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The beckoning silence (Il richiamo del silenzio)

he Beckoning Silence (Il richiamo del silenzio, film di Louise Osmond)
recensione di Giorgio Robino
(già pubblicato dallo stesso autore su facebook il 3 ottobre 2010)

Il film The Beckoning Silence (tratto dall’omonimo libro di Joe Simpson tradotto in italiano con Il richiamo del silenzio) è un documentario girato nel 2007 dalla regista Louise Osmond e tratta del tristemente famoso tentativo di scalata alla Nord dell’Eiger nel 1936 (18-25 luglio) dei tedeschi Toni Kurz, Andreas Andi Hinterstoisser e degli austriaci Willy Angerer ed Edi Rainer (vedi anche mia recensione al film Nordwand, girato l’anno dopo: http://www.facebook.com/note.php?note_id=10150268533200207).

Joe Simpson scala sull’Eiger durante la realizzazione del documentario
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Il documentario fa seguito quindi all’omonimo libro di sir Joe Simpson: è lui il protagonista e voce narrante del documentario. L’alpinista inglese racconta se stesso, paragonando la sua vita e in particolare quello che gli successe sul Siula Grande (argomento del famoso libro e film Touching the void ), paragonando gli accadimenti e le emozioni di quei giorni terribili, passati tra la vita e la morte, con quello che successe al povero Toni Kurz e compagni, traendo estreme conclusioni filosofiche…

Scena di ricostruzione storica: durante le doppie di ritirata per non essere riusciti a passare dal traverso
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Scena di ricostruzione storica: la morte di Toni Kurz
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Dunque il film alterna vari momenti narrativi che si intrecciano: anzitutto è ricostruita la vicenda storica del 1936 attraverso attori che recitano “in costume”, vengono tracciate le tappe della vicenda per sommi capi, ma con ovvia cura per i dettagli alpinistici. D’altro canto la vicenda è raccontata da Joe Simpson che assieme a un amico, è andato sull’Eiger a rifare pezzi della via. Per inciso, mi sembra di capire che non l’ha mica fatta tutta la vecchia via, ma si è fatto portare da un elicottero nei punti salienti per riprovare i passaggi e realizzare i video di “spiegazione alpinistica”. Quindi viene narrato quanto accadde nel 1936, intervallando con spezzoni di salita fatta da Joe qualche anno fa, allo scopo di spiegare alcuni dettagli tecnico-alpinistici sui passaggi fatti dai quattro scalatori anteguerra; il tutto è infine intercalato da interviste fatte a tavolino a Joe: la vicenda dell’Eiger è occasione per esporre riflessioni sul senso dell’alpinismo, una problematica che a Simpson sta parecchio a cuore.

Ricostruzione del percorso fatto: la linea rossa è il traverso Hinterstoisser
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Joe Simpson e compagno di cordata durante le riprese del documentario
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Ci sono alcuni dettagli sui passaggi tecnico-alpinistici che sono spiegati discretamente bene: in particolare fa specie vedere Joe che passa sul traverso Hinterstoisser, attrezzato oggi con corde fisse (così almeno sembra di vedere nel video), ansimando e imprecando pur con le corde… il passaggio è brutto forte: roccia bella liscia e verglassata… ad ogni modo le sequenze i cui Joe spiega mentre passa sono davvero godibili.

Joe esce dalla famosa porta della galleria del trenino che passa dentro l’Eiger
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Joe sul traverso Hinterstoisser
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Joe sul del traverso Hinterstoisser
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All’inizio del traverso Hinterstoisser, Joe fa la spiega di come passò Andi
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Le scene della ricostruzione storica, con gli attori in costume, non è altrettanto curata come nel film Nordwand, ma d’altro canto qui interessava raccontare di quella scalata del ’36 alcuni punti salienti dal punto di vista alpinistico e soprattutto dal punto di vista dell’emozione… quindi è accettabile che la ricostruzione in costume non sia perfetta. E’ comunque a livelli sufficienti e soprattutto mi sembra raccontata bene la scena drammatica in cui la valanga travolge a morte Andy. Credibile la dinamica degli altri tre che rimangono attaccati alla stessa corda, con Toni unico vivo in mezzo ai due austriaci morti quasi subito… Mentre in Nordwand questa scena è completamente “falsa” (volutamente romanzata…?). Un dettaglio tecnico però non mi torna neppure in questa ricostruzione storica: nel documentario gli attori sembrano indossare tutti i ramponi, ma a me risulta che non li avessero, o almeno non li avesse Hinterstoisser, ma forse sbaglio io, non che cambi granché, ma…

Scena di ricostruzione storica: Andi al ritorno non riesce più a passare sul traverso anche a causa del verglas e dello sfinimento
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Scena di ricostruzione storica: i quattro alpinisti su un nevaio
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Più che essere una fedele ricostruzione dell’accaduto storico (anche qui, come nel film romanzato Nordwand, mi pare ci sia qualche imprecisione e un po’ di superficialità nel racconto che viene fatto per sommi capi), il documentario è piuttosto un riferimento simbolico che Joe Simpson utilizza per riflettere sulla sua vita e affrontare alcuni interrogativi filosofici: sembra che da qualche anno abbia deciso di chiudere definitivamente con l’alpinismo, ma la decisione non è serena, sembra quasi una disperazione esistenziale. Addirittura Simpson se la prende con la sua capacità di scrittore e con il suo elaborare con il pensiero i fatti… infine dichiara di non riuscire a spiegare alcunché del perché dell’alpinismo estremo… non gli rimangono che domande senza risposta, che ci riversa addosso con i suoi libri e il suo film; la sua dichiarazione di infelicità è di una sincerità umana disarmante, e proprio questo me lo fa apparire oltremodo simpatico. Quest’uomo si è rotto i coglioni e non sa che farci, ma almeno non dice cazzate, insomma è puro… ma allora, spero davvero che Joe trovi qualche risposta, perché la soluzione dell’enigma interessa anche a me!

Joe durante le riprese del documentario
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Joe Simpson alla Kleine Scheidegg, ai piedi della parete nord dell’Eiger
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DVD:
http://www.amazon.co.uk/The-Beckoning-Silence-Louise-Osmond/dp/B000W668QC

Interessanti, anche se un po’ poco approfondite, le interviste di Kay Rush, in cui Joe parla chiaro:

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Robert Jasper

Robert Jasper
di Silvia Benetollo (per gentile concessione di altitudini.it)

Robert Jasper (nato il 15 aprile 1968 a Waldshut-Tiengen, Germania) è cresciuto nella Foresta Nera, e ha iniziato giovanissimo a scalare, principalmente nella Schlüchttal e nello Jura. Già a vent’anni aveva portato a casa più di 100 tra le vie considerate tra le più difficili delle Alpi, ma è del 1991 la sua prima grande impresa, quella che lo rende famoso: la scalata, in un solo anno, delle pareti nord dell’Eiger, del Cervino e del Grandes Jorasses.
Predilige le ascensioni in solitaria perché, dice, la solitudine in parete gli permette di scavare dentro se stesso e di conoscersi meglio. Ma le Alpi sono solo il punto di partenza per una serie di notevoli imprese su tutte le montagne del mondo.

Robert Jasper
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In Patagonia, Jasper mette a segno quella che probabilmente è la quarta ascensione del Cerro Standhardt, il più piccolo nel gruppo del Cerro Torre ma che presentava ancora sfide irrisolte; sempre in Patagonia, sale in stile alpino il Cerro Torre per la via Maestri in sole 16 ore e mezza, mentre nel 2005 è la volta del Cerro Murallon, dove aprirà una nuova via, Via col vento, assieme a Stefan Glowacz, che gli vale il Piolet d’Or.
Il Cerro Murallon è una cima remota e difficile, e prima della spedizione di Jasper e Glowacz era stata scalata ufficialmente una sola volta, nel 1984 da una spedizione italiana: infatti, nel 1961 gli alpinisti Jack Ewer ed Eric Shipton erano arrivati alla cresta sommitale pensando di aver raggiunto la cima, ma poiché si trovavano in mezzo a una tempesta, non riuscirono nemmeno a stabilire con certezza dove si trovavano. Anche Jasper e Glowacz non hanno avuto vita facile sul Cerro Murallon. In quei momenti di difficoltà estrema, racconta Jasper, il sentimento che prevale non è l’ammirazione per i luoghi e la natura selvaggia, ma piuttosto l’istinto di sopravvivere. La bellezza del posto e dell’impresa la si vede dopo, quando tutto è concluso e può essere osservato a mente fredda e alla giusta distanza.
Mi ha colpita molto questa affermazione di Jasper, perché mi sono sempre chiesta come vivono e quali sensazioni provano questi atleti che si trovano, per loro scelta, ad affrontare condizioni estreme, spesso ai limiti della sopravvivenza. E mi sono resa conto con stupore che si tratta della stessa sensazione che spesso mi sono trovata a vivere anche io, nel mio piccolissimo, durante certe escursioni in Dolomiti per me lunghe ed estenuanti, che non riuscivo ad apprezzare quando ero immersa fino al collo nella fatica e nelle difficoltà, e che poi invece ho amato tantissimo. Fatte le dovute proporzioni, e considerando sempre le caratteristiche personali di ognuno, sottoposti allo stress e ai pericoli un alpinista estremo e una semplice escursionista vivono sensazioni simili. E questa cosa è stata per me davvero un’epifania.

In Himalaya Jasper ha meno fortuna: pur raggiungendo ottimi risultati, le spedizioni nel Gharwal e sul Nuptse 1 devono essere interrotte a causa del maltempo e del vento forte, lo stesso che nel 1997 si è portato via dalla cima del Nuptse 1 lo sloveno Janez Jeglič.

La famiglia Jasper
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Ma probabilmente è l’Eiger ad attirarlo di più, la montagna che gli offre l’avventura appena fuori della porta di casa e che gli permette di confrontarsi con le grandi spedizioni del passato. Anzi, la famosa Nordwand sembra essere un’ossessione per la famiglia Jasper, dato che anche la moglie Daniela su questa parete ha aperto ben 4 vie. Assieme sull’Eiger Robert e Daniela aprono una delle vie più difficili delle Alpi, Symphonie de Liberté: mille metri di sviluppo, roccia ghiacciata, temperature invernali anche in piena estate, frequenti cadute di massi. Sono proprio queste le peculiarità che fanno della Nordwand una delle pareti più difficili e allo stesso tempo più affascinanti per gli scalatori di tutto il mondo: l’esposizione fa sì che la neve e il ghiaccio siano da mettere in conto anche nei mesi più caldi, salvo poi trasformarsi in cascate nelle ore centrali del giorno, e le frane costituiscono un pericolo costante.

Proprio questi fattori, uniti al maltempo, determinarono il fallimento delle prime spedizioni sull’Eiger. Vale la pena ricordarle. Gli alpinisti Karl Mehringer e Max Sedlmeyer iniziano la scalata l’11 agosto 1934. Durante il primo giorno i due salgono velocemente sulle rocce alla base della Nordwand, ma dopo il primo bivacco il ritmo di salita cala paurosamente, probabilmente per la stanchezza. Le frequenti scariche di massi li costringono a bivaccare nuovamente, ma intanto il tempo peggiora. Una violenta tempesta porta neve e ghiaccio in parete, coprendo di nuvole la sorte dei due alpinisti. Vengono avvistati per l’ultima volta nella mattinata di sabato 14 agosto, dopodiché su di loro cala definitivamente il sipario. I corpi vengono portati giù dalle valanghe, e verranno recuperati molto dopo dalle squadre di ricerca.
La seconda spedizione, nel 1936, non fu molto più fortunata. Era composta da due esperti alpinisti bavaresi, Toni Kurz e Andreas Hinterstoisser, che avevano preparato la salita della Nordwand scalando la parete nord della Cima Grande di Lavaredo, e gli austriaci Willy Angerer e Edi Rainer, molto meno qualificati per affrontare un’impresa del genere. Partirono il 18 luglio, alle 2 del mattino, riuscendo quel giorno a salire un buon tratto. Ma la notte successiva il tempo cambiò repentinamente e di nuovo la nebbia nascose la vista degli alpinisti agli osservatori appostati a Kleine Scheidegg. Passò un’altra notte. Ciò che accadde nel terzo giorno di scalata non è mai stato chiarito: gli alpinisti dapprima avanzarono lentamente, poi si fermarono, e alle 5 del pomeriggio furono visti scendere, portando un ferito. Bivaccarono nuovamente in parete. Il giorno dopo, verso mezzogiorno, un addetto alla ferrovia dello Jungfraujoch si sporse dallo Stollenloch (la finestra di collegamento con la galleria della ferrovia interna all’Eiger), e sentendo che gli alpinisti si stavano avvicinando rientrò per preparare del tè. Due ore dopo, non vedendoli arrivare, andò nuovamente a controllare: questa volta quello che sentì furono grida di sofferenza. Telefonò quindi alla stazione Eigergletscher, dove venne approntata una squadra di soccorso. Gli alpinisti vennero raggiunti il giorno successivo, ma a quel punto l’unico rimasto vivo era Toni Kurz: Rainer era morto assiderato, Hinterstoisser era caduto e Angerer pendeva strangolato dalla corda. Dopo sei ore passate a cercare di liberare le corde per calarsi giù verso i soccorritori, proprio quando era sul punto di compiere un’impresa epica, Toni Kurz reclina la testa, apre le braccia e muore, schiantato dalla fatica.
La parete nord dell’Eiger rimane inviolata fino al 1938, quando due cordate, una tedesca e una austriaca si trovarono in parete e decisero di mettere insieme le forze. Tra loro c’era Heinrich Harrer, divenuto poi noto per le sua permanenza in Tibet.
Da allora la Nordwand è stata scalata numerose volte e diverse sono le vie che conducono alla cima. Una di queste è la cosiddetta Direttissima dei Giapponesi, che sale diritta e senza esitazioni nel settore di centro-destra della parete. Fu aperta con un ultimo attacco di cinque giorni da una spedizione giapponese (Hirofumi Amano, Takio Kato, Yasuo Kato, Susumu Kubo, Satoru Negishi e la dottoressa ventisettenne Michiko Imai, dal 15 luglio al 15 agosto 1969). La salita fu concepita come un test per l’equipaggiamento, in previsione di una spedizione nel Karakorum, e all’epoca fu molto criticata per via dei 1300 metri di corda e dei 250 chiodi a pressione lasciati in parete. La spedizione portò con sé durante la scalata ben 1000 kg di materiale. Tuttavia, la determinazione e l’abnegazione dimostrata dai giapponesi durante la scalata in condizioni avverse suscitò l’ammirazione generale. Tra l’altro, a giudicare dalle foto che si sono scattati in parete, in un bivacco precario e in mezzo alla tormenta, sembra proprio che si siano parecchio divertiti.
Questa è la via che Robert Jasper e l’amico svizzero Roger Schäli hanno deciso di ripetere in libera. Hanno atteso il momento giusto, senza farsi prendere dall’entusiasmo, scegliendo con cura il periodo in cui sono meno frequenti le cadute di massi e più improbabile il maltempo. E in tre giorni hanno portato a termine la loro missione. Dice Robert: “Ho imparato ad aspettare la giornata giusta, il momento giusto, il partner giusto: solo in simili condizioni ed equipaggiati dell’indispensabile, è possibile spostare il limite dal possibile all’impossibile.

Il termine che più spesso Jasper ha utilizzato durante la serata conclusiva di IMS è ‘emotional’. Non c’è dubbio che, nell’attività alpinistica di Jasper non sia solo la prestazione, la performance atletica a essere al centro dell’attenzione; il fattore emotivo ha infatti un ruolo importantissimo. Dopo svariate imprese su montagne extraeuropee, Jasper è convinto che le Alpi possano dare ancora molto in termini di avventura. E stando all’emozione che trasmette al pubblico durante la sua conferenza, non possiamo che essere d’accordo con lui.


La Direttissima dei Giapponesi rotpunkt
a cura della Redazione

La via Direttissima dei Giapponesi supera con una linea pressoché verticale la difficilissima parete (la Rote Fluh) che sovrasta la famosa Fessura difficile dei primi salitori della Nord, per poi continuare sempre dritta fino in cima. La via è stata liberata superando difficoltà in libera fino all’8a all’interno di una vera avventura alpinistica.

Robert Jasper e Roger Schäli
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Un sogno lungo sei anni è finalmente stato coronato dal 28 al 31 agosto 2009: Robert Jasper e Roger Schäli sono riusciti nella rotpunkt dei 1880 m della via. La direttissima, gradata al tempo della prima ascensione del 1969 di VI e A2 (in stile himalayano), ha ora una valutazione 8a, M5, (X- UIAA);

Robert Jasper aveva messo le mani sulla via già nel 1991 ma aveva dovuto ritirarsi per quelle micidiali scariche che hanno reso tragicamente famoso e unico l’Eiger. Mentre dal canto suo Roger Schäli si era legato nel 2003 all’altro asso svizzero, Simon Anthamatten, ma anche loro dopo 1000 metri di parete si erano dovuti arrendere ai pericoli oggettivi. Insomma, l’Eiger richiede sempre la consueta dose di costanza e determinazione…

Il 2009 è stato l’anno giusto, ma non prima però di aver speso un altro paio di tentativi frustrati dalle pessime condizioni meteo. Da considerare anche il pessimo stato dei chiodi a pressione piantati 40 anni prima dai giapponesi. Dal secondo nevaio in su la via è molto esposta a caduta sassi. La qualità della roccia sulla Rote Fluh è buona e ci sono molti vecchi chiodi a pressione, mentre nella sezione alta della via la qualità della roccia non è buona e ci sono poche possibilità di proteggersi. Bisogna mettere le protezioni mobili e attrezzare le soste, tranne su alcune soste nella Rote Fluh che sono state rispittate.

Robert Jasper durtante la prima libera della Direttissima dei Giapponesi all’Eiger. Foto: Franz Walter
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La Direttissima dei Giapponesi in libera
di Robert Jasper
28 agosto 2009. Circa metà delle prese sulla Rote Fluh sono bagnate. Arrampichiamo e lottiamo spingendoci verso l’alto. Due dei tiri più difficili sono parzialmente bagnati e ci vogliono un paio di tentativi per salirli in libera. Con dita bagnate e congelate tengo una piccolissima presa dopo l’altra, le mie scarpette strette scivolano perché non sento più le dita dei piedi. Ciecamente faccio i movimenti che avevo imparato a memoria, senza sentire il mio corpo.

Vado avanti solo grazie alla mente che mi svela riserve d’energia che non conoscevo. Al terzo tentativo riesco finalmente – per un soffio – a liberare il tiro chiave. Ce la possiamo fare! Il giorno successivo il meteo è brutto e trascorriamo il tempo aspettando nella nostra piccola tenda nello Stollenloch. Come dalle previsioni la pressione si alza durante il pomeriggio e il tempo migliora durante la notte. Questa è la nostra chance.

Il 30 agosto partiamo nel cuore della notte, seguendo la luce delle nostre lampadine frontali. Velocemente saliamo il secondo nevaio che è di ghiaccio vivo coperto con detriti e ci immettiamo sull’enorme muro sovrastante che ci incute paura. Ora tutto diventa difficile: ci aspetta il “Pilastro rotto”, con roccia marcia dappertutto con quasi nessuna possibilità di piazzare delle buone protezioni, e con pochi chiodi arrugginiti lasciati dalla spedizione giapponese, per lo più colpiti svariate volte dai sassi.

Il fischio dei sassi che cadono attorno ci riportano a tutte le famose storie dell’Eiger… per noi quest’avventura è quasi eccessiva. Poco prima della Cengia centrale – il nostro terzo bivacco – le scariche si intensificano. Un sasso grande come un pugno centra il mio casco e quasi lo rompe. Per fortuna riesco a stare in piedi e a non cadere. Stanchi piantiamo la tenda. I sassi continuano a cadere durante tutta la notte e più di una volta la nostra tenda viene sfiorata. Tentiamo di riposare i nostri nervi. Un po’ di cibo e da bere, poi dentro i sacchi piuma. Nonostante la tormenta riusciamo a recuperare per il giorno successivo.

Come nei giorni precedenti Roger ed io ci alterniamo per salire da primi, e riusciamo a procedere velocemente. Sul Pilastro Sphinx Roger lotta come un Samurai e chiude il conto con uno dei tiri artificiali di A2, che ora è un difficile 7b.

Dopo alcuni tiri molto alpinistici e dei traversi terribili riusciamo finalmente a raggiungere l’ultimo nevaio. Lì ad attenderci c’è una sorpresa: troviamo un vecchio zaino inglobato nel ghiaccio e, poiché avevamo soltanto due chiodi da ghiaccio, lo utilizziamo per attrezzare una buona sosta. Con tutta probabilità è lo zaino lasciato da Jeff Lowe*.

Salutati dagli ultimi raggi di sole scappiamo dall’infinito buio della parete nord. Ci abbracciamo, sollevati, sulla cima. E’ fatta.

* Nota (da Planetmountain.com): tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo del 1991 con un incredibile ed estenuante salita durata nove giorni l’americano Jeff Lowe aveva tracciato in solitaria una nuova via sulla parete nord del Eiger. Dopo aver superato difficoltà estreme e al limite delle sue forze un elicottero ha eseguito un audace salvataggio, strappandolo dalla cresta ovest immediatamente sotto la cima dell’Eiger. La via di 60 tiri è gradata VII, 5.10, A5 e questa salita testimonia l’indiscusso talento, abilità e determinazione di Lowe.

La parete nord dell’Eiger con la via Heckmair (1938, fucsia); la Direttissima di John Harlin (1966, rossa); e la Direttissima dei Giapponesi (1969, gialla)
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Il sorriso dell’Orco

Il sorriso dell’Orco
di Marco Milani (1995)

Alla Kleine Scheidegg mi sento oramai di casa, ma tutte le volte che ci arrivo mi fa sempre l’effetto di essere a Disneyland. Il trenino, simile a quello di una giostra, spalanca le sue porte a 2000 metri e, avvolto dagli effluvi di wurstel e patatine, vieni inghiottito da una marea umana che rappresenta tutte le etnie presenti sul pianeta, ordinatamente riunite nel pellegrinaggio profano alla montagna.

Tuttavia basta allontanarsi anche di poche centinaia di metri dai marciapiedi della stazione per ritrovare dietro l’angolo la mon­tagna, quella vera. Le altre volte che sono venuto qui era per scalare la parete nord dell’Eiger, attirato più dalla sua fama sinistra piuttosto che dalla bellezza dell’arrampicata. Basta po­co, un’ora di cammino, e vieni avvolto dall’ombra della gigante­sca muraglia, passando, come in un diaframma spazio-temporale, dai tavolini affollati della stazione al gelido abbraccio della parete.

Oggi però sono solo, Alessandro non ha potuto accompagnarmi, ma la salita che mi aspetta è più semplice. Il sentiero che imbocco non porta verso l’ombra dell’Eiger ma verso i prati solari dello Tschuggen, un cucuzzolo erboso ideale per fotografare i giganti dell’Oberland. Anche questa volta il distacco dalla Kleine Schei­ degg è netto, il vociare della folla scompare in un attimo e l’o­dore dell’erba prende il sopravvento.

Il tempo è perfetto, l’aria limpida mi fa già pregustare i colori del tramonto. So bene quanto è difficile incontrare le giuste condizioni non solo per scalare, ma anche per fotografare questa montagna, visto che le volte precedenti che ho piantato la tenda alla Kleine Scheidegg ho aspettato giorni e giorni per vedere il sole.

Quando devio lungo i pendii dello Tschuggen intravedo qualche nu­vola, ma non m’importa molto. L’attenzione mi si concentra invece sul compagno di gita, un camoscio che alla mia stessa altezza, un centinaio di metri più in là, punta anche lui alla vetta dello Tschuggen. Qualche sguardo reciproco per valutare il compagno e poi via, per chi arriva primo. Mentre accelero il passo, in gara con il camoscio, sento liberarsi l’energia che arriva dalla com­petizione.

So bene che rischio di passare per squilibrato, ma ciò che mi spinge a vagabondare tra le montagne, per scalare o per fotogra­fare, non è solo ricerca ma piuttosto competizione. Si tratta spesso di una gara dove in realtà non si vince mai e gli avver­sari variano di volta in volta: me stesso, la montagna, la pelli­cola, un camoscio.

La parete nord dell’Eiger. Foto: Marco Milani
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Questa volta mi sembra di avere delle concrete possibilità di vittoria, il camoscio avanza con noncurante lentezza e scompare dietro il crinale erboso qualche metro più in basso di me. Sento di avercela fatta, oggi ho vinto io. Il camoscio riappare, in vetta, guardandomi con curiosità dall’alto in basso e chiedendosi probabilmente come faccia un umano divenire così paonazzo sempli­cemente camminando su di una montagna. Quando arrivo in vetta al­lo Tschuggen l’animale è già distante e sta scendendo con tran­quillità, mostrandomi il sedere, mentre oramai il cielo è coperto da una spessa coltre di nuvole.

Bene, un’altra giornata persa. La vetta dello Tschuggen, ricoper­ta di erba, è l’ideale per sdraiarsi a guardare il cielo, speran­do che prima o poi un raggio di sole torni ad illuminare le mon­tagne.

L’Eiger mi sta beffando ancora una volta. Nessuna montagna mi ha mai trattato in questo modo. Due volte sono arrivato fino a metà della parete; la prima volta una brutta caduta del compagno ci ha costretto a tornare a casa con una gamba rotta, mentre la vol­ta seguente l’orco si è liberato di noi con una scarica di sassi apocalittica, tagliandoci una corda e facendoci capire che se non ce ne fossimo andati in fretta era pronto ad inviarcene una se­conda, più decisiva.

Maledetta montagna, non solo scalarti ma anche fotografarti è difficile.

Il tempo passa, le nuvole sono sempre fitte e si muovono pigra­mente; in lontananza si apre ogni tanto uno spiraglio di azzurro, ma è solo per un attimo e lontano dalle montagne. Con il trascor­rere delle ore la rabbia della sconfitta fa posto alla rassegna­zione di dover tornare quassù: un’altra giornata, un lungo viag­gio, un’altra scarpinata in un posto che conosco fin troppo bene.

Va bene Eiger, hai vinto tu, anche questa volta.

Ripiego il cavalletto, metto le macchine fotografiche nello zai­no, me ne vado. Con la coda dell’occhio intravedo uno spiraglio tra le nubi, un raggio di sole orizzontale disegna sulla parete un sorriso di luce. Per un attimo l’orco sembra sorridermi, con quel baffo luminoso che attraversa la parete nord, ma l’attimo è sufficiente: 1/125 di secondo e la montagna è mia.

Va bene Eiger, forse ho capito. Facciamo pace, niente più gare. Chissà, magari un giorno tornerò a scalarti.

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Trentini sulla Nord dell’Eiger

Trentini sulla Nord dell’Eiger
con la collaborazione di Peter Moser

Allorché nel lontano 1960 cominciai ad avvicinarmi all’alpinismo, uno dei primi nomi che colpì la mia immaginazione di quattordicenne fu quello dell’Eiger, la montagna “assassina” che tanta parte ebbe e doveva ancora avere nell’immaginario collettivo alpinistico.

Venne poi il momento in cui desiderai scalarla, ma non per la via Heckmair: avevo il progetto di salire un settore giallo e strapiombante, quell’arcigna Rote Fluh che torreggiava a destra del lungo svolgimento della via classica Heckmair e della Direttissima John Harlin. Quando nell’agosto 1969 andai a Grindelwald per sbinocolare un po’ la parete, seppi subito che una squadra di alpinisti giapponesi mi aveva preceduto e stava completando la via, in stile spedizione.

La parete Nord dell’Eiger con il tracciato della via classica Heckmair-Kasparek-Voerg-Harrer (1938)
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Abbandonai perciò definitivamente il progetto e m’interessai alla parete solo per gli spunti di cronaca che ogni tanto forniva.

Seguii perciò la salita lampo (14 agosto 1974, 10 h) di Reinhold Messner e Peter Habeler e osservai che con lo scorrere del tempo, con il moltiplicarsi delle ripetizioni della via classica e soprattutto con l’apertura delle moltissime vie moderne nel settore destro della parete, quell’alea di mistero e di tragedia che sovrastava l’Eiger Nordwand andava pian piano svanendo nelle decadi. Fino ai record di Ueli Steck.

Questo non significava certo che la salita fosse meno difficile e impegnativa di prima, anzi. Con gli anni ’90 fu chiaro a tutti che una ripetizione estiva della Nord dell’Eiger, visti i cambiamenti climatici e il conseguente innevamento più scarso, stava diventando sempre più pericolosa per le scariche, tanto da consigliare di non insistere, preferendo invece altre stagioni, più fredde e nevose.

Recentemente il CAI di Vezzano (TN) ha avuto la bella idea di invitare a tenere una serata tutti gli alpinisti trentini che nel frattempo avevano salito la parete. Sul palco erano presenti persone in un numero tale da non essere quasi creduto.

Ebbene sì, mai avrei pensato che la Nord dell’Eiger fosse stata salita da ben 20 alpinisti i cui natali sono in provincia di Trento! Mi avessero chiesto di tirare a indovinare, avrei detto tre o quattro… Non perché ritenga che la Nord dell’Eiger non sia alla portata degli alpinisti trentini, anzi! Semplicemente perché non sapevo che la via fosse così ripetuta.

Armando Aste, di Rovereto, ne fece la prima ripetizione italiana (31a salita) con Franco Solina, Andrea Mellano, Romano Perego, Pierlorenzo Canela Acquistapace e Luigi Airoldi, dall’11 al 18 agosto 1962.
Poi registriamo:

1988, 10-12 luglio – Franco Corn con Marco Cantaloni
1988, 14-15 agosto – Angelo Giovanetti con Nazario Ferrari e Renzo Zambaldi
1991, 17 agosto – Roberto Daz con Renzo Corona
1993, 13 agosto – Sergio Valentini con Donato Vinante (15 h)
2008, 26-27 febbraio – John Vaia con Sandro De Zolt
2008, 27-28 febbraio – Paolo Trota Calzà con Demis Lorenzi e il lombardo Antonio Prestini
2011, 4-5 maggio – Peter Moser con i due altoatesini Iwan Canins e Andrea Oberbacher.
2011, 7 maggio – Roberto Pedrotti con Alessandro Lucchi
2011, 7-8 maggio – Giorgio Bertagnolli e Cristian Defant
2011, 7-8 maggio – Patrick Ghezzi con il bresciano Francesco Prati
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Peter Moser racconta la sua salita dell’Eiger

Mi chiamo Peter, sono nato e vivo nel mio Maso in Trentino, sono cresciuto completamente libero tra i boschi e le malghe del Lagorai, ho sempre fatto l’agricoltore con l’unico obiettivo sin da ragazzo di passare il maggior tempo possibile in montagna: sono diventato dapprima guida, molto giovane, e poi mi venne fatta la proposta da parte del centro sportivo dell’esercito di diventare un loro atleta.

Inizialmente non fui in alcun modo interessato ritenendo che questa scelta mi avrebbe reso meno libero e sarebbe stata in conflitto con il mio animo a dir poco anarchico. Dei fatti brutti concentrati in un anno, tra cui un grave incidente alle gambe, mi fecero riflettere e prendere la decisione di accettare la proposta ed entrare a far parte del gruppo. Volevo avere la tranquillità economica e molto tempo per allenarmi, recuperare l’infortunio e tornare ad alto livello come ero sempre stato.

Sin da subito ebbi come previsto un sacco di attriti con il mondo militare, con il loro sistema e i loro modi. Avevo il loro rispetto solo e unicamente per il mio livello tecnico, ma mi bloccavano i tutti i modi con la loro burocrazia e i loro uffici.

In quel periodo passavo più giorni in punizioni varie che un carcerato. Appena arrivato mi fecero tagliare i miei capelli lunghi fino alle spalle e già in quel momento capii che quel mondo non faceva per me. A me non importava null’altro che tornare come prima, avevo bisogno di salire qualcosa che da sempre avevo sognato. Nella mia testa una via cominciò a chiamarmi e incantarmi durante la notte. L’avevo sognata fantasticata sin da bambino, sentivo che quello era il momento di salirla. Era la Nord dell’Eiger. Avevo salito vie sicuramente più impegnative dal punto di vista tecnico ma quella parete per me era decisamente diversa, sarebbe stato un viaggio in me stesso, dovevo ritrovarmi, dovevo tornare selvaggio, ritrovare una parte di me stesso.

Ogni volta che volevo salire una via ero costretto a chiedere anticipatamente il permesso al Centro sportivo e segnalare quindi la mia partenza molti giorni prima. Io al problema avevo trovato la mia soluzione del tutto personale: facendo la salita o la via che a me interessava e solo dopo chiedere il permesso, talvolta neppure segnalando la mia salita.

Per questa ragione c’è una data ufficiale della mia salita dell’Eiger, ma in verità l’avevo già salita molti giorni prima! Una volta conclusa e tornato a casa chiesi il permesso di poter recarmi in Svizzera e affrontare la via, quando il permesso mi venne dato segnalai la salita. Ma come detto, la via l’avevo già salita molti giorni prima.

Quel periodo ero in Croazia per degli allenamenti ma dentro la mia testa il richiamo si faceva così forte da divenire ossessione. Tornai a casa, feci la proposta a due amici davvero fidati e partimmo con l’intenzione di salire in modo molto veloce e leggero la via. Ci misi un po’ a convincere Iwan perché non stava bene, aveva un po’ di febbre e gli stava passando l’influenza.

Arrivammo sotto la parete dell’Eiger e vedendola mi resi conto che era quello che cercavo: corrispondeva perfettamente alla parete letta nei libri, era avvolta nella parte alta da nuvoloni fitti e su tutto il versante si vedevano linee di ghiaccio che solo in seguito scoprimmo erano continue slavine di neve inconsistente che spazzavano in modo continuo la parete, non ghiaccio.

Decidemmo di partire molto leggeri, pochissimo da vestire, una mezza corda, qualche moschettone e alcuni friend, solo mezza borraccia d’acqua e nulla da mangiare. Partimmo verso le 2 di notte sotto una leggera nevicata. Le previsioni mettevano un buco di bel tempo proprio il giorno seguente, fino ad allora infatti il tempo era stato brutto ed erano molti giorni che nessuno saliva la parete. Tracciammo il lungo traverso sotto l’intera Nordwand sprofondando fino al bacino e poi attaccammo i primi nevai sprofondando anche qui fino alle ginocchia. Oltrepassammo le fessure difficili, il tempo non accennava a migliorare, le slavine solcavano la parete e a volte le nebbie rendevano davvero difficile individuare il percorso corretto. Molte volte venivamo investiti da nuvole di neve che scendevano copiose dai vari canali e nevai, una di queste strappò via dal mio zaino l’unica borraccia d’acqua in nostro possesso. Nonostante la situazione ero davvero convinto che ce l’avremo fatta. Trovammo un tratto di corda fissa lungo il traverso che segnalava che eravamo sulla via giusta. In tutta la salita fu uno dei pochissimi punti in cui trovammo qualcosa, tutto il resto era nascosto dalla neve, compreso soste, chiodi e cordoni.

Causa le difficili condizioni della parete succedeva che ci perdevamo ed eravamo costretti ad affrontare dei tratti difficili tecnicamente. Si alzò un vento molto forte e gelido e il tempo sembrava peggiorare, ci parlammo tutti e tre e, considerando anche che l’altimetro segnava che eravamo molto alti (in seguito scoprimmo che eravamo più bassi rispetto ai dati segnalati), decidemmo di andare avanti. La situazione cominciò a essere davvero dura a causa dell’abbassarsi delle temperature e dell’aumentare delle slavine e il vento fortissimo. La nostra unica corda divenne ben presto un bastone gelato e le nostre mani non riuscivano più a stringere nulla. Le mani erano così insensibili che eravamo costretti a legarci i polsi con delle fettucce alle piccozze. Venne notte all’altezza del Ragno, la parete sembrava viva da tanto urlava, il freddo era insopportabile, salivamo lenti sentendo dapprima il boato delle slavine e poi i fischi dei sassi che scendevano dall’alto. Un sasso o un blocco di ghiaccio mi colpì il casco rompendo il mio frontale. Venni immerso nelle tenebre. Le temperature erano così rigide e il vento così forte che si formava uno spesso strato di ghiaccio sui vestiti che solo con un colpo deciso si rompeva prima di partire tra un tiro e l’altro. Iwan da un po’ aveva perso l’uso della parola, non riuscendo più a emettere suoni. Era già un po’ che avevamo smesso di tremare e i crampi per il freddo ci tormentavano, la mente si offuscava facendoci passare veloce il tempo sugli ultimi tiri completamente intasati di neve.

Io mi legai in fondo alla corda immerso nel più totale buio mentre 5-6 metri avanti a me c’era Iwan che per far sicura con il mezzo barcaiolo doveva farsi due spirali di corda attorno al braccio assopendosi dal freddo. A volte passavano momenti interminabili prima che la corda avanzasse anche solo di poco. A un tratto uno strattone secco e netto nella sosta, il vento era così rabbioso che non sentimmo nemmeno l’urlo. Il nostro compagno era caduto. Pensammo al peggio, la corda ricoperta di ghiaccio rimase tesa per molto tempo. Ricordo che cercai di sciogliermi il nodo ma non riuscivo a muovere nemmeno i polsi da tanto non sentivo le mani. Poi all’improvviso la corda si alleggerì e ricominciò a scorrere. Andrea aveva fatto un volo di molti metri e riportò una frattura al malleolo. Salire in quelle condizioni era a dir poco estremo, il freddo aveva reso il nostro corpo inutilizzabile e solo la nostra forza d’animo e la nostra rabbia di vivere ci faceva salire e lottare metro dopo metro. Ricordo che dovevo agganciare qualsiasi cosa sentivo far presa sulle mie becche e completamente al buio trascinarmi verso l’alto. Talvolta vedevo voltarsi la frontale di Iwan che stava alcuni metri avanti impossibilitato a parlare mi indicava che stava per cedere e da lì a poco mi sentii strappare via dalla parete dal suo peso, sbattere sulle rocce per poi ricominciare a lottare. Eravamo davvero nella bocca dell’Orco e volevamo vivere.

Io ho affrontato molti bivacchi e passato molte notti in montagna e so quanto solitamente sia lungo aspettare l’alba. Questa volta invece fu un attimo il tempo aveva perso la sua misura e a tutti parve cortissima la notte. Divenne così giorno e ci ritrovammo finalmente al termine dei camini terminali che avevamo dovuto letteralmente liberare dalla neve centimetro dopo centimetro. Eravamo stremati e salimmo i pendii terminali, il cielo era perfettamente sereno, il vento si placò e la giornata era bellissima. Arrivati in cima sorridemmo, nessuno parlava, eravamo vivi!

La beffa aveva voluto che la finestra di bel tempo si presentò un giorno in ritardo e l’intera salita era stata fatta con condizioni a dir poco estreme. Arrivammo in cima alle 9 del mattino, erano 31 ore che lottavamo senza mai fermarci, senza mangiare né bere. Scendemmo un passo dopo l’altro veloci verso casa.

Guardavo quella parete scorrere dietro le mie spalle pensando che non ero più la stessa persona rispetto a quando ero partito. Mi aveva fatto andar oltre, mi aveva scavato dentro, costretto a tirar fuori tutto e anche oltre per sopravvivere. Ero tornato un animale selvaggio e finalmente avevo ritrovato me stesso. Quella salita la volevo e la desideravo e finalmente l’avevo vissuta.

Salimmo in auto, ma dopo alcune ore di viaggio i miei compagni soprattutto Andrea cominciò ad accusare i primi segni dei congelamenti, la pelle si squagliava e si gonfiava, le mani e i piedi si riempivano di vesciche e di sangue. Venne portato all’ospedale dove fu ricoverato per 2 mesi a causa dei congelamenti riportati.

Questo è il racconto della salita, una volta tornato a casa e passati alcuni giorni chiesi il permesso al centro sportivo di salire la parete nord dell’Eiger e loro avviarono la loro solita snervante prassi…

Passai tre stagioni all’interno del centro sportivo e poi ritornarono finalmente gli anni dei capelli lunghi…


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