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Patrick Edlinger

Patrick Edlinger
Indimenticabile. E’ l’aggettivo più calzante per tentare di definire la figura di Patrick Edlinger, mancato nella sua casa di La Palud-sur-Verdon il 16 novembre 2012.

Era esploso nei primi anni ’80 all’attenzione degli arrampicatori e dei media, così come lo aveva fatto (ma di fronte al mondo) l’edonismo reaganiano del presidente Ronald Reagan: una prepotente tentazione. Come la nuova emittente tv Canale 5 di Silvio Berlusconi; come le sirene incantatrici della Milano da Bere e dei ristoranti dei garofani rosa.

Patrick si era imposto per quel qualcuno che è, ma bada anche all’apparenza. Essere e avere. Eroe senza macchia e senza paura, ma anche bello.

Edlinger-Bernadoccia-1986-P«Con Jerry Moffat, Maurizio “Manolo” Zanolla, Wolfgang Güllich e Patrick Berhault» disse Fabio Palma, attuale presidente dei Ragni di Lecco «Edlinger è stato uno dei cinque cardini dell’esplosione del free climbing agli inizi degli anni ’80. E più di tutti aveva contribuito alla diffusione mediatica dell’arrampicata grazie al film che lo ritraeva in Verdon, film che lo consacrò sportivo dell’anno in Francia davanti ad Alain Prost e Michel Platini».

E’ vero, Paris Match lo aveva consacrato una vera star, in Francia e all’estero: La Vie au bout des doigts e subito dopo Opéra Vertical, entrambi del 1982, sono ancora oggi film di culto che a quel tempo suscitarono un’ammirazione tale da sconfinare con l’idolatria. Migliaia di giovani furono catturati da quell’atleta biondo che faceva la spaccata oltre i 180°, che correva nei boschi prima di fare le trazioni su un mignolo, oppure che si produceva in quell’esercizio (che poi sarebbe stato chiamato slacklining) prima di salire da solo, slegato e scalzo nel terrificante vuoto del Pilier de Fourmis a Buoux o in Verdon con un sottofondo musicale da brivido, quello di Allein zu dir, Herr Jesu Christ di Johann Sebastian Bach.

Patrick Edlinger supera in libera il tetto di Totem bianco, Valle dell’Orco, 11 giugno 1982
Valle dell'Orco (parco Gran Paradiso), Patrick Edlinger sul passo del tetto della via del Totem Bianco alla Parete del Disertore, 10.6.1982
E’ ancora Palma a spiegarci quest’icona di fede: «E’ stata una delle figure di cui vantarsi, se capite cosa voglio dire. Come nel nuoto uno si può vantare di praticare lo sport di Michael Phelps o nel mezzofondo di correre come Haile Gebrselassie, così un qualsiasi scalatore, di qualunque livello, può dire, io faccio quello che faceva Edlinger, ed essere orgoglioso. E’ un qualcosa che trascende il livello tecnico personale, il proprio carattere, ed entra in quel mondo nebuloso in cui compaiono i termini idea, archetipo, modello. Sono migliaia i ragazzini che hanno cominciato a scalare dopo aver visto in televisione, tanti anni fa, Patrick. Un ragazzo biondo, dal fisico scultoreo, con gli occhi profondi e acuti, sciolto come in un ideale di movimento tridimensionale, forte come nell’immaginazione di un bambino. Se qualcuno vi dovesse prendere in giro perché avete degli idoli, sbattetegli in faccia la storia di Edlinger, e guardatelo con disprezzo».

1982, giugno. Il mitico camper bianco di Patrick stazionava in valle dell’Orco.
«Come uomo era una persona schiva, a volte poteva sembrare burbera ma nascondeva una fragilità molto dolce» lo giudicherà molti anni dopo l’amico Luca Bich. Noi stavamo a guardare.
Io e i miei amici ci crogiolavamo nella solita atmosfera simpatica e anche sinceramente alcolica del disimpegno: vedere Patrick vivere la sua giornata di sportivo ci poteva far pensare di non essere molto interessati alle odiose diete e a quelli che chiamavamo “sacrifici mortificanti a scopo competitivo”, che cominciavano invece a segnare l’esistenza quotidiana di centinaia di arrampicatori.
In quel tempo ci sembrava proprio che libertà e anarchia non avrebbero mai potuto essere scalzate dalla mentalità agonistico-sportiva.

Vedere Patrick “liberare” il tetto (6c+/7a) del Totem Bianco alla Parete del Disertore, oppure salire a incastro (ma senza brutalità) la Fissure du Panetton sul masso vicino a quello della Fessura Kosterlitz ci aveva galvanizzati: ma ci aveva anche sorpreso osservare che il protagonista di queste avventure badava pure alla scelta delle tinte, alle sfumature di stile, all’apparenza, insomma.

La “filosofia” del Biondo era dunque un miscuglio ben miscelato di edonismo, rispetto per la natura e ricerca del limite, cui il suo fisico, assai muscoloso ma in certo qual modo anche efebico, e i capelli lunghi e biondi tenuti assieme dalla bandana, davano un ulteriore e ben attraente significato estetico.

Patrick Edlinger supera in libera la Fissure du Panetton, Valle dell’Orco, 11 giugno 1982
Patrick Edlinger su Fissure du Panetton, Valle dell'Orco (1982) Parco Nazionale del Gran Paradiso

Nato a Dax (nell’aquitano dipartimento di Landes) il 15 giugno 1960 e figlio di genitori appassionati di montagna, Patrick “le Blond” Edlinger incomincia giovanissimo: «Ho cominciato ad arrampicare con mio padre che praticava l’alpinismo e ho fatto con lui delle salite come il Dome des Neiges agli Ecrins, ma non ero appassionato. Ho poi arrampicato in modo discontinuo in montagna e in falesia dai 15 ai 18 anni. L’arrampicata in  falesia mi motivò allora veramente. Le Calanques, il Baou des Quatre Ouros erano i miei terreni di gioco favoriti… La difficoltà di una via mi stimolava: dovevo vincerla… Non preparavamo le vie e le cadute erano rare. Ho fatto il mio primo volo su una artificiale dove un chiodo aveva ceduto e fu soltanto per aprire il tetto del Baou che ho ‘lavorato’ per la prima volta una via».

Alla fine degli anni ’70 compie alcune notevoli solitarie sul Pelvoux, sul Pic Coolidge e sull’Ailefroide. Ma ben presto si dedica soprattutto all’arrampicata libera, dedicandosi a tempo pieno alle pareti di quel grande mare di calcare che è la Provenza. In particolare si appassiona a un suo giardino privato, la falesia di Céüse, sulla cui fascia di perfetto calcare apre e libera itinerari ancora oggi di grande valore estetico.
Qui Edlinger impone uno stile d’apertura, molto severo e leale, che ha fatto scuola, rendendo l’arrampicata sportiva molto di più che un semplice gesto atletico.

Nel 1982, a Buoux, sale per primo un 7b a vista (Captain crochet) e poi ancora a vista il primo 7c al mondo, La polka des ringards.
Nel 1983 è tra i primi arrampicatori a raggiungere il livello dell’8a. In particolare sale uno dei primi 8a francesi, Ça glisse au pays des merveilles, a Buoux, più o meno nello stesso periodo in cui Marc Le Menestrel a Buoux e Fabrice Guillot alle Eaux Claires aprono rispettivamente Rêve de papillon e Crepinette.
Nel 1988, a Châteauvert, sale per primo l’8b di Are you Ready? e nel 1989 è la volta del free solo di Orange Mécanique, a Cimaï.

Nel 1989, a 29 anni, raggiunge il livello dell’8c, con le ripetizioni di Azincourt (primo 8c in Francia) e Maginot Line, salite per la prima volta da Ben Moon lo stesso anno.

Patrick Edlinger in Verdon
Verdon, 1983. Patrick Edlinger«Imparate a volare»! Volare era, nella sua filosofia, un aspetto irrinunciabile dell’arrampicata. «Il debuttante», scrive nel suo libro Grimper, pratique et plaisir, «deve imparare molto rapidamente a volare già al suo secondo o terzo giorno di scalate. I suoi progressi saranno nettamente più celeri ed egli eviterà certi stress suscettibili di bloccarlo». Consigli che trent’anni fa, quando sul free climbing ancora si indirizzavano sospetti e maldicenze da parte degli alpinisti legati alla tradizione, ebbero un effetto piuttosto dirompente. Proprio lui che diceva queste cose, nel 1995 ha un grave incidente su una via di 7b delle Calanques, in Francia: una caduta di diciotto metri, in seguito alla rottura di un appiglio e all’aver saltato degli spit, gli provoca un arresto cardiaco. Viene rianimato da un medico sul posto e riesce a riprendersi senza gravi conseguenze.

In seguito a questo si ritira dalla scena dei primattori, pur continuando a scalare ad altissimo livello, anche da solo.

«Ho iniziato ad arrampicare in free solo perché quando ho cominciato non c’era nessuno che arrampicava con me» disse nel 2009 intervistato al Trento FilmFestival «e quindi non potevo che arrampicare in solitaria. Le solitarie però sono anche le mie preferite, rappresentano il modo più puro di arrampicare. E’ quello il momento in cui attraverso la scalata scopri te stesso e diventi consapevole di alcune cose che altrimenti non scopriresti». Con la nascita nel 2002 di sua figlia smette la pratica delle solitarie.

Dal 1997 al 2000 è redattore capo della rivista di arrampicata Rock’n Wall.
Nel 2000 accompagna Patrick Berhault, suo grande amico, su dieci salite dolomitiche facenti parte del progetto “grande traversata delle Alpi” di Berhault, che portò quest’ultimo a scalare in 167 giorni 22 delle vie più famose vie dell’arco alpino.

La figura di Patrick, consegnata alla storia, si nutre di alcuni bellissimi libri, tradotti anche in italiano: Rock games – Escalades aux Usa, Verdon – Opéra vertical e Grimper, pratique et plaisir. Ma sono i video e i film a consegnarla alla leggenda: oltre ai già citati, è protagonista di Verdon forever, Arrow head e infine anche di La cordée de rêve (quest’ultimo con Patrick Berhault). La sua notorietà e fotogenia gli permisero di recitare anche in due lungometraggi, Les loups entre eux (1985) di José Giovanni e La belle histoire (1992) di Claude Lelouch.

Edlinger-8247358541_8ab7c1cc40Un altro aspetto della personalità complessa, mediaticamente carismatica, di Patrick è stato il suo rapporto con le competizioni.
Dal lontano ambiente dell’unione sovietica le gare erano arrivate a noi solo nel 1985. Oggetto di irrisione all’inizio, presto sembrarono costituire la regola del gioco per la maggior parte degli arrampicatori.
Destò quindi particolare impressione che nel 1985 diciannove arrampicatori «di punta» francesi scrivessero una lettera aperta, il famoso Manifesto dei 19, prendendo posizione contro le gare di arrampicata.

Eccone i brani più significativi:
«Certi sport, come ad esempio il calcio o il tennis, traggono la loro ragione d’essere dalle competizioni. Ma l’essenza dell’arrampicata è un’altra. La sua finalità ultima è e deve restare la ricerca di una difficoltà tecnica e di un impegno (solitarie, chiodature lunghe) sempre crescente. E già qui compare una contraddizione con le gare. Siamo realisti. Ci si può immaginare una competizione basata sulla difficoltà pura, ma le necessità dei media sono altre. Per essere spettacolare e fruibile al grande pubblico, la gara deve fornire un parametro di misura facilmente comprensibile a tutti; è del resto il problema di altri sport visivamente troppo complessi, come la scherma ed il judo.
Il parametro più comprensibile è la velocità, il verdetto del cronometro. L’arrampicata come lo sci: un circuito professionistico con una monopolizzazione delle falesie…
Forse questa visione delle cose è un po’ troppo individualista. Ma è quella di un’arrampicata vista come rifugio, di fronte a certi archetipi della nostra società, come opposizione a tutti questi sport giudicati, arbitrati, cronometrati, ufficializzati ed istituzionalizzati. Arrampicare a tempo pieno, o quasi, implica dei sacrifici ed anche una certa marginalità. Ma può essere un’avventura, una scoperta, un gioco in cui ciascuno può fissare le sue regole. Noi non vogliamo allenatori o selezionatori, perché arrampicare è innanzi tutto una ricerca personale. Se nessuno reagisce, la competizione concepita e realizzata da una minoranza può rapidamente e troppo facilmente diventare il riferimento assoluto. Domani, ci saranno gare e concorrenti con il pettorale numerato, di fronte alle telecamere della TV, forse. Ma ci saranno anche degli arrampicatori che continueranno a praticare il vero gioco dell’arrampicata. Degli arrampicatori che saranno i guardiani di un certo spirito e di una certa etica».
Seguono le firme di: Patrick Berhault, Patrick Bestagno, Eddy Boucher, Jean-Pierre Bouvier, David Chambre, Catherine Destivelle, Jean-Claude Droyer, Christine Gambert, Denis Garnier, Alain Ghersen, Fabrice Guillot, Christian Guyomar, Laurent Jacob, Antoine e Marc Le Menestrel, Dominique Marchal, Jo Montchaussé, Françoise Quintin, Jean-Baptiste Tribout.

Di questi diciannove, forse il solo Patrick Berhault rimarrà fedele allo spirito della lettera e non parteciperà a gare…

Come si vede, Patrick Edlinger non aveva aderito, preferendo guardare dalla finestra la primissima competizione, lo Sportroccia del luglio 1985, a Bardonecchia. Nel 1986 invece prende parte alla seconda edizione di Sportroccia e ne risulta il vincitore. In seguito sono molte le gare cui partecipa, finendo sempre sul podio, anche in quelle del circuito di Coppa del Mondo nato nel 1989.

Ciò di cui davvero Patrick Edlinger è stato l’artefice, al di là delle mode e delle infatuazioni, è lo stesso dolce taglio chirurgico che già l’americano John Bachar aveva praticato con minore appariscenza: la separazione dell’arrampicata dall’alpinismo. La scalata di Bachar ed Edlinger trattiene gradimento estetico e fisico, liberandosi da un certo tipo di leggenda che suonava vecchia per crearne un’altra, cui si stenta a sottrarsi perché carica di nuove suggestioni.

In seguito, soprattutto con il suo exploit del 2000 con Berhault, Edlinger cercò di dimostrare che arrampicata sportiva e alpinismo sono perfettamente complementari e danno a ciascuno le soddisfazioni che cerca. Anche Manolo dice più o meno la stessa cosa quando sostiene che non sa dove inizi e finisca l’alpinismo.

Patrick Edlinger (seminascosto) con Ron Kauk, Jerry Moffat, Lynn Hill e Stefan Glowacz
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Sin da giovane Patrick ha saputo vivere i suoi sogni in piena autonomia di giudizio e questo è stato un altro suo grande merito. Non imitare gli altri, sii fedele a te stesso. Mio padre mi avvia all’alpinismo e alle sue avventure codificate? Io non ci sto. I migliori arrampicatori francesi firmano contro le gare? Io no. Quasi tutti hanno paura a scalare slegati sul 7a e sul 7b? Io no. Io seguo i miei sogni.

«L’arrampicata per me è un modo di vivere, non solo uno sport. E’ un pretesto per girare il mondo, per trovare nuovi posti e nuova gente. La cosa più importante è restare libero per tutta la vita, questo è il mio vero programma per il futuro».
Sapeva di essere diventato una leggenda, perciò doveva continuare a sognare.

E’ risaputo che negli ultimi anni Patrick aveva problemi di alcolismo. Per lui era «la battaglia più dura che abbia mai condotto, come una solitaria impossibile, ma ne uscirò» aveva confidato.
Pare che le cause della morte di Patrick siano da imputare a un incidente domestico. Secondo quanto riportato dalla Gazzetta dello Sport il 18 novembre 2012, il climber francese sarebbe, infatti, caduto da una scala ripida di casa sua battendo la testa e provocandosi una forte emorragia.

Tutti prima o poi perdiamo la battaglia della nostra vita, è successo anche a Napoleone. E, quando LA battaglia è persa, non solo non riusciamo più a vivere i nostri sogni: non li abbiamo proprio.

postato il 24 agosto 2014

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Flash di alpinismo 2

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 02 (2-13)
di Massimo Bursi

Umiltà
I xe superiori. Qui bisogna imparare di nuovo a rampegar (Renato Casarotto durante uno stage di arrampicata in Inghilterra alla fine degli anni ’70).

Quando Casarotto e gli altri italiani, tutti validi e fortissimi scalatori, si confrontarono con gli scanzonati climber inglesi, sulle lisce falesie britanniche, penso che abbiano vissuto un fortissimo shock.

Succede sempre così nei momenti di discontinuità: sul lavoro, in politica, nella vita e anche nell’alpinismo.
Tu pensi di essere un riferimento, pensi di essere fortissimo perché scrivono gli articoli su di te, ti chiamano in conferenze celebrative e ricevi tante patacche.
Fai parte di un mondo autoreferenziale che ti riconosce.

Il mondo va avanti e un giorno ti confronterai con un gruppo di ragazzini in scarpette, molto allenati, molto motivati e molto coraggiosi e legandoti in cordata con loro vedrai che non riesci a salire dove loro salgono ridendo.
Loro non riescono bene a capirti. Tu sei l’accademico, tu sei quello con il ricco curriculum, tu conosci tutte le montagne del mondo, ma lì su quelle umide scogliere non sei nessuno.

Renato Casarotto, molto umilmente, capì che c’era molto da imparare da quegli scalatori superiori non certo per titoli accademici. E imparò velocemente e bene.

Non aver paura di imparare dal ragazzino. Abbi l’umiltà di vedere in lui il ragazzo che eri tu. I veri grandi si riconoscono anche per questo.

Peter Boardmann in arrampicata su una falesia inglese durante lo stage italiano fine anni ’70. Gianni Battimelli fotografa e racconta sbalordito le gesta di un giovane Peter Boardmann che vuole portare ad arrampicare gli amici italiani sui passaggi più impegnativi attrezzati secondo la rigida etica inglese

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Vero viaggio
L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi (Marcel Proust).

Mi è capitato di arrampicare in falesie che conosco da trent’anni e “scoprire” appigli laddove trovavo sempre liscio. Certe giornate riesco a vedere nuove linee di salita in mezzo a una selva di vie già esistenti. A volte “vedo” un passaggio sulla roccia dove i miei amici pensano che non ci sia più nulla da esplorare.

La cosa incredibile è che lo stupore di queste scoperte avviene sulle rocce dietro casa. Non c’è bisogno di girare il mondo per trovare nuovi paesaggi. Non è necessario acquistare un biglietto aereo e cambiare continente.

E’ importante svegliarsi bambini e guardare il mondo con occhi diversi. Quello che ci oscura la mente e la vista è percepire la realtà sempre uguale a se stessa. Ed è quello che ci succede quando viaggiamo e non riusciamo a vedere nulla se non il vuoto che abbiamo dentro.

Amico non snobbare le pareti dietro casa poiché la vera avventura non si trova fuori ma si trova dentro di te.

Wolfgang Güllich, fotografato da Heinz Zak, in arrampicata sullo spigolo di Edge Love in Inghilterra

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Gli inglesi ci hanno insegnato a valorizzare ogni più piccola asperità rocciosa. Costretti a convivere in un’isola senza grandi montagne, hanno scoperto ogni singola piccola falesia dove hanno praticato un’arrampicata estrema cercando di non rovinare la roccia con troppi chiodi o spit. Gli inglesi ci hanno insegnato a trovare l’avventura dietro casa.

Non seguiteci!
Domanda – Ha dovuto prepararsi psicologicamente per vie come quella della Dawn Wall su El Capitan?
Risposta – No, prepararmi psicologicamente no, bere meno sì
(Warren Harding).

Arrampicata e vino, uno strano rapporto. Onestamente ho trovato pochi scalatori che non amassero dividere un bicchiere di vino con me. Gli astemi, i sempre-a-dieta, i climber da prestazione sono pochissimi e molto tristi.

E’ vero l’alcol ingrassa e ti toglie lucidità. Con un po’ di vino riesci a socializzare più facilmente e puoi toglierti la tensione, scaricarti psicologicamente. Quando arrampichi ad alto livello non puoi essere sempre carico come una molla. Il vino e la birra possono servire per abbassare la tensione. E’ un piacere!

Alla fine della tua scalata assolata, con il tuo compagno di cordata desideri condividere una birra al vicino rifugio, una birra che suggelli la fine delle grandi difficoltà, la fine della discesa costituita da pericolose e incognite corde doppie su un terreno un po’ infido.
“Quando saremo fuori da questo viscido camino ci berremo una bella birra” mi disse un compagno in parete. Quanto è bello perdere un po’ di lucidità e autocontrollo dopo una scalata.

Amici, non seguitemi mi sono perso, nell’abisso buio.

Manolo in arrampicata alla Spiaggia delle Lucertole (Lago di Garda) sulla via Non seguitemi mi sono perso. Sebbene Manolo sia un mago su queste incredibili placche di bianco calcare non dobbiamo pensare che sia un guru pronto a dare risposte a ogni nostra domanda di vita. Forse si è perso anche lui, forse si nasconde, forse non vuole essere seguito

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Rubare il mestiere
Caro ragazzo, se stai iniziando ad arrampicare, fallo con gente esperta e che sappia trasmettere la passione vera, stai dietro loro da secondo, ruba con l’occhio ogni loro minima azione, spingi te stesso a migliorare e buttati a studiare le guide con le relazioni delle vie. Soprattutto allenati alla grande in falesia e fatti scaltro come una faina con tutti i trucchetti del mestiere. Sempre se la tua passione è principalmente la montagna, sappi che il vero spit è nella tua testa.
Una Cassin al Badile oppure un diedro Philipp un giorno ti potrebbero capitare nella vita e potresti anche divertirti moltissimo.

Questi sono consigli spiccioli che qualcuno ha dato su internet a un ragazzo che si stava appassionando alla nobile arte. Ho avuto il privilegio, la fortuna di avviare due figli all’arrampicata estrema e mi sono divertito tanto. Ho cercato di trasmettere molto, ma ho anche ricevuto tantissimo, sia io che il mio compagno, quest’ultimo in veste di tutor alpinistico dei due piccoli. Ora sono completamente svezzati anche se mi piace l’idea di poter insegnare loro ancora qualche trucchetto imparato negli anni.

L’arrampicata è un’arte che si impara con il tempo mescolando fatica, tecnica e allenamento. Se qualcuno ti insegna, tu progredisci a vista d’occhio, anzi “a vista”. E’ bello trovare un maestro a cui ispirarsi, è bello poter trasmettere il tuo bagaglio a qualche discepolo. E’ bello costruire un gruppo di amici cementato attorno alla grande comune passione.

Oggi poniti l’obiettivo di insegnare almeno un passaggio di boulder a un giovane allievo che ti osserva silenzioso.

Celebre scalatore su un celebre boulder: John Bachar che prova Midnight Lightning al Camp 4 in Yosemite Valley. Fuori dall’obiettivo fotografico un ragazzino regge un registratore con i Led Zeppelin a volume discreto, così narra Alessandro Gogna in queste sue fotografie durante uno dei primi viaggi italiani a Yosemite
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Leggeri
La misura delle difficoltà che un alpinista può con sicurezza superare in discesa senza l’uso della corda e con l’animo tranquillo, deve rappresentare il limite massimo delle difficoltà che egli può affrontare in salita (Paul Preuss).

Difficile aggiungere un commento originale a una dichiarazione così ieratica che Paul Preuss fece all’inizio del secolo scorso. Paul Preuss, il grande cavaliere dell’alpinismo, professava un alpinismo etico, nobile e puro senza alcuno spazio ai compromessi. Mi piace guardare l’elegante parete est del Campanile Basso e pensare che nel luglio 1911 quest’uomo salì e discese questa parete vertiginosa e assolutamente verticale, senza corda e senza chiodi.

Una vita senza compromessi, un uomo che se ne è andato in silenzio scomparendo da solo mentre arrampicava su una montagna in solitaria. A distanza di oltre cent’anni le sue teorie sono ancora valide e Preuss rappresenta un filone di pensiero decisamente intransigente che poi è stato ripreso da Reinhold Messner, Enzo Cozzolino e altri amanti della super-libera integrale.

Quando arrampico e trovo la via facile e superchiodata mi sento un po’ Preuss, ma quando la trovo poco chiodata allora comincio a non sopportare Preuss e i suoi emuli. Preuss è stato quello che ha iniziato le nostre lunghe infinite discussioni sullo spit-si o spit-no: discussioni che hanno occupato libri, pagine di riviste, infinite catene di messaggi sui forum di internet.
Non abbiamo ancora trovato la soluzione, chi propende per lo spit, chi lo rifiuta categoricamente, chi fa i distinguo.

Alla fine osservo che tutti si divertono anche sulle belle vie piene di luccicanti spit e in tanti dobbiamo ringraziare quei cirenei che hanno speso tempo e soldi per attrezzare le pareti per noi.

Se mai ti sia capitato di arrampicare leggero ed in sicurezza valutando i chiodi infissi e la corda come sovrastrutture inutili, allora sfrutta il tuo momento di grazia e continua ad arrampicare, non capita spesso nella vita.

Patrick Edlinger in arrampicata in Verdon: il suo stile di arrampicata, leggero ed elegante, ci fa pensare che l’armonia sia il fine ultimo della nostra fatica su roccia. Gli storici due film girati in Verdon su Patrick Edlinger nei primi anni Ottanta fecero il giro del mondo e fecero conoscere, almeno sul grande schermo, l’arrampicata “a mani nude” a tantissime persone assolutamente distanti dal mondo dell’arrampicata.
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Essenziali
Vivere è come scolpire: bisogna togliere, eliminare orpelli! (Mauro Corona).

Stai salendo verso il bivacco e ti accorgi di avere lo zaino pesantissimo di tante cose che non ti serviranno mai. Poi magari cerchi la pila frontale e ti accorgi che non c’è!

Sei in placca sul passaggio chiave con l’ultimo chiodo, ahimè distante, ti serve scioltezza e leggerezza per venirne fuori ma ti senti “zavorrato” da tutto il peso di materiale che hai attaccato all’imbragatura o, peggio, il peso dello zainetto ti richiama verso il basso.

Ancora, passi la vita a fare tante cose ma poi non hai tempo per pensare, trovare un amico lontano o per fare ciò che rende la tua vita importante.

Il problema di avere tanto o di fare tanto è quello di non riuscire a far emergere l’essenziale.

In parete l’essenziale è fondamentale. Tu puoi avere tanto o tutto, tu puoi avere l’ultimo ritrovato tecnologico ma poi non riesci ad alzarti e guardi con malcelata invidia il ragazzino che con un paio di scarpette vecchie e rattoppate sale leggero e con grazia.

A che cosa servono tutte le tue nuove attrezzature che ti hanno svuotato la carta di credito?

Attenzione: bisogna capire bene cosa Mauro Corona intendesse dire con quella frase relativa al togliere e all’eliminare.

Anni fa risalendo un camino estremamente friabile delle Crolloniti – ops intendevo Dolomiti – il mio compagno capocordata riponeva tutti gli appigli che si staccavano in una busta di plastica per impedire che colpissero me e la cordata che ci seguiva.

Se nella vita ti trovi ad eliminare cose, sei sulla strada giusta, ma se in parete ti trovi a togliere appigli, probabilmente hai sbagliato via!

Scalatore ceco in pantofole e con modesta attrezzatura su impegnativo itinerario dolomitico. Dobbiamo ammettere che gli alpinisti dell’Est hanno insegnato molto a noi ricchi occidentali
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In fin dei conti, Igor Koller e Jindrich Sustr con la via attraverso il Pesce sulla parete sud della Marmolada, aperta nel 1981, hanno dimostrato che l’eccellenza in parete non si coniuga necessariamente con eccellente attrezzatura. Per chi nutrisse ancora dubbi consigliamo un fine-settimana di arrampicata ai Pilastri di Boemia – sottofondo musicale consigliato: la colonna sonora di Profondo Rosso dei Goblin.

Sempre ironici
Osa, osa sempre e sarai simile a un Dio (Giusto Gervasutti).

Una frase molto estrema che ti spinge al coraggio estremo. C’è anche un riferimento all’Assoluto da utilizzarsi come meglio si crede. Potete scomodare tutti i vostri filosofi quali Nietzsche e relativa teoria del superuomo (o di Superman?).

Questa perentoria affermazione di Gervasutti, meglio conosciuto come il Michelangelo dell’alpinismo, quanti ragazzi ha stregato, ammaliato e gasato portandoli a compiere imprese impossibili? Quanti ragazzi sono morti in montagna avendo in testa questa folle e stupida affermazione?

Mi piace osservare che affermazioni come queste siano finite nell’oblio assieme a una filosofia nazional-germanica di conquista delle montagne e delle pareti per avvicinarsi al Dio.

Prendiamo l’alpinismo e l’arrampicata per quello che è: un gioco e una grande passione!
Ironia, gioco, approccio spensierato e rilassamento questi dovrebbero essere gli elementi alla base dell’arrampicata.

Fuggi dalla tragicità! Rileggi le riflessioni dei Padri dell’Alpinismo cercandone l’ironia.

Val di Mello, scene di vera vita in parete in una fotografia d’epoca di Jacopo Merizzi. In Val di Mello il gruppo dei Sassisti è riuscito ad affermare un concetto di approccio ludico e rilassato con la montagna, le pareti ed i massi creando una frattura con la vecchia concezione ieratica dell’alpinismo

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La montagna non è maestra di vita
La montagna insegna a vivere: questa frase l’ho udita spesso, ma non è vera. C’è gente che frequenta i monti da una vita e non ha imparato un tubo! La montagna al massimo regala emozioni a chi è sensibile ed educato (Mauro Corona).

La montagna non purifica, non avvicina a Dio, non ti rende buono e non è una scuola di vita. La montagna, come ogni esperienza estrema, rivela il tuo vero io agli altri.
La montagna è un mucchio di sassi con, a volte, un po’ di neve.
La montagna educativa? Non è sempre vero e scontato che sia così.
La montagna, con il suo alpinismo estremo, rende le persone esseri egocentrici focalizzati sui propri sogni. Ti estranea dalla società.

Ragazzo, se continui ad arrampicare, non avrai mai tempo per partecipare alle feste e non potrai imparare a ballare. Sarai tutti i fine settimana in giro con i tuoi amici: malvestito, non certo profumato, dormendo in tende e in rifugi improvvisati, dai confort ridotti.

Gli scalatori non sono proprio del tutto normali, penso che uno psicologo possa trovarvi terreno fertile per i propri studi.

L’essere così concentrati sulle pareti impossibili, sull’esperienza estrema, sulla parete di 8a che ti ruba i tuoi pensieri, le tue energie, ti rende un diverso.

Ben venga l’arrampicata sportiva che ha ridotto questa esperienza di vita a una componente solamente atletica. L’arrampicata sportiva ti prende un po’ più tempo del calcetto con gli amici, tuttavia la sera potrai uscire con la tua ragazza.

La montagna maestra di vita? Magari potesse insegnarci a vivere la nostra vita.

Ivan Guerini in armonia. Ivan Guerini ha sempre rappresentato una voce, a volte di difficile comprensione, ma sempre fuori dal coro e mai banale

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Gear-crossing
Prima legge fondamentale: ogni cosa abbandonata in montagna o in falesia perde qualsiasi diritto di proprietà.
Seconda legge: l’oggetto abbandonato è di chi l’ha visto per primo (Maurizio Oviglia).

La montagna insegna la fratellanza e l’altruismo, ma quando mai? Chi ha scodellato questa frase fatta?

E’ notorio il senso di smania e di possesso che prende ciascuno di noi alla vista di materiale abbandonato in parete. Un moschettone, un rinvio abbandonato scatena sempre una sana lotta fra gli scalatori.
Inoltre il moschettone si accumula al patrimonio personale, alla riserva, alla banca che ciascuno scalatore possiede.

Basta un temporale in parete e allora in una precipitosa discesa in corda doppia sei costretto a lasciare là ogni sorta di ben di dio pur ti tornare a terra sano e salvo.

Chi avrà la fortuna di salire domani questa parete riderà di gusto nel ritrovare tutto il tuo materiale.

Il tuo materiale d’arrampicata è come i soldi sul conto corrente: si accumulano piano piano ed ogni tanto qualche uscita o qualche spesa imprevista ti svuota le tasche.
Moschettoni e rinvii passano di proprietà, di mano in mano e fanno così il giro del mondo.

Usa quello che hai nello zaino e non aver timore ad abbandonare qualcosa che farà felice un altro scalatore.

Classica fotografia del materiale d’arrampicata utilizzato in Yosemite in una big-wall. Siamo nella fase della preparazione prima della partenza. Affrontare una big-wall è come prepararsi ad attrezzare un cantiere edile: un duro lavoro

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Il giusto vibrante
Nelle vibranti e libere corse sulle rocce tormentate, nei lunghi e muti colloqui con il sole e con il vento, con l’azzurro, nella dolcezza un po’ stanca dei delicati tramonti, ritrovavo la serenità e la tranquillità. L’ebbrezza di quell’ora passata lassù isolato dal mondo, nella gloria delle altezze, potrebbe essere sufficiente a giustificare qualunque follia (Giusto Gervasutti).

Ho pensato a lungo a questa frase e più di immaginarmi Giusto Gervasutti tutto vibrante che declama queste frasi romantiche e leggermente retoriche, non ci riesco. Il linguaggio così aulico, altisonante è molto lontano dal linguaggio asciutto e minimalista degli alpinisti inglesi. Il concetto filosofico dell’alpinista superuomo che sia mille miglia distante dal piccolo uomo della pianura, esprime una sintesi in cui non mi ritrovo.

Queste esternazioni retoriche nietzscheiane ci hanno proprio stufato e non vogliamo più sentirle!

Tutto quello che dobbiamo fare è di far nostro l’entusiasmo dei più giovani. Da sempre la rivoluzione nasce dai giovani. Seguiamo l’onda della musica punk e lasciamo le muffe delle vecchie sedi delle associazioni alpinistiche.

Un prepotente sottofondo di musica punk dei Sex Pistols invaderà il mondo e ci spingerà a un’arrampicata gioiosa e divertente!

Diffida da chi vuole darti lezioni ma non riesce ad alzarsi sul movimento di boulder che tu stai studiando!

Billy Westbay, Jim Bridwell e John Long dopo la scalata del Nose in giornata, nel 1975, si mettono in posa e scimmiottano i classici scalatori europei ancora presi dal mito retorico dell’alpinista come superuomo. Gli scalatori americani, liberi dalla storia alpina, hanno ispirato gli europei nella rivoluzione alpinistica degli anni ’70

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