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Più sicurezza in tutte le stagioni

Da sabato 12 marzo a domenica 20 marzo 2016 si è svolta a Milano la manifestazione Mount City-Montagne a Milano, con una fitta serie di eventi.
Uno di questi, nella splendida sede di Palazzo Marino, è stato il convegno Più Sicurezza in tutte le stagioni.

Roberto Serafin (http://www.mountcity.it/): “Dolores De Felice e Antonio Colombo che coordinavano con grande competenza a Palazzo Marino la conferenza sul tema Più sicurezza in tutte le stagioni, hanno dato la parola via via a Lorenzo Craveri che ha insegnato a leggere le previsioni meteorologiche, a Umberto Pellegrini che ha spiegato come “nascono” le previsioni del tempo, a Elio Guastalli, soccorritore e profeta della sicurezza in montagna, che vorrebbe veder fallire il Soccorso alpino, a Riccardo Marengoni che ha offerto suggerimenti per camminare in sicurezza, a Matteo Bertolotti che ha parlato della formazione degli alpinisti nelle scuole del CAI, a Martino Brambilla che ha raccontato della sua esperienza nell’alpinismo giovanile del CAI, alla rifugista Elisa Rodeghiero che ha riferito della funzione dei rifugi come indispensabili presidi anche per l’integrità fisica di chi va in montagna. Infine un protagonista dell’alpinismo di tutti i tempi, il veterano Alessandro Gogna, ha posto un sigillo al convegno dilungandosi sulla “bestemmia del no limits”. “La nostra”, ha detto Gogna, “è una società strana, perché come si fa a vivere questa schizoide contrapposizione tra il non avere limiti (o comunque predicare di non averli) e contemporaneamente insistere su una sicurezza quasi maniacale in tutto ciò che facciamo?”.

Il pubblico di Palazzo Marino in occasione dell’inaugurazione dell’evento MountCity-Montagne a Milano. Foto: RobertoSerafin/MountCity
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Dei vari interventi sopra elencati abbiamo scelto quello di Elio Guastalli.

Dai soccorsi possibili alla cultura della prevenzione
(gli interventi del Soccorso Alpino e Speleologico e la volontà di farlo fallire)
di Elio Guastalli

Parto facendo qualche piccola osservazione. Perché, vivendo nel soccorso alpino ormai da molti anni, ho un dubbio: non so se tutti hanno ben chiari alcuni aspetti, alcuni compiti, ai quali il Soccorso Alpino e Speleologico del CAI è chiamato. Sessanta anni fa il soccorso alpino è nato come un’associazione di mutuo soccorso. In sessanta anni sono cambiate tante cose, è cambiato il mondo. Soprattutto le nostre abitudini, le mie e le vostre comprese.

Dico questo perché in seguito tornerò su questo piccolo ma non trascurabile concetto.

Oggi il Soccorso alpino non è più, da tanti anni, un’associazione di mutuo soccorso. Oggi c’è molto altro. E da anni. Oggi il CNSAS svolge un compito di pubblico servizio. E’ un onore per il Soccorso alpino, è un onore per il Club Alpino Italiano, ma è un compito pesantissimo, veramente di grandissima responsabilità. C’è questa, ma non solo, legge dello Stato che interessa il soccorso alpino, ma non solo: attraverso una serie di altri provvedimenti, anche restrittivi, convenzioni, e anche tramite i presîdi sanitari delle Regioni al Soccorso alpino sono assegnati dei compiti molto precisi.

Il CNSAS è sostanzialmente una struttura operativa al servizio dei Sistemi sanitari d’urgenza e d’emergenza. Da qui derivano degli obblighi che portano il soccorso alpino a fare confrontandosi con una serie di strutture che chiedono e chiederanno sempre di più, a esempio, precisione ed efficienza negli interventi.

Dunque vi è un impegno grande, che non so se è realmente percepito da tutti. In un mondo sempre più difficile in cui nessuno, o quasi, accetta ancora certe condizioni, tipo quella di legare l’incidente che ha subito a una sorta di casualità. E’ molto più facile vedere la gente arrabbiarsi e fare denuncia. In questo clima, ben diverso da quello di trent’anni fa, il soccorso alpino è sottoposto a una pressione ben maggiore, la stessa cui sono sottoposte le Unità di Servizio Sanitario.

Dico questo perché in tempi recenti, come soccorso alpino, abbiamo visto, e a volte subìto, apprezzamenti anche esagerati. I tecnici del soccorso alpino non sono eroi, sono settemila persone, per la maggior parte volontari con qualche professionista guida alpina, che fanno questo per spirito di solidarietà e passione per l’alpinismo e la montagna. Dunque lo spirito è rimasto quello di un tempo, quello del mutuo soccorso.

A volte quindi si parla dei tecnici come di eroi un po’ fuori dal tempo. A noi piacerebbe una valutazione un po’ più serena e tranquilla.

Fatta questa premessa, per illustrare l’attività del soccorso alpino, vi mostro alcuni numeri, pochi ed elementari,  scarni perché nonostante una lunga storia oltre un secolo nessuno di noi vuole avere l’ambizione di parlare di dati statistici.

Elio Guastalli
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Da questi dati si possono comunque evincere e percepire aspetti e fatti che negli incidenti si ripetono.

Il soccorso alpino e speleologico, da qualche anno e in Italia, ha un numero che si attesta attorno ai settemila interventi. In questa tabella vedete le percentuali per cause d’incidente e per attività.

La caduta, seguita dal malore, fa la parte del leone. Nell’ambito delle attività è l’escursionismo il principale responsabile. L’incapacità di percezione del pericolo è in ogni caso alla base della maggioranza degli incidenti.

Queste percentuali sono comunque approssimative, e in più disquisire sul 6% piuttosto che sul 7% non ci porta da nessuna parte. Le cause sono quelle, anche se estendiamo l’analisi agli anni precedenti.

I soccorsi speleo sono pochi, per fortuna, perché comunque rimangono i più complicati e possono durare anche cinque o sei giorni.

Potremmo curiosamente osservare quanto incida la ricerca dei funghi. Questa ricerca è uno dei compiti del soccorso alpino, come pure del CAI. Una ricerca che deve portare alla prevenzione. Come i soccorsi alpini del mondo condividono le tecniche per una sempre maggiore efficienza, supportata in gran parte dall’elisoccorso, così la prevenzione dev’essere altrettanto condivisa.

C’è poi la domanda: il soccorso alpino è sempre possibile? O in qualche caso è troppo rischioso e qualcuno deve prendere la decisione se tentarlo o meno? Qui si entra nell’ambito della consapevolezza personale. Va detto con chiarezza che in presenza di casi disperati ben difficilmente il risultato può essere del tutto positivo, cioè il recupero della persona ancora in vita.

Laura Posani, presidentessa della storica Società Escursionisti Milanesi che ha organizzato MountCity, l’evento in programma a Milano dal 12 al 20 marzo. Foto: Roberto Serafin/MountCity
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Si sono verificati casi, ma rimangono casi. Nella maggior parte degli eventi considerati a poca speranza, il risultato non sarà mai soddisfacente. E, quand’anche lo sia, dobbiamo considerare che il risultato a quel punto non è conseguito soltanto dalla grande efficienza ma anche da una buona dose di fortuna. Quindi non tutti i soccorsi sono possibili se non modificando il livello di consapevolezza del soccorritore rispetto a quelle condizioni e a quelle dinamiche.

Il rischio è soprattutto quello di affidarsi troppo al tecnicismo. Affidarsi al tecnicismo vuole dire dimenticare il resto, cioè che oggi andiamo sempre più di corsa, che ci sono pericoli ineliminabili (che nessuno di noi ha la presunzione di eliminare) che richiedono riflessione sul nostro comportamento. La prevenzione passa necessariamente attraverso questa consapevolezza, che quindi dev’essere aumentata, incentivata.

L’amico e compianto Daniele Chiappa, tra i primi a rivoluzionare il soccorso in visione moderna, diceva sempre che con la prevenzione si sarebbe potuto “far fallire il soccorso alpino”, nel senso di farlo diventare del tutto inutile o quasi, con il minor numero di interventi possibile.

La prevenzione si deve fare mirando alla sicurezza come obbligo morale, mirando alla libertà perché la libertà è complementare al nostro andare in montagna in quanto sollecita la nostra attenzione e la nostra sensibilità. La libertà di comportarci bene però, perché solo così possiamo essere responsabili di noi stessi, dei nostri compagni e di coloro che ci aspettano a casa.

Con questo spirito è nato il progetto Sicuri in montagna, proprio mirando non al tecnicismo ma alla persona, senza mai aver detto che la montagna è sicura. La montagna non è sicura, ma le persone hanno l’obbligo morale di frequentarle cercando la massima sicurezza, non fidandosi completamente di qualunque aggeggio e di qualunque tecnica per non dimenticarci delle nostre scelte auto-responsabili.

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Al di fuori del convegno Più sicurezza in tutte le stagioni, e per restare in argomento, all’intervento di Elio Guastalli facciamo seguire l’interessante relazione (aprile 2016) di Maurizio Dellantonio, neoeletto presidente nazionale del CNSAS.

Per il 2015, i dati statistici confermano una sostanziale stabilità rispetto all’anno precedente. In questo ultimo triennio, il numero degli interventi per anno è pressoché identico e le modeste variazioni sono del tutto ininfluenti sul panorama generale per poter cogliere qualche tendenza o nuova indicazione. Si conferma invece la mole delle missioni di soccorso che mediamente è di quasi 20 interventi al giorno, portati a termine su tutto il territorio nazionale. Si registra anche un’attività più intensa in periodi che fino a qualche anno fa erano considerati stagioni morte per il turismo: questo sta ad indicare una fruizione più diversa e variegata del mondo alpino.

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Negli ultimi dieci anni, il numero di interventi è passato gradualmente dai 5568 del 2006 ai 7153 del 2014, con un picco nel 2011, quando le operazioni di soccorso furono addirittura 8299; una tendenza che ha comportato anche un conseguente maggiore impegno di operatori e tecnici, dovuto all’aumento delle persone soccorse.

Sono stati più di trentamila (31.383) i soccorritori del CNSAS (Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico) impegnati nel corso del 2015 in oltre settemila interventi, in tutta Italia, per un totale di circa 145.000 ore.

Dall’esame in dettaglio dei numeri, i 7005 interventi del 2015 sono stati compiuti in prevalenza durante i mesi estivi: 980 a luglio, 1277 in agosto, quando aumentano i frequentatori della montagna; cifre inferiori invece per i mesi di aprile (358), maggio (370), novembre (300) e dicembre (368).

Nella maggior parte dei casi, le persone soccorse presentano ferite non gravi (2662 – 37,3%) oppure sono illese (2320 – 32,5%); i feriti gravi sono stati 1265 (17,7%), quelli che si trovavano in condizioni molto gravi o in imminente pericolo di vita, con le funzioni vitali compromesse, sono stati 421 (5,9%); i decessi sono stati 429 (6%), i dispersi 49 (0,7%).

I maschi sono il 71% (5106), le femmine il 29% (2040), un dato che si ripresenta abbastanza costante nel tempo. La fascia d’età più coinvolta negli incidenti è quella fra i 50 e i 60 anni (1106), seguita da quella fra i 40 e i 50 (1040), poi 60-70 (874), 20-30 (834), 30-40 (830), 70-80 (594), con numeri inferiori per i ragazzi tra i 10 e i 20 anni (576) e i bambini fino a 10 anni (165), mentre sono state 185 le persone soccorse oltre gli 80 anni. Solo il 6,2% (445) è iscritto al CAI: nel 93,8% dei casi (6071 persone) non ci si avvale dei vantaggi che l’iscrizione comporta, in termini di copertura assicurativa e di attività di formazione e informazione sulla prevenzione del rischio in montagna.

I cittadini italiani sono l’80,5% (5753), seguiti da tedeschi (554 – 7,8%), francesi (94), austriaci (82) e svizzeri (62), che insieme arrivano al 3,3%; il 5,7% (406) è costituito da altri cittadini europei, quelli provenienti da una trentina di nazioni differenti sono il 2,7% (195).

Le ragioni per cui si richiede soccorso sono connesse alle attività praticate: la caduta prevale di gran lunga, con 2353 casi (32,9%), seguita da malore (900 – 12,6%), un dato quest’ultimo in stretto rapporto con l’invecchiamento generale della popolazione.

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La perdita di orientamento (846), accanto a incapacità (561), ritardo (284) e sfinimento (170), indicano che oltre un quarto degli interventi (1861 – 26,1%) potrebbero essere evitati con un’attenta programmazione degli itinerari e la consapevolezza delle proprie capacità escursionistiche, alpinistiche o sportive; la mancata consultazione preventiva dei bollettini meteorologici è invece stata la causa di 311 operazioni, avvenute in condizioni atmosferiche critiche. L’ambiente montano è lo scenario prevalente (43,2%), seguono l’ambiente ostile e impervio (21,7%) e le piste da sci (10%); l’ambiente rurale e antropizzato equivale allo 0,7%.

L’escursionismo (2877), lo sci in pista (755) e l’alpinismo (439) sono le attività durante le quali accade il maggior numero di infortuni; lo sci-alpinismo corrisponde a 169 casi (2,4%), 132 le ferrate, 128 l’arrampicata. I cercatori di funghi che hanno chiesto aiuto o che è stato necessario recuperare sono stati 315, un numero legato anche all’andamento stagionale della raccolta.

La richiesta dell’elicottero è avvenuta in 2843 casi (89,3% appartenenti al Sistema sanitario nazionale); a bordo, accanto all’équipe medica, è sempre presente il Tecnico di Elisoccorso (T.E.) del CNSAS. Nei restanti casi, emerge quanto sia fondamentale la collaborazione con le altre realtà coinvolte nel sistema dell’emergenza nazionale, come Vigili del Fuoco (77 mezzi), Union Alpin Dolomit (65), Protezione civile (53), Polizia di Stato (12), Corpo Forestale (11), Guardia di Finanza (5), Carabinieri (2), Esercito (2), Marina (2).

L’elicottero è quindi ampiamente utilizzato ma, nonostante l’utilizzo di tecnologie avanzate, ci sono situazioni in cui la competenza delle squadre territoriali è fondamentale: i soccorritori del CNSAS sono in grado di raggiungere chi ha bisogno di aiuto in qualsiasi condizione, ovunque, di giorno e di notte, in ogni momento dell’anno, grazie a una elevata selezione, a una formazione continua, alla meticolosa conoscenza dei posti e soprattutto all’insostituibile spirito di dedizione e solidarietà che li contraddistingue.

Il CNSAS non è una normale associazione, ma un Corpo nazionale, che affonda le proprie radici sul territorio e il lavoro dovrà proseguire sul modello di un federalismo maturo, consapevole e autonomo che è stato la nostra forza in questi anni”.

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Il prestigio del Premio Meroni

Il prestigio del Premio Marcello Meroni

Per la premiazione di un premio prestigioso era necessaria una sede altrettanto di prestigio. E, in occasione dell’VIII edizione del premio Meroni, questa sede si è finalmente trovata: la Sala Galeazzo Alessi di Palazzo Marino, proprio di fronte al Teatro della Scala di Milano.

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In un fine pomeriggio di pura foschia milanese, sabato 14 novembre 2015, sono stati premiati proprio lì i benemeriti della montagna.

Con la regia tecnica di Claudio Bisin, e dopo un introibo di Laura Posani presidente della SEM-CAI (Società escursionisti milanesi), la cerimonia è stata condotta dal sempre brillante Marco Albino Ferrari, scrittore di successo e direttore della rivista Meridiani Montagne.

Ma cosa è il Premio Marcello Meroni? Roberto Serafin lo definisce “una pianticella saldamente innestata nel terreno della solidarietà che in otto anni è cresciuta a dismisura anche e forse soprattutto grazie alla determinazione di Nicla Diomede e di Franco Meroni: lei compagna e lui papà del caro Marcello”.

Marcello Meroni
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Scomparso prematuramente il 14 dicembre 2007, Marcello Meroni era un fisico, laureato all’Università degli Studi di Milano con una tesi su stelle di neutroni, appassionato divulgatore scientifico su tematiche di astrofisica, divenuto coordinatore e progettista della Divisione Telecomunicazioni dell’Ateneo. Con questo ruolo aveva ideato e curato alcuni tra i principali progetti di innovazione dell’area informatico-tecnologica dell’Ateneo, tra cui il Regolamento di sicurezza di Ateneo e il servizio hotspot wireless – oggi in uso all’intera comunità universitaria: personale docente, personale non-docente e studenti.
Ma Marcello Meroni era anche un grande alpinista, in particolare brillante ghiacciatore e cascatista. Istruttore nazionale di Alpinismo, direttore del corso di alpinismo e di cascate della Scuola Silvio Saglio della sezione SEM-CAI di Milano e istruttore della Scuola regionale Lombarda di alpinismo, Marcello è stato un punto di riferimento a livello nazionale per metodologia e carisma.

Per gli istruttori e allievi della Silvio Saglio, Marcello “aveva il fascino, arcano e misterioso, che appartiene alle persone speciali. Quelle con cui stai bene e ti senti sereno, ma non sai spiegarti il perché. Quelle con cui puoi parlare di stelle (il suo pane), di musica o cinema, di fisica o letteratura, di surf o vela (eh sì, la vela!), di informatica (ah… linux!)… senza che abbiano mai ostentato alcunché della loro cultura, intelligenza, genialità”.

 

Quest’anno la giuria era composta da: Nicla Diomede, Massimo Pantani, Tiziano Bresciani, Laura Posani, Dolores De Felice, Franco Meroni, Roberto Serafin, Alessandro Gogna, Antonio Colombo e Giacomo Galli.

Nella sua presentazione, Ferrari coglie perfettamente il significato del premio e la filosofia con cui ha lavorato la giuria. A voce ferma sostiene di essere dell’opinione che la montagna renda “più buoni”. Detto da altri potrebbe sfiorare la retorica, invece lui ci fa pensare che sia come ritornato da poco a questa convinzione, come se mille episodi diversamente positivi, di cui tutti noi abbiamo comunque fatto esperienza, gli (e ci) avessero in passato modificato quell’iniziale ottimismo con cui tutti abbiamo abbracciato la montagna e la sua gente. Ma poi qualcosa lo (ci) avesse fatto tornare sui suoi passi, dopo aver riconosciuto nelle difficoltà che la capacità di commuoversi è la base della solidarietà.

L’ottava edizione del premio Marcello Meroni “riservato a chi, in ambito montano, riesce a essere un esempio positivo” ha premiato Elio Guastalli (categoria Cultura), Annalisa Fioretti (categoria Solidarietà), l’Associazione Ambientalista Mountain Wilderness-Italia (categoria Ambiente), Ivo Ferrari (categoria Alpinismo) e Giuseppe Masera (menzione speciale).

Elio Guastalli
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Elio Guastalli. Montagna sicura? Non illudiamoci, la sicurezza dipende solo da noi. Ne è convinto Elio Guastalli che dal 2000 coordina le giornate Sicuri in montagna organizzando incontri con esperti aperti a tutti gli appassionati e ripetendo implacabilmente le linee guida perché la montagna ci sia possibilmente amica. Guastalli, di professione insegnante, è responsabile del Soccorso alpino di Pavia e dell’Oltrepò, Istruttore di alpinismo e, dal 1994, membro del Centro studi materiali e tecniche del CAI. In queste molteplici vesti diffonde con impegno e convinzione quella cultura alpinistica che, come sostiene Massimo Mila nei suoi “Scritti di montagna”, è una delle forme di conoscenza dove più inestricabilmente si uniscono il conoscere e il fare.

Il progetto Sicuri in montagna è nazionale ed è volto a promuovere la prevenzione in tante attività praticate in montagna: l’alpinismo, l’escursionismo su sentieri, l’arrampicata in falesia, la ricerca di funghi, l’attività sulla neve e le ferrate. Gli incontri in tutta Italia sono sempre ben organizzati e riscuotono grande successo nel pubblico degli appassionati. Sono convinto che bene ha fatto Guastalli a puntualizzare che “Montagna sicura” può essere un’illusione per tanti: ma allora, dico io, perché non ribattezzarla già da subito “montagna più sicura”?

Annalisa Fioretti e Ivo Ferrari. Foto: Roberto Serafin (Mountcity.it)
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Annalisa Fioretti. Nata a Milano nel 1977, medico, mamma di due figli (la bambina, Clara, particolarmente indiavolata) e alpinista non professionista, dal 2003 si divide tra la famiglia, il lavoro e le spedizioni in Himalaya e Karakorum. Nel 2011 mentre scala il Gasherbrum II 8035 m partecipa a due soccorsi a 6200 m, portando in salvo un pakistano colpito da edema polmonare d’alta quota e un inglese caduto in un crepaccio. Nel 2012 in Pakistan per scalare il Gasherbrum I 8068 m e cercare il corpo dell’amico Gerfried Goschl, incontra Greg Mortenson e la piccola Sakina, bimba con una severa cardiopatia, che riesce, grazie a una cordata di solidarietà, a portare in Italia per essere operata. Nel 2013 raggiunge gli 8450 m del Kangchenjunga 8586 m senza ossigeno e riesce a portare salvi al campo base quattro persone in difficoltà sopra i 7500 m. Nel 2015 mentre si trova al CB Everest per scalare il Lhotse 8516 m viene colpita dalla valanga staccatasi dal Pumori a seguito del terremoto di 7.8 gradi della scala Richter. Gestisce per ore assieme a un collega straniero la maxi emergenza al CB. I giorni successivi arriva a Kathmandu dove si ferma assieme a due amici in villaggi sperduti e non ancora raggiunti da alcuna organizzazione umanitaria, visitando centinaia di persone in pochi giorni. Nel corso dell’ultimo anno si è prodigata in innumerevoli iniziative a favore del Nepal: il ricavato delle serate cui viene invitata e del libro Oltre da lei dedicato a questa e altre esperienze, vengono interamente reinvestiti nei progetti pro-Nepal.

 

Mountain Wilderness Italia. In un tempo in cui la montagna viene in gran parte considerate come uno spettacolare fondale in cui esibirsi o fare turismo di cassetta, l’attività di Mountain Wilderness è rivolta a moderare gli impatti negativi derivanti dall’afflusso turistico di massa senza mettere radicalmente in discussione il senso stesso della parola “turismo”. Un compito quanto mai gravoso in questo 2015, in cui si annuncia lo smantellamento del Parco Nazionale dello Stélvio, s’inaugura il mega impianto di Courmayeur-Punta Helbronner, si moltiplicano i comuni montani che ammettono l’eliski e in Marmolada si vuole un altro impianto alla vetta già devastata.

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Il Premio Meroni vuole rappresentare un doveroso sostegno all’opera di questa associazione ambientalista nata nel 1987 che quindi da quasi una trentina d’anni vive e opera grazie al coinvolgimento entusiasta di tanti appassionati in difesa dei grandi spazi della montagna ricorrendo, quando è necessario, anche ad azioni spettacolari e provocatorie.

Carlo Alberto Pinelli, l’attuale presidente, precisa che non si tratta di un club elitario. Per Pinelli, e di certo non solo per lui, la differenza tra alpinisti ed escursionisti è una distinzione artificiosa, valida solo per chi è interessato alle prestazioni. Anche Marco A. Ferrari sottolinea che la parola escursionista, dal latino ex-currere, racchiude in sé anche quell’attività che noi chiamiamo alpinismo.

 

Ivo Ferrari. Alpinista bergamasco di tra i migliori italiani, pratica con discrezione un alpinismo di ricerca nelle nostre montagne. Nato a Treviglio nel 1968, accademico del CAI, ha al suo attivo un notevole numero di prime salite e prime ripetizioni su roccia e su ghiaccio, ma anche parecchie invernali e solitarie. Per lui sono di particolare fascino itinerari storici un po’ trascurati dall’attuale ufficialità alpinistica. E per venire a conoscenza di vere e proprie chicche dimenticate occorre leggere molto, girare parecchio e ascoltare gli altri, tutti quelli che gli possono raccontare delle storie.Per i suoi exploit ha ricevuto il premio Pelmo d’Oro e il Marco Dalla Longa. Per lui non esiste bello o brutto, buono o friabile, ma è tutto bello, perché puoi andare e quello è ciò che conta, quella libertà che ti senti dentro. “Sì, sul friabile ti devi fare leggero, ma è bello, così sul ghiaccio, su qualsiasi terreno. Quando hai voglia e vuoi andare e ti muovi a piacimento in libertà: quello è bello, è la passione che ti senti esplodere dentro”. Ed ora, ci confida Ivo, a tutto questo si è aggiunta una nuova sfida: fare cordata con il figlio Dario.

Il presidente del CAI Milano, Giorgio Zoia (a destra) e Giuseppe Masera. Foto: Roberto Serafin (Mountcity.it)
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Giuseppe Masera. Tra i maggiori esperti mondiali nel campo della leucemia infantile, già Primario del reparto di pediatria e oncologia pediatrica dell’Ospedale S. Gerardo di Monza, da lui diretto sin dalla sua apertura nel 1983, il prof. Masera si è adoperato nella realizzazione del progetto A ciascuno il suo Everest, che da oltre 10 anni prevede l’avvicinamento alla montagna di bambini colpiti da leucemia e curati presso il reparto di onco-ematologia pediatrica del S. Gerardo di Monza. Il progetto prevede l’accompagnamento, con l’aiuto delle Guide Alpine della valle, sulle montagne e nei rifugi dell’alta Valle Camonica dei ragazzi che, guariti o in remissione dalla malattia, possono gioire e meravigliarsi a contatto con la montagna e provare grande soddisfazione nel trovarsi in situazioni che mai avrebbero immaginato nei momenti bui della malattia. La sala viene informata che ormai la battaglia contro la leucemia si vince nell’80% dei casi e che questa lotta è una grande occasione di crescita per l’individuo. Si cita la parola resilienza, la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Questo premio speciale, con la proiezione di un breve ma intenso filmato, è stato vissuto dalla sala come un messaggio di speranza per tutti, sottolineato dalla viva voce di uno dei ragazzini protagonisti, dalla barba ieratica di Masera e dalla buia giornata precedente, la strage di Parigi.

Dopo lo spoglio delle schede del pubblico, la cerimonia si conclude, nello scrosciare dei battimani, con la proclamazione del vincitore del premio del Pubblico, quest’anno assegnato proprio a Giuseppe Masera.

Milano, 14 novembre 2015, i premiati del Marcello Meroni. Da sinistra: Carlo Alberto Pinelli e Giancarlo Gazzola (per Mountain Wilderness Italia), Giuseppe Masera, Elio Guastalli, Franco Meroni, Annalisa Fioretti, Ivo Ferrari, Nicla Diomede e Marco Albino Ferrari. Foto: Roberto Serafin (Mountcity.it)
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