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La storia del Cervino – parte 5

Storia del Cervino – parte 5 (5-6)

Il 14 luglio 1965, 100 anni dopo Whymper, la prima donna scala la parete nord: Yvette Vaucher, con il marito Michel e Othmar Kronig. È da notare che il 25 luglio 1963 Nadja Fajdiga, con Ante Mahkota aveva dovuto ritirarsi sulla cresta dell’Hörnli in corrispondenza della spalla.

Dall’11 al 13 agosto 1965 Annibale Zucchi e Giuseppe Lafranconi vinco­no la parete sud-est del Picco Muzio. Anche per colpa dei primi salitori non si sa molto su questa via, che deve essere però assai pericolosa nel canalone iniziale.

Annibale Zucchi sulla via dei Ragni al Picco Muzio
Annibale Zucchi e Giuseppe Lafranconi aprirono la via dei Ragni al Picco Muzio. La via, aperta dall'11 al 13 agosto 1965 dai due lecchesi, è uno splendido esempio di intuizione in grande anticipo sui tempi: trovare un itinerario estremo su roccia su una montagna simbolo come il Cervino. L'esempio fu poi seguito da Alessandro Gogna e Leo Cerruti sul Naso di Zmutt e da Hervé Barmasse e Patrick Poletto sullo Scudo del Cervino. Archivio Giuseppe Lafranconi, Livigno.

La parete nord-nord-ovest è sempre rimasta dimenticata per due ragioni: 1) l’assoluta verticalità interrotta solo da strapiombi, fuo­ri dalla portata dei tempi fino ad almeno il 1958 (Hasse-Brandler, Cima Grande di Lavaredo); 2) la parete non si vede da alcun centro abitato. Dopo la conquista delle più strapiombanti pareti dolomitiche, delle più verticali pareti ghiacciate (parete nord dei Droites, ecc.), delle ultime pareti granitiche del Monte Bianco (Blatières, Fou, ecc.) occorreva «qualcosa» che riassumesse tutto. Questo qualcosa poteva essere la parete del Naso di Zmutt, cioè la Nord-nord-ovest del Cervino. 1200 metri di altezza. I primi 400 di misto a 70°, 700 metri di roccia verticale e strapiombante, gli ultimi 100 facili, sulla cresta.

Nell’agosto 1968 Gianni Calcagno ed io saliamo alla base della parete verticale. Alla fine del 3° giorno, dopo una persistente bufera scappiamo sulla cresta di Zmutt. Nell’ottobre 1968 un poco serio e molto pubblicitario ten­tativo di Mirko Minuzzo, Enrico Mauro, Livio Patrile e Rolando Albertini. In 12 giorni superano solo 350 metri. 14 luglio 1969. Ritento, con Leo Cerruti. Alla sera del quarto giorno siamo in vetta. Un’arrampicata meravigliosa, dif­ficile e completa. Paragonabile alla Hasse-Brandler della Grande di Lavaredo, detratti ovviamente la quota, il misto iniziale, l’isolamento. Niente chiodi a pressione né corde fisse. Indubbiamente la mia «prima» più impegnativa. Venne usata la tecnica allora più nuova: i cordini con i nodi incastrati nelle fessure, due rurp consecutivi, bong delle dimensioni più grandi.

Il 14 luglio 1970 è la volta del pilastro sud est del Picco Muzio, af­frontato da Guido Machetto, Gianni Calcagno, Leo Cerruti e Carmelo Di Pietro. La via è di interesse tecnico, perché of­fre un’arrampicata sicura su roccia solida con elevate dif­ficoltà. I quattro bivaccano in vetta e per una bufera non proseguono sulla Furggen. Discesa a corde doppie lungo l’i­tinerario di salita. Pilier dei Fiori è il nome dato alla via.

Innocenzo Menabreaz e Oreste Squinobal
Cervino5-Innocenzo Menabreaz e Oreste Squinobal

Anche la parete sud del Cervino ha avuto la sua prima inver­nale. Su di essa si svolse una corsa che se non ebbe l’interesse della parete nord e neppure quei retroscena giorna­listici, ebbe invece una indubbia attrazione spettacolare. Ci mancava solo che i protagonisti si prendessero a colpi di piccozza. Il 19 dicembre 1971 Gianni e Antonio Rusconi con Giuliano Tessari stanno attrezzando la prima parte di parete. Arrivano il 20 Arturo e Oreste Squinobal con Giuseppe Cheney e Rolando Albertini (tutti e quattro guide). Nessuna alleanza. Il 21 discesa generale, per cattivo tempo. Il 22, i due Squinobal, Cheney e Albertini riprovano, segui­ti a presso da Ettore Bich, Jean Hérin ed Innocenzo Menabreaz (tutti e tre guide). Essi bivaccano 80 metri sotto ai primi. Il 23, raggiunta la cengia sotto la testa, Albertini e Cheney rinunciano alla competizione ed escono sulla Enjambée. A 70 metri dalla cima i tre dietro si accorgono di essere più lenti dei due Squinobal: Hérin si slega, scende da solo fino alla cengia. Bich e Menabreaz continuano e tre minuti dopo che il primo degli Squinobal è arrivato in vet­ta, Bich arriva a sua volta. Ordine d’arrivo: 1° Squinobal, 2° Bich, 3° Squinobal, 4° Menabreaz. Mai si era verificata una cosa simile: e nessuna di queste persone aveva ideato per prima la salita invernale della Sud. Infatti già nel marzo 1970 Gianni Calcagno e Leo Cerruti erano arrivati a 200 metri dalla cengia sotto la testa e si erano ritirati per cattivo tempo.

Dall’11 al 13 agosto 1972 i cecoslovacchi Zdislav Drlik, Leos Horka, Bohumil Kadlcik and Vaclav Prokes aprono una nuova via sulla pa­rete nord (via Cecoslovacca di Destra); indubbiamente di difficoltà non superiori alla via Bonatti. L’originalità di questa via è pressoché nulla. Tra l’altro gli ultimi 400 metri forzatamente in comune alla Schmid.

Già nel febbraio 1973 René Mayor, Raymond Joris, Robert Allenbach, Edgar Oberson, Jean e Daniel Troillet tentarono due volte l’invernale del Naso di Zmutt. Finalmente lo stesso Oberson, con Thomas Gros, riuscì nel suo intento, dal 21 al 28 febbraio 1974, con l’uso di molte corde fisse. Peccato che l’impresa fu appannata dal recupero in vetta, tramite elicottero, dei due esausti protagonisti!

Dal 14 al 16 febbraio 1977 il giapponese Tsuneo Hasegawa sale da solo e d’inverno la via Schmid.

Marco Barmasse
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Dal 10 al 12 gennaio 1978 una cordata di forti guide valdostane ha finalmente ragione della parete ovest d’inverno: Arturo e Oreste Squinobal, Rolando Albertini, Augusto Tamone, Marco Barmasse, Innocenzo «Nio» Menabreaz e Leo Pession giungono in vetta nell’infuriare della bufera. Purtroppo nella discesa un ancoraggio cede. Albertini precipita e muore, mentre Barmasse rimane ferito a una gamba. È l’inizio di un’odissea che si concluderà dopo quattro giorni con il recupero con l’elicottero dei sopravvissuti che nel frattempo avevano raggiunto la Capanna Carrel. Già tre anni prima, nel 1975, Marco Barmasse e Giovanni Hérin avevano tentato l’invernale della Ottin-Daguin: ingannati dal tracciato decisamente rettilineo pubblicato da Mario Fantin nel suo libro sul Centenario del Cervino, i due si erano impegnati per due giorni su una linea difficilissima, senza peraltro neppure arrivare al grande risalto verticale e strapiombante che caratterizza la metà parete. Le sette forti guide tre anni dopo, evitando quella variante e seguendo un itinerario più logico arrivano al risalto e qui trovano opportuno aprire una notevole variante a sinistra del passaggio che sia la cordata di Carrel sia quella di Ottin avevano superato.

Arturo Squinobal
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Dal 7 al 10 marzo 1978 le polacche Wanda Rutkievicz, Irena Kesa, Anna Czerwinska e Krystyna Palmowska salgono in invernale e cordata femminile la via Schmid alla Nord.

Dal 29 luglio all’1 agosto 1981 Michel Piola e Pierre-Alain Steiner vinsero il Naso di Zmutt per una via Diretta. Sia pur con molta moderazione, i due alpinisti svizzeri, che tante altre vie avevano aperto in quel modo, aprirono l’era degli spit anche sul Cervino. E, un po’ dopo, dal 26 al 31 dicembre 1982, ecco Daniel Anker e Thomas Wuschner risalire lo stesso itinerario in prima invernale. Ma, nel frattempo, il 12 e 13 luglio 1982 il fortissimo André Georges aveva salito il Naso di Zmutt (via Gogna-Cerruti) in prima solitaria. Ed era destino che ancora per un po’ questa via non dovesse avere semplici ripetizioni: infatti la quarta salita fu di Jean-Marc Boivin e ancora André Georges che, il 17 e 18 luglio 1986, la concatenarono in 24 ore con la cresta nord-nord-ovest della Dent Blanche!

Michal Pitelka (a destra) qui con Thomas Ulrich)
Cervino5-Thomas Ulrich e Michal Pitelka
Dal 21 febbraio al 1 marzo 1983 i cecoslovacchi Michal Pitelka, Jiří Smíd e Josef Rybička affrontano la parete nord, con l’intenzione di superare direttamente quel grande risalto che spicca nel settore sinistro della parete, unico tratto davvero verticale della Nord con uscita sulla Spalla. Un capolavoro passato in secondo piano ingiustamente, la via Cecoslovacca di Sinistra è stata ripetuta (nella parte più difficile) da Jasper e Schaeli nel 2011.

Pochi giorni dopo la fantasiosa guida di Valtournenche Marco Barmasse, assieme a Leo Pession, Luigi Pession e Gianni Gorret, s’inventa la bellissima prima invernale della via Deffeyes alla parete sud, in giornata (10 marzo 1983).

Francek Knez
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Ora è la volta di un’altra grande impresa passata nel dimenticatoio, ma che prima o poi verrà rivalutata come tutti i grandi capolavori. Il 15 e 16 giugno 1983, gli sloveni Francek Knez, Tone Galuh e Jaka Tucic affrontano la parete sud sulle rocce del Picco Muzio, a sinistra della Via dei Fiori, con l’intenzione di superare poi il grande risalto a strapiombi che sottosta all’obliquo della via Piacenza. Dal racconto di Knez, notoriamente modesto e contenuto nel giudicare i propri successi, traspare che i tre si sono trovati in grande difficoltà, nella nebbia, poi nel brutto tempo. Raggiunta la Spalla di Furggen, continuano a sinistra della via diretta (Carrel-Chiara-Perino) ma s’imbattono presto nella variante Bonatti. E qui decidono di scendere, percorrendo poi la cengia Mummery fino alla cresta dell’Hörnli e continuando in discesa per questa, rinunciando alla vetta. Ma quanto hanno fatto probabilmente basta già per parlare di grande impresa anche se un po’ offuscata dall’incompletezza. Trije musketirji (I tre moschettieri) è il nome di quest’itinerario tutto da riscoprire.

Nel settembre 1983 il francese Jacques Sangnier, non nuovo a questo genere di imprese, sale in quattro giorni e in solitaria la via Ottin della parete ovest. Pochi giorni dopo, il 28 settembre, Marco Barmasse e Vittorio De Tuoni fanno la prima ascensione del lungo crestone sud-ovest del Picco Muzio. Raggiunta la sommità del Pilier dei Fiori, proseguono fino alla vetta del Picco Muzio, nell’ultimo tratto congiungendosi con la via dei Ragni. Per maggiori informazioni sulla ragnatela di vie del Picco Muzio vedi il post apposito. Nel frattempo, approfittando del bel tempo stabile, il 29 settembre Renato Casarotto e Gian Carlo Grassi riescono nella prima ascensione della verticale muraglia della parete sud del Pic Tyndall. Nei pressi si svolgerà anche la prima ascensione della parete sud-est (sullo stesso Pic Tyndall), 4 ottobre 1983, Giovanna De Tuoni con Marco Barmasse e Walter Cazzanelli.

Lo stesso Barmasse, con Walter Cazzanelli e Augusto Tamone, il 17 marzo 1984 ripete (in prima invernale) la via Casarotto-Grassi. Ancora Marco Barmasse ha l’idea di realizzare (11 settembre 1985) il concatenamento in 1a solitaria, 15 ore, di tutte le creste del Cervino: ascensione della cresta di Furggen (1a solitaria lungo gli “strapiombi”), discesa cresta dell’Hörnli, ascensione cresta di Zmutt e discesa cresta del Leone.

Yvan Ghirardini
Cervino5-Ivano Ghirardini -1980

Dopo il magnifico exploit del francese Yvan Ghirardini, che nell’inverno 1977-1978 aveva concatenato da solo (senza alcun aiuto esterno) la Nord del Cervino (via Schmid, 21 dicembre 1977), la Nord delle Grandes Jorasses (sperone Croz, 7-9 gennaio 1978) e la Nord dell’Eiger (via Heckmair, 7-11 marzo 1978), l’esempio viene ripreso qualche anno dopo dai più forti campioni del momento. Il 25 luglio 1985 il francese Christophe Profit effettua in meno di 24 ore il concatenamento estivo (con uso di elicottero e grande diffusione mediatica) delle pareti nord di Grandes Jorasses, Eiger e Cervino. Lo sloveno Tomo Česen lo imita e lo supera dal 6 al 12 marzo 1986 con il concatenamento invernale delle stesse pareti. Il che provoca la reazione di Profit che, il 12 e 13 marzo 1987, fa lo stesso concatenamento in 41 ore.

E in tema di grandi velocità, compare il primo record della salita al Cervino: il 10 agosto 1990, Valerio Bertoglio sale alla vetta del Cervino di corsa (da Cervinia a Cervinia in 4 ore e 16 minuti, per la cresta del Leone).

(continua)

Valerio Bertoglio
Cervino5-Valerio-Bertoglio

 

 

 

 

 

 

 

 

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La storia del Cervino – parte 3

La storia del Cervino – parte 3 (3-6)

Enzo Benedetti e Amilcare Cretier ebbe­ro quasi contemporaneamente l’idea di salire la parete sud; es­sa è pericolosa, ma solcata da profondi canali, per cui, se ci si tiene sugli speroni, si possono evitare le scariche di sassi meglio che sulla parete nord. Il 9 agosto 1931 Cretier sale da solo fino a 4000 m c. Il 15 ottobre 1931 Enzo Benedetti, con Luigi Carrel detto «Carrellino» e Maurizio Bich salgono brillantemente la parete, con un itinerario abbastanza diretto e molto logico. A tutt’oggi, se si esclude la salita invernale, questo itine­rario ha solo due ripetizioni: verrà il giorno della rivalutazione di questo splen­dido itinerario. I primi salitori usarono solo 5 chiodi, ma le difficoltà nella fascia di rocce sottostante la Testa del Cervino e nel camino che solca que­st’ultima sono costantemente sul IV grado: e arrampicavano con scarponi ferrati!

La parete est del Cervino
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L’uniformità della parete est è causa di massima perico­losità. Difatti fu l’ultima parete ad essere affrontata e vin­ta. Per i primi 900 metri si sale di notte su pendii nevosi non ripidissimi, ma solcati da innumerevoli «rigole». La Testa si drizza per gli ultimi 300 metri, con una friabile parete verticale. L’impresa riesce a Luigi Carrel (Carrellino), colui che si avviava a diventare la più grande guida del Cervino: il 18 e 19 settembre 1932 conduce in vetta i due milanesi Enzo Benedetti e Giuseppe Mazzotti, con l’aiuto di altre tre guide: Maurizio Bich, Luciano Carrel e Antonio Gaspard. L’ultima par­te dell’itinerario presenta difficoltà continue di IV e V gra­do più impegnative di qualsiasi altro itinerario sulla montagna.

Dopo la prima, la prima invernale e la prima solitaria, ecco che qualcuno pensa alla prima solitaria invernale: Giusto Gervasutti. L’impresa gli riesce, perfetta, in 3 giorni: dal 23 aI 25 dicembre 1936. Conseguenza logica di 71 anni di alpinismo sulla cresta del Leone.

A ciò poté succedere solo l’invernale notturna (15 e 16 febbraio 1949) di Achille Compagnoni e Modesto Patrolini! A quando la solita­ria, invernale, notturna, come fece Cesare Maestri sullo spi­golo nord del Crozzon di Brenta?

La parete sud del Cervino
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Un’altra stranezza fu, il 25 settembre 1941, il circuito totale della Testa del Cervino: Alberto Deffeyes, Luigi Carrel, Pietro Maquignaz, con partenza dalla cresta dell’Hörnli. Il 13 agosto 1942 Elvira Gianotti, con Luigi Carrel e Giulio Bich, sale la cresta De Amicis, prima femminile. L’11 settembre 1942 Alberto Deffeyes e il solito Luigi Carrel salgono sulla parete sud fino al Pic Tyndall, per un nuovo itinerario: un lungo sperone che dall’Enjambée scende fino alle morene, parallelo alla Cresta De Amicis, ma meno rilevato. Poco valo­re logico, roccia cattiva, mai nessuna ripetizione. 43 chiodi piantò Luigi Carrel il 23 settembre 1942 con la guida Giacomo Chiara e il cliente Alfredo Perino, per il su­peramento diretto degli strapiombi di Furggen. Una variante, ma ancora una volta è Luigi Carrel a far progredire il livel­lo tecnico sul Cervino. Mentre le scariche di sassi destano molte perplessità in Giacomo Chiara che temeva il peg­gio, «cosa ti preoccupi!» gli urla Carrel «perché i sassi do­vrebbero piombarci addosso quando hanno tanto posto da passarci a fianco?». Il 20 agosto 1944 Loulou Boulaz, con Pierre Bonant, compie per la via Piacenza la prima femminile di Furggen e nel 1947 Anna Pelissier con Camillo e Arturo Pelissier la prima femminile della diretta di Luigi Carrel.

Luigi Carrellino Carrel
Cervino3-Verres_da pannelli con fotovarie_DSC2051

Rimane il problema di una via diretta alla parete ovest. La via Imseng non soddisfa le moderne esigenze di dirittura e così il 24 e 25 luglio 1931 Amilcare Cretier e Leonardo Pession provarono: seguirono il canalone Penhall, poi deviarono a destra con un’epica traversata sotto la bufera fino alla cre­sta del Leone, raggiunta circa a q. 3750 m. Il 20 agosto 1947 Luigi Carrel e Carlo Taddei attaccano il canalone Penhall, seguono per un tratto la via Cretier, poi proseguono diretti usando qualche chiodo. La parete è pericolosissima per le scariche. Dopo 90 ore di parete escono all’Enjambée, il 22 agosto. Ancora manca una diretta al­la parete ovest. Non è assolutamente consigliabile una ripeti­zione di questa via, di importanza solo storica. Il 25 marzo 1948 la Cresta di Zmutt è percorsa in inverno da Henri M. Masson ed Edmund Petrig.

Amilcare Cretier
Ritratto di Amilcare Crétier (1909-1933). Il grande alpinista valdostano di Verrès fu il primo a tentare la parete sud del Cervino (da solo), in seguito riuscì a compiere una parziale salita della parete ovest (con Leonardo Pession), tra il 24 e 25 agosto 1931, uscendo sulla cresta del Leone all'altezza della Gran Torre. Ma la sua più grande e ultima impresa sul Cervino è quella realizzata con Basilio Ollietti e Antoine Gaspard (7-8 luglio 1933): la prima integrale della cresta De Amicis, con uscita diretta sul Pic Tyndall.  I tre purtroppo precipitano per cause sconosciute durante la discresa. ARCHIVIO IN ROSSO. Ritratto di Amilcare Crétier (1909-1933). Il grande alpinista valdostano di Verrès fu il primo a tentare la parete sud del Cervino (da solo), in seguito riuscì a compiere una parziale salita della parete ovest (con Leonardo Pession), tra il 24 e 25 agosto 1931, uscendo sulla cresta del Leone all'altezza della Gran Torre. Ma la sua più grande e ultima impresa sul Cervino è quella realizzata con Basilio Ollietti e Antoine Gaspard (7-8 luglio 1933): la prima integrale della cresta De Amicis, con uscita diretta sul Pic Tyndall.  I tre purtroppo precipitano per cause sconosciute durante la discresa. ARCHIVIO IN ROSSO.

Nel 1905 Ettore Canzio, Giuseppe e Giovan Battista Gugliermina, Giuseppe Lampugnani volevano aprire la prima via senza guide sul Cervino. La scelta cadde sul crestone (interamente in territo­rio italiano) che dalla vetta del Pic Tyndall scende a sud ver­so le morene. Sulla prima spalla (q. 3558) si fermò il loro ten­tativo. Il 10 e 11 agosto 1906 altri due alpinisti, Ugo De Amicis e Arrigo Frusta tentarono: superarono anche la seconda spalla (q. 3991) e giunti sotto la testa del Pic Tyndall non proseguirono diret­tamente e tagliarono a sinistra sulla Cravate fino alla Cre­sta del Leone. Impresa che pochi giorni dopo, il 26 e 27 agosto 1906 fu ripetuta con prosecuzione, raggiunta con la Cravate la Cre­sta del Leone, fino alla vetta del Pic Tyndall e Cervino. Occorre attendere il 7 e 8 luglio 1933 per avere la salita integrale al Pic Tyndall: fu l’ultima impresa di Amilcare Cretier. Con lui erano Basilio Ollietti e Antonio Gaspard. Dopo aver raggiun­to la vetta del Pic Tyndall caddero infatti durante la discesa per la cresta del Leone. Fu il primo itinerario «senza guide» e perciò merita una sua im­portanza. È indubbiamente più sicuro della salita normale ita­liana, perché si svolge su uno sperone anche nella prima parte, evitando quindi il canalone della via solita. Chi volesse sali­re il Cervino per un itinerario più sicuro, possedendone le ca­pacità, potrebbe scegliere questa via di salita, che del resto è abbastanza ripetuta. Solamente l’ultimo tratto, sopra la Cravate, è effettivamente difficile e molti preferiscono deviare per la Cravate.

(continua)

Giuseppe Bepi Mazzotti
Giuseppe Bepi Mazzotti

 

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La storia del Cervino – parte 2

La storia del Cervino – parte 2 (2-6)

La parete est (in ombra) e la parete nord del Cervino
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John Tyndall, uno dei pionieri della conquista del Cervino, racconta (Hours of exercise in the Alps, 1871) che nel luglio del 1865 si trovava a Gadmen con l’amico Hirst quando fu avvicinato da una guida che gli chiese se conosceva il professor Tyndall. «Si è ammazzato, signore», disse l’uomo, «si è ammazzato sul Matterhorn». Tyndall ascoltò molto attentamente i particolari della sua stessa fine ma concluse che qualcosa di veramente catastrofico doveva comunque essere successo. Presto la notizia della morte di quattro dei compagni di Whymper si fece più precisa e Tyndall decise di andare a Zermatt per cercare di recuperare l’unica salma che ancora non era stata ritrovata, quella di lord Francis Douglas. Tyndall era rimasto impressionato dalla rapidità con la quale gli operai che lavoravano alla strada tra St-Nicholas e Zermatt foravano il granito per sistemarvi l’esplosivo. Buchi di 30 cm in meno di un’ora. Così convinse uno di questi ad assisterlo: lo mandò a Ginevra ad acquistare 900 metri di corda. Il materiale arrivò puntualmente a Zermatt a dorso di mulo. L’idea di Tyndall era di salire sulla montagna con una guida e l’operaio suddetto, giungere al punto esatto in cui si era verificato l’incidente e da lì, con martelli e punte d’acciaio, scendere lungo la linea di caduta con una linea di corda fissa per tentare di trovare il cadavere di lord Douglas. Ma il progetto non ebbe attuazione, causa il persistente brutto tempo che imperversò per due o tre settimane. Fu probabilmente, anche se solo in teoria, la prima operazione di vero e proprio soccorso alpino.

Albert Frederick Mummery
Ritratto autografato di Albert Frederick Mummery, inglese di Dover (1855-1895). Mummery fu tra i più grandi alpinisti dell'Ottocento: effettuò storiche salite sia con la fedele guida Alexander Burgener sia senza guide. Sul Cervino i due, assieme a Johann Petrus e Augustin Gentinetta, salirono per primi la cresta di Zmutt (2-3 settembre 1879).  Mummery fu tra i primi a pensare che il futuro dell'alpinismo fosse in Himalaya, dove morì tentando la salita del Nanga Parbat. ARCHIVIO IN ROSSOLa Cervinomanie, come aveva previsto l’abate Amé Gorret, era ormai esplosa. Il fisico irlandese John Tyndall chiuse la sua partita con il Cervino con una bella affermazione: la traver­sata Leone-Hörnli il 27 luglio 1868 accompagnato dalle guide Jean-Joseph Maquignaz e Jean-Pierre Maquignaz. Il 22 luglio 1871 si registra la prima femminile, per la via dell’Hörnli, da parte di Lucy Walker. Hermann Buhl, il «puro folle» della montagna, dopo la conqui­sta del Nanga Parbat, scrisse nel suo potente libro: «Mummery. È il primo che debbo ragguagliare… Posso ben guardarlo ne­gli occhi, stare in piedi dinanzi a lui mentre gli annunzio: non ho conquistato il Nanga Parbat servendomi dei mezzi tecni­ci moderni, ma assolutamente come Egli intendeva by fair means». Albert Frederick Mummery a 15 anni salì il Cervino, cominciando quindi dove gli altri terminavano; Alexander Burgener, la guida per la quale «il troppo difficile» non esisteva; Ferdinand Imseng, originario del Vallese, contesa guida dagli scalatori in­glesi tra cui William Penhall: sono questi i quattro personaggi del 1879. Il problema era di aprire un nuovo itinerario, sportivo ed esteti­camente valido: secondo il concetto che Mummery avrebbe così ben chiaramente esposto in seguito. Penhall con le guide Imseng e Louis Zurbriggen tentano il 1° settembre 1879, superano la prima parte della cresta di Zmutt fino al secondo dente. Tornano indietro, pen­sando insuperabile il tratto seguente e con l’intenzione di traversare il canalone (che poi fu chiamato Penhall) e salire poi sulla parete ovest. Ma il brutto tempo li respinge. Il 3 settembre ritornano su questo itinerario, mentre Mummery, con le guide Burgener, Johann Petrus e Augustin Gentinetta attaccano la cre­sta. Arriva in vetta per prima quest’ultima cordata, seguita di poco dalla prima. Nello stesso giorno furono così vinte la cre­sta di Zmutt e la parete ovest. Questi itinerari non furono attrezzati in seguito con alcuna corda fissa; per la prima volta forse si era vinto un itinerario senza sovrapposte idee patriottiche o utilitaristiche. Perciò sono da considerare entrambe tra le massime imprese dell’800. Oggi però è in atto una revisione storica dell’itinerario seguito da Penhall e dalle sue guide, quanto meno un’indagine sull’esattezza del disegno e della relazione a firma William Penhall apparsi a suo tempo sull’autorevole Alpine Journal. Non sembra infatti che le difficoltà della sezione di parete corrispondente al tracciato possano essere congrue con quelle affrontabili a quel tempo.

Alexander Burgener
La grande guida Alexander Burgener, di Saas Fee (1845-1910) fu compagno di Albert F. Mummery in tutte le salite che l'inglese effettuò o tentò sul Cervino. Oltre alla conquista della cresta di Zmutt, ricordiamo la prima salita del tetro e ripido canalone nord del Colle del Leone (6 luglio 1880). ARCHIVIO IN ROSSO. La grande guida Alexander Burgener, di Saas Fee (1845-1910) fu compagno di Albert F. Mummery in tutte le salite che l'inglese effettuò o tentò sul Cervino. Oltre alla conquista della cresta di Zmutt, ricordiamo la prima salita del tetro e ripido canalone nord del Colle del Leone (6 luglio 1880). ARCHIVIO IN ROSSO.
Ma dove Mummery e Burgener dovevano veramente compiere qualcosa di sensazionale, fu l’anno dopo. Il 6 luglio 1880 i due salgono l’oscu­ro, ripido, pericolosissimo canale nord del Colle del Leone e scendono poi al Breuil. Quest’impresa, così trascurata, fu l’inizio dell’alpinismo moderno sul Cervino, la ricer­ca della difficoltà pura, non della vetta.

Il 17 e 18 marzo 1882 Vittorio Sella, con le guide Jean-Antoine Carrel, l’antagonista di Whymper, Jean-Baptiste Carrel e Louis Carrel sale per la prima volta il Cervino d’inverno. La salita si svolge sulla cresta del Leone e la discesa sulla cresta dell’Hörnli. Ma l’idea non era sua: l’inglese Thomas Stuart Ken­nedy, nel gennaio 1862, con le guide Peter Hans Perren e Peter Taugwalder senior aveva già tentato la scalata invernale; que­sto tentativo fu importantissimo perché fu il quarto sulle Alpi, do­po la salita allo Strahleggjoch (1832) del bernese Hugi, dopo la salita al Dachstein (Simony, 1847) e dopo quella del Klein Glockner (Francisci, 1853). Come si vede il Cervino signoreggia sulle altre tre imprese. Fu veramente una grande idea e nemmeno troppo utopistica.

Ferdinand Imseng
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Il 27 marzo 1894 Charles Simon con le guide A. Burgener, Aloys e Joseph Pollinger sale la cresta dell’Hörnli d’inverno; nel 1898 il Cervino è vinto da un uomo solo, Wilhelm Paulcke, per la cresta dell’ Hörnli e l’1 settembre 1906 Hans Pfann sale da solo la cresta di Zmutt.

La parete nord del Cervino, tra la cresta dell’Hoernli (a sinistra) e la cresta di Zmutt
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La più diretta e la più difficile delle creste del Cervino, la Furggen, è l’ultima a capitolare. Eppure fu per lungo tempo, come disse René Dittert, «l’oggetto segreto della bramosia dei grandi arrampicatori dell’epoca». Nel 1880 la tentarono Mummery, Burgener e Benedikt Venetz. È il pri­mo insuccesso della formidabile cordata che due anni dopo vincerà il Grépon. Ancora una volta Mummery è il primo a capire che una grande conquista è possibile. Nel 1892 Guido Rey, il poeta, dopo un primo tentativo del 1899, con le guide Antoine ed Amé Maquignaz sale alla «Spalla», da cui Mummery si era ritirato. Sperano di salire il picco terminale con l’aiuto di una corda di 100 metri che Daniel Maquignaz ha fissato nei pressi della vetta. Ma il trucco non serve. Lo strapiombo la fa pen­zolare inutilizzabile nel vuoto. Tre giorni dopo però i tre sal­gono alla vetta per la cresta del Leone, calano scale di corda, scendono lo strapiombo e lo risalgono. Ma questa non è una conquista alpinistica: anche senza codici, le leggi sono indero­gabili. Nel 1905 Geoffrey Wintrop Young e Valentine Ryan, con Franz e Joseph Lochmatter e Joseph Knubel ritentano: c’è da restare perplessi di fronte a questo nuovo scacco della cordata che aveva debellato le più difficili vie delle Alpi Occidentali. Ma il 4 settembre 1911 Mario Piacenza, con Jean-Joseph Carrel e Giu­seppe Gaspard riescono a superare l’ostica cresta, con un’ov­via deviazione a sinistra. Triplici piramidi umane, lanci di corda e chiodi (magari lunghi un piede e pesanti mezzo chilo) avevano maturato i tempi (pur sempre astronomicamente lontani dal moderno artificialismo). Ma ciò che aveva maturato la con­quista della cresta di Furggen fu soprattutto il paziente stu­dio effettuato da Mario Piacenza con ripetute accurate esplo­razioni. Le difficoltà di questa via raggiungono il IV superiore, con una logicità che oggi è dimenticata, travolta dall’uso dei chiodi e dei nut e dalla mentalità del salire diritto. L’aggiramento degli strapiombi di Furggen sulla sinistra, dato il labirinto di rocce in cui fu compiuto, è un vanto ancora mag­giore del successivo (30 anni dopo) superamento diretto. Anche Young commentò questa impresa, con il suo stile pacato e incisivo di sempre: «Che ultimamente, una cordata si sia dav­vero impegnata su questa via dopo aver visto ciò che noi ab­biamo visto, è ancora più sorprendente del fatto che i suoi membri abbiano avuto la fortuna di giungere vivi alla cima». Nel 1929 Fritz Hermann, il 18 e 19 luglio, compie la soli­taria della parete W per la via Imseng. Quest’impresa comun­que non fu più notevole di quella di Pfann del 1906 sulla cre­sta di Zmutt.

I vincitori della parete nord del Cervino, Franz e Toni Schmid
Cervino2-ALPENVEREINARCHIV_SCHMID_NORD1931_00080399_w1923. I viennesi Alfred Horeschovsky e Franz Piekielko tentano arditamente la parete nord del Cervino. Mentre nelle Dolomiti non erano ancora state vinte né la Nord della Furchetta, né la Nord-ovest del Civetta né la Nord del Pelmo, sulle Occidentali già si tentava una parete davvero per quei tempi terrificante. Arrivarono a 500 metri dalla vetta, furono respinti da violen­tissime scariche di sassi, ripiegarono sulla Capanna Solvay (cresta dell’Hörnli). Avevano ormai praticamente superato le più grosse difficoltà, più di metà della parete. Fu un’impresa grandiosa. Il mito delle «tre ultime pareti Nord» delle Alpi ven­ne dopo. Nel 1928, agosto, i vallesani Kaspar Mooser e Victor Imboden compiono un illogicissimo tentativo, in corrispondenza della verticale della vetta, più a destra dei due viennesi. Sal­gono circa 200 metri, bivaccano sotto quella che sarà la «Traversata degli Angeli» di Bonatti, poi respinti dal cattivo tem­po e dalle superiori difficoltà scendono. Il 31 luglio e 1° agosto 1931 Toni e Franz Schmid, di Monaco di Baviera, superano brillantemente la parete. Perché si era creato il «mito» della parete nord? Vi può essere una spiegazione: non sono dell’idea di tirare in campo la competizione, perché non vi fu effettiva competizione. Esteticamente la parete è la più bella del Cervino, che è la più bella monta­gna. Perciò poteva benissimo sostituire il mito della «vetta» del 1865. È stato chiesto: può uno scalatore che ha salito la parete nord desiderare di salire in seguito la vetta del Cervino? Certo che può, ma non sarà mai quel vigoroso desiderio che spinge il più comune dei clienti ad affidarsi ad una gui­da ed affrontare fatiche e paure per lui terribili pur di gua­dagnare la vetta. Nei tardi anni ’20 dunque il mito della vetta era sostituito con quello della parete. Quella stessa evoluzio­ne che già aveva trionfato sulle montagne minori (Dolomiti in testa) aveva finalmente anche nel Cervino un punto fermo: non più la vetta, ma la parete. Le ragioni del ritardo per il Cervino si vedono semplicemente nella superiore bellezza della sua vetta. Si può forse registrare qualche ascensione di australiani o giapponesi sulla cresta di Furggen? No, evidentemente. Ma arrivano invece da tutte le parti del mondo per salire la Matterhorn North Face, proprio come successe per la via normale.

(continua)

La parete nord con il tracciato della via originale dei fratelli Schmid
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La storia del Cervino – parte 1

La storia del Cervino – parte 1 (1-6)

Il primo studio estetico, architettonico e geologico del Cervino fu di John Ruskin che lo definì, in maniera assai lapidaria, «the most noble cliff of Europe». La struttura geologica di questa montagna così varia, così incredibilmente composta di ma­teriali sfasciati tenuti insieme da vene di quarzo durissimo, suggerisce l’idea di perfezione, e quindi di nobiltà. Architettura ed estetica si fondono ed hanno nel Cervino il più fulgido esempio di monte isolato e predominante. Ruskin a­veva ragione, e così hanno ragione tutti gli appassionati che vogliono scalare questa montagna per la quale Edmondo De Amicis scrisse che, parlando del tempo al Breuil, non si diceva «c’è sole o non c’è sole» ma «il Cervino è scoperto o coperto». Il Cervino (Cervin in francese, Matterhorn in tedesco) è alto 4478 m ed è un’enorme piramide a quattro facce, al sommo dei ghiacciai del Furggen, del Matterhorn e del Tiefen. La cresta nord-est o dell’Hörnli, la nord-ovest o di Zmutt, la sud-ovest o del Leone, la sud-est o del Furggen delimitano quattro pareti altissi­me. A trecento metri dalla vetta una cengia circolare, che s’interrompe solo sul versante nord, delimita la cosiddetta «Testa». Spalle del Cervino sono il Pic Tyndall 4241 m sul­la cresta del Leone e la Spalla di Furggen 4200 m. Le pareti est, ovest e nord sono assai regolari, mentre la parete sud è solcata da tre crestoni che da ovest a est sono: la cresta De Amicis (termina sul Pic Tyndall), il crestone Deffeyes (termina suIl’Enjambée, l’intaglio tra Tyndall e «Testa»), e il crestone del Picco Muzio 4191 m, vetta staccata e collegata alla Spalla di Furggen da un’esile cresta non difficile. Infine notevole l’anomalia della parete nord-nord-ovest, incuneata tra lo zoccolo della cresta di Zmutt e la parete nord.

John Ruskin
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Mentre Valtournenche deve il suo nome all’originaria Vallis Tornina o Vallis Torniaca (da un toponimo preromano tor), il nome Cervino nasce da un errore ortografico del grande Horace-Bénédicte de Saussure che visitò la Valtournenche nelle estati del 1789 e del 1792. Il puntiglio e il rigore con i quali De Saussure effettuò i suoi rilievi scientifici al Colle del Teòdulo, durante i tre giorni in cui raccolse campioni di rocce e di fiori, si scontra con la lieve disattenzione dello studioso stesso nel momento in cui, descrivendo la valle nel suo Voyage dans les Alpes, ricorda «la grande e superba cima Mont Cervin che si leva ad altezza enorme ad altezza di obelisco triangolare di roccia viva, che pare lavorato a scalpello». L’immagine è pittorica e aderente alla realtà, ma i pendii boscosi che salivano verso il Colle del Teòdulo si chiamavano in loco Mont Servin e De Saussure trascrisse questo nome con Cervin. La grande diffusione che l’opera monumentale di De Saussure ebbe fece dimenticare il nome originale. Cervin rimase e in seguito, per gli italiani, diventò Cervino. Un’altra curiosità: De Saussure pernottò in una baita ai piedi della grande montagna, nella verde conca del Breil. «Breuil è un casale estivo o un complesso di malghe che dipendono dal villaggio di Valtournenche, sito due leghe più in basso, nella valle dello stesso nome». L’originario Breil, termine celtico per indicare territorio acquitrinoso, era diventato Breuil! E il responsabile era sempre De Saussure. Come se non fosse bastato, nel 1936 Mussolini, nella solita foga di eliminare qualunque riferimento a lingue non italiane, fece diventare Cervinia ciò che da Breil si era tramutato in Breuil.

Per i montanari della metà del secolo XIX il Cervino non offriva né pascoli, né messi, né cristalli ma solo valan­ghe, sassi e morte. Anche il camoscio se n’era andato dalle sue rupi, come la marmotta. Occorreva essere dei perditempo e ricchi fannulloni per voler andare in cima. I forestieri, les anglais, a volte, passando dal Breuil per salire al Passo del Teòdulo, chiedevano alle guide Pession, Hérin, Meynet che li accompagnavano se mai nessuno avesse provato a salire lassù, la più bella montagna delle Alpi. C’era chi, come il canonico Georges Carrel, uomo di cultura e molto ascoltato dai montanari, li spingeva a trovare una strada per salire il Cervino: questo avrebbe portato guadagno a tutti; l’esempio di Chamonix con il Monte Bianco doveva fa­re testo. I più non erano convinti da queste «chiacchiere». Solo i Carrel, Jean-Jacques e Jean-Antoine, bravissimi caccia­tori, contrabbandieri, camminatori instancabili, non disprezzavano quelle idee. L’idea piacque anche al seminarista Amé Gorret, più per l’anticonformismo che ispirava che non per pura scelta alpinistica. Così un mattino dell’estate 1857 i tre si trovarono in vetta alla Testa del Leone. Non proseguirono. Il tentativo, se vogliamo, ebbe assai modesti risultati. Fu un «divertimento». Se l’alpinismo va avanti non solo con vittorie e sconfitte, ma grazie all’evoluzione delle idee e del co­raggio (non ancora dei mezzi), quel tentativo del 1857 fu di incalcolabile importanza. Scrive Gorret: «Da allora l’ascensione del Cervino divenne per noi un’idea fissa… Carrel aveva il Monte Cervino in capo; io ci pensavo di gior­no, me lo sognavo di notte. Per me era diventato un incubo». Questo è alpinismo puro, cioè bramosia di vincere, di supera­re le barriere: la rivalutazione di questi pionieri, Amé Gorret e Jean-Jacques e Jean-Antoine Carrel che per primi «vollero» scalare la montagna.

Il Cervino con la cresta dell’Hoernli, tra la parete est (a sinistra) e la parete nord
Il Cervino all'alba da Zermatt

A questo tentativo ne seguirono molti altri un lento assedio di 9 anni. Tanto occorse perché l’evoluzione di un’idea si concludesse con una vittoria: che toccò all’uomo che più l’aveva voluta, Edward Whymper. I fratelli di Liverpool Charles, Alfred e Samuel Parker nel 1860 furono i primi alpinisti senza guide a ten­tare la scalata (per la cresta dell’Hörnli). John Tyndall, nel­l’agosto 1860 e poi nel luglio 1862 tenta il Cervino e raggiun­ge la vetta del Pic Tyndall, l’anticima Sud-ovest, con i compagni F. Vaugham Hawkins e la guida Johann-Joseph Bennen. Thomas Stuart Kennedy nel gennaio del 1862 compì una teme­raria prova sul Cervino. Ma le personalità più rilevanti furono Whymper e Jean-Antoine Carrel. Tanto fu detto e scritto attor­no a questa rivalità-cooperazione. Quali motivi psicologici spinsero quei due grandi alpi­nisti a creare per primi una rivalità (non ancora competi­zione) su una grande montagna? Resta assodato che la vittoria arrise al più preparato, al più evoluto Whymper, ma fu un caso. Pochi giorni dopo infatti il gruppo italiano di Carrel arrivava in vetta per la cresta sud-ovest.

Un particolare importante: quando Whymper e compagni, il 14 lu­glio 1865, raggiunsero la vetta videro chiaramente le guide ita­liane sul Pic Tyndall e le chiamarono. Così queste ultime deci­sero di tornare indietro. Solo qualche giorno più tardi tornaro­no all’attacco per rivendicare la possibilità di salita anche dal loro versante. Ciò dimostra che Carrel e compagni erano all’altezza della situazione e la lotta psicolo­gica contro la montagna era da loro già stata vinta. A proposito di questo episodio, già allora Felice Giordano rile­vò che sarebbe stato molto nobile il proseguire ugualmente fi­no alla vetta, giungendovi magari poche ore dopo. Ma solo chi si è trovato in così grandi avventure, tra le trepidanze del dubbio, dinanzi all’ignoto, sa come in tali circostanze il sopravvenire di una scossa morale valga a paralizzare in un attimo tutte le energie accumulate per anni.

Edward Whymper
Edward Whymper

La storia della conquista del Cervino è in questo un po’ diffe­rente dalle altre; sulla maggioranza delle montagne e più spe­cialmente sulle pareti, si avvicendarono cordate che prepara­vano la strada a quella più forte (e comunque più facilitata dall’esperienza altrui). Sul Cervino invece l’esperienza era pari a entrambe le personalità Whymper e Carrel. E sul Cervino vi furono veramente giochi tattici, strategie, alleanze. Carrel fece il furbo e giocò Whymper con un’astuta menzogna: gli disse infatti che attendeva una «famiglia distintissima» da portare in giro per la Val d’Aosta e quindi doveva declinare la proposta dell’inglese. Invece la «famiglia distintissima» era composta dall’alpinista Felice Giordano e dalle sue guide: una squadra agguerrita e ben decisa a spuntarla. Appena infor­mato della tentata beffa, dopo l’ovvio e momentaneo smarrimen­to, Whymper ragionò che l’italiano non avrebbe potuto sapere della sua eventuale partenza, si precipitò a Zermatt e da lì partì e vinse in lotta ed inseguimento.

La tragedia che occorse alla cordata di Whymper durante la discesa fu argomento di polemiche e di inchieste che forse ancora oggi non sono definitivamente concluse. L’eco di una tale vittoria non poteva che acquistare ancora maggior forza da una disgrazia i cui meccanismi, per forza di cose, non poterono mai essere chiariti.

Jean-Antoine Carrel
Jean-Antoine Carrel, detto il Bersagliere (1828-1890), è stato il degno antagonista di Edward Whymper nella lunga vicenda dei tentativi e della conquista del Cervino. Si aggiudicò, in cordata interamente italiana con Jean-Baptiste Bich, la seconda salita della montagna. Disegno di Leonardo Bistolfi. ARCHIVIO IN ROSSO.

A questo si aggiunga la quasi contemporaneità della salita italiana di Carrel, che originò un’altra serie di accanite discussioni su a chi avrebbe dovuto andare il vero merito della conquista: al forte valligiano che riportò a valle la sua comitiva indenne o al folle alpinista cittadino che, per troppa fretta di vincere, fu accusato di superficialità nella scelta dei compagni e di aver quindi tralasciato le più elementari norme di prudenza?

Felice Giordano
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Oggi, a distanza di 150 anni, possiamo capire che in realtà il più meritevole di vittoria fu senza dubbio Whymper, che fino all’ultimo fu più «sportivo» di Carrel. Ma ricordiamoci che le differenti condizioni sociali dei due ebbero sicuramente la loro importanza; per Carrel non esisteva la nozione di sport e non c’era solo il Cervino: la famiglia da mantenere, l’esigenza pratica (e non spirituale) di farsi un nome che, con una vittoria divisa con Whymper, non avrebbe mai visto la luce.

Secondo la normale tradizione alpinistica, una vittoria è sem­pre importante e un tentativo si dimentica sempre, tranne in caso di competizione, quando possa servire ad esaltare maggior­mente il vincitore. Questo asseconda solo la morale corrente del «successo» ma non sfiora neppure la vera storia dell’alpinismo e cioè quella delle idee e dell’azione intesa come svi­luppo, non come atto che si può riassumere con una vittoria. Per questa ragione la mia breve storia del Cervino comprende­rà non solo le vittorie, ma anche i più significativi ardimenti.

(continua)

Il Cervino da sud. A sinistra è la cresta del Leone (Testa del Leone, Colle del Leone, Pic Tyndall, vetta). Foto: Mario Piacenza
Cervino, dal Lago Goillet

 

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La vicenda Broggi

La vicenda Broggi

La notizia è di quelle bomba e appare sul quotidiano Alto Adige il 29 marzo 2015, a firma di Antonella Mattioli. Dovrebbe essere un terremoto, ma in Italia siamo adusi a ben altro e non ci scomponiamo più di tanto. Al massimo ci meravigliamo che per una volta lo scandalo riguardi una provincia che normalmente non è tra le più discusse.

Riccardo Cristofoletti
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E’ Riccardo Cristofoletti, presidente della sezione del CAI Bolzano (2.000 soci), ad ammettere pubblicamente ciò che era già noto, cioè che «da una serie di verifiche erano emerse gravi irregolarità amministrative compiute nel corso del mandato iniziato nel 2008». Il mandato in questione è quello di Giuseppe Broggi, presidente del CAI provinciale (15 sezioni, 7.000 soci, la più importante associazione di lingua italiana dell’Alto Adige). A una burrascosa riunione del direttivo di qualche giorno prima, davanti a una serie di contestazioni, tutte documentate, Broggi si era dimesso da presidente provinciale del sodalizio oltre che da socio della sezione bolzanina, con l’interdizione per tre anni a iscriversi ad alcuna sezione CAI.

Cristofoletti è costernato: «Un brutto colpo per l’immagine del sodalizio impegnato a diffondere soprattutto tra i giovani i valori della montagna».

Broggi, in sette anni di mandato, era stato protagonista della battaglia per il ripristino delle denominazioni bilingui sui sentieri di montagna, oltre che tessitore di nuovi rapporti di collaborazione con l’Alpenverein (AVS), la potente associazione di alpinisti di lingua tedesca. Assieme a Claudio Sartori, attuale vicepresidente e responsabile della commissione rifugi, aveva poi curato la complessa partita rifugi. Era di poco precedente la notizia che CAI e AVS erano pronti a gestire insieme i 25 rifugi trasferiti alla proprietà della Provincia. Le trattative per la società di gestione che vedrebbe i due sodalizi soci al cinquanta per cento sono infatti a un livello ormai molto avanzato.

Un eventuale accordo di gestione non sarebbe di poco conto: attorno alla proprietà di questi rifugi si è giocata in passato una vera e propria guerra fredda alpinistica. Costruiti dalle società austriache e germaniche, ricostruiti in larga misura durante il fascismo e consegnati dal ministero della Difesa italiano al CAI, i rifugi erano diventati di proprietà provinciale alla fine degli anni Novanta.

E’ evidente che siamo solo all’inizio della vicenda. Il pubblico ne vuole ovviamente sapere di più.

Giuseppe Broggi
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Il giorno dopo lo stesso giornale titola CAI: scoperto ammanco di 20 mila euro.
E’ ancora Cristofoletti a parlare: «Dalle verifiche effettuate dai revisori dei conti è emerso un ammanco, riferito al 2014, di circa 20 mila euro. L’ex presidente provinciale del CAI Giuseppe Broggi si è impegnato a restituire la somma entro il 3 aprile, altrimenti scatterà la denuncia. Sono comunque in corso una serie di accertamenti sui conti degli anni precedenti: si va indietro fino al 2008, anno in cui è stato nominato presidente. Purtroppo quello che è successo per la nostra associazione è un danno d’immagine enorme».

Per Cristofoletti il timore è che si faccia di tutte le erbe un fascio e si distrugga quello che con fatica si è costruito nel corso di tanti anni di attività fatta a livello di volontariato. «Da quando – spiega – la notizia è diventata di dominio pubblico, c’è chi mi ferma per strada e mi dice “allora siete anche voi come tutti gli altri”. E questo non posso accettarlo».

La stessa preoccupazione tormenta anche Claudio Sartori, presidente della commissione rifugi, vicepresidente provinciale del Club alpino assieme ad Ezio Calliari, che in questi anni ha lavorato fianco a fianco con Broggi: «Mi sento tradito, pugnalato alle spalle: adesso però l’importante è distinguere l’operato di una persona, dal resto del sodalizio».

Subito i vertici si danno tempi strettissimi: il 7 aprile è in programma il comitato direttivo; una settimana dopo, ovvero il 15, è convocata l’assemblea dei delegati che dovrebbe eleggere il successore di Broggi. I delegati sono 30 in rappresentanza delle 15 sezioni: di questi 10 sono della sezione di Bolzano. E’ evidente che dopo la bufera c’è voglia di chiudere (non di nascondere) al più presto questa brutta vicenda.

Cristofoletti approfitta dell’intervista per comunicare che «noi assieme alle più importanti sezioni dell’Alto Adige siamo per sostenere la candidatura di Sartori che dovrà essere affiancato da uno staff nuovo. Bisogna voltare pagina».

Claudio Sartori
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Claudio Sartori, ingegnere bolzanino – iscritto da suo padre al CAI prima ancora di iscriverlo all’Anagrafe – è colui che dall’inizio sta seguendo la delicata partita che dovrebbe portare in tempi brevi alla costituzione di una società al 50% tra CAI e AVS per la gestione dei rifugi oggi di proprietà della Provincia. In base allo statuto del CAI altoatesino però Sartori non potrebbe ricoprire contemporaneamente la carica di presidente provinciale e componente del consiglio direttivo di una sezione, nello specifico quella di Bolzano. C’è chi dice che modificare lo statuto non è poi così difficile. Ma perché proprio Sartori? Alcune sezioni (in particolare quelle di Appiano e Merano) preferirebbero il commissariamento.

Ma Cristofoletti si oppone a questa soluzione: «Io dico di no, perché vorrebbe dire che siamo proprio messi male. Significherebbe congelare la situazione per mesi, rimettendosi nelle mani di un commissario che, arrivando da fuori, impiegherebbe un sacco di tempo per capire la nostra realtà. Dobbiamo invece nominare prima possibile un nuovo vertice e ricominciare».

Il 31 marzo 2015, sempre a firma della Mattioli, entra in scena su Alto Adige la ribellione dei soci con Broggi va denunciato.
«Quello che ha fatto è gravissimo: Broggi va denunciato. Perché coprendo l’ammanco lo si deve perdonare? A mio parere, il “gesto” di disonestà e sputtanamento verso il sodalizio CAI da parte di questo pseudo-presidente va esaminato, perché non è possibile che per un’azione così meschina e di bassa lega, valga la regola, che prevede solamente la sospensione da socio CAI per soli tre anni». Così Roberto Marton, vicepresidente della sezione CAI di Merano solleva un problema reale e pone una domanda che in questo momento più d’uno, dentro e fuori il Club Alpino, si sta facendo: ovvero perché dopo aver scoperto un ammanco di circa 20 mila euro nel bilancio del CAI provinciale del 2014, non ci si è rivolti subito alla Procura della Repubblica, ma il direttivo si è fatto firmare un documento in cui l’ormai ex presidente Giuseppe Broggi s’impegna a restituire la somma entro il 3 aprile e in caso contrario si adirà alle vie legali?

Nel frattempo i revisori dei conti sono impegnati in accertamenti anche sugli anni passati, si sta andando indietro fino al 2008, quando Broggi venne eletto presidente provinciale, al posto di Franco Capraro, che avendo fatto il secondo mandato non si poteva ricandidare. Il budget del CAI provinciale ammonta a circa 50 mila euro l’anno. Le verifiche sono partite dal mancato pagamento di alcune fatture, scoprendo poi che il presidente aveva tradito la fiducia di tutti con mandati di pagamento e note spese contraffatte. Tutte per importi di 100-300-500 euro alla volta che alla fine però hanno portato alla cifra di quasi 21.000 euro per l’anno 2014.

Alla domanda su come è stato possibile che nessuno si fosse accorto di nulla, Capraro risponde: «Noi come revisori dei conti facciamo un controllo a campione tre volte all’anno. Ma in prima battuta i controlli spettano al tesoriere. Qualcuno purtroppo non ha vigilato. Ci si è basati sulla fiducia e questi oggi sono i risultati».

E in risposta al perché si sia scelto di non denunciare Broggi, Cristofoletti spiega: «Il compito di muoversi in questo senso spetta ai vicepresidenti, ma al di là di questo, la verità è che stiamo cercando di recuperare la somma. Il rischio di passare subito alle vie legali è che alla fine si spendano un sacco di soldi in avvocati e non si porti a casa nulla. Comunque, il tempo per far scattare la denuncia c’è: se entro il 3 aprile Broggi non restituirà i 20 mila euro la denuncia sarà inevitabile».

Titolo su Alto Adige del 1 aprile 2015 è CAI, si muove la procura. Restituiti i 20mila euro, questa volta a firma di Massimiliano Bona. Viene data notizia della restituzione con tre giorni di anticipo, ma dovrà giustificarsi dall’accusa di aver inviato o presentato e-mail fasulle legate alla richiesta di contributi. Nel frattempo la Procura, a seguito della segnalazione, ha deciso di effettuare i primi accertamenti preliminari per capire se ci sono o meno le condizioni per procedere d’ufficio.

Il cda della Cassa di Risparmio, dopo aver preso posizione e incaricato il direttore generale Calabrò di fare tutte le verifiche del caso, ha emesso un comunicato a tutela dell’immagine dell’istituto di credito in cui si legge: «La Cassa di Risparmio di Bolzano dichiara che la e-mail presentata dal dimissionario presidente del CAI Broggi, che indicherebbe l’esistenza di richieste di contributi a favore del CAI per il 2014 e che apparirebbe come inviata da un indirizzo elettronico della Cassa di Risparmio, non risulta essere stata processata dai sistemi informatici della Cassa stessa né tanto meno mai prodotta. Il CAI negli ultimi 5 anni non ha presentato richiesta di contributi».

La vicenda è ormai nel pieno del furore. Alto Adige il 2 aprile 2015 titola Bufera CAI: resa dei conti nel direttivo. Nell’articolo si anticipa che la riunione del 7 aprile sarà burrascosa, in molti chiederanno conto ai vicepresidenti Claudio Sartori, candidato alla presidenza, ed Ezio Calliari, e prima ancora al tesoriere Luigi Lunelli.

«Prevedo la domanda – dice Sartori – ma la disponibilità della cassa ce l’hanno il presidente e il tesoriere. Io come vice mi occupo di rifugi e l’altro vice Calliari di attività giovanile. Se avessimo avuto anche solo un sentore di quello che stava succedendo, saremmo intervenuti: cosa che ho fatto quando ho capito che qualcosa non andava. Del resto il tesoriere ci ha assicurato non ha mai ravvisato alcuna mancanza nell’operato del presidente. Per quanto riguarda la denuncia, mi sono consultato con quattro avvocati e un magistrato e mi hanno detto che non siamo tenuti a farlo. A noi ciò che importava era recuperare i soldi».

Il 1° aprile sulla vicenda aveva preso posizione anche il presidente generale del CAI Umberto Martini: «Tutte le componenti territoriali del CAI Alto Adige, ciascuna per la rispettiva funzione, hanno mostrato tempestività d’intervento, trasparenza ed efficacia d’azione: in tre settimane si è passati dalla scoperta di irregolarità al ripianamento di quanto mancante, nell’entità emersa e richiesta… Chi ha sbagliato, con le immediate dimissioni dalla carica e dal CAI stesso, con la disponibilità e le ammissioni intervenute e, infine, con l’immediato ripianamento del dovuto, ha dato prova di ravvedimento».

Umberto Martini
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Ha spezzato una lancia a favore di Broggi anche il sindaco di Bolzano Luigi Spagnolli: «Voglio andare controcorrente… non mi piace la caccia al colpevole a tutti i costi. Broggi ha sbagliato e giustamente si è fatto da parte. Ma voglio anche dire che nella sua veste di presidente del CAI è stato uno straordinario difensore dei rifugi gestiti per tanti anni dal CAI, quando la Provincia voleva fare terra bruciata rispetto a quella esperienza. Adesso per fortuna è stato deciso un percorso virtuoso, che salvaguarderà il volontariato di CAI e AVS nella gestione dei rifugi… Broggi ha sbagliato, deve risponderne e la magistratura farà i dovuti passi. Da quanto risulta comunque ha già risarcito il CAI e con questo voglio dire che esce da questa situazione come uomo d’onore, non come lazzarone. Poi capiremo effettivamente cosa è accaduto, perché al momento risultano dei buchi di bilancio».

Queste prese di posizione, piuttosto indulgenti nei confronti di Broggi, suscitano come è ovvio una grossa polemica. Sempre procedendo per titoli dell’Alto Adige, ecco quello del 3 aprile 2015 (sempre a firma di Antonella Mattioli): Il CAI al sindaco: perché difendi Broggi?

Vi si dà notizia che il nuovo presidente del CAI sezione di Bolzano, Cesare Cucinato, prende le distanze dalle dichiarazioni del sindaco Luigi Spagnolli che ha definito l’ex presidente del CAI Alto Adige Giuseppe Broggi un “uomo d’onore”: «Noi siamo puliti, chi ha sbagliato è stato subito isolato… È chiaro che da questa vicenda è derivato un pesante danno d’immagine ad un’associazione nella quale s’impegnano quotidianamente centinaia di volontari».

Il direttivo della sezione del CAI Bolzano, in una riunione già programmata per il rinnovo delle cariche, ha nominato presidente Cucinato, 61 anni, molto attivo nel settore dell’escursionismo, affiancato nel ruolo di vice da Riccardo Cristofoletti, il presidente uscente che in base allo statuto, avendo fatto due mandati consecutivi, non poteva ricandidarsi.

Il 3 aprile la Ripartizione Cultura della Provincia presenta denuncia (vedi Alto Adige 4 aprile 2015). A dirlo è Christian Tommasini, vicepresidente della Provincia: «Ci siamo trovati in mano una e-mail o una lettera contraffatta, con la firma del direttore dell’ufficio cultura Claudio Andolfo, nella quale era contenuta una promessa di contributi, in realtà mai erogati, per alcuni progetti del Club alpino. La carta intestata è esattamente la stessa della Provincia, ma viene indicato un numero di protocollo in realtà inesistente. Della segnalazione in Procura si è occupato direttamente il nostro dirigente Antonio Lampis».

Una riunione del CAI Sezione di Bolzano
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Nel frattempo è emerso che la e-mail fasulla della Cassa di Risparmio, per la quale la banca si è detta intenzionata a tutelarsi nelle sedi opportune, sarebbe datata 8 marzo, proprio quando il presidente del CAI Alto Adige Giuseppe Broggi, poi dimessosi, era stato messo alle strette dal suo direttivo che gli aveva chiesto di giustificare un ammanco nel bilancio del 2014 di 20 mila euro.

Apprendiamo poi (Alto Adige, 9 aprile 2015) che, nella vicenda Broggi, entra nel mirino anche il tesoriere del CAI, Luigi Lunelli. Il vice presidente Claudio Sartori pesa bene le parole, ma sa bene che la riunione del 7 aprile del consiglio direttivo del CAI Alto Adige è stata infuocata. I 15 presidenti delle varie sezioni provinciali hanno chiesto lumi sul «caso Broggi», che ha turbato non poco gli equilibri interni all’associazione. Ci sono ancora timori che il bilancio possa avere altre falle. L’approvazione dei conti sarà il 15 aprile e poi la parola d’ordine sarà «chiudere con il passato e andare avanti».

Nella riunione, diversi presidenti delle sezioni del CAI Alto Adige hanno puntato il dito contro il tesoriere, Luigi Lunelli, che a giudizio di molti «non poteva non sapere». Al Lunelli è stato chiesto a gran voce di esibire tutte le pezze d’appoggio e i mandati di pagamento, senza dei quali la seduta del 15 aprile non potrà mai arrivare all’approvazione del bilancio.

Altro argomento è il conflitto di cariche cui il candidato favorito alla presidenza del CAI Alto Adige, Claudio Sartori, potrebbe essere soggetto. L’interessato sostiene che non si dimetterà dalla vicepresidenza del CAI Bolzano, bensì la sua carica sarà congelata in attesa della modifica allo Statuto, e resterà, in ogni caso, a capo della commissione rifugi.

E giunge finalmente il 15, giorno dell’elezione (Alto Adige, 16 aprile 2015). Claudio Sartori è eletto nuovo presidente tra le polemiche (solo 17 voti favorevoli su 27). Prima dell’elezione di Sartori, è stato trattato il bilancio consuntivo del 2014. Entrate: 63 mila euro e rotti. Uscite: 93 mila euro e rotti. Insomma, un disavanzo pesante per un’associazione tutt’altro che a scopo di lucro e basata sul volontariato: trentamila euro di buco. Il bilancio è passato lo stesso, ma per il rotto della cuffia: 9 voti favorevoli, 7 contrari e ben 11 astenuti. Nella loro relazione i revisori dei conti hanno evidenziato come l’ex presidente Giuseppe Broggi avesse effettuato prelievi in contanti, la cui relativa documentazione giustificativa era stata presentata in ritardo o in maniera incompleta. Insomma, citando testualmente, “un numero anomalo di prelievi anomali”. I revisori hanno anche tirato le orecchie al tesoriere, il quale, a loro dire, avrebbe dovuto informare tempestivamente la giunta esecutiva per le ripetute condotte anomale dell’ex presidente.

Alto Adige del 17 aprile 2015 riporta, a cura della Mattioli, un’intervista al neo-presidente Sartori. La giornalista osserva acutamente che «Nessun attacco, nessuna proposta di candidatura alternativa, neppure una richiesta di chiarimenti – durante l’assemblea dei delegati – sul fatto di essere stato il vice dell’ex presidente del CAI provinciale e di non essersi accorto di quello che stava succedendo, ma il mal di pancia, causato dalla vicenda Broggi, è uscito al momento del voto: i 27 delegati hanno eletto Sartori con 17 sì e 10 schede bianche».

Cinquantotto anni, figlio di una famiglia mistilingue, Sartori era l’unico candidato alla guida del CAI Alto Adige. Nell’intervista ribadisce il concetto di trasparenza, condizione indispensabile per cancellare il danno d’immagine. Trasparenza che in concreto significa andare ad esaminare la documentazione contabile del CAI provinciale fino al 2008, quando Broggi è stato eletto. Per essere certi che, oltre all’ammanco di 20 mila euro relativo al 2014 poi restituito, non vi siano altre irregolarità

Ma, a proposito di trasparenza, la Mattioli punzecchia Sartori a proposito della vicenda del nuovo resort di Passo Sella: «Lei era responsabile della commissione rifugi provinciale e contemporaneamente come ingegnere ha seguito la parte strutturale del nuovo rifugio per la società che ha curato la ristrutturazione: non c’era il rischio di conflitto d’interessi?». La risposta è scontata: «Tutto è avvenuto alla luce del sole. La mia sezione (Bolzano) era informata e quell’incarico mi ha consentito di seguire passo passo i lavori: erano tutti d’accordo».

Poi l’intervista prosegue: «A che punto è la trattativa sui 21 rifugi passati dall’ex demanio militare alla Provincia: la gestione sarà affidata ad una società CAI-AVS?». Risposta: «La trattativa è a buon punto, entro l’autunno, se non prima, il presidente Kompatscher vuole chiudere. Non si farà però una società, la Provincia vuol mantenere la gestione diretta dei rifugi, utilizzando la nostra esperienza in questo settore».

Giuseppe Broggi
Broggi