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L’altro Sestrière

L’altro Sestrière

“Stia attenta a mettere le mani in quell’acqua, signorina!”. Questo fu l’avvertimento di un addetto comunale quando l’agronoma Elisabetta Panina si accingeva ai suoi prelievi. Non eravamo sulle spiagge dell’Adriatico e neppure in riva a qualche fiume superinquinato della campagna milanese: bensì sulle sponde di un ruscello di montagna, il Chisonetto, ormai ridotto a fogna a cielo aperto dagli scarichi non depurati di una grande stazione turistica invernale: Sestrière.

Sestrière: quando una località, per molti evidenti motivi, non è fotogenica…
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… la si fotografa di notte!
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Non avrebbe dovuto essere una sorpresa. Nel 1990, quando l’associazione ambientalista Mountain Wilderness e il settimanale L’Espresso idearono il progetto Aquila Verde, si sapevano già le condizioni preoccupanti in cui versavano i principali centri turistici alpini: ma i tecnici di Aquila Verde si trovarono di fronte a spettacoli proprio sconfortanti. Dopo aver analizzato aria, acque di scarico, acque potabili e neve, i risultati furono tali da poter paragonare la qualità ambientale della montagna a quella di grandi centri cittadini.

L’idea nacque quasi per caso, chiacchierando con Chiara Beria di Argentine, caporedattrice a Milano de L’Espresso. In fretta furono trovate due aziende desiderose di finanziare progetti utili all’ambiente: la So.Ra.Ro. operava a livello nazionale nel settore dello smaltimento rifiuti ed il Centro Ricerche Chimiche era un affidabile laboratorio di analisi. Furono fatti prelievi di aria, acqua e neve in nove tra le più note località alpine, da Courmayeur a Bormio, da Cervinia a Cortina d’Ampezzo. Fu fatto uno studio idrogeologico sugli alvei dei torrenti e sui tracciati delle piste da sci. I prelievi furono ripetuti tre volte, in agosto ed in dicembre, periodi di massima affluenza turistica, ma anche in ottobre, quando la montagna riposa nella sua veste autunnale.

Per la prima volta quindi fu coordinata una ricerca sullo stato di salute delle nostre Alpi, per indagare quanto vero sia ancora il luogo comune che in montagna l’aria è pura e le acque sono chiare e cristalline. I risultati delle analisi chimiche, anche se non pretesero di essere completi (il monitoraggio avrebbe dovuto essere esteso a tutti i giorni dell’anno), parlarono chiaro. Se Sestrière aveva problemi con le acque di scarico, Madonnna di Campiglio aveva l’aria inquinata della grande città; se Cervinia continuava a costruire condomini e alberghi su terreno franoso, Sesto Pusteria se la doveva vedere con discariche non controllate.

Giovanni Rosti, tecnico di Aquila Verde, a Sestrière, 1991
Aquila Verde 1991, Sestrières, G. Rosti

Gli amministratori del passato e del presente hanno certamente le loro responsabilità; molto è da imputare a un veloce quanto inarrestabile “sviluppo” urbanistico che ha stravolto la fisionomia dei centri alpini: da villaggi ottocenteschi e romantici a modernissime cittadine del turismo di agenzia, il passaggio è stato troppo rapido e convulso. Le infrastrutture igieniche non hanno seguito l’avanzare della cementificazione, non si è voluto porre alcun freno alla circolazione automobilistica, il riscaldamento di condomini vuoti durante la settimana rende irrespirabile l’aria del weekend. D’altra parte il turista non contribuisce a risolvere i problemi, per esempio rinunciando ad andare a sciare in automobile.

E quanto ai pericoli per la salute? Nessuno in particolare, basta rinunciare all’idea che in montagna si stia meglio che in pianura; basta che i bambini non mettano in bocca la neve, basta che non si abbia l’idea di fare un bagno nelle acque estive di un torrente di montagna al di sotto di un abitato.

Per porre rimedio a tutto questo occorre la buona volontà di tutti, amministratori, valligiani e turisti. È necessario mettere in bilancio opere di risanamento radicale e rinunciare a megaprogetti di sfruttamento che peggiorerebbero ancora la situazione.

Salita a Cima del Bosco, Thures. Foto: Andrea Rolando
cima del bosco thures valle di susa

L’alta Valsusa, e quindi il circondario del complesso sciistico della Via Lattea (Sestrière, Sauze d’Oulx, Cesana Torinese, Clavière, Bardonecchia e Chiomon­te), è stata alla fine del XIX secolo la culla dello sci italiano. Nel 1934 nacque a Sestrière la prima stazione di sci totale, in anticipo di quasi cinquant’anni sulle analoghe iniziative francesi. E a distanza di un secolo dalle prime sciate senza piste, ecco la Valsusa tornare alla ribalta in occasione dei Campionati Mondiali di Sci Alpino del 1997, un evento importante per il futuro della valle, logica conseguenza della recente apertura al traffico dell’autostrada che collega Torino alla Francia.

La Valsusa è sempre stata storicamente luogo di passaggio. Annibale la scelse per superare con i suoi elefanti le Alpi, le importanti abbazie altomedioevali di San Michele e della Novalesa erano cittadelle dello spirito a difesa delle incur­sioni barbariche e saracene, le numerose vestigia di fortificazioni militari (come il Forte di Exilles) testimoniano la grande importanza strategica del controllo di questa valle. Oltre ai due valichi stradali del Monginevro e del Moncenisio, il traforo ferroviario del Frejus (assieme a quello stradale) è la chiave del collega­mento Parigi-Torino. E non possiamo non citare la contestatissima TAV.

Eppure, accanto al traffico di merci e persone e a ridosso del gigantesco appara­to sciistico, convivono in Valsusa ben quattro oasi protette: dalla “zona umida” dei Laghi di Avigliana si sale all’Orsiera-Rocciavré ed al Gran Bosco di Salber­trand fino al parco della Val Troncea, che è proprio accanto a Sestrière. E non è tutto, perché parallele a quest’ultima valle, anche altri due lunghi solchi penetrano verso il confine in un ambiente ancora oggi pressoché intatto: sono la Val Thuras e la Valle Argentiera. Queste due zone sono talmente legate alla Val Troncea che da tempo è stato presentato un progetto di ampliamento di questo parco regio­nale che costituirebbe così, grazie ai 12 km di confine in comune, un’unica e grande oasi di protezione assieme al parco francese del Queiras. Così, in attesa che si consumino le ultime resistenze a questo progetto e moderatamente fiduciosi che anche le motoslitte, grande fastidio alla quiete di questi luoghi, siano definitivamente bandite dalle autorità, c’immergiamo in questo mondo di larici, tra caprioli, camosci, stambecchi, lepri e volpi. Penetriamo in questo santuario a portata di mano, silenziosi, con ai piedi le racchette, l’antico attrezzo per le grandi traver­sate nella wilderness. Oltrepassata la gotica chiesa di S. Restituto, erriamo fino alla borgata di Rollieres e alla Casa delle Lapidi di Bousson, esempi di quanto queste valli un tempo non fossero solo natura. A Thures, diamo un’occhiata ad una bella casa di recente ristrutturata con puntiglio, la Fontana del Thures: entriamo per comprendere come un vero rifugio, grazie ai gestori, possa essere differente da un albergo. Poco lontano ci sono le luci della ribalta su grandi eventi sportivi, programmati alla perfezione per spettacoli e competizioni a prova di errore.

Il Lac de Thures. Foto: Andrea Rolando
lac de thures, valle stretta, hautes alpes, francia

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A cosa servono i musei di Messner?

In occasione dell’odierno compleanno di Reinhold Messner pubblichiamo questo stuzzicante saggio di Giorgio Robino.

A cosa servono i musei di Messner?
di Giorgio Robino

Il 27 luglio 2015 leggo sul web lo stimolante articolo di Mariateresa Montaruli, dal titolo: Il museo di Messner – La finestra in vetta alla montagna, sottotitolo: il 24 luglio ha aperto al pubblico il più alto museo dell’Alto Adige: scavato nelle viscere di Plan de Corones. Un capolavoro di design nel cuore della montagna. [1]

L’articolo [1] viene riportato su pagina facebook di un amico e si scatenano commenti contro, da parte di ambientalisti e di strenui oppositori ad ogni azione di Reinhold Messner. Anch’io mi schiero subito contro, in un commento d’impulso dove mi dilungo sulla mia critica radicale al concetto di museo.

Ma poi ci ripenso ed elaboro questa riflessione più approfondita e spero equilibrata, che affronta due aspetti giustapposti. Anzitutto: definire il valore del concetto di museo come strumento divulgativo culturale, in generale e nella impostazione del Messner Mountain Museum (in seguito MMM) [2]. In secondo luogo: chiarire l’eventuale contraddizione ambientalistica degli edifici museali in montagna.

MMM di Plan de Corones. Immagine da www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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1) La contemplazione del mistero, attraverso i musei
Lessi anni fa, nel libro intervista a Reinhold Messner La mia vita al limite [3], del suo progetto di far conoscere la montagna ai “cittadini” (o “turisti”, termine da lui spesso usato) attraverso l’Arte, ovvero le opere artistiche ispirate alla montagna e la storia dell’azione umana in montagna (tutta, non solo quella alpinistica), da contenersi in musei dedicati a specifiche aree tematiche. Fui subito entusiasta del suo percorso mentale, che lo ha portato a decidere che:

anche attraverso l’Arte è possibile conoscere la Montagna.

Una scelta di percorso sorprendente, proprio perché scaturito da un alpinista che per molta parte della sua vita è stato a ridosso del limite psicofisico delle capacità umane, e poi, una decina di anni fa, forse tornato indietro da un qualche estremo “limite” (termine che lui usa spesso, anzi ossessivamente), e dopo aver tentato alcune imprese nel territorio con l’agricoltura e nella politica europea, dedica negli ultimi anni una grandissima energia per sviluppare il vasto progetto museale MMM.

Reinhold Messner si autodefinisce quindi come mediatore culturale e narratore, con l’intento di farci conoscere la montagna attraverso la storia delle imprese alpinistiche e la loro rappresentazione nelle opere artistiche. Il nostro camminatore diventa una specie di stalker (vedi film di Andrei Trakovkij [22]), portatore di umani in zone del sacro dove il mezzo di trasporto è il museo e noi, pubblico, siamo i visitatori della “zona”.

La mia azzardata tesi qui è che la sua operazione culturale abbia un significato spirituale, che consiste nella sua necessità della comunicazione di una “contemplazione del mistero” della montagna. Mediante l’arte visiva contenuta all’interno di musei specifici, che sono lo stratagemma comunicativo.

Sì, ma cos’è questo qualcosa di misterioso?

Vorrei far dare la risposta allo stesso Reinhold Messner, che nelle interviste, pur avendo spesso volutamente “rigettato” ogni domanda allusiva a questioni metafisiche, mi sorprende invece con la risposta a una domanda di Daria Bignardi durante un’intervista in trasmissione televisiva di qualche anno fa [20]:

“DB: Ha trovato Dio da qualche parte?
RM: No, no! Io non vorrei dire se Dio c’è o non c’è. Io accetto il fatto che c’è “qualcosa”. Che noi non possiamo riconoscere, noi umani non abbiamo occhi, cervello, tasto per capire tutto. C’è sempre qualche cosa al di là. Io sono andato molto vicino all’aldilà, però dietro all’ultimo orizzonte nemmeno io posso vedere. Non è possibile! E noi dobbiamo accettare che c’è qualcosa che noi non possiamo afferrare, vedere, capire. E questo aldilà io rispetto come una dimensione divina, ma non lo chiamo Dio”.

Ora tralasciamo momentaneamente questo delicato terreno ultra-verticale, anzi ultra-terreno, perché devo prima un po’ blaterare contro i musei. Personalmente ne sono sempre stato deluso, anzi a dirla tutta: sono proprio totalmente contrario!

E’ un concetto generale, che riguarda qualsiasi esposizione dell’opera umana di creazione dell’inutile artistico: quando l’arte è fissata, catalogata all’interno di un museo (non parliamo delle “gallerie d’arte”), questa è morta, non ci parla più, è cadavere.

Perlomeno questa è la mia sensazione, che sono più sensibile alla musica e sono profano di arte visiva, ma in verità lo stesso vale per la musica, dove l’equivalente del museo è forse il concerto in pubblico.

Messner all’inaugurazione. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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La mia emozione usuale quando entro in un museo è sempre d’irrigidimento, appena vedo dei cataloghi di oggetti messi in un percorso prestabilito attraverso delle stanze. Non riesco a concentrami bene sui quadri e le foto e gli oggetti. Sono distratto dalle scelte di associazione fatte dalla “direzione artistica”, sono distratto dai commenti del capitato lì per caso come me, ignorante o storico dell’arte che sia.

E’ che ho la convinzione che l’arte sia sempre un po’ nascosta tra le pieghe, riluttante all’esposizione, e svanisce quando esposta a un pubblico (noi tutti). Divulgata e didascalizzata, pubblicizzata e venduta. Diventa “porno” e l’anima nell’opera svanisce, andandosene lontana (semmai prima fosse stata lì).

L’arte è invece un percorso anzitutto individuale, anche se poi richiede la comunicazione agli altri, affinché l’azione venga riconosciuta come sublime.
E’ il solito, contraddittorio, doloroso, dilemma umano.

Forse l’arte è come l’alpinismo puro, bisogna farlo nascosti e da soli affinché serva a “qualcosa”, e perché superi il meschino teatrino sociale.

Allora non mi è quasi mai possibile assaporare la bellezza delle opere d’arte contenute nei musei, non per come questi sono concepiti fino ad oggi, nella nostra cultura, con questo tipo di storici dell’arte, con questo tipo di architetti che progettano edifici museali, con questo tipo di esperti di comunicazione, con questo tipo di pubblico, noi tutti.

Non c’è una visione, un passo avanti nell’altrove (il contenuto di cui l’arte potrebbe parlarci).
Non c’è quasi mai apprendimento, consapevolezza di quel “qualcosa”.
Non si intuisce quasi mai niente di niente, dentro spazi espositivi, non-luoghi non-intimi.

L’uccisione dell’arte dentro i musei è un “problema” generale nella nostra società e di una visione non spirituale, desacralizzata, ma invece esibizionistica, tecnicistica e virtuosistica (e quindi, infine, inutile e sterile). Ripeto, è questione generale e il povero Reinhold Messner non ha colpa.

Ma allora, per inciso, come andrebbe goduta la fotografia, o la pittura, o la scultura?

Non ho una risposta definitiva. I libri sono una risposta parziale e forse superata. Forse oggi è il cinema l’arte visiva che permette un ottimo rapporto intimo tra visionario (autore della visione) e vedente, evitando tutta la necessità del luogo di “culto” prestabilito (il teatrino museale). Il cinema non richiede un luogo spaziale obbligatorio di fruizione e tutte le mediazioni e compromessi derivanti. Ormai, con i computer ora, e già qualche decennio fa con le videocassette, le sale cinematografiche non sono più necessarie. Io poi ho saltato a piè pari il dilemma, perché la forma d’arte che mi interessa maggiormente è la musica, che io stesso realizzo “in solitaria”, evitando tutte le procedure dei luoghi di “rito” espositivo, ma qui sono fuori tema davvero. Ho esagerato e divagato. Mi fermo!

Invece, per approfondire in particolare l’operazione MMM, che credo sia nobile e sincera, proviamo a leggere qualche passo estratto da libri intervista a Reinhold Messner e ragioniamo sul percorso che ha fatto.

Riporto qui alcuni passaggi del libro intervista di Thomas Huetlin a Reinhold Messner: La mia vita al limite [3] di cui estraggo solo qualche capoverso di conversazione tra loro a riguardo della fondazione MMM:

“TH: Lei è solito affermare che la realizzazione di questi spazi sia il suo “quindicesimo ottomila”. Cosa la alletta nella prospettiva di invecchiare come direttore di museo?
RM: Io sono solo l’iniziatore del MMM. […] Di nuovo sono disposto ad impiegare ogni energia, ogni mezzo e tutto il mio tempo in questo progetto. […] io voglio solo realizzare un sogno. E dal momento che questo suscita tanto entusiasmo – da parte di amici, artisti, architetti, collezionisti, collaboratori -, il risultato sarà di sicuro qualcosa di eccezionale, che alla fine si sosterrà da solo. Non ho mai desiderato altro.
TH: Oggi come oggi lei è più gratificato dall’idea di “
scalare all’interno di un’opera d’arte” piuttosto che su una montagna?
RM: Sì, ormai le montagne le affronto solo mentalmente. […]. Ma mentalmente, mi occupo quotidianamente di montagne: montagne nell’arte, i popoli di montagna, la storia dell’alpinismo, le religioni che si sono sviluppate nelle zone montane, questi sono i miei temi odierni. […] La storia dell’alpinismo, così come viene raccontata dagli sportivi da bar, non è solo noiosa e sterile, è anche falsa perché nessuno può verificare che gusto ha l’aldilà, quando l’aldiqua non è accessibile. Il mio desiderio è l’emozione che diventa afferrabile per pochi istanti, fra terra e cielo, quello sguardo, quello sguardo dentro di noi che coglie l’insieme quando veniamo dall’alto, ciò che è sommo e per il quale non riusciamo a trovare le parole. […]
TH: Come mai questo tipo di esperienza è più importante?
RM: Il mio approccio di oggi, un tipo di esperienza della quale trent’anni fa avrei riso, mi rende curioso, mi tiene sveglio, mi fa provare la gioia di vivere. Forse a stimolarmi è solo il desiderio di fare, oppure l’istinto che sa che ho bisogno di sempre nuovi spazi di esperienza, commisurati alla mia età.

Nel libro La Montagna a modo mio [4], a pagina 326, Messner esprime con ancor maggior chiarezza l’idea iniziale del MMM:

“Non so come sono arrivato all’idea di sviluppare una struttura museale intorno al tema della montagna. Non si tratta di un museo in senso classico. Ho in mente uno spazio d’incontro dove mostrare il significato delle montagne per l’uomo. L’Alto Adige, la mia patria, sarà la sede del museo. E visto che anche in questo caso ho incontrato molte opposizioni, quando ho incominciato a mettere in pratica la mia idea, ho deciso di ampliare il nucleo originario del progetto. Alla sede centrale, situata a Bolzano, presso Castel Firmiano, sono collegati quattro ‘satelliti’, nei quali vengono trattati aspetti particolari del tema. Tutte le sedi nel loro complesso costituiscono il Messner Mountain Museum (MMM), un museo della montagna che si occupa della natura dell’uomo“.

E nelle ultime pagine dello stesso libro, a pagina 335, viene riportato un comunicato stampa del 2005, in cui Messner si esprime così:

“In mezzo alla frenesia che ormai caratterizza il turismo moderno, voglio creare un luogo di contemplazione. Qui le montagne e arte devono congiungersi. Mi stanno a cuore il dialogo, la storia comune, l’eredità culturale dell’alpinismo.

Così intendo fare mio un ruolo di mediazione fra il grande pubblico e le montagne. Il solitario si trasforma in mediatore. Le montagne e la loro dimensione possono essere percepite direttamente, salendole, oppure attraverso le arti figurative in un museo.

Al di là della loro relativa attualità, le opere d’arte raccontano dei loro creatori, della creazione, le opere sulla montagna raccontano della montagna. Per tutti coloro che sono interessati alla montagna, faccio in modo che il ‘paese dei monti’ diventi uno spazio d’esperienza. Poiché anche nell’era del turismo di massa e del ‘fit for fun’ sarà importante interpretare in modo nuovo questo tema.

Paesaggio, opere d’arte e visitatori devono comunicare tra loro e fornire informazioni senza che si renda necessario spiegare le montagne. Nel mio ruolo di coordinatore e creatore credo a un’immagine dinamica delle montagne, non a una realtà congelata. Solo così si realizza uno spazio d’espressione della fantasia fra chi osserva e le montagne stesse, che nella nostra coscienza si modificano costantemente. Con questo progetto ho preso in considerazione la montagna nel suo insieme.

In questo senso sono solo fondatore e suggeritore del museo, una sorta di catalizzatore. Mi interessano lo sguardo d’insieme e l’opera completa, che continua a rimettere in contatto fra loro luoghi storici e le opere d’arte.

E’ così che il tempo al quale appartengono si annulla, e si costruisce una biografia collettiva dell’alpinismo. Si tratta quindi non tanto di documenti, bensì, come nel rapporto con la montagna, della vicinanza della lontananza, della curiosità e della sorpresa.

Il ruolo di mediatore che mi sono assunto vale anche per quanto riguarda il dialogo tra le generazioni e le epoche, le opere e le tensioni che le uniscono. Come una specie di ‘ruffiano’, voglio sottolineare la sensualità dell’opera creativa, senza per questo attribuire necessariamente un’utilità all’alpinismo.

Scopo e significato del museo stanno nell’essenza viva delle opere, che vengono vissute in maniera diversa dal singolo osservatore.

Ciò cui penso e cui miro con il museo è la montagna incantata per tutti coloro che desiderano sapere cosa c’è dietro e sopra le vette”.


Quelle sopra sono parole di interviste di parecchi anni fa, ma penso siano ancora valide.

Interno del MMM Corones. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Reinhold Messner utilizza il museo come “meta-arte”. Quello che gli interessa credo sia soprattutto colmare la sua sete di desiderio di comunicazione dell’immaginario ad altri, a un gran numero di persone, ai cittadini, ai “turisti”, ai più lontani dalla montagna. I musei sono il mezzo a lui congeniale per comunicare il rispetto all’ignoto dietro alle montagne, al sacro, al mistero che dir si voglia. Con un’operazione culturale per la “massa”.

Nell’articolo di Vincenzo Chierchia comparso su Sole24ore.com [5] si legge:

“Per Reinhold Messner la rete di musei, che fa capo alla Fondazione di famiglia gestita dalla figlia Magdalena, si fermerà qui; d’ora in avanti la passione sarà quella cinematografica con documentari sulla montagna”.

Dai musei passerà al cinema? Oh, bene, ci sta arrivando con giusta progressione! D’altro canto il più bel film di montagna, a dir di molti, e anche secondo me, è un film che vede Reinhold Messner come protagonista, si tratta dello splendido “documentario” di Werner Herzog: Gasherbrum – Der Leuchtende Berg [6]. Tra l’altro il grande regista è autore di altri magnifici film, specificamente centrati su temi ambientalistici, ultimo ma non ultimo: Wild Blue Yonder [21].

Il passaggio chiave è, secondo me, che Reinhold Messner ha capito personalmente “qualcosa” (che io dico essere cosa metafisica, ma lui sicuramente lo negherebbe al grido rimproverante di: “Nessun esoterismo, ma semplice pragmatismo!”). E’ tornato indietro da noi dabbasso e ha ideato e poi realizzato una maniera per comunicare la necessità della contemplazione di questo “qualcosa”. Con i musei fino ad oggi, forse con il cinema (dentro i musei) domani. Questa la mia tesi.

 

2) La critica ambientalista all’ultimo museo
Ecco l’introduzione (estate 2015) scritta dallo stesso Messner nella web home page del museo di Plan de Corones sul sito MMM [8]:

“Sito a Plan de Corones, tra val Badia, Valdaora e val Pusteria, l‘MMM Corones completa il circuito Messner Mountain Museum, un percorso che si compone di sei musei. Ai margini del più spettacolare belvedere montano del Sudtirolo, dove sorge la singolare sede del museo progettata da Zaha Hadid, si narra la storia dell’alpinismo tradizionale.

Da Plan de Corones, lo sguardo spazia nelle quattro direzioni, spingendosi oltre i confini provinciali: dalle Dolomiti di Linz a est all’Ortles a ovest, dalla Marmolada a sud alle cime della Zillertal a nord.

Le vetrate del museo restituiscono le immagini della mia infanzia – le Odle e il Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, l’ascensione più difficile della mia vita – così come i ghiacciai granitici che sovrastano la valle Aurina.

All’interno della montagna, il museo ripercorre l’evoluzione dell’alpinismo moderno, i miglioramenti ottenuti nel corso degli ultimi 250 anni per ciò che riguarda l’attrezzatura, i trionfi e le tragedie che si sono consumati sui fianchi delle più famose montagne del mondo, dal Cervino al Cerro Torre al K2, e la rappresentazione delle imprese di noi alpinisti, per quanto contraddittorie esse possano apparire.

Come negli altri musei del circuito, l’alpinismo è raccontato attraverso reliquie, citazioni, opere d’arte (dipinti e sculture) e la trasposizione, all’interno dell’MMM Corones, della scenografia montana che lo circonda.

Nel mio ruolo di narratore dell’alpinismo tradizionale non intendo né esprimere giudizi né drammatizzare. Piuttosto, l’obiettivo è quello di condensare le esperienze di chi, come me, ha fatto proprio il confronto tra l’uomo e la montagna. Al centro del museo non vi sono imprese sportive o primati bensì i grandi personaggi dell’alpinismo, oltre a filosofi e pionieri che hanno osato “la transizione aurea“ dall’idea al fare, prescindendo dal perché.

In lingua ladina, Corones significa corona. Plan de Corones, la celebre montagna dello sci e delle escursioni, la vetta dei deltaplanisti e dei parapendisti, ospita oggi quello che considero il punto culminante del mio progetto museale: un luogo del silenzio e della decelerazione che offre panorami indimenticabili, uno spazio in cui ritirarsi e lasciare che la percezione si apra verso l’alto, verso l’oltre. La montagna diviene così uno spazio esperienziale, parte della nostra cultura. Viviamola in modo nuovo, facendo volare lo spirito al di sopra di ogni vetta”.
Luogo del silenzio e della decelerazione? Sopra le funivie, gli impianti sciistici e con pure quelli che fanno parapendio?
Sono perplesso, e l’immagine sotto con la folla attorno agli impianti non è rassicurante.
Direi piuttosto: luogo di accelerazione! Ma sto scherzando. Gli ambientalisti polemici invece scherzano meno e colgono solo contraddizioni nell’ultimo museo di Plan de Corones. Dicono:

E’ contro le croci, non vuole le ferrate, non vuole gli spit sulle vie alpinistiche, poi va a fare scempi architettonici, disseminando musei in tutto l’Alto Adige, ora bucando addirittura una montagna, facendo accordi d’opportunità con il consorzio delle funivie. Una completa contraddizione con se stesso!“.

Plan de Corones. Foto da http://www.mmmcorones.com/it/plan-de-corones.html
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Tra l’altro, in concomitanza con l’apertura del museo, il 26 luglio 2015 Reinhold Messner afferma, in articolo comparso su mountlive.com [19]:

Le croci sulle cime? Quelle esistenti lasciamole. Ma non installiamone altre. Sulle cime solo gli ometti di sassi e nient’altro. Le vette delle montagne non devono essere sfruttate per dei messaggi”.

Sarei d’accordo, ma a ben vedere, la realizzazione del museo a Plan de Corones contraddice l’affermazione sopra, perché il museo rappresenta un potentissimo “messaggio” che veicola i valori del pensiero “laico” di Reinhold Messner. Io penso che i musei (sulle cime dei monti) sono l’equivalente delle croci di vetta.

Argomenterò in dettaglio poco più avanti l’aspetto simbolico (per me positivo) del messaggio di questo museo in particolare, ma torniamo all’articolo citato inizialmente [1]. Sono perplesso se penso all’enorme impegno economico per la realizzazione dell’opera, per esempio leggo che:

“Il progetto, 3 milioni di euro pagati da Skirama Plan de Corones, il consorzio di impianti di risalita membro del Dolomiti Superski”.

Eppoi il numero di frequentatori ipotizzati nei prossimi anni è altissimo, troppo alto, se è verosimile la previsione riportata sempre nell’articolo [1]:

“Attraverso il magnete-museo si scommette sul raddoppio dei passaggi nei 27 impianti di risalita oggi contati a 70mila d’estate, 1,5 milioni d’inverno”.

Raddoppio? Vorrebbe dire 3 milioni di persone ogni inverno? Ho capito bene?
Io spero che queste stime siano un po’ come le stime governative di presenza turistica all’EXPO 2015: “leggermente” gonfiate, perché sennò davvero il comprensorio di Plan de Corones avrà un impatto ambientale ben poco sostenibile.

Nell’articolo [1] viene riportata una risposta di Reinhold Messner alla domanda dell’intervistatrice a riguardo di una possibile violazione della montagna (credo si riferisca alla posizione e agli scavi sotterranei di quest’ultimo museo):

“RM: Non era possibile operare in altro modo: il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie. C’è un limite a questa visione ed è di natura antropologica e altimetrica: lì dove l’uomo, in montagna è sempre andato per tagliare legna o portare le pecore, lo sfruttamento ai fini turistici è accettabile. Oltre, tra ghiaioni e ghiacciai, bisognerebbe, con una ‘barriera’, tutelare la wilderness”.

Pare quindi che Reinhold Messner consideri come compromesso accettabile la possibile “violazione” della montagna (qui stiamo parlando degli scavi per il museo), se fatta in un territorio già sfruttato e deturpato per fini turistici (gli impianti sciistici, ecc.), ovvero quello che sta al di sotto di una certa quota limite (ma quale quota precisamente?), mentre pare confermare la sua idea di necessità di evitare qualsiasi intervento umano alle alte quote (dai ghiacciai in su?).

Può sembrare quindi un po’ opportunistica questa visione e fa un po’ specie il fatto che dica: visto che ormai il territorio montano è così, anch’io mi adeguo all’edificazione in quota. Non posso negare che tutto questo appaia in contraddizione con la sua ideologia ambientalista che ha portato avanti per primo lui in passato.

D’altro canto la sua affermazione “il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie” ipotizza uno scenario abitativo meno fantascientifico ed esagerato di quello che ora può sembrarci. E nella pratica, con questo museo lui ha appena realizzato (forse per primo e tecnicamente in modo impeccabile devo dire) una provocazione e un avvertimento all’umanità in tal senso, come dirci: “finiremo con il vivere sottoterra!”. Pertanto arrivo alla paradossale conclusione:

il museo di Plan de Corones esprime simbolicamente un magnifico messaggio ambientalista.

Dal punto di vista dell’integrazione con terra e roccia, l’edificio museale sotterraneo, realizzato bucando sotto la vetta di Plan de Corones, non è poi così incoerente rispetto alla necessità di minimizzare l’impatto ambientale, e la scelta progettuale precisa è sottolineata anche nel comunicato stampa di presentazione nel museo [9], di cui estraggo passaggio:

“Il Museo ha uno sviluppo prevalentemente sotterraneo, articolato su diversi piani tanto che, nonostante i 1000 metri quadrati di superficie che saranno disponibili, solo una minima parte di essi richiede costruzioni fuori terra, a tutto vantaggio della componente paesaggistica, dato il ridottissimo impatto visivo della struttura rispetto all’ambiente naturale in cui la stessa sorge”.

Ora, se si paragona questo edificio con, per esempio, quanto fatto recentemente all’arrivo della Sky Way in vetta alla punta Helbronner [10] (più che ottava meraviglia del mondo, secondo me un obbrobrio architettonico e concezione di spazio pubblico che peggio non si poteva fare), allora:

il museo di Plan de Corones è avanti anni-luce, capolavoro di integrazione ambientale e di creatività architettonica, al confronto!

Ma soprattutto mi intriga il valore simbolico, concettuale che ha l’interramento: il museo viene a rappresentare una specie di ‘caverna platonica’ [11], dalle cui finestre entra “Luce” e visione panoramica, che permette al visitatore di vedere la bellezza delle montagne lontane!

MMM di Plan de Corones. Immagine da http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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Può darsi poi davvero che Reinhold Messner sia così pessimista e lungimirante da ipotizzare un futuro magari non così lontano, in cui l’umanità vivrà sottoterra, e questi musei sotterranei sono addirittura una premonizione di un mito fantascientifico; tutto questo mi ricorda il magnifico libro La Valle del Ritorno di Flavio Favero [12], eppoi gli amati fumetti de L’Incal di quella psico-testa esoterica di Alejandro Jodorowsky [13].

Infine l’architettura degli interni, fatta di pareti lisce che pare di esser in una astronave, mi porta alla mente i cunicoli tubolari della piattaforma spaziale nel film Solaris, di Andrei Tarkovsky [14], uno dei miei film preferiti. In quel film una piattaforma spaziale è stata posizionata dagli uomini nello spazio cosmico di un lontano “pianeta magmatico”, pianeta che, nella concezione cristiana del regista, è palesemente simbolo della presenza di Dio, e la piattaforma è il luogo che permette ad alcuni astronauti di comunicare con il ‘mare pensante’, cioè Dio. Trovo che ci sia una similitudine concettuale con il museo in questione, anche se qui al posto del mare ci sono le montagne attorno a Plan de Corones.

Pertanto mi devo inchinare di fronte a ‘sto benedetto architetto Zaha Hadid, o allo stesso Reinhold Messner, se è lui che ha avuto l’idea di realizzare la mistica cavernicola.

Ora, tornando alla diatriba ambientalistica odierna, specialmente tra Mountain Wilderness Italia e lo stesso Reinhold Messner, sono dispiaciuto della inopportuna separazione che c’è stata in passato e pare essere ancora attuale (vedi anche articolo di Carlo Alberto Pinelli [15] e recente discussione a valle di articolo di Luigi Casanova, su Gogna Blog [16]).

E’ uno sbaglio paradossale pensare che Reinhold Messner, che ha contribuito a creare Mountain Wilderness nel 1987, e che è stato così amico di Alexander Langer, e che si è prestato alla divulgazione della causa ambientale in cui crediamo ancora in molti, venga criticato acerrimamente, considerato ora come un venduto, ipocrita, egocentrico assolutista, proprio dal momento in cui lui elabora negli anni una azione culturale che come ho spiegato sopra contiene un forte messaggio ambientalista.

Estrapolo testo da intervista, credo comparsa qualche anno fa su giornale quotidiano altoatesino [17], che penso sia tuttora valida:

“Giornalista: Mountain Wilderness protesta perché il Dolomiti Superski usa l’immagine del Sassolungo con il marchio della fondazione Unesco.
RM: Non mi piacciono i fondamentalismi. Quanto a Mountain Wilderness, di cui rivendico di essere stato l’ideatore, ne ho preso le distanze per le posizioni estremiste.
Giornalista: Gli impianti di risalita sono compatibili con la tutela Unesco?
RM: Il problema non è l’inverno, ma l’estate per il traffico e l’aggressività con cui auto e moto si avvicinano alle montagne. Lo dico da anni: i turisti dovrebbero spostarsi in funivia come d’inverno, perché questi impianti sono un mezzo più sostenibile rispetto ai veicoli a motore”.

D’accordo, le parole sopra sono riferite a un contesto leggermente diverso, tempo addietro, ma il percorso di pensiero ambientalista di Reinhold Messner a me pare “pragmatico” (per usare un termine a lui caro) e piuttosto coerente con un suo pensiero sempre trasparente.

Veduta estiva di Plan de Corones. Al centro e in basso si nota il museo, parzialmente interrato. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Per capire l’evoluzione della sua concezione ecologica e ambientalista, può essere utile la lettura di qualche passaggio di intervista del 2012, sul sito della regione Emilia Romagna, dal titolo: In montagna ed in città, l’ambientalismo realista di Reinhold Messner [18]:

“Giornalista: Lei è stato un grande comunicatore oltre che scalatore: è possibile educare le persone alla sostenibilità?
RM: Io non ho mai fatto altro che descrivere il mondo semplicemente così come è. Sono prima di tutto un alpinista, un contadino, porto avanti un maso autosufficiente in montagna, un maso che è sostenibile teoricamente fino alla fine della terra e la sostenibilità in questo caso è la base soprattutto economica di questo pezzo di terra. E offro tutto questo come un modello al quale ispirarsi per il nostro comportamento in montagna.
Però se io in città vado in macchina, pur sapendo che in questo modo aumento la quantità di CO2 nell’aria e che questa CO2 poi ha degli effetti di cambiamento sulla montagna, allora sono intrappolato in una contraddizione.
Se nel mondo civilizzato, cioè le città e i luoghi dove si vive e si lavora, non potessi più agire come tutti gli altri, andrei incontro al fallimento delle mie attività umane, lavorative, di sopravvivenza. Io, ad esempio, non posso andare a piedi dal mio maso fino a Monaco dove c’è l’aeroporto, non è possibile. Così, anche io da un lato, come cittadino, sono uno che sporca e inquina la terra. Io vado ancora oggi in aereo, è l’unico mezzo di trasporto ragionevole per andare in Nepal sull’Himalaya. L’ho utilizzato per andare ieri a Francoforte perché avevo un invito in televisione per parlare di questi temi. Però quando vado in montagna sono la persona più pulita possibile. E così devo dire che anche io porto avanti una vita schizofrenica.
La maggior parte degli alpinisti non si accorge che gli errori che facciamo li facciamo nella civilizzazione e non in montagna. “Errori”, fra virgolette, perché sono commessi per la necessità di portare avanti le nostre vite in maniera normale. Per questo l’educazione dovrebbe essere fatta soprattutto sui temi che riguardano la vita quotidiana di tutti i giorni laddove si vive.
Giornalista: Com’è possibile risolvere questa schizofrenia in cui in tanti vivono?
RM: L’importante è ricordare che con le chiacchiere non si risolve niente. Credo di aver capito che il mondo, specialmente in questa crisi, sta senza dubbio subendo una progressiva distruzione ecologica. Ciascuno deve fare la propria parte, io stesso posso cambiare vita, essere responsabile per quel pezzo di terreno che ho comprato, che è mio, dove faccio il meglio possibile: ad esempio vado in macchina solo se è necessario, non giro il mondo soltanto per godermi i viaggi e la sensazione di avere un motore sotto il sedere.
Ciascuno, ripeto, può fare la sua parte. Noi tutti, in 7 miliardi su questa Terra, siamo una forza incredibile: con la tecnologia che abbiamo sviluppato, abbiamo la possibilità di auto-eliminarci tutti, di distruggere il mondo. E contemporaneamente abbiamo in mano le carte per salvare il mondo. Con la crisi probabilmente non lo faremo ma siamo tutti responsabili per tutto il pianeta.
In questo contesto un po’ pessimista, le parole fini a se stesse e le critiche non servono. Criticare gratuitamente senza agire, senza fare niente, è deleterio. Chi vuole parlare di ecologia vada a fare qualcosa in casa propria, nel proprio orto, nel proprio terreno, nella propria zona, nelle proprie montagne. Partiamo dal “pulire” casa nostra. Senza criticarsi da un luogo all’altro del pianeta sottolineando i reciproci sbagli, ma agendo con coerenza”.

Mi pare quindi che Messner abbia fatto negli anni un percorso evolutivo, a valle della sua esperienza politica nell’ormai defunto partito italiano dei Verdi e poi soprattutto dalla creazione di Mountain Wilderness, venendo a praticare una azione culturale con i musei e stabilendo ora una scala di priorità dei problemi di inquinamento ambientale, sottolineando soprattutto la devastazione procurata dai mezzi di trasporto a motore (auto, moto, ecc.), utilizzati in modo pervasivo in aree ad altissima densità e purtroppo sempre di più anche sulle montagne.

Quindi il suo “ambientalismo realista”, come qualcuno lo chiama, può essere contestato su alcune contraddizioni, ma io penso che sia più che mai opportuna una comunicazione con lui, una collaborazione con lui, per perorare insieme la causa ambientale, ecologica, non solo delle montagne.


Bibliografia e links

[1] http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2015/07/27/il-museo-di-messner-la-finestra-in-vetta-alla-montagna/
[2] http://www.messner-mountain-museum.it/it/
[3] La mia vita al limite. Reinhold Messner con Thomas Huetlin. Corbaccio. 2008
[4] La montagna a modo mio. Reinhold Messner, a cura di Ralf-Peter Martin. Corbaccio. 2009
[5] http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2015-08-05/a-plan-de-corones-l-ultimo-museo-messner-progettato-zaha-hadid-161343.shtml
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Gasherbrum_-_Der_leuchtende_Berg
[7] http://www.banff.it/category/gogna-blog
[8] http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
[9] http://www.messner-mountain-museum.it/download/mmm_corones_ita.pdf
[10] http://www.banff.it/la-nuova-funivia-del-monte-bianco/
[11] Repubblica. Libro VII, Il mito della caverna. Platone, circa 360 a.C.
[12] La valle del ritorno. Flavio Favero. Luca Visentini Editore. 2007
[13] https://it.wikipedia.org/wiki/L’Incal
[14] https://en.wikipedia.org/wiki/Solaris_%281972_film%29
[15] http://www.mountainwilderness.it/news/displaynews.php?idnews=319
[16] http://www.banff.it/non-solo-croci/
[17] http://www.mountainwilderness.it/pdf/Moro-Messner.pdf
[18] http://ambiente.regione.emilia-romagna.it/rubriche/intervista/2012/in-montagna-ed-in-citta-l2019ambientalismo-realista-di-reinhold-messner
[19] http://www.mountlive.com/reinhold-messner-basta-croci-e-messaggi-in-montagna-solo-omini-di-pietra/
[20] http://www.la7.it/le-invasioni-barbariche/video/lintervista-a-reinhold-messner-18-12-2010-79731
[21] https://en.wikipedia.org/wiki/The_Wild_Blue_Yonder
[22] https://it.wikipedia.org/wiki/Stalker_(film_1979)

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I diritti delle rocce

Roderick Nash, è stato professore di storia e studi ambientali all’università di Santa Barbara in California. Questo suo scritto è comparso sul fascicolo di ottobre 1975 del giornale dei Friends of the Earth (Amici della Terra). Quest’anno cade il cinquantesimo anniversario di questo saggio fondamentale.

I diritti delle rocce
di Roderick Nash (1975)
(traduzione di Gabriella Mongardi e Francesco Framarin, da Rivista Mensile del CAI, 7-8, 1976)

L’autostrada 64, a nord di Williams, attraversa il Coconino Plateau. Percorretela in una giornata limpida e il senso dello spazio vi sopraffarà. A sud-est, le cime di San Francisco appaiono indistinte un miglio sopra l’orizzonte. Davanti, a nord, voi percepite, più che vedere, un altro miglio di varietà topografiche, ma questa volta al di sotto: il Grand Canyon. È uno scenario in cui emergono per miglia e miglia grandi cartelli.

Si legge: “La più sicura fabbrica di denaro dell’Arizona: la terra. Suddivisione del Grand Canyon”.

Il cartellone non fa solo pubblicità, ma presume di definire la terra. Misurata con le credenze di altre culture in altri tempi, la definizione è non soltanto insolita, ma incomprensibile.

Vecchie case di granito a Ferrugende, Portogallo
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Se gli autoctoni predecessori sul Coconino fossero stati in grado di erigere cartelli, la definizione sarebbe potuta suonare: “La terra è la nostra madre”. Ma l’insegna sull’autostrada 64 dice tutto sull’atteggiamento americano tradizionale.

Criteri economici o utilitaristici dominano il modo di pensare americano relativo al territorio e al suo uso. Occasionalmente vengono fatti pesare sulla questione fattori estetici, ma anche qui l’antropocentrismo prevale: ciò che conta è il senso del bello che ha l’uomo. Il territorio viene modellato a gusto d’uomo, l’interesse umano predomina.

Pochi hanno osato opporsi, con Aldo Leopold, alla fabbrica dell’antropocentrismo, per sostituirlo con un concetto di “comunità” che è vasto come la vita, vasto come la Terra.

In questa prospettiva le considerazioni economiche e persino estetiche sono assolutamente irrilevanti come determinazioni fondamentali dei rapporti uomo-terra. Il criterio ultimo diventa etica giusto e ingiusto, non guadagno e perdita o anche bellezza e bruttezza. Da questa concezione dell’ambiente scaturisce una “etica della terra” che è indiscutibilmente importante per la Terra stessa, ma che può essere ugualmente importante nella ricerca da parte dell’uomo di essere più pienamente umano.

Molte persone ben pensanti, ma forse poco lungimiranti, disdegnano questa mentalità in quanto contraria alle soluzioni tecnologiche dei problemi ambientali.

Secondo loro, interessarsi di etica è come preoccuparsi della posizione delle poltrone sul “Titanic”. Perché perder tempo con il giusto e l’ingiusto, mentre Roma brucia? D’altro canto si potrebbe dimostrare che il più grave tipo di inquinamento che oggi sperimentiamo è l’inquinamento “mentale”.

In fin dei conti ciò che facciamo è un prodotto di ciò che pensiamo, e più precisamente di ciò a cui diamo importanza. Ne consegue che l’umanesimo è vitale per comprendere e risolvere i problemi ecologici. L’etica, in particolare, è parte essenziale di ciò che Robert Heilbroner chiama una “capacità interna di risposta” della società alle minacce esterne, quali ad esempio il deterioramento della qualità dell’ambiente. È l’etica che risponde alle domande che stanno a cuore ai “conservazionisti”, a partire dai ragazzini delle elementari che riciclano i giornali: “Perché, dopo tutto ciò che si dice e si fa, io dovrei preoccuparmi per un corretto uso del territorio? Perché dovrei perseverare, quando occorre tanto sacrificio personale? Al diavolo la natura! Perché interessarmi alle cicogne?” A meno di riuscire a trovare risposte accettabili -lo ammetto- la conservazione della natura poggia su fondamenta di sabbia.

Molti recenti convertiti all’idea di un atteggiamento etico nei confronti della Terra e del suo completamento che è la vita sono sorpresi di scoprire che le radici dell’etica ecologica si estendono ben oltre il corrente movimento ecologico che ha attratto di recente la loro attenzione.

Fino a quel tempo, essi presumono, la conservazione della natura implicava rapporti economici, non etici. Ma uno sguardo più attento alla storia dell’etica ecologica nel pensiero occidentale mette in luce un americano che morì il 21 aprile 1948, mentre lottava contro un incendio boschivo lungo il fiume Wisconsin.

Formazioni calcaree di 5.000 anni, Egitto
DirittiRocce-Egitto-formazioni-calcaree-di-5-mila-anniAldo Leopold, con la sua formulazione di un’etica della Terra, principalmente in A Sand County Almanac, deve essere considerato come uno dei più significativi contributi di questo paese alla storia del pensiero. Per le persone abbastanza coraggiose da affrontarne il pieno significato, le implicazioni delle convinzioni di Leopold sui rapporti uomo-ambiente sono rivoluzionarie.

Il diagramma qui sotto può essere utile per spiegare le idee di Leopold e le mie (spero legittime) deduzioni.

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L’idea centrale, espressa nel diagramma, è l’evoluzione dell’etica. La scala del tempo sulla sinistra del diagramma esprime la supposizione di Leopold che in qualche punto del passato l’etica non esistesse. Il motivo è semplice: la vita esisteva prima della capacità della mente di pensare in termini di giusto o ingiusto. In ciò che è chiamato il “passato pre-etico”, gli esseri interagivano sulla base di uno stretto utilitarismo, la base del “con le unghie e i denti”. Il “passato etico” cominciò quando una forma di vita, nella sua evoluzione mentale, giunse al punto in cui era possibile concepire un’azione come giusta o ingiusta in base a motivi diversi da quelli del mero utilitarismo. Per lungo tempo -sembra logico- l’etica si applicò soltanto al “se, stesso” (la riga più bassa nel diagramma) e rappresentò, infatti, appena un piccolo passo avanti rispetto al mondo pre-etico di lotte isolate per l’esistenza.

A questo rudimentale stadio dello sviluppo etico, sotto la spinta dell’istinto di sopravvivenza, una persona poteva divorare il suo compagno o i suoi figli senza rimorsi o punizioni.

Nella seconda riga del diagramma, l’etica si è evoluta fino ad includere le famiglie. Ora, un compagno e la prole sono inglobati nell’involucro della protezione etica, anche se fuori del cerchio magico del nucleo o della caverna famigliare tutto era un oscuro groviglio di rapporti immmorali (in realtà a-morali). L’estensione può essere stata sollecitata dall’impulso a provvedere alla propria gente.

L’etica, allora, fu un aiuto nella lotta per l’esistenza. Aldo Leopold, riconobbe questo quando scrisse che l’etica spinse l’individuo, portato per istinto alla competizione, a collaborare “perché ci potesse essere uno spazio per cui competere”.

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Questa presa di coscienza, secondo Leopold, scaturì dal fatto che l’individuo riconobbe di essere “un membro di una comunità di parti interdipendenti”.

Secondo la visione dell’ecologo Leopold, tutta l’etica derivò da questa presa di coscienza della comunità. In questo senso, allora, il diagramma, mentre raffigura la dilatazione dell’etica, delinea anche l’ampliamento della nozione di comunità (oppure società).

L’implicazione che l’etica in fondo sia basata su un illuminato auto-interesse rimane una delle più plausibili spiegazioni della formulazione che noi diamo all’idea di giusto.

La famiglia allargata è una fase di transizione alla tribù. In questo stadio -che si può supporre – prevalse per molte migliaia di anni, vi sono i germi della società: i membri di una tribù si rispettano e si proteggono reciprocamente, ma giusto e ingiusto sono limitati ai membri della tribù, come oggi ancora avviene nelle bande dei teppisti delle città. Per valutare giustamente la forza dell’etica, si immagini un incontro fortuito fra membri di una tribù su un sentiero della foresta, lontano dal freno della vergogna o della punizione. L’incontro non porta né a violenze, o a rapine, né a catture, o a uccisioni.

Ma si immagini lo stesso incontro fra membri di tribù diverse: violenza e probabilmente morte sono quasi certe. È l’etica che spiega la differenza.

Ma l’etica continua ad evolversi in altri modi.

Le tribù che occupano la medesima regione gradatamente scoprono i benefici del rispetto reciproco, e si uniscono con altre tribù nel definire un’etica a base più vasta. In questa associazione si trovano le radici delle nazioni, e così pure la sicurezza con cui noi possiamo oggi attraversare molti confini di stati, da New York alla California, senza essere violentati, rapinati o uccisi. Oggi, durante le guerre, noi vediamo quanto sono potenti i principi dell’etica nazionale, e come il nemico sia privo di protezione.

Le convenzioni internazionali sullo stato di guerra, che in teoria suppongono un sistema etico basato sulla dignità di tutti gli uomini, hanno dato prova di essere fragili canne di fronte all’avidità e all’odio. William Calley, il soldato accusato di aver ucciso oltre un centinaio di civili vietnamiti a May Lai, è stato accusato di essere totalmente privo di senso morale. Ma questa affermazione non coglie il punto essenziale.

Calley è perfettamente morale nell’ambito della sua teoria etica: egli non aveva, per esempio, l’abitudine di mitragliare gli abitanti della sua città natale in Georgia. Ma i vietnamiti erano per lui al di fuori del cerchio dell’etica, come gli ebrei lo erano per Hitler. Agli occhi di Calley, la sua azione a My Lai non implicava affatto una questione di giusto o ingiusto. Questo spiega le reazioni confuse di Calley e dei suoi difensori di fronte alle critiche e al processo che seguirono il suo ritorno negli Stati Uniti, per lui i “gooks” (espressione militare per vietnamiti) non contavano; per gli altri, invece, contavano poiché erano esseri umani.

Un senso di identità razziale è uno stadio intermedio fra un’etica basata sulla nazione e fra un’etica basata sulla specie, allo stesso modo che la famiglia aprì la strada alle alleanze tribali. La maggior parte dei negri possiede un senso di comunità che prescinde dalla nazionalità; altrettanto capita ai bianchi, ai rossi e ai gialli.

L’etica si espande, con questa estensione di fratellanza, concetti religiosi come la Regola d’oro, che Leopold cita (“fa agli altri quello che vorresti essi facessero a te”), e i suoi analoghi in altre fedi, mostrano il potenziale di un’etica che abbraccia tutto il genere umano. Aldo Leopold rivolse una particolare attenzione a quella zona buia dell’etica che permette la schiavitù. I paragrafi iniziali di The Land Ethic descrivono come il divino Odisseo uccise una dozzina di fanciulle schiave al suo ritorno dalla guerra di Troia.

Non già che Odisseo ritenesse giusto l’assassinio: semplicemente, gli schiavi non rientravano nella categorica ètica che proteggeva la moglie di Odisseo e i suoi compatrioti. Gli schiavi erano proprietà; i rapporti con loro erano strettamente utilitaristici, “una questione di convenienza, non di giusto o ingiusto”, per usare le parole di Leopold.

Per gli schiavi la conquista di una identità etica doveva attendere il raggiungimento del livello che il diagramma chiama “umanità”. In Occidente tale estensione dell’etica non avvenne fino al diciannovesimo secolo.

Negli USA – molti storici lo pensano – ciò richiese una guerra civile. L’ambiente – si può dedurre – è ancora schiavizzato. Ciascuno tragga le conclusioni che vuole.

Cave di marmo in Alpi Apuane
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L’EVOLUZIONE DELL’ETICA
Futuro
AMBIENTE (i diritti delle rocce)
VIVENTI
PIANTE
ANIMALI

Presente
MAMMIFERI
UMANITÀ
RAZZA
NAZIONE

Passato etico
TRIBÙ
FAMIGLIA
SE STESSO

Passato pre-etico

Basalto
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Quello che interessava Aldo Leopold era la possibilità di sviluppare un’etica che trascendesse l’uomo – che fosse estesa ad includere le altre forme di vita e, da ultimo, la terra stessa. La riga più alta del diagramma rappresenta questo ampliamento. Per la maggior parte degli americani – oggi – il primo scalino non è troppo difficile da fare.

Noi ci siamo abituati ad includere i mammiferi graziosi ed utili nella nostra gerarchia etica. Li poniamo nella nostra casa e spesso li trattiamo con la stessa cura dei bambini.

Altri animali utili, come gattini e pulcini, hanno un posto sicuro nelle strutture etiche.

Per esempio, oggi la maggior parte della gente degli USA rimarrebbe impressionata alla vista di qualcuno che uccidesse un cane. Potrebbero persino chiamare la polizia o almeno il dirigente locale della “Humane Society” o della “Società per la Prevenzione delle Crudeltà verso gli Animali”. In qualche modo essi sentono che uccidere un cane è ingiusto, secondo la medesima categoria morale per cui è ingiusto uccidere una persona, se non ancora allo stesso livello di severità legale.

Nonostante questi promettenti inizi, la cecità etica incomincia appena noi oltrepassiamo gli animali di casa. Per continuare l’esempio precedente, pochi oggi verrebbero offesi dal vedere qualcuno che tira sassi a un serpente, o intrappola un roditore o spruzza insetticida su una fila di formiche: per la maggior parte della gente queste forme di vita sono al di fuori dell’etica.

Non è che quelle persone siano immorali: esse probabilmente proteggerebbero la vita del loro cane a prezzo della propria; è soltanto che hanno una “barriera” etica: i cani sono all’interno del cerchio magico, i serpenti, i vermi e le dorifore delle patate ne sono fuori. Naturalmente ci sono variazioni.

Ciascuno di noi conosce qualcuno che tiene serpenti domestici e li attorciglia attorno al suo collo: ma che cosa pensano, gli amanti dei serpenti, dei topi con cui li nutrono? O delle amebe?

L’aggressione delle cave sul Monte Corchia (Alpi Apuane)
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Una volta superato lo stadio dell’animale di casa, la capacità dell’uomo di avere rapporti etici con altre forme di vita cala rapidamente. Soltanto alcuni sentono che le piante di qualsiasi genere sono degne di essere incluse nella sfera etica; ancor meno numerosi sono coloro che estendono l’etica ai protozoi e a consimili organismi primitivi. Far questo significa accettare la sacralità della vita in se stessa. Albert Schweitzer, con la sua concezione del rispetto per la vita, per ogni vita, e Aldo Leopold, con la sua etica della terra, furono eccezioni.

È importante evitare l’antropomorfismo. La tendenza dell’uomo ad attribuire alle altre forme di vita attributi umani, come un pre-requisito per dar loro un rispetto etico, fa fallire interamente lo scopo dell’etica della terra, che è quello di affermare la dignità e la sacralità della vita “indipendentemente” dall’uomo. Naturalmente l’antropomorfismo, al momento attuale, è antropocentrismo. Il modo per estendere l’etica non è di mutare gli animali in esseri umani, ma piuttosto di riconoscere il valore degli animali in quanto tali.

L’antropomorfismo è una manifestazione di quell’etica incompleta che accordava rispetto ai negri poiché avevano l’aspetto e/o agivano da bianchi.

Un’effettiva estensione etica, in questo caso, consisteva non nel rendere bianchi gli uomini neri, ma nel riconoscere la loro “negritudine”. Allo stesso modo, non c’è alcuna genuina estensione dell’etica nell’entusiasmo per Lassie o Snoopy o l’orsetto Smokey.

Il più alto livello dell’evoluzione etica coinvolge i rapporti dell’uomo con parti dell’ambiente che comunemente non sono considerate vive, quali l’aria, l’acqua e le rocce. Leopold aveva chiara in mente quest’estensione quando, in A Sand County Almanac, dichiarava che “l’etica della terra semplicemente allarga i confini della comunità fino a includere suolo, acqua piante e animali, o, collettivamente: la terra”. “Terra”, infatti, era il termine sintetico che Leopold usava per indicare l’intero ambiente, le sue parti viventi, come quelle a cui comunemente non attribuiamo vita. In nessun rapporto, allora, l’uomo sarebbe esentato da responsabilità etiche.

Calcare di Domaro
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“Un’etica della terra – spiega Leopold – muta il ruolo dell’Homo Sapiens da conquistatore della comunità-terra a semplice membro e cittadino di essa. Ciò implica rispetto per i suoi concittadini, e anche rispetto della comunità in quanto tale”. I “concittadini” sono chiaramente le altre forme di vita, ma Leopold è attento a riconoscere “la comunità in quanto tale” il che indica la sua estensione dell’etica all’habitat, al sistema e all’intero processo biologico.

Il passaggio dalla vita all’ambiente non vivente è la parte più difficile dell’evoluzione etica. Persino Aldo Leopold evitò di compromettersi nell’at-tribuire uno “status” etico all’ambiente non vivente. Ma è possibile concepire i diritti delle rocce. Noi potremmo pensare che le rocce abbiano il medesimo “status” etico del “sé” e della famiglia. In questo senso, aprire una cava verrebbe considerato un crimine odioso quanto violentare una figlia del vicino; lo sterminio di una specie verrebbe equiparato al genocidio.

Ci sono numerose vie, intellettuali ed emotive, attraverso cui si può attuare il passaggio da un’etica della vita a un’etica ecologica globale. Alcuni seguaci di fedi religiose dell’Estremo Oriente hanno fatto il salto etico già da secoli, col minimizzare l’importanza della vita rispetto a quella dello spirito divino che permea tutte le cose, viventi e non viventi. In questa prospettiva una roccia potrebbe essere eloquente come un albero, un orso o un bambino nel rivelare verità e armonie universali. Un’altra opzione, comunemente fatta da coloro che asseriscono i diritti delle rocce, è sostenere che le rocce, viste nella giusta luce, sono vive e quindi meritano in piena misura il rispetto etico accordato a tutta la vita.

Si può avanzare questa ipotesi sostenendo che le rocce contengono allo stato grezzo tutti gli elementi chimici delle cose che noi consideriamo normalmente come viventi. Un po’ di riorganizzazione, un bel po’ di tempo, e chi dirà che l’inanimato non viva? Loren Eiseley vide bene quando osservò che l’uomo e tutti i viventi non sono composti che “di polvere e di luce di una stella”.

Del resto, è del tutto plausibile che la nostra attuale definizione di “vita” sia enormemente limitata: semplice frammento di uno spettro che si estende a includere cose come le rocce. Sappiamo che esistono suoni che l’uomo non può udire e colori che non può vedere. Forse ci sono stadi di vita che trascendono anche il nostro presente stato di intelligenza. Eiseley, di nuovo, esprime eloquentemente tale concetto. Le pietre – egli scrive – sono bestie di un tipo che l’uomo non comprende, poiché vive troppo rapidamente per capire. Esse sembravano inanimate perché il ritmo della vita, in loro, era lento. Tali idee non si prestano ai tipi tradizionali di prova, tuttavia sono del tipo delle idee di fondo degli umanisti e sono i puntelli dell’etica ecologica. Ma forse le pietre non vivono; forse meritano rispetto per quello che sono.

Una scala in granito
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Ci sono naturalmente dei problemi, in questa estensione dell’etica. Mentre risaliamo la Piramide rovesciata dell’etica fino al livello delle rocce, noi andiamo ben oltre il punto in cui gli esseri degni di identità etica possono parlare a proprio favore.

Gli schiavi chiedono e – ancor più importante per l’ora attuale – definiscono la libertà; le rocce no.

Ciò significa che tocca all’uomo farlo, e di conseguenza esistono molte possibilità per una azione appropriata. Dopo tutto, cosa vogliono le rocce? Sono violati i loro diritti quando vengono squadrate per un edificio, o frantumate per un pavimento, o quando a una viene data forma di statua? L’antropocentrismo è inevitabile in qualunque risposta noi diamo, come pure in qualsivoglia sistema correttivo possiamo applicare. Al momento attuale, l’unica via d’uscita può essere di supporre che le rocce e ogni altra cosa vogliano stare come sono: le cose viventi vogliono vivere, le rocce vogliono essere rocce. Il comportamento etico può consistere nel rispettare quella condizione.

Ma finalmente giungiamo faccia a faccia con l’idea che l’estensione dell’etica in ultima analisi può avere per la terra minor importanza che per il nostro proprio essere uomini. Se la capacità di concepire idee etiche è uno degli attributi che ci distingue in quanto esseri umani, allora l’estensione dell’etica è una delle cose che possiamo fare per realizzare pienamente la nostra umanità. Le rocce, in realtà, non possono entrare con noi in un rapporto del tipo “fa agli altri ciò che vuoi essi facciano a te”. Ma nella misura in cui possiamo rispettare i diritti delle rocce, noi rispettiamo anche, e accresciamo, le potenzialità dell’uomo.

Il cartello sull’autostrada 64 sicuramente sta a un estremo della gamma di atteggiamenti dell’uomo verso la terra. All’altro estremo si potrebbero citare le prime parole che accolsero i visitatori del padiglione degli Stati Uniti all’expo ’74 di Spokane. Scolpita sull’ingresso principale, in lettere grandi quanto quelle del cartello dei “valorizzatori” dell’Arizona, c’era un’affermazione tratta dal discorso del capo indiano Seattle nel 1854: “La terra non appartiene all’uomo; è l’uomo che appartiene alla terra”.

Un’etica della terra è implicita nelle parole del capo indiano, ma – è significativo – egli parlava al di fuori della corrente principale del pensiero economico, legale e religioso americano. Nel 1854 egli era completamente solo. Ma oggi c’è una porzione crescente della società americana preparata a guardare criticamente alle tradizioni dominanti, se non a starne al di fuori. Noi abbiamo visto venir fuori il termine “contro cultura”, a questo riguardo. E Aldo Leopold è diventato un po’ un “guru” del nuovo vangelo dell’ecologia, che rifugge dalle vecchie motivazioni utilitaristiche per una nuova definizione di conservazione della natura, che evidenzi l’armonia dell’uomo con la terra.

In questa prospettiva, un responsabile uso del territorio è una questione etica, non legale, né economica e neppure estetica.

L’etica della terra ci chiede di essere interessati alle condizioni dell’ambiente non perché è vantaggioso o bello, e neppure perché ciò permette la nostra sopravvivenza come specie, ma perché in ultima analisi è cosa giusta.

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Un giorno tutto questo sarà tuo!

Un giorno tutto questo sarà tuo!
di Stefano Michelazzi

Un giorno tutto questo sarà tuo!, frase piuttosto utilizzata in film e romanzi.
Uno dei tanti, Il Re Leone, film d’animazione, dove il padre indica con queste parole al figlio lo spazio infinito e integro della savana africana.

Bello no? Bella e romantica l’idea di tramandare ai nostri figli qualcosa di unico, di integro, qualcosa che li faccia sentire felici di essere al mondo.

Raccolta rifiuti a 6400 m, al Campo Base Avanzato dell’Everest (versante tibetano). Maggio 2000.
Everest 2000 Levissima, campo base avanzato, rifiuti a 6400 m

Altra ambientazione: un padre italiano cammina lungo una strada forestale col figlio, s’inoltra tra le piante del bosco e risale la collina panoramica che dà modo di spaziare con lo sguardo tra mare e montagna. Giunti al sommo del colle il padre cinge la spalla del figlio ed emozionato dice:

“Vedi bene figliolo? Tutto ciò che ci sta attorno, il mare, le montagne, i boschi in cui abbiamo camminato per giungere fin qui… tutto questo figliolo, un giorno sarà tuo!”

Il figlio lo guarda dritto negli occhi con aria perplessa e chiede: “Ma… papà, diventerò proprietario della discarica rifiuti?”

Il padre rimane sbigottito e chiede il perché di una tale risposta.

– Caro papà! Lungo il sentiero ti sei soffiato il naso e, dopo, il fazzoletto di carta l’hai gettato tra le piante di Erica in fiore; ci siam fermati per fare merenda coi panini che la mamma ha incartato nella pellicola di plastica e alla fine l’hai gettata nel prato; la lattina di aranciata che hai bevuto l’hai schiacciata sotto i piedi con soddisfazione per poi lanciarla tra gli abeti; e mi sa che la bottiglietta d’acqua in P.E.T. farà la stessa fine tra un po’… che mi lasci come eredità, papà? Le acque che scorrono lì nella valle sono inquinate da chi in barba a leggi e regolamenti ci sversa liquami in abbondanza, i fumi delle ciminiere che sbuffano là in fondo ammorbano l’aria, portano il cancro a chi ci vive vicino e anche lontano e nessuno fa niente per rimediare, e nel contempo ho raccolto un sacchetto di immondizie che tu stesso hai lasciato lungo il cammino… No grazie papà! Non è ciò cui ambisco diventare l’erede di questa schifezza!”

Il finale di questo dialogo immaginatelo per conto vostro. Immaginate voi stessi che cosa rispondereste a vostro figlio, perché in grande o in piccolo siamo tutti coinvolti in questa situazione e nessuno di noi può in questo caso, scagliare la prima pietra…

Possiamo però fare qualcosa per rimediare, almeno nel nostro piccolo, alla devastazione che ogni giorno operiamo sia attivamente che passivamente.

Quanto pesa una bottiglia d’acqua, in andata, nello zaino e quanto pesa la stessa dopo averla svuotata?
Risposta elementare, ma quante volte ci siamo imbattuti nei resti delle merende di chi frequenta l’ambiente naturale con fare da Conquistador piuttosto che con lo stile di chi lo ama e quindi lo rispetta?
Mi capita spesso di riempire il mio zaino di questi residui e di altri ancora, di fettucce e cordini tagliati e gettati al volo dalle pareti perché vecchi e da sostituire, ad esempio.
Lavatrici, mobilia varia, vecchi pneumatici e batterie d’automobile cariche di acidi estremamente dannosi, fanno spesso “bella” mostra dove si arriva ad addentrarsi nei boschi col mezzo a motore.

Mi capita spessissimo di caricare lo zaino, già pieno e pesante degli attrezzi della mia professione, con i residui della “civiltà” dei frequentatori delle zone montane. La mia automobile ogni tanto somiglia a un carretto per la spazzatura.

Non sono un ambientalista, anzi, non considero valido un epiteto del genere. Cosa significa ambientalista? Che mentre altri deturpano il nostro pianeta lasciando ai nostri figli un’eredità di devastazione ci sono alcuni che se ne fregano e smerdano un po’ ovunque? Allora non sono io ambientalista ma bastardi (sì, proprio così… BASTARDI) quelli che se ne sbattono dell’ambiente e lo frequentano portandovi le loro miserie da ritardati mentali, perché solo chi non ci arriva con la testa può essere così imbecille da non capire che ci stiamo auto-eliminando ed abbandonare sul sentiero la bottiglietta vuota dell’acqua non è soltanto una piccolezza ma un passo in più verso la rovina!

Ho avuto piacere di scoprire da poco che esiste chi umilmente e senza grandi propagande si ritrova a passare il proprio tempo, che potrebbe utilizzare in altri mille modi più egoistici, ripulendo ciò che rappresenta il marciume umano, magari del vicino di casa che esce sorridendo per la passeggiata nel bosco con amici e famiglia e torna sorridendo dopo aver dato una bella mano alla distruzione dell’eco-sistema.

Allora avrei piacere di farli conoscere questi frequentatori della natura che oltre ad usufruire di ciò che il pianeta ci propone, si fanno carico di correggere le bestialità altrui:
https://www.facebook.com/mounthomeassociation/timeline

Passate a trovarli e magari fate loro compagnia una volta, sono convinto che farà loro un immenso piacere!

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Leave no trace (non lasciar traccia)

Operatori al top per far differenza tra backyard e backcountry

I siti http://lnt.org/ e http://www.leavenotrace.ca/home sono rispettivamente le presentazioni in rete di The Leave No Trace Center for Outdoor Ethics, con sede a Boulder (Colorado, USA) e Leave no trace – Canada.
Sono organizzazioni nate allo scopo di insegnare a tutti la frequentazione responsabile dell’ambiente naturale: si autodefiniscono i promotori del programma più largamente condiviso per un’etica dell’outdoor, nonché gli operatori al top per far differenza tra backyard e backcountry (vedi nota 1).
Sono gestite da piccoli gruppi di appassionati e di tecnici. A entrambe ci si può iscrivere, vi si può svolgere volontariato e se ne possono frequentare i corsi specifici.
Ciò che maggiormente caratterizza Leave no trace sono i sette principi ispiratori, indubbiamente un concentrato di sapienza protetto da copyright.
MarmottaFoto: Federico Raiser / K3

Molti i concetti ovvi, altrettanti quelli non nuovi e già predicati altrove e in precedenza: e in più occorre considerare la grande differenza del territorio in cui vorrebbero essere applicati. C’è un abisso tra le vastità selvagge del continente nordamericano cui i sette principi egregiamente si riferiscono e il nostro territorio alpino, circoscritto, antropizzato.
In ogni caso vale la pena fornirne una traduzione in italiano. I link riportati sotto a ciascun principio rimandano a una spiegazione dettagliata (non tradotta).

I SETTE PRINCIPI DI LEAVE NO TRACE
1)  Pianificare e preparare

Conoscere le norme e le regole speciali del territorio che si va a visitare.
Prepararsi per le avversità meteo, per i pericoli e per le emergenze.
Programmare l’escursione in modo da evitare i periodi di affollamento.
Fare gruppi piccoli, quando possibile. Tendere a dividere i gruppi grandi in più piccoli.
Impacchettare ad hoc le provviste per minimizzare i rifiuti.
Usare carta e bussola per eliminare l’uso di segnali dipinti, frecce od ometti di sassi.
http://lnt.org/learn/principle-1

2) Camminare e fare campo su superfici stabili (durable surfaces, vedi nota 2).
Le superfici stabili includono sentieri, luoghi di accampamento (campsite), roccia, ghiaia, prati secchi, neve.
Proteggere le sponde di laghi e torrenti campeggiando almeno a 50-60 m di distanza.
Un buon campo si trova, non si fa. Alterare un luogo a quello scopo non è necessario.
In aree assai frequentate:
Concentrarsi sui sentieri e sui campi esistenti.
Camminare in fila indiana in mezzo al sentiero, anche in presenza di acqua o fango.
Non ingrandire i campi. Insistere su aree prive di vegetazione.
In aree remote e solitarie:
Tralasciarne la frequenza per scoraggiare la creazione di nuovi sentieri o campi.
Evitare i luoghi dove l’impatto è all’inizio.
http://lnt.org/learn/principle-2

3) Smaltire i rifiuti correttamente
Usare e smaltire. Ispezionare il campo o l’area di riposo alla ricerca di rifiuti e cibo caduto per terra. Insaccare tutti i rifiuti, il cibo avanzato e la spazzatura.
Evacuare le proprie feci in buchi profondi almeno 15 cm, almeno a 50-60 m da acqua, campi o sentieri. Coprire e camuffare il buco.
Mettere da parte e portare via la carta usata e ogni prodotto per l’igiene.
Per lavarsi o rigovernare i piatti, portare l’acqua necessaria ad almeno 50-60 m da torrenti e laghi, usando poi piccole quantità di detersivo biodegradabile. Disperdere l’acqua usata.
http://lnt.org/learn/principle-3

4) Lasciare come si trova
Preservare il passato: osservare, ma non toccare vestigia culturali o storiche.
Lasciare rocce, piante e altri oggetti naturali come li si trovano.
Evitare di introdurre o trasportare specie non autoctone.
Non costruire alcunché, non scavare fosse.
http://lnt.org/learn/principle-4

5) Minimizzare l’impatto dei fuochi da campo
I fuochi da campo possono causare impatto durevole al territorio. Usare fornelli leggeri per cucinare e far luce con le vecchie candele.
Là dove il fuoco è permesso, usare le apposite strutture (area circoscritta, collinetta).
Limitare la grandezza del fuoco. Usare solo pezzi di legno che si possano spezzare a mano.
Bruciare legna e brace fino alle ceneri, poi raccoglierle e disperderle quando fredde.
http://lnt.org/learn/principle-5Giochi d'acquaFoto: Federico Raiser / K3

6) Rispettare la fauna
Osservare la fauna da lontano. Non seguirla, non avvicinarla.
Mai dar cibo agli animali: danneggia la loro salute, altera il loro naturale comportamento e li espone a predatori e altri pericoli.
Difendere la fauna e le proprie provviste escogitando una sistemazione adeguata di viveri e rifiuti.
Tenere sotto continuo controllo animali domestici, oppure lasciarli a casa.
Non cercare la fauna nei periodi sensibili: accoppiamento, nidificazione, crescita dei piccoli, stagione invernale.
http://lnt.org/learn/principle-6

7) Rispettare gli altri escursionisti
Rispettare gli altri escursionisti e proteggere la qualità della loro esperienza.
Usare cortesia. Dare il passo sui sentieri.
Fermarsi sul lato a valle del sentiero quando s’incrociano gli addetti al pack stock (vedi nota 3).
Riposarsi e fare campo lontano dai sentieri e dagli altri escursionisti.
Lasciar prevalere il suono della natura, evitando volumi alti di voce e di rumore.
http://lnt.org/learn/principle-7

Note
Nota 1: gioco di parole, per sottolineare che il backcountry (il paesaggio remoto) deve essere diverso dal backyard (cortile di casa).
Nota 2: il concetto di durable surface riguarda la capacità di una superficie o di un manto vegetativo di fronteggiare il calpestio o di rimanere inalterati.
Nota 3: il pack stock è il deposito di rifornimenti. Su alcuni percorsi esiste il servizio per favorire chi non vuole o non può caricare tutto a spalla per più giorni.