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Sea, specchio delle mie brame

Sea, specchio delle mie brame
di Elio Bonfanti
(già pubblicato su planetmountain.com il 30 luglio 2015, con il titolo Vallone di Sea e l’arrampicata allo Specchio di Iside. Vi si trovano anche alcune schede di vie d’arrampicata)

Il vallone di Sea inizia a Forno Alpi Graie 1219 m e possiamo dire che idealmente termini al colle Tonini 3244 m. Esso incide la testata della Val grande di Lanzo incuneandosi per circa dieci chilometri in un ambiente montano di selvaggia bellezza tale che anche solo andarci a passeggiare può lasciare degli autentici souvenir emotivi. I colori e le luci, nell’arco della giornata giocando con le pieghe della roccia, davvero svelano ad un occhio attento le forme che Gian Piero Motti aveva saputo leggere sulle pareti di questo angolo dimenticato delle Alpi. Ecco che quindi come d’incanto appaiono il Mago Gandalf, Il Volto della Signora e decine altre strutture dai nomi singolari e talvolta esoterici.

Vallone di Sea, Specchio di Iside e Trono di Osiride
Vallone di Sea, Parete del Trono di Osiride

Le pareti si susseguono in un crescendo “Rossiniano” e partendo dalle piccole strutture rocciose poste in prossimità dell’abitato si incontrano le ampie strutture denominate lo Specchio di Iside, il Trono di Osiride e la Parete dei Titani. Proseguendo nel cammino dopo il pianoro di Balma Massiet si incontrano solo per citarne alcune, l’Albaron di Savoia, la punta Francesetti e la Ciamarella che con i suoi 3676 m è la regina delle Valli di Lanzo.

Il già nominato Gian Piero Motti fu il primo a intuire le potenzialità di questa valle relativamente a un arrampicata/alpinismo di ricerca ma in realtà se non sul masso di Nosferatu lui non vi arrampicò mai. Fu Isidoro Meneghin con Sergio Sibille, sul finire degli anni Settanta, a tracciare le Docce Scozzesi, il primo vero itinerario di scalata sulla grande parete del Trono di Osiride. Ci volle un po’ di tempo ma alla fine, fra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, gli arrampicatori torinesi (e non) si mossero un po’ tutti, così Ugo Manera, Franco Ribetti, Claudio Sant’Unione, Enzo Appiano, Roberto Mochino, Daniele Caneparo, Maurizio Oviglia, Marco Casalegno, Marco Blatto, Sandro Zuccon, ecc. (non se la prendano quelli non citati) lasciarono le loro firme alcuni con realizzazioni sempre più di alto livello ed alcune di valore assoluto. Muta testimone di questo cammino di ricerca della difficoltà sia in libera che in artificiale è la perfetta linea dell’itinerario Così parlò Zarathustra che a tutt’oggi conta pochissime ripetizioni.

Qualcuno si stupirà del fatto che io non abbia ancora nominato Gian Carlo Grassi, ma lui con i suoi oltre cento itinerari giocava in una categoria a parte, quando non da solo, era accompagnato da clienti, da colleghi o da amici e spesso trascorreva a Sea gran parte dell’estate, rincorrendo quell’esoterico mondo palesatogli anni prima da Motti.
Le Alpi Occidentali e non solo, negli anni Novanta hanno visto il passaggio di una cometa di una lucentezza incredibile, Manlio Motto: questi, forte di un ottimo livello in arrampicata libera e testimone di un nuovo stile di apertura dal basso, iniziò a chiodare in maniera quasi sistematica nuovi itinerari uno più bello dell’altro. L’ho incontrato in un paio di occasioni ma non ho mai avuto modo di chiedergli perché a Sea non fosse mai venuto. Sarà forse stata l’esposizione delle pareti, forse il fatto che c’erano già troppe vie presenti, forse quel po di lichene che talvolta può risultare fastidioso, forse qualche fessura intoppata d’erba, forse la somma di tutto ciò o addirittura perché non riusciva ad essere contemporaneamente dappertutto… di fatto Sea ha avuto altri più o meno discussi o discutibili protagonisti del “moderno”.

Vallone di Sea, Lo Specchio di Iside
Sea-Specchio di Iside-31665

Oggi mi scappa talvolta da ridere nel leggere alcune relazioni di itinerari, ma ancora più i commenti, accuratamente celati da nickname di comodo, sui vari Forum, che criticano la chiodatura in posto, la lunghezza della via, lo stile di apertura o qualsiasi altra cosa che possa essere in qualche modo attaccata. Questo nello specifico non riguarda Sea, ma sono addirittura riuscito a leggere su un commento: via “troppo corta”. Ma ci rendiamo conto? Sono certo che se l’apritore lo avesse saputo prima avrebbe sicuramente fatto allungare la parete dal padreterno così invece di fare due vie parallele per riempire una giornata in montagna ne avrebbe fatta una sola magari di tre chilometri scontentando però quelli che la volevano solo di due. Ho anche letto in merito a una richiodatura che questa non era stata ancora completata e che l’interessato doveva muoversi a farla con un “insomma” abbastanza spazientito. Tutto ciò mi sembra incredibile, eppure dato che accade vuol dire che in 35 anni di scalate in giro per il mondo, o non ho capito niente (cosa molto probabile) o che tutti ci raccontiamo un fracco di balle.

Sull’onda del ritorno alle origini oggi è meglio sparare a qualcuno piuttosto che mettere uno spit, adesso se non sei trad non sei nessuno, non sei “IN” ed allora mi chiedo perché, se a Sea, dove quasi tutte le vie sono “old Trad” (anzi, forse le più belle sono proprio così) non c’è mai nessuno? I pochi che ci vanno salvo rare eccezioni ripetono gli itinerari più sicuri salvo poi denigrarli nei forum scrivendo “vorrei vedere le fessure pulite senza spit”, ma cazzarola la via di fianco è senza chiodi… perché non sei andato a fare quella lì, mondo cane?

Isidoro Meneghin sistema il materiale dopo l’apertura di Così parlò Zarathustra. Foto: Daniele Caneparo
Sea-Meneghin-1

In tutto questo tempo ho però imparato che a Sea raramente ci vengono quelli che si tengono davvero, quelli vanno in Wenden o in Marmolada e se vengono a Sea (qualcuno ci viene), difficilmente le loro impressioni le affidano in modo anonimo ad un forum, o le tengono per se stessi o le danno direttamente agli interessati. Purtroppo qui le fessure “respirano” ed i chiodi normali vengono sputati fuori, espulsi dalla roccia anche se sembravano solidissimi, le fessure da friend sono spesso intoppate da una vegetazione che con la tropicalizzazione del clima sta diventando sempre più rigogliosa e sui muri a tacche, o sei Manolo, o è inutile fare l’eroe, è meglio mettere qualcosa per non rompersi con un eufemismo l’osso sacro. Allora mi metto nei panni di un arrampicatore e anche non solo della domenica, chiedendomi: ha senso sulla Est delle Jorasses portarsi coraggio da vendere, chiodi, martello, friend, nut, ramponi, piccozza e avere difficoltà di ogni genere dalla ricerca dell’itinerario alla salita alla discesa? Certamente sì, così dev’essere e così sia. Ma in un posto come Sea è vero che si fa la stessa attività ma questa credo sia indiscutibile che debba essere declinata in un modo differente. Come? A mio modesto parere oggi, parlando di itinerari non di ambiente, una via di placca compatta con 10 metri di fessura al quarto tiro è più corretto che sia integralmente chiodata a fix piuttosto che far portare due friend appesi al sedere sino a lassù solo perché oggi si usa. Una via agevolmente proteggibile con protezioni veloci dove l’uso dei fix possa essere ridotto al minimo dev’essere lasciata salvo le soste, il più naturale possibile. Viceversa su una via proteggibile a chiodi normali questa dev’essere a discrezione dell’apritore o lasciata integralmente pulita in modo che i ripetitori possano trovare lo stesso terreno degli apritori o in luogo di un chiodo normale (che se lasciato è una protezione fissa) venga messo un tassello che garantisce una sicurezza superiore e per più tempo a quella di un chiodo.

Vallone di Sea, Parete del Naufrago, sulla via Tra parentesi (di Luca Brunati, Luca Enrico, Matteo Enrico, 18 e 26 luglio 2015)
Sea-Tra Parentesi, Parete del Naufrago, Luca Brunati, Luca Enrico, Matteo Enrico, 18 e il 26.07.2015

Ma al di là di questo, che è quello che io penso e del quale mi assumo le responsabilità, dico “Go climb a Rock”, antico yosemitico adagio, e per questo vi illustro alcuni itinerari che si trovano sul settore destro dello Specchio di Iside. Aggiungo inoltre un nuovo itinerario chiamato Tra Parentesi, dove è assolutamente necessario sapersi proteggere, fresco fresco di apertura realizzato sulla solare ma dimenticata parete di Marmorand posta sul lato destro della valle (salendo) che gode oltretutto di un breve avvicinamento. In ordine di apparizione il primo è, a mio parere, (secondo quanto scritto sopra) il riuscito rimaneggiamento di una vecchia via chiamata No Controles che ora è denominata Supercontroles. Il secondo è la logicissima combinazione di tre itinerari che si incrociano ma che danno luogo ad una linea perfettamente diretta abbastanza trad…detto Combinazione ed il terzo è una via La valle dei Narcisi che iniziai con alcuni amici negli anni Novanta e che in seguito a un furto di materiale chiesi ad un amico di terminare. Scopersi poi solo dopo che il nome della via era stato mutato in La valle del Narciso, un singolare da un plurale non cambia la sostanza ma io non mi riferivo a qualcuno in particolare perché siamo tutti un po narcisi nell’attività che facciamo e gli alpinisti poi ho avuto modo di constatare che lo sono in misura ancor maggiore!… Dopo quel furto stetti degli anni senza più tornare a Sea, ma questa valle ti strega, si insinua nello spirito e ti obbliga a fare e dire cose che forse… non avresti voluto. Chissà che quanto ho scritto non sia ancora una volta colpa sua.

SCHEDA: Supercontroles, Vallone de Sea

SCHEDA: Combinazione Temporale + Arco + Fantabosco, Vallone de Sea

SCHEDA: La valle dei Narcisi, Vallone de Sea

SCHEDA: Tra Parentesi, Vallone de Sea

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Una riflessione di Elio Bonfanti

 

L’ambiente, l’arrampicata, l’alpinismo e il futuro
di Elio Bonfanti (già pubblicato da planetmountain.it il 19 dicembre 2013)
Riflessioni, sull’ambiente e sull’utilizzo dello stesso legato alla pratica dell’arrampicata e dell’alpinismo, fatte da un chiodatore quasi pentito che in trent’anni di attività ha aperto forse troppe vie nuove.

Il brusio di fondo aumenta sempre di più, si vocifera, si discute, I blog si riempiono di polemiche viva gli spit, abbasso il trad, viva l’ artificiale abbasso le solitarie estreme, sembra di parlare di politica dove tutti sono scontenti ma alla fine nessuno, se non pochi, si danno davvero da fare per far cambiare le cose. Ho avuto modo di rileggere a 31 anni di distanza un illuminate articolo di Giampiero Motti che era in qualche modo visionario. Ve ne allego uno stralcio tanto per capire di cosa sto parlando.

Elio Bonfanti in apertura di I migliori anni della nostra vita, Trono di Osiride, Vallone di Sea
Bonfanti-ImiglioriAnnidellaNostraVita-Sea-TronoOsiride

Scandere 1983: … “ragionamento da vecchio, che odia i giovani perché non è più in grado di fare quello che fanno loro». oppure ancora le solite analogie con la vecchia favola della Volpe e dell’Uva. Qualcosa del genere ogni tanto mi è già giunto all’orecchio. Lascerò naturalmente cadere le provocazioni, come ho sempre fatto d’altronde in questi anni, ma mi permetto soltanto di citare un motto (non certo di Motti…!) latino «Obsequium amicos, veritas odium perito (Teramo – Andria, atto I), l’adulazione procaccia amici, la verità s’attira l’odio. E nemmeno voglio passare per un amante del rischio, nemico di coloro, che rendono sicuri i punti di fermata in palestra. Trovo idiota e senza senso rischiare su dei chiodi a pressione mal piantati: se serve un chiodo a pressione od uno spit, lo si pianti a dovere in modo che dia tutte le garanzie di sicurezza. In questo senso onore al merito al lavoro che è stato fatto a Foresto. Ma il mio discorso è più sottile e chi lo ha voluto capire lo ha capito: è l’estensione di questa mentalità che mi preoccupa, perché porta l’arrampicatore ad una sorta di illusione, ponendolo poi in situazioni fortemente critiche quando si verrà a trovare di fronte a vie schiodate (non sempre i nuts possono sostituire un chiodo), all’eventualità di attrezzare un punto di fermata difficile o peggio una calata in corda doppia, al cui ancoraggio affidiamo tutta la nostra esistenza, ottavogradisti o terzogradisti che si sia. A volte cercare troppo la sicurezza può portare proprio al contrario nel risultato: l’intento è in buona fede, ma alla fin fine produce l’effetto negativo di illudere disabituando al pericolo, che in montagna, non dimentichiamolo, esiste sempre. Accanto a palestre attrezzate come l’Orrido di Foresto, magnifica scuola di arrampicata atletica e spettacolare di cui nessuno si sognerebbe di negare il valore vi dovrebbero essere altre palestre tenute poco chiodate o del tutto schiodate, dove l’arrampicatore possa prendere coscienza della difficoltà emotiva e della reale presenza del pericolo. Questo almeno è il mio punto di vista: Foresto dovrebbe restare un caso particolare, non certo da proporre come modello universale. Mi pare di essere stato chiaro.” … Torino – Dicembre 1982 – ‘Absit iniuria verbo’.”

Alla luce di questo scritto alcune riflessioni non possono che sorgere spontanee. La prima da dove veniamo, la seconda dove siamo, la terza dove stiamo andando. Il da dove veniamo si è macerato a lungo in retoriche pastoie legate all’accettazione del fatto che arrampicando si poteva fare anche un qualcosa di diverso dall’Alpinismo. Cioè che si poteva, senza per forza indossare i pantaloni alla zuava, arrampicare su terreni più o meno addomesticati rinunciando talvolta anche alla vetta e perseguendo il solo obbiettivo della prestazione. Restando in Italia, personaggi del calibro (cito i primi che mi vengono in mente non me ne vogliano gli altri) di Bernardi, Bini, Manolo, Mariacher, Pederiva, hanno in qualche modo preceduto ed accompagnato questo progressivo cambiamento che è avvenuto procedendo dall’alto verso il basso, nel senso che questi uomini, prima che alpinisti in un’osmosi continua hanno, per un certo numero di anni, trasportato la mentalità della montagna in falesia ed in montagna quello che sperimentavano in falesia creando talvolta dei veri capolavori. Oggi succede il contrario si nasce e si cresce in falesia e solo qualcuno allarga poi i propri orizzonti sviluppando la propria attività in montagna.

Questa attuale cultura ci ha proiettati in un esponenziale aumento delle difficoltà accompagnato in questi ultimi anni dal proliferare di nuove falesie e di una sistematica chiodatura a spit della quale forse oggi stiamo perdendo la misura. Oggi con tutto sommato pochi soldi ed un trapano chiunque è in grado, trovato uno sperone qualsiasi, di attrezzare una nuova via di arrampicata, talvolta senza avere il minimo criterio di come chiodare, di dove chiodare ma soprattutto se chiodare. Il primo esempio che mi viene in mente è San Vito lo Capo recente e meravigliosa meta arrampicatoria in Sicilia, dove c’è la falesia di Salinella che è lunga almeno tre chilometri quasi tutti scalabili. Bene, vi sono tre siti del paleolitico posti in tre grotte che su tre chilometri rappresentano forse duecento metri di sviluppo lineare, ecco siamo riusciti a chiodare pure lì dentro. Perché!? Perché forse non c’è una legge. Perché forse manca del buonsenso. O forse perché noi arrampicatori siamo ancora lontani dal pensare davvero all’ambiente.

La falesia di Salinella, San Vito lo Capo
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Proteggiamo i rapaci, l’orso bruno, l’Upupa striata e il pinguino delle Galapagos ma dell’ambiente dove questi vivono ce ne freghiamo altamente. In Sicilia è così, In Sardegna altrettanto, l’Italia è purtroppo una terra di conquista senza regole, anche in questo ambito. In queste zone frotte di chiodatori stranieri arrivano e si chiodano le loro belle falesie senza chiedere niente a nessuno. Mi piacerebbe vedere se uno qualsiasi di noi andasse nel Kaisergebrige (un posto a caso) a chiodare qualcosa con quale misura di pallettoni lo prenderebbero a fucilate. Qui da noi nessuno dice nulla sia nel merito che tantomeno sul metodo ma se è vero che da secoli siamo abituati alle scorribande di chiunque è altrettanto certo che è arrivato il momento di fare il punto della situazione.

Tornando dalle mie parti, nelle Alpi occidentali oggi ci sono fix veramente dappertutto ed ogni metro quadro di roccia benanche sprofondata nel fitto della boscaglia ha il suo bel tiro di corda. La maggior parte delle falesie sono iper sature di itinerari, in certe località i tiri sono a pochi metri l’uno dall’altro e una volta chiodati nella maggior parte dei casi nessuno si occupa della loro manutenzione. Fatto salvo qualche caso dove il “local” di turno, esercitando un discutibile “Ius soli”, decide che le vecchie vie erano tutte brutte le schioda e ci ri-traccia sopra le sue, “nuove”, cambiandone magari i nomi, senza nemmeno pensare che erano già state censite su delle guide…

Questo in nome di cosa, della bella arrampicata, del fatto che nessuno frequentava più la tal falesia o piuttosto perché il nostro ego ci porta a voler lasciare ai posteri la nostra firma. Chi ha detto che un posto debba essere per forza frequentato e che perché lo sia, si debba tempestare di tasselli dappertutto. Siamo all’anarchia più totale e se qualcuno richiama questi personaggi al tenere in considerazione la storia del luogo e a ricordarsi di chi su quelle rocce si era spellato le dita prima di loro, viene tacciato di essere un retorico povero pirla.

Purtroppo nessuno, o pochi, tengono in considerazione il fatto che un fix inox è per sempre! La maggior parte dei tasselli sino ad ora piantati sopravviveranno a chissà quante generazioni di arrampicatori e, se ognuno di questi dovesse sovrapporre la propria traccia a quella esistente, immaginate che selva di buchi e quanta ferraglia ci sarebbe sparpagliata per il globo. Con questa filosofia quale vecchia via non meriterebbe una raddrizzata ed una sistemata in ottica moderna per migliorare “il gesto”.

In alcune parti del mondo sono nate delle “no bolting Zones” da noi non ancora, ma qui la scommessa ora sta nel “manutenzionare” ciò che già c’è, piuttosto che andare a cercare il nuovo ad ogni costo, ed in questo sarebbe bene che le varie amministrazioni comunali prendessero coscienza del loro territorio e si interessassero in modo fattivo alla conservazione dell’integrità dello stesso. E, badate bene, non si tratta di finanziare opere e di assumersi rischi civili e penali, a questi ci pensano già inconsapevolmente i chiodatori (e già solo questo basterebbe ad aprire una parentesi enorme).

Purtroppo, quantomeno dalle mie parti, questa cultura “Falesistica” si sta pian piano spostando e sta contagiando anche la montagna dove, ricollegandomi allo scritto di Motti, sono persuaso del fatto che chiodare anche solo le soste di una via, alteri la percezione della reale difficoltà dell’itinerario. “Osa, osa sempre e sarai simile ad un dio” recitava Giusto Gervasutti ma chi osa davvero su una sostaccia a chiodi, chi osa veramente su dei tiri poco protetti o meglio poco proteggibili? Pochissimi i soliti pochissimi, quelli bravi davvero (ed il sottoscritto non è parte di questo novero). Ma anche tra questi, quanti sono realmente capaci a piantare un chiodo, uno solo e a calarcisi sopra? In tanti anni di militanza nelle scuole di alpinismo non l’ ho mai potuto insegnare a nessuno. Per questione di tempo, di metodo, di tempi! Era ed è diventato inutile far comperare il martello agli allievi in quanto i chiodi dove li avrebbero poi piantati se le vie sono tutte a spit. Al punto che anche molti professionisti della montagna il martello ormai lo usano solo per mettere i quadri in casa.

Domani è adesso, ed oggi è necessario che i veri big e le istituzioni, CAI, CAAI e guide alpine inizino a fare cultura sull’ambiente per consegnare alle prossime generazioni un campo di gioco non troppo deteriorato. Oggi, la via al Torre si fa in libera, senza più usare i chiodi a pressione di Maestri, per carità non voglio assolutamente avvallare la schiodatura di questo monumento dell’alpinismo, ma di fatto, sia pur di rottura credo che questo possa essere considerato un vero salto in avanti. Le solitarie di Marco Anghileri, di Hansjörg Auer, di Rossano Libèra e di Ueli Steck non sono certamente imprese da emulare ma certamente stanno a testimoniare il livello raggiunto oggi attraverso quel percorso abbozzato trent’anni fa. Proprio da questo si dovrebbe partire a pensare che probabilmente non è necessario, in nome della sicurezza, attrezzare le soste o peggio ancora vie dappertutto. Forse non è ancora tutto perduto, ed il buonsenso non è ancora stato travalicato, vie dove le soste si possono allestire in modo “ sicuro” con mezzi tradizionali ce ne sono ancora, conserviamole ma facciamolo adesso e magari, noi normali, al posto di osare su una via super protetta, come dice un mio caro e “retorico” amico abbassiamo il grado.

Gian Carlo Grassi alla base di Teschi scoperti (Caprie), 1a ascensione, 15 dicembre 1982
Rocca di Caprie, val di Susa, Gian Carlo Grassi alla base di Teschi Scoperti, 15.12.1982