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Un color bruno

Un color bruno
di Giovanni Badino

Il brano che segue è tratto dal libro di Giovanni Badino Un color bruno, Edizioni Segnavia, 2006. E’ l’ultimo dei quattordici capitoli che lo costituiscono, intitolato Terrae incognitae.

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«Come dici? Solo in Italia? Beh, in Italia sono note grotte per uno sviluppo di circa 2400 km. Nel mondo non ti so dire, bah, scommetterei un po’ di più in Francia, Spagna, molto di più negli Stati Uniti e Messico, molto di meno in tutti gli altri posti. Diciamo ventimila chilometri? Comunque meno di trentamila, via! No, non è vero che non si possa stimare quante ne esistono, no no. Avevo fatto un lavoro che ne permetteva la stima, ma era proprio il primo passo.

Ti spiego. Inizi calcolando la densità di superficie e di volume del carsismo maturo. Ad esempio: Corchia 50 km di gallerie in 3 chilometri quadrati e due cubici di montagna, la densità è quindi un 15 km di gallerie ogni chilometro quadro, e 25 a chilometro cubo.

Che dici? Conti da astrofisica? E certo, del resto è proprio così, è per quello che ho studiato, e sono conti che funzionano. Poi conti Piaggia Bella, 40 di sviluppo su 10 chilometri quadrati e 5 cubici di montagna, e ottieni 4 e 8. Continui così a calcolare questi rapporti per le grotte che sono state esplorate a lungo da esploratori tridimensionali, non da escursionisti ciechi, e scopri che continui a trovare numeri che battono attorno a 10 km di sviluppo per chilometro quadrato di superficie. Potrebbero essere venti, trenta, ma è per lì. I numeri di densità volumica invece variano molto di più, ma soprattutto perché dai dati pubblicati è difficile capire quanta roccia sia in realtà coinvolta dalla grotta e quindi gli errori diventano davvero grandi. No, sulla superficie pare di no. Come? Ah, su questo hai ragione, bisognerebbe distinguere reticoli estesi su tre dimensioni, come il Corchia o il complesso del Grignone, da quelli su due, come Mammoth. Ma anche Piaggia Bella è un po’ bidimensionale, perché giace in gran parte su un livello impermeabile.

No, non è impossibile tenerne conto, credo che calcolando la dimensione frattale della grotta questo emerga chiaramente e permetta conti più fini, anche se rimane il fatto che gli speleologi hanno sempre e tutti lavorato malissimo, e quindi i dati sono incompleti. Anch’io, sì, ma solo perché ero un po’ distratto. Sì, avevo iniziato a fare i conti della frattalità delle grotte, ma per ora sto solo disostruendone l’entrata. Mi manca il tempo, ad esempio, negli ultimi giorni avrei potuto lavorare su questo e invece ho scritto d’altro. Di che ho scritto? Di un colore. Anzi, di un Colore.

Bruno. Ma sì, l’hai già letto quasi per intero, ti manca pochissimo per finire.

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Uffa, dicevo che la densità è abbastanza costante, e quindi puoi dare rozze stime di quante gallerie ci siano in un calcare carsificato nel profondo. No, non bisogna essere maghi per capire che lo è, basta guardare il regime delle sorgive, se è molto irregolare sei quasi certo che lo sia. Poi puoi guardare se le acque hanno un certo chimismo, misurare i ritardi delle piene, le temperature… Ma queste sono raffinatezze, per i nostri conti da astrofisici. Che dici? Quanto calcare al mondo? Quello basterà guardare sui libri, ma vediamo se riusciamo a stimare. So che in Cina ce n’è un milione di chilometri quadrati, un decimo del territorio. Terre della Luce ce n’è suppergiù 150 milioni, facciamo che di queste ce ne siano 10 o 20 milioni di calcare. Chiedi quanto ce n’è di carsificato in profondità? Facciamo un decimo? Penso di più, le grotte si sviluppano senza bisogno di offrirci ingressi, pensa alla Holloch, 200 km di grotta senza un ingresso vero. Ma prendiamo per buono un decimo. Con la densità che abbiamo visto si stimerebbe l’esistenza da 20 a 50 milioni di chilometri di gallerie. Come? No, non stupirti, diciamo che è proprio fra mille e diecimila volte di più di quanto è stato sinora esplorato.

Sì, hai ragione, la speleologia esplorativa non è ancora nata. Ad aggravare la cosa, ti aggiungo che molto del lavoro fatto è andato perduto, perché esploratori poco accurati non ne hanno tenuto cronache adeguate, non hanno elencato le ricerche senza esito, che quindi saranno rifatte, non hanno elencato gli enigmi che hanno incontrato, che quindi verranno incontrati di nuovo.

E infine ti dico che ancora non sappiamo rispondere alla maggior parte delle domande che ci si può porre sulle grotte: condizioni di formazione, disequilibri termici, temperature, correnti d’aria, condizioni di deposizione e così via.

Ma sai, la conquista vera è riuscire a porre la domanda, a vedere il Color Bianco. La risposta verrà».

Dopo il Bianco della divulgazione, torniamo allo smisurato territorio Bianco del mondo delle grotte. Abbiamo visto che è tanto più grande di noi, basta dunque andare un po’ più in là per trovare cose nuove? Sicuramente sì, ma c’è da fare un’ultima annotazione.

Se confrontiamo le cronache di esplorazione fino agli anni ’60 con quelle di ora, vediamo che la speleologia esplorativa è andata concentrandosi sugli aspetti topografici, perdendo di vista il resto; il territorio fisico è andato ampliandosi, quello culturale restringendosi e semplificandosi.

La speleologia, da Athanasius Kircher in avanti, nata come frammento della geografia del pianeta Terra, è andata via via limitando le sue prospettive. L’esplosione della speleologia moderna nei primi tre decenni del dopoguerra conservava ancora tratti geografico-descrittivi, da viaggiatori, ma oramai in genere considerava le grotte avulse dalle montagne in cui erano state trovate e si concentrava su aspetti sportivi. Poi è andata mutando sino a finire per limitarsi alla stesura delle loro caratteristiche metriche, come in genere accade ora [Badino, 2006], d’interesse culturale irrilevante.

Giovanni Badino
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Solo in tempi più recenti hanno cominciato ad apparire pubblicazioni che tendono a descrivere un intero territorio attraverso la lente dello speleologo, in genere come risultato finale di campagne di ricerca in zone poco note e remote, che forse annunciano una nuova fase della speleologia dopo l’esaurimento della precedente.

La geografia di un territorio vista da sottoterra, l’interazione fra Terre della Notte e della Luce. Questa nuova tendenza è un segnale di speranza, e questo mio scritto vuole inserirsi in questa linea di sviluppo, ma perché andare tanto lontano? A saper guardare bene si vedono zone bianche nascoste anche nelle grotte arcinote, quelle con le chiodature attrezzate in permanenza, con le strettoie aperte a dimensione barella, le grotte dove dall’odore urina-calce-cibo-muffa si riconoscono le zone di sosta degli speleologi.

In queste grotte spesso ci sono ben poche zone bianche topografiche, ma molte d’altro tipo: molti misteri stanno dietro la loro formazione, il clima, le forme, le informazioni che il tempo vi ha depositato e tanto altro.

Ecco che quindi possiamo vedere con uno sguardo diverso anche quegli speleologi che si dedicano sempre e solo ad un territorio non perché per loro vale di più, ma perché solo così possono approfondirne la conoscenza in ogni aspetto, pagina dopo pagina. Ma questi esploratori capaci di approfondire in modo multidisciplinare la conoscenza di un territorio sono rari, davvero rari. È un peccato, se diventassero più numerosi sarebbe un altro segnale di speranza.

Perché il nero del quotidiano intorno a noi è solo un velo d’impalpabile carboncino su un gran biancore di mistero. La fiamma, qualsiasi fiamma, ha consumato solo la prima pagina di un quaderno infinito, immacolato.

Quasi tutto è bianco, appena al di là del sommariamente esplorato.

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Giovanni Badino, nato a Savona nel 1953, fisico, professore associato presso il Dipartimento di fisica Generale dell’Università di Torino. Dal 1970 svolge attività speleologica esplorativa ai massimi livelli, inizialmente concentrata sui grandi abissi in Italia e, negli ultimi due decenni, estesa a tutto il mondo, con particolare attenzione alla ricerca di grotte di tipo inusuale, come quelle in quarzite e, soprattutto, nei ghiacciai. Ha scritto libri su temi tecnici (Tecniche di grotta, Manuale tecnico del soccorso in montagna, Grotte e forre), esplorativi (Abissi italiani, Il fondo di Piaggia Bella), scientifici (Fisica del clima sotterraneo), divulgativi (Grotte e speleologia, Oltre l’orlo) oltre a innumerevoli contributi a riviste e all’interno di testi a molti autori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Beverly Johnson

Beverly Johnson
di Giampiero Assandri
(pubblicato su www.lafiocavemola.it il 10 novembre 2014, per gentile concessione)

Ma tu perché ritorni a tanta noia? – perché non sali il dilettoso monte – ch’è principio e cagion di tutta gioia? (Dante, Divina Commedia, Inferno, I, 75-77)”.

Se uno digita “Beverly Johnson” su Google, vengono fuori centinaia di pagine che rinviano a una bella afroamericana modella e attrice, per la precisione la prima modella di colore a comparire, nel 1974, sulla copertina di Vogue e poi attrice in varie serie televisive tra cui Law & order, per dire. Se però si aggiunge “climber” compaiono un po’ di link a foto e articoli riferiti ad una sua omonima, statunitense, molto carina anche lei, ma molto meno nota, evidentemente, almeno qui da noi, le cui imprese, pur poco divulgate o dimenticate, sono state a dir poco straordinarie.
Nella sua biografia è difficile non ricorrere spesso alla frase “fu la prima a…”. Tra le altre cose fu ad esempio la prima donna a sorvolare l’Antartide su un “autogiro” – detto anche girocoptero – ossia un trabiccolo volante superleggero, a rotore come l’elicottero, nel quale però le pale non sono mosse dal motore, ma vanno in autorotazione con la propulsione in avanti. Fu anche la prima donna a dirigere una squadra antincendio al Parco nazionale di Yosemite, fu la prima a percorrere lo Stretto di Magellano in kayak e la prima ad attraversare lo stretto di Bering in windsurf, la prima ad attraversare in sci la Groenlandia, la prima a salire il Capitan per la via Triple Direct in cordata femminile (con Sybille Hechtel) nel 1973… ma non sono certo queste stravaganze che lasciano una traccia nella Storia.

Beverly Johnson a 15 anni
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Camp 4
Una sera della primavera del 1973, attorno al fuoco del Camp 4 a Yosemite, giravano relazioni schizzi e commenti sulle vie nuove aperte da Jim Bridwell e Charlie Porter (1), fumo di varia natura si spandeva nell’aria, salivano le note di Somebody to love e il futuro, come quello dei bambini, non andava al di là del giorno. Le cose sembravano semplici e chiare, e chiara era la parete di El Capitan, illuminata dalla luce bianca della luna piena, con le lunghe linee verticali dei diedri tracciate dalle ombre create da quella luce notturna irreale.
Al mattino al campo c’è aria di svacco totale, qualcuno sonnecchia fuori dalla tenda, uno tenta di accordare una chitarra malconcia, un terzo rimesta tra ferraglia e cordami. Bert e Hug sono seduti su un materassino, insolitamente concentrati su una rivista, gli occhi fuori dalle orbite e ogni tanto emettono un’esclamazione di stupore. Non è esattamente una rivista di scalate, è Playboy.
D’improvviso Hug esclama con voce strozzata: – Gesù, sta arrivando Beverly!
– Cazzo, metti via!
La rivista viene chiusa freneticamente, piegata e fatta scomparire sotto il sedere di Hug.
– Cosa stavate leggendo di così interessante? Dai, fatemi vedere.
E così dicendo Beverly si china, afferra con forza il bordo della rivista e la tira spostando Hug. Poi con calma si mette seduta e inizia a sfogliarla. I volti chiari dei ragazzi intorno si fanno improvvisamente di fuoco, come i tramonti sulla Sierra, mentre lei, imperturbabile, gira le pagine. Sul paginone centrale fa una pausa più lunga per osservare meglio l’esplicita foto di un rapporto a tre.
– L’abbiamo trovata qui… qualcuno deve averla dimenticata… – è il goffo tentativo di giustificazione di Bert.
– Comunque – interviene Hug ancora rosso per la vergogna e peggiorando ulteriormente le cose – nessuna di quelle ragazze nude è carina quanto te, davvero, Bev!
– Sei sicuro? Secondo me dovresti guardare meglio! Comunque questo è un posto di malati – dice ridendo – siete tutti malati! E per di più bugiardi!
John Long (2) ha scritto di quell’episodio: “Avevo diciassette anni, sei anni meno di lei, una distanza abissale tra un ragazzo e una donna e mi sono innamorato, come tutti gli altri climber lì al campo IV, del resto. Ma tutti noi eravamo innamorati non solo perché era oggettivamente una bella ragazza, ma per quel suo modo di essere, per la sua calma, per la leggerezza con la quale affrontava ogni giornata e ogni salita, per la naturalezza con la quale viveva. Ogni tanto la guardavamo con sguardi ebeti e quel giorno, con la rivista Playboy, abbiamo fatto una vera figura di merda e avremmo voluto scomparire tutti quanti sotto un metro di terra”.

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Ohio
Nata ad Annapolis (Maryland) il 22 aprile 1947 era figlia di un ufficiale di Marina che per lavoro si spostava spesso. Stabilitisi a Arlington (Virginia), nell’autunno del 1965 Beverly si iscrive alla Kent State University, in Ohio, una delle più popolate e prestigiose degli USA, dove ottiene ottimi risultati, ma dove soprattutto si mette in evidenza per le sue non comuni qualità atletiche. Come primo lavoro si mise a confezionare parka a Sun Valley (Idaho), ma anche divenne istruttrice di sci di fondo.

Sempre proiettata verso nuove esperienze sportive, si iscrive anche ad un corso di vela e viene subito reclutata come skipper in regate competitive sul lago Ontario. Il deprimente clima invernale della regione e la voglia di cambiare la inducono a lasciare la Kent State per l’università di Los Angeles nella primavera successiva, decisa a stabilirsi nell’assolata California. In quegli anni nei campus universitari americani sta crescendo la protesta contro l’invio di soldati nella guerra del Vietnam e, nell’aprile del ’70, le foto dell’immensa e verdeggiante sede della Kent State University faranno il giro del mondo a seguito delle manifestazioni contro il governo Nixon per l’invasione della Cambogia e per la dura repressione degli universitari operata dalla Guardia nazionale dell’Ohio, in cui morirono 4 studenti e altri 9 furono gravemente feriti. Le foto comparse nel servizio che la rivista Life dedicò agli scontri nella Kent State del 4 maggio 1970 scioccarono gli statunitensi, facendoli ricredere sul fatto che i dimostranti fossero tutti invasati e antiamericani. Una di quelle foto, che ritrae una ragazza piangente su uno studente colpito a morte, vinse il Premio Pulitzer, e Neil Young, proprio ispirato da quelle foto di Life, scrisse la celeberrima Ohio, che fu incisa dal gruppo Crosby, Stills, Nash & Young sull’LP doppio Four way street, del 1971. L’opinione pubblica cominciò a schierarsi per il ritiro delle truppe dall’Indocina e a condannare la politica espansionistica del presidente Nixon. Noi che in quei lontani primi anni ’70, eravamo al liceo in Italia e non avevamo Internet, ma solo il TG1 e il TG2 e Carlo Massarini ai microfoni di Per voi giovani, ci scambiavamo i dischi e cercavamo di capire i testi delle canzoni di quella band, perché ormai la musica della West Coast ci aveva contagiato. Presto anche noi avremmo buttato gli scarponi alle ortiche e calzato le scarpette leggere d’arrampicata sulle placche di Traversella, della Valle Orco e di Finale, sognando la California.

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Yosemite
Dal 1968 al 1978 il Parco nazionale di Yosemite diventa la casa e il luogo di lavoro di Beverly: entra, seppure con qualche resistenza da parte maschile, nella squadra del soccorso e antincendio del Parco, e diventa istruttrice di sky-cross, entrambe attività peraltro ben poco redditizie. Per guadagnare qualcosa inizia a cucire e confezionare, in un piccolo laboratorio presso un edificio di Charlie Porter, giacche a vento, sacchi da montagna e sacchi da bivacco per scalatori e per le guardie del Parco, utilizzando una macchina da cucire e mettendo a frutto il diploma da sarta che aveva preso qualche anno prima. Tutto il tempo libero lo dedica alle scalate, arrampicando sia con i guru del Camp 4, sia con giovani cui non sembra vero di legarsi con un mito, perché lei, nel giro degli arrampicatori è già nota, l’unica che salga da prima il 5.9 e forse anche il 5.10. Del 1973 sono tre salite storiche per l’arrampicata femminile: il Nose a comando alternato con Dan Asay, la Triple Direct (aperta da Bridwell dieci anni prima) con Sybille Hechtel (3) nella prima femminile a El Capitan e la prima di Grape Race con Charlie Porter. Ma il parco è molto vasto, misura 305.000 ettari, quindi circa sei volte il nostro Parco del Gran Paradiso e dieci quello delle Alpi Marittime, tanto per avere un’idea: e non ci sono solo la valle di Yosemite, ma altre vallate, altipiani, laghi e zone selvagge a perdita d’occhio: lì Beverly BJ Johnson compie lunghe traversate in sci con allievi o con amici, specialmente con Donna, con cui condivide la passione per quel tipo di vita libera, nella natura, senza vincoli, senza legami definitivi. A Donna confida anche i dubbi per una vita condotta giorno per giorno e l’ansia che a volte affiora per la mancanza di prospettive e certezze. Con lei stringerà un’intesa e un rapporto di vera amicizia.
Nonostante i molti rischi quotidiani che quel tipo di attività comporta, non sarà una caduta in parete o una valanga, ma un incidente automobilistico a cambiare bruscamente la vita di Donna: costretta per sempre su una sedia a rotelle, proverà a farsi una ragione della sua nuova condizione, senza riuscirci: Beverly farà di tutto per aiutarla, evitando pietismi e falsi ottimismi. La depressione di Donna e poi la sua morte saranno per Beverly il dolore più acuto della sua vita e la costringeranno a riconsiderare la morte come un accadimento non esclusivamente individuale, devastante per chi resta, soprattutto per coloro che, al di fuori della cerchia degli arrampicatori, non possono giustificare il rischio gratuito della vita. E’ in quei giorni di crisi forse che scrive una lettera ai genitori, la piega in quattro e la mette tra le pagine del passaporto, perché la possano leggere nel caso le succeda un incidente mortale.

BJ sulla Triple Direct al Capitan. Foto: Sybille Hechtel
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Venezuela
Nel 1977 BJ si unisce alla spedizione di Mike Hoover in Venezuela, che ha come obiettivo un film-documentario nella giungla. Ciò che più metterà alla prova i giovani climber americani non saranno tanto le difficoltà tecniche, alle quali sono preparati, bensì l’ambiente, gli imprevisti, e le “abitudini locali”. Una gran parte delle provviste alimentari viene invasa dalle mosche che vi depositano le larve rendendole incommestibili. Rimangono i cibi in scatola, da razionare per due settimane, tanto che tutti perderanno almeno dieci chili. Al campo base dove sperano di trovare il cibo lasciato alla partenza, scoprono con disappunto che gli indigeni del villaggio, dove avevano assoldato le guide, hanno mangiato tutto quanto. Hoover allora pretende che si diano da fare per procacciare qualcosa da mangiare e finalmente, dopo molti tentativi per farsi capire, un gruppetto di cacciatori parte per cercare qualcosa. Dopo poco tempo ritornano con due piccole scimmie uccise che mettono subito a bollire in una grande pentola davanti agli esterrefatti alpinisti. Quando un indio estrae il bollito dalla pentola BJ caccia un urlo e l’indio, pensando che la ragazza protesti perché le scimmie non sono cotte a sufficienza, le ributta nella pentola. Dopo dieci minuti gli indios estraggono i corpi delle due scimmie bollite e li tagliano a pezzi: a Beverly tocca un avambraccio completo di mano: non può far altro che allontanarsi per vomitare e quando torna dice agli amici: – Sto morendo di fame ma non posso mangiare scimmie!”.
– Davvero? – sdrammatizza Paul – non pensavo che tu avessi questo genere di problemi!

In vetta al Capitan dopo la prima salita femminile della parete (per la Triple Direct) con Sybille Hechtel
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La fama
Nell’ottobre del 1978 all’uscita della Dihedral Wall, Beverly era attesa da una folla di giornalisti e cronisti di tutte le reti televisive degli USA. Per dieci giorni i telegiornali della sera non mancavano di riportare minuziosamente i progressi della sua salita in solitaria lungo quella difficilissima via di El Capitan. Chi non apparteneva alla cerchia alpinistica non era in grado di apprezzare pienamente il livello tecnico e psicologico di quella prima femminile, ma bastava il fatto che si trattasse di una donna, la prima, a compiere un’impresa che mai fino ad allora il genere femminile avesse neanche lontanamente concepito. Quell’impresa, al di là della sua volontà, venne rappresentata come un esempio dell’uguaglianza tra generi rivendicata dai movimenti femministi: in realtà Beverly non si schierò mai con i movimenti femministi, affermando una propria autonomia e una “diversità” nelle motivazioni e nei modi di concepire l’arrampicata, soprattutto nel non caricare il successo o l’insuccesso di un’importanza superiore al piacere dell’azione in se stessa.

Sibylle Hechtel risale a jumar sulla Salathé Wall di El Capitan, 1975. Suoi compagni in quella scalata furono Alec Sharp e Tom Dunwiddie. Foto: Sibylle Hechtel collection
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BJ rilasciò interviste a decine di giornali tra cui il Times, ricevette molte proposte per girare film come attrice o come controfigura e fu invitata al celeberrimo The Johnny Carson Show (4). Alla domanda di Carson “Come si fa a scalare una parete così lunga e difficile, da soli e con un sacco da 50 kg di materiale, acqua e viveri ?” Beverly rispose: “Si fa allo stesso modo in cui si mangia un elefante: un boccone alla volta”. Invece alla domanda “Perché l’ha fatto?”, scrollò le spalle e disse: “Questa è l’unica domanda cui non so rispondere”.

In vetta al Capitan dopo la prima solitaria alla Dihedral Wall
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Mike Hoover
Il tizio biondo e atletico che abbiamo visto arrampicarsi nell’indimenticabile film Solo, presentato a Trento negli anni ‘70, è Mike Hoover. Sempre lui ha fatto da controfigura a Clint Eastwood in Assassinio sull’Eiger del 1975. I due si conoscono in Yosemite allorché Hoover, per errore, colpisce con la sua corda Beverly, impegnata su un’altra via. Su una spiaggia dello stretto di Bering, nel 1979, di fronte alle coste dell’Unione Sovietica, Hoover e Beverly, che fanno coppia da qualche anno, stanno girando una scena di windsurf per il film Dalla Russia con amore. Con loro c’è anche Arnold, un bravo windsurfer francese. Di punto in bianco Hoover comunica ad Arnold che lui e BJ desiderano sposarsi, proprio lì, adesso, e che lui deve officiare lo sposalizio.
– Non è possibile, non sono un prete!
– Ma sei un capitano, e quindi puoi.
– Non sono neppure un capitano.
– Ma hai un windsurf! Non è forse un battello?
– Ah! Certo!
Così Arnold mette il piede sulla sua tavola a vela e blatera qualcosa di confuso e romantico. Poi anche Beverly dice qualcosa e quello, in mezzo agli spazi sconfinati e col vento gelido del Nord è il loro matrimonio vero, anche se il rito ufficiale sarà celebrato qualche anno dopo, con gli invitati, gli anelli e gli abiti da cerimonia nel Parco nazionale dei Teton.
Nel 1980 il programma dei due prevede di girare film naturalistici in Nuova Guinea, Cina, Antartide, Groenlandia, Islanda…

Le ferite
A dispetto della sua straordinaria resistenza alla fatica e al dolore, anno dopo anno sul corpo di Beverly si incidevano tracce indelebili: cicatrici, punti di sutura, fratture rimarginate, congelamenti, disfunzioni articolari. Il corpo di BJ era diventato lo specchio di una vita condotta ininterrottamente al limite delle possibilità, ma anche l’evidenza esteriore di una fragilità interna celata dalla determinazione e dalla spettacolarità dell’azione. La più grave menomazione fu la recisione netta dei legamenti della caviglia a causa di un incidente motociclistico provocato da una matassa di filo spinato durante una spedizione in Australia nel 1980. Rimase bloccata per un anno in seguito ai ripetuti interventi chirurgici e riuscì a recuperare la funzionalità del piede, ma non ad esercitare pienamente la pressione in caso di torsione e quindi dovette abbandonare definitivamente le scalate in fessura di difficoltà elevata. D’altra parte la parabola dell’arrampicata estrema per lei aveva già segnato l’apice a metà degli anni ’70 e i progetti dal 1978 in poi furono soprattutto grandi viaggi di esplorazione nei luoghi più remoti dei cinque continenti, con Hoover. Per esempio, esplorarono e filmarono la Penisola di Palmer in Antartide con l’uso di slitte trainate dai cani. Hanno scalato il Mount Vinson in Antartide durante la loro luna di miele. BJ fu leader di una spedizione di sei donne che si paracadutarono nelle highlands della Nuova Guinea, filmate dal marito. E nel 1979 erano assieme nella Transglobe Exhibition che circumnavigò la Terra collegando i due poli.

Beverly Johnson e il marito Mike Hoover in cima ad Angles Landing, Zion National Park, primavera 1978. Foto: Olaf Mitchell

 

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Il sogno di BJ: bambini e alberi di mele
A metà ottobre del 1981, ad Alert, l’abitato più a Nord della Terra, situato sulla costa dell’isola di Ellesmere (Canada), a soli 817 km dal Polo Nord, nella notte artica incombente, un piccolo bimotore sta preparandosi al decollo.
Giles Kershow, il pilota, pur essendo uno dei migliori aviatori del mondo e il più esperto in assoluto in fatto di voli sull’Artico, non sarebbe venuto fin lì e non si azzarderebbe ora a decollare in quelle condizioni atmosferiche proibitive se non fosse in gioco la vita di una cara amica. Infatti sul velivolo oltre a lui ci sono Hoover e Beverly, pallida e febbricitante a causa di un’emorragia interna provocata da una gravidanza extrauterina. Il medico della vicina base militare canadese che l’ha visitata poco prima ha detto di non poter far nulla senza una sala chirurgica attrezzata. Giles, chiamato da Hoover come ultimo, estremo tentativo per salvare la moglie, si è precipitato immediatamente e ora è seduto ai comandi del piccolo aereo scosso dal vento che soffia raffiche di pulviscolo ghiacciato sul cristallo della cabina e graffia rabbioso la fusoliera. Fuori c’è -20°, con il rischio reale che in quota la temperatura ancor più bassa faccia gelare gli alettoni. Il rombo dei motori combatte per qualche secondo contro il frastuono della bufera, poi l’aereo si muove e riesce ad alzarsi virando progressivamente verso sud-est, in direzione di Los Angeles, lasciandosi alle spalle la notte e gli insidiosi cieli dell’Artico. All’aeroporto è già pronta un’autoambulanza che carica Beverly ormai quasi in coma e la deposita direttamente all’ospedale dove viene operata immediatamente. Per lei sarà un’ennesima cicatrice, ma si salverà.
Quando si risveglia Hoover e Giles sono accanto al suo letto.
– Ehilà, ti sei svegliata finalmente – dice l’amico pilota.
– Grazie Giles, se non era per te a quest’ora…
– Beh, non potevo mica lasciarti per sempre lassù, sulla banchisa, con gli orsi polari… e poi sono sicuro che tu avresti fatto altrettanto. E comunque, in fondo, è stato divertente, lo sai che ormai i voli senza imprevisti mi annoiano. E ti saresti divertita anche tu, se solo non fossi stata uno straccio semi-incosciente! Già, si ballava niente male e per un po’ ho avuto l’impressione di stare dentro una lavatrice, non in un aereo. Anche questa volta è andata! Noi abbiamo la pellaccia dura! (5)
Ma il sogno di Beverly, bambini suoi che giocano, si rincorrono e ridono in un giardino di meli in fiore nella sua casa con vista sulla catena montuosa innevata dei Teton, in Wyoming, è destinato a rimanere tale. Non potrà più avere figli (non suoi almeno), troppo rischioso. E allora, senza bambini che scorrazzano, anche i meli aspetteranno: ci sono ancora troppo posti su questa Terra da esplorare, troppe cose da scoprire e da fare, prima di imbracciare una vanga o una falce e mettersi ad accudire il giardino di casa.

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La guerra in Afghanistan
Dal novembre 1982 e per i successivi cinque anni Beverly e Hoover passarono la maggior parte del loro tempo a documentare con filmati l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Il rischio e le condizioni prolungate di stenti e fatiche che dovettero affrontare misero a dura prova non solo il loro fisico ma anche la psiche. Beverly ottenne dal Comando militare sovietico un permesso speciale per filmare, lei sola, dal fronte russo. L’Afghanistan le appariva in tutto e per tutto come il Vietnam dei Russi. Ma Beverly si fece col tempo un’idea più precisa del conflitto e delle regole della società tribale di quel popolo, non del tutto allineata con le idee dell’opinione pubblica americana. Nei villaggi afghani, in quanto donna, era l’unica giornalista ammessa a stretto contatto con le donne e si rese conto delle disuguaglianze profonde tra uomini e donne e di come i principi fondanti della società teocratica e guerriera afghana fossero la vera causa delle condizioni di quel paese. Disse più volte che non valeva la pena rimanere lì a documentare la follia maschilista degli Afghani rischiando la pelle per una guerra che non riguardava gli americani e la cultura occidentale.

L’ultimo volo
Il 3 aprile 1994 Beverly è su un elicottero, come molte altre volte nella sua vita, ma questa volta non è lei a pilotarlo per intervenire a spegnere un incendio o per esplorare qualche landa remota della Terra: sta semplicemente trascorrendo una breve vacanza con Hoover e degli amici per fare del fuoripista sulle Ruby Mountains, una catena montuosa nel Nevada. Con lei, oltre al marito e a Dave, il pilota, ci sono anche Frank G. Wells, il presidente della Disney e un loro amico. Un altro gruppetto di sciatori intanto è appena rientrato con un secondo elicottero alla base. Un peggioramento repentino del tempo induce il pilota ad atterrare in una piccola radura aperta sul fianco del pendio in attesa che cessi di nevicare. Dopo una mezz’ora dalla stazione di arrivo, a pochi chilometri di distanza, avvertono via radio che si vede una schiarita. Il pilota e Hoover puliscono alla meglio la cabina, le prese d’aria e le pale del rotore dalla neve. L’elicottero si mette in moto e si alza, ma dopo un minuto succede qualcosa, si accende la spia della pressione dell’olio e Dave avverte che deve tentare un atterraggio d’emergenza. Non sono alti sul bosco, forse troppo poco per una manovra corretta di autorotazione o chissà…
Nella caduta nel Thorpe Creek Canyon, a circa 5 miglia a sud di Lamoille, solo Hoover sopravvivrà, riportando gravissime fratture e racconterà come si svolsero i fatti anche al processo aperto per individuare eventuali responsabilità.

BJ fotografata dal marito Mike Hoover
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Cosa rimane di una vita?
Un odore acre di gasolio per un raggio di 5 km attorno all’elicottero precipitato, i ricordi di chi l’ha conosciuta, qualche foto e parole sulla carta. Tra le altre, quella della lettera da lei scritta diversi anni prima ai suoi genitori, e conservata, ripiegata in quattro, nel suo passaporto. Si chiudeva così:
… ho avuto una vita meravigliosa… e fino ad ora sono stata molto felice. Felice di avervi avuti come genitori. Felice di essere nata in America. Felice di essere stata in salute. Felice di aver avuto due bravi fratelli…
Ho avuto tutta la gioia e l’avventura che si può desiderare. Ho amato e sono stata amata. Mi spiace solo di non aver fatto molto per il miglioramento del Pianeta, sarà per una prossima volta. Nella mia vita ho pianificato molto poco e ho vissuto le esperienze che si potrebbero vivere in cento anni, solo un po’ concentrate.
Ho apprezzato ogni singolo giorno e mi sono meravigliata di quanto misteriosa e bella sia la vita. Non desidero nessuna vita ulteriore, questa è stata sufficiente…
Perciò il mio ultimo desiderio, il mio solo desiderio, realmente, è che quanto accaduto non vi arrechi neppure la più piccola tristezza. Ho avuto dalla vita più di quanto si possa desiderare. Pensatemi e sorridete, è questo che voglio
“.

Non sono forse le parole scritte, tanto quelle antiche e auliche della Commedia dantesca, così come quelle di una lettera di una ragazza della seconda metà del novecento, un fragile ponte con il nostro passato, costruito nella speranza inconscia di farlo rivivere e durare oltre noi, nel futuro che non ci apparterrà, per coloro che restano e per quelli che verranno?

23 ottobre 1978, Beverly Johnson ripresa poco dopo la sua prima salita solitaria di 10 giorni
del Capitan, lungo la via Dihedral Wall. Foto: Zebowski/Associated Press
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Enjoy this day (quando il tempo sta per finire, una buona cena vale più del futuro)

La foto (qui accanto riprodotta) della ragazza bionda sorridente e a braccia aperte, vestita di chiaro, in un punto panoramico della Yosemite Valley, potrebbe essere scambiata per quella di una qualsiasi bella turista in vacanza, ma trattandosi di Beverly Johnson ci si immagina che voglia dirci:” Questo, signori miei, è stato il mio regno”. Ed ha lo stesso sguardo luminoso e aperto di quello che ci osserva dalla foto che la ritrae da bambina, a cinque anni, col cappellino traforato e un vestitino bianco davanti ad un cespo di margherite fiorite nell’aiuola di casa sua, al tempo in cui tutto era ancora possibile, ogni scelta aperta e ogni cosa doveva ancora accadere.

The wisdom of the crowd
Le regole del web fanno sì che i motori di ricerca, in caso di omonimia tra due persone, diano come primi risultati quella con le maggiori ricorrenze (frequenza) nelle ricerche, indipendentemente dal valore, meriti o demeriti delle persone: questa regola è detta in inglese wisdom of the crowd, che sarebbe “la saggezza della folla”. E’ per questo che con Google nelle prime pagine compare sempre la modella afro-americana BJ, mentre la nostra BJ è relegata nelle ultime pagine.
A me comunque piace pensare che il tempo prima o poi renderà il giusto merito a questa donna ricordata da Hoover come sempre sorridente, tenace e coraggiosa, scalatrice, istruttrice di sci, pilota di elicottero, canoista, windsurfer, cineasta di guerra in Afghanistan e soprattutto innamorata della vita ed esploratrice delle possibilità umane fisiche e mentali.

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Crediti
Il testo di questo lungo post è liberamente ispirato alla biografia di BJ dell’autrice Gabriela Zim, dal titolo The view from the edge. Life and Landescapes of Beverly Johnson, ed. Mountain n’ Air Books, La Crescenta (CA), 1997, 185 pagine, con presentazione di John Long, e da alcuni articoli e interventi su siti e riviste on-line statunitensi da parte di chi la conobbe negli anni ‘70. Il titolo del libro potrebbe tradursi letteralmente: La vista dal bordo. Vita e paesaggi di BJ, ma mi pare più appropriato Lo sguardo dal limite. Vita e paesaggi di BJ. Non essendo l’autrice una scalatrice, l’approccio da lei scelto è incentrato sugli aspetti personali e umani della protagonista e per questo motivo più interessante, a mio giudizio, di uno sterile resoconto delle performances sportive e “sovra” umane. La biografia di Beverly è ricostruita dall’autrice anche attraverso numerose lettere e dai suoi appunti di viaggio.
Ho tradotto letteralmente esclusivamente il testo della lettera indirizzata ai genitori, il resto è una trasposizione libera, anche se fedele all’originale nei contenuti.
Non esistono libri o altri documenti cartacei, per quanto ne so io, in italiano su BJ, a riprova del fatto che i media, a volte in modo casuale, altre volte per scelta, sono in grado di amplificare o passare sotto silenzio fatti e persone, decretandone la fama, la mitizzazione oppure l’oblio in misura non sempre corrispondente all’oggettività di quei fatti e di quei protagonisti. Wikipedia ha una pagina a lei dedicata, ma solo nella versione inglese.
Un raro filmato d’epoca, con belle riprese ma purtroppo di scadente qualità (16 mm) in cui compare BJ in un tentativo di liberare la via del Nose a El Capitan in cordata con Ron Kauk e Werner Braun si può vedere qui sotto:

Note
1) Charlie Porter: Massachusetts 1951. E’ scomparso il 23 febbraio 2014 all’età di 63 anni a Punta Arenas, in Cile, a causa di problemi cardiaci. Scienziato climatologo, noto per le sue prime solitarie al Capitan e per le esplorazioni nella Terra del Fuoco:
Zodiac, 1972
The Shield, 1972
Mescalito, 1973
Tangerine Trip, 1973
Excalibur, 1975
e poi la solitaria alla cresta Cassin sul McKinley, 1976;

Jim Bridwell: soprannominato the bird (San Antonio, 29 luglio 1944, vivente). Centinaia di vie tra cui:
• 1968 Triple Direct (VI 5.9 A2), El Capitan, Yosemite, con Kim Schmitz
• 1968 Salathé, El Capitan, Yosemite, salita in tre giorni

2) John Long: nato nel 1951, vivente. Scrittore e divulgatore di successo degli sport estremi (più di 40 titoli e milioni di copie vendute). Arrampicatore negli anni Settanta e Ottanta, scopritore e amico di John Bachar, fondatore del gruppo Stonemasters, con all’attivo molte scalate estreme in tempi record tra cui la prima salita in giornata della via del Nose su El Capitan, nel 1975, che realizzò insieme a Billy Westbay e Jim Bridwell e la prima libera di Astroman con Ron Kauk e John Bachar

3) Il racconto di questa salita, narrato da Sybylle Hechtel, lo si può leggere nel libro edito da Steve Roper: Ordeal by Piton. Writings from the golden age of Yosemite climbing, 2003, con un titolo dal sapore revanscista: “Walls Without Balls” (Pareti senza balle)(!).

4) Il Tonight show fu un popolarissimo programma televisivo andato in onda negli USA per quarant’anni sulla rete NBC e presentato ininterrottamente dal 1962 al 1992 da Johnny Carson, contendendosi la popolarità con l’Ed Sullivan Show.

5) Durante la spedizione in Antartide “Ice 90” per la National Geographic Society, il capitano Giles Kershow a bordo di un “girocoptero” con cui trasportava del materiale in appoggio ad una prima ascensione americana guidata da Hoover, e con il quale avrebbe dovuto trasportare anche Beverly dal campo base all’attacco della via, viene investito da un forte vento catabatico, ossia una corrente asciutta e fredda tipica delle regioni artiche. Il piccolo velivolo, nonostante la perizia del pilota, si abbatté al suolo senza lasciare possibilità di salvezza a Giles. Per Beverly, che si era perfezionata nel pilotare elicotteri grazie ai consigli dell’amico Giles e con cui aveva condiviso per anni la grande passione per il volo e molte esperienze in Artide e Antartide, fu un altro duro colpo, da cui non si riprese per molti mesi.

Ulteriori notizie su:
http://rockriprollgirl.com/home/2011/04/remembering-bev-johnson-one-of-americas-greatest-climbersadventurers/.

 

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Sotto al Tanaro

Sotto al Tanaro
di Massimo Sciandra, Raffaella Zerbetto e Attilio Eusebio
(già pubblicato su Alpidoc n. 92, per gentile concessione)

Speleo Club Tanaro: ultime novità dal sottosuolo
di Massimo Sciandra e Raffaella Zerbetto
L’anno 2015 per la speleologia tanarese verrà sicuramente ricordato come prodigo di buoni risultati. Dopo l’abituale abbuffata sciistico-nevosa e gli ormai consueti appuntamenti (corso, esami per istruttori, eccetera), la stagione speleologica si apre a inizio giugno con una tre giorni organizzata in ambito AGSP (Associazione Gruppi Speleologici Piemontesi) a Trappa, frazione di Garessio ubicata allo sbocco della Valdinferno, all’insegna dell’interazione fra i gruppi speleo, convinti che mettere le proprie esperienze e nozioni al servizio della causa esplorativa comune sia un’ottima base da cui partire. Così speleo di varia estrazione si sono incontrati, confrontati e divertiti nel cercar di dipanare i segreti degli acquiferi carsici, a partire da quello della Valdinferno, con battute esterne, nuove scoperte, rilievi e soprattutto con la colorazione delle acque al Garbo dell’Omo Inferiore. Nella Grotta della Mottera (Val Corsaglia, Ormea), che impegna da oltre trent’anni il nostro gruppo, sono slate fatte alcune punte esplorative, portando il conosciuto ad oltre 20 chilomelri. Gran parte del campo estivo è stato, invece, dedicato alle parti soprastanti del Sistema della Mottera e in particolare all’Abisso Mario Angeloni, cavità aperta nel 2014 nei pressi di Cima Verzera.

Verzera, forra finale a -300. Foto: Raffaella Zerbetto
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Inseguendo un’interessante galleria freatica, ricca di concrezioni, e dopo un estenuante scavo confortalo da una fortissima corrente d’aria, si è aperta una nuova via esplorativa. Pozzi, meandri e gallerie varie si spingono alla profondità di -315 metri (con uno sviluppo totale di 1415 metri) e lambiscono il sogno, mai sopito, di congiungersi con zone molto distanti dalla sottostante Mottera. Nell’ormai lontano 1994 scoprimmo, sotto le pareti dell’Alpe di Perabruna (Val Casotto, Garessio), una cavità che battezzammo Rem del Ghiaccio, in quanto al suo interno celava un ghiacciaio fossile che ne riempiva completamente la parte finale. Nel luglio 2015, con un gruppo di esperti glaciologi e con l’intento di svelare informazioni custodite negli strati di ghiaccio, siamo tornati per prelevarne un campione per le analisi del caso.

Verzera, galleria a -130. Foto: Raffaella Zerbetto
SottoTanaro--verzera-04

A malincuore, abbiamo dovuto constatare come anche in grotta si facciano pesantemente sentire le conseguenze dei cambiamenti climatici in corso, condannando inesorabilmente il ghiacciaio allo scioglimento. Non tutto il male viene per nuocere ed ecco giungere le grida eccitate di Raffa che farnetica di un grosso passaggio alla base del ghiacciaio. Tutto vero ed eccoci, ancora increduli, sfilare lungo il fianco del ghiacciaio verso un ambiente sconosciuto, sovrastato da grandi pozzi, e oltre, procedendo fra effimere concrezioni di ghiaccio, giungere a un’enorme sala. L’obiettivo di oggi è però recuperare il campione, fuori ci aspettano i 21 gradi della torrida estate e un lungo cammino, per cui tocca sbollire gli ardori esplorativi.

Rem del Ghiaccio, il ghiacciaio ipogeo. Foto: Raffaella Zerbetto
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Torneremo in buona compagnia con amici cuneesi, biellesi, torinesi e genovesi, scoprendo incredibili e antichissimi meandri e gallerie percorsi da una gelida corrente d’aria (0,8 °C). Rem del Ghiaccio è passata dai 130 metri di sviluppo agli attuali 660 metri, ancora in corso di esplorazione e fermi, per mancanza di materiale, su un’allettante prosecuzione. Approfittando delle favorevoli condizioni create da un autunno particolarmente siccitoso e da un inverno mai veramente arrivato, siamo tornati all’Abisso Luna d’Ottobre, importante cavità nel Vallone di Borello, in Val Corsaglia. Alla profondità di 550 metri, la scoperta di un esteso groviglio di rami risveglia le speranze di trovare il tanto agognato collettore che raccoglie le acque provenienti dalle creste di Cima Ciuaiera e Alpe degli Zottazzi, come già provato dai tracciamenti con la fluoresceina. L’esplorazione di questa grotta è impegnativa, oltre che per le distanze (3362 metri di sviluppo per 636 metri di profondità), anche per le difficoltà nell’approntare un campo interno più confortevole dell’attuale, ma certamente, viste le premesse, non sarà questo a fermare il nostro entusiasmo.

Rem del Ghiaccio, discesa nella Galleria Cardioshock. Foto: Meo Vigna
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A novembre si torna al Ventazzo, buco scoperto ed esplorato nel campo 2013, caratterizzato da una fortissima corrente d’aria a 3,2 °C e appartenente al Sistema di Borello. Ben presto diventa abisso, scendendo con due fondi distinti alla massima quota di -210 metri, con ben poche speranze di prosecuzione. Le danze si riaprono sbirciando al di là di un instabile masso (il Killer), dietro il quale si infila l’aria e, ben presto, anche noi.

La realtà supera la fantasia e un grande spazio buio si apre sotto i nostri piedi… Carichi di emozione, ma poveri di corde, ci arrestiamo. In due punte successive torneremo con amici biellesi e liguri e, in un susseguirsi di splendide verticali, giungeremo a un interessantissimo livello freatico, incrocio di condotte e meandri, tutti portatori di forti flussi d’aria che convergono alla sommità di un grande pozzo ancora inesplorato.

La misteriosa via verso il cuore profondo del sistema è finalmente tracciata? La grotta si farà beffe di noi facendoci perdere fra angusti ringiovanimenti e inespugnabili frane o ci concederà di alzare il velo sulla complessità della sua storia? Sta a noi cercare al di là delle nostre conoscenze, non fermandoci alle comode certezze. Ai posteri le ardue sentenze!

Ventazzo, rilevando a -170. Foto: Roberto Chiesa
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Nuove esplorazioni alla Grotta della Dragonera
di Attilio Eusebio
Lo spartiacque tra Entracque e Roaschia, in Valle Gesso, presenta estesi sistemi carsici che hanno la loro principale risorgenza nel Vallone di Fontanafredda.

Si tratta della Grotta-Sorgente della Dragonera, posta a circa 200 metri dall’abitato di Roaschia. La suggestiva sorgente pare derivare il suo nome da un’antica leggenda secondo la quale un drago femmina si sarebbe rifugiato nell’omonima grotta.

Giorgio Graglia in esplorazione nella Dragonera. Foto: Attilio Eusebio.
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La grotta-sorgente è stata meta di esplorazioni dell’inizio degli anni Sessanta a opera dei gruppi speleosubacquei di Cuneo, Torino e Milano. Nel 1968, durante le ultime esplorazioni, fu teatro di un incidente nel quale due speleosub furono bloccati nell’oltresifone e riuscirono a riemergere solamente il giorno successivo, dopo una notte in cui tutti avevano pensato al peggio. In seguito a questo episodio la grotta fu chiusa e solo raramente si riescono ad avere i permessi per accedervi. Una quindicina di anni fa la cavità fu riesplorata con cura e rivista tutta la parte terminale, che presenta un labirinto di cunicoli di ridotte dimensioni.

Nonostante l’impegno profuso non si riuscì a ritrovare la via seguita dai due speleosub e l’oltresifone rimase un mistero. Mistero che ora, in seguito a un accordo di collaborazione per la valorizzazione del sito con il Comune di Roaschia, è stato finalmente svelato con il ritrovamento, nell’ottobre 2015, del cunicolo “giusto” e il raggiungimento della saletta oltresifone, dopo 47 anni dallo storico incidente. Hanno partecipato alla recente esplorazione Gherardo Biella, Giorgio Graglia, Roberto Jarre e Attilio Eusebio.

Giorgio Graglia in esplorazione nella Dragonera. Foto: Attilio Eusebio.
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Il trono remoto

Il trono remoto

Oggi ci occupiamo di due grandi pareti, davvero grandi, sconosciute ai più.

Sto parlando della Nord del Pizzo di Prata e del versante sud-occidentale del Sasso Manduino. Sono a poca distanza chilometrica uno dall’altro e sono due imponenti perle di bellezza delle Alpi Centrali. Ma mentre il Pizzo di Prata è praticamente invisibile dal fondovalle, al contrario il Sasso Manduino è estremamente presente nell’iconografia dell’alto Lago di Como e del Lago di Novate-Mezzola. Dunque il disinteresse del quale entrambe le montagne sono state circondate non dipende da presunta scarsa visibilità ma dall’estremo isolamento nel quale si ritrovano, a ore e ore da qualunque base di appoggio.

Il Sasso Manduino dal Piano di Spagna
Sasso Manduino dal Lago di Novate Mezzola

Sono state e sono perciò due montagne che hanno costituito il terreno ideale per un alpinismo esplorativo e nello stesso tempo innovativo, teso più a non lasciare traccia sul terreno che a lasciare traccia nella storia.

Storia che comunque esiste eccome, come ci racconta bene Ivan Guerini, autore de Il trono remoto, un e-book appena uscito.

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L’idea dell’e-book è stata, secondo me, ottima. Peccato che, a questo punto, avrei qualche difficoltà ad andarci… ma, finalmente, eccomi servito!

Infatti, era da almeno trentacinque anni che attendevo che Ivan pubblicasse qualcosa su questo terreno meraviglioso. Quando egli stesso mi ha comunicato questa realtà, dandomi un link per visitare una consistente anteprima del libro, mi sono precipitato ad aprirla, leggerla e subito dopo ad acquistare l’e-book, in modo da poterlo valutare e poterne finalmente godere per intero, come si fa con la terra promessa.
La nostra scelta è stata determinata da altre ragioni, inerenti agli editori che danno le responsabilità ai distributori che alla fine comandano gli autori.
Abbiamo pertanto eliminato tutti i problemi in un baleno, lasciando l’eventuale editore in compagnia del distributore, senza più l’autore
!” mi ha scritto Ivan con il suo solito e pungente sarcasmo. Trentacinque anni alla ricerca di un editore che desse carta bianca portano alla ribellione totale… (oh, come lo capisco!).

Non ho trovato eccessivamente consolatorio che, a seguito della mia lamentazione sull’età avanzata e dunque sulle scarse possibilità che io possa ancora fare il camoscio da quelle parti, Ivan mi rispondesse: “Quanto alla difficoltà di andarci, non credo sia un ostacolo da riferire all’età, dal momento che certe montagne hanno proprio la prerogativa di essere schermate e schermanti, proprio perché catartiche in rapporto all’individuo che le sale, unitamente al fatto che non tutti le debbono necessariamente salire”.

Il versante settentrionale del Pizzo di Prata
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Il Trono remoto è dunque un esperimento editoriale felicemente riuscito, cui auguro tutto il successo che merita, perché tra l’altro brilla in un panorama editoriale che più desolante non si potrebbe immaginare.

Le 195 pagine virtuali di questo libro hanno il dono speciale di regalare emozioni, proprio quel genere di emozioni delle quali la maggior parte delle montagne celebri sono oggi abbastanza stitiche: non per colpa delle montagne, ovviamente. Siamo noi che non siamo più capaci di leggere senza desiderare di acquistare e di avere. Se penso a questo, sono felice di non avere concrete prospettive di visita a quei posti… E invece il lettore è libero di farlo, oppure è libero di liberarsi.

Guerini mi confida: “Devi sapere che sto ultimando il rifacimento e-book del Gioco-Arrampicata in Val di Mello, con parecchi temi inediti allora non pubblicati: ovviamente non lo chiamerò più in quel modo. Pur essendo meno austero del Trono remoto, credo di essere riuscito a rendere bene il luogo e l’atmosfera di allora e mi piace come l’ho quasi realizzato”.

Il libro è acquistabile qui (euro 4,95).

Il Pizzo di Prata da Daloo (sopra a Chiavenna). Foto: R. Moiola
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Le Colonne d’Ercole – 2

Le Colonne d’Ercole – 2 (2-2)
(quasi 290 anni di esplorazioni dolomitiche)

Quasi 290 anni sono passati da quel lontano giorno del luglio 1726 in cui i veneziani Pietro Stefanelli, farmacista dell’alta società, e Giovanni Zanichelli, celebre botanico, si ritrovarono, quasi senza volerlo, in vetta al Cimon del Cavallo, una tra le cime dolomitiche ben visibili, nelle giornate terse, dalla laguna. “Lassù una vasta solitudine, luoghi orridi e belli, e nessun segno di vita umana e di coltivazione”, scrissero.

Visto che il loro scopo era la raccolta di erbe officinali, cosa li ha spinti fino alla cima? Non certo l’emulazione di cacciatori o pastori. E sarebbe stato già sufficiente andare lassù in alto per eventualmente menar vanto di imprese avventurose, senza bisogno della vetta. Dunque, rimane solo la meravigliosa ipotesi che siano stati catturati, a una cert’ora di un pomeriggio afoso, dall’enigmatico richiamo che il nostro spirito ogni tanto emette, come sapevano ben fare le sirene che Ulisse non volle ascoltare. Sessanta anni prima della conquista del Monte Bianco e ben prima dei viaggi interiori ed esteriori di Wolfgang Goethe.

Ne nacque una lunga storia che ha visto confrontarsi viaggiatori e alpinisti stranieri con le guide locali, con i locandieri, con la storia e le tradizioni della gente locale. In particolare, nel secolo XIX, sono stati i britannici a fare alpinismo sulle Dolomiti, facendovi nascere così il turismo.

Lago di Carezza e Latemàr
Lago di Carezza e Latemàr

Dopo la pubblicazione a Londra del Murray’s Handbook, nel 1837, le Dolomiti cominciano ad attirare i viaggiatori britannici, che percorrono le valli a piedi o a dorso di mulo cogliendo le immagini di “sublime grandiosità” indicate dalla guida.

Oltre ai numerosi scritti apparsi sull’Alpine Journal, il periodico dell’Alpine Club, furono pubblicati i diari di viaggio di Amelia Edwards, Elisabeth Tuckett, Douglas William Freshfield, Leslie Stephen. Ma il più fondamentale libro fu quello di George Cheetham Churchill e Josiah Gilbert, The Dolomite Mountains (1864). La loro opera “lancia” definitivamente le Dolomiti, che vengono inserite nel “Tour alpino” che il romanticismo ha contribuito a rendere di moda oltre Manica, come variante del “Grand Tour” che tradizionalmente viene compiuto, scendendo in Italia, nel percorso educativo delle classi più agiate del Regno Unito.

John Ball
John Ball

Nel 1857 nasce a Londra l’Alpine club, un esclusivo consesso di alpinisti che determina l’invenzione dell’alpinismo come noi lo intendiamo oggi. Anche le cime delle Dolomiti cominciano ad essere salite con sistematicità.

Nel 1868 esce la prima guida alpinistica delle Dolomiti, terzo volume di una collana fortunata che l’irlandese John Ball, sposo di una nobildonna di Bassano, pubblica a Londra con il titolo di A guide to the Eastern Alps.

In quel momento quasi tutte le vette maggiori erano state salite per l’itinerario più abbordabile. Inizia ora la lunga esplorazione delle creste, delle pareti, in un crescendo continuo dell’innalzamento del livello di difficoltà che porta nel 1925 alla conquista della parete più repulsiva e grandiosa, quella della Civetta.

Attraverso le epoche del Sesto Grado, dell’Artificiale, del Nuovo Mattino (conosciuto tardivamente anche in Dolomiti), e con il coinvolgimento di alpinisti di tutta Europa e non solo, si attraversa tutto il secolo XX e si giunge all’apertura, sempre in Civetta, di una via dal nome sintomatico, Colonne d’Ercole: si tratta della realizzazione che incarna in sé i valori massimi di difficoltà, di bellezza e di purezza di arrampicata libera (2012, Alessandro Baù, Alessandro Beber, Nicola Tondini). Il nome evoca un passaggio epocale, come è certamente quello in cui le Dolomiti e la loro storia, nonché il nostro alpinismo, si trovano.
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Nel 1988 qualcuno ebbe l’idea di festeggiare i duecento anni della scoperta geologica delle Dolomiti, solo perché nel 1788 (o 1789) il marchese Déodat de Dolomieu, geologo francese, lungo la strada tra Trento e Bolzano aveva raccolto alcuni campioni di roccia di colore chiaro simile al calcare, ma che da questo si differenziava per via della diversa reattività all’acido cloridrico.

Fu soprattutto un’operazione marketing, come oggi rischia d’essere intesa anche la più recente nomina a Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

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Le cartoline che raffigurano alcune tra le vette dolomitiche più belle e caratteristiche sono note in tutto il mondo, l’immagine delle Tre Cime di Lavaredo fa concorrenza al Cervino quanto a staticità dell’idea che ce ne siamo fatta. Sciare nelle nevi splendenti con la corona delle guglie dolomitiche è un quadro mentale dal quale nessuno può ormai liberarsi. L’idea della perfezione ha sostituito non solo il ricordo, ma anche il desiderio di ulteriore conoscenza.

Il simbolo sta uccidendo il padre, l’immagine (soprattutto quella virtuale) è più importante della realtà fisica. Di questo sono responsabili gli alpinisti che hanno portato, come angeli, la conoscenza di un mondo sublime, di cui la gente si nutre. Loro stessi però non sapevano quel che facevano, e dobbiamo perdonarli.

Sassolungo e Sassopiatto dall’Alpe di Siusi, in un’illustrazione di J. Gilbert e G.C. Churchill, The Dolomite mountains, 1864
Sassolungo e Sassopiatto dall'Alpe di Siusi, in un'illustrazione di J. Gilbert e G.C. Churchill, "The Dolomite mountains", 1864

Il mistero di queste montagne è stato svelato nel momento stesso in cui l’esplorazione dava risultati molto visibili. Quando anche la Sud della Marmolada non ha più avuto segreti per i migliori ecco che i caroselli sciistici hanno sostituito totalmente la realtà. Come non ci fosse più bisogno della Gioconda di Leonardo o del Partenone ma ci accontentassimo delle loro fotografie.

Viene il dubbio che la soluzione sia quella di dimenticare la storia e ritornare a guardare queste montagne con gli occhi di un bambino, che sa mescolare così bene la fiducia e la paura.

Queste sono le Colonne d’Ercole che abbiamo paura di attraversare. Mille convenienze e piccoli e grandi interessi ci stanno remando contro e non ci lasciano abbandonare il Mare Nostrum, diventato angusto come una culla che prima o poi dovremo abbandonare. Dobbiamo avere fiducia che lo spirito, quello stesso di Zanichelli e Stefanelli, ci richiami ancora, con voce più forte.

Manolo libera Solo per vecchi guerrieri
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Blank on the map

Blank on the map – Spazio bianco sulla mappa
Quando si dice “il mondo è proprio piccolo” non si tiene nella debita considerazione la parte di pianeta che ancora sfugge alle nostre conoscenze approfondite. Le catene montuose, i grandi dislivelli unitamente alle altezze e alle latitudini estreme ostacolano la nostra esplorazione come altre difficoltà naturali: così, se negli anni ’30 il grande al­pinista inglese Eric Shipton poteva intitolare il suo bellissimo libro Blank on the map (Spazio bianco sulla mappa), con ciò fa­cendo vibrare le corde più intime di chi ama le terre selvagge, oggi, in seguito alle foto aeree, ai reportages dai satelliti e a Google Map, gli spazi si sono sensibilmente ridotti per ciò che concerne la conoscenza teorica e i rilievi delle zone, ma assai meno per ciò che riguarda la conoscenza reale e pratica.
Anche se ormai pos­siamo disporre di una carta geografica affidabile del continente antartico, è pur vero che nessuno ha messo mai piede in vastissi­me aree di esso, che il rilievo geografico è approssimativo, le fotografie ravvicinate inesistenti.

Montagne dell’AntartideBlankontheMap-antarctica-1180x586

Anno per anno, con scopi scientifici o meno, centinaia di spedizioni partono da tutto il mondo per diminuire ulteriormente la fetta di sconosciuto delle montagne della Terra. Vari possono essere i motivi per i quali una regione è poco conosciuta o non lo è affatto. Tra i principa­li vi sono quelli politici: intere e vastissime regioni sono an­cora terre di sogno per noi occidentali, motivi unilaterali e strategici ne impediscono l’accesso. La Cina è il maggior serba­toio di montagne e catene sconosciute. Pensiamo alle planetarie distese di montagne del Sinkiang e del Tibet, ai fascinosi gruppi attorno al Minya Konga: e vedremo, quasi con senso di liberazio­ne, che attorno a loro si dispiegano migliaia e migliaia di altre montagne. Pensiamo al Pamir e perfino agli Urali, che qualcuno crede essere grandi colline solo perchè non ci sono le grandi altezze.
Nonostante le migliaia di spedizioni, pubblicazioni in biblioteca, film e fotografie, la conoscenza di Himalaya, Karako­rum, Hindu-Kush è solo approssimativa per vastissime aree. I mo­tivi sono politici, ma anche geografici e tecnici. Qualche volta subentra la leggerezza umana degli alpinisti: il Gasherbrum IV, salito la prima volta dai nostri Bonatti e Mauri nel 1958, è sta­to raramente ritentato solo perchè la vetta sfiora gli ottomila per pochi metri: e invece è una delle più evidenti, eleganti e magnifiche montagne del mondo! Al di là di queste tristi conside­razioni, per le quali un ottomila facile “vale” più di un 7950 difficile, continuiamo il viaggio su catene poco conosciute, quelle dell’Assam, del Bhutan, del Sikkim, dell’Iran e dell’Oman.
Cambiando continente, pensiamo all’Africa. Ci sono pochi segreti per le grandi montagne, tipo Kilimanjaro, Kenya o Ruwenzori. Mol­ti più segreti per le enormi falesie e arcipelagi di torrioni che si ergono nei deserti remoti, tra la Libia e il Niger, oppure per le quasi inaccessibili “ambe” etiopiche. E che dire del meridione africano, delle montagne della Namibia, dello Zimbabwe, dove il concetto di apartheid pareva essersi radicato anche sui rilievi montuosi? In Oceania, la Nuova Guinea culmina con il Carstenz che, immerso in giungle quasi impenetrabili, supera i cinquemila metri, ma anche il Borneo (a parte il suo Kinabalu) è ben poco cono­sciuto.

La confluenza del Lauteraargletscher (sopra) e del Finsteraargletscher nell’Unteraargletscher
(Svizzera)
BlankontheMap-Lauteraargletscher-abschwung

La Patagonia e la Terra del Fuoco, con i loro climi così proibitivi, offrono ancora belle speranze e grandi sogni. Non per nulla molte spedizioni hanno scelto lo Hielo Continental per le loro grandi avventure orizzontali. La Patagonia infatti è una grande possibilità di espressione per chi non ha grandi mezzi. Non occorrono permessi, non ci vogliono quattrini per i portato­ri: l’avventura è lì, senza burocrazia e senza grossi contorni tecnici. La stessa cosa, ma aggravata dalle enormi distanze di approccio da superarsi con l’aereo, succede in Alaska e soprat­tutto nell’Isola di Baffin e nella sconfinata Groenlandia. Prova ne sia che le montagne di queste regioni sono poco note pur es­sendo nel continente America del Nord, il più progredito, il più disponibile alla ricerca e il più interessato per varie ragioni alla conoscenza più approfondita. Il massimo di “Blank on the map” si ha però nell’Antartide, dove la riduzione dei tempi di agibilità (3-4 mesi all’anno), le temperature estreme, la lonta­nanza, la solitudine fanno di questa stupenda terra il luogo di mistero più remoto nel tempo e nello spazio.
Ma la montagna, come grande espressione della natura, ci riserba qualcosa di più che topografie, geologie e idrografie più o meno approfondite. La co­noscenza umana di una zona terrestre non è mai completa, almeno finché ci saranno uomini che sapranno leggere nel linguaggio del­la natura. Anche consultando una magnifica carta del CNS che ci disegna per esempio il Lauteraargletscher con precisione assoluta.
All’esten­sione delle montagne ancora da conoscere è necessario aggiungere tutta quella porzione di sconosciuto che la dilatazione della pa­rola “esplorazione” può garantire. Mentre il primo passo è quello di misurare con strumenti, poi registrare dati e immagini tramite foto e film, il secondo piano dell’esplorazione è quello intimo. Ed è il più importante perché inesauribile. L’uomo, per sua stes­sa essenza, non può sopportare di non avere più niente da cono­scere: l’inedia lo afferrerebbe senza scampo.
Sono i paesi più avanzati che devono imbrigliare la propria corsa allo sfruttamento del territorio. Non c’è alcuna speranza che i portabandie­ra della nuova civiltà siano paesi che ancora sono in pieno sviluppo travolgente. È di qualche anno fa il progetto di ingrandire considere­volmente l’invaso artificiale di Grimsel: il risultato sarebbe stato un megabacino che avrebbe stravolto i connotati, già compromessi, della valle dell’Unteraargletscher. Ci sono state delle manifestazioni am­bientaliste che hanno voluto segnalare all’opinione pubblica quanto potesse essere sconsiderato il progetto, nella speranza di dar voce ulte­riore a quel movimento di pensiero politico che vede la Svizzera al primo posto nella limitazione del traffico automobilistico, pesante e non. L’associazione Mountain Wilderness, assieme ad alcuni gruppi locali, aveva simbolicamente portato un segnale sulla spiaggia che segna il confine tra il mondo naturale dell’Unteraargletscher e l’invaso azzurro ver­dastro della colonizzazione umana. Questa è l’ultima spiaggia, se non si avrà il coraggio di interrompere la corsa allo sfruttamento idrico delle ultime decadi favorendo una razionalizzazione, e quindi una soglia d’arresto, ai consumi. Un altro genere di blank on the map inva­derà le carte geografiche: con la differenza sostanziale che lo scono­sciuto avrà ceduto il passo al soppresso, inabissato e dimenticato. L’EI­dorado sarà sempre più mitico e definitivamente irraggiungibile.

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Fede o conquista?

Fede o conquista?
di Stefano Michelazzi
(l’articolo è stato originariamente pubblicato il 20 novembre 2014 sul blog Ritorno alle origini e si rifaceva al post Croci di Vetta)

Quanto può contare un simbolo nella vita delle persone e quanto può contare un simbolo sulla vetta di una montagna? Quanto c’è di vero nella libertà di espressione? Quanto c’è di vero nella libertà di culto?

Sulla gigantesca croce di vetta del Monte Vindiolo 2056 m (Alpi Orobie)

Fede o conquista-Sulla-croce-di-vetta-del-Monte-Vindiolo-(2056-mDue principi sanciti dalla nostra Costituzione, due principi assolutamente rispettosi nei confronti di chi popola il nostro Paese, così come di chi lo visita, per turismo, affari, lavoro e via dicendo. Un Paese laico per Costituzione che riconosce i diversi Credo e le diverse idee o ideologie che al suo interno si possono incontrare e per questo ne motiva la libertà, quindi rivendica la non ufficialità di alcuno, evitando nella sua massima espressione di Democrazia che vi siano discriminazioni sia religiose che di etnia, lingua o quant’altro.

Due principi che spesso vengono violati senza conseguenze e che purtroppo, in un ambito universalmente riconosciuto per essere un fulcro di comunione tra le genti, risultano essere spesso espressioni senza senso, oltraggiate da chi arrogantemente si sente padrone ed in diritto di prevaricare sugli altri.

Di questi tempi, tra chi frequenta le montagne, sono in atto discussioni di vario tipo e su vari temi che riguardano le libertà dei frequentatori dell’ambiente montano e gli impatti più o meno visivi e/o irrispettosi della montagna stessa. Si sta dunque, formando una coscienza di rispetto dell’ambiente con la conseguenza di una sempre maggiore richiesta di rispetto anche delle diversità d’espressione che possono tranquillamente venir considerate sia in un ambito, quello ambientale, sia nell’altro, quello umano.

Impianti da sci, eliski, moto-turismo. Alcuni dei temi attuali. Poi ancora e abbastanza appassionatamente le vie ferrate, ovvero la trasformazione di ciò che venne creato storicamente per motivazioni belliche (guerra ’14/’18) e sarebbe saggio a mio avviso mantenere per scopi didattici e culturali (“La guerra è sempre una brutta bestia!”), in percorsi sportivi che riempiono di cavi e chiodi le montagne con ammassi di ferraglia impattanti per l’ambiente.

Croce in vetta al Monte Vettore (Monti Sibillini)
Fede o conquista-M.Vettore-P1020568Si sta quindi formando una cultura di tipo ambientale e si prendono posizioni, a volte anche piuttosto accese, con veri e propri “Raid” di smantellamento parziale e/o totale delle strutture da parte di chi considera un’ignominia nei confronti della montagna, il solcarla a questo modo.

Giusto o sbagliato, favorevoli o contrari, le vie ferrate seppur impattanti da un punto di vista ecologico, non impattano di certo le varie sensibilità religiose o ideologiche.

Il nodo cruciale delle varie discussioni rimane sempre lo stesso, la montagna è di tutti ma non vi sono vincoli particolari a creare sulle loro pareti dei percorsi di massa, anche perché, gli stessi, potranno poi venir frequentati da chi ne abbia voglia o capacità.

Non possiamo però costruirvi una casa sulla cima o qualunque altro manufatto privato, in quanto non sarebbero utilizzabili da chiunque ma solo da pochi o da una percentuale comunque non globale.

Allora perché, mi chiedo, c’è nel 2014, chi ancora costruisce enormi croci di vetta per propria vanagloria, riempiendo le cime stesse di ammassi ferrosi che non rispettano né le libertà d’espressione né quelle di culto? Sintomo di un’espressione di fede o piuttosto ancestrale bisogno di occupazione e conquista di un territorio? Aldilà del mancato rispetto ambientale in questo caso appare ancora più forte, il mancato rispetto delle sensibilità altrui.

Nel 2005 quattro alpinisti valtellinesi, salirono alla cima del Pizzo Badile e vi posero una statua del Buddha. Lo fecero sapendo bene che qualcuno prima o poi l’avrebbe distrutto, e così fu due anni più tardi. A dimostrazione che chi pone le croci di vetta non lo fa per amor divino ma con concetti assolutamente diversi, disprezzando quel pluralismo come valore essenziale dell’umanità che, come detto, è un valore universalmente riconosciuto alla montagna.
A seguito della posa del Buddha sul Pizzo Badile vi fu a Sondrio un incontro tra varie fazioni discordanti e non, e nell’occasione venne invitato un Arcivescovo il quale si espresse negativamente sul fatto di porre simboli religiosi sulle vette in quanto, fece rilevare, la croce la portiamo dentro di noi e non può essere un simbolo di conquista.
Sagge e a mio avviso giuste parole, che da Ateo mi sento di avallare senza preconcetti!

Croce del Pizzo Deta (Monti Ernici)

Fede o conquista-croce delPizzod'Eta(M.Ernici)

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C’era una volta il “tentativo”…

C’era una volta il “tentativo”…
di Stefano Michelazzi

Di questa zona del Brenta si sa ben poco, l’esplorazione delle pareti è un decimo di quella delle “sorelle” svettanti nelle zone più note della Val Brenta o della Val d’Ambièz.
La roccia qui è più vicina ad un bel calcare compatto piuttosto che alla dolomia e l’arrampicata assume difficoltà elevate anche sulle forme meno ripide.

Stefano Michelazzi sulla prima lunghezza del Gran Diedro della Piccola Sentinella delle Caverne, 17 luglio 2013
Tentativo-Gran Diedro 1° TIRO (1)S. Michelazzi
Diego Lavo sulla prima lunghezza del Gran Diedro
Tentativo-Gran Diedro 1° TIRO (5)Diego LavoE’ già da due anni che osservo questa bellissima torre che come una sentinella eterna, “controlla” l’imbocco della Val Gelada di Tuenno. Un posto da favola questo, un pelo al di fuori delle rotte più seguite dagli escursionisti, in un ambiente allo stesso tempo grandioso e chiuso su sé stesso, diverso dal resto del gruppo, quasi irreale… Bisogna farvici un giro per capire cosa intendo dire, perché a spiegarlo a parole non è facile descrivere la bellezza incredibile della zona nord del Brenta…

Diego Lavo sulla seconda lunghezza del Gran Diedro
Tentativo-Gran Diedro 2° TIRO (1)Diego LavoDue estati passate ad accompagnare clienti su questi percorsi poco noti e poco frequentati, ma mai un momento per dare vita a quell’idea di salire questa torre, di saggiarne la ruvidità della roccia. In stagione sono occupato col lavoro e a fine stagione, quando si potrebbe ancora frequentare la montagna e viverne i colori autunnali, la pioggia e la neve in questi due anni son arrivate tanto presto da non lasciarmi lo spazio necessario e quindi i miei obiettivi si son spostati su salite più abbordabili.

Arriva luglio e tra una settimana di trekking e un’altra di arrampicata, mi rimane libero un giorno, un giorno soltanto, ma da sfruttare, da riempire con l’entusiasmo delle mie passioni personali e Diego è libero anche lui ed ansioso di sfogare la smania di arrampicare che il suo lavoro, amato ma totalizzante, non gli permette di gustare come gli piacerebbe.

Sveglia all’alba!
Un paio d’ore di auto ci depositano davanti ai verdi prati della Malga Tuenna dove un caffè è d’obbligo!
Diego non è mai stato da queste parti e ne rimane completamente affascinato, come dicevo: qui non è come più a sud…
Alla fine di un percorso splendido siamo finalmente all’attacco di quella che avevo individuato come la linea più interessante: un grande diedro che solca quasi interamente la parete.

Stefano Michelazzi sulla quinta lunghezza, oltre il diedro
Tentativo-Gran Diedro 5° TIRO (1)S. Michelazzi sulle placche dopo la fine del diedro.

In questi due anni ho cercato informazioni in giro per avere notizie di eventuali salite in zona, ma nessuno ha mai saputo dirmi qualcosa, ipotizzo quindi che la linea sia ancora libera.

Attacco il diedro che si dimostra subito ostico molto più del previsto, la sua roccia liscia e compatta mi impegna non poco nei primi dieci metri e qui arriva la sorpresa: nascosto da un ciuffo d’erba un chiodo…! Allora qualcuno da qui è passato già? E’ solo un tentativo o esiste già una via? Domande che via via lungo il primo tiro mi verranno svelate, da alcuni chiodi presenti e dalla sosta con vecchio cordone che trovo alla fine… Vabbé, poco male, concordo con Diego che vale comunque la pena di arrampicare avanti su questa bella linea che in ogni caso ci entusiasma, vista la linearità e la bellezza dell’arrampicata.

Seconda lunghezza un po’ meno lunga e un po’ meno difficile, ma non per questo banale, anzi, e si continua. Un altro tiro ed un’altra sosta, che evito (salendo abbiamo rinforzato le altre due), allungando fino all’allargamento del diedro, che ora si trasforma in canale. Sono circa 150 metri e siamo poco più su della metà della parete. Da qui non si intuisce più una possibile continuazione del percorso, anzi, un chiodo ancora visibile e poi più nulla…

Strano però, il diedro continua ancora un pezzo a destra e il chiodo invece si trova a sinistra… Mah…? Che facciamo?
Ci pensiamo su un momento e poi decidiamo che vale la pena continuare nel diedro per salirlo integralmente e poi forzare l’uscita sulle placche che si intravvedono dopo il suo termine. Così facciamo ed arriviamo al confine col cielo, dopo altri due tiri difficili e due sulle più facili rampe sottostanti la vetta.

Beh non sarà una prima ma la variante ha il merito di salire tutto il diedro e arrivare in cima in modo logico! Almeno così pensiamo…

Passa un anno e grazie a un contatto del mondo virtuale che abita in quelle zone, scopro che esiste una piccola pubblicazione locale, introvabile in giro dove sono segnati alcuni itinerari tra i quali la salita della Piccola Sentinella delle Caverne nel sottogruppo di Cima Paradiso… la nostra salita!
Bene almeno sapremo quale via abbiamo ripetuto, chi i primi salitori, e quando è stata aperta…!

E fin qui nulla di strano. Strano invece ciò che scopro leggendo la relazione… : la via s’interrompe proprio dopo l’ultimo chiodo che vedemmo a circa 100 metri dalla cima! La motivazione poi mi lascia esterrefatto: “La via non sale sino alla vetta, perché è stata dedicata a un grande alpinista ancora in vita al momento dell’apertura”.

Cioè???

Beh, di cose strane è pieno il mondo e questa non sarà sicuramente la più strana, però una certa perplessità devo dire che non è assurda. Un tempo questo tipo di salite a metà, venivano definite tentativi, oggi sempre più spesso c’è chi le considera vie complete…

La cima si dice non sia importante e su questo concordo, anche una lastra rocciosa isolata e senza vetta di riferimento può essere un obiettivo eccellente per fare alpinismo, ma si presume che una via che si definisca tale la solchi dal primo all’ultimo metro… se poi i ripetitori vorranno evitare le ultime lunghezze perché magari poco interessanti, sarà affare loro…

In ogni caso per non portare via niente a nessuno e visto che il grande diedro non era stato salito ancora, prima che io e Diego ci mettessimo le mani…:

Dolomiti di Brenta – Sottogruppo di Cima Paradiso
Piccola Sentinella delle Caverne – parete sud-est
Gran Diedro
Prima salita integrale: Stefano Michelazzi, Diego Lavo – 17 luglio 2013
280 m circa – difficoltà: VII
seguendo in parte la “via” Crismax del 1994.

Tentativo-schizzo

Tentativo-tracciato con via preesistente

postato il 9 ottobre 2014

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Shark’s Tooth

Cerca duro e ne troverai tanto in giro
Intervista ad Alexander Ruchkin per www.Russianclimb.com

In un tempo in cui si discute se l’alpinismo tradizionale sia finito già un bel po’ di anni fa con le figure di Bonatti e di Messner, diamo il via a una serie di informazioni sull’attività nel mondo che contribuisca al generale dissenso.

Dal 2 al 5 maggio 2011 gli scalatori russi Alexander Ruchkin (St. Petersburg) e Mikhail “Misha” Mikhailov (Bishkek) salirono sulla vetta inviolata dello Shark’s Tooth 1555 m in Groenlandia (Regione di Renland) per la cresta nord-ovest. La via, Dance on tiptoes (Danza in punta di piedi), presenta un dislivello di 915 m m, uno sviluppo di 1200 e difficoltà di VII, dal 6a al 6c e A2.
Si tratta della stessa cima salita da Matteo Della Bordella e compagni nell’estate 2014: di questi, che hanno salito la parete nord-est per la nuova via The Great Shark Hunt, parleremo in un prossimo post. Le difficoltà della via, lo stile dell’impresa, il luogo remoto di questa montagna, unitamente alla complessa logistica ne fanno uno splendido esempio di avventura moderna, un’impresa che a buon diritto s’iscrive nel solco dell’alpinismo tradizionale (quello di cui oggi si paventa la scomparsa…).

Lo Shark’s Tooth 1555 m e il tracciato della via Dance on tiptoes
Russi-Shark Tooth

L’approccio in motoslittaRussi-7220All’inizio del canale che porta alla cresta nord-ovest dello Shark’s Tooth
Russi-6488

Mikhail “Misha” Mikhailov in arrampicata sulla cresta nord-ovest dello Shark’s Tooth
Russi-6542Mikhail “Misha” Mikhailov in arrampicata sulla cresta nord-ovest dello Shark’s Tooth
Russi-6562Lo Shark’s Tooth è bello, grandioso… ma come avete fatto a trovarlo, e come mai l’idea di andare in Groenlandia?
– C’è un mucchio di cime mai salite. E su quell’isolona ghiacciata è possibile ogni forma di avventura, te la giochi con l’inesplorato. È questo l’allettante. Più difficile è raggiungere l’obiettivo, più è allettante. Questo non è solo quello che l’avventura dovrebbe sempre essere, ma ridà valore alla parola spedizione. La Real Adventure.

Negli anni ’60 era così. Poi… è cambiato proprio tutto… guarda, c’è Edurne Pasaban che ha scritto che ogni mattina c’è un taxi-elicottero che ti aspetta all’Everest Base Camp per Kathmandu. Soffri in montagna… e già il giorno dopo sei sotto la doccia, in piscina. E ogni giorno di più l’EBC assomiglia a quello del film Vertical Limit. Ma non è così facile uccidere lo spirito d’avventura, vero? Mi sembra che quelli che sono attirati dalla Real Adventure alla fine diano luogo a progetti dove la scalata è alla pari con il viaggio per arrivarci, tipo le cose del team di Andrew Lebedev, dove non si capiva più dove cominciava la scalata e dove finiva l’escursione. Pensi che il vostro progetto fosse così?

– Sì, molto simile. Quando cominciai nel 2009 il progetto The unclimbed peaks, l’idea era di allontanarsi dagli stereotipi accettati dai più. Le condizioni erano chiare. Prima avevo visto tanti articoli, che predicavano “basta con i posti inesplorati”, “gli ultimi problemi da risolvere”, ecc. Non potevo capire, cosa si poteva fare di nuovo, allora? Poi parlai con Tamotsu Nakamura, secondo lui solo in Tibet ci sono più di tremila cime inviolate!

Alexander Ruchkin
Russi-Ruchkin-6875
Questo mi aveva davvero incuriosito, cominciai a prendere nota meticolosamente di tutte le cime da fare, anche quelle nelle zone più remote. Mi hanno aiutato gli amici, i redattori delle riviste, me ne sono arrivate centinaia, specialmente dal Pakistan. Ma la maggior parte non mi interessava tanto… erano troppo facili… E invece a me piace la via difficile. Cominciai così ad affinare la ricerca, mettendo tre paletti: la cima dev’essere vergine, bella e tecnicamente significativa. Cerca duro e vedrai che ne trovi tanto…
Ho sognato la Groenlandia parecchio tempo, anche prima dello Jannu (Ruchkin e Mikhailov hanno partecipato alla spedizione russa sull’inviolata parete nord dello Jannu, culminata nel maggio 2004 con la cima di Ruchkin e Dmitry Pavlenko. Questa salita è stata premiata con il Piolet d’Or 2004, non senza critiche per l’impiego di corde fisse, NdT). Pensavamo di andare con Valery Rozov, ci piacevano quelle pareti così simili a quelle dell’isola di Baffin.

Mikhail “Misha” Mikhailov
Russi-Mikhaylov6876– Come vi siete preparati alla spedizione tu e Misha?
– Beh, abbiamo fatto vari errori. La questione è che i miei desideri vanno più forte delle mie possibilità… Abbiamo iniziato troppo presto, sarebbe stato meglio andare a luglio o agosto, non avremmo dovuto fare così tanta pista nella neve…

– Hai visto altri obiettivi per il futuro?
– Altro che! Dobbiamo tornare! In più la Groenlandia l’abbiamo vista poco con il tempo che c’era quando abbiamo fatto il volo. D’estate puoi raggiungere in barca un posto assai vicino al nostro campo base.

Hai detto che molti disagi li avete avuti per le restrizioni in aereo al peso totale del vostro equipaggiamento? Quindi non avevate portaledge, periò avete deciso di salire la cresta, non una parete.
– Sì, in effetti mi interessava la parete. C’è una fessura bellissima al centro, ripida, circa a 80°. Ma il limite di 40 kg ci ha imposto di rinunciare. In primavera, non si poteva fare senza portaledge. Non c’è spazio per le tendine, e fa troppo freddo per dormire seduti.

– E davvero la vostra real adventure è cominciata ben prima della scalata?
– Allora, siamo arrivati con le motoslitte a circa 10-12 km da quello che avevamo previsto essere il campo base. I piloti avevano paura di cadere in qualche crepaccio coperto. Proseguimmo con gli sci, con tutto sulle spalle. Fu massacrante, giorni e giorni nella neve fresca, continuava a caderne di nuova.
In Groenlandia ti svegli ogni mattina e pensi la stessa cosa – che hai dormito troppo! Perchè in questo periodo dell’anno c’è sempre la luce del giorno! Quando siamo arrivati faceva un freddo terribile e la nostra prima impressione è stata che ci fossimo tristemente sbagliati, e che non avremmo avuto alcuna chance di salire qualcosa. Tutto era semplicemente troppo; la neve, le temperature fino a -20C, l’umidità molto elevata e il vento fortissimo sembravano ridurre le nostre possibilità a zero. Gli orsi, le loro tracce e le armi che avevamo affittato hanno aggiunto un elemento di vivacità alla nostra spedizione ed eravamo nel più alto stato di allerta. Andavamo a dormire mettendo da parte una pistola carica, fumogeni ed una pistola per lanciare un segnale per spaventare i nostri bianchi “ospiti”. Abbiamo vissuto, dormito e mangiato sempre in uno stato di allerta, per essere pronti se per caso “gli ospiti” fossero venuti a visitarci. Per fortuna non sono mai arrivati!

L’ultimo bivacco in salitaRussi-6710– Che impressione avete avuto della montagna, quando l’avete vista?
– Coincideva con le aspettative, la parete è molto difficile, impossibile in quelle condizioni. Le previsioni ci davano cinque-sei giorni di bel tempo. E dopo, niente. Comunque ne avemmo sette. Non sapevamo neanche la quota della vetta… alla fine scegliemmo di fare la cresta e non ce ne siamo pentiti. Era al sole al pomeriggio e fino alle 22 si poteva scalare con una certa comodità.

In vetta allo Shark’s ToothRussi-6848– Come l’avete fatta?
– Ci sono voluti quattro giorni.
Giorno 1, 2 maggio. Piantammo il campo base sull’Edward Bailey Gletscher, a circa 40 m di quota. Alle 11 cominciammo a salire sui pendii della morena, circa 600 m, poi entrammo nel canale. Eravamo alla base della grande parete, a circa 640 m. Il couloir era ripido, speravamo non ci cadesse niente in testa, visto che lì il sole non ci arriva mai. In tutto è alto 300 m, circa 8 lunghezze. Lo salimmo tra le 15 e le 21, alla fine trovammo un buon posto per la tenda. Ci mettemmo a dormire all’1.30.
Giorno 2. Sveglia alle 10, verso le 13.30 iniziai il primo tiro sulla parete. Dopo qualche risalto di neve, una paretina, poi una placca quasi verticale a sinistra portava a una serie di buoni camini (70°-90°), con buona aderenza e lastre per riposare. La prima lunghezza l’ho fatta con gli scarponi. Cambiate le scarpe, sono andato avanti per tre tiri e mezzo con le scarpette, non c’era un gran freddo, -5°, -10°. Andavamo su bene, tutta la scalata si fa in arrampicata libera, anche il pezzo più difficile. Solo in due pezzettini da 2 metri abbiamo fatto un po’ d’artificiale. Non c’era nulla, solo delle fessurine microscopiche, ho dovuto usare qualche gancio. Ci sono un po’ di tratti di 6c. Quel giorno abbiamo fatto 4 lunghezze e mezza.
Giorno 3. Anche Misha ne ha salite quattro e mezza. Due sulla cresta, affilata, ricoperta di neve che lui ha dovuto rimuovere. La neve tendeva ad appiccicarsi alla roccia! Non si capiva se c’era da fidarsi con l’aderenza o no. Una brutta sensazione.
Meno male che c’erano parecchie cenge per le tende. Io credo che d’estate questa via si può fare in due o tre giorni, se si è veloci, e magari senza la tenda, solo i sacchipiuma.
La notte la passammo su una sezione orizzontale della cresta. Misha salì ancora due tiri, un camino pieno di neve e un diedro. Sopra c’era una cresta senza cenge. Lasciammo tutta la roba al bivacco e decidemmo di proseguire alleggeriti la mattina dopo. Eravamo a circa 1300 m, speravamo di farcela a scendere alla tenda prima di notte.
Giorno 4. Salii quattro lunghezze bellissime (6a-6c) e una quinta, facile, ci portò in cima. Sul punto più alto eravamo alle 18.30, tempo buono. Da lì vedevamo altri ghiacciai e altre cime, per tutti i gusti, dalla big wall allo stile alpino. Dopo un’ora in vetta, cominciammo a scendere a doppie. Subito siamo andati veloci, poi ci siamo un po’ incasinati e non speravamo più di arrivare alla tenda, le corde non scorrevano… ci dispiaceva di non avere con noi almeno un cordino di servizio, da poter lasciare

– Quando siete stati in Cina, e anche qui in Groenlandia, scalavate in due, e non c’era nessuno al campo base. Come vi trovavate?
– In quelle condizioni devi andare con ancora più prudenza, bisogna avere ancora più margine. Certo, ci mancava chi ci seguisse, se non altro sarebbe stato un buon conforto. Ma in caso di aiuto serio, c’è comunque bisogno di una cordata che sia allo stesso livello, se no… La cosa migliore sarebbe di essere in due cordate, magari che salgono su vie vicine.
Noi avevamo un satellitare e l’abilitazione a chiamare un elicottero. Non è come essere sulle Alpi, con gli elicotteri svizzeri o francesi… però avremmo potuto scendere un poco e farci recuperare. Sapevano dove eravamo. Ci eravamo portati un buon kit di pronto soccorso.

Lo schizzo tecnico di Dance on tiptoes
Russi-8238

postato il 25 settembre 2014

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Le colonne del cielo

La catena degli Aravis è l’ultimo tentacolo allungato dalle Prealpi Calcaree del Nord, perciò un belvedere magnifico sulle grandi Alpi francesi: il Monte Bianco prima di tutto, ma anche la Vanoise, gli Oisans e la Belledonne.
Elementi base per tramonti di sole meravigliosi, gli Aravis fanno da pittoresco sfondo al villaggio di La Clusaz; ma appaiono as­sai diversi per una loro curio­sità.

La linea di cresta si allunga per ben più di venti chilometri, in direzione nord-est/sud-ovest, da Sallanches a Faverges. È una serie di cime dall’altezza me­dia di 2500 metri che culmina con i 2752 m della Pointe Percée.

Giuseppe Miotti in discesa dal Col des Verts, massiccio degli Aravis, Savoia, Francia
In discea dal Col des Verts, massiccio degli Aravis, Savoia, Francia.Una leggenda narra che il gigante Gargantua, nei suoi numerosi viaggi al di qua e al di là delle Alpi, per facilitarsi il pas­saggio abbia creato lui il grande intaglio del Col des Aravis, una depressione che divide in due e in profondità l’intera cate­na.

Sulla Val d’Arly la Chaîne des Aravis precipita con falesie ver­ticali e pendii ri­pidissimi; su La Clusaz, pur presentando grandi erosioni e avvallamenti, la pen­denza diminuisce ma tutte le val­lette che dividono le cime hanno la caratteristi­ca di presentare un totale di una quindicina di conche sospese, localmente chiama­te “combes”, combe che per la loro simmetria ed il loro allinea­mento con la regolare processione delle cime danno il carattere specifico alla Chaîne des Aravis, racchiuse come sono nel loro mondo di ghiaia sormontato da pa­reti verticali.

Ecco, da destra, la Tête Pelouse che affianca la Roche Perfia, che precede la Tête de Paccaly, che quasi si gemella con l’Ambre­vetta. Ecco ancora la Gran­de-Forclaz, il Mont Fleuri, il Mont Charvet. Ancora più a sinistra, ecco la Poin­te de Chombas, la Pointe des Vertes fino alla più alta ed elegante di tutte, la Pointe Percée.

Se ad osservare la catena ci si colloca di fronte, più o meno nella zona del Mont Lachat de Châtillon, le combe selvagge e so­litarie individuano altrettanti pilastri rocciosi che, dalle vet­te aguzze e regolari, si affondano in serie fino a lambire gli ultimi e radi boschi. Pilastri che non sono in realtà verticali ma che, essendo osservati frontalmente e con le ombre giuste, as­somigliano a colonne che puntano diritte verso il cielo.

L’ordinata successione di cime della Chaine des Aravis (da Q. 1840 m del M. Lachat de Chatillon). La più alta è la splendida Pointe Percée
L'ordinata successione di cime della Chaine des Aravis (da Q. 1840 m del M. Lachat de Chatillon). La più alta è la splendida Pointe Percée.Verso oriente le pareti precipitano verticali e calcaree, impres­sionanti, creando una grande muraglia scandita con regolarità da sette punte e sei colli. Sul lato opposto lo scenario è forse me­no verticale ma assai più imponente e grandioso a causa dei gran­di valloni e delle inverosimili e possenti creste che li separa­no. Li vedi da lontano come una regolare catena di grandi bastio­ni mentre il cartello turistico sulla strada ti indica il maggio­re, la Pointe Percée. Più t’avvicini e più appaiono seghettati e solcati come se il gigantesco Gargantua nel tentativo di oltre­passarli, prima di riuscire ad aprirsi un varco sufficiente, oggi noto come Col des Aravis, avesse cercato il punto più debole me­nando fendenti a intervalli regolari per tutta la loro lunghezza. Ecco svelato il mistero della simmetria degli intagli.

I monaci della Chartreuse du Reposoir impiegarono per primi gli esperti fattori della zona di Friburgo: li chiamarono nel XII se­colo per insegnare la fabbrica­zione del formaggio. Questi maestri furono per secoli depositari dell’arte e la bontà del locale re­blochon si deve alla loro abilità, anche nella gestione quoti­dia­na delle cooperative. Si dice che il reblochon fosse fatto con la seconda mungitura, fatta in segreto dopo che l’esattore del pro­prietario dei terreni aveva ritirato dal pastore l’ocière, l’obo­lo proporzionale alla quantità di latte prodotto. Infatti in sa­voiardo “rablacher” significa ingannare e “reblocher” rimungere.

Dopo aver visto una fotografia di questa splendida catena ambien­tata in situa­zione invernale, avevamo maturato l’idea di visitare gli Aravis con la neve e quindi di salirvi con gli sci.

È fuori di dubbio che il miglior panorama sugli Aravis sia a lo­ro eccentrico. Quello che abbiamo individuato è geometricamente il punto più logico: ma il suo raggiungimento, con mezzi meccani­ci e strade, è così facile sia d’estate che d’inverno da consi­gliarci una visita più nel cuore di queste montagne, in una delle sue belle “combes” innevate, non solo per poter avere una docu­menta­zione più completa, ma per entrare più addentro allo spirito di una regione nuova.

Popi ed io siamo saliti dagli impianti della Tête des Annes nella comba del Refuge de Gramusset e da lì al Col des Verts, il cui pendio finale, molto ripido, è l’ostacolo finale per una visione indimenticabile sul Monte Bianco, come se l’esserci addentrati nel colonnato ci avesse portato a scorgere l’ultima co­lonna, quella più alta.

Salendo al Col des Verts, massiccio degli Aravis, Savoia, Francia
Salendo al Col des Verts, massiccio degli Aravis, Savoia, Francia.Il Tetto d’Europa, con i suoi 4807 m, non mostra soltanto l’im­mensità che appare a chi lo sale o a chi lo guarda da vicino. Percorrendo le valli e le mon­tagne a lui prossime, e in special modo quelle della Savoia e dell’Alta Savoia, questo gigante è on­nipresente e allarga la sua grandiosità sempre più lontano fino a portarci a pensare che non vi sia più angolo senza di lui.

Savoia ed Alta Savoia sono fatte di valli verdi di boschi e di pascoli, ai piedi di nevi e ghiacci perenni; assieme a mille al­tre montagne, a volte di bianco cal­care e a volte di scuro gneiss, questi sono gli elementi di un paesaggio tra i più belli del mondo.

Ma il Monte Bianco è di certo l’elemento principe del paesaggio e ne costitui­sce la “magnitudo” estetica, senza però nulla to­gliere alla bellezza che luoghi e ambienti della Savoia posseggo­no comunque.

Non esiste montagna più priva di leggende del Monte Bianco, sia da parte francese che italiana: perché lassù era veramente il trono degli dei. Gnomi, fate, coboldi e giganti possono abitare solo più in basso, perché sono anima­zioni del nostro spirito. Ma se l’uomo non aveva mai messo piede sulle alte quote, nessuna a­nimazione era necessaria.

Oggi semmai le disgrazie, le imprese e l’ardire delle costruzioni umane costitui­scono il tessuto per le future leggende.

La sensazione che non vi fosse più angolo senza la presenza della montagna-re ha portato l’uomo primitivo a credere che il cielo si mantenesse in equilibrio sulla terra grazie a grandi colonne, le montagne appunto.

Il desiderio di capire e di spiegare i grandi fenomeni che gli si svolgevano at­torno ha spinto l’uomo di un tempo a interpretare l’ambiente che lo circondava con la sua fantasia e i pochi dati oggettivi di cui disponeva.

Dal Col des Verts verso la pointe des Verts, il Mont Fleuri e la Tête Pelouse. Aravis, Savoia, Francia
Dal Col des Verts verso la pointe des Verts, il Mont Fleuri e la Tête Pelouse. Aravis, Savoia, Francia.L’egocentrismo (che poi l’uomo ha ancor più sviluppato), le gran­di catastrofi, frane, forse terremoti gli hanno fatto pensare che il cielo potesse crollargli ad­dosso. Solo l’essenza delle monta­gne era lì a puntellarlo, a garantire una sicu­rezza tanto aleato­ria quanto dipendente dai capricci degli dei.

Così nacque l’idea che le montagne fossero le colonne del grande tempio del cielo, idea presente in ogni cultura e civiltà. Basti pensare all’Odissea, al Libro di Giobbe, ai Rigveda. I nomadi vedevano le montagne come il palo portante della loro tenda. Il libro arabo delle Mille Domande dice che le montagne sono i chio­di della terra. Per non parlare di Atlante, il gigante che in prossimità delle Colonne d’Ercole sosteneva a spalle la colonna che separa il Cielo dalla Terra e che in seguito fu trasformato lui stesso nella catena di montagne omonima. In Cina sono addi­rittura quattro, situate in quattro opposti punti cardinali, le montagne che reggono il mondo: basta una piccola oscillazione per avere lutti, tragedie o nuove creazioni.

Queste considerazioni arricchiscono il panorama, che non è mai soltanto una veduta sulle cime e sulle valli. Una visione non ha limiti, spazia nel tempo, nei ricordi, nei misteri: una visione indaga, considera, annuisce alle percezioni della nostra ignoran­za. Le forme, sempre diverse, sempre nuove e cangianti, sono gli infiniti modi con i quali i contenuti della visione ci si propon­gono.

Ci saranno dei tedeschi, o degli italiani, che, sollecitati dalla bellezza delle co­lonne del cielo della Chaîne des Aravis e dalla presente e inadeguata descri­zione, andranno così lontano dalle loro visioni più familiari per indagare, sco­prire, recepire?

postato il 1° settembre 2014