Posted on Lascia un commento

Val di Fassa, su e giù

Val di Fassa, su e giù
(dal mio diario, novembre 1961)

Appena arrivato a Soraga di Fassa mi vedo con l’amico Paolo Baldi: mi dice che forse farà il corso di roccia a Pozza di Fassa. So che gli istruttori sono qualificate guide del CAI, e certo sarebbe una gran bella cosa parteciparvi.

Gli dico che io ho ottenuto il permesso di andare da solo a fare gite, lui mi dà del matto. Ci diciamo i nostri programmi. Per prima cosa, io voglio andare al Passo Santner dal rifugio Coronelle. Lui dice che ci sono difficoltà fino al secondo grado, cosa che io ben sapevo, indi mi dà ancora del matto.

ValDiFassaSuGiu-schroffenegger

14 luglio 1961.  Dalla frazione di Zester 1264 m, dove abito, scendo a Soraga per comprare qualcosa da mangiare. Poi ritorno a casa e proseguo per Malga Palua, un sentiero da me ormai percorso “ad nauseam” per via della ricerca funghi. Ma questa volta salgo più volentieri, visto il programma che ho. Dopo 25 minuti sono al praticello della malga, dove a un certo punto sprofondo fino alla caviglia nell’acquitrino. Per il sentiero 571 raggiungo il 520 proveniente da Moena, poi il Passo di Costalunga. Seguo ora la traccia per il rifugio Coronelle, passando in obliquo sotto alla seggiovia del rifugio Paolina e raggiungendo quindi, tra grandi massi, il sentiero che unisce il Paolina al rifugio Coronelle. Supero un mucchio di gitanti, poi uno si stacca dalla sua compagnia e mi segue. Io non voglio farmi raggiungere, ma a neppure 50 metri dal rifugio sono costretto a fermarmi perché non ne posso più, mentre quello mi sorpassa in tromba. Vedo però che anche lui stava per mollare, rimpiango di essermi fermato. Già che ci sono faccio uno spuntino, poi raggiungo il rifugio. Sulla terrazza, seduto su una sedia, è il ragazzo di prima, rosso congestionato, come del resto dovrei essere anch’io. Gli passo davanti e comincio a salire il caminone mentre quello mi guarda attonito. Mi brucia d’essermi fatto incastagnare da quel pivello, ma mi consolo con la lunga lista delle mie attenuanti: venivo con uno zaino pesante sulle spalle da Soraga a piedi, mentre quello, scarico, aveva preso qualche mezzo e la seggiovia.

Il canalone non presenta sorprese, presto mi ritrovo al bivio Passo Santner-Passo Coronelle. Traverso in leggera discesa il cengione fino a che non trovo una famigliola tedesca pranzare proprio alla base della prima salita. Il tempo non è affatto buono, ho paura di chissà quali difficoltà, perciò non mi pare vero di non essere da solo. Aspetto a distanza che finiscano, poi quando partoni mi metto in moto anche io.

Mi fanno alcune domande, cui rispondo cortesemente. Facciamo assieme le prime difficoltà. Intanto riprendo coraggio e, stufatomi della loro lentezza, li saluto e continuo da solo. Supero una scala fissa, per me anche un po’ inutile, poi dopo alcuni saliscendi, eccomi nella gola degli Aghi di Schroffenegger. Scendo fino in fondo per quindici metri e riprendo a salire. Qui c’è una cordata di una ventina di ragazzi che, abbarbicati ai cordoni metallici, vanno avanti al ritmo di un metro all’ora. Dopo un salto di neve, mi tocca sorpassarli tutti, fino a un ripiano dove il loro capo sta sbraitando. Con l’aiuto di un ultimo piolo di ferro supero una paretina e mi trovo sul Passo Santner, dove neppure mi fermo ma scendo veloce sul ghiaione fino al rifugio Re Alberto I, poi ancora direttamente nel Gartl verso il rifugio Vajolet. Qui ho un piccolo incidente, una scivolata su neve senza importanza ma disonorevole. Mi fermo conficcando le unghie nella neve. Meno male che nessuno mi ha visto, altrimenti avrei dovuto subire i rimproveri. Una buona lezione, per capire che anche io posso scivolare…
Passato il rifugio Gardeccia, raggiungo il Ciampedie, scendo a piedi a Vigo di Fassa e poi ancora a piedi fino a Soraga e Zester. Non sono ancora passate sei ore dalla mia partenza.

ValDiFassaSuGiu-0001

Ora alterno gite con esercitazioni sulle frane argillose che sovrastano Zester. Con Paolo Baldi “apriamo” perfino delle vie, tipo la via della Mela, la Diretta, ecc.

Il 16 luglio salgo ancora il Piz Boè a piedi da Canazei. In cima, salgo sul braccio della croce, così il mio record sale a 3152,50 metri.

Anche per il Catinaccio d’Antermoia sono costretto a partire da solo. Giunto al Ciampedie, questa volta con la seggiovia, proseguo per il Passo Principe con molta afa. C’è un sentiero un po’ attrezzato che supera la parete ovest della montagna (in seguito è stato attrezzato a ferrata, NdR) tramite una grande cengia ascendente. Arrivo in cima assieme ad altra gente, poi alle 12 mi ritrovo alla capanna Passo Principe, dove mi compro una birra monumentale.

La parete ovest del Catinaccio d’Antermoia
ValDiFassa-iti_11501_1187716571

Il rifugio Antermoia
ValDiFassaSuGiu-antermoia

Dato che con Paolo Baldi avevamo istituito tutta una serie di record, bruciavo dalla voglia di batterlo su tutto, perciò prediligevo gite in cui ci fosse qualcosa da arraffare (numero di rifugi visti, passi, cime). Il 21 luglio vado al Passo delle Scalette, nei Dirupi di Larsec. Nebbia e vento. A fatica, nella scarsa visibilità, raggiungo il Passo di Lausa. Anche da lì non vedo nulla. Dopo una discesa alla cieca, pallido e piuttosto stravolto entro nel rifugio Antermoia. Mi guardano come una bestia rara, mentre mi faccio servire minestra e succo di lampone. Poi, in cinque minuti, vado al Passo di Dona (o del Mantello). Qui il cielo schiarisce. Guardo indietro verso il Catinaccio d’Antermoia, salito cinque giorni fa e verso le altre bellissime torri di questa chiostra rocciosa. Resto in forse se salire sul Mantello (facile e poco faticoso sulla destra del passo) ma poi decido per il no, perdendo l’occasione di una cima a buon mercato. Filo giù verso la val di Dona, devio per il Passo Duron che salgo per poi tornare indietro. Proseguo fino ai primi casolari della Val di Dona, poi giro a destra per la Val di Udai, davvero suggestiva. Ci sono due cascate fantastiche, alte circa 200 metri! Una valle magnifica e solitaria, che mi porta fino a Mazzin. Sono le 14: troppo presto! Dunque scelgo di fare a piedi gli 8 km che mi separano da casa.

ValDiFassaSuGiu-0002

Il 24 luglio 1961: per lo stradone polveroso, da Pozza di Fassa con la mamma andiamo alla Cappella del Crocefisso, all’inizio della val San Nicolò. Da lì al rifugio Taramelli, in un vallone assai simile a quello del rifugio Contrin. Dal rifugio mi dirigo da solo verso le Pale di Carpella, ma poi rinuncio per stare assieme a un gruppo di geologi che cercano minerali. Torno indietro con le tasche piene di pietre e minerali che conservo ancora adesso.

Il rifugio Taramelli e la Punta della Vallaccia
ValdiFassaSuGiu-19466855

La gita del Mulaz fu terribile per mia madre, fino all’ultimo sono stato indeciso se portarla là o da un’altra parte. E’ il 28 luglio, partiamo con la corriera delle 7.41 e arriviamo al Passo Rolle. Poco dopo le 10 partiamo per la Baita Segantini, non sapevo che ci fosse una seggiovia. Per risparmiare tempo e fatica ci precipitiamo a comprare i biglietti. Ci appaiono in tutta la loro maestosità le Pale di San Martino, dal Cimon della Palla alla Cima del Focobon e, oltre, la cima del Mulaz. Lo indico alla mamma. Dopo aver comprato la cartolina della Baita Segantini, in cinque minuti arrivo al Passo Costazza (piccola deviazione), poi scendiamo in val Travignolo. Siccome scendiamo per i prati senza seguire la strada, alla fine la mamma ha già le gambe rotte. Prendiamo senza esitazione il sentiero 710 e c’incamminiamo a passo di lumaca su per il ghiaione. L’andatura lenta è quella che permette alla mamma di seguirmi, così riusciamo ad arrivare quasi al Passo Mulaz. Volendo fare più in fretta, tagliamo per delle facili roccette. Non l’avessi mai deciso! Mi tocca spingerla con tutte le mie forze, mentre le si afflosciano le gambe. Raggiunge il Passo Mulaz in uno stato di semi-incoscienza. Per fortuna il rifugio Mulaz è poco sotto. Mentre mangiamo, a poco a poco si riprende. Le chiedo se può seguirmi alla cima e, avuta risposta negativa, le chiedo di trovarsi alle 14.30 al Passo Mulaz. In cima ci arrivo ancora con la maledetta nebbia, quindi a rotta di collo scendo al Passo Mulaz. In una schiarita vedo mia madre che si è incamminata verso la Forcella Margherita, dunque verso il rifugio Rosetta! La richiamo indietro e saliamo verso il passo giusto assieme a tre suore in borghese che si occupano del recupero di giovani sbandate e che sono in vacanza a Bellamonte all’osteria Zaluna. Facciamo il ritorno assieme, giù per il ghiaione. Il poter chiacchierare con qualcuno ha fatto bene a mia mamma, che ora sembra molto più agile e attiva. In fondo però ci separiamo, perché loro proseguono per la val Travignolo, noi invece dobbiamo ancora risalire nella nebbia e con le ossa umide alla Baita Segantini. Chiudiamo in bellezza, senza prendere la seggiovia, visto che abbiamo tempo per la corriera, che si rivelerà un luogo di canti e strilli paramontanari fino a Predazzo. Imparo Era una notte che pioveva.

ValDiFassaSuGiu-0003

Due giorni dopo, il 30, con la mamma e la nonna andiamo al Passo di Costalunga in corriera. E’ pomeriggio, e voglio raggiungere il Passo Nigra, 10 km. Sono le 15 e devo essere di ritorno alle 18.15. Superato continuamente dalle auto, cammino a lungo sul noioso stradone. Quelli in macchina, a vedermi, ridono perché vedono una specie di Tartarin di Tarascona, abbigliato da alta montagna, che cammina invasato. Dopo il rifugio Duca di Pistoia la strada non è più asfaltata perciò, come non bastasse, mi mangio anche un sacco di polvere. A 2 km dal Passo Nigra, una macchina di tedeschi si ferma e mi chiede se vanno bene per il passo. Rispondo di sì, ma gli chiedo anche un passaggio. Sono marito e moglie, molto cordiali: parliamo in inglese.
Al passo, ci salutiamo. Panorama in basso non ce n’è, perché tutto è sommerso dai boschi, ma in alto il Catinaccio è uno spettacolo.
La marcia del ritorno è una sofferenza, un continuo guardare l’orologio. Ho addosso berretto di lana, jeans, scarponi, occhiali neri, maglione e giacca a vento. Il tocco finale è dato dal bastone. Da una macchina uno si sporge e mi urla: “Ohé, c’è bufera al passo?”. E giù a ridere… Ho un attacco di bile, ma quelli sgommano via. Al Passo di Costalunga arrivo in tempo, non così stanco da continuare a piedi per Tamion e Zester con la mamma.

Sguardo dal Passo Coronelle verso la val d’Ega
ValDiFassaSuGiu-3901706018_1107c3ccdb

Il 3 agosto 1961 vado da solo a San Giovanni a piedi, poi con la corriera fino a Carezza e seggiovia fino al rifugio Paolina. Nella marcia che segue per il rifugio Coronelle, memore dello smacco della volta precedente, semplicemente sbaraglio quelli che mi oppongono resistenza. Al rifugio mi concedo una pastasciutta.
Non è faticosa la salita al Passo delle Coronelle, un intaglio nella roccia come tanti altri ma facilmente percorribile. Scendo verso il rifugio Vajolet, ma poi devio per il Passo delle Cigolade, senza molta fatica e forse un po’ di noia. Dopo aver ingurgitato un po’ di frutta, scendo al rifugio Roda di Vaèl. Dopo aver salito ancora il Ciampac, guido due vecchie signore fino al Ciampedie, perché mi avevano chiesto la strada. Ovviamente devo ridurre di parecchio la velocità, poi però mi consolo buttandomi giù di corsa su Vigo di Fassa. Passando sotto la seggiovia, in quel momento senza passeggeri, vedo una giacca a vento evidentemente caduta a qualcuno.
Non mi passa neppure per la testa di restituirla alla partenza della seggiovia, questo è bottino di guerra: in tasca ci sono un pettine e ben 60 lire…

L’8 agosto vado con mio padre a fare il giro del Sassolungo, salendo per la prima volta in telecabina alla Forcella Sassolungo. Un giro bellissimo, passando per il rifugio Comici. Salgo tutti monticiattoli provvisti di nome che vedo: salgo anche sul Piz de Sella. Da lì scendo per qualche roccetta sulla Sella di Ciadinat; da lì ancora per prati fino all’arrivo della telecabina del Ciampinoi per vedere se c’è un rifugio. Rimango deluso, perché non c’è. Torno quindi indietro, temendo che mio padre cominci a impensierirsi. Andiamo quindi al Passo Sella per un sentiero tra grandi massi.

ValDiFassaSuGiu-0004

Al ritorno vengo a sapere che Paolo Baldi ha rimandato il corso di roccia all’anno prossimo…

L’11 agosto, con Paolo Baldi e Franco Fantini, facciamo una gara di marcia non prevista da Penia a Soraga: essendo amichevole, arriviamo tutti assieme…

Il 13 agosto è la volta del Vial del Pan, con tutta la famiglia. Io mi prendo il lusso di fare un po’ di cime laterali, tipo il Col del Cuc, la Cresta del Larice e il Sass Capel. Giunti al Fedaia, mio padre mi vieta di salire alla Porta Vescovo (volevo salire le cime del Forfes e del Belvedere).

L’ultima gita di quest’anno con papà e mamma è quella ai Laghi di Colbricon. Nel bosco di Paneveggio troviamo dei funghi monumentali. Ne trova perfino la mamma, che dichiara di essere “orba” nella ricerca funghi, e anche io, che in realtà guardo più la cartina che il sottobosco.

Posted on Lascia un commento

Federica Mingolla, prima donna in libera sul Pesce

Federica Mingolla realizza la prima femminile in libera (e in giornata) della via Attraverso il Pesce sulla parete sud della Marmolada. E con ciò entra a pieno titolo nella storia dell’alpinismo.

FedericaMingolla-800px-federica-mingolla-foto-p_Bagnara-OpenCircle

La 21enne rock climber torinese ha realizzato l’impresa nella giornata di domenica 17 luglio, scalando da capo-cordata e in libera (prima rotpunkt femminile) i 900 metri di parete verticale che sovrastano la Val Ombretta. Prima donna in assoluto a riuscire nell’impresa.

Partita alle ore 5.22 di domenica mattina 17 luglio 2016 dalla base della parete, Federica è stata accompagnata durante la scalata da Roberto Conti, l’alpinista bresciano di 27 anni che le ha fatto da secondo di cordata. L’uscita dalla via è avvenuta alle ore 23.49, dopo 18 ore e 27 minuti di scalata.

L’itinerario è stato aperto nel lontano 1981, dal 2 al 4 agosto e in 35 ore di arrampicata, dai due alpinisti cecoslovacchi Igor Koller (di Bratislava) e il 17enne Indrich Šustr. Heinz Mariacher aveva già tentato di salire quelle immani placche della Marmolada d’Ombretta, tra la via dell’Ideale e la Conforto, ma non aveva voluto ricorrere all’artificiale. I cecoslovacchi non ebbero questi problemi e passarono con 25 chiodi + 40 di sosta. Usarono anche nut, hexentric e friend, con un totale di 15 chiodi in artificiale + gli skyhook. Quella di Šustr capocordata è ancora oggi considerata una delle massime performance di tutti i tempi.
Fu l’impresa dell’anno senza alcun dubbio e ancora oggi il VII+ obbligatorio, gli innumerevoli tiri di VII e l’uso del cliff-hanger spaventano anche i migliori.

La battezzarono Weg durch den Fisch (via Attraverso il Pesce) anche se tutti la chiamano il Pesce. Salirono direttamente le grandi placche della parete meridionale della Marmolada d’Ombretta, rimanendo sempre un po’ a sinistra della verticale di una caratteristica nicchia a forma di pesce, che poi raggiunsero con passi rocamboleschi. Presto divenne una via famosa in tutto il mondo, con difficoltà molto elevate e continue nel tratto di parete attorno alla nicchia dove c’è il famoso passaggio del diedro svasato (di VIII+) e con altri passi in placche con piccoli fori che si mantengono sempre attorno all’VIII UIAA con un passo di IX- poco dopo la nicchia. I primi salitori ovviamente evitarono con l’aiuto dei cliff-hanger il superamento in libera dei passi più difficili. Lo sviluppo è di 1280 m, con difficoltà di VI e VII continue per 250 m e passi in A2-A3 sui cliff o di VIII+ (7b).

Federica Mingolla e Roberto Conti sulla via Attraverso il Pesce, Marmolada. Foto: Mirko Sotgiu, OpenCircle
FedericaMingolla-800px-Fish_Mingolla-1-Ph.-Mirko-Sotgiu_OpenCircle-fonte-press-mingolla

Federica Mingolla ha appena raggiunto la grande nicchia a forma di pesce, via “Attraverso il Pesce”, Marmolada. Foto: Klaus Dell’Orto/OpenCircle
FedericaMingolla-800px-Fish_Mingolla-Ph.-Kluas-DellOrto_OpenCircle-3-fonte-press-mingolla

Con questi numeri è ovvio che si tratta di un’arrampicata libera estrema. Fino a ora nessuna donna aveva tentato l’ascensione in libera, senza l’uso di artificiale, nonché da capocordata. Federica: “Ho conosciuto Roberto sabato, quando l’ho caricato in macchina per salire. Un amico me lo aveva consigliato in quanto bravo e simpatico. Nemmeno lui aveva mai salito la parete, pertanto era molto motivato… questo mi è bastato!“.

I due erano pittosto “leggeri”: una serie di friend fino al n. 4, poi 4 o 5 Alien. Otto rinvii e molti cordini per le clessidre. Poi tre chiodi e un martello nel sacco da recupero, non utilizzati.In quella giornata ventosa, ma con tanto sole, la Mingolla ha salito interamente in arrampicata libera tutti e trentadue i tiri della via: dopo aver superato tutti i tratti più difficili e impegnativi, è però caduta con un breve volo su un passaggio di 6c, sul tiro che arriva alla nicchia. Sei metri di traverso. Fattasi ricalare in sosta, è ripartita riuscendo agevolmente a completare quella lunghezza. Questa piccola sbavatura non le ha permesso di dichiarare di aver compiuto l’intera ascensione on sight, oltre che in libera.

La parete sud della Marmolada d’Ombretta con il tracciato del Pesce
FedericaMingolla-pesce

Dopo la cengia mediana le difficoltà tecniche calano, ma non certo l’impegno. Il tratto finale si svolge attraverso una serie di camini poco compatti, bagnati e in parte ghiacciati, che la cordata ha comunque superato senza ricorrere all’artificiale. I due, dopo aver scalato le ultime tre ore circa con la torcia frontale, hanno bivaccato nei pressi della vetta su una cengia in leggera discesa, in un solo saccopiuma e assicurati a un ancoraggio. C’era una tenda ad attenderli, messa in una zona riparata: ma l’oscurità non ha permesso loro di trovarla. Troppo stanchi per valutare soluzioni alternative, hanno giudicato imprudente scendere sul ghiacciaio.

Federica ha così commentato l’impresa: “Nei primi tiri lunghi, da 40 m, siamo stati bravi e veloci sia nella progressione che nell’individuare le soste. Un ovvio rallentamento è avvenuto sui tiri successivi e siamo arrivati nella nicchia del Pesce verso le 13, con un’ora di ritardo sul nostro programma di marcia. Ora che però è stata recuperata nei tiri successivi, che sono anche i più duri della via, e che abbiamo percorso stando nelle tre ore circa. Alle 17 eravamo in cengia. Molto difficoltosa è stata l’ultima parte. Nonostante il grado, relativamente semplice ma pur sempre da proteggere, la roccia era bagnata, non compatta e a volte ghiacciata, le soste difficili da individuare”.

Scheda storica della via
Prima ascensione: Igor Koller e Indrich Šustr, 2-4 agosto 1981;
Prima ripetizione e prima femminile: Luisa Iovane, Heinz Mariacher, Bruno Pederiva, Maurizio Manolo Zanolla, 1984;
Prima invernale: Maurizio Giordani, Franco Zenatti e Paolo Cipriani, 16-20 marzo 1986;
Prima rotpunkt: Heinz Mariacher e Bruno Pederiva, 16-17 agosto 1987;
Prima on sight: Daniele De Candido con Gildo Zanderigo, settembre 1991;
Prima solitaria: Maurizio Giordani (in free solo tranne che nei nove tiri centrali), 3 agosto 1990;
Prima solitaria in free solo: Hansjörg Auer, 29 aprile 2007;
Prima femminile rotpunkt: Federica Mingolla con Roberto Conti, 17 luglio 2016.

FedericaMingolla-ITA_MINGOLLA_0

Federica Mingolla
Torinese di 21 anni, Federica Mingolla nella vita è una studentessa di Scienze Motorie a Torino (SUISM) oltre che arrampicatrice sportiva professionista, atleta e tecnico federale FASI. Federica con i suoi 56 kg di peso e 1,68 di altezza, un fascio di muscoli e robuste spalle, è una delle donne italiane più interessanti nel panorama dell’arrampicata sportiva.
Curriculum:
– Atleta in Coppa Italia dal 2011 al 2014: campionessa italiana giovanile, vicecampionessa italiana assoluta, diversi podi in Coppa Italia;
– Atleta di interesse nazionale dal 2011 al 2014: coppa Europa giovanile, campionati europei, coppa del mondo, mondiali giovanili;
– Arrampicatrice professionista su roccia dal 2014: prima donna italiana e terza al mondo a scalare Tom et je Ris, 8b+ di 60 m nelle Gole del Verdon- Francia; prima donna italiana e seconda al mondo ad avere scalato una delle pareti più difficili sul Monte Bianco, Digital Crack, 8a, sull’Arête des Cosmiques; prima femminile in libera di Legittima visione, 8b, valle dell’Orco; diverse FA femminili sempre sul grado 8b in tutta Italia.
– Alpinista dal 2015 (è iscritta ai corsi per aspirante guida alpina).

FedericaMingolla-13254635_10209191900825550_3480724205558331127_o

Posted on Lascia un commento

Incredula beatitudine in cima al Civetta

Incredula beatitudine in cima al Civetta
(parete nord-ovest, via Solleder, 140a ascensione, 23-24 agosto 1955)
di Bruno Dado Morandi (CAAI)
(già pubblicato su SUCAI-Roma 1947-1957)

“… gelida mormora un’acqua… (Saffo, Il giardino di Afrodite)”

Rispetto alla sveglia nel cuore della notte e all’uscita dal letto con il freddo delle due e mezza, qualsiasi prova che si debba affrontare in montagna mi pare in genere trascurabile.
Ci trasciniamo fuori dal rifugio cercando di tenere un occhio aperto quel tanto da capire se il cielo è stellato o no, con la parte peggiore di noi che brama segretamente tormente e monsoni; poi, risultando invece sereno il cielo, ci vestiamo cercando di non guardare il letto.

Emil Solleder
IncredulaBeatitudine-solleder0001

Poco dopo, aperta la cigolante porta del rifugio, i cerchi luminosi delle lampade disegnano ombre mutevoli sui sassi del sentiero mentre ci avviamo in direzione della mole oscura della Torre Venezia. Siamo in quattro, perché fanno con noi una parte del cammino gli amici Armando Aste e Fausto Susatti, che sono diretti alla Cima Su Alto.

Per un paio d’ore si sente soltanto il ritmo lento dei passi sul sentiero e il fruscio dei cespugli di mughi, mentre ciascuno si lascia trascinare dal flusso di pensieri e di ricordi che rende sempre così silenziose queste marce notturne; poi, raggiunto il punto di separazione, ci stringiamo la mano augurandoci buona fortuna, e gli amici spariscono nella penombra, mentre a oriente il cielo comincia a schiarire dietro le masse oscure delle montagne.

Poco dopo, dalla cima del Col Rean, la mole della parete nord-ovest ci si para dinanzi nella luce grigia dell’alba: è immensa ed irreale, e la guardiamo un poco in silenzio, prima di avviarci verso il ghiaione basale.

Ora stiamo salendo i nevai che contornano la grande parete. La neve è durissima e vi è conficcata una grande quantità di sassi, primo segno tangibile del rischio maggiore della via; così traversiamo velocemente e stiamo attaccando le rocce dello zoccolo quando sentiamo delle voci provenire dall’alto, e vediamo che prima di noi hanno già attaccato due tedeschi (si tratta di Erwin Kolb e Walter Kiefer, che uscirono in giornata, NdR). Momento di grande sconforto, perché pensiamo che quei due ci avveleneranno la salita facendoci cadere tanti sassi in testa; e poi una cordata davanti mi distrugge tutto il fascino dell’ignoto.

Considerata un poco la possibilità di ucciderli e stabilito che non è il caso, ci rimettiamo rapidamente l’animo in pace con il classico “Beh, non pensiamoci più” al quale la montagna ci ha abituato per forza. E facciamo bene, perché per il resto della salita il fascino sarà salvato dal fatto che quei due hanno un’ora di vantaggio e sono un poco più veloci di noi e quindi dopo 300 metri non li vedremo più; mentre i sassi lasciati cadere da loro saranno cosa trascurabile rispetto a quelli che ci verranno in testa spontaneamente.

Nell’ultima parte dello zoccolo, non più molto facile, facciamo la conoscenza del secondo protagonista della giornata: l’acqua. Viene giù in una opaca nube di goccioline da un grande strapiombo nero sopra le nostre teste, e appena le mani toccano la roccia bagnata subito divengono insensibili; il più velocemente possibile raggiungiamo la forcellina dalla quale iniziano le difficoltà della via.

Ed ecco davanti a noi la famosa fessura obliqua, uno dei passaggi più celebri di tutta la storia dell’alpinismo: è in questo punto, forse, che nacque il sesto grado sulle Alpi.

Guardiamo un po’ emozionati la lunga fessura che parte orizzontale verso sinistra tre metri sopra di noi, si raddrizza man mano formando qualche strapiombo e scompare in alto nell’immensa parete. Il suo aspetto non è particolarmente minaccioso, dato che più recenti salite estreme ci hanno abituato a ben altro; ma l’aspetto della roccia è straordinariamente suggestivo, poiché la parete strapiombante di destra è perfettamente nera e, bagnata com’è, sembra di marmo, mentre sotto ed a sinistra la roccia è terrosa e di un arancione violento che non mi aspettavo di trovare.

Ricordando il tedesco che pochi giorni prima si è ucciso precipitando da questo passaggio per aver voluto guadagnare tempo non agganciando la corda ai chiodi, me ne infischio del tempo e usufruisco coscienziosamente di ogni chiodo; cosicché è passata più di un’ora quando il mio compagno mi raggiunge al primo punto di sosta, e riprendiamo a salire per la fessura che ora va su dritta.

Gustav Lettenbauer
IncredulaBeatititudine-lettembauer0002

Ed ecco che la fessura che stiamo percorrendo sbocca su un ripiano ghiaioso, dominato da un grande camino chiuso in alto da un tetto enorme. Mentre studiamo la situazione, alcuni “frrrr …” ci fanno compiere balzi spettacolari verso un riparo: sono i sassi che cadono da quasi 1000 metri sopra di noi, il cui rombo sarà l’accompagnamento musicale della giornata.

Mi innalzo lungo il camino per studiare da vicino il tetto ed osservo che il suo superamento, forse possibile, non può però essere al livello della tecnica di Solleder, per cui provo a uscire a sinistra e trovo dei chiodi. Pensando a quante volte la conoscenza della storia della tecnica alpinistica eviti di sbagliare itinerario, aggiro lo spigolo sinistro del camino, in massima esposizione e con difficoltà pari a quelle della fessura iniziale, e comprendo di trovarmi sul famoso passaggio del “camino bloccato”.

Qui giunse Solleder nel suo primo tentativo con Lettenbauer e Gaberl: “scavalcai lo spigolo traversando verso sinistra nella parete assolutamente a piombo e straordinariamente esposta … e mi trovai inchiodato davanti a un punto completamente inaccessibile, su appigli microscopici …”; e di qui volò Gaberl, ferendosi a un piede.

E la salita prosegue, per fessure e per parete, molto spesso su roccia bagnata e ogni tanto sotto gelide piogge; ora abbiamo raggiunto la zona delle rocce inclinate dove siamo allo scoperto e ci sentiamo completamente in balia dei sassi. Questo pensiero ci fa raggiungere velocità inusitate e, a 400 metri di altezza, raggiungiamo una larga cengia sopra la quale la parete si innalza nuovamente verticale.

Siamo all’altezza della base del grande nevaio pensile, che sale alla nostra destra per 200 metri; poiché arrampichiamo già da sette ore sostiamo un momento per mangiare un po’ di cioccolata, e per contemplare lo spettacolo affascinante dei torrentelli che escono dalle lingue di neve e dei sassi che iniziano il loro volo verso i ghiaioni basali.

Ma con 800 metri di parete che ci aspettano non abbiamo neanche voglia di fermarci; e riprendiamo la salita, che ci offre subito una robusta traversata che è una delle tirate più difficili della via, alla quale segue una magnifica ed esposta arrampicata su roccia verticale ma solidissima.

Ci stiamo ora avvicinando alla grande gola superiore, le cui costole laterali si innalzano sulle nostre teste come canne d’organo. Cerchiamo di intuire quale possa essere l’accesso alla gola tra gli strapiombi che ci separano da essa, e già siamo dovuti discendere a corda doppia da un attacco sbagliato, quando scorgiamo sulla sinistra una fessura. Mi viene in mente che Solleder deve essere stato anche un uomo fortunato: infatti se si esclude quell’intaglio, la parete appare in quel punto assolutamente sbarrata.

Franco Cravino e Bruno Morandi in vetta al Sasso di Landro dopo l’apertura della via Fiom, 23 agosto 1966
IncredulaBeatitudine-Vecchia sucai sul sasso di landro dopo via fiom (nella fotoDado

Mentre sto superando la fessura che è piuttosto impegnativa il colore della roccia diviene più cupo, e voltandomi vedo che il sole sta tramontando: come sempre in montagna il tempo è volato via in un lampo, e non ci sembra possibile che stiamo arrampicando da dodici ore.

La notte non mi preoccupa dato che abbiamo il sacco da bivacco e qualche indumento di riserva, ma urge trovare al più presto un posto dove ci si possa almeno sedere. Una nicchia al disopra di noi sembra dal basso il luogo adatto, ma quando mentre annotta rapidamente la raggiungo, ho la sgradita sorpresa di scoprire che su di essa giunge un torrentello di scolo della gola.

La delusione è abbastanza forte, dato che fra pochi minuti sarà buio e bivaccare sotto l’acqua può significare rischiare la pelle; la cosa mi fa l’effetto di una provocazione personale, cosicché appena Franco (Duprè, NdR) mi raggiunge con le ultime luci attacco rabbiosamente la verticale parete di sinistra. La provocazione continua, perché per una intera lunghezza di corda la parete si mantiene verticale e le difficoltà sul quinto grado; continuo a salire finché a notte fonda raggiungo una cengia inclinata larga un metro e ricoperta da una caratteristica polvere che la indica come bersaglio preferito dei sassi cadenti. Ma non abbiamo scelta; Franco mi raggiunge arrampicando al buio, troviamo un punto riparato da un piccolo strapiombo e ci sediamo, esauriti dallo sforzo sostenuto nell’ultima mezz’ora. I miei calcoli mi danno una quota di 800 metri dall’attacco.

Renzo Videsott sul primo tiro della via Solleder al Civetta
Renzo Videsott sul primo tiro della via Solleder al Civetta

Alla tensione di poco prima succede una grande calma, che costituisce il momento più bello di ogni bivacco, e stiamo un poco in silenzio a contemplare in fondo alla valle i punti luminosi delle luci di Alleghe che si riflettono nel lago; poi, accese le lampade, indossiamo subito, per non perdere il calore accumulato, tutti gli indumenti che abbiamo e piantiamo qualche chiodo assicurandoci solidamente alla roccia; perché la cengia, inclinata e coperta di ghiaia, rivela una certa tendenza a scaricarci a valle.

E’ ora il momento della cena, terminata la quale Franco estrae inaspettatamente un’armonica e si mette a suonare: se prima potevo chiedermi come egli avrebbe reagito al suo primo bivacco in parete, con quell’atto la prova è praticamente superata, e so che potrò contare su di lui in ogni occasione.

Il suono dell’armonica va per l’immensa parete, verso il nevaio pensile che biancheggia nel buio sotto di noi, ed è come una baldanzosa affermazione di vita sulla natura immobile; ci sentiamo piccoli uomini isolati con il loro mondo tra grandi montagne, e mi viene in mente che in questa sensazione consiste forse tutto l’alpinismo.

Poi ci infiliamo nel sacco da bivacco, riuscendo più o meno a sdraiarci; dopo aver aggiustato qualche sasso che riesce abilmente a infilarsi fra le nostre costole, iniziamo un magnifico sonno.

Ogni tanto un improvviso “fr …” seguito da violenti boati ci risveglia di soprassalto; ma visto che lo strapiombetto sopra di noi ci ripara dalle pietre che si abbattono poco lontano sulla nostra cengia, ci riaddormentiamo subito.

Quando la luce dell’alba ci risveglia ci sentiamo completamente gelati, perché per quanto si sia coperti è impossibile, in un bivacco senza sacco a piuma, non svegliarsi tremando; compiuti i preparativi di rito riprendiamo l’arrampicata, mentre il nostro corpo anela disperatamente a un po’ di sole, del quale invece farà del tutto a meno perché siamo esposti a nord-ovest.

A questo punto la parete ci propina il suo scherzo più cattivo: esaminata la situazione risulta che per proseguire dovremo superare un camino strapiombante sommerso da un’allegra cascatella.

Sulle prime vorremmo ribellarci a tanta crudeltà, ma cercar di forzare la verticale parete di sinistra con le mani rese insensibili dal freddo mi appare più pericoloso della salita sotto l’acqua, che per quanto sia è sempre in un camino e quindi più sicura; per cui stringo i denti e mi caccio nella cascata.

Cinque minuti dopo mi trovo fradice anche le mutande, e mentre avanzo lentamente e con la massima prudenza sulle viscide pareti del camino, l’acqua che mi scorre lungo tutto il corpo mi procura, più che freddo, una vera e propria indicibile sofferenza.

Uscito dal camino tocca a Franco sperimentare le atrocità; quando mi raggiunge doverosamente tremante è abbrutito, restiamo un poco in dubbio davanti al problematico salto seguente, finché avvisto un chiodo posto una quindicina di metri sopra di noi. Parto subito in quella direzione, ma il tratto per raggiungerlo si rivela durissimo e friabile, per cui posso avanzare solo con estrema lentezza; quando finalmente arrivo a toccare il chiodo, questo mi resta in mano, e la parete al disopra risulta completamente liscia e priva di fessure. Soltanto allora comprendo che il chiodo non rappresentava che un errore di percorso; per poter scendere devo assolutamente metterne un altro, e la cosa mi riesce solo dopo molti tentativi in posizione faticosissima.

Quando finalmente mi ritrovo molto stanco accanto a Franco, tento di attaccare in qualche altro punto, ma ogni volta vengo respinto dalla roccia strapiombante e friabile.

Otto Menardi sulla fessura d’attaco, 11 settembre 1939
IncredulaBeatitudine-OttoMenardi,fessurad'attacco, 11settembre1939

Guardando Franco, capisco che tutti e due abbiamo lo stesso pensiero, ma nessuno vuole comunicarlo all’altro: la sensazione di essere in trappola, perché sono ormai quattro ore che siamo fermi nello stesso punto.

Un momento di scoraggiamento … poi la consueta energica reazione: non sia mai detto che dobbiamo finire “incrodati” sulla tanto desiderata Solleder ! E con nuovo ardore ricominciamo a esaminare meglio tutte le possibilità.

Una cengia porta verso sinistra; anche se sembra condurre fuori strada, proviamo a seguirla. Mentre sto traversando il mio compagno è colpito in pieno da una scarica di sassi, ma il casco da motociclista gli salva la pelle e se la cava con qualche ammaccatura.

Proseguiamo per la cengia, saliamo la fessura che segue … e sbuchiamo su una costola, con davanti centinaia di metri di parete più facile, avendo aggirato la gola che di qui si rivela impraticabile. La “crisi” è superata.

E’ questa l’unica volta della giornata in cui rimpiangiamo di non aver avuto la relazione della via, perché da questa avremmo subito appreso che l’itinerario non percorreva la gola come credevamo e che in quel punto bisognava traversare a sinistra, risparmiando così quattro ore di tentativi.

E su ancora per fessure e pareti e camini, le tirate di corda si susseguono una dopo l’altra: “ancora cinque metri !” “sono arrivato, leva i chiodi” “ recupero…vieni pure !” e la testa di Franco, che con il casco sembra un soldato russo, riappare davanti ai miei piedi.

Riprendo i moschettoni e via per una nuova tirata… Ancora una fessura strapiombante bagnata e poi di nuovo parete, mentre secondo i miei calcoli dovremmo aver superato i mille metri.

Intanto il cielo si è riempito di nuvole nere, e mentre l’aria satura di umidità ci fa attendere il temporale da un momento all’altro, grandi folate di nebbia ci avvolgono del tutto e non si vede più niente.

Saliamo ancora un poco poi siamo costretti a fermarci perché abbiamo sopra di noi una fascia di strapiombi di cui la nebbia ci impedisce di scorgere la soluzione; e restiamo fermi per una mezz’ora, cercando di vedere qualcosa nei piccolissimi buchi che ogni tanto si aprono per un momento nella nebbia, e ricominciando a rabbrividire nei nostri vestiti bagnati. Stiamo quasi per tentar di forzare il passaggio in un punto qualsiasi, quando riusciamo per un momento a scorgere l’itinerario logico, e ripartiamo per la parete che sembra non finire mai. La roccia è ora cosparsa di chiazze di neve instabile ed è friabilissima, per cui devo procedere con la massima prudenza e rimettere a posto ogni sasso che smuovo, per non uccidere il mio compagno che dopo tante fatiche proprio non se lo merita.

Salgo ancora, e comincio a pensare di essere capitato nell’inferno degli arrampicatori, dove gli alpinisti cattivi saranno costretti a salire per l’eternità lungo una parete che non finirà mai. I miei calcoli mi danno già superati i 1200 metri, ma non spero ormai più di uscirne un giorno, quando, del tutto inaspettatamente, mi trovo su di una cresta; a venti metri da me sorge dalla nebbia la croce che segna la cima del Civetta.

Un momento di incredula beatitudine, poi un urlo “Siamo fuori !” al quale da trenta metri sotto rispondono i rimbombanti evviva del mio compagno.

Poco dopo, presso la croce, ci scambiamo la tradizionale stretta di mano mentre il cielo partecipa anche lui ai festeggiamenti con violente raffiche di vento e di nevischio.

Nonostante la fitta nebbia che avvolge ogni cosa e la neve che ora viene giù decisa, ci tratteniamo un poco in cima, perché tanto più fradici di come siamo non potremmo diventarlo nemmeno frequentando piscine. Alcuni miei ingenui tentativi di accendere una sigaretta con i fiammiferi bagnati che si spappolano cadono fra l’ilarità di Franco che non fuma e può quindi ironizzare su mie precedenti affermazioni che senza una sigaretta in cima non è possibile apprezzare una salita.

Poi, avvolteci addosso le corde fino a rassomigliare all’uomo dei pneumatici Michelin, ci avviamo per il ghiaione, alla ricerca del rifugio Torrani che sorge un centinaio di metri sotto la cima. Quando, dopo qualche timore di non riuscire a trovarlo in mezzo alla nebbia, scorgiamo finalmente addossata a un roccione la capanna di pietra, eleviamo un pensiero di riconoscenza a chi con la costruzione di quel rifugio ci evita un secondo disastroso bivacco: non conosciamo infatti la via di discesa e certo con la nebbia non riusciremmo a trovarla prima della notte.

La parete nord-ovest de Civetta dai Piani di Pezzei
parete nord ovest della Civetta dai Piani di Pezzei

Nel rifugio non vi è cenno di vita, ma la porta è semplicemente accostata; l’interno si rivela costituito da un unico ambiente con sei cuccette, un tavolino e un fornello a gas. Ma credo che se trovassimo ad attenderci odalische con flabelli la nostra esultanza non potrebbe essere maggiore: ci sentiamo intorno quattro mura che ci proteggono dal vento che fischia di fuori, e finalmente possiamo toglierci i vestiti bagnati che ci affliggono dalla mattina.

Paludati in coperte ci prepariamo, con i viveri che troviamo, una cena per quattro; la fame ormai rabbiosissima ci rende del tutto incuranti del listino prezzi appeso a un trave che ci dice le somme enormi che domattina introdurremo nell’apposita cassetta. Franco rivela insospettate capacità nel preparare la minestra (ma come è noto un fisico deve saper fare di tutto) mentre io, che non so fare niente, vengo adibito ai lavori pesanti, come la ricerca di altri viveri e l’apertura di scatolette.

Dopo aver ingerito eccezionali quantitativi di cibo, è il momento della sigaretta, che riesco finalmente ad accendermi; e restiamo un poco in silenzio ad ascoltare il fischio del vento e a fissare la lampada a gas. Dentro di me si distende un sentimento che è molto vicino alla felicità.

IncredulaBeatitudineCivetta-02-Civetta-Solleder-P1310604

Cerco di immaginare il temporale che spazza le gole della parete nord, e davanti ai miei occhi cominciano a sfilare le immagini della salita, la fessura iniziale e il bivacco e il passaggio nella cascata. Ho ancora per un poco coscienza del vento che urla di fuori e scuote le finestre del rifugio, poi sprofondo nel sonno.

Così finì la nostra ascensione della parete nord-ovest del Civetta. L’indomani mattina, indossati nuovamente i nostri simpatici abiti che non avevano nemmeno tentato di asciugarsi, partimmo per il rifugio Vazzoler, con un tempo ormai brutto stabile e una nebbia ancora più fitta di quella del giorno precedente.

Fin dall’inizio riuscimmo senza alcuno sforzo a sbagliare strada e invece di imboccare la via ferrata che scende verso il Vazzoler, ci avviammo ignari per la via normale. Dopo qualche centinaio di metri di rocce facili e qualche ora di marcia per un sentiero che, nonostante il nostro intenso desiderio che girasse a destra, tendeva pertinacemente a sinistra, spuntò improvvisamente dalla nebbia il rifugio Coldai, situato all’estremità opposta del gruppo.

Di qui dovemmo quindi percorrere ancora le quattro ore di sentiero che dal Coldai portano al Vazzoler, ripassando così sotto alla parete nord-ovest; alla sua base ci arrestammo un poco, ma la nebbia avvolgeva tutto e lasciava scoperti solo i nevai basali e le rocce dello zoccolo.

Solo per un attimo si aprì un breve pertugio, e apparve un tratto della parete tutto nero di pioggia; poi lo squarcio si richiuse come un sipario.

Franco Alletto (in sosta) e Bruno Morandi
IncredulaBeatitudine-Vecchia sucai dado morandi e franco alletto

Bruno Morandi durante il tentativo (16-17 agosto 1956) al gran diedro della parete nord della Cima Grande di lavaredo (futura via Abram-Schrott)
IncredulaBeatitudine-Dado Lavaredo

Bruno Morandi, di Roma, ingegnere, sindacalista della FLM, ha praticato l’alpinismo a livelli altissimi senza sceglierlo come mestiere. E’ membro del CAAI. Riccardo Innocenti ricorda che pilotava un piccolo aereo con cui cercava anche nuove falesie.

Renzo Bragantini scrive di lui: “La persona che più mi colpì, al momento del mio ingresso nell’ambiente alpinistico romano, fu Dado Morandi: non ho mai arrampicato con lui, ma ho avuto da subito la sensazione di persona dotata di eccezionale carisma. Parlava, spesso ravviandosi i capelli con la mano, con ritmo lento e vagamente strascicato, voce caratterizzata da un caratteristico sgranamento nel registro basso, un frequente accenno di sorriso sul volto (segno dei modi squisiti che lo contraddistinguevano, insieme forse ad una vaga timidezza): era non solo un fortissimo arrampicatore, ma un uomo di non comune cultura, mai esibita, e perciò destinata a lasciare impressione più duratura. Ricordo che, nei viaggi che riportavano a Roma allievi e istruttori dopo la lezione al Morra, rimanevo ad ascoltarlo a lungo, mentre intrecciava, con calma naturalezza, discorso politico e culturale e racconto alpinistico. E ho sempre in mente il resoconto della sua ripetizione della Solleder al Civetta, apparso nel primo numero unico della Sucai, che non riesco più a ritrovare nella montagna di libri che assedia la mia casa: pochi pezzi sanno dare con altrettanta semplice intensità il senso dell’avventura piena su una grande montagna. Da tanti anni nulla so di lui, e la cosa mi ferisce come un segno d’ingratitudine da parte mia“.

Oltre alla ripetizione della via Solleder al Civetta, il suo nome (ma soprattutto il suo soprannome) è legato ad alcune vie sulle falesie romane, come la Dado al Morra  o i Tetti di Dado al Circeo. Qui sotto è un incompleto elenco delle salite più importanti di Bruno Morandi:

Punta di Frida (Tre Cime), spigolo est-sud-est, via Del Vecchio-Zaccaria, 7a ascensione, con Antonio Bonomi, 16 agosto 1952;
Punta di Frida (Tre Cime), parete nord, direttissima Morandi-Bonomi, 1a ascensione, con Antonio Bonomi, 21 agosto 1952;
Torre Trieste, spigolo sud-ovest, via Tissi, 31a ascensione, con Silvio Jovane, 14 agosto 1953;
Cima Piccolissima di Lavaredo, parete est, via Morandi-Jovane, 1a ascensione, con Silvio Jovane, 28 agosto 1953;
Cima d’Ambiez, parete sud-est, via Fox-Stenico, 10a ascensione, con Massimo Soli, 17 agosto 1954;
Salame del Sassolungo, parete nord, via Comici, con Massimo Soli, agosto 1954;
Gran Sasso (Corno Grande, vetta occidentale), parete est, via Direttissima, 2a ascensione, con Franco Alletto, 5 settembre 1954;
Gran Sasso (Corno Grande, vetta centrale), sperone nord-ovest, via Consiglio-Morandi, 1a ascensione, con Paolo Consiglio, 24 luglio 1955;
Torre di Babele, spigolo sud, via Soldà, 9a ascensione, con Franco Duprè, 18 agosto 1955;
Torre Venezia, parete sud-sud-ovest, via Ratti-Panzeri, 3a ascensione, con Franco Duprè, 21 agosto 1955;
Croda Antonio Berti, parete ovest, via Comici, con Francesco Della Valle, Silvio Jovane e Franco Alletto, 29 luglio 1956;
Cima Una, parete nord, via Steger (Weg der Jugend), con Franco Alletto, 7 agosto 1956;
Sasso di Landro, spigolo nord-est, via FIOM, 1a ascensione, con Franco Cravino e Bruno Trentin, 23 agosto 1966.

Ricordiamo che Morandi ha partecipato alla famosa operazione di soccorso a Cesare Maestri e Luciano Eccher sul Campanile Basso; Inoltre, il 16-17 agosto 1956, con Enrico Leone aveva per primo cercato di risolvere il problema del gran diedro a destra della via Comici sulla parete nord-ovest della Cima Grande di Lavaredo: a causa di un incidente, i due erano stati costretti a ripiegare sulla via Stoesser. La via fu poi ripresa e terminata nel 1961 da Erich Abram e Sepp Schrott.

Friedl Mutschlechner sulla via Solleder al Civetta, anni ’70
Friedl Mutschlechner sulla via Solleder al Civetta. Dolomiti orientali, Belluno

Posted on Lascia un commento

Con un pugno di chiodi

Con un pugno di chiodi
Prima ascensione del “Pilastro Massarotto” al Spiz di Lagunàz
di Ivo Rabanser
(già pubblicato su www.dolomitesalpine.it il 31 maggio 2012)

Fu salendo lungo la via Gogna alla Quarta Pala di San Lucano, che apparve come d’improvviso. Proprio di fronte a noi, un imponente pilastro dalla forma curiosa si alzava dal fondo insondabile del Boràl di Lagunàz. Questa struttura rocciosa, che delimita e sostiene sulla sinistra il gigantesco diedro del Spiz di Lagunàz, si presentava nella parte inferiore tozza e panciuta, quasi precocemente invecchiata, mentre verso l’alto andava assottigliandosi, come a ricercare una anelito di sfuggente giovinezza. Subito lo sguardo iniziò a frugare quella trama di placche nere, alla ricerca di una possibile linea di salita… “Che vione verrebbe fuori lì” – pensai fra me e me – “su una struttura intonsa di tal calibro e per di più in uno degli angoli più remoti delle Dolomiti”.

Il Pilastro Massarotto sullo Spiz di Lagunàz, a sinistra del famoso diedro Casarotto-Radin
ConPugnoChiodi-7307078362_45ec456065_c

Mi consultai con Ettore De Biasio, che di lì a poco avrebbe dato alle stampe un libro che con squisita sensibilità schiude al lettore le notevoli potenzialità di questa valle, dominata da appicchi imperiosamente più alti, rispetto a pareti delle Dolomiti ben più celebrate.

Di seguito poi – in occasione di una presentazione a Vicenza – conobbi Lorenzo Massarotto e subito il discorso cadde sulle Pale di San Lucano. Mi descrisse il poderoso pilastro del Lagunàz come uno dei tre grandi problemi irrisolti della valle. E alla mia domanda per quale motivo non ci avesse mai messo le mani, scrollò le spalle, accompagnando un sorriso che interpretai d’intesa. Queste parole, pronunciate da uno dei grandi protagonisti di riferimento nell’alpinismo dolomitico, mi stimolarono oltremodo, così che una tiepida giornata d’ottobre ci vide arrancare su per lo zoccolo tedioso della Terza Pala.

L’intenzione era di studiare da vicino il problema e di depositare sotto la parete del materiale. Una timida ricognizione sulle placche iniziali, ci fece capire che la nervatura rocciosa che ci sovrastava offriva la possibilità di una nuova ascensione di primo ordine. Nella mia menta si depositò come un allettante problema da risolvere. Un problema che andava affrontato in stile classico: da una parte la parete, che ci offriva l’opportunità di agire creativamente, dall’altra parte una cordata – sorretta da quel poco di tecnologia…

Negli anni seguenti Stefan Comploi ed io non tornammo più in Valle di San Lucano. Altri obiettivi presero il sopravvento. Fu soltanto in quest’ultima primavera che, parlando con Heinz Grill di vari progetti alpinistici nelle Dolomiti, scattò nuovamente la molla e ci fece riprendere con rinnovato entusiasmo il disegno del Spiz di Lagunàz. In Heinz trovammo un ideale terzo elemento, che avrebbe rafforzato opportunamente la formazione per una salita del genere. Arrampicatore istintivo, svelto e risoluto, da trent’anni a questa parte se la sbriga senza patimenti d’animo in situazioni anche ben complesse. In più è stimolante ed istruttivo stare in giro con questo spirito filosofico, impregnato di profonda cultura umanista.

Non è semplice conciliare la professione di guida alpina con le velleità di un’esuberante attività alpinistica personale. Per uscire da questo dilemma, occorre fissare delle priorità: arrivati alla seconda decade d’agosto, pensai che fosse giunto il momento di spezzare le titubanze e d’agire finalmente con un po’ di determinazione…

Fu così, che all’alba di un’afosa giornata d’agosto, risalimmo lo zoccolo che filtra l’accesso al Spiz di Lagunàz. Ogni tanto Heinz si fermava per togliere dagli arbusti dei nastri colorati, che qualcuno aveva applicato, presumo per segnalare il percorso, in questo dedalo di rocce e latifoglie. La cosa mi divertiva non poco, dato che in un forum d’alpinismo – senza fare nomi – il misfatto era stato attribuito proprio a lui, in quanto la “teutonica firma era stata avvistata sul libro della Torre di Lagunàz”. Furono formulate varie supposizioni e si arrivò a prospettare l’atroce dubbio “che non stia aprendo anche nelle Pale una via super negazione dell’avventura?” Altri invece invocavano d’andare su e togliete tutto… Ciò che Herr Grill, senza tanti proclami, stava facendo.

In un primo tentativo superammo la placconata nera che protegge l’accesso al panciuto pilastro, mentre domenica 28 agosto 2011 posammo il cappello su questo grandioso itinerario. La scalata si svelò molto bella ed elegante, su ottima roccia lavorata a buchi dagli agenti atmosferici. Arrampicata libera – intesa come superamento di difficoltà, con un impiego contenuto di tecnologia. Sulla cuspide sommitale, oltre il grande cengione, la dolomia si rivelò più sfaldata e alcuni tratti richiesero maggiore cautela, contribuendo in questo modo a conferire un carattere compiutamente alpinistico alla scalata. Del resto anche la fragilità del cristallo non va intesa come difetto, ma al contrario come raffinatezza.

Durante l’intera giornata, Robert e Petra – due amici di Heinz – ci seguirono con il binocolo dalla cresta sommitale della Quarta Pala, dopo averci aiutato nel trasporto del materiale. Questa loro presenza ci trasmise una benefica sensazione di complicità, una quiete positiva che attutì il senso d’isolamento e di solitudine, in questo mondo atavico dove neanche la tecnologia del telefono cellulare consente un contatto con il mondo esterno.

La cordata di Ivo Rabanser, Heinz Grill e Stefan Comploi
ConPugnoChiodi-Rabanser__Heinz_Grill_e_Stefan_Comploi-PilastroMassarotto_-1180x776

In cima al Spiz di Lagunàz mi sentii felice, come lo può essere un bambino. Mi riempiva il cuore di gioia e soddisfazione l’aver potuto lasciare una traccia indelebile accanto a quella di figure come Casarotto, Miotto e Bee. Un abbraccio fraterno suggellò quest’ennesima avventura. Insieme a Stefan Comploi, l’arco di questo continuo saliscendi, accarezzando la ruvida roccia delle nostre pallide Dolomiti, si estende oramai per oltre un quarto di secolo. Così come ho percepito mirabile la sintonia con Heinz Grill, scoprendo con piacere un’affinità nelle motivazioni e negli intenti che ci spingono. Il nostro sodalizio si era rivelato efficace, così come l’armonia che ci ha uniti è stata oltremodo piacevole.

Proposi agli amici di intitolare questo percorso a Lorenzo Massarotto, cesellatore di notevoli prime ascensioni, che non si esauriscono in loro stesse, ma si caricano col tempo sempre più di significato, lasciando dietro a se una miriade di tracce, che si uniscono per segnare infine un unico percorso, coerente e lineare. E lo stile del nostro itinerario – portato a termine con un pugno di chiodi – è risultato analogo a quello adottato da Lorenzo nelle sue creazioni. Uno stile senza la pretesa di un’improbabile innovazione, ma che vuole fungere come anello di giunzione tra il passato col presente.

Il pugno di chiodi
ConPugnoChiodi-7307083170_88a96e9024_b

Posted on Lascia un commento

Estate 1960 (salita al Piz Boè)

Estate 1960 (salita al Piz Boè)
(dal mio diario, gennaio 1962)

Nel giugno 1960 m’iscrivo al CAI. Da un po’ ne avevo l’intenzione, ma colgo l’occasione dell’essere stato promosso per trascinare mia madre in via SS Giacomo e Filippo e lì farmi iscrivere alla Sezione Ligure.

Giunti a Soraga, dopo una gita al rifugio Contrin con la mamma e la nonna, ecco con le stesse compagne quella al rifugio Coronelle. Lo raggiungemmo nella nebbia, e là ricordo che guardavo con il muso in alto quei fortunati che s’addentravano in una specie di camino-canalone, porta d’ingresso per la mitica salita al Passo Santner versante val d’Ega. Al ritorno passammo sotto la grandiosa parete rossa della Roda di Vaèl, su un esile sentiero che faceva brontolare la nonna che mi dava dell’”assassino maledetto”. Riesco a trascinarle fino al rifugio Roda di Vaèl, e lì salgo al Monte Ciampaz, non per la via normale ma per un camino fronte al rifugio che m’impegna assai. E’ qui che ho arrampicato per la prima volta. La gita finisce al Ciampedie.

Un giorno di punto in bianco vado da solo a Vigo di Fassa e da lì al Ciampedie a piedi. Ho poco tempo e salgo quasi di corsa, poi traverso alla malga di Vaèl e da lì giù ancora a Vigo per la valle del rio di Valle.

Il sentiero che dal Passo Principe sale al Passo Antermoia
Estate1960-12

Sono disperato perché non vedo modo di migliorare il mio record di altezza, poi trovo che, salendo al Passo di Antermoia, potrei salire la Cima Scalieret. Così, un mattino, parto con l’impegno di tornare prima dell’ora di pranzo. Vado in seggiovia al Ciampedie e da lì al Passo Principe, nella nebbia. Sono tentato di salire per la via ferrata del Catinaccio d’Antermoia, ma alla fine perseguo l’obiettivo iniziale e raggiungo il Passo d’Antermoia in un nebbione spaventoso. Non vedo neppure la Cima Scalieret, così torno indietro con le pive nel sacco. Con una marcia indemoniata riesco ad arrivare a Soraga alle 13.

Un altro giorno trascino mia madre sul Vial del Pan, quel balcone magnifico sulla Marmolada. Giunti alla diga del Fedaia, lei rimane lì e io salgo in seggiovia al Pian dei Fiacconi, con l’intento ovvio di salire sul ghiacciaio fino a superare il mio record di 2750 m (stabilito l’anno prima al Passo Santner). Salgo come invasato pestando la neve, fino a che uno mi avverte che potrei cadere in un crepaccio. Non che non lo sapessi, infatti cercavo di stare con attenzione sulle orme altrui. Ma comunque mi fermo e stabilisco, con l’aiuto della carta, d’essere arrivato a 2800 metri. Quest’anno infatti sono dotato di carte militari e di quelle del TCI.

Al ritorno, con la mamma scendiamo a Pian Trevisan. Da lì la convinco di andare a piedi fino a Penìa, poi fino ad Alba… e poi ancora fino a Canazei, fino al completo suo esaurimento.

Il rifugio Vial del Pan e il panorama sulla Marmolada
Estate1960-665_001

Un altro giorno, con mamma e nonna, andiamo fino a San Martino di Castrozza e da lì, in funivia, fino al rifugio Rosetta. Ricordo un gran fragore di canzoni alpine. C’era un gruppetto che eseguiva bene, poi dopo un po’ tutto il rifugio cantava e l’effetto era un po’ sgraziato. Andando a comprare la cartolina vedo un libretto color celeste intitolato Rifugi della SAT (Società Alpinisti Tridentini). Me lo faccio comprare e lo sfoglio. Descrive tutti i rifugi del CAI-SAT della provincia di Trento. Nella nebbia salgo sulla Cima Rosetta, assieme ad altra gente delusa per la mancata vista su San Martino. Al ritorno chiedo e ottengo di poter tornare per conto mio. Prima a piedi fino al Passo Rolle, poi in autostop fino a Moena e da lì a piedi fino a Soraga, più precisamente alla frazione Zester, più alta ancora di Barbide.

La sera sfogliai più accuratamente la guida dei rifugi e notai che il rifugio Vioz 3535 m, nel gruppo dell’Ortles, è il più alto di quelli della SAT. Feci subito un progetto per raggiungerlo, poi però realizzai che tra l’andare a Pejo (acque minerali), salire al Vioz (6 ore) e il tornare a Soraga dalla parte opposta del Trentino ci volevano due giorni. Così accantonai l’idea.

Il rifugio Molignon
Estate1960-mini-DSCN0594_Molignon

Con l’arrivo di mio padre, dopo le consuete gite a funghi a malga Palua, lo portai al Passo San Nicolò. Dopo una lunga e un po’ monotona marcia, ci fu la salita al passo bella ripida sotto un caldo bestiale, e la conseguente discesa al più fresco rifugio Contrin.

Poi ci dedichiamo, a famiglia riunita al gran completo, alla traversata Moena-Passo di Lùsia-Bellamonte nonché all’Alpe di Siusi. Questa è una gita di ripiego, perché io assolutamente premevo per il Piz Boè. Ma mio padre non vuole perché racconta che una volta suo fratello, cioè mio zio Silvio, una volta ci si era perso. Invano mi sforzo di dirgli che è una montagna facilissima e poco faticosa. Si rimane in forse fino al mattino e poi il responso: no! Cioè si va all’Alpe di Siusi, io con il muso un po’ lungo.

All’Alpe di Siusi ci arriviamo dal Col Rodella per il rifugio Sassopiatto. Al rifugio Alpe di Siusi troviamo un amico, così assieme a lui vado al rifugio Molignon per comprare la cartolina, in venti minuti andata e ritorno.

Scendiamo per la val Duron, rinomata per la sua infinita lunghezza. La nonna è più morta che viva e mi dà continuamente dell’assassino, fare ‘ste cose a una donna di 70 anni, ecc.

Il rifugio Forcella Pordoi
Estate1960-0001

Per tutta l’estate ho annoiato i miei perché andassimo al Piz Boè, ma mio padre s’è sempre opposto. Quando se ne va lui, riesco a stento a convincere mia madre. Così partiamo il 22 agosto, giornata bellissima: non vi è neppure una nuvola e non ve ne sarà fino alla notte, cosa rarissima in montagna. Nemmeno una nuvola, nemmeno una traccia di vapore. In corriera an­diamo a Canazei. Di lì prendiamo la seggiovia a due tronchi che ci porta alla base del Col del Cuc. Per un sentiero che ag­gira il Sass Beccé raggiungiamo il Passo Pordoi, a 2239 me­tri. Da lì s’inizia a salire. Il percorso si svolge dapprima sulle pendici erbose ma discretamente ripide del Monte Forca (la mulattiera non passa per la cima, così non posso contare que­sto monte); poi pianeggia per 150 metri; da lì prende a salire su terreno accidentato frammisto a erbe e sassi, fino a che con molte serpentine non si arriva ad un poggio erboso. Lì ci ripo­siamo un poco; vi è parecchia gente che sale, molti tedeschi e anche inglesi, italiani pochi; ci si presenta il ghiaione che ri­pidissimamente porta a 2846 metri. Lo attacchiamo e a serpen­tine c’inerpichiamo su quella massa di detriti instabili. Con molta fatica di mia madre raggiungiamo la Forcella Por­doi. Lassù si apre il vasto altopiano del Sella e le faccio vedere il Piz Boè. Per uno scherzo molto comune in montagna, il mon­te le appare più basso e più vicino di quello che è in realtà, così glielo lascio credere. Dopo averlo scrutato, dice che ce la do­vrebbe fare. Sono fuori di me dalla gioia, perché già ora ho battuto il mio record d’altezza! Lascio mia madre al rifugio della Forcella e seguendo un buon sentiero segnato da ometti di pietra raggiungo la vetta del Sass Pordoi, 2950 metri, mia nona cima. Saluto due tedeschi e mi precipito alla Forcella, or­mai mia madre si sarà riposata. Ora ci sono alcune chiazze di neve e qualche salto di roccia e, lasciato il sentiero per il Rifu­gio Boè, ci avviciniamo alle falde del grande cono. Sto oltre­passando la barriera dei 3000 metri, le difficoltà sono elemen­tari. Arriviamo assieme in cima: lei ha un po’ il fiatone, ma è contenta. 3151 metri! Il mio decimo monte ha un panorama circolare sconfinato, con un orizzonte senza la più piccola nu­be. Per migliorare ancora il mio primato d’altezza mi arram­pico sulla croce, ma non raggiungo il braccio e arrivo solo a 3152.

Al Rifugio Boè spediamo qualche cartolina, tra le quali an­che una a mio padre, facendogli capire che siamo stati in cima.

Il rifugio Boè e il Piz BoèEstate1960-0002

Posted on Lascia un commento

Dal proto-bouldering alla Vinatzer

Dal proto-bouldering alla Vinatzer
di Salvatore Bragantini

Agosto 1965, la mia terza stagione alpinistica volge al termine. Il primo anno mi ero spinto fino alla Kiene alla Cima Fanis Sud, nel secondo avevo osato salire, sempre con mio fratello Renzo, la Kiene alle 5 Dita, così descritta nella guida di Arturo Tanesini Sassolungo Catinaccio Latemar: “Scarse possibilità di assicurazione… richiede una perfetta tecnica di roccia”. La notte non avevo quasi chiuso occhio, ma poi il diavolo era stato meno brutto di come lo dipingeva Tanesini.

Eccoci dunque al 1965; ero stato prima al M. Bianco, dove fra i compiti di (aiuto) istruttore della scuola della Sucai Roma, e il tempo avverso, non avevo fatto nulla di serio. Tornato alla cara Val di Fassa mi ero cimentato, sempre con Renzo, con la Pichl al Sassolungo e con lo spigolo NO della II Torre del Sella. Ce l’eravamo cavata bene.

In arrampicata sul diedro Vinatzer al Piz Ciavazes, tempi odierni. Foto: cornodicavento.com
DalProtobouldering-ACTION+SUL+4+TIRO

Confortato da queste esperienze ritenevo fosse ora di provare ad annusare le difficoltà superiori. Ne discuto con Alessandro Gogna, compagno di vagabondaggi alle “Roccette” della valle di S. Nicolò (subito fuori Pozza), dove ci limavamo le unghie facendo quel che ancora non sapevamo chiamarsi bouldering.

Ora siamo pronti a mettere le mani sul diedro Vinatzer-Riefesser al Piz Ciavazes, via che aveva una grande attrattiva: la sua descrizione sulla guida Odle Sella Marmolada di Ettore Castiglioni (compagno proprio di Vinatzer nella via famosa sulla Sud della Marmolada) menzionava, sia pure solo per un passaggio, il mitico 6° grado.

Salvatore Bragantini in arrampicata sulla via Vinatzer alla Terza Torre di Sella, 6 agosto 1966
Dalprotobouldering--SalvatoreBragantinisuVinatzerTerzaTorreSella

Così, in numeri arabi, si scriveva allora “il sesto”, grado che almeno per noi, poco più che principianti, era allora un’entità imprecisa; senza che ce ne rendessimo conto, nelle nostre confuse nozioni di allora, esso metteva insieme il “sesto” in libera – talvolta, ma non certo dal Castiglioni, generosamente attribuito – con l’artificiale. Se ci si attaccava ai chiodi per progredire, eravamo certamente sul “sesto”!

Che la scala di Welzenbach potesse (o dovesse) “aprirsi” sfuggiva a molti, certo anche a me; non ci sembrava di fare cose sovrumane, ma eravamo beatamente contenti di sentirci dire che fosse quello il “limite delle possibilità umane”, “l’estremamente difficile”.

Allora era raro che le relazioni riportassero le difficoltà tiro per tiro, né conoscevamo gli schizzi “alla francese”, che scompongono una via nelle sue parti costitutive; una salita “di 6°”, per noi che eravamo agli inizi, era un blocco unico, una teoria infinita di passaggi “estremamente difficili”. Programmarla, con la nostra scarsa esperienza avrebbe richiesto una buona dose di improntitudine, forse di incoscienza.

Salvatore Bragantini sulla via Pichl della parete nord del Sassolungo, 9 agosto 1965. Foto: Renzo Bragantini
DalProtobouldering--S.Bragantini-Pichl-Sassolungo

Ciò non valeva per la relazione del diedro Vinatzer; la guida del Castiglioni ad un certo punto descriveva in dettaglio il passaggio-chiave, attribuendogli il grado di “sesto”. Se ne deduceva, logicamente, che il resto della via fosse di difficoltà inferiore; credo che proprio il sapere che quella via conteneva sì il “sesto”, ma in modica quantità, sia stata la vera causa della nostra scelta della via. Ciò ci permetteva di provare le nostre forze su difficoltà superiori senza rischiare troppo, ma il diedro Vinatzer al Ciavazes era ancora circonfuso di un suo alone di rispetto; la prima invernale, di Toni Gross e Donato Zeni, era stata fatta solo da otto anni, e la prima solitaria, di Heini Holzer, sarebbe  venuta due anni dopo, nel ’67.

È per questo impegnativo programma che il 20 agosto, la mattina presto, scendo a Soraga da Pozza a prendere Alessandro: il mio giallo “Galletto” della Guzzi ci consente una mobilità fino a poco prima sconosciuta. Sono finiti i tempi dei penosi autostop, alla mercé degli automobilisti di passaggio, che sempre metteva a rischio una salita, o il ritorno. Piccola parentesi: una volta, tornando proprio dalla Kiene alle 5 Dita con Renzo, ci diede un passaggio un compìto e cortese tedesco che ci chiese di avvertirlo quando veniva una macchina in senso contrario “Because I must concentrate on ze driving… Perché io devo concentrarmi sulla guida”. Scendemmo sani e salvi a Pozza, scampando al disastro!

Sul cengione della via Vinatzer alla Terza Torre del Sella. Da sinistra, Renzo Bragantini, Salvatore Bragantini e Piero Giorgi, 6 agosto 1966. Foto: Paolo Cutolo
DalProtobouldering-RenzoBragantini--SalvatoreBragantini-pieroGiorgi su cengione via VinatzerterzaTorreSella

Il tracciato (in rosso) del diedro Vinatzer al Piz Ciavazes e (in blu) la moderna via attrezzata di discesa. Foto: quartogrado.com
DalProtobouldering-PIZ CIAVAZES_Vinatzer_alto_sito

La giornata è bella e dal Passo Sella andiamo veloci; Alessandro esibisce le doti per cui il nostro gruppo l’ha soprannominato Pamich (Abdon Pamich aveva vinto la medaglia d’oro nella 50 km. di marcia alle Olimpiadi l’anno prima), e arriviamo presto all’attacco.

Procediamo a comando alternato e arriviamo al passaggio-chiave, sotto il quale Alessandro fa sosta; deciso, vorrebbe andare avanti ancora lui, ma io non mollo, tocca a me! Alessandro alla fine cede, forse sa già che presto avrà modo di rimediare abbondantemente.

Di quel passo-chiave, che fu la nostra introduzione alle difficoltà superiori, ho ancora presente la roccia intorno, quasi nera nello stretto diedro; cosa rara, dato che i miei ricordi delle salite rapidamente svaporano. Se appena sceso da una via ricordo abbastanza la successione di tiri, dopo una settimana tutto si sbiadisce. Ora mi pare di ricordare di averlo fatto in libera quel passo, ma non ne sono sicuro; del resto allora non ci badavamo poi tanto.

Superato il passaggio, procediamo senza intoppi; arrivato sul pianoro sommitale del Ciavazes, recupero Alessandro, autoassicurato su un grande masso intorno al quale avevo avvolto la corda, anche questo lo ricordo vividamente.

Salvatore Bragantini sulla via Steger alla Torre Winkler, 12 agosto 1966. Foto: Paolo Cutolo
DalProtobouldering-S.Bragantini-viaSteger-TorreWinkler--

Il tempo, da bello che era, sta peggiorando, densi nuvoloni coprono già la cima del Sassolungo; allarme, temporale in formazione! Allora non erano state attrezzate le doppie che oggi permettono una veloce discesa dalla cima del Ciavazes; ci affrettiamo dunque verso la ferrata delle Mesules, che dobbiamo percorrere in discesa per tornare al Passo Sella. La facciamo di corsa, naturalmente senza agganciarci alla ferrata, siamo forti noi. Difatti a un certo punto mi butto su un appoggio per i piedi che vola via, lasciandomi appeso con le mani… Eravamo forti sì, ma dell’incoscienza cantata da De Gregori in Pezzi di vetro: “ferirsi non è possibile, morire meno che mai”.

Ora corriamo sui prati zuppi di pioggia verso il Passo Sella: abbiamo fatto una via difficile, ci sentiamo forti e felici, già progettiamo la prossima salita. Ci serve solo il tempo per trovare una tenda: col Galletto andremo in Lavaredo a fare lo spigolo Demuth alla cima Ovest.

Sul Sassolungo tuona, sul Passo e in Gardena piove a rovesci. Montiamo sulla moto, imbacuccati nei nostri poncho passiamo sotto la Sud del Ciavazes, dove notiamo un addensamento di macchine, strano data l’ora e il tempo pessimo. C’è un via vai di persone serie, con lo sguardo aggrottato; ho una brutta intuizione, ma tiro via accelerando, è la reazione di chi teme quello che può essere accaduto e chiude gli occhi alla realtà. Sulla via Del Torso era infatti morto Fabrizio Romanini, cultore come noi del proto bouldering a S. Nicolò. Morire era dunque possibile.

Non facemmo assieme la Demuth alla Cima Ovest, né allora né poi; non doveva andare così. Alessandro dopo poco prese la strada del grande alpinismo e per lungo tempo non ci siamo rivisti. Le complicate vicende della vita ci han permesso di tornare ad arrampicare assieme solo nel nuovo secolo.

Salvatore Bragantini oggi, in versione Fidel
DalProtobouldering-Bragantini-3aprile2016-CaprinoVeronese-DSC_2177

Posted on Lascia un commento

Santnerjoch revisited

Santnerjoch revisited

Estate 1959
(dal mio diario, gennaio 1961)

Quando da Vigo di Fassa arriviamo al Ciampedie in seggiovia vado subito al rifugio, situato sulla cima del Monte Ciampedie. Del rifugio non m’importa nulla, m’interessa poter marcare come fatta la cima del monte. Salvo poi scoprire che questa è un po’ spostata…

Convinco poco facilmente l’intera famiglia comprensiva di nonna ad andare al rifugio Roda di Vaèl. Prendiamo il sentiero 545, oltrepassiamo una frana selvaggia, poi nel bosco in saliscendi più o meno marcato. Mi preoccupo, perché vedo che il sentiero scende più che salire. Incontriamo un signore obeso che cammina con difficoltà. Questi, incontrando la nonna, dichiara che lei non avrebbe mai potuto raggiungere il rifugio, per via della salita dopo la malga di Vaèl. Per quanto la nonna sia propensa, non gli diamo retta e continuiamo. Dopo le Rondolae e due ponticelli di assi arriviamo alla malga. Qui ci riposiamo, con la cornice dello splendido Vajolon. Attacchiamo la salita alla fine della quale si vede il rifugio. Non è così spaventosa, e alla fine ci troviamo tutti assieme nella saletta del rifugio. Proseguiremo verso il rifugio Paolina e con la seggiovia al Passo di Costalunga.

SantnerRivisited--TIC0-0095

La gita al Col Rodella si differenzia dalle altre perché ci trovammo in mezzo a una bufera. Da Campitello, papà e io, non ricordo più per quale ragione, prendiamo la seggiovia prima di mamma e nonna (forse dovevano comprare qualcosa). Arrivati a fine corsa le aspettiamo: fa un freddo cane, non si può resistere. Così decidiamo di salire in vetta al Col Rodella, dove c’è il rifugio. Sono 10 minuti, ma le raffiche di vento sono impetuose. Entriamo e andiamo a un tavolo, tenendo il posto alle donne che stanno per arrivare. Quando le vediamo sono paonazze per il vento e il freddo preso in seggiovia. La mamma aveva difficoltà a parlare ma, nonostante ciò, quando stava per sedersi al tavolo ha biascicato “piccicaticcio” indicando con schifo evidente la superficie non ben pulita. Igiene e pulizia anche se si è mezzi assiderati…

Col Rodella
SantnerRivisited-!B7Pp2y!!mk~$(KGrHqUOKpYEy+jC0B))BMzqC8tRQg~~_35

La gita continua con la discesa al Passo Sella, ma raggiunge il culmine con la risalita alla seggiovia per tornare. Nessuno di noi ha la giacca a vento, solo la nonna ha l’impermeabile. Nevica e c’è una nebbia che entra nelle ossa. I seggiolini sono completamente bagnati, l’inserviente ci mette sopra un cartone, ma il disagio è evidente e continuato fino a Campitello.

Un giorno io e mio padre andiamo al rifugio Vajolet, rapiti dalla bellezza dei Dirupi di Larsec e del Catinaccio. Raggiungiamo il rifugio con un po’ di fatica per via dell’afa. Preferiamo il contiguo rifugio Preuss, dove mangiamo due enormi piatti di pastasciutta al ragù. Poi inizio il lungo processo di convinzione di mio padre per salire la gola che porta al rifugio Re Alberto I. Lui guarda in su e si rifiuta di proseguire dicendo che è pericoloso, che ormai la meta della giornata è raggiunta, ecc. Per sfiancarlo, lo costringo a chiedere al padrone del rifugio se ci possiamo andare. Quello per mia fortuna risponde di sì e così c’incamminiamo, lui piuttosto riluttante.

Riconosce anche lui comunque che non v’è alcuna difficoltà, solo fatica. Arriviamo così al rifugio Re Alberto I 2627 m. Ormai ho ben chiaro in testa il disegno di raggiungere il mitico Passo Santner 2741 m con il quale avrei migliorato il mio record di altezza. E pazienza se nel frattempo l’amico Paolo Baldi aveva migliorato il suo salendo sulla Marmolada per la via del ghiacciaio.

Espongo a papà il mio desiderio, ma lui si arrabbia tanto che non insisto. Gironzolo nei dintorni, sotto alle meravigliose Torri del Vajolet, tocco il Passo Laurino, dal quale però non si vede panorama, solo gole aspre e rocce appuntite.

Sono proprio scontento, e mio padre, vedendomi così abbattuto, mi chiede se poi, una volta al Passo Santner, c’è ancora qualcosa d’altro da salire. Lo rassicuro che non c’è altro, a meno di non fare scalata sul Catinaccio.

Esce dal rifugio per vedere il cammino che c’è, la risalita di un ghiaione non lunghissimo. Poi s’informa se c’è panorama. Io gli dico che c’è ed è magnifico. Alla fine c’incamminiamo, e davvero dopo poco tempo arriviamo al passo. Mio padre rimane estasiato, contentissimo alla fine che io abbia insistito così tanto.

Sono felice di essere a 2741 m, ma facendo finta di niente salgo ancora un po’ verso il Catinaccio per racimolare qualche altro metro, direi fino a 2750 m. Mio padre è stato molto contento di quella giornata, ancora oggi me ne parla ogni tanto come della gita più bella.

I rifugi Preuss e Vajolet sotto alla Punta Emma, la Torre Winkler e le Torri Principali del Vajolet
SantnerRivisited-6974603

Santnerjoch rivisited
(scritto nel 2011, ricordando quei luoghi)

C’era una pozza d’acqua trasparente che rifletteva il colore uniforme di rocce nuvolose, più che altro un ricordo malinconico del regno di re Laurino, assai tetro. Una costruzione a rifugio, una teleferica che ronzava e trasportava un carico di birre e aranciate, due bambini che la manovravano, biondi e silenziosi. All’interno del rifugio il custode rigovernava i tavoli, era pomeriggio inoltrato, diceva che l’estate è breve, i turisti sono tanti, ma per pochi giorni l’anno… Lui era sempre lo stesso di una decina di anni prima e le Torri del Vajolet sembravano più piccole di quando le volevo scalare da solo: gli anni non erano passati per nulla e le guglie mi sembravano più docili, più miti. Forse però ero cambiato solo io. Loro si erano forse alleggerite di qualche sasso. Quella conca era sempre stata molto triste, perché la favola del meraviglioso Re Laurino era solo tale e se le rocce s’illuminavano talvolta di rosa era per ricordare il perduto Giardino delle Rose.

SantnerjochRivisited--TIC0-0106

La gente urlava per sentire l’eco, ma l’ambiente restava cupo allo stesso modo. L’unica nota gentile era l’accostamento delle tre torri, immutato. Il laghetto era poco profondo, si potevano contare i sassi: era proprio una pozza che rifletteva lo scuro della gola.

Un bambino lanciava dei sassi, era grazioso, moro e vestito alla tirolese, ma era italiano. A stento riconoscevo d’essere io. Quanti sassi erano stati gettati in quella pozza negli anni della mia assenza? E quanti se ne dovevano ancora gettare prima che lo scarso recipiente fosse colmo e non potesse più racchiudere un laghetto ma solo un acquitrino? L’odore dei rifugi non era più buono: a quel misto di minestrone, ragù e legna arsa s’era aggiunto un vago puzzo di gasolio. Se fossi stato il padre di quel bambino gli avrei detto di smettere di gettare i sassi, e non mi sarebbe importato se il piccolo si fosse bagnato un po’ le scarpe.

A che servivano le raccomanda­zioni di un genitore? Non è stato trovato il prodotto che smacchia le tracce d’erba dai calzoni? “Quante volte ti ho detto di stare attento a fare cadere i sassi, è pericoloso”. Prima mi diceva di non correre perché eravamo in salita, poi bisognava fare attenzione perché eravamo in discesa “e se ti metti a correre non ti puoi più fermare”.

Quando salii da piccolo al rifugio Re Alberto e poi al Passo Santner con mio padre per vedere il panorama su Bolzano, non c’erano altri bambini. Al rifugio Preuss avevamo consumato due enormi piatti di spaghetti al ragù. Pieni e gonfi ci eravamo diretti verso il Gartl. Mio padre era riluttante, non aveva senso quella fatica in mezzo a rocce grigie e panorama non ce n’era. Per fortuna sfilavano altre comitive: ricordo molti tedeschi, qualche italiano ciarliero, nessun bambino. Ma dopo tutti quegli anni il Gartl brulicava di famigliole con ragazzini, bambini, piccoli in spalla. I genitori erano tesi, alla loro paura di cadere s’aggiungeva il terrore di veder sdrucciolare la prole. Pensavo che i bambini se la sarebbero cavata benissimo se non fossero stati impietriti e angosciati da continue minacce. Così non era più un gioco, era solo fatica e lividi sulle ginocchia.

Preferivo ricordare la volta con papà, sarebbe stato contento di me se gli facevo vedere che non cadevo perché da piccolo non avevo mai voluto essere portato sulle spalle. Volevo raccontare agli amici che lassù c’era la teleferica che andava da sola, un laghetto in mezzo alle rocce a strapiombo, e che il custode mi aveva regalato una caramella e che se gridavo la voce rimbalzava quattro o cinque volte.
SantnerjochRivisited-santner b copy

Posted on Lascia un commento

Solo quattro metri

Solo quattro metri
Pilastro di Mezzo al Sass dla Crusc

Al di sopra degli incantati boschi di Val Badia e dei luminosi prati che circondano l’Abbazia dla S. Crusc s’erge la scura muraglia nord-ovest del Sass dla Crusc, che comprende le pareti del Piz dl’Pilato 2825 m e del Ciavàl (Monte Cavallo) 2907 m. Tra esse un’enorme struttura, il Pilastro di Mezzo, s’appoggia sul friabile zoccolo comune a tutta la parete. Sono ancora di scena i fratelli Messner, Reinhold e Günther, il 6 e 7 luglio 1968. Con le pedule rigide, senza cunei, senza nut e con l’uso di soli 60 chiodi.

Alessandro Gogna sulla traversata della via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, 26 luglio 1983
A. Gogna sulla via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc. 26.07. 1983

Ecco il racconto di Reinhold Messner: «... Avevamo bivaccato in un buco sulla grande cengia e alle 8 eravamo partiti. Dopo due brevi tiri di corda il pilastro diventava giallo e verticale. Solo verso destra si presentava la possibilità di continuare in libera. Traversammo fino a che fu possibile, piantammo un chiodo ad anello e pendolammo verso destra fino ad una rampa. Su questa ci portammo ad un piccolo pulpito sul verticale spigolo del pilastro. Fino a qui era andato tutto bene. La natura ci aveva offerto il cammino e noi l’avevamo seguito. Ma ora? Ancora due metri in libera, straordinariamente difficili, ma poteva ancora andare. Poi ero al termine delle mie abilità arrampicatorie. Trovai un minuscolo buco, profondo 2 o 3 centimetri. Piantai un chiodo corto a lama. Teneva. Ancora un chiodo, poi ancora arrampicata libera. Finalmente un paio di appigli. Riposi il martello nella tasca. Sfruttando una sottile fessura sul fondo di un diedro appena accennato riuscii ad innalzarmi con un’ardita arrampicata libera e, appena in tempo, raggiunsi una strettisima cengia. Qui era proprio finita. Una placca liscia, senza fessure e con pochissimi appigli, sbarrava la prosecuzione. Quattro metri più in alto c’era una fessura, sotto di me una cengia sulla quale a malapena riuscivo a posare i piedi. Al di sotto un gran vuoto, un appicco strapiombante. Sembrava proprio impossibile andare avanti. Tuttavia non mi diedi per vinto. Tentai. Ritentai. Eppure in mezz’ora non mi alzai di un centimetro. Anche tornare indietro non era più possibile. Mi sforzai inutilmente di ridiscendere in arrampicata. Non ce la facevo e mi mancava il coraggio di saltare. Bisogna rinunciare, pensai, peccato. Salivo, ridiscendevo. Tentativi disperati. Con il proposito di tentare la discesa, ritornavo sempre al punto di uscita sulla cengetta prima di perdere l’equilibrio. E appena mi ritrovavo sulla cengia, riprendevo le capacità di riflettere logicamente. Indietro non si poteva andare. Di nuovo mi asciugai le punte delle dita sui pantaloni. Dovevo farcela, solo questi 4 metri! Il pensiero mi si imponeva come un ordine. Devo tentare! Sopra c’è un piccolo appiglio, giusto per metterci le unghie. Se riesco a prenderlo non devo più tornare indietro, non devo mollare. Poi devo alzare al massimo il piede destro, innalzarmi con un movimento bilanciato e raggiungere con la mano sinistra la lama risolutiva per tirarmi su. Nella mia testa frullava un solo pensiero: salire, poi l’appiglio in alto a destra. Oggi non so più come ho fatto ad arrivare su. So solo che mi ritrovai sopra, sollevato, pieno di gioia, e tutto era sembrato facile. Qualche ora più tardi, sulla cima, non abbiamo parlato di questo passaggio ma della situazione che si era creata sotto di esso. E se oggi penso al Pilastro di Mezzo, vedo tutto come allora. Solo la via d’uscita è aperta. Una placca liscia, senza fessure e con pochissimi appigli; 4 metri più in alto una fessura, sotto di me una cengia larga quanto i miei piedi. Al di sotto un gran vuoto, un appicco strapiombante. Un’impresa che rimane (Reinhold Messner, da Settimo Grado).».

Luca Santini sulla via variante Mariacher della via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, 26 luglio 1983
Luca Santini sulla via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc. 26.07. 1983

Passarono circa dieci anni prima che si fosse informati di cosa realmente avvenne sul Pilastro di Mezzo. Ci furono poi parecchie ripetizioni, ma tutti evitarono il passaggio-chiave con una lunghissima deviazione a destra e ritorno a sinistra. Si disse che Messner aveva mentito, che il VII+ o forse l’VIII- non poteva essere una realtà storica così vecchia. Oggi, sotto il passaggio, c’è un chiodo abbastanza buono, proprio sulla cengia alla base dei 4 metri. Heinz Mariacher ha ripetuto da capocordata il passaggio nel 1979. Ma la spitdipendenza degli ultimi tempi non favorirà certo le ripetizioni frequenti. Se qualcuno non avrà la pessima idea di spittare quel muretto, su quei 4 metri si potrà ancora leggere quanto la disperazione si tramuti a volte in energia. Il muro grigio è impassibile, compatto e solido. Nulla è cambiato. Mathias Rebitsch e Giovan Battista Vinatzer avevano toccato il VII, Messner lo ha superato. «Quando ero in difficoltà o dove era marcio, io pensavo: la roccia mi vuole un po’ bene. Allora mi facevo passare dalla roccia»: così diceva Vinatzer. Il segreto è tutto lì.

Alessandro Gogna sulle lunghezze finali della via Messner al Sass dla Crusc
A. Gogna sulla via Messner al Sass dla Crusc, Val Badia

Il 16 luglio 1978 alla base della via arrivò il 24enne Heinz Mariacher. Con lui c’erano la fortissima 19enne Luisa Iovane (sua compagna di sempre) e il personaggio di Luggi Rieser (oggi Swami Prem Darshano). Passato il tiro con la manovra di corda, arriva il tiro con i famosi 4 metri “impossibili”. Ma lì Heinz non si trova più, non gli è chiaro dove Messner racconta d’essersi trovato in una posizione da cui non poteva più scendere. Allora, convinto di fare la cosa più logica, opta per la soluzione che gli sembra più evidente, quella della via di “minor resistenza”. Quindi: traversa per circa 12 metri a destra, sale dritto per altri 4 e poi ri-traversa a sinistra per riprendere la fessura che sta sopra al muro di 4 metri del “passaggio Messner”. Da lì la cordata prosegue fino alla vetta, convinta di aver effettuato la prima ripetizione. Ma in seguito, parlando con Messner, Mariacher comprende di aver aperto una variante. Appunto quella che prende il suo nome e che sarà la più seguita dai futuri ripetitori.

L’anno dopo, nel 1979, Mariacher con Luisa Iovane ritorna al Sass dla Crusc e fa la Messner tutta in libera. E’ la prima libera integrale, visto che non si cala con la corda, ma scala in libera anche sul tratto in discesa, con difficoltà di VIII-, che porta al tiro chiave. Poi, sul muretto del famoso passaggio, sale 2 metri a sinistra di quello che ormai tutti considerano il passaggio originale, superando difficoltà di VIII-. E’ la prima rotpunkt della via! Intanto, nello stesso momento, i tirolesi Reinhard Schiestl e Luggi Rieser liberano la loro Mefisto (VIII-)!

Luggi Rieser e Luisa Iovane, 1a ripetizione della via Messner al Pilastro di mezzo, 16 luglio 1978. Foto: Heinz Mariacher
Solo4Metri-FotoHeizMariacher-LuggiRieserLuisaIovane


La prima ripetizione
di Heinz Mariacher
Nella letteratura alpina il Pilastro di Mezzo viene spesso ridotto solo ai famosi, molte volte citati, quattro metri. Quasi nessuno ha mai sprecato una parola per il resto della via. Per me il Pilastro di Mezzo è una linea fantastica nel suo insieme, nel quale si supera anche la placca di quattro metri. Anche oggigiorno si potrebbe essere orgogliosi per una via nuova di questo genere.
Il tema “Pilastro di Mezzo” è ancora una volta un’ottima occasione per ricordare che l’uso dei chiodi a pressione non è sempre stata una cosa ovvia. Io credo che solo pochissimi dei giovani arrampicatori abbia sentito parlare degli scritti polemici di Reinhold Messner su “l’assassinio dell’impossibile” contro i chiodi a pressione, questo perché manca il legame con la storia alpina, perché i giovani si sono orientati più volentieri verso nuovi modelli e direzioni. Una cultura alpina che, ad un certo punto, è rimasta bloccata nella neve degli Ottomila e si è intristita nella cura dei monumenti.
Ai tempi di Messner, e anche nei nostri alla fine degli anni Settanta, c’era ancora un codice d’onore, le limitazioni che ci imponevamo volontariamente erano assolutamente in primo piano, davano il sapore al nostro gioco. Perché era bello sognare una linea che forse era possibile o forse anche non lo era. Per me il Pilastro di Mezzo simboleggia un punto massimo dell’arrampicata nelle Alpi, di uno sviluppo che si è svolto nelle Alpi, che non è stato importato dall’Inghilterra o dall’America. L’idea della rinuncia ai chiodi a pressione nelle pareti alpine si sarebbe meritata di continuare a vivere, non necessariamente come l’unica verità, ma come stile particolare. Da parte mia, e per me stesso, avevo deciso che avrei considerato certe pareti come “zona libera” da chiodi a pressione, tra le altre il Sass dla Crusc e la Sud della Marmolada.
Ma torniamo indietro alla “Placca di Messner”: nel corso degli anni ho superato in quattro punti diversi la paretina di quattro metri. Penso però che il passaggio in sé sia meno importante della situazione affrontata dal primo salitore sotto il passaggio, della sfida mentale, come l’ha rappresentata così precisamente Messner nel suo libro “Ritorno ai monti”. Penso che oggigiorno solo una piccola minoranza sia in grado di immedesimarsi in quella situazione, ed è una vergogna che oggi si trovino chiodi a pressione sul Pilastro di Mezzo!
Vorrei ancora mettere in chiaro una cosa: durante la prima ripetizione ho cercato la via di salita più logica, il che significa la linea di minor resistenza, e non ho cercato una variante per aggirare il passaggio come scrive Ivo Rabanser nel suo libro. Il fatto che, poco tempo dopo la ripetizione, io abbia chiesto a Reinhold perché non avesse indicato nella descrizione quella traversata, mostra che io ero convinto di aver ripetuto la via originale.

Nicola Tondini da primo sui quattro metri di VIII grado. Foto: Paola FinaliSolo4Metri-NicolaTondini-FotoPaolaFinaliL’indagine
di Nicola Tondini
Il Pilastro di Mezzo al Sass dla Crusc è da anni legato al nome dei fratelli Messner. Per chi ha ripetuto le vie che Reinhold ha aperto in Dolomiti, sa dell’attrazione che il forte arrampicatore aveva per le placche. Pur disponendo solo di chiodi e indossando robusti scarponi rigidi, Messner spesso si è lanciato alla ricerca della sequenza di appigli che gli avrebbero permesso di avere ragione di quei muri compatti di calcare grigio: la parete nord della Seconda Torre di Sella, la parete nord del Sass da Putia, la parete nord della Cima della Madonna, la parete sud della Marmolada, le placche d’aderenza del Sasso delle Nove e appunto il Sass dla Crusc furono alcuni dei suoi terreni di gioco e testimonianza del suo grande intuito. Vie queste, che ancora oggi mettono timore: i lunghi tratti sprotetti e la capacità necessaria nel saper leggere le placche frenano molti alpinisti a cimentarsi con le vie dell’alpinista altoatesino.
Sul Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, Reinhold Messner con il fratello Gunther compì il capolavoro. Già nei primi tiri i due fratelli dovettero cercare a fatica una linea di passaggio. Furono costretti, infatti, a un lunghissimo traverso con un pendolo per passare una zona estremamente liscia. Poi ecco al quarto tiro quel muretto di 4 metri appena sopra una piccola cengetta. Gli appigli si intuivano, ma erano decisamente piccoli. Messner starà quasi un’ora a provare e pensare come passare. Poi tenterà il tutto per tutto, riuscendo. Sarà il primo grado VIII della storia, percorso in libera.
Con gli anni cresce sempre più la fama di quel passaggio. Qualcuno leggendo sui forum in internet pare abbia trovato altri punti deboli, oltre alla variante Mariacher, dove salire. Sta di fatto che il passaggio originale continua tutt’oggi a mettere in crisi. Io stesso ho letto e sentito vari commenti su quel passaggio: avrà piantato un chiodo, si sarà rotta una scaglia, com’è possibile che lui sia passato e tanti forti rinunciano? E così via. Io l’ho ripetuta la prima volta nel 1992 e allora ero andato deciso per la variante Mariacher. La curiosità di provare il passaggio Messner è ovviamente tornata fuori, così propongo a Massimo Lucco, mio fortissimo cliente/compagno di andare a metterci le mani per capirne un po’ di più. Fissiamo la salita per il 3 settembre 2010.
I giorni precedenti sento Andrea Tosi e Paola Finali, esperti amici in fotografia e filmati, che ultimamente mi seguono in qualche avventura e propongo loro di documentare il famoso passaggio Messner.

Il 3 settembre io e Massimo andiamo all’attacco del diedro Mayerl, che percorriamo fino alla cengia mediana. Da qui seguendo la cengia verso sinistra in 10 minuti raggiungiamo l’attacco della Messner al Pilastro di Mezzo (nella realtà l’originale raggiunge la cengia direttamente seguendo 300 m su un pilastro di roccia estremamente friabile e pericoloso di V grado). Sono le 10 appena passate. Sento per telefono Andrea, che con Paola, Ingo e Mario hanno raggiunto la cima a piedi. Finché io e Massimo scaliamo sui primi tiri della Messner, loro attrezzano le corde statiche per fare i filmati e le foto. Così quando arrivo al 4° tiro della Messner, Andrea e Paola sono già posizionati. Ho fatto sosta per provare il passaggio Messner, alla fine del traverso del tiro precedente, come indicato nella precisa relazione di Ivo Rabanser. Prima di provare il passaggio della placca Messner dal basso, lo studio con la corda dall’alto. Mi ci vuole un po’ per capire come farlo senza renderlo estremo. Alla fine finalmente riparto dal basso e lo faccio. E’ un bel singolo di VIII (7a). Gli appigli duri da tenere sono 3. Ma come mai è così difficile da fare a vista? Presto spiegato.
– Come tanti boulder “strani” è difficile da impostare la partenza: viene spontaneo partire con un piede, ma così facendo ci si pianta subito. Partendo con il piede “sbagliato”, poi tutto torna giusto e il passaggio è fatto, basta avere buone dita e certamente a Messner non mancavano.
– Si è psicologicamente non in una bella situazione:
a) il compagno che fa sicura non ti vede o se si decide di fare sosta prima del passaggio, si rischia un volo diretto sulla sosta stessa;
b) se si cade, facilmente si va a sbattere con i piedi sulla cengetta da dove inizia il passaggio a meno di non lanciarsi decisamente verso il vuoto;
c) la protezione non è distante, ma comunque sotto i piedi;
d) si capisce che se si sbaglia il movimento non si riesce a tornare indietro.
e) c’è la via d’uscita: la variante Mariacher.
Concludo dicendo, che Messner ha fatto proprio un capolavoro a superare quel muretto di 4 metri. Per me è passato in libera e non si è rotto nessun appiglio fondamentale. Lui è stato lì un’ora a studiarlo, poi con la determinazione che lo ha sempre contraddistinto è partito col piede giusto, ha tirato con tutta la forza che aveva i 2-3 appigli chiave e ha raggiunto i successivi buoni appigli per andare fuori dalle difficoltà.

Solo4Metri-disegno

Posted on Lascia un commento

Un’invernale un po’ meno sofferta

Un’invernale un po’ meno sofferta
di Francesco Franz Salvaterra

Ho appena finito di rileggere il racconto di Gianni Rusconi dal libro Il grande alpinismo invernale, sulla prima invernale, appunto, alla Via delle Guide sulla Nord-est del Crozzon di Brenta.

A dire il vero avrei voluto leggerlo prima di partire per il Crozzon, ma nel disordine di casa mia non trovavo il libro, forse sepolto sotto l’attrezzatura che con Marcello (Cominetti, con cui intendevo partire per questa gita) stavamo frettolosamente preparando. Quindi ora me lo sono goduto di fronte al caminetto a salita compiuta.

Gianni Rusconi, tentativo prima invernale della via delle Guide al Crozzon di Brenta, fine dicembre 1968
Parete ENE del Crozzon di Brenta, tentativo 1a invernale della via delle Guide, Giani Rusconi

Se devo essere onesto la loro salita invernale è stata veramente una grande impresa e un’avventura che li ha spinti al limite delle forze, la nostra al paragone è stata una cosa molto meno sofferta e affascinante, pur avendoci regalato momenti indimenticabili legati sicuramente al fascino dell’inverno che restituisce alla montagna la sua staticità assoluta.

A distanza di quasi 50 anni, stride il confronto tra la spedizione “pesante” dei Rusconi e compagni, se raffrontata alla nostra: leggerissima e quasi spensierata, ma non troppo.

Sicuramente noi l’abbiamo affrontata perché le condizioni meteo erano quelle più favorevoli: poca neve in parete, tempo stabile e temperature non estremamente basse. Noi avevamo dalla nostra la possibilità di partire al momento giusto e la facilità nel metterci d’accordo, essendo solo in due e facendo lo stesso lavoro: le guide.

Ma veniamo alla storia.

Roberto Chiappa, Gianluigi Lanfranchi (detto Pomela), Antonio Rusconi e Giovanni Rusconi attaccano la grande parete nord-est del Crozzon il 7 marzo 1969. E’ tutto l’inverno che fanno avanti e indietro da Lecco assediando questa via, nel tentativo più serio partecipano anche Alessandro Gogna con Leo Cerruti: questi, con i due Rusconi, riescono ad arrivare fino a tre lunghezze sulle placche nere, la parte tecnicamente di grado più elevato, a metà parete. C’è da dire che le difficoltà maggiori si incontrano sui tiri di quarto grado, dove la neve si deposita sugli appigli e nasconde gli appoggi, i pochi chiodi e su cui non sempre è facile decidere se progredire con gli scarponi, se mettere i ramponi o addirittura le scarpette.

Leo Cerruti segue a -35° sulle placche nere della via delle Guide (Crozzon di Brenta), tentativo di 1a invernale, 30 dicembre 1968
Crozzon di Brenta, via delle Guide, tentativo di 1a invernale

Poi, a marzo, per ben 6 giorni (5 bivacchi) i lecchesi combattono con diedri e placche intasate di neve, il termometro talvolta segna -30 gradi, e mi sembra un po’ strano, però… Non hanno le maniglie jumar e risalgono le corde con i nodi prusik, appesa alle imbragature artigianali insieme ai chiodi da roccia portano una spazzola per pulire la neve dagli appigli! Verso la cima gli cade una sacca con i viveri e si ritrovano in vetta, per fortuna nel ventre materno del bivacco Castiglioni con poco cibo e nel mezzo di una tempesta. Essere lassù in quella scatola di latta è sicuro quanto ritrovarsi in mezzo al mare grosso con una barchetta. Si sopravvive ma bisogna assolutamente togliersi da lì!

Il giorno dopo, tra vento e slavine, impiegano tutte le ore di luce per traversare dalla vetta del Crozzon a quella della Tosa. Infatti la discesa non è banale neppure d’estate. Qui fanno il settimo bivacco in un buco nella neve, sono allo stremo delle forze, immaginate, senza sacchi da bivacco in Goretex, con le moffole di lana e le giacche di cotone!

Negli ultimi momenti Gianni preso dallo sconforto pensa alla frase di Pierre Mazeaud dopo la tragedia del Freney del ’61: “ Il dramma è iniziato e non ce ne siamo accorti”.

L’ottavo giorno dopo aver disceso i camini della Cima Tosa abbandonano tutto il materiale, scendono passando nelle vicinanze del rifugio Pedrotti e, praticamente rotolandosi nella neve, arrivano a Molveno lungo la valle delle Seghe, finalmente in salvo.

24 gennaio 2016: in salita verso il rifugio Brentei
InvernaleMenoSofferta-Crozzon-1 verso il rif brentei

Marcello Cominetti sulle prime lunghezze di corda, via delle Guide al Crozzon di Brenta, 25 gennaio 2016
InvernaleMenoSofferta-4

Francesco Salvaterra, 25 gennaio 2016
InvernaleMenoSofferta-Crozzon-12604875_1095057863847314_8010246936401779141_o

Marcello Cominetti, 25 gennaio 2016
InvernaleMenoSofferta-Crozzon-12495190_1095061383846962_4520736804242116497_n

La “nostra” invernale è fortunatamente molto meno sofferta: il 24 gennaio saliamo al rifugio Brentei dalla val Brenta, partiamo da casa mia a Tione dopo un ottimo pranzo e arriviamo al rifugio alle ultime luci. Fino a poco sotto la Malga Brenta Alta praticamente non c’è neve, poi mettiamo le ciaspe. Anche le temperature sono dalla nostra, fino a un paio di giorni fa a Campiglio la temperatura è scesa fino a -18, ora si è alzata di almeno 10 gradi. La mattina del 25 la sveglia suona alle tre e mezza. Prima delle sette siamo alla base della parete. Ancora non si vede bene quindi per essere sicuri di non sbagliare l’attacco beviamo il contenuto del thermos da 750 cc. e con il fornello sciogliamo della neve mentre aspettiamo la luce. Avevo ripetuto la via diversi anni fa con Luca Leonardi (il gestore del rifugio Brentei) e suo figlio Gabriele, però a dire il vero non ricordo granché. Marcello invece non l’ha mai fatta.

Marcello Cominetti sulle placche nere della via delle Guide al Crozzon di Brenta, 25 gennaio 2016
InvernaleMenoSofferta-Crozzon-943903_1095061300513637_3967059674992002047_n

Francesco Salvaterra, 25 gennaio 2016
InvernaleMenoSofferta-Crozzon-12622356_1092680700751697_200401911857352034_o

Non abbiamo con noi materiale da bivacco quindi la nostra strategia di salita prevede di essere rapidi, leggeri e audaci: le giornate sono ancora corte.

Lasciate alla base racchette e uno zaino, la nostra attrezzatura prevede: fornello e gas, liofilizzati per cena, barrette e caramelle per la giornata, un thermos, guanti di ricambio, una serie di friend e qualche stopper, dieci rinvii, cordini, secchiello e quattro ghiere, due maniglie jumar, un paio di ramponi di alluminio, uno di acciaio, due piccozze, un paio di scarpette, una vite da ghiaccio di alluminio, una mezza corda da 60 m, un procord da 4 mm da 60 m, uno zaino da 40 lt.

Parto per primo e mi rilasso quando dopo pochi metri troviamo la scritta in rosso “Via delle guide”. Per essere più rapidi abbiamo deciso che il secondo sale a jumar con lo zaino, perlomeno sui tiri più ripidi. Salgo cinque tiri, bestemmiando a ogni passaggio con i piedi su piccole tacche perché abbiamo portato un paio solo di scarpette, quelle di Marcello che sono un 44,5 e io ho il 42 di scarponi. Se scalassi con le babbucce di Aladino avrei maggior sensibilità ma almeno non serve che mi tolga le scarpe in sosta. Alla base delle placche nere più verticali passa in testa Marcello.

Nella parte bassa della via c’è spesso della neve che però è polvere e si toglie facilmente con le mani, le temperature sono di pochi gradi sotto lo zero e si scala con un po’ di freddo alle dita, con qualche “bollita” ma sopportabile. Le placche nere e verticali sono quasi pulite e Marcello sale veloce per sette tiri, facendo acrobazie per passare con le scarpette sulle cenge completamente ghiacciate mentre io “sjumaro” come un indemoniato, alternando grandi sudate a freddo mentre lo assicuro in sosta.

InvernaleMenoSofferta-Crozzon-12605275_1095057913847309_269753175488984396_o

Alle 17 riusciamo per fortuna a superare la fascia ripida della parete e a intravedere dove passare, mancano ancora circa trecento metri alla cima. Una cascata di ghiaccio immette a un colatoio nero, quindi calzo i ramponi e la scalo con le picche per portarmi sotto la parete terminale. In un attimo è buio pesto e questo tiro di IV non sembra per nulla facile con i ramponi ai piedi. Le soste non si trovano perché coperte dalla neve ma per fortuna qualche chiodo di passaggio emerge dalle tenebre. Manca solo un altro tiro per uscire sui pendii finali, è un traverso con un passo strapiombante dato di IV che a me sembra un 7a! Ansimando riesco a raggiungere la cengia alla fine della corda e attrezzo una sosta piantando la piccozza a mo’ di chiodo nell’unico scoglio di roccia che emerge dalla neve. Marcello salendo a jumar ha il suo bel da fare tra un pendolo e l’altro sul traverso, con la mezza da 8 mm che sfrega pericolosamente sulle rocce quando si lascia andare tra un rinvio e il successivo. Io nel frattempo inganno il tempo guardando la piccozza flettersi ritmicamente e puntandomi bene con i piedi nella neve. Quando mi raggiunge, la luna fa capolino da Molveno, è piena piena e illumina a giorno noi e il Crozzon. Si vedono le luci di Andalo, il Campanil Basso stretto tra la Brenta Alta e il Campanile Alto sembra vicinissimo e le piste del Grostè hanno stranamente un confortevole richiamo al domestico che ci scalda.

L’arrivo in vetta al Crozzon di Brenta di Francesco Salvaterra e Marcello Cominetti, 25 gennaio 2016
InvernaleMenoSofferta-Crozzon-12622500_1095061433846957_6349238204455585859_o

Un facile pendio ci porta sotto la sorpresina finale: lungo un tiro che sarebbe facilissimo d’estate si è formata una cascata con un tratto verticale. Abbiamo messo via le jumar quindi la seconda piccozza ce l’ha Marcello.

Fortunatamente un buon friend mi anima e salgo pinzando le colonnine di ghiaccio con la mano sinistra, nella paura che provo mi viene da ridere pensando a quando durante i corsi guida ci facevano fare esercizio scalando con una piccozza sola su cascate belle ripide.

Siamo belli cotti e andiamo piano, anche sugli ultimi facili pendii restiamo legati e alle 21.30 finalmente ci abbracciamo in vetta! Il bivacco Castiglioni sembra un hotel a cinque stelle, manca solo la jacuzzi. Il giorno dopo verso le otto e mezza cominciamo la discesa, l’idea iniziale era di traversare lungo la normale fino alla Tosa e poi scendere il canalone Neri ma appena sotto la cima cambiamo idea. Scendiamo in doppia da “Lisa dagli occhi blu”, una bellissima via di misto aperta da Parolari e Tondini che all’oggi non conta molte salite (fino in vetta). Non la conosciamo, ma con un po’ di pazienza troviamo gli ancoraggi e in qualche ora di faticoso recupero del sagolino da 4 mm. arriviamo nella parte finale del canalone Neri, vicino agli zaini e alle odiate ciaspe. Tutte le guide le odiano, è inutile nasconderlo.

Alla Malga Brenta Alta facciamo un’incursione “rubando” una zuppa di fagioli e un buon caffè, abbandonati da qualche anima pia, e alla macchina, nel bagagliaio ci aspettano due birre artigianali ghiacciate “Rethia” lasciate lì per un brindisi che ora non si fa più aspettare.

E’ la mia prima invernale di una via di roccia, è stato bellissimo. Anche una montagna “di casa” come il Crozzon, vestita di bianco sa regalare delle emozioni inedite e indimenticabili, provare per credere!

Francesco Salvaterra e Marcello Cominetti accanto al bivacco Castiglioni, vetta del Crozzon di Brenta, 26 gennaio 2016
InvernaleMenoSofferta-in vetta al Crozzon

Posted on Lascia un commento

Le Colonne d’Ercole – 2

Le Colonne d’Ercole – 2 (2-2)
(quasi 290 anni di esplorazioni dolomitiche)

Quasi 290 anni sono passati da quel lontano giorno del luglio 1726 in cui i veneziani Pietro Stefanelli, farmacista dell’alta società, e Giovanni Zanichelli, celebre botanico, si ritrovarono, quasi senza volerlo, in vetta al Cimon del Cavallo, una tra le cime dolomitiche ben visibili, nelle giornate terse, dalla laguna. “Lassù una vasta solitudine, luoghi orridi e belli, e nessun segno di vita umana e di coltivazione”, scrissero.

Visto che il loro scopo era la raccolta di erbe officinali, cosa li ha spinti fino alla cima? Non certo l’emulazione di cacciatori o pastori. E sarebbe stato già sufficiente andare lassù in alto per eventualmente menar vanto di imprese avventurose, senza bisogno della vetta. Dunque, rimane solo la meravigliosa ipotesi che siano stati catturati, a una cert’ora di un pomeriggio afoso, dall’enigmatico richiamo che il nostro spirito ogni tanto emette, come sapevano ben fare le sirene che Ulisse non volle ascoltare. Sessanta anni prima della conquista del Monte Bianco e ben prima dei viaggi interiori ed esteriori di Wolfgang Goethe.

Ne nacque una lunga storia che ha visto confrontarsi viaggiatori e alpinisti stranieri con le guide locali, con i locandieri, con la storia e le tradizioni della gente locale. In particolare, nel secolo XIX, sono stati i britannici a fare alpinismo sulle Dolomiti, facendovi nascere così il turismo.

Lago di Carezza e Latemàr
Lago di Carezza e Latemàr

Dopo la pubblicazione a Londra del Murray’s Handbook, nel 1837, le Dolomiti cominciano ad attirare i viaggiatori britannici, che percorrono le valli a piedi o a dorso di mulo cogliendo le immagini di “sublime grandiosità” indicate dalla guida.

Oltre ai numerosi scritti apparsi sull’Alpine Journal, il periodico dell’Alpine Club, furono pubblicati i diari di viaggio di Amelia Edwards, Elisabeth Tuckett, Douglas William Freshfield, Leslie Stephen. Ma il più fondamentale libro fu quello di George Cheetham Churchill e Josiah Gilbert, The Dolomite Mountains (1864). La loro opera “lancia” definitivamente le Dolomiti, che vengono inserite nel “Tour alpino” che il romanticismo ha contribuito a rendere di moda oltre Manica, come variante del “Grand Tour” che tradizionalmente viene compiuto, scendendo in Italia, nel percorso educativo delle classi più agiate del Regno Unito.

John Ball
John Ball

Nel 1857 nasce a Londra l’Alpine club, un esclusivo consesso di alpinisti che determina l’invenzione dell’alpinismo come noi lo intendiamo oggi. Anche le cime delle Dolomiti cominciano ad essere salite con sistematicità.

Nel 1868 esce la prima guida alpinistica delle Dolomiti, terzo volume di una collana fortunata che l’irlandese John Ball, sposo di una nobildonna di Bassano, pubblica a Londra con il titolo di A guide to the Eastern Alps.

In quel momento quasi tutte le vette maggiori erano state salite per l’itinerario più abbordabile. Inizia ora la lunga esplorazione delle creste, delle pareti, in un crescendo continuo dell’innalzamento del livello di difficoltà che porta nel 1925 alla conquista della parete più repulsiva e grandiosa, quella della Civetta.

Attraverso le epoche del Sesto Grado, dell’Artificiale, del Nuovo Mattino (conosciuto tardivamente anche in Dolomiti), e con il coinvolgimento di alpinisti di tutta Europa e non solo, si attraversa tutto il secolo XX e si giunge all’apertura, sempre in Civetta, di una via dal nome sintomatico, Colonne d’Ercole: si tratta della realizzazione che incarna in sé i valori massimi di difficoltà, di bellezza e di purezza di arrampicata libera (2012, Alessandro Baù, Alessandro Beber, Nicola Tondini). Il nome evoca un passaggio epocale, come è certamente quello in cui le Dolomiti e la loro storia, nonché il nostro alpinismo, si trovano.
ColonneErcole-2-900px-PIONEERS-cover

Nel 1988 qualcuno ebbe l’idea di festeggiare i duecento anni della scoperta geologica delle Dolomiti, solo perché nel 1788 (o 1789) il marchese Déodat de Dolomieu, geologo francese, lungo la strada tra Trento e Bolzano aveva raccolto alcuni campioni di roccia di colore chiaro simile al calcare, ma che da questo si differenziava per via della diversa reattività all’acido cloridrico.

Fu soprattutto un’operazione marketing, come oggi rischia d’essere intesa anche la più recente nomina a Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

ColonneErcole-2-0-0-0

Le cartoline che raffigurano alcune tra le vette dolomitiche più belle e caratteristiche sono note in tutto il mondo, l’immagine delle Tre Cime di Lavaredo fa concorrenza al Cervino quanto a staticità dell’idea che ce ne siamo fatta. Sciare nelle nevi splendenti con la corona delle guglie dolomitiche è un quadro mentale dal quale nessuno può ormai liberarsi. L’idea della perfezione ha sostituito non solo il ricordo, ma anche il desiderio di ulteriore conoscenza.

Il simbolo sta uccidendo il padre, l’immagine (soprattutto quella virtuale) è più importante della realtà fisica. Di questo sono responsabili gli alpinisti che hanno portato, come angeli, la conoscenza di un mondo sublime, di cui la gente si nutre. Loro stessi però non sapevano quel che facevano, e dobbiamo perdonarli.

Sassolungo e Sassopiatto dall’Alpe di Siusi, in un’illustrazione di J. Gilbert e G.C. Churchill, The Dolomite mountains, 1864
Sassolungo e Sassopiatto dall'Alpe di Siusi, in un'illustrazione di J. Gilbert e G.C. Churchill, "The Dolomite mountains", 1864

Il mistero di queste montagne è stato svelato nel momento stesso in cui l’esplorazione dava risultati molto visibili. Quando anche la Sud della Marmolada non ha più avuto segreti per i migliori ecco che i caroselli sciistici hanno sostituito totalmente la realtà. Come non ci fosse più bisogno della Gioconda di Leonardo o del Partenone ma ci accontentassimo delle loro fotografie.

Viene il dubbio che la soluzione sia quella di dimenticare la storia e ritornare a guardare queste montagne con gli occhi di un bambino, che sa mescolare così bene la fiducia e la paura.

Queste sono le Colonne d’Ercole che abbiamo paura di attraversare. Mille convenienze e piccoli e grandi interessi ci stanno remando contro e non ci lasciano abbandonare il Mare Nostrum, diventato angusto come una culla che prima o poi dovremo abbandonare. Dobbiamo avere fiducia che lo spirito, quello stesso di Zanichelli e Stefanelli, ci richiami ancora, con voce più forte.

Manolo libera Solo per vecchi guerrieri
ColonneErcole-2-Manolo01