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Il segreto del Campanile – 1

Il segreto del Campanile – 1
(la verità obliqua di Severino Casara) (1-4)

Sul versante nord, quello disceso con ardite corde doppie da Tita Piaz e compagni, il Campanile di Val Montanaia presenta una parete verticale e strapiombante di 30 metri di altezza: essa si appoggia su un breve zoccolo posto più in alto degli altri versanti di almeno 120 metri ed è coronata da una cuspide di 60 metri di dislivello. È naturale che ben presto qualcuno tentasse di salire gli Strapiombi Nord, onde avere una via più breve e più diretta alla vetta. Toccò ai fratelli Berto, Paolo e Luisa Fanton, con i due austriaci Otto Bleier (cliente) e Franz Schroffenegger (guida), prodursi invano per due lunghe giornate (4 e 10 ottobre) nel tentati­vo di superare ad ogni costo la parete. Era il 1913: i Fanton e i due austriaci erano alpinisti di grande valore, con al loro attivo moltissime prime e ripetizioni qualificanti. Il racconto di Bleier è molto circostanziato (Österreichische Alpenzeitung, 1915) e vogliamo riassumere qui i punti principali. Con una lunghezza non difficile raggiunsero le terrazze sotto la parete. Da qui videro subito la possibilità di traversare a destra al punto debole, molto esposto ma breve, circa 10 metri. Da lì, e cioè da uno spigolo che per la disposizione rovescia degli appigli venne chiamato Spigolo a Denti di Sega, si poteva proseguire con minori difficoltà fino al Ballatoio, cioè alla cengia-collare che segna la fine degli strapiombi e l’inizio della cuspide. La relazione Bleier dice che Paolo Fanton non era presen­te al primo tentativo, mentre una fotografia di Luisa Fanton, dalla quale è stato tratto il disegno apparso sulla prima edizione della guida Berti mostra quattro alpinisti in piramide, il 4 ottobre 1913. Dal buon terrazzino quindi, con quadruplice piramide, Berto Fanton riuscì a piantare un chiodo a circa 3 metri di altezza. Da qui una stratificazione dolomitica, molto spesso inter­rotta e cieca, si dirige a destra verso lo Spigolo a Denti di Sega. Nell’intento evidente di traversare a corda, i quattro riuscirono a piantare un gruppetto di chiodi più a destra e poi ancora un altro chiodo, ancora più a destra. Di questo ultimo chiodo, il più a destra di tutti, non è fatto cenno nella relazione Casara e nel disegno della guida Berti (1929), ma esso è ben visibile nella foto che Arnaldo Marchetti fece il 23 settembre 1923. Sfiniti, abbandonarono il tentativo, lasciando i chiodi uniti da uno spezzone di corda. Mentre Bleier era convinto dell’inutilità di insistere, Berto Fanton continuò ad essere ottimista; ma la guerra lo falciò.

Da Forcella Montanaia sul Campanile di Montanaia (Dolomiti d’Oltrepiave, PN): gli Strapiombi Nord sono in ombra
Da Forcella Montanaia su Campanile di Montanaia (Dolomiti d'Oltrepiave, PN).

3 settembre 1925. Una comitiva di gitanti saliva faticosamente i ghiaioni di Forcella Montanaia. Un giovane di 22 anni, di Vicenza, già buon alpinista, li precedeva e li in­citava. Ma il gruppo, scoraggiato dall’afa e dal pendio erto, non avrebbe mai raggiunto la forcella. Severino Casara, mu­nito di una corda da 20 metri, in poche decine di minuti aveva scalato la vicina Cima Emilia. Alle 14 si aggirava nella nebbia alla base settentrionale del Campanile. Ed ecco, in sintesi, il suo racconto. Egli crede di aver a che fare con la via normale, salvo ad accorgersi all’ultimo momento di essere su un altro itinerario. Lo spezzone Fanton gli indica la strada.

Disegno di Annibale Caffi (da fotografia di Luisa Fanton): i fratelli Fanton, Bleier e Schroffenegger piantano i quattro chiodi sugli Strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia, 4 ottobre 1913
Disegno di Annibale Caffi (da fotografia di Luisa Fanton): i fratelli Fanton, Bleier e Schroffenegger piantano i quattro chiodi sugli Strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia, 4 ottobre 1913.

Si toglie gli scarponi e rimane in calze di lana. Getta la corda in alto fino a farla passare dentro lo spez­zone: così può salire al primo chiodo e traversare funambolicamente al gruppetto di tre chiodi sulla destra. Da lì la prosecuzione sembra impossibile, ma egli si lega alla sua corda passata nell’anello di uno dei chiodi Fanton, con 2 me­tri di lasco. Nel tentativo di salire in obliquo a destra vola per due o tre metri ed è trattenuto dal vecchio spezzone. Allora, preso da frenetica follia, slega la corda dal chiodo e, aiutandosi prima con la mano sinistra su di esso, poi con il piede sinistro in bilico sullo spezzone in tensione tra i vari chiodi, riesce, anche grazie alla sua elevata statura, ad afferrare con la mano destra una Fessurina orizzontale che gli permette di slanciarsi d’improvviso a destra e con alcune bracciate di raggiungere lo Spigolo a Denti di Sega. Si riposa sotto shock su un piccolo appoggio, poi sale su minori difficoltà evitando a sinistra un piccolo tetto e raggiungendo il Ballatoio.

Ritratto di Severino Casara, Vicenza, ottobre 1930. Foto: Studio fotografico Ferrini
Ritratto di Severino Casara, Vicenza, ottobre 1930. Foto: Studio fotografico Ferrini.

Sale sulla vetta e qui segna sul libro di aver eseguito la 67a ascensione al Campanile, prima per gli Strapiombi Nord. Scende al Ballatoio e lì bivacca, col maltempo. Il giorno dopo riuscirà a scendere per la via normale, aiutato da due targhe delle Ferrovie dello Stato por­tate lassù per scherzo e per segnare la via. Sfinito, risale alla Forcella Montanaia e scende al Rifugio Padova, dove può finalmente rifocillarsi. Lì stende una dettagliata relazione. Nel frattempo dai suoi compagni era stato dato l’allarme: il dr. Antonio Berti e uno dei Fanton gli vanno incontro, sapu­to ch’egli era ormai sceso al Padova. Casara è in stato confusionale: rimarrà quasi una settimana nella villa di Berti a Gogna di Cadore, sotto stretta cura, a delirare «mamma mia, cado, cado».

Severino Casara il mattino dopo la sua salita dal nord del Campanile di Val Montanaia e dopo il bivacco sotto la cima, ormai sulle ghiaie del canalone che scende dalla Forcella del Campanile verso il rifugio Padova, incontra tre alpinisti padovani che gli offrono tè, marmellata e biscotti (4 settembre 1925)
Severino Casara il mattino dopo la sua salita dal nord del Campanile di Val Montanaia e dopo il bivacco sotto la cima, ormai sulle ghiaie del canalone che scende dalla Forcella del Campanile verso il rifugio Padova, incontra tre alpinisti padovani che gli offrono tè, marmellata e biscotti (4 settembre 1925).

11 settembre 1930. Sono passati cinque anni e nel frattempo la guida Berti era stata pubblicata, con il disegno e la relazione di Casara. I bellunesi Attilio Tissi, Giovanni Andrich (reduci dall’ottava salita e prima senza bivacco della via Solleder alla Civetta), Attilio Zancristoforo e Francesco Zanetti cercano di ripetere l’itinerario Casara, così come è descritto nella guida. Ma non vi riescono, nonostante la sta­tura fisica di Tissi almeno pari a quella di Casara. Con gran­de uso di chiodi riescono a superare lo strapiombo con salita obliqua a destra, del tutto in artificiale e con l’uso di piramide. Al loro ritorno accusano Casara di avere mentito, per­ché la Fessurina orizzontale in alto a destra del gruppo di chiodi Fanton semplicemente non esiste.

La foto ingannatrice. Gli Strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia con la corda del tentativo Fanton, ripresi dal fotografo Marchetti il 23 settembre 1923, dunque due anni prima della salita Casara. La corda è attaccata a sinistra ad un chiodo (1) nella fessura orizzontale (A) e, a destra dell’arco, a tre chiodi (2) nella stessa fessura. Essa si prolunga poi in alto vicino alla fessura superiore (B), parallela a quella sottostante A, sostenuta da un quinto chiodo (3). In seguito, secondo ciò che racconta Casara, il quinto chiodo si staccò lasciando il tratto di corda pencolante dai tre chiodi (2) della fessura inferiore (A). Casara, nel 1925, trovò pertanto la fine destra della corda Fanton sui tre chiodi della fessura A, col capo pencolante dagli stessi: fessura ch’egli seguì per raggiungere lo Spigolo a Sega e poi la parete articolata e il Ballatoio, come segnò il giorno dopo in uno schizzo abbozzato nel libro del rifugio Padova. Sempre secondo la ricostruzione di Casara, pochi giorni dopo la salita, egli, avuta dal Marchetti questa foto, segnò una linea retta a destra dell’estremità della corda Fanton, che qui nella foto è meno di un metro più in alto del punto dei tre chiodi dai quali pendeva la corda all’atto della salita. In tal modo, ingannato dalla foto che faceva finire la corda verso la fessura alta (B) egli segnò questa quale passaggio anziché quella bassa (A) dove finiva la corda quando egli salì. 4-4 =Spigolo a Sega. 5=Tetto. 6=Gibbosità. 7=Appoggio. Foto: Arnaldo Marchetti
La foto ingannatrice.  Gli Strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia con la corda del tentativo Fanton, ripresi dal fotografo Marchetti il 23 settembre 1923, dunque due anni prima della salita Casara. La corda è attaccata a sinistra ad un chiodo (1) nella fessura orizzontale (A) e, a destra dell'arco, a tre chiodi (2) nella stessa fessura. Essa si prolunga poi in alto vicino alla fessura superiore (B), parallela a quella sottostante A, sostenuta da un quinto chiodo (3). In seguito, secondo ciò che racconta Casara, il quinto chiodo si staccò lasciando il tratto di corda pencolante dai tre chiodi (2) della fessura inferiore (A). Casara, nel 1925, trovò pertanto la fine destra della corda Fanton sui tre chiodi della fessura A, col capo pencolante dagli stessi: fessura ch'egli seguì per raggiungere lo Spigolo a Sega e poi la parete articolata e il Ballatoio, come segnò il giorno dopo in uno schizzo abbozzato nel libro del rifugio Padova. Sempre secondo la ricostruzione di Casara, pochi giorni dopo la salita, egli, avuta dal Marchetti questa foto, segnò una linea retta a destra dell’estremità della corda Fanton, che qui nella foto è meno di un metro più in alto del punto dei tre chiodi dai quali pendeva la corda all'atto della salita. In tal modo, ingannato dalla foto che faceva finire la corda verso la fessura alta (B) egli segnò questa quale passaggio anziché quella bassa (A) dove finiva la corda quando egli salì. 4-4 =Spigolo a Sega. 5=Tetto. 6=Gibbosità. 7=Appoggio. Foto: Arnaldo Marchetti.

Scoppia immediatamen­te la polemica sugli Strapiombi Nord, nonché la corsa alla ripetizione dell’itinerario originale. Casara ammette che l’ubicazione dei chiodi Fanton, così come è indicata sulla guida, è errata. La Fessurina orizzontale è dunque più bassa, è all’altezza dei chiodi. Ribatte che però la sua relazione del rifugio Padova è esatta e più corretta infatti appare anche alla commissione d’inchiesta presieduta da Antonio Berti. Tita Piaz e Raffaele Carlesso tentano la traversata assicurati dall’alto, ma non rie­scono. Luigi Micheluzzi non tenta neppure. Poi è la volta di Celso Gilberti che, assicurato da Renzo Granzotto, riesce nel maggio 1931, piantando altri due chiodi, a raggiungere lo Spigolo a Denti di Sega: è però costretto dal brutto tem­po a ritornare indietro.

Lo schizzo di Annibale Caffi della Guida delle Dolomiti Orientali 1928 che, ricavato dalla foto Marchetti di alcuni anni prima, riporta erroneamente l’estremità destra della corda del tentativo Fanton vicino alla fessura superiore, sostenuta da un quinto chiodo. Questo, secondo la versione Casara, in seguito si staccò lasciando pencolare il mozzicone di corda dai tre chiodi infissi nella fessura sottostante, da lui in seguito percorsa. Ingannato così dalla foto, e ricordando di aver traversato dopo la fine della corda, Casara nello schizzo indicò erroneamente da percorrere in una ripetizione la fessura alta, anziché quella sottostante all’altezza dei tre chiodi
Lo schizzo di Annibale Caffi della Guida delle Dolomiti Orientali 1928 che, ricavato dalla foto Marchetti di alcuni anni prima, riporta erroneamente l'estremità destra della corda del tentativo Fanton vicino alla fessura superiore, sostenuta da un quinto chiodo. Questo, secondo la versione Casara, in seguito si staccò lasciando pencolare il mozzicone di corda dai tre chiodi infissi nella fessura sottostante, da lui in seguito percorsa. Ingannato così dalla foto, e ricordando di aver traversato dopo la fine della corda, Casara nello schizzo indicò erroneamente da percorrere in una ripetizione la fessura alta, anziché quella sottostante all'altezza dei tre chiodi.

In questo schizzo, rifacimento di quello originale Caffi pubblicato nella guida del 1928, si vede come Casara dice di aver trovato la corda del tentativo Fanton il giorno della salita. Attaccata a sinistra ad un chiodo nella fessura bassa orizzontale e, dopo l’arco, a destra a un gruppo di tre chiodi infissi nella stessa fessura, col pendente lasciato dal quinto chiodo più in alto, staccatosi, in precedenza, dalla parete. Il salitore che, tratto in inganno dalla foto, aveva segnato il suo percorso sulla fessura alta dove finiva la corda Fanton col suo prolungamento, corresse in seguito l’errore indicando la fessura reale più bassa, che porta qui il n°2, e nella quale, al suo passaggio, finiva la corda Fanton. Lungo tale fessura passarono poi le cordate successive che ripeterono la via. La questione del distacco della corda è tuttora discussa, in quanto Tissi e compagni trovarono certamente un quinto chiodo in posto (a meno che questo non sia stato reinfisso in altri tentativi sconosciuti ed effettuati tra il 1926 e il 1930). Casara in più non precisa se all’estremità dello spezzone fosse ancora fissato il chiodo fuoriuscito o se questo fosse ancora infisso nella roccia senza però essere collegato allo spezzone. È molto difficile che un chiodo fuoriesca da solo (tra il 1923, anno della foto Marchetti, e il 1925) ed ancora più improbabile è che il nodo con cui lo spezzone era fissato al chiodo si sia sciolto da solo. Dunque occorre pensare che ci sia stato qualche ipotetico tentativo di prima ascensione tra il 24 settembre 1923 e il 2 settembre 1925
In questo schizzo, rifacimento di quello originale Caffi pubblicato nella guida del 1928, si vede come Casara dice di aver trovato la corda del tentativo Fanton il giorno della salita. Attaccata a sinistra ad un chiodo nella fessura bassa orizzontale e, dopo l'arco, a destra a un gruppo di tre chiodi infissi nella stessa fessura, col pendente lasciato dal quinto chiodo più in alto, staccatosi, in precedenza, dalla parete. Il salitore che, tratto in inganno dalla foto, aveva segnato il suo percorso sulla fessura alta dove finiva la corda Fanton col suo prolungamento, corresse in seguito l'errore indicando la fessura reale più bassa, che porta qui il n°2, e nella quale, al suo passaggio, finiva la corda Fanton. Lungo tale fessura passarono poi le cordate successive che ripeterono la via. La questione del distacco della corda è tuttora discussa, in quanto Tissi e compagni trovarono certamente un quinto chiodo in posto (a meno che questo non sia stato reinfisso in altri tentativi sconosciuti ed effettuati tra il 1926 e il 1930). Casara in più non precisa se all’estremità dello spezzone fosse ancora fissato il chiodo fuoriuscito o se questo fosse ancora infisso nella roccia senza però essere collegato allo spezzone. È molto difficile che un chiodo fuoriesca da solo (tra il 1923, anno della foto Marchetti, e il 1925) ed ancora più improbabile è che il nodo con cui lo spezzone era fissato al chiodo si sia sciolto da solo. Dunque occorre pensare che ci sia stato qualche ipotetico tentativo di prima ascensione tra il 24 settembre 1923 e il 2 settembre 1925.

Il 26 luglio 1931 due cordate di triestini, dirette da Giulio Benedetti e Giordano Bruno Fabjan, riescono a completare l’itinerario di Gilberti e quindi dimostrare la possibile esistenza di una via Casara. Sulla traversata però piantano altri due chiodi in più di Gilberti. E siamo quindi a quattro chio­di, più quelli dei Fanton. Assumendo la traversata di circa 10 metri, non calcolando il chiodo iniziale Fanton (metro di traversata zero) e valutando a due il gruppo di chiodi Fanton + uno (l’ultimo più a destra della rela­zione Bleier), siamo a quota 7, una media di un chiodo ogni 142 centimetri, quindi siamo ad apertura di braccia con martello.

La polemica continuò, riaccesa perché anche i triestini sosten­nero che non si poteva passare senza chiodi. In seguito per molto tempo non ci furono fatti degni di nota: Antonio Berti sosteneva che non si poteva ingannare così un medico e che il delirio di Casara era genuino. Emilio Comici difese l’amico Casara, siccome dopo tante ascensioni fatte insieme egli riteneva di dovergli credere.

(continua)

Severino casara in arrampicata (anni ’30)
Casara in arrampicata

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La tabella dei conti del CNSAS

La tabella dei conti del CNSAS
di Riccardo Innocenti assieme ad Alessandro Gogna

Leggiamo nella sezione Pubblicazioni, sottosezione Trasparenza e Bilanci del sito del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico) una lettera del presidente Pier Giorgio Baldracco con la quale si dà notizia della pubblicazione del bilancio 2014. Un lettera che pare rispondere all’onda dello scontento che attraversa buona parte del mondo del soccorso alpino volontario. Si tratta per ora di brusii e bisbigli che seguono alcune pubbliche prese di posizione (ma anche qualche indagine in corso dell’autorità giudiziaria) riguardanti non certo la qualità tecnica della macchina organizzativa, o tanto meno l’efficienza e i risultati, bensì alcuni episodi di gestione “personalistica”, in taluni casi anche “autoritaria”.

Il nostro blog non è certo estraneo a questo fermento. Vedansi:
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/17/il-soccorso-alpino-ha-unaltra-faccia/ (17.03.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/19/cai-e-sasl-rispondono-a-riccardo-innocenti/ (19 marzo 2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/26/la-banale-irrequietezza-di-un-inattuale-purismo/  (26.03.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/27/i-documentati-dubbi-di-riccardo-innocenti/  (27.03.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/06/09/la-delusione-di-luca-gardelli/  (9.06.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/06/19/risposta-a-luca-gardelli/  (19.06.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/10/29/quale-volontariato-per-il-cai-di-domani/  (29.10.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/11/30/diventare-tecnico-di-elisoccorso/  (30.11.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/12/14/le-grane-del-soccorso-alpino-lombardo/  (14.12.2015)

Leggiamo ora attentamente la comunicazione del presidente del CNSAS che trovate in originale a questo link:
http://www.cnsas.it-content/uploads/2015/11/BIL_CEE_2014.pdf

 

Premessa al bilancio consuntivo 2014 del CNSAS
di Pier Giorgio Baldracco
Con questo primo passo (il neretto è nostro, NdR), il CNSAS Nazionale, allo scopo di garantire la massima trasparenza amministrativa e gestionale interna, ancorché secondo prassi consolidata questo da sempre avvenga, ha deciso di dare pubblicazione del proprio bilancio consuntivo direttamente sul sito pubblico e in ottemperanza alla 4°direttiva CEE.

Ricordando in premessa che già allo stesso viene data ampia pubblicità, non fosse per il fatto che viene formalmente approvato dall’Assemblea Nazionale attualmente composta dai rappresentanti delle 20 regioni Italiane dei rispettivi Servizi Regionali/Provinciali e da 4 rappresentanti del Club Alpino Italiano, rammentiamo, anche, che nessun obbligo di legge corre rispetto al fatto di darne pubblica evidenza.

TabellaCostiCNSAS-bar


Abbiamo deciso di effettuare tale iniziativa per il fatto di aver recentemente assunto la personalità giuridica, per singole richieste pervenute da parte di alcuni nostri soci ed, indubbiamente, anche per le indirette pressioni che talvolta qua e là si scorgono nell’etere. Infine, ma è stato il nostro volere primario, lo abbiamo fatto ritenendo che un’Associazione che riceve finanziamenti pubblici detenga un dovere certamente maggiore di altri soggetti di dare contezza di dove queste risorse vengano impegnate e con quale efficacia rispetto alla delicata mission istituzionale che dobbiamo saper correttamente interpretare nel primario interesse dell’utente.

Se questo è il Bilancio come CNSAS Nazionale, corre l’obbligo anche ricordare, che come Direzione del CNSAS abbiamo provveduto a fare una precisa ricognizione rispetto alle risorse ordinarie a vario titolo trasferite da Enti ed Amministrazioni Pubbliche ai vari livelli regionali del CNSAS.

Ebbene la cifra mediata sullo storico dei bilanci/rendicontazioni ha generato un valore pari a 14,9 milioni di euro (comprensivi degli stanziamenti statali 2014 per il CNSAS Nazionale) su base annuale. Molto lontana, dunque, dai 43 milioni vagheggiati nell’etere in un’occasione o dai 22 in un’altra circostanza, sempre nell’etere. Ancora più lontani dai 300/350 milioni di euro comparsi addirittura su qualche blog di sfaccendati Archimede incapaci, parimenti, di accertare il proprio costo rapportandolo magari ad altri modelli organizzativi europei.

Cifre del tutto ed evidentemente provocatorie come è diversamente emerso invece, dalle cifre certificate, quindi reali che sopra abbiamo riportato con attenzione.

Ben vengano, dunque, questi input poiché ci danno, da una parte, la concreta opportunità per dimostrare quanto realmente costiamo rispetto alla pluralità dei servizi resi, dall’altra di verificare e paragonare quanto costano altri servizi (diversi dal CNSAS), davvero lontani da costi standard accettabili in un paese che ama troppo spesso definirsi normale.

Passiamo ora a offrire un altro strumento di analisi che non può che legarsi a quanto sopra riferito.

Cucciolo di Bloodhound
TabellaCostiCNSAS-cucciolo2

Facciamo allora solo due conti, affermando che se tutte le Stazioni del CNSAS in Italia dovessero essere forniti di tutti gli automezzi necessari per non impiegare il più delle volte quelli dei volontari…, se a tutto il personale CNSAS dovessero essere forniti tutti dispostivi di protezione individuale e l’attrezzatura diversa necessaria all’attività ed il più delle volte acquistata dai singoli volontari… e ristorate tutte le spese vive direttamente sostenute dagli stessi (soprattutto nelle regioni meno istituzionalizzate) per attività di soccorso e per le varie attività formative, si perverrebbe ad una cifra stimata per larghissimo difetto di oltre 12,5 milioni di euro per il solo CNSAS Nazionale Mi pare ancora più chiaro ora… quanto “non” costi il CNSAS.

Ecco questi sono i numeri e questi sarebbero i cosi detti costi standard del CNSAS Nazionale: era ora di dirlo senza alcun tentennamento… Se passiamo, invece, a verificare altri numeri che pochi ricordano, cioè l’apporto del CNSAS offerto all’utenza per compiti e doveri di legge e per le proprie finalità d’istituto, possiamo rappresentare come la nostra organizzazione abbia offerto al nostro territorio, alle sue comunità ed all’utenza turistica un valore di n. 31.527 interventi di soccorso per n. 33.343 persone soccorse e con l’impiego di n. 149.414 volontari impiegati (dati 2008/12). Più vicini a noi, nell’ultimo biennio sono sati effettuati n. 14.251 interventi di soccorso per n. 13.874 persone soccorse con l’impego di n. 46.831 volontari.

Valori questi che crediamo diano la cifra di cosa sia e faccia il CNSAS e di cosa siano e facciano quei Volontari. Certo …anche di quanto costano.

 

Il documento prosegue con l’esposizione del Bilancio al 31 dicembre 2014 (Documento 1).

Considerazioni sulla premessa
Il Presidente ricorda che al bilancio consuntivo viene data “ampia pubblicità” ma non ci fornisce alcun esempio di questa. Anzi, la motiva sostenendo apertamente che la “pubblicità” è data dall’approvazione formale in ambito di Assemblea Nazionale. Ma da chi è composta l’Assemblea Nazionale? Dai rappresentanti delle 20 regioni italiane dei rispettivi Servizi Regionali/Provinciali e da 4 rappresentanti del Club Alpino Italiano!

TabellaCostiCNSAS-allestimenti7
A nostro avviso il fatto che l’Assemblea Nazionale approvi il bilancio annuale è un’autocertificazione. Essendo poi il CNSAS una sezione del CAI, il fatto che siano presenti quattro rappresentanti del CAI (nominati con mandato triennale dal Comitato Centrale di Indirizzo e di Controllo del CAI) non aggiunge nulla alla credibilità e non collabora per nulla alla gestione corretta.

Sempre nell’ottica di un dignitoso controllo della contabilità del CNSAS, andiamo a vedere chi predispone i bilanci annuali preventivi e consuntivi. Lo Statuto recita che la predisposizione del Bilancio preventivo e consuntivo, nonché il controllo delle spese previste dal bilancio, spetti al Consiglio Nazionale del CNSAS.

Detto Consiglio Nazionale “è costituito dal Presidente nazionale, da due Vice presidenti nazionali e da sei Consiglieri, nominati dall’Assemblea Nazionale, di cui tre al proprio interno, uno su proposta del Coordinamento speleologico e due eletti su una lista di almeno cinque soci proposti dal Presidente Nazionale, secondo quanto definito dal Regolamento generale del CNSAS”.

Di fronte a una tale composizione del Consiglio dobbiamo concludere che, nell’ambito del CNSAS, l’autoreferenziazione delle doppie cariche è davvero la regola.

Cane da macerie a Onna (AQ). Foto: ANSA/SCHIAZZA/DRN
200904006 - ONNA - L'AQUILA - DIS - TERREMOTO: L'AQUILA; AD ONNA ALMENO 24 VITTIME. Soccorritori al lavoro con i cani specializzati nella ricerca di persone sotto le macerie, questo pomeriggio a Onna (L'Aquila). Ventiquattro bare di legno allineate in un campo: questa l'immagine che si e' presentata a quanti si sono avvicinati questo pomeriggio ad Onna, piccolo centro in provincia dell'Aquila dove secondo i sopravvissuti nelle vie principali non esiste piu' un edificio in piedi. Sotto le macerie si cercano numerosi altri dispersi. ANSA/SCHIAZZA/DRN
L’ultima parte della premessa è dedicata a quanto “non costi” il CNSAS. Baldracco fa un conto tutto suo. Dice: “Se a tutto il personale CNSAS dovessero essere forniti tutti dispostivi di protezione individuale e l’attrezzatura diversa necessaria all’attività ed il più delle volte acquistata dai singoli volontari… e ristorate tutte le spese vive direttamente sostenute dagli stessi (soprattutto nelle regioni meno istituzionalizzate) per attività di soccorso e per le varie attività formative, si perverrebbe ad una cifra stimata per larghissimo difetto di oltre 12,5 milioni di euro per il solo CNSAS Nazionale”.

Ammessa e non concessa la veridicità e la coerenza di quest’affermazione, allora noi ci permettiamo scherzosamente (ma non troppo) di andare oltre nell’assurdo e aggiungiamo: visto che, secondo lo stesso Baldracco, il bilancio del Nazionale sta alla somma dei regionali/provinciali (prendendo per buona la somma di 14,9 milioni indicata dallo stesso Presidente) come 1 sta a 4,25, allora si arriverebbe a realizzare che, se il “non costo” del nazionale è di oltre 12,5 milioni (per largissimo difetto), il “non costo” dell’insieme regionali/provinciali sarebbe la bellezza di oltre 53,125 milioni (per larghissimo difetto). Per un totale di oltre 65,625 milioni di euro!

Se questo è un modo per giudicare la generosità dei volontari siamo davvero sbigottiti, anche se nessuno in effetti ne ha mai dubitato.

Se invece, e sempre per scherzo, il CNSAS dovesse essere messo in vendita, sappiate che il valore globale sarebbe di oltre 81,525 milioni (sempre per larghissimo difetto)!

Considerazioni sul Bilancio del CNSAS Centrale
Il CNSAS è un’associazione ed è una sezione nazionale del CAI. A livello centrale ha da poco acquisito la personalità giuridica. Sul territorio opera attraverso i Servizi Regionali o Provinciali (Trentino e Alto Adige). Tutti questi Servizi hanno una loro autonomia associativa. Alcuni hanno personalità giuridica, altri no. Tutti hanno i loro “Bilanci”.

Diciamolo subito. IL CNSAS e i suoi Servizi Regionali e Provinciali non hanno l’obbligo giuridico di fare un Bilancio. Tanto meno di farlo seguendo la IV direttiva CEE che viene citata come ottemperata da Baldracco.

TabellaCostiCNSAS-disco-orario-vetro-auto
Peraltro la IV Direttiva CEE, datata 1978, è stata recepita (insieme alla VII Direttiva) con il Decreto Legislativo 9 Aprile 1991, n. 127, modificando l’intero assetto normativo contenuto nel Codice Civile in materia di bilancio di esercizio delle società per azioni.

Ma il CNSAS non è una società, quindi con il bilancio targato IV direttiva CEE non c’entra nulla. Accorgersi ora di dover pubblicare un bilancio targato IV direttiva farebbe pensare che ci si è accorti in ritardo di circa 25 anni di fare una cosa che non è mai stata fatta.

Ma su questo il CNSAS ha ragione. Non lo doveva fare in questi anni e non lo deve fare ora.

Infatti il CNSAS ha sempre prodotto fino ad ora un Rendiconto. E’ quello che viene portato negli organi dell’Associazione. Ed è quello che viene approvato. E’ sempre quello che viene fatto vedere ai rappresentanti che il CAI nomina nell’Assemblea Nazionale del CNSAS per controllare quello che il CNSAS fa. Questi rendiconti non hanno mai avuto una libera diffusione. Se la pubblicazione del Bilancio 2014 è stata il “primo passo“, possiamo prevedere che il secondo sia la pubblicazione del Rendiconto?

Siccome il 95% dei soldi rendicontati è denaro pubblico parrebbe cosa buona e giusta dare massima trasparenza all’uso che se ne fa. Trasparenza: parola magica che, se non si riempie di contenuti, è alquanto vaga.

La notizia buona è che per la prima volta sul sito del CNSAS si parla di trasparenza. E si pubblicano dei dati. Quella cattiva è che quei dati – così come sono stati aggregati e pubblicati – non dicono nulla. Anzi… omettono tanto.

Baldracco nella sua lettera già alla prima riga fa riferimento alla trasparenza. Certo il bilancio dovrebbe essere trasparente: rappresenta il fondamentale documento informativo sulla dinamica “aziendale” e ha rilevanza soprattutto ai fini esterni. Ma se non si è obbligati a presentarlo, se lo si fa si dovrebbe seguire almeno quella rappresentazione veritiera e corretta che tende a esprimere il concetto indicato nella IV direttiva come “quadro fedele”: traduzione dell’espressione inglese del true and fair view.

Invece quello che il CNSAS rende pubblico, cioè accessibile a tutti tramite internet, è un documento redatto in forma abbreviata in cui si capisce veramente poco. Anche un addetto ai lavori non capisce un granché. Sembra che si sia scelto di pubblicare qualcosa solo per tacitare i molti che chiedevano trasparenza.

Ma se si ha già un Rendiconto approvato dagli organi competenti perché non pubblicarlo? Magari perché il Rendiconto dà più informazioni di quelle del Bilancio redatto in forma abbreviata secondo la IV direttiva CEE.

E siccome il CNSAS non lo pubblica, lo pubblichiamo noi (grazie a qualche informatore di buona volontà).

Ecco qui il Rendiconto approvato del 2014 (Documento 2).

Bloodhound
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Chiariamo subito che il Rendiconto segue la logica del Cash Flow, mentre il Bilancio quello della competenza economica. Per collegare le cose tra di loro ci vorrebbe tutta la contabilità analitica e il piano dei conti. Ma in mancanza di queste due cose fondamentali vediamo cosa emerge da un confronto tra i due documenti facendoci una domanda semplice.

Come spende i soldi pubblici il CNSAS Centrale?

Iniziamo con il dire che il CNSAS Centrale nel 2014 ha incassato 2.439.939,00 euro di fondi pubblici.

Per salari e stipendi ha speso 250.437 euro; 852.096,51 euro se ne sono andati in assicurazioni varie. Per il programma informatico di anagrafica dei volontari Arogis ha speso 32.061,73 euro. Per pubblicare le notizie del CNSAS, anche sul giornalino Il Soccorritore, sono andati via 34.542,12 euro. I circa 30 istruttori della Scuola nazionale tecnici alpini hanno speso, da soli, 231.308,45 euro.

Il Coordinamento speleo e la Scuola nazionale tecnici speleo hanno speso insieme 134.355,58 euro.

Gli Istruttori della Scuola Forre hanno speso solo 19.399,70 euro.

Bloodhound
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I cani molecolari, quei bei esemplari di Bloodhound (anche chiamato Chien de St. Hubert), che fanno tanta bella presenza in televisione, sono costati in tutto 27.845,19 euro. I cani da macerie solamente 7.856,63 euro.

I viaggi dei componenti della direzione e del consiglio hanno avuto spese per 48.269,17 euro. I viaggi dei componenti dell’assemblea sono costati solo 23.259,43 euro.

Le autovetture che compongono la flotta del CNSAS solo per assicurazione, bollo e manutenzione sono costate 35.902,57 euro. La gestione della Skoda “presidenziale”, incluso il carburante, 4.647,09 euro.

Apprendiamo pure che il CNSAS, oltre ai 2.439.939,00 euro di fondi pubblici, riceve dalla Protezione Civile circa 600.000 euro per il triennio 2014–2016, a condizione che li spenda tutti in progetti fatti con la Protezione Civile. Cosa che nel 2014 è stata fatta spendendo 92.540,83 euro.

La Protezione civile ha anche finanziato nel 2014 un piano di formazione secondo il Dpr 194/2001. In questa maniera sono arrivati altri 115.554,23 euro.

Nel Bilancio 2014 è riportato alla voce “Totale valore della produzione” la bella cifra di 3.737.818 euro. Insomma a livello centrale il CNSAS, nel 2014, ha introiti per quasi 4 milioni di euro.

Chi è curioso può confrontare il Rendiconto del CNSAS del 2014 (Documento 2) con il Rendiconto del 2013 (Documento 3). Così può rendersi conto come variano le spese su due documenti omogenei.

Nel 2013 la Direzione e il Consiglio avevano viaggiato di più: 62.201,68 euro. Le assicurazioni erano costate molto di meno: solo 331.843,01 euro. La Scuola nazionale tecnici alpini ha speso praticamente la stessa cifra anche nel 2014: 231.472,59 euro. Mentre il Coordinamento speleo e la Scuola nazionale tecnici speleo hanno speso insieme molto di meno: 104.774,25 euro. Certo anche i cani molecolari non hanno scherzato con 57.974,03 euro mentre i cani da macerie hanno avuto spese solo per 354,60 euro. Le spese per i materiali nel 2013 sono state di ben 204.336,40 euro.

La Protezione civile nel 2013 ha finito di erogare tutti i 600.000 euro previsti per il biennio 2012/2013 mentre il CAI Centrale ha contribuito con ben 150.000 euro al progetto dell’App GeoResQ.

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Dal confronto dei rendiconti del 2014 e 2013 ci si rende conto che il CNSAS aveva in mente di comprarsi una sede di una certa importanza, visto che nel 2013 aveva accantonato per l’acquisto dell’immobile 370.000 euro in un fondo apposito. Anche se ospitato nella sede del CAI Centrale a Milano, praticamente gratis, il CNSAS ambiva ad avere una sede di rappresentanza di esclusiva proprietà. Sempre da acquistare con i fondi pubblici. Un progetto che si è arenato e cui sembra si sia rinunciato nel 2014. Infatti il fondo viene ridotto a 100.000 euro, con cui a Milano si compra ben poco, e i 270.000 euro vengono spostati al fondo di riserva ordinario. Preoccupazioni per il futuro ci devono essere se nel fondo rischi futuri vengono messi 500.000 euro.

Insomma, dal Rendiconto ci si fa un’idea più chiara delle spese. Ma per essere trasparenti ci vuole il piano dei conti e la contabilità analitica. Facciamo un esempio: gli istruttori della SNATE sono una trentina. 230.000 euro all’anno diviso trenta fa 7.700 euro. Ma qui siamo al concetto della media del pollo di Trilussa. Se io mi mangio un pollo e tu nulla, in media ognuno di noi ha mangiato mezzo pollo.

Con la contabilità analitica si può vedere che Tizio ha incassato 30.000 euro di rimborsi all’anno mentre Caio solo 500 euro.

Questa è la trasparenza vera. Quella sostanziale. Non basta parlare di trasparenza per assolverla. Bisogna praticarla con i dati più dettagliati possibile.

Comunque rimane il dato di fatto che invece di pubblicare il Rendiconto del 2014, che ha una serie di voci abbastanza chiare, in nome della trasparenza si è pubblicato un Bilancio, redatto in forma abbreviata conforme a una direttiva CEE che il CNSAS non deve applicare, in cui si dice il meno di nulla e si continua a non capire come il CNSAS spende i soldi. Questo è l’attuale concetto di trasparenza del CNSAS.

Considerazioni sui bilanci dei CNSAS regionali/provinciali
Per ora abbiamo parlato solo del CNSAS Centrale; ma gli altri Servizi regionali e provinciali che rendiconti/bilanci hanno? Baldracco nella sua lettera parla di “una cifra mediata sullo storico dei bilanci/rendicontazioni” che ha generato un valore di 14,9 milioni di euro su base annuale. Se togliamo i quasi 4 milioni di euro degli stanziamenti statali del CNSAS centrale si deduce che i servizi regionali e provinciali incassano almeno altri 11 milioni di euro.

Ma di questi soldi, della loro ripartizione e di come vengono spesi, si brancola veramente nel buio. Trasparenza zero.

Ai servizi regionali e provinciali i finanziamenti arrivano principalmente in due maniere:

  1. Contributi diretti dalla Regione o Provincia.
  2. Corrispettivi da parte della ASL o dei 118 Regionali per i servizi del personale impiegato nell’elisoccorso.

Ci saremmo aspettati di trovare una tabellina con le 20 regioni italiane e a fianco di ciascuna le due colonne. Una con gli importi dei contributi 1) e una con quelli 2). A questi importi si dovrebbero aggiungere i contributi più diversi: donazioni, corrispettivi per servizi resi, vendita di gadget e spille, ecc.

Niente di niente. Eppure questa è la trasparenza evocata dal presidente Baldracco. Siccome Baldracco non ha steso la tabellina, proviamo a farlo noi.

Modellino di auto del Soccorso Alpino
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Cominciamo prendendo a esempio la Lombardia.

Dal rendiconto CNSAS del 2014 veniamo a sapere che c’è un rendiconto extracontabile che riguarda il Servizio regionale CNSAS Lombardia e l’AREU Lombardia. L’AREU Lombardia è un’Azienda Sanitaria che dal 2008 ha il compito di promuovere l’evoluzione del sistema di emergenza e urgenza sanitaria territoriale.

Dal Bilancio dell’AREU 2014 (Documento 4) sappiamo che il CNSAS Lombardia ha preso dall’AREU Lombardia 3.600.000,00 euro ( vedi pagg. 2, 193 e 300).

Perché nel rendiconto del CNSAS nazionale ne sono rendicontati solo 1.017.134,06 (vedi terzultima pagina del Documento 2)? Di cui ben 720.471,81 euro sono i soldi andati ai tecnici di elisoccorso per le turnazioni che hanno effettuato.

La vicenda della Lombardia è singolare. Basta pensare che fino a poco tempo fa c’era una società, una SRL, che in nome del Soccorso Alpino faceva contratti con l’AREU e quindi incassava i corrispettivi contrattuali. Poi qualcuno ha pensato che non era una cosa che andava bene. Ma siccome il Servizio regionale lombardo del CNSAS non può prendere direttamente i contributi dall’AREU per un servizio di fatto contrattuale, il contratto lo fa il CNSAS Nazionale, che incassa il danaro per rigirarlo a quello lombardo. Non a caso la Guardia di Finanza sta indagando da tempo su queste vicende.

Ricapitoliamo: in Lombardia l’ASL dà al CNSAS 3.600.000 euro. La Regione dà un suo contributo diretto per attrezzature e altro di 1.200.000 euro. Ci sono poi altre entrate minori. In tutto parliamo di quasi cinque milioni di euro.

E in tutte le altre regioni italiane cosa succede?

L’unica regione che non dà finanziamenti al Servizio regionale del CNSAS è la Calabria.

Cane da macerie
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Tutte le altre versano cifre variabili. Alcune regioni sono veramente trasparenti, come il Piemonte che non ha problemi a pubblicare (Documento 5) che il finanziamento regionale è di 550.000,00 euro l’anno. Ci sono anche servizi regionali del CNSAS particolarmente fortunati, come quello del Veneto che oltre a incassare contributi annui tra i 400.000 e i 650.000 euro ha avuto la fortuna di avere, nel 2015, altri 200.000 euro per acquistare la sede di proprietà.

Insomma i canali di finanziamento sono tanti. Anche i prenditori (tranne i soccorritori calabresi) sono tanti.

Chi rendiconta il flusso di tutti questi soldi? Certamente non la trasparenza mostrata da Baldracco. Per non parlare dei servizi regionali che, sui loro siti, non accennano minimamente al bilancio e ai soldi che entrano.

Poi, una volta entrati i soldi, si spendono. E qui sarebbe veramente utile capire come si spendono. A chi vanno? Quale è l’entità dei rimborsi spesa? Se è normale considerare rimborsi spesa cifre di 300 euro giornaliere come diaria, perché alcuni hanno decine di rimborsi spesa e altri nulla? Chi sono i volontari rimborsati e chi i volontari veramente gratuiti?

Conclusione
Nella tabella che segue (Documento 6) sono riportati i dati che si possono desumere da atti pubblici, bilanci, e notizie di stampa. Il lavoro di raccolta dati, possiamo garantirvi, è stato estremamente difficile. Abbiamo dunque una visione parziale, perciò la tabella qui proposta non pretende di essere la verità finale ma solo uno strumento per avere, prima o poi, una lucida visione dei conti. Quindi una tabella cui non dovremmo provvedere noi ma che dovrebbe essere stilata dallo stesso CNSAS. Nell’ottica di questa verità necessariamente approssimata abbiamo inserito, in mancanza sporadica di dati relativi al 2014, alcuni dati pertinenti al 2013 o 2015.

TabellaContiCNSAS-definitiva

Come si può vedere, molte caselle, anche di regioni importanti, sono purtroppo vuote. Per esse non esiste alcuna pubblicazione reperibile pubblicamente. E’ vero che avremmo potuto riempirle con dati ufficiosi in nostro possesso o reperibili per vie traverse, ma non lo abbiamo fatto.

Da notare anche che talune Regioni (la Lombardia, per esempio) danno in più un loro contributo diretto per attrezzature e altro. Ci sono poi altre entrate minori. Che non abbiamo introdotto in tabella.

Con i dati a nostra disposizione (ma per varie ragioni non pubblicabili) utili a integrare la presente e incompleta tabella possiamo tranquillamente affermare che i ricavi totali del CNSAS (nazionale, regionale e provinciale) raggiungano quell’importo di 22 milioni di cui in altro post di questo Gognablog si parlava e che lo stesso Baldracco cita.

In nome della trasparenza, questa tabella dovrebbe essere integrata (e, dove necessario, corretta) dallo stesso CNSAS Nazionale, con il livello di dettaglio maggiore possibile.

Alla fine, ci sono tre semplici domande:

1) Quanti soldi prende tutto il CNSAS (nazionale, regionale e provinciale) a qualsiasi titolo ogni anno?

2) Quanti soldi spende tutto il CNSAS (nazionale, regionale e provinciale) a qualsiasi titolo ogni anno?

3) Come vengono distribuiti i soldi spesi?

Quando il CNSAS risponderà a queste domande con conti chiari e dati da cui si evincano i finanziatori e i prenditori, allora potremo iniziare a parlare di trasparenza.

Aggiungiamo che pure il CAI, e non solo qualche socio o privato cittadino, dovrebbe esigere che a queste domande vengano date risposte esaurienti.

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La non-risposta del CAI

La non-risposta del CAI

Mi sarebbe piaciuto avere un bel regalo di Natale: ma a noi, diciassette firmatari di due raccomandate, una al presidente del CAI e l’altra al Collegio Regionale dei Probiviri del Piemonte, spedite il 2 ottobre 2015, non è stato ancora risposto da alcuno. E sono passati più dei classici cento giorni.

I testi integrali delle due lettere sono reperibili qui, ma vediamo ugualmente di riassumerle.

La prima, quella spedita al Collegio Regionale dei Probiviri del Piemonte, chiedeva sostanzialmente di adottare gli opportuni provvedimenti disciplinari nei confronti delle sezioni del CAI di Formazza e Macugnaga, nei ruoli dei Presidenti Piero Sormani e Flavio Violatto, essendosi queste rifiutate di votare con tutte le altre sezioni dell’Est Monterosa per l’appoggio alla manifestazione del 29 marzo 2015 contro l’eliski in Val Formazza, violando in questo modo il Punto 4 del Bidecalogo, per il quale il CAI “s’impegna a contrastare o comunque scoraggiare l’uso di aerei, elicotteri, motoslitte per finalità ludico-sportive”.

La seconda, quella spedita al Presidente del CAI, Umberto Martini, poneva a quest’ultimo cinque domande:
1) Quali iniziative ha assunto e sta assumendo il CAI al fine di ottenere legislazioni di divieto della pratica dell’eliski?
2) Non è doveroso che il CAI debba inviare informativa ai propri soci sulle località dove viene praticato l’eliski chiedendo di boicottarle?
3) Quale tipo di richiamo al Bidecalogo può essere indirizzato alle guide alpine socie AGAI, quindi socie anche CAI, per far loro comprendere che sull’eliski il CAI non è disposto a nessun tipo di compromesso?
4) Cosa pensa di fare il CAI nei confronti di quei rifugisti che mettono a disposizione i beni del sodalizio per fare da base all’eliski?
5) Il CAI non dovrebbe radiare i soci che fanno eliski o che usano l’elicottero per andare all’attacco delle vie alpinistiche?

Tutti noi capiamo che i tempi tecnici siano molto lunghi, ragioni dei ritardi ce ne sono a bizzeffe: basterebbe pensare all’impegno profuso dal CAI, dai suoi dirigenti e da tutti i volontari, nella preparazione del recente Congresso Nazionale di Firenze.

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Ai primi di dicembre abbiamo spedito una seconda missiva agli stessi destinatari con le medesime domande, certi che il meccanismo della raccomandata A/R non sia fallace. Ma anche in questo caso non solo non si è avuta risposta, non si è ritenuto opportuno neppure inviare un cenno di ricevuta con la sia pur vaga promessa di prendere in esame le nostre richieste.

Giunti a questo punto è inevitabile che tra i 17 mittenti qualcuno si faccia delle domande e tenti di rispondersi con delle considerazioni pubbliche.

Se al posto di 17 fossimo stati 170 o 1.700 cosa sarebbe cambiato? Qualcuno si sarebbe scomodato? E per quale motivo avrebbe risposto, per l’intrinseca serietà delle nostre domande o per la paura di dover subire lo scontento di centinaia o migliaia di soci?

Volutamente le lettere erano due, una dai contenuti precisi e ineludibili, cui si poteva rispondere solo sì o no, l’altra più sfumata, con cinque domande che fornivano facili modi di aggirare il nocciolo.

Il fatto che siano state ignorate entrambe ci sconforta ma nello stesso tempo inasprisce la nostra domanda.

Cocciutamente ci domandiamo perché non rispondere: comprendiamo che non abbiamo dato possibilità di scaricabarile, i destinatari erano precisi. Io penso che per qualcuno di loro rispondere è evidentemente motivo di ansia e preoccupazione. La paura di non riuscire a trovare le parole giuste per rispondere alle domande che sono state poste, il timore del sentirsi osservati così da vicino, e talvolta interpretati al di là del proprio controllo, fa sì che il dialogo possa essere vissuto con paura, assieme all’idea che in una manciata di parole ci si possa giocare “il proprio futuro nel Sodalizio”.

So che essere un po’ ansiosi e preoccupati circa le risposte da dare è del tutto prevedibile e naturale. L’ansia, ovvero la paura, è una normale e necessaria reazione dell’organismo, che attiva una serie di meccanismi fisiologici grazie ai quali si diventa più reattivi ed efficaci nel trovare le soluzioni neces­sarie alla sopravvivenza. Ma qui, in questo possibile dialogo, non è in discussione la loro sopravvi­venza.

Un poco di tensione è normale, e fa bene; in più accettare di provare una certa quota d’ansia, evitando così che questa produca un timore sempre maggiore, costituisce un notevole vantaggio.

L’ansia comunque non deve superare un certo livello, oltre il quale diventa distruttiva e controproducente. Il rischio cui si sottopone il “non-rispondente” (del tutto ignaro dei meccanismi dell’ansia e della sua possibile utilità) è infatti quello di continuare ad au­mentare il grado di ansia, attraverso la propria stessa intolleranza ad essa.

Non aiuta cercare aiuto in eventuali corresponsabilità, men che meno aiuta pensare di essere “neutrali”. La neutralità è esclusa dal Bidecalogo.

Una risposta è sempre meglio del silenzio. Perché? È un meccanismo psicologico che parte dalla dominanza: se ignori qualcuno stai inconsciamente dicendo che non è degno della tua attenzione, e abbassi la sua importanza. Visto che a nessuno piace essere considerato una nullità, gli altri si arrabbiano. Silenzio equivale a ignorare l’altra parte.

Non serve essere geni della comunicazione, bastano tre secondi scarsi per far capire all’altro che non lo stai ignorando. Anche se la risposta non è da manuale dei rapporti sociali, è sempre meglio del silenzio. Lo dice anche il proverbio: il contrario dell’amore non è l’odio, è l’indifferenza.

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E, giunti sempre a questo punto, vale la pena valutare il comportamento dei destinatari, che di certo hanno messo in atto i primi tre gradini dei meccanismi di difesa primari: il ritiro, la negazione e il controllo onnipotente (vi tralascio i successivi, assai più drammatici, fino a quello finale, la scissione dell’Io!).

Il ritiro: eccessivamente stimolato e bombardato da richieste il soggetto (bambino o adulto) si “addormenta”, si ritira per allontanarsi da una realtà sentita come opprimente e frustrante. In negativo tale meccanismo in età adulta allontana la persona dalla partecipazione attiva alla soluzione dei problemi, il soggetto si ritira in se stesso chiudendo ogni porta con il mondo circostante ed evitando di mettersi in gioco. In positivo esso è una fuga psicologica e fisica dalla realtà che non viene però distorta ma se ne prendono le distanze.

La negazione: consiste nel negare una realtà oggettiva anche innanzi a fatti evidenti e concreti, in tal modo si affrontano le cose spiacevoli rifiutando di accettare che accadano ed esistano (con la non-risposta si sta procedendo in questa direzione ad ampi passi). L’esempio è quello di una persona che si rifiuta di fare una visita medica perché teme l’esito negativo.

Il pensiero onnipotente: sentirsi il centro dell’universo e non accettare l’esistenza degli altri e il fatto che essi agiscono in maniera indipendente, è segno di pensiero soggettivo ed egocentrico. Questo pensiero predispone a non riconoscere i propri limiti e soprattutto le proprie responsabilità, viene minato l’interscambio paritetico.

Queste considerazioni sono pungenti, ma hanno il solo scopo di provocare quella reazione che, in regime d’interscambio paritetico, sarebbe ovvia e soprattutto rapida.

Vogliamo ancora credere che le risposte, se mai ci saranno, avranno le qualità della precisione. Non immaginiamo risposte intellettuali, razionalizzanti o compartimentate.

Se così non sarà, la vita – ci mancherebbe altro – continua. Con le dovute conseguenze, però.

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CAI-MiBACT

Nelle pieghe dell’Accordo CAI-Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (MiBACT)

Il 30 ottobre 2015 a Roma il Ministro dei Beni e Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini e il Presidente generale del CAI Umberto Martini hanno sottoscritto il “Protocollo d’Intesa per la valorizzazione della rete sentieristica e dei rifugi montani per un turismo sostenibile e responsabile”.

Questo è il link per poter leggere il conciso documento in versione integrale.

Considerazioni
Che cosa hanno in realtà concertato assieme il CAI e il MiBACT? Questa è la domanda che si pone qualunque socio del CAI o comune cittadino dopo aver letto il Protocollo d’Intesa.

Nelle premesse sono elencate le ragioni di un tale protocollo e soprattutto sono esplicitate le autorizzazioni legali che obbligano il CAI ad occuparsi di questa problematica.

Erminio Quartiani (vice-presidente del CAI), Umberto Martini (presidente del CAI) e Dario Franceschini
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Tra queste, è fondamentale il riferimento alla definizione di turismo sostenibile adottata dall’Organizzazione Mondiale del Turismo (OMT): “le attività turistiche sono sostenibili quando si sviluppano in modo tale da mantenersi vitali in un area turistica per un tempo illimitato, non alterano l’ambiente (naturale, sociale ed artistico) e non ostacolano o inibiscono lo sviluppo di altre attività sociali ed economiche”.

In seguito, gli otto articoli che costituiscono il protocollo, dovrebbero spiegarci cosa in concreto si farà. Ma ancora una volta non si va oltre agli enunciati, purtroppo privi di una qualunque programmazione che ci chiarisca gli obiettivi pratici e la fattibilità economica.

Negli Allegati è un preciso elenco di sentieri: per quanto riguarda le tappe del Sentiero Italia ne è stata scelta una per regione, poi c’è un’antologia di sentieri relativi alla Grande Guerra ‘15-’18 e infine un’altra che abbraccia luoghi tipici della lotta partigiana. In totale sono 34 percorsi.

L’articolo 2 impegna le parti a “promuovere in ambito nazionale e internazionale la conoscenza e la diffusione dell’offerta del turismo sostenibile, rappresentata in particolare in ambito montano dalla rete sentieristica e dai relativi percorsi escursionistici e dalle proposte presenti nell’Allegato A”.
Cosa significa “promuovere in ambito nazionale”? Con quali mezzi, con quali fondi? Se si può presupporre che il CAI possa farlo, in virtù delle migliaia di potenziali volontari che si possono accollare il compito, con quale schema operativo può farlo il MiBACT?

Lo stesso articolo 2 impegna a “valorizzare l’offerta di accoglienza dei rifugi montani”. Pongo la stessa domanda fatta poco fa per i sentieri.

Ancora nell’articolo 2 è espressa la volontà delle parti di collaborare affinché “le Autorità nazionali, regionali e locali contribuiscano, secondo le rispettive competenze, alla preservazione e manutenzione dei sentieri e delle opere alpine oggetto del presente protocollo”.

Non vi sembra che sia il solito invito al buon senso e alla buona volontà cui non seguirà alcuna applicazione pratica?

E quando, alla fine dell’articolo 2, si dice che verrà costituito un apposito comitato bilaterale per provvedere alla realizzazione di quanto appena enunciato, il sospetto di velleitarietà diventa ancora più acuto.
Quanto detto all’articolo 3 è invece credibile. Con molta, ma molta, buona volontà (e con molti volontari) il CAI può effettivamente arrivare a predisporre il Catasto Nazionale dei Sentieri.

L’articolo 4 è assai pretenzioso: collaborare con le Regioni per addivenire ad una uniformità della segnaletica orizzontale e verticale sentieristica a livello nazionale. Il problema è grosso, conosciamo benissimo l’attuale labirinto di segnali vecchi e nuovi che deturpa l’ambiente e disinforma l’escursionista. Ma cosa vuole dire “collaborare con le regioni”? Viene il dubbio che, constatata l’enormità del compito, si ricorra alla ricerca di partner. Nella conseguente divisione di responsabilità del “tutti assieme” si sfuggirà meglio (e in modo legale) alla prima emergenza, derubricandola a obiettivo della prossima legislatura. Nella stessa ottica è da leggere l’articolo 5 che vuole coinvolgere l’Associazione Nazionale Comuni d’Italia nella manutenzione della rete sentieristica e dei rifugi interessati al presente protocollo.
L’articolo 7 promette di costituire un Comitato paritetico di sei membri, allo scopo di coordinare le attività del presente protocollo, entro 15 giorni dalla firma. La partecipazione al Comitato è a titolo gratuito.
A oggi dunque questo Comitato dovrebbe essere già stato costituito…

Il comune cittadino è quotidianamente bombardato, seppellito direi, da centinaia di dichiarazioni d’intenti, le classiche promesse di una volta. Anche l’appassionato di montagna e il socio del CAI, nel loro piccolo, lo sono.

Francamente faremmo volentieri a meno di questo tipo d’informazione, quella che promette senza dire come e quando, fidandosi del fatto che i destinatari della promessa siano i primi a dimenticare.

E nel caso che al Protocollo siano seguiti (ma non pubblicati) un sia pur vago budget e una tempistica credibile, ci si domanda come mai non se ne dia alcuna notizia.

Quindi, in definitiva: che cosa hanno in realtà concertato assieme il CAI e il MiBACT?

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Le Colonne d’Ercole – 2

Le Colonne d’Ercole – 2 (2-2)
(quasi 290 anni di esplorazioni dolomitiche)

Quasi 290 anni sono passati da quel lontano giorno del luglio 1726 in cui i veneziani Pietro Stefanelli, farmacista dell’alta società, e Giovanni Zanichelli, celebre botanico, si ritrovarono, quasi senza volerlo, in vetta al Cimon del Cavallo, una tra le cime dolomitiche ben visibili, nelle giornate terse, dalla laguna. “Lassù una vasta solitudine, luoghi orridi e belli, e nessun segno di vita umana e di coltivazione”, scrissero.

Visto che il loro scopo era la raccolta di erbe officinali, cosa li ha spinti fino alla cima? Non certo l’emulazione di cacciatori o pastori. E sarebbe stato già sufficiente andare lassù in alto per eventualmente menar vanto di imprese avventurose, senza bisogno della vetta. Dunque, rimane solo la meravigliosa ipotesi che siano stati catturati, a una cert’ora di un pomeriggio afoso, dall’enigmatico richiamo che il nostro spirito ogni tanto emette, come sapevano ben fare le sirene che Ulisse non volle ascoltare. Sessanta anni prima della conquista del Monte Bianco e ben prima dei viaggi interiori ed esteriori di Wolfgang Goethe.

Ne nacque una lunga storia che ha visto confrontarsi viaggiatori e alpinisti stranieri con le guide locali, con i locandieri, con la storia e le tradizioni della gente locale. In particolare, nel secolo XIX, sono stati i britannici a fare alpinismo sulle Dolomiti, facendovi nascere così il turismo.

Lago di Carezza e Latemàr
Lago di Carezza e Latemàr

Dopo la pubblicazione a Londra del Murray’s Handbook, nel 1837, le Dolomiti cominciano ad attirare i viaggiatori britannici, che percorrono le valli a piedi o a dorso di mulo cogliendo le immagini di “sublime grandiosità” indicate dalla guida.

Oltre ai numerosi scritti apparsi sull’Alpine Journal, il periodico dell’Alpine Club, furono pubblicati i diari di viaggio di Amelia Edwards, Elisabeth Tuckett, Douglas William Freshfield, Leslie Stephen. Ma il più fondamentale libro fu quello di George Cheetham Churchill e Josiah Gilbert, The Dolomite Mountains (1864). La loro opera “lancia” definitivamente le Dolomiti, che vengono inserite nel “Tour alpino” che il romanticismo ha contribuito a rendere di moda oltre Manica, come variante del “Grand Tour” che tradizionalmente viene compiuto, scendendo in Italia, nel percorso educativo delle classi più agiate del Regno Unito.

John Ball
John Ball

Nel 1857 nasce a Londra l’Alpine club, un esclusivo consesso di alpinisti che determina l’invenzione dell’alpinismo come noi lo intendiamo oggi. Anche le cime delle Dolomiti cominciano ad essere salite con sistematicità.

Nel 1868 esce la prima guida alpinistica delle Dolomiti, terzo volume di una collana fortunata che l’irlandese John Ball, sposo di una nobildonna di Bassano, pubblica a Londra con il titolo di A guide to the Eastern Alps.

In quel momento quasi tutte le vette maggiori erano state salite per l’itinerario più abbordabile. Inizia ora la lunga esplorazione delle creste, delle pareti, in un crescendo continuo dell’innalzamento del livello di difficoltà che porta nel 1925 alla conquista della parete più repulsiva e grandiosa, quella della Civetta.

Attraverso le epoche del Sesto Grado, dell’Artificiale, del Nuovo Mattino (conosciuto tardivamente anche in Dolomiti), e con il coinvolgimento di alpinisti di tutta Europa e non solo, si attraversa tutto il secolo XX e si giunge all’apertura, sempre in Civetta, di una via dal nome sintomatico, Colonne d’Ercole: si tratta della realizzazione che incarna in sé i valori massimi di difficoltà, di bellezza e di purezza di arrampicata libera (2012, Alessandro Baù, Alessandro Beber, Nicola Tondini). Il nome evoca un passaggio epocale, come è certamente quello in cui le Dolomiti e la loro storia, nonché il nostro alpinismo, si trovano.
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Nel 1988 qualcuno ebbe l’idea di festeggiare i duecento anni della scoperta geologica delle Dolomiti, solo perché nel 1788 (o 1789) il marchese Déodat de Dolomieu, geologo francese, lungo la strada tra Trento e Bolzano aveva raccolto alcuni campioni di roccia di colore chiaro simile al calcare, ma che da questo si differenziava per via della diversa reattività all’acido cloridrico.

Fu soprattutto un’operazione marketing, come oggi rischia d’essere intesa anche la più recente nomina a Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

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Le cartoline che raffigurano alcune tra le vette dolomitiche più belle e caratteristiche sono note in tutto il mondo, l’immagine delle Tre Cime di Lavaredo fa concorrenza al Cervino quanto a staticità dell’idea che ce ne siamo fatta. Sciare nelle nevi splendenti con la corona delle guglie dolomitiche è un quadro mentale dal quale nessuno può ormai liberarsi. L’idea della perfezione ha sostituito non solo il ricordo, ma anche il desiderio di ulteriore conoscenza.

Il simbolo sta uccidendo il padre, l’immagine (soprattutto quella virtuale) è più importante della realtà fisica. Di questo sono responsabili gli alpinisti che hanno portato, come angeli, la conoscenza di un mondo sublime, di cui la gente si nutre. Loro stessi però non sapevano quel che facevano, e dobbiamo perdonarli.

Sassolungo e Sassopiatto dall’Alpe di Siusi, in un’illustrazione di J. Gilbert e G.C. Churchill, The Dolomite mountains, 1864
Sassolungo e Sassopiatto dall'Alpe di Siusi, in un'illustrazione di J. Gilbert e G.C. Churchill, "The Dolomite mountains", 1864

Il mistero di queste montagne è stato svelato nel momento stesso in cui l’esplorazione dava risultati molto visibili. Quando anche la Sud della Marmolada non ha più avuto segreti per i migliori ecco che i caroselli sciistici hanno sostituito totalmente la realtà. Come non ci fosse più bisogno della Gioconda di Leonardo o del Partenone ma ci accontentassimo delle loro fotografie.

Viene il dubbio che la soluzione sia quella di dimenticare la storia e ritornare a guardare queste montagne con gli occhi di un bambino, che sa mescolare così bene la fiducia e la paura.

Queste sono le Colonne d’Ercole che abbiamo paura di attraversare. Mille convenienze e piccoli e grandi interessi ci stanno remando contro e non ci lasciano abbandonare il Mare Nostrum, diventato angusto come una culla che prima o poi dovremo abbandonare. Dobbiamo avere fiducia che lo spirito, quello stesso di Zanichelli e Stefanelli, ci richiami ancora, con voce più forte.

Manolo libera Solo per vecchi guerrieri
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Le Colonne d’Ercole – 1

Le Colonne d’Ercole – 1 (1-2)

La natura dev’essere conservata, ma non solo per po­terla sfruttare anche in seguito. L’uomo si è sempre servito della terra per i suoi scopi, ma la natura ha qualche diritto? Ne violiamo qualcuno quando la costrin­giamo nelle vetrine e nei pieghevoli di una promo­zione turistica?

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Presumiamo che il minerale non chieda altro che rima­nere minerale, nelle forme in cui ci si presenta, ma negli ultimi anni la geogra­fia delle Dolomiti è stata sconvolta da inter­venti che non hanno più nulla di si­mile al lento evolversi, al graduale sviluppo della loro popolazione nei secoli scorsi. In molti casi non si può più parlare di riserva inesauribile né tanto meno di adat­tamento rispettoso dell’uomo alla natura. Il termine “sviluppo della monta­gna”, specialmente in alcune vallate do­lomitiche, ha perso ogni significato originario, quando emigrare era l’unica soluzione di progresso per le popolazioni locali. La massiccia cementificazione e l’enorme quantità di piste sciabili (quindi l’urbanizza­zione di vaste aree del territorio) hanno comportato la graduale distruzione e il veloce de­paupera­mento delle specie botaniche e ani­mali; l’ambiente generale ha subito aggres­sioni che non possono essere più tollerate nella dimensione attuale e soprattutto si scontrano con l’idea di “parco mondiale” che tanto faticosamente si è fatta strada.

Il paesaggio delle Dolomiti, l’atmosfera che avvolge il visita­tore, le dimensioni così di­verse dal resto delle Alpi e dagli Appennini, il tipo di presenza uma­na e la sua storia così par­ticolare fanno di queste montagne un esempio unico al mondo. Non sono certo l’unico a dirlo, altri mi hanno pre­ceduto con maggiore autorevo­lezza. Eppure non è inutile ricordare che sono tanti coloro che da sempre portano tutto l’amore possibile a questo strano insieme di valli solari e di creste affilate, anche senza averle percorse in lungo e in largo, d’estate e d’in­verno. Ne ho viste di monta­gne in tutto il mondo, ma alle Dolomiti ritorno sempre con piacere immenso, anche se so che ogni volta trovo qualche dolo­roso cambiamento.

Il paesaggio delle Dolomiti è quindi unico: e la sua unicità è dovuta “anche” alla grande facilità ad esse­re abitate. È una sensazione proprio forte quella che ti prende nel vedere quanto sia importante la presenza umana sulla montagna, quanto scambio ci sia stato un tempo tra l’uomo e il regno minerale. Il sudore, la fatica, il pericolo, l’operosità a contatto con la co­siddetta indifferenza della pietra.

Gli alpinisti hanno una grande fortuna nel poter vede­re le co­se dall’alto, pur rimanendo a stretto contatto con la solidità della roccia. Come pure gli speleolo­gi, che riescono a vive­rne la vita interiore, percor­rendone le viscere più riposte.

Se paragoniamo le condizioni di vita delle genti che abitavano queste montagne all’inizio del secolo XX con quelle di oggi, noi cittadini riconosciamo in­dubbiamente un progresso; ma se osser­viamo le strade, le piste, le costruzioni in­sensate e soprattutto la loro quantità, la lo­ro estensione, il danno generale ch’esse comportano, dobbiamo parlare di regresso: tanto più se analizziamo, al di là della qualità di vita materiale, l’attuale inespressività delle loro tradizioni più radicate. E anche se il parere della gente è espresso da diversa angolazione, proprio questo impoverimento è stato riconosciuto e sofferto sulla loro pelle so­prattutto da quelle persone che, fieri abitan­ti delle proprie vallate, si op­pongono ad un’ulteriore banalizza­zione della propria cultura.

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Questa è la tipica riflessione che può risultare del tut­to inutile. I giochi in realtà sono già fatti, il de­stino delle Dolomiti forse è già se­gnato. Le associa­zioni ambienta­liste e i valligiani più lungimiranti hanno accettato un compito forse impossibile. Noi però af­fermiamo che su questo terreno, soprattutto su que­ste Dolomiti, si sta giocando una partita estremamente importante.

La dignità del territorio e dell’ambiente può essere difesa anche altrove. Di certo continueremo a firmare petizioni a salva­guardia di altre località montane, magari minacciate dall’ennesimo impian­to per lo sci o da chissà quale altro progetto. Ma quasi sempre in altri luoghi ci si batte con interessi econo­mici che possiamo definire limitati a con­fronto di questi, a confronto cioè con l’industria turistica delle Dolo­miti. Questo è il luogo dove l’esigenza di un ambiente vivi­bile si scontra massimamente con l’esigenza dello sfrutta­mento totale per mantenere allo stesso altissi­mo livello il grande giro eco­nomico che è stato inne­stato.

Quindi proprio qui le diverse idee devono confrontarsi e tro­vare un accordo. Il pro­blema Dolomiti è grave, più grave degli al­tri: forse però è la gravità stessa che ne fa­vorirà la soluzione.

Se vogliamo realmente salvare queste mon­tagne, dobbia­mo prendere delle misure ve­ramente coraggiose ma indi­spen­sabili in primo luogo; e in secondo luogo dobbiamo mirare alla riconversione dell’economia lo­cale.

Voglio spendere alcune parole sulle misure che, a mio parere, dovrebbero essere immediate. È necessario chiudere all’attività sciistica tutti i luoghi an­cora intatti, indi­pendente­mente dalla maggiore o mino­re bellezza e dalla vici­nanza a comprensori già sfrut­tati; non permette­re la costru­zione di ulteriori ro­ta­bili per alcun motivo; chiudere al traffico privato ogni strada che non sia di collega­mento tra centri a­bi­tati; rinunciare all’am­plia­mento delle capacità ora­rie degli im­pianti in funzione, perché ciò comporta aumento di posteggi ed altre infrastrutture cementi­zie; rinunciare alla costruzione di grandi superstrade di collegamento che sna­turerebbero ul­teriormente valli che già ora sono facili mete da week-end di toccata e fuga.

Queste sono le misure più urgenti, senza l’applicazio­ne delle quali sarebbe perfetta­mente inutile sperare nei miracoli.

(continua)

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Obbligati al rimborso del soccorso perché senza pile?

Obbligati al rimborso del soccorso perché senza pile?

Il Cascatone del Pisgana è una maestosa colata glaciale in ambiente davvero selvaggio. Con la base posta a circa 2100 m è raggiungibile da Pontedilegno in due orette di avvicinamento. Alta circa 250 metri, per l’esposizione a nord-ovest presenta spesso ghiaccio perfetto nella più grande esposizione. Le difficoltà sono di III, 3. Vedi Scala difficoltà su Cascate di Ghiaccio e Dry tooling per le cascate di ghiaccio.
Il 20 dicembre 2015 due amici di Vestone (BS), vista la bella domenica e l’assenza di neve, hanno deciso di avventurarsi nella risalita di questa bella cascata. Delle previste sette lunghezze di corda necessarie, tre sono andate regolarmente. Poi a più di 100 metri dal suolo, qualcosa è andato storto e gli alpinisti si sono trovati in seria difficoltà, tanto da dover richiedere un aiuto esterno. Non erano infatti più in grado di proseguire né di tornare indietro: nel frattempo la temperatura cominciava ad abbassarsi e il buio sopraggiungeva.

Cascatone del Pisgana. Foto: Michele Cisana
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Verso le 17 la macchina dei soccorsi si è così messa in moto. Dopo l’avvicinamento con i fuoristrada all’area dove i due erano bloccati e un’ora e mezza di cammino, gli uomini del soccorso della V Delegazione Bresciana del CNSAS hanno cominciato a loro volta la scalata sulla ripida parete di ghiaccio per prestare soccorso ai malcapitati e riportarli a valle.

Durante le manovre di calata i due giovani, seppur visibilmente intirizziti, hanno collaborato con i soccorritori. Vista la complessità delle operazioni e le molte ore passate al gelo dai due alpinisti, sul posto è intervenuto anche un elicottero di soccorso della Rega, abilitato al volo notturno e partito dalla Svizzera.

L’intervento è durato molte ore ed ha richiesto l’ausilio di una ventina di soccorritori, appartenenti alle stazioni di Soccorso Alpino di Ponte di Legno, Temù ed Edolo, oltre ad una squadra del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza.

Le operazioni di soccorso si sono concluse soltanto a notte inoltrata, fortunatamente senza gravi conseguenze per i due alpinisti.

Non sono ben chiare al momento le cause della loro impossibilità di proseguire o di calarsi.

Un classico intervento da soccorso alpino, nel senso che in casi del genere è richiesta elevatissima specializzazione e doti alpinistiche non comuni – osserva Pierangelo Mazzucchelli, delegato della V Zona Bresciana, che aggiunge: – le nostre squadre intervenute erano composte perciò da personale professionalmente preparato grazie anche ai numerosi corsi che svolgiamo durante l’anno, e tutti hanno dato il massimo. Bisogna tenere conto che hanno veramente operato in condizioni estreme: al buio hanno risalito, e poi ridisceso, per quattro tiri, più di 100 metri, una cascata di ghiaccio.

Abbiamo raggiunto i due ragazzi in difficoltà soltanto verso le 21 – spiega invece la guida alpina Guido Salvettidopo averli rincuorati ed esserci accertati delle loro condizioni, piano piano li abbiamo calati fino alla base della cascata.

E’ importante osservare che la ricognizione dell’elicottero del Rega è durata soltanto un quarto d’ora per evitare possibili incidenti.
Salvetti spiega: – Via radio attraverso la centrale operativa, abbiamo fatto allontanare il velivolo perché era troppo elevato il rischio che il rumore dei motori e delle pale facesse staccare qualche pezzo di ghiaccio. L’elicottero è atterrato in uno spiazzo poco distante e quando siamo giunti alla base della cascata ha preso a bordo i due giovani trasportandoli a Pontedilegno.


In virtù della recente legge, i due alpinisti – se il loro comportamento sarà giudicato imprudente – dovranno versare un ticket a parziale rimborso dei costi di soccorso, «amplificati» dalle tariffe orarie applicate dal Rega. La spesa della spedizione di salvataggio di domenica si aggira sui 6 mila euro.

Dice Guido Salvetti: – Cascate come questa che hanno tempi di avvicinamento molto lunghi, certamente non sono da sottovalutare le poche ore di luce a disposizione perché l’oscurità cala presto e, prevedendo di far tardi, quello che non dovrebbe mancare nello zaino, naturalmente assieme a corde, moschettoni, piccozze e ramponi, sono delle lampade frontali, in modo da poter rientrare autonomamente anche in condizioni di totale buio.

Per la cordata di Vestone si sta annunciando un ticket «salato».

Considerazioni
A proposito della libertà di avventura, di cui spesso trattiamo in questo Blog, risulta ogni giorno più evidente che per poter avere dei “colpevoli” non occorre affatto una legge che prescriva degli obblighi: infatti basta che un comportamento possa essere ritenuto imprudente (o simili).

Così non è necessario l’obbligo del kit da ferrata: chi avrà un incidente e verrà sorpreso senza le attrezzature “canoniche” dovrà sopportare le conseguenze giudiziarie di questa sua scelta anche senza una legge apposita.

Allo stesso modo la legge non prescrive (per ora) la pila nello zaino ma la prescrive o consiglia (c’è differenza?) l’uso alpinistico, il quale finisce per essere… legge. Anche, sempre a esempio, il Google Maps Trek non lo prescrive la legge (per ora): quando qualcuno che non ne è dotato si perderà, che cosa (di giuridico) gli succederà?

Sul Cascatone del Pisgana. Foto: Michele Cisana
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Questo matrimonio non s’ha da fare

Questo matrimonio non s’ha da fare
(
Il nuovo racconto della montagna)

Il numero di settembre 2015 di Montagne360 si apre con un editoriale di Luca Calzolari che non possiamo non leggere con molta attenzione.
Il titolo del pezzo è Un nuovo storytelling per la montagna? e qui lo riporto integralmente.

Comprendo e condivido la necessità, espressa dall’autore, di giungere a una nuova comunicazione della montagna, a un nuovo racconto di essa, che sappia superare l’attuale mania del no limits spettacolarizzato (che Calzolari definisce giustamente una proposta turistica di consumo spicciolo di emozioni altrui) conciliandosi con l’escursionismo consapevole e il viaggio d’emozione.

Condivido la necessità del cambio dell’attuale percezione: non condivido il “tipo di dimostrazione” che Calzolari ne tenta. Dico che, per giungere al sospirato QVD (quanto volevasi dimostrare), i procedimenti logici di Calzolari sono viziati da un consistente “peccato originale”.

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Su questo blog insisto da tempo contro l’anglicismo in ogni settore. Ci sono pochi casi in cui i termini inglesi non sono superflui. Nella maggioranza dei casi sono fuori luogo, ma si sposano perfettamente con la colonizzazione (sottile ma comunque violenta) dell’uso del linguaggio aziendalistico (e simili). Adattarsi al linguaggio e alla pratica di quello che io ritengo un vero e proprio nemico della cultura libertaria dell’alpinismo, alla fine vuole dire restarne avviluppati, il primo passo per restarne anche fregati.

Perché la rete sentieristica in questo momento è definita valore teorico di sviluppo? E perché questo valore (teorico o no) deve diventare asset strategico? Perché teorico? Forse i sentieri non esistono? E per l’asset strategico: il CAI spinge a che la gente viva emozioni quiete ma profonde o piuttosto desidera essere proprietario di un bel catalogo di prodotti e colluso ingenuamente con operatori turistici che sono mossi dalle più evidenti motivazioni commerciali?

Poco oltre, in questa nuova vision e mission del CAI, leggo la frase “In questo momento cruciale dobbiamo fare anche noi un salto. In primo luogo non dobbiamo avere paura della parola ‘prodotto’. Esistono dei buoni prodotti. La rete sentieristica è una infrastruttura e un prodotto. Come infrastruttura è al servizio di un buon prodotto: l’escursionismo. E’ prodotto quando si trasforma in proposta organizzata…”.
Se si insiste con questi termini, dal punto di vista comunicativo e strategico/pratico non è cosa di poco conto: nella percezione comune l’escursionismo non sarà più esclusiva proprietà della persona che lo pratica ma solo frutto (prodotto) dell’opera altrui, cioè non avrà più nulla a che fare con chi in tempi lontani ha costruito con il sudore della sua fronte i sentieri, e nemmeno con chi li sta percorrendo (il fruitore), bensì riporterà solo a chi li ha valorizzati, inseriti nella nuova narrazione delle Terre Alte e dell’offerta turistica, anzi nel nuovo storytelling. Tra l’altro mi viene da osservare che il famoso valore aggiunto, proprio perché aggiunto, non può e non deve fare a meno del valore di partenza!

E’ vero che l’escursionismo diventa prodotto quando si trasforma in proposta organizzata. Ma è proprio questo il punto negativo: qualunque proposta organizzata uccide quella poca fantasia che ancora abbiamo, ci costringe a scegliere tra un ristretto panorama di prodotti e in definitiva ad agire come fruitori, cioè clienti del grande supermarket della montagna.

Se qualcuno proponesse a due giovani innamorati, che stravedono l’uno per l’altra, di gestire i propri sentimenti, come reagirebbero questi? Per loro vale più la gioia di stare insieme mista alla paura di perdersi oppure la quieta considerazione che una moderata gestione possa far durare più a lungo il loro rapporto?

E possiamo considerare questo bellissimo rapporto tra due esseri umani un prodotto? Meglio, un buon prodotto? O stiamo soltanto sovrapponendo codici e linguaggi inappropriati a un mondo che li respinge per definizione? Vogliamo fare marketing anche per l’andare in chiesa e public-opinion poll (sondaggi d’opinione) tra le tifoserie di calcio? Vogliamo inserire il concetto di trend anche tra genitori e figli per ottenere una migliore gestione familiare? Per recuperare quella figura paterna oggi così in affanno vogliamo inebetirci di termini che spaccano il capello in quattro senza però capire per nulla quello che sono le reali esigenze di un figlio?

Alpinismo, escursionismo e le altre attività nella natura sono di un’altra dimensione, quella che è sempre stata solo nostra. Non c’è bisogno di ricorrere ad altre immagini assurde per capire che questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai (come disse il Bravo a don Abbondio).

Tutto ciò avrebbe infatti gravi conseguenze, che i più non vedono: il discorso sulla fruizione (vedi il basilare saggio di Carlo Bonardi pubblicato su questo blog, che a suo tempo non fu ritenuto degno di pubblicazione su Montagne360) porta all’acquisizione compiuta da altri, che alla fine potranno farne quello che riterranno, in campo di proprietà, manutenzione, assicurazioni, grane giuridiche.

Sono d’accordo con Calzolari quando dice che la rete sentieristica non deve essere considerata un accessorio di un territorio: ma considerarla (e farla diventare) un forte prodotto turistico significa essere complici di un grave scippo culturale, probabilmente la negazione più violenta e antistorica della tradizione di 150 anni di Club Alpino Italiano.

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Non è avventura se è una gara

Non è avventura se è una gara

Dalla realtà storica al reality
L’alpinismo è una delle attività più squisitamente romantiche che l’uomo abbia concepito: abbandonata la serena contemplazione propria del sentirsi una sola cosa con il creato, ecco nascere la contrapposizione dell’uomo alla natura, la volontà di vittoria sulle più grandi forze e sulle più immani manifestazioni del mondo selvaggio e verticale.

Negli anni ’30 questa complessa attività umana subì gli influssi del nazionalismo, le più grandi vittorie erano viste come successi della propria patria, la competizione cominciò a permeare in modo massiccio i tentativi al Nanga Parbat, i serrati attacchi alla Nord della Cima Grande di Lavaredo, la corsa alle Jorasses e all’Eiger. Si fecero largo le prime figure eroiche, uomini che venivano eretti a esempio della capacità di sfidare la natura proprio là dove questa mostrava di più i denti.

Nell’elenco delle conquiste nazionali osserviamo che la squadra aveva un’importanza basilare in quasi tutte le spedizioni. Questo approccio, quasi militare, era considerato vincente. Anche se c’erano eccezioni che urlavano la diversità dell’eroismo del singolo, da Hermann Buhl sul Nanga Parbat a Walter Bonatti sul K2. Ci fu l’esempio futuristico di Buhl, Kurt Diemberger, Markus Schmuck e Fritz Wintersteller che nel 1957 salirono il Broad Peak in stile alpino. Ma le spedizioni, nella quasi totalità, continuavano a essere mastodontiche: cito i Cinesi all’Everest, le spedizioni italiane al Gasherbrum IV, all’Everest (Monzino) e alla Sud del Lhotse, prima Norman Dyrenfurth e poi gli inglesi di Chris Bonington alla Sud-ovest dell’Everest, i francesi al pilastro ovest del Makalu, allo Jannu, alla Magic Line del K2.

Quest’ultima, del 1979, segnò un termine. Erano maturi i tempi dello stile alpino sulle montagne extraeuropee. Ma erano anche i tempi degli alpinisti sponsorizzati. L’attenzione della stampa, dopo gli eroismi di Walter Bonatti, Cesare Maestri e René Desmaison, si rivolse ad altri personaggi, se possibile più individualisti, che portarono ancora più avanti i limiti dell’estremo. Un compito davvero difficile, anche perché per farlo occorreva diminuire gradualmente il proprio margine di isolamento, fino all’exploit seguito in tempo reale.

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Ma gli anni ’80 sono stati anche quelli dell’arrampicata sportiva, nata in contrapposizione ai grandi rischi dell’alpinismo. La visione sportiva, già presente negli anni ’30, dopo un lungo cammino di una cinquantina d’anni aveva fatto così tanta strada da pretendere una disciplina a se stante.

Oggi assistiamo allo svolgersi di tante specialità diverse, è diventato impossibile primeggiare in tutti i campi. L’individuo deve accettarlo e trovare la propria strada sviluppando comunque al meglio le proprie doti relative alle singole discipline. Così si scopre che Tommy Caldwell e Alex Honnold, campioni assoluti in varie discipline su roccia, si rivelano fenomeni anche in traversate patagoniche impensabili fino solo a pochi anni fa. Scopriamo che il fenomeno Hans-Joerg Auer, da acrobatico saltimbanco spericolato sul Pesce in Marmolada diventa uno dei migliori alpinisti da spedizione in stile alpino, vincendo anche un Piolet d’Or.

I concorrenti a Monte Bianco – sfida verticale: (da sinistra), Enzo Salvi, Filippo Facci, Dayane Mello, Stefano maniscalco, Arisa, Jane Alexander e Gianluca Zambrotta
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Questa è, in poche righe, l’evoluzione dell’alpinismo. E, in questo quadro, si è voluto inserire un gioco televisivo che si richiamasse a tutte le suggestioni dell’alpinismo per poi tradirle una per una. E’ un reality, e lo hanno battezzato Monte Bianco – sfida verticale.

Ieri sera, 9 novembre 2015, c’è stata la prima di cinque puntate.

Un gioco, dunque qualcosa di diverso dall’alpinismo, sia come regole sia come filosofia di base.

Quando pensiamo al reality, ci vengono in mente alcune puntate, intraviste distrattamente, del Grande Fratello, LIsola dei Famosi, Pechino Express o altre ancora in cui abbiamo inciampato “zappando” con il telecomando.

La realtà non è uno sport, dunque è giusto e sacrosanto che un reality non usi regole sportive. Ma questo però è l’unico aggancio conservato con la realtà, perché il gioco vuole regole che non divertano i protagonisti bensì gli spettatori.

L’azzardo perciò è un artificio cui questo gioco ricorre spesso: è l’unico sistema che ha l’uomo comune per uscire dalla mediocrità di facebook se non è in cima ai suoi desideri il seguire la strada normale, cioè l’applicazione e l’esperienza di anni di fatiche, fatiche e ancora fatiche.

Anzi, nel reality applicato alla montagna, proprio chi ha dovuto affrontare anni e anni di spasmodici sforzi per avere un’esperienza e un titolo da guida alpina rischia di trovarsi in bilico tra l’ammirazione sconfinata e il ridicolo della situazione. Perché parlo di ridicolo? Perché è evidente a uno spettatore attento che la guida è costretta a giocare in un altro campo, proprio come il concorrente che da cantante, o da attore o da calciatore, si trova su terreno per nulla conosciuto. Anche la guida alpina quindi se la deve giocare, per continuare a essere credibile. E non tutti ci riescono sempre…

E’ un gioco. L’alpinismo resisterà anche a questo.

Caterina Balivo e Simone Moro
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Self-control
Ho assistito alla prima puntata di Monte Bianco imponendomi d’essere oggettivamente aperto, senza prevenzioni, senza saccenti storcimenti di naso.

Non ho fatto miei alcuni giudizi che ho letto allorché giravano i primi trailer:

Il trailer… fa veramente cagare. Un danno all’immagine della Montagna come luogo di svago e avventura consapevole e alla gente comune che la pratica o che vuole avvicinarsi. TV SPAZZATURA! (Andrea Savonitto)”;

oppure: “Tecnicamente è stranamente accettabile (non deve averlo fatto un regista o montatore Rai…), ma devo dire che finora ero stato neutrale e superficiale, ma così… beh, una roba vomitevole. Passo dalla parte dei critici a dismisura e a questo punto la prima guida alpina che mi dice che è promozione della montagna le sputo in un occhio (Fabio Palma)”.

Mi sono imparato diligentemente i nomi dei concorrenti che, all’inizio definiti celebrities, sono promossi dall’entusiasta conduttrice Caterina Balivo Alpinisti; la prima fitta dolorifica alla mia sensibilità l’ho ricevuta sentendo affermare che Simone Moro è “il più forte alpinista del Mondo”. Odio queste battute, mi irritano. E’ ovvio che Moro sia nella assai ristretta cerchia dei migliori al mondo, ma per favore non andiamo oltre, neppure per scherzo. Si dirà: è una battuta. E’ vero, ma le battute, in questo genere di spettacoli, sono tutto. Infatti sono ciò che rimane.

L’esposizione poi delle regole delle varie giornate che costituivano la prima puntata mi ha richiesto ulteriore sforzo di accettazione.

La prova “vertigine” consisteva nell’essere calati dalla propria guida giù da una parete di una settantina di metri, con tratti nel vuoto. Il ridicolo di questa manovra, ineccepibilmente condotta dalle guide, era il famigerato tempo con il quale si misurava la velocità di esecuzione delle singole cordate. Ci vuole poco a capire che, al di là delle prime comprensibili esitazioni di chi sta per essere calato per la prima volta nell’abisso, la velocità della manovra era soprattutto determinata da quanto velocemente la guida lasciasse scorrere la corda. E in effetti la prova è stata vinta dalla cordata gialla. Anna Torretta calava il campione di karatè Stefano Maniscalco a una velocità tale che si vedeva a occhio nudo che si stavano aggiudicando la prova. Ma in realtà questo esercizio è servito solo a determinare, misurando il tempo in cui il concorrente si decideva a dare fiducia, la cordata più “lenta, quella verde della cantante Arisa con la guida Matteo Calcamuggi. Fiducia non si accorda con velocità, peccato questa abbia fagocitato nello spettacolo la descrizione dell’esperienza di fiducia, che di solito richiede i suoi tempi. Comunque la scena di Arisa che esita, piagnucola e si dimena sull’orlo dell’abisso, esitando a ordinare a Matteo di lasciarla scendere è una delle meglio riuscite. La paura è tale e quale quella che ho visto in centinaia di persone che ho calato per la prima volta: e Arisa ha il dono d’essere simpatica, come quando dice che lei “non si fida di nessuno” o come al risveglio in tenda (ore 6.00) quando fruga nel borsino alla ricerca del fard e mormora: “Metti che incontro lo stambecco della mia vita!”.

Dayane Mello
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Qualunque pretesa di oggettiva sportività è fugata dalla consegna pomeridiana di una gavetta alla cordata vincente: sapranno solo la mattina dopo la penalità che la cordata vincente leggerà aprendo la gavetta. Stefano Maniscalco il mattino dopo darà la penalità a chi vorrà lui. Lo vedremo molto imbarazzato, uno sportivo come lui, a consegnare una penalità per nulla sportiva al calciatore Gianluca Zambrotta. Per nulla imbarazzata, anzi molto sicura di sé, è la brasiliana Dayane Mello che ci delizia in prolungati lavaggi in mutandina nelle gelide acque del torrente della Val Ferret.

Lo spettacolo si dipana alternando brevi interviste e altrettanto brevi scenette con battuta. Sentiamo il giornalista Filippo Facci (cordata nera con Andrea Perrod) dire: “Non sono venuto qui a fare nodi… non me ne frega niente”. E infatti è l’ultimo di sette a realizzare il nodo a otto, una prova obbligatoria. Facci sembra molto sicuro di sé quando afferma: “Sono venuto qui per salire in cima al Monte Bianco: altro non mi interessa!”. Altri, nelle presentazioni, sono meno risoluti ma più intelligenti: per esempio, Jane Alexander afferma d’essere una persona un po’ insicura in certe cose, dunque quella è la sua motivazione, ritrovare sicurezza; oppure Enzo Salvi, che paragona il suo essere lì come a una curiosità per i mondi di Heidi che ti sorridono.

Quando Dayane (cordata viola con il semi-rasta Stefano De Giorgis) riesce a vincere la prova velocità su placca la sentiamo dire che “vincere sulla montagna è magico”. Ma con quella bocca può dire quello che vuole…

Le tre prove di scalata parallela che seguono evidenziano, a mio parere, che l’itinerario di destra era leggermente più facile di quello a sinistra: la prova è che i concorrenti vincenti sono tutti e tre a destra, mentre le musiche qui sono alzate di volume nel tentativo di creare suspense emotivo!

Ma ancora mi ostino a trovare parametri sportivi in qualcosa che ne è estraneo! Come quando i tre perdenti si ritrovano sulla prova boulder, anche questa cronometrata, ma su itinerari diversi!

Insomma, alla fine, a rischio eliminazione si ritrovano Arisa e Matteo. La brasiliana sentenzia che assieme a loro, il giorno dopo a contendersi il non essere eliminati, sarà la cordata blu, Enzo Salvi con Alberto Miele.

I quattro dovranno scalare la vetta delle Pyramides Calcaires, ci sono interviste a Salvi e Arisa. Quest’ultima dice, assai credibilmente, che se anche sarà eliminata, i ricordi di questi due giorni “se la batteranno” nella classifica delle prove della sua vita.

La cordata eliminata: Arisa (Rosalba Pippa) con Matteo Calcamuggi
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La presenza di Simone Moro, un misto di regista del gioco e sovrintendente tecnico, è basilare. Finalmente gli sentiamo dire: “In montagna non è che per forza dobbiamo andare a cronometro, l’abbiamo fatto qui per la classifica”. E meno male, cominciavo a temere che tutti, dopo questa puntata, fossero autorizzati a intenderlo così… Comunque nelle scene d’azione non ci sono smagliature tecniche, non si vedono gli orrori di altri filmati, cioè cose che non stanno né in cielo né in terra. A parte un caso. Sulle Pyramides Calcaires a un certo punto, e per un attimo, si vede Enzo Salvi muoversi barcollando perché ha i crampi alle gambe mentre la sua guida non lo sta assicurando in quanto sta scendendo un diedro per tornare da lui e massaggiarlo. E’ pur vero che la guida gli dice di non muoversi, ma è altrettanto vero che lo spettatore lo vede muoversi, e male. Un episodio che non doveva verificarsi, una scena diseducativa che doveva essere tagliata.

La parte più bella della puntata è comunque in queste scene della salita alle Pyramides Calcaires: Arisa sta salendo con Calcamuggi e fa fatica, tanta. Qui la ragazza esagera, tratta male la sua guida. Poi dice di saperlo di essere insopportabile, vuole dal suo compagno il suo vero essere: “Tu sei il continuo elogio di te stesso e del tuo lavoro… non posso farcela!”. Oppure: “Ma mandami affanculo… mandami a cagare… così so chi sei, so che sei vero!”.

Dopo qualche scena della loro breve discesa, assistiamo al ricongiungimento con il resto della squadra tramite uno smaccato trasporto in elicottero. E veniamo a sapere che Arisa e Matteo sono eliminati. Lacrimuccia finale.

Caterina Balivo
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Basta così
Insomma, di montagna poca. Avremo altre quattro puntate, dove di certo se ne vedrà un po’ di più. Ma le lascio a chi piace questo spettacolo, a chi vuole sapere chi vincerà. Vi prometto che il Gogna Blog non se ne occuperà più.

Monte Bianco si presenta come un innocuo gioco ma rischia di ridurre l’alpinismo a una goliardata senza motivazione, a un Amici miei senza la bravura di Ugo Tognazzi e soci e senza l’arte di Mario Monicelli. Come se la cultura fosse rappresentata dal nozionismo di Lascia o raddoppia o del Musichiere, come se la canzone davvero popolare fosse quella del Festival di Sanremo. Quando ci piaceva Carosello.

Non è alpinismo, non è avventura. Non è avventura se è una gara! Chiamiamola “spietata esperienza adrenalinica”.

E’ una falsa spinta a conoscere la natura della montagna quella di aggirarsi in elicottero per filmare la fuga di uno stambecco terrorizzato.

E infine: un gioco-spettacolo ha bisogno di finzione, lo si sa. Alfonso Cuarón non è andato nello spazio per filmare Gravity, come Brian De Palma non è andato su Marte con Mission to Mars. Allo stesso modo, chissà quali astuzie e tecniche vengono messe in opera allorché guardiamo altri reality, quello con i pasticceri per esempio. Sono tutti giochi. Un gourmet avrebbe parecchio da ridire. Figuriamoci un astronauta.

Non dimentichiamo però che se qualcuno si entusiasma per la pasticceria nel vedere quel reality, al massimo potrà cucinare dei dolci schifosi illudendosi che sia facile; non scordiamoci che nessuno di noi, pur emozionandosi alla vista di Gravity o Interstellar, non avrà mai occasione di andare nello spazio e di viaggiare nel tempo. Invece gli spettatori di Monte Bianco potrebbero galvanizzarsi a questo genere di sfida e alle scene “mozzafiato” (sempre questa parola!) che la montagna ci regala. E’ alla loro portata. I portatori sani di adrenalina potrebbero conoscere una rapida evoluzione a malattia. E non sono pronti, perché in montagna non hanno mai sudato, non hanno mai pensato a un obiettivo che non fosse il Monte Bianco o l’Everest, le montagne che t’insegnano a scuola. Lo scoprire poi ogni debolezza dei concorrenti, invece di portare a più miti consigli, potrebbe favorire la convinzione che noi… no, noi non abbiamo bisogno della guida. Quei fessacchiotti sì, noi no.

Caterina Balivo
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La questione della morte

A distanza di più di un anno dall’uscita dell’articolo di Pietro Crivellaro Brividi al capolinea (20 luglio 2014), lo stesso giornalista ritorna sull’argomento con un nuovo pezzo, Dispute appese al chiodo, pubblicato sul Sole 24 Ore dell’11 ottobre 2015.

Questo ritorno è anche dovuto al nostro articolo del 4 settembre 2014, Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro), nel quale sostanzialmente contestavamo alcune sue idee:
– il suo esprimere “seri dubbi” sulla liceità di praticare il free solo e soprattutto sulla liceità di filmarlo e venderlo, in quanto il free solo è “una deliberata follia, una danza macabra, un moderno gioco gladiatorio”;
– il giovane Alex Honnold, arrampicatore e alpinista di livello planetario, in quanto campione di free solo è “un vistoso caso clinico e vittima di una dipendenza fenomenale che deve suscitarci più dubbi che ammirazione“.

Alex Honnold in free solo su Separate Reality, Yosemite Valley
QuestioneDellaMorte-b_7209_Alex Honnold

Dispute appese al chiodo è una precisazione a quanto detto un anno prima, ma siccome si aggancia alle nostre contestazioni non possiamo esimerci dal tornare anche noi sull’argomento. E’ il catenaccio dell’articolo a evidenziare il suddetto aggancio: “Nutrire perplessità sul free solo, l’arrampicata più radicale, per alcuni alpinisti è un attacco alla libertà“. Crivellaro inizia lamentando di essere stato attaccato e che alcuni “insorti” lo abbiano anche invitato a dare le dimissioni dal Club Alpino Accademico Italiano, l’associazione che riunisce i migliori alpinisti italici. Secondo questi pareri infatti, chi critica le imprese estreme di altri è come se rinnegasse le proprie, cioè quelle che gli hanno permesso di essere nominato Accademico. Dunque, l’invito a dimettersi.

Ma non è su queste polemiche che vogliamo rispondere a Crivellaro, essendo maggiormente interessati al nocciolo della questione. Di poco conto è anche la sua precisazione, in questo secondo articolo, che il suo mettere sotto accusa Honnold è subordinato al fatto che sia vero che lo stesso Honnold faccia le sue imprese solo per girare i video: quindi Crivellaro sottintende che, in mancanza di questa “verità”, allora anche Honnold potrebbe essere “riabilitato”. Una sottigliezza. Giustamente Crivellaro passa al nocciolo: la questione della morte.

Qui è più convincente. Anzitutto, nella platea di Trento che applaudì Honnold, coglie la domanda non formulata, la strisciante curiosità non detta: “Alex, come la metti con la morte? Ti rendi conto che è pericoloso, MOLTO pericoloso?”. In un secondo tempo cita lo psicanalista Cesare Musatti, che definì l’alpinismo “un gioco con la morte”. Infine racconta di come l’Accademico Andrea Mellano e il giornalista sportivo Emanuele Cassarà ebbero a metà anni ’80 l’idea di organizzare le prime gare di arrampicata. Crivellaro definisce l’arrampicata sportiva, così originata e benedetta, una “piccola rivoluzione di civiltà”, perché basata filosoficamente su un movimento culturale contro “il gioco con la morte”. Al contrario del free solo, la “forma di arrampicata più estrema partorita dalla nostra società dello spettacolo, anzi del selfie”, che secondo Crivellaro riporta al “fondamentalismo” di Paul Preuss, che morì giovane in una solitaria. Un Preuss che Crivellaro mette a confronto con Tita Piaz, che diceva “meglio un chiodo in più che una vita in meno”.

Considerazioni
La questione della morte è il nodo con il quale qualunque individuo nella sua vita, si spera molto prima dell’inevitabile e concreto incontro finale, DEVE aver a che fare, allo scopo di crescere e di formarsi proprio come individuo. Un definitivo distacco dal cordone ombelicale. Con la morte hanno avuto a che fare sia Crivellaro che Musatti, sia Piaz che Preuss. Si sono trovati di fronte ad essa, l’hanno contemplata una o più volte. Le riflessioni sulla propria morte possono avere diversi esiti: quelli positivi comportano la crescita dell’individuo; quelli negativi possono incrementare l’attrazione inconscia verso la morte. Non è un gioco, è parte della vita di chiunque. E ognuno deve darsi le proprie regole senza seguire quelle di altri.

Dobbiamo dire bravo a Musatti, perché giocando con la follia altrui è riuscito a non farsi contaminare più di tanto e a essere utile al prossimo; dobbiamo dire bravo a Preuss perché ha fatto la sua scelta e ha celebrato un esempio; dobbiamo dire bravo all’irruento e sanguigno Piaz che è riuscito a non morire in montagna. Dobbiamo dire grazie a Crivellaro, che ci pone serenamente questi quesiti dopo una carriera alpinistica lodevole e quindi, per definizione, non scevra da rischi.

Eugen Guido Lammer non era di idee sportive: era un fanatico dell’esperienza intima, romantica, un uomo che non aveva paura della morte e che certamente non si tratteneva dal dirlo. Lammer morì nel suo letto, al contrario di tanti altri che mai hanno fatto free solo ma che purtroppo sono morti in montagna. Gianni Calcagno non ha mai fatto una solitaria in vita sua e rifuggiva dall’idea; Renato Casarotto nelle sue solitarie si auto-assicurava scrupolosamente. Potrei fare decine di esempi che contraddicono la facile contrapposizione Preuss-Piaz.

Sono felice quando in una platea la domanda sulla morte aleggia senza essere espressa. In quel modo c’è più probabilità che ciascuno cerchi dentro di sé e trovi la sua risposta. Non deve essere Honnold a farlo. Non deve essere Crivellaro a pretenderlo, pensando che Honnold sia un sempliciotto sedotto dal mito del selfie.

Quanto all’arrampicata sportiva, santificata da Crivellaro perché “piccola rivoluzione di civiltà”, non mescoliamola, non paragoniamola, non accostiamola all’alpinismo. Se ci piacciono il movimento atletico e l’intelligenza motoria che l’arrampicata sportiva implica, pratichiamola senza contrapporla alla pretesa ideologia di morte insita nell’alpinismo. Gli alpinisti, inguaribili, cercheranno la propria vita finché avranno respiro, anche se questa ricerca li metterà prima o poi a contatto con la morte. La ricerca della vita vale il dialogo con la morte: questa è la vera rivoluzione individuale.