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L’allenamento del Re degli Stupidi

L’allenamento
di Emilio Previtali (facebook, 3 giugno 2015)

Il posto in cui mi alleno in bici è abbastanza squallido. È un rettilineo di asfalto lungo dieci chilometri, io vado avanti e indietro. In mezzo ci sono quattro rotonde, il traffico non è eccessivo e scorre veloce e la carreggiata e larga, con un po’di attenzione si può fare velocità senza fermarsi mai.

È una zona industriale e dove non ci sono capannoni ci sono campi, sullo sfondo, in lontananza, delle belle colline, ma io non le vedo neanche. Io guardo il contachilometri e il cardiofrequenzimetro e soprattutto, ascolto il mio corpo. Ascolto me. Penso.

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Cerco un altro me che incontro quando il cuore accelera e va oltre un certo regime, oltre una certa frequenza. Ci incontriamo lì, sull’orlo della fatica, quando sto per mollare e divento vigliacco, quando la mia mente cerca le scuse per dire basta e lui, l’altro me, è lì e mi apre delle porte. Mi mostra degli spazi che credevo inesistenti oltre il mio limite. Lui, l’altro Emilio, mi fa ricordare di me.

Sul diario di allenamento ho scoperto, quasi per caso, di avere percorso questo tratto di strada centinaia di volte. Conosco ogni metro, ogni centimetro, ogni tratto di asfalto, eppure non mi stanco mai. Deve essere una specie di tara la mia, mi rendo conto di avere scalato le stesse vie e le stesse montagne decine di volte. La stessa pista, la stessa linea, sciando o facendo snowboard, facendo le stesse curve, centinaia di volte. Migliaia. Gli stessi boulder. Gli stessi movimenti, gli stessi appigli, le stesse sequenze, all’infinito. A me piace ripetere e comprendo che ripetere è démodé. È da sfigati, forse.

Però comprendo che nella mia tara, dentro al mio limite, pulsa un mondo che altri non comprenderanno o conosceranno mai, semplicemente perché non hanno pazienza abbastanza, testa dura abbastanza o forse, soltanto, non sono stupidi abbastanza. Io sono il Re degli Stupidi. Faccio sempre le stesse cose e mi accontento. La mia sfortuna è anche la mia fortuna. Non mi annoio mai.

Certe volte a fine allenamento trovo perfino il tempo di sedermi sul marciapiedi di questa zona industriale e intanto che scende il sole mi godo il rumore delle foglie di pioppo mosse dal vento e godo all’idea di avere polverizzato il mio record, che è il record del Re degli stupidi, un record inutile e insignificante. Questi capannoni e questi parcheggi vuoti che ho intorno, certe sere, sembrano perfino belli. E per me, questo, è abbastanza.

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L’intervista a Simone Moro

L’intervista a Simone Moro
di Emilio Previtali
(da Planetmountain.com, 20 settembre 2011)

Dovevo fare un intervista a Simone, per STORY.teller, il libro che ho curato per The North Face. Io e Simone viviamo a Bergamo, nella stessa città. Le cose sono andate più o meno così: ho chiesto a Simone quando aveva tempo per fare questa cosa e lui una mattina presto mi ha mandato un sms con scritto: “Ci sono, oggi sono a casa. Quando vuoi”. Erano le 7.45 del mattino, io stavo uscendo a correre. Ho risposto: “Vado a correre e poi arrivo”. E lui: “Ok, a dopo”. L’appuntamento era fissato, per le 10.30, a casa sua. Tutto chiarissimo.

Io e Simone ci siamo conosciuti alle Scuole Medie. Me lo ricordo il primo giorno, lui era seduto nella seconda fila, alla mia sinistra. Guardava fisso davanti a sé, alla professoressa e alla lavagna e non parlava con nessuno. Proprio con nessuno. Non sembrava simpatico. Suo fratello più grande era già in terza, ed era un po’ il capo classe. Portava nelle classi le circolari, i registri alla professoressa, quelle cose lì. Simone aveva già una reputazione da difendere, quella di suo fratello che era “un bravo ragazzo” come diceva il nostro preside, don Gabriele Micheli. Era un prete, esatto, la nostra era una scuola di preti. La mamma di Simone la sera prima del primo giorno di scuola doveva avergli detto di guardare fisso davanti a sé e di non parlare con nessuno. Di non distrarsi. Di rigare diritto. Le stesse cose che mi aveva detto anche la mia, di mamma. Solo che io facevo a modo mio. Io un po’ parlavo.

Emilio Previtali
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Le scuole medie sono passate veloci. Abbastanza, insomma. Con il tempo io e Simone siamo diventati amici. Un po’ amici. Non potevamo essere molto amici perché eravamo costantemente in gara io e lui, per tutto. Per il calcio, per la corsa campestre della scuola, per il salto in alto, per essere i primi in fila all’ingresso del refettorio. Per tutto. Per le ragazze no, perché quelle non facevano parte del nostro universo, quelle sono arrivate dopo. La nostra era una scuola solo maschile, 430 ragazzi, zero ragazze. Dura la vita alla Casa dello Studente.

Poi ci sono state le scuole superiori, cinque anni. Cinque anni e spiccioli diciamo, qualche intoppo c’è stato. Io e Simone ci siamo persi completamente di vista per tre anni, poi una volta per puro caso ci siamo ritrovati ad arrampicare in una cava abbandonata, la Cava di Nembro. Io ci andavo in bici di nascosto da mia mamma, lui no. Lui già andava ad arrampicare con suo papà qualche volta, era anche già andato a fare qualche via in Dolomiti con l’Alberto Consonni, un alpinista della nostra città che ha sempre avuto il pallino di insegnare ai giovani. Io no, in Dolomiti non ero mai andato. Però mio papà in compenso tutte le domeniche, e qualche volta anche al sabato, mi portava a fare scialpinismo. All’inizio, appena re-incontrati dopo esserci persi di vista, le cose tra noi stavano ancora nello stesso identico modo delle scuole medie: rivalità assoluta, su tutti i fronti. La questione sembrava girare tutta intorno alla necessità di stabilire chi fosse il più bravo tra i due a fare qualsiasi cosa. Arrampicare, correre, andare in bici. Ad arrampicare ci andavamo in bici da Bergamo, quasi tutti i pomeriggi. Dodici km ad andare e dodici a tornare.

Poi Simone ha ricevuto in regalo un motorino da suo padre – un Tomos, il motorino più sfigato in circolazione dopo il Velosolex – e lì abbiamo cominciato a diventare “soci” anziché “avversari”. La rivalità si è silenziosamente trasformata in complicità, in amicizia. Credo che anche lui a un certo punto, ad arrampicare, venisse di nascosto, almeno qualche volta, perché i suoi risultati scolastici non erano eclatanti e sapendo quanto sua madre tenesse alla scuola, a me pareva impensabile che lui potesse essere lì tutti i pomeriggi. Quasi più di me. Quasi, dico. Io ad esempio, dicevo sempre a casa che al pomeriggio andavo a studiare in biblioteca. Poi una volta mio padre, per caso, si è accorto che invece di andare in biblioteca andavo ad arrampicare, ma questa è un’altra storia. I nostri trasferimenti verso la Cava di Nembro sono diventati degli allenamenti in bici “dietro motori”. Uno guidava il motorino, e l’altro seguiva stando in scia. Viaggiavamo fissi a 40 km/h. Poteva anche capitare che ci scambiassimo in sella alla bici, per alternare i recuperi ed essere più efficienti. Io e Simone prima di diventare una cordata siamo diventati un accoppiata ciclistica.

Poi siamo diventati maggiorenni e abbiamo preso la patente della macchina. Prima io – io sono nato a marzo, Simone a ottobre – e poi Simone. Simone aveva una macchina, vecchissima e scassata, regalata da un amico arrampicatore, il Camòs e io no, niente macchina. Presi singolarmente non saremmo andati da nessuna parte, io senza macchina, lui senza patente. Insieme invece potevamo andare ovunque, compatibilmente con l’efficienza dell’automobile ovviamente, che di fatto era decisamente bassa. Il nostro raggio d’azione grazie a quella vecchia Fiat 127 Coriasco in fin di vita si estese dalla cava di Nembro a Cornalba, Lecco, Arco, Lumignano, Finale Ligure, Erto. Eravamo sempre insieme, ci sembrava di avere il mondo nel palmo della mano. Forse quello è stato il momento più bello della mia vita, quello in cui ho davvero assaporato il senso di essere libero.

In arrampicata alla Cava di Nembro. Foto: Richard Felderer
IntervistaMoro-cavaNembro

Poi è venuto il tempo di occuparsi del futuro, e il mio futuro in un certo senso è iniziato un po’ prima di quello di Simone perché quando c’è stato da iscriversi all’Università Simone doveva chiudere ancora la pratica con le scuole superiori. Abbiamo – esatto, abbiamo, insieme – scelto l’ISEF, la scuola per diventare insegnante di educazione fisica, perché quello pensavamo ci avrebbe consentito di allenarci tutti i giorni e di arrampicare come lavoro. La decisione che la montagna sarebbe stata il nostro lavoro era già stata presa da un pezzo. Io ho iniziato e poi quasi finito l’università nell’attesa di Simone. Dico quasi perché dopo la frequenza obbligatoria, dopo avere dato tutti gli esami tranne uno, io non ho mai preso il diploma universitario. Simone sì, ci ha messo un po’ ma poi ha finito.

Simone tra tutti quelli che conoscono la mia storia con l’università – mi bastava fare un solo esame per chiudere la faccenda e fare contenti genitori, parenti, vicini di casa, il preside della facoltà, i miei compagni di corso, quella che oggi è diventata mia moglie, insomma tutti – è l’unico che non mi ha mai detto niente. Non mi ha mai criticato. Non ha mai insistito perché io finissi e prendessi il diploma e non ha mai cercato di convincermi o di farmi cambiare idea. Ha sempre pensato – credo – che la mia scelta, seppur sostenuta dai migliori principi, fosse un’idea del cavolo. Però l’ha sempre rispettata. Quella è probabilmente la sua caratteristica migliore – un po’ di anni fa non lo avrei mai ammesso – Simone non cerca mai di convincerti di una cosa. Lui si limita a constatare. Constatare, esatto. E poi si comporta di conseguenza.

Adesso provo a pensare a questa cosa con il senno del poi: se vuoi andare in cima a una montagna di 8000 metri d’inverno, non è che devi convincerti o sperare che non faccia tanto freddo, che non tiri troppo vento, che non nevichi troppo. Non deve essere una lotta contro la natura, la tua. Devi semplicemente constatare come stanno le cose, e comportarti di conseguenza. Convivere con quella cosa, che sia un disagio o un imprevisto o una scelta di qualcun altro e non devi sprecare le tue energie per lottarci contro. Devi razionalizzare il tuo sforzo per renderlo produttivo. Efficiente. Adattarti, o nei peggiori dei casi, sopportare. Poi contro attaccare. E’ questa una strategia desueta, fuori moda, apparentemente passiva, poco spettacolare, forse. Oggi va di moda l’adrenalina, lo show. La vita reale non fa spettacolo. Ma i risultati di Simone nel lungo termine dicono un’altra cosa. Dicono che chi osa con intelligenza, chi quando serve sa anche aspettare o incassare un colpo, sposta in avanti i suoi limiti. La storia non l’hanno mai scritta uomini andati allo sbaraglio. Devo ammetterlo, almeno su questo Simone mi ha dato il giro. Io non mi sono mai accontentato di constatare. Io ho sempre cercato di cambiare le cose intorno a me con forza. Questa cosa a volte è un pregio, altre volte è un difetto. In alpinismo questo è quasi sempre un difetto.

Simone Moro
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Da quei giorni alla Cava di Nembro sembrano passati anni luce. Simone è diventato uno dei più forti himalaysti in circolazione. Io ho speso la mia vita alla ricerca della linea perfetta con lo snowboard o con gli sci da telemark sulle più belle montagne del mondo. Dal punto di vista personale e professionale, seppur con gradi di celebrità diversi, entrambi abbiamo avuto la vita che volevamo, esattamente come l’avevamo immaginata e pianificata tanti anni fa. Non solo questo, certo. In due messi insieme abbiamo cinque bambini. Viviamo in famiglie felici, cercando di trasmettere ai nostri figli lo stesso entusiasmo e la stessa gioia per la vita che ha condotto noi fino al punto di essere uomini felici. Continuiamo a fare con semplicità quello che ci piace e che abbiamo imparato a fare nella semioscurità della Cava di Nembro: fare sport, andare in montagna. Vivere. Nessuno qui parla di successo e di misura del successo. Qui si parla della sensazione dell’universo che fa le bolle di sapone soffiando dentro alla tua anima. Quella è la felicità. Di quello, vi dico.

Forse voi vi aspettavate di leggere una relazione tecnica, un saggio filosofico sulla sopravvivenza e sull’alpinismo in Himalaya. O forse no. Forse anche voi siete persone fatte come me e come Simone. Persone semplici, animate dalla voglia di fare e di esplorare senza perdersi in chiacchiere inutili. In quel caso, forse, avete capito di cosa vi volevo parlare.

Alle 10.30 in punto sono sotto la casa di Simone. Suono il campanello, piove a dirotto. Lui mi apre il cancello e mi guarda dal terrazzo. Ride. Sa che ho fatto allenamento sotto l’acqua.
Hai corso sotto l’acqua, eh?” – mi chiede.
“Ovvio. La classica sfiga” – rispondo.
Mi asciugo un po’ e poi in silenzio mi siedo al tavolo, tiro fuori le mie carte, la penna, il registratore e mi preparo. Lui tra una settimana parte per il Gasherbrum II. Ha un milione di cose da fare ma è tranquillissimo. Mi osserva e intanto prepara il caffè. Parliamo.
“Che cazzo dobbiamo fare, oggi?” – dice.
“Mi devi dire alcune cose del Gasherbrum II e delle invernali in Himalaya. Per STORY.teller. E soprattutto per i video che ti devo preparare quando tu sarai in spedizione”.
“Ah, vabbè”.

Intanto fuori ha smesso di piovere, compare un po’ di sole.
Parliamo di stile, di Himalaya, di invernali, del Makalu, dello Shisha Pagma, di video, di telefoni satellitari, del Camòs e del Vito Amigoni. Nel frattempo Simone risponde anche a un’altra intervista radiofonica. Mentre parla al cellulare in diretta nazionale trova anche il tempo per andare in bagno a pisciare. Ridiamo. “L’importante è non tirare mai l’acqua, altrimenti se ne accorgono” – mi dice. Non è una vera intervista la nostra, tra me e Simone è impossibile. Più che altro cerchiamo di smazzarcela in fretta. Fare quello che dobbiamo. Dopo un’ora e mezza mettiamo via tutto.
“Abbiamo finito?” – mi chiede.
“Finito. Tu non preoccuparti, poi casomai in qualche modo mi arrangio”.
“Perfetto. Così sono a posto. Allora io vado a correre…”.
Fuori adesso c’è il sole. Il solito fortunato, penso.
Ci salutiamo. Prendo la mia macchina e torno a casa. Parcheggio, salgo in casa, mi cambio ed esco a correre un’altra volta. Perché la fortuna non esiste. E’ tutta questione di allenamento. Lo dice sempre anche Simone.

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Jean Afanassieff fumava le Gitanes blue

Jean Afanassieff fumava le Gitanes blu
di Emilio Previtali (da http://emilioprevitali.blogspot.it/, 17 gennaio 2015)

Jean Afanassieff aveva un nome che sembrava finto. Leggerlo e ricordarlo esattamente quel nome, scriverlo correttamente, era già un impresa. Una avventura. Era più facile ricordarsi dei suoi capelli lunghissimi, castani, lisci.

Negli anni ’80 avere i capelli lunghi per essere un climber o un alpinista — un certo tipo di climber e di alpinista — era indispensabile o almeno così mi pareva. Io negli anni ’80 ho avuto tra i tredici e i ventitré anni, gli anni più belli della vita, quelli in cui diventi quello che poi sarai per sempre. Edlinger aveva i capelli lunghi. Berhault aveva i capelli lunghi. Reinhold Messner aveva i capelli lunghi e ce li avevano i britannici Doug Scott, Chris Bonington, Peter Boardman. Jean-Marc Boivin, il mio idolo assoluto, aveva i capelli lunghi. Tutti quelli cui avrei voluto somigliare avevano i capelli lunghi e un po’ in disordine. Allora anche io mi ero fatto crescere i capelli lunghi. Compatibilmente con mia madre, li tenevo abbastanza in disordine.

afanassieff-krDH-U10401448444947twH-700x394@LaStampa.itJean Afanassieff però era diverso. Intanto aveva dei capelli lunghissimi, più lunghi di tutti gli altri, quasi da donna, curati e poi aveva quel nome che sembrava finto. Afanassieff. Sembrava che nello scriverlo ci fosse stato un refuso o un errore, nessuno sembrava ricordarlo davvero quel nome, ma io avevo imparato a riconoscerlo sulle riviste di alpinismo e a tenerlo a mente. Era così affascinante quel rincorrersi di consonanti e di vocali. A-fana-ssieff, in fondo non era difficile da memorizzare. Sapevo che quando mi imbattevo in quel nome ci sarebbe sempre stata sempre la certezza di venire a sapere qualcosa di straordinario, di innovativo, di rivoluzionario dal punto di vista alpinistico.

Jean Afanassieff si è fatto conoscere con una serie lunghissima di salite solitarie in velocità nel massiccio del Monte Bianco, salite che poi nel tempo, seguendo le sue tracce, sarei andato a vedere o a ripetere così come si va a visitare un tempio, un luogo in cui si sente la necessità di essere mettendosi al cospetto di qualcun altro, alla ricerca di se stessi. L’intero inverno del 1977 Afanassieff lo trascorse sciando a Bugaboos, in Canada (un altro luogo che in seguito sarei andato a conoscere) e nel 1978 fu il primo francese in vetta all’Everest, in autunno, insieme a Nicolas Jaeger e Kurt Diemberger. La sua fu la 72esima salita della montagna.

Nicolas Jaeger fu un’altro personaggio fondamentale nel mio diventare uomo. Alpinista e fisiologo contribuì in modo determinante a conoscere i meccanismi dell’adattamento dell’essere umano all’alta quota, trascorse sessanta giorni a 6768 metri in vetta all’Huascaran, tempo in cui scrisse un libro che si intitola Carnet de solitude, “Solitudine” nell’edizione italiana. Bellissimo. Giunto in vetta all’Everest Jaeger si accese e fumò una Gitane, una delle stesse sigarette che fumava anche Edlinger. Se mai avessi iniziato a fumare un giorno, avrei fumato delle Gitanes, ma non divaghiamo adesso.

Afassanieff: assieme alla prima salita francese dell’Everest compì nello stesso giorno anche la prima discesa di un 8000 con gli sci, partendo da quota 8300. Un exploit assoluto, non soltanto per l’epoca. Infischiandosene delle collezioni di 8000, Afassanieff tornò in seguito altre tre volte all’Everest, per il versante nord. Nel 1979 fu escluso dalla spedizione nazionale alla Magic Line del K2. Accadde per via di alcune dichiarazioni scomode dopo la spedizione nazionale dell’anno prima e per via del suo carattere piuttosto naïf, Afassanieff non mandava certo a dire quello che pensava. Restare escluso da una spedizione perché hai detto quello che pensi. Dire quello che pensi sempre, anche se non conviene. Anche se ti tagliano fuori. A me sembrava grandioso, anzi è grandioso, lo penso tuttora. Una cosa di cui andare orgogliosi, non è importante se nel frattempo ti perdi qualcosa.

In seguito Afassanieff sarebbe diventato un documentarista o, come si dice oggi, un filmmaker. Uno che si prende cura di raccogliere e di raccontare delle storie. “Certi mi considerano un alpinista, certi un regista, mi rendo conto di essere un personaggio complicato, difficile da inquadrare. Io sono stato alpinista e sciatore in una vita precedente e oggi, nella mia nuova vita, anche se ancora pratico l’arrampicata e lo sci per piacere personale, mi considero un autore. Il mio mestiere e la mia passione è quella di raccontare delle storie attraverso i miei film”.

Jean Afassanieff se n’è andato qualche giorno fa, a 61 anni per un male incurabile. Non ho mai avuto la fortuna di incontrarlo di persona ma la sua storia, la sua vita, mi hanno sempre ispirato. Se penso a uno cui avrei voluto assomigliare, uno che mi ha fatto sognare, uno di cui vorrei ricalcare la traccia (parlo come alpinista e come sciatore ma anche come autore e come appassionato di storie da raccontare), penso a lui, a Jean Afanassieff. Buon viaggio, Maestro. Adieu.

Per più ampia documentazione su Jean Afanassieff vedi wikipedia (in francese).

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Emilio Previtali: to inspire others

   To inspire others
dalla serata di Emilio Previtali con Alt(r)i Spazi, 1 aprile 2015

La simpatia di Emilio investe il presentatore, deborda dal palco e si riversa sul pubblico come un fiume… con la potenza di un fiume non violento dal quale è bello farsi trasportare.

Un uomo che ha girato il mondo delle montagne, le ha salite, soprattutto le ha discese, nei modi più fantasiosi, praticamente tutti quelli che si conoscono… e sempre con la stessa bravura e leggerezza, così come te lo racconta lo ha fatto.

Previtali_fullUno che non dice mai “io, io…”, e neppure lo sottintende. Eppure, cazzo, sta parlando di sé. Come fa? Con la leggerezza: “Nessun altro rumore se non il respiro e le mie pelli di foca che scorrono sulla neve leggera”. Un uomo che agisce zen (e non per nulla il suo libro preferito è quello di Eugen Herrigel, Lo Zen e il Tiro con l’Arco).

Già dal titolo Quella del signor Miura e altre storie sembra che Emilio non voglia parlare di sé. E ti narra di una spedizione al McKinley (Denali) con uno squinternato gruppo di freerider che in tutta evidenza (dal film) non aveva neppure la metà della sua esperienza alpinistica, conclusa con la discesa a telemark del Rescue Gully e dell’Orient Express Couloir.

Dopo le splendide immagini dell’Alaska, Emilio sorprende il pubblico raccontando che nel gruppo (che si era visto misto e ben dotato di piacevoli esemplari femminili) lo chiamavano “Italian stallion”… lui protestava la più assoluta ignoranza di come fosse nato il nomignolo, che ovviamente a sua moglie (presente in sala) andava un po’ indigesto. Ma se una persona è sincera, ed Emilio lo è, dovrebbe esserlo sempre, no?

Dal racconto della spedizione alle Svalbard sembra che il gruppo sia andato in gita come noi potremmo farlo in Val Formazza, con la stessa importanza data all’amicizia e al gruppo.

Geniale e autentico personaggio del mondo della montagna, Emilio Previtali persegue ancora oggi l’avventura e la ricerca dei propri limiti attraverso arrampicata, snowboard, corsa, mountain bike, alpinismo in tutti gli angoli del mondo, per poi tornare ad allenarsi alla Cava di Nembro, più ricco eppure ancora il bimbo capace di sognare, sfidare se stesso, rimettersi sempre in gioco e cercare di restare in sintonia con la propria visione delle cose.

Per un alpinista l’arrivo in vetta è il successo – dice Previtali – la vetta mancata è il fallimento, per un freerider questo concetto è superato, l’esperienza nella sua totalità è l’obbiettivo, arrivare in cima fa piacere a tutti, ma tra arrivare in cima e fare una discesa mediocre e mancare una cima per buttarsi su una discesa favolosa, io scelgo la seconda opzione”.
Anche perché, ci spiega, il “successo” non è un qualcosa di assoluto e prestabilito: “il successo è ciò che TU decidi che sia”.

Uno dei pezzo forti della serata di Emilio Previtali è la proiezione di un estratto dal film The Man Who Skied Down Everest, un documentario su Yuichiro Miura, l’alpinista giapponese che sciò sull’Everest nel 1970 utilizzando un paracadute per frenare la discesa (di quelli di una volta, rotondi).

Miura, partendo dalla Fascia Gialla (Yellow Band), scese il versante ovest del Colle Sud per 2.000 metri di dislivello in due minuti e venti secondi, poi cadde rovinosamente per circa 400 metri, riuscendo miracolosamente a fermarsi prima dell’inizio di giganteschi crepacci.

L’eccezionale filmato è preceduto dalle bellissime discese che Emilio fa nei boschi dell’Hokkaido, poi dalla visita all’anziano Yuichiro Miura. Un signore con il viso da bambino e un’età di circa 80 anni (nacque il 12 ottobre 1933). Possiamo vederlo con la gentile figlia, con l’unico sci rimastogli dopo la caduta sull’Everest: con ricordi che ne costruiscono naturalmente il volto. Perché, pensate che Miura, miracolato, se ne sia stato buono buono in seguito?
Il 23 maggio 2013, all’età di 80 anni, è divenuto la persona più anziana ad aver raggiunto la cima dell’Everest, da lui già raggiunta altre due volte, il 22 marzo 2003 all’età di 70 anni e il 26 maggio 2008 a 75 anni.

Emilio Previtali a tallone libero sulle nevi neozelandesi
previtali-0002Come presentatore sono stato tutto il tempo incerto sul come provocare il suo irruente umorismo, gli ho chiesto di quel suo scritto (un post dal Nanga Parbat invernale) che mi aveva colpito assai, dove faceva distinzione tra dividere e condividere, manifestando la sua antipatia per quella “condivisione” che in realtà, riferendosi ai dibattiti dei social, non è una divisione oggettiva di un bene, perché in effetti si sta parlando di un bene virtuale. Dunque, dopo una condivisione, chi è ricco rimane ricco, chi è povero rimane povero. Non si può dividere lo zero…

E ancora Emilio non aveva scritto quello splendido post su Facebook in cui lo vediamo, in un centro commerciale di Orio al Serio, assistere ai risultati dell’espianto di due palme.

La sala si sbellica letteralmente dalle risate per almeno un minuto buono di fronte alla scena di come si viaggia in Pakistan, nel filmato a documento dell’avventura al Nanga Parbat dell’inverno 2013-2014, assieme a Simone Moro, suo vecchio compagno di scuola.

Si cammina una volta sola sulla Luna” è il suo insegnamento sulle “azioni eroiche” che non possono e non devono essere “serial”. Di discesa dal Shisha Pangma per Emilio ce ne può essere una sola e corrisponde con una filosofia di lunga vita.

Emilio, negli anni anche fondatore e direttore della rivista FREE.rider è oggi “penna” fra le più seguite fra tutti gli appassionati di montagna, sci e avventura a contatto con la natura. Lo merita, perché sostiene che per scrivere serve follia e massimo controllo di sé. To inspire others.

previtali-0001Emilio Previtali in breve (da Uomini & Neve, Martino Colonna e Francesco Perini, Edizioni Versante Sud, 2013)
Emilio Previtali
è nato a Bergamo il 5 maggio 1967.

Le sue spedizioni più importanti
2011
The North Face Denali Experiment Expedition 6194 m – cima e discesa a telemark di Rescue Gully e Orient Express Couloir.

2005-2007 Shisha Pangma 8027 m, parete nord, 3 spedizioni, discesa in snowboard da 7600 m.

2002 Cho Oyu 8202 m, parete nord, discesa con lo snowboard da 8000m, prima discesa della The Poland Route, cresta nord-ovest, 55° da 7200 m.

2001 Pik Lenin 7134 m, discesa in solitaria in snowboard attraverso una nuova linea per la parete nord.

Premi
2007
EUBEA European Best Event Award – Miglior evento europeo con basso budget con Shisha Pangma Snowboard Expedition.
2004-2005 Migliore Freerider Italiano – On Board Italy Snowbox Award.

Editoria
2000/2008
Direttore di FREE.rider magazine.
Fondatore ed editore della rivista Soul Rider.
Editore del The North Face STORY.teller yearbook.

Altro
27 volte finalista Ironman.
Maestro di Snowboard.
Ha partecipato al Camel Trophy come membro del team italiano.

Sponsor
The North Face, Scott, Orthovox.

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