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Noi ci battiamo

C’è chi crede che le montagne siano più forti e più durature dell’uomo e che ogni aggressione avrà alla fine la sua degna con­tromisura. E a dispetto della fiducia che molti esseri umani possano condividere il nostro modo di sentire la natura, per anni abbiamo delegato al buon senso comune il compito di arrestare quello che ci sembrava uno scempio continuo.

Il nostro ottimismo di fondo ci impediva di vedere la realtà, la gioia dello scalare e del camminare nella continua scoperta delle cose nascondevano quelle mille crepe che si andavano aprendo.

Le sorgenti del Po, Pian del Re (Alpi Cozie). Foto: Federico Raiser
Le sorgenti del Po, Pian del Re, Alpi CozieEd è solo da neppure una trentina d’anni che ci siamo accorti che la montagna in genere è «USATA»; e più in particolare che la roccia, i boschi, i prati, l’acqua, i panorami e perfino il montanaro sono «USATI». Il consumo non rispetta più nulla, altera i concetti di bellezza, impedisce alla gente di guardare se non per fotografare, di percorrere senza raccogliere fun­ghi o mirtilli.

Si parlava di dignità e di grandezza della montagna mentre la si colonizzava senza alcun rispetto: al di sopra rifugi, bivacchi e vie ferrate inutili, al di sotto strade e cemento. E inoltre, solo per rimanere nel campo del normale appassionato o del turista alpino, e proprio parlando con queste persone e non con i cementificatori di professione, si nota una generale contentezza nel poter raggiungere e abbandonare la montagna con sempre maggior velocità. Ci si può sentire emarginati se si afferma che lento è bello.

Sostenere che si deve continuamente imparare da tutti, anche dai più giovani di noi, oggi è sempre più difficile. Ci si può coprire di ridicolo se si sostiene che i record non servono che a ridicolizzare la monta­gna, specie dopo il successo delle competizioni di arrampicata, dei rally, delle corse alla vetta e di ogni tipo di montagne svendute.

Come tutti, anche il curatore di questo blog sta certamente invecchiando, ma non per questo gli sembra il caso di far guadagnare altro terreno a persone che non «sentono» come lui. È la continua lotta di chi vede la montagna come una discoteca e chi la vorrebbe vivere nella sacralità di un tempio.

L’idea di iniziare questo blog e quindi di collaborare assai attivamente a ciò che noi riteniamo essere cultura alpina è stata una spalmata d’unguento benefico su vecchie piaghe mai richiuse. La convinzione che vi siano tanti appassionati che finora avevano sofferto in silenzio è provata nella sua verità dall’interesse che le prime uscite hanno risvegliato.

Funivia 3S a Kitzbuehel. Foto: Kitzbuehel Tourismus
KItzbuehel, funivia orbitale 3STra i vari intendimenti c’è anche quello di dare spazio all’esigenza, at­tuale e prioritaria, di difendere gli ultimi spazi incontaminati delle nostre Alpi. A questo riguardo coesistono molte opinioni: c’è chi pensa che sia estremamente importante difenderle dall’assedio della spazza­tura, c’è chi vorrebbe maggiore difesa dai turisti, dagli operatori turistici, dagli alpinisti, dai Club Al­pini, dagli impresari edili, dagli sciatori, dai cacciatori, dai cavatori, da custodi di rifugi senza scrupoli, e da tanti altri.

Siamo giunti ad una situazione tale di colonizzazione e talvolta di degrado che non si può più volgere lo sguardo dall’altra parte e consolarsi pensando che si troverà comunque un angolino per noi.

Purtroppo ancora immobili e consolidate sono le posizioni di quegli alpinisti cittadini che con cieca determinazione perseguono i loro sogni tra cime e cielo ma che, con malce­lato fastidio, non vogliono prendere posizione su scottanti problemi e che di buon oc­chio vedono la costruzione di nuovi impianti per avere più possibilità di ascen­sioni rapide.

Noi ci battiamo perché i boschi non siano più campo di battaglia per riempire di qualunque cosa i propri sacchetti di plastica o i propri carnieri; e ci battiamo anche perché l’alta e l’altissima montagna non siano campo di gioco solo per riempire i propri diari di elenchi di salite.

Foto: Andrea Rolando
gressoney funivia punta indrenCi battiamo perché la roccia non sia più un mezzo per squallidi esercizi sportivi, perché i sentieri siano la via all’esperienza e non rete viaria di un giardino pubblico.

Ci battiamo infine perché ciò che è stato deturpato sia ripulito, ciò che è stato conquistato sia infine difeso.

postato il 20 aprile 2014

 

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Rinunciamo al mezzo meccanico

Rinunciamo al mezzo meccanico, per quanto possibile.

La politica di risparmio energetico in futuro sarà inevitabilmente parte integrante della nostra coscienza civica e morale. Solo allora ci sarà più facile rinunciare a quelle comodità che inducono solo allo spreco ambientale ed economico.

Oggi al contrario, usiamo auto e moto senza risparmio per un rapido inserimento nel bel mezzo di una situazione naturale: e invece dovremmo soltanto permetterci un più agevole accesso a quella stessa situazione naturale.

RinunciamoMezzoMeccanico-fuoristrada 3Funivie e impianti a fune sono richiesti e usati non per accedere ai margini della wilderness rispettandone il cuore, bensì per accelerare l’inizio e la conclusione di un percorso o di una gita tramite un consistente accorciamento. Abbreviare le distanze facilita un’esperienza ma ne rimpicciolisce l’intensità. L’industria turistica può svendere percorsi ridotti o selezionati, ma non può includervi alcun reale beneficio per lo spirito, perché l’esperienza interiore, al contrario dell’acquisto, non segue la logica del “paghi due, prendi tre”.

Non ci possono essere conoscenza e amore per la montagna e per la wilderness se stoltamente amputiamo quelle parti di percorso che riteniamo meno significative. Possiamo vivere una maratona, per esempio, solo se corriamo per 42 km. Se così non è, l’esperienza che andiamo cercando si azzera, perché si svuota di significato.

Di solito le strade perimetrali di un’area wilderness, come pure gli accessi stradali o gli attraversamenti, non permettono una forte velocità perché strette, ripide, sassose, oppure a tornanti con ridotto raggio di curvatura. Se proprio non si può rinunciare all’auto, evitiamo la velocità e le imprudenze: l’ambiente ce ne sarà grato e avremo una miglior possibilità di “sperimentarlo”. È inutile andare al cuore di un bel posto velocemente. Trascurandone la periferia, rimpicciolisce l’intensità della nostra esperienza.

Chi si esibisce in corse, sbandate e frenate su sentieri, boschi e prati, svilisce un ambiente con l’inquinamento dell’aria, con il danno alla coltre erbosa, con il dissesto del terreno, con il disturbo agli animali.

RinunciamoMezzoMeccanico-fuoristrada-radunoIn ogni caso evitiamo di percorrere le strade riservate ai mezzi agricoli o forestali, anche se troviamo la sbarra seducentemente aperta; lasciamo posteggiate le auto in modo che chi interviene per un incendio o per un soccorso non trovi accessi ingombri.

La qualità di un’esperienza umana, avventurosa o meno, avrà sempre più bisogno dell’abbandono del mezzo meccanico: perché, per avere un valore, sarà sempre meno asservita ai consumi.

postato il 17 aprile 2014

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Lettera aperta ai Consiglieri della Regione Lombardia

No alle moto sui sentieri
Le osservazioni di Mountain Wilderness sul Progetto di Legge n.124 della Regione Lombardia
a cura di Mountain Wilderness Lombardia

Ai Consiglieri della Regione Lombardia
Le modifiche alla L.R. 31/2008 contenute nel PDL n.124 la cui votazione in Aula regionale è stata calendarizzata per l’8 aprile 2014, e in particolare gli emendamenti accolti riguardo all’art. 59 comma 4bis, andrebbero ad istituire la possibilità per i Comuni alpini di rilasciare permessi temporanei per il passaggio motorizzato; di conseguenza anche le competizioni motorizzate sui sentieri, sulle strade agro-silvo-pastorali nonché nei pascoli di montagna e di media montagna potrebbero essere autorizzate nella discrezionalità decisionale comunale.
In primo luogo è doveroso interrogarsi circa la ragione sottesa all’introduzione della deroga. La norma definisce e circoscrive il transito autorizzato ai punti 3 e 4 dell’art. 59, con l’intento di agevolare attraverso l’utilizzo di mezzi di servizio l’attività di contadini e pastori delle aree alpine, che attraverso la loro opera e il radicamento al territorio contribuiscono al mantenimento e alla salvaguardia del bene collettivo AMBIENTE.

Motobikers alle pendici del Cervino
LetteraApertaConsiglieri-bikers-Cervino-26.jpg_650Il generico enunciato introdotto al punto 4 bis “possono autorizzare il transito temporaneo di mezzi a motore” non contiene se pur minimamente un’indicazione tale da potersi ravvisare la finalità, lo scopo, l’eventuale beneficio derivanti dalla deroga. Le stesse definizioni di mezzi a motore e “temporaneità” lasciano spazio a vuoti interpretativi, in mancanza di un parametro funzionale allo scopo. Svuotata in origine la norma attraverso l’introduzione di una generica deroga, i regolamenti con i quali si fisseranno criteri, modalità e procedure da adottare da parte degli Enti in sede di autorizzazione assumeranno necessariamente un carattere “aperto” alle più disparate finalità e suscettibile di differenti e, non fosse altro, contrastanti applicazioni.
Non da ultimo, i vincoli economici imposti ai Comuni dalla spending review e la mancanza di personale preposto al controllo sul territorio non agevolano, da parte degli Enti locali interessati, interventi di manutenzione o ripristino di aree “compromesse”.
Qualora lo scopo, così si legge, di questa deroga nel PDL n. 124 fosse soprattutto finalizzata a favorire una significativa promozione turistica nei Comuni alpini lombardi, ci facciamo portavoce di un diverso modello turistico.
Ci rivolgiamo ai gentili Consiglieri Regionali della Lombardia, e soprattutto ai rappresentanti politici della Lega Nord ricordando che nelle agende del Vostro ultimo programma politico avete inserito come priorità la valorizzazione del patrimonio artistico-culturale montano, la ripresa dell’economia agricola alpina come sbocco occupazionale di fronte alla drammaticità reale della fine corsa all’industrializzazione urbana.
La rete dei sentieri e delle mulattiere sono un Bene Comune in quanto possono essere comunali, sovracomunali e demaniali; su un sentiero demaniale oppure sovracomunale il Comune, nella fattispecie, non potrà autorizzare la circolazione dei mezzi motorizzati, potrebbe nel caso autorizzare la circolazione dei mezzi motorizzati nel perimetro del territorio comunale e nel rispetto della normativa in materia di Rete Natura 2000. Per le aree considerate Sic è prevista la procedura della valutazione di incidenza oltre agli aspetti legati alla sicurezza in quanto imporrebbe agli enti gestori di attivarsi per posizionare la segnaletica e garantire idonee condizioni di sicurezza, con il rischio di responsabilità per danni laddove tali interventi manchino ed abbiano luogo sinistri.

Qualora lo scopo, così si legge, di questa deroga nel PDL n.124 fosse soprattutto finalizzata a favorire una significativa promozione turistica nei Comuni alpini lombardi, ci facciamo portavoce di un diverso modello turistico. Per promozione turistica noi intendiamo la frequentazione escursionistica della montagna nelle sue varie declinazioni (alpinismo, scialpinismo, trekking, ciclismo), che è divenuta sempre più consistente al punto da essere un tassello fondamentale nell’offerta turistica ed importante volano dello sviluppo economico delle vallate alpine.
Il turismo legato all’escursionismo, al cosiddetto turismo dolce e di cultura, ha potenzialità di gran lunga maggiori perché si rivolge alle persone di ogni età e di ogni estrazione sociale, un bacino di utenza estremamente più vasto rispetto ai centauri crossisti e trialisti, portatori di una cultura effimera e virtuale che non ha affinità e compatibilità con l’habitat alpino. Le regioni che hanno fatto del turismo in montagna la loro principale risorsa, dall’alto della loro esperienza ci insegnano questo.
Alcune virtuose vallate alpine lombarde stanno attuando una politica di rinascita economica, iniziando a valorizzare la sentieristica in simbiosi con le attività agro-pastorali: un esempio è la Valle Camonica i cui alpeggiatori hanno collegato le malghe, con un percorso di sentieri lungo 70 km, dando la possibilità agli escursionisti di acquistare e degustare prodotti locali. Autorizzare la circolazione dei motori per scopi ludici in questi contesti, oltre che recare un grave danno all’ambiente comporterebbe un decadimento del nuovo sistema economico locale.
In altre vallate alpine lombarde si sta valorizzando la sentieristica nel ricordo della nostra storia: i sentieri legati alla Resistenza, ai contrabbandieri, i sentieri costruiti nella Prima guerra mondiale, nonché la sacralità dei sentieri alpini, con annesse Santelle, percorsi dai Religiosi durante l’envangelizzazione.
I sentieri e le mulattiere di montagna nella loro bellezza architettonica e nel loro silenzio rappresentano il distillato del patrimonio ambientale e culturale che i nostri nonni ci hanno consegnato in eredità ricordando a noi, metaforicamente, che la montagna è un ambiente severo, per cui il passo deve essere lento in armonia con l’ambiente, cadenzato, come una preghiera cosmica nel silenzio della spiritualità dell’alpe.

LetteraApertaConsiglieri-bikers-mondiale-trial-2010-a-san-marino2
Questo ci hanno insegnato i nostri padri ed i nostri nonni, il rumore in montagna disturba tutto l’eco-sistema esistente, la montagna va rispettata in quanto oggetto di repentini cambi climatici per cui è fragile nella sua biodiversità e delicata morfologicamente. A tale riguardo siamo tutti a conoscenza che il rischio idrogeologico nelle vallate alpine della Lombardia è molto elevato, provate ad immaginare solo per un attimo 200 centauri con moto da cross che assaltano e devastano un sentiero storico di montagna conservato dai volontari della parrocchia oppure dai soci del Club Alpino Italiano… chi paga? Il cittadino?
Invitiamo i Consiglieri della Regione Lombardia a votare “NO” alle modifiche del PDL n.124 che sarà discusso l’8 aprile 2014 e ad avvicinarsi maggiormente allo studio delle politiche della montagna, abbandonando l’idea di traghettare il circuito di Monza nelle terre alte.
Auspicando che le riflessioni e le considerazioni sopra esposte vengano accolte unanimemente, cordialmente salutiamo.

per Mountain Wilderness Lombardia – Adriano Licini
per Associazione Monte di Brianza –
Franco Orsenigo
per Tavola della Pace della Valle Brembana – Franco De Pasquale
per Arcinvalle Valle Brembana – Maurizio Colleoni
per Unione Operaia Escursionisti Italiani sez. di Bergamo – Gabriele Vecchi

Il testo integrale del Progetto di Legge si può leggere qui
LetteraApertaConsiglieri-PDL-124-frontesizio PDL 124 con relazione

postato il 5 aprile 2014

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Bikers e fuoristrada: i motori minacciano l’Italia dei sentieri

Bikers e fuoristrada: i motori minacciano l’Italia dei sentieri
La Lombardia vuole aprire a corse e raduni le sue strade “verdi” – insorgono il CAI e gli ambientalisti: sarà uno scempio, fermatevi
di Carlo Brambilla (la Repubblica, 2 aprile 2014)

La legge arriva in aula con i voti della maggioranza (Forza Italia e Lega nord). Contrari Pd e 5Stelle.
Dalle associazioni 10 mila firme in tre giorni “È un favore alla lobby delle due ruote”.

La proposta
La Lombardia discuterà l’8 aprile una legge per permettere ai sindaci di aprire ai mezzi a motore sentieri, mulattiere, strade interpoderali, pascoli e boschi.

L’allarme
Protesta contro la legge (sostenuta da Forza Italia e Lega, avversata da Pd e 5 stelle) anche il Club alpino italiano. In ballo c’è il futuro del 25 per cento del territorio locale.

Il precedente
Una legge simile a quella presentata in Lombardia è stata approvata di recente in Emilia Romagna: anche lì proteste da parte del CAI e degli ambientalisti.

BikerseFuoristrada-biker-PdLMILANO. Enduro, trial, quad, motocross, SUV, fuoristrada vari a due o a quattro ruo­te. Saranno questi i mezzi che da martedì 8 aprile potranno percorrere, e devastare, i poetici ultimi sentieri e le mulattiere ancora intatte sulle Alpi lombarde? A rischio potrebbe essere l’intera «viabilità agro-silvo-pastorale», come viene definita tecnica­mente. Cioè tutti i sentieri – strade interpo­derali comprese, anche in pianura- tra bo­schi, pascoli e campi agricoli, fino a oggi vietati al traffico motorizzato. Un quarto circa dell’intero territorio lombardo. È quello che temono, purtroppo molto seriamente, le associazioni ambientaliste. Prima fra tutte il CAI, lo storico Club Alpino Italiano, che ha lanciato l’allarme. E ha già raccolto più di 10 mila firme in tre giorni, facendo impennare la mobilitazione tra gli amanti della montagna, con una petizione al Consiglio regionale della Lombardia perché si fermi lo scempio. Al suo fianco l’associazione Mountain Wilderness Italia, WWF e Lega Ambiente.

Vanno invece avanti come trattori, sicuri della loro maggioranza in Regione, i promotori del progetto di Legge 124 (Forza Italia e Lega Nord) in discussione il prossimo 8 aprile, primo firmatario il consigliere berlusconiano Alessandro Fermi. Contrarie le opposizioni: il Pd – tranne un consigliere – e il Movimento Cinque Stelle. Il progetto intende introdurre una deroga che consentirebbe ai Comuni di autorizzare, dove oggi è vietato, il transito «temporaneo» dei mezzi motorizzati.

«Nessun allarme – tranquillizza il primo firmatario della proposta, Fermi – non vogliamo liberalizzare il passaggio dei fuoristrada. Semplicemente vogliamo permettere ai sindaci di organizzare singole manifestazioni motociclistiche. Un’opportunità per recuperare sentieri abbandonati e favorire il turismo».

«Balle! È un cavallo di Troia per portare enduro e fuoristrada in zone dall’alto valore ambientale, soprattutto in montagna», replica Alessandro Gogna, uno dei protagonisti dell’alpinismo italiano. «Non ci fidiamo. Non crediamo al termine “temporaneo” – aggiunge – Gli interessi delle lobby motociclistiche sono fortissimi. Sappiamo benissimo come vanno a finire queste cose in Italia. Mentre il lavoro da fare sarebbe esattamente l’opposto: tutelare l’ambiente, favorire le nuove iniziative dei giovani, aiutare un turismo dolce, culturale, educativo».

Un progetto analogo a quello lombardo era stato approvato l’anno scorso dalla Regione Emilia-Romagna. Ma la protesta era stata, allora, piuttosto debole. Questa volta la minaccia alle Alpi e la maggiore organizzazione ambientalista sembrano capaci di generare una protesta decisamente più agguerrita. «La montagna è un ecosistema delicatissimo – spiega Renata Viviani, presidente del CAI lombardo – Noi abbiamo per legge il compito di conservare i sentieri. Quando passano duecento moto fuoristrada, una dopo l’altra, vengono scavate buche profonde, che poi vengono invase dall’acqua piovana. Ed è la fine, perché i solchi rimangono per sempre. È molto difficile ripristinare la condizione precedente. Ma anche la pianura è in pericolo, penso a tutte le zone agricole… Per questo abbiamo scritto un appello a tutti i singoli consiglieri regionali, di destra o di sinistra non importa. Fermatevi! Non distruggete quello che resta dell’ambiente, per i nostri figli, per i giovani che con la crisi stanno riscoprendo i lavori della montagna, per il paesaggio, che è di tutti i cittadini».

C’è una zona boschiva, l’Area Vasta della Val Grigna, in provincia di Brescia, tra la Valle Camonica e la Val Trompia, in cui i volontari del CAI sono particolarmente impegnati a collegare tra loro con sentieri le vecchie malghe, che stanno rinascendo, grazie al lavoro di molti giovani che tentano di combattere la crisi con start-up ambientali. Sono zone dove i malgari si muovono ancora a cavallo. «Zone come queste possono diventare il fiore all’occhiello di un nuovo escursionismo intelligente – si appassiona Renata Viviani – alla riscoperta di una civiltà che ritorna. A cosa servirebbero, altrimenti, lezioni come quelle che si tengono all’Università della montagna di Edolo, promossa dall’Università degli Studi di Milano, dove ha sede il corso di laurea in Valorizzazione e tutela dell’ambiente e del territorio montano?».

Postato il 3 aprile 2014

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Monti Sibillini, lettera aperta: chi è nemico della natura?

Lettera aperta sui Monti Sibillini: chi è nemico della natura?
di Paolo Caruso (http://www.metodocaruso.com/)

Il fatto:
il 28 gennaio 2009, a seguito della reintroduzione del camoscio appenninico e di un intervento con elicottero del soccorso alpino, il Parco Nazionale dei Monti Sibillini introduce un divieto di accesso integrale alle famose pareti nord del M. Bove Nord, ove corre la famosa e storica via Alletto-Consiglio. Il divieto inizialmente indetto per 3 mesi, viene poi prorogato per altri 6 mesi e infine protratto a tempo indeterminato. Si distinguono 2 zone di divieto (A e B): entrambe coinvolgono soprattutto le pareti rocciose, percorse oggi da poche cordate di alpinisti, e soltanto in minima parte i pendii sommitali della vetta, particolarmente frequentati invece dagli escursionisti nei mesi estivi. Le zone A e B sono vietate alternativamente per 6 mesi all’anno. Di fatto, le grandi aree rocciose della parete nord del M. Bove e di Punta Anna sono interdette dal 1 maggio al 31 ottobre, cioè per tutto il periodo estivo in cui si compiono le salite alpinistiche. La motivazione: l’incontro con gli alpinisti disturberebbe i camosci. Per gli escursionisti (molto più numerosi degli alpinisti…) è invece sufficiente mantenersi vicini al limite del divieto, poco al di sotto della cima, per non creare alcun impatto. Nel frattempo, i camosci hanno cominciato a spostarsi frequentemente al di fuori delle aree interdette, dove si continua ad accedere senza limiti e regolamentazioni e senza, evidentemente, che i camosci ne risentano. Possibile che i camosci “soffrano” soltanto gli sguardi dei pochi alpinisti nelle aree del divieto, ma non quelli delle molte persone che li incontrano al di fuori delle suddette aree? Saranno forse le corde o i moschettoni a dar loro fastidio?

Monti Sibillini

MontiSibilliniLetteraAperta-sibillini
Dopo anni di trattative e tentativi di dialogo, in particolare tra il sottoscritto e il parco, sono state molte le promesse ma tutto alla fine si è risolto con un nulla di fatto e con il mantenimento del divieto integrale di accesso. Lo scontro negli ultimi anni è diventato particolarmente acceso finché, alla fine del 2013, il neo Presidente del Parco Oliviero Olivieri, insieme al Direttore Franco Perco, si è impegnato a risolvere il grave contrasto. Attendiamo fiduciosi nuovi sviluppi, sperando che questa volta siano imminenti…

Il caso dei Sibillini mi offre lo spunto per alcune riflessioni che ritengo d’interesse più ampio e che condivido volentieri con quanti frequentano la montagna, i parchi e la natura in generale:

1. La prima riguarda il dibattito attualmente in corso sulla libertà di accesso alla montagna e di pratica di sport considerati “estremi” e pericolosi, quali l’alpinismo. Senza voler cadere nello stesso errore in cui incorrono i detrattori di tali discipline, che si spingono a separare le attività “buone” da quelle “cattive”, praticate (secondo loro) da manipoli di esaltati e cultori del rischio a tutti i costi, non posso che constatare come l’atteggiamento di chi è deputato alla gestione del territorio, tra cui gli enti parco, come nel caso specifico dei Sibillini, sia spesso e volentieri a favore dei primi e contrario ai secondi. Non voglio qui entrare nel merito se sia giusto o no impedire alle persone di accettare il rischio (consapevole, controllato, ecc.) come elemento della ricerca di un rapporto diretto e non mediato con la natura che è possibile vivere solo nei grandi spazi di avventura, come sono le montagne. Logicamente per me non è giusto, ma quello che mi interessa è ragionare sul fatto se tali attività siano effettivamente più dannose per la natura di quanto non lo siano altre, raramente messe “sotto accusa”. La sensazione è che i criteri con cui vengono fatte certe valutazioni vadano al di là di considerazioni oggettive e siano invece spesso frutto di considerazioni di natura “politica” o d’immagine. Attaccare poche decine di alpinisti o sacrificarne la libertà in funzione di una supposta necessità di conservazione della natura fa vedere che il Parco “c’è” ed è ben più facile che prendersela con fiumane di escursionisti o sciatori della domenica… ma siamo sicuri che l’impatto provocato dai primi sia realmente devastante, mentre la presenza (spesso maleducata) dei secondi sia trascurabile, al punto da non essere di interesse per chi tutela il territorio?

Monti Sibillini. Foto: Sandra Bartocha

MontiSibilliniLetteraAperta-sibillini_01
Di contro, apparentemente, alcuni alpinisti appartengono a una specie più dannosa di altre. Infatti negli anni immediatamente precedenti l’introduzione del divieto, le cordate che salivano in estate le pareti nord del Bove, erano circa tra 20 e 40 (in media, meno di 10 al mese!). Nel gruppo del Gran Sasso, il principale degli Appennini e sicuramente il più frequentato dagli alpinisti (almeno 200 volte più numerosi che sui Sibillini) i camosci reintrodotti in anni precedenti si sono riprodotti abbondantemente senza alcun bisogno di imporre divieti alpinistici. Come mai i molti alpinisti del Gran Sasso non creano disturbo ai camosci, mentre nei Sibillini la presenza di poche cordate rappresenta un pericolo per la specie, perfino quando i camosci sono al di fuori delle aree vietate, a portata di occhi (e urla) di centinaia di escursionisti?

Lo ripeto, non è mia intenzione fornire la mia personale idea su eventuali suddivisioni tra attività buone e cattive, o tra Parchi buoni e Parchi cattivi, mi limito a osservare i fatti.

La maggior parte delle idee preconcette e delle decisioni che si prendono in merito all’alpinismo sono dettate da luoghi comuni e da una scarsa conoscenza della materia da parte di coloro che inseriscono di forza lo stesso alpinismo nella “lista nera”.  Per questo è molto più diffuso sentire affermare che se uno scialpinista finisce sotto una valanga sotto sotto è colpevole perché se l’è andata a cercare, mentre se un’escursionista finisce in un burrone si è trattato di una tragica fatalità…

D’altra parte, occorre anche constatare che il modo di andare in montagna è profondamente cambiato e induce a comportamenti spesso degenerati: si sente l’esigenza di riaffermare e diffondere una nuova (antica) cultura basata sul rispetto della natura, dell’uomo e sulla valorizzazione dell’esperienza piuttosto che della prestazione. La diffusione di simili messaggi potrebbe e dovrebbe essere uno dei compiti più nobili di un’area protetta e uno dei suoi obiettivi principali per raggiungere una conservazione a lungo termine.

2. La natura deve essere salvaguardata nel migliore dei modi e fin qui credo che tutte le persone di buon senso siano perfettamente d’accordo. Per farlo occorrerebbe promuovere un dialogo tra le differenti competenze in modo da trovare le migliori modalità di azione. Se tali modalità escludono la presenza umana in alcune aree fondamentali per l’alpinismo come quella del M. Bove, certamente si potrebbe pensare che i parchi abbiano fallito la loro missione. Se l’unica soluzione contemplata è l’apposizione di un divieto, si può affermare che non serve certo istituire un parco per imporlo, considerando anche che i parchi spesso non hanno neanche la possibilità di effettuare i controlli del caso. Così il tutto si risolve nel solito paradosso all’italiana, dove chi non rispetta la legge fa quello che vuole (da un paio d’anni le cordate, esasperate dal divieto, hanno ripreso a salire la nord del M. Bove…), e chi vuole operare onestamente deve invece rinunciare a uno dei pochi spazi di libertà rimasti.

3. Già la libertà…elemento cruciale di tutto questo ragionamento. Chi impone i divieti sostiene che gli alpinisti e gli arrampicatori dovrebbero essere capaci di sacrificarsi con una “responsabile rinuncia” finalizzata a perseguire un bene più alto, quello della tutela della natura. E chi di noi non sarebbe disposto a praticarla senza obiezioni se fosse evidente che quella è l’unica soluzione? Ma prima non sarebbe più giusto e più umano cercare alternative per raggiungere un’integrazione tra l’uomo e l’ambiente, soprattutto all’interno di un parco? Sembra quasi che questa alternativa faccia paura, nonostante sia sbandierata sempre più spesso in nome di un generico ”sviluppo sostenibile”. Per voler veramente proteggere la natura occorre amarla fino in fondo, non volerla domare, tutti concetti che gli alpinisti (almeno quelli di un certo tipo) hanno ben chiari. Quella che si propone, invece, è una natura sempre più “a portata di mano”, una natura sempre più recintata, controllata, come l’uomo che la frequenta.

4. Se fosse ritenuta perseguibile una via d’uscita basata sulla ricerca dell’integrazione, piuttosto che sulla separazione e sul contrasto tra uomo e natura, a chi spetterebbe l’onere e l’onore di promuovere l’incontro tra le parti? Al cittadino o all’ente parco che esiste e ha un budget per occuparsi proprio del territorio e delle attività che si praticano in esso? Ricordo che i parchi hanno anche il compito di promuovere le attività compatibili e lo sviluppo sostenibile (del turismo). Dovrebbero favorire l’informazione e l’educazione degli utenti, ma soprattutto il dialogo e il confronto anche con gli esperti delle attività che si praticano nel territorio, non solo con gli ambientalisti (ritenuti, chissà perché, gli unici interlocutori validi), altrimenti diventa impossibile superare le contrapposizioni e individuare le modalità giuste di azione. E gli ambientalisti, che spesso non hanno alcuna competenza in materia di alpinismo, dovrebbero cercare aiuto e confronto, piuttosto che arroccarsi in posizioni intransigenti ed estremiste giungendo, talvolta, perfino a considerare dei nemici le persone che svolgono attività in montagna. Nel corso di una riunione, il Direttore del parco dei Sibillini consegnò ai presenti uno scritto nel quale sosteneva, in sintesi, che le attività “compatibili” sono dannose e dovrebbero essere eliminate perché, fraintendendo l’etimologia del termine, farebbero “patire” la natura. Se così fosse, quali attività dovrebbero essere praticate in un parco di montagna?

5. Di fatto il divieto sul M. Bove è stato introdotto subito dopo un plateale intervento di soccorso con elicottero, il primo in assoluto su questa montagna. Dopo un paio d’anni ce n’è stato un altro, in novembre, periodo consentito ma certamente non ideale per le salite alpinistiche. Se la presenza umana è dannosa per i camosci, gli interventi di soccorso con l’elicottero lo sono sicuramente molto di più ed è legittimo il sospetto che il parco abbia potuto ritenere opportuno introdurre il divieto per evitare tali interventi in un momento molto delicato della reintroduzione del camoscio. Ma ciò non elimina certo il problema, considerando che scalare queste pareti nel periodo consentito, cioè tra novembre e aprile, è sicuramente più complesso. In effetti, entrambi i soccorsi menzionati si sono verificati al di fuori del divieto del periodo estivo. Altro paradosso della strategia di conservazione del parco dei Sibillini! Ma più che su questo, vorrei porre l’accento proprio sul tema del soccorso. Certamente, portare aiuto a chi ne ha bisogno è una nobile azione e anche un dovere civico, ma allo stesso tempo bisognerebbe dare molta importanza alla prevenzione. Come Guida e professionista della montagna devo purtroppo constatare che in questa era dell’apparire e del consumismo spinto, anche delle attività alpinistiche, la causa degli incidenti è sempre più spesso legata alla scarsa preparazione, all’approssimazione, alla sprovvedutezza, al bisogno di fare (e riuscire) ad ogni costo. In pratica, la degenerazione di cui ho accennato sopra si riflette negativamente anche sulla consapevolezza delle proprie capacità e, di conseguenza, sulla sicurezza. Bisognerebbe quindi agire sulla formazione delle persone per ridurre innanzitutto gli incidenti, ma anche gli sprechi, i costi sociali e gli eventuali impatti ambientali. Per questo occorre valorizzare al massimo il ruolo degli esperti, proprio ai fini dell’educazione e di una corretta formazione dei frequentatori della montagna. Questa, lo ribadisco, è la direzione in cui ci piacerebbe veder muoversi i parchi, valorizzando il ruolo degli esperti della montagna più preparati, favorendo le modalità di frequentazione più corrette, promuovendo la cultura a 360 gradi e facendo formazione. In questo senso i parchi troverebbero molti alleati preziosi, non più nemici intransigenti, e potrebbero realizzare il vero obiettivo che dà senso alla loro esistenza.

Paolo Caruso

MontiSibilliniLetteraAperta-caruso a Salerno

Paolo Caruso (Roma, 1960) ha praticato attività in natura, dal mare alla montagna, fin dai primissimi anni di vita. Ha sempre considerato importante conciliare lo sport con la cultura, così come la conoscenza di molte discipline sportive con la specializzazione. La dimensione verticale per lui è un mezzo che gli ha permesso di raggiungere nuove conoscenze, certamente nella sfera motoria e nel rapporto con la natura selvaggia ma anche nel mondo interiore e spirituale. Così nel 1982 è nata la via Cavalcare la tigre sul Corno Piccolo del Gran Sasso e successivamente, nello stesso massiccio montuoso, altri itinerari d’eccezione come Golem, Baphomet o il Nagual e la Farfalla, sul Paretone del Corno Grande. Allo stesso tempo ricercava altri orizzonti nell’alpinismo invernale, cosa che lo ha portato a realizzare importanti prime salite invernali come il quarto Pilastro e l’Anticima sempre sul Paretone del Corno Grande o la prima salita assoluta invernale del famosissimo Cerro Torre in Patagonia.
Accanto a salite su montagne inviolate nelle Alpi di Stauning in Groenlandia o nel Wadi Rum in Giordania, ha sempre ritenuto importante salire anche le vie più belle aperte da altri arrampicatori e alpinisti d’eccezione, così ha ripetuto i grandi itinerari classici nel M. Bianco e nelle Dolomiti, ma anche itinerari moderni come Voyage selon Gulliver sul Grand Capucin o la via del Pesce in Marmolada. Non gli è mai piaciuto collezionare vie e ricercare le “prime” a tutti i costi, mentre valuta importante l’esperienza umana e il rispetto della natura che si ottiene quando si realizzano itinerari logici. In Yosemite, ad esempio, dopo la via Salathè salì la via Astroman e solo qualche anno dopo scoprì di aver realizzato la prima salita italiana.
Ha pubblicato il libro L’Arte di arrampicare, ed. Mediterranee 1992, il filmato L’Arte di arrampicare, SD Cinematografica 1998, e il manuale Progressione su roccia per il Collegio delle Guide Alpine, Vivalda editori 1998. Nel 2007 ha scritto le parti sulla tecnica del movimento per il Manuale di roccia del CAI, pubblicato nel 2008.

MontiSibilliniLetteraApertaIl Metodo Caruso®, è un sistema tecnico-didattico per l’insegnamento e l’apprendimento che permette di sviluppare al meglio le capacità motorie nella scalata e in tutte le attività di montagna. Da qualche anno, oltre alla roccia e al ghiaccio, l’applicazione del Metodo si è estesa anche alla tecnica dello sci – fuoripista e scialpinismo in particolare – colmando un vuoto nella conoscenza dei principi inerenti la relazione tra movimento del corpo e conduzione degli sci sui differenti tipi di neve: sono state ideate delle tecniche specifiche che permettono di migliorare la capacità generale e in particolare di adattarsi alle diverse condizioni della neve. Questo è stato possibile grazie all’identificazione di alcune caratteristiche generali del movimento che collegano le due discipline. Tutte le tecniche del Metodo – che siano applicate all’arrampicata su roccia, ghiaccio o allo sci – sono nate dallo studio dei principi che regolano l’equilibrio e il movimento del corpo attraverso lo spostamento del peso e degli arti, oltre che dall’esperienza personale dell’autore a 360 gradi, dalla sua passione per l’insegnamento e per lo studio di alcune discipline orientali come il Qi Gong, lo Shiatsu e il Tai Ji Quan. L’aver identificato i principi che sono alla base di tutte le differenti soluzioni motorie ha permesso di individuare nuovi aspetti per un movimento consapevole e allo stesso tempo di delineare una via più precisa ed efficace per il miglioramento, favorendo una capacità che altrimenti è molto difficile da ottenere se non, forse, dopo anni o decenni di esperienza sul campo.

postato il 15 marzo 2014

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SALVIAMO LE APUANE dal più grande disastro ambientale d’Europa

Grazie alla moderna tecnologia, le circa 300 cave di marmo del comprensorio delle Alpi Apuane stanno infliggendo alle montagne il più grave disastro ambientale d’Europa.
Le cave in cresta e gli scarti di lavorazione inquinano le sorgenti e i fiumi, i camion ammorbano l’aria di polveri sottili, le grandi opere (tunnel, viadotti, già realizzati e in progettazione) acutizzano il dissesto idrogeologico, che aumenta geometricamente di anno in anno mettendo a repentaglio la salute e l’incolumità degli abitanti. Circa 9 milioni di tonnellate di marmo prodotte ogni anno, i 3/4 in scaglie destinate all’edilizia e alla produzione di carbonato di calcio con cui fare i dentifrici, sbiancare la carta, realizzare dei paradossali filtri per gli acquedotti, non certo per fornire blocchi a Michelangelo.

Aut Out: un filmato di Alberto Grossi, quindici minuti agghiaccianti
https://www.youtube.com/watch?v=clYuGVVVLpo

Bisogna chiudere gradualmente tutte le cave, riconvertendo l’economia del territorio in forme sostenibili.

Salviamo le Apuane è un movimento nato nel 2009 da Facebook che punta a fermare l’ecocidio Salviamo le Apuane ha predisposto il Piano Programma di Sviluppo Economico Alternativo delle Apuane (da ora PIPSEA), un’opzione strategica in grado di delineare il futuro economico-sociale sostenibile e la fine della monocoltura del marmo, per l’intero contesto delle Alpi Apuane.

La versione integrale del PIPSEA è leggibile e scaricabile da qui.

Qui di seguito alcune note di filosofia generale alla base del PIPSEA
di Salviamo le Apuane

IMPOSTAZIONE GENERALE
Motivazioni, ambito di intervento
Il documento propone di intervenire sulle due principali cause di alterazione e di emergenza della montagna Apuana, che stanno alla base della necessità di un “salvataggio”, e cioè:
– l’azione di distruzione della montagna da parte di una conduzione impropria delle cave di Marmo;
– l’abbandono progressivo, e giunto quasi al limite estremo, della montagna agropastorale e dei paesi montani da parte della popolazione originaria, col conseguente pericolosissimo abbandono di intere vallate e montagne.

Ex Picco di Falcovaia (un tempo 1283 m.s.l.m.), ora Cava delle Cervaiole (Seravezza)
Secondo l’articolo 142 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio sono AREE TUTELATE PER LEGGE:
– le montagne per la parte eccedente i 1’600 metri sul livello del mare per la catena alpina e 1’200 metri sul livello del mare per la catena appenninica e per le isole;
– i parchi e le riserve nazionali o regionali, nonché i territori di protezione esterna dei parchi.

SalviamoLeApuane-cava 6a

Proposta territoriale paesistica, economica e di gestione sociale. Riferimento PIT e PRS
Di fronte a questa situazione la proposta formula precise ipotesi di intervento, che riguardano contemporaneamente il livello territoriale paesistico e quello economico, nonché ovviamente quello sociale partecipativo e delle tradizioni della gestione e del governo della montagna (usi civici). E quindi, in termini di riferimento alle attività della Regione, tanto il PIT (Piano Indirizzo Territoriale), quanto il PRS (Programma Regionale di Sviluppo).

LA RISORSA MARMO
La risorsa marmo e la sua utilizzazione
Il grande bacino marmifero di Carrara in particolare, ma anche altre località Apuane (Orto di donna, Focolaccia, Pizzo d’uccello, Altissimo, Arni e Sella, Forno e Resceto, Vagli, Corchia, …) sono completamente alterati e quasi distrutti, a causa della recente attività di prelievo del carbonato di calcio, un sottoprodotto dell’escavazione del marmo, che è stato ridotto ad una attività secondaria di mascheramento del nuovo prelievo selvaggio. In realtà il marmo è in grave crisi, certamente per la concorrenza internazionale ma anche per lo smantellamento dell’intero comparto da parte degli industriali avidi che hanno esportato l’intero ciclo produttivo (know how compreso), perseguendo sulle Apuane una politica quantitativa e non qualitativa di valorizzazione di un bene unico, come invece avviene in altre località più avvedute.
Oggi il prelievo avviene senza alcuna regola e sta producendo ambienti devastati, molto più simili a miniere a cielo aperto che a cave di marmo, con conseguenze devastanti sulle acque, sul suolo, sulla condizione idrogeologica, per non parlare della rarissima flora, delle grotte e delle acque sotterranee e non ultimo dello stravolgimento paesistico complessivo, un valore trascurato ma invece di grande potenzialità (a questo proposito va fatto notare che recenti studi economici hanno stimato il valore economico dei paesaggi italiani, formulando stime assai più remunerative per i paesaggi rispetto a qualunque altra utilizzazione, e che per le Apuane il confronto sarebbe tra una remunerazione paesistica diffusa e costante negli anni ed un uso distruttivo una tantum).
Si tenga conto inoltre che a valle vi è la città di Carrara che ha già subito alluvioni e anche morti (con i responsabili di fatto impuniti), che è costantemente esposta a pericolo.

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Passo della Focolaccia, 1650 m s.l.m. (Massa-Minucciano). La cava invade anche un SIC

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La questione delle concessioni, i subappalti
A nostro avviso queste devastanti attività sono anche illegittime, in quanto avvengono su proprietà quantomeno comunali se non collettive (Usi Civici) e si dovrebbero svolgere sulla base di concessioni e di convenzioni che dovrebbero regolare modalità di lavoro, di conduzione e di rimessa in pristino o quantomeno di assetto a termine dell’attività di prelievo. La nuova attività di prelievo del carbonato di calcio, che è di fatto di tipo minerario, non è perciò riferibile a concessioni di cava se non con artifici impropri, ma è di fatto del tutto senza regole, operando in maniera selvaggia, distruggendo interi costoni, guglie, e fronti montani, usando l’esplosivo, ma più che altro distruggendo il Bene Pubblico Montagna Apuana senza alcuna norma e rispetto dell’ambiente, sottraendo alle popolazioni un loro bene essenziale, e il loro stesso Ambiente di riferimento e di sopravvivenza, ed inoltre senza nemmeno un minimo compenso monetario dei danni irreversibili che vengono perpetrati. A tutto questo si aggiunga che la piaga del subappalto è ancora ben radicata, così come l’esposizione a rischio per le maestranze impiegate, come dimostrano i numerosi incidenti dentro e fuori la cava-miniera.

Cava a ovest del Monte Corchia

Cava di marmo a ovest del M. Corchia (A. Apuane)Dunque la questione delle concessioni è centrale e andrebbe totalmente riesaminata sia dal punto di vista delle proprietà, sia dal punto di vista giuridico, sia da quello concessorio, e più che altro da quello della stessa configurazione della nuova attività che non è più un’attività di coltivazione di cava marmifera, ma è un’attività di miniera a cielo aperto, sia per le tecniche adottate che per la materia estratta. E ciò non è assolutamente normato in quanto tale, e forse non è neppure ammissibile su queste montagne.

Italia, Toscana, Alpi Apuane (Lucca), Cave di marmo sopra Levigliani (monte Corchia)

Cava a ovest del Monte Corchia. Foto: M. Verin

Italia, Toscana, Alpi Apuane (Lucca/Massa Carrara), Cave del Passo della Focolaccia

L’istituzione della zona industriale montana di Carrara e i pericoli di una sua estensione
Alla base di questa devastazione della montagna vi è inoltre la sciagurata decisione di eliminare dal Parco delle Apuane il bacino marmifero di Carrara e di lasciarlo fuori dal Parco. Quanto questa decisione sia stata errata lo dimostra lo stato del territorio di questa parte della Toscana, una vera vergogna regionale e nazionale.
L’ipotesi di una estensione della zona industriale ad altre parti della catena, anche sopra i 1300 metri, è una vera follia ambientale e giuridica, una deregulation inammissibile, ed uno svuotamento del senso stesso del Parco, devastante per il Parco stesso.

La necessità di un piano di riconversione economica paesistica per i territori alterati
Di fronte a questo stato di cose e alle mire di ipersfruttamento senza regole in atto, occorre un coraggioso, anche se tardivo, ripensamento totale della situazione.
Ma non vi è alternativa:
– o la distruzione totale di una montagna, di un bene pubblico, con la conseguente messa in crisi di un’intera città, certamente procurando dei lucrosi utili immediati a pochi operatori, ma producendo un danno economico così ampio da essere anche difficilmente quantificabile ma comunque enorme e per certi aspetti irreversibile;
– o bloccare questa dinamica distruttiva ed invertire questa tendenza.

Il bacino estrattivo di Torano, Carrara

SalviamoLeApuane-torano

Si tratta allora di fermare le attività improprie ed irregolari e di predisporre immediatamente un piano di transizione e di compensazione economiche per la fase transitoria che si articoli su alcuni punti:
– la bonifica delle zone alterate che consentirebbe comunque un recupero di tanti materiali sprecati, secondo precisi piani di riassetto in primis, di tipo idrogeologico, bonificando la miniera a cielo aperto per tornare ad un uso razionale delle cave e alle loro “coltivazioni”;
– la riattivazione del prelievo del marmo su basi qualitative, rilanciando un mercato della qualità anche su basi innovative, con quantità contingentate e con la riapertura dell’intera filiera del marmo, fino alle opere di qualità per la città e per l’arte;
– un recupero di posti di lavoro, sia per le attività sopra ricordate, sia anche attraverso una diversa utilizzazione di luoghi impropri e ormai “orridi”, anche ai fini di un “turismo
dell’impossibile” (un turismo dei grandi numeri, di “massa”, in un ambiente incredibile ma controllato) che in realtà si potrebbe appoggiare ad un recupero delle movimentazioni su ferro, sia della marmifera che di altri interventi meccanizzati possibili in questi “paesaggi del limite” (v.anche articolo di P.Rumiz, “le statue offese” su Repubblica, 15 agosto 2011);
– lo sviluppo di nuove tecnologie del recupero e attraverso studi progetti e sperimentazioni lo sviluppo di nuovi know how del risanamento territoriale, questi sì davvero applicabili in tante situazioni di recupero a livello mondiale.

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Carrara, “Monte” Bettogli

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Certamente un simile programma necessità di tempi e di investimenti iniziali significativi ma questi potrebbero essere recuperati attraverso il coinvolgimento degli stessi operatori del marmo sia in forma di inserimento nel programma stesso, sia in forma di recupero delle tassazioni finora evitate (o evase).

Alla base di tutto vi deve essere una diversa consapevolezza del valore del Bene Comune Montagna, e delle regole e concessioni che lo devono garantire e renderlo sostenibilmente fruttuoso (anche, se del caso, ricorrendo allo spirito degli antichi statuti civici).

LA MONTAGNA APUANA E IL SUO ABBANDONO – VERSO UN NUOVO MODELLO COMPLESSIVO
Il sistema Apuane, i territori e le città contermini
Ma le Apuane non sono solo marmo. Queste straordinarie montagne sono anche fatte di nodi orografici maestosi e singolari, di pascoli, faggete e grotte, di vallate, di corsi d’acqua singolari perché spesso legati al carsismo, e anche di alpeggi e di bellissimi paesi e paesetti, di castagneti e di orti e di frutteti, di boschi e di terrazzamenti. Anche il pedemonte di questa montagna è singolare sia dalla parte dei due fiumi Serchio e Magra, ma in particolare sul lato del Tirreno, dalle colline versiliesi e massesi-carrarine fino al mare e alle pinete costiere.

L’incisione fluvio-glaciale nel Solco di Equi – censita tra i geositi del Parco Regionale delle Alpi Apuane
e del Geoparco Europeo e Mondiale – come si può ben vedere è colmata
dai detriti derivanti dell’attività estrattiva.

SalviamoLeApuane-marmifera 1D’altra parte questa montagna è situata tra l’Appennino Settentrionale e la Liguria (Golfo di La Spezia e Cinque Terre) nel punto dove inizia la parte peninsulare d’Italia e la penisola italiana si avanza nel Mediterraneo. Questa singolare connotazione geografica è anche quella che è all’origine delle biodiversità naturalistiche, ambientali e antropologiche di questi luoghi.
Completa il quadro il fatto che ai suoi piedi vi sono importanti città e vasti insediamenti umani assai interessanti, da Lucca a Massa, Carrara, e quindi la Versilia, Aulla e la Lunigiana, ed anche Sarzana e Luni e tutte le cittadine Apuane stesse.

La montagna sede di una diversa economia, in una nuova relazione Città/Montagna
Per affrontare la seconda emergenza di questa montagna che come abbiamo visto è l’abbandono, pensiamo che esso possa in parte essere affrontato in sé, con alcune opere di mitigazione, ma che fondamentalmente vada individuata una diversa collocazione della montagna nel suo sistema più ampio, stabilendo un diverso tipo di scambio e di circolazione dei beni della montagna con le altre entità vicine ed anche più lontane.
In altri termini si tratta di stabilire con le Città e con i loro abitanti un rapporto non di subalternità ma di scambio di valori e di prodotti, ma anche di relazioni umane e mentali, nelle città sempre più rari e che invece si potrebbero ritrovare in montagna, purché lì, in montagna, si vada ad esaltare i valori e le diversità della montagna e non si trasferiscano invece modelli urbani (turismo, edilizia, commercio) derivati appunto su stereotipi metropolitani.
Le Apuane, con le loro straordinarie varietà e differenze, e con la loro ricca situazione di contorno potrebbero divenire un cantiere straordinario di questo diverso modello economico paesistico del dopo crisi, di valore italiano e forse europeo.

Le principali voci del nuovo modello. Le potenzialità diffuse. Le indicazioni spontanee emergenti
Abbiamo per ora individuato l’ambito di questo progetto nell’anello ferroviario esistente, ma è chiaro che le sue relazioni coni territori contermini, sia urbani che ambientali sono molteplici, da quelli diretti a quelli “di relazione” che si possono stabilire a diverso livello, sia di governance, che di reazione effettiva (Collegamenti tra Parchi, dalla Liguria a San Rossore, dagli Appennini alla Versiliana, collegamenti, anche virtuali e relazionali, oltre che del trasporto pubblico con le città).
Nuove catene produttive e di beni, dalle filiere corte alimentari o del marmo, ai sistemi di prevenzione e cura della salute, ma più che altro alla messa in evidenza del grande patrimonio antropologico, archeologico, naturalistico e direi di un’ecologia dell’abitare che le Apuane conservano, insieme alle sue risorse più note.
Molte indicazioni in tal senso stanno fiorendo spontaneamente in nuovi rapporti umani città/montagna, anche se spesso molto isolate nel loro ambito tradizionale, ma un loro collegamento è possibile e già maturo.

Pane sì per gli operai… companatico per i concessionari delle cave

SalviamoLeApuane-lDel resto il successo – anche ‘informatico’ – di Salviamo le Apuane indica le straordinarie potenzialità ed interessamento di questo sforzo di innovazione, anche attraverso l’uso delle tecniche di comunicazione più aggiornate.

Tutto questo fa ben sperare che qui si possa trovare le risposte anche alla precarietà ed al lavoro giovanile, attraverso una nuova generazione di attivisti e di “imprenditori” delle relazioni città/bioregione montana, economia ambientale contemporanea/ nuovi paesaggi condivisi.

Un processo progressivo e sperimentale entro un quadro di riferimento esteso; il recupero dell’Istituzione Parco verso una sua dimensione europea
Le indicazioni che abbiamo fornito possono diventare un programma operativo e di indirizzo per le Popolazioni Apuane e per la loro Montagna, se le poniamo alla base di un Processo Programmatico di Governance Economico –Territoriale, su base Paesistica, alle seguenti condizioni:
– che le Amministrazioni Regionali e locali siano disponibili ad aprire una fase di sperimentazione concreta per la messa a punto e per una prima attivazione di un simile
Programma, attraverso atti di una reale Governance economico-paesistica (Patti, Contratti di paesaggio, e simili, come in altre regioni si stanno sperimentando, vedi a esempio Contratto di Fiume – Paesaggio, Regione Emilia Romagna, provincia di Modena, comuni di Vignola, Svignano, Spilamberto, San Cesareo, sul fiume Panaro, e i Contratti Paesaggio-in Provincia di Terni, in corso);
– che le popolazioni, progressivamente coinvolte, condividano e partecipino attivamente, con l’azione diretta e con la loro creatività ad uno sviluppo sempre più dinamico delle proposte stesse, che perciò vanno ampiamente diffuse e dibattute, per avere comunque una propria iniziativa significativa ed autonoma;
– che il processo sperimentale sia “aperto”, tanto nei confronti della fase di transizione dell’economia del marmo che in quella generale dell’economia ecologica, in quanto gli esiti possono maturare anche all’interno del processo stesso;
– che si faccia grande attenzione alle molteplici azioni “spontanee” già in corso e che si favorisca la nascita immediata delle iniziative ecosostenibili in particolare quelle giovanili.

Questo quadro generale può essere completato con il ruolo del Parco
La nostra impostazione, che per questo piano di rilancio della relazione Montagna /Città e di riscoperta dei valori della montagna stessa, si spinge, come abbiamo visto, fino a comprendere tutto il territorio compreso nell’anello ferroviario di base e che pone l’esigenza di numerose relazioni con città e parchi limitrofi, comporta un rilancio anche del Parco delle Apuane, che a nostro avviso ha una valenza non solo regionale, ma nazionale o meglio Europea (un tipo di parco di nuova istituzione, che potrebbe essere lanciato proprio da questa situazione), con conseguente riordino delle sue modalità di gestione interna e di intervento sul territorio, oggi assai consumate.

Cava ad Arnétola

Cava di marmo ad Arnétola (Alpi Apuane)

Altri documenti
Un colpo d’ali… le Apuane, campo di lavoro di un possibile mondo futuro

Emergenza Apuane

Apuane: 279 modi per dire carbonato di calcio

 

 

Colonnata  e le cave di marmo

Colonnata  e le cave di marmo , Alpi Apuane

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Il diritto al rischio

Stupisce che in un paese “giovane” come il Brasile le difficoltà giuridiche che gli amatori incontrano nel praticare gli sport d’avventura siano così simili alle nostre. Probabilmente è vero che, come scrive André Ilha, “il sistema legale brasiliano appartiene al diritto romano-germanico, e così si suppone che lo Stato sia responsabile della legiferazione e dell’aiuto ai propri cittadini. Questo fornisce grandi spazi di manovra per questa “corsa alla norma”, mentre si fatica il doppio a pensare a una fondazione più favorevole al concetto di “libero volere”. Questo concetto è ben presente nei paesi anglo-sassoni, dove si è liberi di scegliere qualunque hobby, basta che le conseguenze di questa scelta non coinvolgano altri”.

Vale la pena di leggere con attenzione la bella e complessa analisi che André Ilha, famoso alpinista brasiliano, fa della situazione nel suo paese. Lui è ben cosciente della grande sfida che tutti abbiamo davanti, nella difesa della nostra libertà: al contrario di noi che in maggioranza tolleriamo una società favorevole ai divieti e iperprotettiva.

Pra Caramba, free solo, Pedra de Sao Pedro, Brasile. Foto: Cedar Wright
DirittoalRischio-10586
André Ilha ha aperto più di 600 vie nuove in Brasile e oggi è il direttore della Biodiversity and Protected Areas at the Rio de Janeiro State Environmental Agency (INEA). Ilha l’anno scorso è stato uno dei principali accusatori della Chiesa cattolica quando questa, per fare spazio e poter celebrare una messa per i pellegrini in occasione della visita di papa Francesco a Rio de Janeiro, ha fatto tagliare senza alcun permesso 334 alberi nel parco nazionale Serra da Tiritica. Parte della zona è proprietà della Chiesa. “Mai avremmo autorizzato questo. Si tratta di una porzione di foresta tropicale dell’Atlantico in pericolo di estinzione. Li denunceremo per questo crimine”, ha sottolineato Ilha.

Il diritto al rischio
di André Ilha
Traduzione dal portoghese all’inglese di Kika Bradford
Traduzione dall’inglese all’italiano di Alessandro Gogna

La vita dei nostri antenati non era facile. L’evoluzione ci ha fatti scendere dagli alberi alle pianure per la ricerca di cibo. Questo ha portato al nostro essere bipedi e a quella serie di qualità fisiche e mentali che hanno contribuito al successo della nostra specie. Forza, agilità e riflessi pronti unitamente a un’attitudine all’esplorazione hanno portato gli umani alle differenti nicchie ecologiche del mondo. In questo processo, molte specie si estinsero o furono costrette a migrare dall’eccezionale capacità di adattamento degli umani ai diversi ambienti naturali.

Comunque, la caratteristica più rimarchevole che differenzia l’homo sapiens dagli altri animali, è il suo potente intelletto, che deriva da un cervello altamente evoluto. Questa caratteristica ha permesso all’uomo di moltiplicare i risultati del suo lavoro, con strumenti e macchine, in modo da creare ecosistemi artificiali per se stesso e per la propria prole, comodi e sicuri, e da eliminare l’incertezza e i pericoli del mondo primitivo. Oggi, la maggioranza della popolazione al mondo vive in contesti ampiamente prevedibili, in situazioni sotto controllo che includono riparo, cibo, vestiario, salute e sicurezza, in misura di solito direttamente proporzionale alla posizione sociale. Queste condizioni permettono all’uomo di trascurare le sue qualità naturali e di dedicarsi alla conquista del pianeta.

Per molti questa è una condizione ideale, perché non devono affrontare i pericoli e quelle incertezze del mondo selvaggio che potrebbero costare loro la vita. A ogni modo la civiltà si è evoluta solo nelle ultime poche migliaia di anni, e questo tempo è nulla se pensiamo all’intero periodo di evoluzione. Tutte quelle qualità fisiche e sensoriali che ci hanno portato a successi importanti in fatto di sopravvivenza e riproduzione non sono state eliminate dal nostro genoma; sono ancora “ibernate” dentro di noi. Per alcuni queste qualità sono nascoste nel sonno profondo della nostra vita moderna, addomesticate, sperano. Per altri, queste qualità sono emergenti e vogliono essere espresse, tramite corpo e mente. Come nell’immortale libro di Jack London, è come se la wilderness stesse chiamando qualcuno di noi, invitandolo a ritornare a ciò che eravamo o a ciò per cui eravamo destinati nel nostro lungo viaggio evolutivo.

Gli sport d’avventura
Al giorno presente, il modo più diffuso per poter manifestare questa spinta ancestrale sta in una serie di attività sportive, generalmente note come sport di avventura, ben definite dal Ministero brasiliano dello Sport (Risoluzione 18 del 9 aprile 2007): “una serie di sport formali e informali, a contatto con la natura in condizioni di incertezza e di rischio calcolato, che portano a sensazioni ed emozioni. Si praticano in terreno naturale (aria, acqua, neve, ghiaccio e terra) come mezzo per testare i limiti umani nel fronteggiare le sfide poste da quegli ambienti. Sono legati alla sostenibilità socio-ambientale e possono essere praticati per educazione, ricreazione e propositi di performance, con conoscenze ed equipaggiamento specifici”. La stessa Risoluzione offre una definizione pertinente di “sport estremi” che si svolgono in ambienti controllati che possono essere artificiali (per es. skateboarding, motocross, bungee jumping). Per essi, sono ugualmente valide le osservazioni e considerazioni a seguire.

Prima di procedere oltre, analizziamo alcuni aspetti della definizione sopra riportata che tratteggiano molto bene le motivazioni di surfer, subacquei, scalatori, canoisti, hang-gliders, B.A.S.E. jumpers, ecc. Dopo analizzeremo come tutto ciò possa essere equivocato, o disturbato da quelli che hanno una vita “regolare”, con tutte le complicazioni sociali e legali che ne nascono e che limitano la libera pratica degli sport d’avventura nel nostro paese.

Cominciamo con distinguere che noi abbiamo a che fare sia con sport formali che informali. Anche se la maggior parte di questi sport offre formali competizioni con regole specifiche e sistemi di graduatoria che dicono chi vince e chi perde, in effetti la maggioranza li pratica in modo spontaneo. Così, un gruppo di amici va ad arrampicare nel weekend, o a fare surf o immersioni, senza curarsi di regole, di cronometrare i tempi o di fare classifiche. E senza dover giustificarsi di fronte a nessuno. Come detto nella definizione, la loro unica preoccupazione è di stare insieme in un contesto naturale. In molti casi, c’è anche attenzione alla performance individuale, quando un atleta vuole capire se sta migliorando o no, in modo da poter affrontare quella sfida che l’ambiente naturale gli pone. Potrebbe sembrare ozioso parlare di queste cose, ma è vero che l’assenza di regole fisse e scritte imbarazza molta gente. Costoro periodicamente cercano di imporre delle regole, creando serie conseguenza all’esistenza stessa di questo genere di attività, come vedremo dopo. Qualche volta la libertà può sembrare incomprensibile.

Piedra Riscada, Brasile
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La definizione precisa che gli sport d’avventura sono praticati nella natura dell’aria, dell’acqua, della terra, della neve e del ghiaccio. Anche questo potrebbe sembrare ovvio, ma è importante sapere di che genere di natura stiamo parlando. I parchi urbani, i giardini, gli spiazzi esistono per soddisfare quell’intimo amore per piante e animali che conserviamo anche nel modo di vita più controllato, senza identificabili rischi per la nostra incolumità. Negli annunci pubblicitari, dove il consumatore è invitato a comprare il suo “posto in paradiso”, le foto sempre mostrano alberi bellissimi sullo sfondo, con farfalle e uccellini che svolazzano colorati attorno a famiglie sorridenti tra i fiori. Qualcuno desidera qualcosa di più e si affida a guide professionali per farsi portare a “una natura più naturale”, in mezzo a sentieri ben segnalati o in qualche altra attività outdoor del tutto prevedibile. Questi sono gli eco-turisti, che ricadono in uno dei settori del turismo a più rapida crescita degli ultimi tempi. Il livello dopo è dedicato ai praticanti lo sport d’avventura che amano invece ingaggiarsi in aree del tutto naturali. In certo qual modo questi vogliono tornare alle condizioni primitive, mondo dal quale tutti proveniamo, dando espressione libera a questa parte della nostra eredità biochimica. Dato che non dobbiamo più affrontare orsi o tigri dai denti aguzzi, dato che possiamo comprarci da mangiare nei negozi, come pure attrezzatura e vestiario, la sfida moderna assume le forme di onde oceaniche giganti, pareti verticali di roccia, grotte strette e profonde o acque turbolente.

Questo ci porta al concetto più importante della nostra Risoluzione 18/2007: “in condizioni di incertezza e di rischio calcolato (…) come mezzo per testare i limiti umani nel fronteggiare le sfide poste da quegli ambienti”. La parola “avventura” assume l’accettazione di incertezza e rischio. Se non c’è incertezza né rischio, non c’è avventura. Un’attività prevedibile non può essere classificata “avventurosa”, e non c’è avventura senza un certo gradi di incertezza e di rischio. Anche poco, ma rischio deve esserci. I dizionari sostengono questa percezione quando definiscono l’avventura come “impegno (a risultato incerto) che comporta rischio, pericolo”.

Quindi, per gli avventurosi, l’esigenza di risultati prevedibili distorce il proposito dell’attività, mentre l’eliminazione di tutti i rischi cancella l’attività stessa. Emozioni, anche molto forti, possono essere provate nei luna-park, ma non si può parlare in questi casi di avventura, nella totale assenza di rischio (con l’unica eccezione di una manutenzione insufficiente o superficiale). Il cosiddetto “turismo d’avventura” merita il nome quando, a dispetto delle precauzioni prese dagli operatori, non si può eliminare completamente rischio e incertezza del risultato. Una volta ancora, la soppressione di rischio e incertezza nullifica l’attività in se stessa.

Minacce legali per gli sport d’avventura
Molti non possono capire le motivazioni che portano altri a praticare sport che possono recare molte privazioni, come fame, disidratazione, caldo o freddo estremi, significativi danni alla propria mobilità, anche morte. Aggettivi come “pazzi”, suicidi”, “masochisti” e “scriteriati” sono indirizzati verso coloro che s’ingaggiano in attività avventurose, che li ascoltano con un misto di tolleranza e di orgoglio. Tolleranza perché i critici sono così distanti dalla loro natura interiore che in effetti non possono afferrare il significato di una vita che non sia immersa in comodità, beni e tecnologie. E orgoglio per sentire di essere stati capaci di essersi provati in attività che hanno portato loro piacere e riconoscimento. Il comune cittadino percepisce queste attività come inutili, perciò è difficile capirlo quando si vede che il suo fine è accumulare beni, servizi e comodità, pensando che tutti dovrebbero fare così.

E’ solo una divergenza di opinioni. Il problema arriva quando la gente comincia a creare restrizioni alla pratica di sport d’avventura con la giustificazione che sono “pericolosi” (anche se lo sono). A causa dei pericoli connessi, ecco sorgere una grande quantità di artifici legali e sociali per restringere o inquadrare questi sport, talvolta in modo indiretto. Artifici che non hanno speranza di salvare la gente da se stessa.

Olivia Hsu, Brasile
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Il più comune di questi artifici è il proposito di norme legali e irrazionali che tentano di “ingessare” queste attività. Come se potessero costringere queste attività in una stretta giacca di norme scritte, dimenticando che si tratta di esigenze interiori di libertà ispirata e avventura. Qualche volta queste norme non hanno senso e sono impossibili da applicare e, se approvate, distruggerebbero quelle attività che cercano di regolamentare. Questi progetti per lo più sono rivolti alle imprese commerciali e quindi più dirette al turismo d’avventura che non agli sport d’avventura. Comunque, per via della non precisa esposizione delle norme, queste ricadono sugli appassionati, che non saranno mai capaci di obbedire a tutte quelle norme senza senso: con il risultato o di far abbandonare l’attività o di praticarla illegalmente, data l’impossibilità di gestire l’applicazione delle regole.

Focalizziamoci ora sul “montanhismo” (termine usato in Brasile per indicare arrampicata ed escursione in montagna), con il quale ho più familiarità, dato che l’ho praticato per almeno quattro decadi. Improvvisamente sentimmo che i politici stavano cercando di far approvare norme che imponessero ai climber l’uso dei guanti, una corda di riserva e una persona che stesse alla base della parte a osservare i progressi della cordata. Un politico dello Stato di Rio de Janeiro tentò un’altra regola che voleva definire, tra l’altro, perfino il colore del casco degli arrampicatori. A prescindere dalle buone intenzioni del promotore, queste proposte mostrano grande povertà di comprensione delle attività d’avventura e delle motivazioni, e a volte impediscono fisicamente l’attività stessa (come nel caso dei guanti per l’arrampicata su roccia: un’idea che probabilmente gli è venuta guardando qualche film di salita su ghiaccio, dove i guanti sono una necessità).

Queste regole ossessivamente tendono anche a certificazioni o accrediti formali, come se queste da sole potessero garantire la qualità degli operatori commerciali. In più, non tengono conto della differenza tra operatori commerciali e “amatori” (sia quelli indipendenti sia quelli membri di club e associazioni), i quali sono i soli a eventualmente poter pensare a norme ragionevoli e funzionali. Questo tentativo di burocratizzare attività i cui praticanti, curiosamente, cercano proprio la libertà dalla vita urbana e conformista, genera un modo lucroso di sostenere il mercato delle agenzie abilitate alle certificazioni; è come porre la spada di Damocle sulla testa degli operatori del turismo d’avventura (e per estensione anche sulla testa dei praticanti gli sport d’avventura). In caso di incidente i praticanti che non avessero neppure una tessera o un timbro avrebbero delle aggravanti.

Al contrario, una persona meno competente o esperta potrebbe essersi dotata di tessera, magari semplicemente comprandola, e solo per questo potrebbe essere difesa da una norma legale assurda, fatta solo per restringere la libertà o incoraggiare la trasgressione.

A dispetto delle pressioni, fortunatamente un’attenta riflessione e lobby di altri politici sono state in grado di fermare molte di queste proposte, sbagliate o male informate (anch’esse risultato di altre lobby). A Rio de Janeiro, i membri del Congresso Miro Teixeira e Átila Nunes ritirarono le loro proposte dopo essere stati convinti degli esiti indesiderabili e disastrosi che esse avrebbero comportato. Il parlamentare Carlos Minc, ex ministro dell’Ambiente, ha abbracciato la causa della libertà per gli sport d’avventura. Il suo intervento è stato decisivo per influenzare i politici coinvolti nelle proposte sopra elencate, semplicemente spiegando loro alcuni concetti base.

Per dare un esempio a livello nazionale, l’ultra-restrittiva norma PL 5609/05, compilata dal parlamentare Capitão Wayne aveva a che fare con gli aspetti commerciali degli sport estremi e d’avventura, e avrebbe avuto un forte impatto per i praticanti “amatori”, se approvata. Il parlamentare José Otávio Germano fu nominato relatore, e molto sensatamente disse: “Questo tipo di normalizzazione sembra un’indebita interferenza del Governo nelle relazioni tra gli appassionati sportivi, senza connessione né con un servizio pubblico né con coloro che vogliono acquistare i servizi. Non è compito del Governo interferire in queste relazioni. Se qualcuno vuole ingaggiarsi in attività che comportano qualche rischio, dovrebbe essere libero di farlo. La libertà è un diritto costituzionale”.

Questa guerra si combatte caso per caso. Una comunità che vigili e sia d’appoggio su questi temi è la chiave per prevenire l’approvazione di quel tipo di norme. Le leggi, se approvate, sono più difficili da correggere e per qualche magistrato potrebbero essere lo strumento per punire doppiamente coloro che hanno già vissuto l’esperienza traumatica o anche perso un amico nell’incidente. A dispetto del fatto che queste attività danno grandi soddisfazioni ed emozioni a molti, c’è gente che ha bisogno di trovare qualcuno (individuo od organizzazione) da condannare per la perdita di un beneamato (marito, figlio, fratello, amico). Vogliono qualche sollievo per aver perso qualcuno che è morto in un incidente causato da un fenomeno naturale, prevedibile o imprevedibile, o da un errore tecnico, o dall’uso scorretto di uno strumento o ancora dall’erroneo giudizio sull’idoneità della vittima a quell’impresa.

In modo sempre più frequente e duro, ci sono quelli che cercano una compensazione economica al verificarsi di un incidente serio. Per lo più la pretesa è rivolta al Governo, ma può anche essere nei confronti di un membro del gruppo della vittima, dell’associazione di cui questo faceva parte e perfino del proprietario del terreno sul quale è avvenuto l’incidente (anche se detto proprietario nulla ha a che fare con l’incidente: solo per il fatto che ha “permesso” che si svolgesse quell’attività sul suolo di sua proprietà).

La compensazione può essere richiesta anche a tutti assieme questi “attori”. Chi richiede può farlo per una sua convinzione ma anche perché un avvocato gli si offre. Il fatto è che talvolta la famiglia della vittima è in cerca di qualche sollievo, di un modo per onorarla, anche con una compensazione economica.

In questo contesto, sia le organizzazioni che gli appassionati stessi sono soggetti a un rischio ancora più grande che l’incidente stesso: potrebbero essere accusati ingiustamente di essere responsabili della perdita della vittima, probabilmente amata sia dai parenti che dai compagni.

Il sistema legale brasiliano appartiene al diritto romano-germanico, e così si suppone che lo Stato sia responsabile della legiferazione e dell’aiuto ai propri cittadini. Questo fornisce grandi spazi di manovra per questa “corsa alla norma”, mentre si fatica il doppio a pensare a una fondazione più favorevole al concetto di “libero volere”. Questo concetto è ben presente nei paesi anglo-sassoni, dove si è liberi di scegliere qualunque hobby, basta che le conseguenze di questa scelta non coinvolgano altri.

Il problema è anche più critico quando si ha a che fare con minori. La legislazione brasiliana, con il suo spirito iper-protettivo, crea un muro di pietra di fronte allo sviluppo giovanile e al potenziale che hanno questi sport e la ricreazione outdoor, sia per i più piccoli che per gli adolescenti. Se si legge con attenzione tutta la dottrina legale, a nessuno sotto i 18 anni sarebbe permesso di affrontare attività rischiose, anche se queste sono state autorizzate dai genitori o perfino si svolgano in loro compagnia.

Dal mio punto di vista, ciò sembra essere un’inappropriata interferenza di Stato nei rapporti familiari. In più, se si osservano rigidamente le leggi, si hanno risultati anche più negativi di ciò che si voleva evitare: cercherò di dimostrare con un esempio quello che sto dicendo. Io ho cominciato ad arrampicare a 14 anni con il Centro Excursionista Petropolitano, una vecchia associazione di Petrópolis (Rio de Janeiro). A 15 anni, feci un altro corso con il Centro Excursionista Brasileiro, il più antico club di arrampicata dell’America latina, fondato nel 1919, ancora oggi operativo a Rio de Janeiro. Mio padre era morto, così fu mia madre a firmare un’autorizzazione in entrambi i casi. Così io posso attestare che dedicare gli anni dell’adolescenza all’escursione e all’arrampicata (a 17 anni ero tra i top brasiliani dell’epoca), con qualche puntata anche di surf e di immersioni subacquee tanto per non essere monotematico, fu la chiave della mia evoluzione personale. Praticando queste attività, fui in grado di sviluppare fiducia in me stesso, coraggio, spirito di gruppo, giudizio e capacità di decisioni sotto pressione, ecc. Per non menzionare il profondo rispetto e l’ammirazione per il mondo naturale che quell’esperienza nella wilderness, lontana dalla scenografia dei parchi urbani, risvegliò in me, indirizzandomi a una vita intera di immersione nella natura, cui mi sento di dover molto.

L’educazione all’outdoor è diventata progressivamente sempre più importante negli Stati Uniti e in Europa in generale, e non sto parlando di semplici uscite all’aperto. Le esperienze di questo tipo sono viste come componente essenziale allo sviluppo del giovane, e comprendono escursionismo, alpinismo, kayaking, rafting e altre. Il governo americano ha anche programmi specifici dedicati ai giovani e alla loro riabilitazione al rischio, che usano l’arrampicata su roccia per diffondere alcune delle qualità sopra menzionate. In Brasile ciò sarebbe proibito, stando alla legge, anche se queste attività si svolgessero in presenza dei genitori.

Evidentemente gli incidenti possono capitare sia ai giovani che agli adulti. Ma privare l’adolescenza di milioni di giovani delle opportunità di crescita offerte dal contatto con la natura, a causa di una limitata possibilità di sventure, è il baratto di troppo con troppo poco. Lo prova il fatto che questa norma non è osservata per nulla. Ma in ogni caso è una minaccia per quei genitori e insegnanti che ci provano a dare ai ragazzi qualcosa di più che ecosistemi artificiali fatti apposta per la comodità e la sicurezza, ivi compresi anche i parchi civici.

Arrampicata in Brasile
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Ogni giorno succedono terrificanti incidenti stradali in tutto il mondo, in molti dei quali sono coinvolti adolescenti e bambini. Anche da pedoni si corrono dei rischi. A dispetto di questo, nessuno ha mai proibito ai minori di salire su un’auto o camminare per strada, senza per di più la supervisione di adulti. Perché? Perché le statistiche ci mostrano i grandi vantaggi presenti nel lasciare i giovani formarsi anche su una strada piuttosto che stando chiusi in casa fino alla maggiore età, lontani da ogni danno fisico (a eccezione di violenze o incidenti domestici, cose anche queste assai comuni). Quindi, a me sembra che estendere questa considerazione anche al mondo naturale e selvaggio sia cosa valida. I genitori possono accompagnare i figli, ma dopo una certa età questo non è più necessario. La sola spiegazione possibile di questa differenza di trattamento presente nella legislazione è l’enorme fossato che si è scavato tra la moderna vita urbana e le nostre radici ancestrali.

E’ evidente comunque che tutti gli incidenti seri in attività d’avventura dovrebbero essere indagati con attenzione, per almeno due ragioni. Primo, perché capire come l’incidente è successo può portare a nuove procedure o avvertenze per minimizzare in futuro casi del genere. Secondo, perché attitudini criminali e grossolana negligenza possono in ogni caso verificarsi, e nessuno deve essere al di sopra della legge. Poi ancora ci sono leggi che regolano queste evenienze. In effetti, il Consumer Protection Act regola con mano severa il turismo d’avventura e il servizio di accompagnamento con guida. Comunque l’approccio che si ha per il turismo d’avventura non può essere valido per un gruppo di amici o membri di un club che si mettono in attività avventurose. In pratica, questo vorrebbe dire impedire queste attività o spingere alla loro pratica clandestina. Sono entrambe situazioni indesiderabili, dove i praticanti sarebbero soggetti a immeritate sanzioni.

Restrizioni d’accesso
Un’ultima e significativa minaccia agli sport d’avventura è la restrizione d’accesso alle aree selvagge, là dove emessa per paura di azioni criminali o danni. Questa tendenza fu dapprima propria di aree protette e pubbliche, come i Parchi, ma poi si è allargata alle aree private, sia pure con minore estensione. Queste restrizioni arrivano in varie forme: 1) con la richiesta di certificati scoraggianti se non inottenibili per la maggior parte degli amatori; 2) con l’obbligo di affidarsi a guida competente per poter visitare parchi (in questo caso ci sono anche motivi ambientali che giustificano questa richiesta); 3) l’accesso ad aree specifiche è semplicemente precluso per le attività d’avventura.

Queste restrizioni sono particolarmente ingiuste se si pensa che in passato furono proprio gli appassionati ad avere coscienza dei valori dell’ambiente e quindi a perorare la creazione di molte di queste aree protette, sia con iniziative dirette sia sostenendo movimenti di opinione a favore di zone montuose, foreste o laghi. Dopo aver lottato per la creazione del parco ci si può sentire davvero frustrati di fronte all’asserzione che chiunque può essere un potenziale distruttore dell’ambiente, senza possibilità di poter dimostrare il contrario. Ciò può generare una deprecabile ma ben comprensibile riluttanza a volere altri parchi, perché semplicemente anche quelle zone diventerebbero inaccessibili.

Abbiamo già parlato dei certificati. In realtà questi non garantiscono né capacità più raffinate, né comportamenti migliori in situazioni pericolose. Molti dei più famosi alpinisti brasiliani non si sono mai impegnati in questi programmi di certificazione, mentre ad altri che, pagando, si sono iscritti ai corsi è stato rilasciato un accredito formale che non serve a nulla di fronte a una situazione pericolosa. Nei parchi americani o europei nessuno deve esibire certificati, e neppure occorre essere soci di qualche club o federazione per andare a camminare, sciare o arrampicare. Ciascuno è cosciente dei pericoli insiti nella wilderness e quindi è responsabile per se stesso.

L’idea di richiedere ai visitatori di pagare una guida per la visita a parchi privati e pubblici nacque, in un’occasione assai specifica, nel parco nazionale di Chapada dos Veadeiros, vicino a Brasilia. Il fine era di bilanciare il numero degli addetti nei confronti dei visitatori. Non c’erano abbastanza impiegati. Questa motivazione, sebbene mal gestita, può essere comprensibile date le circostanze. Comunque, siccome era una soluzione pacchetto per adempiere a uno degli scopi del parco (fare in modo che il parco venisse visitato), i manager degli altri parchi del Brasile la adottarono pedissequamente. Subappaltarono alle guide il compito, e la responsabilità, di gestire i visitatori, inventandosi delle credenziali a prescindere dall’esperienza e dalle capacità delle cosiddette “guide”. Queste potevano accompagnare gruppi di una mezza dozzina di persone, trascurando perciò gli appassionati con maggiore esperienza.

Nota. La legge n. 9985/2000 stabilì il Sistema Nazionale delle Aree Protette (SNUC in portoghese) che esplicitamente dice che due delle funzioni dei parchi nazionali, e quindi per estensione delle altre zone protette, sono la ricreazione e l’ecoturismo.

Al Parco di Chapada dos Veadeiros l’invenzione si mangiò l’inventore. Per molti anni l’amministrazione del parco fu ostaggio dell’associazione locale di guide, che lavoravano quando e come gli aggradava. Sia che i visitatori fossero brasiliani o stranieri erano trattati dalle guide a seconda dell’umore del momento. Meno male che erano guide certificate…

Spesso il direttore era costretto ad andare a inseguire le guide una per una per cercare di accontentare gruppi di turisti che aspettavano impazienti alle porte del parco, magari dopo aver fatto un lungo viaggio per arrivare fin là. Un altro risultato fu che gli escursionisti esperti misero una croce su quel parco. Non era piacevole dover pagare anche belle somme alle guide locali, pregandole per di più. E per essere accompagnati su due o tre escursioni, sempre quelle, e di certo ben al di sotto dei loro interessi e capacità.

Fortunatamente, l’ICMBio, l’agenzia federale che gestisce quell’area, recentemente ha cambiato rotta. Fu una lotta con le guide locali per fare che il turista si riappropriasse del parco. Ora la gente può scegliere se prenotare una guida e, anche se il parco incoraggia questa soluzione, non è più obbligatorio. Una volta crollato questo feudo, anche altre aree in Brasile seguirono l’esempio. I servizi di accompagnamento guida sono ancora disponibili per chi vuole o ne ha bisogno, ma è permesso esplorare la wilderness con i propri mezzi, a patto di seguire le regole ambientali.

L’ultima restrizione alla libertà di praticare sport d’avventura e turismo è la più radicale. La chiusura “periodica” dell’accesso. Nello Stato di Espirito Santo, l’arrampicata è stata bandita per anni nei parchi nazionali, solo perché qualcuno aveva pensato che fosse un’attività pericolosa (e lo è) e non bisognava averci a che fare. Anche se ci sono altri parchi nazionali che dimostrano più flessibilità e concedono più libertà, e a dispetto delle promesse di revisione, questa brutta norma è ancora valida e colpisce tutta una classe di potenziali visitatori. Il diritto al rischio è arbitrariamente, unilateralmente soppresso con norme legali molto discutibili, trascurando perciò ogni vantaggio fisico e spirituale di cui i visitatori potrebbero beneficiare. Anche se il locale club di arrampicatori sta ancora negoziando, i progressi della trattativa sono lenti.

Conclusione
I tentativi storici di soggiogare gli impulsi di base dell’uomo sono falliti, avendo creato più problemi di quelli che intendevano risolvere. Con il Proibizionismo negli USA (1919-1933), bande violente si combattevano per il controllo della vendita clandestina degli alcolici, magari prodotti negli scantinati di rispettabilissimi cittadini. Proprio come l’alcol, anche le droghe portano qualcuno all’irresistibile impulso ancestrale di trascendere la realtà. L’odierna repressione in fatto di droga (la “guerra alla droga”) ha spinto alla formazione di altre gang ben più violente (i “cartelli”) per gestire un giro di miliardi di dollari. Tutte quelle strategie proibizioniste hanno fallito e servono solo a generare più violenza, più corruzione e a cacciare in galera migliaia di cittadini, altrimenti rispettabili, solo perché sono stati sorpresi in possesso di modeste quantità di sostanze varie e solo per uso personale. In evidenza di assenza di pericolo per altri. Oggi, alle Nazioni Unite, si è dibattuto su queste “guerre alla droga”, ma non si arriva a prendere decisioni valide proprio per la fortissima opposizione degli USA, guarda caso il paese che ha il più forte consumo di droga. La Chiesa cattolica s’inventò il celibato per poter reprimere uno dei più forti istinti dell’uomo: il sesso. Il grado di successo fu ed è minimo, è abbastanza comune vedere preti che trasgrediscono. In Brasile, al tempo coloniale, gli stranieri erano esterrefatti dal comportamento dissoluto di vescovi e alti prelati, sebbene a questo i nativi non facessero caso più di tanto. E, ancor peggio, in molti casi, la repressione ha portato ad atrocità perverse, come la pedofilia, diffusa in tutto il mondo, anche se la Chiesa si è sempre adoperata per reprimerla.

Per riassumere, gli amanti dello sport d’avventura stanno solo chiedendo il diritto di soddisfare un’esigenza che tutti ci portiamo dietro da tempo, poter praticare attività che loro sanno benissimo essere pericolose, poco o tanto. Nel farlo, sono coscienti di assumersi le conseguenze della loro scelta senza richiedere a nessuno (individui o istituzioni) quell’aiuto che in effetti non è doveroso. Questo è un obiettivo, né pretenzioso né ingiustificato.

2 febbraio 2014

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L’avanzata dell’eliski

Dopo la valutazione di incidenza positiva per l’eliski per l’Alta Valsesia arriva quella per la valle Anzasca (Macugnaga) e limitrofe e arriverà a breve anche quella per la val Formazza.
di Marco Tosi

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Vi invito, se ne avete la voglia ed il tempo, a leggere il contenuto della Valutazione di incidenza per capire quanta pochezza di cultura civica ed ambientale, quanta arretratezza culturale, quante stridenti contraddizioni, quanto asservimento alla politica c’è nelle nostre istituzioni perchè la Regione Piemonte, il cui dirigente ha determinato giudizio positivo di valutazione d’Incidenza, è un’istituzione.
Nella sostanza dopo un bel discorsetto preliminare sull’importanza della tutela delle ZPS (zone a protezione speciale), dei SIC (siti di interesse comunitario) e della Rete Natura 2000 (cito dall’allegato: “un’area caratterizzata da ambiente alto-alpino con ghiacciai, nevai, morene, praterie di alta quota, pareti rocciose e detriti cristallini; risultano ben rappresentati anche gli ambienti di landa, gli arbusteti di salice d’altitudine e di vegetazione dei ghiaioni silicei. Sotto il profilo faunistico, la ZPS riveste una notevole importanza in quanto sito riproduttivo per numerosi uccelli del bioma alpino, tra le quali specie in Allegato I della Direttiva 09/147/CE, compresi i galliformi alpini di ambiente aperto e forestale”), la Regione Piemonte concede la bellezza di 20 voli giornalieri (A/R) nel periodo 15 dicembre/fine febbraio e “solo” 15 voli giornalieri nel periodo 1 marzo/30 aprile, in 36 (TRENTASEI) località sul territorio del comune di Macugnaga.
Cavoli, non pensavo neanche ci fossero così tante possibilità di discese con gli sci in comune di Macugnaga!
La cosa straordinaria è che tutte queste località interessate, tutte queste rotte di volo, tutte queste piazzole di atterraggio, tutto questo rumore di pale, non andrà in alcun modo, a detta del dirigente regionale, a disturbare le specie protette e a rischio d’estinzione.
Quasi quasi nelle prossime gite mi porterò un fucile così, nella remota eventualità in cui dovessi incontrare un rapace o un tetraoinide, gli sparerò per lenirne l’agonia e la sofferenza! Per finire voglio dirvi che di tutta questa faccenda la cosa che più mi rammarica e stupisce non sono l’arretratezza e la caparbietà di certe amministrazioni comunali che credono di fare, e forse fanno, i loro interessi economici, ma l’indifferenza assoluta, Legambiente a parte, del popolo di frequentatori della montagna e del CAI in primis che, per vocazione, intenti, finalità e statuto dovrebbe ergersi a difensore di tali territori.
Nella sostanza noi, del movimento No Eliski, abbiamo “perso” su tutti i fronti.
Marco Tosi

P.S. Vi giro le righe graffianti, precise e puntuali del comunicato stampa di Amelia Alberti, presidente del Circolo del Sole di Legambiente:

AI SIGG. GIORNALISTI: Senza nessun rispetto per la sacralità delle aree di interesse comunitario di tutela della biodiversità e per le obiezioni del mondo ambientalista e di alcune realtà imprenditoriali locali, la Regione Piemonte ha concesso che nel comprensorio di Macugnaga si organizzino in modo sistematico attività di eliski. Attività che, per loro natura, devono effettuarsi proprio nei periodi di maggior difficoltà delle specie animali incluse nelle liste di rischio di estinzione, in particolare: aquila reale, picchio nero, gallo forcello, coturnice e pernice bianca. La richiesta era stata presentata alla Regione dal Comune di Macugnaga e lo studio di valutazione d’incidenza era stato finanziato dalla società di voli direttamente interessata al buon esito della domanda, in una comunanza d’intenti che lascia perplessi sull’obiettività dei dati scientifici e sulla severità dei successivi controlli. Sappiamo che pesante è stata la pressione dei partiti politici al governo in Regione, e ormai rovinosamente al capolinea, in particolare della Lega Nord, affinché venisse concesso agli operatori turistici di Macugnaga di sfruttare le peculiarità naturalistiche del Rosa a fini meramente venali, senza alcun riguardo per i valori di biodiversità che ci impegnano verso le generazioni future, e per un tipo di turismo di leggero impatto, che guardi ai fruitori, sempre più numerosi, alla ricerca di zone incontaminate. La mancanza di orizzonti culturali condannerà questo territorio ad un’arretratezza che una manciata di euro non basterà a salvare“.
Amelia Alberti, presidente IL CENTRO DEL SOLE.
Circolo di Legambiente Associazione onlus di volontariato Via Vittorio Veneto 135, 28922 Verbania
www.legambienteverbano.com
tel 0323 586528 cell 335 5457273.
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La colonizzazione della montagna continua

Il CAI sezione di Cantù ha indetto un concorso per ideare il nuovo bivacco del CAI Cantù in località Hochjoch (Giogo Alto) sull’Ortles, a quota 3535 m. La nuova costruzione sostituirebbe quella attuale, vecchia di 42 anni.

La struttura chiamata Bivacco Città di Cantù si trova in località Giogo Alto, la selvaggia sella glaciale fra il Monte Zebrù e l’Ortles, circa 350 metri sotto la vetta di quest’ultimo. Il luogo è magnifico, in ambiente grandioso d’alta montagna.

Non è con particolare piacere che levo la mia voce discorde. Gli anni ’50, ’60 e anche ’70 sono stati particolarmente prolifici di bivacchi fissi, a memoria di scomparsi. Mi è dunque fastidioso esporre le mie ragioni, perché so di andare contro al sentimento comune, quello di associare una persona cara e in genere caduta in montagna a una costruzione, a sua “imperitura” memoria.

La mia discordanza è anche fastidiosa perché contesta la mentalità colonizzatrice della montagna che ha imperato per tutto questo tempo in Italia e presso le sezioni del CAI.

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Il Bivacco Città di Cantù fu eretto nel 1972 sui ruderi della Hochjoch Huette, a sua volta costruita nel 1901 e poi distrutta durante la Grande Guerra. E’ ricoperto in lamiera, di colore arancio, ha 9 posti ed è sempre aperto come ricovero di emergenza. Probabilmente 42 anni lo hanno duramente provato, forse non è più in grado di svolgere il suo compito. Non lo so.

Guardo alla motivazione della presidente, Marika Novati: «Abbiamo indetto il concorso in collaborazione con la Fondazione dell’Ordine degli Ingegneri di Como. Si tratta quindi di un Bando-Concorso vero e proprio, con assegnazione di un premio al vincitore, per la realizzazione di un bivacco bello nuovo. Ci sembra tra l’altro un’idea molto stimolante e vincente, soprattutto perché permette ai giovani progettisti di cimentarsi in una progettualità migliore».

Se davvero avessimo a cuore la “progettualità migliore” ci si cimenterebbe in esercizi assai diversi. Capisco che un architetto o un ingegnere in questa idea possano metterci il cuore, ma davvero non abbiamo alternative?

Perché non restaurare una vecchia baita, una chiesetta? Perché non riattare un vecchio sentiero abbandonato? Perché non esprimersi controllando, per esempio, che il corso di un torrente non sia stato cementificato e canalizzato alla faccia di tutte le burocratiche valutazioni d’impatto ambientale?

Forse che a questi oggetti trascurati non si può associare il nome CAI Cantù o altro?

ColonizzazioneMontagna-775925_resizeIl bivacco fisso Città di Cantù

No, sembra proprio che non possiamo fare a meno di riaffermare il dominio dell’uomo sulla montagna, di competere con la natura tramite la bellezza di un progetto: evidentemente il nuovo bivacco Gervasutti sotto alle Grandes Jorasses è piaciuto a tanti… la colonizzazione deve continuare!

ColonizzazioneMontagna-Bivacco-Gervasutti-Grandes-Jorasses-IMG_5463Il nuovo bivacco fisso Giusto Gervasutti, sotto alla parete est delle Grandes Jorasses

Non c’è alcuna necessità di smantellare. Il Giogo Alto potrebbe riacquistare la sua grandiosità e selvaggia solitudine anche se noi lasciassimo lì, alle intemperie, la testimonianza di un passato in cui la nuova leva alpinistica non crede più.

Lasciatemi dire che con questo concorso il CAI Cantù è completamente fuori dal tempo. E non è certo solo ad aver perso l’occasione di essere tra i primi sodalizi a mettere in pratica i principi del nuovo corso.

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La Baviera ha detto NO alle Olimpiadi invernali del 2022.

Il 10 novembre 2013 i cittadini della Baviera, chiamati al voto su specifico referendum, hanno bocciato la proposta di tenere le Olimpiadi invernali del 2022 nel Land.

Con percentuali che variano dal 52 al 60% il voto è stato omogeneo, anche nelle valli alpine più direttamente interessate.

Questa notizia è di enorme importanza, uno spiraglio di luce nel generale appiattimento degli interessi e delle convinzioni. Dobbiamo questo risultato del buon senso, verso una possibile de-crescita, al comitato promotore NOlympia che evidentemente ha saputo persuadere con efficienza, criticando apertamente gli alti costi dell’avvenimento, denunciando l’insostenibilità di così grandi sprechi, nonché i danni sicuramente inferti all’ambiente naturale, il tutto in un contesto in cui a fare da padroni sarebbero stati solo gli sponsor padroni del CIO.

Ad alcune convinzioni di Nolympia è stato dato il giusto spazio mediatico, il risultato ha confermato che la gente con il suo voto non ha dato un segnale contro lo sport, ma contro la mancanza di trasparenza e l’avidità di profitto del Comitato Olimpico Internazionale.

“Non sono i luoghi che devono adattarsi al CIO, ma il contrario”.

E in Italia? In Italia si sta proponendo la candidatura di Cortina d’Ampezzo. Quando in Germania sono preoccupati della trasparenza e degli sprechi, noi cosa dovremmo fare?

Non è così generale la convinzione che Bormio 2005 e Torino 2006 siano stati un disastro e un fallimento: dunque aspettiamoci il peggio senza smettere di reagire. La Baviera può esserci d’esempio.

Baviera-garmisch-partenkirchen-bayerische-zugspitzbahn16-Baviera-garmisch-partenkirchen                      Sciare a Garmisch-Partenkirchen, Baviera