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Gite in Alpi Liguri

Gite in Alpi Liguri
(dal mio diario, autunno 1963)

15 settembre 1963. In vacanza a Borgomaro (IM) non abito più in pieno centro nella storica casa della nonna. Da quest’anno siamo in una villetta a circa un km dal paese, oltre il cimitero.

L’appuntamento è alle 5, a una costruzione accanto alla provinciale per Oneglia, in località Barchéi. Buio pesto e nuvolo. Alle 5 non si vede ancora nessuno, e attacca a piovere. Allora mi dirigo verso Borgomaro e finalmente, quando ormai dopo San Giuseppe sono vicino al paese, ecco le due moto. Giampietro Guglieri ha una lambretta, mentre Adolfo Ravano un motorino. Ovviamente salgo sul mezzo più potente, la lambretta, mentre Adolfo ci segue. Ora non piove. Sempre al buio, un bel po’ di strada fino al Colle di San Bartolomeo (l’odierno tunnel che lo evita era di là da venire, NdR). Dal colle guardiamo verso il Mongioie, ma cupe nuvole nel grigiore dell’alba c’impediscono qualunque vista.

Il Bocchin dell’Aseo salendo alla vetta del Mongioie
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Prudentemente proseguiamo in discesa verso Pieve di Teco, poi saliamo al Col di Nava, quindi in lieve discesa a Ponte di Nava. Qui ci fermiamo un po’, visto che a guidare gli scooter su queste strade si fa fatica.

Arriviamo al paesetto di Viozene alle 6.37. Ultimi aggiustamenti agli zaini, poi via verso Pian Rosso, quindi sostiamo (anche per uno spuntino) a due roccette isolate, giusto quello che cercavo per far esercitare un po’ su roccia i due amici più grandi di me.

Ma appena rimessici in cammino, attacca a piovere! Così indossiamo le vesti impermeabili. Io sono munito di giacca di pelle, giubbotto di lana di pecora, maglione e impermeabile. Perciò riesco a non bagnarmi, mentre gli altri sono più esposti di me.

Continuiamo a salire imperterriti nella nebbia, oltrepassiamo una lapide e raggiungiamo il Bocchin dell’Aseo 2292 m alle 9.45. Non si vede assolutamente niente. Ora dobbiamo ancora salire per 338 m. Per gioco, di mano in mano che saliamo, ogni tanto dirò quanti metri mancano ancora, nella speranza di azzeccarci e stupire i compagni non abituati a questi calcoli. Non senza mia sorpresa, quando dico “dieci metri” poco dopo siamo in un luogo che è senz’altro la vetta del Mongioie 2630 m!

Naturalmente si continua a non vedere nulla, ma la consolazione è che non piove. Mangiamo qualcosa accanto al mucchio di sassi della cima, fumiamo, poi ce ne andiamo, in tempo per beccare una bella bufera che ci accompagna al Bocchin dell’Aseo, dove arriviamo alle 11.15. Ora piove molto forte. Nel momento che smette, invece di correre verso il basso, ci fermiamo a un’altra roccia per una seconda esercitazione: solo dopo filiamo come dannati verso Pian Rosso. Quando ci arriviamo, io sono asciutto, a parte i piedi che ho fradici nelle mie amate scarpe a carro armato. Loro sono bagnati come pulcini, con i piedi asciutti però.

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Sotto una tettoia accendiamo un falò e facciamo scaldare e asciugare tutto, più che altro per non affrontare in quelle condizioni il rigido viaggio in moto di ritorno. Intanto fuori piove a dirotto. Alle 13.55 ce ne andiamo, approfittando di una pausa del diluvio: ma dopo neppure cento metri di discesa viene giù tanta di quell’acqua da farci entrare come naufraghi nella Trattoria del Tiglio di Viozene. Fradici e grondanti stiamo un po’ lì ma poi, dato il disagio notevole e visto che intanto non smette di piovere, usciamo, saliamo in sella e, sotto l’acqua a velocità molto ridotta, scendiamo a Ponte di Nava. Qui il diluvio diventa pioggerella fino a Pieve di Teco. E’ dimostrato che si può fare una gita sotto la pioggia.

21 settembre 1963. Augusto Guglieri, Vincenzo Gandolfo (mio cugino), Zefferino Abbo: con questi compagni vado la sera (sempre in moto) a Diano Marina alla ricerca di compagnia femminile. Ma è stata magra. Comunque Diano Marina notturna è assai eccitante…

29 settembre 1963. Questa notte ho dormito a Borgomaro, in una stanzetta non affittata della casa che non abbiamo più a disposizione. Alle 5.30 sono in piazza. Con Giampietro aspettiamo un po’ Adolfo, ma visto che quello non viene alle 5.35 partiamo. Oggi il tempo è bello, il viaggio ci pesa molto meno. Alle 7.15 siamo a Viozene. Getto un occhio alla villetta di Paolo Ghersi e vedo che è chiusa sprangata; proseguiamo per Carnino, dove arriviamo a fatica (della lambretta). Posteggiato il potente mezzo, alle 7.45 partiamo per il Passo delle Saline. Dopo una bella serie di prati, il sentiero s’interna nella valle, si riapre in una conca assai vasta. Poi ancora per erba al Passo delle Saline 2174 m, dove arriviamo alle 9. Cioè abbiamo impiegato 75 minuti per risalire un dislivello di 782 m: una media abbastanza buona considerando che abbiamo fatto delle piccole soste per essere sicuri di non sbagliare itinerario.

Dopo un breve riposo, ripartiamo alle 9.15 su per il costone della Cima delle Saline, nostra meta di oggi.

Lo spettacolo è meraviglioso: c’è il mare di nuvole fino a quota 2000 m circa, al di sopra il cielo è terso. Il Monviso è lì a due passi, a quattro passi il Gran Paradiso… Poi il Cervino, il Monte Rosa, il Grand Combin.

Anche se un po’ da lontano, è la prima volta che vedo dal vero i colossi delle Alpi Occidentali!

Ancora pochi passi e siamo in cima, altre gemme si aggiungono alla collana alpina: l’Argentera, il Marguareis, le Alpi Liguri tutte. Sono visioni stupende che non si dimenticano.

Siamo proprio in vetta alla Cima delle Saline 2612 m, ore 10.02. E’ tutto così bello che scendiamo solo alle 10.30, a malincuore. Più sotto fare esercizio su una roccia, poi pian piano alla nostra lambretta, fino a Borgomaro.

Panorama dalla Cima di Piano Cavallo: da sinistra a destra, Marguareis, Cima Pian Ballaur, Cima delle Saline, Rocce di Manco, Cima delle Colme/Monte Mongioie
Panorama dalla Cima di Piano Cavallo: da sinistra a destra, Marguareis, Cima Pian Ballaur, Cima delle Saline, Rocce di Manco, Cima delle Colme/Monte Mongioie.

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Go aid a pitch 03

Go aid a pitch 03 (3-4)
di Gabriele Canu

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Selvaggio Blu, Day 0 – Blu Moon (Prologo)
“ogni zaino dev’essere massimo 15kg, altrimenti vi tocca pagare di più!”. Aereoporto di genova, ore 15. Comincia così, da buoni liguri – con bagagli all’aria per spostare i pesi e per bagagli a mano dei bei sacchetti della coop – l’avventura di 4 loschi liguri in terra sarda. Ad attenderci nella Terra Promessa, un signore con un cartello con scritto “Gapclimb”. E vi ho già detto tutto, anche considerato che riconoscere 4 scapestrati in partenza per questa avventura, vi assicuro, non era impresa sì ardua. Dopo un viaggio di 2 ore con le schiene ben incollate ai sedili – scopriremo come alcuni sorpassi possano essere ben più pericolosi della permanenza plurigiornaliera in ambiente ostile – eccoci sbarcare a Santa Maria Navarrese, 8 di sera in pieno centro (…) città (…). Fontanella! Bene, riempiamo le taniche da 15 e 10 litri, e via verso la partenza. Inutile dire che, giunti alla partenza – un deserto piazzale dal tetro aspetto – scopriamo a malincuore il colore dell’acqua: gialla, forse un po’ arancione… non male, per essere l’acqua dei giardini dove giocano i bimbi! Ancora non siamo partiti, e già siamo alla prima decisione strategica… prendiamo coraggio, svuotiamo tutto, e ci fidiamo di un ipotetico punto di raccolta acqua “quasi certo”… a tre orette da qui. Un’ora a rifare gli zaini, un panino, una birra, e poi… e poi parte qui, dopo tempo che lo aspettavamo, il nostro “Selvaggio Blu”. Sappiamo che sarà una grande avventura, questa volevamo… e ora siamo qui, pronti, sicuramente felici di esserci anche se forse un minimo “intimoriti” da quel che potrà essere. Ma siamo stati noi ad aver voluto venire qui, l’abbiamo studiato bene e preparato, e ora che sono le dieci di sera, che abbiamo gli zaini in spalla, che siamo pronti a partire… beh, non sapremo cosa ci aspetterà… ma siamo pronti ad andare a vedere! Il cielo è terso, una bella stellata, e non fa neanche freddo… si parte! … è notte fonda ormai, ma bellissimo, questo lunghissimo sentiero che traversa mezzacosta un centinaio di metri sopra il mare! Andiamo via bene, veloci, fa fresco e camminare così quasi non pesa, e poi, finito il “prologo”, siamo alla -vera- partenza del percorso… e dopo aver camminato un’altra oretta, siamo al rifornimento d’acqua… che per fortuna c’è! Due a riempire le taniche e potabilizzarle, gli altri due a cercare la traccia per il giorno dopo e un buon posto dove passare la nostra prima notte… e tra mille risate, e un po’ di stanchezza, verso l’una e mezza le stelle ci danno la buonanotte… il prologo è finito: che l’avventura abbia inizio!

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Selvaggio Blu, Day 1 – Persi nel Blu
“tappa di non difficile individuazione”. Il team Gap mette subito le cose in chiaro: … chi sei tu, o omo, a mettere limiti alle nostre capacità di perderci?! … giammai! Così, illuso il nostro mistificatore non sbagliando una virgola sulla prima delle due tappe del selvaggio contro cui ci prenderemo a schiaffi oggi, non facciamo che un’oretta della successiva tappa prima di cominciare a non distinguere nemmeno un sentiero da uno stradone delle dimensioni pari al Grande Raccordo Anulare, e cominciare pertanto, seduti sconsolati su una pietra, a girare la cartina in tutti i versi possibili, autoconvincendoci di essere sulla Laurentina, e di avere a fianco il monte ginnircu. Resta un mistero capire come il ginnircu possa distinguersi da tutte le altre collinette a fianco, di eguali forme e quote, metro più, metro meno. Distinguere il ginnircu dal Su runcu nieddu, vi assicuro, non è come distinguere il Medale dal Fitz Roy… Fatto sta che, persi per persi, troviamo un’anima viva, un pastore della zona, e chiediamo con candida gioia, “… scusi, per porto quau?!”… un po’ come essere in piazza dei miracoli a pisa e chiedere informazioni per il colosseo. Tra l’altro, come chiederlo non all’APT, quanto piuttosto ad un individuo camuffato da pastore sardo, ma con l’accento più intorno al rumeno andante. La risposta “… per di là”, è tutto dire. Ore a ravanare nella fitta vegetazione, finché, tornando all’ovile (… che di solito è un modo di dire, ma qui no!) troviamo il vero pastore, che con accento sardo doc, ci illumina: “ah, porto quau?! Ci si arriva da ovunque!!!”. Essì, certo. Io e andre rimaniamo allibiti nel sentire tutte le spiegazioni dei vari itinerari per giungere a destinazione, e ubriachi di indicazioni, torniamo dai soci… ovviamente non ricordandoci nemmeno più se il “recinto di legno con cancelletto” è sull’itinerario 1,2,3,4… né tantomeno dove si collochino “i resti di un ovile abbandonato e distrutto”, e per giunta se siano prima o dopo della “straducola verso sinistra che poi scende e si prende l’altra discesa verso i resti di un ovile che si passano a destra, poi a sinistra, prima di prendere un’altra straducola da sinistra a destra”. Insomma, praticamente il pastore ci aveva fatto una bella supercazzola come fosse Antani, per giunta con scappellamento a destra… e noi ancora stavamo a ringraziarlo!!! E vabbè, via, si naviga “a vista” (… sì,

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vabbè, ‘a voglia, vedersi lì in mezzo a quella vegetazione!), finché, traversa traversa, giungiamo sul bordo di un grosso canale. Fortuna che da piccoli i nostri quattro bipedi avevano letto tutti i manuali delle giovani marmotte, e infatti concordarono tutti e quattro: “… ma certo, questo non può che essere bacu mudaloru!”. E poco dopo, concordarono che in effetti, vada per il possibile errore di taratura dell’altimetro, vada la pressione che andava cambiando, ma se l’attraversamento del bacu era dato a quota 170, e noi eravamo a quota 630, qualcosa in quel vecchio biplano a motore… e qui altro che amaro montenegro, qui di amaro c’è solo l’infinita discesa: 2h abbondanti per ben 400 metri di dislivello. Però! Fatto sta che a quota 200 nulla, 180, 170, 160, 130, 110… e i nostri quattro eroi, sconsolati e senza la minima idea di dove si siano cacciati, e con il buio sopra le loro teste, e nel cuore un’emozione, decidono per la soluzione finale: dritti per il bacu fino al mare, poi, domattina, se ne riparla!
… e non so come raccontarvi i restanti 100 metri di dislivello (e ottomilaquattrocento di sviluppo o giù di lì!), in un ambiente simil foresta tropicale: la lotta con l’alpe, qui portata ad una più congrua lotta con la giungla mediterranea ha inizio, dopo 10 ore di cammino è quello che ci vuole, si lotta, lo zaino si impiglia ovunque, si suda, ci si avvinghia alle liane, si sfondano muri di arbusti prendendo la rincorsa, si cammina a quattro zampe… ormai vale tutto! … ma a un certo punto, ore dopo, Mich penetra la notte stellata con un urlo: “IL MAREEEEEEEEEEE!!!!”. Per tutto questo tempo, da qualche ora a questa parte, non facevamo che chiederci dove fossimo finiti. Non era passato che un giorno, ed eravamo già abbrutiti, vestiti strappati, sguardo stravolto, schiena distrutta… e non avevamo la minima idea di dove fossimo. Poi, mentre Mich e Ricky iniziano le pratiche per accendere un bel fuoco per chiudere questa giornata, io e Andre scendiamo alla caletta pochi metri sotto, guida alla mano… “però, questa foto ci assomiglia…” – “c’è anche la placca liscia a destra, gli alberi lì…” – “… siamo a Porto Quau, ga!!!”.

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A questo punto inseriamo la presentazione che Gabriele fa dell’amico Ricky:

Ricky giunge al GAP dopo una lunga preparazione atletica; interi tiri da rinvio a rinvio, seguendo l’arte del mitico Richard (l’unico uomo al mondo a tirare TUTTI i rinvii della INPS a Pianarella TRANNE UNO!). In grado di addormentarsi due volte nel giro di quattro giorni su due soste di due vie diverse. Noto per il suo eclettismo, passa dalle grotte, alla mountain bike, al curling, alle gare di pentathlon acrobatico, il tutto nella stessa giornata, e la sera passa da chiaretta. Effettivamente nell’elenco fatto manca la scalata, ma fatta come la fa lui può tranquillamente rientrare nelle quattro attività menzionate. Ex maratoneta, ex ammaestratore di girini, ex campione di UNO (autore tra l’altro della prima solitaria invernale di un torneo del noto gioco da tavola), attualmente pare abbia la tendenza a sopravvivere inventando gare di mountain bike, e si dice che le organizzi in modo tale che almeno uno si sperda per le colline del finalese per dare alla gara un brivido finale. Il tutto mentre tutti ormai mangiano e bevono e se ne battono i maroni del poveraccio disperso, salvo il medesimo individuo, i vvff, i carabinieri, la questura, il comune di finale; inoltre ha la tendenza a distruggersi le caviglie sfracellandosi su lunghi rettilinei pianeggianti. Da consumarsi preferibilmente entro il 20 ottobre 2011.
NDA: per dovere di cronaca, in seguito a dura contestazione ricevuta a mezzo sms dall’interessato, si precisa che il sig. Richard, in arte Richard, si ritiene “certo di aver tirato TUTTI i rinvii sulla INPS, anche quelli sull’imbrago di chi mi aspettava in sosta”….
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Selvaggio Blu, Day 2 – … ma il cielo è sempre più Blu!
Ancora increduli dell’essere giunti a Porto Quau senza nemmeno aver capito se eravamo nella regione giusta – fatto confermato solo dall’accento del pastore di cui al Day One – eccoci al risveglio per una tappa che, almeno questa!, non dovrebbe crearci troppi problemi, giungendo nella splendida Cala Goloritzé… un deja-vu per tre quarti del gruppo. E in effetti, quattro minuti dopo essere partiti, ga è già disperso nelle fresche frasche sarde, ma dopo una lotta corpo a corpo con enormi corbezzoli, ha la meglio e torna sulla retta via… scuoiato come un cinghiale, ma ancora in grado di intendere e di volere. Non riusciamo a perderci nemmeno nella discesa di un enorme bacu – cosa sulla quale avremmo potuto scommettere oro! – e poi, risalendo, le patetiche scene per riempire le nostre taniche ormai a metà, con un meraviglioso seppur pericolante canale di scolo poggiato su un albero che porta la poca acqua piovana che riesce a strappare all’arido terreno dentro una grossa tanica. Inutile descrivere il colore dell’acqua… lo lascio alla vostra fervida

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immaginazione. In compenso l’opera di potabilizzazione sembra andare a buon fine, nonostante il colorito un po’ smorto… e noi sopravviveremo. Forse!Poco dopo, dopo averci regalato scorci stupendi su tutto ciò che sarà di noi nei prossimi giorni, la natura si vendica con noi ingrati e ci piazza davanti la ripidissima e durissima risalita – incredibile come 400 metri di dislivello possano essere così massacranti! – che ci toglie ogni energia, sembra sempre lì sta sommità, invece si sale, si sale, si sale per pietraie ed enormi distese rocciose lavorate dall’acqua e dai millenni… finché non giungiamo laddove non c’è più da salire, dopo cinque o sei ore, sotto il sole e con gli zainoni – chi più, chi meno – a schiacciarci la schiena. Lo svacco è massimo, siamo contenti di essere qui, siamo nei tempi, vicini a un bellissimo ovile, il meteo è dalla nostra… e ormai da qui è solo discesa. Ahhhh, già già, bella bella la discesa su sto tipo di terreno e con sti zaini…!! Rischiamo di perderci proprio qui sul più bello, ma un attento sguardo alla carta (sì, vabbè, dai, si fa per dire) ci riporta sulla retta via, e dopo otto ore, finalmente su una mulattiera degna di tal nome, giochiamo a chi riconosce per primo l’Aguglia… ed eccoci qui, Porto Quau-Cala Goloritzé è in saccoccia, sono le due e mezza… è presto, e possiamo rilassarci (?!?) in vista delle prossime due tappe, la prima la più ostica e facile da disperdere, la seconda… beh, quinta e sesta tappa da unire, altrimenti altro che traghetto Olbia-Genova, martedì sera!… ma prima di andare a nanna, c’è andre che aveva un sogno: salire sull’Aguglia – per lui la prima volta! – durante queste folli giornate… sono quasi le tre, ga ha visto la roccia e non capisce più niente, le scarpette – e solo quelle, e solo le sue! – nello zaino ci sono… e perché non dare una mano agli amici per realizzare un sogno? “Dai andre… presto che è tardi!!”.

Selvaggio Blu, Day 2 – Easy Gymnopedie
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Selvaggio Blu, Day 2 – Easy Gymnopedie
… e così, anche quest’idea malsana l’abbiamo realizzata! … come dire, scalare l’aguglia dopo 8 ore e mezza di avvicinamento con lo zainetto da 20 chili ti dà tutta una soddisfazione diversa… ma che voglia di scalare! … e così, la giornata è bella, non fa freddo… ma ci son solo due ore di luce! … ma ga, senza zainetto in spalla e con le sue inseparabili katana (i 450 grammi portati più volentieri sulle spalle) ai piedi, dopo aver racimolato un po’ di moschettoni singoli e ghiere li centellina quanto può lungo i tiri, andre con le scarpe da trekking non perde un colpo, e così… di nuovo qui, questa volta a goderci il tramonto!… bella l’aguglia, bellissima, un “missile” stampato in questa cala splendida… andre è felice, ci teneva a salire quassù… ed eccoci qua! … e ora è il momento di scendere… c’è da far legna, accendere il fuoco, preparare cena, riordinare… è lunga prima di nanna! … domani si torna a scarpinare, niente più tacchette, buchi, reglettes… d’altra parte – e questo penso si fosse capito – … non siamo mica qui per divertirci!!

Selvaggio Blu, Day 3 – Impegnativo Blu
Ed eccoci qui. Chi l’avrebbe mai detto, il giorno prima metà team poco prima del tramonto era nel punto più alto della cala, l’altra metà – sfiorando l’ibernazione – era nel punto più basso, immersi nelle stupende acque blu di questo luogo magico… La splendida alba dalla cala è un momento imperdibile, ormai in compagnia di un simpatico cagnetto, che da ieri alle 3 ci tiene compagnia. Ci facciamo prendere – e come, no?! – dalla voglia di una bella sboulderata su un masso nella cala… la tentazione di farsi male in maniera idiota proprio alla vigilia della tappa più impegnativa del percorso, è troppo grande… Ma è ora di finirla con questi stupidi momenti poetici… è il momento di tornare a scarpinare! Ogni volta che rimettiamo lo zaino sulle spalle, è come guardare dritto in faccia il nostro avversario sul ring senza aver sentito suonare l’inizio dell’incontro… ma la prima mezzoretta facile facile ci aiuta a prendere confidenza, sinché non sbattiamo dritti contro un muro di una quindicina di metri che si frappone al nostro cammino… e finalmente anche le corde che ci portiamo sulla schiena da una ventina d’ore si impregnano di un loro significato! Certo è che trovare degli spit in una cosa “selvaggia” non lascia indifferente ga, che non può che esimersi dall’ignorare un vetusto spit e passare un cordinetto intorno a un alberello. Ciò che è selvaggio, lasciamolo tale! Certo salirci con venti chili sulle spalle regala emozioni, quarto grado o cosa sia, ci rendiamo presto conto che “divertirsi” è un’altra cosa… ma son sicuro che si poteva capire anche senza averci una cassapanca sulla schiena! Il muretto successivo, quartopiù secondo la guida, invece è corto, sprotetto e… quartopiù “d’altri tempi”. In compenso, la caduta è di quelle consigliate

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dai migliori ortopedici. ga evita spiacevoli inconvenienti (e una visita medica onde decidere cosa fare dei resti delle sue vertebre sacrali) scalando senza zaino, e così pure gli altri. Tranne mich, diavolo d’un purista!!! La traccia ora riprende tranquilla ed evidente (… diciamo “ovvia“, và là…), salvo che non riusciamo a trovare, nell’ordine: “un’enorme grotta”, “i resti di un ovile”, “una mulattiera che incrocia la nostra traccia”. Vabbè, oh, non avremo una buona vista, ma qualche altra buona qualità la avremo! (… ?!?) E via di cartine, relazione, altimetro, bussola per poi capire… che non ci abbiamo capito niente. Ma l’istinto la fa da padrone, e quando mich dice “per di qua, miei prodi!”, nessuno ha il coraggio di controbattere… probabilmente per stanchezza, di sicuro non per fiducia nel socio. Incrociamo in breve una mulattiera ben segnata, e dopo poco rischiamo di prendere una testata contro un’enorme ovile. E fin qui ci siamo. “… dove sarà facile trovare due grosse taniche sempre ben rifornite durante l’anno d’acqua piovana”. E certo. Ben rifornite quasi come il cestello del gusto limone in una gelateria in centro livigno il 4 gennaio, verrebbe da dire. Ma noi – che lo ricordiamo a chi si fosse messo all’ascolto soltanto adesso – non siamo polemici, facciamo finta di nulla, e dopo una litigata d’altri tempi tra ga e ricky (l’acqua comincia a scarseggiare…!), possiamo riprendere a perderci. E non ci facciamo mancare niente: dopo pochi minuti stiamo scendendo lungo un bellissimo sentiero, ben segnato per giunta… ma qualcosa comincia a non corrispondere, quote, versante… uhmmmmm… e dopo un breve summit tecnico (giusto il tempo tecnico di capire che siamo quattro babbei… si risale. Giungiamo a un enorme ometto di pietre ormai all’ora di pranzo, e non abbiamo di meglio da fare che disquisire – stavolta in maniera lievemente più seria – sull’acqua. 12 litri in 4 per due giorni e mezzo. Ma è il momento di far gruppo, e dunque ga se ne esce con la sua teoria (riportata da chissà quale fonte): “le taniche ‘sembrano’ mezze vuote. Ma in realtà sono piene, interamente piene. Per un terzo di acqua, e per due terzi di aria!”. Lasciati basiti (e inorriditi) i ¾ del gruppo, si può ripartire. Sembra incredibile quanto queste idiozie possano ridare morale; e infatti, chiaramente non succede. A ridare conforto al team Gap, sono i segnavia… vagamente rari, un po’ tipo cercare gli spit sulle vie –a spit!- di koller. Di qui in poi troviamo tutto, una pietraia infame, Mich rotolanti, discese ghiaiose, paretoni strapiombanti, traversi di qui, traversi di lì, frane di lì, dirupi di là, boschi sospesi ripidissimi… e infine una calata. Poi bellissime ed enormi grotte una dopo l’altra, a due passi dal blu, e quando stiamo ormai quasi a fine tappa, un bel regalo: un otre e un fustone di acqua limpida raccolgono lo stillicidio di due stalattiti. Non possiamo negarlo; siamo felici di essere qui, abbiamo trovato l’acqua! … ora sta solo a noi, portare a termine la nostra avventura! … a chiudere la giornata, lunga e faticosa, saranno due notizie: la prima è che la bomboletta del gas è tristemente mancata all’affetto dei suoi cari; la seconda è che il trust di cervelli di un informatico e di un medico ha in serbo una soluzione che ciccio mcgyver dovrebbe solo che inchinarsi…

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Selvaggio Blu, Day 4 – Sbattone Blu
E fu sera, e fu mattina. La giornata di ieri ci ha spappolato le risorse mentali e fisiche – dura st’avventura, di testa e di fisico! – ma oggi siamo davvero carichi… meglio così, non possiamo concederci errori e dobbiamo andare a mille: tappe 5 e 6, totale 10h30, impegnative e ora la stanchezza comincia a farsi sentire. Ma ora comincia a esserci il “gruppo”, quello spirito per cui oggi, partenza con le frontali, ci porterà di sicuro a Cala Sisine, a qualunque ora del giorno o della notte. Arriveremo perché siamo un gruppo, e perché vogliamo arrivarci! Sembra quasi di partire per una grande via delle Alpi, invece siamo “solo” qui, a 100 metri dal mare, a 10 km dalla civiltà. A piedi. Eppure siamo “dispersi”. Per esserne sicuri, cominciamo a non trovare le tracce dopo 50 metri; ma la retta via è subito ritrovata. Ci troviamo a passare in enormi grottoni a cielo aperto, e poi, un piccolo buco. Albeggia, è un’altra giornata stellare, e noi con le frontali ci infiliamo in questa grotta, strepitosa, stalattiti appese a forma di enormi sciabole incombono sulle nostre teste, e un otre e una tanica, a raccoglierne lo stillicidio, ci danno il segnale: arriveremo – vivi, per giunta! – a Cala Sisine! … ma piantiamola lì con tutto st’entusiasmo… mancano ancora due giorni interi. Troviamo la prima calata e guardiamo i tempi “grandi, raga, questo è andare! siamo in anticipo di 50 minuti sulla tabella di marcia!!!”. Essì, certo. Non fosse che il sacro testo riporta un patetico errore di stampa… “contrordine, raga… siamo in ritardo di dieci minuti…” – “ma bravi lo stesso…”. Quattrocento chilometri (e mezzo) di traverso, e giungiamo a un murettino di III (…); è tardi, ce la sentiamo tutti, non tiriamo fuori la corda e, a turno, troviamo tutti lungo: e son soddisfazioni, eh! Poi stiamo sette-otto ore a interpretare l’espressione “compiere un semicerchio in senso antiorario” (?!), ma dopo averlo fatto e aver sbattuto un paio di volte la testa contro un masso di ciclopiche dimensioni, andiamo a intuizione, e forse fu per gioco o forse per amore, troviamo un ometto a portar conforto alle nostre teorie, e allora via, di corsa, su e giù per le scale “i fustes”, e ora c’è l’amletico (ed etico!) dubbio: siccome tutti qui si perdono, molti preferiscono la variante facile che segue una mulattiera. E anche noi, essendo strettissimi con i tempi, oggi non possiamo rischiare di perderci una volta. Infatti, ignorata a piè pari la variante senza una votazione ma direttamente con un solo sguardo, ci perdiamo DUE volte… oh, che l’etica sia etica! La prima volta sbagliamo totalmente cengia; peccato, era troppo una figata! La seconda, ci troviamo per i primi due segnavia, sbiaditi e lontanissimi; e poi è caccia all’ometto. Dispersi nella macchia come quattro pellicani nel petrolio, la lotta è impari, ometti ovunque, vegetazione fitta, rovi, liane, pietraie, tutto nel giro di un metro quadro. Scandagliata la zona, un urlo di Andre indica la fine delle ostilità: un evidente (…) segno blu si è palesato! Da lì, tutto facile, “in breve svettare” (!?!) e trovare la comoda mulattiera. Ah, ah? Di vette nemmeno l’ombra, di mulattiere non ne parliamo… boh?! Dopo una ravanata cosmica durata quella sporca mezza dozzina d’ore, troviamo un abbozzo di mulattiera, che si interrompe ogni 3×2… miii, sta tappa non finisce mai! … finirà quando decidiamo di essere arrivati alla fine, con un piccolo dettaglio: il bellissimo e grande ovile, non c’è. Ohhhh, vabbè, ma che palle che siete, stiamo mica a fare i puntigliosi. Magari è stato abbattuto dalle Belle Arti, oppure era un abuso edilizio mai condonato, insomma, noi mica siamo così precisi, se un enorme ovile non c’è, probabilmente la guida non è abbastanza aggiornata! Tappa 2, ore 12.30 si riparte. Ritardo accumulato: 1 ora. Stanchezza accumulata: lasciamo perdere. Qualche sbiadito e raro bollo blu ci porta in breve al bellissimo passaggio tra due pareti alte 20 metri, un piccolo canyon

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già visto in fotografia che ridà fiducia al nostro operato. Due calate vanno via veloci, e in breve siamo nel bellissimo e immenso bosco sospeso. Siamo in ritardo! Troviamo la traccia più facilmente di quanto pensavamo, e dopo aver detto “mich, siamo in ritardo: pensaci tu!”, ci ritroviamo poco dopo a pentircene amaramente, attraversando il bosco a una velocità folle! Siamo carichi a mille, e attraversato tutto il bosco, diamo uno sguardo all’ora: alla fine della calata eravamo in ritardo di 30 minuti, alla fine del bosco… in anticipo di 50 min sulla tabella di marcia! Riprendiamo a correre, rischiamo comunque di far notte e c’è ancora da scalare e far doppie (… e perdersi!)… ma per fortuna ormai non sentiamo più nulla, ormai ci siamo caricati a molla e nulla può più fermarci… salvo un segno blu di troppo che ci porta fuori strada, in vista dell’enorme cala sisine, a girare come 4 cretini su e giù per scarpate. Ma alla fine è fatta, nervi a pezzi ma un’ultima calata e gli ultimi dieci minuti a piedi ci consegnano al tramonto su cala Sisine… e, come alla fine del primo giorno sul Pesce, con lore sulla grande cengia con le grandi difficoltà alle nostre spalle, ci abbracciamo di gioia… siamo veramente stravolti, sfiniti, sfibrati… ma ora, qui e adesso, sappiamo che abbiamo tra le mani il “nostro” selvaggio blu… domani, come all’ultima tappa del giro d’italia, sarà ‘solo’ la passerella finale… e con i ricordi e le istantanee di una giornata straordinaria a tenerci compagnia… buonanotte!

 

Selvaggio Blu, Day 5 – Selvaggi Blu
… ed eccoci qui. L’alba su Cala Sisine è un momento straordinario… è un po’ come la firma a un’avventura stupenda, che oggi si concluderà a Cala Fuili, con il ritorno alla civiltà, alle macchine, al porto, ai fast food, ai centri commerciali. Sono passati solo 4 giorni, certo. Ma quattro giorni di un’intensità e di una pienezza davvero rara, ci sembra di essere dispersi da un mese. Cosa raccontare di questa tappa? … poco. Questa è davvero poco più di una passeggiata su sentieri ben segnati, cominciamo a intravedere la mano dell’uomo in tanti piccoli accorgimenti a cui non eravamo più abituati, gli zaini sono più leggeri (…), lo spirito pure, anzi, ci lasciamo senza troppi problemi prendere da un po’ di stanchezza… e di voglia di casa, dai, diciamocelo… è il momento di tornare! Solo brevi istantanee di questa giornata, dall’alba, alla dura risalita degli ottocento metri di dislivello al primo mattino, all’infinita discesa verso Cala Luna, con le caviglie doloranti, le ginocchia che chiedono pietà, all’incontro ravvicinato di ga con un rametto di discrete dimensioni dritto sul viso – fortuna che ci siamo portati dietro un quasi medico… – l’incontro con altri due ragazzi passati poco prima di noi per le stesse tracce e con lo stesso spirito, e poi via, ancora l’infinito traverso verso Cala Fuili, al quale giungiamo, quasi increduli e in condizioni devastanti, intorno all’una. Dopo la foto di rito per i Selvaggi Blu, rimane solo un’ultima idiozia per concludere veramente nel modo più stupido… ci son le scalette che salgono all’asfaltata che porta a cala gonone e poi alla civiltà, ma a fianco c’è uno sperone roccioso con tante viette… e due tiri facili e senza ferramenta per arrivare a sostare, cordone sulla ringhiera… proprio dove finisce il selvaggio e ricomincia la civiltà. Sta calando il sipario… dopo cinque incredibili giorni, il (nostro) Selvaggio Blu… finisce qui!

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Selvaggio Blu, Day 5 – Conclusione
“Non è vero. Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto:”Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in Primavera quel che si era visto in Estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre  (José Saramago)”.

… è stato grandioso. Un’avventura vera, di quelle che non si dimenticano. Da quando siamo atterrati a cagliari e finiti a Santa Maria Navarrese, è iniziato un viaggio di cinque giorni intensissimi, pieni, bellissimi. Ci hanno accompagnato un sole stupendo, quattro zaini stracolmi, un ambiente da lasciare senza fiato. E senza fiato lo siamo rimasti lungo le durissime salite, gli infiniti traversi, la terribile macchia mediterranea sarda. Abbiamo lottato con i mughi, con i corbezzoli, con gli arbusti. Abbiamo strappato tutti i vestiti, abbiamo strisciato per non aggrovigliarci nella vegetazione, corso per non farci sorprendere dal buio. Abbiamo perso la retta via mille piccole volte, e solo tre o quattro un po’ più seriamente, abbiamo vissuto il momento del suicidio della bomboletta del gas, ma ci siamo ingegnati e abbiamo cenato lo stesso. Abbiamo visto albe infuocati e tramonti straordinari, talvolta rischiato di linciarci per un po’ di tensione, ma insomma, eravamo semplicemente ‘noi’… nel bene e nel male, nei nostri lati positivi e in quelli negativi, ognuno con il suo modo di vedere le cose, ma uniti da una voglia di vivere una vera avventura nello stile più ‘pulito’ possibile. Abbiamo condiviso emozioni che ci porteremo sempre dentro, visto posti di una bellezza talmente profonda da non poter essere descritti a parole, vissuto bivacchi meravigliosi, sognato persone lontane. Insomma, è anche difficile trovare le parole per descrivere quest’avventura… forse, in realtà, questi cinque intensissimi giorni abbiamo semplicemente VISSUTO. E altrettanto semplicemente… indimenticabile.

Il racconto si conclude con un sibillino PS: … e non la vogliono capire….

Data: 23-27 novembre 2012

(continua)

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Cavalcata dell’Appennino Ligure Genovese

Prima che fosse inventata l’Alta Via dei Monti Liguri: l’idea di traversare con due sole grandi gite le montagne che circondano Genova.
La presunzione di chiamare quest’impresa “Cavalcata dell’Appennino Ligure Genovese”, facendola cominciare in provincia di La Spezia ma facendola terminare ben prima del Colle di Cadibona.
Lo stupore di fronte al cibo che ingurgitavamo… ma forse allora tutti mangiavano di più.
E infine: la scarsità del risultato…

 

Cavalcata dell’Appennino Ligure Genovese
(dal mio diario, giugno 1963)

La traversata in lunghezza dell’intero Appennino Genovese! Io e Marco Ghiglione siamo come impazziti. Progetti su progetti, decisioni su decisioni e alla fine il programma è pronto. Abbiamo compilato l’itinerario con i dettagli, nonché l’orario per la prima parte. Durata della traversata: otto giorni. I primi quattro dal Monte Gottero al Passo della Scoffera; poi gli altri quattro, dopo un riposo di tre-quattro giorni, dalla Scoffera al Giovo del Sassello.

Il Monte Gottero, la prima montagna significativa in programma
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Abbiamo compilato un elenco del materiale:
16 carte geografiche 1:25.000 UTM, 2 zaini, 1 bussola RECTA, 1 termometro, 2 macchine fotografiche e accessori, cassetta medicinali, coltello e simili, guida FIE, cordini, forbici, attrezzi, ago/filo, saccopiuma, coperte, tenda e accessori, pile, lanterne e accessori, fiammiferi, fornello a gas, fornello a meta, gavette, pentola, tegamino, posate, apriscatole, matita, bloc notes, programma, denaro, 2 orologi, sveglia, 4 borracce, telo impermeabile, documenti personali, lente, campanello, specchietto, nastro adesivo, metro da sarto, pettine, fazzoletto scout.

L’attuale vetta del Monte Beigua, ultima vetta significativa del nostro programma
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Abbiamo compilato un elenco dell’abbigliamento:
scarponi, calze pesanti, pantaloni lunghi, pantaloni corti, maglieria intima, cinturini, maglie leggere o camicie, maglioni lana, giacche a vento, copricapo, fazzoletti, occhiali da sole.

Ed ecco la distribuzione organica dei viveri. Ci si riferisce solo ai primi quattro giorni e tutti gli alimenti devono essere divisi equamente tra i due partecipanti:
Primo giorno.
Colazione a San Pietro Vara: focaccia 2 etti; primo spuntino: 4 banane, due pesche, 1 lattina di birra; secondo spuntino:  4 banane, due pesche, 1 lattina di birra; pranzo: 1 pollo, 2 fette arrosto, 4 banane, 4 pesche, 1 lattina di birra; merenda: 6 gallette, ½ barattolo di marmellata di pesche; cena: 1 pollo, 1 tonno varietà, 2 uova, 1 bustina tè.
Secondo giorno.
Colazione: 1 barattolo latte in polvere, 5 gallette, ½ barattolo marmellata castagne; primo spuntino: 6 formaggini Milkana, 1 lattina di birra; secondo spuntino: 1 noce di cocco; pranzo: 250 gr. pasta, 1 tonno varietà grosso, 1 lattina di birra, 1 barattolo pesche sciroppate; merenda: 5 gallette, ½ barattolo di marmellata di pesche; cena: 4 patate, 1 tonno, 2 uova, 1 bustina di tè.
Terzo giorno.
Colazione: 1 barattolo di latte in polvere, 5 gallette, ½ barattolo di marmellata di castagne; primo spuntino: 1 jambonnet Montana, 1 lattina di birra; secondo spuntino: 5 formaggini Milkana, 1 lattina di birra; pranzo: 1 lattina di ravioli, 1 scatola fagioli stufati, 1 scatola ananas sciroppato, 2 succhi di frutta; merenda: 5 gallette, ½ barattolo di marmellata di pesche; cena: 1 dado da brodo, 100 gr di pastina da brodo, 4 patate, 2 uova, 1 bustina di tè.
Quarto giorno.
Colazione: 1 barattolo di latte in polvere, 5 gallette, ½ barattolo di marmellata di pesche; primo spuntino: 5 formaggini Milkana, 1 lattina di birra; secondo spuntino: 1 noce di cocco; pranzo: 250 gr pasta, 1 scatola fagioli Bevilacqua, 2 succhi di frutta, 1 barattolo pere sciroppate; merenda: 5 gallette, liquore.

Al programma sono da aggiungere cioccolato, acqua e zucchero a volontà.

Il programma
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Lunedì  17 giugno 1963 fervono i preparativi, si comprano i viveri, si dispone il tutto negli zaini. Subito pare che non ci stia tutto, poi invece riusciamo a comprimere ogni cosa.
Il 18 giugno sveglia alle 4.00. Esco e vado a casa di Marco dove c’è ancora qualche faccenda da sbrigare, il mio zaino è a casa sua. Dopo le ultime verifiche e spunte usciamo di casa alle 5.20, barcollanti sotto il peso del bagaglio. La temperatura è di 19°. Ci dirigiamo alla Stazione Brignole, compriamo i biglietti e pesiamo gli zaini, 25 kg quello di Marco, 22 kg il mio. Partiamo alle 6.06. e arriviamo a Sestri Levante alle 6.55. Ci concediamo una prima colazione al bar. Il tempo promette bene e partiamo con la corriera alle 7.25, come previsto. Arriviamo a San Pietro Vara alle 8.38.

Sorgono subito le prime difficoltà nel reperimento strada, ma alle 8.43 partiamo, attraversando il fiume Vara e arrivando a un bivio. Chiediamo a due donne la strada per Costola e ce ne viene indicata una. Per nostra disgrazia non abbiamo la carta militare Sesta Godano, quella che descrive dove siamo noi adesso. Così sbagliamo, e ci troviamo su una dorsale, tra il Vara e il torrente Stora. Mentre il caldo si fa già sentire, siamo demoralizzati e fuori strada. Decidiamo di scendere a sud e dopo un bel po’ di cammino siamo di nuovo nella valle del Vara, sulla strada per Costola, che sale ripida. Con il carico che abbiamo, già non ne possiamo più. Marco resta indietro (ha tre kg più di me), ci fermiamo spesso ansimando e colando sudore a secchi. Finalmente alle 10 arriviamo a Costola, una piccola frazione senza quasi abitanti, e lì facciamo lo spuntino previsto. Il sole ora picchia più forte, siamo a 509 m. Poi saliamo per la Costa Lavagello, ci sentiamo più rinfrancati. Ma dura poco: arrivati alle Case Foce 731 m crolliamo come stracci e facciamo il secondo spuntino sotto gli alberi. Da lì ripartiamo alle 11.55, ma secondo l’orario dovevamo ripartire da lì alle 10.08. Abbiamo quindi 107’ di ritardo. E siamo solo all’inizio, perché la strada che segue è schifosa. Rami di ogni tipo, caduti o tagliati, ingombrano il sentiero, insieme a rovi e tronchi abbattuti, una marcia faticosa e lentissima. E non sappiamo dov’è la Colla del Lago, non riusciamo a individuarla. Siamo stanchissimi e nervosi. Finalmente arriviamo alla Colla del Lago 973 m, alle 12.27, con 119’ di ritardo. Nel caldo infernale, ci fermiamo a mangiare. Dopo mangiato, faccio un giretto e mi convinco che quella su cui siamo sia veramente la Colla del Lago.Marco ha uno stiramento muscolare sopra al ginocchio sinistro. Si mette su una crema a dir suo speciale, poi ripartiamo, con 142’ di ritardo. Scendiamo un poco, poi risaliamo verso il Passo Pian di Lago 937 m, mentre la vegetazione gradualmente scompare. Il passo è largo e aperto, molto panoramico. Ripartiamo alle 13.25 con 170’ di ritardo. La salita per la Costa dei Netti è bestiale e indescrivibile. Riposiamo ogni minuto, mentre lo stiramento di Marco peggiora: giunge al punto che, quando tende il muscolo, deve aspettare due-tre secondi che questo si rilasci. In questo modo non riusciamo a percorrere molta strada e il ritardo aumenta spaventosamente.

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Arriviamo sul Monte Pizzofreddo 1518 m in uno stato pietoso alle 16.50, con la bellezza di 315’ di ritardo. Come lupi ci buttiamo sulla merenda, facciamo qualche foto. Incontriamo un pastore che ci dice che la sella tra M. Gottero e M. Pizzofreddo si chiama Sella del Pizzofreddo e che quella tra il Gottero e il M. Chiappa si chiama Sella del Rascià. Dopo i saluti, ripartiamo alle 17.35. Per fortuna la temperatura è scesa a 13°, si profilano da lontano molte nuvole. Scendiamo alla Sella del Pizzofreddo e da lì, mentre le nuvole ormai ci hanno raggiunti, saliamo al Monte Gottero 1639 m, ultima vetta dell’Appennino spezzino.

Arriviamo in cima spazzati da un vento fortissimo. Sono le 18.31 e abbiamo 386’ di ritardo, quasi sei ore e mezza. Ci conforta sapere che per un po’ non dobbiamo più salire. Il cielo è ormai tutto coperto. Il muscolo di Marco comincia a migliorare. Ripartiamo e scendiamo la cresta per il Monte Passo del Lupo. La temperatura è calata parecchio, comincia a nevischiare.

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Ci uniamo a un contadino diretto a Montegroppo. Si fa buio, ma ci si vede ancora. Lasciamo il nostro accompagnatore per salire il Monte Bertola 1196 m, ancora nevischio e vento forte. Arriviamo in cima alle 19.32 con 298’ di ritardo. Scendiamo a rotta di collo verso una cappelletta, dove incontriamo ancora il contadino. Ma ripartiamo quasi subito, saliamo sul Monte Lago Secco 1117 m. Nella nebbia, dopo essere scesi, saliamo a casaccio sul costone per il Monte Scassella 1228 m. E arriviamo in cima, con dieci metri di visibilità, dopo una salita estenuante. Sono le 20.25, ritardo 305’. Ora scendiamo al buio e nella nebbia verso la carreggiabile per il Passo Cento Croci. La raggiungiamo e la seguiamo fino alle 21.15, con la speranza di vedere il passo. Speranza negata.

Bagnati e infreddoliti piantiamo la tenda, con tutti i picchetti a disposizione per via del vento. La cena si svolge convulsa, prima di cadere inerti nel sonno.

Alle 5 del 19 giugno mi alzo, esco e trovo lo stesso tempo della sera precedente. Accendo il fornello a gas e dopo un po’ mi aiuta anche Marco. Prepariamo un latte disgustoso, ci mangiamo fette biscottate e marmellata.

Alle 6 partiamo e, a passo turistico arriviamo finalmente all’albergo del Passo Cento Croci. Lì, posati gli zaini, chiediamo del caffèlatte, cerchiamo di telefonare a Genova, senza riuscirci. Raggiunto il Passo Cento Croci (ore 8.30, sedici ore e venti minuti di ritardo), lo oltrepassiamo e scendiamo a un altro albergo. Qui riusciamo a telefonare, dicendo che se il tempo accenna a diventare bello continuiamo, se no torniamo a casa.

Passa la mattinata nell’attesa e non ci sono miglioramenti. Ordiniamo il pranzo e poi usciamo. Un po’ di sole c’è, ma non soddisfa Marco. Io vorrei continuare, mentre lui vuole tornare indietro. La corriera passa alle 16.05 e noi ci stravacchiamo su un prato a dormire. Mi sveglio alle 15.45 ma mi guardo bene dallo svegliare il mio compagno: così magari perdiamo la corriera e saremo costretti a continuare… ma purtroppo si sveglia anche lui. La corriera è puntuale e inizia il triste viaggio di ritorno. Ma il progetto resta e dev’essere attuato.

 

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Il ticket di Goloritzé

Il 26 luglio 2016 sulla pagina facebook Comune di Baunei – Santa Maria Navarrese appariva la notizia che dal 1° agosto 2016 il sentiero di accesso alla famosa Cala Goloritzé sarebbe stato percorribile solo a pagamento. Nella data indicata l’esperimento, come lo stesso Comune lo ha definito, ha avuto inizio.

Il 29 luglio c’è stata un’operazione congiunta fra uomini della Polizia Municipale di Baunei e del Corpo Forestale della BLON di Arbatax: all’alba, dieci persone, tutte di nazionalità straniera, sono state sorprese a bivaccare nell’arenile di Goloritzé. A tutti è stato contestato il mancato rispetto dell’Ordinanza Comunale sull’Uso turistico del territorio comunale e quindi a tutti è stata elevata contravvenzione.
E’ curioso che ancora oggi (3 ottobre), sul sito ufficiale del Comune, non ci sia traccia della delibera 34 del 25 luglio 2016, giorno in cui la maggioranza del Consiglio comunale ha votato il Progetto sperimentale Goloritzé. Su facebook, il 2 agosto 2016, la chiede anche Gianluca Piras: “Dove posso trovare la delibera 34 del 25/07/2016? E non mi dite nel sito istituzionale, perché lì non si trova”.

Noi crediamo che, a prescindere dalle ragioni ambientali e dalle necessità di finanziamenti del Comune di Baunei, a distanza di un bel po’ di settimane si possa tentare di fare una ricapitolazione di quest’esperimento, in se stesso utile quanto pericoloso. Vi invitiamo a commentare, lo spazio apposito qui sotto è aperto a chiunque.

Il “la” di partenza lo diamo riportando per intero quanto apparso su facebook il 26 luglio.

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Il ticket di Goloritzé
a cura di Comune di Baunei – Santa Maria Navarrese
26 luglio 2016

Nella seduta di Consiglio Comunale del 25 luglio 2016 la maggioranza ha votato compatta il Progetto sperimentale Goloritzé che, in virtù della maggioranza qualificata dei due terzi, è ora esecutivo.
Il gruppo di minoranza, che già aveva disertato la seduta della commissione usi civici convocata il 18 luglio scorso, nella quale l’unico assente risultava proprio il consigliere Antonello Murgia, ha votato contro.
La linea di indirizzo approvata è quella di concedere in gestione in via sperimentale, per un periodo di tre mesi, dal 01 agosto al 31 ottobre 2016, ai sensi dell’art. 67 del Regolamento Comunale per l’esercizio degli Usi Civici, il percorso trekking per la spiaggia denominata “Cala Goloritzé” all’associazione di scopo Club di Prodotto Supramonte di Baunei in modo da garantire:
– la vigilanza e il controllo tramite operatori all’ingresso del sentiero e in spiaggia;
– il parcheggio custodito all’ingresso del sentiero;
– i servizi igienici minimi alla partenza e al rientro dalla caletta;
– la pulizia del sentiero e della spiaggia inclusa la raccolta differenziata;
– la sistemazione di cartellonistica informativa e regolamentare.

Il sentiero sarà fruibile in ingresso dalle 7.30 fino alle 16.30 di ogni giorno.
In questa fase sperimentale è stato stabilito il pagamento di un ticket di ingresso per i servizi offerti di € 6,00 a persona adulta ed € 3,00 ridotto.
Non pagheranno il biglietto d’accesso i bambini da 0 a 6 anni, mentre i bambini da 6 a 10 anni pagheranno il biglietto ridotto.
Riduzioni previste anche per gruppi accompagnati da guide alpine e guide ambientali regolarmente iscritte nell’albo regionale delle Guide Ambientali e per i gruppi accompagnati dalle guide che aderiscono al Club di prodotto Supramonte di Baunei.
Non pagherà il ticket neanche chi, dopo una bella nuotata raggiungerà la spiaggia, una volta lasciata l’imbarcazione oltre le boe di delimitazione della cala, considerato che l’accesso alla spiaggia alle imbarcazioni è vietato. Tutto nel pieno rispetto dell’art. 1, comma 251 della Legge n. 296/2006 e della giurisprudenza in materia come di recente la sentenza del T.A.R. Sardegna, Sez. II, 12 giugno 2013, n. 205/2013.
Sarà possibile acquistare il biglietto negli infopoint, all’ingresso del sentiero ed eventualmente anche in spiaggia.
Nella stessa seduta è stato approvato lo schema di “Disciplinare per l’affidamento di servizi connessi alla fruizione ambientale e turistica del percorso trekking per la spiaggia denominata “Cala Goloritzé’”.

Sardegna, Supramonte di Baunei, Cala e Aguglia Goloritzé

Ai fini di garantire l’applicazione di questo modello di gestione di un bene di altissimo pregio ambientale e naturalistico e per dare completezza all’attività sperimentale di gestione del sentiero, verrà emendata l’ordinanza sindacale n° 14 del 24.06.2016 – Uso Turistico del Territorio Comunale, affinché si preveda:
– divieto assoluto di ingresso alla cala Goloritzé via mare;
– possibilità di rientro via mare solo dopo le ore 16.30 esclusivamente per itinerari complessi facenti parte di pacchetti escursionistici di visita guidata del Supramonte;
– chiusura del traffico veicolare volto al raggiungimento della Cala Goloritzé e altre destinazioni limitrofe dalla strada denominata “Strada Comunale Ginnirco”, posizionando una sbarra di limitazione alla circolazione all’altezza del Coile Irbiddotzili, ad esclusione degli utilizzatori della strada per gli altri usi consentiti, compresi gli usi civici.
Con l’aumento delle presenze turistiche che si è avuto in questi anni, l’Amministrazione comunale di Baunei ha constatato che gli accessi alla spiaggia di Cala Goloritzé sono praticamente incontrollati e che causano persistenti problematiche derivanti da bivacchi ripetuti e non autorizzati, dall’abbandono di rifiuti, da danneggiamenti del sito, dal verificarsi di piccoli incendi, dalla situazione a volte critica (denunciata da diversi fruitori) sullo stato igienico sanitario, dalla circolazione di veicoli su vie sterrate minori utilizzate per raggiungere più velocemente la caletta con conseguente danneggiamento delle strade stesse a discapito delle persone che devono accedervi per attività legate ai diritti di uso civico.
Le suddette criticità contrastano con gli obiettivi di buona gestione del territorio e con i dettami normativi e regolamentari in materia, tra cui la tutela dei valori ambientali e paesaggistici, le norme igienico-sanitarie, il regolamento d’uso del demanio civico, nonché con l’economia locale mirata a uno sviluppo sostenibile per la tutela e la valorizzazione di detti beni.
Per questi motivi si ritiene ormai improcrastinabile regolamentare gli accessi al sistema sentiero-cala Goloritzé, garantirne il continuo controllo e vigilanza, nonché la manutenzione e il risanamento da rifiuti e danneggiamenti, in modo da garantire la massima qualità ai tanti visitatori che scelgono Cala Goloritzé come destinazione turistica.

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Il mio Pollino

Il mio Pollino

Per il giorno dopo a quello del mio 70° compleanno (che è il 29 luglio 2016) mi hanno invitato a San Severino Lucano per una conferenza. Che bello, mi dico. Così potrò finalmente tornare in quella meravigliosa zona del Monte Pollino dove ero stato 35 anni fa e poi mai più.

Per pura combinazione anche mia figlia Elena, assieme al fidanzato belga Gilles, sarà da quelle parti (Puglia, Basilicata, Calabria). E sempre per “combinazione” l’una compie gli anni il 30 e l’altro il 31!

Con Giorgio Braschi, salendo a Serra di Crispo
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Dunque sarà una vera e propria spedizione, cui si aggrega Guya, ma naturalmente anche la mamma di Gilles, Ilse, come pure la mamma di Elena, Bibi, e Andrea.

Dopo aver approfittato di macchinosi recuperi all’aeroporto di Bari, la sera del mio compleanno festeggiamo in una magnifica sala banchetti a Mezzana Salice, a una decina di km da San Severino: si tratta del Mulino Iannarelli, locale ricavato appunto da un vecchio mulino e risistemato in modo esemplare.

C’è grande gioia in aria, nonché forte aspettativa per la gita di domani nel gruppo del Pollino. Spendo alcune parole per illustrare le caratteristiche di questo parco nazionale, del tutto singolari, probabilmente uniche. La differenza di paesaggio tra il versante settentrionale e quello meridionale, per esempio. I boschi di faggio contrapposti ai versanti nudi e ripidi, talvolta intagliati da gole grandiose come quelle del Barile e del Raganello. Paesaggi che non trovano riscontro neppure nelle altre belle zone della catena appenninica, figuriamoci nelle Alpi.

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Poi imposto un delirio poetico sul pino loricato, che decanto come l’albero che, assieme al maggiociondolo, mi è più caro. Sorvolo sulla risposta alla domanda “perché due alberi così diversi” fatta da chi li conosce. Racconto del mio maggiociondolo in giardino a Milano, piantato nel 2011: ha fatto i fiori gialli a grappolo solo in quell’anno, poi basta. Ogni primavera spio eventuali germogli, scaccio le lumache: arriva maggio e… niente da fare! Solo quest’anno la mia pianta si è sforzata un po’ di più e ha prodotto ben due grappoli! Due di numero. Una gioia immensa, subito ridimensionata da una gita contemporanea dalle parti dei Piani dei Resinelli sotto i quali, sulla strada dei tornanti di accesso, ho visto boschi interi di maggiociondolo, così gialli da sembrare una macchia mediterranea quando fioriscono le ginestre.

Ma torniamo al pino loricato. Loricato perché “corazzato”, come la corazza degli antichi legionari romani, rinforzata con scaglie metalliche. La sua corteccia infatti, grigia e rilucente, somiglia molto a una corazza. Cresce nei punti più improbabili, solo oltre una certa quota e solo lì sul Pollino (a parte i Balcani). Si slancia verso il cielo assumendo forme di volta in volta irose, minacciose, comunque di sfida. Le sue statiche contorsioni suggeriscono una ribellione perenne, come quella del vecchio guerriero che non vuole cedere al nemico ma tanto meno alla vecchiaia che avanza. Messi assieme non sembrano un esercito, appaiono piuttosto come samurai che obbediscono al loro proprio codice d’onore. Puntati e ritorti all’azzurro, dominano su vaste foreste di faggio, il cui verde mite e uniforme sembra un cielo inferiore.

Una delle tante foto con i pini loricati
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La solennità di questa descrizione è stata comunque messa a dura prova durante la traduzione in inglese a beneficio di Gilles…

Antipasti, primi, secondi, dolce e vino pregiato di cantina: la festa volge alla fine, ci si scambia qualche dono. E l’ombra del pino loricato si allunga su di noi che stiamo andando a dormire.

Giorgio Braschi spiega a Guya qualcosa sul panorama da Serra di Crispo
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Il giorno dopo è un tripudio, oltre che mantenimento delle promesse. Ci accompagnano Giorgio Braschi, Maurizio Lofiego, Saverio e Carmela De Marco. Giorgio è riconosciuto essere il più esperto conoscitore di questa montagna e annesso parco, ma anche gli altri tre non sono da meno. Ciò che il primo dimentica di dirci, in mezzo a una graditissima valanga di parole, viene immediatamente ricordato da uno degli altri tre, che a turno s’inserisce in questo travaso di cultura a piena immersione. La gentilezza e il desiderio di fare in modo che anche noi amiamo questo luogo sono gli strumenti che operano con precisione sulla nostra voglia di capire perché questo luogo ci stia prendendo così tanto.

Prima immersi nel verde dei faggi, camminando su varianti inventate da Giorgio, poi per ampie radure vedendo solo alla lontana altre due o tre comitive: fino alla gloriosa Fontana Pitt’accurc’, con un’acqua così buona da sembrare quasi vino bianco fresco.

Foto di gruppo a Serra di Crispo. In primo piano, da sinistra: Saverio De Marco, Maurizio Lofiego e Guya Spaziani; dietro, Ilse Vromann, Andrea Cito Filomarino, Elena Gogna, Gilles Vromann; in terza fila, Alessandro Gogna, Carmela De Marco (con dietro Bibiana Ferrari) e Giorgio Braschi
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Ci presentano una forma di pane tipo pugliese come trofeo-sorpresa. Il pane piace a tutti, ma sinceramente non comprendiamo il perché di tanto orgoglio. Poi ce la mettono in mano e così ci accorgiamo che peserà sui tre kg, perché all’interno è completamente farcita da qualcosa che nessuno ci rivela. Solo quando la mangeremo, in vetta alla Serra di Crispo.

Nel caldo della tarda mattinata di fine luglio, tra cavalli semibradi che pascolano e nitriscono, arriviamo al limitare della faggeta che, di colpo, si apre e lascia spazio ai primi pini loricati.

Ornella Antonioli segue Andrea Savonitto al Piano del Vacquarro (Pollino), 25 settembre 1981Radici di faggio salendo al Piano del Vacquarro (Pollino), 25.9.1981

Avverto la compagnia che ancora ripensa alle descrizioni della sera prima, sento una comprensione improvvisa, come una conoscenza che t’investe senza più bisogno di domande, nella pace della spaziosa cima, seduti sulle radici dei pini con un panorama grande quanto la generosità di questo luogo.

Trentacinque anni fa ne ero stato ammaliato, oggi ho finalmente capito il perché. Farsi le foto con i pini nulla ha a che vedere con gli scatti assieme ai centurioni del Colosseo. Perché questi, di sicuro, sono guerrieri veri.

Per la discesa altre varianti senza sentiero per riguadagnare il bosco, solo che la discesa si rivela essere più lunga di quanto alcune gambe possano sopportare. In questo la meno allenata, Ilse, è stata anche la più stoica. Quanto alle mie, nessun problema. A dispetto dell’età (il suono dei settanta). Perché questo succede nelle giornate magiche quando si fanno le stesse cose fatte a trentacinque, con più gusto, con più vita alle spalle e con ancora più amore.

Salendo al Monte Pollino, uno sguardo verso il Vallone di Gaudolino tra i pini loricati, 25 settembre 1981
Salendo al M. Pollino, uno sguardo verso il Vallone di Gaudolino. 25.9.1981

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I Sass Balòss

I Sass Balòss sono in realtà quattro persone normali che un bel giorno hanno deciso di riconoscersi in un gruppo per due passioni che li accomunano quotidianamente: la passione per la montagna e quella per Davide Van De Sfroos”. Questa è la presentazione nel “chi siamo” del sito www.sassbaloss.com. Segue maggiore dettaglio: abbiamo Bertoldo-Will, al secolo Matteo Bertolotti, un pazzo che sogna di fare il regista; Gölem-Gug, Guglielmo Losio, un pazzo bresciano che prova un’infinita simpatia per i bergamaschi; Omar-Brumi, Omar Brumana, un pazzo che non rinuncerebbe mai alla montagna per una donna (oops, bugia!); e infine Lukino-Nuvolarossa, Luca Galbiati, un pazzo che non vuole essere pazzo.
Questi quattro buontemponi, si vede poi dal sito (nella pagina Le nostre uscite), hanno un’attività alpinistica di tutto rispetto e l’hanno relazionata a dovere e in modo tale che tutti possano consultarla per andare a ripetere un numero enorme di vie, o anche di sentieri. C’è differenza tra i siti che propongono relazioni fornite da autori tra i più disparati e anonimi, senza alcun controllo o quasi, e questo che invece dà un servizio omogeneo e soprattutto firmato.

Quanta serietà è profusa nelle relazioni, tanta allegria e “ridiamoci sopra” è presente in altre pagine, come quella dei Racconti e aneddoti, ma anche in questa, Il C.AZZ.O.
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oppure questa, Le leggi della Montagna.
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 Buon compleanno, Sass Balòss!
di Matteo Will Bertolotti

Tredici anni sono tanti, anche se passano in un momento. Te li senti nelle gambe e nelle braccia quando arrampichi su un tiro “duro”, te li senti quando ti svegli la mattina per un’uscita lunga e faticosa e ricordi come “prima” ti bastavano poche ore di sonno per essere sveglio, te li senti quando arrivi a sera dopo una via impegnativa e sai già che rifiuterai l’invito degli amici ad uscire, te li senti quando vai allo stesso posto di lavoro giorno dopo giorno. Ma tredici anni possono anche dare molte soddisfazioni, tredici anni sono anche l’inizio della maturità: nell’antica Roma e per secoli a venire, l’ingresso nell’età adulta era marcato dalla pubertà, che si verificava pressappoco intorno a quegli anni.

Gölem-Gug
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Omar-Brumi
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Lukino-Nuvolarossa e Bertoldo-Will
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I “nostri” tredici anni, il “nostro” ingresso nell’età adulta, lo festeggiamo il 1 dicembre 2016. Ma – purtroppo o per fortuna – non siamo noi gli adolescenti: la festa di compleanno è per il sito web che abbiamo creato e che – possiamo dirlo senza falsa modestia – è oggi uno dei più consultati nel mondo della montagna: sassbaloss.com. Ed è proprio per questa ricorrenza che ho vinto la mia ritrosia a parlare di me e ho accolto l’invito di Alessandro Gogna a ripercorrere brevemente la nostra storia.

E allora via… la memoria si riavvolge… 2016, 2010, 2005… riaffiorano voci, personaggi, particolari… indietro ancora… 2003… ecco, ci siamo… no… indietro ancora… quattro ragazzi… avevo conosciuto Luca nella cabina di proiezione del cinema del paese. Questi, a sua volta, dopo la maturità e il servizio militare, iniziò a lavorare con Omar che, ancora durante il servizio militare, strinse un’amicizia che già sapeva di montagna con Guglielmo, quando durante i turni di notte si divertivano a ipotizzare gite per i giorni di licenza anziché vegliare sulle frontiere della Patria. Quanto a me, la passione per quel mondo magico venne per caso, durante le camminate per le montagne di casa.

A settembre 2005 ci iscriviamo al corso di roccia della Scuola Intersezionale Valle Seriana: quel mese cambierà tutto. Il mondo verticale ci ha letteralmente catturato e nel giro di breve tempo abbiamo iniziato a ripetere itinerari. Allo stesso tempo abbiamo scoperto che la passione per quello che facevamo era ancora maggiore se riuscivamo a condividere con altri le nostre esperienze, se potevamo fornire indicazioni per poterle ripetere, in una specie di innocente gioco d’emulazione con le guide d’alpinismo tradizionali di cui sono appassionato collezionista. Ma il nome? Per quello bisogna tornare ad un’escursione in Val Roseg, dove avevamo lottato con la neve alta tutto il giorno. Non avevamo ciàspole e nemmeno sci d’alpinismo. Non eravamo arrivati da nessuna parte, come spesso capitava d’inverno o in primavera. La cena non era stata un granché e un buon liquore alle erbe allietava la serata. E lì, nell’atrio dell’ostello di San Moritz, fu Guglielmo a proporre il nome, che fu subito sposato dagli altri.

I Sass Balòss in vetta al Monte Ferrante
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Il sito divenne il nostro diario. Tutto quello che abbiamo combinato tra i monti è lì, a testimoniare il nostro percorso. In questi tredici anni è cresciuto oltre ogni nostra aspettativa e contiene relazioni di ogni tipo, dall’escursionismo allo scialpinismo, dall’arrampicata all’alpinismo. Il numero delle visite che riceve ogni mese è impressionante e sempre crescente, ma prima di essere un portale per gli alpinisti, è un nostro contenitore. Tanta gente passa, osserva, scarica relazioni. Qualcuno entra ed esce in silenzio, qualcun altro lascia una firma sul guestbook ringraziandoci per tutto quello che mettiamo a disposizione. Quando però a consultarlo siamo noi, all’interno troviamo solo tante avventure vissute. Per questo, e non per sciovinismo o inesistente altezzosità, abbiamo sempre declinato le richieste di terzi di accettare le loro relazioni: esse priverebbero il sito di quell’intimità che per noi è fondamentale. Inoltre, un sito con una pluralità di autori porta con sé inevitabilmente delle disomogeneità di valutazione, che volevamo evitare. Quando tra le email che riceviamo abitualmente capitano relazioni di nuovi itinerari con la preghiera di pubblicarli e divulgarli, per noi sono graditi inviti ad andare a ripetere le vie in questione e a generare una nostra relazione, che rispecchi la nostra visione di quelle esperienze. Niente è fatto a scatola chiusa.

Certo, in questi anni le delusioni non sono mancate, è inutile nasconderlo. Diverse volte il nostro materiale è stato preso e copiato, talvolta pubblicato su riviste, annuari e altri siti web senza chiedere permesso né citare la fonte, tante volte ci siamo chiesti se valesse la pena di continuare in quest’enorme investimento di tempo e risorse. Ma la soddisfazione che si ricava dai ringraziamenti che tanti alpinisti ci fanno, di persona o via rete, è davvero impagabile. E poi, qualche anno fa un giovane editore bellunese, Francesco Vascellari, ci ha invitato a trasferire su carta tutto il nostro lavoro sulle Dolomiti, chiudendo un cerchio ideale che parte dalle guide cartacee per arrivare ad Internet e tornare alla carta stampata. Oggi sono già stati pubblicati due volumi e i prossimi sono in cantiere per il 2017.

L’ingresso del sito nella sua età adulta ci fa dire di aver contribuito, di essere stati orgogliosamente parte di un mutamento nella modalità con cui si organizzano le ascensioni alpine oggi, dove Internet è la fonte principale di informazione. Forse questo è uno dei suoi valori principali. E forse è proprio per questo, per bilanciare l’aspetto virtuale che ormai domina incontrastato, che alcuni irriducibili sognatori, tra cui io, inseguono tenacemente le vecchie guide cartacee, in un impossibile recupero di una fanciullezza perduta.

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Eccesso di soccorso

Dal 20 agosto 2016 lungo il tracciato dell’Alta Via numero 7 risultava dispersa Janna Schneider, 39 anni, di Münster (Renania Settentrionale-Vestfalia, Germania). Dopo la conferma da parte dei parenti della donna sulle sue intenzioni di percorrere proprio quell’itinerario, i soccorritori si sono trovati alle 8 di mattina del 21 agosto al rifugio Carota: dopo essersi divisi in squadre, i soccorritori sono stati trasportati nelle zone di ricerca dall’elicottero del SUEM di Pieve di Cadore e da quello dei Vigili del Fuoco. Le ricerche non hanno avuto purtroppo esito, sono passate settimane nelle quali è stato ritrovato il cellulare della donna e si è stabilito che era sua l’auto con targa tedesca parcheggiata al rifugio Dolada, a Pieve d’Alpago.

Joanna Schneider. Foto: cortesia CNSAS
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Il 12 settembre a seguito di richiesta dei familiari, un elicottero privato con a bordo una guida alpina, componente ed ex capostazione del Soccorso alpino dell’Alpago, aveva effettuato una nuova perlustrazione lungo l’Alta Via numero 7, concentrando l’attenzione sulla ferrata Costacurta del Monte Teverone: alcuni escursionisti avevano infatti detto di aver visto qualcosa di giallo. Il soccorritore si è fatto sbarcare all’uscita del percorso attrezzato e, dopo un tratto, si è calato fino a vedere 40 metri più sotto la macchia gialla, non apparsa chiaramente durante il sorvolo. Si trattava di un coprizaino. Continuando a scendere con le corde è stato ritrovato il marsupio contenente gli effetti personali della ragazza e il sacchetto della paleria di una tendina. In un canalone, a fondo valle, è stato avvistato infine il corpo, proprio ai piedi del monte Teverone.

Il corpo della Schneider è stato recuperato il 13 settembre alle ore 14. Ed è proprio di quest’operazione che qui vogliamo parlare, al di là quindi della tragedia e delle modalità nelle quali questa è avvenuta. Pubblichiamo qui una lettera aperta dei presidenti del CNSAS Veneto e Friuli-Venezia Giulia, rispettivamente Rodolfo Selenati e Vladimiro Tedesco.

Eccesso di soccorso
di Vladimiro Tedesco e Rodolfo Selenati
“Con il ritrovamento del corpo senza vita di Janna Schneider si chiude con l’epilogo peggiore una storia che ci ha coinvolto fin dal principio, come le tante, troppe, con le quali, soprattutto d’estate, ci confrontiamo. Ricerche che durano giorni, che ci avvicinano sempre più emotivamente a chi è scomparso, alle quali cerchiamo di dare il massimo, mettendo a disposizione la profonda conoscenza del nostro territorio, le tecniche operative richieste in ambienti così severi e rischiosi, la volontà di essere utili al prossimo e di portare aiuto a chi ne ha bisogno.

Non siamo soliti esprimere giudizi sull’operato degli enti che, come il CNSAS, si prodigano nelle emergenze con la nostra stessa finalità – salvare vite umane – e con i quali collaboriamo attivamente, ognuno per la propria parte di competenza istituzionale. Oggi però non possiamo esimerci dall’esprimere la nostra profonda amarezza di fronte alla conclusione di questa vicenda.

Sulla ferrata Costacurta del monte Teverone
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I Servizi regionali del Soccorso alpino e speleologico del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia, a differenza di quanto succede ogni giorno – spesso decine di volte al giorno – per una competenza delegata dalla legge dello Stato italiano, oggi (13 settembre, NdR) non hanno potuto ultimare l’intervento di recupero del corpo di Janna, completato con un elicottero dei Vigili del fuoco e con personale dei Vigili del fuoco provenienti da Bologna.

Dopo il rinvenimento degli effetti personali della giovane donna ieri sera, questa mattina alle 8 erano pronti a decollare gli elicotteri sia dal Bellunese che dal Friuli, con personale del Soccorso alpino di Alpago e Valcellina disponibile in piazzola. Personale volontario, lo ricordiamo, con preparazione e formazione certificate dalla Scuola Nazionale del CNSAS, riconosciuta da specifiche leggi dello Stato e delle nostre rispettive Regioni. Personale che ha assoluta familiarità con tecniche operative che non hanno, e non possono avere, paragoni di sorta su quei terreni impervi e ostili, oltre ad avere profonda conoscenza del territorio e dei suoi pericoli.

Vogliamo ancora una volta rimarcare il fatto che le competenze primarie degli interventi di soccorso in montagna, ivi incluso il recupero delle salme, è del CNSAS, in quanto lo Stato ci ha attribuito questo ruolo in modo inequivocabile. Il quotidiano e stretto rapporto con i Servizi Sanitari Regionali da anni permette di effettuare innumerevoli interventi nelle condizioni più estreme, frutto di una continua formazione reciproca che porta gli operatori ad essere pronti a risolvere le più variegate tipologie di emergenze in territorio impervio ed ostile e ad essere a disposizione della Protezione Civile nei momenti in cui è necessario il nostro supporto.

Possiamo inoltre immaginare i costi di un elicottero che non parte dal Friuli o dal vicino Bellunese, ma addirittura da Bologna. In più, oltre ad allungare i tempi di recupero dato il lungo trasferimento, viene a mancare una risorsa da impiegare su eventuali incidenti di competenza dei Vigili del fuoco, che potrebbero verificarsi nella loro zona di provenienza. Chi interverrebbe? Il CNSAS no di certo, non avendone la titolarità. L’intervento di individuazione e recupero si è concluso poco prima delle 14. Squadre a piedi avrebbero impiegato meno tempo. Speriamo vivamente che questo tipo di iniziativa non sia replicata e ci auguriamo non sia frutto esclusivo della ricerca di visibilità su competenze non proprie.

Il presidente del CNSAS Veneto, Rodolfo Selenati
Il presidente del CNSAS Friuli-Venezia Giulia,
Vladimiro Todesco”

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I Sentieri di Selvaggio Blu

I Sentieri di Selvaggio Blu

A 51 m sul livello del mare, in una piazzetta senza nome della parte alta del paese di Santa Maria Navarrese, precisamente vicino al ristorante il Pozzo, è stato apposto un cartello segnalatore (vedi figura 1) che si comprende subito essere parte di un sistema segnaletico da pochi mesi esposto in tutta la provincia sarda dell’Ogliastra.

Dalla grafica accattivante, il cartello incuriosisce anche chi non intende muoversi da lì: per chi invece si sta accingendo a un’escursione esso diventa immediatamente oggetto di studio.

Mario Verin e Alessandro Gogna perplessi al cospetto del cartello. Foto: Giulia Castelli
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Mario Verin, Giulia Castelli ed io non facciamo parte di queste due categorie: in realtà riteniamo di conoscere a sufficienza il bellissimo territorio circostante Santa Maria, il sentiero per Pedra Longa nonché i sentieri di Cima di Pittaine 450 m c., Monte Scoine 647 m e Monte Oro 667 m. Dunque, osservando con attenzione il cartello, vorremmo ritrovare almeno alcune di quelle che sono le nostre certe conoscenze.

Anzitutto l’intestazione: BA003. Una sigla che, senza allegato elenco BA001, BA002, BA004, non significa nulla. Si presuppone che quello cui BA003 si riferisce sia il ben visibile titolo BAUNEI │Baunei Locorbu – Pedra Longa.

Ma a questo punto l’osservatore si preoccupa e medita: “Ma io sono qui a Santa Maria… come si pone Santa Maria in questo titolo/cartello?”.

Una risposta sembra essere data al fondo del cartello: un asterisco rosso indica il fatidico “Voi siete qui”. Qui, dove? Lo so io che sono a Santa Maria, il cartello non me lo dice. Se invece che questo cartello, posto in un paese, si prendesse in osservazione per esempio quello anch’esso relativo al BA003 (vedi figura 2) si vedrebbe che il cartello nella sezione inferiore è uguale identico a quello della figura 1 con la sola differenza dell’asterisco rosso, posto effettivamente in un altro punto.

Ora, siamo noi a sapere che il cartello della figura 2 è posto al Passo di Uttolo, sulla carrozzabile Baunei-Pedra Longa: il cartello non ce lo dice affatto. E un viandante, con a disposizione solo il cartello, non potrebbe mai saperlo. Inevitabile la sensazione d’essersi perso…

Ma proseguiamo l’analisi. Sotto al titolo è una breve descrizione dell’itinerario. Veniamo a sapere che l’itinerario BA003 inizia nella parte alta del borgo turistico di Santa Maria Navarrese. Ah, dunque siamo a Santa Maria! Finalmente sappiamo dove siamo. Al termine di una breve ma precisa descrizione dei primi minuti di itinerario “il sentiero conduce rapidamente sulla Cima di Pittaine a c. 500 m sul livello del mare (non è più di 450 m)”. tanto rapidamente non può essere, visto che si tratta di almeno 400 m di dislivello…

Figura 1
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Proseguendo si raggiunge Coile Locorbu, che si caratterizza per un punto di vista panoramico dal quale la vista spazia sull’intero promontorio di Capo Bellavista”. Citare Coile Locorbu senza dire che questo è anche un valico, tra Monte Oro e Monte Scoine, significa non avere idea di quanto si sta scrivendo. Citare Capo Bellavista (che è quello della lontana Arbatax) significa che sta scrivendo non ha a cuore le esigenze di chi dovrebbe leggere e almeno capire qualcosa.

Ma la descrizione continua: “Terminato il periplo di Monte Siccone (quando l’abbiamo iniziato? Sarà giusto pensare che “Siccone” stia per “Scoine”?), che tocca i 647 metri (allora sì, Siccone è Scoine), si può osservare il centro del paese di Baunei, per poi concludere il percorso in località Genna Intermontes”.

Figura 2
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La descrizione, che ci dice che stiamo vedendo Baunei, indica che siamo nel punto più a nord-ovest dell’intero periplo: come mai un attimo dopo si “conclude” a Genna Intramontes (che abbiamo già oltrepassato in salita, all’inizio della “strada panoramica” di Santa Maria, nel punto più a sud-est del periplo, 174 m, ma queste sono tutte informazioni che stiamo dando noi ora). Come si congiungono i due punti secondo il cartello? Mistero.

Il Monte Oro e il Monte Scoine dal Passo di Uttolo
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Inizia ora l’esame della sezione centrale del cartello, quella con i disegnini dell’omino che cammina e soprattutto con il simbolo della mountain bike. Viene indicata una “pendenza massima” dell’87%. Che tradotto in gradi si approssima molto ai 45°! Questo è probabilmente corretto, ma allora non si spiega come lo stesso cartello valuti “media” la difficoltà cicloviaria! Viene poi indicata ina “pendenza laterale”, che possiamo presumere essere quella di una strada/sentiero inclinata, non orizzontale. Altri misteri.

Il Monte Scoine dalla vetta del Monte Oro. In primo piano la Sella Locorbu.
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Ma ora però arrivano i misteri più agghiaccianti: i segni bianco-rossi indicano un orario di 1h40’ per la Pedra Longa (nominata solo nel titolo) e di 4h40’ per il Coile Duspiggius, mai nominato in descrizione!

A questo punto è la rinuncia a capire da parte di qualunque volonteroso. La terza sezione del cartello, quella inferiore, riporta un disegnino schematico, a tratti di vario colore, con dei numeri qua e là. Ci sono, sulla destra, altri numeri (anch’essi in colore diverso) che dovrebbero essere delle quote. Nella confusione totale di questo cartello, le quote sono numeri con la virgola, come se davvero ci interessasse sapere che si tratta di una quota di 276,7 m o un’altra di 553,5 m. Viva la precisione dove non serve a nulla!

Ma la cosa più incredibile è che si comprende subito che i numeri accanto al tracciato non sono quote: e non si capisce cosa siano!

A questo punto notiamo una dizione su fondo verde, a metà tra la sezione centrale e quella inferiore, che ci dice di “scaricare le app degli itinerari su www.percorrendologliastra.it”.

Dunque l’Ogliastra bisogna girarla con lo smartphone, altrimenti a casa o in spiaggia! Allora scarichiamo l’app, con logiche imprecazioni.

Finalmente appare l’elenco degli itinerari BA (che sta per Baunei): sono sette. Con la ricerca dell’itinerario BA003 appare la schermata http://www.percorrendologliastra.it/itinerari/baunei-baunei-locorbu-pedra-longa/, dove finalmente capiamo che i numeri accanto al tracciato sono i “punti d’interesse”. Cliccando sul numero una breve audioguida in tre lingue ci vorrebbe spiegare cosa stiamo vedendo, ma le poche parole che si ascoltano non danno sostanzialmente alcuna informazione, soprattutto sul dove siamo.

Con l’aiuto dunque dell’app, alcuni misteri si chiariscono, che ne richiamano però altri. E i misteri di base s’infittiscono:
1) Cosa sono quelle quote in metri con virgola?
2) Se l’itinerario parte da Santa Maria, come mai il titolo è BAUNEI │Baunei Locorbu – Pedra Longa?
3) Che c’azzecca Coile Duspiggius?

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Questo incubo ha una fine solo se si rifiuta di indagare oltre. Chi volesse percorrere i sentieri del Supramonte di Baunei acquisti senza paura la Guida ai Sentieri di Selvaggio Blu, di Mario Verin, Giulia Castelli e Antonio Cabras. Sono 24 euro ben spesi, che ci fanno dimenticare le tristezze dei cartelli dell’Ogliastra. Vi sono descritti 41 itinerari e 2 trekking, con mappe 1:15.000.

Le descrizioni sono perfette, nel limite del possibile. Perché la grande difficoltà degli autori, ma di chiunque si accinga a colossali lavori del genere, è di esprimere in parole il senso di vera e propria navigazione che è necessario in questi luoghi, senza alcun punto di riferimento visibile e soprattutto logico nell’arco di chilometri o, se volete, di ore. Navigare istintualmente nella macchia, o al fondo di valloncelli dei quali a volte non si comprende la direzione (la bussola schizza di qua e di là a volte in poche decine di metri), il senso di salita o discesa e neppure la situazione topografica tra i rilievi. Perdersi è praticamente da mettere in conto e non una volta sola. Un aiuto fondamentale lo dà il GPS, strumento qui indispensabile se si vuole almeno avere la speranza di non perdersi completamente (in un terreno che molto spesso non è coperto dal segnale telefonico e che richiederebbe l’uso del telefono satellitare).

La lettura attenta delle descrizioni degli itinerari della guida, unitamente all’uso del GPS, riducono il pericolo di dover chiedere aiuto a gran voce. Il consiglio, per chi vuole andare a questo genere di avventura, è di non sottovalutare alcunché e di iniziare dai sentieri meno complessi per farsi un’idea.

Mario Verin nella discesa del bacu Esone, uno degli itinerari più impegnativi della Guida ai Sentieri di Selvaggio Blu (il n° 40)
Sardegna, Supramonte di Baunei,  discesa del Bacu Esone, canyoning,

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Estate 1962 – 2

Estate 1962 – 2
(dal mio diario, ottobre 1962)

Il 5 agosto 1962 mi risolvo a fare 10 km di marcia sulla statale della Valle di Fassa, dal km 49 al km 39, poco prima di Predazzo. Tempo impiegato: 73’ 56”. Il tutto sotto lo sguardo ironico dei passeggeri delle auto. A ogni sorriso malcelato rispondo dentro di me con imprecazioni, e cerco di andare ancora più veloce. Ritorno a piedi, a parte un passaggio da Forno a Moena.

7 agosto 1962. Parto da casa e salgo a malga Palua, poi alla provinciale del Passo di Costalunga fino a un sentiero poco percorso per il rifugio Roda di Vaèl. Molto ripido, poco curato. Mi ricongiungo al 549 e arrivo al rifugio. Percorro per 600 metri il 543 per il Passo delle Cigolade, poi lo lascio per andare a nord-ovest su un pendio di ghiaia minuta e per imboccare un aspro vallone, pieno di massi, che fa superare la bastionata della Busa di Vaèl. In breve sono al Passo del Vajolon, dove tira vento forte. Attacco subito, dopo aver incontrato la solita famigliola tedesca, la larga cresta settentrionale della Roda di Vaèl. Dopo 250 metri di dislivello, sono in cima, a 2806 m. Ora piove, io mi copro e mangio. Riscendo per lo stesso itinerario al Passo del Vajolon. Ha smesso di piovere, così salgo sul Testone del Vajolon, un rilievo secondario tra la Roda di Vaèl a sud e la Sforcella a nord. In cima c’è un isolato spuntone, che salgo con qualche difficoltà. Riscendo al Passo del Vajolon, il vento è ancora più forte. Decido di scendere a sud-ovest per il canale detritico, raggiungo il sentiero che mi porta al rifugio Coronelle. Da qui al passo omonimo e seguente discesa al rifugio Gardeccia. Qui cerco un masso, del quale mi ha parlato Paolo Baldi, sul quale insegnano ad arrampicare quelli del corso di roccia. Il mio scopo è quello di salire un diedro sul quale Paolo è salito assicurato con la corda dall’alto. Lo trovo, salgo penosamente fino a metà, poi per paura torno indietro. Sceso a terra, mi siedo esausto. Ritento. Per mezzo di una maniglia che non avevo visto salgo ancora più su di prima. Potrei farcela, ma qualcosa mi dice di non essere imprudente. Riscendo.

Salendo alla Roda di Vaèl per la cresta nord (oggi c’è una via ferrata). Sullo sfondo, Testone del Vajolon, Sforcella e Catinaccio
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16 agosto 1962. Ormai non posso più fare molte gite, perché c’è mio padre. Non quelle almeno che piacciono a me: devono essere facili, adatte anche alla mamma. da qualche giorno non sono a posto d’intestino, così nella salita in corriera al Passo Pordoi  vomito in un sacchetto di plastica, cercando di non disturbare.

Arrivato al passo, mi rimetto in forma con un bel bicchierino di fernet e chiedo il permesso di salire sul Sass Beccé. Mio padre guarda la montagna e mi lascia andare di malavoglia. Dalla cima saluto con le mani i miei, che fanno altrettanto (anche se la mamma in realtà non mi vede, essendo un po’ miope). Dopo aver mangiato, andiamo al Col dei Rossi, dal quale ci affacciamo sulla valle di Penia, con la Marmolada in tutto il suo splendore. Da lì ho programmato di scendere alla selletta (che purtroppo non ha nome, quindi non è valida per la mia collezione di passi) che divide il Col dei Rossi dal Col de’ Tena. Credevo fosse facile, invece è ripido e cosparso di sassi e rododendri, una bella sofferenza per la mamma. Raggiunta la selletta, individuiamo il sentiero che scende. Scatto verso la vetta del Col de’ Tena, ritorno dai miei e cominciamo a scendere. senza incidenti, raggiungiamo una capanna segnata sulla cartina, ma poi perdiamo la strada. La pioggia, manco a dirlo, incombe su di noi che scendiamo dei ripidi costoni boschivi, tra sterpi, brughiere e aghi di pino, andando un po’ alla cieca. Fossimo soli io e mio padre sarebbe nulla, ma la mamma scivola continuamente. La pendenza diminuisce. Per poco seguiamo una strada che sembra fatta dai boscaioli. poi questa s’interrompe e noi ci troviamo in un gruppo di tronchi tagliati da poco. Seguiamo la massima pendenza, ma dopo un po’ ci troviamo la strada sbarrata da salti rocciosi. Dobbiamo così tornare indietro, un disastro per la mamma, ora ridotta a uno straccio. Finalmente riesco a passare un ruscello, in un terreno davvero accidentato. Oltre c’è un sentierino, davvero esile, che però non si perde. Ora pioviggina, ma finalmente ci ritroviamo fuori dal bosco, sui prati sopra Penia. Raggiungiamo un bar ad Alba, dove ci rintaniamo per sfuggire alla pioggia. Raggiunta poi Canazei a piedi, con la corriera andiamo a casa, dove incontriamo la nonna (che non era venuta con noi, per fortuna).

Il Sass Beccé (con la cima in ombra) e la Marmolada
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Già dall’anno scorso conosciamo i sigg. Grassi, marito e moglie. Lui siciliano, lei triestina, abitanti a Roma. Il 20 agosto partiamo per una gita con il sig. Alfio Grassi, ma senza sua moglie che non può fare alcun genere di sforzo. Con lui siamo dunque in quattro. Dal Passo di San Pellegrino occorre salire per 200 metri per raggiungere una selletta tra le Pale Gargo e il Col Margherita. La comitiva procede lemme lemme, con molti riposi (durante i quali io mi sbizzarrisco su qualunque masso sia a portata). Arrivo alla selletta per primo e ne approfitto per salire in vetta alle Pale Gargo 2206 m. Dalla selletta lo scenario è magnifico, in fondo a una conca erbosa è il Lago Cavia. Per poter raggiungere il Passo Valles occorre oltrepassare il lago e salire alla Forcella di Pradazzo (o degli Zingari). Questa forcella è più o meno alla nostra attuale altezza, e per raggiungerla ci sono due modi. Scelgo ovviamente quello che mi permette di fare un monte in più. Con la scusa che così non perdono dislivello li consiglio la traversata per un sentierino che mena abbastanza in piano alla Forcella di Pradazzo, mentre io scendo vero il lago ma poi salgo il Col Torond 2119 m, un monticiattolo d’infima importanza. Sceso da lì, traverso la diga e cerco disperatamente di arrivare primo alla Forcella di Pradazzo, senza riuscirci perché arriviamo assieme. Dalla forcella io salgo anche il Monte Pradazzo 2276 m, altro rilievo di scarsissima entità. Mi sto stufando, ma non ne posso fare a meno…

Il lago artificiale di Cavia. Nello sfondo si vedono la catena della Cima dell’Uomo e il Sasso di Valfredda, spunta anche la Marmolada
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Tornato in compagnia, mi metto in testa. Intanto inizia a piovere (cosa strana, eh?), così affrettiamo il passo e dopo breve siamo al Passo Valles. Dopo un bel pasto con brodo e strudel e dopo il caffè, guardiamo l’orario delle corriere. Sorpresa! Le corse sono abolite. Ci prepariamo a farcela a piedi: sono 11 km fino a Paneveggio. Tra un rovescio e l’altro riusciamo a non bagnarci troppo. Nell’attesa della corriera, un tale ci asfissia con improbabili racconti e fanfaronate sui funghi che ha trovato.

I giorni seguenti li passo con Paolo Baldi a fare progetti. Il 22 agosto mi trovo alla pensione Rosalpina alla ricerca di amici per eventuali gite. Sono fortunato, perché mi metto a parlare con Paolo Cutolo, di Roma, amico di Pio Baldi, il cugino di Paolo. Entrambi hanno familiarità con la roccia e con le tecniche. Alle quattro di pomeriggio andiamo a un masso sopra al paese di Soraga. Io sono già pronto quando gli altri invece sono ancora lì a cincischiare. Alla fine siamo in sette. Abbiamo una bella corda da 40 metri. Il roccione non è del tutto staccato dal fianco del monte: c’è da fare un camino fino a un pilastro, poi una traversata in parete per raggiungere una placca fessurata. pio va su per la via più facile e butta giù la corda. Comincio io. Peccato che non so legarmi, così Paolo mi fa il nodo. C’è anche un’altra via fattibile, ma a me sembra impossibile. Mi dicono di fare quella. Non ho la minima idea di cosa deve fare un secondo di cordata, così inizio a tirarmi su sulla corda come si fa sulla fune di una palestra, mentre Pio urla: “Cosa succede? Chi è quello scemo che tira?”.

Mi fanno capire che ho perso l’occasione, devo dare il capo della corda a Paolo, il quale sale per l’altra via e bene. Ributtano giù la corda e questa volta si lega Paolo Cutolo. Anche lui riesce nell’intento. Io intanto sono salito per il camino fino al pilastro. Mi lego e comincio a traversare, avendo ormai capito il meccanismo dell’assicurazione. Ci sono due maniglie laterali e, dopo un po’ d’esitazione, con l’aiuto di Paolo Baldi che mi dice dove mettere i piedi, riesco a passare sulla placca e poi sulla fessura. Poi guardo gli altri cercare di salire per dove io avevo provato in modo così poco ortodosso. Ho la soddisfazione di vedere che nessuno ci riesce. Sento parlare di Dülfer, di Comici, di manovre con corda e moschettoni, ma ci capisco poco. Sono già le 19, dobbiamo andarcene, e io sono di umore nero. Ne ho ancora di cose da imparare! Non so nulla di nulla di tecnica, e quanto a pratica ho solo volontà, non capacità. Non ho ancora visto un chiodo se non già infisso nella roccia e ho visto un solo e miserevole moschettone che non so neppure di preciso a cosa serva. Non so fare alcun nodo.

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La Ferrata delle Mésules

La Ferrata delle Mésules
(dal mio diario, fine estate 1962)

2 agosto 1962. Da Soraga di Fassa prendo la corriera delle 7.51 e arrivo all’Albergo Maria Flora del Passo Sella. Ho il solito zaino, ma questa volta gli ho attaccato una borsetta di pelle sintetica per poter portare più roba.

Paolo Baldi mi ha sconsigliato di andare da solo, dice che la via è pericolosa, esposta, ecc. Ma io sono qui ugualmente.

In seguito a questa gita ho capito che più volte ho fatto l’errore di portarmi su vie impegnative zaini davvero grossi: e già qui sulle Mésules capirò che non è solo il peso a dare fastidio, ma anche le dimensioni.

La Ferrata delle Mésules
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Trovato il sentiero che porta tra i ghiaioni delle Torri di Sella all’attacco, raggiungo due ragazzi più grandi di me e gli sto dietro, segretamente covando l’idea di star dietro a loro per tutta la salita, un bel sollievo morale.

All’inizio della Ferrata c’è una piccola selletta, i due si fermano, hanno l’aria di voler mangiare. Per prendere tempo io mi sposto verso un masso per guardare la parete sopra di noi. Vedo in alto delle persone, allora penso che possono essere loro quelli cui stare dietro…

L’attacco è immediatamente a destra di un’impressionante parete nera con acqua a cascata. Ho letto che ci sono 264 metri da superare per raggiungere l’orlo del grande terrazzone detritico che caratterizza la sommità del Piz Ciavazes.

Un po’ timoroso inizio per una paretina con scalini di ferro e bolli rossi. Raggiungo un lungo camino, obliquo verso destra, formato da una serie di grandi lastroni staccati dalla parete, ancora con gradini e corde metalliche.

L’arrampicata è molto divertente e non difficile. Solo lo zaino m’impaccia, ma faccio finta di nulla. Mentre aspetto che un ragazzo e una ragazza (lei un po’ in difficoltà) escano dal camino, estraggo dal mio zaino degli zuccherini e del surrogato di cioccolata. Ne metto un po’ in bocca e un po’ in tasca. In basso il camino è una specie di canale, poi si restringe e diventa più verticale e liscio. L’arrampicata è divertente, priva di difficoltà grazie agli scalini. Alla sommità del lastrone che forma il camino oltrepasso la coppia legata in cordata.

Raggiungo una seconda scaletta di ferro che permette di salire su parete aperta e quasi verticale. Lì raggiungo due ragazzi della mia età, guidati dal loro zio, che per assicurarli maneggia corda e moschettone agganciato a uno scalino.

Di queste cose tecniche io non so nulla. Ancora per corde metalliche raggiungo una terza scaletta e qui incontro un primo gruppo di finanzieri che stanno scendendo, legati in cordata.

Oltrepassata una nicchia giallastra salgo lungo una fessura che presto s’allarga e si appiattisce. Dopo una costola secondaria, attraverso un forcellino e proseguo su roccette verso la fascia detritica. Qui incontro un secondo gruppo di finanzieri. Seguendo le serpentine della traccia di sentiero sui detriti raggiungo la vera terrazza sommitale e mi dirigo all’insellatura tra Piz Ciavazes e Piz Selva.

In arrampicata sulla ferrata delle Mésules
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Alla selletta discuto con me stesso se salire anche in vetta al Piz Ciavazes, poi concludo che non ne ho voglia; così mi dirigo all’ultimo salto, di 210 metri, per arrivare in vetta al Piz Selva.

Anche qui ci sono opere artificiali di assicurazione e progressione. Prima per un colatoio, poi per la costola di destra con un caratteristico “ago” di roccia. Qui mi permetto di non usare alcun manufatto e in breve esco sull’altopiano, in prossimità dl segnale trigonometrico del Piz Selva, a 2940 m.

Dal punto più alto osservo la nuda pietraia, sterminata, che costituisce questo gruppo di Sella. Mi siedo e apro una scatola di pesche sciroppate, poi mangio un’altra tavoletta di surrogato di cioccolata. Faccio ordine nello zaino e proseguo il mio cammino, avendo già individuato il Piz Gralba 2974 m, la più alta di tutte le cime del settore occidentale del Sella. Per arrivarvi devo salire la cima del Piz Revis 2940 m.

Ma non mi accontento, continuo il mio saliscendi sul Piz Saliera 2958 m, sul Piz Miara 2965 m e, più faticosamente, sul Piz Beguz 2972 m. Da qui riconosco il Piz Rotic 2964 m, quello prima delle Mésules, dove la catena sommitale fa una netta svolta a est. Dalla vetta del Piz Rotic c’è una spettacolare veduta sul vallone che porta al rifugio Pisciadù.

Sceso alla Forcella dei Camosci 2923 m, prendo a destra e proseguo fin sotto alla prima cima delle Mésules, che salgo senza zaino, dopo averlo posato sul sentiero.

Comincio a essere un po’ stanco, salgo affaticato anche se non è per nulla ripido. Quando vedo che la cima su cui sono è più bassa dell’altra poco distante (che non ho voglia di raggiungere) sono preso da stizza. Mi accontento della cima Sud delle Mésules 2985 m.

Riscendo svogliatamente, riprendo lo zaino e, attraverso piccole distese di neve residua, vado alla Sella del Pisciadù invasa da neve marcia. Dopo un poco incontro il bivio per la Sella Val di Tita e dopo un po’ ancora la Forcella dell’Antersass. Qui c’è un sacco di gente. Si vede la Torre Berger, fantastica. Continuo fino alla vetta dell’Antersass 2906 m, sorpassando tutte le comitive. Ancora un attimo e sono al rifugio Boè, dove mi fermo a mangiare: non dentro, ovviamente!

Finito il pasto poco luculliano mi avvio verso il Col Turond 2921 m, che è un rilievo isolato proprio in mezzo all’altopiano. Per sfasciumi e pendii poco ripidi ne raggiungo la vetta, poi scendo, incertissimo se andare o no al Col Alton 2881 m. Mi dico sì, poi no, poi ancora sì più volte: alla fine prevale il sì. Ero incerto, mi scocciava scendere e poi risalire… Ma alla fine lo faccio, ancora una volta depositando lo zaino e salendo poi per l’ennesimo sfasciume.

Adesso però basta: recuperato lo zaino proseguo veloce verso la Forcella Pordoi, poi mi convinco di salire anche la Punta di Soél 2948 m, che raggiungo nella nebbia. Scendo per un canalone poco marcato e innevato e ritorno al sentiero e per questo alla Forcella Pordoi.

Disdegno di salire al Sass Pordoi perché ci sono già salito in altra occasione (allora non era ancora stata costruita la Funivia che collega il Passo Pordoi al Sass Pordoi, NdR).

Non ancora sazio e nascosto lo zaino dietro a una roccetta, salgo anche sulla cima del Sass de Forcia 2923 m, facendo attenzione a non smuovere sassi che potrebbero cadere sulla testa di qualcuno alla Forcella Pordoi. Sono in cima in pochi minuti. Mentre scendo incontro uno che, arrancando, mi chiede se è difficile andare su. Rispondo di no, che è facilissimo, ma non gli do grande udienza.

A velocità record scendo per il famoso ghiaione di Forcella Pordoi, vedo l’insignificante vetta del Monte Forcia 2356 m, che raggiungo in breve con una piccola deviazione dal sentiero. Mi godo quest’ultima vetta (per oggi), la ottantacinquesima nel mio elenco di cime salite.

Al Passo Pordoi considero se salire anche il Sass Beccé, ma poi il buon senso ha il sopravvento.

Sono appena le 15, mi metto a prendere il sole. Poi devo scendere, giù per la Statale e le sue scorciatoie, ogni tanto tentando un po’ di autostop, infruttuosamente.

Sono circa al km 69 quando una Topolino targata Bologna si ferma e mi fa salire senza che io abbia fatto alcun segno.

Quello che guida è lo stesso che sulla Cima Forcia mi chiedeva se era difficile o no. Si è fermato perché mi ha riconosciuto. Mi confida di aver avuto paura e di non essere arrivato in cima, poi parliamo di montagna. Lui e la moglie mi sbarcano a Mazzin. Ci salutiamo e io mi metto ad aspettare la corriera per Soraga.