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Goccia d’Acqua (in tutti i sensi…)

  Goccia d’Acqua (in tutti i sensi…)
di Stefano Michelazzi (parete nord del Dito di Dio)

Questo mese di luglio del 2010 si è presentato in forma africana, il caldo afoso è opprimente.
Da maggio le giornate lavorative si susseguono senza sosta e sebbene ami il mio lavoro di guida alpina, bramo di ritagliarmi un piccolo spazio per realizzare qualcosa di mio, dedicare almeno un minimo del mio tempo alla salita di qualche via nuova o di qualcuna storica e poco conosciuta, l’alpinismo esplorativo nelle sue diverse forme è l’attività che più mi affascina.
L’occasione, come sempre, si presenta all’ultimo momento, salta una prenotazione e mi ritrovo “disoccupato” per un’intera giornata.

Dito di Dio, parete nord, via Comici
Michelazzi-Dito-dito nord traccCon Massimo Esposito siamo d’accordo che quando si presenta l’occasione lo chiamo al volo e se si trova in zona Dolomiti organizziamo l’uscita, perciò lo contatto e ci accordiamo per ritrovarci il giorno dopo a Misurina.

Il mattino passa accompagnando un gruppetto su di una via ferrata e nel primo pomeriggio imbocco l’Auto-Brennero in direzione nord.
L’idea è quella di andare in Sorapiss a provare la ripetizione di una via a firma Emilio Comici del quale poco si sa e che quindi stuzzica le nostre fantasie.

D’altra parte da buoni triestini il mito di Comici, nostro illustre concittadino, ci ha sempre accompagnato durante le salite dolomitiche e riscoprire una sua salita, coperta un po’ da un alone di mistero, è una chicca troppo gustosa per non riprometterci di assaggiarla.

Incontro Massimo al parcheggio del Col de Varda, con lui anche Giovanna Moltoni che quest’anno fa parte ormai integrante della cordata.
Prepariamo il materiale e dopo un breve trasferimento motorizzato fino al passo Tre Croci ci incamminiamo lungo il panoramico sentiero che ci condurrà al Rifugio Vandelli.

Il ritmo è sostenuto, ma le chiacchiere che l’accompagnano, miste di racconti alpinistici e vari aneddoti che non mancano mai, non ci permettono neanche di accorgerci che meno di un’ora dopo, siamo davanti ai tavoli del rifugio.

Da qui il Dito di Dio, la parete che domani vogliamo salire, appare imponentissima, quasi un gigante a guardia delle montagne che lo circondano e lo sguardo rimane estasiato.

Nel primo pomeriggio è piovuto un bel po’. Le pareti tutt’intorno sono striate d’acqua, ma il sole caldissimo che a quest’ora di sera illumina ancora l’ambiente ci fa ben sperare per l’indomani, tanto più che la meteo prevede una giornata ancora migliore, anche se il pericolo di temporali, seppur minore, permane.

Seduti sui tavolacci esterni al rifugio sorseggiamo una birra rimirando le pareti che ci circondano, pareti ricche di storia.

Sarà l’ambiente più selvaggio rispetto alle oramai completamente addomesticate Tre Cime che ci guardano di fronte, sarà forse la caratteristica della roccia, che qui obbliga a un’arrampicata molto tecnica, certo è che da queste parti sono pochi gli scalatori che si fanno vivi.

E pensare che proprio qui nel 1929 Emilio Comici tracciò la prima salita italiana di VI. La osserviamo, la Sorella di Mezzo, la parete che accoglie quella salita e ci ripromettiamo di tornare a salirla, visto che anche noi non siamo stati assidui frequentatori del posto.

Sulla via Comici alla parete nord del Dito di Dio (primo terzo di parete)Michelazzi-Dito-nel primo terzo della pareteLa sera passa in allegria condita dal buon cibo che i simpatici gestori del rifugio ci preparano.
Per gestire un rifugio come questo, in una zona alpinisticamente poco frequentata, dove le sere passano spesso senza alcun ospite, bisogna essere veramente innamorati di questi luoghi e l’amore di queste persone per le loro montagne si vede nel trattamento dei loro ospiti.

Il mattino la sveglia ci chiama alle sei, ma siamo già tutti e tre svegli da un po’. La luce del sole mi ha salutato già mezz’ora prima ed all’ora della sveglia sono già pronto alla partenza.

Dalla finestra della stanza dò un’occhiata alle montagne e l’isolamento e la bellezza di questi luoghi mi danno l’impressione quasi di vivere in un’altra epoca, quando la montagna dovevi sudartela e non arrivavi certo a due passi dalla Cima Ovest con l’automobile.

Stefano Michelazzi nel camino ghiacciato (via Comici alla parete nord del Dito di Dio)
Michelazzi-Dito-nei camini ghiacciatiUna veloce colazione e si parte. Passiamo davanti al laghetto di Sorapiss, famoso per il colore verde smeraldo delle sue acque. Il sole illumina la montagna e l’aria è calda. Ci fermiamo un po’ ad ammirare e fotografare questa pozza dal colore incredibile che riflette nelle sue acque l’immagine rovesciata della “nostra” parete. E’ veramente affascinante, quasi ipnotica, la sensazione che si ha ad osservare la “fotografia” a grandezza naturale che ci propone la natura. Le nostre per quanto belle non potranno mai eguagliare la perfezione di quest’immagine.

La luce ormai brillante del giorno ci accompagna lungo il sentiero che risale i ghiaioni. Penso a tutti quei turisti che tra qualche ora affolleranno i luoghi più accessibili e famosi di queste nostre montagne, accompagnati dal rumore dei motori delle loro vetture, dai clacson nervosi che chiedono strada se solo rallenti un attimo, portando qui su quell’innaturale ansia che contraddistingue questo secolo e il conseguente stress della città.

Potranno mai queste persone osservare e godere della bellezza della montagna che si risveglia? Avranno mai occasione di essere parte di questi momenti magici e di sentire le sensazioni che ne derivano? Anche soltanto aver la possibilità di odorare i profumi del bosco che si risveglia?

Nella foga del consumare tutto e subito in questa moda di vedere, fotografare, scappare, quasi una sorta di Fast-food turistico non sanno che perdono la parte più bella, non sanno che le ferie serviranno a ben poco se non a lasciarli con una sensazione di “obiettivo non raggiunto”, che il loro stress continunerà ad accumularsi rendendoli grigi e la prossima estate, li vedrà ancora ammassati come formiche impazzite a invadere questi luoghi come “Conquistadores” invece di visitatori discreti e rispettosi, con la lattina di Coca mollata sul sentiero anche se l’hai portata piena e pesante e riportarla indietro non costa alcuna fatica.

Mi capita spesso di raccogliere i rifiuti abbandonati in giro e riportarli a valle, è fastidioso, a dir poco, dover correggere gli errori di chi, maleducato, concorre alla distruzione dell’ambiente ma lo faccio volentieri per difendere queste rocce ed i suoi abitanti che sono indifesi davanti all’arroganza di molti umani.

Ora il ghiaione diventa un po’ più ripido e fa da piede alla parete. Qui l’incedere diventa un po’ più faticoso ma neanche troppo e in breve siamo all’attacco della via. Alzo il naso all’insù e scruto verso la fessura che da la direttiva di salita, cerco di capire quali siano i punti deboli, quali “sorprese” potrebbe riservare. E’ una linea ideale, dritta, perfetta.

Scambiamo due parole tutti e tre assieme nel mentre ci prepariamo, indossando le nostre “divise” da moderni gladiatori.

Massimo Esposito e Giovanna Moltoni sulla “frana” (via Comici alla parete nord del Dito di Dio)
Michelazzi-Dito-sulla franaCome sempre la concentrazione in questi momenti sale, le poche parole scambiate sono paraventi alla inarrestabile agitazione che si rivela negli attimi precedenti l’attacco. Un’agitazione benevola, che ti permette di ristabilire l’equilibrio e prendere coscienza con quello che hai davanti, che hai letto e studiato sulla carta e che ora si sta materializzando. Ognuno col proprio pensiero, con i propri dubbi, ognuno a volerli condividere almeno in parte con i compagni di cordata che nelle prossime ore saranno il tuo unico ed esclusivo universo.

I primi metri di zoccolo sono facili e permettono di prendere confidenza con la roccia, ma subito dopo la parete s’impenna e le difficoltà hanno inizio. Salgo attento e delicato lungo la fessura, un vecchio chiodo d’epoca, probabilmente risalente alla prima salita, mi rimane letteralmente in mano, esce semplicemente tirando verso l’esterno.

In occasioni come questa ti viene istintivo, quasi, ripensare a chi per primo seppe vedere in una roccia, una linea immaginaria ma allo stesso tempo concreta, qualcosa di indefinito ed indefinibile, misto tra arte e sport che oggi, a distanza di molti anni, mantiene ancora intatto il suo fascino.

Guardo il vecchio chiodo e penso: “Bene, sarà il souvenir che riporterò da questa avventura. Non il solito soprammobile in vendita nei vari bazar, ma qualcosa di vero e vissuto.”.

I passaggi si susseguono impegnativi, procedo attento ma continuo e questo fa sì che l’andatura alla fine risulti comunque veloce, ma la concentrazione deve rimanere alta. La chiodatura è vecchissima, molto poco affidabile, a causa delle rarissime ripetizioni e rende poco sicura l’arrampicata. Per nostra fortuna oggi siamo avvantaggiati dai friend e dai dadi che permettono di proteggersi bene.

Quanta audacia e passione spingevano questi pionieri delle Crode. I chiodi all’epoca erano molto pesanti e le loro forme non sempre assicuravano che si potessero conficcare, senza parlare poi dei pesantissimi moschettoni e delle corde di canapa che venivano legate alla vita e che in caso di volo erano più spesso causa di gravi traumi o di morte, piuttosto che ancore di salvezza.

Massimo e Giovanna, che mi seguono arrampicando anche loro con attenzione, concordano pienamente su questi miei pensieri che esterno durante la breve sosta che ci vede appesi come salami al centro di questa imponente muraglia.

Supero la prima parte di fessura esposta in piena parete e un comodo terrazzo ci permette di tirare un po’ il fiato. Entriamo da qui in una serie di camini, continuazione naturale della fessura stessa, dove la difficoltà dovrebbe un po’ cedere, lasciando spazio a una concentrazione meno intensa ma in realtà, seppur le difficoltà diventino meno continue e la roccia migliori, il tipo di terreno obbliga lo stesso a un’attenzione elevata. I camini, pur essendo a luglio e in una stagione particolarmente calda, conservano ancora candeloni ghiacciati al loro interno e gli sbuffi di aria gelida fanno venire la pelle d’oca.

Massimo Esposito e Giovanna Moltoni nei diedri finali dopo il temporale
Michelazzi-Dito-nei diedri finali dopo la tempestaMassimo mi incita ad arrampicare veloce, ove possibile, perché la permanenza in sosta sembra più quella di due pinguini in un iceberg che quella di due alpinisti sulle Dolomiti in estate. D’altra parte se il ghiaccio persiste all’interno di questi budelli, la temperatura non è certo elevata.

Grazie al tipo di roccia meno delicata che sulla fessura, l’arrampicata può un po’ accelerare ed alla fine di questo corridoio roccioso, arrivo a una cengetta abbastanza solare, sempre che, data l’esposizione a nord, questo termine si possa usare, e richiamo i miei compagni che finalmente possono un po’ scaldarsi arrampicando.

Da qui il camino procede aperto e asciutto, la roccia è invitante e quindi parto abbastanza zelante nella successiva lunghezza, usando più cautela soltanto per un grosso masso che ci sovrasta e sembra una ghigliottina pronta a “farci la festa” .

Un piccolo friend si inserisce perfettamente in una fessurina alla mia destra, vi passo la corda e questo mi permette di spostarla lontano dal masso di modo che non lo tocchi accidentalmente durante la mia salita e faccia una frittata dei miei compagni. Dico a Massimo di farlo volare di sotto quando loro passeranno, di modo da ripulire il camino per i futuri salitori e riparto. Supero la zona dove il camino curva leggermente impedendo da sotto una visuale del suo andamento e a questo punto la prima sorpresa della giornata…

Il masso sospeso sulle nostre teste, che sembrava un fenomeno isolato, come spesso può accadere, risulta invece essere il “totem” di una grande recente frana che si è staccata dagli strapiombi incombenti su di noi e la roccia che già faceva presagire un’arrampicata divertente diventa friabilissima.

Stefano Michelazzi sul passo chiave
OLYMPUS DIGITAL CAMERASarà più o meno un’ora e mezza il tempo che impiegherò per superare questi 40 metri senza poter smuovere neanche un sassolino pur arrampicando su pilastri instabili e, per trovare il sistema di assicurare passo-passo la corda, nel modo migliore, affinchè rimanga alta e non vada a smuovere qualche masso col suo sfregamento.

I miei compagni, pur ben assicurati da me e con la corda al sicuro grazie agli stratagemmi che ho adottato, ci impiegheranno una quarantina di minuti. Sarà una lunghezza di quelle che non ti scordi di sicuro.

Le placche successive sono facili e di roccia buona e questo permette di raggiungere la grande cengia a ¾ della parete senza intoppi ulteriori. Qui finalmente il sole ci riscalda davvero: mentre recupero i miei compagni me la godo!

Mentre chiacchieriamo rilassandoci un po’ al sole, dopo l’avventura fuori programma sulla frana, sentiamo in lontananza il fragore del tuono, segno che non molto distante si sta scatenando il temporale, ma qui tutto sembra tranquillo e sereno. In ogni caso meglio ripartire subito per portarci più in alto possibile visto che oramai manca un centinaio di metri soltanto alla cima.

Aggiro il pilastro che ci separa da un invitante camino sulla nostra destra che indirizza verso le fessure finali. Le scarpe si riempiono di neve fradicia per superare un nevaietto che ne ostacola l’accesso e i prossimi 50 metri saranno all’insegna della bestemmia… Mentre salgo mi rendo conto che il tempo sta cambiando rapidamente e Massimo me ne dà conferma, incitandomi a far veloce.

Raggiungo un terrazzo, piccolo ma abbastanza comodo alla fine del camino, proprio dove questo muore lasciando spazio alle fessure che superano la strapiombante parete finale. Rinforzo l’unico chiodo di sosta esistente con un ottimo “friend” e recupero i miei compagni che salgono il più veloce possibile per riunirci in sosta prima che si scateni l’ormai inevitabile temporale.

Il cielo in pochi minuti ha assunto una colorazione plumbea e le prime gocciolone stanno già scendendo. Passa qualche minuto durante il quale tentiamo di valutare come ripararci: ma già siamo sotto la doccia.

Pur avendo trovato un paio di chiodi lungo il caminone, la descrizione della guida non combacia coll’ultimo tiro e nell’attesa della pausa forzata cerchiamo di capire dove siamo finiti, anche se la fessura sovrastante arriva sicuramente in vetta e quindi appena possibile decidiamo di proseguire su di là.

Gli strapiombi sovrastanti riescono in parte a ripararci ma non coprono abbastanza il terrazzo dove stiamo per permettere a tutti e tre di restare asciutti, per cui decido che la cosa migliore da fare è aggredire la fessura, anche se bagnata, e proseguire cercando riparo in qualche allargamento della fessura stessa che mi pare di intuire più in alto. Nel peggiore dei casi, se non trovassi dove ripararmi, almeno non sarò stato colle mani in mano, e poi nel malaugurato caso che ci toccasse di bivaccare sarebbe più comodo per tutti, almeno i miei compagni potrebbero sedersi.

Dopo i primi metri esposti allo stillicidio e perciò ormai fradici, la fessura si incassa abbastanza da rimanere asciutta e quindi mi permette di progredire più tranquillo. Una trentina di metri più su trovo la piccola nicchia che mi era parso d’intuire e mi ci spiaccico dentro forzando un po’. Chiamo i miei compagni per assicurarmi delle loro condizioni e loro mi rassicurano. Grazie agli strapiombi se ne stanno all’asciutto, giusto qualche schizzo riesce a raggiungerli ma niente di fastidioso.

Appeso ad un buon friend che ho infilato in una fessura di roccia perfetta me ne rimango abbastanza comodo in quel buco, tra l’appeso e l’incastrato. Di fronte a me il temporale si sta scatenando, le nuvole nerissime corrono veloci trasportate dal vento che a questo punto è diventato abbastanza forte e i fulmini saettano tra le cime, creando disegni di luce affascinanti e inquietanti allo stesso tempo.

In vetta al Dito di Dio: Giovanna Moltoni, Stefano Michelazzi e (seduto) Massimo Esposito
Michelazzi-Dito-foto di vetta

Ripenso al racconto della salita che Sandro del Torso, uno dei tre primi salitori, fa nel libro Alpinismo Eroico. Loro furono costretti a un bivacco proprio a causa del temporale e più o meno dove siamo noi ora, anzi…proprio qui! Mi rendo conto che di fronte a me si diparte una cengetta in parte discendente che somiglia moltissimo a quella che ricordo nella descrizione. Tolgo di tasca il foglietto della relazione e analizzando bene le parole capisco che la salita originale passava a sinistra del pilastro sottostante mentre noi abbiamo imboccato il camino di destra, ma che tutti e due portano alle stesse fessure e sono collegati proprio da questa cengetta che attraversa la sommità del pilastro. Quindi abbiamo imboccato una variante che qualcun altro prima di noi, probabilmente anche lui sbagliando, aveva tracciato. Comunico la cosa ai miei compagni e ora non resta che attendere e sperare che la pioggia duri poco.

Una mezz’oretta appena e la luce comincia a cambiare. Il sole timidamente ricomincia ad apparire e io esco dalla scomoda nicchia per progredire ancora alla ricerca di un buon posto di sosta. Trenta metri ancora e riesco a piazzare una buona sosta, anche abbastanza comoda. Quattro parole con i compagni che si lamentano un po’ del freddo e riparto. So che poco prima dell’uscita dovrebbe esserci un passaggio che obbligò Comici a piazzare un chiodo e a issarcisi su. Come sarà il passaggio? E soprattutto in quali condizioni troverò quell’unico chiodo?

Intanto le difficoltà non accennano a diminuire anche se la roccia in questa parte della salita è veramente bella.Salto una vecchia sosta che mi lascia un altro chiodo come souvenir e proseguo verso questo passaggio “misterioso”, tanto con le corde moderne lunghe 60 metri l’autonomia è notevole e posso permettermi di cercare i posti migliori per sostare. Ancora qualche metro e lo strapiombo che segna l’ultimo ostacolo mi si para davanti.

Vedo il chiodo sull’orlo dello strapiombo e da qui sembra ancora buono. Analizzo la roccia alla ricerca del modo migliore di passare: a sinistra la placca è solidissima ma con appigli piccoli e abbastanza bagnata dalla pioggia, a destra la fessura forma una piccola nicchia fradicia che non dà alcuna possibilità di essere risalita. Spero in quel chiodo, il quale, mal che vada, mi permetterà di issarmici su e arrivare in cima, anche perché non vedo altre possibilità di piantarne un altro nello stesso posto.

Trovo una buona fessura per piazzare un piccolo friend che un po’ mi rassicura e comincio a salire lo strapiombo. Alzo la mano per testare il chiodo e… balla! Tiro ancora un po’ ed un altro souvenir oggi verrà a casa con me!

Ora devo salire senza la protezione e senza possibilità di tirare il chiodo in caso di necessità. Devo farcela. Scendo di qualche metro in posizione più comoda e osservo ancora la roccia, analizzo ogni centimetro della placca che è l’unica possibilità di salita e lentamente risalgo. I movimenti studiati “a tavolino” mi portano lentamente sempre più su e la roccia pur bagnata non risulta molto scivolosa. Una screziatura della roccia compatta proprio oltre il bordo dello strapiombo mi fa sperare bene… Mi alzo con prudenza, mi allungo bene e tasto con le dita…

Fatta! Le dita hanno appigliato una presa netta che mi ha permesso di alzare bene i piedi e di issarmi fin oltre il rigonfiamento. Lancio un grido di vittoria e di sfogo e pochi metri dopo sono in cima a salutare il sole che nel frattempo ha ripreso possesso del cielo blu.

Bergheil! L’usuale saluto degli alpinisti del nord-est è d’obbligo e oggi anche di più. Appena un paio di foto, una veloce merenda fornita da Giovanna che come sempre ha pensato a tutti e ce la filiamo veloci, visto che oggi non è ancora finita. Le correnti d’aria hanno girato e il temporale stà tornando indietro…

Non conosciamo la discesa che nella descrizione della guida risulta piuttosto nebulosa e anche le informazioni che abbiamo raccolto in zona sono abbastanza generiche. Sappiamo soltanto che da qualche parte esiste un vecchio ancoraggio per scendere una “corda doppia”, e intanto i tuoni insistono.

Facciamo appena in tempo a individuare i due vecchi chiodi collegati da alcuni cordini, che ormai fanno parte dell’ambiente per quanto sono vecchi, e a discendere questi 50 metri che ci depositano nel circo glaciale sottostante, quando le nuvole ci assorbono e tutto diventa lattiginoso. Nei rari sprazzi di visuale dati dalle nuvole che si rincorrono riusciamo a individuare una forcella al di là del circo. Ci dirigiamo là, intanto la pioggia è ricominciata e stavolta niente riparo…

La discesa non è cosa facile, bisogna individuare dove più o meno passa la via normale che vista la scarsissima frequentazione di queste pareti non è certo segnalata, ma i tanti anni di frequentazione di questi monti ci hanno insegnato molto e un po’ io, un po’ Massimo in poco tempo, malgrado la nebbia, riusciamo a trovare i passaggi più facili e a scendere dalla parete. La pioggia ci accompagnerà fino al rifugio, ma ormai si tratta solo di “passeggiare” e anche un po’ d’acqua non può più disturbare.

Dito di Dio – parete nord
Prima ascensione: Emilio Comici, Sandro del Torso, Piero Mazzorana, 8/9 settembre 1936

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Flash di alpinismo 11

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 11 (11-13)
di Massimo Bursi

Punti di vista
Contrariamente al danaro, la forza in Yosemite non è mai abbastanza. È interessante osservare gli arrampicatori, che hanno l’aspetto distrutto, paiono inabili per qualunque lavoro e per qualunque pensiero impegnativo. C’è qualcosa che tiene in regola la loro vita sregolata: la sbarra per le trazioni. Alcuni, come John Bachar, Ron Kauk, John Jablonski o Dale Bard, anche se in un giorno non fanno proprio niente, non tralasciano mai le loro cento trazioni, per acquistare l’aspetto e la forza di Tarzan, perfino dopo una notte di droga quando hanno gli occhi rossi come il tramonto (Reinhard Karl).

Il fatto di non avere alle spalle centocinquant’anni di alpinismo ha consentito agli americani di sviluppare un approccio all’arrampicata ed uno stile di vita considerato rivoluzionario per noi europei.

A loro non serviva un Nuovo Mattino, poiché loro erano nati nuovi, là il Mattino è sempre Nuovo.

Non esiste una verità precostituita ma solo modi consolidati di vedere la realtà: prova a cambiare il tuo punto di vista se vuoi vedere diverso.

John Bachar, Jim Bridwell e Dale Bard, ecco qui alcuni trasgressivi protagonisti della Yosemite Valley. Questa ed altre immagini simili hanno scatenato nelle fertili menti di noi giovani europei la voglia pazza di scardinare le consolidate regole dell’alpinismo classico
Flash201Parassiti sociali
I nostri modelli erano i frequentatori della Yosemite Valley: vivevano in tende logore o in miseri camper al Camp 4; andavano in jeans consunti e laceri, fouloard e occhiali da sole. Al mattino li incontravi al bar, dove alcuni di loro consumavano per colazione gli avanzi di altri clienti. Durante il giorno si arrampicava sodo, il più possibile; il pomeriggio ci si intratteneva con vari giochi e si bighellonava dalle parti del Mountain Bar. I cinque punti fermi fondamentali del climber erano: 1) arrampicare 2) prendere il sole 3) mangiare 4) droga 5) donne. Solo in casi di estrema necessità rientrava nel programma giornaliero la parola “lavoro” (Heinz Zak).

Chiaramente questo programma di vita dissoluto e disordinato spaventava i rappresentanti dell’alpinismo tradizionale da sempre più vicini ad un rigido approccio militare che ad una vita scanzonata ed anarchica sbandierata da questi cappelloni.

Eppure loro, gli americani, hanno innalzato i livelli dell’arrampicata ed hanno portato una ventata di novità nella vecchia Europa: le vie degli americani nel Monte Bianco, Aiguille du Fou del 1963, la direttissima al Petit Dru del 1965 sono il segno di novità di una nuova generazione che arrivava da oltre oceano.

La vera sfida è arrampicare ed innovare senza utilizzare droghe e senza essere dei parassiti sociali.

Un’immagine degli anni sessanta dal campeggio più scalcinato di tutta la Yosemite Valley: è il mitico Camp 4. Qui è nata anche la cultura beat e hippyFlash203Trasgressioni
I jeans e la fascia nei capelli non erano l’unico simbolo di trasgressione; si trasgrediva di più con le dimenticanze: il casco lasciato a bella posta sul sedile dell’auto o lo zaino abbandonato come una zavorra ai piedi della parete. “Lo zaino è la casa dell’alpinista” dicevano i vecchi, dunque lo zaino restava giù. Velocità e leggerezza erano i nuovi segni di elezione, e allora si andava via in maglietta con una giacchina legata in vita “che tanto i bivacchi son fatti per chi non sa arrampicare” (Enrico Camanni).

I segni, i vestiti, gli atteggiamenti sono importanti se si vuole segnare una frattura ed una rottura con il vecchio mondo.

Scorrendo le vecchie foto si vedono volti ispirati di rivoluzionari che preferivano le pareti di roccia alla lotta di classe, ma tutti sognavano un mondo diverso e si aspettavano un futuro migliore del presente che stavano vivendo.

In queste foto vedo anche la voglia di sbalordire e di scandalizzare. Tutto è servito poiché è nato un abbigliamento più funzionale e materiali più leggeri che consentono prestazioni migliori e tempi di permanenza in parete più rapidi.

Se oggi arrampichi leggero con la tua bella imbragatura, i tuoi pantaloni che ti consentono movimenti agili e le tue scarpette che ti offrono aderenza quasi magica, voltati indietro e pensa, ringraziando, ai pionieri di qualche anno fa.

Giancarlo Grassi, ispirato, in una foto d’epoca. Giancarlo Grassi lasciò il lavoro della fabbrica per buttarsi a vivere di montagna inseguendo, come tanti, un sogno. Giancarlo Grassi aveva trovato nella montagna e nelle sue innumerevoli vie nuove di roccia e di ghiaccio la sua dimensione oniricaFlash205

Banca di ricordi
Claudio ogni volta che accarezza con amore la sua collezione di chiodi ripete: “Questa è la mia banca!”. Poi comincia a fare i calcoli, un chiodo comperato tanti anni fa costa oggi tanto di più (Anna Lauwaert riferita a Claudio Barbier).

L’attaccamento feticistico al materiale di arrampicata è cosa nota nell’ambiente, ma soprattutto i chiodi utilizzati o recuperati diventano oggetto di leggende.

“Lo vedi questo chiodo? Mi è rimasto in mano salendo la Schiena di mulo della Costantini-Apollonio in Tofana”.

“Questo chiodo marchiato GR dovrebbe essere uno dei famosi chiodi di Gaston Rébuffat che ha utilizzato sulla Torre Rossa del Mont Blanc de Tacul”.

Insomma i chiodi costituiscono un investimento economico di valore assai limitato ma una riserva aurea ed inesauribile di ricordi, a volte veri a volte ingigantiti dalla solitudine, disperazione, rassegnazione di vedere l’età che avanza.

Ai racconti di un vecchio alpinista non credere mai!

Sulla via del Corno Stella aperta da Frank Ruggeri ed Didier Ughetto nel 1962, questi ingegnosi primi salitori hanno utilizzato dei friend primordiali per superare una ostica fessura strapiombante. Oggi questi aggeggi preistorici sono ancora in loco e sfruttando questi aggeggi Patrick Berhault riuscì a salire in libera tutta la via compresa questa fessuraFlash207Confusione
Vivevamo in uno stato di magnifica confusione (Andrea Gobetti).

Andrea Gobetti, un lucido pensatore, abile scrittore, esperto speleologo e mediocre scalatore, ma noto soprattutto per aver fatto parte del gruppo Mucchio Selvaggio del Nuovo Mattino torinese, così sintetizza quel periodo in cui la scalata si trasformò da attività alpina ben strutturata a giocoso e libertario approccio alla scalata senza apparenti regole.

Fu un periodo caratterizzato da confusione ma anche da magnifica creatività e come in tutte le rivoluzioni si mescolarono indissolubilmente il bene ed il male ed ognuno cercò di appropriarsi di quello che stava succedendo.

Furono solo pochi anni in cui cambiò tutto il modo di scalare ed andare in montagna.

È come nella vita: da ragazzo diventi uomo ed in pochi anni fai tante diverse esperienze creative, caotiche e confusionarie, a distanza di tempo i ricordi si smussano e tu non credi di essere stato quello che ti dicono eri.

Difficilmente in una vita ordinata ed ordinaria riesci a compiere imprese straordinarie.

Le spedizioni alpinistiche partono sempre da una grande confusione che serpeggia nel parcheggio delle automobili. Piano a piano tutto viene stivato negli zaini e si parte. Nella foto Heinz Mariacher e Luisa Iovane
Flash209Canto di gioia
lo quando arrampico da solo guardo sempre giù per inebriarmi del vuoto, e canto dalla gioia. Se non ho fiato per cantare, perché il passaggio difficile me lo stronca, allora il canto continua muto nel mio interno (Emilio Comici).

Io mi immagino l’Emilio Comici come un uomo gioioso quando arrampicava, ma malinconico quando giungeva in vetta.

Forse Comici era uno di quelli artisti che veramente riusciva a dare il meglio di se stesso in questa futile ed inutile attività che si chiama arrampicata.

Arrampicare, a lui come a molti di noi, gli dava gioia e serenità.

Di nuovo, immagino l’Emilio Comici, da quanto ha scritto molto diverso da quello stile fascista e ipocrita dell’epoca. I suoi scritti lasciano intravedere una freschezza da “Nuovo Mattino” che stento anche oggi a trovare in molte pagine delle riviste del CAI intrise di falso cameratismo pieno di retorica passata.

Se quando arrampichi non ti viene più voglia di cantare, allora forse è meglio smettere per un po’ di tempo!

Arrivare in cima ad una montagna può essere fonte di gioia e può anche venire voglia di cantare. Certo che l’effetto di tutte queste persone su questa cima così piccola crea un po’ di angoscia e passa la voglia di cantare! Notare l’alpinista all’estrema sinistra: che sia il capocordata?Flash211Antichi attacchi
Quando saremo vecchi, mi guiderai ai nostri antichi attacchi e staremo lì a guardare in su (Dino Buzzati a Gabriele Franceschini).

Allora? Non è bello andare agli “attacchi” e osservare lo svilupparsi delle vie che un tempo si percorrevano?

Conosco un pensionato che ha bivaccato sotto tutte le grandi storiche pareti delle Dolomiti e delle Alpi: Civetta, Marmolada, Eiger, Grandes Jorasses, Cervino. Non potendo salirle era molto soddisfatto di poter fare l’avvicinamento e dormire dove dormivano i grandi alpinisti.

Il bello dell’andare in montagna è che ciascuno può fissarsi il proprio obiettivo secondo le proprie capacità.

Inoltre l’obiettivo può variare con gli anni: la gita che a vent’anni non ti dice nulla, a sessant’anni può diventare un traguardo molto importante per te.

Inevitabilmente con il passare degli anni, diminuendo la prestanza fisica, gli obiettivi diventano più limitati ma non per questo meno stimolanti. Lo stile e l’esperienza compensano la diminuzione della forza fisica.

Postulato: quando in falesia trovi una cordata la cui somma degli anni supera i cento, osserva il loro stile e impara.

Al centro della foto il mitico scalatore inglese, invecchiato ed irriconoscibile, Ron Fawcett. Ron Fawcett è stato uno dei primi scalatori ad applicare un allenamento scientifico all’arrampicata e facevano abbastanza scandalo le sue dichiarazioni che non poteva venire a scalare sulle Alpi poiché una perturbazione di due o tre giorni gli avrebbe impedito di scalare e avrebbe compromesso il suo livello di allenamento della stagione. Poi quando Ron Fawcett scendeva in Verdon, faceva vedere ai francesi come innalzare il livello di difficoltà nei vari itinerari estremi. Oggi Ron Fawcett dichiara che arrampica più o meno sulle stesse difficoltà di trentanni fa quando era un professionista squattrinato dell’arrampicata
Flash213Eterni sognatori
Tu vedi delle cose e ti chiedi: perché? Io sogno di cose che non ci sono mai state, e che forse non ci saranno mai, e mi dico: perché no? (Wolfgang Güllich).

Wolfgang Güllich riflette sul concetto di immaginare di poter fare e realizzare vie e pareti impossibili.

In fondo quei ragazzi, allenati e dotati di una capacità straordinaria, hanno il dovere di abbattere il muro e spingere i limiti un po’ più in là.

Noi sogniamo, andiamo e ripetiamo le pareti fattibili, ma loro pensano in anticipo itinerari che esistono solo nelle menti più fervide e poi si applicano e li realizzano.

Questa capacità di sognatori non è una prerogativa esclusiva dei fuoriclasse, tutte le persone che vanno in montagna o scalano devono poter riprendersi il concetto di essere eterni sognatori.

È bello addormentarsi alla sera e pensare, sognare, una cima, una parete, una via, un sasso ed un sentiero che si desidera percorrere.

Il vero alpinista ha uno zaino sempre pieno di sogni!

Avere dei sogni e riuscire a realizzarli non è da ingenui ma da persone con i piedi per terra!

I ragazzi spesso sognano pareti di roccia perfetta con linee di arrampicata magnifica che sembrano quasi impensabili come questa parete del VerdonFlash215Conseguenze
In natura non ci sono premi o punizioni, ci sono solo conseguenze (Mick Halligan).

Spesso a fronte di qualche tragedia leggo sui giornali che la montagna si è vendicata o che si è svegliato l’orco o a volte alcuni scalatori si lamentano che la montagna, scatenando una slavina, si è ripresa la sua naturale tranquillità.

Fa bene umanizzare la natura e pensare che interagisca con noi seguendo la nostra logica umana, ma la realtà è molto più semplice e sicuramente meno romantica.

Quello che ci succede quando scaliamo sulle montagne è la conseguenza dei nostri comportamenti. Non ci sono logiche di premi o punizioni.

Può capitare anche un incidente.

A volte ci va bene, a volte ci va male. Non ho ancora capito chi devo ringraziare o con chi devo prendermela.

Se qualcosa va male o fortunatamente si risolve bene, prenditela con te stesso.

Alcuni incidenti ed alcuni rischi non sono proprio prevedibili, ad esempio la caduta di valanghe può essere aleatoria oppure molto prevedibileFlash217

Arrampicata indoor
Le palestre d’arrampicata indoor sono la feroce conquista di una società che porta l’aria aperta al chiuso per meglio recintarne gli abitanti (Fabio Palma).

Non potrei mai parlare male dell’arrampicata su plastica che consente di vivere l’esperienza della roccia anche in città, anche quando c’è brutto tempo ed anche quando non hai abbastanza tempo per la vera roccia.

Inoltre l’indoor è una formidabile e straordinaria modalità di allenamento, anzi è l’allenamento per eccellenza.

Eppure la roccia è tutt’altra esperienza, è una cosa completamente differente dalla plastica.

C’è meno puzza, c’è meno polvere di magnesite inoltre appigli ed appoggi non sono sempre evidenti.

Inoltre le palestre sono gestite da persone appassionate di scalate che cercano di spillare danaro ad altre persone fanatiche di roccia.

Io, conoscendomi, non potrei mai gestire una palestra di arrampicata indoor, perché farei entrare gratis tutti gli scalatori, gli amici, chi vuole provare e chi è venuto da lontano.

Trovo squallida l’idea di approfittare di una passione per chiedere del denaro ad altri appassionati.

Non mescolare mai il piacere con il dovere.

Le palestre indoor sono nate dalla necessità e dalla fantasia creativa degli scalatori estremi che avevano la necessità di arrampicare sempre, anche con il brutto tempo, per innalzare i propri limiti. Qui vediamo una palestra casalinga di Jerry Moffatt dove Mark Leach sta arrampicando sotto lo sguardo attento di Ben Moon e di Jerry Moffatt, sullo sfondo un poster della Yosemite Valley per continuare a sognare

Flash219CONTINUA

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Flash di alpinismo 9

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 09 (9-13)
di Massimo Bursi

Aria fresca e rock music
La gita finisce solo quando si entra in casa.

Il ritorno a casa è l’ultimo vero passaggio della via.
Non è la cima il vero obiettivo.
Terminata la via, c’è la discesa che può essere insidiosa. Spesso ci si rilassa e quindi nella discesa si corrono molti pericoli.
Terminata la discesa, un altro passo importante è ritrovare le chiavi della macchina: passaggio facile ma non scontato.
Infine c’è il ritorno in macchina, lungo o corto, di giorno o di notte, ma spesso stravolti dalla stanchezza, dal sonno, dalla fame; a tutto questo si aggiungano i discorsi sconclusionati con il tuo amico ed i progetti di nuove vie, discorsi fatti tanto per rimanere svegli.
Chi non si è ritrovato, almeno una volta, a guidare in autostrada con le palpebre che si stanno chiudendo mentre tutti i compagni in macchina dormivano tranquillamente?

Aria fresca, finestrino aperto e martellante musica rock ti aiutano ad arrivare a casa.

Stefan Glowacz ed il suo furgone per vivere, dormire ed allenarsi. Alex Honnold ha deciso di vivere in un furgone per poter essere libero di spostarsi e vivere liberamente le aree dove poter scalare.
Flash 262Ma dove credi di andare?
Uno dei regali che mi venne fatto dai miei genitori nel giorno di un compleanno fu un altimetro. Era molto bello e preciso ma con un difetto; misurava fino a 4000 metri. Allora non pensavo ancora all’Himalaya e ai suoi Ottomila, ma certamente era già ben vivo in me il desiderio di scalare almeno il Monte Bianco. Il mio altimetro poteva andare bene in Dolomiti, non sulla più alta cima delle Alpi. Timidamente feci osservare a mio padre e a mia madre che l’altimetro arrivava “solo” fino a 4000 metri.
“Figurati, perché? Dove credi di andare?” fu la loro sorpresa risposta (Marco Bianchi, salitore di sette ottomila metri).

I figli, con la loro testolina, spesso sono più lungimiranti dei genitori. I figli spesso sono più ambiziosi dei genitori. I figli spesso coltivano sogni che i genitori neanche possono pensare.
Le rivoluzioni vengono fatte dai giovani e mai dai vecchi. I giovani cambiano il mondo.
I nuovi gradi di arrampicata, le novità vengono portate dai giovani.
E’ fondamentale che i meno-giovani non frenino mai le ambizioni dei ragazzi.
E’ fondamentale che i meno-giovani imparino dai ragazzi.

Quando regali un chiodo da roccia ad un figlio, non puoi mai sapere su quale parete verrà piantato.

Questo giovanissimo ragazzo diciassettenne ancora imberbe e con ancora lo sguardo da bambino sta apprestandosi ad aprire un itinerario leggendario che farà storia per molti anni: Jindrich Sustr e la via del Pesce. Alcuni genitori a quell’età reputano i propri figli ancora immaturi.
Flash 264Dentro la natura
Camminare per me significa entrare nella natura. Ed è per questo che cammino lentamente, non corro quasi mai (Reinhold Messner).

Forse il fine ultimo di tutto questo nostro scappare nella natura è proprio quello di gustarsi una stellata all’aperto o quello di camminare in silenzio nel bosco e sentire le foglie scricchiolare sotto i piedi.

Ti accorgi allora che i gradi e le salite competitive più o meno difficili sono un’infrastruttura, un di più che rischia di allontanarti dalla vera natura.

Quando ti senti così scappa dai centri di arrampicata in plastica, fuggi dalle altre persone.

Nella vita mi è capitato di dover ritrovare la natura ed il senso profondo di me stesso e della mia vita e per fare questo ho dovuto fare il silenzio dentro di me: camminare da solo nella natura per ore ed ore fino a stordirmi per sentire altre voci e mettere a tacere la mia coscienza sempre vigile e allerta.

Riprenditi i tuoi spazi ed i tuoi tempi, prendi un paio di scarponi ed un vecchio zaino e cammina fino a notte e poi continua a camminare ancora per trovare nella natura il tuo vero io.

A volte è necessario scappare su qualche montagna solitaria per ritrovare se stessi in un rapporto con la vera natura selvaggia e solitaria. Nell’immagine Lorenzo Massarotto su qualche gendarme dolomitico “minore”.
Flash 266Stile
La prima cosa che si deve curare nell’arrampicamento è lo stile, perché, come in tutti gli sport, lo stile dà maggior rendimento con un minor spreco di energie. A questo si può giungere soltanto quando si proceda sulla roccia con disinvoltura e pienamente sicuri di sé (Emilio Comici).

Emilio Comici, alpinista degli anni trenta, è stato uno scalatore fortemente innovativo ma ancora più moderne sono le sue idee di arrampicata. Emilio Comici ha introdotto, nel concetto dello stile di arrampicata, il concetto di efficienza.

Se arrampichi meglio, risparmi energie e puoi spingere il tuo limite più in là.

Sono idee molto moderne riprese da tanti fuoriclasse che hanno capito che è importante allenarsi, ma lo è ancor di più arrampicarsi con stile e con la giusta tecnica che ti fa risparmiare forze e, si sa, la forza in arrampicata non è mai troppa.

Conviene investire più tempo nello stile di arrampicata che nell’allenamento poiché lo stile farà per sempre parte del tuo bagaglio di alpinista.

Cerca che il tuo stile di arrampicata sia quello di una macchina 4×4 che sa adattarsi al tipo di terreno – non essere uno scalatore a trazione anteriore che arrampica sugli strapiombi solo a forza di braccia – non essere uno scalatore a trazione posteriore che arrampica solo di gambe sui diedri ad appigli svasati o su placche appoggiate.

Emilio Comici in una delle sue tante pose plastiche: braccia tese per fare meno fatica, bacino in fuori, controllo perfetto dell’utilizzo dei piedi ed infine scarpette al posto dei rigidi scarponi.

Flash 268Denaro inutile
Non puoi comprarti un settimo grado (Rob Robinson).

Ci sono cose nella vita che non puoi comperare, la soddisfazione di una bella scalata e la paura di una placca senza chiodi: sono sensazioni che non hanno prezzo.

Puoi comperarti la miglior attrezzatura, puoi assicurarti i servigi della miglior guida della valle, ma quando sei sul passaggio sei solo tu, te stesso, nudo.

A nulla valgono le tue carte di credito e il poco o tanto che possiedi.

Lo sport estremo e le difficoltà creano la vera democrazia, il merito vince sul bene materiale.

E’ una delle rare situazioni in cui i soldi non fanno la differenza.

In più quando sei su una lunghezza particolarmente impegnativa e ti accorgi che stai perdendo la preziosa macchina fotografica, lì per lì la cosa non ti disturba poiché è un aggeggio voluttuario che non ti serve per progredire sulla parete: le cose materiali perdono di significato.

Non puoi comperarti la felicità.

Igor Koller e compagni accampati alla base della Marmolada durante una delle loro tante campagne estive prima che diventassero famosi e fossero ricoperti di attrezzatura ed abbigliamenti delle famose case produttrici occidentali.
La mancanza di denaro non ha impedito loro di lasciare un segno indelebile sulle Dolomiti.
Flash 270Opere d’arte?
Saper ideare la via più logica ed elegante per attingere una vetta disdegnando il versante più comodo e facile, e percorrere questa via in uno sforzo cosciente di tutti i nervi, di tutti i tendini, disperatamente tesi per vincere l’attrazione del vuoto e il risucchio della vertigine, è una vera e qualche volta stupenda opera d’arte: vale a dire il prodotto dello spirito e dell’estetica, che scolpito sulla muraglia rocciosa durerà eternamente, finché le montagne avran vita (Emilio Comici).

A lungo si è discusso se l’atto di apertura di una via sia paragonabile ad un’opera d’arte, allo scolpire un blocco di pietra per trarne una scultura oppure alla creazione di un quadro.

No, io non penso che aprire una via sia paragonabile allo sforzo creativo di fare un’opera d’arte, in fin dei conti aprire una via è scoprire un modo intelligente, facile, difficile o geniale o maledettamente stupido e faticoso di passare sulla parete.

La via, con le sue fessure, le sue caratteristiche placche o appigli nascosti, c’era già ed era stata creata da Dio o dal caso o dalle forze caotiche della natura in un lontano Big-Bang, ma sicuramente non da noi che passavamo guardinghi in apertura.

Chi apre una via, altro non fa che visualizzare e percorrere un itinerario che già esisteva.

Comici, scalatore amante del bello ed innamorato dell’estetica la pensava diversamente.

Se frequenterai le falesie ti accorgerai che ci sono pochi veri artisti, tanti artigiani e tanti nerboruti atleti.

Oggi aprire una nuova via è molto spesso un lavoro artigianale sottoposto al giudizio critico di tutti i ripetitori che vogliono tanti chiodi o pochi chiodi, vogliono certezze ed in generale riflettono tutti l’ansia e l’insicurezza dei tempi in cui viviamo. Il creatore ispirato dell’opera d’arte a cui faceva riferimento Emilio Comici sembra davvero distante.
Flash 272A memoria
Visitiamo la palestra di roccia ai Gaillands.
Un ragazzo arrampica usando i nut, Claudio scherza: “Questo e’ barare!”.
Il ragazzo replica: “Perché? Sei della polizia?”. Poi rifà la via senza i nut. “Allora? E’ barare questo?”.
“No” sfotte Claudio, “questo e’ conoscere a memoria” (Anna Lauwaert, a proposito di Claudio Barbier).

Arrampicare a memoria è esattamente l’opposto che arrampicare a vista. A vista ti muovi guardingo sulla roccia poiché non sai cosa ti aspetta quando alzi un braccio e cerchi sempre di prevenire il passaggio. A vista ti muovi con circospezione e il tuo cervello produce adrenalina in quantità.

Quando invece sei un cosiddetto local e ti muovi nella tua falesia di casa conoscendo esattamente il passaggio e sai che il tuo cervello si aspetta esattamente certe sensazioni, anche estreme, che nascono dal piacere, o dall’ansietà, di conoscere in anticipo il passaggio che ti aspetta, allora è sicuramente un altro arrampicare: non meno bello, non meno piacevole, ma certo più scontato.

A volte ti servono le sensazioni scatenate dall’arrampicata a vista ed altre volte ti serve riposare con un’arrampicata conosciuta.

Cristophe Profit arrampica a memoria e senza corda sulla Diretta Americana al Petit Dru. Spesso le solitarie riportate dai mass-media sono vie provate e riprovate diverse volte fino a conoscere a memoria i passaggi chiave al fine di contenerne il rischio. Ciò non toglie che siano imprese veramente estreme.
Flash 274Barare
Un otomila con ozigeno è come ciro d’Italia con motocicletta (frase apocrifa attribuita ad Hans Kammerlander).

Sia che si arrampichi su roccia che si salga su una parete himalayana o su una cascata di ghiaccio è sempre possibile trovare delle scorciatoie per arrivare in cima o per migliorare le proprie prestazioni.

Recentemente ho visto un ragazzo con una specie di canna da pesca allungabile a cui era agganciata corda e rinvio per raggiungere un chiodo distante ben tre o quattro metri: un aggeggetto professionale chiamato “il furbo” o “il bastardo”.

Anni fa si usava un rinvio con un’anima in fil di ferro per raggiungere il chiodo irraggiungibile.

Il concetto è sempre quello, arrivare là dove non potresti: usare gli spit per ammorbidire un tratto per te impossibile, usare l’ossigeno per spostare in su il tuo limite, usare le staffe o un semplice cordino per passare laddove non riusciresti.

Non c’è nulla di male nell’usare queste perverse attrezzature tecniche, l’importante è di essere consapevoli di quello che si sta utilizzando, di non montarsi la testa e di ricordarsi di portarle sempre con sè nello zaino.

Se arrampichi senza corda non puoi barare né a te stesso né agli altri. Lorenzo Massarotto senza corda sul diedro Casarotto allo Spiz de Lagunaz sulle Pale di San Lucano nel 1982.

Flash 276

Dio denaro
Gente come Jerry Moffatt, che alla fine degli anni Settanta viveva per mesi in una stamberga nelle zone di arrampicata, ora sfreccia in Porsche fino alla base delle falesie (Heinz Zak).

All’inizio ci si era illusi che un’attività estrema da individui ai margini della società quale l’arrampicata, grazie ai mass-media, al boom del free-climbing e alle nascenti gare d’arrampicata, potesse diventare uno sport di massa. Gli sponsor mettevano ingenti finanziamenti per fare si che gli hippy parassiti altresì chiamati climber potessero vivere agiatamente senza far nulla.

Nessuna illusione fu più falsa di questa.

Ci furono pochissimi pionieri che riuscirono a vivere ingegnosamente di arrampicata come Jerry Moffatt, Wolfgang Guellich, Patrick Edlinger, ma tutti gli altri dovettero industriarsi ad arrotondare la propria attività preferita con lavoretti ai margini: chi disegna nuove scarpette d’arrampicata come Heinz Mariacher, chi lavora come disgaggiatore per mettere in sicurezza le strade ed i più hanno trovato lavoro come guida o come istruttori indoor nei capannoni d’arrampicata.

Così rimanendo in Inghilterra assistiamo ad un fortunatissimo Jerry Moffatt che, nato negli anni giusti, riesce a fare fortuna anche economica, mentre Ron Fawcett, di qualche anno più vecchio, vive continuamente con l’incubo economico ed è stato costretto a compiere furtarelli per soppravvivere.

Se vuoi continuare a divertirti separa il denaro dall’arrampicata.

Una pubblicità della fine anni settata relativa alle prime scarpette di arrampicata de La Sportiva, un modello che precedeva le mitiche Mariacher. Si noti l’abbinamento vincente con la Formula 1 anche se non ci capisce perché la macchina debba essere verticale! Interessanti e soprattutto utili sono anche gli schizzi su come utilizzare le scarpette, visto che si passava dagli scarponi ad una calzatura più morbida.
Flash 278Un appiglio per amico
Quando guardi in su sembra di vedere appigli dappertutto, poi ti concentri. Allora scopri che quelli veri, quelli su cui vai avanti, sono soltanto due o tre. Gli appigli sono come gli uomini. Quel che ti sembra di vedere è sempre tanta gente, ma se ti concentri scopri quei pochi con cui entri davvero in rapporto (Andrea Gobetti, a proposito di Manolo).

Non c’è dubbio che a volte per passare su una parete ti servono due o tre appigli giusti ed è fantastico scoprire che gli appigli effettivamente ci sono, anche quando pensavi di essere oramai approdato su un tratto assolutamente liscio! Gli appigli risolutori e chiave sono pochi, ma è proprio grazie a questi che passi.

A volte ho le visioni e scopro appigli risolutori su falesie che conosco da trentanni e mi chiedo stupito come mai mi sia accorto solo oggi che grazie a quest’appiglio riesco a risolvere il passaggio.

Per me la vera prova dell’esistenza di Dio è quando trovo una fantastica sequenza di appigli su una parete laddove oramai mi vedevo sconfitto!

Un appiglio è una certezza nella fragile vita dello scalatore.

Mago Manolo impegnato su una placca verticale estremamente difficile. E’ questa la sua specialità su cui non molla malgrado abbia superato i 50 anni.
Flash 280

CONTINUA

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