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La coraggiosa Amministrazione di Ponte nelle Alpi

La coraggiosa Amministrazione di Ponte nelle Alpi

Il 19 novembre 2015, in segno di protesta contro l’impianto sotto il ponte sul Piave, il sindaco di Ponte nelle Alpi (BL) Paolo Vendramini e l’assessore all’Ambiente Ezio Orzes hanno accolto in municipio Genio civile, Arpav e progettisti, ma hanno abbandonato la sala poco dopo. «Rigettiamo questo progetto, un’aggressione al nostro territorio», ha commentato Vendramini sul Corriere del Veneto. «Non assisteremo alla presentazione – ha incalzato Orzes – è mancato rispetto da parte dei proponenti, hanno avuto il coraggio di presentare un progetto con tale impatto ambientale».
Il progetto della centralina prevede uno sbarramento gonfiabile che verrebbe installato a valle del ponte che creerebbe un salto di 4 metri e 72 centimetri. A monte della centralina, il livello del Piave si innalzerebbe per 1,7 chilometri e, in caso di piene, la paratia verrebbe aperta liberando l’acqua in un’ora. Ci sono poi i problemi legati ai possibili effetti sulla vicina frana. «Presenteremo un ricorso per ogni passaggio dell’iter – ha spiegato il sindaco – Sarà una battaglia lunga».
A noi sembra che tutti i comuni delle Alpi dovrebbero seguire questo esempio, e smetterla di associarsi allo sciacallaggio del territorio.

Ponte nelle Alpi, il ponte di Rione Santa CaterinaCoraggiosaAmministrazione-ponte-nelle-alpi-845x522

Angelo Soccal, in un commento su facebook, scrive: “Bravo al sindaco di Ponte nelle Alpi e al sig. Orzes, così deve essere un assessore all’ambiente che si batte per la difesa del proprio territorio contro ogni tipo di speculazione, avete il mio appoggio. Per i commentatori che ritengono questa posizione una opposizione a prescindere tipo no-tav, no-tutto, li invito ad approfondire il caso specifico dello sfruttamento del bacino del Piave e del tema della speculazione delle nuove microcentrali grazie al bellissimo ed esauriente articolo di Eco-magazine: http://www.eco-magazine.info/news/5575/quando-lidroelettrico-si-beve-tutta-lacqua-nel-bellunese-la-rapina-e-verde-cementoarricchito.html“.

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Stop alle speculazioni sul Piave
di Alessia Forzin (dal Corriere delle Alpi, 20 novembre 2015)

Nessun dialogo con chi non rispetta il territorio. Ieri mattina gli ingegneri dello studio Zollet hanno descritto il progetto della centralina idroelettrica sul Piave solo ai tecnici e alla stampa. Non c’erano gli amministratori di Ponte nelle Alpi, che hanno fatto una scelta decisa: quella di non ascoltare neanche una parola. «Non staremo qui a sentire la vostra presentazione, perché è mancato il rispetto da parte dei proponenti che hanno presentato un progetto tanto impattante sul nostro territorio», ha spiegato l’assessore Ezio Orzes. Il quale ha invitato pubblicamente i progettisti a ritirare il progetto: «Altrimenti usciremo e voi parlerete a un’aula vuota». Richiesta rigettata: la procedura prevede tra le sue fasi la presentazione pubblica del progetto e il sopralluogo, come ha spiegato il dirigente del Genio Civile Alvise Lucchetta, e i progettisti non erano autorizzati a fare altro se non presentare le tavole progettuali. Così la presentazione è proseguita senza l’amministrazione.

Gli ingegneri hanno descritto il progetto e risposto alle domande di chiarimento poste dai tecnici dell’Arpav e della Regione (sezione Parchi e biodiversità), poi insieme ai dirigenti del Genio Civile sono scesi sulle rive del Piave, a vedere da vicino dove dovrebbero essere posizionati lo sbarramento artificiale e la centralina.

Ad accompagnare il sopralluogo, in questa occasione, non c’erano gli attivisti di Acqua Bene Comune. Ciò nonostante Ponte nelle Alpi era blindata: è stato attivato il dispositivo messo a punto dalla Prefettura nel vertice pre-sopralluogo di Belluno (poi rinviato), da Padova sono arrivati una ventina di poliziotti del reparto Mobile e dai comandi cittadini di Polizia e Carabinieri un’altra quindicina di uomini. Aggiungendo il personale della Digos, il numero di forze dell’ordine impegnate ieri a Ponte ha sfiorato le quaranta unità. A loro si è rivolta l’amministrazione accogliendo i partecipanti alla procedura di presentazione in aula consiliare: «Li ringraziamo per essere qui presenti, ma avremmo bisogno piuttosto che ci difendessero dall’aggressione in corso nel nostro territorio», ha puntualizzato Orzes. «La Piave (Sull’uso al femminile di questo fiume vedi qui, NdR) è il fiume più artificializzato d’Europa, è ridicolo che si pensi di presentare ancora progetti che insistono su questo corso d’acqua. E perché lo si fa? Non certo per la produzione di energia elettrica, ma perché è in atto una speculazione. Questi progetti sono incentivati con soldi pubblici e non siamo più disposti ad accettare questa speculazione».

Il filmato della storica seduta nel municipio di Ponte nelle Alpi

Nella sua accorata arringa, Orzes ha ricordato che il progetto della Reggelbergbau insisterà in un’area di pregio qual è quella nei pressi del ponte di Rione Santa Caterina: «Un ponte che è il simbolo del nostro Comune, come si evince dal nostro stemma comunale. Pensate forse di aggiungere il vostro sbarramento, nello stemma?». Suona come una «provocazione» a Orzes, quella dei progettisti: «Non avete nemmeno interloquito con l’amministrazione, prima di presentare il progetto. Noi vogliamo che le acque scorrano libere nel nostro territorio e vogliamo poter decidere su interventi che riguardano il territorio che governiamo».

Il sindaco Vendramini ha ribadito la posizione dell’amministrazione: «Rigettiamo in toto questo progetto, che è un’aggressione nei confronti del nostro territorio, fatta con procedure anomale». Al termine del sopralluogo ha ricordato che il Comune seguirà la via dei ricorsi qualora la procedura dovesse andare avanti: «Abbiamo inaugurato l’anno scorso la spiaggia di Lanà, vicina al ponte. Abbiamo fatto un investimento importante ed è molto frequentata. Il progetto sarebbe devastante per l’intera area, penso che oggi anche i proponenti si siano resi conto della scarsa percorribilità del progetto».

Mario Ciotti
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In questo link il progettista Mario Ciotti, che definisce l’impianto “compatibile con la sicurezza”, ne illustra le caratteristiche.

E per chi di voi avesse più tempo ecco una chicca imperdibile, Vajont di Marco Paolini
https://youtu.be/wimrOOQN2rI


 

 

 

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Le Colonne d’Ercole – 1

Le Colonne d’Ercole – 1 (1-2)

La natura dev’essere conservata, ma non solo per po­terla sfruttare anche in seguito. L’uomo si è sempre servito della terra per i suoi scopi, ma la natura ha qualche diritto? Ne violiamo qualcuno quando la costrin­giamo nelle vetrine e nei pieghevoli di una promo­zione turistica?

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Presumiamo che il minerale non chieda altro che rima­nere minerale, nelle forme in cui ci si presenta, ma negli ultimi anni la geogra­fia delle Dolomiti è stata sconvolta da inter­venti che non hanno più nulla di si­mile al lento evolversi, al graduale sviluppo della loro popolazione nei secoli scorsi. In molti casi non si può più parlare di riserva inesauribile né tanto meno di adat­tamento rispettoso dell’uomo alla natura. Il termine “sviluppo della monta­gna”, specialmente in alcune vallate do­lomitiche, ha perso ogni significato originario, quando emigrare era l’unica soluzione di progresso per le popolazioni locali. La massiccia cementificazione e l’enorme quantità di piste sciabili (quindi l’urbanizza­zione di vaste aree del territorio) hanno comportato la graduale distruzione e il veloce de­paupera­mento delle specie botaniche e ani­mali; l’ambiente generale ha subito aggres­sioni che non possono essere più tollerate nella dimensione attuale e soprattutto si scontrano con l’idea di “parco mondiale” che tanto faticosamente si è fatta strada.

Il paesaggio delle Dolomiti, l’atmosfera che avvolge il visita­tore, le dimensioni così di­verse dal resto delle Alpi e dagli Appennini, il tipo di presenza uma­na e la sua storia così par­ticolare fanno di queste montagne un esempio unico al mondo. Non sono certo l’unico a dirlo, altri mi hanno pre­ceduto con maggiore autorevo­lezza. Eppure non è inutile ricordare che sono tanti coloro che da sempre portano tutto l’amore possibile a questo strano insieme di valli solari e di creste affilate, anche senza averle percorse in lungo e in largo, d’estate e d’in­verno. Ne ho viste di monta­gne in tutto il mondo, ma alle Dolomiti ritorno sempre con piacere immenso, anche se so che ogni volta trovo qualche dolo­roso cambiamento.

Il paesaggio delle Dolomiti è quindi unico: e la sua unicità è dovuta “anche” alla grande facilità ad esse­re abitate. È una sensazione proprio forte quella che ti prende nel vedere quanto sia importante la presenza umana sulla montagna, quanto scambio ci sia stato un tempo tra l’uomo e il regno minerale. Il sudore, la fatica, il pericolo, l’operosità a contatto con la co­siddetta indifferenza della pietra.

Gli alpinisti hanno una grande fortuna nel poter vede­re le co­se dall’alto, pur rimanendo a stretto contatto con la solidità della roccia. Come pure gli speleolo­gi, che riescono a vive­rne la vita interiore, percor­rendone le viscere più riposte.

Se paragoniamo le condizioni di vita delle genti che abitavano queste montagne all’inizio del secolo XX con quelle di oggi, noi cittadini riconosciamo in­dubbiamente un progresso; ma se osser­viamo le strade, le piste, le costruzioni in­sensate e soprattutto la loro quantità, la lo­ro estensione, il danno generale ch’esse comportano, dobbiamo parlare di regresso: tanto più se analizziamo, al di là della qualità di vita materiale, l’attuale inespressività delle loro tradizioni più radicate. E anche se il parere della gente è espresso da diversa angolazione, proprio questo impoverimento è stato riconosciuto e sofferto sulla loro pelle so­prattutto da quelle persone che, fieri abitan­ti delle proprie vallate, si op­pongono ad un’ulteriore banalizza­zione della propria cultura.

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Questa è la tipica riflessione che può risultare del tut­to inutile. I giochi in realtà sono già fatti, il de­stino delle Dolomiti forse è già se­gnato. Le associa­zioni ambienta­liste e i valligiani più lungimiranti hanno accettato un compito forse impossibile. Noi però af­fermiamo che su questo terreno, soprattutto su que­ste Dolomiti, si sta giocando una partita estremamente importante.

La dignità del territorio e dell’ambiente può essere difesa anche altrove. Di certo continueremo a firmare petizioni a salva­guardia di altre località montane, magari minacciate dall’ennesimo impian­to per lo sci o da chissà quale altro progetto. Ma quasi sempre in altri luoghi ci si batte con interessi econo­mici che possiamo definire limitati a con­fronto di questi, a confronto cioè con l’industria turistica delle Dolo­miti. Questo è il luogo dove l’esigenza di un ambiente vivi­bile si scontra massimamente con l’esigenza dello sfrutta­mento totale per mantenere allo stesso altissi­mo livello il grande giro eco­nomico che è stato inne­stato.

Quindi proprio qui le diverse idee devono confrontarsi e tro­vare un accordo. Il pro­blema Dolomiti è grave, più grave degli al­tri: forse però è la gravità stessa che ne fa­vorirà la soluzione.

Se vogliamo realmente salvare queste mon­tagne, dobbia­mo prendere delle misure ve­ramente coraggiose ma indi­spen­sabili in primo luogo; e in secondo luogo dobbiamo mirare alla riconversione dell’economia lo­cale.

Voglio spendere alcune parole sulle misure che, a mio parere, dovrebbero essere immediate. È necessario chiudere all’attività sciistica tutti i luoghi an­cora intatti, indi­pendente­mente dalla maggiore o mino­re bellezza e dalla vici­nanza a comprensori già sfrut­tati; non permette­re la costru­zione di ulteriori ro­ta­bili per alcun motivo; chiudere al traffico privato ogni strada che non sia di collega­mento tra centri a­bi­tati; rinunciare all’am­plia­mento delle capacità ora­rie degli im­pianti in funzione, perché ciò comporta aumento di posteggi ed altre infrastrutture cementi­zie; rinunciare alla costruzione di grandi superstrade di collegamento che sna­turerebbero ul­teriormente valli che già ora sono facili mete da week-end di toccata e fuga.

Queste sono le misure più urgenti, senza l’applicazio­ne delle quali sarebbe perfetta­mente inutile sperare nei miracoli.

(continua)

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Carta delle Valli del Gran Paradiso

Carta delle Valli del Gran Paradiso

Non si poteva trovare quadro più naturale per il lancio della nuova Carta delle Valli del Gran Paradiso: durante la giornata di apertura del XIX Gran Paradiso Film Festival.

Quest’anno l’inaugurazione è stata a Cogne: sono stati quasi in cinquecento ad assistere al concerto de L’Orage che nel pomeriggio del 24 agosto 2015 ha dato il via alla manifestazione di cinque giorni (24-29 agosto 2015, vedi programma). Un’importante affluenza di pubblico che è proseguita anche in serata, in occasione delle proiezioni dei film (qui, il backstage): a Cogne è stato necessario attivare due ulteriori sale, in aggiunta al centro congressi del la Maison de la Grivola, che hanno registrato il tutto esaurito. Sale piene anche a Ceresole Reale, Champorcher, Rhêmes-Saint-Georges e Villeneuve per un totale complessivo di 1.774 spettatori. Numero più che positivo, per la prima sera soltanto.

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Ma la cerimonia d’inaugurazione che normalmente precede la proiezione dei film in concorso, con una giuria popolare di 190 persone, quest’anno è stata sottolineata da una grande novità, la firma della Carta delle Valli del Gran Paradiso, un’opera a più mani che vuole sensibilizzare stakeholder, istituzioni e cittadini sul ruolo fondamentale che ogni individuo riveste nella conservazione della biodiversità e dell’ambiente.

La carta vuole essere un esempio di cittadinanza attiva e di partecipazione che il Festival ha voluto stimolare e lanciare.

E’ una proposta che parte dal basso, dai cittadini, per incoraggiare politiche di conservazione della biodiversità e la fruizione sostenibile del fragile ambiente naturale. Cittadini, turisti, imprese, rappresentanti di istituzioni assumono simbolicamente una responsabilità nel mettere in atto condotte e scelte che contemperino gli interessi delle presenti e future generazioni. Partendo dal Parco Nazionale Gran Paradiso – prima area protetta italiana – si intende ovviamente allargare lo sguardo sull’intero pianeta. Si tratta di un documento tuttora aperto ai contributi e alle considerazioni dei partner coinvolti e delle persone interessate.

La Carta è stata redatta coerentemente con l’accordo raggiunto in ambito Nazioni Unite sull’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals and Targets); nonché in base alle osservazioni relative ai territori montani contenute nel documento “Il futuro che vogliamo” a conclusione del vertice mondiale di Rio del 2012 e nell’Agenda 21 delle Nazioni Unite del 1992.

«Esiste un’analogia tra la Carta delle Valli del Gran Paradiso e la Carta di Milano, proposta in occasione di EXPO 2015, con una sostanziale differenza: la Carta delle Valli del Gran Paradiso nasce dal basso, come esempio di cittadinanza attiva e scaturisce dall’esperienza e dalle buone pratiche che, da sempre, contraddistinguono il territorio del Gran Paradiso. È un documento che esprime una grande attenzione e un forte sentimento di appartenenza verso queste valli, da parte di chi le vive, le frequenta, le ama e le rispetta. È un’iniziativa meritoria e innovativa, che contribuisce a perseguire gli obiettivi del Governo» ha commentato Barbara Degani, Sottosegretario all’Ambiente e alla Tutela del Territorio e del Mare.

Concerto de L’Orage alla cerimonia di apertura
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«La Carta delle Valli del Gran Paradiso fa proprio il principio della partecipazione dei cittadini rispetto all’elaborazione di strategie sulla sostenibilità di lungo periodo e mostra come dalle valli del Gran Paradiso scaturiscano un esempio importante e un segnale della vitalità di un territorio di montagna da poter esportare in tutta Europa» ha dichiarato Renata Briano, membro del Parlamento europeo – Committee of the Environment.

«La Carta declina e riempie di contenuti concreti i principii della politica ambientale europea, fornendo un esempio e una buona pratica in vista degli obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile dell’accordo politico raggiunto recentemente in ambito Nazioni Unite sull’Agenda 2030» ha sottolineato Marco Onida, membro della Commissione Europea che ha moderato il dibattito di presentazione della Carta.

La Carta viene sottoscritta a titolo individuale ed è disponibile per essere consultata e firmata sul sito http://www.carta.grand-paradis.it; nella stessa pagina è inoltre presente “L’agenda 2.0 partecipata”, uno spazio di dibattito e confronto per tutti coloro che volessero esprimere le proprie idee sui temi trattati nella Carta, avvalorandone e implementandone i contenuti.

Dalla sua presentazione la Carta è stata firmata da più di 300 persone tra cui: Barbara Degani, Luigi Bobba, Valerio Onida, Monica Frassoni, Alberto Sinigaglia, Luciano Violante, Luigi Spagnolli, Franco Iseppi, Franco Zagari, Umberto Martini, Annibale Salsa.


Considerazioni
Al riguardo di questa Carta, sono assolutamente d’accordo con Annibale Salsa, che la giudica “Documento di estrema importanza che pone al centro le grandi emergenze della governance territoriale dei territori alpini”.

Ma, mentre approvo senza riserve il diritto della popolazione montana al miglioramento del tenore di vita, avrei qualche riserva ad affermare il diritto al perseguimento di una crescita economica sostenibile: è opinione di molti che tra qualche anno la crescita non sarà più possibile per nessuno (sostenibile o non sostenibile…), dunque occorra prepararsi piuttosto (e non solo psicologicamente) a una comune decrescita indolore, vedi la teoria di Serge Latouche.

In più, il successo della sua prestigiosa presentazione non ci deve far dimenticare che, appunto, una Carta rischia di rimanere carta. Non sarebbe la prima volta che si va ad aggiungere altra lettera morta a giornali e libri nei più svariati archivi. In questo il digitale non ci aiuta: nella giungla del web anche le cose più preziose possono scomparire.

Il compito che hanno ora gli estensori è quello di far vivere la Carta, in ogni modo. Deve diventare reale strumento di comunicazione e condivisione, i clic e le firme non sono sufficienti. Ed è evidente che questo compito sarebbe tanto più difficile quanto più grande fosse la nostra indifferenza.

Addendum
Sopra si è fatto riferimento alla Carta di Milano, il lascito immateriale di Expo Milano 2015. Venerdì 23 ottobre 2015, le Comunità Montane Lombarde hanno integrato il manifesto di Expo 2015 Milano. E’ successo al PalaMonti di Bergamo, unica struttura in Italia dedicata interamente alla montagna di proprietà del CAI di Bergamo, in una serata Fuori Expo organizzata dal Sistema Orobie, alla presenza del Presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, del Sindaco di Bergamo Giorgio Gori e del Presidente della Provincia Matteo Rossi. E’ stata presentata, la Carta di Milano per la Montagna, documento redatto con la supervisione scientifica del Prof. Annibale Salsa, past President Club Alpino Italiano, e con contributi in primis di Regione Lombardia, sottosegretariato alle Politiche per la Montagna, dell’Unione Bergamasca CAI, Ersaf, Unimont, Uncem, Anci, Aiccre, Crea, Federbim, Fondazione Montagne Italia, Gruppo interparlamentare per lo sviluppo della Montagna e Ruralpini, e dalla Conferenza delle 23 Comunità Montane Lombarde.
Da queste ultime è partita la richiesta al Ministro Maurizio Martina, in qualità di Presidente del coordinamento per la Carta di Milano, di integrazione del “testamento” di Expo Milano 2015 in almeno due punti:
1) paragrafo diritti – “noi crediamo che”:
“la salvaguardia delle montagne, che rappresentano il 24% della superficie terrestre e possiedono un enorme patrimonio di biodiversità, sia fondamentale per garantire la disponibilità e l’accessibilità alle risorse alimentari a livello globale e vada attuata anche attraverso il diritto alla conservazione del patrimonio culturale e tradizionale delle popolazioni che le abitano e favorendo processi di coesione e di equità sociale, tra aree rurali e montane e aree urbane;”

2) paragrafo consapevolezza “siamo consapevoli che”:
“le Montagne della Terra sono ecosistemi preziosi, ricchi di risorse naturali e di biodiversità indispensabile per l’evoluzione della vita e il mantenimento degli equilibri del Pianeta, e possiedono un patrimonio unico di ricchezze culturali, tradizionali, identitarie e di peculiarità sociali ed economiche. La valorizzazione delle risorse mediante attività come l’agricoltura, il turismo, l’artigianato, la produzione di energia, di alimenti e di materie prime, praticate in modo sostenibile ed in grado di garantire reddito equo alle popolazioni montane, richiede la definizione e l’adozione di politiche specifiche ed integrate, che sappiano trasformare le specificità in opportunità, anziché svantaggio”.

La Carta di Milano per la Montagna è già ufficialmente uno dei 108 contributi alla Carta di Milano, un arricchimento fondamentale per un manifesto che cerca di coinvolgere tutti, donne e uomini, cittadini di questo pianeta, nel combattere la denutrizione, la malnutrizione e lo spreco, promuovere un equo accesso alle risorse naturali e garantire una gestione sostenibile dei processi produttivi.

Ovviamente. anche per la Carta di Milano per la Montagna sono valide le nostre considerazioni di cui sopra.

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Montagne usate o vissute?

Il degrado delle Alpi è dovuto al fatto che pochi le sentano casa nostra. Rocce e ghiacci sono qualche cosa di moralmente ed eticamente inferiore, pochi sono stati educati a rispettarne la dignità. Lo stesso processo per cui non esitiamo a stilare una scala di simpatia nel regno animale: il cane e il gatto sì, il serpente no, la formica quasi sì, il ragno un po’ meno, e via dicendo. Per i minerali si nega un qualsiasi valore, se non quello che si può dare a pietre preziose come diamanti o smeraldi, o comunque a pietra da cui si possa ricavare qualche cosa di utile. E sempre però un valore materiale e monetizzabile. Non è un valore morale che dovrebbe nascere dal riconoscere che persino ciò che è inanimato in realtà gode di una vita sua che a noi non appare, data la lentezza e la lunghezza dei processi geologici.

Montagna usata
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A me è stato pure rinfacciato il mio mestiere, che è quello di documentare la montagna, con fotografie e libri. Sarebbe meglio, così mi è stato detto, che tenessi per me tutte le cose belle che vedo, di modo che nessuno possa rovinare le montagne “dove vado io”.

Non voglio essere il solo ad andare in montagna. Vorrei soltanto che la gente ci andasse in maniera corretta. Non invadente ma rispettosa della natura dei luoghi dove si trova. Io stesso mi rendo conto di aver compiuto numerosi errori. Un errore classico nell’educazione alla montagna è quello compiuto con la documentazione fotografica e cinematografica, dove spesso le montagne sono riprese dall’alto in una prospettiva che schiaccia e banalizza tutte le vette. Ora, se questo genere di foto è utile a un geografo che debba studiare il territorio, per chi invece voglia educarsi alla montagna occorre un genere di fotografia che non impone la conoscenza della montagna in maniera affrettata e superficiale. Chi dice che una foto dall’aereo è una bella foto, evidentemente non ha mai avuto occasione di rendersi conto della bellezza di una montagna dal basso. La mia missione è quella di fargli conoscere la montagna dal basso e non dall’alto. Il mio principale obiettivo è divenuto quello di educarmi e cercare di educare quanta più gente possibile a vivere la montagna in maniera corretta, in modo che la montagna rimanga quella che è, inalterata e bella.

Montagna usata
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Per questo sono contrario alle iniziative editoriali che mostrano la montagna ripresa dall’elicottero, e, per lo stesso motivo, sono contro la pubblicità che sfrutta la montagna. Spesso infatti si utilizzano le immagini “alpine” perché suscitano ancora l’idea di qualcosa di bello, di magico, di incontaminato. E fin qui non vi sarebbe nulla di male, a parte il banalizzare l’idea; ma quasi sempre queste immagini vengono riprese dall’elicottero, così le montagne divengono un semplice sotto fondo. Pensiamo al Cervino, che fa pubblicità a una qualche marca di cioccolato: è un puro e semplice teatrino che fa gioco squallidamente su sensazioni non più vere, perché ormai nell’immaginario della gente il Cervino è un’immagine che non ha più nulla da condividere con la sua leggenda. La riprova viene dal fatto che ormai si va sul Cervino come se si dovesse prendere un taxi. Io penso che sia opportuno impedire ogni volo di elicottero (a meno che non sia un volo di soccorso), anche i voli per portare il cibo ai rifugi andrebbero limitati. Con l’uso dell’elicottero si incoraggia un sempre maggior consumo di cibo e materiali in rifugio; sarà possibile avere menù sempre più variati, lenzuola cambiate ogni giorno, in pratica i rifugi si trasformano in alberghetti di alta quota, e perderanno così tutta l’atmosfera di una volta, diventando sempre più una costruzione di servizio al posto di una istituzione moralmente utile ed educativa, dove è possibile scambiare delle impressioni e imparare qualche cosa. Cosa mai si può imparare in un luogo (come molti rifugi da 60/80 posti) dove ci sono coperto, primo, secondo, formaggio, frutta, dolce, caffè, amaro e conto? Non è possibile imparare nulla, probabilmente conviene andare in un ristorante in città, dove si mangia anche meglio.

Allo stesso modo c’è tutta una serie di attività di cui sarebbe possibile parlare: la mountain bike, le vie ferrate, l’arrampicata (con gli spit di cui molte pareti sono disseminate); per ognuna di queste attività occorre riflettere su che impatto hanno sull’ambiente.

Ma da tutto questo emerge comunque una domanda, ovvero se sia possibile trovare una via di mezzo, una forma di mediazione tra il desiderio di andare in montagna e la necessità di preservarla così come è (o come era). Io penso che questo sia possibile, ma occorre fare un esame di coscienza ed esaminare a fondo tutti gli errori che abbiamo commesso fino ad ora. Solo facendo così potremo cercare di insegnare qualcosa a qualcuno. Altrimenti saremmo solo dei cattivi maestri da non seguire. Io penso che l’uso che si fa dell’elicottero sia preoccupante, soprattutto in certi paesi come la Svizzera che pure è all’avanguardia nella protezione del territorio. Da un punto di vista morale l’attuale gestione dei rifugi e le attività degli elicotteri in Svizzera sono del tutto diseducative.

Montagna vissuta
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Preferisco offrire ai miei lettori qualche cosa di più semplice, visioni di paesaggi meno spettacolari o scenografici, ma che siano alla portata di tutti, rinunciando a quello che è impossibile fare. Questo è un discorso che va rivolto soprattutto alle guide alpine, che spesso hanno interesse ad approfittare di determinate facilitazioni, come l’eliski, come certe vie ferrate, perché capiscono che la gente è attirata dall’estremo. Io penso che non vi sia alcuna via ferrata che valga un primo grado su una montagna qualunque, ritengo in altre parole che salire con i propri piedi e le proprie forze sia più sano, più educativo e più bello dell’andare a quattro zampe lungo delle funi artificiali di ferro. Allo stesso modo lo sci fuori pista, soprattutto se nelle modalità dell’eliski, è una forma di violenza alla montagna. Vale di più la gioia di essere arrivati su una montagna, più facile, e poter dire di esserci arrivati con il sudore della nostra fronte, di averlo fatto con la nostra fatica piuttosto che vantarsi di aver raggiunto un picco altrimenti a noi accessibile solo con l’ausilio di un elicottero. E sarà mille volte più bello arrivare, dopo una salita faticosa su una cima, magari più bassa di tante altre vette delle Alpi, e sedersi a contemplare il panorama attorno prima di intraprendere la discesa, piuttosto che uscire frettolosamente dalla cabina di un elicottero sulla vetta del Monte Bianco, inforcare gli sci e buttarsi giù. La rinuncia, secondo me è uno degli aspetti più importanti che dobbiamo riscoprire. La rinuncia fa parte delle nostre possibilità, e le possibilità sono tante e le rinunce possibili sono tante anche loro e nello spazio tra possibilità e rinuncia vi è un’occasione per la nostra crescita. E una crescita in questo senso sarà, oltre che un beneficio per noi stessi, anche un beneficio per l’ambiente.

Montagna vissuta
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Monti Sibillini: una possibile alba

La serie in tre puntate di La lunga notte dei Sibillini ha, per usare le parole di Luigi Nespeca, “ricostruito la vicenda del Parco dei Monti Sibillini con pazienza e accuratezza”.

Chi volesse ripercorrere questa storia può farlo ai seguenti link:
La lunga notte dei Sibillini 1  8 novembre 2014
La lunga notte dei Sibillini 2  4 dicembre 2014
La lunga notte dei Sibillini 3  4 gennaio 2015

Nella terza parte, tramite la sezione “commenti”, si era da tempo avviata una costruttiva discussione spontanea, come se questo Gogna Blog fosse diventato un forum “istituzionale” per tale problema.

L’iter culturale e amministrativo è ancora lungi dalla conclusione, pertanto abbiamo deciso di continuare, scegliendo un “commento” che ci pare particolarmente significativo per iniziare un’altra serie, Monti Sibillini: una possibile alba, che ci auguriamo fortunata e produttiva come la precedente.

Monti Sibillini: una possibile alba
di Luigi Nespeca

Purtroppo mi rendo conto che queste montagne sono ormai famose non più per la bellezza dei territori e la biodiversità che conservano, ma piuttosto per il marasma di contraddizioni che domina le valli, le praterie e le vette. Un marasma, unico in tutto il paese, che ormai sembra essere l’unica vera endemia del Parco.

Monti Sibillini, Cima del Redentore. Foto: www.fotografiadinatura.it

AlbaPossibile1-06. CIMA DEL REDENTORE - MONTI SIBILLINI

Paolo Caruso mi ha citato in un commento alla serie La lunga notte dei Sibillini, quindi ho deciso di intervenire nella discussione.

Due parole riguardo la vicenda che mi vede protagonista, accusato di grave terrorismo ambientale: nel mese di ottobre ho ricevuto tre verbali per aver introdotto un cane nel parco, nelle stesse aree in cui cani randagi girano indisturbati. Gli accertamenti sono scaturiti da un’importante e lunga indagine, svolta interamente su internet, da cui sono state scaricate foto, filmati e racconti, senza di fatto averne verificato le coordinate spazio-temporali. Peccato non aver mai incontrato personale del Parco o del CFS sul territorio ad informare gli escursionisti. Comunque la questione è all’attenzione di un ricorso che ho presentato, anche al ministero.

Non vorrei porre però l’attenzione sulle mie disavventure personali, ma tornare ai punti salienti della discussione: la segnaletica e la fruizione del parco.

1- La segnaletica del Parco
Ricordo romanticamente i tempi in cui si programmavano le escursioni sui tavoloni di legno nei rifugi, studiando il percorso sulle carte IGM e consultando la letteratura e le guide esperte. Ora con i GPS o un semplice tablet basta vedersi all’attacco del sentiero per dare inizio all’avventura.

Niente di più sbagliato! Il mio consiglio è comunque di avere nello zaino documentazione cartacea e di affidarsi a un professionista della montagna: fatevi sempre accompagnare da bravo avvocato amministrativo – non me ne voglia l’amico Paolo Caruso e portate sempre con voi il codice civile e di procedura penale, oltre all’ultima versione del regolamento del Parco, aggiornato agli ultimi editti emanati.

Il fatto che l’Ente Parco sponsorizzi solo le sue cartine e di fatto sanzioni o metta a rischio l’incolumità di chi non le usa mi sembra una concorrenza sleale per altri editori ed un ricatto commerciale nei confronti dei consumatori/turisti.

Inoltre affidarsi alla segnaletica del Parco risulta arduo perché, ove presenti, i tabelloni informativi sono aperti all’interpretazione dell’escursionista e presentano correzioni a pennarello di dubbia validità. Se è vero che sono stati spesi tutti quei soldi allora sarebbe opportuno sostituire i pannelli quando non più validi in base a nuovi divieti, invece di impegnare un addetto per fare il giro dei tabelloni e ripassare le cancellature con il pennarello, che non mi sembra un’attività conforme e degna di un Parco Nazionale.

Consiglio la visione del sopralluogo che ho realizzato nel Parco nel mese di ottobre, sulla situazione della segnaletica. Ecco il video:


2- La fruizione del Parco
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icuramente avrete visionato il documentario presente nel canale YOUTUBE del parco, in cui al minuto 5.35 il dr. Perco dichiara che i Monti Sibillini sono fin troppo noti e che nel futuro occorre aumentarne la riservatezza. In una frase è esplicitata la politica alla base della attuale gestione del Parco.

Ecco il video:

Fortunatamente in altri Parchi Naturali nelle regioni vicine, l’indirizzo nella gestione degli equilibri tra tutela ambientale, popolazione locale e turistica ed economia ha virato nella direzione opposta, riconoscendo che la condivisione e la partecipazione tra istituzioni e popolazione possano solo giovare al raggiungimento delle finalità di un Parco Naturale.

Un esempio: sabato scorso (10 gennaio 2015) ero a Subiaco per la conferenza stampa di presentazione di un Trail che attraverserà l’intero territorio del Parco dei Monti Simbruini, riserva naturale più estesa del Lazio, oltre che di grandissimo interesse naturalistico, ricca di animali selvatici (anche l’Orso Marsicano transita per quei boschi) e paesaggi di montagna selvaggia.
Tutti i rappresentati delle istituzioni dal commissario del parco al direttore dell’agenzia per il turismo, dall’assessore regionale all’ambiente al direttore dell’agenzia regionale dei parchi convengono che: “occorre preservare il bene naturalistico affinché il maggior numero di persone lo possa vedere” e che “Non si tratta di sopportare una manifestazione. Il trail è più bello se si fa in un parco ed il parco è più bello se ci si fa il trail”.

Per maggiori info ecco l’articolo: http://www.appenninico.it/?p=859

Quindi è evidente che un “cambio di poltrone” ai vertici di un parco aiuta sempre a ritrovare la rotta, infatti il nuovo Direttore dei Simbruini ha dato l’impulso per avviare una stretta collaborazione sinergica tra istituzioni, associazioni sportive, operatori turistici per aumentare l’interesse nella popolazione per la tutela della risorsa ambientale e naturalistica.

Appena la voce che nel Paese alcune aree protette vengono ancora gestite all’insegna del divieto selvaggio, della repressione o suon di sanzioni a turisti/escursionisti/alpinisti giungerà all’attenzione dell’orecchio giusto, qualcuno telefonerà a Visso per chiedere spiegazioni. Qualcuno presto si renderà conto che la politica di “fatturazione” a discapito delle tasche di turisti che praticano attività eco-sostenibili, in favore di attività di stampo venatorio (come la conta della coturnice con cani da caccia liberi e il prelievo selettivo del cinghiale tramite abbattimento) non rappresenta certo una strategia di tutela ambientale, né tanto meno un alternativa di sviluppo economico per la popolazione. Allora si cambierà rotta!

Siamo grandi e responsabili, non abbiamo certo bisogno dei “giochini” ed “indovinelli” che il Parco dei Sibillini pubblica sulla pagina facebook in nome della pedagogia: l’educazione e la formazione è altro.

Ricordo che l’educazione (intesa come formazione etica delle generazioni) salverà il pianeta, i divieti e la repressione ovviamente no.

L’autore, Luigi Nespeca, con il suo cane-alpinista Melody in marcia sul Monte Autore (Monti Simbruini)
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Accordo Parco dei Sibillini-Guide alpine

La pluriennale querelle con il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, di cui abbiamo già dato notizia in http://www.alessandrogogna.com/2014/03/15/monti-sibillini-lettera-aperta-chi-e-nemico-della-natura/ e in http://www.alessandrogogna.com/2013/12/31/numero-chiuso-nel-parco-dei-sibillini/ sembrava avviata alla felice conclusione con l’accordo tra il Parco e le Guide Alpine.

Sibillini-Convenzione-Parco-Guide-12ago14

Non si comprende però perché il Parco ha scelto di fare un accordo unilaterale con le Guide Alpine tralasciando così altri interlocutori diretti come a esempio il Club Alpino Italiano. Che non ha tardato a intervenire sull’accordo fatto, tramite una lettera della presidente del CAI di Ascoli Piceno, Paola Romanucci, che qui riportiamo integralmente e che condividiamo.

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PARCO DEI SIBILLINI – COLLEGIO DELLE GUIDE ALPINE: UNA CONVENZIONE SBAGLIATA

di Paola Romanucci, presidente della Sezione CAI di Ascoli Piceno

Il Parco nazionale dei Sibillini informa di aver stipulato un accordo con il Collegio regionale delle Guide Alpine per la pratica sostenibile delle attività alpinistiche, a tutela del ripopolamento del camoscio appenninico e con particolare riferimento ad aree sensibili come il Monte Bove. Questo, malgrado una richiesta ufficiale del CAI Marche e Umbria di istituire un tavolo consultivo già previsto da un protocollo di collaborazione siglato ben 14 anni fa dal CAI e dal Parco.

L’accordo impegna il Parco “a riconoscere il Collegio quale referente tecnico ufficiale in materia di attività alpinistiche” (art.3), con la precisazione che esse includonole attività di alpinismo, di arrampicata, di bouldering, escursionistiche, sci-escursionistiche, sci-alpinistiche, ciclo escursionistiche (mountain bike), speleologiche, torrentistiche e dei parchi acrobatici, comprese le attivita a queste collegate, svolte in modo autonomo o in accompagnamento, a livello professionale e non, in qualsiasi stagione e su qualsiasi terreno, ivi compresi terreni innevati e non, roccia, ghiaccio e media montagna” (art.2).

Sibillini-accordo-2120622623_10936f58bfE’ evidente che, secondo la Direzione del Parco, esiste un unico soggetto competente e possibile referente in materia di attività in ambiente montano. Esiste un unico soggetto titolato a collaborare con il Parco al fine di garantire la compatibilità delle sopraddette attività alpinistiche con la tutela dell’ecosistema montano, la formazione di una coscienza ambientale e la promozione di un alpinismo di tipo tradizionale e sostenibile.

Non siamo d’accordo. Invitiamo il Parco dei Sibillini a prendere atto che il Club Alpino Italiano, fondato nel 1863 ed eretto a ente pubblico con legge dello Stato n.91 del 1963, “ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale” (art.1 Statuto CAI), trae sua forza rappresentativa da oltre 315.000 soci e quasi 500 sezioni (di cui circa 3740 soci e 14 sezioni nelle Marche) e fonda la sua attività volontaristica sui principi di tutela e promozione dell’ambiente montano, nonchè della sua frequentazione su basi di responsabilità, consapevolezza e autoformazione.

Ci appare grave che la Direzione del Parco abbia ignorato il nostro ruolo istituzionale e disatteso il nostro patrimonio ultracentenario di competenze, di esperienza e di tradizione. Un patrimonio collettivo e capillarmente diffuso nel corpo sociale, basato sul puro volontariato, sulla passione e sulla conoscenza della montagna. Un patrimonio che in più occasioni abbiamo messo a disposizione del Parco, con la nostra opera di segnatura e mappatura dei sentieri, con interventi pubblici a supporto della tutela degli ecosistemi interni al Parco.

Ricordiamo che il Parco dei Sibillini deve per larga parte la sua stessa istituzione alle battaglie ambientaliste della Sezione CAI di Ascoli Piceno (suggeriamo al Direttore la lettura di “Sibillini, storia di un Parco”, a cura di Marcello Nardoni, edito dalla Sezione del CAI di AP).

Ricordiamo che la scoperta alpinistica e la divulgazione del territorio dei Sibillini è in consistente misura dovuto a soci del CAI che, sin dagli anni Trenta dello scorso secolo, dal precursore Angelo Maurizi fino agli alpinisti del CAI dell’Aquila, Macerata, Ascoli, Perugia, Roma, vi hanno aperto vie alpinistiche. Ricordiamo che i Sibillini ed il Parco debbono la loro notorietà anche alle numerose pubblicazioni del CAI (prima guida dei Sibillini del 1983) e della Società Editrice Ricerche, fondata e gestita da soci di Ascoli Piceno che hanno esplorato, censito e divulgato itinerari escursionistici e salite alpinistiche.

Ricordiamo che da sempre il CAI coniuga nelle proprie attività la tutela dell’ambiente montano e la formazione alla sua frequentazione consapevole e autonoma. Con una costante e capillare opera sul territorio, attraverso corsi di base e avanzati, programmi sezionali di attività in ambiente e iniziative culturali, titolati CAI e soci esperti contribuiscono ad un costante processo formativo dei cittadini di ogni età, incrementando e condividendo un bagaglio pluridecennale di conoscenze tecniche e culturali. In tal modo, la frequentazione consapevole e rispettosa diventa essa stessa il più efficace presidio di tutela e valorizzazione del territorio montano.

A fronte delle gravi dimenticanze ad opera della Direzione del Parco, il “contentino” dell’art.5 della convenzione (“Sono fatti salvi gli accordi stipulati dal Parco – o che verranno stipulati – con altri soggetti in materia di attività in montagna, con particolare riferimento al CAI e alle Guide del Parco; in questi casi, il Collegio si impegna a stabilire un rapporto collaborativo anche con tali soggetti fermo restando il suo ruolo di indirizzo tecnico generale in tema di attività in montagna”) suona vuoto, se non ironico, laddove si preoccupa – più che di individuare un vero ambito di competenze del Sodalizio – di riconfermare l’investitura “fiduciaria” esclusiva al Collegio delle Guide.

Sibillini-accordo-parco-nazionale-dei-monti-sibilliniUn pessimo esempio di amministrazione, che nega in un sol colpo i principi cardine dell’ordinamento e dello stesso Statuto del Parco, che incentivano la leale cooperazione tra amministrazioni e corpi sociali e la partecipazione attiva ai processi decisionali.

Spiace constatare come il Parco abbia perso l’occasione preziosa di inaugurare un nuovo metodo partecipato, coerente con detti principi, che consentirebbe di elaborare le più efficaci modalità di frequentazione del territorio, non escluse le restrizioni di attività antropiche funzionali al rispetto degli ecosistemi e delle loro vulnerabilità. Un vero peccato, perchè mettere in rapporto gerarchico – e non paritario e collaborativo – i soggetti coinvolti a vario titolo nella fruizione e nella tutela del territorio montano, genera soltanto inefficienza e conflittualità. E la Direzione di un Parco nazionale, tutto questo, dovrebbe saperlo.

postato l’8 ottobre 2014

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Nuovo regolamento per l’arrampicata sui Bérici

Arrampicata, nuovo regolamento per praticarla sui Berici

Riportiamo per intero l’articolo apparso su Vicenza report il 10 luglio 2014. In fondo le mie considerazioni.

Intesa raggiunta tra Provincia di Vicenza e amanti dell’arrampicata sportiva. Dopo alcuni incontri, e qualche animato confronto, si è giunti all’elaborazione di un regolamento che disciplina le attività sportive sui Colli Bérici, in particolare appunto l’arrampicata ma anche il parapendio e il motocross.

Regolamento condiviso nei mesi scorsi con i Comuni interessati e con le associazioni sportive del territorio, per poi essere approvato dal Commissario Straordinario Attilio Schneck e diventare quindi esecutivo.

La falesia di Lumignano
Berici-Lumignano-22987“Il regolamento – spiega il Capo di Gabinetto della Provincia Dino Secco – si era reso necessario a seguito degli interventi di valorizzazione dei Brici eseguiti con il progetto comunitario Life Colli Bérici. Un milione e mezzo di euro grazie ai quali sono stati recuperati ecosistemi e ambienti naturali per lo sviluppo e la salvaguardia di flora e fauna tipici dell’area. Interventi complessi e corposi, durati ben tre anni, che ora vanno tutelati non certo con divieti assoluti, ma con una fruizione consapevole e responsabile, che protegga l’ambiente ma che permetta anche alle persone di goderne, visto che si tratta di un vero e proprio patrimonio naturalistico, tanto da essere stato classificato SIC, Sito di Importanza Comunitaria.”

La parola d’ordine del regolamento è quindi “comportamenti responsabili”, quelli cioè che permettono di praticare sport sui Bérici limitando l’impatto ambientale, rispettando la vegetazione spontanea e la fauna selvatica e domestica. E poi omogeneità, cioè regole certe, chiare e uniformi per tutta l’area dei Bérici, finora interessata da pochi e sporadici regolamenti comunali o affidata al buon senso dei suoi frequentatori.

Ad ogni sport corrisponde, nell’accordo, un capitolo dove sono indicati tempi, luoghi e modi della sua pratica. Il più interessante, e anche il più discusso, è di certo l’arrampicata. Le pareti più note e frequentate, quelle di Lumignano-Longare, sono state divise in quattro aree, recependo quasi interamente quanto stabilito dal regolamento del Comune di Longare:

– area verde (arrampicata consentita tutto l’anno): itinerari compresi tra “Lumignano Classica” e ”Vomere” e itinerari noti come “Brojon Classico” e “Brojon Strapiombi settore Pilastro”.

– area arancione (arrampicata consentita dall’1 luglio al 31 dicembre): itinerari noti come “Lumignano Nuova” e “Brojon Strapiombi settore Piardi”.

– area azzurra (arrampicata consentita dall’1 aprile al 30 settembre): itinerari compresi tra “Il commercialista” e “Sotto l’Eremo”;

– area rossa (arrampicata non consentita): tutti gli altri itinerari noti.

Gli strapiombi del Brojon
Berici-Brojon-IMG_1842Due sono le aree per Castegnero-Nanto: area verde per gli itinerari del “Covolo” e area rossa per tutti gli altri. A Barbarano si arrampica invece tutto l’anno al Monte della Cengia. Divieto di arrampicata infine nella parete di San Donato a Villaga, nella parete di Toara di Villaga e in zona grotta di San Bernardino a Mossano. E divieto assoluto, in tutti i Bérici, di apertura di nuove vie di arrampicata senza autorizzazione preventiva e Valutazione di Incidenza Ambientale.

“La logica – spiegano i tecnici – è stata quella di non polverizzare l’attività di arrampicata, regolamentando questo sport nel rispetto dei ritmi della natura. Ci sono piante da salvaguardare per la loro bellezza e la loro rarità, come l’atamanta dai fiori bianchi, il camedrio giallo, la salcenella, il muscari azzurro. E poi uccelli protetti quali falco pellegrino, gheppio, corvo imperiale, rondine montana, codirosso spazzacamino, passero solitario. Se disturbati durante il periodo riproduttivo possono abbandonare il nido o addirittura non nidificare. In questi particolari periodi va quindi evitata ogni forma di disturbo”.

Il CAI e il gruppo degli arrampicatori esprimono a conclusione dell’accordo una moderata soddisfazione.
“Si pensi – ha commentato Emma Dal Prà, Presidente CAI sezione Vicenza – che nella fase iniziale del progetto i naturalisti avevano prospettato la chiusura di numerosi settori di Lumignano e di tutti i siti minori. Si ritiene che i risultati raggiunti, pur nel rispetto di una buona parte delle richieste dei naturalisti, possano garantire un’ampia frequentazione delle falesie, con alcune limitazioni peraltro già presenti nel Regolamento approvato nel 2004 dal Comune di Longare”.

“Da parte degli abituali frequentatori delle falesie – aggiunge Maurizio Dalla Libera, direttore della scuola di alpinismo – rimane il rammarico di non essere stati maggiormente coinvolti nelle fasi di elaborazione del progetto. Una diversa collaborazione avrebbe potuto limitare le tensioni fra arrampicatori e naturalisti: la chiusura totale del sito di San Donato e quella parziale di Castegnero sono infatti destinate a suscitare polemiche e malumori, molto probabilmente evitabili con una progettazione maggiormente condivisa, che avrebbe conciliato le esigenze di arrampicata con la protezione dell’habitat.”

Provincia e CAI stanno organizzando una serie d’incontri che si terranno in settembre in date e luoghi da definire e che saranno aperti agli appassionati delle arrampicate. L’obiettivo è approfondire il contenuto del Regolamento, per condividerne le finalità di tutela degli habitat e di conservazione ambientale.

Due parole in conclusione sugli altri sport oggetto dell’accordo. Per quanto riguarda il parapendio, sono tre le aree di decollo esistenti: Pineta di Brendola, Monte Molinetto di Orgiano e Monte della Croce di San Germano dei Bérici. Quest’ultima è quella su cui maggiormente si è discusso. I naturalisti del Progetto Life ne avevano chiesto la chiusura, viste le gravi condizioni ambientali in cui versa. Si è invece deciso di mantenerla attiva con l’impegno, dell’associazione Volo Bérico, di effettuare interventi di rinaturalizzazione e salvaguardia della flora presente. In conclusione: rimangono attive tre piste di decollo su tre.

Nessuna sorpresa, infine, per il motocross, regolamentato secondo quanto dispone il Codice della Strada: circolazione permessa sui tracciati della viabilità principale e divieto sui tracciati della viabilità minore, che comprende le strade interpoderali, i sentieri, le strade silvo-pastorali, le piste forestali, gli itinerari ciclabili, le ippovie.

In arrampicata sugli strapiombi del Bojon
Berici-Brojon5Considerazioni
Di certo le chiusure totali (San Donato, Toara e grotta di San Bernardino), nonché quella parziale di Castegnero e le altre limitazioni, non vanno giù a tanti appassionati: sarà difficile far digerire queste imposizioni   anche se occorre riconoscere che, dopo la paventata chiusura di tutto il territorio, qualcosa di ben concreto gli arrampicatori hanno ottenuto. Gli scontenti d’altra parte ci sono anche in campo naturalista. Gianni Sertori per esempio parla di soluzione all’italiana, lamentando la sorte assai precaria della saxifraga berica, denunciando l’abbandono della rondine rossiccia e recitando il de profundis per le spettacolari stalattiti che ornavano il Brojon (danno peraltro già fatto da tempo, assai deprecabile).

Ancora una volta si è persa l’occasione per sperimentare maturità e responsabilità di una comunità, quella degli arrampicatori sportivi, che probabilmente preferirebbero aderire più a un un invito che obbedire a un divieto.

La scarsa disponibilità ad accettare le regole ci deriva non solo dalla nostra italica e congenita anarchia: c’è la strisciante quando non manifesta sfiducia nelle istituzioni che, anche di fronte a un caso come questo, dove un intero territorio è stato promosso a SIC da un progetto europeo (Life Colli Bérici), e di fronte alla certamente apparente serietà mostrata in tre anni dai gestori e dai partner (vedi http://www.lifecolliberici.eu/it), ci lascia perplessi sui finanziamenti, sulle voci di costo non pubblicate, e in definitiva sulla spartizione del milione e mezzo di euro.

postato il 2 settembre 2014

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Trekking in difesa della Croda Rossa di Sesto

Monte Elmo-Croda Rossa: collegamento “svelato”
Per i prossimi 2 e 3 agosto 2014 Mountain Wilderness organizza un trekking aperto a tutti per la salvaguardia della Croda Rossa di Sesto, la magnifica montagna che si pone a cavallo fra le Dolomiti di Sesto ed il Comelico, interessata da proposte di collegamento sciistico che ne deturperebbero il fascino e la sua storia.

La manifestazione, in un luogo ancora integro e capace di offrirci emozioni altrove perdute, vuole essere un richiamo alla Fondazione Dolomiti UNESCO affinché intervenga, con urgenza, a fermare una macchina politica impazzita che sta distruggendo definitivamente quanto rimane di integro nel territorio delle Dolomiti. Sarà l’occasione per chiedere a Dolomiti UNESCO, pensiamo proprio per l’ultima volta, coerenza e trasparenza nelle progettazioni e nelle scelte. Da mesi Mountain Wilderness non ha risposta nel merito della possibilità di seguire i piani di gestione, nessuno ne conosce contenuti e analisi. La Fondazione Dolomiti UNESCO è ormai una fortezza inespugnabile in mano a politici che la stanno gestendo con superficialità e nei ritagli di tempo, portando la Fondazione ad essere solo una dispensatrice, anche in modo contraddittorio, di marchi e di iniziative “immagine” prive di qualunque ricaduta e condivisione con i territori.

Quanto accade attorno alla Croda Rossa, ma anche al Latemar, a Campiglio, nella gestione delle acque del territorio dolomitico, lo sta a dimostrare. Paesaggi ed emozioni che vengono giorno dopo giorno sviliti, cancellati per sempre.

Croda Rossa - 2

Il progetto
Nei confronti di un progetto precedente, sul quale pende tuttora un ricorso ambientalista al TAR di cui si attende ormai solo la pubblicità della sentenza, un secondo progetto è stato elaborato. Va detto che questa seconda versione accoglie significative revisioni e modifiche, in virtù delle veementi proteste ambientaliste che hanno incontrato, in parte, anche la condivisione voluta o forzata della società impiantistica. Le novità del nuovo progetto sono state sottolineate dal sindaco di San Candido, azionista per il suo comune nella società impiantistica presieduta da Franz Senfter.

Ma questo passo di “buona volontà” non è certo sufficiente. Il nuovo progetto continua a prevedere due nuovi impianti di risalita, con rispettive piste di discesa, che collegheranno le due montagne attraverso la località in quota dell’Orto del Toro partendo dal versante Kristler dell’Elmo per giungere alla stazione a valle della pista Signaue. Lo faranno con un tracciato sostanzialmente nuovo che, abbassandosi sensibilmente, salvaguarderà l’ambiente storico rurale della località Negersdorf ed eviterà l’attraversamento del rio Villgrater. L’abbassamento della quota della stazione a valle sul versante dell’Elmo consentirà anche di salvaguardare i due preziosi biotopi, il Langbödenle Moos e lo Seikofl, interessati invece dal progetto abbandonato.

La manifestazione chiederà apertamente un passo indietro, per salvaguardare la totale integrità di quel territorio.

Croda Rossa - 1

La situazione UNESCO
Cinque anni fa, il 26 giugno 2009, UNESCO offriva alle Dolomiti il patrocinio di Monumento naturale dell’Umanità. Si concludeva una lunga e complicata azione sociale e politica che Mountain Wilderness aveva avviato a Cortina d’Ampezzo, affiancata da SOS Dolomites e Legambiente, con la raccolta di 12.000 firme poi depositate presso il Ministero dei Beni culturali.

Il mondo politico delle Dolomiti e la stessa Fondazione tendono a cancellare la storia reale di questa grande vittoria ambientalista, mentre si deve dare atto alle istituzioni di aver lavorato con intensità e una visione propositiva al progetto, ma questo è avvenuto solo dopo il 2005 e solo dopo che Mountain Wilderness, da sola, aveva reso fertile il terreno presso i ministeri.

Sono trascorsi cinque anni e a nostro avviso la situazione progettuale e del consenso su Dolomiti UNESCO è ferma all’anno zero. Nessuno conosce i contenuti, neppure parziali, dei documenti di gestione dell’area (paesaggio, geologia, aree protette, mobilità, turismo sostenibile, formazione, marketing). Ogni forma di partecipazione diretta è preclusa.

Visione invernale da Sesto Pusteria su Croda Rossa di Sesto, Cima Undici, Croda dei Toni e Cima Una (che incoronano la Val Fiscalina)
Visione invernale da Sesto Pusteria su Croda Rossa di Sesto, Cima Undici, Croda dei Toni e Cima Una (che incoronano la Val Fiscalina)

Mentre questo avviene nelle aree che circondano Dolomiti UNESCO, in luoghi incantevoli, i politici delle cinque province offrono nuovi spazi di erosione alle ruspe, nuove aree sciabili sono aperte e sostenute, quasi ovunque, con denaro pubblico. Attorno a Croda Rossa verso il Comelico; le aree di Serodoli a Madonna di Campiglio; a Moena si avvia un impianto che straccerà i boschi del Latemàr. Ovunque quanto è ancora intatto nei piccoli torrenti viene umiliato dall’imposizione di nuove centrali e centraline idroelettriche. Le moto e le auto continuano a inquinare, anche con assordanti rumori, i passi delle Dolomiti. E in Veneto si vuole attraversare il Cadore con una nuova autostrada.

Questi saranno i temi che Mountain Wilderness inserirà nel libro nero che sarà presentato nell’estate 2015 all’UNESCO a Parigi.

Clicca qui per il programma della manifestazione alla Croda Rossa di Sesto (2-3 agosto 2014).

 

Moena e il Latemàr
Croda Rossa-moenalatemar

Il lago di Serodoli (Dolomiti di Brenta)
Croda Rossa-lago-serodoli

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K2, dieci anni fa

1954-2004, il CAI dalla conquista alla conoscenza
Quella del 2004 fu un’estate di polemiche al riguardo delle nozze d’oro dell’Italia con il K2, poi la montagna è rimasta sola ad attendere un altro inverno siderale che le avrebbe fatto dimenticare le debolezze umane estive. Possiamo provare a fare un saldo delle operazioni del Cinquantenario, senza pretendere di essere esaustivi e di certo con molta voglia di essere corretti in caso di errore od omissioni non volute.

Portatori baltì sul Baltoro
Portatori baltì nei pressi di Concordia, Ghiacciaio del Baltoro, Karakorum, Pakistan

Il trekking
Per favorire la conoscenza dell’area del Baltoro e del K2, il Club Alpino Italiano aveva promosso, senza fine di lucro, l’organizzazione di un trekking che portasse i soci fino al Circo Concordia (e da lì al Campo Base del K2). Affidata a Trekking International di Beppe Tenti, l’organizzazione di questo colossale programma vide la partecipazione di più di 500 soci del CAI, divisi in 18 gruppi guidati da due guide alpine ciascuno. Il trekking è uno dei più impegnativi al mondo e richiede 25 giorni da Italia a Italia.

Negli intenti celebrativi il CAI voleva avvicinare questa montagna, simbolo della conquista italiana, dando alla gente comune la concreta possibilità di accesso al campo base. Non solo quindi ai trekker sperimentati ma anche a coloro che volevano vivere quell’avventura senza avere grande esperienza.

Contrariamente a tutti gli altri gruppi gestiti da altre agenzie di tutto il mondo (tutte le italiane erano presenti), ogni tappa del percorso vedeva i soci del CAI fermarsi in campi fissi, ivi allocati per tutta l’estate. Questo permise un indiscusso risparmio, una decisa diminuzione delle risorse necessarie ai trasporti (meno viaggi di portatori), una migliore organizzazione logistica per ciò che riguardava la gestione ambientale dei campi stessi e in definitiva un minor impatto.

Il CAI aveva incaricato l’equipe di Montana srl di sorvegliare il buon andamento dei campi dal punto di vista ambientale e il rispetto da parte di tutti del Protocollo ambientale, un documento elaborato prima della partenza e sottoscritto da operatori e trekker.

Rogo di spazzatura a Khuburse, valle del Baltoro , Pakistan


Il progetto ambientale K2
Nella logica di dare particolare risalto alle tematiche ambientali l’organizzazione e la gestione del trekking si servirono di uno specifico Vademecum ambientale. Era infatti ferma convinzione del CAI che le celebrazioni, dal forte contenuto culturale, fossero un’occasione preziosa per riaffermare l’impegno ambientale del Sodalizio. Così, attraverso l’adozione di una buona prassi ambientale in ognuno degli aspetti organizzativi e gestionali, si sarebbe potuto concretare quella filosofia di celebrazione che alla vittoria ormai lontana cinquant’anni voleva sostituire nuove ottiche non più di mera conquista bensì di conoscenza, nel rispetto dell’ambiente e delle popolazioni.

Per alcuni mesi un team di esperti, coordinato da Alberto Ghedina (Osservatorio Tecnico per l’Ambiente), e composto dallo stesso Ghedina, da Riccardo Beltramo (Dipartimento di Scienze Merceologiche dell’Università di Torino), da Alessandro Gogna e Mario Pinoli progettò ogni fase delle attività, dagli approvvigionamenti alla logistica, dalla gestione energetica all’impostazione e rimozione finali dei campi intermedi e del campo principale di Concordia, utilizzando i più evoluti concetti della sostenibilità, dell’eco-efficienza e della gestione ambientale. Elaborò pertanto quello che fu poi battezzato il Protocollo ambientale.

Quel lavoro, preceduto dalla raccolta e dallo studio di dati e logistica locali, oltre che dai contatti con le realtà operanti sul territorio, portò però in prima battuta, per informare il più possibile i partecipanti, alla realizzazione di una brochure informativa che ogni trekker ricevette alla partenza, con note di tipo culturale, ecologico e di comportamento ambientale, per una sensibilizzazione e una corretta visuale sulle problematiche.

A garantire il rispetto del Protocollo ambientale, Montana inviò sul campo tecnici specializzati laureati in discipline tecnico scientifiche (geologia, ingegneria ambientale, scienze ambientali) per l’esecuzione degli audit ambientali mediante checklist di riscontro.

I dati salienti dell’attività di audit ambientale furono i seguenti: 6 auditor ambientali impegnati, di cui 4 geologi, 1 ingegnere ambientale, 1 tecnico scienze ambientali; 4 cicli eseguiti in Baltoro (date: 17 maggio-5 giugno 2004; 13 luglio-3 agosto 2004; 9 agosto-28 agosto 2004; 22 settembre-7 ottobre 2004) per un totale di 80 giornate-presenza sul campo.

Riduzione volumetrica di materiale metallicoBaltoro, Concordia, raccolta e riduzione rifiuti, 2004

Ovviamente si riscontrarono difficoltà al buon funzionamento del protocollo: non tanto per responsabilità dei soci del CAI, assolutamente rispettosi dei luoghi e della gente, quanto per lo staff locale dei campi, più attento al risparmio di kerosene che all’accumulo della spazzatura, a volte un po’ pigro nella pulizia delle toilette, a volte reticente sul dove aveva nascosto le lattine di risulta della conduzione culinaria, a volte del tutto ignorante sulla sistemazione differenziata dei rifiuti.

Ciò che però è da sottolineare fu la buona volontà di alcuni di questi responsabili dei campi, decisamente più preparati di altri. Sperando possa essere stato un  buon esempio per il futuro.

Nella nostra lunga permanenza, soprattutto a Concordia, potemmo osservare il comportamento medio del socio CAI: questi, anche nelle condizioni più disagiate per via della quota e talvolta in condizioni fisiche non sempre ottimali, accanto alla grande volontà di raggiungere la meta (che più del Campo base del K2 era il Memorial alle vittime della montagna) mostrava un’attenzione al comportamento davvero lodevole, anche di fronte ai peggiori esempi forniti da altri nello stesso luogo.

Nelle località di Juhla, Payu e Urdukas erano stati costruiti negli anni precedenti ed erano gestiti dalla MGPO (Mountains and Glaciers Protection Organization) dei campi con strutture fisse (una casetta per i gestori, docce e toilette, anche per i portatori): questi campi avevano grosso successo e grande utilità. Grazie a loro, l’inquinamento sul percorso era decisamente diminuito, peccato che proprio in quei campi si fossero verificati i più significativi episodi di malfunzionamento, dovuti in buona parte al classico scarica-barile tra MGPO e l’agenzia pakistana che ci dava i servizi.

L’audit riscontrò che praticamente il problema della deforestazione era risolto: tutti i portatori, senza eccezioni, usavano il kerosene per cucinare e per riscaldarsi, non più la legna raccolta a Payu.

Invece rimaneva vivo e dolente il problema delle deiezioni umane, specie quelle incontrollate delle centinaia di portatori: nei momenti di punta e in certi luoghi l’olezzo era insopportabile. La soluzione dovrebbe passare attraverso la progressiva educazione del portatore a servirsi delle toilette a lui dedicate (peraltro presenti nei campi di Juhla, Payu e Urdukas).

Dal Vignes Glacier verso il Baltoro, K2 e Broad Peak
Baltoro, ghiacciaio Vignes con K2 e Broad Peak

La bonifica
Compito del team ambientale del CAI era anche lo svolgimento di eco-interventi nell’area del Baltoro. Il progetto di bonifica prevedeva un risanamento dell’intera valle del Baltoro, fino al Campo Concordia e al Campo Base K2.

Eravamo naturalmente a conoscenza di operazioni analoghe condotte negli ultimi anni ’90 dalle ONG operanti nel Baltoro (il già citato MGPO e soprattutto il Central Asia Institute).

Diretta da Alessandro Gogna, la bonifica della valle del Baltoro e del ghiacciaio ebbe luogo dall’8 luglio al 31 agosto. La scelta di quel periodo fu dovuta all’esigenza di non essere intralciati dalla neve primaverile sul terreno, né da quella sempre possibile in periodo autunnale.

Le località interessate furono Askole, Korophon, Julha, Bardumal, Paju, Liligo, Kuburse, Urdukas, Gore 1 e 2, Concordia, Broad Peak Base Camp e K2 Base Camp.

Facilitata da una spedizione sud coreana che nel frattempo ripuliva il campo base del K2 e lo Sperone Abruzzi (1.500 kg raccolti), l’equipe di Montana si concentrò sui campi tappa, su Concordia e sulle discariche militari presenti a Concordia e a Gore 2, riuscendo a raccogliere 3.011 kg di lattine e altro materiale ferroso. Questi rifiuti furono trasportati ad Askole e qui ceduti all’MGPO che provvide al trasporto a Skardu e alla vendita ai rottamai locali. Il ricavato andò per metà all’MGPO stessa, per metà a iniziative per lo sviluppo della popolazione locale.

La bonifica raccolse anche più di una ventina di kg di batterie usate: queste però furono trasportate in Italia per un corretto smaltimento.

Provvedemmo a bruciare in loco circa 2.100 kg di rifiuti misti di vario genere, compresi anche materiali plastici. Questa scorretta operazione fu ritenuta il male minore, in quanto il trasporto a Skardu avrebbe semplicemente significato lo smaltimento di essi in riva all’Indo, procedimento normale della città di Skardu per liberarsi dei rifiuti quotidiani. Questi vengono normalmente avviati alla discarica a 2 km a nord-ovest della città, in riva al fiume: non viene neppure appiccato il fuoco, si attende solamente la prima piena.

Askole: parte dei rifiuti recuperati
Askole, le lattine raccolte durante la bonifica del Baltoro dell'estate 2004, 3011 kg. , Pakistan

I nostri roghi eliminarono circa 300 kg di carta e cartone, 400 kg di materiale plastico e 1.400 kg di rifiuti “umidi”.

Attività di bonifica e di audit, per via delle buone condizioni atmosferiche, furono fortunosamente condotte anche nella seconda parte del mese di settembre e nella prima parte del mese di ottobre 2004. Ciò allo scopo di seguire anche l’ultimo dei trekking previsti, ormai in stagione abbastanza avanzata. Altri 275 kg di metallo e 14,5 kg di batterie (anche queste portate in Italia) furono così da aggiungere al bilancio totale, più ulteriori 600 kg circa di rifiuti misti bruciati.

postato il 19 luglio 2014

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Gli sport outdoor, una risorsa turistica

Gli sport outdoor, una risorsa turistica: farne un’opportunità e non un problema
di Angelo Seneci guida alpina, Direttore Rock Master e consulente esperto in Turismo Outdoor

Il presente post è tratto dalla relazione che Angelo Seneci fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

Prima di tutto vogliamo inquadrare l’outdoor in generale perché ritengo che l’arrampicata sia un tassello di quest’ultimo. Un tassello che a volte può svolgere il ruolo di “Cavallo di Troia” per entrare con dinamiche importanti in certi ambienti e può essere un mezzo capace di dare grande visibilità. I numeri dell’outdoor sono però molto più ampi e importanti della semplice arrampicata e questo lo vedremo insieme in seguito.

Noi siamo partiti nei nostri territori molto tempo fa (dal 1987) e ovviamente l’arrampicata di allora non corrisponde all’arrampicata di adesso. Allora era difficile vederne la crescita e all’inizio abbiamo fatto anche degli errori, forse è meglio chiamarli “tappe nell’evoluzione”. Col senno di poi avremmo detto: “Bisognava fare così”, ma i nostri errori di allora potrebbero essere utili per chi deve compiere un percorso simile oggi e offrire soluzioni migliori a certe problematiche.

Che cos’è lo sport outdoor? Per capirlo basta semplicemente affacciarsi alla finestra di questa sala, guardare il lago e le montagne che sono sullo sfondo. Per sport outdoor consideriamo tutte quelle attività o discipline sportive che hanno come terreno comune di azione la natura: dall’acqua alla roccia, dalla terra all’aria. Tutte queste attività hanno la caratteristica di essere sport che si praticano nella natura e quindi con delle problematiche comuni.

Prima caratteristica è quella di svolgersi in un ambiente non strutturato per accogliere grandi numeri e che bisogna impostare in modo essenziale tenendo conto della fragilità e delle problematicità di questi ambienti.

Biker nei pressi del Lago di Garda. Foto: Leo Himsl/K3
Mountain-bike Wheely 104Possono poi nascere esigenze contrastanti, tipo il conflitto che è nato in questi anni tra escursionisti e biker. È un problema serio. Noi abbiamo fatto anche dei tavoli provinciali per tentare di risolverlo ed è un problema che è comune in tutta Europa.

I primi passi dello sport outdoor si muovono negli anni ’80/90 del Novecento, nello stesso periodo in cui si affermano gli “sport estremi” che godono in questi due primi decenni di grande visibilità dovuta alla loro spettacolarità, anche se sono attività confinate a settori limitati della popolazione, spesso marginali e che avevano, in quel periodo, scarso interesse sotto il profilo economico.

Si trattava di attività che allora non davano l’idea di un mondo su cui investire, ma chi ha cominciato a investire a quel tempo (come ad esempio gli Amministratori di Arco) oggi ne trae i maggiori frutti. Allora non era facile intuire cosa stava per succedere, ma adesso la storia è cambiata.

Dalla fine degli anni Novanta e con gli anni Duemila c’è stata una profonda mutazione. Lo sport outdoor è passato da gruppi limitati al coinvolgimento di grandi strati di popolazione. Nell’universo outdoor sono rappresentate tutte le fasce d’età e ceti economico-sociali differenti tra loro. Si va dai giovanissimi alle famiglie, fino alla terza età. Sono coinvolti praticanti di ogni livello sociale. Diviene così una risorsa economica non marginale per territori che hanno un patrimonio ambientale da valorizzare e proporre. Una cosa interessante è che anche in questi anni di crisi quei territori che a suo tempo hanno investito vedono un movimento che si consolida con continui trend in crescita: un turismo di prossimità capace di soddisfare il bisogno di movimento e natura diventa un’appetibile e praticabile alternativa sulla porta di casa. Il successo del Garda Trentino lo dimostra. Il “vivere diverso”, il” muoversi” è diventato nel mondo una necessità così come per tanta parte della nostra popolazione senza dover per forza fare viaggi esotici o lontani.

Vediamo a grandi linee i dati sui praticanti in Europa
Cerchiamo di capire effettivamente cosa vale a livello europeo il turismo dello sport outdoor.
Sono dati su cui non esistono numeri certificati perchè sono sport che, per loro natura, si svolgono fuori da stadi e da terreni per lo più a pagamento, quindi difficili da quantificare, anche se possono essere fatte delle stime.
L’unico dato che abbiamo certificato e acclarato è quanto valeva nel 2012 il mercato dell’attrezzo e dell’abbigliamento riferito allo sport outdoor a livello europeo.

Questo era 14 miliardi di euro. Il mercato più importante è la Germania col 24%. Seguono il Regno Unito con il 14%, la Francia con il 13%, Italia – Austria – Svizzera con un 6% ciascuno. In totale si calcola che i paesi dell’arco alpino influiscano su questo valore per il 55% del totale. I paesi del nord dell’Europa occupano un 15/16% e sono in crescita i paesi dell’Est Europa (Polonia e Repubblica Ceca).

Mettendo in relazione questi dati con le stime sui praticanti dei singoli paesi possiamo valutare in circa 80/100 milioni i praticanti di sport outdoor in Europa così ripartiti: 25 milioni in Germania; 15 milioni in Francia; 6 milioni in Italia; 6 milioni in Svizzera; 6 milioni in Austria, per un totale di 55 milioni di praticanti nei paesi dell’arco alpino.

A riguardo delle motivazioni si tenga presente che i praticanti propensi al viaggio hanno nello sport la motivazione della loro vacanza nell’80% dei casi.

Se quindi lo valutiamo come potenzialità turistica, arriviamo a definire il potenziale bacino di turisti outdoor per l’Europa superiore ai sessanta milioni e in quaranta milioni per l’arco alpino. Sono numeri pesanti, perché è gente motivata e che si fidelizza facilmente su un territorio.

Quanto vale l’arrampicata? Circa il 3% del mercato outdoor complessivo. È un dato un po’ forzato che però è interfacciato con quello che abbiamo più o meno sui singoli paesi, di percezione, che fa tornare abbastanza il senso dei dati.

Trasformato in praticanti: Germania 700.000; Francia 400.000; Italia 200.000; Austria 200.000; Svizzera 200.000.

Diciamo anche che spesso viene percepito come arrampicatore solo chi va tutte le settimane ad arrampicare, ha un livello di preparazione sul 6b (sto un po’ esagerando) e conosce tutta la vita di Adam Ondra. Ma io dico: “Uno sciatore va tutti i giorni a sciare? Uno che una volta all’anno fa una settimana bianca è uno sciatore, cioè rappresenta per noi un riferimento, oppure no?”. Quindi i numeri che abbiamo dato sono conservativi per questi motivi. C’è tra l’altro un mondo nuovo che è esploso negli ultimi sette, otto anni ed è quello delle sale indoor di arrampicata in tutta Europa.

Alcuni esempi: Neu Thalkirchen a Monaco di Baviera conosce 270.000 entrate/anno. Gaswerk a Zurigo 250.000 ingressi/anno. Tradotto, significano almeno 15.000 persone singole. A Monaco ci sono sette sale del genere per un numero stimato di 40.000 persone frequentanti. L’Italia non è da meno anche se la storia è più recente (tre, quattro anni) ed è un mondo che vale 40/50mila ingressi con realtà molto più piccole come bacino di utenza rispetto ad esempio a Monaco di Baviera.

In tutto questo mondo non tanti vanno in falesia: è una realtà che dobbiamo andare a scoprire per proporre cos’è la vacanza in falesia.

Un altro dato interessante viene dai numeri della FASI. Il trend di crescita confermato dall’andamento degli affiliati alla Federazione di Arrampicata Sportiva Italiana è nell’ordine dei +400% negli ultimi dieci anni. Sono dati importanti anche in riferimento alla crescita dell’arrampicata in Italia che è stata un’evoluzione non solo quantitativa, ma anche qualitativa.

Tra l’altro tutte le età sono rappresentate in modo importante.
Età dei praticanti (da interviste che abbiamo fatto nel Garda Trentino): fino a venti anni, 5%; 21/30 anni, 25%; 31/40 anni, 39%; 41/50 anni, 20,5%; oltre i 50 anni, 10,5%.
Quindi una grossa componente va dai trenta ai cinquant’anni, e tra l’altro sono persone con buona capacità di spesa e che magari vengono anche con la famiglia.

Un numero interessante, che qui è basso perché è stato fatto soprattutto sull’arrampicata, è quello dei praticanti oltre i cinquanta. Se andiamo a prendere, ad esempio, la statistica sui soci del Deutscher Alpenverein in Germania ci accorgiamo che questa fascia di età è molto più rappresentata tenendo presente anche che in Germania i soci DAV sono molto attivi (nelle nostre associazioni ci sono soci attivi, ma anche molti soci “storici”).

Soci DAV – distribuzione per età: Fino a diciotto anni: 16%; 19/25 anni: 7%; 26/40 anni: 20%, 41/60 anni: 38%, oltre i sessanta anni: 19%.
Notiamo una percentuale elevata di soci con età superiore ai quaranta anni (con capacità e disponibilità di spesa) ed un buon numero di soci in età di pensione con tempo e risorse da impiegare. Quindi famiglie e “Best Age” sono i nuovi target su cui investire nello sport outdoor. “Best Age”, “Gold Age”, chiamiamola come vogliamo, ha disponibilità economica e tempo: mentre la prima fascia ha disponibilità economica e meno tempo, quella degli over sessanta ha tanto tempo a disposizione ed è un mondo ancora tutto da scoprire. Nessuno ha ancora investito sull’outdoor nei termini della terza età.

Arrampicata nella zona di Torbole. Foto: Leo Himsl/K3
climbing,gardasee,italien , arrampicata ad Arco , donneSto seguendo un progetto del genere in Liguria e sono rimasto esterrefatto dal fatto che la stessa, che ha un terreno noto per l’outdoor, ad esempio col Finalese, ha visto un crollo verticale delle presenze.
Quando ero un ragazzo ricordo che la Liguria era un luogo privilegiato dove andavano a svernare i pensionati del Nord Italia e del Nord Europa. Non ci vanno più… quando in realtà c’è tutto un mondo nuovo da intercettare, a esempio in Germania.

Ho appena visto ad Arco un pullman di cinquanta persone, tutti pensionati tedeschi, che sono scesi coi loro bastoncini da trekking e sono andati a farsi la passeggiata. In questa fascia stagionale la nostra amministrazione sta giocando tantissimo; tutto è comunque da scoprire anche per noi perché non ci abbiamo investito così tanto. Comunque è una questione del tutto aperta.
Anche la componente femminile è in continua crescita e rappresenta il 35% dei fruitori dell’outdoor.

La capacità di spesa media giornaliera del turista outdoor dimostra anche una cifra interessante che si aggira sugli 80/100 euro.
Una statistica più dettagliata (2011) ci dice: spesa media giornaliera da 10 a 50 euro: 57%; spesa media giornaliera da 50 a 100 euro: 32%; spesa media giornaliera da 100 a 150 euro: 8%; oltre i 150 euro: 3%.

Interessante anche come si “muove” il turista outdoor. Oltre il 60% lo fa con amici; circa il 30% con la famiglia e da solo si muove circa il 5%.

L’alloggio tipo vede un preponderante uso del campeggio (55%) contro un 25,5% in albergo, 4,5% in agriturismo, 7% in appartamento o casa in affitto, 8% in casa di proprietà. Si vede un trend in crescita delle strutture di piccole dimensioni, tarato su questo tipo di clientela dinamica, con strutture e servizi dedicati.
L’indice di fidelizzazione ci dice che oltre il 60% torna sullo stesso territorio più volte all’anno, quindi facciamo un investimento che crea nel tempo una crescita continua.

Altro dato interessante è che questo è un pubblico estremamente sensibile a tutti gli aspetti che contemplino soluzioni volte alla salvaguardia dell’ambiente (ad esempio disponibilità a camminare per accedere alle falesie o disponibilità ad usare parcheggi di testata: 75% degli intervistati). Questo denota che è disponibile ad assumersi delle “fatiche” in questo senso (aspetto interessante per far nascere nuove imprenditorialità).

Ci troviamo quindi ormai in presenza non più solo di utenti esperti, ma di un pubblico che pratica l’outdoor con spirito ricreativo e non totalizzante, spesso caratterizzato da neofiti. È un pubblico che cerca strutture e servizi per praticare lo sport in sicurezza, piacevolmente, massimizzando il tempo delle vacanze, moltiplicando le esperienze, in un contesto accogliente; in quest’ottica il “dopo sport” ha un grande valore. In realtà territoriali come la nostra o come la vostra, avere un centro urbano con servizi, anche ricreativi, vicino ai punti di pratica dà un valore aggiunto notevole.

Questo quanto è successo ad Arco. Il centro storico di Arco parla di arrampicata: vai al bar e trovi le foto degli arrampicatori, oppure sugli schermi interni passano le immagini dei bikers, del canyoning o del volo libero. Da noi tutti si “vestono da outdoor“. Questo è sintomo di una percezione di un fatto culturale, di stare bene con queste persone che tra l’altro hanno vivacizzato la storia di Arco. La vita è passata dal “bianco e nero” degli anni settanta al “colore” di oggi (metafora usata durante un’intervista per una TV tedesca sul turismo ad Arco…).

Per andare ad intercettare e fidelizzare questo pubblico non è più sufficiente promuovere le valenze naturali della destinazione, ma diventa necessario offrire esperienze diversificate e prima ancora costruire ed organizzare gli spazi di queste esperienze, creando il contesto dove tutte queste attività sono integrate con l’enogastronomico e con la cultura.

Per esempio negozi di prodotti tipici locali e di prodotti a chilometro zero. Anche questo va pensato in un progetto integrato al fine di: 1) riuscire a proporre un prodotto spendibile anche in modo interessante; 2) creare un turismo outdoor sostenibile.

Attività sportive che hanno nell’ambiente naturale il loro terreno di gioco non possono non mettere la sostenibilità al primo posto. È evidente però il rapporto dialettico e non semplice, dove i problemi crescono al crescere dei numeri: fare dell’outdoor una risorsa turistica ci obbliga ‘in primis’ a individuare modi, mezzi, regole per contenere l’impatto sull’ambiente.

Se questi temi non vengono gestiti bene, ci si scontra con chi abita lì da sempre e vede nel turista outdoor qualcuno che non porta ricadute e che dà solo fastidio. Meglio farlo subito. Da noi questo aspetto si è strutturato “da solo” e oggi ci tocca un po’ metterci mano magari con qualche difficoltà in più di mediazione. Bisogna pensare alle regole, pensare a modi.

L’esperienza che ha vissuto Arco, in quasi trent’anni, ha attraversato tutte queste tappe: prima l’arrampicata con l’attrezzatura delle strutture, poi i percorsi per bike che erano stati segnalati e infine il rendersi conto di aver pensato tante belle cose senza prevedere i problemi legati alla manutenzione o alla gestione delle strutture realizzate. Chi viene dopo di noi potrà far tesoro della nostra esperienza.

Negli anni ’90 gli interventi si limitano alla valorizzazione di quanto scoperto e già attrezzato dagli appassionati: falesie, itinerari MTB… Questo sicuramente corrisponde alle esigenze di una fase iniziale e alla tipologia dei praticanti, ma velocemente mostra i suoi limiti sia verso l’ambiente naturale e antropico che verso lo stesso sviluppo dello sport. Infatti la mancata pianificazione e progettazione dello sviluppo ha effetti negativi sia interni che esterni. Nel predisporre progetti nuovi bisogna immaginare da subito chi saranno i gestori, chi saranno gli attori.

Gli effetti negativi interni sono stati:
1) Sbilanciamento dell’offerta verso i livelli medio alti della pratica dell’arrampicata (80% degli itinerari di difficoltà medioalta, contro una realtà di un 80% di praticanti sotto il 6b) e tracciati MTB estremamente tecnici e ripidi, con rischio di non intercettare la maggioranza dei praticanti.
2) Assenza di un servizio di monitoraggio continuo e di periodica manutenzione, con rischio di deterioramento accelerato delle opere: sentieri, attrezzature in parete, segnaletica, problemi di sicurezza e di degrado.

Non aver determinato delle regole ha lasciato proliferare l’uso selvaggio del territorio: parcheggi, viabilità, rifiuti, con l’instaurarsi di conflitti con la popolazione e anche tra diversi gruppi di praticanti.

La risposta
Con gli anni Duemila s’inizia a riflettere su come gestire questo patrimonio (oggi la gestione è a metà tra il professionismo e l’associazionismo con partecipazione degli Enti, ma anche sempre più dei privati che guadagnano e investono in modo equilibrato).

Nel 2008 nasce il progetto “Outdoor Park Garda Trentino”, un piano di sviluppo territoriale con centro sullo sport outdoor. Il progetto è ripreso dalla Comunità di Valle nel Piano Urbanistico Territoriale e vengono coinvolte le sei amministrazioni comunali del Garda Trentino sotto la regia di Ingarda APT e la partnership della Provincia di Trento.

Nasce un piano pluriennale che prevede le seguenti azioni:
1) Individuazione e catasto dei siti esistenti e potenziali, valutazione delle loro potenzialità rispetto ai target di riferimento (es. famiglie, principianti, disabili…);
2) Individuazione delle criticità: gestione servizi igienici, gestione rifiuti, parcheggi e mobilità;
3) Interventi di valorizzazione (attrezzatura falesie, tabellazione sentieri, realizzazione bikepark…), ma anche realizzazione e organizzazione delle strutture accessorie: toilette, parcheggi di testata, mobilità alternativa, centri servizi;
4) Implementazione di un servizio continuo di manutenzione (falesie, rete mtb) con specifici protocolli;
5) Costruzione di modelli gestionali (rete mtb).

Si passa quindi dagli interventi tampone alla pianificazione dello spazio outdoor, con un progetto di sviluppo che affronti in modo integrato lo sviluppo di tutte le attività outdoor in funzione dell’ampliamento dell’offerta verso un pubblico multisport.

Ancora due considerazioni interessanti da proporvi:
1) Il discorso della gestione integrata di tutte le attività sportive, prima di tutto per l’offerta al pubblico di un prodotto completo, ma anche per raggiungere delle economie di scala interessanti dove possano nascere delle attività. A esempio, la gestione delle toilette e dei parcheggi. Se individuo i punti strategici dove la collocazione e l’uso sono più funzionali e dove i servizi possono essere facilmente usati da tutti, creo una struttura fruibile in modo intelligente. Vanno quindi pianificate da subito le forme di gestione e manutenzione, individuando i soggetti deputati e le forme di finanziamento.
2) Il polo attrattore è un altro punto fondamentale. I praticanti alla sera vogliono ritrovarsi, ad Arco (per es. i bikers fanno anche tanta vita nel paese). Vanno quindi individuati i poli attrattori su cui costruire la rete delle infrastrutture. L’obiettivo non è solo di creare una massa critica di visitatori che possa stimolare la crescita di nuova imprenditoria, ma anche un riferimento forte da spendere nella promozione.
Bisogna individuare strutture territoriali, associazioni, imprenditori che possano prendere in mano lo sviluppo diventandone i motori. Solo la passione di queste persone potrà essere il vero volano.

Un ultimo aspetto: la formazione degli operatori a questa nuova recettività. Questo è un altro passo molto importante soprattutto in riferimento al rapporto.
Chi gestisce l’attività recettiva deve essere aperto ai turisti e se gli chiedono dove sono le falesie devono saperlo spiegare con precisione, sapendo anche preparare la colazione. Non ci deve essere solo l’operatore ma, un po’ alla volta, bisogna che tutto il paese “mastichi” questa nuova modalità di ospitare facendo crescere anche nella popolazione, non direttamente coinvolta, la “simpatia” e la passione per queste attività sportive (elemento importante per i nostri ospiti: “sentirsi” a casa). Quindi servono operatori poco formali e che rispondano alle esigenze (servizi e strutture dedicate nelle unità recettive, conoscenza delle attività, parteggiare la passione…).

Noi ci abbiamo messo vent’anni, perché c’è stata un’evoluzione (utilizzo del web e dei social, promozione diretta). Chi arriva adesso può usufruire di momenti di formazione allargata basati su esperienze precedenti.

Angelo Seneci

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postato il 13 maggio 2014