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Misteri della Val di Sole

Girano sul social Facebook da qualche giorno le foto di una parete rocciosa con avvitate prese di resina artificiale… Fin qui nulla di speciale o, meglio, nulla di nuovo: si potrebbe ipotizzare che siano storture derivate da interventi ottusi, in genere di iniziativa privata, e solitamente praticati in un recente passato: storture che allo stato attuale, viste le polemiche divampate un po’ ovunque tra i frequentatori del pianeta arrampicante, non sono certo più in uso nelle falesie. I perché dell’abolizione da parte dei climber di interventi di questo tipo non sono così difficili da intuire:

  1. snaturano decisamente l’arrampicata rendendola artificiale e quindi più idonea indubbiamente a un contesto indoor che a siti naturali;
  2. deturpano sia visivamente, sia materialmente (forature stile Emmentaler), l’ambiente;
  3. in caso di futura rivalutazione del sito obbligano a resinature dei fori;
  4. sono assolutamente diseducative, sia per ciò che riguarda il rispetto dell’ambiente (lo manomettiamo a nostro piacimento…), sia per quanto riguarda l’arrampicata in se stessa (ed evitiamo di dilungarci su questioni già ampiamente dibattute sugli stili, i concetti, ecc., che si potevano ipotizzare già serenamente accettati e condivisi, almeno su questi punti, dalla comunità arrampicatoria).

Questi quattro punti potrebbero benissimo essere ampliati con altri dettagli e motivazioni. Sta di fatto che, sulle foto in questione, sono cominciati, come d’uso su FB, a fioccare commenti tra i quali ovviamente quelli che ponevano il quesito sul dove, quando, perché, chi…

Palestra di Malé
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Le risposte non si sono fatte attendere: si tratta di interventi strutturali su alcune falesie della trentina Val di Sole, alcuni appena apportati (autunno 2015), altri in fase di allestimento. Si tratta di una decina d’itinerari allestiti con prese artificiali, tra i quali almeno tre su vie già esistenti e a suo tempo liberate.

E’ seguito un invito esplicito, giunto pubblicamente al mio profilo personale su FB, con una foto allegata: “Che ne pensa il grande Gogna di questa schifezza sovvenzionata con soldi pubblici nel parco dello Stelvio e la val di Sole? “

Che ne penso? Penso di informarmi meglio sulla situazione che già di per sé, per le ragioni sopra dette, è sicuramente un episodio da condannare: ma, in più, quelle indicazioni, “soldi pubblici” e “Parco”, mi spingono ad approfondire l’argomento.

Il risultato, almeno in una prima fase, è che il GAL della Val di Sole (GAL è l’acronimo che indica i Gruppi di Azione Locale, solitamente società consortili a capitale pubblico e privato, cui sono delegati progetti tesi a favorire lo sviluppo locale in ambienti di tipo rurale), referente del “Progetto Leader Val di Sole” (http://www.reterurale.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/664), ha incaricato, probabilmente dopo apposito bando di concorso, le Guide Alpine Val di Sole (risultati vincitori del bando) di realizzare il progetto che probabilmente era stato presentato e approvato in precedenza.

Diciamo probabilmente, perché trovare il bando, il progetto o anche solo il sito relativo a Leader Val di Sole (http://www.leadervaldisole.it/), risulta impossibile, malgrado vi siano il link sulla pagina di “Trentino Agricoltura” relativa al “GAL Val di Sole”, dove si specifica che il bando è reperibile proprio lì… (http://www.trentinoagricoltura.it/Trentino-Agricoltura/News/G.a.l.-Val-di-Sole-pubblicato-il-IV-bando). Inoltre la cronaca del GAL Val di Sole, sempre sul sito “Trentino Agricoltura”, è ferma al 2013.

Palestra di San Giacomo
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Affermare quindi che sia responsabilità delle Guide Alpine Val di Sole la creazione di questo ennesimo parco giochi senza nessuna attenzione nei confronti di alcun criterio di rispetto ambientale (ricordiamo che ci si trova in zona Parco), né logica educativa, risulta piuttosto arbitrario, visto che ufficialmente non si riesce a trovare alcunché di esplicativo. Abbiamo dovuto basarci solo sui racconti di chi ci ha interpellato. E le informazioni non si fermano qui: sembra che a prese resinate belle nuove, e qualche fittone nuovo sui tiri, non corrispondano adeguati ancoraggi di sosta e calata (catene al top) che, almeno in alcuni siti, sono tuttora su infissi ormai vecchi e ovviamente non completamente affidabili. Stiamo parlando delle falesie di Malè (intitolata a Claudio Costanzi), San Giacomo, Sass Pisador (Ossana), Doss di Santa Brigida (Folgarida) e rifugio Dorigoni.

In aggiunta a questa problematica, siamo venuti anche a sapere della via ferrata Barba di Fior, la cui realizzazione senza il permesso del Parco dello Stelvio è stata da questo contestata. In luogo di un doveroso smantellamento, attualmente la ferrata è regolarmente frequentata, come attesta del resto il sito http://www.raftingcenter.it/Attivita/Vie-Ferrate/Barba-di-Fior, con le consuete promozioni che suggeriscono a “tutte le persone” di “provare l’ebbrezza di questa disciplina alpinistica in sicurezza”.

Palestra di San Giacomo
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La palestra di Malé
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A questo punto i quesiti che ci poniamo sono diversi:

  1. Chi e perché ha messo in piedi una ristrutturazione antitetica e anti-etica di questo genere?
  2. Chi, come, quando, è stato accreditato a quest’operazione?
  3. Dove sono finiti i bandi di concorso?
  4. Dove sono rilevabili i progetti?
  5. Dov’è finito il sito di “Leader Val di Sole”, progetto finanziato anche dall’amministrazione pubblica?

Domande che crediamo siano doverose e che aspettano una risposta precisa e dettagliata, viste le caratteristiche di questa situazione. Come al solito intendiamo dare accoglienza qui sotto a risposte, commenti e precisazioni.

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Se eri un bambino

Se eri un bambino negli anni ’50 ’60 ’70 ’80
di Paulo Coelho


1. – Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né airbag…
2. – Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata speciale e ancora ne serbiamo il ricordo…
3. – Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con vernici a base di piombo.
4. – Non avevamo chiusure di sicurezza per i bambini nelle confezioni dei medicinali, nei bagni, alle porte.
5. – Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco.
6. – Bevevamo l’acqua dal tubo del giardino invece che dalla bottiglia dell’acqua minerale…
7. – Trascorrevamo ore ed ore costruendoci carretti a rotelle ed i fortunati che avevano strade in discesa si lanciavano e, a metà corsa, ricordavano di non avere freni. Dopo vari scontri contro i cespugli, imparammo a risolvere il problema. Sì, noi ci scontravamo con cespugli, non con auto!
8. – Uscivamo a giocare con l’unico obbligo di rientrare prima del tramonto. Non avevamo cellulari… cosicché nessuno poteva rintracciarci. Impensabile….
9. – La scuola durava fino alla mezza, poi andavamo a casa per il pranzo con tutta la famiglia (sì, anche con il papà).
10. – Ci tagliavamo, ci rompevamo un osso, perdevamo un dente, e nessuno faceva una denuncia per questi incidenti. La colpa non era di nessuno, se non di noi stessi.

Paulo Coelho
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11. – Mangiavamo biscotti, pane olio e sale, pane e burro, bevevamo bibite zuccherate e non avevamo mai problemi di sovrappeso, perché stavamo sempre in giro a giocare…
12. – Condividevamo una bibita in quattro… bevendo dalla stessa bottiglia e nessuno moriva per questo.
13. – Non avevamo Playstation, Nintendo 64, X box, Videogiochi , televisione via cavo con 99 canali, videoregistratori, dolby surround, cellulari personali, computer, chatroom su Internet… Avevamo invece tanti AMICI.
14. – Uscivamo, montavamo in bicicletta o camminavamo fino a casa dell’amico, suonavamo il campanello o semplicemente entravamo senza bussare e lui era lì e uscivamo a giocare.
15. – Sì! Lì fuori! Nel mondo crudele! Senza un guardiano! Come abbiamo fatto? Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis, si formavano delle squadre per giocare una partita; non tutti venivano scelti per giocare e gli scartati dopo non andavano dallo psicologo per il trauma.
16. – Alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano. Nessuno andava dallo psicologo, dallo psicopedagogo, nessuno soffriva di dislessia né di problemi di attenzione né d’iperattività; semplicemente prendeva qualche scapaccione e ripeteva l’anno.
17. – Avevamo libertà, fallimenti, successi, responsabilità… e imparavamo a gestirli.

La grande domanda allora è questa:
Come abbiamo fatto a sopravvivere?
E a crescere e diventare grandi?

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Un giorno tutto questo sarà tuo!

Un giorno tutto questo sarà tuo!
di Stefano Michelazzi

Un giorno tutto questo sarà tuo!, frase piuttosto utilizzata in film e romanzi.
Uno dei tanti, Il Re Leone, film d’animazione, dove il padre indica con queste parole al figlio lo spazio infinito e integro della savana africana.

Bello no? Bella e romantica l’idea di tramandare ai nostri figli qualcosa di unico, di integro, qualcosa che li faccia sentire felici di essere al mondo.

Raccolta rifiuti a 6400 m, al Campo Base Avanzato dell’Everest (versante tibetano). Maggio 2000.
Everest 2000 Levissima, campo base avanzato, rifiuti a 6400 m

Altra ambientazione: un padre italiano cammina lungo una strada forestale col figlio, s’inoltra tra le piante del bosco e risale la collina panoramica che dà modo di spaziare con lo sguardo tra mare e montagna. Giunti al sommo del colle il padre cinge la spalla del figlio ed emozionato dice:

“Vedi bene figliolo? Tutto ciò che ci sta attorno, il mare, le montagne, i boschi in cui abbiamo camminato per giungere fin qui… tutto questo figliolo, un giorno sarà tuo!”

Il figlio lo guarda dritto negli occhi con aria perplessa e chiede: “Ma… papà, diventerò proprietario della discarica rifiuti?”

Il padre rimane sbigottito e chiede il perché di una tale risposta.

– Caro papà! Lungo il sentiero ti sei soffiato il naso e, dopo, il fazzoletto di carta l’hai gettato tra le piante di Erica in fiore; ci siam fermati per fare merenda coi panini che la mamma ha incartato nella pellicola di plastica e alla fine l’hai gettata nel prato; la lattina di aranciata che hai bevuto l’hai schiacciata sotto i piedi con soddisfazione per poi lanciarla tra gli abeti; e mi sa che la bottiglietta d’acqua in P.E.T. farà la stessa fine tra un po’… che mi lasci come eredità, papà? Le acque che scorrono lì nella valle sono inquinate da chi in barba a leggi e regolamenti ci sversa liquami in abbondanza, i fumi delle ciminiere che sbuffano là in fondo ammorbano l’aria, portano il cancro a chi ci vive vicino e anche lontano e nessuno fa niente per rimediare, e nel contempo ho raccolto un sacchetto di immondizie che tu stesso hai lasciato lungo il cammino… No grazie papà! Non è ciò cui ambisco diventare l’erede di questa schifezza!”

Il finale di questo dialogo immaginatelo per conto vostro. Immaginate voi stessi che cosa rispondereste a vostro figlio, perché in grande o in piccolo siamo tutti coinvolti in questa situazione e nessuno di noi può in questo caso, scagliare la prima pietra…

Possiamo però fare qualcosa per rimediare, almeno nel nostro piccolo, alla devastazione che ogni giorno operiamo sia attivamente che passivamente.

Quanto pesa una bottiglia d’acqua, in andata, nello zaino e quanto pesa la stessa dopo averla svuotata?
Risposta elementare, ma quante volte ci siamo imbattuti nei resti delle merende di chi frequenta l’ambiente naturale con fare da Conquistador piuttosto che con lo stile di chi lo ama e quindi lo rispetta?
Mi capita spesso di riempire il mio zaino di questi residui e di altri ancora, di fettucce e cordini tagliati e gettati al volo dalle pareti perché vecchi e da sostituire, ad esempio.
Lavatrici, mobilia varia, vecchi pneumatici e batterie d’automobile cariche di acidi estremamente dannosi, fanno spesso “bella” mostra dove si arriva ad addentrarsi nei boschi col mezzo a motore.

Mi capita spessissimo di caricare lo zaino, già pieno e pesante degli attrezzi della mia professione, con i residui della “civiltà” dei frequentatori delle zone montane. La mia automobile ogni tanto somiglia a un carretto per la spazzatura.

Non sono un ambientalista, anzi, non considero valido un epiteto del genere. Cosa significa ambientalista? Che mentre altri deturpano il nostro pianeta lasciando ai nostri figli un’eredità di devastazione ci sono alcuni che se ne fregano e smerdano un po’ ovunque? Allora non sono io ambientalista ma bastardi (sì, proprio così… BASTARDI) quelli che se ne sbattono dell’ambiente e lo frequentano portandovi le loro miserie da ritardati mentali, perché solo chi non ci arriva con la testa può essere così imbecille da non capire che ci stiamo auto-eliminando ed abbandonare sul sentiero la bottiglietta vuota dell’acqua non è soltanto una piccolezza ma un passo in più verso la rovina!

Ho avuto piacere di scoprire da poco che esiste chi umilmente e senza grandi propagande si ritrova a passare il proprio tempo, che potrebbe utilizzare in altri mille modi più egoistici, ripulendo ciò che rappresenta il marciume umano, magari del vicino di casa che esce sorridendo per la passeggiata nel bosco con amici e famiglia e torna sorridendo dopo aver dato una bella mano alla distruzione dell’eco-sistema.

Allora avrei piacere di farli conoscere questi frequentatori della natura che oltre ad usufruire di ciò che il pianeta ci propone, si fanno carico di correggere le bestialità altrui:
https://www.facebook.com/mounthomeassociation/timeline

Passate a trovarli e magari fate loro compagnia una volta, sono convinto che farà loro un immenso piacere!

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Ragazzi in montagna con le guide alpine

 Promo Scuola 2015
Dal Comunicato stampa n.05 (23 marzo 2015) delle Guide Alpine Lombarde “Ragazzi in montagna con le Guide alpine della Lombardia: al via il Promo Scuola 2015”.

Disegno fatto in una “restituzione” in classe dell’esperienza vissuta
PromoScuola-disegno2E’ al via una splendida iniziativa, da un’idea del Collegio Regionale delle Guide Alpine Lombarde. Escursioni in montagna con le guide alpine, per avvicinare i ragazzi delle scuole primarie e secondarie all’ambiente montano. È questo l’obiettivo del progetto Promo Scuola 2015 che dalla tarda primavera all’autunno 2015 le Guide Alpine della Lombardia porteranno nelle scuole lombarde. Le attività proposte, a carattere naturalistico e sportivo, saranno per gli Istituti a titolo gratuito, dal momento che il progetto, fortemente voluto dal Collegio regionale delle Guide, è interamente finanziato dal Collegio stesso e da Regione Lombardia.

Il Manifesto delle Assise dell’Alpinismo (Chamonix, 28 maggio 2011) lo aveva detto con solennità, recepito poi anche dal Club Alpino Italiano, nel Nuovo Bidecalogo: è importante far riconoscere il grande ruolo educativo delle attività di media e alta montagna.

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Si era parlato di sostenere il progetto di creazione di un polo “giovani; si era anche detto che, in quell’ottica, sarebbe stato opportuno redigere una guida metodologica per l’accompagnamento degli alunni.

In quella sede si era parlato di creare una nuova offerta specificamente dedicate ai minorenni e agli adolescenti, differenziata a seconda delle loro necessità e delle loro capacità (dal completo inquadramento all’autonomia), e diffondere quest’offerta attraverso i mezzi che i giovani utilizzano (social, internet, ecc.).

Forte del successo degli anni passati, torna anche per il 2015 il Promo Scuola, il progetto che ha lo scopo di far vivere ai ragazzi un’esperienza diretta sul campo, al fine di migliorarne la motricità e favorire l’acquisizione delle corrette tecniche di progressione in ambienti naturali d’avventura. A differenza delle scorse edizioni quest’anno l’offerta del Collegio delle Guide Alpine Lombardia si estende dalla primavera all’autunno, offrendo alle scuole la possibilità di organizzare per tempo escursioni e attività, distribuendole in diversi momenti dell’anno scolastico.

Gli studenti delle scuole primarie e secondarie saranno accompagnati su diversi terreni, scelti in relazione alle varie fasce d’età e alla natura del gruppo (numero dei partecipanti, rapporto numerico alunni e insegnanti, eventuale presenza di soggetti in situazioni di disagio).

Attraverso il Promo Scuola il Collegio Regionale Guide Alpine Lombardia intende prima di tutto promuovere la frequentazione dell’ambiente montano lombardo da parte dei più giovani. Il progetto permette inoltre di evidenziare la professionalità della Guida Alpina – Maestro di Alpinismo e dell’Accompagnatore di Media Montagna, con particolare riferimento alla specificità delle competenze in ambito didattico e tecnico.

Esercitazione sulle placche granitiche della Val di Mello
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Il Promo Scuola è presentato nelle scuole che ne fanno richiesta (al più presto, dato il numero limitato dei posti disponibili), mentre le attività si svolgeranno entro il 15 novembre. Pertanto gli insegnanti e i dirigenti scolastici che volessero partecipare, dovranno rivolgersi direttamente al Collegio regionale per richiedere l’intervento delle Guide Alpine nel loro istituto.

Sono previste escursioni guidate, attività didattiche e motorie, in ambiente e presso gli Istituti scolastici, con la possibilità di raggiungere fino a circa 1.200 studenti e relativi insegnanti.

Informazioni e contatti sono disponibili alla pagina del sito: promo scuola 2015, dove è tra l’altro l’elenco delle diverse iniziative. Vedi anche: [email protected]

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Lasciateli giocare

Lasciateli giocare è il titolo di un bellissimo articolo pubblicato su Internazionale n° 1031, 20-26 dicembre 2013, a firma di Peter Gray, uno psicologo evoluzionista e ricercatore del Boston college.

Partendo dall’osservazione che oggi i bambini hanno sempre meno tempo per giocare tra di loro, più che altro perché sia la vita a scuola che quella del tempo libero in realtà sono sempre più organizzate dagli adulti, Grey arriva a concludere che solo giocando i bambini possano raggiungere quelle capacità “sociali” che gli serviranno da grandi. Grey insiste sull’ascolto degli altri, sulla creatività, sulla gestione delle emozioni e sull’affrontare i pericoli.

All’inizio del secolo il lavoro minorile era diminuito, quindi i bambini avevano più tempo libero. Howard Chudacoff definisce la prima metà del novecento “l’epoca d’oro” dei giochi infantili. Poco a poco però, a partire dagli anni sessanta, gli adulti li hanno privati di quella libertà aumentando il tempo dedicato allo studio ma, soprattutto, riducendo il tempo in cui possono giocare da soli, anche quando non sono a scuola e non devono fare i compiti. Gli sport organizzati dagli adulti hanno cominciato a sostituire quelli improvvisati e le attività extrascolastiche hanno preso il posto degli hobby. finoltre, le paure degli adulti hanno spinto sempre più genitori a proibire ai figli di uscire da soli a giocare con gli altri ragazzi.

Il gioco istintivo sugli alberi
LasciateliGiocare-gioco1-imagesContemporaneamente, sempre in riferimento agli USA, sono aumentati a dismisura ansia e depressione infantili. E, nello stesso arco di tempo, la percentuale di suicidi tra i giovani tra i 15 e i 24 anni è più che raddoppiata, e quella tra i ragazzi con meno di quindici anni è quadruplicata.

Le minori opportunità di gioco sono state accompagnate da una diminuzione dell’empatia e da un aumento del narcisismo. Per empatia s’intende la capacità e la tendenza a vedere le cose dal punto di vista di un’altra persona e a capire quello che prova; per narcisismo un’eccessiva concezione di sé accompagnata dal disinteresse per gli altri e dall’incapacità di stabilire rapporti emotivi.

I bambini non possono acquisire queste competenze sociali e questi valori a scuola, perché l’ambiente scolastico è autoritario e non democratico.

Poi Gray osserva: Tutti i piccoli dei mammiferi giocano. Perché sprecano energie e corrono dei rischi per giocare, quando potrebbero starsene tranquilli e al sicuro nella loro tana?

Il filosofo e naturalista tedesco Karl Groos. In un libro intitolato Die Spiele der Tiere (I giochi degli animali, 1896), Groos sosteneva che il gioco è nato per selezione naturale come mezzo per permettere agli animali di esercitare le abilità necessarie a sopravvivere e riprodursi.

In effetti è vero che gli animali giovani giocano più di quelli adulti (hanno più da imparare). Lo stesso Groos pubblicò un secondo libro, Die Spiele der Menschen (I giochi degli uomini, 1899), in cui estendeva le sue intuizioni agli esseri umani e osservava che, avendo molto più da imparare, sono la specie che gioca di più.

Secondo Groos, negli esseri umani la selezione naturale ha favorito una forte tendenza dei bambini a osservare le attività degli adulti e a inserirle nei loro giochi.

A questo punto Gray inserisce il concetto di cacciatore-raccoglitore.
Prima dello sviluppo dell’agricoltura, circa diecimila anni fa, eravamo tutti cacciatori-raccoglitori. I popoli che ancora oggi si basano su questa qualità non hanno niente che somigli alla nostra scuola. Gli adulti pensano che i bambini imparino osservando, esplorando e giocando, e quindi gli concedono un tempo illimitato per farlo.

Il gioco dei bimbi indios, Mato Grosso
LasciateliGiocare-al-fiume-xingo-nel-mato-grossoorig_mainI maschi giocavano a inseguirsi e a cacciare, e sia i maschi sia le femmine giocavano a cercare e raccogliere radici commestibili. Si arrampicavano sugli alberi, cucinavano, costruivano capanne e altri oggetti importanti per la loro cultura, come le canoe scavate nei tronchi.
Giocavano a discutere tra loro, a volte imitando i grandi o provando a ragionare meglio di quanto avessero fatto gli adulti la sera prima intorno al fuoco. Ballavano e cantavano le canzoni tradizionali, ma ne inventavano anche di nuove. Fabbricavano e suonavano strumenti musicali simili a quelli degli adulti del loro gruppo. Perino i bambini piccoli giocavano con oggetti pericolosi come i coltelli e il fuoco, e gli adulti glielo permettevano perché “altrimenti come avrebbero fatto a imparare a usarli?
”.

Il gioco regolamentato dagli adulti
LasciateliGiocare-gioco-imagesIn un’altra ricerca Gray ha studiato il modo in cui imparano i bambini in una scuola alternativa, la Sudbury valley school, Massachusetts. Gli studenti, che vanno dai quattro ai diciannove anni, sono liberi di fare ciò che vogliono per tutto il giorno a condizione che rispettino tutte le regole dell’istituto. Agli occhi della maggior parte delle persone sembra una follia. Come fanno gli alunni a imparare? Eppure la scuola esiste da 45 anni e l’hanno frequentata centinaia di studenti che nel mondo reale se la cavano benissimo, non perché la scuola gli abbia insegnato qualcosa, ma perché gli ha permesso d’imparare quello che volevano.

Mentre giocano, gli studenti di questa scuola imparano a leggere, a far di conto e a usare i computer con lo stesso festoso entusiasmo con cui i bambini cacciatori-raccoglitori imparano a cacciare e a raccogliere”.

Non pensano di apprendere: pensano solo che stanno giocando o “facendo delle cose”, ma nel frattempo imparano.

I bambini imparano ad assumersi la responsabilità di se stessi e della comunità, capiscono che la vita è divertente, perfino (o forse soprattutto) quando ti impone di fare qualcosa di difficile. Insomma, la scuola cerca di sfruttare al massimo le capacità dei bambini di autoeducarsi. Ci sono tutte le opportunità di giocare con gli strumenti della cultura e di entrare in contatto con una varietà di adulti attenti e preparati, che li aiutano e non li giudicano. E permettono ai bambini di mescolarsi con gli adolescenti (giocando con persone di età diverse s’impara di più che giocando con persone della stessa età).

Gray non si aspetta di convincere tutti che da un momento all’altro dovremmo abolire le scuole così come sono ora e sostituirle con centri dov’è possibile esplorare e giocare liberamente. Ma spera di convincere parecchie persone che giocare fuori dalla scuola è importante.

Per ciò che riguarda la creatività, Gray c’informa sui cosiddetti Torrance tests of creative thinking (TTCT), riportati da campioni normativi di studenti statunitensi dall’asilo all’ultima classe delle superiori (17-18 anni) negli ultimi decenni. Secondo Kyung-hee Kim, una psicologa dell’educazione del College of William and Mary in Virginia, i dati indicano che “i ragazzi esternano meno le loro emozioni, sono meno energici, meno loquaci e in grado di esprimersi oralmente, meno spiritosi, meno fantasiosi, meno anticonformisti, meno vivaci e appassionati, meno intuitivi, meno capaci di collegare tra loro cose apparentemente non pertinenti, di sintetizzare e di vedere le cose da un’angolatura diversa”. Secondo questa ricerca, c’è stato un calo di tutti gli aspetti della creatività, ma soprattutto di un parametro chiamato “elaborazione creativa” che valuta la capacità di prendere una particolare idea e di svilupparla in modo nuovo e interessante.

Tra il 1984 e il 2008 il punteggio medio sull’elaborazione riportato nei TTCT, a tutti i livelli di età, è sceso in modo drastico: cioè nel 2008 oltre l’85 per cento dei ragazzi ha riportato un punteggio più basso della media del 1984.

Albert Einstein, che a quanto sembra odiava la scuola, chiamava le sue scoperte nel campo della fisica teorica e della matematica “giochi combinatori”. Probabilmente incentivare la creatività premiando le persone o stimolando la competitività ottiene l’effetto opposto: è difficile essere creativi quando si è preoccupati del giudizio altrui. A scuola le attività dei bambini sono continuamente giudicate: per questo è il posto meno adatto per esercitare la creatività.

Oggi i bambini sono così occupati a fare i compiti o sono così impegnati in altre attività decise dagli adulti che di rado hanno il tempo o l’opportunità di scoprire e d’immergersi completamente in attività che li divertono sul serio e gli insegnano a stare in gruppo.

Gioco spontaneo nell’Oetztal (Tirolo)
Tirolo, Oetztal, Stablein, esercizi sul pratoIl gioco di gruppo implica una serie di contrattazioni e compromessi. Se Gina è una prepotente che vuole stabilire le regole e ordinare agli altri cosa devono fare, i compagni la lasceranno sola e andranno a giocare da un’altra parte. Questo sarà un incentivo a fare più attenzione agli altri la prossima volta. Ma anche i compagni che se ne sono andati hanno imparato qualcosa: se vogliono giocare con Gina, perché ha alcune qualità che apprezzano, in futuro dovranno essere più chiari nell’esprimere i loro desideri così lei non cercherà di stabilire le regole e guastare il divertimento a tutti.

La regola aurea del gioco di gruppo non è “non fare agli altri quello che non vorresti facessero a te”, ma “fai agli altri quello che vorrebbero che tu facessi a loro”. Per questo bisogna mettersi nei panni altrui e vedere le cose dal loro punto di vista. Nei giochi di gruppo i bambini lo fanno sempre. Nel gioco l’uguaglianza non significa uniformità, ma rispetto delle differenze e attribuzione della stessa importanza ai bisogni e ai desideri di tutti.

Gli antropologi sostengono che, nei gruppi di cacciatori- raccoglitori, la prevaricazione e la prepotenza quasi non esistono. In effetti le loro società vengono spesso definite egualitarie: i gruppi non hanno né capi né una struttura gerarchica, condividono tutto, collaborano tra loro per sopravvivere e prendono le decisioni che riguardano la comunità dopo lunghe discussioni per raggiungere un accordo.

Il gioco insegna le abilità sociali senza cui la vita sarebbe insopportabile. Ma insegna anche a controllare emozioni negative forti, come la paura e la rabbia. Gli etologi che studiano i giochi degli animali sostengono che uno dei loro scopi principali è aiutare i piccoli a gestire emotivamente (oltre che fisicamente) le situazioni di emergenza.
Quando giocano, i giovani mammiferi di molte specie si mettono più volte e di proposito in situazioni moderatamente pericolose.
A seconda della specie, balzano in aria in modo goffo per rendere difficile l’atterraggio, corrono lungo il bordo dei precipizi, saltano da un ramo all’altro a un’altezza tale che, se cadessero, si farebbero male o giocano alla lotta in modo da mettersi a turno in una posizione di svantaggio alla quale devono sottrarsi
”.

E qui arriviamo al tema educativo sicurezza-rischio.

Anche i bambini, quando sono liberi, fanno la stessa cosa, facendo innervosire le mamme. Si drogano di paura fino a raggiungere la dose più alta che riescono a tollerare e imparano a gestirla. Questo tipo di giochi dev’essere spontaneo e non incoraggiato da una figura che ha l’autorità. È crudele costringere i bambini a provare paure alle quali non sono preparati, come fanno gli insegnanti di educazione fisica quando chiedono a tutti gli alunni di una classe di arrampicarsi su una pertica o di saltare il cavallo. Così possono provocare panico, imbarazzo e vergogna, sentimenti che riducono la tolleranza alla paura.
Giocando i bambini sperimentano anche la rabbia, che può nascere da una spinta accidentale o voluta, da una presa in giro o dal non aver avuto la meglio in una discussione.
Ma chi vuole continuare a giocare sa che deve controllare la rabbia e usarla in modo costruttivo. Gli scatti d’ira possono funzionare con i genitori, ma non con i compagni.

È dimostrato che anche i giovani di altre specie imparano a controllare la rabbia e l’aggressività con i giochi di gruppo.
Quando giocano, i bambini decidono e risolvono i problemi da soli: negli ambienti controllati dagli adulti sono deboli e vulnerabili; nel gioco sono forti e potenti. Il mondo dei giochi è la palestra per imparare a diventare adulti. Per un bambino giocare significa provare a essere controllato e responsabile.
Togliendo il gioco, priviamo i bambini della possibilità di esercitarsi a essere adulti e creiamo persone che per tutta la vita si sentiranno vittime e dipendenti, con la sensazione di un’autorità che gli dice cosa fare e risolve i problemi al posto loro”.

Non è un modo sano di vivere.

postato il 26 aprile 2014

 

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Sicurezza e rischio: il tema educativo

Sicurezza e rischio: il tema educativo
di Sandro Aita (responsabile di zona capi scout Agesci) da L’Adige 25 marzo 2014

Ho letto con molta attenzione e condivisione l’articolo del direttore dell’Adige di domenica 23 marzo intitolato «L’ossessione della sicurezza “totale”», trovandovi interessanti spunti di riflessione. Quello trattato è un tema che ha implicazioni molto rilevanti, non solo per l’ambito esposto da Giovanetti relativo alle attività sportive in montagna (da cui l’articolo ha preso spunto, per le vicende di inchieste penali per incidenti, valanghe, ecc.): come ha bene accennato il direttore vi sono ampie ricadute di ordine sociale, economico, giuridico, ecc. che determinano una fitta rete di relazioni e conseguenze, spesso paradossali.

Il gruppo scout di Melfi sul Monte Pollino
SicurezzaRischio-Scout-patriarca pollino scout melfiUn aspetto mi preme segnalare, proprio legato al tema della «sicurezza» e del «rischio»: il tema educativo. Si tratta di una declinazione o conseguenza sempre più diffusa di un approccio «legalista» al modo di affrontare la vita, di far crescere i ragazzi oggi.

Le famiglie, la scuola, le agenzie educative in genere tendono, per varie ragioni (tutte «ragionevoli»…) a ridurre e tendenzialmente escludere ogni forma di «rischio» nelle attività ordinarie che vengono proposte ai ragazzi. Questi ultimi sono sempre più spesso «impacchettati» in attività preordinate e strutturate, dove la libertà d’azione è sempre più ridotta e le «cautele» sono estremizzate per evitare loro non già di «esplorare il mondo» ma di incorrere in potenziali incidenti, fonte di contenzioso legale e/o assicurativo, con ricadute pesanti sulle famiglie, le scuole e le altre realtà educative.

Si trascura così di agire da un lato sulla reale prevenzione del rischio, ossia sulla preparazione e l’organizzazione competente di chi si prende cura dei ragazzi (siano essi insegnanti o educatori in genere) e dall’altro lato si perde la potente e determinante esperienza di responsabilizzazione dei singoli e dei gruppi, dando loro la necessaria e calibrata fiducia, nei diversi ambiti operativi.

È infatti dimostrato che negare esperienze di «rischio» misurato e appropriato ai minori, in età ed esperienze individuali, pone i ragazzi a non sapersi poi rapportare positivamente con la realtà della vita.

Quando saranno grandi troveranno così ogni sorta di scusa o di timore per affrontare con la necessaria audacia le avventure belle e meno belle che la vita vera proporrà loro. Uno studio in tal senso è stato di recente pubblicato sulla rivista Internazionale del 20 dicembre scorso (dal titolo esortativo «Lasciateli giocare»), dove si dimostra, con dati alla mano, quanto la nostra società occidentale negli ultimi decenni si sia via via «impigrita» in modalità sempre più chiuse e prive della necessaria interazione col mondo naturale e relazionale. Quando si lasciando i bambini giocare tra loro, spontaneamente, e agendo in rapporto con i potenziali «rischi» del confronto con la diversità in genere (di ambienti urbani e naturali, di rapporti con i loro simili dove possano sperimentare esperienze giocosamente «paurose», capaci di misurare la loro crescita e preparazione alla vita…), si accresce infatti la loro capacità di gestire positivamente emozioni e relazioni anche stressanti, senza il rischio (quello sì, vero) di soccombere alla prima – reale – difficoltà che la vita vera proporrà loro.

La ricerca di emozioni «forti» che i ragazzi d’oggi trovano sempre più spesso in ambiti «estremi» (delle varie dipendenze oggi appunto sempre più disponibili, anche nel mondo del «virtuale») li espone così davvero a rischi per la salute individuale e sociale di estrema gravità e conseguenze di lungo termine, ben più pesanti e «costose» (anche in termini di spreco di risorse umane, della loro stessa esistenza), spesso devastanti.

Occorre allora riflettere, credo, sulla capacità della società e di ogni livello formativo (scolastico, famigliare, associativo, politico…) di cogliere questi segnali, interpretarli ed agire per evitare queste gravi conseguenze: di trasformare cioè in una società passiva e succube di logiche perverse di «legalismo» (dove alcune responsabilità del mondo giuridico e assicurativo non paiono secondarie) il tessuto sociale che sarà la classe dirigente di domani. La conseguenza potrebbe essere quella che già si prefigura: la deresponsabilizzazione diffusa e la stasi della chiocciola che per proteggersi dal mondo fa crescere oltre ogni limite ragionevole il proprio «guscio protettivo», restando soffocata dal proprio peso! Il movimento, il cambiamento sempre necessario deve essere ancora riconosciuto come valore e non costretto da logiche paradossali come quelle ora accennate.

L’audacia che è richiesta a ogni esperienza di vita in crescita evolutiva non deve quindi essere preclusa dal «pericolo di temerarietà», ossia del rischio di proporre attività inutilmente rischiose senza la necessaria preparazione.

Deve insomma essere tutelata la creativa esperienza della crescita attraverso «esperienze audaci» ed emozionanti, positivamente, che mettano alla prova i ragazzi, nel contesto organizzato e tutelato da adulti responsabili, che sanno però anche dare loro la giusta fiducia, nei tempi e nei modi opportuni: usando una nota metafora, la bicicletta con le rotelle, se è pure necessaria per l’apprendimento iniziale dell’abilità per condurre in sicurezza la bici, va poi liberata per tempo e lasciata alla responsabilità del bambino che deve presto, da solo, imparare a farne senza. Qualche ginocchio sbucciato all’inizio farà risparmiare, da grandi, conseguenze ben più rischiose ad adulti preparati dalla loro giovanile conoscenza del «rischio», vissuto allora come avventuroso gioco della vita, rischiosa fin dalla nascita ma con la quale occorre sapersi misurare e rapportare con preparazione adeguata, fin da piccoli! Un educatore di vasta esperienza, Robert Baden-Powell, fondatore del movimento e del metodo scout, raccomandava ai suoi ragazzi: «Ricordatevi del vostro motto Estote Parati (siate pronti); siate dunque preparati per eventuali incidenti, imparando in anticipo che cosa si deve fare nei diversi casi che vi si potranno presentare». E in un altro suo famoso detto ricordava che «Non esiste buono o cattivo tempo, ma buono o cattivo equipaggiamento!».

Questa citazione per segnalare quanto possa essere importante, per crescere armoniosamente, vivere fin da piccoli esperienze concrete di attività e di avventure, calibrate sulle diverse età e maturità, che allenino i ragazzini alla responsabilità, alla gestione dell’imprevisto, alla capacità di affrontare l’ignoto con maturità e competenza, senza attendere «tempi, luoghi, occasioni migliori»: la realtà della vita rischia di presentare il suo conto che nessun avvocato, giudice o assicuratore saprà garantire meglio dell’allenamento vissuto giocosamente fin da piccoli nell’affrontare le sfide (reali e non virtuali) della vita.

Sandro Aita Responsabile di zona capi scout Agesci

postato l’8 aprile 2014