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Le Colonne d’Ercole – 1

Le Colonne d’Ercole – 1 (1-2)

La natura dev’essere conservata, ma non solo per po­terla sfruttare anche in seguito. L’uomo si è sempre servito della terra per i suoi scopi, ma la natura ha qualche diritto? Ne violiamo qualcuno quando la costrin­giamo nelle vetrine e nei pieghevoli di una promo­zione turistica?

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Presumiamo che il minerale non chieda altro che rima­nere minerale, nelle forme in cui ci si presenta, ma negli ultimi anni la geogra­fia delle Dolomiti è stata sconvolta da inter­venti che non hanno più nulla di si­mile al lento evolversi, al graduale sviluppo della loro popolazione nei secoli scorsi. In molti casi non si può più parlare di riserva inesauribile né tanto meno di adat­tamento rispettoso dell’uomo alla natura. Il termine “sviluppo della monta­gna”, specialmente in alcune vallate do­lomitiche, ha perso ogni significato originario, quando emigrare era l’unica soluzione di progresso per le popolazioni locali. La massiccia cementificazione e l’enorme quantità di piste sciabili (quindi l’urbanizza­zione di vaste aree del territorio) hanno comportato la graduale distruzione e il veloce de­paupera­mento delle specie botaniche e ani­mali; l’ambiente generale ha subito aggres­sioni che non possono essere più tollerate nella dimensione attuale e soprattutto si scontrano con l’idea di “parco mondiale” che tanto faticosamente si è fatta strada.

Il paesaggio delle Dolomiti, l’atmosfera che avvolge il visita­tore, le dimensioni così di­verse dal resto delle Alpi e dagli Appennini, il tipo di presenza uma­na e la sua storia così par­ticolare fanno di queste montagne un esempio unico al mondo. Non sono certo l’unico a dirlo, altri mi hanno pre­ceduto con maggiore autorevo­lezza. Eppure non è inutile ricordare che sono tanti coloro che da sempre portano tutto l’amore possibile a questo strano insieme di valli solari e di creste affilate, anche senza averle percorse in lungo e in largo, d’estate e d’in­verno. Ne ho viste di monta­gne in tutto il mondo, ma alle Dolomiti ritorno sempre con piacere immenso, anche se so che ogni volta trovo qualche dolo­roso cambiamento.

Il paesaggio delle Dolomiti è quindi unico: e la sua unicità è dovuta “anche” alla grande facilità ad esse­re abitate. È una sensazione proprio forte quella che ti prende nel vedere quanto sia importante la presenza umana sulla montagna, quanto scambio ci sia stato un tempo tra l’uomo e il regno minerale. Il sudore, la fatica, il pericolo, l’operosità a contatto con la co­siddetta indifferenza della pietra.

Gli alpinisti hanno una grande fortuna nel poter vede­re le co­se dall’alto, pur rimanendo a stretto contatto con la solidità della roccia. Come pure gli speleolo­gi, che riescono a vive­rne la vita interiore, percor­rendone le viscere più riposte.

Se paragoniamo le condizioni di vita delle genti che abitavano queste montagne all’inizio del secolo XX con quelle di oggi, noi cittadini riconosciamo in­dubbiamente un progresso; ma se osser­viamo le strade, le piste, le costruzioni in­sensate e soprattutto la loro quantità, la lo­ro estensione, il danno generale ch’esse comportano, dobbiamo parlare di regresso: tanto più se analizziamo, al di là della qualità di vita materiale, l’attuale inespressività delle loro tradizioni più radicate. E anche se il parere della gente è espresso da diversa angolazione, proprio questo impoverimento è stato riconosciuto e sofferto sulla loro pelle so­prattutto da quelle persone che, fieri abitan­ti delle proprie vallate, si op­pongono ad un’ulteriore banalizza­zione della propria cultura.

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Questa è la tipica riflessione che può risultare del tut­to inutile. I giochi in realtà sono già fatti, il de­stino delle Dolomiti forse è già se­gnato. Le associa­zioni ambienta­liste e i valligiani più lungimiranti hanno accettato un compito forse impossibile. Noi però af­fermiamo che su questo terreno, soprattutto su que­ste Dolomiti, si sta giocando una partita estremamente importante.

La dignità del territorio e dell’ambiente può essere difesa anche altrove. Di certo continueremo a firmare petizioni a salva­guardia di altre località montane, magari minacciate dall’ennesimo impian­to per lo sci o da chissà quale altro progetto. Ma quasi sempre in altri luoghi ci si batte con interessi econo­mici che possiamo definire limitati a con­fronto di questi, a confronto cioè con l’industria turistica delle Dolo­miti. Questo è il luogo dove l’esigenza di un ambiente vivi­bile si scontra massimamente con l’esigenza dello sfrutta­mento totale per mantenere allo stesso altissi­mo livello il grande giro eco­nomico che è stato inne­stato.

Quindi proprio qui le diverse idee devono confrontarsi e tro­vare un accordo. Il pro­blema Dolomiti è grave, più grave degli al­tri: forse però è la gravità stessa che ne fa­vorirà la soluzione.

Se vogliamo realmente salvare queste mon­tagne, dobbia­mo prendere delle misure ve­ramente coraggiose ma indi­spen­sabili in primo luogo; e in secondo luogo dobbiamo mirare alla riconversione dell’economia lo­cale.

Voglio spendere alcune parole sulle misure che, a mio parere, dovrebbero essere immediate. È necessario chiudere all’attività sciistica tutti i luoghi an­cora intatti, indi­pendente­mente dalla maggiore o mino­re bellezza e dalla vici­nanza a comprensori già sfrut­tati; non permette­re la costru­zione di ulteriori ro­ta­bili per alcun motivo; chiudere al traffico privato ogni strada che non sia di collega­mento tra centri a­bi­tati; rinunciare all’am­plia­mento delle capacità ora­rie degli im­pianti in funzione, perché ciò comporta aumento di posteggi ed altre infrastrutture cementi­zie; rinunciare alla costruzione di grandi superstrade di collegamento che sna­turerebbero ul­teriormente valli che già ora sono facili mete da week-end di toccata e fuga.

Queste sono le misure più urgenti, senza l’applicazio­ne delle quali sarebbe perfetta­mente inutile sperare nei miracoli.

(continua)

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50 anni e non li dimostra

50 anni e non li dimostra
di Massimo Giuliberti
(questo articolo è uscito sull’Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

La Torre d’Alleghe e la Torre di Valgrande (a ds.). Sulla prima, sullo spigolo tra sole e ombra, sale la via Bellenzier
Torre d'Alleghe e Torre di Valgrande, gruppo del Civetta. Dolomiti Orientali

Nel 2014 ha compiuto 50 anni un itinerario delle Dolomiti relativamente poco conosciuto che, sia per la difficoltà tecnica sia ancor di più per il tipo di scalata, il mezzo secolo non lo dimostra davvero: la via Bellenzier al pilastro nord-ovest della Torre di Alleghe.

Nel circoletto, Bellenzier impegnato nel tiro chiave della sua impresa. Foto: Gianfranco Riva
Domenico Bellenzier nel circoletto impegnato nella sua prima ascensione (e in solitaria) dello sua via alla Torre d'Alleghe

La storia
Siamo in Civetta negli anni ’60 quando i migliori alpinisti del momento, per dirla con George Livanos, non paghi di aver salito la cattedrale, si attaccano anche a tutti i suoi pinnacoli minori.

Nell’estate del 1963, dopo un precedente tentativo di alpinisti romani, i lecchesi Giorgio Redaelli e Aldo Anghileri attaccano quello che era al momento considerato uno degli ultimi problemi del Civetta, pur se su una torre tutto sommato minore nella grandiosa Nord-ovest. I lecchesi, con l’uso di molti chiodi, superano la prima lunghezza di VI, ma devono poi ritirarsi sotto un temporale, ripromettendosi di ritornare.

Domenico Bellenzier si allena, anni ’60
Domenico Bellenzier si allena, anni '60

Il giovane Domenico Bellenzier, tramite un amico, ottiene la promessa di potersi unire ai due al prossimo tentativo nell’anno successivo, ma poi le cose vanno diversamente.

Il 16 luglio 1964 infatti Bellenzier, senza attendere Redaelli e Anghileri ma accompagnato fino in cima allo zoccolo dai due amici Claudio Dell’Agnola e Gianfranco Riva (il fotografo di Alleghe, tutt’oggi in piena attività professionale) e da loro assicurato sulla prima lunghezza, attacca da solo la parete e, in due giorni di scalata, dopo un bivacco, il 17 luglio compie la salita della sua vita superando, pur con l’aiuto di 3 chiodi a pressione ed una cinquantina di chiodi e cunei, una parete di roccia grigia e compatta con difficoltà oggi valutate di VII- e A3 (in libera VII+).

Gli amici lasciati senza corda in cima allo zoccolo vengono recuperati da Bellenzier che, anziché scendere dalla facile via normale, si cala in doppie dalla via Rudatis-De Poli (che qualche anno più tardi salirà in prima solitaria) e poi tutti raggiungono il rifugio Coldai dove con altri amici si ritrovano poi a festeggiare.

Un Domenico Bellenzier degli anni ’60
Domenico Bellenzier negli anni '60

La via
La difficoltà e soprattutto “l’ingaggio” della via furono da subito certificati dai primi ripetitori Heini Holzer e Reinhold Messner. Quest’ultimo infatti la descrisse come “una via di primo ordine, fra le più belle nel gruppo della Civetta”.

Ulteriore conferma del livello tecnico venne dalla ripetizione di Manolo, che fu il primo a liberarla valutandola di VII+.

E in effetti la via, dopo un tiro iniziale facile, supera due lunghezze verticali e in parte strapiombanti su roccia gialla, con difficoltà di VI e VI+, per arrivare con un traverso a destra sulla piccola cengia alla base delle placche grigie. Di qui si superano tre lunghezze di roccia grigia, compatta e levigata, con pochissime protezioni possibili, che non stonerebbero affatto sulle vie del Wenden.

La parola al Protagonista
Domenico Bellenzier, classe 1940, vive oggi come allora ad Alleghe, dove abita proprio davanti alla Nord-ovest del Civetta ed ha gentilmente accettato questa piccola intervista:

Quando salisti la Torre di Alleghe avevi solo 24 anni: quale era stato il tuo percorso alpinistico e quali erano state le vie più significative fino a quel momento?
Da ragazzino mi divertivo ad arrampicarmi su un albero e poi a saltare da una pianta all’altra senza mai scendere a terra. Poi ho incominciato ad arrampicare, ma senza chiodi e senza corda (e in questo modo nel 1961 ripete la via dei Tedeschi al Civetta, NdR). Poi ho comprato una corda e ho incominciato a farmi dei chiodi, ma ero proprio un autodidatta, e a quell’epoca non sapevo quasi fare la corda doppia. Ho incominciato a ripetere le vie del Civetta e nel 1962, con mio fratello più giovane (14 anni!) ho fatto la Carlesso alla Torre di Valgrande. Arrampicavo durante le ferie estive e in poche altre occasioni, perché da quando avevo 18 anni lavoravo come carpentiere per la ditta Fochi di Bologna, che faceva impianti e costruzioni in Italia e all’estero, ed ero sempre via da casa.

E come ti allenavi per arrivare preparato al momento delle ferie?
Mi allenavo… lavorando! Tutte le volte che c’era un lavoro difficile, appesi da qualche parte, toccava sempre a me. Una volta in Sicilia costruivamo dei grandi silos, alti 20 o 30 metri e con un foro sul soffitto. Durante la pausa pranzo io andavo a saldare dei piccoli anelli alla parete interna, senza che si vedesse; quando ho terminato sono andato dentro con delle staffe artigianali per allenarmi un po’; i miei compagni mi hanno visto entrare e per farmi uno scherzo mi hanno chiuso dentro; allora ho risalito tutta la parete uscendo dal foro sommitale e poi sono sceso dalla scala esterna e loro ci sono rimasti di stucco.

Veniamo alla tua via sulla Torre di Alleghe: prima di te l’avevano tentata dei romani e dei lecchesi?
I romani erano stati i primi, avevano superato il primo tiro difficile, e avevano lasciato una scaletta sugli strapiombi prima di arrivare alla cengia alla base dei grigi. La scaletta l’ho recuperata e poi gliel’ho restituita. A Redaelli avevo fatto vedere io la via, ma poi nel ’63 lui aveva le ferie ad agosto mentre le mie ferie erano finite a luglio e lui aveva attaccato con Anghileri; avevano anche loro fatto il primo tiro difficile, mettendo molti chiodi. Io andai a toglierli all’inizio dell’estate ’64, per paura che facilitassero il tentativo di qualcun altro, e calandomi poi dallo zoccolo con una sola corda ebbi una brutta avventura rimanendo appeso nel vuoto a cercare di riprendere la parete pendolando. Poi a metà luglio Redaelli avvisò Ceci Pollazzon che sarebbe venuto con degli amici nel fine settimana, ma io non avevo capito se mi voleva con lui o no, e allora decisi di andare per conto mio.

Massimo Giuliberti sulla via Bellenzier alla Torre d’Alleghe, 2014
Massimo Giuliberti sulla via Bellenzier alla Torre d'Alleghe, 2014

E anche molto in fretta, vero? Come andarono in realtà le cose?
Il 16 luglio chiesi a due amici, che non erano scalatori, di aiutarmi a portare il materiale fino al rifugio Coldai e poi alla base dello zoccolo. Erano Claudio Dall’Agnola e Gianfranco Riva, il fotografo di Alleghe [autore di belle cartoline illustrate negli anni ’60 e tuttora in piena attività professionale, NdR]. Loro chiesero all’amico G. Sorge, che aveva un’automobile, di accompagnarci, e così alle otto e mezza di sera, un po’ di nascosto, arrivammo a Malga Pioda su una fiat 750 e una lambretta. Io, Gianfranco e Claudio salimmo al Coldai e alle 4 del mattino eravamo in cammino. Arrivati alla base dello zoccolo i due amici mi chiesero di venire almeno fino all’inizio delle difficoltà, e io fui ben contento perché mi aiutavano con il materiale e Gianfranco avrebbe sicuramente fatto delle fotografie. Così salimmo in cima allo zoccolo.

Poi hai attaccato da solo, con chiodi, cunei e anche qualche chiodo a pressione. E ai piedi che cosa avevi? E come ti legavi?
Sì, gli amici mi avevano regalato qualche chiodo pressione e Giosuè Da Pian, il custode del Coldai, mi aveva prestato un perforatore. Quando però feci il primo buco per superare la prima placca nei grigi mi accorsi che il foro era più piccolo del diametro dei chiodi. Così di buchi alla fine ne ho fatti solo 3, cercando di allargarli per fargli entrare qualcosa. Ai piedi avevo i miei vecchi scarponi di sempre, un po’ sporchi di calce perché li usavo anche al lavoro. In vita avevo degli anelli di corda, non usavo l’imbragatura. Mi autoassicuravo con un prusik sulla corda che fissavo a un chiodo, e poi, finito il tiro, dovevo scendere a slegarle e a recuperare il materiale.

Giovanni Rosti sulla via Bellenzier alla Torre d’Alleghe, 1983. Più in basso è una cordata di bulgari, poi ritiratasi
Giovanni Rosti sulla via Bellenzier alla Torre d'Alleghe, Civetta

La domanda è quasi banale ma … come hai fatto a passare?
Avevo buone mani, che usavo tutti i giorni a lavorare, ma soprattutto avevo un buon senso dell’equilibrio, che mi aiutava sulle placche, e ovviamente… non soffrivo di vertigini! Poi mi ero forgiato dei piccoli chiodini appuntiti, che andavano benissimo nei buchetti del calcare e si potevano anche accoppiare. E poi… difficilmente sarei riuscito a tornare indietro!

Insomma, dopo l’immancabile bivacco, il 17 luglio sei uscito, e intanto gli amici?
I miei amici non erano rocciatori ma, si direbbe oggi, dei buoni escursionisti. Gianfranco era mio coetaneo e spesso mi accompagnava in montagna sulle vie normali “difficili” e faceva delle gran belle fotografie, come quella volta. Di corda ne avevamo una sola e ovviamente l’ho presa io. Quindi eravamo d’accordo che sarei tornato a prenderli; solo che noi pensavamo in giornata. Comunque appena sono uscito, al mattino presto, mi sono calato dalla via di Rudatis, li ho raggiunti sullo zoccolo e siamo scesi e poi siamo andati al Coldai.

Così hai scritto una pagina nella storia dell’alpinismo dolomitico! Alfonso Bernardi ti ha dedicato un bel racconto ne La Grande Civetta, Alessandro Gogna un intero capitolo in Sentieri Verticali, che ha intitolato Un giorno da Leoni, e anche Ivo Rabanser ha inserito la tua via tra gli itinerari difficili da consigliare in Dolomiti. E tu negli anni dopo cosa hai fatto? Hai mai ripetuto la via?
No, no, quella via non l’ho mai ripetuta. Però ho continuato a scalare per molti anni, sempre da queste parti e durante le ferie. Le classiche del Civetta le ho fatte quasi tutte, la Solleder due volte, e una terza volta, arrivati al Cristallo, abbiamo proseguito per la via dei Tedeschi alla Piccola Civetta, che trovai ancor più impegnativa della Solleder. Spesso scalavo da solo: nel ’61 avevo ripetuto la Via degli Agordini sulla Nord della Piccola Civetta, senza corda e senza chiodi. Nel ’66 dopo averla attaccata per errore con mio fratello (volevamo ripetere la via De Toni–Pollazzon, ma c’era la nebbia) ho aperto una via nuova sulla parete est della Torre di Valgrande con mio cugino Orazio de Toni. Nel ’74 ho fatto in solitaria la Rudatis–De Poli alla Torre di Alleghe, dove ero sceso nel ’64. Poi ho ripetuto anche il Philipp–Flamm.

Domenico Bellenzier nel 2014

E poi, arrivando a oggi, la passione ti è sempre rimasta?
Certo! Per molti anni ho fatto parte del Soccorso Alpino, e mi ricordo anche degli interventi molto difficili, come una volta sul Philipp dove mi sono calato per duecento metri per recuperare due austriaci e due svizzeri. Nella seconda metà degli anni ’70, per potermi costruire la casa, ho accompagnato qualcuno in montagna, facevo spesso la Tissi al Pan di Zucchero. Poi ho lavorato nella costruzione della funivia della Marmolada, e una volta sono rimasto sotto una slavina. Sul Civetta ci sono salito ancora due anni fa (a 73 anni! NdR). Un’altra passione della mia vita sono le sculture in metallo, che facevo con i residuati bellici recuperati in Marmolada.

 

Ora si è fatto davvero tardi (sono quasi le 9 di sera e Domenico e la moglie devono ancora cenare). Lo ringrazio davvero per la sua disponibilità ed esco augurandogli buon anno, con la speranza che la prossima estate Domenico voglia salire con me ancora una volta sul Civetta.

Bibliografia
Ivo Rabanser, Civetta, Guide dei monti d’Italia, CAI–TCI, 2012
Alfonso Bernardi (a cura di), La Grande Civetta, Zanichelli (BO), 1971
Alessandro Gogna, Sentieri verticali, Zanichelli (BO), 1987
Ivo Rabanser-Orietta Bonaldo, Vie e vicende in Dolomiti, Ed. Versante Sud, 2005

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Una leggenda dolomitica

Una leggenda dolomitica
(prima ascensione di Fontana dell’oblio alla parete ovest della Pala della Ghiaccia, Stefano Michelazzi, Ivo Rabanser e Stefan Comploi, 24 giugno 2007)
di Stefano Michelazzi
Questo diario di prima ascensione fa parte di un libro che Stefano Michelazzi vorrebbe prima o poi pubblicare. Sulla sua vita agitata e cristallina, che tutte le sue nuove vie rispecchiano.

“Come son cambiate le abitudini dell’andare in montagna, e come siam cambiati noi”.
E’ una considerazione che mi viene alla mente, mentre tra una chiacchiera e l’altra camminiamo di gran lena lungo il sentiero. Ormai son più di vent’anni che facciamo questo “gioco” e non è solo il connotato dell’età che ci vede diversi.

Ivo Rabanser nella prima parte di Fontana dell’Oblio
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L’arroganza giovanile ha lasciato il posto alla compostezza adulta e i segni dell’esperienza si notano dentro lo zaino, nell’equipaggiamento ben sistemato, quasi catalogato, nella cura dei dettagli che ora rendono più mirate e meno goliardiche le nostre uscite, anche se la voglia di ridere e divertirsi è rimasta sempre la stessa.

Un grido secco e la brusca frenata di Ivo mi riporta alla dimensione presente. Non si può certo dire che il mio amico sia un tipo facile ad impressionarsi, e chi si è legato alla sua corda conosce bene la freddezza che lo contraddistingue nelle difficoltà, ma davanti ad un viperone che sarà lungo almeno un metro, sfido chiunque a non allarmarsi.

E’ proprio nel punto più stretto e infido del sentiero, una traccia stretta, scavata nella franetta discendente dalla parete sovrastante, che si verifica il nostro imprevisto incontro.

Con la lentezza esasperante, comune a questi rettili, il nostro casuale compagno di viaggio cambia itinerario infilandosi tra le erbe alte e scompare alla nostra vista.

Riprendiamo perciò, allegramente, il cammino che ci sta portando alla base della nostra parete.

L’inverno scorso fu proprio Ivo a propormi di tentare una via che salisse direttamente il grande, stupendo muro grigio della Pala della Ghiaccia 2423 m, quella parete dolomitica esposta a ovest, nascosta tra le balze dei Dirupi del Larséc, nota tra gli alpinisti per la bellissima realizzazione che portò a termine la cordata di Tita Weiss, Gino Battisti e Dante Colli nel lontano 14 settembre 1980.

Un’intelligente traversata caratterizza la prima parte di questa salita, che dal diedro d’attacco centrale permette di spostarsi sulla sinistra della parete evitando gli strapiombanti muri centrali e creando così quel capolavoro di alpinismo classico, quale, risulta questa via.

I disgaggi di Stefan Comploi
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In effetti la linea centrale, la “goccia d’acqua”, risulta ancora violabile e vista con una concezione moderna di forzatura delle difficoltà appare una gran bella sfida.

Siccome quel “marpione” del mio socio sa bene come prendermi per la gola, quando si tratta di chicche come questa, la mia reazione poté essere soltanto positiva.

Stamani, a ingrossare le file degli “assaltatori” c’è anche Stefan, ormai storico compagno di cordata di Ivo, condivisore di innumerevoli salite.

Stefan è un tipo riservato, ci siamo conosciuti già qualche tempo fa ma finora non c’era mai stata l’occasione di arrampicare assieme.

Ogni tanto dice qualche parola, ma siamo soprattutto io ed Ivo a mantenere attiva la conversazione, discutendo di storia dell’alpinismo, di grandi salite, di piccole miserie umane racchiuse negli aneddoti, dei quali il mio amico sembra avere un archivio inesauribile; di donne, argomento che nei discorsi della gente di montagna è un vero e proprio “must”.

Se è vero che tre è il numero perfetto siamo a cavallo! Arriviamo all’attacco della parete strasudati, visto anche il passo non proprio da gita che abbiamo tenuto.

Ora però le chiacchiere si spengono e iniziano i discorsi di valutazione della situazione.

Parte Ivo, che si merita giustamente l’onore di gustarsi il primo tiro, vista la paternità di questa idea. Lo guardiamo attenti mentre sale, metro dopo metro, la lavagna grigia.

Si intuisce, anche dalle poche parole che scambia, mentre continua la sua ascesa, che l’arrampicata è bella ma impegnativa.

D’un tratto sparisce, nascosto da una costola che ci impedisce la visuale e possiamo intuire le sue mosse solo osservando i metri di corda che ci sfilano nelle mani mentre lo assicuriamo.

Michelazzi e Comploi in sosta
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Dopo 50 metri il suo fischio ci rassicura. Ha piazzato una buona sosta ed è pronto a farci salire, fino alla prima tappa di questa nuova avventura.

Ci prepariamo a raggiungerlo.

Le placche si dimostrano subito splendide, ma come avevamo compreso, difficili.

L’aderenza la fa da padrona.

L’arrampicata, però, fatta di movimenti ben calibrati, che rendono il gesto estetico, ci fa godere di questi primi passi sulla parete ed alza il livello di eccitazione, nell’attesa di quello che ci aspetta più avanti.

Un diedro delicato, che Stefan, disgaggiatore nato, ripulirà al suo passaggio, porta nell’unico punto dove la nostra salita incontrerà la Weiss-Battisti-Colli, la traversata.

Un muro su belle prese ci porta poi al terrazzino della sosta. E l’ouverture è creata! Adesso tocca a me.

La fessura che ci sovrasta si dimostra subito “cattiva”, liscia e poco proteggibile a causa della sua conformazione, e lo strapiombo che la interrompe a due terzi d’altezza mi obbliga a una resa diplomatica.

Infliggo colpi rapidi e decisi sul perforatore, e lentamente creo il foro che mi permetterà di piazzare lo spit, il tassello ad espansione, che spinto poi di forza all’interno del foro stesso creerà un corpo unico con la roccia e quindi un ancoraggio altamente resistente.

Così facendo, potrò affrontare lo strapiombo che non permette di proteggersi con i metodi tradizionali, prevenendo gli eventuali imprevisti che potrebbero ostacolare il mio procedere.

Ancora uno spostamento delicato ed è fatta. Sono su di un bel terrazzino dove posso sistemare un’ottima sosta e recuperare i miei compagni che mi raggiungono entusiasti.

Riparto.

Michelazzi e Comploi in parete
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Sul tecnico muro successivo, decideremo di usare ancora due volte un tassello a espansione, per dare ai ripetitori la sicurezza necessaria a compiere una bella salita, senza patemi d’animo per l’incolumità personale.

Forare la roccia a mano è un lavoro faticoso e spesso, quasi interminabile nei tempi.

Si è fatto tardi e decidiamo di interrompere qui la nostra giornata, per avere il tempo necessario di ritirarci con tranquillità.

Discendere a corda una parete è un’operazione che comporta tempi lunghi e richiede molta attenzione nelle manovre, pur utilizzando gli ancoraggi che abbiamo attrezzato per le soste, i quali ci faciliteranno il compito.

Abbiamo raggiunto e assaggiato i muri centrali e, grazie all’instancabile opera di Stefan, ripulito la nostra linea dai massi instabili che in alcuni punti potevano rendere pericolosa la salita.

Ce ne torniamo a valle soddisfatti, non prima però, di aver fatto rotolare un bel po’ di massi giù per il ghiaione.

Tre bambini che giocano a rimpiattino? Beh, in fondo per definire la figura del “puer”, insita nell’animo degli alpinisti si sono versati fiumi d’inchiostro, vogliamo che siano stati inutili? Fa un freddo cane! Ha piovuto fino a poco fa e la voglia di andare latita un po’.

Poi però ci tiriamo l’un l’altro e alla fine siamo di nuovo qui sotto il nostro muro.

Siamo un terzetto ben affiatato non c’è che dire, anche la riservatezza iniziale di Stefan ormai è un ricordo, e il piacere di sentirsi quassù, insieme a chi ha la tua stessa passione e ne condivide gioie e dolori è qualcosa che riesce difficile da spiegare, ma ti riempie l’anima.

Tra una chiacchiera e l’altra, e qualche presa in giro all’indirizzo del primo di cordata di turno, che impegnato nella salita non può far altro che subire le canzonature degli altri due, raggiungiamo il punto più alto della volta scorsa.

Il freddo è intenso, siamo partiti tardissimo e bisogna cercare di accelerare i tempi per portare a casa un risultato anche oggi. Anche perché sappiamo già che, viste le condizioni, non arriveremo molto in alto.

Concludo la lunghezza di corda che mi porta ad un gradino molto comodo.

Il tiro mi ha impegnato parecchio, non solo per quanto riguarda la difficoltà tecnica, ma perché proteggersi adeguatamente, evitando la possibilità di un volo, che risulterebbe in questo caso altamente traumatico, è risultato quasi impossibile.

La parete ovest della Pala della Ghiaccia con il tracciato di Fontana dell’Oblio
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A volte capita di far appello a tutta la concentrazione possibile, a tutte le risorse derivanti dall’esperienza e fare il passo che, sai, potrebbe metterti in condizioni spiacevoli, ma l’alpinismo esplorativo è anche questo.

I miei compagni d’avventura nel risalire, esentati dal rischio del volo, grazie alla corda che ne protegge l’incolumità dall’alto, sistemano la chiodatura rendendo i passaggi sicuri per la nostra prossima visita e per i futuri ripetitori.

Prepariamo il materiale nei sacchetti che lasciamo qui in parete, appesi alla roccia, rendendoci più agevole il prossimo “attacco”.

Stiamo scivolando lungo le corde che ci riporteranno a terra, quando Ivo comincia il racconto della leggenda che caratterizza la base di questa parete.

Il racconto di una sorgente che dà l’oblio e fa dimenticare tutto.

Ma, dice la leggenda, nemmeno il bere a questa fontana potrà cancellare l’amore.

Una bella e romantica fiaba delle Dolomiti, che alimentava le fantasie dei bambini di un tempo, quando seduti davanti al fuoco scoppiettante, unico punto di ristoro della casa nelle gelide sere d’inverno, ascoltavano i racconti di fate, maghi e principesse.

La fantasia volava alta, la televisione allora non aveva ancora inaridito i sogni dell’uomo.

E non vola alta la fantasia dell’alpinista, che è capace di immaginare sugli ostili muri di una montagna la linea che lo vedrà danzare gioioso sull’orlo dell’abisso? Quale altro nome potrebbe essere migliore, per identificare la linea razionale che questi sogni hanno prodotto? E’ deciso! Sarà il nome delle nostre fatiche su questo mare di roccia.

Siamo in quattro oggi, Chiara si è unita al gruppo e ci accompagnerà fino all’attacco, poi ci aspetterà su in alto, al passo, dove la cresta che rappresenta la discesa dalla cima si unisce ai verdissimi prati sottostanti.

Lungo il percorso incontriamo due alpinisti che conosciamo e che vogliono tentare la Weiss-Battisti-Colli.

Le chiacchiere a questo punto assumono quasi i toni del cicaleccio di un mercato.

E’ una bella giornata, calda e solare, di quelle che ti mettono addosso la voglia di arrampicare.

Mentre Chiara si allontana lungo il sentiero che risale al passo e la coppia di amici, che hanno ingrossato il gruppo durante l’avvicinamento, si perde nei suoi “riti preparatori”, cominciamo la risalita della nostra via.

I tiri di corda si susseguono veloci.

I passaggi sono memorizzati nelle nostre menti ed ognuno di noi sa esattamente come muoversi. Questo almeno fino a dove lasciammo il materiale l’ultima volta.

Ora alzarsi da questa cornice sospesa nel vuoto, significa ancora una volta, salire verso l’ignoto.

Gli strapiombi che ho sopra la testa, e che si avvicinano passo dopo passo, mettono soggezione.

Lo sguardo scruta verso l’alto alla ricerca del punto più debole.

Un passaggio ostico, un dito infilato in un buchetto quasi invisibile, mi dà l’accesso ad una bella fessura che taglia orizzontalmente per qualche metro, e sembra permetta di raggiungere l’isola di pace in mezzo al caos degli strapiombi.

Guardo in su ed in giù, considero i possibili effetti di una caduta da questo punto e decido che forse sarebbe meglio proteggere questo tratto ancora una volta “violando” la roccia.

Forse, vincere le nostre paure forzando artificialmente la parete, non è “cavalleresco”, ma la voglia di procedere oltre, di scoprire cosa c’è aldilà, mantenendo però almeno uno spiraglio aperto, nella porta che divide la vita dalla morte, sono convinto giustifichi ampiamente scelte di questo tipo.

Oltre, sapendo che il ritorno non è più impossibile, salgo più leggero.

L’oasi che si intuiva c’è, e per qualche metro l’arrampicata diventa meno difficoltosa. Ma ora rimane la prova più difficile, aggredire direttamente lo strapiombo.

Salgo con circospezione, tastando gli appigli per saggiarne con le punte delle dita la consistenza, la capacità a farmi salire senza di colpo schizzare verso il vuoto, con me dietro.

Una placca liscia blocca la mia avanzata.

La parete ovest della Pala della Ghiaccia con il tracciato della via Weiss-Battisti-Colli (da Dirupi di Larséc, di Dante Colli e Gino Battisti)
LeggendaDolomitica-Weiss-Battisti.Colli

Tasto un po’ ovunque alla ricerca di qualche asperità che mi dia la possibilità di progredire o almeno di agganciare un cliff, quei gancetti “magici” che molte volte riescono a “salvarti il culo” nelle situazioni più impegnative.

Una listella di roccia quasi impercettibile diventa quindi la sede “ideale” del magico gancio.

Non mi ci posso appendere del tutto, l’impressione è che se mi ci appendo di peso schizza via tutto. Allora, mentre con una mano mantengo la posizione e l’equilibrio, aiutato dal gancio che scarica parte del mio peso, con l’altra provo a piantare un chiodo.

Una fessurina quasi ridicola accetta per qualche centimetro che il chiodo si faccia largo al suo interno ma poi il suono tinnulo che già faceva presagire ad un chiodo buono si interrompe, sostituito da quello monotono della fessura cieca… fine corsa.

Meglio che niente, penso, ora posso almeno scaricare il peso dal cliff, che in ogni caso risultava ben peggiore del chiodo, nel suo ruolo di “protettore”.

Poco più su una svasatura nella roccia liscia fa intuire la presenza di un possibile appiglio. Con molta cautela alzo i piedi e infilo le dita nella svasatura… Se avessi infilato le dita nel culo di una gallina, aldilà degli schiamazzi che avrebbe provocato da parte del povero volatile, credo che l’effetto non sarebbe stato molto diverso… è piena di fango! In quella posizione precaria, ormai alto sopra l’ultimo chiodo buono, provo a inserire un chiodo dentro la svasatura. Anche questo s’infila più o meno con le stesse modalità di quello precedente.

A questo punto s’impone una decisione: salire comunque o forare. Ivo e Stefan mi incitano da sotto e le loro urla di incoraggiamento mi danno la carica… vado! Una serie di passi calibrati sulla placca liscia mi permettono di raggiungere uno spigoletto sulla destra, che ospita una bella fessura dove posso finalmente piazzare una buona protezione… tiro un po’ il fiato.

Ancora una serie di passaggi non banali e finalmente lancio un urlo liberatorio…: – SOSTA!

I miei compagni risalgono decisi verso di me, e mentre Ivo sistema un po’ la chiodatura, Stefan al solito ripulisce i passaggi da tutto quello che appare non perfettamente solido… è veramente instancabile.

Ora posso un po’ riposare la mente, tocca a Ivo forzare le placche che ci sovrastano e ci permetteranno di raggiungere gli strapiombi finali.

Lo guardiamo traversare poi salire poi riattraversare. Sempre con un ritmo lento, alla ricerca dei passaggi più abbordabili in un mare di placche lisce.

Scompare per breve dietro uno spigolo poi lo vediamo di nuovo, più in alto.

Rabanser, Compli e Michelazzi poco sotto la vetta con lo spumante di Chiara
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Serpeggiando sugli specchi alla fine raggiunge un buon posto di sosta, una nicchietta che sarà l’ultimo trampolino per lanciarci all’attacco finale.

Un capolavoro d’intuito, penso, mentre risalgo la lunghezza. La via di salita da sotto non appare chiara e bisogna indovinare i punti migliori, consci anche del fatto che la compattezza di queste placche non permette di proteggersi con molti chiodi, anzi.

La fortuna però ci assiste e lungo il tiro più di qualche “clessidra”, quelle formazioni rocciose che nella figura assomigliano appunto al sabbioso segnatempo, ha permesso al mio amico di pararsi le parti basse rischiando il meno possibile.

Riparte.

In pochi ma difficili metri raggiunge l’orlo dello strapiombo. Ora il difficile diventa veramente riuscire a proteggersi, la roccia non accetta granché e Ivo martella di qua e di là cercando la fatidica fessurina che ci verrà in aiuto.

Un chiodo sembra sicuro.

Un piccolo friend proprio sul bordo e Ivo passa oltre… Ora non lo vediamo più rimane nascosto dalla fascia di strapiombi.

La successiva parete lo impegnerà per molto tempo, le caratteristiche sono le stesse del tiro precedente: pochi chiodi e passaggi belli impegnativi, ma almeno la qualità della roccia continua a essere ottima.

Assieme a Stefan, appesi ai chiodi, su questa terrazza sospesa sopra 300 metri di vuoto, facciamo qualche chiacchiera, senza mai distogliere lo sguardo dalla corda che ogni tanto scivola verso l’alto, poi, nell’aria si leva il fischio di Ivo.

E’ il segnale, ci siamo! Togliamo i nostri “ancoraggi” e partiamo, sapendo che ormai è fatta.

Procediamo decisi ma godendoci ancora gli ultimi metri di questa stupenda parete.

In cima l’amico ci attende sorridente. Ci scambiamo i complimenti per la bella realizzazione che abbiamo appena compiuto e ci sdraiamo sul piccolo tappetino erboso che offre questa minuscola vetta, chiacchierando allegramente e guardandoci attorno osservando cime e pareti che ci circondano e ci fanno sentire a casa, nel nostro mondo.

Raccogliamo le corde e sistemiamo il materiale negli zaini.

Scendiamo la crestina che ci collega all’altopiano erboso dei Dirupi del Larséc e su di una selletta una simpatica sorpresa: Chiara che ci ha raggiunti tira fuori dallo zaino una bottiglia di spumante… meglio di così per festeggiare… Qualche foto ancora per immortalare questi attimi e poi via lungo il sentiero che ci riporterà dapprima alla macchina e poi verso le rispettive case, ripassando però, ancora una volta alla base di questo muro grigio, questa parete che ci ha fatto sognare prima e realizzare il sogno poi, quasi a porgere le nostre congratulazioni anche a lei.

E’ quasi un atto dovuto.

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La nuova minaccia alla Marmolada

Guido Trevisan è nato a Noale (VE) il 5 settembre 1976. Laureato in ingegneria per l’ambiente e il territorio a Padova, è gestore del rifugio Pian dei Fiacconi dal 1 gennaio 2001. Papà di due figli e alpinista per passione.

La nuova minaccia alla Marmolada
di Guido Trevisan

Sono Guido Trevisan, gestisco il rifugio Pian dei Fiacconi da quindici anni: ho preso in gestione questo posto, assieme all’amico e allora socio Sergio Rosi, quando era ai minimi storici per tutta una serie di motivi tra cui il mancato interesse politico locale e provinciale a sviluppare questa parte di Val di Fassa. Dopo tre anni di affitto abbiamo comprato e ristrutturato. E personalmente ho investito TUTTO in questa avventura, semplicemente perché è un posto splendido e perché mi piace. E ci credo.

Sono cambiate molte cose, gli affari vanno meglio, la clientela è tornata e questa nicchia dolomitica ha continuato a tenere un’aura di romanticismo, un posto un po’ fuori dal tempo, in particolare d’inverno quando lo sci di massa non arriva quassù perché “c’è solo un impianto”, dicono.

Stamattina leggo sui quotidiani Trentino e L’Adige che la giunta provinciale ha adottato in via preliminare il programma per gli interventi “per uno sviluppo sostenibile della Marmolada” e che il documento “disegna il futuro della Regina dal punto di vista ambientale e turistico”.

Guido Trevisan, custode del rifugio Pian dei Fiacconi
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Sono rimasto inorridito a leggerlo:

– di ambientalista e sostenibile non c’è niente in quel progetto visto che prevede la stazione di arrivo a monte della funivia in mezzo al ghiacciaio in un punto attualmente vergine, il Sass Bianchet, visibile da tutti i lati, con conseguente antropizzazione di un’altra zona oggigiorno pulita (ricordiamoci che a 500 metri di distanza c’è già la stazione a monte della funivia che sale dal Veneto);

– le decisioni, chiaramente politiche, non hanno minimamente tenuto conto del parere del comune di Canazei e tanto meno di noi operatori;

– non ha neppure una giustificazione economica visto che, arrivando sotto la cima, i turisti “estivi” preferiranno ancora salire dal lato Veneto in modo da arrivare in cima e godere del panorama a 360°;

– inoltre a titolo personale vedermi passare un impianto sopra la testa che poi scarica i turisti 50 metri sopra al rifugio mi sa tanto di presa in giro perché in estate nessuno torna in giù 50 metri per andare al rifugio sotto ed in primavera, anziché allungare la stagione, me la accorcia visto che quando la neve in basso comincia a scarseggiare la pista di rientro verrebbe chiusa.

Non mi interessa che mi scarichino i turisti fuori dalla porta del rifugio ma neppure mi piace sentirmi preso in giro su ciò in cui credo e leggere tanta ipocrisia di chi usa queste parole “sviluppo sostenibile” e “ambientalismo” solo per giustificare scelte politiche a noi tenute oscure”.

 

La vicenda
a cura della Redazione

Questo lo sfogo di Trevisan, che fa ecco all’accorata telefonata da lui fattami il 15 settembre. Per me è come un fulmine a ciel sereno e mi dedico subito a una ricerca sull’argomento, che riproduco qui sotto.

Già nel giugno 2013 si era avuta notizia di un nuovo piano della Provincia autonoma di Trento per il ghiacciaio della Marmolada. Il documento era stato inviato alla Regione Veneto, alla Fondazione Dolomiti Unesco e agli interlocutori locali: la giunta provinciale contava di approvarlo entro il termine della legislatura.

E’ di questi giorni il via libera della giunta provinciale. Il documento ricalca le linee del piano presentato a giugno 2013:

– smantellamento dell’attuale impianto “Graffer” e nuovo impianto in due tronchi: dalla diga del passo Fedaia al Pian dei Fiacchi (cabinovia a otto posti o seggiovia quadriposto) + collegamento con il Sass Bianchet, alcune centinaia di metri sotto Punta Rocca (funivia bifune senza piloni intermedi);

– smantellamento dell’impianto Passo Fedaia-Sass de Mul (quello andato distrutto dall’incendio del 27 ottobre 2012) e rifacimento dell’impianto Sass de Mul-Seràuta, con ripristino ambientale di tutte le infrastrutture obsolete presenti sul ghiacciaio.

Dal Sass Bianchet si potrebbe usufruire di due ski-weg di collegamento in discesa verso Punta Seràuta e verso il Sass del Mul.

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In questo modo, secondo il piano, non ci sarebbe ampliamento dell’area sciabile o la realizzazione di nuove piste sul ghiacciaio, perché non verrebbe aperta alcuna pista per scendere da Sass Bianchet al Pian dei Fiacchi (“paradiso” dunque dei freerider). Se si scende solo fino al Sass de Mul si può salire sul previsto impianto (Vascellari) Sass de Mul–Seràuta; se invece si scende giù fino al Passo Fedaia, allora occorrerà arrivare fino a Malga Ciapela per risalire in vetta con le funivie.

Per brevità, non entro nel merito di ciò che dice il piano a proposito del problema parcheggi e delle frequenti chiusure invernali della strada di collegamento Pian Trevisan-Diga del Fedaia. Tralascio anche di dire quanto “ingegnoso” sia il previsto utilizzo estivo della pista Pian dei Fiacconi-Diga del Fedaia da parte degli appassionati di downhill. E sorvolo anche sull’inutilità di insistere sulla “novità” di un percorso ciclo-pedonabile attorno al lago di Fedaia e sull’ovvio e doveroso interessa da riservare alle vestigia della Grande Guerra.

Naturalmente per le aree sciabili si continuerà a concedere agli impiantisti, come già ora succede, di preservare il manto nevoso con l’utilizzo dei teli geotessili.

Il piano, non appena sbandierato il via libera della giunta provinciale, è stato duramente contestato.
Ciò che è notevole in questa protesta è il fatto che, ben lungi dal rifiutare qualsiasi altra invasione umana sul ghiacciaio, la popolazione di Canazei e limitrofi vorrebbe che il collegamento si prolungasse fino a Punta Rocca, facendosi scudo “ambientale” del fatto che Sass Bianchet è ancora “vergine”, dunque meglio andare a costruire manufatti e stazione d’arrivo laddove i danni sono già abbondantemente presenti!

In salita da Pian dei Fiacconi verso Punta Rocca
Salita alla vetta della Marmolada di Rocca con panorama su Sassolungo e Sella (manifestazione Mountain Wilderness)

Silvano Parmesani (sindaco di Canazei): «Non siamo per nulla soddisfatti e lo faremo sapere alla giunta provinciale, fiduciosi di trovare ascolto. Pare infatti che in questo piano i veneti (con gli impianti che arrivano in vetta) siano tenuti in considerazione più dei trentini. Come se il nostro progetto fosse poco rispettoso della nostra Regina».

Elena Testor (procuradora del Comun general de Fascia): «Il previsto arrivo del nuovo impianto in località Sass Bianchet invece che a Punta Rocca, penalizza pesantemente tutta la skiarea che risulterebbe monca di un collegamento indispensabile al fine di creare un comprensorio sciistico di un certo interesse. Non di secondaria importanza è poi l’impatto ambientale. L’agonizzante ghiacciaio della Marmolada verrebbe pesantemente intaccato in un punto alquanto delicato e ancora vergine».

L’arrivo della funivia Malga Ciapela-Punta Rocca in una foto aerea da sud
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Ancora più duri i toni del consigliere provinciale dell’Union autonomista ladina (UAL), Giuseppe Detomas: «Tale progetto è nel modo più assoluto inaccettabile, sia sotto il profilo del merito che anche nel metodo… Valutiamo tale piano impattante sotto il profilo ambientale per gli interventi previsti, poiché sul versante veneto è previsto un nuovo impianto, mentre per il Passo Fedaia si impone di limitare la nuova stazione di arrivo alla località intatta e integra dal punto di vista ambientale di Sass Bianchet. Appare invece facilmente intuibile, anche osservando le cartine, che con un minimo ulteriore prolungamento si potrebbe arrivare direttamente a Punta Rocca, dove sono già presenti strutture e piste da sci, senza nuovi interventi invasivi… Con tale piano di sviluppo Canazei e l’intera Valle di Fassa rimarrebbero per l’ennesima volta penalizzati, vedendo nascere un impianto “monco” in quanto privo del collegamento realmente funzionale oltre che necessario». E aggiunge: «In realtà il piano risponde alle esigenze di sfruttamento da parte veneta che, in barba agli aspetti ambientali, con il nuovo impianto del Sas de Mul andrebbe a introdurre un ulteriore ampliamento dell’offerta sciistica e quindi a promuovere nuovi accessi di sciatori e nuovi passaggi su quel versante che comunque, si ricorda, insiste sul territorio di competenza trentina».

Non diverso infine il giudizio di Luca Guglielmi, segretario politico dell’Associazione Fassa, secondo il quale «l’arrivo di un ipotetico impianto di risalita e Sass Bianchet a poche centinaia di metri da Punta Rocca, è poco incisivo: di fatto taglierebbe in tronco la possibilità di uno sviluppo a 360° gradi del massiccio stesso».

Anche Aurelio Soraruf, gestore del rifugio Castiglioni al Passo Fedaia, è di questo parere: «C’è un altro piano, quello elaborato dla comune di Canazei… La Provincia deve capire che quella di arrivare a Punta Rocca non è la richiesta di una parte politica, ma dell’intera rappresentanza valligiana… Un piano che tra l’altro tiene in seria considerazione i singoli rifugi (non come questo, che passa sopra al rifugio Pian dei Fiacconi, tagliandolo completamente fuori dal circuito)… Ugo Rossi (presidente della Provincia di TN, NdR) ha ripetuto che dobbiamo avere buoni rapporti di vicinato col Veneto. Ma possibile che questi buoni rapporti dobbiamo pagarli solo noi fassani? Il fatto è che Mario Vascellari ha urgenza che Trento gli dia il via libera per fare il nuovo impianto in territorio trentino, se no ci rimette: e i suoi interessi contano molto più dei nostriLa funivia del Sass Bianchet è costosa, troppo corta e non serve al turismo estivo. Insomma, non sta in piedi economicamente e nessuno investirà un euro per realizzarla. Invece gli investitori privati ci sono, ma per arrivare fino in cima, a 700-800 metri dalla Punta, dove la stazione di arrivo si potrebbe fare senza problemi».

Luigi Casanova, portavoce di Mountain Wilderness, ha fatto parte del Comitato di coordinamento scaturito dall’Accordo di programma del 2002, firmato quattro anni fa con lo storico “nemico”, l’impiantista Mario Vascellari delle Funivie Marmolada srl, un accordo ancora oggi indigesto ai fassani sul futuro della montagna e del suo ghiacciaio: «Il nuovo impianto Pian dei Fiacchi-Sass Bianchet andrebbe a incidere su un territorio ambito dallo sci alpinismo. Lasciamolo in sospeso, quel secondo tronco ipotizzato dalla Provincia. Anche perché per fare tutto il resto, ossia per gettare le fondamenta del rilancio della Marmolada, serviranno dieci anni… Le «fondamenta» sono tutte le altre azioni previste dal Piano preliminare approvato lunedì 14 settembre: la messa in sicurezza della strada che arriva a Passo Fedaia, la riqualificazione dell’area del passo con la messa in sicurezza della pista ciclabile, la costruzione di parcheggi meno invasivi, la riqualificazione dei rifugi e alberghi che finora sono rimasti fermi e la sostituzione della bidonvia tra Passo Fedaia e Pian dei Fiacconi con una seggiovia quadriposto, la sentieristica e i centri informativi… Per fare tutto questo ci vorranno almeno dieci anni e solo alla fine si potrà ragionare di ciò che eventualmente manca. Ma comunque non si potrà arrivare a Punta Rocca, perché nella sella dove arriva oggi la funivia di Vascellari non c’è posto, bisognerebbe sbancare, ossia smontare l’arrivo di importanti vie alpinistiche che hanno fatto la gloria della Regina delle Dolomiti, andando con le ruspe a 3.250 metri. E a quel punto Dolomiti Unesco non avrebbe più senso, avrebbe fallito la sua mission in tutti i sensi».

Lo stesso Casanova si permette un piccolo sfogo con la nostra Redazione: «Cosa si imputa a Mountain Wilderness? Di aver seguito la Marmolada anche dal punto di vista politico, in Provincia, e di aver concordato, nel 2005-6 un piano di sviluppo importante, del valore di 50 milioni di euro, bocciato dal comune di Canazei perché non prevedeva l’arrivo di una funivia ulteriore a Punta Rocca. La provincia ovviamente non ha reso disponibili i 50 milioni. Da allora la Marmolada è in piena decadenza, con responsabilità dirette dei rifugisti locali, a partire da Aurelio Soraruf, l’urlatore principale.
Dopo la nostra vittoria 2010 in Cassazione, contro lo sfregio al ghiacciaio da parte della Società di Mario Vascellari, ho avviato (praticamente in modo personale) un percorso di condivisione che ci ha portati a un documento (2012) che, qualora venisse attuato, risolverebbe gran parte dei problemi di abbandono del versante settentrionale della Marmolada. Ad alcuni soci di Mountain Wilderness trentina questo accordo non va bene perché vogliono vedere MW contro tutti e tutto, sempre arrabbiata e incapace di risolvere, sempre perdente come quasi tutto l’ambientalismo nazionale, ormai superato. Una posizione legittima, ma occorre tener presente che oggi tutti i politici fassani vogliono Punta Rocca e che a loro di Dolomiti UNESCO nulla importa. Dalla nostra parte abbiamo la provincia di Trento e Vascellari. Nell’accordo con Vascellari sta scritto che qualora una delle due parti non condivida un progetto tale idea viene cassata. Vi pare poca cosa?».

Considerazioni
L’affermazione dell’assessore provinciale Carlo Daldoss nell’approvazione finale di giunta, «Abbiamo dato priorità alla tutela ambientale, con un piano rispettoso di questa montagna», è secondo me risibile, anche perché per l’ennesima volta è utilizzata una formuletta ormai trita e ritrita.

Se la giunta provinciale ritiene che, per essere credibile non certo solo da un punto di vista ambientale, basti fare quest’affermazione, siamo come al solito ai confini della realtà di buon senso.

Se gli estensori del piano credono, sempre con l’obiettivo della credibilità, che basti l’istituzione della navetta da Pian Trevisan alla Diga e che il non aggiungere piste sia sufficiente a preservare un ambiente “tipo” montagna; se reputano che davvero servano a qualcosa per un futuro equilibrio accettabile l’obbligo di battere le piste lungo la linea di massima pendenza (la modalità più “rispettosa” per il ghiacciaio) e il divieto di “importare” neve dal ghiacciaio: beh, allora fingono di ignorare che durante i mesi di marzo e aprile (quando dovrebbero essere al massimo delle loro potenzialità) l’utilizzo degli impianti della Marmolada (in rapporto alla loro attuale capacità) è dell’11%. Per non parlare dei mesi invernali, in cui questo rapporto, a causa delle condizioni ambientali certo più severe di altre aree dolomitiche e fassane, si riduce ancora.

Fingono di ignorare che 300-450 sono gli sciatori giornalieri necessari per rendere economicamente sostenibile un nuovo impianto. Comunque non collegato al ben più esteso e frequentato sistema piste-impianti della valle di Fassa.

E queste argomentazioni sono del tutto valide anche nell’altrettanto deprecabile ipotesi che l’idea di Sass Bianchet venga prima o poi abbandonata in favore di un prolungamento a Punta Rocca.

Il rifugio Pian dei Fiacconi   NuovaMinacciaMarmolada-rifugio

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In Dolomiti con Giovanni Scabbia

Sempre per i cinquanta anni esatti dei miei ricordi alpinistici, riporto qui un altro scritto di quel tempo (estate 1965). Lo dedico all’amico Piero Villaggio, scomparso il 5 gennaio 2014 in un ospedale di Rapallo.

Il racconto è la fedele trascrizione delle pagine del mio diario immediatamente precedenti a questa: proprio qui tralasciai la metodicità dei racconti per dare spazio solo all’elenco delle salite, usanza che ho conservato fino a oggi. Ne do anche ingenua spiegazione…
Pagina del diario di A. Gogna. Dopo l'ultimo racconto sulla via Fiechtl alla Prima Torre di Sella, i racconti giornalieri danno luogo al soo elenco delle salite.

In Dolomiti con Giovanni Scabbia
Mentre io sudavo sotto l’esame di maturità, Giovanni Scabbia era con Augusto Martini e Giorgio Vassallo e insieme hanno salito la Sud del Càstore. In dolomia non ha mai arrampicato, ma adesso siamo qui alla base dello spigolo NW della Seconda Torre di Sella. Uno spigolo stupendo, una delle più belle arrampicate delle Dolomiti occidentali, dato di IV con un tratto di 12 metri di V, valutazione Ettore Castiglioni.

Sappiamo tutti cosa è il IV del Castiglioni! Giova è piuttosto riluttante ad attaccare, non crede tanto nelle sue possibilità, ma alla fine si decide. Zoccolo, paretina, placca in diagonale di IV: siamo alla base del diedro di V.

Alessandro Gogna sotto al “tetto” della via Vinatzer alla Terza Torre di Sella. 4 agosto 1965
A. Gogna sotto al "tetto" della via Vinatzer alla Terza Torre di Sella. 4 agosto 1965.

 

Ebbene, vediamo otto chiodi, chiaro segno di passaggio attaccandosi ad essi. Il Castiglioni parla di tre chiodi. Il diedro è bagnato. In più, sta per piovere. Un vento freddo soffia da nord, chiaro segno che domani farà bello, magari per parecchi giorni. Attacco il diedro e pressoché da chiodo a chiodo arrivo al punto di sosta. In verità rimango un po’ sconcertato dal V del Castiglioni. Dopo, lo spigolo diventa bellissimo, è una serie continua di aerei passaggi, un’arrampicata libera fantastica. Dopo tre ore siamo a stringerci la mano in cima.

Nello stesso giorno, 3 agosto 1965, dato che tempo ce n’ancora, stanchi non siamo, ci divoriamo lo spigolo Steger alla Prima Torre. Al passo chiave non c’è più il chiodo e ora il passaggio è proprio difficile. E’ la seconda volta che lo faccio ma ora ho ben presente che proprio qui, pochi mesi prima, Donato Zeni era caduto scalando slegato.

Il giorno dopo, 4 agosto, è la volta di una di quelle che certamente va ad annoverarsi come una delle più belle vie che ho mai fatto: la via Vinatzer alla Terza Torre di Sella! Bellissima salita, tutta in libera, stupenda.

Dopo una notte in tenda a 2300 m, con un solo sacco da bivacco in due (io lo sfortunato), ci alziamo con un cielo incantevole. Le tre torri ci sovrastano ancora scure, mentre il Sassolungo è pienamente illuminato. Anche oggi Giova è poco convinto. Perché il Castiglioni dice: IV con tre passaggi di V (!).

La salita è risultata spettacolare, con i passi di V veramente tali (diciamo V+, bisogna tener conto che buona parte del VI del Castiglioni oggi lo si classifica come artificiale).

Giova sale benissimo dietro di me. Qui mi convinco che veramente posso aspirare a salite di ordine superiore, vista l’evidente facilità con cui ho superato quest’itinerario. Tanto più sapendo che sul famoso tetto Vinatzer tante cordate, anche di duri, sono tornate indietro, e molti capicordata (tra i quali anche Piero Villaggio, che poi incontrerò al rifugio Contrin e mi farà questa confidenza) mettono le staffe senza pietà. Insomma, per me la Vinatzer è stata una di quelle chiave, una grande svolta. La metto alla pari (non come difficoltà ma come “chiave” per me) con lo Spigolo del Secchio in Bajarda (1963), lo spigolo sud della Roda del Diavolo (da solo, 1963), i camini Schmidt alle Cinque Dita (da solo, 1964), la fessura Piaz alla Punta Emma (1964), la parete NE della Torre Orientale del Làtemar (da solo, 1964), la parete est della Punta Maria della Cresta Savoia (da solo, 1965).

Paolo e Piero Villaggio, circa 2010
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Dopo questi “exploit” sulle vie dure, torniamo alle vie classiche. Alle 21.30 eravamo arrivati al rifugio Contrin dove avevamo incontrato Piero Villaggio, Piergiorgio Ravajoni e anche i miei amici di Parma, Antonio Bernard e Pietro Menozzi. Tutti e quattro erano abbastanza stupiti che dopo una Vinatzer il giorno dopo volessimo fare la Sud della Marmolada. Piero e Piergiorgio erano andati lì per la Soldà-Conforto alla Sud-ovest, ma siccome era troppo ghiacciata quel giorno avevano salito la classica alla Sud, quelle che noi avremmo fatto l’indomani. Ci hanno riferito del vetrato in alto. Quanto alla Soldà, avrebbero visto domani. Villaggio, titolare di cattedra di Scienza delle Costruzioni alla Normale di Pisa, chiacchiera molto con Giova, futuro ingegnere.

Il 5 agosto tempo perfetto e ben presto con Antonio e Pietro siamo tutti pronti all’attacco, l’immane parete che ci sovrasta non ci fa soggezione. In 5h30’ siamo in vetta, dopo la lunga cavalcata nei camini, fessure, canali, colatoi, cenge e paretine con compagnia perfetta e affiatata. Non commettiamo alcun errore d’itinerario e procediamo sicuri sotto un sole meraviglioso.

Giovanni Scabbia sulla via Dimai alla parete sud della Tofana di Rozes, 7 agosto 1965
Giovanni Scabbia sulla via Dimai alla parete sud della Tofana di Rozes, 7 agosto 1965

Non posso fare a meno di pensare ai grandi del passato: il mitico Luigi Rizzi, che da solo salì fino alla prima cengia e ne ridiscese, a Michele Bettega, a Bortolo Zagonel, a Tita Piaz e a Guido Rey che resero famosa questa salita, a suo tempo (anche se per poco) la più difficile delle Alpi.

Storia e presente si confondono nella mia visione. Il colore non ha importanza. Il monte, i grandi del passato e noi quattro. I miei compagni sono affascinati dai colori.

Dopo un rapido trasferimento a Cortina, mentre Piergiorgio e Piero vanno in casa di quest’ultimo, noi andiamo a dormire al rifugio Dibona, sotto la maestosa parete sud della Tofana di Rozes. Alla mattina arrivano i due amici, che noi affettuosamente chiamiamo i “sestogradisti”. Loro andranno sulla Costantini-Apollonio, noi sulla vecchia e classica via di Antonio Dimai.

Circa alle 7.15 iniziamo. Andiamo velocissimi, volendo raggiungere due tedeschi, un uomo e una donna, che ci avevano preceduti. Lunghezza dopo lunghezza fino all’Anfiteatro. Qui, netta svolta a sinistra, lunga salita in diagonale sotto al magnifico balzo terminale della parete (sede di alcuni famosi itinerari difficilissimi). Ancora una giornata magnifica: mi stupisco di questo bel tempo ininterrotto. Dopo la famosa traversata Eötvös, e dopo il camino terminale, usciamo sulla cresta sud-ovest che facilmente e sotto un sole abbagliante ci porta pian piano alla vetta. Fame e sete. Non abbiamo portato quasi niente con noi e quel poco l’abbiamo già fatto fuori. E dobbiamo spettare fino alle 16 (o 18…) che escano i nostri amici dalla Costantini-Apollonio: una bella noia. Alcuni gitanti, saliti per la via normale, ci offrono pane e formaggio. Meno male! Di mano in mano che le ore passano, m’innervosisco sempre di più. Non mi bastano la bella giornata, il sole, il panorama, la bella salita appena fatta. Voglio solo scendere. Beato Giova che si sa godere questi momenti senza alcun pensiero. Io invece sono tormentato, inquieto.

Però, ora che sono qui a trascrivere queste note, assaporo la gioia del ricordo. Penso che chi s’immerge troppo nel presente non riesca mai a tuffarsi nel passato. Preferisco non lasciarmi dominare tanto dalle impressioni del momento, rimanere un po’ estraneo, per poi riviverle una seconda volta, trasformate dalla memoria e dalla facoltà creativa. Per questo penso di non sprizzare gioia quando arrampico. Trovare un appiglio buono e afferrarlo quasi con voluttà non è da me, non mi “godo” l’arrampicata. Tanto è vero che quando salgo, di solito non vedo l’ora di essere fuori. Senza dubbio il mio non è alpinismo sportivo.

Piergiorgio e Piero escono abbastanza presto, scendiamo al Dibona e in serata siamo a Cortina in casa Villaggio. La madre di costui è un personaggio a se stante, ci mette un po’ di soggezione anche se è molto gentile. Certe future performance di Paolo, fratello gemello di Piero, si possono spiegare se si è conosciuta la mamma…

La cena è molto lauta, ci voleva dopo tanta vita randagia. La notte dormiamo come ghiri. Domani è in programma lo spigolo della Punta Fiames.

Alessandro Gogna sullo spigolo della Punta Fiames. 8 agosto 1965
A. Gogna sullo spigolo della Punta Fiames. 8 agosto 1965

 

Cortina non è proprio di mio gusto. Autobus, corriere, auto… noi facciamo autostop, ma nessuno si ferma! Oggi il caldo è soffocante, camminare sull’asfalto è penoso. Arrivati a una certa frazione, secondo le indicazioni di Piero, saliamo verso una cava abbandonata. Dobbiamo trovare il sentiero che porta tra i mughi all’attacco, se no rischiamo di massacrarci nella vegetazione. Su per il sentiero procediamo per forza d’inerzia. Non abbiamo acqua, sotto la parete non ce n’è. L’unica è soffrire fino in vetta e poi sperare in qualche sorgente…

Superiamo d’impeto e con la bocca arsa le rocce della parete che precedono lo spigolo. Ci leghiamo. Facciamo i passaggi difficili senza troppo sperpero di energie e ci ritroviamo in vetta dopo poco più di 2h30’. Lì mangiamo del pane di segale, senza alcun companatico: la sete aumenta.

Precipitosamente scendiamo verso Forcella Pomagagnon, dove ovviamente non c’è traccia d’acqua. Sperperiamo il poco liquido che ci è rimasto in corpo sudando nella corsa giù per il ghiaione, puntando direttamente su Cortina. Mughi, prato, bosco e altro prato: finalmente ci troviamo nell’abitato. Nessun bar, nessun negozio, nulla. Finalmente un fruttivendolo. Un litro di latte a testa. Bevuto a garganella mi resterà un po’ indigesto.

La sera, a casa Villaggio, altro bel pranzo e chiacchierata nel segno dell’etichetta della signora Maria la quale, insegnante di tedesco, di questa gente aveva tutto il modo di fare.

Arrivano altri amici da Genova, Renato Avanzini e Giorgio Coluccini. Non riusciamo a concordare qualcosa da fare insieme l’indomani. Loro vogliono andare in Civetta, noi sentiamo che è ora di levare le tende. Perciò domani andremo in Lavaredo a farci la Duelfer alla Cima Grande e poi penseremo al ritorno.

Sulla fessura di 25 m dello spigolo della Punta Fiames. 8 agosto 1965
A. Gogna sulla fessura di 25 m dello spigolo della Pinta Fiames. 8 agosto 1965

Il 9 agosto 1965 due francesi ci prendono su in autostop e ci portano fino al rifugio Auronzo. Uno di loro arrampica, così decidiamo di andare in tre. Non sono in ottime condizioni: quel litro mi ha scombussolato. Ma di certo non sarà questo a fermarmi e il V da capocorda me lo garantisco ugualmente.

Dal rifugio c’incamminiamo lentamente ma non troppo verso la forcella tra la Cima Grande e la Cima Ovest. Il numero di persone presente in questi luoghi, favorito dalla superstrada a pedaggio che giunge qui da Misurina, non permette di respirare l’aria normale di montagna. Per i paganti pedaggio e posteggio, queste tre cime non sono altro che grossi sassi; la guerra non sembra nemmeno essere passata in questi luoghi; e anche il ricordo di leggendarie imprese su queste crode non supera la generale indifferenza. Viene solo voglia di tornare indietro nel tempo, quello della costrizione all’eroismo dei soldati, le cui gesta sarebbero state ricordate per decenni, quello di Antonio Berti che scriveva la sua guida delle Dolomiti orientali: un gioiello insuperato.

Vedo le tre cime maestose in quegli anni gloriosi. Loro sono indifferenti: sono io che sdegno la vile massa di turisti, amorfa, stupida, disinteressata. Solo pochissimi di loro sanno di alpinismo e di guerra.

Piero Mazzorana, “custode” del rifugio Auronzo, non si è certo opposto alla costruzione della superstrada che porta a questo gigantesco “lupanare” internazionale. Lo vedo come un traditore.

Questi allegri pensieri mi occupano fino a che non abbandoniamo il carosello e c’inoltriamo nel canale che sale alla forcella. Ora bisogna arrampicare. All’attacco il francese mi vede partire senza staffe e con pochi moschettoni. Lui dice di aver salito parecchie vie, però tutte in artificiale, anche nel Bianco, dove ha fatto la Rébuffat all’Aiguille du Midi e la Bonatti al Grand Capucin. Alla vista della fessura-camino di Duelfer non riesce a credere si possa salire in libera.

Giovanni Scabbia sulla via Duelfer della Cima Grande di Lavaredo. 9 agosto 1965
Giovanni Scabbia sulla via Duelfer della Cima Grande di Lavaredo. 9 agosto 1965

Ma durante la salita si entusiasmerà lodando, con la “erre” più arrotata, le Dolomiti, Duelfer e anche noi due che lo abbiamo accettato con noi.

Questa via è meravigliosa, mai di forza, sempre elegante, con il corpo sempre proteso nel vuoto. A 200 metri dall’attacco, lo vedevo ancora sotto di me in verticale. Una vera classica del V, direi a questo punto l’esempio del V. Condivido in pieno l’entusiasmo del francese (di cui non ho annotato il nome…).

La sera rimaniamo bloccati a Pieve di Livinallongo per mancanza di auto da fermare. Dormiamo lì alla meglio (su un prato). Il 10 raggiungiamo Soraga, dove soggiornano i miei in vacanza, e l’11 siamo alle Torri del Vajolet. Questa sono con noi anche mia madre e mio padre, che ci accompagnano fino al rifugio Re Alberto. Attacchiamo la combinazione Preuss-Delago-Piaz alla Torre Delago, un V- con passo di V. Molto bella e diritta, è con noi anche il vecchio amico di Roma Paolo Cutolo. Arrivati al punto in cui si dividono l’originale Delago e la variante Piaz, scelgo questa. Mai l’avessi fatto! La trovo di V+ e così mi sarà confermato anche da altri. Non la superò con facilità, tutt’altro. Anche perché non c’è neppure un chiodo nei 20 metri di variante.

Scesi alla base, cedo alle preghiere di Giova che vuole fare lo spigolo Piaz, l’estetica lama tagliente di roccia che si vede in tutte le cartoline. Se lo fa lui davanti, io salgo da “cliente”. L’avevo già salito da solo e in più sono un po’ agitato perché al rifugio i miei genitori mi stanno aspettando.

Alessandro Gogna sulla via Duelfer della Cima Grande di Lavaredo. 9 agosto 1965
A. Gogna nel camino della via Duelfer alla Cima Grande di Lavaredo. 9 agosto 1965.

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Goccia d’Acqua (in tutti i sensi…)

  Goccia d’Acqua (in tutti i sensi…)
di Stefano Michelazzi (parete nord del Dito di Dio)

Questo mese di luglio del 2010 si è presentato in forma africana, il caldo afoso è opprimente.
Da maggio le giornate lavorative si susseguono senza sosta e sebbene ami il mio lavoro di guida alpina, bramo di ritagliarmi un piccolo spazio per realizzare qualcosa di mio, dedicare almeno un minimo del mio tempo alla salita di qualche via nuova o di qualcuna storica e poco conosciuta, l’alpinismo esplorativo nelle sue diverse forme è l’attività che più mi affascina.
L’occasione, come sempre, si presenta all’ultimo momento, salta una prenotazione e mi ritrovo “disoccupato” per un’intera giornata.

Dito di Dio, parete nord, via Comici
Michelazzi-Dito-dito nord traccCon Massimo Esposito siamo d’accordo che quando si presenta l’occasione lo chiamo al volo e se si trova in zona Dolomiti organizziamo l’uscita, perciò lo contatto e ci accordiamo per ritrovarci il giorno dopo a Misurina.

Il mattino passa accompagnando un gruppetto su di una via ferrata e nel primo pomeriggio imbocco l’Auto-Brennero in direzione nord.
L’idea è quella di andare in Sorapiss a provare la ripetizione di una via a firma Emilio Comici del quale poco si sa e che quindi stuzzica le nostre fantasie.

D’altra parte da buoni triestini il mito di Comici, nostro illustre concittadino, ci ha sempre accompagnato durante le salite dolomitiche e riscoprire una sua salita, coperta un po’ da un alone di mistero, è una chicca troppo gustosa per non riprometterci di assaggiarla.

Incontro Massimo al parcheggio del Col de Varda, con lui anche Giovanna Moltoni che quest’anno fa parte ormai integrante della cordata.
Prepariamo il materiale e dopo un breve trasferimento motorizzato fino al passo Tre Croci ci incamminiamo lungo il panoramico sentiero che ci condurrà al Rifugio Vandelli.

Il ritmo è sostenuto, ma le chiacchiere che l’accompagnano, miste di racconti alpinistici e vari aneddoti che non mancano mai, non ci permettono neanche di accorgerci che meno di un’ora dopo, siamo davanti ai tavoli del rifugio.

Da qui il Dito di Dio, la parete che domani vogliamo salire, appare imponentissima, quasi un gigante a guardia delle montagne che lo circondano e lo sguardo rimane estasiato.

Nel primo pomeriggio è piovuto un bel po’. Le pareti tutt’intorno sono striate d’acqua, ma il sole caldissimo che a quest’ora di sera illumina ancora l’ambiente ci fa ben sperare per l’indomani, tanto più che la meteo prevede una giornata ancora migliore, anche se il pericolo di temporali, seppur minore, permane.

Seduti sui tavolacci esterni al rifugio sorseggiamo una birra rimirando le pareti che ci circondano, pareti ricche di storia.

Sarà l’ambiente più selvaggio rispetto alle oramai completamente addomesticate Tre Cime che ci guardano di fronte, sarà forse la caratteristica della roccia, che qui obbliga a un’arrampicata molto tecnica, certo è che da queste parti sono pochi gli scalatori che si fanno vivi.

E pensare che proprio qui nel 1929 Emilio Comici tracciò la prima salita italiana di VI. La osserviamo, la Sorella di Mezzo, la parete che accoglie quella salita e ci ripromettiamo di tornare a salirla, visto che anche noi non siamo stati assidui frequentatori del posto.

Sulla via Comici alla parete nord del Dito di Dio (primo terzo di parete)Michelazzi-Dito-nel primo terzo della pareteLa sera passa in allegria condita dal buon cibo che i simpatici gestori del rifugio ci preparano.
Per gestire un rifugio come questo, in una zona alpinisticamente poco frequentata, dove le sere passano spesso senza alcun ospite, bisogna essere veramente innamorati di questi luoghi e l’amore di queste persone per le loro montagne si vede nel trattamento dei loro ospiti.

Il mattino la sveglia ci chiama alle sei, ma siamo già tutti e tre svegli da un po’. La luce del sole mi ha salutato già mezz’ora prima ed all’ora della sveglia sono già pronto alla partenza.

Dalla finestra della stanza dò un’occhiata alle montagne e l’isolamento e la bellezza di questi luoghi mi danno l’impressione quasi di vivere in un’altra epoca, quando la montagna dovevi sudartela e non arrivavi certo a due passi dalla Cima Ovest con l’automobile.

Stefano Michelazzi nel camino ghiacciato (via Comici alla parete nord del Dito di Dio)
Michelazzi-Dito-nei camini ghiacciatiUna veloce colazione e si parte. Passiamo davanti al laghetto di Sorapiss, famoso per il colore verde smeraldo delle sue acque. Il sole illumina la montagna e l’aria è calda. Ci fermiamo un po’ ad ammirare e fotografare questa pozza dal colore incredibile che riflette nelle sue acque l’immagine rovesciata della “nostra” parete. E’ veramente affascinante, quasi ipnotica, la sensazione che si ha ad osservare la “fotografia” a grandezza naturale che ci propone la natura. Le nostre per quanto belle non potranno mai eguagliare la perfezione di quest’immagine.

La luce ormai brillante del giorno ci accompagna lungo il sentiero che risale i ghiaioni. Penso a tutti quei turisti che tra qualche ora affolleranno i luoghi più accessibili e famosi di queste nostre montagne, accompagnati dal rumore dei motori delle loro vetture, dai clacson nervosi che chiedono strada se solo rallenti un attimo, portando qui su quell’innaturale ansia che contraddistingue questo secolo e il conseguente stress della città.

Potranno mai queste persone osservare e godere della bellezza della montagna che si risveglia? Avranno mai occasione di essere parte di questi momenti magici e di sentire le sensazioni che ne derivano? Anche soltanto aver la possibilità di odorare i profumi del bosco che si risveglia?

Nella foga del consumare tutto e subito in questa moda di vedere, fotografare, scappare, quasi una sorta di Fast-food turistico non sanno che perdono la parte più bella, non sanno che le ferie serviranno a ben poco se non a lasciarli con una sensazione di “obiettivo non raggiunto”, che il loro stress continunerà ad accumularsi rendendoli grigi e la prossima estate, li vedrà ancora ammassati come formiche impazzite a invadere questi luoghi come “Conquistadores” invece di visitatori discreti e rispettosi, con la lattina di Coca mollata sul sentiero anche se l’hai portata piena e pesante e riportarla indietro non costa alcuna fatica.

Mi capita spesso di raccogliere i rifiuti abbandonati in giro e riportarli a valle, è fastidioso, a dir poco, dover correggere gli errori di chi, maleducato, concorre alla distruzione dell’ambiente ma lo faccio volentieri per difendere queste rocce ed i suoi abitanti che sono indifesi davanti all’arroganza di molti umani.

Ora il ghiaione diventa un po’ più ripido e fa da piede alla parete. Qui l’incedere diventa un po’ più faticoso ma neanche troppo e in breve siamo all’attacco della via. Alzo il naso all’insù e scruto verso la fessura che da la direttiva di salita, cerco di capire quali siano i punti deboli, quali “sorprese” potrebbe riservare. E’ una linea ideale, dritta, perfetta.

Scambiamo due parole tutti e tre assieme nel mentre ci prepariamo, indossando le nostre “divise” da moderni gladiatori.

Massimo Esposito e Giovanna Moltoni sulla “frana” (via Comici alla parete nord del Dito di Dio)
Michelazzi-Dito-sulla franaCome sempre la concentrazione in questi momenti sale, le poche parole scambiate sono paraventi alla inarrestabile agitazione che si rivela negli attimi precedenti l’attacco. Un’agitazione benevola, che ti permette di ristabilire l’equilibrio e prendere coscienza con quello che hai davanti, che hai letto e studiato sulla carta e che ora si sta materializzando. Ognuno col proprio pensiero, con i propri dubbi, ognuno a volerli condividere almeno in parte con i compagni di cordata che nelle prossime ore saranno il tuo unico ed esclusivo universo.

I primi metri di zoccolo sono facili e permettono di prendere confidenza con la roccia, ma subito dopo la parete s’impenna e le difficoltà hanno inizio. Salgo attento e delicato lungo la fessura, un vecchio chiodo d’epoca, probabilmente risalente alla prima salita, mi rimane letteralmente in mano, esce semplicemente tirando verso l’esterno.

In occasioni come questa ti viene istintivo, quasi, ripensare a chi per primo seppe vedere in una roccia, una linea immaginaria ma allo stesso tempo concreta, qualcosa di indefinito ed indefinibile, misto tra arte e sport che oggi, a distanza di molti anni, mantiene ancora intatto il suo fascino.

Guardo il vecchio chiodo e penso: “Bene, sarà il souvenir che riporterò da questa avventura. Non il solito soprammobile in vendita nei vari bazar, ma qualcosa di vero e vissuto.”.

I passaggi si susseguono impegnativi, procedo attento ma continuo e questo fa sì che l’andatura alla fine risulti comunque veloce, ma la concentrazione deve rimanere alta. La chiodatura è vecchissima, molto poco affidabile, a causa delle rarissime ripetizioni e rende poco sicura l’arrampicata. Per nostra fortuna oggi siamo avvantaggiati dai friend e dai dadi che permettono di proteggersi bene.

Quanta audacia e passione spingevano questi pionieri delle Crode. I chiodi all’epoca erano molto pesanti e le loro forme non sempre assicuravano che si potessero conficcare, senza parlare poi dei pesantissimi moschettoni e delle corde di canapa che venivano legate alla vita e che in caso di volo erano più spesso causa di gravi traumi o di morte, piuttosto che ancore di salvezza.

Massimo e Giovanna, che mi seguono arrampicando anche loro con attenzione, concordano pienamente su questi miei pensieri che esterno durante la breve sosta che ci vede appesi come salami al centro di questa imponente muraglia.

Supero la prima parte di fessura esposta in piena parete e un comodo terrazzo ci permette di tirare un po’ il fiato. Entriamo da qui in una serie di camini, continuazione naturale della fessura stessa, dove la difficoltà dovrebbe un po’ cedere, lasciando spazio a una concentrazione meno intensa ma in realtà, seppur le difficoltà diventino meno continue e la roccia migliori, il tipo di terreno obbliga lo stesso a un’attenzione elevata. I camini, pur essendo a luglio e in una stagione particolarmente calda, conservano ancora candeloni ghiacciati al loro interno e gli sbuffi di aria gelida fanno venire la pelle d’oca.

Massimo Esposito e Giovanna Moltoni nei diedri finali dopo il temporale
Michelazzi-Dito-nei diedri finali dopo la tempestaMassimo mi incita ad arrampicare veloce, ove possibile, perché la permanenza in sosta sembra più quella di due pinguini in un iceberg che quella di due alpinisti sulle Dolomiti in estate. D’altra parte se il ghiaccio persiste all’interno di questi budelli, la temperatura non è certo elevata.

Grazie al tipo di roccia meno delicata che sulla fessura, l’arrampicata può un po’ accelerare ed alla fine di questo corridoio roccioso, arrivo a una cengetta abbastanza solare, sempre che, data l’esposizione a nord, questo termine si possa usare, e richiamo i miei compagni che finalmente possono un po’ scaldarsi arrampicando.

Da qui il camino procede aperto e asciutto, la roccia è invitante e quindi parto abbastanza zelante nella successiva lunghezza, usando più cautela soltanto per un grosso masso che ci sovrasta e sembra una ghigliottina pronta a “farci la festa” .

Un piccolo friend si inserisce perfettamente in una fessurina alla mia destra, vi passo la corda e questo mi permette di spostarla lontano dal masso di modo che non lo tocchi accidentalmente durante la mia salita e faccia una frittata dei miei compagni. Dico a Massimo di farlo volare di sotto quando loro passeranno, di modo da ripulire il camino per i futuri salitori e riparto. Supero la zona dove il camino curva leggermente impedendo da sotto una visuale del suo andamento e a questo punto la prima sorpresa della giornata…

Il masso sospeso sulle nostre teste, che sembrava un fenomeno isolato, come spesso può accadere, risulta invece essere il “totem” di una grande recente frana che si è staccata dagli strapiombi incombenti su di noi e la roccia che già faceva presagire un’arrampicata divertente diventa friabilissima.

Stefano Michelazzi sul passo chiave
OLYMPUS DIGITAL CAMERASarà più o meno un’ora e mezza il tempo che impiegherò per superare questi 40 metri senza poter smuovere neanche un sassolino pur arrampicando su pilastri instabili e, per trovare il sistema di assicurare passo-passo la corda, nel modo migliore, affinchè rimanga alta e non vada a smuovere qualche masso col suo sfregamento.

I miei compagni, pur ben assicurati da me e con la corda al sicuro grazie agli stratagemmi che ho adottato, ci impiegheranno una quarantina di minuti. Sarà una lunghezza di quelle che non ti scordi di sicuro.

Le placche successive sono facili e di roccia buona e questo permette di raggiungere la grande cengia a ¾ della parete senza intoppi ulteriori. Qui finalmente il sole ci riscalda davvero: mentre recupero i miei compagni me la godo!

Mentre chiacchieriamo rilassandoci un po’ al sole, dopo l’avventura fuori programma sulla frana, sentiamo in lontananza il fragore del tuono, segno che non molto distante si sta scatenando il temporale, ma qui tutto sembra tranquillo e sereno. In ogni caso meglio ripartire subito per portarci più in alto possibile visto che oramai manca un centinaio di metri soltanto alla cima.

Aggiro il pilastro che ci separa da un invitante camino sulla nostra destra che indirizza verso le fessure finali. Le scarpe si riempiono di neve fradicia per superare un nevaietto che ne ostacola l’accesso e i prossimi 50 metri saranno all’insegna della bestemmia… Mentre salgo mi rendo conto che il tempo sta cambiando rapidamente e Massimo me ne dà conferma, incitandomi a far veloce.

Raggiungo un terrazzo, piccolo ma abbastanza comodo alla fine del camino, proprio dove questo muore lasciando spazio alle fessure che superano la strapiombante parete finale. Rinforzo l’unico chiodo di sosta esistente con un ottimo “friend” e recupero i miei compagni che salgono il più veloce possibile per riunirci in sosta prima che si scateni l’ormai inevitabile temporale.

Il cielo in pochi minuti ha assunto una colorazione plumbea e le prime gocciolone stanno già scendendo. Passa qualche minuto durante il quale tentiamo di valutare come ripararci: ma già siamo sotto la doccia.

Pur avendo trovato un paio di chiodi lungo il caminone, la descrizione della guida non combacia coll’ultimo tiro e nell’attesa della pausa forzata cerchiamo di capire dove siamo finiti, anche se la fessura sovrastante arriva sicuramente in vetta e quindi appena possibile decidiamo di proseguire su di là.

Gli strapiombi sovrastanti riescono in parte a ripararci ma non coprono abbastanza il terrazzo dove stiamo per permettere a tutti e tre di restare asciutti, per cui decido che la cosa migliore da fare è aggredire la fessura, anche se bagnata, e proseguire cercando riparo in qualche allargamento della fessura stessa che mi pare di intuire più in alto. Nel peggiore dei casi, se non trovassi dove ripararmi, almeno non sarò stato colle mani in mano, e poi nel malaugurato caso che ci toccasse di bivaccare sarebbe più comodo per tutti, almeno i miei compagni potrebbero sedersi.

Dopo i primi metri esposti allo stillicidio e perciò ormai fradici, la fessura si incassa abbastanza da rimanere asciutta e quindi mi permette di progredire più tranquillo. Una trentina di metri più su trovo la piccola nicchia che mi era parso d’intuire e mi ci spiaccico dentro forzando un po’. Chiamo i miei compagni per assicurarmi delle loro condizioni e loro mi rassicurano. Grazie agli strapiombi se ne stanno all’asciutto, giusto qualche schizzo riesce a raggiungerli ma niente di fastidioso.

Appeso ad un buon friend che ho infilato in una fessura di roccia perfetta me ne rimango abbastanza comodo in quel buco, tra l’appeso e l’incastrato. Di fronte a me il temporale si sta scatenando, le nuvole nerissime corrono veloci trasportate dal vento che a questo punto è diventato abbastanza forte e i fulmini saettano tra le cime, creando disegni di luce affascinanti e inquietanti allo stesso tempo.

In vetta al Dito di Dio: Giovanna Moltoni, Stefano Michelazzi e (seduto) Massimo Esposito
Michelazzi-Dito-foto di vetta

Ripenso al racconto della salita che Sandro del Torso, uno dei tre primi salitori, fa nel libro Alpinismo Eroico. Loro furono costretti a un bivacco proprio a causa del temporale e più o meno dove siamo noi ora, anzi…proprio qui! Mi rendo conto che di fronte a me si diparte una cengetta in parte discendente che somiglia moltissimo a quella che ricordo nella descrizione. Tolgo di tasca il foglietto della relazione e analizzando bene le parole capisco che la salita originale passava a sinistra del pilastro sottostante mentre noi abbiamo imboccato il camino di destra, ma che tutti e due portano alle stesse fessure e sono collegati proprio da questa cengetta che attraversa la sommità del pilastro. Quindi abbiamo imboccato una variante che qualcun altro prima di noi, probabilmente anche lui sbagliando, aveva tracciato. Comunico la cosa ai miei compagni e ora non resta che attendere e sperare che la pioggia duri poco.

Una mezz’oretta appena e la luce comincia a cambiare. Il sole timidamente ricomincia ad apparire e io esco dalla scomoda nicchia per progredire ancora alla ricerca di un buon posto di sosta. Trenta metri ancora e riesco a piazzare una buona sosta, anche abbastanza comoda. Quattro parole con i compagni che si lamentano un po’ del freddo e riparto. So che poco prima dell’uscita dovrebbe esserci un passaggio che obbligò Comici a piazzare un chiodo e a issarcisi su. Come sarà il passaggio? E soprattutto in quali condizioni troverò quell’unico chiodo?

Intanto le difficoltà non accennano a diminuire anche se la roccia in questa parte della salita è veramente bella.Salto una vecchia sosta che mi lascia un altro chiodo come souvenir e proseguo verso questo passaggio “misterioso”, tanto con le corde moderne lunghe 60 metri l’autonomia è notevole e posso permettermi di cercare i posti migliori per sostare. Ancora qualche metro e lo strapiombo che segna l’ultimo ostacolo mi si para davanti.

Vedo il chiodo sull’orlo dello strapiombo e da qui sembra ancora buono. Analizzo la roccia alla ricerca del modo migliore di passare: a sinistra la placca è solidissima ma con appigli piccoli e abbastanza bagnata dalla pioggia, a destra la fessura forma una piccola nicchia fradicia che non dà alcuna possibilità di essere risalita. Spero in quel chiodo, il quale, mal che vada, mi permetterà di issarmici su e arrivare in cima, anche perché non vedo altre possibilità di piantarne un altro nello stesso posto.

Trovo una buona fessura per piazzare un piccolo friend che un po’ mi rassicura e comincio a salire lo strapiombo. Alzo la mano per testare il chiodo e… balla! Tiro ancora un po’ ed un altro souvenir oggi verrà a casa con me!

Ora devo salire senza la protezione e senza possibilità di tirare il chiodo in caso di necessità. Devo farcela. Scendo di qualche metro in posizione più comoda e osservo ancora la roccia, analizzo ogni centimetro della placca che è l’unica possibilità di salita e lentamente risalgo. I movimenti studiati “a tavolino” mi portano lentamente sempre più su e la roccia pur bagnata non risulta molto scivolosa. Una screziatura della roccia compatta proprio oltre il bordo dello strapiombo mi fa sperare bene… Mi alzo con prudenza, mi allungo bene e tasto con le dita…

Fatta! Le dita hanno appigliato una presa netta che mi ha permesso di alzare bene i piedi e di issarmi fin oltre il rigonfiamento. Lancio un grido di vittoria e di sfogo e pochi metri dopo sono in cima a salutare il sole che nel frattempo ha ripreso possesso del cielo blu.

Bergheil! L’usuale saluto degli alpinisti del nord-est è d’obbligo e oggi anche di più. Appena un paio di foto, una veloce merenda fornita da Giovanna che come sempre ha pensato a tutti e ce la filiamo veloci, visto che oggi non è ancora finita. Le correnti d’aria hanno girato e il temporale stà tornando indietro…

Non conosciamo la discesa che nella descrizione della guida risulta piuttosto nebulosa e anche le informazioni che abbiamo raccolto in zona sono abbastanza generiche. Sappiamo soltanto che da qualche parte esiste un vecchio ancoraggio per scendere una “corda doppia”, e intanto i tuoni insistono.

Facciamo appena in tempo a individuare i due vecchi chiodi collegati da alcuni cordini, che ormai fanno parte dell’ambiente per quanto sono vecchi, e a discendere questi 50 metri che ci depositano nel circo glaciale sottostante, quando le nuvole ci assorbono e tutto diventa lattiginoso. Nei rari sprazzi di visuale dati dalle nuvole che si rincorrono riusciamo a individuare una forcella al di là del circo. Ci dirigiamo là, intanto la pioggia è ricominciata e stavolta niente riparo…

La discesa non è cosa facile, bisogna individuare dove più o meno passa la via normale che vista la scarsissima frequentazione di queste pareti non è certo segnalata, ma i tanti anni di frequentazione di questi monti ci hanno insegnato molto e un po’ io, un po’ Massimo in poco tempo, malgrado la nebbia, riusciamo a trovare i passaggi più facili e a scendere dalla parete. La pioggia ci accompagnerà fino al rifugio, ma ormai si tratta solo di “passeggiare” e anche un po’ d’acqua non può più disturbare.

Dito di Dio – parete nord
Prima ascensione: Emilio Comici, Sandro del Torso, Piero Mazzorana, 8/9 settembre 1936

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Abbiamo fatto eliski in Canada… ma siamo felici?

 Abbiamo fatto eliski in Canada… ma siamo felici?
di Marcello Cominetti (pubblicato su marcellocominetti.blogspot.it il 19 febbraio 2013)

Calma, calma, mica sono andato in Canada a sciare perdendomi anche solo qualche giorno di Dolomiti in una stagione bella come questa…

Non è infatti di eliski in Canada che voglio parlare, ma di chi ci va.
E’ vero, generalizzare è troppo facile, ma lo farò ugualmente, anche se so benissimo che tra chi va in Canada a fare eliski ci sono ottimi sciatori appassionati.

Eliski nelle Canadian Rockies
Eliski-Canada-DAN_7831

Questo scritto delirante prende spunto dal fatto che sempre più numerosi freerider, prima di venire a sciare fuoripista con me, scrivono tra le loro credenziali che hanno sciato in Canada usando l’elicottero. Premetto che non sono né pro né contro l’eliski in generale perché molto dipende da dove lo si fa: può essere molto remunerativo o molto stupido, ma non è di questo che voglio parlare.

Le più acclamate compagnie nordamericane di eliski hanno da anni messo a punto una formula, quasi sempre vincente, che permette a uno sciatore medio neppure troppo allenato di inanellare molti metri di dislivello in discesa (vertical feets) per aggiudicarsi gadget come giacche a vento, occhiali a maschera, berretti e guanti con su ricamata la prestigiosa dicitura “25.000, 45.000… vertical feets”. A parte il fatto che questi “riconoscimenti” sono a pagamento e non sono neppure a buon mercato, la cosa che più mi meraviglia sono i personaggi che li ottengono e che poi li sfoggiano con orgoglio snobbando il più delle volte chi non li ha.

Alberto De Giuli in azione lungo la diretta dei Ciamurch-Sella-Dolomiti

Eliski-Canada-DEGiuli-CiamurchOra, io faccio la guida da trent’anni e ne ho viste di tutti i colori, belli e brutti, ma parlando di sci “libero” mi ricordo che nelle nostre Dolomiti nei primi anni ’80 accompagnavamo fior di sciatori giù per canali ancor oggi considerati belli ripidi.

Ho avuto la fortuna di lavorare nelle Dolomiti con i francesi della scuola di sci estremo fondata da Patrick Vallençant di Argentière/Chamonix e portavamo gruppi di sciatori nei canali Holzer e Joel al Pordoi o allo Staunies sul Cristallo, nella Val Scura del Sassongher, solo per fare qualche esempio, quando questi canali venivano scesi rarissimamente e da pochi specialisti.

Il ripido era di moda in Francia e i miei colleghi d’oltralpe chiamavano la Val Mesdì del Sella Val Merdì, perché la trovavano noiosa e improponibile a chi si iscriveva a degli “stages di sci estremo”.

Ma ancora oggi, quando le previsioni meteo annunciano copiose nevicate, i miei amici di Chamonix, Verbier e del Monterosa vengono a sciare qui appena fa bel tempo. Sarà che le Dolomiti sono un terreno per il fuoripista tutt’altro che banale? E che noi guide alpine di queste montagne, abituati al ripido e con la corda sempre pronta nello zaino, non siamo così malaccio?

Siamo forse arrivati in ritardo su molte cose ma di certo non c’è terreno che ci impensierisca più di tanto.
Questo tanto per darvi un’idea. Stop.

Mattia Maldonado a telemark in Val Chedul
Eliski-Canada-MaldonadoOggi se qualcuno mi dice che ha fatto eliski in Canada so già che è un turista danaroso appesantito dal benessere e spaventato mortalmente dall’incertezza; che è stato messo comodo su un elicottero che lo ha depositato in cima a una discesa perfetta e che l’elicottero lo ha poi raccolto in fondo non appena la pendenza non gli consentiva più di scivolare a valle per portarlo in cima a un’altra discesa perfetta. Un beverone a base di cocacola per idratarsi e un paio di sci “fat” (come lui) ai piedi, per rendere il tutto fattibile et voilà, lo sciatore si sente invincibile e pronto ad affrontare ogni pendio.

Ma non nelle Dolomiti, dove ci sono le rocce, le pareti da aggirare, qualche metro a scaletta da fare e magari anche qualche metro in cui bisogna darci dentro con le braccia per spingere un poco o fare un po’ di lisca di pesce fino al pendio successivo.
Pochi giorni fa uno mi ha detto seccatissimo perché doveva risalire circa tre metri di dislivello in salita: “sono venuto a sciare in discesa!”
Certo è che con tutti quei caschi, paraschiena, occhialoni e accessori d’ogni foggia e peso, uno si muove pesantemente. Sciando fuoripista raramente si soffre il freddo. E’ uno sport, quindi ci si scalda.
Meglio essere leggeri, ma vaglielo a dire…
Insomma, se tra le credenziali che uno sciatore esibisce nel suo curriculum c’è l’eliski in Canada io tremo e mi dico: oddio cosa potremo fare senza cacciarci nei guai?
E’ come se uno mi dicesse che per scelta usa solamente uno sci, che ha lo zaino pieno di sassi o comunque qualcosa che lo impedisca terribilmente.
Certo tutta quella polvere, le tracce perfette, l’elicottero, i sigari cubani, i riconoscimenti a pagamento e tutti i soldi che uno deve sborsare per una settimana bianca come quella, rendono sicuramente soddisfatti quei personaggi che apprezzano questo modo di vivere la montagna d’inverno.

La felicità, però, è un’altra cosa.

Eliski in Canada
Eliski-Canada-one-group

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Per una principessa

 

Per una Principessa
di Ivo Rabanser
Prima ascensione sulla parete nord-est della Torre Lisa sul Sassolungo

Ero preso dal lavoro di compilazione della guida del Sassolungo, che sarebbe stata edita dal CAI-TCI. Poiché in ritardo con la consegna del manoscritto, mi toccava sacrificare diverse giornate estive di un propizio cielo blu cobalto per concludere questo impegno. Dapprima mi ero trascinato in un’esuberante attività ed era mancato il tempo, successivamente cedetti alla pigrizia quando invece mi sarebbe stato possibile lavorare. Era insomma una giusta punizione e ora dovevo recuperare il tempo perso.

La Torre Lisa
OLYMPUS DIGITAL CAMERAIn particolare mi mancano ancora un bel po’ di fotografie. Decisi così di impiegare un fine settimana per catturare immagini da inserire nel volume.

Con le telecabine ero salito alla Forcella del Sassolungo e mi fermai brevemente al Demetz per salutare Franz e Stefania che allora gestivano il rifugio. Era proprio una splendida giornata. Il cielo blu cobalto iridava una luce ideale per modellare con efficacia la plastica delle pareti che dovevo ritrarre. Tuttavia mi rammarico di quel mio ruolo, relegato a fare foto invece di grattare dolomia verticale. Quell’estate si è già rilevata buona. Con compagni diversi ci erano già riuscite sei prime ascensioni. Ed eravamo soltanto a fine luglio.

Discesi il primo ripido tratto del Vallone del Sassolungo, poi deviai verso sinistra inoltrandomi nella suggestiva conca che un tempo conteneva un piccolo ghiacciaio. Adesso i residui del ghiaccio si potevano notare soltanto nelle alte terminazioni dell’insenatura.

Mi ero discosto di poco dal sentiero affollato, eppure ciò era bastato per isolarmi dal chiasso delle persone. Era proprio un posto suggestivo. Mi sentivo come in una grandiosa arena, circondato da alte e selvagge pareti rocciose.

Tirai fuori l’apparecchiatura fotografica e inquadrai la parete del Campanile di Venere. Girandomi, quasi d’improvviso, notai la parete giallastra alle mie spalle. Era una torre dalla caratteristica sommità squadrata. Tante volte l’avevo guardata, ma mai prima di allora veramente osservata.

Dallo zainetto recuperai prontamente il binocolo e misi a fuoco. Attraverso le lenti scrutai minuziosamente quella parete di verticale dolomia gialla, cercando di coglierne tutti i segreti. Mi prese un’ondata d’euforia. Inaspettatamente avevo intravisto una possibilità di tracciare una via nuova e per di più su una parete ancora inviolata. L’ottica del binocolo ingrandì il problema, permettendo d’ipotizzare una linea su quella trama di rocce verticali.

Che bel gioco quello di accostare passaggio dopo passaggio nella composizione di un itinerario di salita. Nello studio di un nuovo itinerario stabilisco preventivamente soltanto grosso modo il percorso da seguire, come in un progetto di massima. I passaggi nel dettaglio vanno scoperti una volta impegnati in parete. Queste prime ascensioni non sono certo necessarie, però sono possibili, come del resto avviene per tutte le attività creative. Pensai alle parole di Mummery: «Il vero alpinista è chi tenta nuove ascensioni. Non importa se vi riesce o no; egli ricava il suo piacere dalla fantasia o dal gioco della lotta».

Avevo come una musica all’orecchio, come un bambino che scopre un gioco che lo coinvolge. Trascorsi il resto della giornata fotografando le varie pareti del Sassolungo. In un solo giorno scattai oltre quattro rullini di diapositive.

Sulla Torre Lisa
OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl 2 agosto 1998 attaccammo la parete. Avevo coinvolto Stefan Comploi in questo progetto, che come d’abitudine si era subito dimostrato entusiasta e ansioso di mettere le mani sulle rocce. Era una domenica e le condizioni del tempo poco propizie. Ugualmente decidiamo di provare. Traversando i pendii detritici verso l’attacco mi fermavo ogni volta che il respiro si faceva affannoso per scrutare la parete.

Dopo un breve zoccolo di erti gradini, la roccia s’inarca ripida sopra di noi. Per placche compatte ci alzammo verso sinistra, dove un diedro rovescio indicava la linea da seguire. Con quella lunghezza raggiungemmo una piccola cengia, dove iniziava il settore giallo della parete. Sulla sinistra intravvedevo la possibilità di continuare. Un muro di roccia verticale, striato da una colata nera, lasciava sperare in una prosecuzione.

Sulla Torre Lisa
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Gli appigli si presentavano ruvidi sotto le dita, ma sufficienti per innalzarsi. Su una placca traversai poi verso destra, fermandomi per piantare un chiodo. L’operazione mi sfibrò oltremodo le braccia, poiché dovetti spessorare il foro nella roccia con zeppe di legno duro prima di infiggere a chiodo a colpi di martello. Ero soddisfatto del lavoro. Ora si trattava d’arrivare alla sovrastante grande lama di roccia, dall’aspetto un po’ malaticcio. La caricai delicatamente, facendo cadere nel vuoto alcune lastre instabili. Che i sassi sparissero nell’abisso, sibilando diversi metri al di là della sosta dove Stefan mi guardava divertito, palesava il fatto che la parete strapiombava e non solo in senso metaforico. Ero ansioso di vedere se quella riga più chiara, che nello studio preliminare della parete avevo adocchiato, fosse come speravo la soluzione del problema che avrebbe permesso di raggiungere lo spigolo terminale. Sì… Con un urlo di gioia comunicai all’amico la lieve notizia! Una provvidenziale rampetta si insinuava fra gli strapiombi e ci avrebbe permesso un’agevole continuazione.

Stefan iniziò a traversare su queste rocce concave verso destra, ripulendo gli appigli e gli appoggi mobili. L’arrampicata si svolse in massima esposizione. Superando un ultimo strapiombo raggiunse lo spigolo illuminato dal sole. Di ottimo umore salimmo le ultime balze rocciose verso la cima.

Desideravo intitolare questo monolite inaccesso al nome di mia figlia Lisa. E Stefan si disse generosamente d’accordo. Alla mia piccola Principessa, che in quel tempo indicava con il dito il Sassolungo dicendo: «montagna di mio papà».

Stefan Comploi e Ivo Rabanser (a ds) in vetta all’inviolata Torre Lisa
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Il Re del Cadore

Il Re del Cadore
La maestà dell’Antelao è fuori discussione, da qualunque parte lo si osservi s’impone con la sua altezza o con il suo volume: a volte i suoi profili sono dei classici nell’iconografia dolomitica, come la visione da Perarolo o il colosso «che fuma la pipa». Possiamo discutere sulla definizione di «Re delle Dolomiti», mentre su quella di «Re del Cadore» si è tutti d’accordo. La vetta principale, 3264 m, è la seconda delle Dolomiti in altezza: la struttura è poi costituita da altre cime, tutte superiori ai tremila, che si rincorrono nell’ordine verso est: Punta Menini, Punta Chiggiato e Cima Fanton. L’insieme di queste punte determina un castello di bellezza davvero singolare. A nord possenti pilastri s’affondano in due quasi misteriosi ghiacciai, oggi un po’ ridotti, il Superiore e l’Inferiore, e il grigio delle rocce, facendo strano contrasto con il bianco della neve, diventa un non colore, tetro e minaccioso, tranne quando il sole dell’alba di giugno e luglio riesce a tingere di rosa l’angolo più segreto dell’Antelao. A sud invece i pilastri sono ancora più potenti e verticali, sufficiente pensare al dislivello sui 1000 metri della parete sud e ai quasi 2400 metri di salto tra la vetta e Vodo di Cadore. Questa parete è praticamente sconosciuta, solo pochi l’anno salita: ed esistono, a difficile portata di mano, pochi racconti, foto, relazioni di quelle ascensioni. Ad ovest invece l’Antelao proietta la sua immagine più familiare, quella di una piramide di lisci lastroni a volte listati di neve. Ed è da lì che tutti salgono.

L’Antelao da Cortina d’Ampezzo
Cortina d'Ampezzo da frazione Ronco, verso Antelao

La storia alpinistica dell’Antelao si perde nella notte dei primi tempi, quando cacciatori e pastori vagavano sulle cenge e sulle cime a scopi non alpinistici. Sembra proprio che Matteo Ossi, di San Vito, non fosse mai stato sulla cima prima di quella volta con Grohmann e le guide Francesco e Alessandro Lacedelli (18 settembre 1863): ma non si può sapere con certezza, perché lui diceva che, sì, c’era stato nel 1850. Proprio sulla via normale, il 15 gennaio 1882, l’alpinismo invernale sulle Dolomiti ebbe il suo battesimo: il veneziano Pietro Paoletti salì alla vetta con le guide Luigi Cesaletti e Giovanni Battista Zanucco. Il 25 novembre il Paoletti, con lo stesso Zanucco e Giuseppe Pordon, aveva salito la Croda Marcora, ma quell’impresa non destò così scalpore come l’Antelao. L’8 agosto 1886 è di scena il canalone ghiacciato che dal Ghiacciaio Superiore spara diritto fino alla Forcella Menini (cap. David Menini, gli alpini Silvestro Zandegiacomo e Carlo Carrara, con la guida Giuseppe Pordon). E. Artmann con Joseph (Sepp) Innerkofler salgono la cresta ovest (III), poi, il 16 agosto 1898 lo sperone sud sud est (III e IV) cede ad Antonio Dimai e compagni (Zaccaria Pompanin, Michel Innerkofler jr. ed i clienti inglesi John S. Phillimore e Arthur G. S. Raynor). Il 24 settembre 1913 Luisa e Umberto Fanton traversano l’intera cresta orientale (III) dalla Cima Fanton. Il 19 agosto 1925 il torinese Oliviero Olivo, da solo, riesce a superare lo sperone nord (III). Walter Stösser e Fred Schütt, il 17 agosto 1930, salgono il V grado dell’evidente spigolo della parte sinistra della parete sud ovest. Otto Oppel, anch’egli da solo, nell’agosto 1931, sale il pericoloso canalone nord, a destra della via Olivo (III e IV). Tocca ai padovani

In salita per la via normale dell’Antelao (le Laste)
La salita della via normale dell'Antelao provincia di Belluno

Antonio Bettella e Gastone Scalzo risolvere il vero problema, la parete sud ovest. Fu un’odissea di cinque giorni, dal 3 al 7 agosto 1941, una vittoria ostacolata fino all’ultimo dal maltempo che poteva finire in tragedia se l’amico Guerrino Barbiero non fosse andato loro incontro per la via normale… Le difficoltà estreme di quella via non bastarono al Bettella, il quale già da tre anni sognava di salire  non solo la parete ma anche il grande camino che incide la stessa parete un po’ più a sinistra. Ed è così che l’11 agosto 1942, con Barbiero, inizia quest’altra scalata. La conclusione ci sarà solo il 15, dopo altri cinque giorni di avventure al limite.

Ornella Antonioli e Alessandro Gogna in vetta all’Antelao, 14 agosto 1985
O. Antonioli e A. Gogna in vetta all'Antelao (BL).14.08.1985

Altra salita di cui si sa poco, ma importante, è quella di Italo Da Col e Roger Petrucci-Smith, che il 21-22-23 agosto 1942 riescono a salire il nascosto pilastro sud est (VI) che punta direttamente alla vetta. Il 28-29 giugno 1970 il fuoriclasse triestino Enzo Cozzolino sale con Luciano Corsi la parete sud (VI) della Punta Chiggiato, mentre nel 1981 Renato Casarotto apre quattro itinerari su cime minori del gruppo con Maurizio Dall’Omo. Il 20 agosto 1992 Lorenzo Massarotto con Fausto Conedera sale l’ennesimo suo capolavoro, l’Uomo in strach (parete sud-ovest). Ma la storia continua, assieme all’esplorazione. Il 25 settembre 1985, dopo vari tentativi ed attrezzature, i triestini Aldo Michelini e Sergio Serra salgono sul pilastro sud ovest di 600 m, a sinistra della via Stösser, difficoltà fino al VII e all’A4 (poi ridotti a VI e VII- nella prima ripetizione): intitolano il pilastro a Nidia e Martino e battezzano la via Ma perché te gà roto i fiori? Un’altra via è aperta nel 1995 dai Ragni di Pieve di Cadore, è Sabotaggio, 500 m, VI, sullo sperone meridionale: sono Anna Sommavilla, Giampietro Poles, Ernesto Querincig, Lucia Del Favero, Michele Barbiero e Angelo De Polo. Poco tempo dopo gli stessi Poles e Sommavilla, assieme a Fabio Bertagnin e Mauro Valmassoi, aprono un’altra via su un pilastro a destra, 500 m, VI+.

La parete meridionale dell’Antelao con il tracciato della via L’Uomo in strach (Massarotto-Conedera, 20 agosto 1992)
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postato il 10 ottobre 2014

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I confini delle Dolomiti

Allorché ci avviamo sul piccolo sentiero di guerra che traversa dietro al Bàffelan, il sole si è già alzato molto nel cielo. La pianura veneta, sotto a un’estesa coltre di nebbia, è proprio ai nostri piedi, davvero vicina. Il rifugio all’Alpe di Campogrosso, le poche auto parcheggiate, ci ricordano l’immediata vicinanza della civiltà cittadina. Sembra di essere sull’attico di una casa neppure tanto alta, qui sulle Piccole Dolomiti. Oppure su un’isola in mezzo ad un mare di giardini. Ma quando invece ci troviamo a salire e scendere per rampe, canalini, oppure traversare in buie gallerie di guerra, a precipizio su burroni per nulla simpatici, ecco allora restituita a questo gruppo di torrioni la loro dignità di guglie dolomitiche. Dunque, se si prescinde dall’altezza, appena inferiore di media, o dal fatto di essere quasi in bilico sulla pianura, queste montagne potrebbero, assieme al vicino gruppo del Pasubio, essere classificate come Dolomiti.

Il Pelmo
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Si è parlato molto della proclamazione di gran parte del territorio dolomitico, “Monumento mondiale della Natura”. Non entro nel me­rito dell’opportunità o meno di tale iniziativa. Dirò solo che mi vede del tutto entusia­sta, vista la qualità delle bellezze na­turali di questa regione, decisamente uniche al mondo e irripeti­bili. E non parlo soltanto delle montagne famose, ma anche delle valli e delle altre ricchezze del paesaggio. Come sappia­mo, le neces­sità dello sviluppo delle popolazioni locali, unitamente a quelle del turismo di massa, hanno in passato provocato danni in molte zone di questo territorio. Anche sull’entità di tali danni e sul­le possibilità di reale cambio di rotta dell’intero turismo dolo­mitico (con tutte le difficoltà di ordine amministrativo, econo­mico e gestionale che ne deriverebbero) mi astengo. Preferisco parlare di delimitazione dei confini: su di questa cer­tamente non tutti sono d’ac­cordo.

I geografi concordano che l’areale dolomitico propria­mente detto è compreso tra le valli dell’Adige, dell’Isarco, la Val Pusteria, le valli del Piave, del Cismòn e del Brenta. È accettato che le Piccole Dolomiti (a cavallo tra Val Lagarina e la te­stata delle vallate dell’Agno e del Posina) siano chiamate tali. È accettato inoltre che le Dolomiti di Brenta, pur essendo molto a ovest del­la valle dell’Adige, per le loro caratteristiche assai somiglian­ti a quelle delle Dolomiti vere e proprie, possano essere così denominate. Stesso discorso vale per le cosiddette Dolomiti d’Oltrepiave (a est del fiume) e per le Dolomiti Pesarine, che qualcuno vorrebbe raggruppa­re con il nome di Prealpi Carniche o magari Dolomiti Carniche.

Il gruppo di Brenta
Confini-dolomiti-di-brenta

Non si comprende però bene quale possa essere il motivo di tale distinzione. Di certo non è quello litolo­gico: sostenere che le Dolomiti per essere tali devono essere costituite da dolo­mia e non da calcare significherebbe escludere proprio la vetta più alta, e cioè la Marmolada, come sicuramente molte altre. Per non parlare di interi gruppi, com­presi nell’areale dolomitico “doc”, come ad esempio il gruppo della Cima d’Asta, il quale è costituito da granito, oppure la catena dei Lagorai, fatta di porfido. Anche le ragioni di ordine idrografico portano a esclu­dere che si possa arbitra­riamente dividere in due parti il bacino del Pia­ve, o anche quello dell’Adige e del Brenta. Le ca­ratteristiche generali delle montagne (e non parlo delle differenze geologiche cer­tamente esi­stenti) non differiscono molto. Le Dolomiti d’Oltrepiave sono assai simili a quelle che costituiscono il Parco Nazionale delle Dolo­miti Bellunesi: gruppi come il Cavallo, il Col Nudo, il Duranno, i Monfalconi, la Crìdola, il Pramaggiore ed altri non hanno nulla da invidiare né come bellezza, né come dimensioni alla Schiara, al Bosconero o ai Monti del Sole. E che dire del Monte Baldo e dell’alta valle del Sarca, entrambi a ovest dell’Adige? Hanno ca­ratteristi­che così diverse? E considerato che il problema sussiste anche per altri gruppi, vale a dire i Monti Lessini, la catena del M. Ortigara e l’Altopiano di Asiago, il Monte Grappa, il Pasubio e le Piccole Dolomiti, così trionfali in questa giornata ottobrina, non varrebbe la pena di considerare come areale dolo­mitico tutta quella regione di montagne che si estende dalla pianura veneta fino ad incontrare i colossi dello spartiacque alpino (Retiche Meridionali, destra idro­grafica della Val Venosta, valle dell’I­sarco, Val Pusteria e Alpi Carniche)? Questa considerazione ha almeno tre fondamenti di ordine storico e am­bientale. La sto­ria dell’alpinismo dolomitico si è sviluppata in­dipendentemente da divisioni artifi­ciali tra una zona e l’altra: si ricorda qui che la prima cima a essere stata certa­mente sca­lata non da pastori o valligiani è stata quella del Monte Caval­lo, pro­prio sopra allo storico e splendido Bosco del Cansiglio. Dolomiti Monumento Mondiale ha giustamente considerato che i gruppi come quello delle Dolomiti d’Oltrepiave sono proprio quelli più intatti, decisamente selvaggi. E ancora, in un’ottica di prote­zione e anche di vera valorizzazione globale, le zone più inacces­sibili hanno pari dignità di quelle che invece sono meta di mi­lioni di turisti. Un monumento è tale infatti non soltanto se è sistemato al centro di una piazza famosa ma anche se è intrinse­camente una bella scultura.

Il gruppo dei Monfalconi (Dolomiti d’Oltrepiave). Foto: Marco Milani
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Nella valutazione di quali dovevano essere i confini del “Monumento”, credo però che i confini geografici non siano stati tenuti nel debito conto. Perciò speriamo nel futuro, augurandoci che in’eventuale revisione o allargamento gli esperti tengano in conside­razione questi motivi e non abbia voce soltanto chi vo­glia gelosamente “valorizzare” (alla vecchia maniera però) solo il proprio com­prensorio. Anche coloro che sostengono che la quota media sia l’elemento più importante ai fini di una classificazione geografica, e cioè i geografi in senso stretto, potrebbero essere messi d’accordo con la voce “Alpi e Prealpi Dolomitiche”.