida. Per fare una via sulla Cima G. Costantini abbiamo solo strappato la pagina dalla guida, messa in tasca e siamo partiti di corsa. Con la via Vinci invece abbiamo persino sognato nelle notti dei “passaggi estremamente difficili” e dei “tetti con parecchi chiodi”. Nel sonno le immagini della descrizione magnifica sono profondamente entrate dentro di noi e l’orlo oltremodo friabile è diventato un’immagine perfetta.

Finalmente ci troviamo la mattina alle 8 al parcheggio della Capanna Trieste riflettendo insieme sull’enigma della via, che volevamo affrontare in quella giornata promettente. In realtà conosciamo già tutti gli itinerari che ci interessano in questa zona: la Carlesso, la Cassin, la via dei Polacchi, la via Dell’oro sulla Torre Trieste; le vie sulla Cima dei Tre e sulla Cima G. Costantini. “Solo una non conosciamo”, dice Barbara. “Ho già sognato l’orlo friabilissimo: sale con strapiombi al lato del tetto e, a causa della friabilità, non è possibile metterci neanche un chiodo. E dopo bivacchiamo sotto i tetti, appesi a un vecchio chiodo di Vinci, in maniera classica e bellissima…”

Nella descrizione viene consigliato di portare almeno 20 chiodi e materiale da bivacco. Impacchiamo cinque chiodi, un martello; il materiale da bivacco meglio lasciarlo in macchina. In realtà non si dovrebbe parlarne, ma non possediamo materiale di bivacco e ci sentiamo così poco classici relativamente alla bella descrizione.

Un IV grado all’inizio
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Traverso arioso
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I primi tiri vanno abbastanza bene e la roccia è solida. Un chiodo-anello traccia la linea. Rimarrà l’unico sulla parete, e questa era una circostanza che non corrispondeva del tutto con la descrizione che era così plastica. Seguiva poi una zona più facile che conduceva alla parete principale. Era stato accennato a un traverso difficile con due chiodi, dunque traversiamo, anche se i chiodi indicati sono introvabili. La parete diventa più difficile, seguono i primi passaggi di VI grado. Lino Lacedelli, il ripetitore della via, aveva solo parlato del grado V+, se non sbaglio? Nel 1948 aveva fatto la prima ripetizione con i suoi compagni e parlava in modo molto rilassato di un tempo di salita di 8 ore e pure di passaggi molto meno di VI. La via diventava più difficile, seguiva una fessura ripida con ulteriori traversi, Lacedelli sembra aver oltrepassato questi passaggi di volata nelle sue “8 ore”. La roccia era comunque sorprendentemente solida.

I primi passaggi di VI grado
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Fessura nera
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La sezione piramidale della parete del Castello delle Nevère
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Finalmente abbiamo raggiunto una cengia sulla quale c’erano dei blocchi inquietanti e a questo punto la situazione è diventata vivace come un’immagine reale. Il recupero della corda faceva chiasso come quando in una cava di pietra si lavora duro. Forse ci troviamo finalmente sulla linea giusta.

Uno strapiombo difficile richiedeva parecchia fantasia: presumibilmente Lacedelli ha omesso alcuni passaggi oppure eravamo noi a fare il nostro lavoro in modo così pessimo? Là sopra si trova il grande tetto triangolare che precipita in modo raccapricciante verso il basso, sopra l’orlo strapiombante friabilissimo che deve inevitabilmente essere scalato. Però chi aveva detto strapiombante?

La fantasia trasforma le immagini in esagerazioni plastiche e inebrianti. L’orlo era in realtà moderato, ma sopra, dove inizia la zona dei tetti della rampa, veniva una sfida problematica. “Parecchi chiodi” diceva la vecchia descrizione. Ho cercato un po’ a sinistra e poi a destra e mi sono reso conto che purtroppo questi chiodi non c’erano. Poteva essere che Lacedelli li aveva tolti per sbaglio nel suo zelo esagerato delle 8 ore? Un friend serviva per superare il secondo tetto. Con una staffa e un passo azzardato con gambe divaricate e il problema era risolvibile. “Come era la valutazione di Lacedelli” ho chiesto gridando verso i miei compagni di sicuro già un po’ turbati. “V+ al massimo” era la risposta e io replico: “Allora non siamo in buona forma.”

Il grande triangolo dei tetti
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Dopo i tetti
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Cengia sotto l’ultimo terzo
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Arrivati nella parte superiore della parete la roccia è diventata magnificamente solida e subito talmente compatta che una chiodatura non era possibile. Avremmo dovuto piantare dei chiodi, ma dato che avevamo portato solo 5 chiodi e un martello dovevamo naturalmente risparmiare. Lacedelli aveva omesso questi passaggi, perché anche in questa zona si doveva almeno arrampicare un VI grado a distanze lunghe. La valutazione dei gradi dipendeva sicuramente dalla nostra pessima condizione e le ore passavano a dispetto della dinamica continua nel flusso della salita; non è che stessimo resistendo ad acclimatarci in tutta questa faccenda?

La parte superiore: fessure e diedri
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Passaggi su buona roccia con poche sicurezze
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Sopra gli 800 m
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Vista verso Torre Trieste

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Uno spigolo difficile
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L’orientamento è spesso un po’ difficile
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Finalmente abbiamo raggiunto uno degli ultimi passaggi, un camino giallo che si  restringe e poi si allarga di nuovo. La ciliegina aggiuntiva era il suo bagnato. Nel camino ho dimenticato tutto il vocabolario motorio alpinistico e sono rimasto incastrato come un dado dentro il camino, lottando con le ginocchia e i gomiti, per guadagnare alcuni centimetri. Per Lacedelli era probabilmente solo un V+, perché in quello almeno non si può cadere. A un certo punto siamo riusciti finalmente a superarlo e la cima venne raggiunta dopo un’arrampicata di 10 ore.

L’ultimo camino con strozzatura
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Siamo un po’ anacronistici: per noi la descrizione di Vinci è giusta anche oggi. Lacedelli era forse ispirato da un animo troppo sportivo e moderno e con questo avrebbe quasi tolto a questa via classica il suo spirito misterioso. Nella discesa ci siamo immersi nel banco di nebbia magnifico e misterioso nella montagna, non è soggetta al tempo. Noi rimaniamo fedeli ai vecchi tempi e siamo ancora innamorati di quella via. In complesso la via Vinci è una bella impresa.

Torre Trieste nella nebbia
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Note (NdR)
La prima ascensione della parete nord-ovest del Castello delle Nevère è di Alfonso Vinci, Paolo Riva e Camillo Giumelli (18-19 agosto 1936, con 19 ore di arrampicata effettiva. Usati 32 chiodi di cui 18 lasciati).

La prima ripetizione è stata di Lino Lacedelli, Luigi Ghedina e Siro Menardi (11 settembre 1948, in 8 ore), che degradarono la via a V+.

Protagonisti della seconda ripetizione della via Vinci al Castello delle Nevère sono stati Heinz Grill, Martin Heiss e Barbara Holzer, il 16 agosto 2016.
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“Pinne gialle” trad

Pinne gialle trad
(a dispetto dei fantomatici appigli “scomparsi”)
di Maurizio Manolo Zanolla


Pinne gialle
è una via che ho attrezzato a spit e dall’alto nell’estate del 2014 in Tognazza (Passo Rolle, Dolomiti). Corre a lato del grande diedro centrale, superato dalla via Dell’Antonio-Marcon, un itinerario aperto il 28 agosto 1962 e da me in seguito liberato.

Anche a causa delle pessime condizioni meteo di quell’estate, Pinne gialle mi ha rubato nove giorni per il lavoro di chiodatura e pulizia e sono riuscito a liberarla il 23 settembre del 2014 accompagnato da Eric Girardini. Matteo Mocellin ha documentato la prima salita con una completa sessione fotografica e dopo la salita, come ormai d’abitudine, non avevo espresso nessuna graduazione alla via, lasciando ad altri più bravi l’eventuale compito. Per il racconto vedi: http://www.planetmountain.com/it/notizie/arrampicata/pinne-gialle-nuova-via-per-manolo-in-tognazza.html

Tre immagini della prima ascensione di Manolo su Pinne gialle, 23 settembre 2014. Foto: Matteo Mocellin/Storyteller-Labs
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Quella serie di fessure, come ho già raccontato due anni fa dopo la prima salita della via, era da molto un mio personale sogno “trad” ma probabilmente, il lungo periodo di stop per infortunio mi aveva condizionato talmente tanto che non ne avevo avuto il coraggio, e la paura di schiantarmi in quel diedro minacciosamente vicino mi aveva convinto a mettere gli spit.

Il tempo però l’ha diluita in fretta e già mentre Andrea De Giacometti (che mi aveva accompagnato negli ultimi giorni di pulizia e nel primo tentativo di salita), stava provando a ripeterla gli avevo suggerito di sbrigarsi perché mi era ritornata la voglia di tentarla trad.

Nel frattempo ad agosto del 2015 Riccardo Scarian e Alessandro Zeni la provano con la corda dall’alto.

Dopo quindici giorni gli stessi ritornano con la corda dal basso, trovandola completamente trasformata e tremendamente più difficile, non riuscendo nemmeno ad arrivare in sosta e alle tre di notte mi arriva un messaggio che riporto testualmente: “Oh Mago, ma sai che un coglione (!!!) ti ha smartellato gli appigli su Pinne gialle? Dev’essere stato un talebano di merda! Sarebbe da fargli il culo a gente del genere… Buona notte!”.

Con la corda dall’alto sul tiro chiave di Pinne gialle. La foto è stata pubblicata l’8 settembre 2015 da Alessandro Zeni sul suo profilo facebook, con il seguente commento:Festeggiano i cani sul cadavere dei leoni pensando di aver vinto.. ma i cani rimarranno cani e i leoni rimarranno leoni!! Non toccate mai i vostri idoli, la sottile doratura che li ricopre si attacca facilmente alle vostre dita…“.
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Naturalmente mi preoccupo: ma cosa sarà mai successo su quella via? Così chiedo ad Andrea che la stava provando per favore di salire a controllare. Niente, dopo la perlustrazione mi dice che lassù non manca proprio niente, per lui tutto è assolutamente come prima, a parte la presenza di un isolato moschettone a metà.

Per tutta risposta (il 4 settembre sempre del 2015) gli arriva questo messaggio (che riporto altrettanto testualmente): “Ciao Andrea direttamente dalla regia mi dicono che non è assolutamente cambiato niente su Pinne gialle… Beh che dire! Ti consideravo una persona onesta e con una certa etica. Ma evidentemente mi sbagliavo… sei abbagliato e probabilmente d’accordo con il tizio che si è fottuto il cervello ormai da un bel po’ di tempo! Vorreste farci passare da coglioni a me e Zeni? Sarà difficile!! Una via che fai con un resting a vista con la corda dall’alto! E due settimane dopo, in forma, fai un resting a ogni spit non credo sia a stessa via! Comunque complimenti, siamo come al solito nel patetico! Ma sinceramente a me non me ne frega un cazzo! Ce ne sono di vie da scalare a ‘sto mondo. Bravi ancora una volta, siete proprio i migliori!!! Diglielo pure al tuo amico… Che ora stiamo scalando al Bilico… e preventivamente abbiamo le foto di ogni appiglio e appoggio! Così da non passare proprio da coglioni ogni volta! Buone arrampicate… Ciao Sky.”

Aldilà del linguaggio, tutto questo mi sembra tremendamente strano e il 7 settembre 2015 con Andrea ritorno lassù, mi calo lungo la via ma non vedo nessun cambiamento, tutto è assolutamente come prima. Quel pomeriggio Andrea fa anche un paio di tentativi per chiuderla, ma non ci riesce.

Sono indolenzito e infreddolito il sole è sparito da un bel po’, sono appeso su quella sosta scomoda da due ore ma sono troppo curioso. Mi carico tutto il materiale nello zaino e parto, arrivando in sosta scalando pulito e riconfermando tutto quello che mi era sembrato la prima volta… questa via con la corda dall’alto è puro divertimento. Sono contento, non manca assolutamente un millimetro di pietra e come sempre, non mi fermo nemmeno a rispondere, semplicemente vado avanti per la mia strada.

Andrea De Giacometti
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Andrea De Giacometti durante la prima ripetizione di Pinne gialle, 12 agosto 2016. Foto: Laura Gonzalez Calavia
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Finalmente quest’estate, esattamente il 12 agosto 2016, Andrea riesce nella prima ripetizione. Andrea scrive: “Il nome Pinne gialle deriva da una storia tutt’altro che simpatica, fatta di arrampicatori “snaturati” e di maldicenze su appigli rotti e smussati. Una saga senza fine incominciata tempo fa, purtroppo con l’unico scopo di tralasciare il vero valore dell’arrampicata e della mera bellezza delle vie. Tiri semplicemente unici, dove si riesce a passare oppure, con un grande sforzo di umiltà, è dovere togliersi il cappello e portare a casa un insegnamento di valore ancora più prezioso. A me questa via ha insegnato molto, la reputo la più complessa che abbia salito fin ora e sicuramente la più bella della parete. Una via con carattere, con “un’anima” propria da ricercare e comprendere, sintonia da scoprire con la parete, gioco di emozioni… per riuscire a salirla ci vuol ben altro che un buon allenamento e le dita che stringono”.
Per il racconto, vedi http://www.planetmountain.com/it/notizie/arrampicata/pinne-gialle-prima-ripetizione-in-tognazza-per-andrea-de-giacometti.html.

Ora, posso togliere definitivamente gli spit.
Il primo giorno non riesco a toglierli tutti, quella parete storta mi spacca la schiena rimescolando una verticalità contorta. Ritorno per finire il lavoro e provo anche a posizionare qualche stopper, non ho nessuna esperienza con questo genere di protezioni veloci e in quella strana fessura a tratti appena superficiale mi rendo conto che i friend non entrano un gran che e il materiale che possiedo è troppo grande. Non ne ho mai usati di più piccoli e non so nemmeno quanto tengano (ammesso che riesca a posizionarli), ma se voglio continuare devo comprarli.
Cavolo se costano questi dannati stopper e mi rendo anche conto che non mi bastano. Devo acquistarne altri assieme a qualche micro-friend.
Questa volta li faccio bastare e non ho nessuna intenzione di comprarne ancora.

Manolo e un micronut. Foto: Davide Carrari
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L’idea è anche di fare qualche test per comprendere se tengono davvero e se l’eventuale fuoriuscita di uno di questi nel tratto chiave possa essere devastante, ma poi mi convinco che è meglio non saperne nulla, non voglio essere influenzato, devo alleggerirmi da tutto, dalle chiacchere, dalla paura, dall’immaginazione… nessun timore deve infiltrarsi e mi convinco che sono più che sufficienti.

Bene, adesso devo solo provare la via, quest’estate non ho quasi mai scalato, non sono in condizioni e non voglio rischiare troppo. La via non esige grande forza e nemmeno una grande resistenza ma molta sensibilità. Però affidarsi solo a una buona condizione mentale con quelle protezioni è piuttosto pericoloso.

Giovedì 29 settembre Eric ha mezza giornata di tempo, avrei preferito il pomeriggio visto la calura di questi giorni ma oggi può solo al mattino. Mi cala lungo quelle fessure che ora senza i chiodi mi sembrano ancora più belle, ma impiego molto tempo a posizionare alcuni di quei micro dadi. La gravità mi sputa sempre implacabile verso il diedro continuando a toglierli e arrivo in fondo più storto che mai.

Anche Eric ne ha piene le scatole di rimanere appeso in sosta ma si offre gentilmente di scendere ad assicurami per un tentativo.

Manolo impegnato nella prima trad di Pinne gialle (con protezioni pre-piazzate), tiro chiave. Foto: Davide Carrari
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Preferisco scalare subito dal basso, non abbiamo molto tempo e nessuna ambizione di riuscire, voglio solo capire se riuscirò a rinviare e mettere i friend dove prima dovrò mettere le dita e intanto ripasserò con calma i movimenti della via ma soprattutto… incomincerò ad abituarmi mentalmente a quella scalata. Metto il casco, Eric ride perché non l’ho mai messo; gli chiedo di essere serio, voglio concentrarmi, sono molto preoccupato anche solo per provare a resting.

Ho da subito una buona percezione e mi abbandono con fiducia sui primi spalmi trovandoli molto più facili del previsto riuscendo sempre a rilassarmi e a riposare quasi ovunque, e rapidamente mi avvicino al tratto più pericoloso e difficile.

Eric mi incoraggia ma io non ricordo le sequenze: però traverso deciso e leggero verso il passo più impegnativo ma quando provo a proteggermi mi rendo conto che le protezioni sono posizionate troppo in alto. Non posso fermarmi e nemmeno cadere, se voglio raggiungerle devo proseguire ancora.

Quel diedro è pericolosamente vicino e se solo mi scivolasse un piede mi schianterei contro ma stranamente non m’irrigidisco e m’infilo in una strana dimensione che annulla totalmente tutto quello che mi circonda e avanzo fino a proteggermi su quei piccoli dadi e proseguo fino al riposo, dove non mi fermo nemmeno. Non sono stanco e voglio lasciarmi dietro più parete possibile.

Tognazza, via Pinne gialle
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Superato il tratto più critico avverto improvvisamente il caldo torrido del mezzogiorno che mi secca la gola, ma ho ancora qualche movimento molto strano e insidioso per riuscire. Spreco energie, non mi ricordo il metodo e devo riscendere al riposo. Respiro più profondamente, è l’ultimo ostacolo che mi separa dal mio piccolo sogno e riparto ascoltando solo l’istintività del mio corpo e poco dopo sono in cima a quei 47 metri fantastici!

Ho la gola arsa, ma non sono minimamente acciaiato e tutto mi è sembrato facile… oggi ho arrampicato bene, come ormai mi succede raramente forse perché sono riuscito ad alleggerirmi da tutto e solo adesso mi rendo conto di non aver mai pensato a cadere.

Non ho fatto niente di speciale, ho solo realizzato una parte di un mio piccolo sogno e mi piace averlo fatto a quasi sessant’anni. Ma nuovamente la felicità si smorza… sono salito facilmente, ma allora forse potrei salire mettendomi tutte le protezioni dal basso? Anche quelle più precarie?

Credo di sì, ho imparato molte altre cose ma per ora non sono ancora pronto e lascio il piacere a qualcuno più bravo ed esperto di me. Potrebbe essere un prossimo progetto… ora ho scoperto gli stopper e intanto mi impegnerò a liberare anche gli altri tiri, poi vedremo.

Riflettendo: dal momento che lassù non manca un millimetro di pietra… o sono un extraterrestre e riesco a salire con facilità, senza allenarmi, dove rinomati atleti giovani e preparati ed esperti non riescono, oppure qualcuno ha speso un capitale di colla e ha rincollato tutti gli appigli scomparsi in un modo impeccabile senza lasciare traccia… oppure ancora qualcuno si è inventato una velenosa favola di appigli scomparsi che spero contagi solo gli “arrampicatori da tastiera”.

Alessandro Zeni e Riccardo Sky Scarian
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Le luci del rifugio

Le luci del rifugio
d
i Chiara Baù
(già pubblicato il 10 luglio 2016 su Imperial Bulldog)

Il buio totale! Eccomi prigioniera di una dimensione che mai mi era appartenuta.

Ho trascorso mesi sotto i cieli stellati dei rifugi alpini, intere nottate sotto le stelle in mezzo al mare. Qualsiasi condizione atmosferica ci fosse ho sempre trovato una fonte di luce, una stella, il chiarore della nebbia, o della neve. Mai mi ero accorta di tale fortuna, ormai era come fosse qualcosa di scontato, fino all’altra sera, quando improvvisamente mi sono trovata in balia dell’oscurità totale. Complice di ciò? Un evento molto banale… Ero nella mia stanza da letto, a Milano,verso sera.

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Nell’alzare a mano la tapparella, per prendere aria, si è spezzata la corda oramai usurata… è bastato metterci un po’ più di forza e, proprio come la saracinesca di un negozio si è chiuso tutto. Neanche un piccolo spiraglio di luce. La stanza è diventata all’istante una sorta di scatola nera. Una sensazione stranissima e totalmente innaturale.

Ciò che mi ha salvata da quegli istanti di buio totale e chiusura è stato un qualcosa di altrettanto banale. Quand’ero piccola, già avida e desiderosa di vedere le stelle, avevo trovato un fantastica stratagemma per la mia stanza priva di stelle.

Ebbene sì, avevo comprato delle piccole stelline adesive fatte di un particolare materiale luminescente per cui, durante il giorno si caricavano della luce solare per poi diventare luminose di notte… Non crederete al risultato… Incantevole. Il mio soffitto si trasformava immediatamente in una volta planetaria.

Non trascorrendo più tanto tempo a casa avevo dimenticato questa fantastica soluzione. Dopo i primi attimi di buio ho visto la stanza che pian piano si arricchiva come per magia di piccole stelline e quella sensazione di disagio del buio era sparita. Il sogno di una bambina mi aveva salvato dall’oscurità totale. Non solo!!

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Ho appena visto al cinema il film tratto da “Il libro della giungla “ di Rudyard Kipling, e come dimenticare la bellissima canzone The bare necessity (lo stretto indispensabile)? Un’allegra melodia dove vengono decantate le necessità dell’orso Baloo con Mogly!!!! Eccone un breve estratto del testo:

“Lo stretto indispensabile”
Ti bastan poche briciole / Lo stretto indispensabile / E i tuoi malanni puoi dimenticar / In fondo basta il minimo / Sapessi quanto è facile / Trovar quel po’ che occorre per campar! / Mi piace vagare / Ma ovunque io sia / Mi sento di stare / A casa mia! / Ci son lassù le api / Che il loro miele fan per me / Se sotto un sasso poi guarderò / Ci troverò le formiche / Un po’ io me ne mangerò! / Vicino a te quel che ti occorre puoi trovar / Lo puoi trovar / Ti bastan poche briciole / Lo stretto indispensabile / E i tuoi malanni puoi dimenticar / Ti serve solo il minimo / E poi trovarlo è facile / Quel tanto che ti basta per campar…”.

Mi accorsi che le stelle, quelle fatidiche luci, facevano parte di quel “Minimo indispensabile” che aleggiava sopra di me… e di cui avevo bisogno. Mai come in quell’istante di buio totale nella mia stanza mi erano mancate. Mai ne avevo avvertito così ardentemente la presenza.

Se il mio planetario per i primi anni di vita era una stanza con stelline a stickers, ben presto tutto ciò non mi poteva bastare… feci di tutto per dormire mesi e mesi sotto un vero cielo stellato dove anche nel mio caso la costellazione di riferimento non poteva che essere quella dell’orsa maggiore con la stella polare. Presi così a lavorare nei rifugi alpini, scegliendo quelli ubicati il più in alto possibile. Uno dei più affascinanti è senz’altro il rifugio Re Alberto, sotto le Torri del Vajolet, in Trentino, la cui proprietaria e mia grande amica si chiama Valeria.

Il duro lavoro in un rifugio veniva sempre ricompensato dallo show in prima serata che iniziava al tramonto per poi terminare all’alba.

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Una serie di ombre davano vita all’anima delle montagne, specchiandosi l’una sulla parete dell’altra. La dolomia, una roccia sedimentaria apparentemente insignificante, costituita principalmente dal minerale dolomite, chimicamente un carbonato di doppio calcio e magnesio si tingeva di rosa regalando a noi del rifugio e agli alpinisti uno spettacolo incantevole, un’altra “bare necessity”.

Come poter fare a meno di tutto questo? E in un’epoca come la nostra dove qualsiasi cosa si paga, tutto ciò era gratis.

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Pian piano le ombre si allungavano, lasciando gradualmente avanzare la notte. Luci e ombre giocavano rendendo vivo un ambiente che apparentemente sembrava statico e immobile.

Il biglietto da pagare per tale spettacolo? Tre ore di cammino!!!

E per favore, eliminare il wifi non solo dal telefonino ma dalla testa… collegandosi con ciò che veramente contava in quel momento, dedicando la propria attenzione a quelle luci che misteriosamente ogni sera comparivano apparentemente a pochi metri dalle cime delle montagne, in realtà anni luce. Ricordo che ancora prima di ordinare una birra, sorseggiandola in compagnia delle montagne, molta gente entrava al rifugio e la prima cosa che veniva chiesta era la famigerata “password” del wifi, questa maledetta parola senza la quale sembra che non si vada più da nessuna parte… Dimenticatela e accederete a file ben più ricchi ed entusiasmanti, l’aria libera!

A quella quota non esistono né password, né chiavi delle stanze, spesso l’acqua calda è un optional, spesso addirittura l’acqua non c’è perché capita anche questo nei periodi estivi quando non piove. Tutto è regolato dalla natura e quindi esattamente come su una barca in mezzo al mare bisogna centellinare e risparmiare ogni singola goccia. Mai come lassù si capisce veramente il valore di avere l’acqua!

La sera dopo aver sparecchiato, pulito e rassettato la sala dove gli alpinisti avevano abbondantemente cenato si preparava l’allestimento per le colazioni, ultimo compito del giorno. Quando tutto era debitamente sistemato iniziava lo spettacolo. Finalmente si distoglieva lo sguardo dal libretto delle ordinazioni, tra una minestra di verdure e uno strudel, per essere direzionati verso il cielo dove il menù era assai più vasto, senza nulla togliere alla bellezza e bontà di una polenta coi funghi.

Ma ricordo che le stelle ci rubavano ogni sera almeno venti minuti di totale estraneamento. Ogni sera rimanevamo estasiate perché non ci si abitua mai a tale bellezza.

A 2600 metri, come protetto e custodito dalle Torri del Vajolet, il rifugio Re Alberto è immune dall’inquinamento luminoso e permette di scrutare e ammirare tutte quelle stelle che normalmente in una città si possono vedere solo all’interno di quella cupola meravigliosa che è il planetario.

Così dopo una giornata di lungo lavoro uscivo dal rifugio e mi sentivo un po’ come il piccolo principe nella seguente citazione: “Mi domando”, disse il piccolo principe ”se le stelle brillano perché un giorno ciascuno possa ritrovare la propria” (Piccolo principe: cap. XVII, p. 81).

Tra la Via lattea e le stelle infinite, ogni sera sembrava una sfilata. E che traffico! Tra aerei, luci misteriose, probabili Ufo, satelliti, ci si perdeva in quell’osservazione senza confini.

In tutti i rifugi alpini c’è un’usanza, nonché obbligo, di fare silenzio alle dieci di sera. Molti escursionisti si alzano verso le sei di mattina. Il pericolo dei temporali estivi spinge a iniziare molto presto le escursioni in modo da non incorrere in situazioni veramente pericolose soprattutto a causa dei fulmini.

Così alle dieci di sera si spengono tutte le luci, a parte una, che timidamente dà sempre vita al rifugio. Si tratta di una sorta di piccolo faro, utile agli escursionisti che per un motivo o per l’altro arrivano tardi al rifugio, un punto di riferimento fondamentale nella notte alpina.

Dal tramonto all’alba, oppure in giorni di scarsa visibilità, il gestore del rifugio avrà cura di tenere accesa all’esterno questa luce.

L’ambiente intorno al rifugio sembra inospitale, quasi lunare, motivo per cui le Dolomiti sono denominate “Monti Pallidi”. In realtà ‘e proprio in questo giardino di rocce che si nascondono fiori in grado di sopravvivere alle condizioni più severe e impervie.

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Il re di tutti i fiori presenti tra le rocce è senz’altro il papavero giallo di montagna (Papaver alpinum L. subsp. rhaeticum) che appare come una piccola luce sul ghiaione dato l’intenso colore dei suoi petali. In quota non abbondano gli insetti impollinatori; le piante d’alta montagna si adattano a questa carenza generando fiori particolarmente colorati e quindi visibili con maggiore facilità.

Non è pertanto casuale la vistosità e la grande bellezza cromatica delle corolle floreali delle piante d’altitudine.

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Molti di noi sono estasiati di fronte alla bellezza e all’appariscenza di certe specie, eppure ciò che attrae il nostro occhio è invece fondamentale per la sopravvivenza di molte piante. La vivace colorazione permette in effetti di non sprecare nemmeno un istante nei pochi giorni favorevoli. La stagione estiva in montagna è molto piovosa, occorre quindi sfruttare la presenza degli insetti nei pochi momenti di stabilità atmosferica. Tornando al papavero si tratta di una pianta perenne che presenta fiori gialli singoli con 4 petali settori che formano una corolla tonda. La forza di tale fiore è incredibile se si pensa che deve resistere alle condizioni più estreme della quota e delle radiazioni ultraviolette.

Ma le piante d’alta quota hanno imparato a difendersi e al tempo stesso a sfruttare la radiazione solare. I nocivi raggi ultravioletti sono tanto più penetranti quanto più si sale d’altitudine a causa della rarefazione dell’aria e della carenza d’umidità nei giorni tersi. I fiori hanno imparato a difendersi dalle radiazioni nocive ancora una volta sfruttando colorazioni sgargianti; i pigmenti colorati hanno infatti potere assorbente nei confronti delle radiazioni nocive. Al tempo stesso l’intensa radiazione solare è spesso fondamentale per la riproduzione, permette infatti la produzione di grandi quantità di zuccheri sfruttati dalle piante per generare radici fitte e profonde in grado di garantire un solido ancoraggio e soprattutto un adeguato approvvigionamento d’acqua.

Simile nel fogliame e nel portamento al rosso papavero dei campi, ha però vistosi fiori giallo oro che sbocciano tra luglio e agosto punteggiando di colore soprattutto gli instabili ghiaioni calcarei dove questa specie riesce a insediarsi e prosperare grazie al robusto apparato radicale e alla tolleranza nei confronti di temporanei seppellimenti ad opera del materiale detritico franante verso valle. Notevole è infatti l’estensione delle sue radici, ragione per cui è una pianta che agisce come fissatore nelle zone caratterizzate da detriti mobili.

La presenza di ghiaioni, pietraie e colate detritiche rende assai difficile la presenza di piante per via del continuo rotolamento di pietre o del ruscellamento superficiale delle acque. Le piante rischiano continuamente d’essere sepolte dalle rocce o d’essere trasportate via dal movimento dei detriti. Nonostante ciò alcune specie vegetali definite “glareofite” sono specializzate nel sopravvivere in questi particolari ambienti.

Esistono le cosiddette “glareofite migranti” che si avventurano sui pendii più instabili. L’emissione di getti striscianti in grado di radicare è una garanzia per la pianta: in caso di seppellimento legato allo spostamento dei detriti essa può infatti rigenerarsi a breve distanza (i cosiddetti “occhi dormienti”) dando la sensazione di una migrazione della stessa.

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Altre specie dette “stabilizzatrici” o “glareofite fissanti” come il papavero di montagna presentano un sistema radicale complesso (spesso un robusto rizoma ramificato e flessuoso) in grado di penetrare molto profondamente nel terreno sino ad ancorarsi saldamente al substrato con l’effetto di stabilizzare il pendio vincendo la sollecitazione meccanica determinata dai piccoli ma continui movimenti del pietrame. La pianta è inoltre in grado di ricercare in profondità l’acqua e il nutrimento al contrario assente sulla superficie dei ghiaioni.

E’ affascinante vedere come dei fiori apparentemente fragili abbiano tale forza di vivere e sopravvivere.

Lassù non ci si preoccupa dei crolli della borsa o delle oscillazioni dello spread. L’unico crollo che può destare preoccupazione e interesse è dato dallo sgretolamento di parti di roccia. Di notte spesso sentivo il rumore dei sassi che cadevano. Infatti nelle fessure si infiltra l’acqua e con i cicli di gelo e disgelo si arriva al collasso delle rocce. Ma anche questo fa parte della natura.

Le provviste al rifugio vengono portate inizialmente dall’elicottero, ma sarà poi la teleferica a fare il grosso del lavoro, così quasi ogni giorno, tempo permettendo, da valle viene caricato il pane fresco e tutto l’occorrente per preparare piatti deliziosi per chi riesce ad arrivare al rifugio. E gustare qualcosa di goloso e succulento dopo ore e ore di cammino come dice una nota pubblicità “Non ha prezzo” .

A volte durante le ore di pausa osservavo le persone durante la salita al rifugio quasi incredule nel vedere come le provviste venissero portate su da una sorta di carrucola.

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Ho letto che in alcuni hotel in Giappone le receptionist e molte persone dello staff alberghiero sono state sostituite da robot. Per fortuna questo nei rifugi alpini non succederà mai, perché lassù tutto è un po’ come una volta, si vive di quel calore umano che mai alcuna macchina potrà sostituire. La fatica, la complicità, la comprensione e la tanta pazienza sono gli ingredienti dell’ambiente del rifugio. Ma è soprattutto la semplicità che rende questo ambiente unico nel suo genere.

Quindi se siete nel vero spirito del rifugio non chiedete di fare una doccia, se proprio non vi è indispensabile, a quella quota non serve perché l’aria è talmente pulita che non si sentono gli odori. Non chiedete una stanza singola perché nei rifugi esistono le camerate dove si condivide tutto.

Chiara Baù e Valeria Pallotta
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Perché niente ha senso in un rifugio se non viene condiviso.

Tante ore insieme, una moltitudine di persone, una mole enorme di lavoro, almeno quando c’è bel tempo. A volte si prega che piova per avere un po’ di respiro e leggere qualche libro di fianco alla stufa…

Lo staff si compone, nel caso del rifugio Re Alberto, di un mix di laureate, chi in scienze naturali, chi in lingue… e ogni giorno c’è qualcosa da imparare. Dai fulmini, dai colori delle nuvole che sfrecciano durante i temporali sopra il rifugio, da un soccorso improvviso di persone colpite da un fulmine durante qualche ascensione sulle Torri del Vajolet, vere padrone del rifugio. Si sbucciano le patate e si immergono i piedi nel piccolo laghetto adiacente, e si accolgono al rifugio persone provenienti da tutto il mondo.

La cosa più bella? Sarà banale, ma ricordo che augurare la buonanotte agli escursionisti la sera era un rituale per me significativo ed emozionante.

Tempo di andare a dormire… domani prevedono bel tempo. Tempo di riposare per essere pronti a vedere una nuova alba e soprattutto a scaricare la teleferica e dare pane fresco agli escursionisti. La sera nuove luci al rifugio.

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La vendita dell’aria fresca

Chi si trovasse a spasso per le Dolomiti di Ampezzo, al rifugio Averau troverebbe in vendita a 5 euro l’una delle graziose bottigliette etichettate “Aria delle Dolomiti”.

Uno scherzo? Forse, ma non proprio. Intanto c’è un prezzo. Fosse anche solo un euro, o solo qualche centesimo, un prezzo impone che non ci si approfitti della credulità della gente. Se c’è scritto che è “aria delle Dolomiti” indubbiamente lo è, se è imbottigliata sul posto (con la luna giusta, però…). E quanto alle percentuali descritte sull’etichetta? Sono corrette? Come hanno fatto tecnicamente a miscelare così tante arie di diversa provenienza? Per fortuna c’è quel 2% finale di aria “di follia purissima” che salva la situazione e ti strizza l’occhio.

I souvenir del rifugio Averau. Foto: Alberto De Giuli
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Senza ombra di dubbio, se di scherzo si tratta, chiunque vada alla cassa a comprarne una dovrebbe vedersela consegnare con un sorriso e con la frase “per Lei, Signore, questo è un omaggio, souvenir del nostro rifugio…” e con il condimento di un’altra strizzata d’occhio.

Comunque, attenzione. Perché l’idea non è nuova. Si favoleggia di una mitica “aria del Maloja” o anche di altra “aria delle Dolomiti” in vendita negli autogrill. Mentre siamo del tutto certi della vendita in Cina di aria canadese e di aria delle Blue Mountains australiane.

Il rifugio Averau
VenditaAriaFresca-_C6K6371 © D G Bandion

In Cina comprano aria in bottiglia dal Canada
Se vi capitasse di abitare a Pechino, magari ricerchereste anche voi una boccata d’aria pulita e fresca. Ve ne fareste scorta! Tra i prodotti più ricercati in Cina, insieme a Gucci e Ferrari, c’è l’aria delle Montagne Rocciose: un affare milionario per chi respira smog concentrato.

E’ del 18 dicembre 2015 la notizia che la società canadese Vitality Air era in difficoltà perché non riusciva a soddisfare la richiesta cinese di aria pulita imbottigliata. Moses Lam, fondatore di Vitality Air, ha iniziato questa attività “per scherzo” (rivela) dopo aver letto che il miliardario cinese Chen Guangbiao vendeva aria pulita in lattina a 1 dollaro al barattolo. Lam mise in vendita su eBay, allo stesso prezzo, sacchetti d’aria delle Montagne Rocciose: la risposta fu entusiastica. Il decollo di quest’idea ha fatto diventare i sacchetti vere e proprie bombole da 7,7 litri, 150 respiri garantiti, 59 dollari.

Troppo caro? Da un’indagine risulta che la più forte domanda viene dalle famiglie benestanti che vogliono far respirare aria buona ai figli chiusi in casa, come pure da case di riposo e night club.

Lake Louise, Alberta, Canada. Quest’aria è esportata in bombolette
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In Cina è «allarme rosso» per emergenza inquinamento
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E anche quella delle Blue Mountains australiane
Del 3 maggio 2016 (www.lastampa.it) è la notizia che due imprenditori australiani, John Dickinson e Theo Ruygrok, attraverso un macchinario apposito, catturano l’atmosfera pulita delle Blue Mountains e la rivendono in bottiglia alla Cina.

A detta dei fondatori di Green&Clean, l’aria imbottigliata assume una fragranza diversa a seconda dell’ambiente da cui viene estratta: eucalipto per quella montana (Blue Mountains) o sentore di salsedine per quella della costa (Bondi Beach e vento di Tasmania).

Ogni bottiglia è dotata d’inalatore e costa 18 dollari e 80 centesimi, circa 12 euro al cambio attuale. Ogni confezione contiene l’equivalente di 130 respiri a pieni polmoni: quindi, facendo un rapido calcolo, si tratta di quasi 15 centesimi a respiro.

Secondo uno studio dell’Università della California ogni anno un milione e seicentomila persone muoiono in Cina per malattie e complicazioni respiratorie e cardiovascolari, indotte dall’esposizione ad alti tassi di particelle inquinanti. I guai dell’inquinamento per la Cina derivano da una domanda energetica soddisfatta per lo più da centrali a carbone e da un’intensa politica industriale che, se da un lato contribuisce all’espansione della classe media, dall’altro fa sì che un vigile urbano di Pechino viva in media 43 anni (Marina Freri)”.

Aria in bottiglia, in diversi package e fragranze. Foto: Vitalityair
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L’aria delle Dolomiti è incontaminata, lo dice la scienza
Del resto anche la cosiddetta “scienza” non scherza. E’ del 10 marzo 2015 la notizia che la qualità dell’aria delle Dolomiti sia come quella del Polo Nord o della Groenlandia: purissima e incontaminata. Questo giudizio viene dagli scienziati del Consiglio Nazionale delle Ricerche e dell’Università Ca’ Foscari. Gli esperti hanno esaminato la composizione chimica dell’atmosfera a cominciare dall’estate del 2011, basandosi sui dati raccolti dalla stazione di rilevamento sul Col Margherita (Passo San Pellegrino). Qui è stato installato un sito fisso della rete GMOS (Global Mercury Observation System, http://www.gmos.eu), prima rete mondiale di monitoraggio del mercurio, che si avvale di decine di siti di campionamento per quantificare in tempo reale la presenza di questo contaminante in atmosfera.

Il progetto coinvolge 23 istituti di ricerca internazionali, e il ruolo della stazione del Col Margherita in questa rete mondiale di monitoraggio è quello di studiare i livelli di base di questo elemento in un sito alpino d’alta quota. I dati sperimentali, registrati dagli scienziati di CNR e Ca’ Foscari ad una risoluzione temporale di 5 minuti per 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno, sono inviati in tempo reale ai centri di ricerca. Qui vengono elaborati e resi immediatamente disponibili al pubblico attraverso varie piattaforme web”.

Senza mettere in dubbio la serietà di queste affermazioni (ma francamente appare poco credibile che l’aria attorno al Passo San Pellegrino, con il turismo pluristagionale che vi si concentra, sia simile a quella di una deserta e glaciale Groenlandia), ci preme riportare però la frase di chiusura del comunicato stampa, quella che recita “Oltre al pubblico, anche la politica può beneficiare di queste rilevazioni, che diventano strumenti operativi per indirizzare le future politiche ambientali riguardanti le misure di contenimento e mitigazione delle emissioni inquinanti”. Come dire: chi parla di inquinamento nelle Dolomiti stia zitto, perché le rilevazioni scientifiche danno ragione alle politiche di certe amministrazioni, a questo punto non “dissennate” bensì “oculate e lungimiranti”.

Stazione di rilevamento sul Col Margherita (Catena di Cima Bocche, Passo San Pellegrino)
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Tra roccia e autostop

Tra roccia e autostop
(dal mio diario, fine estate 1963)

27 agosto 1963. Mia nonna parte e la mamma l’accompagna fino a Bolzano. Rimango da solo a Zester di Soraga di Fassa, così verso le 12.30 mi piazzo all’uscita del paese su un paracarro bianco e nero e faccio autostop.

Dopo una media attesa, due rover di Mantova mi prendono sulla loro Fiat 500. A Pozza però devo scendere. Ma qui mi prendono due giovani tedeschi che mi portano direttamente all’albergo Maria Flora del Passo Sella.

La via dei Camini alla Prima Torre di Sella
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Mi dirigo immediatamente alle Torri. Salgo sulla Locomotiva, uno scoglio ai piedi delle Torri del Sella, poi prendo un sentierino. Oltrepassata una specie di galleria di roccia, seguendo la via normale della Prima Torre, mi ritrovo alla base di quella che credo essere la via dei Camini. Senza essere del tutto convinto di aver trovato l’itinerario giusto, mi ritrovo all’intaglio tra la Prima e la Seconda Torre, così salgo sulla Prima per la traccia. Tornando indietro vedo altra linea di camini salire alla Seconda Torre. Arrivo su una cresta e dopo un bel po’ di cavalcata sono in cima anche alla Seconda. Seguo ora la via normale di salita, una specie di sentierino intervallato da pezzi rocciosi, persuadendomi che di certo non ho fatto la via dei Camini. Arrivato alla base chiedo a due tizi se sanno dov’è la via che cerco: e quelli me la indicano con sicurezza.

Parto in tromba e vado all’attacco. Ma subito c’è un camino che non riesco a fare. Tento e ritento ma senza successo. Ho paura. Scendo e trovo modo di aggirarlo, sì da raggiungerne in breve la sommità. Per altri facili caminetti arrivo ben presto a quello spiraglio formato dalla massa rocciosa della torre e da un pilastro staccato.

Sopra di me c’è una cordata, per poco un sasso non mi becca in testa. Guardando lo spiraglio non capisco per dove occorra passare, in effetti ci sono tanti camini, e mi sembrano tutti difficili. Così vado ad aggirare il pilastro a sinistra. Poco prima avevo visto la corda tesa tra la sommità del pilastro e la montagna: “vuol dire che sono passati dal pilastro”, mi dico. E così m’avvio. Vedo un camino, inclinato, che risalgo interamente. E’ abbastanza esposto, ma mi permette di arrivare in cima al pilastro. Ora finalmente riesco ad avere una visuale più larga. Mi avvicino al punto in cui dovrei saltare dall’altra parte. Sarà un metro e ottanta. Dopo un po’ mi decido e salto, con un vuoto sotto di me stomachevole. Una volta dall’altra parte, faccio presto ad arrivare sulla selletta tra la Prima e la Seconda Torre.

Qui c’è gente. C’è un ragazzo che faceva parte della cordata che mi precedeva: questo si è fermato perché aveva freddo. Intanto una guida di Santa Cristina e un altro ragazzo stanno andando alla via Gluck, dove sta già salendo un’altra cordata.

Ci sono quei due cui avevo chiesto informazioni sulla via dei Camini. Hanno un soprassalto: come posso essere lì se prima ero laggiù? Gli dico di essere salito per la via dei Camini e loro ci rimangono di stucco, perché credevano che io volessi solo guardarla. Detto questo li saluto e comincio a scendere.

Arrivato in fondo, non essendo soddisfatto, vado ancora all’attacco della via, e questa volta, rinfrancato, riesco a salire direttamente il primo camino che avevo aggirato. Sceso per la variante di prima, torno definitivamente al Passo Sella. Da lì, grazie a una fortunata serie di trasporti, arrivo a Soraga verso le 18.30. Saprò solo in seguito, leggendo la guida, di aver seguito una variante nei pressi della sommità del pilastro.

Il primo camino della via dei Camini alla Prima Torre di Sella in una foto recente
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Eccitato dalla bella esperienza autostoppistica, due giorni dopo eccomi ancora in strada. Un tizio mi porta fino a Canazei. Lì devo aspettare parecchio, nessuno mi prende. Fino a che ripassa lo stesso tale di prima e mi riprende ancora. Ormai il ghiaccio è rotto, così mi dice che vuole salire la via ferrata delle Mésules. Io, che non ho progetti precisi, gli dico che l’avevo già fatta l’anno precedente e che sarei contento di andare con lui.

Giunti al Passo Sella, stupidamente lascio la cartina nella sua auto. Ci facciamo tutta la via ferrata nella nebbia, ma alla fine siamo in vetta al Piz Selva.

Quel tale m’insegna a non riporre nello zaino il contenitore del succo di frutta vuoto. Quando sembra che non ce ne sia più, in realtà se si ha pazienza si può ancora bere un mezzo sorso…

Scendiamo ora per i ghiaioni e finiamo in una specie di stretta valletta che ci porta in val Lasties. Sono già le 16.50. Mentre quello si riposa, io scalo due o tre massi nei dintorni. Poi ripartiamo, puntando a Pian Schiavaneis. Il tempo intanto corre.

Quello non mi può portare a Canazei perché diretto a Santa Cristina in val Gardena. Ma c’è la questione della cartina lasciata in macchina, così anch’io salgo a piedi con lui verso Passo Sella. Alle 18.30 siamo ancora sui tornanti sotto al Piz Ciavazes, e saliamo, saliamo.

Penso che ormai nessuno mi prenderà più in macchina, data l’ora e il buio incipiente. Alle 19 siamo all’auto, mi riprendo la cartina e riparto. Me la faccio a piedi fin quasi a Pian Schiavaneis. E’ buio, e sto pensando che dovrò farmi la bellezza di 23 km a piedi… Mi lascio prendere dalla concitazione, corro e corro giù per il bosco, inciampando ogni tanto nel buio pesto (allora non c’era l’ora legale, NdR). A un tornante sento arrivare una macchina, faccio segno e ho fortuna. Mi portano a Canazei, ringrazio e mi avvio. Spero di tutto cuore di avere ancora fortuna, altrimenti sono 15 i km che devo fare. Quindici km li faccio in due ore e mezza, senza ammazzarmi nella corsa. Sono quasi le 19.30. Dunque arriverò a casa alle 22. Chissà mia madre! Sola in casa! Chissà cosa sta pensando…

Ma ancora una volta sono fortunato, con un passaggio diretto riesco a entrare in casa poco dopo le 20.00.

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Oggi, 31 agosto 1963, voglio salire la cresta sud del Catinaccio, un itinerario che la guida del Tanesini dà di III grado (o di II+ per una variante). Si tratta della via aperta il 31 luglio 1887 da Johann Santner e Gottfried Merzbacher (itinerario 299 IIa).

Come al solito sono da solo e senza corda. Ma ho con me un chiodo e dei cordini. Dal Passo di Costalunga salgo in seggiovia al rifugio Paolina e da lì al rifugio Fronza alle Coronelle. Salgo il ripido canalone per il passo Santner, poi lascio il sentiero e salgo direttamente alla Forcella Sud del Catinaccio (I+). Comincio a salire per dove dice la guida e, dopo pochi metri, non capisco dove dovrei attraversare a destra. Provo a casaccio, non trovo camini alti 15 metri, insomma comincio a intendere che o le guide non sempre hanno buone descrizioni oppure io non sono capace di capire cosa dicono.

Sopra di me incombe una grande parete rocciosa e non so che cosa fare. Infine salgo ancora e poi, girando un po’ verso destra, trovo una via d’uscita (che però non è il camino da me cercato). Comunque mi trovo in cresta e ciò è bene.

A salire una specie di fessura ho avuto difficoltà: se per caso dovessi scendere per di qua, non so come potrebbe andare a finire. Faccio un ometto di sassi per ricordarmi dove devo scendere, poi continuo a salire. Le difficoltà si susseguono: sotto di me, a destra e sinistra, c’è il vuoto, finché dopo un po’ non arrivo sotto a un blocco.

Questo è certo il punto più difficile, da come si esprime la guida. Tutto ora corrisponde: la roccia gialla, l’esposizione.

Tento, trovo un chiodo, mi ci attacco. Potrei benissimo salire, ma mi sorge il dubbio, chissà perché, d’essere fuori strada. Infatti la relazione dice che un po’ sotto a questa paretina ci deve essere un passaggio a sinistra che permette di evitare questa difficoltà. Ma io a sinistra vedo solo un burrone sterminato…

E’ chiaro che o sono fuori strada o la parete non è ancora quella. Se infatti il passo chiave fosse dopo? E se non mi riuscisse di salire? Come farei a riscendere questo passaggio?

In un attimo decido di tornare. Passo passo, con prudenza, arrivo all’ometto da me costruito. Da qui, con una lentezza ossessiva, ebbro di vertigine e di vuoto ma sempre padrone delle mie azioni, arrivo in fondo. Ci avrò messo venti minuti per scendere dieci metri. La giornata prosegue senza storia, scendo al rifugio Coronelle e da lì direttamente alla provinciale del Passo Nigra. A piedi fino al Passo di Costalunga e da lì in corriera fino a casa. Non sono deluso, penso solo alla rivincita.

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Tornato a Genova, il 4 settembre 1963 parto con Marco Ghiglione da piazza De Ferrari approfittando della linea di corriere Lazzi. Arriviamo a Vesima, tra Genova-Voltri e Arenzano. Lì Marco conosce tutti, è il suo luogo di vacanza estiva, con una cabina permanente, come fosse a casa sua. Poco lontano, a qualche centinaio di metri, è lo scoglio dell’Agugia, un ardito pinnacolo emergente dalla scogliera per una decina di metri. Siamo qui per salirlo.

L’Agugia di Vesima prima del 1969
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Già dal 1860 esiste una statua della Madonna poggiata in cima allo scoglio di Vesima: sicuramente sistemata grazie a una scala. Pare che lo scoglio della Madonna dell’Agugia indicasse nei periodi invernali il punto di riferimento per le cae dei gianchetti o per posizionare le reti da posta per catturare le seppie.
Nel corso degli anni più volte la statua andò distrutta e più volte venne ricostruita. L’ultima volta risale al 15 aprile 1951.

(La statua rimase lì fino al 24 novembre 1969, quando nel corso di una violenta mareggiata, fu abbattuta assieme alla parte significativa dello scoglio, fino a essere poi ricollocata solo nel 2006, ma ovviamente non più sull’acuminata guglia (crollata), bensì negli immediati paraggi, NdR)

Il tempo è brutto e minaccia forte. Legato alla corda, Marco mediante una cengia ascensionale sale un buon tratto. Da lì io l’assicuro con un chiodo mentre lui sale in vetta. Ora piove, e forte anche.

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Scendiamo precipitosamente, cerco di togliere il chiodo, non ci riesco. Mettiamo in salvo gli abiti che avevamo lasciato lì sugli scogli, ma troppo tardi. Ormai sono bagnati, anche se non fradici. Ci rifugiamo sotto uno scoglio. Quando smette un poco, visto che intanto sono bagnato, salgo ancora sotto la pioggia per togliere il chiodo. Ma non ci riesco e per non infradiciarmi totalmente scendo.

Aspettiamo ancora, ma non smette di piovere. Per fortuna ho un maglione asciutto, lo avevo lasciato nello zaino. Decidiamo di andare allo stabilimento balneare, altrimenti ci becchiamo una polmonite, visto il freddo che fa.

In un piccolo istante in cui piove meno partiamo precipitosamente, a torso nudo. Abbiamo messo gli abiti negli zaini, così magari non s’infradiciano.

Dopo una corsa affannosa, carichi di ferraglia e annaffiati dagli schizzi laterali delle auto sull’Aurelia, entriamo nello stabilimento.

Lì per fortuna un amico di Marco mi dà una maglietta e una canotta asciutte. Marco resta lì a dormire e io prendo il primo Lazzi che passa. L’ingorgo di questa sera è più intricato del solito, così arrivo a casa solo alle 20.35! Ne ho raccontate di frottole per giustificare i miei vestiti fradici! Mi avranno creduto? Meglio non parlarne.

Resti del vecchio scoglio e nuova collocazione della Statua alla Madonna di Vesima
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Sulle orme di Angelo Dibona

Sulle orme di Angelo Dibona
di Salvatore Bragantini

Dopo tanto tempo, nei primi anni 2000 ho ritrovato con piacere un compagno della mia gioventù crodaiola, Alessandro Gogna; l’avevo perso di vista negli anni ’60, quando lui aveva preso la strada del grande alpinismo, e poi visto ogni tanto a Milano o in giro per l’Italia. Quando, dopo esserci ritrovati, abbiamo già fatto qualche via assieme, lui dichiara un forte interesse per la Dibona al Croz dell’Altissimo e io, che non avevo ancora ripetuto una via del grandissimo cortinese, accetto volentieri la proposta. A 60 anni, mi rendo conto dell’impegno fisico di una via così lunga, ma mi sento bene e in forma. Fra l’altro, finora il Croz l’ho intravisto, laggiù in basso, solo da qualche parete del Brenta, quindi mi fa piacere andare in un posto nuovo che da sempre mi incuriosisce, e mettere le mani su quella grande parete.

Siamo nell’agosto del 2003, al culmine di una lunga siccità: la cosa ci piace, perché così potremo trovare asciutto il famoso passaggio del “masso squarciato”, solitamente bagnato. Un vantaggio non da poco! E il lunghissimo periodo di alta pressione fa sì che, almeno a mia memoria, non abbiamo nemmeno guardato le previsioni meteo…

Salvatore Bragantini sul tiro chiave della via Dibona al Croz dell’Altissimo, 22 agosto 2003
Salvatore Bragantini sul tiro chiave della via Dibona al Croz dell'Altissimo, Dolomiti di Brenta. 22.08.2003

Dopo esserci incontrati a Molveno, prima di cena siamo al rifugio dell’Altissimo, dove mangiamo e beviamo abbondantemente, che è già una bella preparazione; ormai da alcuni anni, infatti, mi pesa arrivare al rifugio in tarda serata, quando il rifugista ha già chiuso la cucina e, in procinto di andarsene a letto, ti guarda giustamente un po’ storto. Così dormiamo già beatamente, quando un fragoroso temporale ci sveglia di botto: fra tuoni e fulmini, l’acqua scroscia violenta. Bene, penso, domani avremo il gradito privilegio di trovare il masso squarciato bello fradicio, come tutti!

Al mattino ci avviamo verso la parete sotto un bel cielo azzurro; una volta giunti sotto, comincia la ricerca del punto esatto in cui attaccare. Lo scrupolo, direi filologico, di Alessandro si propone infatti di ripercorrere esattamente la via di Dibona. Ne deriva un lungo vagabondare fra cenge fittamente coperte di mughi, prima verso destra, poi indietro verso sinistra; tanto lungo che per superare la cortina di mughi ci avremo messo due ore. Le metto a profitto sfregandomi un ago di mugo in un occhio, che mi farà male per tutta la salita; non contento, dovendo passare da una cengia di mughi a un’altra sovrastante, e volendo evitare l’ennesimo periplo mughesco, decido di “forzare” un passaggio difficile su roccia provandoci alla “O la va o la spacca”. Piazzato un bel rinvio su un robusto mugo, mi butto, e… la spacca, nel senso che salto, restando appeso al rinvio, ma l’attrito dei mughi è tale che Alessandro nemmeno se ne accorge! Così omaggiata la filologia e la figura dibonesca, proseguiamo fino a riuscire finalmente a mettere la mani sulla roccia vera.

Ora siamo sul fondo del diedro e arriviamo rapidamente al masso squarciato, subito sotto il quale Alessandro fa sosta. Quindi il tiro tocca a me, ma stavolta né lui insiste per farlo né, in tal caso, io mi opporrei più che tanto. Siamo entrambi cambiati, abbiamo quasi quarant’anni più di quando, nel 1965, sulla Vinatzer al Ciavazes dibattemmo su chi doveva condurre sul tiro più duro della via. Alessandro, poi, è tanto cambiato che in verità è raro trovare un alpinista che, con il suo curriculum, non lo fa pesare.

Questo però mi è venuto in mente solo dopo; adesso mi trovo qui sotto il masso squarciato, fradicio come da copione. Lo scruto alla ricerca del modo migliore per salirlo; a differenza del grande Angelo, io ho una serie di indizi, giacché a segnare la via giusta ci sono, sia pur scuri e corrosi dal tempo e dall’umidità perenne, i chiodi: non è sicuro che il grande cortinese davvero sia passato senza chiodare, e per qualcuno ne avrebbe usati un paio, infilando uno spezzone di corda nell’occhiello del chiodo, a mo’ di moschettone. Come che sia, ora i chiodi sono più numerosi e io ne seguo la linea, però con fatica. Lo scrupolo di Alessandro mi contagia, e per un po’ provo a passare in libera ma, non avendo la stoffa del vero filologo, alla fine mi rassegno a “tirare” qualcosa.

In quell’antro stretto, buio e scivoloso, ci si muove davvero male; ad un tratto mi trovo con la testa bloccata, dentro il casco, in una piccola cavità della grotta. Non c’è niente da fare, non riesco più a muoverla; se non mi fossi slacciato, e tolto, il casco, sarei ancora lì. Solo facendolo, posso muovere la testa sfilandola dal casco, torcere questo e staccarlo dalla roccia; ritrovata così la libertà di movimento, riesco a guadagnare faticosamente l’uscita dall’antro e infine la sosta. Assicuro quindi Alessandro che, da buon filologo, vuole assolutamente fare il tiro clean; il che gli riesce, ma ci vuole il suo tempo. Quando emerge dall’antro, ambedue conveniamo facilmente che questo tiro, fatto in libera e anche asciutto, è ben sopra il V°. Che il VI° grado sia cominciato qui non lo so affermare, ma che questo sia VI° e abbondante, mi azzardo a sostenerlo.

Sopra il masso squarciato la via tira a destra su una serie di cenge oblique per poi risalire la dorsale del grande costone a destra della “variante” di Bruno Detassis (in realtà una vera via) e a sinistra dello scorbutico diedro Armani. Le difficoltà sono contenute ma la parete è ampia e lunga. Scegliamo le linee di minor resistenza sul grande costone, e qui è facile essere filologi, perché è improbabile che Angelo Dibona si sia andato a cercare un passaggio diverso: continuiamo a seguire le sue orme. Difatti ogni tanto qualche raro chiodo occhieggia dalle fessure; via via le difficoltà scemano, tranne qualche passaggio di impegno, e quando alfine sbuchiamo sui prati del pianoro sommitale, il sole è già quasi oltre l’orizzonte del Campanile Basso.

Panorama controluce dal Croz dell’Altissimo, sera del 22 agosto 2003
Panorama controluce dal Croz dell'Altissimo, Dolomiti di Brenta

Mentre corriamo verso il rifugio per battere l’oscurità, mi domando se Angelo Dibona, quando aprì questa via, presentiva in qualche modo la catastrofe europea imminente, che dopo quattro anni si sarebbe per sempre portata via il suo mondo e tutta quella vecchia “Europa felix”.

Certo non avrà scritto sul suo taccuino un VI° grado che allora non era codificato. Altrettanto certo è che il grande cortinese deve averci messo più o meno lo stesso nostro tempo, visto che passò da questa parete il 16 agosto del 1910, senza bivacco, assieme alla guida fassana Luigi Rizzi, di Campitello, e ai fratelli viennesi Guido e Max Mayer. A noi ci rallentava lo spirito filologico, ma lui la via la doveva progettare e poi aprire! Non c’era bisogno di altre prove, ma comunque va detto: giù il cappello!

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Delirio Giallo

Delirio Giallo alla Torre Prosser, per non dimenticare
di Walter Polidori
(la Torre Prosser è chiamata dai ladini Cestün)

Una via importante, per non dimenticare un sorriso contagioso, il sorriso di un ragazzo che ti faceva sentire bene, ma che nascondeva un’inquietudine che io non avevo riconosciuto.

La parete nord-ovest della Torre Prosser
DelirioGiallo--01 Torre Prosser

Ho arrampicato solo una volta con Richard Prosser, l’ho conosciuto poco, ma ho apprezzato il suo modo di fare scanzonato e giocoso.
Così, quando Richard ci ha lasciato, ho pensato di dedicare a lui il nome di quella temibile e bellissima torre che volevo tentare di salire.

Vedere qui per la relazione e qui per le note.

DelirioGiallo--02 tracciato via Delirio Giallo

L’ho vista così tante volte, e altrettante volte ho ripiegato su obiettivi che temevo meno. Ma quel mare di onde pietrificate sopra cui sporge enorme e strapiombante una prua di pietra, beh, nei miei pensieri è sempre stato presente.

Si tratta di una torre ben visibile dai sentieri, anche molto battuti, ma la vicinanza del prestigioso Sasso della Croce probabilmente ha fatto sì di renderla poco interessante… misteri degli alpinisti. E poi la parte più difficile è palesemente gialla, con tutte le incognite legate alla qualità della roccia.

La quinta lunghezza
DelirioGiallo--05 tiro 3

Così nel 2014 con due amici (Mattia Guzzetti e Filippo Forti) vado convinto ma spaventato verso quel monumento della natura, così insignificante visto da lontano, perso nella grande parete del Sasso delle Dieci, ma così prepotentemente bello e sempre più repulsivo man mano che ci si avvicina.

La prima parte della via si svolge su buona roccia grigia, ricca di appigli, una sorta di zoccolo che sorregge la parte superiore strapiombante. Segue poi una lunghezza su roccia friabile (il Camino arancione) e si arriva ai “gialli”.

La quinta lunghezza
DelirioGiallo--07 tiro 5

La direttiva della via sta nella parte laterale sinistra degli strapiombi. Una logica e temibile spaccatura incide tutta la volta strapiombante e porta a una parte superiore meno aggettante. I gialli iniziano con un bellissimo diedro con una fessurina da friend e tettini da aggirare, nella più genuina tradizione dolomitica. Si arriva così alla porzione di parete decisamente più strapiombante, enorme. In un primo tentativo abbiamo traversato tutta una fessura orizzontale per arrivare alla grande spaccatura, ma questa fessura è veramente molto friabile. In seguito il percorso seguito è stato più diretto per una paretina gialla. La spaccatura che segue, una via di mezzo tra un camino e un grande fessura, da seguire a “esse “, è molto impegnativa. Qualche chiodo iniziale e poi si prosegue con friend di tutte le misure, fino al mitico 6. L’arrampicata è un misto tra la libera difficile e l’artificiale su friend, a volte precari.

La sesta lunghezza
DelirioGiallo--08 tiro 6

Non sembra possibile passare di lì, eppure siamo passati. Mattia è stato un grande qui.

Incredibile il contrasto tra il mondo solare degli alpeggi perfetti che sta alle spalle, e l’ambiente affascinante ma opprimente di questa parete. Un contrasto che riflette anche il mio essere, sempre in lotta tra l’avventura e la vita facile, ma prevale sempre l’avventura.

Il successivo tiro non è meno difficile, tanto che alla prima visita della parete non lo abbiamo salito, ci siamo accontentati del risultato raggiunto e abbiamo attrezzato una serie di calate dirette che portano nel canale che affianca la torre. La prima doppia è tanto bella quanto impressionante: quasi 60 m nel vuoto, per toccare roccia solo al suo termine.

Il camino arancione
DelirioGiallo--09 camino arancione

Così più avanti torniamo in due (Mattia ed io) a fare visita alla parete; i tiri conosciuti non risultano molto più facili. Tocca a me forzare il nuovo tiro alla base del quale ci eravamo fermati. Si tratta di una fessura strapiombante che va in obliquo verso sinistra. La roccia non è delle migliori, ma con qualche chiodo precario riesco a procedere con le staffe e poi con un po’ meno di difficoltà ad avanzare fino ad arrivare a delle belle placche nere. Sono in pace con me stesso, qui la roccia è poco chiodabile ma posso piantare a mano un paio di fix per organizzare la sosta e il bivacco, visto che l’oscurità precoce di ottobre sta arrivando. Invece mi prende di colpo il panico, non trovo il perforatore manuale e capisco di averlo perso nella lotta che ho sostenuto nella fessura. Il mondo mi cade addosso. Senza perforatore di emergenza non ce la sentiamo di procedere su questa via, sarebbe imprudente. L’andamento obliquo non permette di tornare in doppia ed eventuali doppie di emergenza da attrezzare potrebbero richiedere l’uso di fix.

Il diedro giallo
DelirioGiallo--11 diedro giallo

Così, imprecando contro la mia scarsa attenzione, cerco di attrezzare una sosta a chiodi. Passano quasi trenta minuti, cercando si sfruttare lo sfruttabile, e alla fine pianto malamente tre chiodi e li unisco per una doppia, che risulterà molto impegnativa, tanto è strapiombante e obliqua. E’ buio, e questo mi aiuta a non vedere il vuoto sotto di me. Un valligiano su una forestale chiama per sapere se va tutto bene… ha visto pendolare la luce della mia frontale e chissà cosa ha pensato. “Tutto bene!”, ma la via è saltata, ormai bisognerà aspettare il prossimo anno.

Certo che un progetto del genere non ti lascia pace. E’ entrato prepotentemente a far parte dei miei desideri più forti, ma anche delle mie paure più profonde e nascoste.

Mattia Guzzetti pronto per lo strapiombo
DelirioGiallo--12 armato per lo strapiombo

Il 2015 mi vede all’opera a tentare di proseguire l’opera, prima con Tommy (Tommaso Lamantia) e poi con Tommy e il Camuno (Ivan Moscardi) ma mi rendo conto che non sono abbastanza forte, o forse incosciente, per ripassare alcuni tiri con assenza di protezioni. Così piantiamo qualche fix, giusto per non farci troppo male in caso di caduta nella zona dei gialli. Anche l’ultimo tiro affrontato l’anno prima ci vede aggiungere dei fix, dopo una mia caduta per due chiodi usciti. Insomma, ancora una volta orecchie basse. Poi la stanchezza, il freddo e la paura prendono il sopravvento e di nuovo scendiamo.

Una grande scuola di vita la montagna.

E’ così che passa un altro anno. Ripeto tante vie, ne apro due nella valle di Gressoney, ma i miei pensieri cadono sempre sulla Torre Prosser.

Siamo di nuovo in tre, il numero perfetto per aprire una via: io, Mattia e Tommy.

La prima doppia di emergenza dalla Sosta 8
DelirioGiallo--15 prima doppia di emergenza da sosta 8

E’ luglio, abbiamo un sacco di ore di luce e siamo motivati. Bivacchiamo nei prati sotto la parete, un paradiso tutto per noi, non ci sono escursionisti a vista d’occhio.

Così alle prime luci del mattino stiamo già arrampicando, forti della conoscenza dei tiri, ma consci delle difficoltà che ci attendono.

Arriviamo alla solita sosta dove ci siamo calati più volte. Il tiro della fessura obliqua è mio; sono anche l’unico che lo ha già fatto, arrivando alla sosta superiore.

Con i fix nei primi metri salgo più sereno, vista la difficoltà di mettere chiodi decenti. Il tiro parte subito molto strapiombante, ma pian piano procedo, salendo spesso in artificiale su friend, di cui un buon numero precari.

Arrivo di nuovo al muro nero, so che qui la roccia è molto salda e procedo per diversi metri senza possibilità di proteggermi, ma mi sento tranquillo. Una grande pace mi pervade. Sistemo subito la sosta, rendendola più sicura. Questo si dimostrerà il tiro chiave della via. Ora è la volta di Mattia, che va in esplorazione sul tiro successivo. Terreno ignoto ora, non è più strapiombante ma si rivela comunque d’impegno, soprattutto per la parte iniziale gialla con roccia delicata. Già, questa roccia… partendo da secondo con Tommy un sasso mi cade proprio sulla bocca, rompendomi dei denti. Proprio ora che ero alle stelle. Una forte tristezza e soprattutto una grande rabbia mi abbattono, ma bisogna continuare.

La partenza per la fessura obliqua
DelirioGiallo--16 partenza fessura obliqua

Segue un altro tiro impegnativo che però ci fa evitare gli strapiombi e siamo fuori dalle difficoltà! Ora c’è una facile crestina che ci porta sulla cima, piatta e enorme, un grande balcone sulla Val Badia.

Sopra di noi, molto più in alto, la cima del Sasso delle Dieci. Troviamo un ometto sulla cima, probabilmente di qualcuno salito dal canale laterale o dalla via presente sulla spalla; quello che importa è che la via diretta alla Torre l’abbiamo inventata noi, su una parete vergine.

E’ presto, tutto il materiale da bivacco alla fine non è servito; meglio così.

Ci prendiamo tutto il tempo per gustare questo posto da favola, che poche persone hanno calcato. Nonostante il problema ai denti non posso non gustarmi questa vittoria e condividerla con i miei compagni di cordata.

Tommaso Lamantia, Mattia Guzzetti e Walter Polidori in vetta alla Torre Prosser
DelirioGiallo--21 Vetta

Siamo stati grandi, un progetto del genere non è comune. Se ci penso non riesco nemmeno a capire come possa aver concepito di salire dove siamo passati. La passione che supera la ragione.

Ora bisogna inventarsi la discesa. Lasciamo perdere il canale detritico, che non conosciamo e potrebbe opporci dei problemi di orientamento. Così decidiamo di attrezzare una serie di calate lineari sulla spalla di destra, che ci portano alla base con sei doppie.

Ci allontaniamo dalla torre, ma continuo a voltarmi a guardare questo miracolo pietrificato. Una torre che per noi ha il valore delle paure e delle emozioni vissute per scalarla. Una salita inutile, per questo così bella, lontani dalla folla, soli con la montagna. Una torre come tante altre, ma per noi la più bella.

Grazie a tutti i soci con cui ho vissuto le esperienze sulla Torre Prosser; non so se riuscirò ad aprire qualcosa di più impegnativo ed estetico di Delirio Giallo.

Ciao Richard. Quando arrivi in cima continua a salire…

Un po’ di storia
In tutto il gruppo le vie più famose sono quelle del settore meridionale, sul Sass dla Crusc (Sasso della Croce). Sulle due montagne del settore settentrionale invece, le poche vie presenti sono praticamente sconosciute.
La cronologia delle ascensioni è stata la seguente:

Sass da les Nü (Sasso delle Nove) 2968 m
– Cresta est-sud-est, cacciatori locali ignoti, è l’attuale via normale, attrezzata anche con cavi;
– Cresta nord-est, dal Sasso delle Dieci, O. Erlacher e A. Huber, agosto 1912;
– Parete nord-ovest, Helmut Kiene, G. Harm, H. Leitgeb, R. Melchiori e P.Knapp, 30 agosto 1931. Sale per gradoni a raggiungere un vallone. Poi continua su una fascia rocciosa per cenge e paretine. Difficoltà massima IV grado;
– Lastroni sud-est, P. Bottaro con guida E. Kastlunger, 18 novembre 1948. Sale per placconate cercando i punti deboli e cenge, difficoltà massima IV+;
– Lastroni sud-est, D. Riello e N. Fratelli, 7 settembre 1962, itinerario simile al precedente, difficoltà max. IV grado;
– Parete sud, Via delle placche, Günther Messner e Reinhold Messner, estate 1965. Salita più “moderna” che affronta le placche lisce, intorno al IV+;
– Parete sud, Via Direttissima, Günther Messner, Reinhold Messner e H. Lottersberger, 25 agosto 1968. Sempre su placche lisce, punta direttamente alla vetta, con difficoltà max. V+;
– Parete sud, via Heidi, Günther Messner, Reinhold Messner e H. Hahn, 18 settembre 1968, IV grado.

Sass da les Diisc (Sasso delle Dieci) 3026 m
– Cresta sud-ovest, A. Posselt Czorich e F. Gerstäcker con le guide A. Ploner e J. Miribung, 20 luglio 1887, è l’attuale via normale, con qualche passo di II grado, attrezzata anche con cavi;
– Cresta nord-est, H. Attensamer con la guida J. Kastlunger, 1 agosto 1904, in discesa. E’ la cresta che prosegue verso il Sasso delle Nove e scende dall’intaglio con questo, verso sud;
– Parete sud-est, J. Fezzi e F. Zimmeter, 1909. Si tratta di una breve salita di IV grado sul versante Lavarella;
– Parete nord-ovest, J. Silbermann, Landsteiner e R. Schietzold con la guida I. Kostner, poco prima del 1913. Attacca molto a destra rispetto alla verticale della vetta, verso il Monte Cavallo, e sale cercando i punti deboli nella grande parete, a zig-zag per cenge e canali. Difficoltà II grado;
– Parete est e Spigolo nord, Marino dall’Oglio con la guida F. Mazzetta, 30 agosto 1952, attacca circa 100 m a destra della verticale della vetta, per fessure, pareti e caminetti, zone ghiaiose e infine per spigolone. Difficoltà massima IV grado. Questa è probabilmente la prima salita dove gli alpinisti sono passati nei pressi della cima della Torre Prosser;
– Pilastro di Spescia, parete nord-ovest, via Sogno Infinito, Walter Polidori e Simone Rossin, conclusa il 4 e 5 agosto 2012, la mia prima via in apertura, su una bella struttura con una sua cima;
– Spalla di dx della Torre Prosser, via Per Franco, Nicola Tondini, Piergiorgio Lovati, agosto 2013, sale la parete di dx della Torre, parallelamente al percorso del 1952;
– Torre Prosser, parete nord-ovest, via Delirio Giallo, Walter Polidori, Mattia Guzzetti, Tommaso Lamantia (Filippo Forti e Ivan Moscardi in altri due tentativi), terminata il 9 luglio 2016. La prima salita diretta della torre, per la sua parete più bella.

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Passi chiusi nelle Dolomiti?

Sulle pagine del quotidiano Alto Adige si è recentemente riaperta la questione dell’eccessivo traffico in stagione estiva sui valichi dolomitici, con conseguente inquinamento sonoro e dell’aria.
Reinhold Messner è intervenuto nella discussione e ha identificato come soluzione ideale quella della chiusura dei passi per 5-6 ore al giorno alle auto e alle moto. Chi non può spostarsi a piedi o in bici potrà utilizzare gli impianti o, in caso di chiusura di questi, dei bus-navetta, che verranno predisposti.

La “cittadella” del Passo Pordoi
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Passi chiusi nelle Dolomiti?
di Antonella Mattioli
(intervista pubblicata su Alto Adige il 7 luglio 2016)

«Bisogna chiudere i passi dolomitici almeno 5-6 ore al giorno». Dopo Luca Mercalli, noto volto televisivo ma soprattutto uno dei massimi climatologi ed esperti di meteorologia a livello internazionale, oggi è Reinhold Messner, il primo uomo al mondo ad aver scalato i 14 Ottomila, ad entrare nel dibattito, aperto dall’Alto Adige, sull’utilizzo delle strade che salgono ai passi all’ombra delle Dolomiti, montagne famose in tutto il mondo da sempre e diventate attrazione mondiale da quando sono patrimonio dell’Unesco: non c’è tour operator che non inserisca il giro dei passi nel programma.

Reinhold Messner
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Macchine, pullman gran turismo, e poi moto e bici: in estate su quelle strade è il caos. Tradotto significa un rumore spacca timpani che arriva fin sulle cime e inquinamento. Ad ogni estate, ormai da anni, si discute di possibili soluzioni: c’è chi spinge per l’introduzione di un ticket che valorizzerebbe i passi – perché solo ciò che si paga ha un valore – ma non ridurrebbe il caos, anzi molto probabilmente lo aumenterebbe; e chi invece preme per la chiusura, in certe ore del giorno, sull’esempio di quanto si fa in occasione della Maratona dles Dolomites e ancora prima con il Bike day dove si chiudono i passi Campolongo, Pordoi, Sella, Gardena; tra le iniziative analoghe, quella dell’ultima domenica di giugno con la chiusura del passo delle Erbe, o a fine agosto per lo Stelvio.

Maratona dles Dolomites
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«È vero che se ne parla da anni – ammette Messner – ma adesso è arrivato il momento di fare. Per me la soluzione ideale è chiudere i passi a macchine e moto in una determinata fascia oraria: un’idea potrebbe essere dalle 10 di mattina alle prime ore del pomeriggio. Questo consentirebbe a chi vuole comunque salire in macchina o in moto di farlo ma fino a una determinata ora, poi stop ai motori e largo a chi va in bici o a piedi. Ad eccezione ovviamente di chi gestisce i rifugi e delle guide».

Bello, ma non tutti possono permettersi di andare a piedi o in bici.
«Chi non può farlo, ci andrà con gli impianti. Scusi, all’Alpe di Siusi non funziona così? E quando non ci sono gli impianti, si metterà un bus-navetta. Un servizio simile funziona anche al mio Castel Juval. Va benissimo e nessuno si lamenta. Anzi, serve a valorizzare un luogo. A far sì che le persone si chiedano dove vanno e perché quel determinato posto è off limits, in certe fasce orarie, per i motori. Solo se andiamo a piedi o in bici, ovvero con un ritmo lento, possiamo veramente apprezzare ciò che ci circonda. Altrimenti è tutta una corsa, al termine della quale non ci rimane niente. Per non parlare del rumore: vai nel gruppo del Sella e senti il rumore delle moto che affrontano i tornanti del passo. Un incubo per chi s’illudeva di immergersi nel silenzio delle montagne».

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Molti ristoratori e operatori turistici però sono contrari: non vogliono neppur sentir parlare di chiusura dei passi, è già un problema far loro accettare due giorni all’anno.
«Sbagliano. Ma siccome so che ci sono queste resistenze, l’iniziativa deve partire dalle Province di Bolzano, Trento e Belluno».

I ristoratori temono di veder ridotti i loro affari, perché chi arriva in moto o in auto spende in genere di più di chi arriva in bici o a piedi.
«Non è così. Il turismo in bicicletta è un turismo di qualità. Perché se è vero che sui passi ci si va in bicicletta, nelle vallate limitrofe ci si arriva con la macchina. Si dorme negli alberghi, si fanno acquisti nei negozi. La dimostrazione che quello che dico è vero è il successo enorme che riscuote ogni anno la Maratona dles Dolomites. Ci sono migliaia di appassionati che arrivano da ogni parte del mondo e prima di scalare i passi si fermano negli alberghi».

L’assessore Richard Theiner sta pensando all’introduzione di un pedaggio sul passo dello Stelvio: lei cosa ne pensa?
«In quel caso il pedaggio potrebbe anche starci perché l’ipotesi allo studio è quella di creare una sorta di percorso museale lungo i tornanti che portano al passo. Il ticket però – lo dimostrano le iniziative promosse in altre parti del mondo – non serve a ridurre traffico e inquinamento. Le cose a pagamento diventano automaticamente interessanti e quindi – costi quel che costi – si vuole andarci».

Considerazioni
Ovviamente questa soluzione non è nuova: è da anni che se ne parla, come dell’ipotesi di predisporre un ticket per l’accesso, ottenendo però sempre la contrarietà di operatori turistici e ristoratori, che temono di vedere i propri introiti ridotti.
Ma vediamo quali possono essere i precedenti e le iniziative similari.

Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, e l’ex premier Romano Prodi oggi al Mapei Day del 2012
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Lo Stelvio, per quel che riguarda la chiusura al traffico, detta la linea. Il più alto dei passi italiani e tempio del ciclismo mondiale vede i suoi tornanti riservati alle bici e vietati ad auto e moto due volte l’anno: una è per la Giornata della bicicletta che quest’anno si celebra il 27 agosto. I numeri sono impressionanti: nel 2015 furono 12.100 i ciclisti che raggiunsero i 2.758 metri del passo. In 2.550 da Bormio e in 9.550 da Trafoi. L’altra giornata è quella del Mapei day, idea dell’ex presidente di Confindustria Giorgio Squinzi – anche «numero uno» del Sassuolo Calcio e della squadra ciclistica che spadroneggiò in Europa per tutti gli anni Novanta – concretizzata dall’Unione Sportiva Bormiese. Il 10 luglio 2016 i 27 tornanti verso lo Stelvio sono stati chiusi e percorsi da oltre 3 mila ciclisti e podisti ai quali era riservata la strada. Erano in programma infatti cronoscalata e passeggiata per le bici e una corsa in salita per i runner. Iscritti da tutto il mondo, rientro in navetta dalle 14, con una mobilitazione da D-Day. E sempre da quell’ora traffico poi riaperto per chi lo Stelvio aveva voglia di vederlo salendoci in macchina o in moto.

La Valtellina ha puntato molto sul cicloturismo, una scelta obbligata dopo il calo di presenze segnato negli anni Ottanta e Novanta. Senza un perché esatto, i turisti sembravano preferire altre località: Dolomiti, Val d’Aosta. «Come ne siamo usciti? Semplicemente volgendo lo sguardo verso l’alto – ricorda Wilma Sosio, proprietaria dell’hotel Genzianella a Bormio – verso le vette dello Stelvio e del Gavia. I templi del ciclismo». Ecco perché quasi tutti gli hotel da queste parti si sono riconvertiti all’insegna del bike-friendly: garage riservati alle bici, rastrelliere, meccanici H-24, persino docce e lavanderie, merchandising con maglie nuove e vintage, quelle di Coppi, Bartali e Gimondi. Senza contare i tour guidati, promossi dagli enti turistici in ogni modo, sul web e persino con «inviati speciali» – albergatori e ristoratori – che periodicamente vanno all’estero, magari autotassandosi, a magnificare la Valtellina, dai pizzoccheri alle salite del Mortirolo e le vittorie di Pantani.

A tutto ciò si è aggiunta la proposta delle bici a pedalata assistita, sia d’estate che d’inverno.

Un indotto totale che si è sviluppato sempre più: e ora da aprile a settembre i gruppi degli appassionati del pedale sono sempre di più, in arrivo da tutto il mondo, soprattutto inglesi e australiani che, grazie alle vittorie al Tour di Wiggins, Froome ed Evans, hanno riscoperto la bicicletta. Ma sono tantissimi i belgi, gli americani e i tedeschi.

Sella Ronda Bike Day
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I valichi dolomitici restano chiusi al traffico a motore due volte l’anno: in occasione del Sellaronda Bike Day (giunto all’undicesima edizione con circa 20.000 partecipanti, chiusura dei passi del Sella, Gardena, Pordoi e Campolongo, anello circolare di 58 km), e della Maratona dles Dolomites. Quest’ultima contempla nel suo percorso il superamento di 7 passi: Passo Campolongo, Passo Pordoi passando per il Sellaronda con il Passo Sella e il Passo Gardena, il doppio superamento dei Passi Falzarego, Giau e Valparola.

Alla prima maratona (1987) parteciparono 166 ciclisti. Da alcuni anni è stato inserito il numero chiuso di 8.500 partecipanti, numero di molto inferiore alle oltre 20.000 richieste di ogni anno.
In Italia c’è già un passo che vede il transito «contingentato» per regolare il flusso dei turisti. E’ il Passo del Rombo, 2509 metri di altezza, al confine tra Italia e Austria: mette in comunicazione la Val Passiria in Alto Adige e la Ötztal in Tirolo. Per salire al passo si paga: tariffe dai 16 ai 28 euro a seconda del veicolo, auto, moto, pullman o van. Per le bici non c’è pedaggio.

Richard Theiner
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Ancora lo Stelvio potrebbe introdurre una novità clamorosa. Che però riguarderebbe auto e moto, ma anche le bici. L’ingresso sarebbe a pagamento già dal 2017: l’idea dell’assessore della provincia di Bolzano Richard Theiner – più di un progetto e assai concreta – è quella di valorizzare le strada verso il passo arricchendola con infrastrutture attraenti per famiglie e ciclisti. Insomma: un gigantesco museo a cielo aperto e il ticket – ancora da definire il prezzo – sarebbe l’equivalente del biglietto. Una proposta inserita in un riordino delle competenze amministrative sul parco. Ricordiamo che a gennaio 2016 è arrivata la ratifica del presidente della Repubblica Mattarella e il 23 febbraio la norma di attuazione sul riassetto del parco nazionale dello Stelvio è entrata in vigore.

Sul Galibier, tra i Col Réservés
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Vars, Izoard, Galibier… In Francia da svariati anni, nella regione dell’Hautes Alpes (che comprende parte della Provenza, delle Alpi Marittime e della Savoia) si punta molto sull’iniziativa dei «Col Réservés». Ovvero la chiusura cadenzata del transito di auto e moto dei passi del Tour, quelli del mito: si è iniziato timidamente, con sole quattro giornate tra luglio e giugno. Ma via via le adesioni dei Comuni, che vedono sempre più cicloturisti, si sono moltiplicate. E ora qui, a un tiro di schioppo dal Piemonte, sono addirittura 16, scaglionate tra luglio e agosto, le giornate riservate alle bici. Ci sono tutti i passi, grandi e piccoli: compreso il Colle dell’Agnello al confine italo-francese. Ma ovviamente si sale, al riparo dal traffico veicolare, solo dal versante transalpino… Alcuni valichi, come il Vars, addirittura propongono lo stop ad auto e moto due volte in pochi giorni. Ma in Francia il numero complessivo di queste giornate «riservate» s’ingrossa sempre più: dalla Costa Azzurra all’Iseran non c’è località che non pensi ai ciclisti. Chiude spesso lo spettacolare «l’anello dei tre passi» – Col d’Allos, des Champs e la Cayolle – che nel 1975, durante il transito del Tour, vide l’epocale sconfitta di Eddy Merckx e la fine dell’era del Cannibale. E sulla Loira le strade di campagna che costeggiano il fiume e i castelli vengono transennate per consentire una «festa della bici» alla quale partecipano migliaia di persone.

Sul Großglockner, in Austria, altra meraviglia alpina: qui c’è la Hochalpenstrasse, che scavalca gli Alti Tauri, con i suoi 48 km e 36 tornanti. Per percorrerla, pagano tutti: automobilisti, motociclisti e ciclisti. Questi ultimi a partire dal 2011, quando venne introdotta la novità: 5 euro a testa. La ragione? Ogni giorno i cicloturisti sono tanti, tantissimi. Sempre di più: creano problemi come tutti gli altri visitatori motorizzati. Cadute, guasti meccanici, magari liti con quelli su auto e moto. Servono soccorsi, personale della protezione civile. Morale: per pedalare devono versare un pedaggio. Come tutti.

Il Giro d’Italia 2011 al Großglockner. Foto: AP
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