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Lo scalatore come visionario

Lo scalatore come visionario
di Doug Robinson

Nel 1969 esce, sul numero 3 della prestigiosa rivista americana Ascent, un articolo che costituisce una pietra miliare della letteratura alpinistica, fonte di ispirazione per una generazione (e non solo) di scalatori: The climber as visionary, di Doug Robinson.
L’articolo venne tradotto in italiano da Luciano Serra e pubblicato sulla Rivista Mensile del CAI, n. 7 del 1973. In seguito fu anche ripreso il 6 settembre 2011 da http://unfinishade.typepad.com/climbing/2011/06/the-climber-as-visionary-1.html
Qui per l’occasione fu stilata una seconda traduzione, a cura di Marco Lanzavecchia
Giudirel con il contributo di Davide Psycho e il cesello di Marina Ansia Kammerlander. Questo team – trade mark Fuorivia – ha fatto davvero un gran bel lavoro! E’ con questa traduzione che oggi riproponiamo l’articolo.

Doug Robinson
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Nel 1914 George Mallory, destinato in futuro a diventare celebre per una lapidaria definizione del perché dell’arrampicata (“perché le montagne sono là” – NdR) pubblicò sul Climber’s Club Journal un articolo intitolato L’alpinista come artista. Nel tentativo di spiegare il senso di superiorità che in quanto arrampicatore nutriva nei confronti degli altri sportivi, affermò che l’arrampicatore è un artista. Scriveva che “una giornata ben spesa nelle Alpi è come una grande sinfonia” e giustificava l’assenza di un risultato tangibile – dagli artisti ci si attende la produzione di opere d’arte visibili dagli altri – spiegando che “gli artisti in questo senso, non si distinguono per la potenza con la quale esprimono emozioni, ma per la potenza con la quale percepiscono le esperienze emotive di cui l’Arte stessa è fatta… gli alpinisti sono tutti artistici… perché coltivano l’esperienza emozionale senza altri fini”.

L’asserzione di Mallory giustifica in pieno l’alta considerazione che nutriamo per l’arrampicata come attività, ma non concede spazio alla distinzione fra chi apre una via e chi si limita ad ammirarla.

L’alpinismo può produrre risultati artistici tangibili che sono poi sotto l’occhio di tutti. Una via è un’espressione artistica sul fianco di una montagna, accessibile allo sguardo e quindi all’ammirazione o alla critica da parte degli altri scalatori. Proprio come la linea di una via determina il suo valore estetico, la maniera nella quale è stata salita costituisce il suo stile. Una scalata ha il valore di un pezzo artistico e il suo creatore è responsabile per il suo stile e il suo significato proprio come un artista. Riconosciamo gli arrampicatori particolarmente dotati nel creare linee estetiche e potenti, e li rispettiamo per questo loro talento.

Mallory non si spinse abbastanza lontano nell’attribuire funzioni artistiche all’atto di realizzare nuove salite eccezionali; io penso anche che egli usi la parola artista in modo troppo esteso, quando intende includervi la percezione estetica insieme alla creazione estetica.
Per quello che riguarda la percezione, che è essenzialmente passiva e ricettiva, piuttosto che intraprendente e creativa, io userei il termine “visionario”. Non visionario nel senso comune di sogno ozioso e irrealizzabile, e di costruzione di castelli in aria, ma piuttosto nel senso della capacità di percepire con grande intensità gli oggetti e le azioni dell’esperienza ordinaria, di andare oltre, di coglierne le meraviglie e i misteri, le forme, gli umori e i meccanismi. Essere un visionario in questo senso non comporta nulla di soprannaturale o ultraterreno; consiste nell’avere una visione nuova delle cose familiari del mondo.

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Uso molto semplicemente la parola visionario, che prende origine da visione che significa vedere (ma anche capire, NdR), sempre con la massima intensità ma mai oltre il limite del presente reale e fisico. Per utilizzare un esempio familiare è difficile ammirare la Notte stellata di Vincent Van Gogh senza percepire la qualità visionaria che l’artista esercita nel guardare il mondo. Non ha dipinto nulla che non fosse nella scena originale, tuttavia altri potrebbero avere problemi a riconoscere quello che ha dipinto, e la differenza sta nell’intensità della sua percezione, ovvero nell’esperienza visionaria. Van Gogh dipinge trovandosi in uno stadio più elevato della coscienza.

Il Grand Capucin. Questa è l’unica illustrazione dell’articolo originale. Foto: Steve Miller
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Anche gli scalatori hanno le loro Notti stellate. Prendiamo questo passaggio del racconto di Allen Steck sulla salita al Monte Logan per la Cresta del Colibrì: “Mi voltai un attimo e fui completamente sopraffatto dalla contemplazione della bellissima sensuale semplicità della neve soffiata dal vento”.
La bellezza di quel momento, la forma e i movimenti della neve soffiata gli avevano trasmesso un’emozione talmente potente, così meravigliosamente completa, che l’arrampicatore si era perduto in essa. Si dice sia durato un solo istante, eppure lui fu assorbito al punto di smarrirsi, cosicché l’esperienza fu attraversata dai venti dell’eternità.
Un secondo esempio proviene dal racconto del settimo giorno della prima ascensione della Muir Wall su El Capitan, durata otto giorni ed effettuata in condizioni difficili. Scrive Yvon Chouinard sull’American Alpine Journal del 1966: “Arrivammo a cogliere tutto ciò che ci circondava, con sensi resi più acuti. Ogni singolo cristallo spiccava sul granito, in grande rilievo. Le forme mutevoli delle nuvole non cessavano mai di attirare la nostra attenzione. Per la prima volta ci accorgemmo di minuscoli insetti che erano dappertutto sulla parete, ed erano talmente piccoli da essere a stento visibili. In sosta ne osservai uno per quindici minuti, lo guardavo muoversi e ne ammiravo il colore rosso brillante.
Come ci si potrebbe mai annoiare con così tante belle cose da vedere e sentire? Questa fusione con l’ambiente, questa percezione ultrapenetrante, ci diedero una sensazione di appagamento quale non avevamo sperimentato da anni”.

In questi brani appaiono evidenti le caratteristiche che costituiscono l’esperienza visionaria dell’arrampicatore: la travolgente bellezza di molti oggetti ordinari – nuvole, granito, neve – nell’esperienza dell’arrampicatore, una sensazione di rallentamento e quasi di scomparsa del tempo, una sensazione di appagamento, una sensazione oceanica di suprema bastevolezza del presente. Sebbene tenui nella sostanza, queste sensazioni sono abbastanza forti da intromettersi potentemente nel mezzo di situazioni pericolose e da rimanere là, rimpiazzando temporaneamente persino l’apprensione e la spinta a ottenere il risultato.

Le parole di Chouinard cominciano a darci un’idea dell’origine e del carattere di queste esperienze. Inizia facendo riferimento ai “sensi più ricettivi”. Che cosa ha reso più ricettivi i loro sensi? Il tutto sembra direttamente collegato a quello che stavano facendo, per loro era la settima giornata consecutiva di assoluta concentrazione. Arrampicare tende a indurre esperienze visionarie. Dovremmo indagare quali siano le caratteristiche dell’arrampicata che predispongono a queste esperienze.

L’arrampicata richiede profonda concentrazione. Non conosco nessuna altra attività in cui un intero pomeriggio possa facilmente essere cancellato, senza nessuna traccia. O un rimpianto. Mi sono piombate in testa bufere, e pareva che fossi addormentato, anche se so che per tutto il tempo sono stato in preda a una profonda concentrazione, attento a pochi metri quadrati di roccia e poi a quelli successivi. Sono uscito a fare boulder e sono tornato trovando che lo stufato era bruciato. A volte in pianura quando è difficile lavorare sono invidioso della facilità di concentrazione che si ha arrampicando. Questa concentrazione può essere intensa, ma non ha la stessa intensità dei momenti visionari, è solo un prerequisito.

Alessandro Gogna sulla via degli Svizzeri al Grand Capucin, 1967. Questa è la prima delle tre illustrazioni che corredavano l’articolo sulla Rivista Mensile del CAI. Foto: Ilio Pivano
Alessandro Gogna sulla via degli Svizzeri al Grand Capucin, 1967. Foto: Ilio Pivano

La concentrazione non è continua, è spesso intermittente e sporadica, a volte ciclica e ritmica. Dopo aver fronteggiato per un po’ i pochi metri quadri di roccia che ci stanno davanti, la corda finisce ed è tempo di fare sosta. Il tempo in sosta è un intermezzo nella concentrazione, un’interruzione, una piccola possibilità di rilassarsi. Lo scalatore passa da una postura aggressiva e produttiva a un’altra passiva e percettiva, da agente a osservatore, e di fatto da artista a visionario. La giornata di arrampicata si svolge attraverso un ciclo di arrampicata-sosta-arrampicata-sosta con una serie regolare di concentrazioni e rilassamenti. Ed è di uno di questi momenti di rilassamento che Chouinard sta parlando. Quando gli arti si appoggiano alla roccia e i muscoli si contraggono, anche la volontà si concentra, mentre in sosta, legati a un arbusto di quercia, i muscoli si rilassano e anche la volontà, che era rimasta concentrata sui movimenti, si espande e torna a vedere il mondo, che appare nuovo e luminoso, creato di fresco, perché prima aveva davvero cessato di esistere. Per contrasto, lo svantaggio delle abituali attività a basso impegno è che non riescono a mettere il mondo fuori dalla porta, il mondo non cessa quindi di essere familiare e finisce per essere di conseguenza ignorato. Arrampicare concentratissimi significa escludere tutto il mondo: e quando riappare sarà un’esperienza strana e meravigliosa nella sua novità.

Il rilassamento in sosta non è totale: l’arrampicata non è finita, ci sono ancora tiri davanti, persino il più difficile, potrebbero volerci ancora giorni. Ci accorgiamo che se il ciclo di intensa contrazione prosegue, e quando questo ciclo diventa routine quotidiana, il rilassamento in sosta produce esperienze visionarie più frequenti e intense. Non è un caso che l’esperienza riferita da Chouinard sia accaduta alla fine dell’arrampicata: stava ponendo i suoi presupposti da sei giorni. La cima, troncando il ciclo e regalando la liberazione finale dalle tensioni, dovrebbe offrire all’arrampicatore alcuni dei momenti più intensi e uno sguardo alla letteratura dimostra che è proprio così. La vetta è anche una liberazione dal deserto sensoriale dell’arrampicata: dalla nuda concentrazione sulla configurazione della roccia passiamo alle ricchezza estetica della cima. Ma c’è ancora la discesa di cui preoccuparsi, un’altra contrazione della concentrazione a cui seguirà un rilassamento alla base della parete.
Seduti su un tronco ci togliamo le scarpe da arrampicata e infiliamo gli scarponi. Guardiamo la valle e siamo pervasi da un’oceanica sensazione di lucidità, distacco, unione e fusione. E’ ciò che resta tra una scalata e la successiva, da un giorno sulle bollenti chiare pareti a quello successivo, tuttavia segnato da sere scure come la pece a Camp 4.

Gian Piero Motti in artificiale all’Orrido di Chianocco (Valle di Susa). Questa è la seconda delle tre illustrazioni che corredavano l’articolo sulla Rivista Mensile del CAI. Archivio Gian Piero Motti.
Gian Piero Motti in artificiale all'Orrido di Chianocco (Valle di Susa)

Quando un percorso è stato tracciato diviene più familiare ed è più facile seguirlo una seconda volta, e lo diventa ancor di più in viaggi successivi. La soglia è stata abbassata. La pratica giova sia alla facoltà visionaria dell’arrampicatore che alla sua tecnica in fessura. E si applica anche al di fuori delle scalate. Secondo John Harlin, anche se lui sta parlando di desideri e non di visioni, l’esperienza può essere “presa in prestito e proiettata”. Si applicherà alla vita dell’arrampicatore in generale, alle sue ore banali in pianura, ma sarà stata l’arrampicata a insegnargli a essere visionario. Se non vogliamo darci troppa importanza, nel prepararci consapevolmente a un’esperienza visionaria, sarà bene ricordare che la bellezza incredibile delle montagne è sempre a portata di mano, sempre pronta a sospingerci nella consapevolezza.

L’ampiezza di questi cicli è molto variabile. Anche se il ciclo della lucidità si chiude tra un tiro e l’altro, altre volte ci vogliono giorni per chiudere un intero ciclo, altre volte ancora la cosa può essere quasi istantanea, come quando tirando un appiglio dopo un istante di incertezza e dubbio, senti all’improvviso il calore del sole attraverso la maglietta e senza esitare ti allunghi alla presa successiva.

Non è detto che l’alterazione della percezione sia intensa. Un piccolo cambiamento può essere egualmente profondo. Il divario tra guardare senza vedere e guardare avendo una vera visione è a volte talmente piccolo che possiamo passare da uno stato all’altro molte volte, nella vita di tutti i giorni.
Ulteriori innalzamenti della facoltà visionaria sono rappresentati da percezioni più profonde di ciò che è già sotto i nostri occhi. La visione è vedere intensamente. La visione è vedere quello che è profondamente compenetrato, e seguire questo processo porta a una maggiore consapevolezza dell’ambiente, intuitiva piuttosto che scientifica. Un’ecologia alla John Muir, che parte non dal concetto generale di alberi, rocce, aria, ma piuttosto proprio da quel dato albero con quel nodo sul tronco, dalle rocce come le vide Chouinard, supremamente distaccate e distanti, riflettenti la loro luce perfetta, e da quell’aria che soffia pulita e rovente dal deserto orientale e che quando si riversa sul bordo della valle per proseguire verso il Pacifico porta la fragranza dei campi di neve del Dana Plateau e delle interminabili cime degli alberi di Toulomne.

Gian Piero Motti sulla parete sud-est del Becco Meridionale della Tribolazione, via Grassi-Re. Questa è la terza delle tre illustrazioni che corredavano l’articolo sulla Rivista Mensile del CAI. Archivio Gian Piero Motti.
Gian Piero Motti sulla parete sud-est del Becco Meridionale della Tribolazione, via Grassi-Re

Le alterazioni visionarie nella mente degli arrampicatori hanno una base fisiologica. L’alternanza di speranza e paura di cui si parla nei loro racconti descrive stati emotivi che hanno una base biochimica. Questi meccanismi psicologici sono stati utilizzati per millenni da profeti e mistici, e solo per pochi secoli dagli scalatori. Due meccanismi complementari operano indipendentemente: il livello di anidride carbonica e quello della decomposizione dell’adrenalina: il primo derivante dallo sforzo fisico ed il secondo dall’apprensione. Durante la fase attiva dell’arrampicata l’organismo è sottoposto a un duro lavoro: aumenta la concentrazione di CO2 (debito di ossigeno) e si rilascia adrenalina in previsione di difficoltà o movimenti pericolosi, in modo che quando l’arrampicatore approda alla sosta alla fine del tiro si ritrova in debito di ossigeno e con una scorta di adrenalina non necessaria. Il debito di ossigeno si manifesta nei muscoli sotto forma di acido lattico, un vero veleno cellulare, che potrebbe anche essere quello che provoca visioni mentali. L’attività visionaria può essere indotta sperimentalmente somministrando CO2, e questo fenomeno potrebbe spiegare il ruolo del canto in ipoventilazione nelle chiese medioevali così come del controllo della respirazione nelle religioni orientali. L’adrenalina, trasportata dalla circolazione sanguigna in tutto il corpo, è un prodotto instabile se non utilizzato, e presto comincia a decomporsi formando altre sostanze chimiche, la cui struttura ricorda da vicino alcune droghe psichedeliche, che potrebbero aiutare a mettere in luce il meccanismo di azione di questi agenti di espansione mentale. Vediamo che l’attività fisica di arrampicare accoppiata con l’ansia, produce dei cambiamenti chimici nel corpo che sono prodepeutici all’esperienza visionaria. C’è un altro fattore con azione a lungo termine che potrebbe cominciare a rivelarsi nel racconto di Chouinard: l’alimentazione. Sia il semplice digiuno sia la carenza di vitamine tendono a preparare il corpo, apparentemente indebolendolo, all’esperienza visionaria. Questa insufficienza vitaminica provoca un basso livello di acido nicotinico, una delle vitamine del complesso B e noto agente antipsicotico: quindi anche questo fattore alimenterebbe l’esperienza visionaria. Chouinard accenna più volte nel suo racconto alle razioni alimentari ridotte. Per un ulteriore disamina dei meccanismi fisiologici che conducono allo stato visionario, ci sono due saggi di Aldous Huxley: Le porte della percezione e Paradiso e inferno.

Esiste un’interessante relazione tra lo stato visionario dell’arrampicatore e la sua controparte nella subcultura limitrofa dei consumatori di droghe. Queste droghe sono sempre più comuni e molti giovani per la prima volta nella storia arrivano all’arrampicata da un punto di vista già avvantaggiato sull’esperienza visionaria. A queste droghe sono stati attribuiti una serie di nomi erronei sulla base di falsi modelli di azione: psicotomimetici, per la supposta capacità di simulare psicosi, e allucinogeni, visto che le allucinazioni erano ritenute la realtà centrale dell’esperienza da loro indotta. Il loro nome attuale significa invece semplicemente manifestazione della mente, concetto finalmente naturale. Queste droghe forniscono alla gente una finestra aperta sull’esperienza visionaria. Essi ritornano dall’esperienza sapendo che esiste un luogo dove gli oggetti delle sensazioni ordinarie ricordano loro molte esperienze spontanee o di picco e in questo modo confermano o danno luogo a nuove serie di osservazioni. Ma finisce tutto qui. Non c’è ritorno alla realtà intensificata, alla suprema sufficienza del momento presente. La finestra si è richiusa e non può essere nemmeno più ritrovata senza ricorrere alla droga.

Doug Robinson fotografa Galen Rowell per un articolo per il National Geographic Magazine sulla prima salita hammerless della Regular all’Half Dome, 1974. Foto: Dennis Hennek.
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Non sono affatto disposto a dire che i consumatori di droghe comincino ad arrampicare per cercare quella finestra. Non potrebbe venir loro in mente. Chiunque non sia avvezzo a un’attività fisica disciplinata potrebbe avere dei problemi a immaginare che essa produca qualcosa di più che semplice sudore. Ma quando due culture si sovrappongono, e un giovane arrampicatore comincia ad accorgersi della similitudine tra i risultati visionari risultanti dalla sua disciplina arrampicatoria e la sua precedente vita visionaria indotta dalle droghe, allora è sulla soglia del controllo. Ora c’è un chiaro percorso di disciplina, che conduce alla finestra. Consiste in deserto sensoriale, nello sforzo intenso e concentrato, in cicli alternati di concentrazione e rilassamento. Questo percorso non è esclusivo dell’arrampicata, naturalmente, ma qui noi stiamo riflettendo sulle peculiarità che gli elementi del percorso assumono in essa. Io lo chiamo la lenta strada benedetta, perché anche se abbisogna di tempo e di sofferenza, è una via allo stato visionario che non gode di facilitazioni, e nel seguirla l’arrampicatore si ritroverà meglio preparato ad apprezzare la visione in sé, e nel ritornare gradualmente e con gli occhi ben aperti allo stato ordinario di veglia conserverà il ricordo di dov’è la finestra, come aprirla, e porterà con sé alcune delle esperienze vissute.

La lenta strada benedetta garantisce che l’anima dell’arrampicatore, temprata dalla grande esperienza che ne ha fatto un visionario, sia stata affinata in modo da poter gestire la sua attività visionaria rimanendo equilibrato ed attivo (l’emarginazione, che è sostanzialmente uno stato improduttivo, è il risultato di un’esagerata attività visionaria priva di una corrispondente crescita della personalità). L’arrampicata che lo ha preparato a essere un visionario lo ha anche preparato a gestire le sue visioni. Questo non è tuttavia un cambiamento così drammatico. All’inizio è simile al vedere invece che semplicemente guardare. Per sperimentare un cambiamento permanente nella percezione possono essere necessari anni di disciplina.

Doug Robinson. Foto: Shawn Reeder
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Un potenziale trabocchetto è percepire la disciplina de la lenta strada benedetta secondo la ferrea tradizione dell’etica protestante: non può funzionare. L’arrampicata fornisce tutto il necessario rigore della disciplina senza che sia necessario aggiungerne. E quando la facoltà visionaria emerge, quello che è necessario non è un ulteriore sforzo di disciplina ma uno sforzo di rilassamento, una sottomissione al mondo così meraviglioso, consolatorio e pervasivo.

Ho cominciato a prendere in considerazione queste idee nel 1965 in Yosemite con Chris Fredrick. Avvertendo una similitudine di esperienze, o perlomeno un approccio simile alle esperienze, siamo stati seduti a discorrere molte notti insieme, al limitare del campo degli scalatori, e abbiamo trascorso alcuni giorni sperimentando le nostre parole nella gioia del movimento al sole. Chris ha cominciato a interessarsi al Buddismo Zen, e quando mi ha detto della sua religione orientale sono rimasto stupito di non aver mai sentito parlare in precedenza di un sistema che calzava così perfettamente alla realtà circostante senza che fosse necessario nessun aggiustamento o stiracchiamento. Se ben ricordo non abbiamo mai menzionato l’esperienza visionaria in quanto tale, anche se nella sostanza non è stata mai lontana dalle nostre riflessioni. Siamo penetrati in uno di quegli stati mentali paralleli al punto che ora per me è difficile riferire che cosa tirammo fuori. Abbiamo cominciato a considerare certi aspetti dell’arrampicare come il corrispettivo occidentale di pratiche orientali: i precisi e ripetitivi movimenti dell’assicuratore nel dare corda, l’avvicendarsi cadenzato dei piedi nella marcia nei boschi, persino il ritmico movimento dell’arrampicata su terreno facile e regolare, si avvicinavano alle pratiche di meditazione e controllo del respiro. Sia la parte laboriosa che quella visionaria dell’arrampicata sembravano ben adatte a liberare l’individuo dal concetto di se stesso, la prima ridimensionando le sue ambizioni e la seconda mostrandogli di essere solo una parte di un universo genialmente integrato. Abbiamo visto emergere, l’uno nel volto dell’altro, la visione con la sua mescolanza di gioia e serenità, e rientrando dalle scalate ci siamo sentiti spesso come bambini nel giardino dell’Eden: indicavamo, facevamo cenni e ridevamo. Abbiamo esplorato momenti senza tempo e ci siamo stupiti quando la consapevolezza ordinaria era sospesa, mentre la facoltà visionaria era in essere. Ci è accaduto di non rammentare questi momenti di vera felicità e pace: tutto quello che restava – dopo – era la consapevolezza che c’erano stati ed erano stati belli: gli abituali dettagli della memoria erano svaniti. Successe anche a gran parte delle nostre conversazioni: ricordo solo che parlammo e comprendemmo delle cose. Credo che fu nel corso di queste conversazioni che fu piantato il primo seme del concetto dell’alpinista come visionario.

William Blake ha parlato dell’esperienza visionaria dicendo: “Se le porte della percezione fossero sempre dischiuse tutto apparirebbe all’uomo com’è: infinito”. Inciampando nelle porte dischiuse l’arrampicatore si meraviglia di ritrovarsi nella condizione privilegiata di trovarsi faccia a faccia con l’universo. Trova la risposta nella sua attività e nella chimica della sua mente e comincia ad accorgersi che sta applicando in modo speciale alcune antichissime tecniche di apertura mentale. La visione di Chouinard non è stata un caso: è il risultato di giorni di arrampicata. Chouinard era temprato dalle difficoltà tecniche, dolore, apprensione, disidratazione, sforzi, deserto sensoriale, stanchezza, in una parola dalla graduale perdita del sé. Basta solo copiare gli ingredienti, per consegnarsi ad essa. Gli ingredienti conducono alla porta. Non è necessario raggiungere il livello tecnico di Chouinard, pochi possono farlo, è sufficiente il suo livello di impegno. Non è necessario scalare El Capitan per essere visionari: io non l’ho mai fatto ma arrampicando cerco di spingermi al mio limite, di scalare cose per me problematiche. In questo modo noi tutti attraversiamo questo confine etereo – ognuno il suo – e ci inoltriamo nello stato di visione. Per quanto esso possa essere descritto precisamente, rimane sostanzialmente elusivo. Non diventerete un giorno visionari per rimanerlo per sempre. E’ una condizione nella quale si entra e si esce raggiungendola con sforzi mirati o spontaneamente, in momenti voluti dal caso. Stranamente non è il frutto di un lavoro conscio, ma arriva come il sottoprodotto di uno sforzo in un’altra direzione e su un altro piano. Vive il suo ghiribizzo momentaneo o indugia sospesa nell’aria, arrestando il tempo nel suo divenire, per un attimo momentaneamente eterna, come quando conclusa l’ultima corda doppia vi voltate e siete sopraffatti dalla meraviglia verde della foresta.

Doug Robinson, autore di The alchemy of action, ha aperto un considerevole numero di vie nuove sia su roccia che su ghiaccio. E’ considerato il “padre del clean climbing”. Per saperne di più su Doug Robinson consulta http://movingoverstone.com/ (in inglese).

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La voce del silenzio

La voce del silenzio

L’ambiente naturale deve essere visitato con discrezione: per così dire, in punta di piedi. Lasciamo ai più intolleranti pensa­re che la folla porti comunque il rumore: in una chiesa gremita di fedeli non si sente volare una mosca quando tutti ascoltano la propria voce interiore. Così in montagna, anche un numero grande di persone non è sinonimo di frastuono. Per evitare che folla vo­glia dire rumore, dobbiamo imparare ad aprirci al silenzio e a riconoscerne la voce profonda.

Chi si aggira per i boschi ridendo fragorosamente o facendo il verso a canti popolari e gorgheggi tirolesi in realtà si è stac­cato così seriamente dalle proprie radici da non poter o non vo­ler più distinguere, come qualche volta i bambini, una gioiosa allegria da una fastidiosa e capricciosa petulanza. Spesso però, con dolore, assistiamo impotenti a urla, schiamazzi, gracchiare di radio e moto­ri, a clacson che impauriscono gli ani­mali e prevaricano coloro che invece cer­cano la quiete. Sentire nel proprio intimo questa aggressività ignorante e in­sensibile è soprattutto la denuncia di quanto poco siamo capaci di rispettare noi stessi.

Vallone dei Laures, baite di Le Tramail, gruppo del Monte Emilius, Valle d’Aosta
Vallone dei Laures, baite di Le Tramail, gruppo del Monte Emilius, Valle d'Aosta

Chi, neppure sulla cima di una montagna o immerso in un luogo so­litario, non è capace di raggiungere la calma mentale e rimane prigioniero dell’agitazione, del nervosismo e della confusione che gli caratterizzano la vita in città è ben lontano anche dalla sola ricerca della propria pace interiore; ma pure chi, come noi, si lascia sorprendere a volte da una punta di fastidio per questa gente non è in posizione assai migliore nel lungo cammino verso la serenità: anche il ronzio di un insetto in quelle condizioni ci disturba e ci lasciamo contagiare dallo stesso tipo di aggres­sività che denunciamo negli altri.

È circa mezzanotte quando, in una calda sera di fine giugno, mi sdraio vicino all’auto posteggiata sul lato della stradina che da Grand Brissogne s’inoltra gra­dualmente nel Vallone di Laures. Uso il sacco piuma come una coperta e faccio fatica ad addormentarmi perché sono veramente felice di essere qui, da solo e in questo posto dimenticato. Il silenzio è quasi totale, solo un lontano rombo di cascate d’acqua mi tiene compagnia, sottofondo a pensie­ri che finalmente si rivolgono alla pace dopo una giornata assai agitata.

Così vicino al fondo valle e ai suoi rumori, è una lieta sorpresa il ritrovarmi ap­partato, come se volontariamente mi fossi nasco­sto alla vista e ai detector degli uomini.

All’una e quarantacinque un’auto mi passa vicino: i suoi fari so­no sciabole che rompono il mio isolamento di dormiveglia. Con po­chi gesti precisi mi rivesto, mi allaccio gli scarponi, sistemo l’altimetro nel taschino, il telefonino nella tasca dello zaino, chiudo l’auto a chiave e mi avvio senza neppure la luce frontale.

Salgo veloce perché ho intenzione di raggiungere il Lago Inferio­re di Laures alle prime luci dell’alba: sono 1600 metri di disli­vello.

Come tutte le altre volte, sono emozionato e quindi veloce. Non mi disturba il forte peso dello zaino perché ora penso con il cuore, in maniera diretta, senza gli andirivieni di lunghe inve­stigazioni razionali su problemi che quanto più pro­vocatoriamente esigono una risposta tanto più sono forse inutili. Messo in di­sparte il pensare dispersivo, il risparmio di energia tende a combinarsi in ar­monia con l’agilità di movimento fisico.

È esaltante salire spediti, al buio, nel fragore d’acqua che sempre più si av­vicina. Passando i traballanti ponticelli di le­gno, il pulviscolo di cascata quasi mi inzuppa. Ma è un sollievo al sudore. Il sentiero sale continuo a collegare i punti deboli di questo scrosciante e ripidissimo vallone che, nella sua enor­mità e nella mancanza di luce, potrebbe apparire assolutamente insuperabile.

Lac d’en Bas de Laures e Monte Emilius
Lac d'en Bas de Laures + M. Emilius

Il sentiero perciò è l’unico legame che ho con l’obiettivo della mia escursione notturna, il solo amico che abbia qui a condivide­re l’assordante voce del silen­zio.

Me ne ero già dimenticato, ma all’improvviso raggiungo e supero i due dell’auto che in effetti mi precedevano di molto: questi sono fermi accanto alle rovine di un baitello. Una voce di saluto: – Anche voi ai Laures? – e un pensiero di curio­sità: – Ma dove vanno questi a quest’ora? – e procedo oltre come se avessi in­contrato dei fantasmi.

Quando, molto prima dell’alba sul Monte Emilius, arrivo sulle ri­ve del Lago In­feriore di Laures, il caratteristico ronzio del grande silenzio mi accoglie. La vasta e solitaria conca che si apre alla testata del vallone amplifica il nulla che mi rimbomba nelle tempie accaldate, le tetre acque del lago sembrano essere profonde e inghiottire ogni esistenza e sensazione superflue. È l’attimo prima del chiarore, quando silenzio e buio stanno per separarsi.

Sempre più in alto, il Lago Superiore è ancora per metà ghiaccia­to e l’Emilius vi riflette solo parzialmente la sua rossastra pa­rete orientale. Lo spazio che mi circonda si appoggia su morene immani e su balze a panettone con gli ultimi fili d’erba prima che distese di sassi e neve ricoprano anche le poche tracce di sentiero ai due o tre colli transitabili.

Un ruscello che scorre, un uccello che canta, una roccia che si oppone al vento sono alcune tra le mille voci del silenzio; anche una superficie d’acqua assolu­tamente immobile e il buio che muore sono voci che vanno dritte al cuore e combinandosi tra loro in infinite variabili ci portano lontano, ci separano gra­dualmente dai nostri modelli di tutti i giorni. Modelli e schemi conformi­sti che assomigliano in genere a ritmi musicali o a melodie che sottolineano le scene principali di un film di cassetta. Ma in natura non c’è una colonna sonora che insegua i sentimenti, perché sono i sentimenti stessi a confondersi con la natura e a crearsi un sereno distacco dal film in cui viviamo. Le voci del silen­zio ci allontanano da tanti desideri a basso voltaggio e ci riavvicinano a quell’energia a grande differenza di potenziale che proprio loro hanno connatu­rata: così la realtà ci diventa ma­nifesta con un lampo e il tuono ci sembra ru­morosamente super­fluo.

Dalla Punta di Leppe, da destra: Monte Emilius, Passo dei Tre Cappuccini, Punta Rossa, Colle di Valaisan, Punta Garin. Sotto all’Emilius, il semighiacciato Lago Superiore di Laures. Foto: Marco Milani
Dalla Punta di Leppe, da destra: Monte Emilius, Passo dei Tre Cappuccini, Punta Rossa, Colle di Valaisan, Punta Garin. Sotto all'Emilius, il semighiacciato Lago Superiore di Laures. Valle d'Aosta.

Situato al limite settentrionale del Gruppo del Gran Paradiso, il massiccio del Monte Emilius per alcuni ne fa parte, per altri co­stituisce un nodo orografico a se stante. Comunque sia, ci tro­viamo di fronte a un complesso di rilievi assai suggestivo ed imponente, dei quali l’Emilius è il naturale sovrano. Elegante da qualunque parte la si osservi, la montagna ha nella sua linea­re eppure complessa conformazione la caratteristica principale. Il nome ha origini incerte anche perché, nel corso degli anni, ne sono stati usati ben quattro ad indicare la stessa montagna.

Come ci racconta quell’istituzione di cultura alpinistica che fu l’abate Joseph Henry, è molto probabile che il primo nome dell’Emilius sia stato Mont Cha­mosier o Chamosser: si era verso il 1200. Poco dopo, ecco comparire il topo­nimo di Picco delle Dieci Ore, conseguenza del fatto che lì vicino, l’odierna Becca di No­na era detta Picco delle Undici ore (l’interpretazione secondo la quale i nomi in genere derivano da osservazioni di carattere pra­tico è sempre tra le meno azzardate!).

Come è accaduto per tante altre cime un altro nome, quello di Punta di Vallé, deriva forse dal Plan Valé, ripiano situato fra l’Emilius e la Becca di Nona. Più misteriosa è l’origine del ter­mine Mont Pie, mentre per soddisfare la vostra cu­riosità vi in­formiamo che l’odierno nome fu dato dal canonico Carrel per ono­rare la signorina Emil Argentier che salì in cima a soli 14 anni.

Qualche giorno dopo risalgo con Marco Milani il lungo Vallone di St. Marcel, im­merso in una pace recondita. Alcune malghe ricostruite di recente ospitano un bestiame che rimane per tutto il tempo in­visibile. Dalla vetta della Punta di Leppe abbracciamo con uno sguardo il versante opposto, la conca dei laghi solitari e silen­ziosi che ricordo così bene: siamo nel punto dal quale non si può salire oltre, nella stretta fascia di contatto dove due mondi si aprono e si chiu­dono l’uno all’altro nello stesso istante.

Siamo i portavoce del loro linguaggio comune: anche noi, come il vento, siamo dei portatori di silenzio.

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I due soli di Renato Casarotto

I due soli di Renato Casarotto
(se non diversamente indicato, le foto sono di Enrico Ferri)

Vicenza, Teatro Olimpico. C’è un sacrale silenzio nel teatro al coperto più antico al mondo, neppure il più piccolo colpo di tosse: in 470 attendiamo al buio che la scena si accenda, che lo strisciante sottofondo musicale che imita il vento di montagna lasci spazio a un faretto che finalmente investe e illumina l’attore Massimo Nicoli lasciando nell’ombra i musici Francesco Maffeis e Jurij Roncan.

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Così inizia, la sera del 26 aprile 2016, lo spettacolo di Umberto Zanoletti, rappresentazione teatrale in atto unico DUE AMORI. Storia di Renato Casarotto,  da un’idea di Davide Torri dell’Associazione Gente di Montagna e da una scrittura di Nazareno Marinoni e Gianfranco Ialongo.

La scena è tanto nuda quanto grandiosa. Nicoli è seduto a un tavolino, a destra campeggia una rossa tenda da montagna con accanto uno zaino. Ma palco, gradinate, pubblico e attore sono dominati da un capolavoro di Andrea Palladio, diventato Patrimonio Unesco della Città di Vicenza e tempio universale della cultura.

Buio e attesa sono stati preceduti da una breve presentazione, condotta da Alberto Peruffo (il regista culturale) e da Roberto De Martin, presidente del Trento Film Festival (che ha scelto quest’occasione per aprire la 64a edizione) che introducono l’omaggio a una delle figure più importanti dell’alpinismo del secolo scorso, Renato Casarotto, cittadino benemerito di Vicenza, nel trentennale della sua morte. De Martin legge l’agghiacciante racconto di Gianni Calcagno, colui che fu calato nel fatale crepaccio per recuperare Renato morente.

Il 16 luglio del 1986, ai piedi del K2, moriva infatti Renato Casarotto, alpinista nato ad Arcugnano (Vicenza) il 15 maggio 1948, protagonista tra gli anni ‘70 e ‘80 di imprese ed esperienze che sono diventate, dopo trent’anni, per il loro alto valore esplorativo e umano, patrimonio dell’immaginario collettivo di tutta la comunità alpinistica internazionale.

Questa sera dunque, la montagna e l’alpinismo, con il loro messaggio universale, entrano nel cuore della grande cultura classica occupando una delle scene più ambite e celebrate dagli artisti di tutto il mondo, vetta metaforica dell’Olimpo culturale.

Considerate leggendarie, quasi tutte irripetute, le imprese di Casarotto sono raccontate da Nicoli senza retorica, attingendo a uno straordinario canovaccio basato sulla testimonianza di Nazareno Marinoni, giornalista valdostano della Rai, amico di Renato. Fatti ed episodi, alcuni dei quali sconosciuti, si succedono serrati, trasportando lo spettatore tra le montagne più belle e difficili della Terra, con la sola forza delle parole, dei pensieri e della forte storia d’amore che ha visto come protagonista la moglie di Renato, Goretta Traverso, presente in sala, donna di grande carattere e forza morale, prima italiana a salire una montagna di 8000 metri (il Gasherbrum II).

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La narrazione racconta l’alpinismo attraverso l’amore di un uomo verso la sua compagna e verso le montagne che lo hanno accompagnato in ogni giorno della sua vita: «La storia di un uomo e del suo incontro-scontro con il limite universale». I due Amori di Renato Casarotto.

L’alpinismo di Renato Casarotto è stato a tutti gli effetti un’esperienza totalizzante e molto creativa: il racconto, attraverso le parole di Nicoli, valorizza l’azione sulla montagna, ma nel contempo procede aprendoci sprazzi sulle profondità dell’amore per Goretta, quelle riflessioni intime che completano la grandiosità dei progetti e delle imprese. Mentre Renato era in azione sulla parete, Goretta viveva la propria esperienza alla base delle pareti, sapendo dialogare con quel mondo così inospitale, dove l’estraneità glaciale riesce a contagiare le profondità di noi stessi.

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Dopo giorni e giorni di solitudine in ambiente repulsivo, l’ordinaria raffigurazione nelle vesti di Goretta che Casarotto fa delle sue pulsioni più intime, vero motore della sua macchina da guerra, non può più reggere la finzione.

Aspettavo con emozione il momento in cui sarebbe stata raccontata la salita della Ridge of no return. Finalmente le calde parole del dramma pronunciano i due Soli che scorse Renato, i due se stessi affiancati, quello noto e quello sconosciuto, perché proiettato fino ad allora su Goretta, che si scopre altrettanto luminoso. Quello che lo aveva accompagnato e protetto, amico molto discreto, per tutta la sua vita leggendaria, quando tanto più il sole vero era cancellato dalle buie e violente bufere in quota, tanto più brillava nero e invisibile il sole della sua anima.

I due Soli appaiono dopo giorni e giorni, quando il viaggio di Renato è al culmine dell’intensità, nel climax delle atrocità fisiche e psichiche di un ambiente disumano, una visione cui Renato non può resistere, una spaventosa rivelazione di potenza che porta al ripudio di quella che egli stesso qualifica come “zavorra”, perché cerca di impedire quell’insana scissione psicologica che invece lo smisurato ego di Renato a quel punto vuole, pensando sia la soluzione.

In effetti di soluzione si tratta, la recisione di quel patto intimo che aveva per tanti anni fornito l’energia necessaria a cotanta volontà e concentrazione. Una soluzione di contratto purtroppo “no return”.

Massimo Nicoli
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Roberto Mantovani e Alberto PeruffoDueSoliRenatoCasarotto-TeatroOlimpico-ENR_2035

Filippo Zanetti, Roberto Mantovani, Alberto Peruffo e Alessandro Gogna chiudono l’evento
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Gli applausi, dopo 100 minuti, sono quasi liberatori, sembrano non smettere più. Alla fine della serata, dopo la voce dell’amministrazione comunale (Filippo Zanetti, Assessore alla Semplificazione e Innovazione), sono state ascoltate due testimonianze, in quanto amici di Renato, quella dello storico dell’alpinismo Roberto Mantovani e quella mia.

In teatro erano presenti moltissimi tra gli amici di Renato Casarotto, nonché alcune personalità dell’alpinismo e della cultura della montagna italiana. Con il pericolo di dimenticare molti: Giacomo Albiero, Carlo Claus, Lorenzino Cosson, Agostino Da Polenza, Kurt Diemberger, Ivo Ferrari, Davide Ferro, Maurizio Giarolli, Luca Giupponi, Rolando Larcher, Umberto Martini (presidente generale del CAI), Franco Michieli, Giuseppe Popi Miotti, Elio Orlandi, Cecilia e Maurizio Oviglia, Piero Radin, Vincenzo Torti, Adriana Valdo, Maurizio Manolo Zanolla.

Il ricavo della serata, detratte le spese, sarà donato in beneficenza dal Gruppo di Lavoro Olimpico CAI, SAV, GM, GAV per le adozioni a distanza di giovani nepalesi e peruviani bisognosi.

Goretta Traverso raccontò vita e imprese di Renato nel volume Una vita tra le montagne. Qui è con Nazareno Marinoni ai cui scritti è ispirato lo spettacolo. Foto: Roberto Serafin/MountCity.
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La momentanea vulnerabilità di Heinz Grill

Nell’uggioso pomeriggio di domenica 17 aprile 2016, a casa di Marco Furlani a Pietramurata (Dro), ci siamo incontrati con Heinz Grill, Sigrid Königseder e Barbara Holzer. L’obiettivo era uno scambio d’idee sulle motivazioni della chiusura del sito www.arrampicata-arco.com voluta dallo stesso Grill e sull’opportunità di stendere un comunicato che potesse funzionare da attestato di stima nei suoi confronti.

Qui di seguito riportiamo in primo luogo l’attestato e, subito dopo, la conversazione che c’è stata tra di noi.

 

Attestato di stima ad Heinz Grill
Il presente testo è l’espressione del pensiero di tutti i presenti ma anche di tanti altri arrampicatori, i nomi di solo alcuni dei quali potete leggere più sotto. E’ il testo di base, quello che spiega in breve la situazione che si è venuta a creare in queste ultime settimane e che ribadisce la nobiltà di un intento sperimentato per anni, quello di coniugare nella valle del Sarca due culture così differenti come quella italiana e quella tedesca.

Il sito www.arrampicata-arco.com è stato chiuso perché l’attuale cattivo stato delle vie aperte da Heinz Grill e dal suo gruppo di amici consiglia di non insistere a presentare vie che non rispondono più a criteri di bellezza e di accettabile sicurezza.

Una causa per la troppa terra sulle vie è certamente data dagli eventi della natura, con troppa umidità (e troppo poca pioggia) che incolla la terra alle pareti invece di pulirle. L’altra causa può essere più soggettiva o più filosoficamente psicologica.

Nessuno di voi ha responsabilità per la chiusura del sito. E’ vero invece che negli ultimi tre anni tante calunnie e maldicenze sul suo conto hanno spinto il nostro stimato amico Heinz Grill a pensare di andarsene dall’Italia. Le calunnie vengono da persone fuori della cerchia degli arrampicatori, ma le vie diventano sporche perché “rispecchiano” la situazione.

Heinz Grill ha ideato e sviluppato le vie, spessissimo primo di cordata, ha lottato con la friabilità e la vegetazione. Il meraviglioso risultato è sotto gli occhi di tutti, le più di cento vie sono attrezzate sufficientemente, alcune sono più sportive, altre più alpinistiche.

Heinz Grill, con la sua presenza in Valle del Sarca, non ha solo creato itinerari che attraggono arrampicatori da tutto il mondo: ha anche combattuto per una causa culturale di altissimo livello, cioè la promozione di una nuova cultura, una sintesi tra riflessività tedesca e creatività artistica italiana. E lo ha fatto in molte maniere diverse, utilizzando idee nuove in architettura, in medicina, in alimentazione e meditazione.

Per noi non è possibile che Heinz Grill diventi una vittima di calunnie e di offese che, ribadiamo, non derivano tanto dagli arrampicatori, bensì da persone che vivono in uno stato morboso di invidia e gelosia. Non vogliamo che Heinz Grill sia separato dalle sue vie, dalle sue opere e dalla grandiosità della sua visione qui in Valle del Sarca.

Come lui, tutti noi desideriamo che ci sia un’atmosfera che rafforzi la gioia di arrampicare e di vivere in questa fortunata Valle della Luce. Contro la sporcizia sulle vie indotta dalle calunnie difendiamo Heinz Grill, che ha creato un’arte particolare di arrampicare e uno stile ben riconoscibile di vita.

Giuliano Bressan, Christian Della Maria, Andrea Farneti, Diego Filippi, Marco Furlani, Roly Galvagni, Maurizio Giordani, Alessandro Gogna, Franz Heiß, Florian Kluckner, Sergio Martini, Stefano Michelazzi, Giuliano Stenghel. E questi solo per INCOMINCIARE. Chiunque può farci pervenire la sua solidarietà o dare eco a questo attestato.

Dopo il bellissimo convegno nella casa di Tenno (17 aprile 2010, argomento: La via è un’opera d’arte), il 6 ottobre 2012 Grill e Kluckner replicano con l’organizzazione a Dro di Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Grill:

La momentanea vulnerabilità di Heinz Grill
Marco Furlani. Non abbiamo capito cosa è successo, ma non ci sembra giusto che tu e il tuo gruppo dobbiate essere attaccati. Vogliamo dunque sapere il perché e riteniamo che avete fatto bene a chiudere il sito, così la gente si sveglia.

Heinz Grill. E’ stata una reazione imprevista la nostra. Quest’anno abbiamo pulito per tre mesi le vie e le vie diventano sempre più sporche. Non possiamo più offrire le vie in questo stato, ci siamo detti con Florian e Franz.

Pietramurata, 17 aprile 2016, casa di Marco Furlani. Da sinistra, Heinz Grill, Sigrid Königseder, Barbara Holzer e Alessandro Gogna. Foto: Marco Furlani
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Alessandro Gogna. Però non capisco perché nel 2012 (per esempio) ritenevate che le vie fossero pulite e invece oggi ritenete che siano sporche.

H.G. Questa è una questione, come dire, filosofica. In 35 anni la mia figura è sempre stata al centro di una lotta contro l’integralismo in ogni campo.
Questo attacco non viene dagli arrampicatori, viene da un altro lato. Viene da gruppi che mi sono sempre stati contro, fondamentalisti e vegani. E’ un anno che non metto piede in alcun negozio di Arco, dove so che girano giudizi sulla mia persona: ecco l’assassino, ecco lo sfruttatore. Voci che si nascondono, ma che non cessano di attaccarmi a tradimento. Voci che stanno incominciando a penetrare subdole anche tra gli arrampicatori.

Anne-Michele Humby, Marco Furlani e Heinz Grill, qualche anno fa
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M.F. Le persone che fanno e che costruiscono saranno sempre bombardate da quelli che non fanno nulla. Questo avviene specialmente in Italia, un paese che si regge su equilibri per i quali sarebbe quasi da vergognarsi di essere italiani. In Italia chi vale viene messo da parte e ai posti di potere ci sono dei burattini.
Io capisco che vi sentiate attaccati… ma è la solitudine dei numeri uno, che devono sempre combattere con quelli che sono indietro.
In più io credo che tu ti stia preoccupando di cose che in realtà non esistono. Le vie non sono pulite? E chi se ne frega se le vie non sono pulite! Non è vero che tu debba accollarti con i tuoi compagni una pulizia globale delle vie. Le vie le abbiamo aperte tutti ma sono rimaste là così. Chi vuole le ripete, chi non vuole non le ripete!

H.G. Quando noi offriamo una via, vorremmo fosse piena di bellezza, non sporca e insicura.

Sigrid Königseder. Sono stata anche io a pulire. Ultimamente abbiamo passato ore e ore a pulire, ed era incredibile. Certi tiri sono più sporchi che nella prima salita! Non si possono offrire vie così, perché si perde la gioia di arrampicare. Io mi sono spaventata.

A.G. Ma da cosa dipende il fatto che siano più sporche di prima?

S.K. Quando ci sono persone che offendono e calunniano un autore, l’atmosfera è così negativa da influenzare anche l’autore stesso, che così vede le proprie creazioni in modo diverso; ma quest’atmosfera è in grado di cambiare anche la materia. Le calunnie attirano lo sporco su una via, e questa è una realtà. Sotto il fango della calunnia, l’autore si ammala, e con lui si ammalano le sue vie. La materia si deteriora. Quando l’atmosfera invece è serena, le vie si “rilassano”.

H.G. Osserviamo queste cose da anni…

S.K. Per esempio quando arrampico con Heinz e siamo in totale accordo, tutto fila liscio. Quando c’è qualche questione, ecco che la corda s’incastra e succedono tanti piccoli fatti che interrompono il flusso regolare. L’assommarsi di dicerie e cattiverie crea una sfera negativa e oscura, può essere anche solo in una stanza. Magari l’avete osservato anche voi. Non siamo fatti di sola materia, queste sono cose sottili ma che esistono, e chi è allenato a vederle le vede.

10 ottobre 2013. Conferenza di Heinz Grill, I valori dell’alpinismo. Merano, Centro per la cultura

H.G. Abbiamo già avuto questo scambio d’idee con Sergio Martini. Cosa è più all’Inizio, la Natura o lo spirito dell’Uomo? E’ la Natura ad aver creato l’Uomo, o è l’Uomo con il suo spirito che ha creato la Natura?

M.F. L’uovo o la gallina? Sì, queste sono cose di filosofia che un ignorante come me non capisce. Io so che se l’uomo riuscisse ad avere un equilibrio perfetto con la Natura avrebbe solo da guadagnarci. Ma so anche che la negatività di un ambiente umano che ci circonda non può essere un’energia che sporca anche le vie. Questo non posso crederlo. Sono un pragmatico e credo a quello che vedo. Le vie secondo me potrebbero essere sporche perché è un lungo periodo che piove poco e non le lava a sufficienza. E ciò che capisco bene è che tu non sei sereno, che non stai bene: e questo ci turba, ci dispiace e ci dà fastidio. Che tu e il tuo gruppo non siate sereni ci turba e ci preoccupa, perché vi vogliamo bene.

A.G. Io posso anche credere che le vie nel 2016 siano più sporche che nel 2012 per i motivi che dite voi. Ciò che circonda la Natura può influenzarla. Il nostro comportamento può influenzarla e cambiarla, le nostre storture, le nostre passioni, negative, positive, anche le discussioni, le invidie. E’ un’ipotesi che posso considerare. Non ci credo più di tanto, ma so che è un’ipotesi che voi avete studiato e verificato: bene, io la rispetto.

M.F. Anzi, è un peccato che noi non riusciamo a capire…!

A.G. Ma rimane il nocciolo: non sono per nulla contento che delle persone che sono venute tanti anni fa in questa Valle e hanno realizzato cose bellissime, siano costrette da non so bene chi, comunque da qualcuno, a non essere sereni, a sentirsi attaccati, bistrattati, traditi. Questo mi dà un fastidio tremendo, ed è per questo motivo che questa mattina vi ho chiamati per parlarne. Saprete di certo che siete l’argomento del giorno…

M.F. Tanti abbiamo incontrato che ci hanno detto: ma voi che lo conoscete, cosa è successo? Noi rispondevamo che le cause della chiusura del sito possono essere tante e presenti da tanto tempo: e alla fine hanno fatto saltare il coperchio della pentola.

H.G. Conosco abbastanza te e Alessandro da pensare che, anche se siamo abituati a trattare in modo diverso gli eventi, di base siamo tutti convinti che, nella discussione tra Natura e Uomo e per ciò che riguarda le vie aperte, nulla prima esisteva perché non c’era l’Idea. Dopo qualcuno vede la linea, ha l’Idea e la realizza. Lascia la sua impronta sulla parete con la sua Idea. Dunque tutto inizia con lo Spirito. Molti pensano che prima ci sia la materia, perché senza materia noi non ci siamo.

A.G. Attenzione, sono due fasi distinte: uno può discutere se è nata prima la materia o prima lo Spirito. Questo si può discutere e l’uomo lo fa da secoli. Ma dire che la materia subisce cambiamenti fisici e strutturali perché è cambiato lo Spirito, questo fa parte di una conoscenza che certamente è su un altro piano.

Di ritorno dalla via nuova sullo Spiz di Lagunaz: Heinz Grill, Franz Heiß, Ettore De Biasio, Florian Kluckner e Martin Heiß. Foto: Ivo Rabanser.
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S.K. Possiamo pensare a un architetto che disegna una costruzione: dipende da lui e dalla sua Idea cosa sarà la realizzazione, bella o brutta, rilassante o invasiva.

A.G. Io non posso accettare così semplicemente, come fate voi, che una costruzione bella diventi improvvisamente brutta solo perché qualcuno attacca e ferisce l’architetto. E che la lotta tra queste forze la si possa vedere fisicamente in cambiamenti che riguardano la costruzione. Questo è un gradino oltre! La gente non è a questo livello di conoscenza e non è obbligata a esserlo!

Heinz Grill, Ivo Rabanser e Stefan Comploi davanti all’Arco del Bersanel
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H.G. E’ un problema che conosciamo bene. Con voi possiamo parlarne, con altri dobbiamo stare più attenti… E’ successo anche con l’argomento “libertà”, sappiamo che la libertà è la conseguenza del nostro agire, non è cosa naturale. Ma c’è anche un altro argomento, quello della cultura. In questa zona abbiamo una cultura poliedrica, dalla coltivazione degli olivi all’apertura di una via. Per me è importante che ci siano diverse possibilità. Qui è il punto d’incontro tra mondo tedesco e italiano. I tedeschi pensano molto, sono tendenzialmente riflessivi; mentre gli italiani hanno il vantaggio del sentimento…

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M.F. … che è un’arma a doppio taglio! Può essere pericolosa! Perché è vero che i romani sono stati a capo del mondo per tanti secoli, è vero che abbiamo avuto il Rinascimento, ma è anche vero che non rispettiamo la legge, anzi non capisco perché ci siano zone in Italia dove la legge è rispettata e altre dove se ne fanno beffe. Ma questo è un altro discorso. Dentro ogni italiano c’è un piccolo genio, ma è un’arma a doppio taglio. Io personalmente preferisco maggiore ordine.

A.G. Ma attenzione, non andiamo fuori tema. Heinz è stato attaccato non solo da italiani, ma anche da tedeschi. Quando era in Austria ha praticamente dovuto andarsene, perché il suo comportamento veniva giudicato senza regola.

H.G. E’ vero, l’attacco di questo periodo non è una novità, è una costante della mia vita. Tra noi c’è stima, questa è la cosa in comune. In un convegno sull’alimentazione e sulla salute ho detto che il mio amico Marco Furlani quando mangia può apprezzare le cose, mentre altri mangiano ma non apprezzano. Questa è una questione d’anima, e la relazione è alla base. Ci sono le componenti chimiche dell’alimentazione, ma nella relazione troviamo la stima per l’altro e dunque anche per il cibo. Ciò che vorrei dire è che qui, in questa valle, io vorrei trovare una buona cultura, fatta dalle componenti più diverse (tedesche e italiane), non troppo caos ma neppure troppo poco.
Quando proposi a Dario Cabas di modificare qualche sua via era perché in questa valle la roccia è preziosa: e le sue vie erano sottoposte a critica perché Dario non le modificava dopo il suo primo passaggio. Quindi non troppo caos, ma anche la libertà, questo era l’esperimento in corso prima della sua morte per malattia.

Nella casa di Tenno, la tavola della sala da pranzo è stata realizzata a forma di sfera. I suoi ripiani sono in interconnessione matematica con la circonferenza della sfera
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S.K. Qui in Italia siete in grado di apprezzare la bellezza, avete un senso estetico fuori del comune. Questo è importante ed è su questo che stavamo lavorando.

M.F. Sì, ma voi avete fatto tutte vie belle!

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S.K. Sarà vero, ma queste vie stanno diventando brutte!

A.G. Abbiamo già detto che rispettiamo questa teoria ma che non la facciamo nostra. Noi vogliamo solo attivarci perché chi fa maldicenza sia alla fine zittito da una maggioranza che invece è con voi. Perché è così!

M.F. Ci hanno detto in tanti: ditegli che siamo contenti e che gli vogliamo bene. Volete dei nomi? Cristian Della Maria, Sergio Martini, Maurizio Giordani, Giuliano Stenghel, Diego Filippi e chi più ne ha ne metta! Tu, Heinz, voli un bel po’ al di sopra delle bassezze umane.

H.G. Ho scritto libri su altri argomenti anche molto provocatori. Alcuni, in Germania, hanno suscitato clamore, ma la discussione è rimasta su un piano di scambio d’idee. Qui ad Arco si è trasceso: assassino, sfruttatore

A.G. Ma perché assassino, sfruttatore, parassita? Chi dice questo? E perché? Io voglio capire, altrimenti non mi alzo da qui…

H.G. Qui ad Arco c’è un gruppo alternativo, vegano. Già da subito era contro di me. Io ho fatto varie conferenze, su temi vari, medicina, pedagogia, nutrizione, architettura. Voi sapete che ho ristrutturato una bella casa antica di Tenno: dicevano che io l’ho fatto perché volevo essere un guru, perché volevo essere il direttore di una mia scuola di pensiero, cosa mai vera in nessun campo dove ho operato e opero, dalla medicina allo yoga, fino all’arrampicata. Da quella casa me ne sono andato tre anni fa, era una preoccupazione troppo grande per me, manutenzione, gestione, soldi. Per loro era il simbolo di una mia ipotetica voglia di essere guru, ma io non ho mai voluto “fondare” assolutamente nulla, né un nuovo gruppo né una nuova religione. Perché ho scritto due libri sui Sacramenti e sui riti, la Chiesa cattolica mi ha scomunicato, Ratzinger in persona ha pensato che ero pericoloso. Conosco questa mia situazione da così tanto tempo che avevo avvisato gli altri di non prendere le mie parti e soprattutto di non voler sfidare nessuno. Conoscevate Monica, la proprietaria della casa di Tenno? Lei lottava. Qualche volta l’ho difesa, qualche volta l’ho criticata. C’è stato chi, dopo che ho perso un amico di montagna, caduto nel gruppo di Sella, a Pranzo ha festeggiato questa tragedia. Poi c’è stato il suicidio di Monica, e anche questo mi è stato attribuito come colpa: perché per loro io volevo la casa, volevo che Monica scomparisse! Invece io ho perso tutto, certo non ero nel testamento, ho perso i 500.000 euro che avevo speso per la ristrutturazione. Dunque, che interesse potevo avere perché lei se ne andasse in quel modo?

A.G. Perché Monica l’ha fatto?

H.G: C’era un problema con i genitori e uno con il marito. Ma c’era un problema anche con me, perché a un certo punto Monica si è affidata a un’altra insegnante spirituale, di Monaco di Baviera. Decisamente si è trovata alle prese con una visione troppo esoterica, troppo per lei. In contrasto evidente con il suo mondo. Quest’insegnante le suggeriva che solo quando si è morti si è veramente liberi. Io dicevo l’opposto, per me è molto chiaro che tutte le forze creative si bloccano con la morte. E di questa lotta è stata Monica a essere la vittima. A Monaco ci sono stati quindici casi di suicidio per via degli insegnamenti di questa signora e io ho delle cause in tribunale proprio perché l’ho denunciata. Un’irresponsabile, una psicopatica pericolosa.

A.G. E perché, per le persone che ti accusano, sei tu il responsabile? Io non capisco…

H.G. Non si può capire, loro cercano degli argomenti, un colpevole. Io dico che erano loro a tramare per impadronirsi della casa di Monica.

A.G. Ma chi sono e dove vivono queste persone?

S.K. Si tratta soprattutto di una donna, una che ha molte conoscenze, molti contatti e vive a Pranzo. Lei e il suo gruppo.

M.F. Ma tu che voli più in alto… non riesci a staccarti, non riesci a non dare peso a queste cose?

H.G. In questo momento è un po’ difficile. In più la zona è piccola… Sento che ora i nemici sono più forti. Io ho aperto delle vie su roccia, delle vie di architettura, qui. E loro cercano argomenti per distruggermi. Dicono che io ho distrutto la Natura. Possiamo, è vero, discutere se sia giusto lasciare tutto selvaggio oppure plasmare e coltivare un po’ il terreno d’arrampicata. Forse abbiamo già aperto molte vie, forse abbiamo alterato troppo: ma quando queste vie mancano, allora manca qualcosa ad Arco. Vuole essere anche una provocazione.

M.F. Ma uno come te non può perdersi in queste dicerie negative!

H.G. Io non voglio entrare in un negozio di Arco per sentir dire sottovoce “è quello… eccolo… lo sfruttatore”.

M.F. Non è vero, non è così. Per uno che pensa e dice questo ci sono decine e decine di altri che la pensano diversamente. Per un albero che cade nella foresta e fa rumore ce ne sono migliaia che crescono in silenzio. Pensi che io sia simpatico a tutti? Figurati, potrei raccontartene…

Barbara Holzer. Quando sono così tanti i serpenti, e così ben nascosti, diventa difficile. Manca la fiducia!

M.F. Però, come voi sentite questa negatività, allora dovete essere in grado di percepire anche la positività… e vi assicuro che questa è tanta! Sono tanti quelli che mi hanno telefonato perché vogliono dirti che ti vogliono bene!

H.G. Questo mi fa piacere, ma in questo momento sono un po’ vulnerabile…

M.F. Stai cedendo al lato oscuro della Forza! Tu non devi cedere, tu sei uno Jedi!

H.G. Giusto, non dobbiamo cedere. Voi volete fare questo attestato di stima nei miei e nei nostri confronti. Noi abbiamo intenzione di aprire un altro sito, non di arrampicata, che abbia come scopo la correzione di questa situazione, in modo assolutamente non polemico. Per due o tre mesi ho pensato che non fosse possibile opporsi, ma ora lo credo possibile, anche grazie a voi. La mia auto-consapevolezza sta aumentando, so che alla fine vincerò. Ma queste calunnie sono troppo sotterranee, è un campo di lotta cui sono abituato ma ogni tanto m’indebolisce. Accetto la critica, ma patisco il tentativo di annientarmi. Nelle mie controversie con la chiesa hanno perfino detto che io abuso dei bambini! Queste sono cose che fanno loro, non certo io che non ho mai avuto alcun bambino iscritto ai miei corsi!
Anche Franz Heiß e Florian Kluckner sono soggetti a questi attacchi. Franz è l’uomo buio che distrugge queste zone… incredibile!

Franz Heiß
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Florian Kluckner
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A.G. Cerco ancora di trovare un nocciolo. Mi ha colpito che tu abbia detto almeno due volte, oggi, che non vai più in alcun negozio di Arco. Ma tu devi andare a testa alta in quei negozi! La roba dovrebbero regalartela, ad Arco. Questo ti diciamo noi. Tu devi andare in giro per Arco a testa alta. Sapendo che ci sono serpenti in giro, ma che alla fine questi serpenti rimangono sottoterra. Se tu ti nascondi emergono un po’, si vivificano con la tua debolezza, come i cani che mordono solo chi ha paura di essere morsicato.

H.G. Questo è vero, certo. Ma la mia natura un po’ ascetica in queste quattro ultime settimane mi ha fatto ritirare, retrocedere. Non mi volete? E allora io mi ritiro nella mia ascesi. Però adesso sto capendo che questo tempo è finito, devo tornare al fronte.
Per due settimane mi sono ritirato a casa mia, a Lundo, perché non volevo litigare…

M.F. Tu non devi litigare con nessuno… tu devi solo andare a testa alta, diritto come sai fare, con il tuo sguardo luminoso. I serpenti ci sono ovunque ma non ti toccano.

H.G. In risposta a una polemica scoppiata su planetmountain, con Ivo Rabanser siamo andati a fare la via nuova sullo Spiz di Lagunaz, nelle Pale di San Lucano… è stata una bella risposta!

M.F. Sì, ma tu devi fare le vie che ti senti di fare, non in risposta a quattro ignoranti. Devi fare quello che ti piace non per polemica. Questi sono vermi, non serpenti. I serpenti hanno la loro dignità (tutti ridono, NdR). I vermi non devono fare paura a un uomo della Luce come te, se no, dove arriviamo?
Allora, vediamo cosa possiamo fare. Alessandro e io vorremmo scrivere un documento, un attestato di stima nei tuoi e vostri confronti, naturalmente se ci dai il permesso. Nel frattempo tu devi attivare la tua sensibilità per recepire tutto ciò che è positivo nei tuoi confronti, non solo la negatività di pochi vermi.
Oggi abbiamo parlato con arrampicatori che vogliono addirittura fare un meeting per dimostrarti il loro affetto, stima e simpatia. I vermi staranno sempre più sottoterra. Dal momento in cui non lo guardiamo e non lo ascoltiamo, il verme è già morto.

H.G. Questo mi aiuta molto, è vero che dopo un po’ di tempo perdiamo la forza di lottare. L’attestato sarebbe un grosso passo avanti. Sarebbe un grande sostegno anche alla mia lotta per unire, in questa valle, le idee alpinistiche con quelle sportive.
Marco, sei veramente la mia avanguardia! Tu sei stato nello Yosemite, poi ci sono andato io e ho fatto le stesse cose tue (ridono tutti, NdR)!

M.F. Spero che questo pomeriggio con queste chiacchiere ti abbiamo aiutato. C’è tanta gente solidale con te… e gente competente, gente come Maurizio Giordani, per dirne uno!

H.G. Mi hai parlato come un padre, oggi!

M.F. Ma attenzione, non dobbiamo guardare solo i qualificati… la platea è molto ampia. La cordata di ragazzi con la quale abbiamo salito oggi la via Linda ci diceva che devi continuare…

A.G. Attenzione, non continuare necessariamente a fare vie o pulire… devi continuare a esserci!

M.F. Intanto che tu rimanga qui con noi…

Giuliano Stenghel e Heinz Grill, trattoria della Lanterna, Arco
MomentaneaVulnerabilitàHeinzGrill-18860
A.G. Poi se vorrai andartene ovviamente lo farai… ma non perché ti abbiano costretto i vermi!

H.G. Due anni che sono a Lundo, pur avendo un appartamento ad Arco dove non metto piede da due anni. Mi sono ritirato, ma ora ho una visione più ampia. Non dobbiamo più difenderci. Qui noi siamo stranieri, necessariamente siamo un po’ prudenti: non conosciamo con esattezza i meccanismi di ciò che ci circonda. Ma è tempo di auto-consapevolezza, ora.

A.G. Torniamo al discorso dell’attestato di stima… voglio fare per un momento l’avvocato del diavolo…

H.G. Deve essere un aiuto non solo per noi o per le vie. Perché, abbiamo davvero un bel tema, la promozione di una cultura condivisa tra tedeschi e italiani. Voi avete grande spirito estetico, sapete cosa è la bellezza e la vivete. Centinaia e centinaia di tedeschi sono venuti in Italia per trovare quell’elemento che manca in Germania, l’elemento artistico. E qui, in Trentino, è il punto d’incontro: qui dobbiamo operare.
Per una cultura poliedrica, che si apra a nuovi orizzonti.

A.G. Direi che su questo siamo tutti d’accordo. Ma dicevo prima dell’eventuale punto debole dell’attestato di stima. Se noi “chiediamo” che la gente e le istituzioni come CAAI e Guide Alpine firmi e sottoscriva questo documento, io ho paura che gente e istituzioni si chiedano: perché ci chiedono di firmare questo attestato? Perché lo hanno scritto? E possono rispondersi da soli: “perché deve essere proprio successo qualcosa di grave”. Dunque, io non lo farei… Ci sto ripensando…

B.H. L’attestato è utile perché promuove quelle idee di cultura che sono proprio quelle odiate dai “vermi”, quelle che in modo assai razzista i vermi vogliono spazzare via.

M.F. Attenzione: se noi facciamo silenzio, i vermi prosperano e si agitano…

A.G. Come silenzio, se facciamo l’attestato che silenzio è?

M.F. Ma hai appena detto che ci stai ripensando…

A.G. Ma no, sto ripensando al fatto se sia opportuno o meno CHIEDERE una firma di sottoscrizione! Non deve diventare un referendum, devono essere considerazioni di stima che girano da sole! Ho paura di una RICHIESTA.

M.F. Bello, mi piace! Degno di Alessandro Gogna…

A.G. Nel momento in cui, alla fine del comunicato, noi chiedessimo “volete essere d’accordo con quanto avete appena letto?”, vorrebbe dire che ne abbiamo bisogno. Noi NON ne abbiamo bisogno.

M.F. Giusto! Chi vuole firma, o condivide, passa lo scritto ad altri. Ma senza che glielo chiediamo. Ci vuole solo un pool iniziale di firme.

A.G. Sostanzialmente dev’essere un attestato di solidarietà con chi per anni ha sperimentato in questa valle la coesistenza culturale, ha creato vie, ha promosso convegni in questo senso. Il gruppo vegano e i vermi vari sono stati la miccia, ma non devono diventare un incendio, non dobbiamo dar loro quell’importanza che non hanno. Conosco bene l’aggressività dei vegani, ma noi non abbiamo bisogno di essere convertiti alla loro religione, siamo stufi di gente che vuole convertire, missionaria di improbabili nuove religioni. Uno vuole essere vegano? Lo sia, ma rispetti gli altri!

H.G. Autostima e auto-consapevolezza devono aumentare in generale. Personalmente ho problemi fisici in questo momento, con la mia spalla. Ma non devo mollare…

A.G. Attenzione, Heinz… perché in questo momento il miglior alleato dei vermi puoi essere proprio tu stesso. Nel momento in cui tu dici “le vie sono sporche perché nella loro fisicità possono assumere la negatività di ciò che ci sta circondando ora”, io posso ribatterti la palla e aggiungere: tutto vero, ma allora è anche vero nel momento in cui tu ti senti più debole fisicamente e hai male qui e qui e qui. Il male fa parte della natura umana e non ci possiamo fare nulla. Anche il miglior maestro yoga comincerà ad avere qualche dolore, prima o poi. Quindi, il problema dei dolori che ti affliggono da un paio d’anni non deve toccare quella che è la tua auto-consapevolezza. Non voglio insegnarti nulla, ma posso dire d’esserci passato. Per sei anni ho dovuto assumere una pillola di cortisone al giorno a causa di dolori che nessuno ha ancora adesso capito cosa fossero, ma che un omeopatico mi ha guarito. Mi ha fatto pensare. Cosa è successo in quegli anni? Il più grosso pericolo che correvo era quello di vedere me stesso diminuire la mia auto-stima. La vedevo scendere giorno per giorno: non sono più capace di arrampicare, di scrivere, di amare… scivolavo verso la depressione. Il cortisone toglieva il dolore ma creava tutta una serie d’altri problemi. Io ho avuto la fortuna di non avere “vermi” attorno a me, ma posso pensare che loro davvero spiino ogni tuo momento di debolezza, come i cani che normalmente sono aggressivi solo con chi ne ha paura.

H.G. Lo capisco molto bene… mi sento esattamente in questa situazione… ho i dolori e mi sono sentito debole. Ciò che hai appena detto lo so bene… ma ora in trappola ci sono io!

M.F. Ecco il perché del nome “via della Trappola” (risata generale, NdR)!

H.G. Dunque c’è una nuova malattia, a proposito di vie sporche: la “psicopulizia”!

B.H. Forse dobbiamo trovare un’altra parola… forse “sporco” non è corretto!

M.F. Heinz, potresti portare con te il soffiatore… ma io ti consiglio di non pulire più nulla, magari solo verificare lo stato dei cordini in luogo. Tu hai un po’ viziato gli arrampicatori! E’ tutto perfetto!

A.G. Sai cosa diciamo sotto alle falesie in Piemonte, o Lombardia, o altrove? Ah certo, qui si vede che non è passata la squadra di Heinz Grill! E’ diventato un modo di dire!

M.F. Non devi diventare integralista della pulizia!

H.G. Forse sono un po’ troppo perfezionista… Come Ivo Rabanser è perfezionista sul chiodare, io lo sono sulla linea e sulla pulizia.

B.H. Pensavamo: se la via è in ordine, la stima è assicurata; se la via non è in ordine c’è la calunnia e la maldicenza. Sentirsi come maiali è un attimo! Ma ora forse pensiamo che la stima non dipende solo da quello…

H.G. Io sono tedesco, dunque perfezionista… Per me la qualità di una via deve essere ottima, sia sul piano della bellezza e pulizia che della sicurezza. In altre zone, più selvagge, abbiamo altri criteri. Ho fatto alcune vie davvero raccapriccianti, ma non è solo questione di fare vie difficili. A parte che non avrei più l’età per certe sfide, credo che qui ad Arco la parola d’ordine sia fare vie belle.
Penso che questa conversazione sia stata un grande aiuto. Grazie.

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Marco Furlani:

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Raimondo Daldosso:

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Alessandro Gogna:

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Roberto Jacopelli:

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Ivo Rabanser:

 

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Il segreto del Campanile – 4

Il segreto del Campanile – 4
(la verità obliqua di Severino Casara) (4-4)

Xe fàssile
Xe fàssile fare i fenoci col culo dei altri è un divertente e sboccato proverbio veneto che provoca, come tanti altri del suo genere, simpatia e aggregazione sociale: è un’enunciazione il cui scopo sembra quello di unire attorno a un’idea comune, da tutti sottesa, ma che in realtà tende a far accettare con umorismo delle verità che in modo diretto non sarebbero mai accolte.

Infatti, ci siamo chiesti che cosa voglia veramente dire questo motto?

Foto eseguita il 16 luglio 1950: si vede il tratto roccioso degli Strapiombi Nord ancora inalterato
Foto eseguita il 16 luglio 1950 dove si vede il tratto roccioso degli Strapiombi Nord ancora inalterato.

Foto eseguita il 17 settembre 1950 dove si vede, al centro e sotto la fessura orizzontale, la traccia lasciata dal grosso blocco di roccia franato. L’evento è dunque avvenuto nei giorni tra il 17 luglio e il 16 settembre 1950. Foto: Severino Casara
Foto eseguita il 17 settembre 1950 dove si vede, al centro e sotto la fessura orizzontale, la traccia lasciata dal grosso blocco di roccia franato. L’evento è dunque avvenuto nei giorni tra il 17 luglio e il 16 settembre 1950. Foto: Severino Casara.

Proviamo a spogliarlo della manifesta “volgarità” o anche soltanto della sapida espressione dialettale. Suonerebbe: “è facile fare gli omosessuali con il corpo degli altri”. Questa espressione può avere due significati, il primo semplicemente avverte dell’eccessiva facilità del parlare di cose che non ci riguardano, il secondo (più cervellotico e quindi probabilmente da scartare) suggerisce papale papale che in un rapporto omosessuale è più “maschile” avere la parte attiva che quella passiva.

Proviamo ora a fare qualche sostituzione, per avere maggiori chiarimenti. Per esempio, proviamo a costruire un «è facile fare la bella donna con il corpo di miss Italia»: direi che qui siamo nel vero, praticamente cadiamo nell’ovvio. Oppure «è facile fare i piloti se si ha l’auto di Schumacher»: qui non si è più nell’ovvio bensì nel falso, perché tutti sappiamo che non basta guidare un’auto di Formula Uno per essere bravi piloti. Sembra evidente che la frase originale non fonda la sua “verità” su un procedimento logico, tanto è vero che, se operiamo alcune semplici sostituzioni, il significato diverge a tal punto da sfiorare gli opposti del vero e del falso.

Gino Soldà (a sinistra), Walter Bonatti e Severino Casara, Schio, 18 aprile 1962
Gino Soldà (a sinistra), Walter Bonatti e Severino Casara, Schio, 18 aprile 1962.

Queste due affermazioni non mutano senso se costruiamo gli opposti. Infatti sia «è difficile fare la bella donna se si ha il corpo di una vecchia megera» sia «è difficile fare i bravi piloti se si guida un vecchio catorcio» conservano entrambi i loro significati originari, il primo ovvio, il secondo falso (perché anche con un catorcio si può essere bravi piloti).

Proviamo allora a scrivere ciò che il nostro proverbio originario sicuramente afferma in modo complementare, cioè proviamo a costruirlo con gli opposti: «È difficile essere omosessuali con il nostro corpo». Ovvio? Certo, ma non per tutti. Per esempio, gli omosessuali ci riescono benissimo.

E allora, che vuol dire il nostro proverbio, ricco di cotanta saggezza popolare? Razionalmente, logicamente nulla.

La sua “verità” è espressa per intuizione, quell’intuizione che è alla base di ogni psicologia, individuale o collettiva. Fa parte di quelle verità che non sopportano il sillogismo, che non possono essere costrette nella logica, e che hanno radice nelle nostre profondità. Probabilmente anche la verità che siamo andati cercando con il caso Casara fa parte di questo genere di verità.

Mentre “omosessuale”, “corpo” e “altri” sono tre sostantivi dal significato sufficientemente fisso da non poterlo discutere più di tanto, è sull’aggettivo “facile” (o “difficile”) che non ci siamo concentrati abbastanza.

Severino Casara (a sinistra) con Spiro Dalla Porta Xidias
Casara (a sinistra) con Spiro Dalla Porta Xidias.

In genere il giudizio di facile o difficile lo riserviamo a “cosa che o dobbiamo o desideriamo fare”. Un compito di latino può essere facile o difficile, come un determinato tipo di lavoro. Siamo infatti nella sfera del dovere perché, facile o difficile che sia, ciò che importa è che dobbiamo farlo. Ma, facile o difficile sedurre una donna, facile o difficile compiere un’impresa sportiva, facile o difficile credere in Dio: cosa li accomuna? Il desiderio, la volontà che abbiamo, conscia o inconscia di amare, di agire, di credere.

Ora, siccome possiamo tranquillamente escludere che il nostro proverbio voglia sottendere un qualunque tipo di “dovere”, cosa ci rimane in mano? Probabilmente solo il desiderio.

Sì, il proverbio fonda la sua “verità” dando per scontato che in ciascuno di noi in fondo ci sia un desiderio di omosessualità (in alcuni evidente, in altri represso, in altri ancora del tutto inconscio). Se si accetta l’esistenza di questo desiderio, allora si comprende bene perché in qualche modo siamo portati a deridere l’omosessualità altrui, semplicemente più manifesta della nostra o semplicemente e crudelmente attribuita senza alcun fondamento.

Mauro Corona in posa per salire al primo chiodo Fanton
Mauro Corona sta salendo al primo chiodo Fanton.

Quest’immagine è la rielaborazione fatta da Mario Crespan della foto Marchetti. La didascalia è tratta, con qualche variazione descrittiva da 46° parallelo del dicembre 2002, pag. 50.
Da questa rielaborazione, dopo il confronto con altre foto sulle quali compaiono riferimenti noti di scala, tenuto conto altresì di possibili errori di parallasse dovuti all’angolo di ripresa non perfettamente ortogonale alla parete, si può desumere in via ipotetica, ma con discreta approssimazione, quanto segue:
1) la lunghezza della traversata dal primo chiodo Fanton di sinistra allo Spigolo a Sega è di max 7,00 metri (ma dal grafico sembrerebbero essere 6,30);
2) Dal primo chiodo Fanton (x0) al gruppo chiodi Fanton (x1) risultano max 3,15 metri (ma dal grafico sembrerebbero 2,90) e dal gruppo chiodi Fanton allo Spigolo a Sega risultano max 3,85 metri (ma dal grafico sembrerebbero 3,30);
3) l’altezza rispetto al terrazzo di partenza della fessura di traversata non si può valutare con precisione, ma può ritenersi intorno ai 4 metri (per poterci infilare le mani ed iniziare a traversare a destra, occorre dunque salire coi piedi almeno per un paio di metri, o poco più);
4) la sporgenza x2 fa staccare la corda Fanton poco sopra, e in quello spazio Casara può benissimo aver effettuato il lancio della sua corda (con tutta la pazienza occorrente, beninteso);
5) il blocco è crollato (come è riportato anche nella Guida Berti, Dolomiti Orientali, Vol. II, 1982, pag. 190) ma, probabilmente, non ha modificato le difficoltà del passaggio.
Tali misure configurano un aspetto sottovalutato. A Casara, quando aveva ancora la mano sinistra aggrappata all’estremità della corda Fanton, mancavano solo pochi metri in libera fino allo Spigolo a Sega (2,90-3,00), essendo giunto fin là aggrappato alla corda. Nelle medesime condizioni (ma ovviamente assicurati), anche Paolo Fanton e Franz Schroffenegger si erano spinti fino a sfiorare con la mano lo Spigolo a Sega già nel 1913
Quest’immagine è la rielaborazione fatta da Mario Crespan della foto Marchetti (vedi tav. 43). La didascalia è tratta, con qualche variazione descrittiva da 46° parallelo del dicembre 2002, pag. 50. Da questa rielaborazione, dopo il confronto con altre foto sulle quali compaiono riferimenti noti di scala, tenuto conto altresì di possibili errori di parallasse dovuti all'angolo di ripresa non perfettamente ortogonale alla parete, si può desumere in via ipotetica, ma con discreta approssimazione, quanto segue: 1) la lunghezza della traversata dal primo chiodo Fanton di sinistra allo Spigolo a Sega è di max 7,00 metri (ma dal grafico sembrerebbero essere 6,30); 2) Dal primo chiodo Fanton (x0) al gruppo chiodi Fanton (x1) risultano max 3,15 metri (ma dal grafico sembrerebbero 2,90) e dal gruppo chiodi Fanton allo Spigolo a Sega risultano max 3,85 metri (ma dal grafico sembrerebbero 3,30); 3) l'altezza rispetto al terrazzo di partenza della fessura di traversata non si può valutare con precisione, ma può ritenersi intorno ai 4 metri (per poterci infilare le mani ed iniziare a traversare a destra, occorre dunque salire coi piedi almeno per un paio di metri, o poco più); 4) la sporgenza x2 fa staccare la corda Fanton poco sopra, e in quello spazio Casara può benissimo aver effettuato il lancio della sua corda (con tutta la pazienza occorrente, beninteso); 5) il blocco è crollato (come è riportato anche nella Guida Berti, Dolomiti Orientali, Vol. II, 1982, pag. 190) ma, probabilmente, non ha modificato le difficoltà del passaggio. Tali misure configurano un aspetto sottovalutato. A Casara, quando aveva ancora la mano sinistra aggrappata all'estremità della corda Fanton, mancavano solo pochi metri in libera fino allo Spigolo a Sega (2,90-3,00), essendo giunto fin là aggrappato alla corda. Nelle medesime condizioni (ma ovviamente assicurati), anche Paolo Fanton e Franz Schroffenegger si erano spinti fino a sfiorare con la mano lo Spigolo a Sega già nel 1913.


Conclusione ovvero Liberazione
Una schiamazzante gita di normale comitiva si disgrega nella risalita di un solitario e selvaggio ghiaione: ne emerge una figura superiore, consapevole del fascino misterioso suscitato da anfratti di brulla roccia che circondano un simbolo divino, fuori da regole, gerarchie, orari e logica. Una visione che dapprima si nega, poi ammalia, poi minaccia e terrorizza, con un potere magnetico che va diritto in fondo all’anima.

Il Campanile è un luogo ambiguo, inviolabile ma violabile, dove l’ago magnetico confonde sud e nord, la storia alpinistica si emulsiona con gli impulsi del momento, il fattibile con l’impossibile. In quel momento della cultura si vedono solo le macerie.

L’azione di quel giovedì 3 settembre 1925 è un capolavoro dell’inafferrabile perché è dimostrato che qualunque interpretazione da sola non basta a lacerare il velo di indicibilità dell’accaduto. Nessuno può spiegare come sono andati i fatti, nessuna via di scampo a questo. Ci è data una verità che non accettiamo e ne vorremmo una che non ci è data. È così che l’azione si può riappropriare del suo senso, divorando cultura e sovrapposizioni.

La tensione, l’angoscia di questi lunghi anni che abbiamo raccontato (e che raccontiamo più a lungo e con più dovizia di particolari in La verità obliqua di Severino Casara, di Italo Zandonella Callegher e del sottoscritto, Priuli&Verlucca, 2009) non si sciolgono alla fine come neve al sole, anzi sempre di più ci immergono in quel particolare stato di sogno-realtà che è l’unica isola di salvezza possibile tra Scilla e Cariddi, l’eccessiva razionalità e il minaccioso esoterismo.

SegretoCampanile-4-laveritaobliqua_ridimensionare
Nel dissolversi d’ogni pretesa e di ogni aspettativa, lo spettatore può scorgere ciò che vuole, desidera o teme.

Quel procedimento retorico che consiste nell’accostare a una parola un’altra di senso contrario, l’ossimoro, è stato colonna portante del nostro racconto, una continua serie di scatti fotografici dell’insanabile frattura romantica tra il nostro io cosciente (cultura, rappresentazione, logica) e la natura (azione e mistero). E non per nostra volontà. Quanto più accettiamo questo dissidio, tanto più veniamo attratti dallo stesso magnetismo che attrasse Casara, quindi avviandoci, almeno parzialmente, alla comprensione delle verità più oblique.

Solo così possiamo liberarci, arricchiti del caso Casara. Dopo aver formulato ipotesi e supposizioni, accumulato dubbi su dubbi, incertezze su incertezze, o prove su prove, arriviamo di fatto a nulla. Anzi, ci accorgiamo che più ci sembra di essere vicini alla soluzione più ne dubitiamo, sia perché il giocattolo ci si romperebbe in mano, sia perché alziamo la soglia di quel concetto che in termini giuridici si definirebbe “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Ricordiamo ancora qui il nostro bisogno di finzione, la nostra insondabile sete d’ignoto, che andiamo a cercare in terre lontane e selvagge ma anche, in mancanza, nei casi della vita che abbiano l’aspetto di enigma, ai confini della logica e quindi senza possibilità di decodificazione.

Qui si vede lo spirito libero. C’è chi sta a suo agio nella civiltà schematica dei preconcetti e delle regole, c’è invece chi ne vuole fuggire e non sa che così facendo porterà nutrimento vitale anche agli altri, a quelli che rimangono.

C’è chi vuole limitare la libertà di spirito in nome di un mondo più ordinato, quindi migliore, e c’è chi si nutre invece d’innocenti ribellioni, perché curioso della natura e insofferente all’ordine costituito.

Il fascino del caso Casara è proprio nell’apparente intenzione del destino di impedire allo spettatore di giungere ad una soluzione logica o prevedibile, indovinando in modo perfetto, come nessuna fantasia umana saprebbe fare, tempi, luoghi, attori. Casara, oggi, con il satellitare (magari anche solo con il cellulare) avrebbe chiamato Berti, o la mamma. Per il futuro potremmo sistemare una live camera sotto tutte le pareti, per vedere cosa vi succede esattamente, come tra le corsie di un supermercato. Ma forse non basterebbe a uccidere l’azione.

Mauro Corona, vestito da scalatore dell’inizio del secolo scorso, sul ballatoio della discesa Piaz del Campanile di Val Montanaia
M. Corona sul ballatoio della discesa PIaz del Campanile di Val MOntanaia

Casara scompare all’improvviso dai monitor. Non è vivo, non è morto, è passato, non è passato sugli Strapiombi Nord. Non si sa, l’orologio si è fermato, il diaframma ottico è rimasto chiuso per una frazione di spazio temporale, a dispetto dell’ordine di scatto.

Per questo il caso Casara è un piccolo gioiello, perché nella nostra dimensione terrena non riusciamo a estirparne l’illusione. In cima è arrivato. Le note della campana saranno state le stesse? O possiamo immaginare una distorsione del suono, come un’eco a rovescio che termina la breve interruzione del tempo? Una nota vibrante che sottolinea de profundis l'”irrealtà” degli Strapiombi Nord saliti e la tragica realtà della discesa ancora da compiere. Fine della ri-creazione.

Già dalle prime evoluzioni di Severino sulla corda Fanton la roccia sembra osservare, scrutare, porsi in agguato, ma senza lasciarsi indagare. C’è una regia maledetta e magnifica che induce il primo attore a suicidarsi e lo spettatore del dopo a salire verso l’alto e ad abbandonarsi alla comune e suadente ipnosi. Ma ci sarebbe ugualmente regia grandiosa se la realtà fosse diversa, con un Severino che sale in cima e medita il grande inganno, magari scende con la sua corda un tratto sugli strapiombi, sì, dall’alto per vedere meglio, per concertare alla perfezione il suo bluff quasi secolare. Casara conosceva i nodi prusik per risalire su una corda fissa? Nulla vieta di pensarlo. E come mai non ha pensato che qualcuno dei suoi compagni di gita, preso da un raptus simile al suo, non avesse rantolando raggiunto infine la Forcella del Campanile? E non stesse magari ad osservarlo con i binocoli? C’era così tanta nebbia? Come si vede, la suspense continua.

Quel giovedì 3 settembre 1925 ha forte intenzione di consegnare alla memoria non tanto un fatto straordinario, sia pur denso di significati, ma un mito vero e proprio, dominato dal sogno, ovvero la fusione tra realtà materiale e spirituale, tra azione e pensiero. Cioè a dire un modello di evento originario, vivente e da vivere al di là del tempo, e scaturito dalla forza primordiale delle Dolomiti. Visto che siamo nel XXI secolo, proviamo a inchinarci?

Da Forcella Montanaia su Croda Cimoliana e Campanile di Montanaia
Da Forcella Montanaia su Croda Cimoliana e Campanile di Montanaia (Dolomiti d'Oltrepiave, PN).

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Torti vs Valoti

Torti vs Valoti
Tempo di elezioni anche in ambito CAI. A maggio 2016 sarà eletto il nuovo Presidente Generale del CAI.

Ho rivolto ai due candidati, Vincenzo Torti e Paolo Valoti, tre domande su temi che ci stanno particolarmente a cuore (tutte comunque inserite nella stessa problematica).

“… Fermo restando che siete liberi di non rispondere a queste domande dirette, dentro di me ho la convinzione che mi accontenterete… In caso positivo, vi prego di non superare le 3000 battute totali (le tre risposte assieme). Vi ringrazio in anticipo dell’attenzione e un caro saluto a entrambi“.

TortivsValoti-p_non-fateci-sognare_2-altan-30ago2007

 

 

Domande:
1. Il CAI ha recentemente fatto un appello sul suo organo d’informazione affinché il socio, se ha lamentele, proteste o suggerimenti, non li faccia via rete o stampa bensì scriva direttamente al CAI per avere risposta. Cosa ne pensate di questo invito? Necessario, giusto, inopportuno, velleitario?

2. Il socio Luca Gardelli ha recentemente inviato il 2 febbraio una PEC (qui allegata) al presidente Umberto Martini, senza aver a oggi ricevuto alcuna risposta. Perché, 60 giorni dopo a oggi, nessun cenno è pervenuto al Gardelli? Quanto ritenete giusto o inevitabile che un socio (per una vicenda, come certo sapete, ormai pluriennale) debba aspettare tempi geologici per una missiva di risposta qualunque e nel fare ciò sia pure indirettamente invitato a non approfittare dei ben più veloci mezzi del web?

3. Diciassette firmatari di due raccomandate, una al presidente Umberto Martini e l’altra al Collegio Regionale dei Probiviri del Piemonte, spedite il 2 ottobre 2015, non hanno ancora oggi ricevuto alcuna risposta. E sono passati sei mesi esatti. L’argomento delle due raccomandate è la presa di posizione del CAI nei confronti di quei presidenti di Sezione che non rispettano il Nuovo Bidecalogo. Vedete a questo proposito:
http://www.alessandrogogna.com/2015/10/02/quanto-il-cai-e-contrario-alleliski/
http://www.alessandrogogna.com/2016/01/18/la-non-risposta-del-cai/
Cosa ne pensate?  E soprattutto, come intendete procedere in caso di vostra elezione?

Risposte di Vincenzo Torti:
1) Ho letto quanto apparso su Lo Scarpone e sul sito del CAI con cui “Il Sodalizio” invitava tutti i Soci a non utilizzare blog esterni e ad indirizzare, invece, le proprie opinioni o critiche attraverso “canali interni”.

Ad essere sinceri ho trovato la cosa anomala perché, in tanti anni operativi in ambito CAI, non mi era mai capitato di confrontarmi con un documento privo di paternità e di riferibilità e, ancora, perché quel “Sodalizio” da cui l’invito sembra provenire non dovrebbe essere altro rispetto ai Soci, bensì l’insieme dei Soci stessi.

Ho, quindi, voluto considerarlo come un’occasione di riflessione su un tema tanto attuale, quanto delicato.

Vincenzo Torti
TortiVsValoti-Vincenzo_Torti

 

La comunicazione di una grande Associazione come il Club Alpino Italiano non può non ispirarsi a valori quali la trasparenza e la coerenza, evitando il sempre presente pericolo dell’autoreferenzialità: a tal fine temi di sicura rilevanza associativa non possono, come purtroppo è accaduto, trovare spazio, puntuale documentazione e commenti su siti esterni e non trovarne altrettanto nella comunicazione interna, con il risultato di essere affidati ai “si dice” o alle chiacchiere di corridoio, con scarsa, quando non distorta, informazione ai singoli Soci e l’impossibilità per gli stessi di formarsi un’autonoma opinione.

Si tratta, quindi, di fare in modo che anche in ambito CAI le criticità associative, sgradite forse, ma ineludibili, trovino uno spazio gestito con correttezza e rispetto ma, anche, con la dovuta oggettività e tempestività.

Anche l’invito ad indirizzarsi alla Sede Centrale, alla Presidenza, alla Direzione e alle istituzioni territoriali, di per sé assolutamente condivisibile, impone alcune riflessioni, se è vero che il recente Congresso di Firenze ha evidenziato, tra le maggiori criticità, proprio quella della difficoltà di rapporto tra il Centro, il Territorio ed i Soci.

Si dovrà, quindi, intervenire prima su tale problematica, per evitare, poi, che contatti, sollecitazioni o critiche non arrivino a destinazione o rimangano senza risposta.

2) In tutti gli incontri di presentazione della mia candidatura, in sede di Assemblee dei Delegati, ho indicato come obiettivo prioritario “il CAI delle risposte”, per cui non posso che rammaricarmi della circostanza che viene riferita.

Ritengo che un Socio, a prescindere dalla domanda formulata, debba ottenere un riscontro, eventualmente anche negativo, ed in tempi ragionevoli.

3) Ho preso visione del contenuto delle due raccomandate e, per ragioni evidenti, non sono in grado di indicare i motivi per cui il Presidente Generale Martini non abbia ritenuto di rispondere.

Posso, però, chiarire che la mancata risposta da parte del Collegio Regionale dei Probiviri del Piemonte ha una motivazione giuridica, in quanto tale Organo non è investito della potestà disciplinare che, di contro e ove ne sussistessero i presupposti, sarebbe stata del Consiglio Direttivo Regionale.

Personalmente ho espresso in più occasioni quella che ritengo essere la posizione del CAI rispetto all’eliski, forte non solo del Bidecalogo approvato in occasione del 150° di fondazione, ma anche dell’editoriale a firma del Presidente Generale Martini su Montagne 360° .

Sono, però, del tutto consapevole della criticità del tema e delle problematiche che ne sono scaturite, non solo con riferimento ad alcune Sezioni territoriali, ma anche rispetto alla AGAI, nostra Sezione Nazionale, cui aderisce la quasi totalità delle Guide Alpine e, forse, anche quelle che intendono praticare o praticano l’eliski.

Credo che, in ogni caso, la coerenza debba prevalere, non tanto in una prospettiva sanzionatoria, quanto, piuttosto, nel ricondurre la nostra appartenenza ad una Associazione, quale è il Club Alpino Italiano, alla sua fonte, vale a dire ad una libera manifestazione di volontà e di scelta, espressione di un diritto costituzionalmente sancito dall’art. 2.

Il che significa che qualora le scelte individuali, nel tempo, venissero a confliggere con quelle della Associazione, costituitesi ed espresse nei modi statutariamente previsti, le sopravvenute divergenze dovrebbero coerentemente suggerire le dimissioni da Socio o il non rinnovo del rapporto associativo.

A tal proposito mi piace ricordare che un libro di Cesare Rimini, noto avvocato matrimonialista, titolava “Lasciamoci così, senza rancore”: ora, se ciò è possibile dopo un matrimonio, non vedo perché non dovrebbe esserlo anche, e maggiormente, in un contesto associativo, senza dover invocare lo spettro di sanzioni disciplinari o che altro.

Si tratterebbe solo di coerenza, valore che considero un riferimento prioritario in ogni caso e, in particolare, nel CAI che, se pure è Ente Pubblico non economico nella sua Sede Centrale, non deve mai dimenticare o tralasciare di essere, di pensare e di agire come “Libera Associazione”, come ricorda l’art. 1 del suo Statuto.

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Risposta di Paolo Valoti:
Vorrei approfittare delle domande postemi per cercare di condividere con voi la mia opinione sulla libertà di pensiero e di stampa, che sono un imprescindibile principio costituzionale ma che non devono però dare luogo solo a “parole in libertà” in ogni contesto, in ogni tempo e in ogni luogo.

A partire dalla consapevolezza che una parola o espressione può avere una molteplicità di significati e di interpretazioni, accresciuti dagli intenti di chi le manifesta, penso che la libertà di parola e di cronaca deve essere sempre legata ai valori di etica, gratuità e trasparenza, come quelli praticati nella comune passione per la montagna oppure ricercati nella libertà di montagna tra i “pilastri del cielo” e il bisogno di infinito, che ben conosci con la tua lunga esperienza alpinistica e militanza disinteressata per la montagna.

Oggi purtroppo etica e informazione non sempre però camminano di pari passo, e lo dimostrano i titoli sensazionali di alcuni quotidiani e servizi televisivi, ma anche social media, che non rispettano i diritti dei minori, della privacy istituzionale o personale, o i doveri di correttezza, fedeltà e riservatezza, alla ricerca di presunti scoop.

È un problema che non riguarda più solo l’informazione giornalistica in senso stretto, ma interessa e coinvolge in modo pervasivo l’intera società e tutti i suoi attori principali, compreso il Club Alpino Italiano in tutta la sua ricca e complessa articolazione nazionale, regionale e territoriale.

La crisi dell’editoria e dei media unita allo sviluppo dei social ha cambiato le modalità e i canali attraverso cui viaggiano la comunicazione e l’informazione.

Oggi sono richieste nuove responsabilità e sensibilità per ogni giornalista o addetto alla cultura e comunicazione, che deve essere figura aperta e flessibile, in grado di unire conoscenze e competenze, imparzialità e rigore.

Niente da eccepire riguardo alla legittimità degli strumenti e ai modi di ciascuno per comunicare e condividere propri pensieri e immagini con il mondo intero, sono però perplesso circa un uso intensivo o eccessivo dei social media che rischiano di trasformare la comunicazione in una sorta di piazza degli insulti o dettata dal click impulsivo sopra una tastiera.

Nei diversi scenari su cui si muove oggi la comunicazione globale, anche un’associazione come il nostro Club Alpino Italiano deve adeguarsi, o meglio, deve “sapersi adeguare”: cioè, deve farlo senza perdere comunque di vista i principi etici e sociali e le ragioni della nostra missione e del nostro ruolo nella società e senza snaturare la nostra identità e appartenenza di gente per la montagna.

Vorrei dire che oggi possiamo e dobbiamo strutturarci e aggiornare i canali informativi e comunicativi, cogliendo quello che la multimedialità e tecnologia ci offre: a fianco della classica carta stampata e i siti internet, dovremo migliorare e potenziare sempre di più strumenti come facebook, twitter e instagram, affinché siano sempre più fonte di notizie utili, di buona divulgazione e di formazione, e anche di sana critica costruttiva.

Ma se cambiano le modalità e gli strumenti della comunicazione (lo stesso Governo non a caso sta predisponendo un pacchetto di nuovi provvedimenti di riforma dell’editoria, in questi giorni all’attenzione del Senato), non cambiano le regole etiche e deontologiche a cui chi fa informazione deve attenersi.

L’Ordine Nazionale dei Giornalisti ha approvato a fine gennaio il Testo Unico della Deontologia Giornalistica, che raccoglie e riassume ben 13 carte e 2 codici deontologici del mondo dell’informazione, proprio con l’intento di porre maggiore attenzione sulla responsabilità sociale di chi oggi fa informazione: regole che investono non solo la carta stampata, la radio e la tv, ma anche i canali di informazione social.

Non è solo una questione di rispetto della legge ma è anche e per prima cosa una questione di ruolo, di coerenza e di un modo di essere dentro la società.

Noi siamo il Club Alpino Italiano, un’associazione che crede con profondità e fermezza nei valori della montagna e nel rispetto non solo della Natura, con codici di autodisciplina e autoregolamentazione come il nuovo Bidecalogo, ma anche e innanzitutto delle persone, noi vogliamo e abbiamo l’aspirazione di poter contribuire a una società migliore, e per primi dobbiamo cercare di dare il buon esempio.

Paolo Valoti
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Avvertiamo forte le responsabilità che ci vengono attribuite non solo nelle attività sociali, culturali e di solidarietà che il pilastro fondamentale del volontariato dei nostri Soci offrono ogni giorno nelle Sezioni e Sottosezioni, negli Organi Territoriali e Centrali e per le nostre comunità, ma anche nelle attività di comunicazione e informazione che ci competono, e che devono assumere per noi una valenza culturale e formativa, oserei dire una forma talvolta anche di contro-cultura, aperta per tutti.

Ecco allora che anche la nostra comunicazione associativa non può e non deve essere frutto di affermazioni individualistiche e di convinzioni strumentali e personalistiche, ma deve sempre essere frutto di un ascolto e confronto democratico tra di noi, di un sentire comune condiviso dei Soci e aperti alla ricerca della convivenza e coesione migliore possibile.

Una prima forma di comunicazione nasce nelle nostre sedi sociali che possono diventare case delle culture per le genti e i monti d’Italia, del confronto e del dialogo sereno, dell’accoglienza e dell’aggregazione con al centro quel necessario rapporto di fiducia reciproca, partecipativa e inclusiva che deve innervare e nutrire tutta la vita associativa, dagli Appennini alle Alpi.

Nell’opportunità di questa intervista e delle domande specifiche spero di avere dato alcuni spunti di risposta per il primo tema, mentre per le altre domande non ritengo di avere né competenza né conoscenza adeguate per entrare nel merito, anche perché per alcuni temi ci sono obblighi di riservatezza dei documenti e di rispetto dei ruoli e di norme.

Per concludere, dobbiamo informare e comunicare in tempi rapidi, utilizzare il maggior numero di strumenti possibili, farlo sempre con senso di responsabilità e etica, e la coscienza che i valori e le parole sono come dei semi da disseminare nei campi fertili o incolti del Sodalizio e della società: “Noi dobbiamo essere come le piante che affidano al vento milioni di semi, con la certezza che almeno alcuni di questi germineranno” (Mario Calvino, agronomo, padre di Italo).

Riuscirci può essere difficile ma non impossibile, basta continuare a essere noi stessi senza tradire la nostra vocazione e la nostra missione per comunicare e condividere con tutti, ma proprio tutti, una cultura unificante, nel vero rispetto reciproco.

È la sola garanzia per il procedere della Cordata e per il Club Alpino Italiano di oggi e di domani, a partire dal territorio, dalle Sezioni e Sottosezioni, ai Gruppi Regionali ai massimi vertici nazionali, tutti insieme affiatati e uniti nei principi comuni di verità, lealtà e franchezza, e con la collaborazione e concretezza di ogni persona, giovane, donna e uomo, dentro il nostro Sodalizio e oltre.

Per maggiori dettagli sulle due candidature, vedi Il Cusna 4-2015, rivista del CAI Reggio Emilia.

Curriculum vitae di Vincenzo Torti

Curriculum vitae di Paolo Valoti

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Aspetti diseducativi delle attività a motore in montagna

Aspetti diseducativi delle attività a motore in montagna

Il 28 novembre 2015, nel salone L. Torelli di Sondrio, si è tenuto il convegno Le alpi in inverno, conservazione della natura e attività turistiche: c’è spazio per tutti?, organizzato da Marzia Fioroni e Mario Vannuccini.
Abbiamo già pubblicato la relazione di Vincenzo Torti. Qui di seguito è la relazione di Alessandro Gogna.

 

Dico subito che il mio intervento non è ideato per trovare una soluzione mediatoria al problema dell’eliski, ma è pensato per convincere il più possibile di persone di alcune ragioni che portano all’assoluta contrarietà nei confronti dell’eliski, delle motoslitte e quindi nei confronti dell’uso dei motori in montagna, non solo invernale.

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Sono così contrario all’uso dei motori che addirittura, se un domani fosse approvato il divieto totale di queste pratiche, a me spiacerebbe.

Non ne sarei contento perché un divieto è un divieto. Sarebbe un raggiungere una mia meta senza in effetti raggiungerla. Perché la mia meta non è l’impedimento costrittivo delle attività a motore in montagna estiva o invernale: la mia meta è che nessuno le richieda più o, se volete, che nessuno ne abbia più bisogno e che tutti si dedichino alle altre pratiche di montagna.

Ecco, questo è il mio obiettivo. Se arrivasse una legge nazionale (o anche solo regionale) di questo tipo certo non la contesterei, ma non sarebbe il modo in cui avrei voluto raggiungere il risultato.

Perché un sentiero, un pendio innevato, un animale, un pino non sono prodotti. Vedere queste entità come prodotti è una visione aziendalistica della montagna. E non credo, dicendo questo, di rifiutare o di ostacolare l’economia di una valle o delle Alpi intere. So benissimo che la montagna è, e deve rimanere, fonte di reddito. Proprio perché è una fonte di reddito, deve restare tale anche per le prossime generazioni.

Quindi non stiamo parlando di prodotti, e non voglio usare questo linguaggio. In questo mio rifiuto, c’è un’altra parola che oggi si usa spesso: fruizione.

Prodotto richiama il supermercato, quindi l’acquisto. Fruizione richiama la completa passività di coloro che fanno un qualcosa: la passività rispetto ad altri. Passività nei confronti di coloro che hanno ideato quell’attività, o che l’hanno preparata per coloro che seguiranno passivi.

Fruizione: sostituirei con frequentazione o altri termini. In questo ci si può esercitare. Rimane che, quando sento fruizione a me vengono i brividi. Anche perché è proprio l’uso di prodotto e fruizione che ha portato all’uso di un’altra parola oggi diventata sospetta: sostenibile.

Sostenibilità sembra parola bella, utile, per un obiettivo concreto. Certo, il significato letterale è quello. In realtà però, essendo in Italia, sappiamo perfettamente che la parola sostenibile è un piede di porco per ottenere tutta una serie di concessioni e farle passare surrettiziamente anche in contesti in cui non ci azzeccano nulla.

Nel mio discorso vorrei dunque tralasciare questi termini, prodotti, fruizione e sostenibilità proprio perché essi educano alla passività dell’individuo.

Io credo che l’andare in montagna non possa e non debba essere un’attività passiva. Se lo diventa, anche la pericolosità aumenta. Bisogna essere attivi, non passivi. Prima, durante e dopo. Questo fa esperienza. E questo è vero per chiunque, a qualunque livello, professionista, accademico, dilettante, neofita e cercatore di funghi. Chiunque sia insomma appassionato di montagna.

Ma cosa significa essere “attivi”? Vuole dire saper reagire agli eventi, alle opportunità, alle scelte. Saper muoversi in un ambiente, dunque anche conoscere tutte le realtà che stiamo andando a toccare.

Eviterei dunque la passività. Non so quanto possa essere convincente quello che sto dicendo. So anche che posso risultare assai antipatico e supponente, presuntuoso.

Chi è costui che crede di poterci insegnare come si va in montagna, di far psicologia, filosofia, di discutere sui termini da tutti accettati?

Mi serve dunque ricordare ciò che ho detto all’inizio, cioè che non sono qui a mediare un bel nulla, solo a esprimere le mie opinioni, sapendo per fortuna di non essere certo l’unico a pensarla così.

Sì, è vero, non posso non aborrire la passività, che in montagna è solo deleteria. E’ deleteria per la nostra formazione d’esperienza e per il rischio aggiunto a livello personale o di gruppo.

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La motoslitta? Cosa ci può essere di più passivo?

L’eliski? Al di là del piacere epidermico della discesa, rimane il fatto che non fai la fatica di salire.

La ferrata? Un esempio a dir poco fantastico di quello che io intendo per passività. E’ vero che la ferrata richiede fatica, a volte un notevole impegno atletico: però sei passivo, perché non hai creato nulla, non hai avuto modo di esercitare alcuna fantasia al riguardo, non hai scelte di percorso. Sei un esecutore. Non devi muoverti neppure un centimetro al di fuori dell’itinerario, perché se lo fai sei davvero sciocco. Un metro a destra o a sinistra si trova ogni genere di grana. Sei passivo dall’inizio alla fine. In più c’è tutta una serie di procedure codificate, che sono effettivamente quelle da attuare, anche se non dovrebbero mai essere imposte per legge. Il kit è procedurato, come le manovre di assicurazione durante la progressione. Non ti è richiesto né concesso alcun tipo di deviazione creativa o comportamentale. Sei passivo.

Arne Næss
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Io mi sono formato sulle idee e sull’esempio di un grande filosofo e alpinista, il norvegese Arne Næss, diventato poi un simpatico vecchietto che è morto nel 2009. Næss nel 1950 era capo di quella spedizione che per prima salì il Tirich Mir, una montagna di quasi ottomila metri, la più alta dell’Hindu Kush. Se pensate che solo poco più di un mese prima era stato salito dai francesi l’Annapurna, il primo Ottomila a essere conquistato, per nulla più difficile del Tirich Mir, avete idea dell’impresa di questo filosofo-alpinista, che, tra parentesi, arrivò anche lui in vetta.

Næss è stato dunque alpinista di primo livello, ma è noto a livello mondiale per aver formulato le teorie dell’ecologia del profondo, la deep ecology.

Non è questa la sede per dilungarci sull’ecologia del profondo e sulla sua portata ideologica. Vi farò solo un esempio, tra l’altro suo, per capire la differenza tra ecologia ed ecologia del profondo.

Arne Næss diceva che, in presenza di un laghetto naturale e balneabile, l’ecologo direbbe: “Dobbiamo difendere la qualità naturale di questo laghetto, in modo che anche i nostri figli possano usufruirne (ecco ancora la parola fruizione, nota mia), nuotare, vedere la bellezza, ecc.”; mentre l’ecologo del profondo direbbe: “Dobbiamo difendere la qualità di questo laghetto, in modo che tutte le creature che l’hanno come habitat (pesci, alghe, piante, ecc.) possano vivere”. Non per mantenere artificialmente delle vite, bensì perché queste creature, anche più semplici di quelle umane, hanno lo stesso nostro diritto di vivere. Lo “stesso nostro diritto” non è da intendersi quantitativamente, ma qualitativamente. Cioè la ricerca della qualità di vita per gli animali e per le piante è importante tanto quanto lo è per noi.

Questa è la deep ecology spiegata con una piccola pillola. Consiglio chi è interessato di leggere qualcuna delle importanti opere di Næss.

Eliski in Nuova Zelanda
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E’ questo il nocciolo della questione. Non giustificherei oltre il mio no ai motori con argomenti ambientali. Altri prima di me, e con molta più autorevolezza, hanno esaurientemente parlato dei problemi della fauna nei confronti dei motori.
Ho solo voluto dire che per me l’ambiente è qualcosa di più di ciò che può fornirmi divertimento e serenità.

C’è chi vorrebbe impedire l’eliski appoggiandosi sull’ipotesi che questa pratica potrebbe essere (o è) pericolosa.

Mi è capitato di non firmare una petizione alla Regione Piemonte proprio perché questa si appoggiava sulla presunta pericolosità dell’eliski. Non vorrei mai che venisse approvata una legge di divieto d’eliski facendo riferimento al fatto che questa è un’attività “pericolosa”. Potrebbe essere un precedente giuridico di levatura tale da un domani rendere richiedibile e possibile il divieto tout court di fuoripista e anche di scialpinismo. Anche l’alpinismo potrebbe essere coinvolto in questa furia integralista.

Guai dunque a evocare la pericolosità dell’eliski, vera o presunta: è controproducente.

Non è il pericolo a fare la differenza. Questa la fa l’individuo che, dopo un po’ di anni di esperienza, riesce a crearsi una sua responsabilità, riesce a rispondere solo a se stesso. Ecco l’attività che dicevo prima (contrapposta alla passività). Ecco l’accettazione di limiti che scegliamo noi, non quelli che c’impongono gli altri. La responsabilità del singolo, o auto-responsabilità.

Il raggiungimento di questa condizione responsabile è l’unico mezzo per accedere alla magica parola libertà. La libertà ha bisogno che ci sia stata una scelta. Tu non sei libero quando fai ciò che vuoi, ma quando fai ciò che hai scelto, nell’ambito di alcuni paletti che tu stesso hai stabilito.

La libera scelta che abbiamo fatto costituisce l’essenza della nostra libertà, non come un capriccio di bambino.

Le attività a motore in questione hanno la caratteristica di diseducare alla vita. Siamo in un tempo in cui la figura paterna è assolutamente in crisi, da almeno un secolo. Questa crisi ha portato a molte tragedie e guerre, e non è certo finita. La crisi della figura paterna comporta nella famiglia di oggi l’assenza di un’autorità che sia in grado di indirizzare un giovane adolescente, maschio o femmina che sia, alla vita adulta, alla vita di chi si è staccato dal cordone ombelicale della madre, che per DNA resiste a questo distacco. Il padre dovrebbe staccare: con amore, ma con risoluzione. Dovrebbe indirizzare il ragazzo o la ragazza verso la vita adulta e dire francamente, come ho sentito per puro caso dire in un film recentemente, che la parola “facile” nel mondo degli adulti non esiste. E’ una parola solo per i bambini, che bisogna incoraggiare a imparare.

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Vuole dire che questa società odierna non è tanto adulta. Secondo la pubblicità, è tutto a portata di clic. Pare che con un clic ottieni ogni cosa, invece non ottieni nulla. Ci sono giovani che stanno lì ad aspettare di lavorare, senza idee, senza desideri. Perché dovrebbero avere desideri se sono nella realtà dei fatti è come fossero ancora nel caldo utero materno che soddisfa ogni desiderio?

Se qualcosa si presenta davvero facile, è bene approfittarne. Ci mancherebbe. Non sempre occorre lottare, talvolta ci è data la possibilità di sorridere, di rilassarci. Però mai dimenticare che non esiste vera gioia, o vera soddisfazione e felicità, se ciò che hai ricercato e desiderato non ha avuto una lunga storia di corteggiamenti, in genere faticosi, a volte sacrificanti.

E’ questo che fa la differenza. Ed ecco perché l’eliski è fuori dal mondo psicologico: perché non c’è corteggiamento, non c’è fatica.

C’è chi dice che il problema della montagna invernale è nel numero delle persone che la frequentano. Ammettiamolo e non concediamolo. La montagna è libera per tutti. Non possiamo pensare al numero chiuso. Sono profondamente contrario a ogni tipo di limitazione.

Allora cosa può fare la differenza? Il danaro? Vogliamo che la cresta dell’Hoernli al Cervino invece che mille euro costi cinque, o diecimila euro? Di certo la frequentazione ne sarebbe falcidiata. Sarebbe però solo riservata ai ricchi e preclusa ai poveri. Non mi sembrerebbe un rimedio corretto.

A me sembra che l’unico sistema sensato al fine di limitare l’iper-frequenza sia quello della fatica. Non imponendola, ma neppure togliendola!

Quella che c’è da fare, si fa.

I motori stanno invadendo la nostra vita. Ricordo che in montagna, oltre all’eliski, abbiamo l’elicaccia, l’eliminerali, l’elibike e tutto l’eliturismo. Dobbiamo in qualche modo difenderci da questa invadenza.

Qui di seguito vi riporto un esempio di come si può rispondere a quest’invadenza.
Il 12 novembre 2015, la guida alpina Miche Comi ha pubblicato su facebook un breve scambio epistolare sulla possibilità di realizzare un evento aziendale per VIP.

Michele Comi
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Ciao Michele, allora come anticipato per telefono il cliente vorrebbe un evento super esclusivo che gli dia la possibilità di instaurare un legame forte con possibili clienti. Dovrebbero essere circa 20-25 persone.
Arrivano sabato, si cena e poi la mattina di domenica attività outdoor con pranzo e poi rientro la sera a Milano. Periodo: un week end di marzo.

Ciao Stefania, questo è lo scenario della nostra esperienza sulla neve: il lago Palù. Il lago è a 2000 m, si ghiaccia completamente l’inverno e si raggiunge in mezz’ora di cammino lungo una traccia battuta, oppure lungo la foresta d’abeti disegnando un percorso ad hoc nella neve alta con le racchette da neve.
Sulle sponde si trova il Rifugio Palù, ottimo punto di arrivo e di ristoro dopo l’attività sulla neve (vedi foto allegata). Il rientro avverrà sempre a piedi.
L’attività sulla neve prevede:
– il raggiungimento del rifugio, dosando difficoltà e impegno in funzione dello stato di forma dei partecipanti;
– l’attivazione di un percorso di conoscenza di un ambiente alpino particolare, della neve e delle sue infinite trasformazioni;
– l’acquisizione di alcuni elementi basilari per orientarsi e muoversi nell’ambiente invernale innevato su queste alte montagne tra Valtellina ed Engadina.

Ciao Michele, il cliente si è fatto vivo ieri. Ha ribadito che vogliono qualcosa di estremamente vip ed esclusivo.
Loro avevano parlato di eliski ma è una cosa non fattibile perché richiede diciamo doti atletiche non indifferenti. L’escursione sulla neve è stata bocciata.
Non vogliono fare cose troppo faticose tipo sci o robe simili.
Che altro si può fare sulla neve di domenica mattina di esclusivo e lontano da zone con troppi turisti? Hai qualche idea? Non so, tipo gite in motoslitta, gite in elicottero?

Il Lago e il rifugio Palù
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Scusa Stefania, se il cliente crede che l’esclusività in montagna significhi proiettarsi in luoghi incantati in elicottero o in motoslitta ha le idee confuse.
Evidentemente vuol replicare la schiavitù in cui vive quotidianamente che ha la presunzione di essere libertà.
Vip ed esclusivo non significa facile finzione, ma compiere un’esperienza di conoscenza dell’identità di un luogo selvaggio (senza la necessità d’essere attività estrema). Certo in montagna d’inverno si sentirà il gelo sulle guance o il sudore gelarsi lungo la schiena, ma il fuoco del camino al rifugio farà presto dimenticare questi piccoli disagi conservando il miglior ricordo della giornata sulla neve.
Riguardo ai motori, terrestri e volanti, non posso quindi esserti d’aiuto. Anche senza ricorrere alle racchette è possibile raggiungere comodamente il lago Palù e assieme costruire al centro del lago un igloo, ognuno con il suo compito.
Hanno mai realizzato un igloo con le loro mani? E all’interno, in attesa del pranzo al vicino rifugio, stappato uno Vino Spumante V.S.Q. dalla Valtellina, messo al fresco direttamente nella parete del ricovero bianco? E gustato filetti di trota affumicata, più gustosa del miglior salmone selvaggio, pescata nelle acque che riposano sotto la superficie ghiacciata?
Scusa la franchezza. Un caro saluto. Michele
”.

Ecco, questo secondo me vuole dire esercitare la propria professione di guida alpina con piena dignità. Poter rispondere a fronte alta cose di questo tipo a richieste sciocche e invasive come quelle rivolte a Comi.

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Il segreto del Campanile – 3

Il segreto del Campanile – 3
(la verità obliqua di Severino Casara) (3-4)

L’ultimo capitolo
Esiste un dattiloscritto di 27 pagine, titolato Il Campanile di Val Montanaia dal nord, che Italo Zandonella Callegher ha ricevuto da Lelia Casara. Fa parte di un libro inedito, il cui titolo avrebbe dovuto essere Sulle Crode del Piave, quel terzo libro sulle sue scalate che Casara non pubblicò mai, mentre la sorella non smise di pensare a un “miracolo” editoriale. Che avvenne solo nel 2013, quando Italo Zandonella Callegher ne curò la pubblicazione (Sulle Dolomiti del Cadore-Severino Casara, Nuovi Sentieri), peraltro piena di curiosità e sul livello delle precedenti. Non si sa con esattezza quando Casara lo scrisse, anche se possiamo situare una data incerta attorno ai primi anni ‘70.

Disegno su carta intestata di Francesco Terribile con il riassunto degli avvenimenti sugli Strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia dal 1913 al 1931
Disegno su carta intestata di Francesco Terribile con il riassunto degli avvenimenti sugli Strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia dal 1913 al 1931.

Volutamente non ne ho parlato finora, per rispettare il tempi storici delle nuove acquisizioni documentali. Nella speranza che da uno scritto, compilato negli ultimi anni di vita, emergesse qualche dato nuovo, qualche suggerimento o allusione. Se si vuole, che dalla penna sfuggisse qualcosa che per decadi era stato con rigore tenuto dentro.

Lago di Misurina: da sinistra, Severino Casara, Emmy Eisenberg-Brioschi ed Emilio Comici
Lago di Misurina: da sinistra, Severino Casara, Emmy Eisenberg-Brioschi ed Emilio Comici.

Il racconto parte dal principio, da come Casara incontrò i suoi compagni gitanti inesperti, fino alla conclusione dell’avventura a Domegge. Poi continua con l’episodio della fotografia di Marchetti, il racconto della posa della campana sul Campanile, la prima Messa in vetta, l’articolo di Buzzati riportato per intero fino all’episodio finale del tentativo alla parete est con Comici.

La prosa è assai curata, anche se qua e là con ancora qualche piccola imprecisione di ortografia. Nelle intenzioni dell’autore si vede grande attenzione ad un pubblico vasto, ma si nota pure una rinuncia a certo linguaggio lirico che tanto aveva caratterizzato gli scritti precedenti. Forse i tempi avevano cambiato anche lo scrittore, non solo l’uomo.

Severino Casara rivive nel luglio 1938 le sensazioni del suo bivacco sul Ballatoio del Campanile di Val Montanaia. Foto: Emilio Comici
Casara rivive nel luglio 1938 le sensazioni del suo bivacco sul Ballatoio del Campanile di Val Montanaia. Foto: Emilio Comici.

Di certo però Casara rimane attento a non contraddirsi e, anzi, prova a spiegare con maggior precisione le sue evoluzioni in quei pochi minuti. Con un linguaggio che risente soprattutto dei chiarimenti tecnici che in cinquant’anni di discussioni avevano pian piano sovrastato eroismo e follia iniziali.

Ne risulta un’apparente grande credibilità. Se prima frasi, fatti ed emozioni sembravano pompate, sostenute da un’esaltazione a noi estranea, ora il tono è gradevole, propenso a spiegare, pronto anche all’autocritica, almeno per gli aspetti più folli dell’intera avventura.

Se leggiamo attentamente, e soprattutto se confrontiamo con le sue relazioni precedenti, appaiono oscuri sei punti di contrasto. Vediamoli uno per uno (a dire busie ghe vole bona memoria).

Nel capitolo scompaiono le scarpette: non sono neppure nominate. Nei racconti precedenti (26 settembre 1930), Casara si liberava degli scarponi alla Tacca del Campanile, ma successivamente delle scarpette, dal terrazzino di attacco. E lo precisava anche quando, sceso per la via normale, arrancava faticosamente tra ghiaioni e baranci per recuperare zaino, scarponi e, poco più basse perché gettate dall’alto, le scarpette.

Altro particolare curioso è la spiegazione della presenza del chiodo che gli serve da peso per il lancio della sua corda sull’arco dello spezzone Fanton. Casara racconta ora che lo aveva in tasca, rimasto lì “non so come”. Scarpette e chiodo sono il tipico materiale di chi ha in programma comunque qualche arrampicata: come giustificarne la presenza se nell’assunto generale del racconto si ribadisce che all’inizio non v’era alcuna intenzione di salire il Campanile? Perfino la corda messa nello zaino è giustificata dandone la responsabilità a Berti, che l’aveva consigliata sia per eventualmente aiutare qualcuno della comitiva in difficoltà sul gradino che s’incontra salendo alla Forcella del Campanile, sia per la salita alla Cima Emilia. E dunque le scarpette sono taciute e il chiodo è là per caso.

Non rinomina il pendente di corda (da lui citato il 1° novembre 1930) appeso al gruppetto di chiodi Fanton, quindi non precisa se alla fine di esso era appeso il quinto chiodo Fanton oppure no.

L’azione procede, ed arriviamo al volo sui chiodi Fanton. Qui sparisce lo svenimento (o anche il capogiro come altrove era stato definito). Non se ne parla proprio, perciò dopo il volo pendolare Casara si issa semplicemente ai chiodi e disfa l’anello dell’autoassicurazione per poter traversare.

Infine con grande insistenza si dedica a sottolineare che la via da lui seguita è stata la fessura orizzontale: di conseguenza è radicalmente modificata la descrizione delle sue evoluzioni sullo spezzone, sia rispetto alle sue versioni 26 settembre e 1° novembre 1930, sia soprattutto alla primitiva relazione sul libro di vetta e a quella apparsa sulla guida Berti, che con tanto accanimento Piaz e Carlesso avevano cercato di riprodurre senza risultato. Invece che di modifica potremmo parlare di censura, perché non si accenna né all’aver messo la gamba nello spezzone, né all’aver avvicinato ginocchio o, peggio, piede sinistro ai chiodi Fanton. Proprio per evitare che ancora si critichi una posizione che, oggettivamente, non solo è assurda se non impossibile, ma probabilmente del tutto inutile e controproducente se l’obiettivo è la traversata.

Infine, quando Casara si accorge di non essere sulla via normale? Quanto effettivamente sa della storia del Campanile? Nella relazione 26 settembre 1930 aveva detto che, visti i chiodi, aveva capito subito di non essere sulla via normale. In questo ultimo capitolo dice: «Conoscevo pallidamente la sua storia alpinistica, e non avevo mai letto la relazione tecnica della salita, ignorando anche il versante della via. Sapevo che in meno di due ore si poteva raggiungere dalla base la cima e che le difficoltà erano relative». Poi, giunto al terrazzino: «Ma qui cominciano i dubbi. La muraglia del mostro si erge strapiombando, rossigna e striata di nero. Più nero spicca sul lato sinistro un diavolo rampante. Ricordando vagamente la storia della prima salita mi sovviene che von Glanvell scoprì la chiave proprio su una muraglia rossigna e strapiombante, con una traversata che a vederla pareva assolutamente impossibile a compiersi, ma che al toccarla invece l’aveva trovata bella e non difficile».

Severino Casara durante il bivacco della prima ascensione con Comici al Salame (29 agosto 1940). Foto: Emilio Comici
Casara durante il bivacco della prima ascensione con Comici al Salame (29 agosto 1940). Foto: Emilio Comici.
L’accenno a von Glanvell è azzeccato: se si conosce solo l’esistenza di una traversata famosa, e se lì ci sono dei chiodi… beh, quella è la traversata. Purtroppo questa è la prima volta che Casara fornisce siffatta spiegazione. Che in ogni caso continua a non spiegare come un alpinista che vive ossessivamente di montagna, che si nutre di cultura e storia alpinistica relativa, che conosce i Fanton a tal punto da scegliere loro come prime persone cui telefonare da Domegge, che conosce Berti a tal punto da arrampicare con lui ed essere il più valente collaboratore nella stesura della sua futura guida delle Dolomiti Orientali, possa solo “pallidamente” conoscere la storia del Campanile con i versanti e i tentativi Fanton annessi e connessi.

Si ha l’impressione che l’ansia di Casara non sia soltanto quella di dimostrare la sua salita agli Strapiombi Nord, ma anche quella di farne accettare la “casualità”, perciò l’ineluttabile destino di un’impresa che neppure lui aveva mai voluto.

Narro, ergo sum
Al lettore che ci ha seguito fin qui e che non ha ancora esclamato ghe ne go do maroni de sto Casara, chiediamo la pazienza di leggere queste ultime note conclusive.

Abbiamo assistito all’evolversi della storia e dell’alpinismo, nascita, vita e lento deperire degli ideali, con conseguente nascita di nuovi valori. Il vecchio e il nuovo spesso in lotta tra loro. Siamo sicuri che l’alpinismo sia solo ciò di cui si parla? Siamo certi che relazioni scritte, dicerie brutali, formalità burocratiche e indagini scientificamente violente siano le sole unità di misura per valutare un’esperienza alpinistica? In più, da un po’, c’entra anche il denaro.

Molto tempo fa si scriveva perché lo scrivere, dopo l’azione, era spontaneo, un piacere dell’uomo di cultura. Finché l’alpinista era scienziato, poi esploratore romantico, anche quando era un milite-patriota. L’avvento della componente sportiva ci ha resi più vergognosi, come se il successo della nuova moda fosse autorizzato a oscurare i vecchi valori, da cui sembra un dovere prendere le distanze. Nel paesaggio intellettuale di oggi l’alpinismo è vetusto, meno credibile di un tempo. Se si vuole cercare la verità dell’alpinismo occorre frugare nei racconti che se ne sono fatti, perché quello è lo spazio in cui si può operare un cambiamento.

Severino Casara tra Paula Wiesinger e Hans Steger. Foto: Walter Cavallini
Casara tra Paula Wiesinger e Hans Steger. Foto: Walter Cavallini.
Per godere dell’alpinismo occorre preservare la sua finzione di fondo, cioè pensare con dedizione alla grande differenza che c’è tra il mondo civilizzato e quello selvaggio. Anche in un’epoca come la nostra in cui sembra che di wilderness sia rimasto poco. Più o meno la stessa finzione che un autore di libri gialli condivide con il lettore. Sappiamo bene che l’avventura che possiamo vivere oggi si appoggia su quella vissuta ieri, ma ci comportiamo come non fosse così. Sappiamo bene che c’è un’erosione in atto, continua e spietata, del margine di avventura, potremmo definirla una crisi permanente. A ben vedere, ciò che abbiamo sempre chiamato evoluzione, è stato solo il graduale consumo della risorsa avventura, come se ogni prima ascensione fosse una nuova voce di spesa in un conto economico per nulla infinito. I pionieri hanno richiamato gli eroi, questi gli atleti e questi ancora gli spettatori e gli impresari, in modo che la montagna sempre meno si differenziasse dal resto delle attività sociali o individuali del grande circo che è il mondo. Parlare di evoluzione è stata una scelta ottimistica, contrariamente a questo discorso che sembra tendere al pessimismo. Da questa contrapposizione pare che solo i discorsi e lo scrivere siano essenziali, l’agire assai meno, specie l’agire non divulgato o divulgato in modo “diverso”. Essenziali diventano dunque telefonini, satellitari, GPS, segnaletica, carte geografiche, monografie, radio, giornali, televisioni, internet, competizioni codificate, rally, vie ferrate, attrezzature a spit, previsioni meteo, premi tipo “piolet d’or”: tutto questo fa “sicurezza”, cioè l’opposto di avventura, per spendere più in fretta il capitale di rimanente “selvaggio”. Chi oggi scrivesse la relazione di un’impresa su un foglio di carta e basta sarebbe dileggiato, anche per questo esitiamo a scrivere di montagna. Si è sempre più soli a difendere l’azione e a sostenere che vi può essere azione anche senza rappresentazione con gli attuali criteri (foto, filmati, testimonianze). Chi racconta, esiste. Narro, ergo sum. La rappresentazione e i discorsi diventano più importanti dell’azione.

In quest’ottica ecco che anche la parola verità muta significato, perché diventa un “effetto speciale” del nostro racconto e non più adesione reale e completa ad un’azione della quale noi per primi non conosciamo il significato. Al fuoco primigenio si sostituisce il fuoco pirotecnico, per stupire, per convincere, per vendere. In fondo l’alpinismo ci piace ancora perché non v’è alcun criterio che permetta di distinguere tra vero e falso, neppure di fronte a noi stessi, neppure nel pieno dell’azione che solo in un secondo tempo sarà mediata e contaminata dal ricordo. Perché l’azione “è”, vero e falso in essa non esistono, non sono neppure categorie mentali.

Severino Casara con Antonio Berti cercatori di funghi in Val da Rin nel 1948
Casara con Antonio Berti cercatori di funghi in Val da Rin nel 1948.
Nell’alpinismo ci sono anche lati di prestigio (nazionale o personale) e mercantili che presumono un “buon” prodotto, non dei falsi. Se s’infiltra il non-vero è l’intero alpinismo a essere scardinato nei suoi postulati (e con essi anche i corollari prestigiosi e/o commerciali). L’azione rimane intatta, la rappresentazione non è più credibile. Ecco perché ci teniamo tanto alla rappresentazione e ai discorsi. Ma colui che ha più a cuore l’azione, sentendosi in minoranza, può fare azioni di disturbo? Può dissimulare in modo che non si creda più all’alpinismo ma soltanto all’azione in montagna? Può esprimersi in un’azione difficilmente raccontabile, così difficilmente rappresentabile da tenere in scacco i giudici per novanta anni? E soprattutto: può raccontare e scrivere in modo privo di scopo, cioè finalmente servile all’azione e non agli attori? Una massima zen recita che “la meta suprema del viaggiatore è di ignorare dove sta andando”.

 

L’assassinio dell’azione
Lunga è la storia delle contestazioni alpinistiche. Solo per rimanere in Italia e nella seconda metà del secolo XX, ecco negli anni Cinquanta la guida di Primiero Gabriele Franceschini, negli anni Sessanta Toni Marchesini, di Bassano; poi, fine anni Sessanta, è la volta di Cesare Maestri e del tuttora contestato Cerro Torre; negli anni Ottanta, complice la morte del fratello Günther che non può più testimoniare, v’incappa pure Reinhold Messner per il caso del passaggio diretto sul Pilastro di Mezzo del Sass d’la Crusc. Quindi, ancora anni Ottanta, capita al lecchese Dante Porta. E arriviamo al caso più attuale (anni Novanta), l’accusa al fuoriclasse sloveno Tomo Česen di non aver salito né la parete nord dello Jannu né la Sud del Lhotse. Di tutti questi personaggi il solo ad essersi liberato completamente delle accuse è Messner, vuoi per la sua statura dell’alpinista, vuoi per la minore importanza del caso, praticamente un dettaglio. A tutti si imputano exploit esagerati, nebulosità di racconto, omissione di particolari, mancanza di testimonianze o anche (per Česen) falso di prove.

Questi (e magari ne dimentichiamo qualcuno) sono i casi più noti: ma non dimentichiamo che la tendenza a raccontare bugie non è propria di poche persone e si manifesta a più livelli di gravità. Quante volte abbiamo visto fotografie con il grado di ripresa artefatto, o saputo di “libere” che non erano “libere”, di chiodi davvero usati, di orari accorciati, di difficoltà volutamente abbassate… la casistica è infinita. Peccati veniali, certo, ma spie di una caratteristica inconfessata di molti di noi.

Schizzo firmato da Attilio Tissi e da lui stesso compilato il giorno del sopraluogo sul Campanile (29 agosto 1948). Ancora una volta i chiodi Fanton sono segnati erroneamente! La posizione giusta è quella demarcata in rosso
Schizzo firmato da Attilio Tissi e da lui stesso compilato il giorno del sopraluogo sul Campanile (29 agosto 1948). Ancora una volta i chiodi Fanton sono segnati erroneamente! La posizione giusta è quella demarcata in rosso.

Letteratura e film sono i modi moderni per raccontare ciò che una volta faceva il poema epico. In letteratura e film siamo disposti ad accettare qualunque fantasia, anche la più sfrenata, dal pornografico al serial-killer, dal surreale al fantascientifico, alla condizione però che l’autore metta bene in chiaro che si tratta di opera d’invenzione. Ciò che non sopportiamo è l’accostamento tra fantasia e verità, come se questa commistione fosse il peccato più grande, il vero tabù di oggi. Non siamo più gli incantati ascoltatori dell’aedo che cantava l’Odissea o l’Iliade, dove realtà e fantasia erano una sola cosa: commenti storici, chiose ed esegesi ci hanno insegnato a dividerle. Non sopportiamo chi non vive dentro di sé questa opposizione precisa, ma osanniamo Roberto Benigni che recita così magistralmente la Divina Commedia da sfondare gli indici di gradimento. Perché tutti abbiamo ancora bisogno della favola grandiosa, dell’opera d’arte che ci nutre di serenità ma è maturata nella sofferenza dell’azione.

Campanile di Montanaia (parete ovest) visto salendo a Forcella Segnata, 5.08.1985
Campanile di Montanaia (parete ovest) visto salendo a Forcella Segnata, (Dolomiti d'Oltrepiave, PN. 5.08.1985
Sì, è vero. Abbiamo ancora bisogno della favola, forse della finzione. Se ci ripugna attribuirla a noi stessi (ma non faremmo male), non esitiamo ad attribuirla agli altri inventando fatti e aneddoti sul loro conto, seguendo gli stessi percorsi tortuosi della leggenda ma immiserendoli con la bava viscida di calunnie consapevoli o inconsapevoli. Anche se lo si fa per scherzo, è una delle peggiori violenze, ripugnante anche per l’insita codardia.

Se facciamo un minimo di autocritica, riguardando negli anni passati, c’è un aspetto per cui non si tornerebbe indietro volentieri e questo riguarda le mille chiacchiere scambiate con gli amici, nella sezione del CAI, al bar, in rifugio, a volte in bivacco. Non tutto era da buttare, anzi. Ma spesso c’era chi si vantava più di altri, chi raccontava non per il piacere di farlo ma per stupire o far ridere a tutti i costi. Qualcuno era più crudele di altri.

E poi c’era la vittima, sempre assente, a volte perfino deceduta: colui che, consapevole o non, pagava il conto delle risate della compagnia.

Sì, non si tornerebbe indietro per tali bravate verbali: e possiamo pentircene. Ciascuno di noi può guardarsi indietro e ricordarsi di episodi che non gli fanno onore. Se non se ne ricorda è un fortunato, perché nulla può scalfire le sue certezze. Fortunato per ora, perché a lui ancora più grave sarà l’incertezza della fine.

A creare il caso Casara non è stato l’esecutore materiale Tissi. Il mandante del caso Casara va ricercato nella fame di finzione che abbiamo. Se fosse stato per Tissi, il clamore non avrebbe investito altri che gli stretti interessati. Se fosse stato per Francesco Terribile o per Angelo Manaresi la vertenza non sarebbe certo stata così plateale, transecolare, perché non avrebbe oltrepassato gli angusti confini di menti limitate e le piccine finzioni di burocratiche funzioni sociali. Ad ingigantire il caso hanno contribuito più i dubbi che si sono infiltrati nelle menti “buone” che non la cattiveria di chi naturalmente è portato alla finzione nella vita. Sono proprio le menti “buone” le più avide di fantasia e le più propense a credere che la rason del poareto no la vale on peto.

Casara era un diverso. Che avesse una particolare sensibilità e un temperamento artistico lo ha dimostrato con i libri, con le foto, con i film e con le conferenze. Che fosse un alpinista creativo lo ha dimostrato con le vie nuove sparse nelle Dolomiti. Che fosse un disadattato lo si vede nell’osservare la doppia realtà che viveva. Se Casara fosse stato un “macho” difficilmente sarebbe stato perseguitato così. Non era un omaccione, anzi. Era un signore alto, di bei modi, elegante, gentile e premuroso. Talvolta un po’ infantile, talvolta esaltato e febbrile. L’esatto contrario della gioventù fascista che curava il corpo, si “dava all’ippica” e salutava con il braccio a 120°.

Poi possiamo addentrarci nel pericoloso discorso dell’omosessualità, per il quale altri libri potrebbero essere scritti nel tentativo di dimostrarla o negarla. Se Casara si fosse sposato… se avesse avuto figli… se almeno avesse avuto una fidanzata… tutte quelle amicizie maschili… Se le crudeli barzellette sui carabinieri hanno almeno una base, quella della cieca obbedienza al potere (e quando è troppo è troppo, come quando fucilavano i disertori), le barzellette sugli omosessuali che base hanno se non quella della paura che ne abbiamo noi “maschi veri”?

(continua)

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Il segreto del Campanile – 2

Il segreto del Campanile – 2
(la verità obliqua di Severino Casara) (2-4)

(continuazione di Il segreto del Campanile – 1)

In un primo tempo Spiro Dalla Porta Xidias (Montanaia, ed. Alfa, 1957) sostenne a spada tratta Casara, riportando anche che su un articolo del Corriere d’Informazione del 20, 21 gennaio 1948 appariva la notizia che Piero Mazzorana con Flavio Vecellio Reano aveva attraversato nell’estate 1931 dai chiodi Fanton allo Spigolo a Denti di Sega (e ritorno) senza chiodi. Lo stesso Dalla Porta Xidias (Oh, com’è bello, 40 anni di parete, ed. Nuovi Sentieri, 1983) aggiunge che nel 1953 egli traversò allo Spigolo con «due soli chiodi in posto» e da lì salì al Ballatoio senza chiodi. La via era stata schiodata da Hermann Buhl due giorni prima. Con ciò Dalla Porta Xidias ritiene dimostrata la possibilità dell’impresa Casara.

Attilio Tissi tenta di ripetere il passaggio Casara. Si notano il primo ancoraggio (chiodo da lui infisso tramite piramide), poi il secondo ancoraggio (gruppo tre chiodi Fanton) e il terzo (quinto chiodo Fanton, un attimo prima della fuoriuscita dovuto al volo di Tissi)
Attilio Tissi tenta di ripetere il passaggio Casara. Si notano il primo ancoraggio (chiodo da lui infisso tramite piramide), poi il secondo ancoraggio (gruppo tre chiodi Fanton) e il terzo (quinto chiodo Fanton, un attimo prima della fuoriuscita dovuto al volo di Tissi).

È stato l’accademico di Trieste Piero Slocovich, ormai anzia­no alpinista, a rilanciare la questione. Su Lo Scarpone del 16 giugno 1985, dando prova di notevole capacità di seguire i nuovi tempi e di aggiornarsi, egli lancia una sfida: «sarebbe interessante constatare se i giovani di oggi, capaci di tante, per noi vecchi, impensabili prodezze, possano forza­re la famigerata fessura orizzontale senza toccare i chiodi (usandoli solo per l’assicurazione). Se lo facessero, nessuno potrebbe contestare che anche Casara, se pure superando ogni limite di allora, era passato»!

Attilio Tissi, in bilico sulla piramide formata dai compagni, raggiunge il gruppo chiodi Fanton
Attilio Tissi, in bilico sulla piramide formata dai compagni, raggiunge il gruppo chiodi Fanton.

Era un vero peccato che Dalla Porta Xidias non precisasse se, nella sua ascensione del 1953, aveva o no usato come appigli, anche solo per qualche secondo, i due chiodi pre­senti nella traversata. Peccato anche che la notizia Mazzorana fosse così tardiva e ambigua.

Attilio Tissi, ormai alla conclusione della sua variante sugli Strapiombi Nord
Attilio Tissi, ormai alla conclusione del suo itinerario sugli Strapiombi Nord.

Decisi solo pochi giorni prima di andare a vedere. Era il 5 agosto 1985. Avevo la testa piena di storia, per un lavoro di cui proprio in quei giorni mi stavo occupando (la stesura di Sentieri verticali). Mi turbinavano in mente i più differenti personaggi, le più grandi imprese dell’alpinismo dolomitico. Da una parte mi commuovevano le affermazioni generose e in parte fondate dei sostenitori di Casara; dall’altra la curiosità era troppo forte. Non mi interessava nulla di fare la prima rotpunkt degli Strapiombi Nord (Rotpunkt = salita da capocordata di una via già attrezzata, senza voli o riposi sui chiodi, usando i chiodi solo per assicurazione e mai per progressione): altri forse l’avevano fatto. Semplicemente non si sapeva. Volevo però salire rotpunkt: solo così dentro di me avrei potuto forse sapere se Casara era stato perseguitato tanti anni inutilmente. Volevo seguire l’invito dell’anziano Slocovich. Mi assicuravano Ernesto Fabbri e Clarice Zdanski.

Ho riscontrato le seguenti difficoltà: un passo di 3 metri di VII- dal terrazzino alla stratificazione orizzontale; la traversata è di VI continuo con un tratto a metà di VI+. Dopo lo Spigolo a Denti di Sega si scende al IV e V, con un solo breve passo di VI-. Chiodi incontrati: uno nei primi tre metri, sette nella traversata (non c’è più il gruppo chiodi Fanton), uno sullo Spigolo, altri cinque fino al Ballatolo. Totale, 14 chiodi.

A questo punto è inequivocabilmente dimostrato che la via Casara si può fare totalmente in libera, libera come si intende oggi. Le idee su questo punto, a parte il brillante Slocovich, sono sempre state assai confuse. Lo stesso Casara, nel suo Libro d’Oro delle Dolomiti, divide l’intera storia dell’alpinismo dolomitico in due tronconi, libera e artificiale. Nella libera pone tutte le ascensioni fino al V superiore; il resto è artificiale. Preuss, suo grande mito, arriva solo fino al V. La salita degli Strapiombi Nord è classificata di V+, quindi il massimo storico. Stupisce che egli considerasse “libera” l’attaccarsi a uno spezzone di corda e il sostenervisi precariamente con il piede sinistro.

Nella foto della salita di Attilio Tissi, i tre chiodi Fanton sono segnati erroneamente e cioè con l’’identico errore di Casara sullo schizzo della Guida Berti
Nella foto della salita di Attilio Tissi, i tre chiodi Fanton sono segnati erroneamente e cioè con l’identico errore di Casara sullo schizzo della Guida Berti.

Argomenti contro Casara

  1. Tralasciando il primo tratto di VII-, superato da Casara attaccato alla corda e ai chiodi, gli rimaneva più di metà traversata di VI e VI+. Se egli avesse veramente superato quel tratto slegato e in calzettoni, avrebbe di colpo innal­zato di un grado almeno il limite del tempo, stabilito nel 1911 da Hans DüIfer sulla Croda del Lago e non ancora superato né da Roland Rossi, né da Francesco Jori, né da Emil Solleder (VI).
  2. In seguito Casara non fece più nulla di così stupefacente. Ottimo arrampicatore e capocordata sul quinto grado, fu buon secondo a Emilio Comici sulle vie estreme.
  3. L’imprecisione sulla disposizione dei chiodi Fanton giocò molto a suo sfavore.
  4. La Fessura orizzontale non è altro che la “stratificazione orizzontale”, perciò non si comprende perché egli dovesse salire in piedi sullo spezzone Fanton.
  5. Nella Fessura orizzontale le varie cordate negli anni hanno ripetutamente chiodato e schiodato (esempio, il già citato Buhl). In genere questo provoca un allargamento della fessura in corrispondenza dei punti di chiodatura, quindi in genere l’arrampicata libera è facilitata rispetto alle condizioni vergini in cui la fessura si presentava al primo salitore. Ciò che voglio dire è che, al tempo di Casara, la Fessura orizzontale poteva essere anche più difficile di oggi.
  6. Fanno strano contrasto le sue relazioni al rifugio Padova e sul libro di vetta con le allucinazioni seguenti e l’affermazione che egli non sapeva nulla del tentativo Fanton.
  7. Lo spezzone Fanton era vecchio 12 anni e la canapa non resiste tanto alle intemperie da permettere tutte le evoluzioni e le sollecitazioni raccontate da Casara.
  8. Rifiuto degli alpinisti ad accordare fiducia a un’impresa così chiacchierata e così importante, se veramente compiuta: essa sarebbe infatti in anticipo di quasi dieci anni sui tempi. Quasi sparirebbero (solo per rimanere in ambito italiano) Comici, Tissi, Micheluzzi, Andrich, Vinatzer, Gilberti, Carlesso e tanti altri, al confronto. Si appannerebbero perfino le imprese solitarie di Winkler, Piaz, Preuss e Dülfer.

Mentre Giulio Benedetti ha raggiunto lo Spigolo a Sega, Albano Barisi sta attraversando lungo la fessura orizzontale, 19 luglio 1931
Mentre Giulio Benedetti ha raggiunto lo Spigolo a Sega, Albano Barisi sta attraversando lungo la fessura orizzontale, 19 luglio 1931.

Argomenti pro Casara
1. Non è bene dubitare della parola di un alpinista.
2. La storia ci ha presentato altri esempi di lucida follia. Chi osa al di là di ogni ragione ha una marcia in più al confronto di chi osa nei limiti del ragionevole, e quando si sta per cadere con effetti mortali si estraggono le ultime forze della disperazione.
3. Anche la cordata dei bellunesi sbagliò. Tissi avrebbe dovuto accorgersi che la via logica era a destra e non obliqua a destra, come del resto provò Gilberti.

Schizzo originale dei triestini, fatto subito dopo la loro salita
Schizzo originale dei triestini, fatto subito dopo la loro salita.

Le prime conclusioni
Ricordo che sulla famosa traversata alla Torre Venezia, parete sud, Tissi piantò sette chiodi. Essa fu valu­tata di «sesto». Oggi sono trenta metri di V e V+ con un brevissimo passo di VI-: vi sono presenti quattro chiodi e un cuneo marcio. Con ciò si potrebbe dimostrare che Tissi non era all’altezza della traversata del Campanile e quindi che Casara o l’ha fatta o l’ha sparata grossa. Anche dopo la salita rotpunkt degli Strapiombi Nord secondo me non è possibile trarre delle conclusioni definitive. In ogni caso la storia non si nutre solo di considerazioni oggettive e di numeri. Ritengo che tutto questo gran parlare che si è fatto attorno a un uomo e a un mistero sia tutto sommato molto positivo, che dia ricchezza alla nostra esperienza invece di toglierla. Meglio un mistero in più, meglio avere una cosa in più su cui sognare. Grazie, quindi, a Severino Casara. Che comunque non si può più difendere. Ma al suo caso ancora non si può riferire la massima di Voltaire «Ai vivi sono dovuti dei riguar­di, ai morti si deve solo la verità»: perché la verità, per ora, è un segreto del Campanile.

Casara con Angelo Dibona durante le riprese del film Cavalieri della Montagna. Foto: Walter Cavallini
Casara con Angelo Dibona durante le riprese del film Cavalieri della Montagna. Foto: Walter Cavallini.

Casara ed il barcaiolo
Quando Casara si legò con la sua corda di 20 metri all’ultimo dei chiodi Fanton sapeva che stava affidando la sua vita a una manovra molto complessa? Il quesito è evidente: come avrebbe fatto ad evitare di essere trattenuto dalla sua stessa corda? Possiamo accettare ch’egli volutamente abbia limitato a circa 2 metri il lasco, onde fare un volo meno pericoloso. Però, per non essere trattenuto prima di un poco prevedibile punto di riposo, avrebbe dovuto legarsi come segue: nodo in vita, anello di 2 + 2 m, nodo barcaiolo fissato ad un moschettone in vita per slegarsi rapidamente e facilmente allorché giunto in corrispondenza dello Spigolo a Denti di Sega. Non poteva legarsi con un nodo normale, che non avrebbe mai potuto sciogliere con una mano sola: e doveva però farlo se voleva che la corda scorresse attraverso l’anello del chiodo (lui stesso dice che poco prima del volo aveva passato la corda nell’anello, non nello spezzone; nello spezzone l’aveva passata prima, con il lancio per raggiungere il primo chiodo della traversata). Non dimentichiamo che senza dubbio Casara aveva bisogno della corda anche dopo, non solo per scendere dalla via normale, ma anche e soprattutto perché lo Spigolo a Denti di Sega, cha a noi oggi sembra abbastanza facile, a lui doveva apparire come un mostro non meno temibile della traversata. Doveva poter ritirare la corda. Siamo sicuri che conoscesse il barcaiolo?

Campanile di Montanaia, strapiombi nord. Alessandro Gogna, Ernesto Fabbri e Clarice Zdanski prima della RP della via Casara, 5.08.1985
Campanile di Montanaia, strapiombi nord. A. Gogna, E. Fabbri e C. Zdanski dopo la prima RP della via Casara (Dolomiti d'Oltrepiave, PN. 5.08.1985

Alpinismo miracoloso
Con questo titolo Mario Crespan ha scritto circa una decina d’anni fa un saggio che forse porta avanti la risoluzione del segreto del Campanile. Al di là di una seria valutazione di quanto l’alpinismo a volte sia «miracoloso», la sua idea portante è l’uovo di colombo che ci spiazza: ci siamo sbagliati tutti sui metri! Il paragone tra la vecchia foto Marchetti e una moderna con Mauro Corona in azione prova, senza ombra di dubbio, che l’intera traversata misura 6,40 metri (non 10!) e che dall’ultimo chiodo Fanton allo Spigolo a Denti di Sega non ci sono più di 3,40 metri. Dato il lasco ben visibile dello spezzone, l’attaccarsi ad esso con la mano sinistra fino alla massima tensione possibile, fa guadagnare altri 40–50 cm, spazio che ridurrebbe il tratto di effettiva arrampicata solitaria a 290-300 cm. Casara racconta di essersi legato all’ultimo chiodo Fanton con «2 metri di lasco». Se fossero stati 6 i metri da superare, si sarebbe sbagliato di grosso, perché non si capisce come mai avrebbe potuto fare a raggiungere lo spigolo senza essere trattenuto dalla corda; accettando invece i 3 metri che risultano dai nuovi conti, ancora Casara si sarebbe sbagliato, ma la sua valutazione, dal terrazzino d’inizio, su quanto lasco darsi, presuppone più accurata la sua stima di 2-3 m da superare per giungere allo spigolo. Naturalmente non è così provato che Casara abbia realmente fatto la via, ma a questo punto le sue probabilità aumentano di parecchio.

(continua)

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La montagna del destino

La montagna del destino

Venerdì 26 febbraio 2016, alle 15.37 (ora locale), Simone Moro, Alex Txikon e Alì Muhammad Sadparà realizzano la storica prima salita invernale del Nanga Parbat, la montagna che anche per loro diventa una personale Schicksalsberg (la montagna del destino). Tamara Lunger si è fermata un centinaio di metri sotto la vetta. Verso le 20 (sempre Pakistan time) tutti gli alpinisti hanno fatto ritorno al campo 4 a 7150 m. E il giorno dopo hanno fatto ritorno alla base, sani e salvi.

Un’impresa ai limiti delle possibilità umane, come ben dimostra la gran quantità di fallimenti precedenti” riassume Sandro Filippini.

Un’avventura su quella che è, dopo l’Annapurna, la seconda montagna killer. La montagna delle tragiche fatalità delle spedizioni tedesche degli anni Trenta e del mito di Hermann Buhl (1953). Sul quel versante Diamir che ha visto la tragedia di Albert Frederick Mummery (1895), la caduta mortale di Sigi Loew (1962), la scomparsa di Guenther Messner (1970) e l’eccidio talebano dei dieci alpinisti al campo base (2013), solo per citare le morti che sono diventate storia.

Quel venerdì ho seguito con ansia, direi trepidazione, il loro metodico incedere verso la vetta. Data la scelta che Simone Moro ha fatto per questa spedizione, di non essere troppo informatico e tecnologico, non abbiamo avuto la possibilità di seguire in tempo davvero reale la salita. Solo la traccia gps di Txikon e i binocoli della sua fidanzata Igone Mariezkurrena lasciavano scandire più o meno ogni ora i progressi del team e davano sufficiente spazio alla nostra fantasia.

Alle 7.00, consultando twitter e il sito Altitude Pakistan, arriva l’informazione che i quattro sono a 7650 m. Lo si vede dal tracciato sulla nitida immagine di Google Earth. Là sono le 11.00. Una foto della Mariezkurrena ci mostra tre puntolini spersi in un mare di roccia e ghiaccio ripidi. Il quarto puntino sta seguendo un itinerario differente, più roccioso. Alle 8.30 sono a 7800 m (12.30 ora locale). Mi abbandono a ovvi calcoli: se in 90 minuti hanno superato 150 metri, vuole dire che avanzano al ritmo di 50 metri all’ora. In base a questo conto della serva, alle 10 mi aspetto che siano a 7950 m: e invece sono a 8000 m! Sì, questa volta ce la fanno! Nel mio intimo parte un tifo come ho visto solo per certe partite di calcio.

Il versante Diamir del Nanga Parbat. Foto: Alex Txikon
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Poi la notizia della vetta, per noi alle 11.37, con la cadenza quasi scientifica di una marcia di regolarità…

Tutta la mia piccola vita alpinistica si relaziona con un momento come questo: qui, isolato e comodo nel mio studio, a contatto virtuale ma emotivo con la grandiosità più magnifica. Sono sopraffatto da quanto metodo, quanta determinazione siano stati necessari. Quanta convinzione di farcela. E sento quanto dovrò ancora penare prima di saperli un po’ più al sicuro, al campo 4.

E il giorno dopo, ancora, a spiare la notizia finale del loro arrivo al campo base.

Quanta strategia! Strategia di movimento, di logistica, di acclimatamento, di perseguimento meticoloso della propria buona salute.

Ogni più piccolo particolare è essenziale per una gestione alpinistica efficace. Bisogna essere disincantati sulle delusioni meteo, sugli accadimenti, sugli incidenti grandi e piccoli: soprattutto sugli uomini, che hanno la capacità di entusiasmarti per la loro capacità di resistere, di farsi amare per le loro qualità e farsi odiare per i loro difetti. Occorre avere quella meravigliosa capacità, più o meno consapevolmente, di coordinare i dati che arrivano ogni minuto, interpretando le proprie sensazioni immediate e sommandole alle reazioni dei compagni che a loro volta ti hanno giudicato. E’ necessaria una verifica puntigliosa che ciò che stiamo facendo sia sempre almeno un pelo al di sopra della sufficienza, sapendo che questa è variabile. La soglia della percezione del rischio, che già in una normale gita in montagna può presentare una notevole latitudine di posa, qui può schizzare in alto senza che neppure lo sospettiamo. Solo l’esperienza ti può far riconoscere questo salto contro natura, quell’insidioso accantonamento di una valutazione più prudente. Solo la sommatoria di quattro esperienze può riconoscere, ad ogni minuto, quante porte abbiamo lasciate aperte per il nostro ritorno alla vita di mano in mano che ci si avvicina alla meta di questo viaggio per molti versi estraneo alla vita stessa.

E’ stato detto che questo successo è stato frutto dell’esperienza alpinistica, manageriale e della professionalità di Simone Moro, della forza e determinazione di Alex Txikon e della voglia di riconoscimento e di onore di Alì Sadparà. E’ un’affermazione troppo netta, tendo più a credere che tutti e tre abbiano un bel mix di quelle qualità. Senza dimenticare la quarta.

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Infatti, la quarta. La Lunger non ce l’ha fatta? Ci rendiamo conto che ha rinunciato alle 14, quando restavano solo altre tre ore prima del tramonto? Se era indietro rispetto agli altri c’era un motivo. La 29enne di San Valentino in Campo (BZ) ha raccontato al sito www.stol.it l’episodio che l’aveva vista protagonista durante la discesa per raggiungere il campo 4. Nel saltare un crepaccio largo poco più di mezzo metro, nell’appoggiare lo scarpone il bordo ha ceduto e lei è scivolata per 200 metri prima di fermarsi grazie alla neve fresca che ne ha rallentato la caduta. Oltre alla grande paura, tornare alla tenda è stato molto impegnativo. Per fortuna non ha riportato conseguenze se non dolori un po’ in tutto il corpo e un piccolo trauma. Ma il giorno dopo le ha presentato il conto, ancora problemi di stomaco, nausea, affaticamento.

Farsi aspettare avrebbe quasi certamente comportato farsi trovare dall’oscurità ancora lontani dalla piccola tenda del campo 4 o, peggio, ancora in discesa sul ripido pendio che stavano finendo di salire, 600 metri di precipizio tra vetta e grande conca innevata sottostante. Con freddo a -33° e con vento tra i 45 e i 50 km/h, anche il più lieve malessere ti stronca. E ancora una volta lo spirito di squadra, e quindi di sopravvivenza, ha avuto la meglio.

Altrettanto decisiva era stata la mossa di partenza di fondere le due spedizioni, nate autonome, al punto da essere impegnate su due vie diverse.

Sandro Filippini: “L’armonia del gruppo è stata fondamentale. Ha consentito ad Alex, Alì, Tamara e Simone di resistere mentre tutte le altre spedizioni si ritiravano. Prima i polacchi Adam Bielecki e Jacek Tcech, che sognavano un’impossibile salita in velocità, poi l’altro polacco Tomek Mackiewicz, veterano del Nanga e di nessun altro 8000, e la francese Elisabeth Revol sulla via Messner-Eisendle, e infine anche i polacchi della spedizione Nanga Dream che tentavano dal versante sud, poi “sostituiti” dalla statunitense Cleo Weidlich e dai suoi tre sherpa, rinunciatari anche loro”.

Un capolavoro lo si vede a occhio nudo, con facilità e spesso anche quando si è inesperti in quell’arte. Tanto è facile riconoscerlo, tanto è difficile compierlo.

Vinicio Stefanello dice che bisogna infilare “le scelte giuste per non… sbroccare“. Piccole e grandi scelte che a un occhio ingenuo sembrano sempre piccole e grandi fortune. Come “saper formare la cordata giusta. O, meglio ancora, saper stare in cordata (Vinicio Stefanello)”.

Alì Muhammad Sadparà, Alex Txikon, Simone Moro e Tamara Lunger
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Storia invernale del Nanga Parbat
Sull’onda dei successi polacchi nelle salite invernali di alcuni tra le più importanti vette di Ottomila metri dell’Himalaya, il primo tentativo di scalata invernale del Nanga Parbat avviene nel 1988-1989. Una squadra di dieci alpinisti (otto polacchi, un colombiano e un italiano), guidati da Maciej Berbecka decide di tentare la scalata al Nanga Parbat, prima per la parete Rupal, poi per la parete Diamir. Per la via Messner, il capo-spedizione, assieme a Piotr Konopka e Andrzej Osika, raggiunge la quota di circa 6700 m. Il team è però costretto ad abbandonare per le temperature basse, il ghiaccio duro, il forte vento e il numero esiguo di finestre di bel tempo.

Berbeka torna al Nanga nell’inverno del 1990-1991, forte dell’esperienza dell’anno precedente, con undici alpinisti, di cui sette polacchi e quattro inglesi. Ancora una volta è scelta la via Messner, ma ancora non riescono a sistemare il campo 3. Con notevole disinvoltura organizzativa, Berbeka non si perde però d’animo e si rivolge alla via Schell: ma anche qui, a 6600 m, Andrzej Osika e John Tinker si arrendono per il vento fortissimo.

Nel 1992-1993 giungono al campo base del Rupal i francesi Eric Monier e Monique Loscos. Il 9 gennaio il solo Monier, seguendo la via Schell, non va oltre i 6500 m, sempre a causa del vento.

Nell’inverno 1996-1997 sono due le spedizioni a provare. La spedizione britannica, diretta da Victor Saunders, assedia la via Kinshofer (Diamir), ma si ferma a 6000 m a novembre, quindi prima dell’inizio dell’inverno. La seconda, polacca, è diretta da Andrzej Zawada. La squadra giunge al campo 4, ma poi Krzysztof Pankiewicz e Zbigniew Trzmiel devono rinunciare a causa di forti congelamenti (Trzmiel era solamente a 250 m dalla vetta). Giunti al campo base i due sono evacuati con l’elicottero.

Nel 1997-1998 è ancora Andrzej Zawada a guidare i suoi connazionali polacchi sulla via Kinshofer. La spedizione raggiunge i 6800 m, ma un’eccezionale nevicata li ferma. Causa una scarica di sassi, è da registrare il ferimento a una gamba di Ryszard Pawlowski.

Questa serie di insuccessi scoraggia un po’ le ambizioni. Occorre attendere la stagione invernale 2004-2005 prima che i fratelli austriaci Wolfgang e Gerfried Goeschl provino ancora la via Kinshofer, senza oltrepassare quota 6500 m.

Poi sono i soliti polacchi a riprovare (2006-2007). Oltre al capo-spedizione Krzysztof Wielicki, ci sono Jan Szulc, Artur Hajzer, Dariusz Załuski, Jacek Jawień, Jacek Berbeka, Przemyslaw Łoziński e Robert Szymczak. Non superano i 7000 m per la via Schell.

L’anno successivo, nel 2007, è l’italiano Simone La Terra, assieme a Mehrban Karim, che prova a conquistare la vetta scegliendo di passare sulla parete Diamir, ma la notte del 21 dicembre una bufera di neve gli spazza via la tenda cucina con tutte le provviste. I due alpinisti decidono di non proseguire.

Nella scarsa qualità di questa foto sono appena visibili i tre puntini di Txikon, Moro e Lunger. Foto: Igone Mariezkurrena
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Nevicate insolitamente abbondanti costringono nell’inverno successivo (2008-2009) i polacchi di Jacek Teler e Jaroslaw Żurawski a piazzare il campo base ben 5 km prima di quello solito. Tentativo nato male in partenza.

Nell’inverno 2010-2011 il russo Sergei Nikolaievich Cygankow prova la via Kinshofer da solo, ma dopo pochi giorni dall’arrivo al campo base e a 6000 m inizia ad avere i sintomi di edema polmonare: quindi si ritira.

Nel contempo il duo polacco di Tomasz Tomek Mackiewicz e Marek Klonowski, fregiandosi di Justice for All – Nanga Dream, arrivano al campo base per tentare anche loro la via Kinshofer. Per l’ennesima volta l’abbondanza di neve, quindi l’alto rischio valanghe, costringe i due alla rinuncia.

Nella stagione invernale 2011-2012 ci prova per la prima volta Simone Moro, assieme al kazako Denis Urubko. Al campo base erano presenti anche Mackiewicz e Klonowski, intenzionati a riprovarci dopo la sconfitta del 2010. Moro e Urubko, decisi inizialmente a passare per la via Kinshofer, ripiegano sulla via Messner/Eisendle. Posizionato il campo 3 a 6800 m, èa solo questione di attendere una finestra di bel tempo, ma quell’inverno nevica interrottamente dal 27 gennaio al 14 febbraio, costringendo i due alpinisti alla rinuncia. L’inverno del 2012-2013 vede quattro squadre sul Nanga Parbat. La prima, composta dagli affiatati Mackiewicz e Klonowski, che provano la via Schell. Dopo il campo 3, a causa delle condizioni meteo, Klonowski decide di scendere, mentre Mackiewicz  tenta di salire più in alto, raggiungendo i 7400 m. Ma l’8 febbraio, a causa dell’intenso freddo e del vento forte, anche lui si ritira.

Invece, l’americano Ian Overton e gli ungheresi David Klein e Zoltan Acs, provando sulla via Messner (Diamir), il 10 febbraio abbandonano quasi subito.

Anche per Daniele Nardi: con la francese Elisabeth Revol, l’italiano arriva a 6400 m per la via Kinshofer. Prima di abbandonare i due fanno un altro tentativo per lo Sperone Mummery, giungendo però solo a 6000 m.

Ma in quell’inverno avviene anche la prima disgrazia invernale: il francese Joël Wischnewski scompare il 6 febbraio, dopo aver lasciato il campo 2. Il corpo sarà ritrovato nel mese di ottobre e si sospetta che l’abbia travolto una valanga mentre tentava di arrivare a campo 3.

Quattro sono anche le spedizioni del 2013-2014. Le due sul versante Diamir sono quella del solitario Nardi (che sullo Sperone Mummery, via tra l’altro tuttora incompiuta, raggiunge i 5450 m e che poi si ritira il 1° marzo dopo essere scampato a una valanga) e quella del tedesco Ralf Dujmovits e di Dariusz Załuski, per la via Messner, che abbandonano il 2 gennaio ai 5500 m del campo 1.

Le due squadre invece sul versante Rupal (via Schell): la prima è composta da Mackiewicz, Teler, Pawel Dunaj, Michał Obrycki e Michał Dzikowski. Anche Klonowski è della partita, ma questi per ragioni personali lascia la squadra nel mese di gennaio; la seconda da Simone Moro e David Goettler (al campo base anche Emilio Previtali). Moro e Goettler provano per tre volte. Il 1° marzo Goettler raggiunge i 7200 m assieme a Mackiewicz, ma poi assieme a Moro abbandona il 3 marzo. I polacchi fanno un ultimo tentativo l’8 marzo. Dunaj e Obrycki sono colpiti da valanga e sono soccorsi dall’intero team con una missione epica.

L’inverno 2014-2015 le spedizioni sono cinque!
Vediamo la Revol legarsi con Mackiewicz: assieme, al secondo tentativo sulla Messner-Eisendle (Diamir) raggiungono i 7800 m e rinunciano per il freddo.

Nardi fa un altro tentativo solitario sullo Sperone Mummery (lo accompagnano per un tratto Roberto Delle Monache e Federico Santini per le riprese foto e video). Nardi, dopo aver deciso di ripiegare sulla via Kinshofer, si unisce alla spedizione del basco Alex Txikon e del pakistano Muhammad Alì Sadparà. I tre, dopo aver lasciato campo 4, sbagliano però via, mancando il canale che dovrebbero scalare, decidendo così che la cosa migliore e responsabile sia rinunciare.

Gli iraniani Reza Bahadorani, Iraj Maani e Mahmood Hashemi decidono di tornare indietro al campo 1 senza arrivare al campo 2.

Sul versante Rupal (via Schell) ci sono invece i russi Nickolay Totmjanin, Valery Shamalo, Serguey Kondrashkin e Victor Koval: arrivano al campo 4 a 7150 m.

La traccia GPS di Alex Txikon
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L’inverno degli altri quattro Ottomila pakistani
Prima ascensione invernale del Gasherbrum II
E’ stata compiuta il 2 febbraio 2011 da Simone Moro, Denis Urubko e Cory Richards. La salita ha rappresentato anche la prima salita invernale di un Ottomila del Karakorum e per Moro si è trattato della terza prima invernale di un ottomila, dopo lo Sisha Pangma nel 2005 e il Makalu nel 2009.

Prima ascensione invernale del Gasherbrum I
E’ stata compiuta il 9 marzo 2012 dai polacchi Adam Bielecki e Janusz Gołab. Sono saliti per la via dei Giapponesi e non hanno utilizzato ossigeno supplementare.

Prima ascensione invernale del Broad Peak
E’ stata effettuata il 5 marzo 2013 dai polacchi Maciej Berbeka, Adam Bielecki, Tomasz Kowalski e Artur Małek, lungo la via normale sul versante ovest. Il 6 e 7 marzo Bielecki e Małek hanno fatto ritorno al campo base, mentre Maciej Berbeka e Tomasz Kowalski, che avevano bivaccato a 7900 m e con i quali si erano persi i contatti radio dal 6 marzo, non hanno fatto ritorno e dall’8 marzo sono stati dati per dispersi. Per Berbeka si è trattato della terza salita invernale di un Ottomila dopo il Manaslu nel 1984 e il Cho Oyu nel 1985, mentre per Bielecki della seconda, dopo il Gasherbrum I nel 2012. La spedizione è stata guidata da Krzysztof Wielicki, già autore anch’egli della prima salita invernale di tre Ottomila, l’Everest nel 1980, il Kangchenjunga nel 1986 e il Lhotse nel 1988.

Tentativi al K2
Sono stati tre i tentativi seri per la prima salita invernale del K2. La prima spedizione è stata condotta dal polacco Andrzej Zawada, era l’inverno 1987-1988. Una squadra composta da 23 alpinisti (tredici polacchi, sei canadesi e quattro britannici) tentò lo Sperone degli Abruzzi. Freddo, neve, rimasero al campo base 80 giorni e raggiunsero i 7300 metri del C3.

Nell’inverno 2002-2003 Krysztof Wielicki organizzò un’altra spedizione per salire sul K2. In tale occasione, il team era composto da 19 alpinisti di nazionalità polacca (quindici), kazaka (due), georgiana (uno) e uzbeka (uno). La spedizione salì sino al campo 4 a 7650 m (tra loro c’era anche Denis Urubko). Tentarono un attacco alla vetta ma il vento ci si mise di mezzo e in più vi furono problemi di salute (edema) ad alcuni componenti della spedizione.

E siamo al 2011-2012, stavolta ci provarono i russi con una spedizione capeggiata da Viktor Kozlov. Le cose non andarono bene e fu annullata. Da allora niente più. Nella stagione 2014-2015 voleva riprovarci Denis Urubko assieme ad Adam Bielecki e Alex Txikon, ma ci si mise di mezzo l’autorità cinese che negò i permessi di salita.

L’inverno 2015-2016
Anche quest’anno sono in molti e tutti ben determinati. Tomasz Tomek Mackiewicz è lì per la sesta volta, la sua compagna di cordata Elisabeth Revol, la migliore himalaysta di Francia, per la terza.

Dalle cronache sembra che sia stata proprio la loro cordata a tentare per prima un attacco finale: a fine gennaio, dopo aver raggiunto la quota di 6900 metri sulla via Messner-Eisendle (per la verità a un ritmo un po’ lento vista la loro ambizione di salire in stile alpino) rinunciano definitivamente.

Sulla stessa via provano, già da dicembre, Simone Moro e Tamara Lunger.

Sulla via Kinshofer si ritrovano a collaborare due squadre ben distinte: i polacchi Adam Bielecki (il fortissimo già vincitore in inverno del Gasherbrum I e del Broad Peak) e Jacek Czech trovano presto un buon accordo con la cordata del basco Alex Txikon, dell’italiano Daniele Nardi e del pakistano Muhammad Alì Sadparà, tutti e tre veterani del Nanga invernale.

Proprio mentre sta salendo con Nardi, Bielecki per una manovra errata fa un volo di 80 metri affrontando la famosa fascia di roccia sotto il campo 2. Con Bielecki, per fortuna solo leggermente contuso, anche Nardi decide di scendere al campo base.

Rientrato in Europa Bielecki ha scritto: “Il Nanga ci ha dato una grande lezione di umiltà”.

Anche a Nardi tocca un volo spaventoso, più o meno nello stesso luogo di Bielecki: l’alpinista di Sezze (LT) tiene duro ancora un po’, ma alla fine cede e fa ritorno a casa, pare anche per discordanze con il capo-spedizione Txikon.

A metà febbraio rimangono in gioco solo quattro alpinisti, colpiti da altre nevicate o da giornate di jet stream inaffrontabile.

Simone Moro e Tamara Lunger avevano posizionato un paio di campi nella parte bassa della via Messner-Eisendle; Txikon e Sadparà erano arrivati a 6700 m al campo 3 (assieme a Nardi). La decisione di unire le forze è ovvia.

Riferisce Agostino da Polenza: “Freddo, vento, jet stream, dieci giorni di orrore climatico, di attesa tra campo base e campo 1, di congetture e piani puntualmente smentiti dal meteo e dalla natura del Nanga Parbat. Sono stati giorni strani, con Alex Txikon, il più forte e determinato, impegnato a spedire, come se il campo base fosse un ufficio propaganda, documenti “contro Nardi”. Lui taceva e si defilava, dicendo di aver la coscienza a posto e che lo avrebbe dimostrato. Nervosismo d’alta quota”.

La partenza dal campo base, Simone Moro, Tamara Lunger, Alì Muhammad Sadparà e Alex Txikon
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La vittoria
Chi la dura la vince. Bisogna saper tenere duro, crederci anche quando tutto congiura contro, essere elastici nel cambiamento di piani, adattabili agli umori altrui. Solo così si può affrontare un viaggio così lungo (ottanta giorni), fatto di attese eterne, di vento indicibile, di freddo siderale e di una meteo terribile, con delusioni e altri contrattempi dovuti alle relazioni umane.

Poi, finalmente, all’orizzonte dalle previsioni atmosferiche e dall’indeterminatezza delle isobare gli esperti di meteorologia confermano quattro giorni di sereno con vento in continuo calo fino alla calma.

Alì Muhammad Sadparà e Alex Txikon, vetta del Nanga Parbat, ore 15.37 del 26 febbraio 2016
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Scrive Vinicio Stefanello su www.planetmountain.com: “Il 22 febbraio, alle 5.30, i quattro alpinisti hanno lasciato il campo base del versante Diamir. Il loro obiettivo, ormai fissato da tempo, è percorrere la via Kinshofer aperta nel 1962 da Toni Kinshofer con Anderl Mannhardt e Siegfried Loew sul versante Diamir. E’ considerata la via “normale” al Nanga, la seconda a essere stata percorsa sulla grande montagna dopo la mitica prima solitaria di Hermann Buhl nel 1953. Per Moro e Lunger questa scelta è stata presa solo nell’ultimo periodo: loro all’inizio infatti puntavano a salire lungo la via Messner-Eisendle ma il seracco sopra la traversata iniziale era davvero troppo pericoloso. Così la decisione (consensuale) di unirsi a Txikon e Sadparà sulla via Kinshofer. In realtà in un primo tempo della partita sembrava essere anche l’alpinista romano Daniele Nardi che poi però ha fatto ritorno a casa. Come del resto prima di lui avevano fatto i componenti delle altre spedizioni (in tutto erano sei) presenti quest’inverno sulla montagna.

Alì Muhammad Sadparà e Simone Moro, vetta del Nanga Parbat, ore 15.37 del 26 febbraio 2016
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Dopo 10 ore di duro “lavoro” i quattro raggiungono i 6200 metri del campo 2. Ancora nulla è scontato, e i dubbi sono molti. A cominciare dal loro mancato “acclimatamento”. Per il meteo (e le valanghe) che non hanno dato scampo, la massima quota toccata finora da Txikon e Sadparà è stata 6700 m, mentre Lunger e Moro hanno assaggiato solo i 6100 m. Inoltre il pit stop al campo 2 dura tutto il 23 febbraio causa… bufera di vento stile Nanga. Intanto Karl Gabl, il mago austriaco del meteo, fa le sue previsioni: per venerdì 26, ma soprattutto per sabato e domenica, sono attese condizioni molto buone. Vuol dire che se giovedì riescono a portarsi in alto, ai 7150 m del Campo 4, e se venerdì tentano la vetta, poi hanno 2 giorni per scendere con meteo buono. Intanto però hanno ancora l’enormità di quasi 2000 metri di dislivello sopra la testa, l’incognita delle condizioni della via ma soprattutto di come reagiranno alla quota. D’altra parte, come dice Moro, le probabilità di centrare un’invernale sugli Ottomila è sempre “minimissima”.

Per fortuna mercoledì 24 la bufera si placa e il team riparte. Dopo 5 ore sono al campo 3 a quota 6700 m. Stanno bene, vedono la vetta ma… mancano ancora 1400 metri di quota da superare. E’ ancora lunghissima. Il programma però procede senza intoppi. Così giovedì 25 raggiungono il Campo 4 a 7150 m. Restano ancora quasi 1000 metri di dislivello da percorrere, i più alti, i meno prevedibili. Può ancora succedere di tutto. Non resta che incrociare le dita e… crederci”.

Sandro Filippini: “Un filiforme italiano di pianura, un tenace basco, un modesto ma irriducibile pakistano e un’altoatesina scolpita nel legno più resistente e flessibile hanno compiuto il capolavoro spendendo ogni energia in 13 ore consecutive di fatica fra i 7150 e gli 8126 metri della vetta a una temperatura di meno 35-40 gradi, abbattuta ulteriormente e drasticamente nella percezione dal vento che soffiava a 40-45 chilometri orari”.

Documenti
Schede dei quattro alpinisti
Storia alpinistica del Nanga Parbat (in inglese)
Alpinisti che sono saliti sul Nanga Parbat (aggiornamento al 2009)
Le fatalità del Nanga Parbat (aggiornamento al 2009)

Tamara Lunger
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Simone Moro
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Alì Muhammad Sadparà
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Alex Txikon
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Alex Txikon, Tamara Lunger, Simone Moro e Alì Muhammad Sadparà
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