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Aspetti diseducativi delle attività a motore in montagna

Aspetti diseducativi delle attività a motore in montagna

Il 28 novembre 2015, nel salone L. Torelli di Sondrio, si è tenuto il convegno Le alpi in inverno, conservazione della natura e attività turistiche: c’è spazio per tutti?, organizzato da Marzia Fioroni e Mario Vannuccini.
Abbiamo già pubblicato la relazione di Vincenzo Torti. Qui di seguito è la relazione di Alessandro Gogna.

 

Dico subito che il mio intervento non è ideato per trovare una soluzione mediatoria al problema dell’eliski, ma è pensato per convincere il più possibile di persone di alcune ragioni che portano all’assoluta contrarietà nei confronti dell’eliski, delle motoslitte e quindi nei confronti dell’uso dei motori in montagna, non solo invernale.

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Sono così contrario all’uso dei motori che addirittura, se un domani fosse approvato il divieto totale di queste pratiche, a me spiacerebbe.

Non ne sarei contento perché un divieto è un divieto. Sarebbe un raggiungere una mia meta senza in effetti raggiungerla. Perché la mia meta non è l’impedimento costrittivo delle attività a motore in montagna estiva o invernale: la mia meta è che nessuno le richieda più o, se volete, che nessuno ne abbia più bisogno e che tutti si dedichino alle altre pratiche di montagna.

Ecco, questo è il mio obiettivo. Se arrivasse una legge nazionale (o anche solo regionale) di questo tipo certo non la contesterei, ma non sarebbe il modo in cui avrei voluto raggiungere il risultato.

Perché un sentiero, un pendio innevato, un animale, un pino non sono prodotti. Vedere queste entità come prodotti è una visione aziendalistica della montagna. E non credo, dicendo questo, di rifiutare o di ostacolare l’economia di una valle o delle Alpi intere. So benissimo che la montagna è, e deve rimanere, fonte di reddito. Proprio perché è una fonte di reddito, deve restare tale anche per le prossime generazioni.

Quindi non stiamo parlando di prodotti, e non voglio usare questo linguaggio. In questo mio rifiuto, c’è un’altra parola che oggi si usa spesso: fruizione.

Prodotto richiama il supermercato, quindi l’acquisto. Fruizione richiama la completa passività di coloro che fanno un qualcosa: la passività rispetto ad altri. Passività nei confronti di coloro che hanno ideato quell’attività, o che l’hanno preparata per coloro che seguiranno passivi.

Fruizione: sostituirei con frequentazione o altri termini. In questo ci si può esercitare. Rimane che, quando sento fruizione a me vengono i brividi. Anche perché è proprio l’uso di prodotto e fruizione che ha portato all’uso di un’altra parola oggi diventata sospetta: sostenibile.

Sostenibilità sembra parola bella, utile, per un obiettivo concreto. Certo, il significato letterale è quello. In realtà però, essendo in Italia, sappiamo perfettamente che la parola sostenibile è un piede di porco per ottenere tutta una serie di concessioni e farle passare surrettiziamente anche in contesti in cui non ci azzeccano nulla.

Nel mio discorso vorrei dunque tralasciare questi termini, prodotti, fruizione e sostenibilità proprio perché essi educano alla passività dell’individuo.

Io credo che l’andare in montagna non possa e non debba essere un’attività passiva. Se lo diventa, anche la pericolosità aumenta. Bisogna essere attivi, non passivi. Prima, durante e dopo. Questo fa esperienza. E questo è vero per chiunque, a qualunque livello, professionista, accademico, dilettante, neofita e cercatore di funghi. Chiunque sia insomma appassionato di montagna.

Ma cosa significa essere “attivi”? Vuole dire saper reagire agli eventi, alle opportunità, alle scelte. Saper muoversi in un ambiente, dunque anche conoscere tutte le realtà che stiamo andando a toccare.

Eviterei dunque la passività. Non so quanto possa essere convincente quello che sto dicendo. So anche che posso risultare assai antipatico e supponente, presuntuoso.

Chi è costui che crede di poterci insegnare come si va in montagna, di far psicologia, filosofia, di discutere sui termini da tutti accettati?

Mi serve dunque ricordare ciò che ho detto all’inizio, cioè che non sono qui a mediare un bel nulla, solo a esprimere le mie opinioni, sapendo per fortuna di non essere certo l’unico a pensarla così.

Sì, è vero, non posso non aborrire la passività, che in montagna è solo deleteria. E’ deleteria per la nostra formazione d’esperienza e per il rischio aggiunto a livello personale o di gruppo.

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La motoslitta? Cosa ci può essere di più passivo?

L’eliski? Al di là del piacere epidermico della discesa, rimane il fatto che non fai la fatica di salire.

La ferrata? Un esempio a dir poco fantastico di quello che io intendo per passività. E’ vero che la ferrata richiede fatica, a volte un notevole impegno atletico: però sei passivo, perché non hai creato nulla, non hai avuto modo di esercitare alcuna fantasia al riguardo, non hai scelte di percorso. Sei un esecutore. Non devi muoverti neppure un centimetro al di fuori dell’itinerario, perché se lo fai sei davvero sciocco. Un metro a destra o a sinistra si trova ogni genere di grana. Sei passivo dall’inizio alla fine. In più c’è tutta una serie di procedure codificate, che sono effettivamente quelle da attuare, anche se non dovrebbero mai essere imposte per legge. Il kit è procedurato, come le manovre di assicurazione durante la progressione. Non ti è richiesto né concesso alcun tipo di deviazione creativa o comportamentale. Sei passivo.

Arne Næss
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Io mi sono formato sulle idee e sull’esempio di un grande filosofo e alpinista, il norvegese Arne Næss, diventato poi un simpatico vecchietto che è morto nel 2009. Næss nel 1950 era capo di quella spedizione che per prima salì il Tirich Mir, una montagna di quasi ottomila metri, la più alta dell’Hindu Kush. Se pensate che solo poco più di un mese prima era stato salito dai francesi l’Annapurna, il primo Ottomila a essere conquistato, per nulla più difficile del Tirich Mir, avete idea dell’impresa di questo filosofo-alpinista, che, tra parentesi, arrivò anche lui in vetta.

Næss è stato dunque alpinista di primo livello, ma è noto a livello mondiale per aver formulato le teorie dell’ecologia del profondo, la deep ecology.

Non è questa la sede per dilungarci sull’ecologia del profondo e sulla sua portata ideologica. Vi farò solo un esempio, tra l’altro suo, per capire la differenza tra ecologia ed ecologia del profondo.

Arne Næss diceva che, in presenza di un laghetto naturale e balneabile, l’ecologo direbbe: “Dobbiamo difendere la qualità naturale di questo laghetto, in modo che anche i nostri figli possano usufruirne (ecco ancora la parola fruizione, nota mia), nuotare, vedere la bellezza, ecc.”; mentre l’ecologo del profondo direbbe: “Dobbiamo difendere la qualità di questo laghetto, in modo che tutte le creature che l’hanno come habitat (pesci, alghe, piante, ecc.) possano vivere”. Non per mantenere artificialmente delle vite, bensì perché queste creature, anche più semplici di quelle umane, hanno lo stesso nostro diritto di vivere. Lo “stesso nostro diritto” non è da intendersi quantitativamente, ma qualitativamente. Cioè la ricerca della qualità di vita per gli animali e per le piante è importante tanto quanto lo è per noi.

Questa è la deep ecology spiegata con una piccola pillola. Consiglio chi è interessato di leggere qualcuna delle importanti opere di Næss.

Eliski in Nuova Zelanda
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E’ questo il nocciolo della questione. Non giustificherei oltre il mio no ai motori con argomenti ambientali. Altri prima di me, e con molta più autorevolezza, hanno esaurientemente parlato dei problemi della fauna nei confronti dei motori.
Ho solo voluto dire che per me l’ambiente è qualcosa di più di ciò che può fornirmi divertimento e serenità.

C’è chi vorrebbe impedire l’eliski appoggiandosi sull’ipotesi che questa pratica potrebbe essere (o è) pericolosa.

Mi è capitato di non firmare una petizione alla Regione Piemonte proprio perché questa si appoggiava sulla presunta pericolosità dell’eliski. Non vorrei mai che venisse approvata una legge di divieto d’eliski facendo riferimento al fatto che questa è un’attività “pericolosa”. Potrebbe essere un precedente giuridico di levatura tale da un domani rendere richiedibile e possibile il divieto tout court di fuoripista e anche di scialpinismo. Anche l’alpinismo potrebbe essere coinvolto in questa furia integralista.

Guai dunque a evocare la pericolosità dell’eliski, vera o presunta: è controproducente.

Non è il pericolo a fare la differenza. Questa la fa l’individuo che, dopo un po’ di anni di esperienza, riesce a crearsi una sua responsabilità, riesce a rispondere solo a se stesso. Ecco l’attività che dicevo prima (contrapposta alla passività). Ecco l’accettazione di limiti che scegliamo noi, non quelli che c’impongono gli altri. La responsabilità del singolo, o auto-responsabilità.

Il raggiungimento di questa condizione responsabile è l’unico mezzo per accedere alla magica parola libertà. La libertà ha bisogno che ci sia stata una scelta. Tu non sei libero quando fai ciò che vuoi, ma quando fai ciò che hai scelto, nell’ambito di alcuni paletti che tu stesso hai stabilito.

La libera scelta che abbiamo fatto costituisce l’essenza della nostra libertà, non come un capriccio di bambino.

Le attività a motore in questione hanno la caratteristica di diseducare alla vita. Siamo in un tempo in cui la figura paterna è assolutamente in crisi, da almeno un secolo. Questa crisi ha portato a molte tragedie e guerre, e non è certo finita. La crisi della figura paterna comporta nella famiglia di oggi l’assenza di un’autorità che sia in grado di indirizzare un giovane adolescente, maschio o femmina che sia, alla vita adulta, alla vita di chi si è staccato dal cordone ombelicale della madre, che per DNA resiste a questo distacco. Il padre dovrebbe staccare: con amore, ma con risoluzione. Dovrebbe indirizzare il ragazzo o la ragazza verso la vita adulta e dire francamente, come ho sentito per puro caso dire in un film recentemente, che la parola “facile” nel mondo degli adulti non esiste. E’ una parola solo per i bambini, che bisogna incoraggiare a imparare.

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Vuole dire che questa società odierna non è tanto adulta. Secondo la pubblicità, è tutto a portata di clic. Pare che con un clic ottieni ogni cosa, invece non ottieni nulla. Ci sono giovani che stanno lì ad aspettare di lavorare, senza idee, senza desideri. Perché dovrebbero avere desideri se sono nella realtà dei fatti è come fossero ancora nel caldo utero materno che soddisfa ogni desiderio?

Se qualcosa si presenta davvero facile, è bene approfittarne. Ci mancherebbe. Non sempre occorre lottare, talvolta ci è data la possibilità di sorridere, di rilassarci. Però mai dimenticare che non esiste vera gioia, o vera soddisfazione e felicità, se ciò che hai ricercato e desiderato non ha avuto una lunga storia di corteggiamenti, in genere faticosi, a volte sacrificanti.

E’ questo che fa la differenza. Ed ecco perché l’eliski è fuori dal mondo psicologico: perché non c’è corteggiamento, non c’è fatica.

C’è chi dice che il problema della montagna invernale è nel numero delle persone che la frequentano. Ammettiamolo e non concediamolo. La montagna è libera per tutti. Non possiamo pensare al numero chiuso. Sono profondamente contrario a ogni tipo di limitazione.

Allora cosa può fare la differenza? Il danaro? Vogliamo che la cresta dell’Hoernli al Cervino invece che mille euro costi cinque, o diecimila euro? Di certo la frequentazione ne sarebbe falcidiata. Sarebbe però solo riservata ai ricchi e preclusa ai poveri. Non mi sembrerebbe un rimedio corretto.

A me sembra che l’unico sistema sensato al fine di limitare l’iper-frequenza sia quello della fatica. Non imponendola, ma neppure togliendola!

Quella che c’è da fare, si fa.

I motori stanno invadendo la nostra vita. Ricordo che in montagna, oltre all’eliski, abbiamo l’elicaccia, l’eliminerali, l’elibike e tutto l’eliturismo. Dobbiamo in qualche modo difenderci da questa invadenza.

Qui di seguito vi riporto un esempio di come si può rispondere a quest’invadenza.
Il 12 novembre 2015, la guida alpina Miche Comi ha pubblicato su facebook un breve scambio epistolare sulla possibilità di realizzare un evento aziendale per VIP.

Michele Comi
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Ciao Michele, allora come anticipato per telefono il cliente vorrebbe un evento super esclusivo che gli dia la possibilità di instaurare un legame forte con possibili clienti. Dovrebbero essere circa 20-25 persone.
Arrivano sabato, si cena e poi la mattina di domenica attività outdoor con pranzo e poi rientro la sera a Milano. Periodo: un week end di marzo.

Ciao Stefania, questo è lo scenario della nostra esperienza sulla neve: il lago Palù. Il lago è a 2000 m, si ghiaccia completamente l’inverno e si raggiunge in mezz’ora di cammino lungo una traccia battuta, oppure lungo la foresta d’abeti disegnando un percorso ad hoc nella neve alta con le racchette da neve.
Sulle sponde si trova il Rifugio Palù, ottimo punto di arrivo e di ristoro dopo l’attività sulla neve (vedi foto allegata). Il rientro avverrà sempre a piedi.
L’attività sulla neve prevede:
– il raggiungimento del rifugio, dosando difficoltà e impegno in funzione dello stato di forma dei partecipanti;
– l’attivazione di un percorso di conoscenza di un ambiente alpino particolare, della neve e delle sue infinite trasformazioni;
– l’acquisizione di alcuni elementi basilari per orientarsi e muoversi nell’ambiente invernale innevato su queste alte montagne tra Valtellina ed Engadina.

Ciao Michele, il cliente si è fatto vivo ieri. Ha ribadito che vogliono qualcosa di estremamente vip ed esclusivo.
Loro avevano parlato di eliski ma è una cosa non fattibile perché richiede diciamo doti atletiche non indifferenti. L’escursione sulla neve è stata bocciata.
Non vogliono fare cose troppo faticose tipo sci o robe simili.
Che altro si può fare sulla neve di domenica mattina di esclusivo e lontano da zone con troppi turisti? Hai qualche idea? Non so, tipo gite in motoslitta, gite in elicottero?

Il Lago e il rifugio Palù
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Scusa Stefania, se il cliente crede che l’esclusività in montagna significhi proiettarsi in luoghi incantati in elicottero o in motoslitta ha le idee confuse.
Evidentemente vuol replicare la schiavitù in cui vive quotidianamente che ha la presunzione di essere libertà.
Vip ed esclusivo non significa facile finzione, ma compiere un’esperienza di conoscenza dell’identità di un luogo selvaggio (senza la necessità d’essere attività estrema). Certo in montagna d’inverno si sentirà il gelo sulle guance o il sudore gelarsi lungo la schiena, ma il fuoco del camino al rifugio farà presto dimenticare questi piccoli disagi conservando il miglior ricordo della giornata sulla neve.
Riguardo ai motori, terrestri e volanti, non posso quindi esserti d’aiuto. Anche senza ricorrere alle racchette è possibile raggiungere comodamente il lago Palù e assieme costruire al centro del lago un igloo, ognuno con il suo compito.
Hanno mai realizzato un igloo con le loro mani? E all’interno, in attesa del pranzo al vicino rifugio, stappato uno Vino Spumante V.S.Q. dalla Valtellina, messo al fresco direttamente nella parete del ricovero bianco? E gustato filetti di trota affumicata, più gustosa del miglior salmone selvaggio, pescata nelle acque che riposano sotto la superficie ghiacciata?
Scusa la franchezza. Un caro saluto. Michele
”.

Ecco, questo secondo me vuole dire esercitare la propria professione di guida alpina con piena dignità. Poter rispondere a fronte alta cose di questo tipo a richieste sciocche e invasive come quelle rivolte a Comi.

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Montagna e interessi in conflitto

Il 28 novembre 2015, nel salone L. Torelli di Sondrio, si è tenuto il convegno Le alpi in inverno, conservazione della natura e attività turistiche: c’è spazio per tutti?, organizzato da Marzia Fioroni e Mario Vannuccini.
Alla presenza di numeroso pubblico e con la moderazione del giornalista Franco Brevini, per tutta la giornata si sono alternati i relatori.
Il primo è stato Luca Rotelli, che ha parlato di Fauna selvatica e attività turistiche: c’è spazio per tutti sulle Alpi?
E’ seguita la relazione dell’avvocato Vincenzo Torti, che riportiamo integralmente qui sotto.
Altrettanto in tema e applaudito il successivo intervento di Enrico Bassi, sulle conseguenze dirette e indirette sulla fauna selvatica delle principali attività outdoor. Arturo Plozza e Carlo Micheli hanno portato l’esempio della Svizzera, mentre Mariagrazia Folatti ha parlato di normativa in provincia di Sondrio e di esempio di zonizzazione. La guida alpina e pilota di elicottero Maurizio Folini ha dato testimonianza dell’eliski in Valtellina, mentre Franca Garin e Francesco Comotti ci hanno dato dettagli rispettivamente sull’eliski in Valgrisenche e sulle motoslitte a Madesimo, mentre Antonio Perino ha portato l’esempio della Val Maira.
Alessandro Gogna ha messo l’accento sugli aspetti diseducativi di eliski e motoslitte.

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Montagna e interessi in conflitto: divieti, normative o auto-regolamentazione per una effettiva sostenibilità?
di Vincenzo Torti

A un certo punto, il relatore precedente Luca Rotelli ha detto che di fronte ad alcune criticità, in Austria, una certa area è stata sottoposta a divieto di frequentazione.

Ecco che ci troviamo di fronte a uno dei modi di risposta che sono possibili di fronte a situazioni che richiedono un intervento rispetto ad un eccesso di invasività da parte della fruizione.

E’ chiaro che il divieto presenta due aspetti negativi:
– viene a inibire totalmente la possibilità di svolgere una certa attività;
– impone, perché il divieto venga rispettato, tutta una serie di strumenti di verifica e di persecuzione di eventuali violazioni.

Sappiamo benissimo quanto poco efficaci siano questi divieti se le possibilità di controllo sono insufficienti o inefficienti.

Una possibilità alternativa che abbiamo incontrato nel corso degli anni in determinate situazioni è che ci fosse l’opportunità di fare incontrare tra loro i portatori di interessi in qualche modo in conflitto, i quali decidano in qualche modo di collaborare, di sedersi a un tavolo, di firmare un accordo. Cioè stabilire assieme le regole di come gestire determinate attività. E’ una via suscettibile di utilizzo che però richiede come condizione tassativa che gli interlocutori si riconoscano legittimati tra loro e a un certo punto trovino il punto di equilibrio esattamente come accade in un normale contratto quando uno offre e l’altro chiede e si trova il punto di armonia nel prezzo convenuto.

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Qual è la strategia che è stata fin qui attuata? Rispetto a queste due soluzioni, il Club Alpino Italiano, del quale sono stato fino a pochi mesi fa il vice-presidente, ha fatto una scelta ben diversa, che trova le sue origini nelle Tavole di Courmayeur del 1995. Allora si disse: quali sono gli interessi in conflitto nella frequentazione della montagna, partendo dalle esigenze primarie della montagna stessa? Il CAI si dichiarò votato all’auto-regolamentazione, all’auto-disciplina. E questa ispirazione di fondo è stata confermata nel corso degli anni e ribadita ulteriormente nel Nuovo Bidecalogo che è stato deliberato e approvato, dopo un importante lavoro di preparazione, dall’Assemblea Nazionale dei Delegati di Torino proprio in occasione del 150° di fondazione del CAI.

In quell’occasione, il CAI con questo documento, che non ha una valenza giuridica di obbligo, come non ce l’ha qualunque altro documento di obbligo morale, impegnava tutti i suoi iscritti (quindi anche gli accademici e le guide alpine dell’AGAI oltre a tutti i soci) a rispettare quei principi e quel codice di auto-regolamentazione che, dopo lunga discussione e approfondimento, l’Assemblea Nazionale dei Delegati aveva approvato, la direttiva cioè di come vivere la montagna secondo il Club Alpino Italiano.

E’ chiaro che, quando si appartiene a una associazione che si definisce libera e che tale è, può accadere poi che non tutti gli iscritti si trovino a tenere comportamenti coerenti con queste scelte di fondo. Qui nascono le contraddizioni che sono state rilevate e sono oggetto della nostra discussione. Questo è normale, direi fisiologico, in un contesto associativo che vede la presenza di oltre 300.000 associati. Ma è altrettanto vero che la risposta che il CAI può e deve dare, a cominciare dal suo vertice, deve essere coerente, perché tanto vale un’istituzione (o un’associazione) nel panorama di una società civile quanto afferma dei valori, ma poi li adotta e li attua e li realizza. Perché se restiamo nel mondo della teoria, di teoria ne facciamo tanta tutti ma poi dobbiamo andare alla verifica pratica per scoprire se siamo coerenti con i valori che andiamo enunciando.

Ecco perché, ritornato socio semplice, non ho potuto che apprezzare in modo pieno l’intervento del Presidente generale Umberto Martini il quale, a caratteri cubitali, superando qualche perplessità sul fatto che l’eliski fosse ricompreso o meno in un certo passaggio del Bidecalogo, ha detto che il CAI ritiene di non poter condividere la pratica dell’eliski, inteso come utilizzo di elicottero in montagna a scopo ludico, sportivo o turistico, invitando conseguentemente i soci del CAI a non praticare quest’attività.

Lo stesso vale per le motoslitte, avverso alle quali ancora il CAI ha preso una decisa posizione cercando di motivarla non per un preconcetto o un pregiudizio che non avessero la loro logica spiegazione, ma dando ampie e motivate argomentazioni del perché altro è utilizzare gli strumenti della tecnica (ed è stato ben ricordato, quando Luigi Bombardieri, un precursore, diceva “ma se vogliamo arrivare prima ed essere efficaci in un intervento di soccorso alpino, abbiamo lo strumento prezioso dell’elicottero”), altro è invece declinare l’uso dell’elicottero oltre la linea intermedia che è data dal rifornire i rifugi in modo più celere ed efficace, quando cioè si va oltre un certo limite. La posizione del CAI è, quando la strumentazione in oggetto serve alla tutela dell’uomo e quando è usata con ragionevolezza, allora possiamo usare tutte le tecniche; non quando le stesse tecniche sono utilizzate per abusare della montagna.

Coerentemente con questo, faccio due esempi recentissimi che mi hanno colpito per la loro positività.

Una sezione del CAI, la SEM-CAI di Milano, presieduta dall’amica Laura Posani, ha ricevuto un’offerta incredibile da una società svizzera per vendere il rifugio Zamboni-Zappa, che sta alla base della parete est del Monte Rosa; con il ricavato di questa possibile vendita la sezione avrebbe potuto sanare le passività della sezione, per vari motivi corpose, e avanzare ancora del denaro. Piccolo particolare: la destinazione e l’utilizzo di questo storico rifugio sarebbe stata quella di costituire un centro, una base di partenza, per attività di eliski. La SEM ha risposto “no grazie, teniamo debiti e rifugio”.

Ancora un’altra sezione, la Sezione Valtellinese, a fronte dell’apertura di un Comune locale verso le attività di eliski, ha risposto con una delibera con la quale ha preso posizione avversa, con motivazioni fortemente ancorate al richiamo della tutela dell’ambiente, pur consapevole che questo avrebbe comportato un giudizio negativo rispetto a potenzialità turistiche e quindi di lavoro.

Un noleggio di motoslitte a Livigno
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Questi sono due ottimi esempi di un CAI che fa così come dice. Perché se pure è vero che l’auto-disciplina, alla quale vengono richiamati tutti i soci del Club Alpino Italiano, non ha una valenza giuridica (o meglio, si tende a dire che non abbia una valenza giuridica ma sia solo un obbligo morale) è altrettanto vero che ciò non è del tutto preciso.

E’ vero, è un impegno morale verso quell’intelligenza del limite che ricorda spesso il past-president, l’amico Annibale Salsa, preziosissimo per il CAI quando dice “l’auto-disciplina significa sapersi dare un limite”. Cogliere, nel limite che ciascuno si sa dare, l’intelligenza, la ragione valida per cui ce lo diamo. Può essere il limite soggettivo (io non mi espongo oltre una certa difficoltà perché le mie personali capacità non mi consentono di andare oltre, cioè io mi fermo laddove rischio più di quanto potrei rischiare); ma la stessa intelligenza del limite la possiamo poi applicare in tutti i casi che ci ha descritto il primo relatore: in tutte quelle criticità sarebbe un’espressione di intelligenza del limite quella di non andare a sovraccaricare un’area quando magari la valle accanto è deserta. Qui il CAI potrebbe essere di grande aiuto, fornire per tempo adeguate informazioni. Mi dispiace aver sentito che, su tante pubblicazioni di scialpinismo, pochissime hanno dato indicazioni di questa natura che invece sarebbero state così preziose: vuole dire che il CAI ha ancora molto da fare, in questa funzione che non è solo informazione (vedi le 34 guide che fanno solo informazione sugli itinerari), ma anche declinazione di quello che hanno fatto le altre tre guide, cioè un intervento di formazione. Fornire cioè l’informazione, ma dare anche quelle capacità critiche di lettura su ciò che ci si propone di andare a fare.

Ci vuole un CAI che non ha alcuna paura di affermarsi con una vocazione di educatore del limite. I nostri soci devono comprendere il limite e devono proporlo come nuova chiave di lettura. Non è libertà fare tutto ciò che si vuole, è libertà fare con intelligenza tutto ciò che è compatibile.

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Ecco perché la risposta all’eliski non deve essere il divieto. In montagna già il divieto viene utilizzato in modo anomalo, improprio, quello che gli amministrativisti del diritto chiamano “sviamento del potere”, di derivazione dal francese “détournement du pouvoir”. Che cosa succede? Io utilizzo uno strumento per uno scopo diverso: in realtà io pongo un divieto quando ho timore che nella gestione di un certo territorio mi espongo a una responsabilità. Se poi qualcuno si fa male? Se poi succede qualcosa di negativo? Allora il divieto risolve tutto alla radice. Ma questo non è l’auto-limite che uno intendeva darsi: questo è un limite etero-determinato che arriva dall’esterno e che si sarebbe potuto evitare con un uso intelligente di quel territorio semplicemente con una presenza corretta. Ecco che, rispetto al divieto, la convenzione poteva essere un passo in avanti.

Faccio un esempio: in un recente passato c’è stato un incontro tra il presidente del CAI e il presidente della federazione motociclistica italiana. L’incontro c’è stato, cordiale. Ci si presenta, ci si conosce, io sono il CAI, io sono la Federazione Motociclistica. Ma l’interrogativo sottostante è: quali possibilità concrete di accordo possono esservi tra chiede e propugna di percorrere i sentieri di montagna con una moto e un CAI che dice che i sentieri si formano camminando e che il cammino non ha mai rovinato un sentiero mentre le moto sì. Come può il CAI mediare con una politica di usa e getta, con chi si è divertito ma poi addossa ad altri il compito della ricostruzione? Secondo me è un dialogo tra sordi, al di là della cordiale frequentazione civica non ci può essere altro.

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Perché a volte gli interessi si trovano in un conflitto insanabile. E allora arrivo a uno dei temi che può essere uno dei principali per l’interesse di questo incontro: la motoslitta, l’eliski, l’inverno. Perché il CAI ha detto no? Perché certamente già nel corso degli anni abbiamo accettato una serie di cambiamenti, le piste di sci, le stazioni, un gran numero di frequentatori che hanno impattato con la montagna. Ma c’è stato chi, anche qui in questo convegno, ha denunciato le sue emozioni altamente negative quando si è trovato in mezzo al frastuono dopo aver supposto silenzioso quel luogo. Qui nessuno vuole fare il purista a oltranza: un conto è usare gli strumenti della tecnica, altro conto è abusarne e poi andare a trasformare quell’ambiente di montagna che noi amiamo, e che è la vera ricchezza. Lo sbaglio di molte amministrazioni poco accorte e poco lungimiranti è nel farsi illudere da qualche immediato risultato e non saper guardare avanti nel tempo. I nostri progenitori avevano invece molto attentamente considerato che ci fosse una montagna da conoscere e da tutelare. Io credo che la tutela sia funzionale alla nostra frequentazione. Se avremo saputo tutelare bene la montagna, avremo una frequentazione gratificata, e avremo raggiunto quel tipo di ambiente che noi sogniamo dopo l’attività settimanale in città. Questo lo dico per chi non ha la fortuna di vivere a ridosso delle montagne.

Ma una tutela per poter frequentare deve assolutamente raccordarsi con una frequentazione capace di tutelare: e così il circolo virtuoso si completa. Continueremo così tutti assieme a frequentare la montagna che ci piace, in modo corretto, senza indulgere alle moto, alle disneyland, ai parchi-gioco.

La montagna è cosa seria. Mi piace ricordarlo: nel testamento di Luigi Bombardieri, la cui figura è stata così opportunamente ricordata, uomo che è morto esattamente nell’anno in cui io sono nato, perciò per me quasi un passaggio di testimone, la montagna doveva essere scuola di carattere, scuola di onestà, di solidarietà e infine scuola di rispetto per l’ambiente. Questo è il modo con cui ci dobbiamo rapportare alla montagna, questo è il modo di cui il CAI deve, con sempre maggiore serietà, farsi propugnatore.

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Ulteriori precisazioni (alcune risposte di Torti a domande rivoltegli)
Se noi riceviamo un’eredità ambientale compromessa, non penso esista alcuna buona ragione per trasferirla a nostra volta ancora più compromessa. Se c’è un modo per poter invertire la rotta, credo che sia un buon dovere agire in quel senso.

Nei confronti dei soci che hanno opinioni diverse, io credo che debba essere sottolineato fino a essere esausti che noi apparteniamo a una libera associazione e che ci associamo liberamente. Nel momento in cui vogliamo esprimerci o vivere diversamente da quei valori che la nostra associazione esprime, la soluzione più coerente è quella di uscirne, non di essere censurati. E’ una questione di lealtà. Se dobbiamo essere leali con la montagna, dobbiamo esserlo anche verso noi stessi. E’ una questione di onestà: scuola di onestà. Scusa, tu la pensi diversamente. La maggioranza ha deciso come te? Ok, mi faccio da parte. Non c’è nulla di male, perché nessuno è obbligato a far parte di un’associazione. Sarebbe questa la linea da perseguire, senza bisogno che alcuno faccia notare ad altri di essere fuori regola. Chi pensa diversamente non è obbligato a far parte della famiglia. Questa dovrebbe essere la giusta chiave di lettura per continuare a rispettarci, nelle nostre differenze.

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Il conto alla guida

Il conto alla guida

Giovanna Mongilardi, guida alpina della Valle d’Aosta, era stata coinvolta il 20 febbraio 2015 in un incidente potenzialmente fatale.

La simpatica professionista è poi recentemente salita alla ribalta nazionale grazie alla partecipazione al programma di Rai 2 Monte Bianco-Sfida verticale, che l’ha vista vincere con il suo compagno di cordata Gianluca Zambrotta.

La Punta di Rabuigne. Foto: www.climbandtrek.it
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La guida, con il collega Mathieu Vallet, era impegnata con otto (il quotidiano La Stampa dice “dieci”) clienti stranieri nella zona della Punta di Rabuigne (alta Valgrisenche) per una uscita di eliski. Verso le 9.30 si è staccata una valanga che ha travolto la Mongilardi e un cliente.

Il gruppetto di Vallet, in testa, era ormai ben più in basso. Tutto il gruppo era dotato di pala, sonda, apparecchi ARTVA e zaino con airbag. I compagni dunque prontamente iniziavano la ricerca dei due sepolti, mentre veniva chiamato il soccorso.

Prima è estratto l’uomo, poi la donna. “Sono riusciti a tirarci fuori in quattro minuti” racconta la Mongilardi. In quindici minuti arriva anche l’elicottero, in tempo per constatare che tutti erano in salvo e senza nulla di rotto.

Giovanna Mongilardi: “Io ho detto che stavo bene, che non c’era bisogno di portarmi in pronto soccorso. La dottoressa che era a bordo non è neanche scesa a visitarmi, avrei potuto essere sotto choc e svenire un secondo dopo: ero appena stata estratta da una valanga”.

Subito dopo l’elicottero ritorna alla base e gli sciatori raggiungono il fondovalle. Qualche mese dopo la Mongilardi riceve a casa una lettera dell’Usl. Si parla di «intervento inappropriato a mezzo elicottero» ed è indicata la cifra da pagare, 1.750 euro.

C’è un errore, si sono sicuramente sbagliati” pensa Mongilardi che subito chiede spiegazioni a soccorso alpino e Usl.

 

La valutazione di eventuale inappropriatezza è normalmente fatta dal personale medico a bordo dell’elicottero, ma in questo caso non si capisce come la dottoressa, neppure scesa dal mezzo, abbia potuto giudicare.

Mi sa che la dottoressa – è ancora Giovanna Mongilardi a parlare – non ha neanche capito chi fossi tra quelli sulla neve e neppure chi di noi fosse finito sotto alla valanga”.

Giovanna Mongilardi in arrampicata. Foto: Luis Vevella
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E’ vero che la Mongilardi non ha riportato ferite, ma il giorno successivo è comunque andata dal medico per un controllo e le è stata assegnata una cura di antibiotici e per una settimana non è riuscita a parlare.

Anche Vallet concorda: “È un paradosso. Forse il problema è che siamo stati troppo bravi, li abbiamo tirati fuori troppo in fretta…”.

Mongilardi: “Questa è una procedura di soccorso, se qualcuno viene travolto chiami i soccorsi, come fai a multare una guida per una cosa del genere? All’altro ragazzo travolto, poi, non chiedono nulla. Curioso”.

La guida valdostana ha in seguito cercato di spiegare la situazione mille volte, ma non c’è stato nulla da fare. Per il soccorso e per la Usl quella chiamata per due persone travolte da valanga ha costituito un «intervento inappropriato». Ovvio che la Mongilardi abbia affidato tutto a un avvocato, perché segua la pratica. La cifra da pagare sarà anche importante, ma ancor più lo è la questione di principio. Non interessa neppure sapere se vi era o no una copertura assicurativa.

Da quando in buona parte delle regioni alpine si richiede alle persone soccorse una compartecipazione alle spese per gli interventi è diventata fondamentale la valutazione che ne fa l’equipe di soccorso.

Al di là di ogni considerazione sull’opportunità o meno del soccorso alpino a pagamento, occorre fare molta attenzione, perché in alcuni casi regionali la legge definisce “intervento inappropriato” quello che si è eseguito in seguito a una chiamata di soccorso senza feriti e senza ricoveri in ospedale. A nostro parere un’equipe responsabile dovrebbe però essere in grado di dare un giudizio giusto anche in difetto di una norma corretta.

Giovanna Mongilardi
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Personalmente ritengo la richiesta economica dell’Usl un vero e proprio sopruso.

Se in un sinistro in montagna è presente una Guida Alpina, direi che PER DEFINIZIONE non si può parlare di incompetenza e imprudenza. Dunque qualunque richiesta economica è infondata. Giovanna deve essere difesa da tutta la categoria e non solo.
Ed è irrilevante se c’è l’assicurazione o no: perché in questo caso, sembra davvero che l’unica colpa di Giovanna Mongilardi sia stata quella di… non essersi fatta male!
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La non-risposta del CAI

La non-risposta del CAI

Mi sarebbe piaciuto avere un bel regalo di Natale: ma a noi, diciassette firmatari di due raccomandate, una al presidente del CAI e l’altra al Collegio Regionale dei Probiviri del Piemonte, spedite il 2 ottobre 2015, non è stato ancora risposto da alcuno. E sono passati più dei classici cento giorni.

I testi integrali delle due lettere sono reperibili qui, ma vediamo ugualmente di riassumerle.

La prima, quella spedita al Collegio Regionale dei Probiviri del Piemonte, chiedeva sostanzialmente di adottare gli opportuni provvedimenti disciplinari nei confronti delle sezioni del CAI di Formazza e Macugnaga, nei ruoli dei Presidenti Piero Sormani e Flavio Violatto, essendosi queste rifiutate di votare con tutte le altre sezioni dell’Est Monterosa per l’appoggio alla manifestazione del 29 marzo 2015 contro l’eliski in Val Formazza, violando in questo modo il Punto 4 del Bidecalogo, per il quale il CAI “s’impegna a contrastare o comunque scoraggiare l’uso di aerei, elicotteri, motoslitte per finalità ludico-sportive”.

La seconda, quella spedita al Presidente del CAI, Umberto Martini, poneva a quest’ultimo cinque domande:
1) Quali iniziative ha assunto e sta assumendo il CAI al fine di ottenere legislazioni di divieto della pratica dell’eliski?
2) Non è doveroso che il CAI debba inviare informativa ai propri soci sulle località dove viene praticato l’eliski chiedendo di boicottarle?
3) Quale tipo di richiamo al Bidecalogo può essere indirizzato alle guide alpine socie AGAI, quindi socie anche CAI, per far loro comprendere che sull’eliski il CAI non è disposto a nessun tipo di compromesso?
4) Cosa pensa di fare il CAI nei confronti di quei rifugisti che mettono a disposizione i beni del sodalizio per fare da base all’eliski?
5) Il CAI non dovrebbe radiare i soci che fanno eliski o che usano l’elicottero per andare all’attacco delle vie alpinistiche?

Tutti noi capiamo che i tempi tecnici siano molto lunghi, ragioni dei ritardi ce ne sono a bizzeffe: basterebbe pensare all’impegno profuso dal CAI, dai suoi dirigenti e da tutti i volontari, nella preparazione del recente Congresso Nazionale di Firenze.

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Ai primi di dicembre abbiamo spedito una seconda missiva agli stessi destinatari con le medesime domande, certi che il meccanismo della raccomandata A/R non sia fallace. Ma anche in questo caso non solo non si è avuta risposta, non si è ritenuto opportuno neppure inviare un cenno di ricevuta con la sia pur vaga promessa di prendere in esame le nostre richieste.

Giunti a questo punto è inevitabile che tra i 17 mittenti qualcuno si faccia delle domande e tenti di rispondersi con delle considerazioni pubbliche.

Se al posto di 17 fossimo stati 170 o 1.700 cosa sarebbe cambiato? Qualcuno si sarebbe scomodato? E per quale motivo avrebbe risposto, per l’intrinseca serietà delle nostre domande o per la paura di dover subire lo scontento di centinaia o migliaia di soci?

Volutamente le lettere erano due, una dai contenuti precisi e ineludibili, cui si poteva rispondere solo sì o no, l’altra più sfumata, con cinque domande che fornivano facili modi di aggirare il nocciolo.

Il fatto che siano state ignorate entrambe ci sconforta ma nello stesso tempo inasprisce la nostra domanda.

Cocciutamente ci domandiamo perché non rispondere: comprendiamo che non abbiamo dato possibilità di scaricabarile, i destinatari erano precisi. Io penso che per qualcuno di loro rispondere è evidentemente motivo di ansia e preoccupazione. La paura di non riuscire a trovare le parole giuste per rispondere alle domande che sono state poste, il timore del sentirsi osservati così da vicino, e talvolta interpretati al di là del proprio controllo, fa sì che il dialogo possa essere vissuto con paura, assieme all’idea che in una manciata di parole ci si possa giocare “il proprio futuro nel Sodalizio”.

So che essere un po’ ansiosi e preoccupati circa le risposte da dare è del tutto prevedibile e naturale. L’ansia, ovvero la paura, è una normale e necessaria reazione dell’organismo, che attiva una serie di meccanismi fisiologici grazie ai quali si diventa più reattivi ed efficaci nel trovare le soluzioni neces­sarie alla sopravvivenza. Ma qui, in questo possibile dialogo, non è in discussione la loro sopravvi­venza.

Un poco di tensione è normale, e fa bene; in più accettare di provare una certa quota d’ansia, evitando così che questa produca un timore sempre maggiore, costituisce un notevole vantaggio.

L’ansia comunque non deve superare un certo livello, oltre il quale diventa distruttiva e controproducente. Il rischio cui si sottopone il “non-rispondente” (del tutto ignaro dei meccanismi dell’ansia e della sua possibile utilità) è infatti quello di continuare ad au­mentare il grado di ansia, attraverso la propria stessa intolleranza ad essa.

Non aiuta cercare aiuto in eventuali corresponsabilità, men che meno aiuta pensare di essere “neutrali”. La neutralità è esclusa dal Bidecalogo.

Una risposta è sempre meglio del silenzio. Perché? È un meccanismo psicologico che parte dalla dominanza: se ignori qualcuno stai inconsciamente dicendo che non è degno della tua attenzione, e abbassi la sua importanza. Visto che a nessuno piace essere considerato una nullità, gli altri si arrabbiano. Silenzio equivale a ignorare l’altra parte.

Non serve essere geni della comunicazione, bastano tre secondi scarsi per far capire all’altro che non lo stai ignorando. Anche se la risposta non è da manuale dei rapporti sociali, è sempre meglio del silenzio. Lo dice anche il proverbio: il contrario dell’amore non è l’odio, è l’indifferenza.

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E, giunti sempre a questo punto, vale la pena valutare il comportamento dei destinatari, che di certo hanno messo in atto i primi tre gradini dei meccanismi di difesa primari: il ritiro, la negazione e il controllo onnipotente (vi tralascio i successivi, assai più drammatici, fino a quello finale, la scissione dell’Io!).

Il ritiro: eccessivamente stimolato e bombardato da richieste il soggetto (bambino o adulto) si “addormenta”, si ritira per allontanarsi da una realtà sentita come opprimente e frustrante. In negativo tale meccanismo in età adulta allontana la persona dalla partecipazione attiva alla soluzione dei problemi, il soggetto si ritira in se stesso chiudendo ogni porta con il mondo circostante ed evitando di mettersi in gioco. In positivo esso è una fuga psicologica e fisica dalla realtà che non viene però distorta ma se ne prendono le distanze.

La negazione: consiste nel negare una realtà oggettiva anche innanzi a fatti evidenti e concreti, in tal modo si affrontano le cose spiacevoli rifiutando di accettare che accadano ed esistano (con la non-risposta si sta procedendo in questa direzione ad ampi passi). L’esempio è quello di una persona che si rifiuta di fare una visita medica perché teme l’esito negativo.

Il pensiero onnipotente: sentirsi il centro dell’universo e non accettare l’esistenza degli altri e il fatto che essi agiscono in maniera indipendente, è segno di pensiero soggettivo ed egocentrico. Questo pensiero predispone a non riconoscere i propri limiti e soprattutto le proprie responsabilità, viene minato l’interscambio paritetico.

Queste considerazioni sono pungenti, ma hanno il solo scopo di provocare quella reazione che, in regime d’interscambio paritetico, sarebbe ovvia e soprattutto rapida.

Vogliamo ancora credere che le risposte, se mai ci saranno, avranno le qualità della precisione. Non immaginiamo risposte intellettuali, razionalizzanti o compartimentate.

Se così non sarà, la vita – ci mancherebbe altro – continua. Con le dovute conseguenze, però.

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Gli incidenti da eliski

Grazie a una ricerca di Enrico Matteo, siamo in grado di produrre un elenco (molto probabilmente incompleto) degli incidenti avvenuti durante la pratica dell’eliski sulle Alpi italiane negli ultimi quattro anni.

Riportiamo questo elenco a scopo informativo ed è lungi da noi il secondo fine di una petizione per il divieto di eliski in base alla sua pericolosità. Sarebbe darsi la zappa sui piedi, favorire un precedente per poter vietare scialpinismo e altre attività alpinistiche. No, grazie: non ci interessa quanto l’eliski sia pericoloso. L’eliski andrebbe invece vietato per le ragioni ambientali ed etiche che abbiamo sempre sostenuto. Che bastano e avanzano. Ma meglio ancora sarebbe se l’eliski non fosse più praticato per diretta volontà degli appassionati di neve fresca.

11 febbraio 2012: scendendo dal bivacco del Col Clapis 2851 m lungo la valle Longia (in Val Susa) muore l’ingegnere danese Bo Overgaard che aveva scelto il servizio di eliski della società italo-francese «Pure Ski».

Era stato trasportato con l’eliski assieme a tre gruppi di sciatori e altrettante guide alpine. Il bollettino valanghe dell’Arpa indicava un pericolo 3 su 5, «marcato», anche a causa del forte vento.

Verso le 11.40 è scattato l’allarme ed è intervenuto il Soccorso alpino con l’unità cinofila e l’elicottero. La vittima (44 anni) stava scendendo in coda a un gruppo formato da due maestri di sci francesi e altri due turisti danesi lungo un canalone, quando all’improvviso si è staccato un cumulo di neve che lo ha travolto: gli altri, molto più avanti, sono rimasti illesi. Accortisi della tragedia, sono tornati sul posto provando a scavare nella neve, per tirare fuori il corpo. È stato il pilota dell’eliski a dare l’allarme, vedendo dall’alto la valanga staccarsi dalla montagna, su un fronte di 60 metri: il giovane danese è morto sul colpo. Nel pomeriggio i carabinieri di Sestriere hanno interrogato gli altri sciatori e il francese Erik Carquillat, responsabile della Pure Ski Company& Helicoptere Service, società con sede legale in Francia e basi a Sestrière e Sauze d’Oulx.

Secondo Carquillat, «Il livello 3 nel bollettino valanghe non è rischioso. Ho ho valutato che la giornata non fosse pericolosa, si è trattata di una tragica fatalità. È stato un incidente di sci, non c’entra l’eliski. Già c’è poca libertà nel praticare questo sport, se mettiamo ancora una legge apposita, diventa tutto un divieto».

Eliski in Valle di Susa
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24 aprile 2012
: Sette sciatori, accompagnati da una guida alpina della società che gestisce l’eliski in Valgrisenche (Val d’Aosta), vengono travolti da una valanga staccatasi appena partiti dalla Becca di Tos 3304 m. Uno sciatore tedesco, Joachim Dangel, di 39 anni, muore. Nei giorni precedenti erano caduti 40 cm di neve fresca. L’incidente è avvenuto alle 10.20: quando la valanga si è staccata e ha travolto il gruppo, gli altri sciatori sono riusciti a salvarsi azionando gli zaini dotati di airbag e con molta fortuna se la sono cavata. Alla vittima questa operazione non è riuscita.

Sul posto sono intervenuti gli uomini del Soccorso alpino valdostano e della Guardia di finanza che hanno recuperato il gruppo e il cadavere del tedesco.

6 febbraio 2014: incidente mortale nel vallone di Cheneil in Valtournenche, una grande valanga provocata da una discesa di eliski travolge la guida alpina Simona Hosquet e due clienti. La valanga, con un fronte di duecento metri, ha spazzato gli sciatori per cinquecento metri uccidendo la guida alpina. L’inchiesta ha stabilito che la causa dell’evento è stata provocata dall’intensa e ripetuta attività (45 passaggi) degli sciatori che fino alla tarda mattinata del giorno dell’incidente furono portati sulla cresta in elicottero e condotti a valle dalle guide alpine, nonostante il rischio valanghe diramato dal bollettino regionale valanghe fosse, per quel giorno, di grado 3, marcato su un massimo di 5. Nonostante le condizioni ambientali palesemente riconoscibili (pendio molto ripido e presenza di “cornici” di neve, indice di pericolo latente) l’attività degli sciatori è tuttavia proseguita fino al momento del distacco della valanga.

Questa travolge ben sette persone: tre tecnici dell’ufficio valanghe regionale che erano precedentemente saliti dal basso e, al momento del travolgimento, erano fermi senza sci e stavano eseguendo delle misure nivologiche e quattro freerider che, precedentemente saliti in elicottero, stavano scendendo il pendio. Il travolgimento ha portato al seppellimento di due persone, ritrovate dai compagni e dagli altri freerider presenti in zona: Giuseppe Antonello, miracolosamente illeso (durata del seppellimento tra 10 e 15 minuti) e la guida Hosquet, purtroppo deceduta. L’Antonello ha la qualifica di Avalanches forecaster presso la Fondazione Montagna Sicura di Courmayeur.

Eliski in Valgrisenche
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20 gennaio 2015: Valle dal Monte (Livigno), una valanga, con un fronte di circa 200 metri, investe quattro sciatori stranieri che, accompagnati da una guida alpina del posto, Matteo Galli, stavano praticando l’eliski dopo le abbondanti precipitazioni nevose dei giorni precedenti. Il ferito più grave, lo svizzero Christoph Lorenz, 34 anni, muore il giorno seguente in ospedale.

8 febbraio 2015: un elicottero della Pellissier Helicopter, impegnato in operazioni di eliski, precipita in Valgrisenche (Valle Aosta). Dopo l’incidente all’elicottero, sul quale è stata aperta un’inchiesta sia da parte della Procura di Aosta, sia da parte della “Agenzia nazionale per la sicurezza del volo”, nella zona si è verificata una valanga, che ha travolto due sciatori, tirati fuori dalla neve da compagni e guide: secondo la “Pellissier helicopter” la slavina sarebbe caduta prima dell’incidente, mentre per il “Soccorso alpino” valdostano, l’evento è «quasi contemporaneo» e sarebbe «correlato all’incidente con l’elicottero».

19 febbraio 2015, ancora Valgrisenche, una delle mete più ambite per l’eliski. Le guide alpine Giovanna Mongilardi e Mathieu Vallet sono con 10 clienti. La Mongilardi viene travolta insieme a un cliente. Il gruppo è composto da dieci sciatori e da due guide alpine. I due sono salvati. Nella zona Valgrisenche il bollettino indicava pericolo 3, marcato, su una scala fino a 5.

27 marzo 2015: tragedia sul monte Terra Nera in Val Susa. Un’imponente valanga travolge e uccide un turista francese e la guida alpina Luca Prochet, impegnati in una discesa di eliski organizzato da «Pure Ski». La slavina è stata causata dalle condizioni meteo sfavorevoli per una sciata fuoripista. «C’era un livello di allarme 3, aveva nevicato nei giorni scorsi e probabilmente si erano formati due strati per nulla compatti», spiegano i soccorritori.

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Il PD per l’eliski in Piemonte

Il PD per l’eliski in Piemonte

Sul sito del Partito Democratico del Consiglio Regionale del Piemonte il 29 settembre 2015 è stata pubblicata una mozione di Silvana Accossato (prima firmataria) sulla disciplina della pratica dell’eliski in Piemonte (http://gruppopd.cr.piemonte.it/web/2015/09/29/eliski/).

Invito il lettore ad andare a leggere qui il breve ma intenso testo integrale della mozione. In assenza di questo sforzo, ecco alcune considerazioni in merito. L’obiettivo è di parlarne in modo critico e, se possibile, di stroncare in partenza questo subdolo tipo di spinta alla regolamentazione.

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Il documento, firmato da Silvana Accossato (prima firmataria), Allemano, Appiano, Baricco, Caputo, Ferrentino, Ottria e Ravetti, è lungo 47 righe: di queste, ben 44 sono dedicate ai vari premesso che, considerato che, constatato che e rilevato che e solo 3 all’impegno che la Giunta Regionale del Piemonte dovrebbe approvare.

Le premesse, considerazioni e constatazioni sono un buon elenco di quale sia la situazione in alcune regioni italiane e all’estero: elenco che, da solo, basterebbe a bocciare la proposta di regolamentazione e promuovere il divieto assoluto della pratica dell’eliski.

A dispetto di ciò, tra le contraddizioni e nonsenso più notevoli:

– Per espressa ammissione del documento stesso, in tutti gli altri Paesi alpini tale attività è stata vietata o comunque regolamentata in modo rigoroso. Lo stesso documento però dice che le società estere di elicotteri sono attratte dal territorio piemontese per il motivo che su questo non v’è normativa specifica (che strano, avrei detto che le società straniere, che non possono operare nei loro territori, sono attirate più che altro dal fatto che in Piemonte, previo accordo in sordina con un Comune, si può fare quello che si vuole…).

– Il documento cita il forte impatto in termini di inquinamento acustico, osserva il possibile distacco di valanghe causato dai rotori o dall’azione degli sciatori depositati su pendii in quota, prende atto che chi pratica eliski non ha la possibilità di testare le condizioni della neve durante la salita, è d’accordo sul disturbo della fauna alpina in un periodo dell’anno, quello invernale o di inizio primavera, in cui certe specie sono già messe a dura prova dai rigori del clima; ma, dopo tutte queste belle ammissioni, sancisce che l’elicottero risulta comunque essere il mezzo di trasporto più adatto all’ambiente alpino ed è insostituibile nel campo della sicurezza e della logistica delle strutture di accoglienza in quota (chi ha mai detto il contrario?) e infine “accoglie” quella fascia di utenza che si rivolge a questo mezzo per praticare lo sci alpino, specie in zone dove per raggiungere i pendii occorre compiere lunghi spostamenti orizzontali o ai margini di grandi comprensori sciabili (!!!).

E poi arriviamo alla contraddizione: l’attività dell’eliski è da considerare praticabile soltanto in alcuni, ben determinati ambienti e contesti, a condizione che non impatti con l’ambiente naturale, la conservazione della fauna, della flora e del loro habitat, nonché con le attività che si svolgono ordinariamente in montagna e che venga circoscritta a determinati periodi programmati con specifiche modalità definite da un’apposita commissione di esperti.

– Notiamo il vago accenno alle attività che si svolgono regolarmente in montagna. Cosa intende qui il documento? Si riferisce ai normali scialpinisti o a chi? Perché, se si riferisce a loro, non prende anche atto che molti di questi potrebbero non frequentare più quelle zone, con danno all’economia locale? Perché non si vede che un eventuale e striminzito vantaggio economico derivante da un flusso elituristico sarebbe ampiamente nullificato dalla diserzione del normale scialpinismo?

– Il documento a un certo punto deve stringere, deve cioè portare logicamente alla conclusione, quella di andare a discutere per una regolamentazione. Per dimostrarne la necessità, si punta sul fatto che tale fenomeno, se non adeguatamente normato, può portare ad un uso incontrollato e pericoloso del mezzo, o al proliferare di norme localistiche che hanno sia scarsa efficacia che ragione d’essere, stanti le caratteristiche dell’elicottero che in quanto mezzo aereo consente di valicare facilmente i confini amministrativi. Perché, dopo tutte le premesse, non si accetta semplicemente che l’eliski è pernicioso per tutti i motivi elencati? Perché non si accenna neppure a quanto esiguo potrebbe essere il cosiddetto vantaggio economico, anzi alla perdita che risulterebbe al confronto con le minori presenze scialpinistiche? Quali interessi non detti o non espressi muovono questa decisione di regolamentare che, agli occhi di qualunque benpensante, non è altro che l’anticamera della liberalizzazione?

– Alla fine la mozione, nell’impegno, spinge la Regione Piemonte ad avviare in tempi rapidi un’apposita iniziativa legislativa per la disciplina dell’eliski con gli obiettivi di contenere il fenomeno, ridurre l’impatto che ne deriva e definire adeguati standard di sicurezza. Un perfetto e sintetico elenco di tutte le contraddizioni sopra riferite.

– Ho lasciato per ultima la raccomandazione che tale attività vada svolta sempre con il coinvolgimento di guide alpine in grado di valutare la stabilità del manto nevoso e di garantire, di conseguenza, l’esercizio in sicurezza dell’attività sportiva. Il motivo di questo mio spostamento di posizione è semplice: la norma, se approvata, andrebbe contro qualunque pensiero e pratica di libertà. La guida alpina Michele Comi così si è espresso: “Le contraddizioni del documento sono imbarazzanti… ma le parole utilizzate nell’ultimo punto, dove si citano le guide quali “garanti” della sicurezza, sono completamente inappropriate e fuorvianti”.

Qui di seguito tre documenti, spediti alla Regione Piemonte, per indirizzare il consiglio regionale a una legislazione ben diversa da quella voluta dal PD:

DOCUMENTO CIPRA

DOCUMENTO MOUNTAIN WILDERNESS

DOCUMENTO PRO NATURA

 

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Silenzi d’inverno

E’ di recentissima pubblicazione il bel libretto (60 pagine) di Luca Serenthà, Silenzi in Montagna, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2015.
Di lettura facile e breve, evidenzia i contenuti del silenzio in montagna, inteso come bene particolare, da apprezzare: indirizzato soprattutto ai ragazzi e a coloro che, pur sognandola, sono un po’ a digiuno di montagna.

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Numero 21 della collana Accademia del Silenzio, ISBN: 9788857529479, il libro è costruito sull’artificio letterario del dialogo di tre personaggi che, pur trovandosi a livelli diversi della ricerca e pur partendo da esperienze di vita diverse, incrociano i loro percorsi in un rifugio, “luogo che non è solo la cornice dei loro discorsi, ma suggeritore silenzioso dei loro pensieri“.

L’autore, nella prefazione, si augura: “La speranza è che anche il quarto interlocutore muto, il lettore, abbia voglia, dopo la breve pausa, di riprendere la traccia alla ricerca del proprio silenzio“.

Questi i capitoli in cui si divide il libro: dopo la prefazione dell’autore si susseguono Ritorno in montagna, Il silenzio e la storia delle Alpi, Silenzio ascoltato e raccontato, Il silenzio degli alpinisti, Silenzi d’inverno, Un silenzio per il futuro, Appendice.

Per concessione dell’editore e dell’autore, riproduciamo qui il capitolo

Silenzi d’inverno
di Luca Serenthà

La penombra della sera stava ormai avvolgendo il rifugio: le giornate corte di fine estate facevano sempre più guadagnare terreno alla notte. Inoltre, senza che nessuno ci avesse badato, dei grossi nuvoloni, avevano dapprima scavalcato le creste nascondendole e poi riempito il cielo. Il torrentello continuava a gorgogliare, sempre uguale e sempre rinnovandosi, prendendo la rincorsa verso la valle, indifferente al passare delle ore e al fatto che non ci fosse più nessuno ad ascoltarlo. Solo il vento con qualche soffio più forte, insinuandosi in tutti gli interstizi come solo lui li sa scovare, segnalava la sua presenza con sinistri fischi udibili dall’interno del rifugio dove si stava svolgendo una rilassata conversazione attorno al tavolo della cena.

Stava parlando Camilla: «Se penso alla primavera, mi viene in mente un tripudio di suoni: credo che in assoluto sia la stagione più sonora. Se non l’hai mai ascoltata è inimmaginabile la musica che può produrre la neve quando inizia a sciogliersi insinuandosi e sgocciolando tra i sassi oppure scorrendo sulla prima terra fradicia che esce allo scoperto: è come se tutto si fosse trasformato in un grande xilofono che fa da colonna sonora al risveglio delia montagna dal torpore invernale. Però, sebbene ogni stagione penso abbia qualcosa di bello, se devo dire qual è la mia preferita è senz’altro l’inverno».

«Come mai?» chiese Andrea.

«So che il silenzio bianco dell’inverno ha significato a volte paura e isolamento, ma salire ad un alpeggio dopo una nevicata e soffermarsi ad ascoltare i suoni attutiti mi rilassa, mi ridà la mia giusta dimensione. Lo scricchiolio dei passi sulla superficie gelata, un tonfo di un bel cumulo di neve caduto da un ramo stanco di portarne il peso, l’abbaiare lontano di un cane in paese o quello vicino d’un camoscio che non riesci a scorgere, l’improvviso frullio d’ali di un gallo forcello che decolla dalla sua nicchia nella neve: il tutto sprofondato in un magico silenzio d’ovatta».

SilenziInverno«Non per nulla – intervenne Oreste – Dante nella Divina Commedia per dare il senso di qualcosa che avviene nella calma e nel più assoluto silenzio, usa proprio questa immagine: “un cader lento […] come di neve in alpe senza vento (Inferno XIV, 28-30)”. A dire il vero però non sempre i rumori invernali sono così rassicuranti e rilassanti. Quando stai spingendo in salita le tue pelli di foca nella neve fresca e al fruscio prodotto dagli sci che creano una nuova traccia, si sovrappone un breve rumore di sordo sprofondamento del manto che si è assestato sotto il tuo peso, per un attimo trattieni il respiro, e se la valanga non parte, inizi a chiederti cosa è meglio fare. Saper ascoltare la neve e la montagna a volte è vitale: può risultare davvero fatale tapparsi le orecchie con il cerume dell’adrenalina e dell’emozione a tutti i costi».

«Ma che bell’immagine!».

«Scusa Camilla, ma è proprio così…».

«E tu l’hai mai sentita da vicino una valanga?» chiese Andrea ad Oreste.

«Eccome, purtroppo sì! Per mia fortuna, però, non ne sono mai rimasto direttamente coinvolto… è un gran spavento! Chiaramente dipende dalle dimensioni e dalla tipologia, ma quando mi sono trovato nelle vicinanze di una grossa valanga a lastroni… d’improvviso si sente un gran botto e poi con un boato prolungato tutto precipita a valle, un vento frusta ogni cosa nelle vicinanze finché torna il silenzio, un silenzio pesante. Le fatalità per carità possono sempre capitare, ma quante volte ascoltando quei piccoli avvertimenti che la montagna sussurra a chi li vuol cogliere si sarebbero potuti evitare incidenti mortali».

«Già…» stava assentendo Andrea, quando Oreste riprese con voce più infervorata: «… e mi chiedo, come possano ascoltare qualcosa quelli che scendono con il rumore dell’elicottero per un pendio che non hanno salito!».

«Ecco la tirata sull’eliski» puntualizzò Camilla.

«No, tranquilla, mi fermo subito, ma mi chiedo perché se a qualcuno non piace il silenzio deve privarne anche tutti gli altri, animali compresi che sono atterriti da quel fragore… che si ficchi in testa un paio di cuffie e lasci in pace il mondo! E non mi si venga a raccontare (Oreste iniziò a gesticolare alzando e facendo roteare in aria il dito indice) la frottola dell’economia, del turismo, eccetera: perché se io fossi un turista che cerca il piacere della montagna invernale, non andrei più laddove continua a passarmi sopra l’elicottero!».

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Piacevolmente divertita dal siparietto, Camilla sottolineò sottovoce rivolgendosi ad Andrea: «Questa faccenda dell’eliski lo manda proprio su tutte le furie».

«È che da ogni cosa si vuole togliere la fatica e lasciare solo velocità e adrenalina – continuò noncurante Oreste – ecco sì, solo questo conta! E il piacere di una silenziosa e lenta risalita? E questo vale anche per quelli che salgono sempre con il cronometro in mano… se non stai facendo una gara, perché devi correre? Credo che ci sia un profondo legame tra lentezza e silenzio. Prova a muoverti senza far rumore velocemente: è impossibile. E se anche ci provi sei talmente concentrato a non far rumore che non puoi accorgerti di cosa c’è nel silenzio attorno. Ancora una volta forse si ha paura: lentezza e silenzio ci portano ad abbandonare quel terreno superficiale così rassicurante. Per vivere la montagna, e per far sì che abbia un futuro, più che mai trovo indispensabile prendere come regola quel motto coniato da Alexander Langer (in opposizione a quello olimpico ciecamente e quotidianamente seguito dalla nostra civiltà citius, altius, fortius): lentius, profundius, suavius, più lento, più profondo, più dolce (A. Langer, Il viaggiatore leggero, Sellerio, Palermo, 1996, p. 146). Non vi sembra che anche una proposta di turismo più dolce e lento aiuterebbe ad entrare in profondità nei silenzi della montagna?».

«Sì – commentò Andrea – ma la maggior parte delle persone che pensa alla montagna con la neve credo che abbia in mente le piste da sci, che non sono proprio luoghi silenziosi, no?».

«Beh, devo dire – fece Camilla – che sciare in pista è sicuramente divertente, a me piace molto anche quello… si deve ammettere però che puntare tutto solo sullo sci, convogliando masse di turisti in montagna, solo in limitati periodi e sostenendo solo quel tipo di attività, rischia di essere un vicolo cieco. Il senso del limite è sempre stato la guida di chi ha vissuto nelle valli alpine e forse con la prolificazione di impianti il limite si è un po’ passato. Un giorno si creeranno altre piste indoor come quella di Dubai con neve finta e chalet-ristoro con la musica a tutto volume, si offriranno pacchetti vantaggiosi per fare vacanze esotiche senza rinunciare allo sci, e i turisti abbandoneranno le nostre montagne: se gli è stato proposto solo ciò che è riproducibile altrove perché dovrebbero restare?».

Dopo qualche attimo di riflessione riprese la parola Oreste: «I rumori sono sempre riproducibili, mentre quel silenzio che ti racconta l’ambiente in cui ti trovi è un esperienza che rimane sempre unica e profonda».

Un improvviso chiarore attirò l’attenzione di tutti verso la finestra: un rombo spiegò subito quel bagliore. Immersi nella conversazione non avevano fatto caso alle prime gocce di pioggia che avevano iniziato a cadere. Ora il picchiettare della pioggia si faceva più intenso e colpiva anche i vetri del rifugio esposti contro vento e a breve si aggiunsero alle percussioni piccoli chicchi di grandine che rimbalzavano sulle pietre attorno e sulle lamiere del tetto. Per un breve tratto il frastuono fu tale che conversare divenne faticoso cosicché i tre colsero l’occasione per alzarsi e sparecchiare.

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La bolla dell’eliski

La bolla dell’eliski
di Ivan Borroni, vicepresidente del Comitato Scientifico Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta del Club Alpino Italiano
(questo articolo è apparso nel n. 90 di Alpidoc e lo riproponiamo per gentile concessione)

Dopo una lunga pausa (di riflessione?), le montagne cuneesi tornano oggetto delle “attenzioni” di operatori e imprenditori dello sci (pista ed eliski). Si prospettano iniziative che dovrebbero, come ovvio, rendere danaro sonante agli investitori, ma anche produrre positive ricadute economiche per i territori interessati. Una canzone non nuova, anche se arrangiata in chiave più moderna, una specie di Io, tu e le rose riproposta a ritmo di rap. Alcune amministrazioni comunali, ciò che resta della Provincia e, naturalmente, l’Azienda Turistica Locale del Cuneese (sempre in prima fila nel sostenere e promuovere qualunque forma di turismo, montano e non, motorizzato), con contorno di politici locali di varia appartenenza, stanno esercitando forti pressioni a supporto di queste strategie davvero “innovative”.

Sembrano esser stati rimossi dalla memoria i tanti risultati fallimentari conseguiti dalla politica monocolturale dello sci pervicacemente praticata negli anni Sessanta e Settanta. In quegli anni, comunque più nevosi degli attuali, sulle Alpi Cuneesi e Torinesi fiorirono, con la promessa di mirabolanti risultati, tante piccole stazioni sciistiche (impianti di risalita e annessi scempi edilizi): un po’ di seggiovie e ski-lift (in genere di seconda e terza mano) e qualche “seconda casa” messa su al risparmio non si negavano a nessuno. Poi la crisi. Di buona parte di quelle strutture rimangono solo tristi scheletri abbandonati, alcune altre sopravvivono stentatamente in permanente rianimazione: l’evidenza è sotto gli occhi di chiunque voglia vederla (Viola, Garessio 2000, Bersezio, eccetera). Anche nelle stazioni “importanti” (nel Cuneese sono soltanto un paio, Limone e Artesina/Prato Nevoso) l’indotto sciistico soffre. Basta fare un giro a Limone per vedere gli orribili condomini risalenti al tempo della neve d’oro costellati da una miriade di cartelli “Vendesi”.

Limone Piemonte
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Inevitabile quindi che sul tema della nuova “bolla” sciistica, paradossalmente in fase di rigonfiamento proprio durante uno dei periodi di crisi economica più severi del dopoguerra, si vengano a scontrare due posizioni culturalmente, direi quasi antropologicamente, opposte: su di un fronte quella di coloro che continuano a credere nelle “magnifiche sorti e progressive” di un turismo da parco giochi, globalizzato e consumistico, a elevato impatto ambientale e consumo di territorio; sull’altro fronte quella di coloro che ritengono che il patrimonio più prezioso delle nostre Alpi, da valorizzare anche a livello di proposta turistica, sia quello ambientale e culturale (intendendo questo termine nella sua accezione più ampia). Di questa seconda opzione abbiamo un modello complessivamente virtuoso e vincente in una delle valli cuneesi considerata tra le più derelitte ancora in un recente passato: la Valle Maira.

Gli attuali impianti di Argentera
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Questo splendido distretto turistico, proprio per essere quello che meglio ha conservato la propria naturalità e identità, nel volgere di non molti anni è diventato il più conosciuto della provincia, apprezzato e frequentato a livello internazionale, assieme con le Langhe, pur in assenza di barolo e tartufi. Qui sì che si sono viste positive ricadute economiche sul territorio. Eppure la Valle Maira non ha impianti di risalita, ha una viabilità di altri tempi, ha pochissima edilizia “moderna”, non vi si pratica l’eliski; il motoescursionismo, che era diventato davvero invasivo, è stato ampiamente ridimensionato per la scelta controcorrente (inizialmente non facile) di qualche avveduto e intelligente amministratore, come il giovane sindaco di Canosio, Roberto Colombero.

Ma vediamo un paio di progetti incombenti sull’alta Valle Stura. Siamo solo all’inizio: altri ne seguiranno anche altrove. Progetto Argentera. Un passaggio tratto da Provincialnforma dello scorso 8 giugno 2015 lo descrive; non occorre aggiungere nulla alla testuale citazione per evidenziarne la portata: «La Provincia ha ospitato la presentazione del nuovo progetto di rilancio della stazione sciistica di Argentera… Lo studio, illustrato da Lorenzo Muller della società Chintana, prevede un investimento di 30 milioni per adeguare e aumentare gli impianti e una cifra non ancora quantificata per sistemare le strutture architettoniche degli anni ’70 e ’80. Il progetto, richiesto da alcuni possibili investitori stranieri che puntano su attività di fuoripista ed eliski per una clientela d’élite, prevede un piano di sviluppo che integra gli impianti con nuovi insediamenti turistici. Tra le proposte tre nuove seggiovie con arrivo a quota 2700 metri, insediamenti nella pineta a monte di Bersezio, la riqualificazione della base degli impianti, l’ampliamento dell’area sciabile dei vallonetti di Ferrere e l’area della Conca delle Lose».

Provincialnforma riferisce poi l’intervento dell’assessore al Turismo (ma ci sono ancora gli assessori provinciali?) che afferma: «Questa iniziativa va nella direzione di un turismo a misura d’uomo». Non so che cosa significhi esattamente, perché è evidente che ogni uomo ha la propria misura.

E veniamo al Progetto Vinàdio. Lo scorso anno il Consiglio comunale di Vinàdio ha approvato una richiesta per l’autorizzazione all’esercizio dell’eliski sul proprio territorio secondo un progetto presentato dalla Scuola Italiana Scialpinismo e Arrampicata Guide Alpine Cuneo in partnership con Helimonviso srl.

Secondo tale progetto il territorio comunale di Vinadio viene ripartito in tre settori: 1) Vallone di Riofreddo e Orgials; 2) Valloni Sauma e San Bernolfo (Vallone dei Bagni); 3) Vallone Ischiator. L’attività di eliski potrebbe svolgersi dal 1 dicembre al 31 marzo, con possibile prolungamento del periodo in relazione alle condizioni di innevamento (in pratica si farebbe eliski per oltre cinque mesi, da tutto dicembre almeno a tutto aprile/inizio maggio), per quattro giorni alla settimana (da lunedì a giovedì, dalle 8.30 alle 14.30), con massimi di 12 giorni di attività al mese, 30 voli giornalieri nell’intera area (10 per settore) e presenza in contemporanea di 25 sciatori (5 gruppi).

La Cima sud di Ischiator. Foto: Alefoto.it
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Il WWF, in rappresentanza anche di altre associazioni ambientaliste, ha presentato ricorso alla Regione contro la concessione, con la motivazione che detto progetto, approvato in Comune, è in contrasto con la normativa europea sulle aree protette della Rete Natura 2000. In particolare l’articolo 16, comma 1, lettera C della LR n. 19 del 29/6/08 (applicativa del DPR 357/97, di recepimento delle Direttive comunitarie Habitat e Uccelli) recita: «Nei siti Natura 2000 è fatto divieto di decollo, atterraggio e sorvolo a quote inferiori a 500 metri dal suolo con veicoli a motore per finalità turistico/sportive, salvo diversa prescrizione prevista dal piano di gestione o specifica deroga condizionata dall’espletamento della procedura di incidenza».

Il 16 gennaio 2015 il competente ufficio regionale ha accolto il ricorso presentato dal WWF in quanto il progetto di Helimonviso interessa più aree protette della Rete 2000, ribadendo il divieto di volo su queste aree e intimando alla società proponente di attivare l’iter di valutazione di incidenza previsto dalla legge e inadempiuto. La società ha quindi prodotto un proprio studio di incidenza, ma la Regione lo ha ritenuto “incompleto e del tutto inadeguato”, invitando a eseguirne uno integrativo che analizzi correttamente tutti gli aspetti naturalistici non considerati.

Per il momento la situazione è questa. È il caso di precisare che sull’alta Valle Stura incidono ben tre SIC (Siti di Interesse Comunitario) e una ZPS (Zona Protezione Speciale), in pratica tutte le parti superiori delle valli laterali fanno parte del complesso di aree protette della Rete Natura 2000, quindi, in mancanza dell’espletamento dell’iter di valutazione d’incidenza, non possono essere rilasciate concessioni di volo né, tantomeno, licenze per la realizzazione di infrastrutture (vedi impianti di risalita), il che vale anche per il Progetto Argentera.

Questi fatti dimostrano come l’istituzione della rete comunitaria di aree protette (SIC e ZPS) non sia un inutile orpello burocratico, come molti hanno sostenuto, ma un utile strumento a difesa dell’ambiente, in particolare dove manchino adeguate normative locali regolanti l’attività di eliski, come in Piemonte.

A questo punto aggiungiamo un’altra dolente nota. Nel contesto del Cuneo Montagna Festival si è tenuta una tavola rotonda promossa da Alpidoc: Montagne e motori: gioie o dolori? Nel dibattito la parte del leone l’ha fatta il tema caldo dell’eliski. L’ulteriore dolente nota cui mi riferisco è rappresentata dall’intervento del cuneese assessore regionale alla Montagna, Alberto Valmaggia, che ha stroncato le speranze di diverse associazioni, tra le quali il CAI, che avevano ripetutamente avanzato richieste e petizioni affinché la Regione si decidesse a legiferare in materia.

«Non credo che ci si possa riuscire in questa legislatura – è stata la laconica e deludente comunicazione – e comunque se ne occuperebbe l’assessorato al Turismo, se l’intenzione è quella di equiparare l’eliski agli impianti di risalita». Lo stesso assessore alla Montagna ha pure ricordato che furono già avanzate due proposte di legge in materia, nel 1985 e nel 1992, restate lettera morta. Viene il maligno sospetto che manchi del tutto la volontà politica di risolvere il problema. Attualmente è depositata una proposta del Movimento 5 Stelle di divieto assoluto di esercizio dell’eliski senza se e senza ma, che naturalmente non ha nessuna chance di essere approvata.

In conclusione, vorrei invitare gli amministratori locali della montagna a ben valutare costi (non solo ambientali) e benefici dell’apertura dei loro territori alla pratica dell’eliski, perché correrebbero il rischio di perdere 100 per guadagnare 10. Non c’è dubbio infatti che la maggior parte dei sempre più numerosi frequentatori della montagna invernale con mezzi tradizionali (sci da fondo e alpinismo, racchette da neve) diserterebbe vallate un tempo oasi di tranquillità trasformate in campi di atterraggio e decollo di elicotteri per il sollazzo di una ristretta cerchia di sciatori “d’élite” (?).

A questo proposito ripropongo le frasi conclusive della Mozione per l’esclusione dell’eliski dallo sviluppo turistico piemontese presentata dall’associazione CAI Le Alpi del Sole e approvata dall’Assemblea dei Delegati delle sezioni CAI piemontesi lo scorso 29 marzo 2015: «… vengano monitorate le situazioni in cui le Amministrazioni locali permettono o favoriscono lo sviluppo di un turismo invasivo nei confronti dell’ambiente in modo che le escursioni con le racchette da neve, con gli sci, con la bicicletta, a piedi, le arrampicate e i trekking, organizzate annualmente dalle sezioni del CAI si svolgano lontano da quelle aree compromesse da ogni forma di invasione motorizzata».
Ivan Borroni

 

Sempre nello stesso articolo citato di Alpidoc, ci piace riprendere un box dal titolo Impianti obsoleti: un problema a carico della collettività:
Secondo Mountain Wilderness Francia, gli impianti legati agli sport invernali rappresentano una buona metà delle installazioni obsolete presenti sulle montagne d’Oltralpe, su un totale di più di 3.000 “relitti” censiti a oggi dall’associazione, ma in continuo aumento a causa del regolare abbandono delle installazioni turistiche in quota, spesso opera di pianificatori del territorio affetti da mania di grandezza che non hanno fatto i conti con i cambiamenti climatici. Dal 2001, anno in cui MW ha iniziato l’opera di “pulizia”, grazie a 29 cantieri e 80 giornate di lavoro da parte di 1.300 volontari, circa 350 tonnellate di materiale sono state smantellate e portate a valle. Ne hanno beneficiato in particolare la zone dal Parco del Mercantour, con 172 tonnellate di “rifiuti” evacuati dai settori della Vésubie, della media e alta Tinée, dell’Ubaye e della Roya. Per evitare ulteriori danni, in Francia è stata avanzata una proposta: rilasciare la concessione di nuove autorizzazioni e gli eventuali finanziamenti pubblici solo dietro adeguate garanzie finanziarie in grado di assicurare il ripristino del sito una volta terminato lo sfruttamento degli impianti. E da noi che si fa?
Fonte: www.montagnes-magazine.com/actus-amenagements-abandonnes-doit-nettoyer-montagne

Upega: quel che resta di uno skilift costruito (ahimé, non in materiale biodegradabile…) alla fine degli anni Sessanta. Foto: Enrica Raviola.
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