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Cani e Porci

La strada sembra che continui. Più che altro, come finora non si è visto dove in realtà si stesse dirigendo, è difficile pensare che possa avere una fine. Fermo l’auto in mezzo alla macchia. Da almeno due ore, scosse dalle continue curve dell’Orientale Sarda prima e del vallone del Golgo dopo, Petra ed Elena si agitano. Incapaci di star legate alla cintura, lamentano caldo, fame, sete, nausea e pipì senza un ordine preciso. Nessuno dei miei familiari sembra comprendere perché siamo venuti fin qui: panorama non c’è, spiaggia neppure, e neppure bar e giochi per bambini. In più, non c’è nessuno.

La linea di Cani e Porci sulla Parete di Orronnoro si svolge sull’evidente linea di fessure a destra della parete gialla
La linea di fessure della via Cani e Porci (Canes ispe Porcos), 1a asc. Scogliera di Oronnoru. 4.05.1997Io so invece che la strada va solo un po’ più avanti a un ovile, a parte la deviazione, già passata, per la Còdula di Sisine. Siamo a Ololbizzi, in pieno cuore del Supramonte di Baunei. Moglie e figlie ora dovranno tornare da sole a Su Cologone. «Questa è una bella fregatura, caro Ale», mi apostrofa la consorte, «non credevo che fosse così distante. E adesso come faccio da sola?».

Già, distante. Era proprio quello che volevo, andare, spingermi distante. Vedere ciò che avevo visto tanti anni fa, una parete sfumata all’orizzonte, un miraggio senza nome. La mancanza di punti di riferimento è una costante, in Sardegna. Naturalmente non per i pastori, che conoscono le loro zone sasso per sasso. E questa mancanza determina la sensazione di essere veramente lontani.

E’ circa l’una di pomeriggio. Per allungare il commiato, mangiamo qualcosa accanto alle porte spalancate dell’auto. Petra ed Elena corrono intorno, la più piccola inciampa nei sassi ma si rialza sempre senza piangere. Oskar si dà da fare col materiale d’arrampicata e con la sua sciarpa. Visto il peso e il volume, per questa volta rinuncia alla sua coperta di lana. Abbiamo con noi poco più di cinque litri d’acqua e due bottiglie di cannonau. Saranno sufficienti (specialmente il cannonau)?

A Bibi basta dare un’occhiata al deserto che ci circonda e alla nostra eccitazione per capire che questa volta il progetto dev’essere proprio emozionante. Era da tanti mesi che desideravo una cosa così. «Vai, e goditela», mi sussurra all’orecchio. Poi facciamo le fotografie, con Elena che vuole indossare uno zaino più grande e più pesante di lei.

Non voglio correre il rischio di tornare indietro senza neppure aver trovato la parete, come già mi è successo. Questa volta ho con me l’apparecchio satellitare Magellan 2000: ho preso le posizioni che m’interessavano sulle tavolette dell’IGMI e le ho inserite in memoria. Può venire anche la nebbia, può cessare qualunque forma di sentiero, ma alla base della parete questa volta arriviamo.

Seguendo verso nord un buon sentierino con qualche sbiadito bollo rosso, raggiungiamo un ovile abbandonato, tre o quattro costruzioni con i caratteristici tetti a cono fatti di tronchi di ginepro. Due cani da caccia ci stanno seguendo da Ololbizzi. Il satellitare dice che ci siamo. Il terreno, calcareo e accidentato, ricoperto di fitta vegetazione, lascia a malapena intravvedere dove è la profondità in corrispondenza del mare. Lasciati per terra gli zaini, compiamo una serie di ricognizioni per capire da che parte si scende verso il mare e, una volta che saremo riapparsi quassù, da che parte capiremo di essere. Alla fine ci decidiamo a scendere: superata una vecchia rete metallica messa lì per impedire agli animali di andare a fracassarsi sui dirupi, infiliamo un ripidissimo canalone di ghiaia e roccette, invaso da tronchi d’albero e rami. Ci troviamo così nel fitto di uno splendido bosco di lecci: Orronnoro, a picco sul mare e chiuso da una superba parete rocciosa. Con la nuca snodata all’indietro diamo una prima occhiata al muro verticale e strapiombante che ci sovrasta, ma siamo troppo sotto e non riusciamo ad avere una visione d’insieme. Vediamo però che l’unica possibile via di salita, senza dover stare qui più giorni, è sulla destra, dove la parete è anche più alta, circa 250 metri. Sotto uno strapiombo a caverna scopriamo alcune piccole vaschette scavate nella pietra: sono piene d’acqua. Così ci buttiamo a bere, assieme ai cani, assetati come noi. Lasciati gli zaini alla base, scendiamo diritti verso il mare nel bosco. Sappiamo che prima o poi dobbiamo incontrare il percorso Selvaggio Blu, una serie di vecchi sentieri divisi da qualche salto di roccia che da qualche anno le guide sarde percorrono con i gitanti. Selvaggio Blu unisce, in vari giorni, Pedra Longa a Cala Sisine. Incespicando nel ripido sottobosco arriviamo alla traccia, che seguiamo orizzontalmente verso sud fino ad arrivare a un costolone roccioso sul quale sale il sentierino con due tornanti. Da qui possiamo vedere bene la parete e le nostre osservazioni concludono che l’unica via possibile era quella che già avevamo individuato.

Stancamente risaliamo alla base della falesia, beviamo ancora nelle vaschette. I due cani si accoccolano vicino a noi. Propongo di fare almeno il primo tiro e Oskar accondiscende di malavoglia. Una fessura giallastra, un tetto decisamente in fuori, una splendida arrampicata su gocce fino alla sosta. Per oggi basta. Riscendo.

È quasi buio, i cani capiscono che qui l’accoglienza non è così calorosa e ci lasciano. Poco dopo, mentre ci diamo da fare per accendere un fuoco con delle sterpaglie e tronchi secchi di ginepro, ecco un branco di maialini selvatici che, grugnendo, vanno a dissetarsi al solito posto. Una via per cani e porci, pensiamo.

La serata scivola tranquilla, senza luna e senza rumori. Solo la luce di un battello che ronza sul mare verso le 22, mentre qualche uccello notturno emette lugubri canti regolari e distanziati. Le nostre provviste comprendono solo pecorino, pane carasau, acqua e vino. Chiacchierando fa presto ad arrivare mezzanotte, così ci sdraiamo vicino al fuoco per prendere un po’ di sonno.

Oskar Brambilla sulla prima lunghezza di Cani e Porci (5 maggio 1997)
Oskar Brambilla sulla 1a L di Cani e Porci (Canes ispe Porcos), 1a asc. Scogliera di Oronnoru. 4.05.1997
Attacchiamo alle 6.45 e in breve siamo sopra alla prima sosta. Una fessura strapiombante e gialla non impedisce a Oskar di raggiungere brillantemente un terzo tiro che, toccando a me, son ben contento sembri più facile. Giunto in sosta il sole mi colpisce e incomincia subito a scaldare in maniera eccessiva. Sul mare ristagna una pesante velatura di umidità. Il camino dopo si rivela assai bello, alla faccia delle previsioni: difficile ma di bella roccia grigia e non faticoso. Ormai fa proprio caldo, non riesco a vedere il mio compagno e mi lascio andare a divagazioni malinconiche su quanto siamo lontani. Ancora quella sensazione di lontananza che ti prende quando stai fermo, quando aspetti. Un leggero senso di nausea che poi sparisce, come per incanto quando devi muoverti. «Mi fermo qui dentro, così sono all’ombra!» mi urla Oskar. Da secondo devo appendermi lo zaino in cintura. Proseguo per altra fessura e camino, una bella arrampicata fino a una più arcigna fessura gialla e strapiombante. Oskar l’affronta con decisione, anche se comincia a sentire gli effetti di una disidratazione preoccupante. Forse è colpa del cannonau della sera prima… In più le scarpette praticamente nuove gli torturano i piedi. Ugualmente riesce a concludere questa lunghezza in libera (ma gli ultimi facili metri li farà a piedi nudi…). Ormai siamo sotto all’ultima parete. Soltanto una fessura appena accennata (e prevedibilmente abbastanza cieca) solca questo muro compatto e larghissimo. Sembra un po’ abbattuto, ma è un’illusione che scompare subito. Per mia fortuna riesco a salire con il corpo in ombra questi 50 sudatissimi metri finali. Giunto sull’orlo della falesia, ormai assicurato a un ginepro, assicuro Oskar che nel frattempo si è cotto al sole. Ho una sete bestiale, mi sento debole e ho tanto sonno da addormentarmi quasi. Però, ce l’abbiamo fatta: e questo ci dà una gioia profonda.

Oskar Brambilla sulla seconda lunghezza di Cani e Porci (5 maggio 1997)
Oskar Brambilla sulla 2a L di Cani e Porci (Canes ispe Porcos), 1a asc. Scogliera di Oronnoru. 4.05.1997
Carichi delle nostre corde e ferri tintinnanti ci avviamo pesanti alla ricerca dell’ovile del giorno precedente. Lo troviamo al massimo della canicola, nascondiamo tutto e scendiamo leggeri per il canalone alla base di Orronnoro. Prosciugate le vaschette e aggredita l’ultima bottiglia d’acqua, raccogliamo le nostre robe e risaliamo verso l’altopiano. Il sudore ci cola negli occhi e ce li fa bruciare. In cima, ci riprendiamo tutto quello che avevamo celato in un buco nel calcare. Più o meno alle 17.30 siamo a Ololbizzi. Il telefonino da qui non «tira», come previsto. E da qui al ristorante Golgo sono 8 km.

Dopo circa 4 km di sofferenza e di sole ancora a picco, un manipolo di motociclisti austriaci che scende a Ololbizzi ci crostifica di polvere il sudore in faccia. Li malediciamo, tranne poi pensare che dovrebbero fare dietro front assai presto… e dunque potremmo chiedere un passaggio!

Continuiamo svogliatamente a camminare, quand’ecco che le nostre speranze si avverano. Li sentiamo avvicinarsi, ci mettiamo praticamente in mezzo alla sterrata. O ci prendono su o ci mettono sotto. Ci facciamo lasciare nei pressi del ristorante del Golgo, che guadagnamo anchilosati.

Il nostro ingresso è poco trionfale. Sporchi, sudati, stanchi ci accasciamo su una panca. Da lì finalmente posso avvisare Bibi.
– Guarda, sono le sette… io partirei verso le otto, così le bambine sono “mangiate” e crollano immediatamente.
– Va bene, ti aspettiamo qui verso le dieci e mezza.
– Ho un po’ paura, ‘sto Supramonte di notte…
– Ma no, dai… sembra selvaggio ma non è così terribile! – cerco d’incoraggiarla.

Subito dopo arrivano le prime Ichnusa, i pastori-gestori sono curiosi di sapere chi siamo e cosa abbiamo fatto.
Silvano Tegas non vuole crederci.
– Orronnoro? Non è possible… Nessun… (voleva dire “continentale”), nessun turista è stato mai fin là.
– No, no, proprio Orronnoro… – e inizio a descrivergli per filo e per segno il percorso per arrivarci, comprensivo di bivi, cuili e ometti. Alla fine lo convinciamo, abbiamo superato il primo esame.
– Bravi, bravi… e com’era, difficile?
– Insomma… – non volevamo sbilanciarci.

Un terzo giro di birre arriva senza alcun ordine da parte nostra. Il discorso scivola su Selvaggio blu, appare subito chiara la loro contrarietà.
– Ah, noi abbiamo cancellato i segni, distrutto i segnali, nascosto quelle poche fonti… – si vanta Silvano.
– Perché non volete che la gente faccia Selvaggio blu?
– Perché vogliamo che nessuno si perda, che nessuno sporchi. E se si perdono poi bisogna andare a prenderli…

Con dolcezza zittisco Oskar che di sicuro se ne sarebbe uscito con qualche battuta infelice. Capisco che qui ci vuole grande diplomazia, in fondo cercano un confronto, hanno bisogno di una buona ragione per permettere ad altri l’uso del proprio territorio. E’ fin troppo evidente che vorrebbero essere loro gli unici a gestire, a guidare, a prendere i soldi dai turisti. Ma soprattutto: se lo fa qualche altro pastore, con più iniziativa, siccome lo odio, devo rendergli la vita difficile.

Alessandro Gogna sulla quinta lunghezza di Cani e Porci
A. Gogna sulla 5a L di Cani e Porci (Canes ispe Porcos), 1a asc. Scogliera di Oronnoru. 4.05.1997
Prendo il discorso alla lontana, dico che il Supramonte di Baunei e la sua costa sono praticamente l’ottava meraviglia del mondo, che loro dovrebbero ritenersi fortunati per essere nati in un posto così, che non può essere conosciuto solo da pochi, prima o poi lo sarà da molti, che arriveranno da tutto il mondo.
Perché impedire a quei pochi che ci sono adesso di transitare tranquilli? Quando poi saranno loro, e nessun altro, a dire e scrivere quanto è meraviglioso qui!

– L’ospitalità è una vostra bella caratteristica. Siete famosi al mondo per essere ospitali, e dovete continuare a esserlo. Sì, certo, qualcuno è maleducato, qualcuno sporcherà, qualcuno si perderà, qualcuno non capirà nulla di voi e della vostra terra… ma pensate a quanti altri invece vi saranno riconoscenti, vi conosceranno un po’ di più e vi vorranno bene. Vale la pena nascondere ogni traccia per impedire che bussino alla vostra porta? Perché mai avete messo in piedi questo stupendo ristorante, se non per chi subisce il richiamo di Selvaggio blu? Insomma, con l’ostruzionismo si va poco lontano…
– Beh, effettivamente qui deve muoversi ancora qualcosa, altrimenti…
– Certo… e da quando ha cominciato a muoversi qualcosa?
– Ah, sicuramente da quando Manolo e Gogna hanno salito l’Aguglia di Goloritzé!
– Bene, mi fa piacere – calo il mio asso – perché Gogna sono io.

Oskar Brambilla sulla sesta lunghezza di Cani e Porci
O. Brambilla sulla 6a L di Cani e Porci (Canes ispe Porcos), 1a asc. Scogliera di Oronnoru. 4.05.1997A quel punto Silvano esplode in un moto di gioia, come se avesse atteso anni di fare la mia conoscenza. Arrivano altre Ichnusa, vedo impartire ordini per la cena.
– Siete nostri ospiti!
Dopo affettati vari, ci portano consistenti assaggi di Ladeddos, di Strangulaus e di Macarrones de busa. Al cinghiale in umido cominciamo però a dare i primi segni di cedimento. Ci coccolano infine con le dolci Sebadas e i raffinati Culurgiones di ricotta farciti con la Sapa (vino cotto). Tutto questo aggiunto alla stanchezza e ad altre birre (per fortuna abbiamo rifiutato gentilmente di assaggiare vini) ci ha fatto raggiungere il livello di guardia.

Quasi alle 23 arriva Bibi, stravolta. Le bimbe continuano a dormire nel retro dell’auto, non una ammucchiata sull’altra, ma ciascuna sul suo sedile.
– Com’è andata la “traversata” sull’Orientale Sarda? – chiedo. Anche Silvano è sbalordito che una “continentale” così fascinosa, da sola e con due figlie piccole se ne arrivi da Su Cologone a quell’ora.
– Ma… bene… avevo solo paura, ma non è successo nulla… anche quando (ed era già buio pesto) ho visto un pazzo con gli occhi fuori che sgambettava verso i miei fari su sci corti a rotelle…
– Sarà stato un tedesco!
– Oh, sì. Ce n’è di matti, in giro…

Verso mezzanotte, un po’ malfermo sulle gambe e dopo quasi lacrimevoli addii o arrivederci, mi metto al volante. Domani sera abbiamo il traghetto.

La parete di Orronnoro (vista da Cani e Porci), teatro di successive imprese
Dalla via Cani e Porci (Canes ispe Porcos), 1a asc verso la parete est di Oronnoru. Scogliera di Oronnoru. 4.05.1997

postato il 20 agosto

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La leggenda dello Yeti

Il primo yeti di Reinhold Messner
Nel settembre 1987 ebbi modo di conversare a lungo con Reinhold Messner, sia nel suo castello di Juval che durante un lungo viaggio in auto fino a Ramsau (Dachstein). Affrontammo una dozzina di temi, tra i quali quella che lui aveva chiamato la “Via degli Sherpa”, l’itinerario di migliaia di km che gli Sherpa avevano percorso nel secolo XVII. Quella che segue è la fedele e inedita trascrizione di ciò che ci dicemmo al riguardo.

– Già nel 1980, per il progetto dell’Everest in solitaria, avevo fatto l’escursione fino al Nangpa La, quando mi venne l’idea di percorrere prima o poi tutta la Via degli Sherpa; nel 1981 ebbi il permesso di salire lo Shisha Pangma, ma solo dopo che un gruppo di alpiniste cinesi avesse finito la salita. Soltanto allora avremmo potuto arrivare al campo base, così i cinesi furono costretti a darmi il permesso di fermarmi a Tingri, il che per me era più interessante del fermarmi allo Shisha Pangma. Sapevo dell’itinerario delle carovane del sale, volevo fare una storia del sale che viene dal Nord e che va nel Nepal, però in precedenza non mi era ancora riuscito perché gli sherpa nepalesi coi quali avevo un accordo non avevano avuto il coraggio di accompagnarmi.

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Tutti dicevano di non farlo, che è troppo pericoloso: io volevo passare il Nangpa La con loro e poi tornare. Siamo invece andati fino sotto al Cho Oyu, e non direttamente sul passo del Nangpa La che comunque conoscevo già dal 1980 per averlo raggiunto dalla parte tibetana. Ho scrutato un po’ tutta la zona e per la prima volta mi dissi che non era logico che gli Sherpa nel 1640 circa fossero passati dal Nangpa La, perché nel frattempo avevo saputo che a nord-ovest del Gauri Sankar c’è un altro valico molto meno difficile, che porta più o meno dove sbocca la Rolwaling Valley: ci sono molti villaggi e lì ci sono ancora scambi commerciali tra Tibet e Nepal.

Così nel 1981 abbozzai la teoria che gli Sherpa erano partiti per qualche ragione e volevano andare al Gauri Sankar: quella era la loro meta molto lontana, ma non sapevano dove era quella montagna. Non volevano andare al Kailash e neppure nella zona dell’Everest, volevano andare al Gauri Sankar, una montagna molto sacra per loro; arrivando a Tingri, dove si sono fermati per degli anni, hanno confuso il Cho Oyu con il Gauri Sankar, hanno preso il Cho Oyu come riferimento, perché da lì è ciò che si vede. Così sono finiti sul Nangpa La. Il Gauri Sankar è invece nascosto da una montagna secondaria di 7000 m ed è parecchio a destra del Cho Oyu. Passato il Nangpa La si sono trovati quindi nel Solo Khumbu. Anni dopo, traversato il Tashi Lapcha Pass 5755 m e colonizzata tutta la Rolwaling Valley hanno fnalmente raggiunto il Gauri Sankar, ma da sud, non da nord! Ancora oggi gli sherpa abitano a sud del Gauri Sankar, anche se è nel Solo Khumbu che ci sono le famiglie più antiche e nobili.

Nel 1985 ebbi la possibilità, tramite un amico, di andare al Kailash. Non ero il primo, perché qualche turista già con qualche trucco era arrivato fin là e un austriaco aveva avuto un permesso un po’ di mesi prima di noi. Dopo Sven Hedin, dopo Herbert Tichy, nessuno aveva più potuto visitare quei luoghi. Abbiamo dovuto andare a Pechino, poi Chengdu, poi Lhasa in aereo, ma i cinesi non volevano che noi andassimo al Kailash anche avendo il permesso. Le hanno tentate tutte, per esempio ci hanno venduto il permesso per 12.000 dollari, poi quando hanno detto “sì, potete anda­re, però come andate?”, allora abbiamo scoperto che non potevamo noleggiare auto, potevamo solo importarle e neppure rivenderle dopo. Infatti alla fine le abbiamo regalate! Due Toyota. Neppure le gomme di scorta avevamo, trattenute a Chengdu e mai viste arrivare a Lhasa. Siamo partiti da Lhasa e per lo Zhamnanko siamo andati al lago Manasarovar e al Kailash, lungo quella via che per tradizione gli sherpa hanno seguito da Tingri per giungere alla montagna sacra del Kailash. Poi abbiamo proseguito per Kashgar, è lunghissima, avevamo il permesso di traversare ancora fino a Urumchi, ma a Kashgar seppi della morte di mio fratello Siegfried, così interrompemmo il viaggio e volammo fino a Urumchi e poi a Pechino fino a casa.

Ma tu sei sicuro che l’altro passo è fattibile?

– Sì, non si può andare perché lì ora è chiuso, però io ho trovato della gente che mi ha detto che la strada era quella e tutte le volte che ho chiesto ma perché non andate dal Nangpa La, mi rispondevano perché è molto più difficile, oggi si passa dal Gauri Sankar.

Avevo quindi fatto il giro del Kailash, conoscevo il tragitto da Lhasa fino al Nangpa La; in più sapevo che nel 1975 una donna australiana aveva percorso con una carovana di yak il tragitto da Lhasa al Kailash e ritorno. Perciò mi sono detto che sarebbe stato bello percorrere la parte più importante della Via degli Sherpa, la prima, quella che attraverso il Kham porta a Lhasa, tratto oggi completamente chiuso. Ho iniziato a studiare questa possibilità per l’86, dovevo anche allenarmi per i miei due ultimi Ottomila e quindi passare molto tempo in quota. Un cinese, un mio amico di Lhasa, uno che capisce il nostro mondo e mi ha creduto quando dicevo di voler fare un viaggio etnologico e non spionaggio, mi ha dato una macchina, mi ha dato una specie di carta, non un permesso, ma una carta che dava via libera al sig. Reinhold Messner…

I “resti” di uno yeti nel monastero di Khumjung (valle del Khumbu, Nepal)
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Ma questo è tibetano o cinese?

– È cinese. I tibetani non hanno nessun potere, i tibetani vivono e basta. Sono andato in macchina da Lhasa ad Amdu, poi a Golmut, tutto facile, tutto asfaltato. Abbiamo fatto già qui in questa zona quasi un incidente perché guidano malissimo, c’erano centinaia di yak vicino alla strada morti perché l’inverno prima era stato molto severo. Incominciava ad essere difficile, le distanze sono enormi e il nostro permesso diceva che noi avevamo la possibilità di girare in Tibet, ma quella regione oggi non è considerata Tibet. Quella zona è chiusa ai turisti, ma siamo ugualmente scesi da Sining a Dege. Abbiamo avuto un incidente e ci siamo fermati per quasi una settimana, ci hanno sequestrato i documenti… alla fine me li sono ripresi strappandoglieli dalle mani e rifiutandomi di ridarglieli. Ci dicevamo che ci avrebbero dato assistenza, ma secondo loro le nostre macchine non potevano andare, servivano macchine specia­li che avrebbero dovuto arrivare: ma siccome era tutto interrotto, loro avrebbero avuto il tempo di trovare l’inghippo per bloccare la nostra spedizione. Abbiamo fermato un camion, ma la polizia ci ha costretto a scaricare tutto quello che vi avevamo caricato sopra; solo su un secondo camion riuscimmo a ripartire ma con molti problemi, molte strade erano interrotte, abbiamo dovuto portare la roba da un camion all’altro. Loro pensavano “non andranno lontani”, avevamo centocinquanta chili, abbiamo dovuto superare interruzioni difficili, un giorno per un chilometro portando la roba sulle spalle, avanti e indietro arrampicandoci sui massi della frana. Siamo arrivati fino in fondo ad una gola profondissima e lì ancora bloccati.

Il capo del luogo ci trovò una specie di albergo per la sera, ecco finalmente qualcuno che ci aiuta dicevamo, ma il giorno dopo ha fermato la nostra spedizione dicendo a tutti nel paese di non portarci, che la strada era interrotta, era impossibile andare. “Non ci credo”, gli ho detto, allora mi ha portato un pezzo avanti e la strada era veramente interrotta, però non gravemente. Questo me lo faccio io, con una pala e una piccozza mi apro la strada, mi dicevo. Però lui non voleva, e fotografandolo ho capito che aveva paura, che era insicuro su di noi. Quando se ne è andato abbiamo fermato la prima macchina, messo su la nostra roba e siamo ripartiti. L’interruzione ce la siamo lavorata per 200 metri, ma venivano anche i cinesi ad aiutare, ed eravamo passati quasi dall’altra parte con il nostro trattorino, quando anche questo all’ultimo momento è andato dentro nel fango e non usciva più… e veniva già dietro la jeep della polizia cinese a fermarci. Noi abbiamo comunque scaricato il nostro materiale dall’altra parte della frana e abbiamo tentato un giorno intero di avere un’altra macchina, però nel frattempo la po­lizia aveva sparso la voce che noi non potevamo andare, che era vie­tato portarci. Con un carretto ci siamo portati fuori dal paese e abbiamo trovato uno che ci avrebbe portati via di notte. Quello non si vide, ma ne trovammo un altro che ci aiutò a scappare con il carico su per un lungo passo alla luce della pila. Scesi dall’altra parte, quando lui voleva andare a casa, pioveva a dirotto e continuò tutta la notte. Ci siamo nascosti in una casa perché avevamo paura che i cinesi venissero ancora a bloccarci ed eravamo già vicini alla nostra meta, la zona di re Gesar, che era nato e morto in questa zona: per questo volevo venire qui, poi andare a Dege da dove sono partiti gli Sherpa e quindi andare a ovest per la loro via.

Fin qui c’era sempre con noi Tarchen, un tibetano che ha viaggiato in India e Nepal perché era un khampa che combatteva i cinesi. In un monastero vicino lui aveva passato i primi anni di vita. Tarchen però aveva ancora più paura di noi di essere bloccato, pertanto ci lasciò; lì noi ci siamo fermati una decina di giorni, vicino ad un lago dove fanno il gioco di re Gesar.

Possibile orma di yeti (33 cm). La foto è stata scattata da Eric Shipton il 9 novembre 1951 sul Menlung Glacier, a circa 5500 m
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Gesar of Ling è considerato l’ultimo poema epico vivente, ancora oggi alcuni menestrelli ne cantano le parti tramandate per secoli solo per via orale. Narra di Gesar, una specie di re Artù tibetano. Il poema è lunghissimo, circa 25 volte l’Iliade.

Lì ho cercato il posto di Ling, e ho capito che Ling non esiste, che tutto è Ling, c’è una montagna che ho anche fotografato sotto la quale passa un fiume, ci sono molte grotte dove dicono che lui ha meditato prima di morire, scrivendo bellissime poesie, poesie che non ti posso adesso citare perché sono molto complicate, parlano di montagne e di piani che devono diventare la stessa cosa affin­ché il mondo vada in equilibrio; ho studiato qui Gesar e la scienza dice che gli Sherpa sono partiti da qui. Ed è vero, lo si vede anche dall’architettura che gli sherpa sono partiti dalla zona di Dege. Capito che i cinesi sapevano dove eravamo e che presto avrebbero avuto carte per trasferirci da qualche parte, abbiamo deciso di attuare il nostro piano, cioè io volevo scappare e andare verso Lhasa mentre Sabine (la moglie di Reinhold, NdR) si sarebbe fermata un po’ di giorni per assistere da sola alla festa di Gesar e poi ritornare in macchina a Chengdu in due-tre giorni, e poi a Lhasa in aereo. Ma Sabine non poté vedere la festa, fu prelevata e riportata a Chengdu ben prima. Peccato, alla festa di Gesar centinaia di guerrieri a cavallo cantano e recitano tutto il poema, dura una settimana.

Ogni anno?

– No, era la prima volta dagli anni ’50 che lo rifacevano.

Per quello che ti interessava?

– Sì, mi interessava moltissimo e avrei voluto vederla, perché da noi un’opera così, in un teatro così, non c’è. Un grande altipiano con un 7000 m dietro, di cui non so neanche il nome, non scalato, un grande lago, rocce con sopra gli alberi, un giardino perfetto zen in pieno Tibet.

Dunque sono arrivato in bus fino quasi a Dege, pioveva così tanto che la strada era di nuovo bloccata e ho dovuto raggiungere Dege a piedi e di notte. Nessuno mi ha lasciato entrare nelle case, la gente fuori a lavorare perché le case non crollassero e per fortuna ho potuto alle due di notte trovare posto perché qui c’è il divieto totale di lasciare entrare dei forestieri proprio come anni fa. Sono andato avanti da Dege fino a Chamdo, parzialmente a piedi. C’erano dei tratti molto difficili, però trovavo sempre ancora delle macchine o dei trattori che andavano un pezzo, e da Chamdo sono andato a Rivoche e da lì sono partito a piedi perché sapevo che gli Sherpa erano passati da lì. Il primo tratto è molto bello, su terra rossa su e giù, ma non molto difficile e da quando avevo lasciato la strada era molto più facile per me perché non c’era più un cinese e i tibetani mi davano da mangiare. Giunto però a Bambar, c’era un altro posto di blocco cinese. Sono andato in un albergo dopo aver comprato un po’ di birre. Alle undici di sera sono venuti nell’albergo a bussare, li ho mandati alla “reception” per il passaporto (che invece avevo con me) e sono scappato dalla finestra dirigendomi verso Lharigo. Devi pensare che sono cinque giorni, e devi camminare sessanta o ottanta o cento chilometri al giorno.

Le orme dello yeti trovate nel 1951 da Eric Shipton e Michael Ward sul Menlung Glacier
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Come facevi ad orientarti in quel nulla?

– Aggiornavo tutti i giorni una carta che mi portava già vagamente a Lharigo, però ogni giorno sapevo qualche cosa di più… quando incontri qualcuno, meglio se anziano, gli sottoponi i dieci nomi che sai, lui te ne dice cento, fai una selezione di quello che capisci lui sa davvero (perché molti parlano ma non conoscono)… Sulla via per Lharigo sono andato a Tshagu, dove ho avuto l’avventura che quasi mi ammazzavano. Avevo camminato per tutto il giorno e mi ave­vano detto che c’è un posto che si chiama Tshagu dove potevo pernottare. È arrivata mezzanotte, non c’era casa, non c’era niente, sono andato avanti quasi alla cieca e ho trovato alle due di notte un paesino su in montagna, con una trentina di cani scatenati. Ho dovuto prendere un grande bastone per difendermi e per mezz’ora sono andato su e giù per il paesino gridando tashi delek, che si dice in Tibet come da noi buongiorno e buonasera. Nessuna luce, c’erano soltanto i cani: essendo stanchissimo ho trovato una casa con il lucchetto e, grazie ad una scala che portava sotto il soffitto che era aperto, ho steso il mio materassino, il mio sacco piuma e mi sono messo a dormire un po’. Mezz’ora dopo è arrivata la gente, arrabbiatissima, mi tiravano dei sassi da sotto. Così sono sceso con la pila, non mi hanno aggredito ma mi hanno preso tutto, volevano sapere se ero armato, gridavano in tibetano, io non capivo niente e dicevo che venivo da Chengdu e andavo a Lhasa, gli ho anche mostrato il mio lasciapassare. Allora mi hanno portato in una camera e alla fine mi hanno trattato molto bene. La via per Lharigo era molto pericolosa, per il giorno dopo venne con me un portatore; purtroppo sono arrivato a Lharigo ancora di notte: non si può arrivare di notte in un paese, ed è anche logico. Lì c’era di nuovo una piccola stazione militare. Non potevo pernottare prima perché i nomadi nei loro campi non mi davano il permesso… e soprattutto io non volevo più dormire all’aperto da quando avevo incontrato quello che gli Sherpa chiamano lo yeti (ma non vorrei che questo fosse pubblicato perché non vorrei che la gente sapesse dov’è, se la gente sapesse dov’è tenterebbe di andare là, e adesso tu sai pressapoco dov’è… è molto lunga questa strada…).

Non penso che andrò.

– Sì, non dirlo ad altre persone perché incominciano subito a costruire qualche cosa.
Fino a un certo punto andavo, anche dormendo in una caverna, non avevo nessuna paura, ma dopo aver visto que­ll’animale non dormivo più…

– È così terrificante?

– A me non ha fatto niente, io ho visto due esemplari, il primo è venuto lì dov’ero e poi s’è girato: è venuto sui due piedi e poi è andato via tranquillamente. Con il secondo però era notte, ha fischiato esattamente come dicono gli Sherpa e di­cono che quando fischia ti attacca e ti ammazza. È più grande di noi e tutta quella gente parla dello yeti come io parlo di una mucca e quella notte terribile a Tshagu mi sono salvato per­ché ho riferito loro che avevo appena visto quell’animale e hanno subito detto “ma è una fortuna che sei vivo ancora”… ed è lì che ho sentito il vero nome dello yeti, lo yeti è un’invenzione nostrana occidentale: non si chiama yeti….

Nel 1998 Messner pubblicò Yeti. Legende und Wirklichkeit, poi tradotto in italiano con Yeti. Leggenda e verità (Feltrinelli, 1999). Gli ci vollero dunque dodici anni per analizzare a fondo tutto ciò che si cela dietro allo yeti e giungendo anche alla conclusione, contraria a quanto dettomi nel 1987, di rendere pubblici i suoi avvistamenti dello tshemo, il nome con cui i tibetani chiamano lo yeti, nome che allora non mi riferì.
L’incipit del libro è una delle più belle pagine mai scritte da Messner: narra del suo incontro con lo tshemo, alla fine di una lunga e solitaria giornata, faticosa e piena di pericoli, in un ambiente estremo e selvaggio.

Il suo è davvero l’incontro con il mito fatto carne di un individuo civilizzato, scettico per definizione: «Solo di rado mi facevo più attento, quando qualcuno, nel suo racconto, forniva precise indicazioni del luogo e i nomi delle persone che aveva ncontrato o che lo avevano accompagnato in quella circostanza. Ma ogniqualvolta ponevo domande più specifiche, i padri diventavano nonni, un luogo una regione, un’affermazione sicura si tramutava in un forse, fino a che i discorsi sullo yeti assumevano un tono così vago da indurmi a dimenticarli…».

Messner così riassume a grandi linee il suo libro e le sue conclusioni: «Lo yeti non si è mai preoccupato di noi; sa che esistiamo, ma solo a livello istintivo. Noi, invece, abbiamo di lui una duplice percezione: possiamo vederlo come un animale estraneo a ogni forma di civiltà, e al tempo stesso lo serbiamo nella fantasia come un essere leggendario; ma solo la presenza contemporanea dei due aspetti dà forma alla sua piena realtà. All’immagine del temibile yeti, partorita dall’immaginazione delle popolazioni seminomadi che da secoli vivono in armonia con le divinità della natura nelle foreste e tra i ghiacci dell’Himalaya, si addice, sul piano zoologico, solo lo tshemo o dremo… Renderò conto, nel più accurato dei modi, di tutto ciò che ho visto e trovato, di tutte le esperienze che ho vissuto durante i dodici anni in cui ho cercato lo yeti. E se talvolta mancherò di precisione nell’indicare nome e località, sarà dovuto alla mia volontà di non indirizzare flussi di turisti là dove, anche un domani, tshemo, dremo, riti, tshute e yeti avranno bisogno di un habitat incontaminato.
Questo libro risolve sostanzialmente l’enigma dello yeti, ma non può e non vuole toccare il mito dell’uomo delle nevi. Quel mito deve restare qual era, perché il mito è sempre più forte della realtà.

Ma torniamo alla nostra conversazione del 1987.

– Prima dicevo sempre che lo yeti è una favola, adesso so che esiste ed è interessante vedere qual è il parallelo fra la leggenda e lo yeti reale. La leggenda è nata perché in questo tragitto gli Sherpa si sono incontrati anche loro con lo yeti, che avrà certamente ammazzato qualcuno… lì nacque la storia, che poi è stata tramandata e portata qui… ma adesso non parliamone più.

Eric Shipton
yeti-20050301xshipton1

 

Prima di Lharigo iniziavo verso le cinque o sei a camminare, ma è sempre difficile entrare nei campi nomadi perché hanno i cani, ci vuole mezz’ora per entrare: poi lì erano tutti giovani e tutti ridevano. Non è che mi dicessero “dai, stai con noi, ti dia­mo da mangiare”. Io avrei pagato e così avanti… No, tutti ridevano e non mi accettavano. Sapevo che dovevo cercare gli anziani, ma lì non ce n’erano. Una volta ero su un alto passo, quasi a cinquemila metri e sono arrivato in un paesino, una specie di fortezza di 5 o 6 case, con gli yak che arrivano alla sera. Mi sono seduto là e ho guardato come li mungono, poi pian piano ho tentato di parlare, di chiedere se potevo dormire. È diventato scuro e hanno tentato ugualmente di dire no, che c’era un altro paese lassù, nuovamente non mi volevano. Alla fine venne una vecchia donna che ebbe pietà e disse che potevo dormire nella stalla. C’erano un po’ di letti al margine della stalla, hanno chiu­so la porta per la notte, poi hanno chiuso tutte le donne in una stanza con un lucchetto, molto presto… e lo potevo vedere perché stavo nel mio sacco a piuma e vedevo come stavano chiudendo tutte le donne in una stanza… ma tutte queste piccolezze per dirti che a Lharigo sono arrivato a mezzanotte. Ne usciva un gruppetto di tibetani ubriachi. Cantavano. En­trai, non c’era nessuno, non una luce, niente, e dopo un po’ vidi una pila da qualche parte, mi avvicinai alla pila, si spense. C’era un gruppetto di soldati, due o tre soldati che tentavano di bloccarmi, sai, nascondendosi con la pila ve­dendo dove andavo e ci voleva un bel po’ prima di trovarli perché loro si nascondevano, si facevano di nuovo vivi con la pila perché non sapevano di nuovo dov’ero io. Alla casermetta mi hanno fatto dormire in cella senza chiuderla. Così ho potuto continuare e sono sceso dopo due settimane da lì. È stato veloce perché sono andato in bus, non passando però da Amdo. In una valle molto strana ho visto il “funerale celeste”, è lì che ho fatto le foto per un servizio su Jonathan, l’unico ad aver visto e documentato quella cerimonia. Lì, trovi tutta quella storia, però io non sono andato per vedere il funerale celeste, bensì perché sapevo che gli Sherpa lì si erano fermati a lungo prima di ripartire per Lhasa e Tingri, volevo vedere il posto… E così conosco tutta la Via degli Sherpa fuorché 100 km e in tutto saranno da Dege fino al Solo Khumbu circa 3000 km in linea d’aria: hanno fatto un bel giro questi Sherpa; una vera migrazione d’altri tempi, un esodo tipo dalla Russia fino a Roma … forse di più, e per me è logico che in questo esodo siano nate delle leggende che han­no portato una certa cultura da un posto ad un altro posto.

Per finire, questo viaggio è il più bel viaggio che ho fatto sia per le difficoltà che ho dovuto affrontare, non volendole ma dovendole superare, sia anche perché finalmente potevo camminare a lungo e questo tipo di viaggio è una forma del mio futuro, anche se in realtà io vorrei fare anche dei viaggi con meno gente… qui ho trovato almeno tre case al giorno… mi piacerebbe traversare il Taklamakan, fattibile solo se hai un grande aiuto. È un deserto totale, forse noioso, sarebbe soltanto una questione sportiva…

Reinhold Messner
yeti-messner

M’interessa di più aver capito che Bhutan, Solo Khumbu, Dolpo e Khali Gandaki (ed anche il Karakorum) erano molto più legati al Tibet che all’India, difficilissima da raggiungere per via delle valli profonde solcate da fiumi selvaggi. Ecco perché gli Sherpa hanno ancora influssi della loro religione bon, il buddismo primitivo, ben diverso da quello tibetano di oggi, il lamaismo sia giallo che rosso. Gli Sherpa si fermavano sempre vicino a monasteri, anche a Tingri c’era un famoso monastero che oggi non c’è più, distrutto dai cinesi. E anche oggi vanno fedeli bon a Lhasa e nel parco fanno il giro in senso contrario, e nessuno dice niente. Il colore dei bon è il nero e grande importanza è data alle forze della natura. Gli sherpa di oggi, pur lamaisti praticanti, dicono che nel bosco e sulle montagne ci sono entità che l’uomo deve temere. Hanno poi le loro figure da seguire, uomini saggi che hanno dato il buon esempio.

Però non vorrei diventare neppure uno scienziato e dire ecco io sono capace di chiarire tutte queste cose: io faccio un viaggio e vedo quello che vedo, non sono né un tecnico, né un geografo, né altro, io vorrei che questi posti selvaggi, o semiselvaggi, rimanessero zone bianche sulla carta geografica, capovolgere ciò che si diceva all’inizio del ‘900, cioè che era necessario abolire le macchie bianche della carta: al contrario vorrei salvarle. E se farò una storia di questa Via degli Sherpa racconterò quello che ho vissuto senza dire nomi, potrei dire che sono partito da un paese molto ad est del Tibet, che c’erano cinque case fatte così e così, e così non rubo niente a nessuno… se invece incomincio a pubblicare subito la carta geografica, quel posto lo rovino. Questa è anche la base della mia filosofia del White Wilderness, capovolgere l’idea della macchia bianca sulla carta affinché rimanga un’università per chi vive una vita “semplice”, per chi non vuole andare all’università a studiare o anche per chi all’università ci va ma vuole an­che le zone selvagge per capire senza voler scrivere, fare calcoli o portare a casa dati geografici, scientifici, geologici ed etnolo­gici, che non hanno nessuna importanza. Importante è l’esperien­za che tu ti fai e te la fai soltanto se la zona è selvaggia, pure con la gente selvaggia, non importa.

Quindi White Wilderness come Blanc on the map di Eric Shipton.

– Sì, molto bello quel titolo, è esattamente quel­lo che voglio dire con White Wilderness.

Anche se Shipton in realtà le macchie bianche le voleva eliminare, come tutti gli esploratori del suo tempo.

– Tutte le grandi spedizioni avevano ingenti finanziamenti proprio perché erano dirette a zone del mondo sconosciute, da conquistare. E adesso si può capovolgere questa idea solo tornando indietro, senza dati scientifici, e raccontando le cose come faceva Omero… per dare senso alla via e alla tua esperienza e per lasciare intatta la White Wilderness.

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Percorsi inutili 5

Percorsi inutili 5 (5-5)
2008

Durante la vacanza del 2008 fui più impegnato a scrivere che ad arrampicare. Mi ero portato i documenti originali della lunga storia di Severino Casara, prestatimi da Italo Zandonella Callegher: così passavo ore e giorni a scrivere, cercando una luce nell’affascinante mistero della vicenda del Campanile di Val Montanaia. Ne nacque il libro La verità obliqua di Severino Casara, opera che per la verità ebbe un successo inversamente proporzionale alla fatica impiegata per scriverla.

Petra a Tavolara
Isola di Tavolara, PetraLe giornate scorrevano veloci, specie dalle undici di mattina in poi quando nessuno era in casa, perché le donne erano tutte al mare, anche se Alessandra non aveva potuto, quell’anno, essere della partita.

Per la verità, avevo una distrazione, quella di uccidere le centinaia di mosche. Un vecchio nastro giallo appeso al soffitto non era più appiccicoso da tempo, era lì forse ancora dall’anno prima e non lo avevamo sistemato noi. Nessuno lo aveva tolto solo per lo schifo che incuteva, con i suoi rinsecchiti cadaveri di mosca.
Avevo affinato tre tecniche di esecuzione, c’era quella di massa con un giornale, quella individuale con lo schiacciamosche a rete e quella sadica, di pura abilità, con un coltello.

In assenza delle donne, la cucina, sede del mio ufficio, aveva le finestre rigorosamente chiuse. Esercitavo le esecuzioni subito, in modo da poter lavorare in pace. Quando poi Guya e le ragazze tornavano dalla spiaggia, più o meno alle 18, le finestre venivano riaperte, costringendoci quindi ad altre esecuzioni. La più interessata alla mia abilità era Elena, che comunque mi descriveva come uno psicopatico, specie quando facevo lo show di segare in due la mosca con un colpo netto di coltello. Ma anche lei imparò a dare il colpo con lo schiacciamosche mirando a un punto leggermente più spostato nella stessa direzione del muso della mosca, in modo da anticiparne la fuga. Il tocco artistico risiedeva anche nel colpetto inferto con la giusta velocità, senza provocare cioè lo spappolamento dell’insetto ma soltanto la sua rapida morte.

Eccezioni a questa routine furono la discesa a canyoning del rio Petrisconi con Elena e Petra (1 luglio) e l’annuale gita a Tavolara (4 luglio). Ogni volta che andavamo là ricordavo la bella salita della cresta sud-est, fatta con Guido Daniele e Marco Marrosu il 23 agosto 2000. Paolo Giusto ci aveva gentilmente dato un passaggio in barca da San Teodoro, eravamo saltati sugli scogli e avevamo afferrato l’evidente cresta pensando d’essere i primi. Ma nel punto che poi risultò essere il più difficile della via occhieggiava un chiodo arrugginito. Negli anni seguenti venni a sapere di almeno altre due ripetizioni dopo la prima dei tedeschi.

Quanto alle serate nella Morgenstern by night Guya e io ne sapevamo sempre meno. Le adolescenti al proposito erano mute come tombe. Milo aveva preso la patente, dunque c’era più autosufficienza. Ma occorre dire che Markus non concedeva così spesso l’auto al figlio. C’era più tranquillità rispetto all’anno precedente, accontentata qualche volta la bramosia di uscita notturna, e constatato il livello qualitativo della frequentazione dei locali di San Teodoro, per fortuna il desiderio aveva perso la sua forma più acuta.

Alessandro Gogna e Guido Daniele sulla cresta sud-est di Tavolara (Punta Lucca), 23.08.2000
Isola di Tavolara, G. Daniele assicura A. Gogna su cresta sud-est, 2a asc. 23.08.2000

Ancora una volta Elena e io ci accordammo per un’uscita di primissimo mattino alla Rocca de su Ballizzu, questa volta per fare una via nuova a destra di Mamma Drago. Senza pietà la svegliai alle 4.30, sapendo perfettamente che non aveva dormito che una o due ore, dopo la  Morgenstern soirée. Ricordo una gran bella arrampicata e il tentativo di salire direttamente un muro estetico, che però mi respinse e che dovetti aggirare a destra per un camino. In cima, avevamo aperto le Narici del Porco (9 luglio).

In arrampicata sulla parete ovest della Rocca de su Ballizzu, Narici del Porco, 9.07.2008
Sardegna, Monte Sempio, da S3 parete ovest Narici del Maiale

In arrampicata sulla parete ovest della Rocca de su Ballizzu, Narici del Porco, 9.07.2008
Sardegna, Monte Sempio, parete ovest, tentativo via diretta

L’11 luglio raggiunsi Marco Marrosu e una delle sue fidanzate, Barbara Idda. Mi aspettavano sotto al Monte Limbara, in Gallura, dove Marco era di casa. Lui aveva appena pubblicato una monografia del gruppo, ma innumerevoli erano ancora le possibilità di nuovi percorsi.
Quella volta ci rivolgemmo al Monte Biancu. Dapprima salimmo il bellissimo sperone sud-ovest (Tiro bollente) della Quota 1041 m, addossata al Monte Biancu, solo per accorgerci che in cima non c’era mai stato nessuno. Dopo una laboriosa discesa e traversata al corpo principale del monte, attaccammo lo sperone sud-ovest del Monte Biancu che si lasciò salire senza opporre grandi resistenze, anche se per poco, nel superare slegato un facile passo in spaccata, non precipitai. Non successe solo perché fui agile come un gatto a fermarmi: i due mi avevano visto e si erano spaventati, forse più di me. Ma non è il caso che qui racconti le ragioni psicologiche di un simile incidente mancato. Di certo non dimentico.

Gruppo del Limbara (Gallura), Monte Biancu e cresta sud-ovest. A sinistra è la Q. 1041 m
Sardegna, Limbara, Monte Biancu da sud
Gruppo del Limbara (Gallura), Q. 1041 m con il tracciato di Tiro bollente, 11.07.2008
PercorsiInutili5-Tiro-Bollente

Gruppo del Limbara (Gallura), Monte Biancu con il tracciato sulla cresta sud-ovest
Unicode
2009
E arriviamo a quella che poi si è rivelata essere l’ultima vacanza di quel genere, un miscuglio di arrampicate e di vita in famiglia con adolescenti femmine e bagnanti, temperato dalla saltuaria presenza del Re del Pelo.

Sa Rocca de Ballizzu, Marco Marrosu su 2a lunghezza di No Traversi per Barbi
sa Rocca de Ballizzu, M. Marrosu su 2a lunghezza di No Traversi per Barbi sa Rocca de Ballizzu, M. Marrosu su 2a lunghezza di No Traversi per Barbi , Sardegna

Con lui andammo subito (28 giugno) alla Rocca de su Ballizzu, dove avevo adocchiato una linea che non avrei potuto affrontare solo con Elena. Ne venne fuori un bellissimo itinerario, con qualche rude fessura, No traversi per Barbi. In discesa, nell’ombreggiato canale di detriti e blocchi, pensavo che era la quarta volta che passavo da lì e mi domandavo se ce ne sarebbe stata una quinta: perché quello era davvero un bel posto. Ma era come se sentissi che si stava chiudendo un altro capitolo.
Nel caldo feroce del mezzogiorno andammo a fare un giretto nell’assolata distesa di massi di sa Conca de su Demoniu:  sembrava di essere su Marte.

La sera ci fu la gradita visita di mio nipote Paolo Cerruti, che lavorava da anni in Lussemburgo. Arrivò con la fidanzata Manuela, che per la verità non suscitò immediate simpatie nel nostro covo di vipere.
Il giorno dopo, assieme a Elena, li portai alla prima vasca del rio Petrisconi, mentre Guya con Alessandra e Petra andava a timbrare il cartellino su qualche spiaggia.
Dopo i tuffi di rito ci rivolgemmo alla Punta Maggiore, la cima più alta del Monte Nieddu, dove arrivammo abbastanza provati per l’impietosa calura.
Al ritorno eravamo così accaldati dal non poter resistere un minuto di più, perciò tornammo alla vasca.

Il giorno dopo arrivò Costanza Sicola, andammo a prenderla all’aeroporto di Olbia. Di un anno più giovane di Elena, Costanza è la figlia dei nostri amici Paola e Giovanni.

Il primo di luglio il nostro gruppone al gran completo noleggiò un gommone a Porto San Paolo. Andammo a Tavolara in otto e facemmo il bagno proprio alla base delle verticali pareti del lato nord-est.

Sa Rocca de Ballizzu, Marco Marrosu sulla 4a lunghezza di No traversi per Barbi
sa Rocca de Ballizzu, M. Marrosu sulla 4a lunghezza di No traversi per Barbi sa Rocca de Ballizzu, M. Marrosu sulla 4a lunghezza di No traversi per Barbi , Sardegna

Partiti Paolo e Manuela, in assenza di Marco Re del Pelo e privato dell’impegno della Verità obliqua di Severino Casara, nella sola compagnia delle solite moriture mosche, confesso che un po’ mi annoiavo. Ma la spiaggia sarebbe stata anche peggio.

Il 3 luglio salii da solo sulla cresta nord-est dei Punteddoni, una delle tante mete esplorative ma di ripiego che mi ero ritagliato per i momenti di solitudine. In seguito convinsi Elena e Costanza a seguirmi in un’uscita arrampicatoria. Per la seconda la grande novità era di scalare su un terreno mai percorso da nessuno, per la prima c’era l’orgoglio di portare l’amica a fare una cosa del genere. Ma la sera prima era arrivato Damiano.

Era già da qualche tempo che Milo, bello e impossibile, raccontava alle “rapite” di un suo amico di Olbia, l’ormai mitico Damiano. Uno la cui bellezza risplendeva come il sole, uno che aveva ai suoi piedi l’intera popolazione femminile della sua città, uno che al supermercato la cassiera lo lasciava passare senza pagare.
Milo era stato bravissimo a creare un’attesa spasmodica, e quando finalmente comunicò loro che l’amico stava arrivando, l’eccitazione salì a livelli spasmodici. Ma l’incontro fu una delusione cocente. Io sospetto che Milo lo abbia fatto apposta, un modo raffinato per prenderle per il culo.

– Damiano… un mostro! – ricorda Petra.
– Piccolino… gracilino… brutto! E ve la ricordate la cresta da punk? – rincara Elena – eravamo così gasate… e invece… poi, visto il livello intellettuale,  voi, tu e Alessandra, me l’avete lasciato a me e Costanza e ancora una volta voi “grandi” siete andate a sentire musica con Milo.
– E di cosa parlavate, tu e Damiano?
– Ci eravamo sdraiati là fuori sull’erba, la musica era quella dei Tokyo Hotel.
– Beeeh, che schifo! – è il commento di Petra.
– E’ lì che ho capito che me lo avevate rifilato. Mi diceva che lui prima ne aveva tre di creste… a tinte diverse. “Mmmmm… bello” dicevo io. “Mi sono accorto che così piaccio anche di più” continuava lui incapace di riconoscere il mio totale disinteresse (e qui Elena imita la cadenza sarda). Dopo  un momento di silenzio mi chiede “Hai visto che le stelle si sono mosse… non sono più come prima, ayo!”. E io: “Beh, la terra gira… e sembra che le stelle si spostino”. E lui: “Ah, già che la terra gira… qualche volta me ne dimentico!”.

Dopo una notte molto breve trascorsa nel camion in abbandono, tra fetidi materassi, topolini impertinenti e con le prodezze di un’altra gattina, Pigra, alle cinque di mattina del 5 luglio svegliai Elena e Costanza e le riportai in casa per un minimo di colazione.
Portai i due corpicini in piena catalessi fino a sos Pantamos e da lì le condussi barcollanti fin sotto alla parete di Punta sos Pinos, dove ci attendeva un bell’itinerario nuovo che, non so perché, le due vollero chiamare Tarzan sugli specchi. Questo si svolge tra Percorso inutile a sinistra e la via del Muschietto a destra.

Punta sos Pinos, ultima lunghezza di Tarzan sugli specchi
sa Rocca de Ballizzu, via Tarzan sugli Specchi, 5a lunghezza sa Rocca de Ballizzu, via Tarzan sugli Specchi, 5a lunghezza , Sardegna

Il 7 luglio mi avviai da solo verso la zona della Punta Joanne Russu, con partenza per il sentierino dal Pilastro Marragone. Volevo verificare una volta per tutte i sentieri e le tracce, ma volevo anche salire il pilastro nord-ovest della Quota 634 m, il rilievo a occidente della cresta ovest della Punta de lu Casteddacciu. Siccome ero da solo preferii salire sul versante ovest della Quota 634 m e poi, individuata l’uscita dello sperone, calarmi alla base su una corda sola di 60 metri. La base era un posto bellissimo, tra grandi querce. Riposai al fresco qualche minuto poi attaccai ad arrampicare lo sperone che, osservato prima in discesa, non poteva offrirmi sorprese più di tanto. Un’arrampicata piacevole, sulla quale lasciai due o tre cordoni, e che chiamai Un mondo senza mosche. Uscito dal terreno verticale continuai fino alla sommità, poi scesi sul versante opposto. Cominciava a fare caldo, il sole alle nove di mattina era già feroce. Stringendo i denti mi avviai per una macchia non folta verso la base della cresta ovest della Punta de lu Casteddacciu, che volevo salire integralmente. Cosa che feci, a dispetto del calore. Scesi per il canalone di detriti a sud-ovest, recuperai la bottiglia che avevo lasciato là piena di ghiaccio e acqua, bevvi fin quasi all’ultima goccia (di ghiaccio non ce n’era più), poi mi avviai al ritorno. Piuttosto che affrontare l’invincibile macchia del versante meridionale della Quota 634 m preferii risalire sulla cima di questa e riscendere a ovest, per lo stesso percorso di poche ore prima in senso opposto.
Ora il caldo era da allucinazione: mi ritrovai sul sentierino per Marragone con la strana sensazione di essermi perso. In certi punti facevo fatica a sentirmi dove realmente ero, solo la ragione mi diceva che non potevo essere altrimenti che lì. Fino a che, nel punto più critico, non successe l’incidente. Saranno state quasi le undici, i grilli facevano un concerto assordante. Io camminavo nella macchia cercando di sentire sotto i miei piedi quello che era rimasto del sentiero: sentii una fitta lancinante nel posteriore della caviglia sinistra. Mi fermai, abbassai la calza bucata e vidi che un corpo estraneo mi era entrato nella carne. Una spina enorme! Cercai di espellerla spremendola un poco, ma ero scomodissimo in quell’operazione e rinunciai.

Mi asciugai la fronte imperlata di sudore e bevvi le ultime gocce di acqua. Provai a camminare e per fortuna il dolore risultò sopportabile. La scarica di adrenalina mi riportò alla realtà geografica di dove ero e da quel momento, fino all’auto, non ebbi più alcun dubbio sul dove dirigermi.

Giunto a casa, Guya e le altre stavano ultimando i preparativi (creme, lozioni, ecc) per andare alla spiaggia. Quell’anno, sapendo della presenza di Costanza, avevamo portato due auto. Non dissi nulla e le lasciai partire. Quando fui solo mi dedicai con calma alla caviglia. Si intravvedeva un gonfiore nerastro, come se mi fosse entrato un bastoncino di più centimetri. Provai a premere verso il basso, a spremere. Sentivo solo dolore e l’oggetto non si muoveva, come se avesse avuto delle pinne che gli impedivano di scorrere verso l’esterno.

Chiamai Falk, per vedere se una mano diversa dalla mia poteva fare qualcosa. Il povero Falk, gentilissimo e premuroso, non riuscì a fare nulla più di me, e neppure Milo. Decidemmo di andare all’ambulatorio di Padru, che trovammo chiuso e che avrebbe riaperto (forse) alle tre. A quel punto Falk e io andammo a San Teodoro in cerca della Guardia medica. Dopo un’attesa di mezz’ora finalmente una dottoressa ci ricevette. Anche lei provò a estrarre lo spinone, senza successo. Concludendo con:
– Noi non siamo autorizzati agli interventi chirurgici… dovete andare all’ospedale di Olbia.

Arrivammo al nuovo ospedale di Olbia che ormai erano le 16, lì aspettammo al pronto soccorso un’irragionevole tempo. Solo alle 17.30 fui esaminato da un medico in piena regola. Mi portarono in una sala, mi fecero una  iniezione di antidolorifico e finalmente incisero la mia caviglia con il bisturi, asportando un mostruoso oggetto di  4 mm di spessore e 35 mm di lunghezza, nero e dotato di alucce unidirezionali. Una vera e propria arma. Quando uscii dalla “sala operatoria” Falk cominciava a essere preoccupato e aveva avvisato suo padre del perché della sua assenza. Una volta messomi al volante per tornare a Biasì feci una telefonata in cui avvisai Guya del mio calvario medico.

Ne seguì una settimana non di convalescenza ma quasi. E’ chiaro che non potevo fare nulla, mi erano vietati la sabbia, il mare e ovviamente la camminata e l’arrampicata. Alla sera dovevo sempre assistere alle uscite notturne delle ragazze. Il Re del Pelo ebbe pietà di me e venne ancora una volta a trovarci. Mi scarrozzò due o tre volte con la sua Panda 4×4 a Punta de Torriga, al Nodo Murrai, alla Jana di Monte Sempio e foresta di Usinavà-sos Rios. Andammo anche a sa Conca de Locoli, vicino a Siniscola, dove c’erano dei suoi amici speleologi.

Petra e Alessandra, ore 21
Biasì 2009 , Sardegna, 07.2009, Petra e Alessandra Thiele

Insomma, questo fu il 2009. L’incidente sembrava chiudere un intero e glorioso periodo. Anche il nonno della spiaggia non era più lo stesso: se il primo anno faceva le capriole, quell’estate non le faceva più…
Una mattina c’era un forte vento, i bagnanti erano scomparsi. Sulla spiaggia, addossate a un muretto, Guya, Alessandra, Petra ed Elena si erano convinte di poter resistere. Era uno degli ultimissimi giorni ed erano in cerca dell’abbronzatura perfetta. Il muretto era accanto a un bidone della spazzatura, di quelli ripieni che straripano rifiuti. Però, con l’aria che tirava, non c’era pericolo di cattivi odori. Dopo una decina di minuti di raffiche e di mulinio di sabbia, ecco che il bidone si rovesciò e il contenuto andò a insozzare la povera Petra che era quella sdraiata più vicina a lui.
– Beh, forse è il caso che ce ne andiamo a casa…!

Il mattino dopo accompagnammo Alessandra alla stazione ferroviaria di Olbia. Avrebbe iniziato un lungo viaggio per raggiungere suo padre a Carloforte. Senza ritardi né contrattempi, e neppure attese, la tradotta durò ben nove ore. Noi proseguimmo per la Grotta di Nettuno (Capo Caccia) e quindi per il mesto imbarco a Porto Torres.

Per tutta la vacanza lo sport più praticato da Falk e Milo era stato quello di gettare nella stanza delle ragazze, tramite la finestra aperta, delle enormi cavallette che, anche se innocue, seminavano il terrore. Giunte a casa loro, aprendo le valigie, se ne trovarono dentro le ultime due, ancora vive!

Cala Girgolu e Tavolara
Cala Girgolu

Gita a Tavolara: il Capo, Guya, Alessandra ed Elena
Tavolara: A. Gogna, Guya, Alessandra, Elena

FINE

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Percorsi inutili 4

Percorsi inutili 4 (4-5)
2006
Già agli ultimi due mesi di scuola il problema era evidente. Petra si stava trasformando, da ragazza florida, luminosa e solare, a figura esiliforme, sguardo ripiegato per volontà di accelerare il passaggio da ragazza a donna, ma anche lievemente dark perché accentuato da un trucco scuro per nulla in linea con la sua natura.

Per la promozione aveva chiesto ed ottenuto un particolare modello di Nokia, carissimo, fighissimo e soprattutto di cui non poteva fare a meno. Non è senza importanza che il vecchio cellulare le fosse caduto nel water della barca a vela nella loro settimana a Ponza e Ventotene. Volenti o nolenti di un nuovo acquisto c’era bisogno. Il modo però con cui aveva condotto la visita in negozio e la trattativa con la commessa aveva decisamente fatto arrabbiare la mamma, come non molte altre volte era successo. La trattativa infatti era tale non per avere di più spendendo di meno come il buon senso vorrebbe, bensì per convincere la madre, con l’aiuto inconsapevole della commessa, che quello era l’unico articolo che valesse la pena di comprare.

Solo dopo il salato pagamento alla cassa Bibi aveva realizzato d’essere stata presa per i fondelli dalla figlia, che in più nella vacanza velica non si era certo comportata bene in compagnia di indifferenza, strafottenza e malumore appena represso.

Il passaggio delle consegne, in partenza per la nostra Sardegna, vedeva Guya e me piuttosto preoccupati: una figlia magra come un chiodo che pesava come la sorella minore, che soppesava con lo sguardo qualunque cibo, stizzosa come non era mai stata. Per due settimane avremmo dovuto sopportarla ma anche agire per distrarla dai suoi propositi, che francamente ci sembravano tipici di una personalità a forte rischio di anoressia. Speravamo molto nella compagnia di Alessandra, che caso mai aveva problemi contrari e per questo era stata soprannominata Pammi (da Pamela Anderson), nonché nel confronto-scontro con Milo, la sua passione mai sopita.

Arrivati sull’isola diedi tempo a Petra di prendere i suoi ritmi, ma soprattutto Guya non abbassava la guardia. Primi più unti del solito per ingannarla, pietanze e insalate ricche di sostanza, suggerimenti di gelati sulla spiaggia, anche a costo della propria linea. Io, che problemi di peso certo non ne avevo, trovavo la nuova filosofia del cibo davvero appagante e mi sembrava di mangiare come un porco. Di giorno smaltivo sudando sulle pendici settentrionali del Monte Coltellaccio o nella valletta a occidente della Punta lu Casteddacciu, gite solitarie che avrebbero distrutto un cammello, col caldo che faceva. Per quello ogni notte raffreddavo nel freezer una bottiglia d’acqua in modo da berla il giorno dopo decentemente fresca.

Ma la ragazzina era furba e ci cascava fino ad un certo punto. Di nascosto la controllavamo se andava a vomitare subito dopo aver mangiato: non ci era mai sembrato, però….

Piccoli litigi, discussioni facevano parte del reciproco conoscersi ma presto le cose presero una piega bellica evidente perché nel gioco si era inserita una ragazzina tedesca, Paola. Questa, pur ribadendo il suo disinteresse per Milo (ricambiata), in realtà era sempre presente e concedeva poco spazio a iniziative. Alessandra era già fidanzata con Augusto e dall’alto della sua posizione tentava di giudicare con oggettività un comportamento fluttuante in cui Petra dava a Milo dell’immaturo e quello la ripagava con dispetti e piccole attenzioni a Paola. Con rare apparizioni di Falk, che lavorava in un ristorante vicino ad Arzachena, il resto della litigiosa brigata era costituito da Elena e dalle due gemelle Mona e Cleo, sempre più legate e sempre più libere di parlare tra loro in tedesco cosa che, si sapeva, faceva molto arrabbiare Maestro Tommasino.

Erano i tempi anche del campionato del mondo di calcio, la sera dell’incontro Germania-Italia fu incandescente. Falk e Milo avevano fatto gli sbruffoni tutto il giorno, il viso dipinto da indiani, pronosticando una sicura batosta per noi pavidi e vigliacchi italiani. Le tifoserie davanti alla televisione erano rigorosamente separate, ciascuna a casa propria. Ma gli urli si sentivano anche a Olbia. E fu così che dopo aver meritatamente vinto, nessuno venne a congratularsi mentre noi sguaiatamente facevamo casino nella notte.

Ma fu più forte di loro e, al momento dei commenti sulla prossima partita con la Francia, ancora non tennero la lingua a freno e si lasciarono andare a vendicative e livide previsioni di certa disfatta italiana.

Dopo la vittoria, le ragazzine naturalmente furono senza pietà e andarono avanti giorni a fare battute di scherno su questo tema, provocando perciò rabbie represse che ogni tanto esplodevano nel chiuso del loro ambito. La figura di Paola era diventata un incubo, quasi come l’ormai mitica e mai più rivista Strunz.

Il Re del Pelo intanto era arrivato per una rapida visita che spendemmo su una mediocre prima ascensione al pilastro nord del Balcunaddu, la via Alea jacta est.

I giorni trascorrevano tra coordinate certe: da una parte le donne andavano in spiaggia ad arrostire al sole del pomeriggio mentre io rimanevo in casa a lavorare. Avevo parecchie cose da concludere, grane da affrontare non certo aiutato dall’assenza di UTMS, con un segnale GPRS che avrebbe spazientito Giobbe se avesse dovuto fare o ricevere e-mail. Mattino e sera erano dedicate alle scaramucce italo-tedesche. E per tutti i santi giorni l’incubo del sospetto che Petra fosse borderline, con lunghe telefonate con la madre che in verità ci sembrava non troppo ricettiva.

Anche per rifarmi di un’inattività ormai fastidiosa, andai da solo sulla cresta N della Rocca de Ballizzu (Quota 790 m di Monte Sempio), concedendomi un’arrampicata non troppo facile ma non così difficile da dire che per me fosse rischiosa. Ovviamente alla base non sapevo cosa mi aspettava, ma via via che la cresta si svolgeva sotto il mio muovermi mi sembrava di aver davvero indovinato la giusta meta. Solo nella parte finale ebbi un’esitazione, una fessura che mi piaceva molto ma che da solo sarebbe stata un’imprudenza, tra l’altro a destra della cresta. Così tornai sul filo e finii in bellezza. Mentre scendevo il caldo cominciava a sentirsi ma dentro di me sembrava che qualcosa si fosse placato, mi sembrava di avere nuove energie da spendere.

Elena dopo la salita di Mamma Drago alla Rocca de Ballizzu (Monte Sempio). Ben visibile la cresta nordSardegna, Monte Sempio, cresta nord

Riuscii perciò ad essere più papà di quanto lo fossi stato fino ad allora e volli condurle ad una spiaggia diversa dal solito, diressi l’auto a Cala Girgolu con l’intenzione di fotografare almeno i resti della Tartaruga, lo scoglietto decapitato anni prima da vandalico gesto. Petra, Guya e Alessandra non le smossi dalla spiaggia, Elena venne con me alla ricerca dello scoglio che, siccome non voleva farsi riconoscere, ci costrinse ad una bellissima cavalcata sulle bianche e rosa scogliere di questa baia, con Tavolara di fronte che quasi la si tocca con mano. La bambina era a piedi nudi ma non fiatò mentre io non sapevo come facesse su quel granito ruvido con sentierini spinosi inframmezzati. Ero fiero di lei. Solo al ritorno individuammo il mozzicone e facemmo le penose foto di rito.

Un cartello mi aveva incuriosito nella peraltro scarsa segnaletica in quel di Padru. Sul tornante dal quale partiva il sentierino per la Punta Russu, seguito anche con Luisa Raimondi due anni prima, avevano messo un bel cartello con piantina topografica e descrizione di un itinerario escursionistico. E questo a cura del comune. Volli andare a vedere. La descrizione era accurata, il sentiero lungo il Canale Marragone fino alla Sella 575 m (costruito dai carbonai e che non ero riuscito a percorrere per via dell’infrascamento) era stato riaperto con duro disboscamento. Il lavoro, piuttosto ben fatto, portava anche oltre nella valletta opposta. Consigliava una brevissima deviazione per una cascata in posto davvero selvaggio, ma poi proseguiva ancora a est fino a fermarsi inesorabilmente davanti ad un muro vegetale invalicabile. Tornai indietro senza cessare di chiedermi perché i lavori non erano proseguiti (e non mancava neppure tantissimo) fino alla sterrata proveniente dagli Stazzi Pietrisconi. Ma il caldo mi cuoceva il cervello a tal punto che dubitai di poter dare una risposta sensata.

L’anno prima era tanto piaciuta Tavolara, così il giorno dopo eravamo là, dove l’acqua è limpida alla massima potenza e i fondali sono da sogno anche per un arrampicatore incallito. Ancora felicità nei loro occhi, anche in quelli di Petra, per una volti sgombri dall’ombretto livido che ultimamente era il preferito.

A Tavolara se non altro non c’era l’affollamento di altre spiagge. Per un po’ di giorni girò tra loro il tormentone “Ccerto che sei propprio ‘n cojone”. Le versioni di questo episodio sono un po’ incerte, ma pare comunque che un signore romano, bello de sole e de panza, camminasse sulla spiaggia assieme ad un ragazzotto, evidentemente suo figlio. Ad un certo punto il ragazzo esclamò, non così a bassa voce: – Ammazza quant’è bona quella…
– Chi, quella? – volle certificare il padre.
– Quellalà.
– Ccerto che sei propprio ‘n cojone!
– Ah pà, tu alla mi età quante te n’eri fatte?
– Ma che c’entra… belle come mamma, nessuna!
E detto questo riprese a camminare seguito dal figlio che rimuginava.

A Lu Impostu c’erano i “due nonni”, lei 74, lui 78, di Roma. Siccome avevano una pensione da fame da anni facevano la stagione qui. Il caffè te lo portavano alla sdraio, con un carretto, come lo volevi, con dolcificante, corretto, senza zucchero. Più lei faceva le lasagne e i panini “boni boni”. Un giorno una “buzzicona”, dal sedere decisamente non più così florido, anzi decadente, andò a chiedere un gelato al nonno che subito esclamò: – ‘n vedi che culo questa, chiappe d’oro è questa…. Alle mie donne invece dava indistintamente delle “passerotte”.

Le notti brave dai Morgenstern, nelle tende, nei furgoni abbandonati non conoscevano tregua. Elena ebbe la visita di uno dei numerosi gattini lì di casa. Peccato quello avesse una diarrea di proporzioni inusitate (almeno in proporzione al suo peso). Verso l’una di notte ci fu molto movimento, i sacchi piuma di Elena e delle due gemelle erano irrimediabilmente compromessi, lei si alzò alla ricerca di acqua con cui pulire sommariamente. Dopo un lavoro molto difficoltoso, guardandosi bene dal venire in casa a chiedere aiuto, si arrese e concluse la notte perseguitata da una puzza bestiale. In tutto questo le gemelle si erano lasciate sottrarre i sacchi piuma per il lavaggio senza smettere di dormire, erano state reintrodotte nei sacchi più che umidi e avevano continuato a dormire della grossa. Assieme al gattino.

Dopo un’altra di quelle notti, fortunatamente non disturbata dai gatti, ma accorciata da chiacchierate fino alle due-tre di notte, andai a svegliare Elena, le feci fare una frugale colazione, la misi in macchina a dormire un’altra mezzora mentre io la conducevo a Monte Sempio. Quando ci arrivammo erano le sei di mattina del 12 luglio e faceva un fresco gradevole. Elena dormiva in piedi come gli asini. Ci avviammo alla base della parete nord ovest. Volevo arrivare per via completamente autonoma a quella fessura che qualche giorno mi aveva respinto. Man mano che Elena si svegliava ricordava i nodi e le manovre di assicurazione, ma non c’era da fidarsi troppo. Dopo una prima lunghezza abbastanza impegnativa e po’ sporca di terriccio e una seconda assai più facile, superammo due bellissimi tiri che da soli valevano la via. Elena era entusiasta, io pure. Mi godevo quella natura perfetta, quei nostri movimenti inutili nell’insegnamento del non necessario che praticavamo, quell’amore che sentivo scorrere dal profondo e che la spingeva ad abbracciarmi ad ogni sosta, ogni volta che poteva.

La quinta lunghezza la conoscevo già ma non glielo dissi, quindi anche lei fu con me alla base dell’arcigna fessura ad incastro finale. Questione di poco: spinto dalla vocina di lei, che a quell’ora mi assicurava come una professionista, in pochi minuti fui al di sopra e poco dopo anche lei stava salendo facendo coscienziosa pulizia di tutto il materiale da me usato. Fu lì che notò una formazione rocciosa più bizzarra delle numerose altre, disse che le sembrava una Mamma Drago. Fu il nome della via, che ci venne in mente quando ci abbassavamo nell’ormai assolato canale di discesa, verso gli enormi massi che precedevano l’auto, sola in una valle di silenzio.

La parete ovest della Rocca de Ballizzu con i tracciati di Mamma Drago e Narici di Porco. Sulla destra è No traversi per Barbi
Sardegna, Monte Sempio, parete ovest

Un grande silenzio immobile c’era anche il giorno dopo, quando a Rocca Manna stavo salendo la fessura in Dülfer che precedeva le belle e regolarmente geometriche fessure del pilastro centrale, quello che l’anno prima ci aveva impauriti. Marco, questa volta debitamente dotato di chiodi, risolse brillantemente, quasi del tutto in libera, uno dei tiri più estetici di tutto questo comprensorio roccioso. Ebbi modo di seguire la sua progressione, d’incitarlo, di consigliarlo, di applaudirlo senza battere le mani. Un piccolo capolavoro. Toccò poi a me proseguire, in una lunga fessura, un po’ in spaccata, un po’ d’incastro che poi si sarebbe allargata a camino. Ansimavo come una locomotiva scoppiata, strisciavo là dentro alla ricerca del centimetro in più: e allorché riuscii a utilizzare anche il gomito capii che ce l’avevo fatta. Era nata Ombre nella Mente.

Prima della partenza sentivo di dover fare almeno una cosa ancora: andare in municipio e chiedere materiale d’informazione sui sentieri ripristinati e segnalati. Oltre al Canale Marragone avevo visto altri due itinerari, quindi potevano essercene degli altri.
– A chi posso chiedere per avere informazioni su itinerari escursionistici qui a Padru?
La signorina fu gentile, disse che l’assessore non c’era ma forse l’addetto a non ricordo più che cosa poteva essermi utile. Costui fu un po’ meno gentile, chi sarà questo ficcanaso di continentale, si sarà chiesto. Mi confermò comunque che i percorsi erano per il momento solo tre e candidamente ammise che di materiale informativo non c’era neppure l’ombra, neppure un foglio dattiloscritto o una stampatina di computer. Però chiacchierando riuscii a sapere perché il sentiero finiva di colpo: perché oltre si sarebbe entrati nel comune di San Teodoro…

2007
A Pasqua eravamo stati nell’Iglesiente. Preso in affitto un appartamento a Portoscuso lo avevamo diviso con Luca Santini, Paola e la figlia Sofia. Con Luca divertimento e bizzarria erano assicurati, il tempo era volato. L’ultimo giorno, di ritorno a Olbia, eravamo passati a Biasì dai Morgenstern, per salutarli e per definire una volta per tutte il nostro soggiorno di luglio.

-Qvi c’è piccolo problema – aveva interloquito Markus. Le due casette erano entrambe occupate, a parte la seconda settimana. – Nostri amici hanno riservato cià un anno fa…

Non nascondemmo il nostro disappunto, ma fu giocoforza prenotare altrove per la prima settimana. Dopo molte telefonate, nelle quali ci fu modo di comprendere bene l’inefficienza e il pressappochismo di un sistema turistico che lascia massima libertà ad ogni gestione, alla fine decidemmo di prenotare da Massimo Careddu, un amico di Markus: tre giorni a Padru nel suo agriturismo, riveriti, serviti e nutriti, e altri quattro giorni in appartamento a su Casteddu, vicino all’omonimo agriturismo, per poi fare ancora trasloco dai Morgenstern. Economicamente, una bella sberla.

Due giorni prima della nostra partenza da Milano Markus mi aveva però telefonato lamentando che i loro amici gli avevano fatto il bidone, e informandomi quindi che la casa era libera. Si sentiva impaccio in quella voce, tradendo un po’ la vergogna di dover ammettere d’essersi sbagliato sul conto dei loro amici, visto che noi a Pasqua avevamo profetizzato sibilando quasi con chiaroveggenza: – vedrai che quelli non vengono….

Ad ogni modo, a parte l’esigua caparra data al Careddu, sentii subito che non era il caso di fare un bidone per riparare ad un altro.
– In fin dei conti il Careddu è un tuo amico – dissi a Markus, ma sotto sotto speravo che fosse lui a telefonargli e a spiegargli le cose. Cosa che non fece.

Oltre che a provocarmi un piccolo squilibrio, la comunicazione della casetta libera fu anche occasione di diverbio con Petra.
– Ma noi non siamo liberi di andare di vogliamo? – mi chiedeva.
– Siamo liberi, ma siamo anche tenuti ad un codice di comportamento…
– Sì, sì, lo conosco il tuo codice, ti faresti ammazzare pur di non venir meno ai tuoi codici.

La nave traghetto cominciava a rollare, si preannunciava una traversata mossa. Mi rifiutavo di credere che Petra mi parlasse così per via del risparmio che avremmo avuto. Pensavo invece al suo fastidio d’essere lontana, nelle ore serali per esempio, dai suoi reali interessi.
– Certo, perché tu invece pur di non avere neppure la più piccola scomodità saresti disposta a scavalcare qualunque cadavere…
– E tu non puoi accettare alcuna opinione diversa dalla tua e pensi che non cambierai mai idea perché solo le tue idee sono quelle giuste.
– Io qualche dubbio talvolta me lo pongo – tentai di concludere, ma nella convinzione che Petra aveva la testa dura almeno quanto la mia.

Non assistii personalmente al suo incontro con Milo, dopo un anno di ignorarsi reciproco. Sentii però il suo commento: – Milo è davvero bellissimo, poi forse è anche un po’ maturato….

E comunque non aveva perso tempo. La sera, stavamo scendendo per mangiare, mi fece tutto un discorso sul fatto che ormai Milo andava in discoteca il sabato, a San Teodoro. Ma la cosa era un po’ legata al fatto che la mattina dopo, alle 5 (!!!), la madre, che intanto si alza presto tutte le mattine per lavorare, andasse a prenderlo con la macchina all’uscita della discoteca.
– Sai, papi, mi ha chiesto se andavo anch’io sabato questo…
– Ah, sì, e quindi io dovrei alzarmi alle 5 per venirvi a prendere?
– Eh, sì, se non viene la Suzy…
– Tu sei fuori, Petra – sbottammo all’unisono con Guya – ti rendi conto di quello che stai chiedendo? Non è che non posso alzarmi alle 5, è che non voglio neanche pensare di venire a prenderti all’uscita. Io alle 5 mi alzo per andare ad arrampicare, ma prima già che ci sono vado a prendere mia figlia che ha fatto la notte brava…

Petra si era zittita, forse capiva d’averla chiesta grossa.
– Già che ci siete – rilanciai – perché non vi informate sui servizi pubblici? Invece che alle 5 state lì a gironzolare fino alle 6 o alle 7 e poi prendete una bella corriera. Esistono ancora sai?
– Quelle sono tutte querce – dissi scendendo dalle nostre camere il mattino dopo: eravamo diretti al locale colazione e il luogo era identico a quello della richiesta di prelievo alle 5.

Due giorni prima c’era stato un vago interesse botanico di Petra. – Papi, quali sono le querce? … qui ci sono querce? – Avevo risposto raccontando gli spaventosi disboscamenti del secolo XIX e XX, prima per costruire le linee ferroviarie del Regno d’Italia, tutte le traversine dei binari venivano dalla Sardegna, poi per l’industria siderurgica era necessario il carbone (e questo spiega tutte le piazzole dei carbonai che si vedono ancora oggi nei boschi e nella macchia). Avevo raffigurato a parole i fumi delle carbonaie, che bruciavano a fuoco lento e soffocato anche per tre giorni, il brulicare d’attività di questi luoghi oggi così deserti, il vivere faticoso di quella gente. Mi sembrava di averle interessate a qualcosa di diverso dallo sguazzare in acqua e dal prendere il sole consumando negozi interi di lozioni solari.

– Quelle sono tutte querce, anzi lecci – ripetei. Ma le due continuavano a non sentire.
– Cinque minuti fa dormivano, sono ancora in catalessi, non vedi? – mi ricordò Guya – già gli frega poco quando sono sveglie, figurati ora…
– Ah, ma fossero le 5 di mattina a San Teodoro non sarebbero così.

Subito dopo Petra cominciò ad addentare la prima fetta di pane con il miele, poi con la marmellata, poi ancora con il miele, poi la fetta di torta alla ricotta fatta dalla Signora Pina Careddu: Guya ed io ci guardavamo di sottecchi, entrambi pensavamo all’anno prima e a quanto meglio ora si stesse tutti.

Ero impaziente di arrampicare un po’, magari solo e sul facile. Il 28 giugno mi alzai presto e mi diressi alla Punta sos Pinos, dove sapevo che Marrosu aveva aperto un itinerario (la via del Muschietto) con due che conosceva appena.
Giunto alla base della parete non feci fatica a reperire il freccino rosso dipinto da Marco all’attacco. Tornai indietro alla base di uno sperone che mi sembrava più facile e decisi di salire da lì. Salii con manovre di autoassicurazione ed era la prima volta che procedevo con il prusik: pur trovando il tutto un po’ farragginoso, non rinunciai, in modo da non rischiare nel modo più assoluto. Più in alto rinunciai ad altro e fu più doloroso: una splendida placca alla sinistra di un diedro che mi sembrava non fessurato. Preferii un terreno più facile a sinistra, seguito però da altri bei passaggi. Ero soddisfatto, in cima alle prime luci del mattino, poco distante dalla Punta Maggiore. Era nato Percorso inutile.

Dopo una puntata tutti assieme a Cala Girgolu, il 1° luglio svegliai presto Elena ed andammo alla Quota 526 m dei Punteddoni NE, dove salimmo un bello spigolo, breve ma intenso, fino in vetta, invasa dai moscerini. In cima pensammo un poco se continuare la traversata di cresta, poi decidemmo che la via dei Moscerini sarebbe finita lì. Anche perché avevo deciso di trascinarla nel sentiero di Punta sa Ruosa, per vedere com’era, per capire fino in fondo la follia del comune di Padru. In cima ci arrivammo, poi al momento di scendere alla fonte di sa Ruosa Elena preferì fermarsi ed aspettarmi. Io scesi fino alla sella che divide i due valloni di Murta Muzeres e Maciocco, non vidi nessuna fonte e tornai subito indietro perché avevo timore per Elena.

E il bello fu che quando fui nelle sue vicinanze scoprii che c’era qualcuno che parlava con lei… che parlava con Elena… presto, presto, accelerai il passo, per scoprire che c’erano due coppie anziane meravigliate quanto me di trovare qualcuno. Venivano dal Lago Maggiore, e sapevano che a Loiri qualcuno gli stava preparando il fritto misto di pesce. E pertanto la loro gita finiva lì.

Allorché il 2 luglio mi trovai, già pochi metri dopo aver chiuso a chiave l’auto alla fonte Sottiles, in una macchia che non dava alcuna speranza di farla franca, decisi che l’eventuale via nuova che stavo per tentare si sarebbe chiamata Scontro frontale. In effetti l’avvicinamento fu quasi epico, più lungo di quello a Rocca Manna: e, ad attendermi, erano due lunghezze di corda solamente. C’era veramente da chiedersi perché. Al di là di un castelluccio di quarzo bianco, lo sperone di Punta sos Rizzos si alzava verso un cielo assai grigio. Qualche goccia era già caduta e verso ovest il grigio era quasi nero…

La Punta sos Rizzos e il suo pilastro nord, via Scontro frontalePunta sos Rizzos (Monte Nieddu), Sardegna

Attaccai con il consueto sistema di autoassicurazione che qui per ben due volte utilizzai deviando notevolmente a sinistra di quello che sarebbe stato il percorso per servirmi di punti di protezione i più alti possibile. Mi trovai in difficoltà almeno due volte, mentre sul passaggio spettacolare del tettuccio fu abbastanza esaltante. Raggiunsi una pianta di corbezzolo. Da lì la via proseguiva per diedri ciechi un po’ a sinistra, preferii quindi salire diritto per una fessurina, con l’intenzione di andare a sinistra dopo. E mentre ero lì a lottare con friend e nut, ormai usando per staffa un cordino, cominciò a piovere seriamente. Capii che per quel giorno era finita, così con una doppia da 25 m più qualche metro di arrampicata me la cavai ad abbandonare la parete. E lasciai lì la corda, volutamente.

Il ritorno nella macchia, e sotto una pioggia decisa, fu una stoica sofferenza, anche perché decisi di fare un percorso diverso, pensando che comunque peggio di quello dell’andata non poteva essere. Mi sbagliavo, perché era effettivamente ancora peggio. Arrivai a casa fradicio, dopo aver inzuppato anche il sedile della macchina.

Dopo una giornata di relax sulla spiaggia di Berchida, peraltro affollata ben più che le altre volte, ci fu il giorno del tanto agognato trasloco dai Morgenstern. Petra da due notti ormai tornava all’una e mezza di notte dopo aver stazionato nell’unico bar di Padru possibile. Il permesso le era dato perché andava con Roberta, la figlia del nostro padrone di casa, e naturalmente con Milo e Merle, un’amica tedesca di anni 17 che avrebbe soggiornato dai tre mesi ai dodici, non si sapeva, dai Morgenstern lavorando e cercando di imparare l’italiano.

La straordinaria luce di fine pomeriggio che c’era il 4 mi indusse ad andare a Cuzzola per vedere il mitico vallone del Rio Mannu, visita che avevo rimandato da troppo tempo. Fu bellissimo, il vallone è il posto più bello di tutto il territorio di Padru. Un torrente scavato nel granito, un angolo davvero selvaggio, per chilometri. Camminai per circa due ore, riuscendo a vedere nuove pareti che sicuramente prima o poi saremmo andati a toccare con mano. Mi dispiaceva d’essere solo, ancora una volta mi trovai a intristirmi sul fatto che le mie donne non potevano condividere con me quella bellezza. Mi ripromisi di portarcele, ma certo scoprirle insieme sarebbe stata un’altra cosa. E intanto sul sentiero correvo, leggero.

– Le si è fermata la macchina? – mi chiamò dal giardino della sua casa il contadino, non abituato che qualcuno gli posteggiasse proprio davanti.
– No, no, tutto bene. L’ho messa lì perché voglio andare a fare un giro lassù – dissi indicando Monte Paligheddu – posso lasciarla lì?
– E come no…. Anzi la può mettere meglio ancora….
– No, no, va bene così, grazie.
– E allora buona passeggiata….
– Grazie.
Erano le 6 di mattina del 5 luglio, la parete di Monte Paligheddu distava da me un tratto di prato, uno di macchia e uno di pietraia. Sapevo di essere osservato, mi muovevo come se ogni mia mossa fosse registrata. Decisi dove attaccare e, appena messomi le scarpette, partii con la corda trainata dietro.
Una roccia stupenda mi accompagnò fino alla cima, con bei tratti e bei passaggi, soprattutto nessun momento problematico. Quindi una gioia, su una via che chiamai Doppia Parete. E quando ritornai alla macchina il contadino non c’era, almeno non si fece vedere. Forse era andato pure lui a fare una “passeggiata”.

Punta Paligheddu, parete nord-nord-ovest, con il tracciato di Doppia pareteMonte Paligheddu, Padru, Olbia

E la giornata la conclusi in famiglia vicino a Posada, sulla spiaggia Iscraios, incredibilmente solitaria, due metri di spessore di sabbia sopra alla battigia, con un vento che rendeva sopportabile l’esposizione alla luce.

Quella sera, verso le 18, c’era un fervore di propositi. Nell’ampio spiazzo tra la casa, il maneggio e i vecchi camion posteggiati, Petra, Elena, Merle e Milo confabulavano con un locale, certo Antonio. Guya e io eravamo immersi nei preparativi per la cena, non sapevamo che Merle volesse uscire a tutti i costi, con il suo amico Antonio, trascinando nell’avventura notturna anche Milo e Petra, in un gioco che prometteva faville di interessi incrociati.

– Papi, io questa sera uscirei con Milo e Merle. Posso?
– Usciresti per andare dove?
– Ma, non so, probabilmente San Teodoro…
– E chi vi porta in macchina, scusa?
– Ah, sì… ci porta Antonio, uno simpatico, qui di Padru, che fa musica…
– Ah… e quanti anni ha Antonio?
– Boh, non so… quaranta? Quarantuno?
– Scusa, e questo Antonio porterebbe una sedicenne italiana e due diciassettenni crucchi in giro per locali?- Beh, che c’è… anche Markus dice che Antonio è uno carino, simpatico.
– Beh, senti a me non me ne frega un cazzo di cosa dice Markus. Tu con uno di quarantuno anni in giro di notte non ci vai.

Immediatamente Guya si mise sull’allarme. C’era evidente aria di bufera, conoscendo mia figlia e quanto potesse essere testarda, alternando irrefrenabili scoppi d’ira a freddi ragionamenti per portare acqua al suo mulino.
Cenammo pronunciando poche parole, i tentativi di Guya di alleggerire cadevano nel vuoto.

Elena intanto imparava in fretta come andava il mondo. Poteva approfittare delle lezioni più disparate, ma dove eccelleva era nel tentativo di strappare a Vodafone l’offerta estiva migliore, tipo Summerplus, con un numero illimitato di SMS. Credo che ormai le centinaia di operatori la conoscessero benissimo per nome, date le almeno cento telefonate fatte, le ore trascorse a farsi illustrare le diverse opzioni. A volte, se non era soddisfatta delle risposte, dopo aver chiuso esclamava “Valeria di merda”, oppure “Luigi coglione”! Quel giorno aveva fatto una telefonata in viva voce presente Guya, l’operatore era stato gentilissimo, stranamente per nulla scocciato dalla curiosità di Elena relativamente ai risvolti più segreti dell’offerta. Chiusa la conversazione, le due avevano fatto commenti positivi sul giovane telefonista (quanto è carino, gentile, che bella voce, ecc.), salvo accorgersi, riprendendo il telefono in mano, che quello era stato a sentire tutto!

Ma torniamo alla cena in corso: alla frutta, la tensione si tagliava con il coltello. Io avevo ribadito il mio fermo diniego, Petra era scoppiata a piangere disfacendo il lungo lavoro di rimmel che aveva fatto poco prima, ostentando ribellione al mio diktat.

Arrivò Merle, alla porta. Bionda, truccata, spinta. Se mai ce ne fosse stato bisogno, la mia convinzione di negare il permesso si rafforzò. I giorni prima avevo sentito i mormorii, cosa si diceva dietro a Merle: e mi bastava. Il no divenne assoluto, senza alcuna possibilità di ulteriore discussione.

Alle otto, puntuale, arrivò Antonio, che ebbe la faccia di bussare, ma quando Petra andò alla porta per comunicargli la ferale notizia, lui se ne guardò bene dall’entrare. Io rimasi in cucina, Guya pure.

Beh, ero incazzato nero. Ma questo, a più di quarant’anni, si permette di venire a casa mia a tirar su mia figlia? Ma chi sei, chi te conosce? Pensi che tutti i continentali siano un po’ fessi e le continentali un po’… troiette? Beh, scordatelo, e fuori dai piedi. Questo gli avrei detto in faccia se solo Petra me lo avesse portato davanti.
Non successe, non so neppure cosa avvenne con gli altri. So solo che Petra rimase in giardino a piangere tutta la sera e a telefonare alla mamma.

E il mattino dopo fu uguale, fino a che l’ennesimo intervento materno da Milano non moderò le tensioni, fino a riportare la calma.

La mattina della fine litigio Guya, Elena e Petra, con l’aggiunta di Merle, andarono Lu Impostu ed ebbero la gradita sorpresa di ritrovare i due nonni. I due nonni, abbandonato il carretto, avevano dato qualità alla loro offerta con un baracchino, un punto fisso quindi un po’ all’interno della spiaggia. Il nonno si limitava a fare un giro per prendere le ordinazioni.
Perché non prendersi un bel gelato?
– Aoh, so’ arrivate e bionde… Aoh, ‘n vedi questa quant’è bionda, questa pare Merilin Monro (si riferiva a Merle, la tedesca).
– Aoh, queste so’ bocconcini, guarda che carne fresca che è… – interloquì la nonna, impaziente di vendere i panini – visto come s’è ringalluzzito quando vede carne fresca, fa il gallo cedrone, er nonno qui…
– E che, devo fa er gallo co ‘e vecchie?
– Ma questa è carne troppo fresca… – disse ridendo Guya, riferendosi alle ragazze.
– Aoh, ma che sta addì, io miga o dicevo a loro, o dicevo a te…
– Ma io sono fuori concorso….
– Ma che sta addì, io o posso dì che so nonna…
– Ma che, non è che se nonna pure te? – s’insospettì il nonno.
– Ma che sta addì un vedi che questa è di primo pelo… – si sprecò la nonna, chiudendo un discorso davvero memorabile.

In Sardegna, anche una zona ristretta di territorio è in grado, con grande facilità, di riservare belle sorprese a chi la percorre con occhio attento. Il comune di Padru aveva riattato il vecchio sentiero del Canale di sos Nidos, quello che dai pressi della fonte di sos Pantamos scende verso l’abitato di Cuzzola. Il sentiero ricalca la strada (di cui sono visibili ampi tratti) costruita e percorsa dai taglialegna nella seconda metà del XIX secolo. Si possono anche ammirare le piccole piazzole destinate alla produzione di carbone e la presenza di rifugi per la permanenza notturna. Percorrendo questo sentiero si notano a destra in alto delle bellissime strutture di granito, le pareti della Punta de s’Abila; più in basso si passa sotto e a destra dello slanciato e solitario Torrione di Faddidolzu, prima che la valle viri decisamente a nord e il torrente formi una curiosa serie di vasche che t’invitano al bagno.

L’8 luglio fu la volta della rivincita sulla Punta sos Rizzos: con Marco, per non affrontare la masochistica salita dal basso, decidemmo di arrivare dall’alto, tramite un lungo e panoramico giro per il Colle 904 m di Punta Maggiore e la Punta la Penna. Scendemmo in corda doppia fino alla base, poi salimmo sfruttando l’assicurazione sulla corda fissa lasciata da me la settimana prima fino al punto massimo del mio tentativo. Continuai, non salendo per la fessurina al di sopra che avevo già tentato, bensì mi spostai a sinistra nel fondo di un diedrino obliquo a sinistra che risalii fino a raggiungere a sinistra uno spigoletto arrotondato (VI+, V+). Avevo così di nuovo raggiunto la vena di quarzo: aiutandomi con essa superai l’ultimo strapiombo (V+, VI), poi più facilmente fino allo spigolo arrotondato (V-) che porta a un altro leccio. Qui le difficoltà erano finite e Marco era perplesso: secondo lui quella è una bella via, ma l’accesso è così scomodo che due sole lunghezze di corda non giustificano quell’impegno. E non parliamo del ritorno, sotto un caldo ormai feroce, ripercorrendo quanto fatto al mattino e al fresco. Battezzai la via Scontro frontale, uno scontro più che altro con il buon senso.

Marco Marrosu sulla prima lunghezza di Scontro frontale, Punta sos RizzosPunta sos Rizzos, via Scontro Frontale, prima lunghezza

Ma già il giorno dopo scoprimmo un qualcosa di molto più selvaggio. Quella Quota 590 m della Punta de s’Abila, vista scendendo il Canale sos Nidos, ci attirava, e richiese un’ora e mezza solo per l’accesso. Scendendo il Canale sos Nidos, poco prima del passaggio attrezzato del torrente, ad un poco appariscente bivio, prendemmo a destra. La traccia finisce quasi subito, quindi continuammo nella macchia cercando di guadagnare quota e di camminare nelle pietraie lungo la curva di livello, dirigendosi verso ovest, dove si vede chiaramente la bella parete con le scanalature. L’ultimo canale invaso dalla vegetazione poco prima della parete lo superammo risalendo ancora su rocce e con un traversino misto macchia e roccia. Raggiunta la parete la costeggiammo verso il basso sino a raggiungere un bel ginepro (cordino) dal quale ci calammo 25 m, per raggiungere la base vera e propria. La Via dei Cammelli ci offerse un’arrampicata stupenda per quattro lunghezze, mai troppo difficile ma mai neppure banale.

La Punta de s’Abila con il tracciato della via dei Cammelli
Quota 590 m della Punta de s'Abila, pilastro S e parete E

Marco Marrosu sulla prima lunghezza della via dei Cammelli, Punta de s’AbilaQuota 590 m della Punta de s'Abila, via dei Cammelli, 1a lunghezza

Il 10 luglio andammo al Torrione di Faddidolzu, dove indubbiamente salimmo la via più bella di quell’anno, lo spigolo ovest di otto lunghezze, battezzato Tentar può nuocere, con un passaggio in aderenza mozzafiato.

Torrione Faddidolzu con il tracciato di Tentare può nuocere
Torrione Faddidolzu,

Marco Marrosu sopra al passo chiave di Tentare può nuocere, Torrione FaddidolzuTorrione Faddidolzu, 6a lunghezza

Il giorno successivo ci dedicammo al canyoning! un’attività per me del tutto nuova o quasi. Rimasi affascinato dalla bellezza delle vasche, dei laghi e delle cascate del rio Petrisconi, tanto che il giorno dopo ancora (12 luglio) ci tornai con Elena e mi spinsi ancora più lontano.

La prima pozza del rio Petrisconi 
Canyon rio San Teodoro (Sardegna, torrentismo)

CONTINUA

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Percorsi inutili 1

Percorsi inutili 1 (1-5)
2001

2001, in vacanza casuale poco meno che hippy da Guido Daniele, a Posada. Un soggiorno sereno, Guya sperimentava cosa volesse dire fare holiday con un arrampicatore cui piace poco il mare d’agosto, ospiti di un altro arrampicatore-pittore sul cui equilibrio non giurerei, nella sua casetta di campagna in compagnia di animali e animaletti d’ogni genere. Anche il figlio Michael contribuiva a quella vaga sensazione di follia che aleggiava a momenti, quando le cicale frinivano in modo importante nella sonnolenza del primo pomeriggio, o nell’euforia dell’ora dell’aperitivo, tra robusti cannonau e prima di generose cene autogestite, o ancora nei prevedibili incontri con le bisce nella doccia all’aperto.
Con Guido ero reduce da due belle salite sul calcare di Monte Albo. Già l’anno prima avevamo salito lo sperone più evidente, da casa sua e non solo, e cioè lo spigolo NNE della Punta Su Pigiu, 6 lunghezze di corda su un calcare stupendo che battezzammo Bella Orientale.

Punta su Pigiu di Monte Albo da Posada. A sn, Bella Orientale; a ds, E’ dura in fessura; in mezzo, la Torre delle Capre (TC)Punta su Pigiu di Monte Albo da Posada
Punta su Pigiu (Monte Albo), spigolo nord, via Bella Orientale, 1a asc. A. Gogna sulla 6a L. (26.08.2000)
Punta su Pigiu (Monte Albo), spigolo nord, via Bella Orientale, 1a asc. A. Gogna sulla 6a L. 26.08.2000

Guido Daniele in vetta alla Punta su Pigiu. Panorama su Siniscola (26.08.2000)
Punta su Pigiu (Monte Albo), spigolo nord, via Bella Orientale, 1a asc. G. Daniele in vetta. Panorama su Siniscola. 26.08.2000

Guido Daniele: il riposo del guerriero
2005.04 capanna mara, Guido Daniele

Delle due del 2001, quella sulla Quota 1006 m l’avevamo battezzata Mani Malate per via di alcune escoriazioni, mentre quella sulla Cima SW di Punta Su Pigiu ci aveva riservato difficoltà continue per una serie di fenditure: diventò È dura in Fessura. Pur essendo all’ombra, faceva un gran caldo, per arrampicare ci voleva una gran voglia, una cosa però che a me non è mai mancata.

Monte Albo versante occidentale: la Quota 1006 m, con i tre pilastri della parete nord-ovest. Su quello centrale, il più evidente e un po’ rientrato, si svolge Mani malate
M. Albo versante occidentale, la Quota 1006 m, con i tre pilastri della parete nord-ovest

Un giorno Guido portò Guya e me a Biasì, nei pressi di Padru, da certi suoi amici tedeschi. In riva al Rio su Lerno (il fiumiciattolo della valle), loro stavano tranquilli a festeggiare il compleanno del figlio maggiore, Falk. Di figli v’era una gran dovizia, assieme ad altri amici d’ogni età. Anche il casino c’era, ma con pochi schiamazzi: sembrava quasi far riferimento ad una tranquilla sacralità che il bosco delle grandi querce emanava, con un torrente tranquillo e fioco, quasi stagnante. Una festa ovattata e serena, le auto lasciate a discreta distanza a calcinare al sole.
C’era un tavolino imbandito con pizzette, panini, formaggio; sul terreno invece, su una stuoia a diretto contatto con formiche e altri insetti, erano olive e generi alimentari più untuosi che non ricordo. Anche birra e cannonau non mancavano, assieme ad un’afa che non concedeva respiro ma ti spingeva ugualmente a bere e mangiare assaggiando qui e là.

Markus Morgenstern porta a passeggio un cliente nel maneggioBiasì , Sardegna, 07.2009, Maneggio Morgenstern + Markus Biasì , Sardegna, 07.2009, Maneggio Morgenstern + Markus

Milo, Mona e Suzy Morgenstern
Biasì 2009 , Sardegna, 07.2009, Milo, Cleo, Suzy

In quel teutonico picnic i cavalli di loro proprietà circolavano liberamente: Milo, l’altro figlio, li cavalcava ora l’uno ora l’altro, naturalmente a pelo e a torace nudo. I capelli biondi e lisci gli arrivavano ben sotto le spalle, come del resto si presentavano anche quelli del padre, Markus. Brad Pitt prima maniera (e figlio) in chiave tedesca.
Improvvisamente apparvero due gemelle, Mona e Cleo, anche loro aggrappate alle criniere di due cavalli: si diressero al torrente. I cavalli fecero qualche passo in acqua, poi le due si tuffarono, nude, e si misero a giocare a spruzzi dietro ai sederoni dei cavalli, a uno dei quali venne in mente di cagare proprio in quel momento.
Ma quando qualcuno portò un porcello cieco da un occhio a fare un giro con il guinzaglio, capimmo veramente d’essere finiti fuori dal mondo.
Secondo me era l’ambiente giusto per programmare salite ed esplorazioni, e infatti ne parlai con Markus che da qualche anno viveva lì con Suzy e i quattro figli: avevano comprato una bella collina, costruito due casette e allevato cavalli, dando ospitalità ad amici e clienti. Lui un tempo arrampicava, e anche bene: ma il suo genere era quello sportivo, oppure il boulder.
Alla sera ebbi la visione di due stupende strutture tafonate, lontane là nella macchia di montagne appuntite e quasi altrettanto rocciose: rivolte ad occidente, erano illuminate dal sole quasi in orizzontale, brillavano di una luce pomeridiana che stava per finire e l’incanto era proprio quello.

Sulla guida del CAI di Maurizio Oviglia avevo subito cercato notizie della zona. Non trovai assolutamente nulla e questo mi confortò sull’ipotesi che lì a scalare non ci fosse mai stato nessuno.
Qualche giorno dopo, il 25 agosto, eravamo ancora a Padru, pronti ad annettere geografia ed espressioni di un luogo conosciuto solo ai locali. C’era anche Marco Marrosu uno studente di scienze naturali con cui sempre l’anno prima avevamo salito la lunga cresta SSE dell’isola di Tavolara. Markus ci portò su una strada asfaltata, verso le fonti Settiles, dicendo che da lì si sarebbe potuti arrivare alle basi delle pareti, magari a cavallo. Voleva rivelarci la meraviglia del Pilastro Marragone, un torrione che balza in verticale con tafoni e fessure, e lo fa direttamente dalla vistosa ferita della strada.
Dal tornante del chilometro prima vedemmo ancora le due strutture gemelle, ma erano così distanti, così poste oltre ad almeno due scoraggianti vallette di fitta macchia che, pur nello sconforto, decidemmo all’unanimità di cercare altri accessi.
Riscesi a Biasì, ci avventurammo nelle tenute del Casteddu, una fattoria desolata nell’afa, ma con chiari segni di vita. Tra i minacciosi latrati scovammo il contadino che, all’inizio molto sospettoso, alla fine fu prodigo di consigli stranamente corretti. E questo solo perché era il vicino di Markus (lui era riuscito a farsi accettare) e perché Marco gli parlava in sassarese (ma tra Padru e Sassari le differenze linguistiche si fanno già avvertire… e nessuno là è disposto a perdonare). Alla fine ci fu quasi tutto chiaro.
Markus quella mattina doveva venire con noi, ma dopo aver ascoltato i nostri discorsi decise di aver parecchio da lavorare (a noi era bastato guardare la faccia della Suzy per capire che i doveri c’erano, eccome): in più il nostro stile per lui era da extraterrestri: «con belo spit tuto molto belissimo!».

Torri di san Pantaleo-Punta Cugnana: Punta lu Lurisincu. E’ ben visibile, sulla ds, la fessura di Elogio alla FolliaCatena Torri di san Pantaleo-Punta Cugnana: Lu Lurisincu
Non era così tardi, decidemmo di provare. Prima di alzare l’artigianale ma complicata sbarra che chiudeva l’accesso alle tenute di su Casteddu, chiedemmo ligi il permesso al proprietario, Antonio, che nel frattempo aveva messo su un agriturismo proprio lì, con tanto di grandi vetrate in caso di pioggia. La Panda 4×4 marciava a meraviglia, ondeggiando a sussulti e macinando i cespugli del fondo della strada. Poi arrivammo alla fine, un piccolo spiazzo nel quale si poteva a malapena svoltare. Un muro di rovi impediva ogni ulteriore avanzata all’auto. Un sentierino però partiva in salita: tutto si stava svolgendo come il contadino ci aveva detto. E così, abbastanza in breve, fummo su un rilievo proprio di fronte alla parete tafonata di sinistra, in centro alla quale troneggiava un antro enorme e davvero caratteristico. Fummo incerti se rivolgerci subito a quella parete: ci pareva impossibile, perché tutto intorno all’antro erano solo placche lisce, e in alto i tafoni e le caverne aumentavano di numero e, sempre più minacciose, chiudevano qualunque idea di passaggio. Sembrava però che un po’ di luce filtrasse dall’alto nell’oscurità della caverna, cioè sembrava ci fosse un buco, chissà dove, in alto.
Ci sembrò che il problema richiedesse più ore di quelle che avevamo, così guardammo con più attenzione la struttura di destra, che da qui appariva come una gran placca vista di profilo, una freccia che terminava con una testa che dava all’insieme la sembianza d’un enorme insetto, una gigantesca cavalletta.
Una frana aveva stravolto il paesaggio abbastanza di recente: grandi massi bianchi avevano cosparso la base, dove erano già altri blocchi più scuri. Giunti lì, guardammo in alto la placca. Questa ci sembrò davvero impossibile a prenderla nel punto più basso, mentre più in alto a destra, subito a destra dell’evidente distacco di frana, forse si poteva passare.
Salimmo per blocchi in una specie di canale, fino ad una grande quercia che sembrava davvero messa lì per segnare naturalmente l’attacco.
Occorreva raggiungere una fessura la cui base era crollata con la frana.
Lascio a Marco raccontare il primo tiro: «Molla corda, molla corda..» il tono con cui lo dicevo era pacato e apparentemente tranquillo, la corda filava lentamente dallo spigolo e i metri di distanza che mi separavano dall’ultimo rinvio aumentavano: 5, 10, 15!!
Su placca seguivo una serie di granuletti di quarzo che si trasformavano a mano a mano che procedevo in granelli. «Molla corda, molla corda..». Alessandro non mi vedeva perché nascosto dallo spigolo: «Finita». «Come finita??» la mia voce non era più molto tranquilla, mancavano tre metri (sempre su placca liscia) prima di raggiungere una specie di bernoccolo che mi avrebbe dato un po’ di sicurezza. Non so come, ma Alessandro fece in modo di regalarmi quei pochi ma indispensabili metri. «Eh, ma qui è dura!!» «Sì, ma fai attenzione» e nel frattempo accarezzavo il bernoccolo – magari cresceva – sul quale avevo messo il cordino da sosta. Mi raggiunge con un bel sorriso sulle labbra «Settimo! Ora capisco perché mi chiedevi corda».
Seguendo alcune vene di quarzo proseguii più facilmente fino a raggiungere un tafone rossastro con una piccola pianticella. La prosecuzione era evidente sulla destra per mezzo di un caminetto, ma noi volevamo stare a sinistra per dare maggiore dirittura al nostro itinerario stando più vicini al centro della struttura. Con passi delicati Marco uscì dal tafone a sinistra, solo per trovarsi sotto un colatoio privo di appigli e di possibilità di assicurazione. Mentre studiava la situazione, abbastanza problematica, vidi che una proboscide di granito, abbastanza grossa da dare fiducia, gli pencolava sulla testa come una stalattite.
– Perché non gli metti su un cordino a strozzo?
Dapprima Marco era titubante, poi si fece via via più sicuro, perché l’assicurazione, pur così bizzarra, sembrava essere buona. Dopo un passo assai difficile, Marco continuò ma poi fu costretto gradualmente a deviare sulla destra per raggiungere un terreno più arrampicabile, con ciò arrivando ad un’altro tafone, ormai davvero vicino alla vetta. Sulla quale arrivai io poco dopo, seguendo un breve camino.
La cima era un ripiano solcato da qualche scanalatura e invaso di piccole vaschette dove probabilmente in altre stagioni rimaneva acqua. Dall’orlo orientale ci si affacciava sulla forcella a monte, in verità abbastanza vicina. Fu lì che lo vedemmo, uno spit collegato ad una clessidra con un cordino ormai calcinato.
Non conoscevamo così bene il torrione da giurare che non ci potesse essere una via normale, ma avremmo detto che non era facile trovarne una semplice. In ogni caso, una cosa era sicura: qualcuno, se non sulla via, ci aveva preceduto in cima.
Preferimmo scendere a corde doppie sulla via appena salita; poi, nel caldo massacrante del pomeriggio, riguadagnammo il rilievo di fronte alla struttura con la caverna, solo per rimanerne ancora più affascinati: la luce del pomeriggio lasciava chiaramente intravedere che da qualche parte la luce nell’antro arrivava anche dall’alto…
Quel giorno nacque la via Il giallo del Buco…. e la passione mia e di Alessandro per quel posto. Macchia alta, piccoli sentieri nascosti, vari gruppi di splendido granito con 200 metri di dislivello, avvicinamento e luogo isolati ne fanno il posto ideale per un’arrampicata pulita, terreno di gioco e prova di nervi per l’arrampicata classica”.
Il nome non fu dato alla via quel giorno… si riferiva infatti non a un colore particolare della roccia ma a un vero proprio giallo, un’indagine e un dubbio irrisolto.
Parlando con Antonio, alla sera, emerse che la struttura di destra era conosciuta localmente come Punta Muzzone e quella di sinistra, con la caverna, Punta dei Banditi, perché pare che alcuni briganti si rifugiassero nelle grotte del versante orientale.

La Punta Tepilora da Pedrabianca. E’ ben visibile (in ombra) il pilastro di Magica LogicaPunta Tepilora da Pedrabianca
Marco aveva in testa altre mete e riuscì a coinvolgermi con facilità. Il 27 agosto preferimmo quindi la Cima W di Punta Tepilora, un pilastro così diritto ed elegante da meritare il nome di Magica Logica; e il 30 raggiunsi Marco e un suo amico, Angelo Baldino, dalle parti delle Torri di San Pantaleo, per salire la Punta Lu Lurisincu. Ne venne fuori un altro splendido e difficilissimo itinerario sulla parete W, che chiamammo via Elogio alla Follia.
Il mio tempo in Sardegna era finito e a malincuore la partita con la misteriosa caverna era sospesa.
Tornato a Milano, stavo consultando la guida del CAI di Oviglia per ciò che riguardava la zona di San Pantaleo. Mi ero anche comprato la tavoletta IGM relativa alla zona di Padru. Mi accorsi che sulla guida, in fondo alla trattazione delle Torri di San Pantaleo, dopo il capitoletto della Punta Scala ‘Mpredada, vi era un ultimo paragrafo (che io non avevo mai considerato con attenzione), dove si parlava del Gruppo lu Casteddacciu: tre erano le vie citate. Con superficialità, e data la collocazione nell’impaginato, Marco ed io avevamo sempre immaginato questi tre itinerari nella zona delle Torri di San Pantaleo, anzi li avevamo perfino collocati mentalmente su una parete ben precisa che si vede bene dal Balbacanu. Sulla parete S di questo, il 29 agosto 2000, avevamo tracciato T 39° (che si rifaceva ai vecchi tempi del mio libro Mezzogiorno di Pietra e di T 38°), una bestia di via dalla quale per tutto il tempo avevamo osservato una lontana parete di fronte, esposta a N, che sembrava solcata da tre fessure.
Ora appariva tutto chiaro! La descrizione di Oviglia era lucida, era solo la collocazione nel testo (circa 30 km più a S) che andava evidenziata di più, almeno graficamente.
Dopo un cenno geografico sul Monte Nieddu e sul sottogruppo di lu Casteddacciu 828 m (per il quale Oviglia distingue anche due Quote, la 528 e la 560) l’autore elenca, attribuendoli a queste Quote, i tre itinerari. Il primo è lo Sperone della Mantide (la famosa cavalletta!), per lo spigolo WNW della Quota 560 m, 8 dicembre 1988; il secondo è la via Black Hole, per la parete W della Quota 560 m, 9 dicembre 1988: per entrambi questi itinerari era citata la cordata dei primi salitori (D. Ricci, L. Serafini e M. Soregaroli), la fonte (RM 1989, 5), ma non v’era relazione disponibile.
Il terzo itinerario (a cura di Lorenzo e Stefano Merlo, parete NW, 12 settembre 1990) era stato battezzato via Ayò: l’accurata relazione era riportata per intero. Tuttavia nella nota introduttiva Oviglia confessava chiaramente di non aver capito su quale Quota delle due quel percorso si svolgesse. I dislivelli infatti non coincidevano, le esposizioni confondevano, ma lo spit trovato sulla cima dai Merlo poteva confermare che le tre vie si svolgessero tutte sulla stessa struttura. Eppure le fonti sulla Rivista del CAI parlavano chiaro, le cime erano due: quindi in ogni caso Oviglia concludeva almeno che, per diretta testimonianza di Merlo, quella via si svolgeva sulla struttura di destra, guardando da Biasì (dunque la Punta Muzzone…).

Torri di san Pantaleo-Punta Cugnana: Alessandro Gogna sulla 4a lunghezza di T39°, parete sud del Balbacanu, 1a ascensione. 29.08.2000A. Gogna sulla 4a L di T39°, parete sud del Balbacanu, 1a asc (Rocche di San Pantaleo). 29.08.2000
Le esposizioni non quadravano: come poteva sulla Quota 528 m esserci uno spigolo WNW (Ricci e C.) e una parete NW (Merlo)? Qualcuno aveva certamente sbagliato valutazione guardando il sole (forse per via delle differenti stagioni), oppure non si trattava della stessa cima.
Vista l’incertezza di Oviglia, considerando l’apparente impossibilità di salire in corrispondenza della caverna, poteva essere anche che la struttura di sinistra fosse inviolata e che quella di destra accogliesse ben tre itinerari… Ma il nome Black Hole dava una spiegazione che era evidente, era solo una la caverna che poteva meritare quel nome! Semplicemente ci rifiutavamo di accettarlo, ma sulle difficoltà di Black Hole avevamo preso una bella cantonata mentre altri avevano osato e avuto successo! E inoltre appariva anche chiaro che la nostra via Il Giallo del Buco non era certo lontana dalla via Ayò, forse in alcuni tratti coincidente.
C’era da arrovellarsi per un bel po’ su questi misteri! Marco Marrosu così racconta: “Infatti poco prima di Punta Muzzone si trova un’altra struttura rocciosa triangolare che come una torre emerge dalla macchia e si chiama Punta dei Banditi. Per il suo isolamento e la sua struttura ha un aspetto imponente e presenta una grotta a due terzi di altezza. Una fessura porta alla grotta ma oltre solo placche! Leggendo la guida del CAI si parlava di una certa Black Hole e il nome (Buco Nero) sembrava rispecchiare proprio quella via che mentalmente avevamo tracciato anche noi. Ma oltre la grotta?? Era questo il giallo”.
Il Giallo del Buco era un nome davvero azzeccato. Stendemmo anche una relazione che qui riporto integralmente, in modo da fare il punto nelle indagini, seguita dalle osservazioni che facevo a quel tempo (riportate in neretto).

RELAZIONE ORIGINALE GOGNA
Quota 528 m della Punta Lu Casteddacciu, parete W, via Il Giallo del Buco
Alessandro Gogna e Marco Marrosu, il 25 agosto 2001.
Dislivello: 100 m. Sviluppo: 135 m. Difficoltà: fino al VII. Materiale: 1 serie di friend, 1 serie di nut, fettucce
La via segue l’andamento di una spaccatura che si origina da un’evidente e recente frana per poi proseguire diritta verso la vetta.
Dall’azienda agrituristica Su Casteddu (nei pressi di Padru) ha origine una strada sterrata che porta verso oriente, cioè verso le ben visibili pareti W di Lu Casteddacciu, che da qui si presentano come due triangoli posti alla stessa altezza. Quella di sinistra (Quota 560 m) è caratterizzata da un buco a due terzi della parete.
Seguire la sterrata fino a che è tracciata e sgombra dalla vegetazione. All’improvvisa interruzione vegetale prendere un sentiero a sinistra che subito si dirama in tre tracce. Seguire la traccia centrale, quella che più si dirige verso la Quota 560 m di Lu Casteddacciu. Il buon sentierino sale fino a raggiungere una lieve crestina di macchia mediterranea proprio di fronte alla parete W della Quota 560 m di Lu Casteddacciu.
Traversare a destra seguendo la traccia fino ad una quercia (postazione di caccia), scendere verso S una placca rocciosa, oltrepassare il corso di un ruscello in agosto del tutto secco e raggiungere, sempre seguendo la traccia, prima un piccolo ripiano con muretto a secco poi il lembo inferiore di una frana recente, tra grossi massi, alla base della parete W della Quota 528 m.
La parete W della Quota 528 m è salita dalla via Ayò (it. 41c della Guida Monti d’Italia Sardegna, di Maurizio Oviglia), che si tiene sulla destra del presente itinerario ma con almeno due tratti in comune.
Seguire la frana fino ad un’evidente quercia appoggiata ad uno spuntone di roccia. All’attacco, piccola freccia blu e ometto. S0. L’attacco della via Ayò è posto qualche m sopra.
Salire per la fessura sullo spuntone, seguire una fessura fino ad una difficile placca di aderenza, poi traversare a sinistra ad uno spuntone con cordino lasciato. V+, VI, VII, V+. Traversare a corda a sinistra fino a raggiungere un alberello posto proprio all’estremità superiore della frana e all’inizio di una lunga fessura-camino. Salire in questa, poi proseguire verticalmente in placca con l’aiuto di una striscia di provvidenziali formazioni di quarzo, fino a raggiungere  delle cengette ed uno spuntone. V+, VI e VII. 50 m, S1.
Proseguire in verticale, seguire per poco un’altra formazione di quarzi leggermente obliqua a sinistra, poi traversare a destra ad uno spuntone ed a una successiva sosta con alberello e spuntone sotto ad una caverna gialla. V-. 25 m, S2, cordino da doppia lasciato. Questa lunghezza è per buona parte in comune con la terza lunghezza della via Ayò.
Salire al fondo della caverna, obliquare a sinistra (VI+) fin sotto ad una proboscide di roccia (cordino lasciato). Uscire dalla caverna a sinistra (VI-) fino ad altro cordino lasciato in clessidra. Obliquare a destra lungamente fino a superare un altro tafone e raggiungere un altro antro proprio sotto la vetta (IV, V e V+). 45 m, S3, cordino da doppia nei pressi. Qui giunge anche la via Ayò (quinta lunghezza).
Salire l’ultima spaccatura (V) fino alla vetta. 15 m, S4, cordino lasciato. Anche questo breve tiro coincide con il sesto della via Ayò.
Discesa: trascurare lo spit collegato ad un cordino siti in vetta (che farebbero scendere i 25 m del versante E) e scendere in parete con 4 corde doppie (10 m, 40 m, 45 m, 15 m).
Nota: lo spit trovato in vetta sia da noi che dai fratelli Lorenzo e Stefano Merlo (via Ayò, 12 settembre 1990) farebbe supporre che gli itinerari 41a e 41b della Guida Monti d’Italia aperti dalla cordata di D. Ricci, L. Serafini ed M. Soregaroli (RM 1989, 5), si svolgano in realtà sulla Quota 528 m e non sulla Quota 560 m. In tal caso l’it. 41b (via Black Hole, 9 dicembre 1988) potrebbe coincidere in buona parte con la via Ayò, mentre il 41a (Sperone della Mantide, 8 dicembre 1988) si svolgerebbe sullo sperone WNW che delimita a sinistra la parete. Queste sono solo ipotesi, contro le quali si può obiettare, invalidandole, che:
1) i primi salitori della Quota 528 m, responsabili dello spit di vetta, possono essere stati altri, in data precedente. Non v’è molta probabilità infatti che chi piazza uno spit su una vetta senza alcuna reale necessità (data la presenza di abbondanti clessidre e spuntoni) abbia poco prima salito una parete per nulla facile senza uso di altri spit (comunque non reperiti né da Merlo-Merlo né da Gogna-Marrosu), considerato anche che le possibilità di itinerari naturali sulla parete sono molto limitate e forse già ora esaurite (il commento di Marco a questo fu “devono essere un po’ minchioni per aver spittato sulla cima dopo aver fatto la via senza spit…“).
2) il nome Black Hole potrebbe richiamare l’enorme buco presente sulla parete della Quota 560 m. Ma le presumibili difficoltà di questa parete mal si accordano con le difficoltà riportate (VI+).
3) Le quote di dislivello riportate per entrambe le loro vie dalla cordata Ricci-Serafini-Soregaroli (200 m) mal s’accordano con i dislivelli della Quota 528 m. Anche presupponendo che i 200 m indichino in realtà gli sviluppi e non i dislivelli, siamo comunque di fronte ad una sovrastima. Sovrastima però giustificata nel caso si riferiscano alla Quota 560 m: detta struttura infatti presenta un dislivello appena superiore a quello della Quota 528 m.

La parete ovest della Quota 528 m della Punta Lu Casteddacciu, via Il Giallo del Buco2002.04 Giallo del Buco+Ajo(fotoMarrosu) , Sardegna
Seguì un lungo periodo di ricerca. Andai a consultare il numero originale della Rivista del CAI, per controllare se per caso c’erano le relazioni per esteso, senza successo. Cercai per ore su Internet per avere un’idea della provenienza di quei tre matti che in due giorni brevissimi di quasi inverno avevano risolto due problemi così! Poi telefonai al caporedattore, Alessandro Giorgetta, che fu così gentile da mandarmi la lettera originale di uno dei tre (Ricci): lì c’erano le relazioni! Evidentemente al tempo non era disponibile uno spazio per la pubblicazione, Oviglia non lo sapeva e non ritenne opportuno, nella già enorme mole di lavoro con cui aveva a che fare e con Gino Buscaini che lo pungolava, di andare a cercarsi altre rogne.

RELAZIONI ORIGINALI RICCI
Gruppo del Casteddacciu, Punta dei Banditi 560 m, parete W, via Black Hole
Prima ascensione. D. Ricci, L. Serafini, M. Soregaroli, il 9 dicembre 1988.
Avvicinamento. La via supera centralmente la parete W, caratterizzata da un grande grottone tafonato, che si risale internamente uscendo poi sulle lisce placche sovrastanti. Raggiunta la spalla quota 436 m, alla base della Punta dei Banditi (vedi avvicinamento della cresta SSW, il neretto è mio), attraversare la valletta che separa la spalla dalla parete, fino alla base delle placche basali: costeggiarle in direzione N in leggera discesa fino ad un ripiano con un caratteristico dente.
Relazione. Risalire alcune placchette fessurate obliquamente a sinistra in direzione di un terrazzo con due grossi alberi di ginepro, posti sotto la verticale del grande grottone tafonato, all’inizio di un caminetto che incide obliquamente a destra tutta la grande placconata basale. Risalire il muretto sovrastante mediante una lama ed infilarsi a destra nell’origine del lungo camino: abbandonarlo dopo pochi metri per risalire sulla destra ad una clessidra, traversare a sinistra mediante una lama e rientrare nel camino risalendolo fino al suo sbocco su un ripiano erboso (45 m, V, V+ e V, 1 chf, S1).
Rimontare direttamente le svasature che incidono la placca sovrastante fino alla base della fessura-camino che sale al grottone tafonato (15 m, IV, 2chf, S2).
Risalire interamente la fessura, superando 2 rigonfiamenti, fino ad un ripiano all’ingresso del grottone (30 m, V+, VI+ e V, 1 ch e 3 chf, S3).
Proseguire nel camino superando 2 strapiombi, abbandonarlo a destra in traversata su placche che portano ad un catino (45 m, V e IV+, S4).
Uscire sulla cresta che delimita esternamente il catino, volgere a destra (S) e, aggirato uno spigoletto, risalire delle fessure svasate verso destra fin sotto uno strapiombo: da qui traversare una liscia placca a destra e prendere una svasatura che conduce ad una nicchia con alberello (45 m, III, IV e V, S5).
Traversare 2 m a destra e superare un muretto che adduce ad una canaletta da seguire fino alla cresta sommitale (20 m, VI-, V e V+, 2 ch, S6). Per facili rocce verso destra alla vetta. Dislivello 200 m. Tempo impiegato: ore 4,30. Difficoltà TD+. Materiale impiegato: nut, fettucce, 3 ch e 6 chf, tutti lasciati.

Da Biasì: in primo piano, a sn, la Punta dei Banditi con la caratteristica macchia gialla e rossa; a ds, la Quota 530 m, con a ncora più a ds la sottile Q. 528 (Guglia di Petra). Dietro, in alto, il Monte CasteddacciuPunta dei Banditi, Monte Casteddacciu, Punta Muzzone (M. Nieddu), da Biasì

Gruppo del Casteddacciu, Sperone della Mantide 528 m, Spigolo NW, via Per Elena
Prima ascensione. Delio Ricci, L. Serafini, M. Soregaroli, 8 dicembre 1988.
Avvicinamento. Dalla spalla 436 m, alla base del versante W della Punta dei Banditi, la grande placconata WSW della Mantide è ben visibile verso SE. La via risale lo spigolo al suo margine sinistro, scavalcando nella metà inferiore un caratteristico torrione staccato. Scendere in mezzo alla macchia un’ampia valletta fino ad un muretto a secco, che si segue verso sinistra in direzione della base dello spigolo. L’attacco è situato in corrispondenza di due grossi lecci alla base di un grosso camino.
Relazione. Superati i lecci si risale il camino di destra fino al suo esaurimento sotto uno strapiombo, quindi si esce a sinistra sfruttando una fessura con cespugli fino ad un comodo terrazzo con pianta (30 m, IV, IV+ e VI-, S1).
Alzarsi leggermente ad afferrare una crepa che incide il muro sovrastante, traversare a sinistra ad una nicchia, e seguire una fessura sinuosa che traversa una placca e adduce ad una seconda placca muschiosa; risalirla sfruttando inizialmente la fessura di destra ed afferrare poi lo spigolo che la delimita a sinistra, fino ad una lama che porta ad una stretta cornice con pianta (35 m, V, IV+, V e VI, 3 ch e 1 chf, S2).
Alzarsi a destra per una lama e risalire verso sinistra una fessura che porta alla vetta del torrione staccato: calandosi pochi metri lungo la cresta, raggiungere una forcellina con spit per calata (25 m, IV e IV+, S3).
Calarsi in doppia nell’intaglio, sopra un grosso masso incastrato (8m, 1 chf, S4).
Risalire centralmente la placca fino ad una cengia che porta verso destra al limite del lungo strapiombo sovrastante (40 m, V+, VI-, 2 ch e 2 chf, S5).
Risalire una fessura con alberello, afferrare una lama che porta ad un gradino, traversare la placca verso destra e guadagnare un sistema di fessure e lame che risalgono ad una selletta, da cui con breve traversata a destra si prende l’inizio di una fessura-camino (40 m, V, V+, 1 ch, S6).
Risalire la larga fessura arrotondata e le placche successive, prendere poi uno spigoletto a destra di un canalino con cespugli che porta alla sella fra la vetta e l’anticima (45 m, IV+ e IV, S7).
Superare la fessura-camino che porta al terrazzo sommitale (20 m, IV+, S8).
Dislivello 200 m. Tempo impiegato: ore 5,30. Difficoltà TD+. Materiale impiegato: 7 ch (6 lasciati) e 5 chf (tutti lasciati), nut e fettucce.
Discesa. Essendo questa la prima salita documentata alla vetta della Mantide, ne descriviamo l’itinerario di discesa seguito. Con una calata di 20 metri su spit e spuntone si guadagna la forcella a monte dello Sperone della Mantide (si è qui sotto il grande tetto che costituisce la “testa” della Mantide). Scendendo per il canale-camino a ridosso della parete N dello Sperone, fra massi incastrati e cespugli, si raggiunge un terrazzo alla base del camino che scende dal torrione staccato. Dirigersi verso alcune piante (in direzione NW), staccandosi dalla parete del torrione, e calarsi sulle placche sottostanti fino all’attacco.

Marco Marrosu a Biasì
Marco Marrosu a Padru
A questo punto molti misteri erano risolti, non c’era più alcun dubbio su quasi nulla a parte quella annotazione «vedi avvicinamento della cresta SSW» che poteva lasciar supporre l’apertura di un terzo itinerario da parte del trio. La via Ayò poté essere situata precisamente a destra del Giallo del Buco (le relazioni comparate si sopportavano a vicenda). Il giallo era risolto, i colpevoli trovati ma non ancora assicurati alla giustizia.

Marco racconta: “Durante il periodo invernale ero tornato sul posto insieme al mio fido compagno di cordata Lorenzo Castaldi per cercare di dipanare la nebbia del dubbio ma nel frattempo Gogna, che sapeva le mie intenzioni, mi mandava da Milano la sua di nebbia.
Infatti… dormivo con Lorenzo nella mia poco comoda ma pratica tendina da due, a pochi passi da Punta dei Banditi… l’imbrago e il materiale pronti per il giorno successivo, la tensione non so che che precede ogni scalata verso l’ignoto… ed ecco un bel gocciolone sulla tenda… pioveva!! 
– Bastardo!! Questa ce l’ha mandata Alessandro! – La mattina era immersa nella nebbia, la roccia fradicia e noi facemmo i nostri bagagli“.

CONTINUA

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La tenda rossa 2

La tenda rossa 2 (2-2)
La conquista del Polo Nord e l’impresa del dirigibile Norge
(continua da ieri, 23 giugno 2014)
«L’attrazione delle regioni polari, per chi vi è stato una volta, è irresistibile. Quel senso di assoluta libertà dello spirito, quell’allontanamento da ogni cura di cose materiali che non siano quelle indispensabili all’esistenza. Quel perdere valore di idee, principi, sentimenti che sembrano essenziali e importanti nel mondo civile. […] Quella solitudine immensa dove ognuno si sente re di se stesso: tutto questo, una volta provato, non si dimentica più ed esercita un fascino al quale non è possibile resistere (Umberto Nobile)».

Piece teatrale di e con Luigi Albert (regia Eva Cambiale e Raffaella Tagliabue, produzione Narramondo Teatro, www.narramondo.it)

Il colonnello Umberto Nobile dirige lo Stabilimento militare di Costruzioni aeronautiche di Roma, dove progredisce la tecnica di costruzione dei dirigibili. Nobile segue con attenzione le vicende. Pensa che nessun aeroplano avrebbe mai potuto vincere la sfida con i ghiacci. Non è, la sua, solo la riflessione di un esperto ingegnere. In quelle officine matura anche la passione e l’ambizione di un grande uomo d’azione. L’N1 rappresenta il risultato della genialità progettistica di Nobile. Nonostante le dimensioni non certo irrilevanti l’N1 non è enorme: gli Zeppelin sono addirittura sei volte più grandi. Amundsen, dopo l’insuccesso del volo con i Dornier Wal, incontra Nobile a Oslo per sottoporgli la proposta di organizzare una nuova spedizione con un dirigibile. L’obiettivo di Amundsen non è solo la conquista del polo ma l’esplorazione della calotta artica alla ricerca di un’eventuale presenza di terre emerse. Nobile, consapevole dei limiti tecnici dell’N1, sa che solo consistenti modifiche alla struttura potevano garantire l’affidabilità dell’N1. I principali problemi da risolvere sono legati alla riduzione del peso dell’aeronave. Allo stesso tempo, si esige la robustezza della struttura, soprattutto a prua, per consentire un sicuro ormeggio ai piloni di attracco. L’Aeroclub di Norvegia finanzia la spedizione e a ciò si aggiunge il fondamentale contributo di Ellsworth, compagno di avventura di Amundsen nella spedizione con gli idrovolanti Dornier Wal. Nobile rinforza le pareti di tela impermeabile in prossimità delle eliche, per evitare che frammenti di ghiaccio, scagliati violentemente contro l’involucro, producano lacerazioni.

Umberto Nobile
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Oltre mille tonnellate di materiali, fra cui centinaia di bombole contenenti 60.000 mc di idrogeno compresso, partono per la Baia del Re. Alle ore 9.30 del 10 aprile il Norge, l’N1 così ribattezzato in onore della Norvegia, parte da Roma per il lungo viaggio alla Baia del Re. La bella aero­nave lascia le Svalbard alle 8,50 dell’11 maggio con a bordo sedici persone: sei italiani, otto norvegesi, uno statunitense, uno svedese. Vola alla velocità di 80 kmh, e all’1,30 del 12 maggio il Norge è al Polo Nord. Oltre il polo si apre un’immensa zona inesplorata: anche se i compe­tenti escludono l’esistenza di grandi terre, si tratta pur sempre d’un mondo su cui l’uomo non ha mai posato lo sguardo. Grande è perciò l’attesa. Fino a 85°30’ N si continua a vedere la medesima distesa di ghiacci galleggianti, a volte sconvolti, aggrovigliati dalle pressioni, a volte separati da canali d’acqua libera. Poi cala la nebbia: fitta e ostinata, accompagna il dirigibile per quasi due giorni. Durante qualche squarcio appare in basso sempre lo stesso mare ghiacciato. Ma le incrostazioni di ghiaccio destano una certa preoccupazione. Finalmente, a 74°16’ N, la nebbia si dirada. Ed è ancora una volta il solito spet­tacolo: ghiacci e ghiacci, ma qui assai più accidentati. Alle 6,45 del 13 maggio si avvista terra a prua, a destra. È la costa dell’Alaska, con il piccolo villaggio di Teller nei pressi della Punta Barrow. Nobile racconta l’atterraggio: «Vidi un gruppo di tre o quattro persone accorrere verso di noi, sui ghiacci, ma più avanti verso destra ve n’era un altro più numeroso, di sette od otto. Un colpo di motore e mi diressi verso di loro… Gli uomini agguantarono la fune. ‘Tira gas!’ e l’aeronave appesantita discese con la velocità forse di un metro al secondo, forse meno. ‘Attenti all’urto!’, ma l’urto fu lieve: l’aeronave rimbalzò in aria di alcuni metri. ‘Ancora gas!’, gridai. Qualche istante dopo eravamo di nuovo sul ghiaccio, definitivamente questa volta». Sono le 7.30 del 14 maggio 1926.

È dimostrato così che attorno al Polo Nord si estende un immenso mare ghiacciato, il Mar Glaciale Artico, e il dirigibile conferma di essere ora l’unica macchina in grado di sostenere la sfida delle grandi traversate, anche se il rapido volo di Byrd aveva messo in luce le qualità dell’aeroplano. È vero che il dirigibile è più grosso, lento, costoso, delicato; ma più confortevole, dispone di assai mag­giore autonomia e può costituire un vero e proprio laboratorio scientifico volante. Tocca ora ad altri audaci aviatori dimostrare che è possibile, con un aeroplano munito di sci, atterrare sui campi di ghiaccio galleggiante del mare Artico e ripartirne. L’uomo più adatto a dare questa dimo­strazione è certamente l’australiano George Hubert Wilkins, che diventerà poi sir. Wilkins era stato uno dei collaboratori più preziosi ed intelli­genti di Ste­fansson ed aveva imparato a vivere da eschi­mese sfruttando le risorse locali. Fu proprio in quegli anni, mentre faticosamente i cani tra­scinavano le slitte sui ghiacci artici, che Wilkins maturò l’idea di sorvolare quelle grandi distese in aereo. Tanto più che spesso si presentavano ampie spianate adattissime ad un at­terraggio e ad un decollo.

Assieme a Carl Ben Eielson, già suo compagno nell’ultima spedizione Shackleton all’Antartide, Wilkins nel 1927 è pronto a un’impresa assai rischiosa. Il 29 marzo, a bordo d’un apparecchio Stinson, Wilkins ed Eielson lasciano Punta Barrow, diretti a nord-ovest. Giunti a circa 900 km dalla base, non avendo scoperto nuove ter­re e poiché il motore funziona irregolarmente, decidono di atter­rare. La manovra di Eielson è perfetta. A -35°C riparano il motore. Dopo vari tentativi, riprendono il volo. Ma il tempo si è guastato e il motore perde colpi. È ne­cessario un nuovo atterraggio. Anche questa volta la manovra riesce, pur con cattiva visibilità. Dopo un’ora il motore pare finalmente a posto; ma intanto Eielson s’è congelato la punta di quattro dita. Dopo due tentativi l’aereo si alza. Per varie ore, nonostante il vento violento e le nubi, il volo di ritorno continua. A un certo punto il motore si ferma e non c’è mezzo di farlo ripartire. Un atterraggio di fortuna nella tormenta è inevitabile. Dai finestrini non si vede nulla. L’ala si­nistra e i pattini toccano terra insieme, poi l’aereo si ferma dolcemente.

Una rapida ispezione nella bufera rivela che il carrello d’atterraggio è irrimediabilmente danneggiato. Il mattino dopo, 30 marzo, facendo il punto, constatano di tro­varsi a circa 160 km da Punta Barrow su una distesa di ghiac­cio particolarmente accidentata e sconvolta dalla tempesta del giorno prima. Il 3 aprile, caduto il vento, si mettono in marcia verso la terraferma. Con alcuni pezzi dell’aereo hanno fabbricato delle slittine che trascinano sul ghiaccio. Alla sera Wilkins co­struisce una capanna di neve. Evidentemente l’esploratore ha messo a buon frutto gli insegnamenti di Stefansson e sa che, applicando il metodo giusto, non corre pericoli. In alcuni canali nuotano le foche: dunque, in caso di necessità, il vitto è assicu­rato. Purtroppo Eielson ha le mani gravemente congelate: in se­guito perderà un dito.

George Hubert Wilkins
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Nonostante le condizioni eccezionalmente avverse, la marcia prosegue regolarmente, e il 15 aprile rimettono piede sulla costa dell’Alaska. Wilkins ha saputo dimostrare che si può atterrare sul pack artico e ripartire; e si può anche, abbandonato l’apparecchio, raggiun­gere le coste del continente.

Con quell’esperienza alle spalle, Wilkins ed Eielson programmano la traversata del bacino artico, dall’Alaska alle Svalbard, seguendo a nord l’arcipelago artico canadese, ma senza portarsi al polo; volando su una zona inesplorata, dove è ancora possibile scoprire qualche nuova terra. Il 15 aprile 1928, i due aviatori decollano da Punta Bar­row, su un Fokker monomotore. Dopo 13 ore ecco la Terra di Grant, esplorata da Peary, poi la Groenlandia. Avvicinandosi alle Svalbard, si trovano presi in una tempesta. Dopo 20 ore di volo, tra le nubi appaiono due cime. Nel turbinare della tormenta Eielson riesce ancora una volta a compiere un miracoloso atterraggio di for­tuna su una piccola distesa nevosa: atterrando contro vento si fermano in poco più d’una decina di metri. Per cinque giorni una tempesta li blocca sull’isolotto nei pressi delle Svalbard sul quale sono scesi: l’isola del Morto.

Finalmente, il 22, il tempo migliora. Hanno ancora carbu­rante per circa due ore. Ma l’apparecchio, sulla neve, non riesce a muoversi. Mentre Eielson è ai comandi, Wilkins gli corre dietro spingendolo: ma non fa in tempo a salire sull’aereo. Una volta in aria Eielson vede il compagno a terra e discende. Si prova di nuovo. Scrive Wilkins: «Al secondo tentativo ero deciso ad attac­carmi ad ogni costo, e, quando l’apparecchio fu in moto, mi ar­rampicai sulla coda e cercai disperatamente di raggiungere la ca­bina. Ma, siccome m’ero tolto i guanti per arrampicarmi meglio, le mani mi s’intirizzirono. Afferrai allora coi denti la corda che avevo attaccato per aiutarmi. Eielson, sentendo il peso sulla co­da, mi credette nuovamente a posto e parti; ma, proprio mentre si staccava dal suolo scivolai lungo la levigata fusoliera; la coda dell’apparecchio mi colpì e mi gettò nella neve. Quando mi rialzai avevo i denti che si muovevano».

Al terzo tentativo finalmente Wilkins riesce a issarsi a bordo. Se non ci fosse riuscito, Eielson gli avrebbe gettato provviste e un fucile, perché non poteva consumare altra benzina in un nuovo decollo, e lo avrebbe lasciato lì, in attesa di portargli aiuto. Un’ora dopo sono a Green Har­bour.

Altra copertina raffigurante il dirigibile Italia ripresa mentre cadeva sul pack. In primo piano la simpatica cagnetta, diventata famosissima, Titina
TendaRossa1-1928 nobile 2


La Tenda Rossa
Umberto Nobile prepara una nuova impresa con dirigibile, questa volta con un nutrito programma di esplorazione geografica e di ricerca scientifica. Mentre la preparazione della parte scientifica procede meticolosa, quella del dirigibile, nel clima dilettantesco e retorico dell’Italia fascista, quando capo dell’aviazione è Italo Balbo, è tutt’altro che facile. Questi infatti non autorizza la costruzione dell’N5, di dimensioni tre volte maggiori del Norge e quindi Nobile riesce a partire da Milano con un’aeronave sorella del Norge, battezzata questa volta Italia, il 15 aprile 1928. Dopo due voli di ricognizione e di ricerca scientifica, con un equipaggio composto da 12 uomini, più 3 scienziati e 1 giornalista, l’Italia si leva in volo alle 4.28 del 23 maggio. Il programma è ambizioso: raggiungere il polo lungo la zona inesplorata tra le Svalbard e la Groen­landia; effettuare un atterraggio sui ghiacci del polo e sbar­carvi gli scienziati per esaurienti osservazioni scientifiche.

L’aeronave incontra una violenta perturbazione ma, alla mezzanotte fra il 23 e il 24 maggio 1928, raggiunge il Polo Nord. È però impossibile l’atterraggio: il forte vento non consente la minima stabilità. Comunque i tre scienziati, lo svedese Finn Malmgren, il cecoslovacco Frantisek Behounek e l’italiano Aldo Pontremoli, compiono alcune osservazioni.

Alle 2.20 Nobile ordina il ritorno. La forza del vento da sud-ovest rallenta la marcia e porta sovente fuori rotta. Alle 10.30 Cecioni dà l’allarme: l’Italia perde quota rapidamente. I tentativi di risalita si rivelano vani. Tre minuti dopo lo schianto sul pack.

Be­hounek, spettatore impotente del dramma, così descrive la scena: «Afferrai con la mano sinistra la balaustra della cabina di co­mando e guardai ancora una volta fuori. Il quadro era terroriz­zante. Sembrava che il pack volasse verso di noi e, a misura che ci avvicinavamo, la sua superficie, che prima sembrava unita e liscia, si trasformava in centinaia di blocchi di ghiaccio, gettati alla rinfusa in un caos selvaggio e divisi di tanto in tanto da cor­si d’acqua. Ritrassi il capo e chiusi gli occhi pensando: tutto è finito! E subito avvenne un primo urto, seguito immediatamente da un secondo. La navicella precipitò sul ghiaccio con clamore infernale, si conficcò profondamente nella neve e andò in pezzi. Sentii qualcosa di greve che mi pesava addosso da tutte le par­ti e una massa voluminosa che mi spingeva avanti. Era la neve che, attraverso il fondo spaccato della navicella, penetrava nel­l’interno. Feci dei movimenti disperati per liberarmi dai mucchi di neve che minacciavano di soffocarmi.
Finalmente intorno a me comincia a farsi più chiaro. Scuoto gli ultimi resti di neve e guardo attorno. La prima cosa che odo è la voce calma di Mariano: “All right, all right, ci siamo tutti!” Il mio primo sguardo è per l’Italia, che s’innalza lentamente so­pra di noi. Manca la navicella di comando, come se qualcuno l’a­vesse tagliata di netto, manca pure la navicella posteriore dei motori, in cui si era trovato Pomella. Dalla navicella del motore di sinistra Arduino ci guarda. Ma già l’aeronave sparisce nella nebbia sopra di noi, in di­rezione est. Ci rapisce sei compagni: il capomotorista Arduino, i motoristi Ciocca e Caratti, l’attrezzatore dell’involucro Alessan­drini, il professor Pontremoli e il giornalista Lago.
Il mio secon­do sguardo è intorno a me, per i miei compagni. Si trovano tra i resti della navicella frantumata. A pochi metri era disteso Nobile, con la testa insanguinata; su di lui era chino Mariano, che gli parlava con la solita sorriden­te gentilezza. Accanto al generale stava Cecioni, che non si poteva muovere e si lamentava dicendo d’avere la gamba destra rotta. Il generale, come constatammo in seguito, aveva una gamba e un avambraccio spezzati, oltre ad una ferita alla testa. Malmgren, accanto a me, aveva la spalla sinistra spostata… Contemporaneamente vidi a poca distanza Zappi liberarsi faticosamente dalla neve. Seppi poi da Mariano che Zappi aveva probabilmente una costola rotta. Gli al­tri (Biagi, Trojani, Viglieri e io) eravamo sani e salvi, tranne qualche lesione di poca importanza».

Il radiotelegrafista Giuseppe Biagi tenta di riparare la trasmittenteTendaRossa2-26696731_giuseppe-biagi-la-tenda-rossa-0Soltanto 100 km separano la spedizione dalle isole Svalbard, ma la situazione appare disperata. Il meccanico Pomella giace lì, cadavere. Fra i nove sopravvissuti, quattro so­no feriti: Nobile e Cecioni con fratture agli arti. Passato il primo momento di sconforto s’inventaria quanto è caduto sul ghiaccio. La tenda, tinta di anilina per renderla più vi­sibile, diventerà la famosa Tenda Rossa: quadrata, misura m 2,75 di lato e al centro è alta m 2,50. Attorno, sparsi, provviste, indumenti, materiali vari. C’è persino, quasi intatto, l’apparecchio radio.

Attorno ad esso Biagi lavora con ostinazione per un collegamento. La ricevente funziona, poi ripara la trasmittente. Quasi subito giunge un messaggio dalla nave appoggio Città di Milano: “Cosa ti succede? (il radiotelegrafista Pedretti tenta di contattare Biagi). Perché non rispondi più? Se hai un avaria alla trasmittente a onde lunghe, serviti della cassetta di fortuna a onde corte. Ti ascoltiamo continuamente. K”. La lettera K invita in gergo a rispondere, ma ogni tentativo di Biagi fallisce. Immobilizzati e inuditi, i naufraghi dell’Italia sentono che il mondo è commosso per la loro scomparsa, che da ogni parte giungono soccorsi alle Svalbard: due aerei norvegesi pilotati da Riiser-Larsen e Holm, gli aviatori svedesi Einar Lundborg, Schiberd e Tornberg, gli italiani Maddalena, Pier Luigi Penzo e Ravazzoni con due Savoia-Marchetti, l’idrovolante francese La­tham 20, i rompighiaccio sovietici Krassin e Malyghin, gli sciatori italiani Gianni Albertini e Sergio Matteoda e gli alpini del capitano Gennaro Sora, tutti corrono alla ricerca e al salvataggio dell’Italia.

Ma, ignorando il punto preciso in cui si trova il dirigibile al momento della catastrofe, dove si dirigeranno gli sforzi? Ma­riano calcola il punto: 81°14’ N e 25°25’ E, cioè a nord-est dell’isola più settentrionale delle Svalbard, la Terra di Nord-Est. Sentono invece dalla radio che le prime ricer­che si svolgono sulle coste di nord-ovest. L’attesa logora i nervi già scossi dalla catastrofe.

La Tenda Rossa viene portata vicino al Fokker 31 di Lundborg ribaltato sui ghiacciTendaRossa2-1928 06 Polo Nord Il Fokker di Lundborg Cappottato vicino alla Tenda Rossa 01Mariano e Zappi sono impazienti di spingersi con una mar­cia sui ghiacci alla Terra di Nord-Est, incontrare le spedizioni di soccorso, e così condurle ai compagni. I due ufficiali hanno troppa fiducia e non conoscono le insidie d’una marcia sui ghiacci artici in quella stagione. L’unico ad avere esperienza polare è lo svedese Malmgren, il quale, nonostante il braccio ferito, accetta di accompagnare i due. E così il 30 maggio i tre si avventurano per la marcia disperata tra i ghiacci. Anche se comprensibile dal punto di vista psicologico e dettata dal desiderio di salvare i compagni, questa decisione è un grave er­rore. Tanto più che Malmgren due giorni prima ha ucciso un orso e quindi i viveri, per quanto scarsi, sono aumentati.

Il destino è beffardo, perché solo quattro giorni dopo un dilettante russo intercetta l’SOS di Biagi. Il 6 giugno anche i naufraghi della Tenda Rossa ne sono informati e, grazie all’attività indefessa di Biagi, l’8 giugno viene realizzato il collegamento radio tra la Tenda Rossa e la Città di Mi­lano.

La Svezia invia il battello Tanja con due idrovolanti Hansa-Brandenburg e il Fokker 31 pilotato da Lundborg. Sulla baleniera Quest sono gli uomini della spedizione di Tornberg. In Italia il governo autorizza la partenza dell’idrovolante S55 SIAI pilotato da Umberto Maddalena, con una spedizione d’appoggio finanziata a Milano. La Svezia invia un altro aereo, il trimotore Uppland e la Finlandia il monomotore Turku.

Mentre Riiser-Larsen il 17 e il 18 giugno vola invano sulla banchisa avvi­cinandosi al campo di Nobile senza avvistarlo, parte da Tromsö, in Norvegia, l’idrovolante francese Latham 20 pilotato da René Guilbaud, con a bordo Leif Ragnar Dietrichson e Roald Amundsen. Il grande esploratore ha ormai 57 anni. Dopo il volo del Norge era nato qualche screzio tra lui e Nobile; ma non appena ha notizia della catastrofe non esita e, ponendo immediatamente la propria esperien­za al servizio dei soccorsi, s’imbarca sull’apparec­chio francese.

«È indispensabile che si faccia presto. Solo chi, come me, è stato confinato per tre settimane sui ghiacci può comprendere cosa questo significhi, e come il soccorso in questi casi non sia mai troppo rapido». Così l’ormai anziano esploratore poco prima di partire. Il Latham 20 scomparirà dopo circa due ore di volo e non se ne saprà mai più nulla. Solo il 31 agosto la nave Brodd comunica di aver ritrovato sulle coste settentrionali della Norvegia un galleggiante forse appartenuto all’idrovolante. Quella dell’eroe dei due Poli fu la fine leggendaria di un antico vichingo.

Nel frattempo la ricerca del gruppo Mariano, in marcia da 18 giorni, è affidata al capitano Sora e a due esperti del pack, Ludwig Warming e Sjef van Dongen. La spedizione lascia Capo Nord il 18 giugno con slitte trainate da cani e si dirige a est verso l’Isola di Foyn. A metà del percorso Warming, colpito da oftalmia, si ferma in un rifugio. Sora e van Dongen raggiungono l’isola di Foyn allo stremo delle forze. Non proseguiranno verso la Tenda Rossa e dovranno attendere a loro volta di essere soccorsi.

Il 20 giugno l’idrovolante di Maddalena sorvola il campo dei naufraghi e getta riforni­menti, scarpe, fucili, accumulatori per la ra­dio. Mentre i lanci di materiale si susseguono, i nau­fraghi preparano un campo d’atterraggio e la sera del 23 giugno due aerei svedesi raggiungono la Tenda Rossa. Il Fokker 31 pilotato da Lundborg atterra sulla pista di neve e ghiaccio. Nobile chiede che subito venga tratto in salvo Cecioni, come lui ferito seriamente a una gamba, ma Lundborg rifiuta: “No, ho l’ordine di portare Lei per primo, perché Lei deve dare istruzioni per la ricerca degli altri compagni”. Sollecitato anche dagli uomini del suo equipaggio, Nobile accetta di salire a bordo del Fokker, assieme alla sua cagnetta Titina. Questo fatto venne poi ampiamente sfruttato nella campagna contro Nobile da chi sosteneva, in base ad una retorica tradizione, che avrebbe invece dovuto essere salvato per ultimo.

Lundborg torna ancora a recuperare gli altri, ma in fase di atterraggio il Fokker si ribalta e il pilota rimane a sua volta intrappolato con i naufraghi.

Gli uomini del Krassin nei pressi della Tenda RossaTendaRossa2_storica-12.07.1928Ormai le isole accanto alla costa settentrionale della Terra di Nord-Est sono, a causa della deriva, a pochi km. Ma una marcia sui ghiacci, nello stato di avanzato sciogli­mento in cui si trovano, sarebbe fatale a tutti.

Un’altra spedizione ha intanto lasciato la Braganza alla ricerca del gruppo Mariano. La compongono gli sciatori Matteoda ed Albertini, assieme a Tandberg (un conducente di slitte trainate da cani) e la guida Nois. Dal 23 giugno al 6 luglio i quattro perlustrano fin quasi a Capo Leigh Smith, nella parte nord-orientale della Terra di Nord-Est. Nessuna traccia dei tre uomini né dell’involucro dell’Italia lungo gli oltre 500 km esplorati.

Il 6 luglio lo svedese Moth, pilotato da Schyberg, atterra alla Tenda Rossa per portare in salvo Lundborg. Il pilota del Moth non tenterà più nuovi e rischiosi atterraggi per salvare i naufraghi rimasti in attesa sui ghiacci ormai in scioglimento. Cinque uomini restano alla Tenda Rossa.

L’idrovolante S55 di Umberto Maddalena sorvola per la prima volta la Tenda Rossa (20 giugno 1928, 80° latitudine N)TendaRossa2-nobile_tenda_big

Ormai l’unica speranza è il rompighiaccio sovietico Krassin. Questo, comandato da Karl Eggi e con a bordo il professor Rudolf Samoilovich responsabile dei soccorsi, è partito da Leningrado e deve raggiungere da ovest le Svalbard per perlustrare poi la parte settentrionale dell’arcipelago verso l’Isola di Foyn. Il 3 luglio, mentre il Krassin tenta di aggirare le Sette Isole, a nord delle Svalbard, una pala dell’elica di sinistra si spezza urtando i ghiacci, spessi due metri. Ulteriori avarie convincono Eggi a tornare per le riparazioni e per il rifornimento di carbone. Ma Nobile telegrafa a Samoilovich: “Tutte le nostre speranze sono riposte sul Krassin. Perciò vi preghiamo di fare quanto è possibile per raggiungere al più presto la tenda”. Il comandante della spedizione sovietica, con il consenso del suo governo, decide di calare sul ghiaccio il trimotore Junkers. Il pilota Ciuknowski decolla il 10 luglio alle ore 16 e dopo alcune ore scorge il gruppo dei tre che avevano lasciato la Tenda Rossa e di cui non s’era saputo più nul­la. A causa della nebbia è impossibile per Ciuknowski tornare al Krassin: Sarà costretto ad atterrare distante e il suo aereo subirà danni che ne impediranno il decollo. Ecco il suo rapporto dopo l’incidente: «Il carrello nell’atterrare si è frantumato. Noi, tutti sani. Viveri per due settimane. Ritengo necessario che il Krassin si affretti a soccorrere Malmgren prima di occuparsi di noi». Samoilovich decide di ripartire, sostenuto da un equipaggio noncurante delle avarie e della scarsità di carbone nelle caldaie. All’alba del 12 luglio ecco l’urlo del timoniere Breinkopf che avvista qualcuno. Mariano è in condizioni disperate, con i piedi con­gelati e gravemente esaurito (in seguito gli verrà amputato un piede); Zappi è in migliori condizioni, e può narrare la fine di Malmgren. Dopo 15 giorni di marcia lo svedese, colpito da vari congelamenti e incapace di continuare, aveva chiesto ai compagni di essere lasciato sui ghiacci. La marcia era stata ancora più ter­ribile di quanto si potesse immaginare, e i progressi, già minimi, venivano annullati dai movimenti della deriva. Zappi e Mariano, allo stremo, non si erano opposti alla richiesta del compagno, ormai deciso a morire al più presto per lasciare loro maggiori pos­sibilità di salvezza. L’odissea dei due era durata 43 giorni.

Il Krassin fotografato dalla baleniera Braganza al termine della spedizione di soccorsoTendaRossa2-Krassin-30- nobile-korzin (small)

Ora, a bordo del Krassin, regna grande eccitazione: la Tenda Rossa è vicina. Sono le 16,15 del 12 luglio quando i naufraghi odono un fi­schio di sirena. L’avanzata della potente nave tra i ghiacci è pe­rò faticosa, l’attesa è intollerabile. Al­le 20,45 la nave s’accosta al banco di ghiaccio che per 48 giorni ha ospitato i superstiti: e l’incubo ha termine.

Nobile chiede a Samoilovich un ultimo tentativo di ricerca dell’Italia. Questi, consapevole del rapido esaurirsi del combustibile, sollecita l’intervento degli idrovolanti, accettando di fermarsi per garantire l’appoggio agli aviatori. La generosa disponibilità dei sovietici è inutile. Da Roma, Balbo ordina il rientro. Solo Nobile tenterebbe ancora l’impossibile per ritrovare i dispersi. Il 16 luglio, nel ritorno, il Krassin recupera l’equipaggio dello Junkers di Ciuknowski accampato presso Capo Wrede e già raggiunto nelle ore precedenti dalla pattuglia della baleniera Braganza composta da Albertini, Matteoda, Gualdi e Nois. Sora e van Dongen, individuati dal Krassin durante la marcia verso la Tenda Rossa, sono raggiunti e portati in salvo dagli idrovolanti della spedizione svedese. Ancora due spedizioni alla ricerca dell’Italia sono tentate in agosto e settembre, protagonisti la Braganza e il Krassin, ma senza risultati. Della sorte dell’Italia e dei sei uomini che rimasero a bordo non si seppe più nulla. Probabilmente andò alla deriva fino a raggiungere il Mare di Barents per poi inabissarsi.

Rimane lo sgradito strascico di polemiche al seguito di questi eventi. La spedizione aveva ottenuto risultati tutt’altro che disprezzabili e la cata­strofe aveva visto elevati episodi di sacrificio tra i soccorritori di ogni nazione. Ma un fatto è chiaro: all’Italia dei fascisti dava fastidio che un’impresa nazionale terminasse con un disa­stro; perciò il mondo ufficiale cercò di separare netta­mente le proprie responsabilità da quelle del comando della spe­dizione. E si arrivò persino all’assurda commissione d’in­chiesta con elogi e condanne.

Nobile dopo il salvataggio nella Baia di Murchison (Isola di Ryss), base svedese del soccorsoTendaRossa2-Nobile-_45960918_explorer

Il Norge  e l’Italia in cifre
Volume massimo del gas: circa 19.000 mc
Lunghezza dell’aeronave: 106 m
Diametro medio della sezione maestra: 18,40 m
Larghezza massima d’ingombro: 19,50 m
Altezza massima d’ingombro: 24,30 m
Potenza motrice: 3 motori Maybach da 250 HP
Velocità a 1200 giri al minuto: 93 km/h
Consumo orario: 135 kg di benzine e olio
Velocità massima: circa 115 km/h

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L’equipaggio del Norge
Umberto Nobile, comandante dell’aeronave
Roald Amundsen, esploratore
Lincoln Ellsworth, esploratore
Hjalmar Riiser-Larsen, ufficiale navigatore
Hemil Horgen, ufficiale navigatore
Natale Cecioni, capo meccanico
Renato Alessandrini, timoniere
Ettore Arduino, motorista
Attilio Caratti, motorista
Vincenzo Pomella, motorista
Birger Gottwaldt, radiotelegrafista
Harald Storm-Johnsen, radiotelegrafista
Oskar Wisting, timoniere
Oskar Omdal, timoniere
Finn Malmgren, meteorologo
Robert Ramm, giornalista

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L’equipaggio dell’Italia
Umberto Nobile, comandante della spedizione.
Adalberto Mariano, 1° ufficiale, capitano di corvetta.
Filippo Zappi, ufficiale navigatore, capitano di corretta, 31 anni, di Mercato Saraceno (FO).
Alfredo Viglieri, ufficiale navigatore, 28 anni, di Sarzana (SP).
Felice Trojani, ingegnere, (31 anni, romano), responsabile della logistica.
Natale Cecioni, capo motorista meccanico, 41 anni, di Fiesole (FI).
Ettore Arduino, Sottotenente, capo motorista meccanico, 33 anni, di Verona.
Attilio Caratti, motorista, maresciallo, di Rovato (BS).
Renato Alessandrini, meccanico attrezzista, 33 anni, di Roma.
Calisto Ciocca, motorista, 30 anni, di Torino.
Vincenzo Pomella, motorista, 31 anni, di Fiumerapido (FR).
Ettore Pedretti, radiotelegrafista, 31 anni.
Giuseppe Biagi, radiotelegrafista, 31 anni, di Medicina (MO).
Aldo Pontremoli, fisico, fondatore del Dipartimento di Fisica dell’Università di Milano, 31 anni, milanese.
Finn Malmgren, geofisico e meteorologo, docente all‘Università di Uppsala. Partecipò con Umberto Nobile alla spedizione polare con il Norge.
Frantisek Bebonnek, fisico nucleare, 31 anni, di Praga, specializzato alla Sorbona di Parigi. Fu uno dei migliori allievi di Marie Curie.
Ugo Lago, giornalista del Popolo d’Italia, 30 anni, di Noto (SR).
Cesco Tomaselli, giornalista del Corriere della Sera, capitano degli Alpini, 33 anni, di Venezia.

La Tenda Rossa, riportata in Italia, è oggi conservata presso il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica di Milano, mentre la radio Ondina 33 è conservata presso il Museo della Marina militare italiana di La Spezia.

Un grazie particolare a www.radiomarconi.com

postato il 24 giugno 2014

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La tenda rossa 1

La tenda rossa 1 (1-2)
La conquista del Polo Nord: una marcia iniziata quattro secoli fa
Dagli anni ’60 in poi, a parte i gruppi turistici che vi pervengono normalmente in aereo, sono decine i gruppi che raggiungono il Polo Nord, portando depositi sul pack con l’ae­reo. Solo due di questi (primi i norvegesi Borge Øusland e Erling Kagge, il 4 maggio 1990 da Cape Columbia) e anche un so­litario, lo stesso Øusland dalla Siberia nel 1994, a piedi e senza supporti esterni, facendosi però trasportare in aereo al ritorno.

Fridtjorf Nansen
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Ma, prima di questi exploit moderni, la storia della conquista del polo è ricca di episodi affascinanti e drammatici. Oltre trecento anni separano infatti il primo tentativo di raggiungere il vertice del mondo da quel 12 maggio 1926 in cui il dirigibile Norge comandato da Umberto Nobile sorvola per la prima volta il Polo Nord.

All’inglese Henry Hudson va il merito della prima sfida, nel 1607, a bordo della nave Hopewell. Riesce a raggiungere la Groenlandia e da qui le coste settentrionali dell’arcipelago delle Svalbard. La barriera di ghiaccio impedisce di puntare a nord. Hudson non supera gli 80°23’ di latitudine N. Solo nel 1773 si ritenta, ad opera di Constantin J. Phipps, anch’egli inglese, che con la nave Racehorse supera di poco Hudson, a 80°48’ N, 1205 km dal polo.

Ancora un inglese, William Edward Parry, è protagonista del primo tentativo di marcia con slitte, compiuto nel giugno 1827. Le temperature estive provocano continue e profonde rotture della superficie ghiacciata ai margini della calotta polare. Enormi lastroni di ghiaccio, separati da canali di acqua, si muovono verso sud, in direzione contraria a quella delle slitte. Superarli è molto difficile e anche Parry rinuncia a 82°45’. Nel 1876, Clement Markham batte il primato di Parry e raggiunge, il 12 maggio, 83°20’26” N, portandosi a 740 km dal polo.

La sfida con i ghiacci mette a dura prova e spesso la sconfitta si accompagna alla tragedia. La più grave coinvolge la nave americana Jeannette, comandata da George Washington De Long. Dopo ben 22 mesi di deriva, solo pochi membri dell’equipaggio si salvano dal naufragio. È il 1881. Nessun uomo ha ancora raggiunto la latitudine di 84° N.

Nel 1893 è la volta di Fridtjof Nansen, a bordo di una piccola nave, la Fram, appositamente concepita e realizzata in forma di guscio di noce per poter essere sollevata dai ghiacci anziché stritolata. Nansen programma di sfruttare la deriva dei ghiacci, ormeggiando la nave ad un floe (banco di ghiaccio). Sedici mesi più tardi la deriva verso nord sembra arrestarsi e il 14 marzo Nansen e Frederik Johansen lasciano la nave. Si trovano a 84°N e 90°E. L’8 aprile, giunti a 86°13’6″N, a 420 km dal polo, i due uomini sono arrestati da un agglomerato di ghiacci tal­mente caotico da permettere loro di trovare a malapena lo spazio per piantare la tenda. Tornano quindi indietro e si dirigono, dopo aver mancato l’incontro con la Fram, verso la Terra di Fran­cesco Giuseppe, dove arrivano il 29 agosto dopo essersi nutriti con la carne dei loro cani.

La Fram imprigionata tra i ghiacci

TendaRossa1-nansen02dNel 1899 Luigi Amedeo duca degli Abruzzi parte dall’Italia con la nave Stella Polare e sverna nell’isola Prin­cipe Rodolfo, a nord dell’arcipelago Francesco Giuseppe. Il 13 marzo 1900, 13 uomini divisi in quattro gruppi lasciano la ba­se. Tre gruppi sono di appoggio, mentre il quarto gruppo di quattro uomini guidato da Umberto Cagni deve spingersi il più possibile a nord. Il 25 aprile 1900 Cagni, dopo aver raggiunto 86°34′ N a 370 km dal polo, è costretto a tornare indietro.

Nel 1902 l’americano Robert E. Peary perviene il 21 aprile a 84°17’27” senza aver battuto il primato di Cagni. Nel 1906 ritenta in condizioni atmosferiche partico­larmente sfavorevoli e il 21 aprile raggiunge 87°06’N, a soli 320 km dal polo. Peary riparte due anni dopo, nel luglio 1908, portando con sé una cinquantina di esquimesi e 250 cani. Con la nave Roosevelt si ferma allo sbocco dello stretto di Robenson, nel mare Artico. Nell’inverno si caccia e si allestisce un deposito a Cape Columbia, donde dovrà muovere la spedizione fi­nale. La partenza ha luogo da Cape Columbia il 1° marzo. Peary usa una tecnica elaborata: un primo gruppo parte per aprire la via a colpi di piccone; seguono gruppi con slitte cariche di viveri; ultimo è il gruppo di Peary che dovrà raggiungere il polo. Malgrado le incredibili difficoltà (tempeste, impraticabili bar­riere di ghiacci, profonde fenditure, tratti d’acqua) il metodo adottato si dimostra efficace. Alla partenza i gruppi sono 6, con 24 uomini, 15 slitte e 133 cani. Peary continua con 5 slitte e 40 ca­ni e riferisce di aver percorso gli ultimi 250 km ad una velocità di oltre 50 km al giorno, favorito dal bel tempo. Peary dice di aver raggiunto il Polo Nord con R. A. Bartlett il 6 aprile 1909.

Salomon August Andrée

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Questo successo senza precedenti è offuscato da una notizia che sbalordisce il mondo qualche giorno prima che si venisse a conoscere il felice esito dell’impresa di Peary: Frederik Cook annuncia di aver raggiunto il polo con due esquimesi il 21 aprile 1908, vale a dire un anno prima di Peary. Ecco il racconto di Cook: parte il 19 febbraio 1908 da Annoatok (Groenlandia settentrionale) con due esquimesi; vive di caccia durante il viaggio; il 21 aprile raggiunge il polo. La sua intenzione è di tornare ma, trasportato verso ovest dalla deriva dei ghiacci a lui non nota, si trova a Cape Hardy nell’isola Devon; qui è obbli­gato a svernare prima di partire per Annoatok, dove arriva il 18 aprile 1909. Ne segue un’aspra controversia: un comitato danese studia i documenti di Cook e conclude che non sono abbastanza probanti.

Ma in seguito anche l’impresa di Peary è negata: le esperienze degli anni recenti hanno dimostrato che non sarebbe stato possibile percorrere gli ultimi 250 km e tornare in così poco tempo: una straripante ambizione lo costrinse a mentire (come Cook) sui veri risultati di una spedizione che ebbe comunque due grandi meriti: stabilire un nuovo record nella marcia verso il polo e dimostrare che i mezzi allora disponibili per muoversi sui ghiacci rendevano impossibile il successo.

Baia Virgo, 1897: la partenza di Salomon August Andrée sull’Örnen

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Per molti anni abbiamo studiato sui libri di testo che il Polo Nord fu conquistato nel 1909 da Peary: ora però questo dato di cronaca ufficiale è cancellato ovunque.

I tentativi dal cielo
È passato il tempo di Nansen, di Peary, di Scott, di Shackleton; e anche di Stefansson e di Ras­mussen, benché si debba a loro se il mondo polare ha perduto quell’alone di terrore che per tanto tempo aveva paralizzato chi vi si avventurava.

Dopo il 1909 nessuno pensa di tornare al Polo Nord con lo stesso metodo di Peary. Si cercano mezzi più tecnici. A parte il norvegese Roald Amundsen che gode già di fama mondiale per avere raggiunto il Polo Sud il 15 dicembre 1911, gli altri uomini sono nuovi: Byrd, Ellsworth, Wilkins, Nobile. Il progresso tecnico ha perfezionato i motori e i mezzi aerei, incomincia perciò la conquista aerea dell’Artide. Ma la tecnica costruttiva di macchine adatte al volo è agli albori. Così, i tentativi di conquista aerea del Polo Nord si susseguono tra la fine dell’Ottocento e il 1926, anno della spedizione del Norge.

Già nel 1897 Salomon August Andrée, svedese, con i due compagni Nils Strindberg e Knut Hjalmar Fraenkel, decide di raggiungere il polo con un pallone aerostatico, l’Örnen, di 4800 mc. A finanziare il tentativo contribuiscono fra gli altri anche Alfredo Nobel, l’inventore della dinamite, e lo stesso re di Svezia. La tecnica di volo prevede un sistema di vele per cambiare direzione e tre lunghi cavi moderatori (lunghezza totale 1.000 metri e peso 850 kg) che, strisciando sul suolo, devono frenare e impedire al mezzo di sollevarsi oltre i 200 metri. Con questi accorgimenti Andrée è convinto di poter guidare l’Örnen fino al polo.

L’Örnen è abbandonato dopo l’atterraggio forzato sui ghiacci

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L’11 luglio 1897 l’Örnen parte dalla Baia Virgo, a nord delle Svalbard. Subito dopo la partenza i cavi moderatori si impigliano fra le rocce e una parte di essi si strappa. Il 15 luglio arriva un messag­gio affidato ad un piccione viaggiatore, dal quale risulta che il 13 la posizione era 82° 2′ N. Poi più nulla. Soltanto 30 anni dopo, il 6 agosto 1930, alcuni marinai della nave norvegese Bratvaag, scesi a terra sulla sperduta isola Bianca, a oriente della Terra di Nord-Est delle Svalbard, trovano i resti della sfortunata spedizione: i corpi dei tre audaci, i loro diari, l’equipaggiamento, le fotografie di più di trent’anni prima.

Dopo oltre 10 ore l’aerostato aveva percorso circa 400 km. Fu l’incontro con una perturbazione a provocare, nascondendo il sole e raffreddando l’idrogeno, un forte aumento di peso dell’aerostato, che si abbassò fino a toccare la superficie del pack e proseguì “timbrando” più volte i ghiacci e risollevandosi di pochi metri. Il mattino del 14 luglio i tre esploratori abbandonarono l’Örnen a 82°56’ N. Con tre slitte e scorte di viveri iniziò così la marcia sui ghiacci per ritornare sulla terraferma. Era il 23 luglio 1897. Avevano un equipaggiamento discreto e viveri sufficienti, ma i ghiacci spinti dalla deriva trascinavano gli esploratori a piacimento, si aprivano e si chiudevano: non c’era una dire­zione costante di marcia. Nonostante l’uccisione di qualche orso per maggiori provvi­ste, le prospettive erano pessime. La deriva dei ghiacci li trascinava verso est, poi la marcia fu impossibile. Abbandonati totalmente alla deriva speravano di raggiungere qualche terra a sud. Ma, nei pressi dell’isola Bian­ca, il lastrone di ghiaccio su cui avevano costruito una capanna di neve si spezzò, costringendoli a sbarcare sull‘isoletta deserta. Il 5 ottobre, i tre esploratori si tra­sferirono a terra. A questo punto le annotazioni sui diari ritrovati trent’anni dopo cessano quasi. Avevano ancora viveri e mu­nizioni con cui procurarsi altro cibo: ma non era­no equipaggiati per affrontare il freddo dell’autunno. Prima morì Strindberg; qualche giorno dopo Andrée e Fraenkel, senza costruire il ricovero di cui parlano nelle loro ultime annotazioni.

Roald Amundsen

TendaRossa1-amundsenUn piccolo aereo Junkers, l’Eis Vogel, nel 1923 supera l’80° parallelo e per la prima volta nella storia della ricerca geografica impiega la fotografia aerea.

Dopo i tentativi falliti nel 1918 e nel 1920 con la nave Maud, Amundsen si convince che le possibilità di raggiungere il polo con navi e slitte sono davvero minime: la via aerea più di ogni altra consente il successo. Grazie all’intervento finanziario dell’americano Lincoln Ellsworth, acquista in Italia due idrovolanti Dornier Wal. Il volo ha inizio il 21 maggio 1925 dalle Svalbard. Per ore il Dornier Wal di Amundsen, pilotato da Riiser-Lar­sen, e quello di Ellsworth, pilotato da Dietrichson, volano su una zona inesplorata, diretti al Polo Nord. Ma alle ore 1,15 del 22 maggio, metà della benzina è consumata e sono costretti ad ammarare in un canale tra i ghiacci. La loro posizione è 87°43’ N e 10°30’ W. Fin qui tutto bene, anche se il polo dista circa 250 km. Si tratta ora di riuscire a riprendere il volo e ritornare alla base. E l’impresa non è facile: lo stagno d’acqua libera è ricoperto da uno strato di ghiaccio, che impedisce all’idrovolante di muo­versi, ma non è così solido da sostenerlo. Occorre un lavoro estenuante, con mezzi di fortuna, per preparare, su un campo di ghiaccio abbastanza resistente e ampio, una pista di partenza.

Si decide allora di riprendere il volo con un apparecchio solo. Parecchi tentativi fal­liscono. Il 15 giugno è il giorno decisivo; se anche questa volta si fallisce, abbandoneranno gli apparecchi e cercheranno di rag­giungere a piedi la Groenlandia. «Perché abbandonare un buon apparec­chio intatto – pensa Amundsen – ben rifornito di benzina, per andarsene a peregrinare tra i ghiacci, con la sicurezza di perire miseramente? Forse domani potrebbe aprirsi una strada, e allora per ritornare basterebbero otto ore di volo».

Roald Amundsen alla partenza del volo polare con il Dornier Wal dalla Baia del Re (1925)

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Si scarica quello che non è assolutamente necessario. E gli uomini dei due equipaggi prendono posto su un idrovolante. «Alle 10,30 Riiser-Larsen si mette ai comandi: un momento d’ansia terribile. Pare che l’apparec­chio si renda conto della situazione; raccoglie le sue forze per spiccare il volo: ronza, trema, si scuote, si piega. Poi, a un tratto, non si ode più lo stridere dell’idrovolante sul ghiaccio: c’è solo il rombo del motore. Siamo in aria! Incominciamo così quel volo che sarà ricordato in tutti i tempi tra i più meravigliosi nella storia dell’aviazione: 850 km di volo, con la morte sempre vicina. Bisogna ricordare che avevamo gettato via quasi tutto; anche se per miracolo avessimo potuto salvare la vita in un atterraggio forzato, i nostri giorni sarebbero stati ugualmente contati

Quando l’immensa di­stesa di nebbia si squarcia appare la cima lucente d’una mon­tagna: sono le Svalbard. Alle sette di sera si compie un amma­raggio forzato, a causa d’un guasto ai timoni di direzione, presso la costa della Terra di Nord-Est. Poco dopo passa una baleniera e la spedizione è salva.

9 maggio 1926: non è passato neppure un anno dal tentativo di Amundsen e di Ellsworth che gli stessi, assieme a Nobile, tornano con una grande spedizione internazionale. Questa situazione stimola il giovane americano Richard E. Byrd, che ha già una certa esperienza di volo artico, ad affrettare i suoi preparativi. All’alba del 9 maggio, un grosso trimotore Fokker, con il car­rello munito di pattini, lascia la pista di ghiaccio della Baia del Re portando Byrd e il suo pilota Floyd Bennett. Un volo di poco più di 15 ore, troppo poche per percorrere una distanza complessiva di 2400 km. Un giornalista presente alla Baia del Re scriverà: “Byrd sorvolò la baia dopo 15 ore e mezzo di volo. Dieci minuti dopo i due coraggiosi aviatori atterrarono in buone condizioni. Essi affermano di aver raggiunto il polo, ma in base alla durata del volo non possono essere andati oltre la latitudine già raggiunta da Amundsen”. Due giorni dopo, l’11 maggio 1926, il Norge si leverà in volo per la leggendaria trasvolata polare.

Come Walter Molino vide l’impatto dell’Italia sulla banchisa, 25 maggio 1928, ore 10.33, 80° N

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continua domani 24 giugno 2014

postato il 23 giugno 2014

 

 

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Il gheppio e l’aquila

Soltanto un’evoluzione del classico!
di Stefano Michelazzi

Trad, clean, free… anglofonie di ciò che qui da noi ci “sforziamo” di eseguire in alpinismo da sempre…
Certo l’Italia, non è il Paese delle scoperte, delle invenzioni, del nuovo, dell’evoluzione.
No, “qui da noi” scopriamo, inventiamo ed evolviamo ciò che i nostri connazionali fanno all’estero…

Eleonora Lavo su Il gheppio e l’aquila

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Chissà perché, poi, accade ciò? Quale razionale motivazione si può dare a tutto questo, che abbia un senso…?
Sarà forse che l’italia sembrava fatta, ma in realtà mai lo è stata e che gli italiani i quali restavan da fare, scelgono l’”esilio” piuttosto dell’oblio?

Forse anche sì…!
Ma… restiamo in alpinismo, forse di qualcosa si riesce a venire a capo…
“Classico è bello!”, bella salita sul Sass de Ciampac di Rossin, Festi e Sarti dell’estate 1990, nel dolomitico gruppo del Puez, ma ancor più bello per me, come definizione di uno stile alpinistico che molto mi rappresenta.

E’ da poco che mi è stato assegnato il primo premio a quel concorso indetto da Mountain Wilderness e CAAI, relativo allo stile Clean climbing grazie alla quasi o totale assenza di protezioni fisse nelle mie realizzazioni su roccia.
Considerazione delle mie salite che, devo ammetterlo, mi ha dato una bella soddisfazione, specie nell’era dello spit e della “SICUREZZA” a ogni costo.

Ma Clean climbing che cosa significa?
Lo so che le mie salite, e di conseguenza il mio fare alpinismo, derivano principalmente da una “filosofia” datata primi del ‘900 e imputabile a Paul Preuss, esempio umano sicuramente particolare, il quale influenzò e, come comprensibile almeno nel mio caso, influenza ancora ciò che è il salire le pareti.

Quindi il Clean climbing, almeno in Dolomiti, non è storia recente!
Aumentano le capacità, grazie a equipaggiamento e tecnica, e deve di conseguenza aumentare il livello delle salite!
Almeno io la penso così…

ERGO…:
Se in alcuni casi “infierisco” sulla roccia, piazzando protezioni atte a tutelare la mia incolumità e di conseguenza la mia “incapacità” ad assumermi rischi, per me, troppo grossi, devono questi ultimi essere maggiori di quelli che furono per colui che considero un Maestro di stile, altrimenti non avrei posto in essere alcun avanzamento, anzi, mi sentirei di aver barato…
E’ con queste considerazioni che tento di portare avanti, faticosamente a volte, ciò che per me significa salire le montagne.

Stefano Michelazzi in apertura su Il gheppio e l’aquila

Michelazzi-1613912_10202636507646386_4384951553537566648_nEd è con queste considerazioni che pochi giorni fa, l’8 maggio 2014, assieme alla mia compagna di vita, la quale mi ama alla follia (altrimenti mi avrebbe già mandato a espletare le mie necessità fisiologiche sulle ortiche…), risalgo il bellissimo sentiero che conduce sotto alle pareti del Monte Carone, una cima ben visibile dalla strada della Gardesana occidentale, la quale un paio d’anni fa aveva attratto il mio interesse alpinistico ma che, finora, aveva “resistito” a causa di vari impegni, i quali mi avevano impedito di tentare una qualsivoglia forma di salita.

Una prima ispezione alle pareti (parliamo di un’estensione di circa 700/800 metri), si era attestata su di una torre dalla linea logica e a “goccia d’acqua”, con una tipologia di roccia molto simile a quella che si può trovare in Verdon…

Immaginate l’eccitazione e la voglia di “farla mia”… considerando anche che nessuno fino ad ora ci ha mai messo le mani… Insomma una chicca!!!

La giornata è abbastanza bella, il sole risulta solo momentaneamente coperto dalle nubi, la quota di circa 1400 metri e l’esposizione a sud fanno sì che la neve ormai se ne sia andata via tutta, perciò un “assalto” sembra quasi dovuto…!
Risaliamo il sentiero fin sotto alle pareti e da qui, abbandoniamo il battuto per addentrarci nella “wilderness”, che appare abbastanza semplice da percorrere e pure abbastanza breve.

Insomma dopo 10 minuti passati a superare qualche ghiaioncello e a trovare il giusto passaggio tra gli alberi e gli arbusti, mai troppo intricati, raggiungiamo il piede della parete e l’attacco della nostra “idea meravigliosa” (niente a che fare con Cesare Ragazzi e i suoi capelli…).

Beh… non voglio annoiare nessuno con racconti che nulla hanno di adrenalinico, perché la salita scorre regolare, i passaggi, seppure abbastanza impegnativi, li superiamo senza grossi problemi oggettivi e arriviamo in cima verso le 5 della sera avendo scalato una parete stupenda, che ci lascia dentro il gusto di aver scoperto un posto nuovo e, nel contempo di esserci divertiti su di una roccia fantastica e aver utilizzato lo stile classico, malgrado uno spit su di un passaggio al primo tiro e su due soste, ma questo come dicevo prima, fa parte dell’evoluzione…

Roccia bellissima, ambiente stupendo, godimento assicurato! L’ambiente è unico e magico, il panorama è unico, la discesa facile e molto caratteristica… che volere di più?
Appunto, che volere di più? La parete è tutta da esplorare… quindi riceverà sicuramente da parte mia ancora diverse visite…

La torre l’abbiamo battezzata “Torre del Muezzin”, perché quello sembra e la via l’abbiamo dedicata a due amici, i quali ci han fatto compagnia tutta la giornata.

Michelazzi-10367186_10202636509006420_8279268029008522654_nBuona salita a chi verrà da queste parti!

Torre del Muezzin (Monti del Garda – Monte Carone)
Il gheppio e l’aquila
Stefano Michelazzi ed Eleonora Lavo, 8 maggio 2014
130 m. circa
VII+/A1 (VIII-)
NdR
Volendo proprio dare un nome di moda al sistema di protezione usato in questa salita, non è clean climbing (che non ammette i chiodi), bensì trad (che perfino ammette lo spit purché piantato dal basso). Questo senza voler nulla togliere alla gloriosa esperienza italiana di salita su roccia rispetto a quella inglese… Vedi a questo proposito il post Clean climbing, trad climbing e new trad .

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postato il 6 giugno 2014

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Ulvetanna: tra le fauci del lupo

Ulvetanna: tra le fauci del lupo
di Andy Kirkpatrick

Postato originariamente il 28 febbraio 2014 su Alpinist.com.

Tra il 20 gennaio e il 3 febbraio 2014, cinque norvegesi e l’alpinista britannico Andy Kirkpatrick hanno salito in capsule style per 27 lunghezze la cresta sud dell’Ulvetanna, già tentata tre volte, nella remota Queen Maud Land (Antartide). Qui Kirkpatrick ci racconta con stile brillante il loro successo.

Ero in crisi alpinistica. Un viaggio alle Torri del Paine in Patagonia cancellato… e nessun segno all’orizzonte di possibilità di altre avventure. Finalmente una email sul mio telefono: “Andy, penso di avere un bel progetto per te. Queen Maud Land. Partenza il 15 dicembre, ci servi, ti pago i costi, serie-tv, 2 mesi. Avventure multisport, cioè alpinismo con prime ascensioni e BASE jumping. T’interessa“?

La mail arrivava dal leggendario alpinista norvegese Aleks Gamme (uno che si butta col paracadute, traversa con gli sci da solo l’Antartide, sale sull’Everest, ecc.). Ci avevo salito assieme una via sulla Troll Wall nel gennaio 2013. Era una mail di quelle che ti sogni, ma quando ti capitano ti chiedi se hai le balle per andare davvero… Spostai lo sguardo dal computer sui miei bambini.
– Ella, Ewen, mi hanno chiesto di andare in Antartide per due mesi… se vado non posso fare il Natale con voi.
Mi accolsero con un “nooooo” molto prolungato.
– Sarebbe con Aleks Gamme.
– Davvero? – domandarono, avendo visto Aleks nel film Crossing the Ice al Kendal Mountain Festival l’anno prima – beh, allora devi andare, se te lo ha chiesto lui!
E così ho fatto.

L’Holstinnd e l’Ulvetanna, Fenriskjeften Mountains, Antartide. Ingeborg Jakobsen, Andy Kirkpatrick and Jonas Langseth hanno salito una via nuova, Zardoz (5.9, A4, ca. 600 m), sul pilastro di destra dell’Hollstinnd, quello contro cielo che si diparte dall’intaglio con il versante meridionale dell’Ulvetanna. Foto: Ingeborg Jakobsen
UlvetannaKirk01Zardoz
Andai in Norvegia a metà dicembre per incontrare il resto della squadra. I BASE jumper Kjersti Eide ed Espen Fadnes, la camerawoman Ingeborg Jackobsen, Jonas Langseth, uomo da 8a+ su roccia e ice climber, e Aleks naturalmente. Non avevo ancora capito bene quale fosse il programma, ma di certo comprendeva BASE jumping, speed riding, climbing e traino di slitte per esplorare il massiccio.  Mi sentivo un po’ in colpa per non aver contribuito per nulla alla preparazione del viaggio. E’ vero che abito in Gran Bretagna, però… Vabbè, restituirò il favore una volta là.

Fummo lasciati dall’aereo proprio nel mezzo delle famose torri, disposte a bocca di lupo. Le Fenriskjeften Mountains sono un sogno per qualunque scalatore. Quando l’aereo decollò per il ritorno, e soprattutto quando fummo in solitudine, noi lì, con il nostro mucchio di materiale, sopportavamo a malapena un silenzio così mostruoso. Roba da desiderare d’essere in mezzo al traffico…

Campo a portaledge sulla parete ovest dell’Holstinnd. Foto: Andy Kirkpatrick
UlvetannaKirk03Erigemmo il campo base cercando di adeguarci, di concentrarci sui nostri obiettivi. Dopo un viaggio di cinque giorni per salire quella che pensavamo essere la cima più alta del gruppo (solo per scoprire che ce n’era un’altra più alta!), cominciammo a salire sul nostro primo progetto, la parete ovest dell’Holstinnd. Salimmo 10 lunghezze di corda in altrettanti giorni, rallentati da pesanti nevicate. Il terreno stava tra un A4 pericoloso e uno Scottish 7 di arrampicata mista, sulla peggior roccia che io abbaia mai incontrato (una via di mezzo tra il pane raffermo e il formaggio invecchiato): ogni tanto qualche camino orribile. Feci così tanti incastri di gomito da rovinare totalmente le maniche della mia giacca, e inoltre scoprii che anche il friend più grosso che si possa portare lascia ancora spazio tra un camino proteggibile e un camino in cui incastrarsi!

Ingeborg Jakobsen si fa strada sulle rocce innevate dell’ottavo tiro di Zardoz. La via è di dieci lunghezze su roccia pericolosa e innevata, e ha richiesto dieci giorni. Foto: Andy Kirkpatrick
UlvetannaKirk02Jonas e io scalammo la via e la chiamammo Zardoz dal film (1974) con Sean Connery, perché il popolo in quel film di fantascienza adorava una grande testa di pietra. La salimmo in capsule style da un singolo campo a portaledge. Uno spit da 10 mm segna ciascuna sosta. Non mettemmo altri spit, ma fummo costretti a scavare una dozzina di “inviti” per alloggiare i cliff (non c’era verso di trovarne uno che non si rompesse). Mi toccò anche fare un volo di 10 metri dal passo cruciale, dopo che un Tomahawk venne via dopo che c’ero stato sopra una decina di minuti. Fortunatamente più sotto mi tennero due spuntoni appaiati da cordini.

Tre tentativi, tre fallimenti
Ci furono giorni davvero freddi (-30° e anche più), cominciavamo a capire che qui in Antartide ogni cosa è più lunga, più alta, più difficile, più fredda e anche “più” estrema di quanto sembri alla prima. Con questo in mente, ci preparavamo per il nostro obiettivo principale: l’inviolata cresta sud dell’Ulvetanna.

Ulvetanna da sud. Il gruppo ha scalato questa parete in 27 lunghezze in due settimane, e ha graduato la via 5.10, E2 e “AA1+.” La doppia sigla AA, spiega Kirkpatrick, sta per “Artificiale Antartide”, una nuova graduatoria che lui consiglia di considerare di fronte alla roccia marcia dell’Antartide. Foto: Ingeborg Jakobsen
Ulvetannakirk08La cresta sud era stata tentata almeno tre volte (da una spedizione spagnola, da una francese militare e da un team norvegese diretto da Robert Caspersen). La via si presenta con 300 metri di muro, seguito da una lunga cresta rocciosa, assai tecnica, di roccia o marcia o friabile! I nostri predecessori avevano attrezzato la prima parte e poi tentato di raggiungere la cima in un solo balzo.

Robert Caspersen era quello che era giunto più in alto, ad appena tre lunghezze dalla vetta. Caspersen era l’uomo che aveva già due prime su questa montagna, la conosceva bene. Ci chiese di non provare quella via, a meno che non scegliessimo il modo più etico per salirla: niente spit, e in un colpo solo dalla base. Io condividevo queste idee, ma sapevo anche che linee simili (la via dei Norvegesi dello stesso Caspersen , 5.10, A4, 960 m, Eiszeit dei fratelli Huber (A4, 5.10d, 24 lunghezze) sulla cresta nord-ovest e naturalmente anche l’ultima, la cresta nord-est (5.12, A2, 1750 m, del team di Leo Houlding) erano state salite in capsule style, e questo voleva dire corde fisse e qualche spit. In più, sapevo che il grosso di questo compito era sulle mie spalle e che, se volevamo arrivare tutti in cima, occorreva impiegare le stesse tattiche.

Così pianificai di salire in più fasi, bisognava anche sgrezzare Kjersti ed Espen. Il culmine della fase uno fu il completamento del trasporto di qualche centinaio di kg (cibo, carburante e roba da bivacco sufficienti per 6 persone per 14 giorni) ad almeno 300 m dalla base. Dopo aver lavorato 24 ore consecutive, alla sera eravamo tutti sfiniti e letteralmente ci trascinammo nei sacchi piuma.

Il giorno dopo Aleks e Jonas arrivarono, portando su le corde fisse da usare nella parte superiore e togliendole da quella inferiore in modo da rendere impossibile una ritirata, a meno che non la si intendesse definitiva. Jonas dovette però scendere, intossicato da cibo su cui i cani avevano orinato al campo base.

Il giorno 13 ero in testa, arrampicando su una prua di roccia che non ero sicuro di poter salire in libera. Tutti gli appigli che saggiavo si sgretolavano. Più o meno a metà trovai un incavo, grosso giusto come me. Nel corso della spedizione calai il mio peso del 15%, perciò ero contento di averlo trovato alla fine della spedizione, non all’inizio. Una volta dentro, salii a una rampa di neve e arrivai a una piccola terrazza orizzontale, circa 30 metri di rocce facili sotto alla vetta. Fissai una corda e tornai al campo sotto, volevo che arrivassimo in cima tutti assieme. L’attesa in tenda fu un po’ penosa, bevendo tè. La cresta comportava del terreno misto, mi domandavo se ancora una volta ogni cosa potesse andare bene, cioè raggiungere tutti la vetta su quelle corde fisse.

Tentato di saltare
Quindi alle sette di mattina del 2 febbraio, Aleks entra con la testa dentro la tenda: – Ragazzi, c’è una fregatura. Ho appena parlato con Oleg, a Novo. C’è una tempesta in arrivo. Gli ho detto che siamo su alti e lui mi ha raccomandato di scendere subito!

Le nuvole si erano formate attorno alle montagne, anche se le previsioni davano ancora un giorno di bello. Feci l’esame della situazione. Dopo tutti quei giorni, ero a pezzi di fisico. Le dita avevano perso sensibilità, avevo dei principi di congelamento al naso e alle guance, dopo essere stato così tanto tempo in camini e fessure senza sole. Sentir dire al russo di Novo, notoriamente un duro, di tornare subito era davvero preoccupante. Non era la prima volta che mi trovavo intrappolato dal brutto tempo su qualche parete. Ogni volta sopravvivere è stato anche fortuna. Qui, con questo team, in una tempesta antartica, qualcuno, o magari anche tutti, poteva non farcela. Almeno preservando interi dita e nasi.

– Penso che dovremmo darci una mossa – dissi – per salire la vetta, ripulire la parte superiore delle corde da usare in basso prima che la tempesta arrivi, dovremmo lavorare tutta la notte e tutto domani.
– E io penso anche che voi non possiate saltare – disse Aleksa ai BASE jumper. Nessuno parlò per un attimo, poi Espen chiese perché, e gli fu spiegato. Avrebbe voluto dire dividere in due il team e la dotazione di telefoni satellitari, per non dire che avrebbero dovuto atterrare sull’altro lato della montagna senza squadra d’appoggio. Certo per Elten fu un brutto colpo, ora che si sentiva così vicino a realizzare il suo sogno.

– Cosa pensa Andy? – e tutti gli occhi erano su di me. Non volevo fare quel genere di scelta, ma se doveva arrivare una tempesta li volevo con me. In più, ero convinto potessero consolarsi: ormai non erano più solo BASE jumper, erano amici di cui ero responsabile. Ero terrorizato che questa bella e pazza esperienza potesse voltare a tragedia.
– Vorrei che scendeste con noi – dissi. Ed Espen: – Ok. E perfino, quando partirono, lasciarono lì l’equipaggiamento, per non essere tentati all’ultimo momento.

Così, fatta colazione, a uno a uno partimmo sulle corde fisse. Salendo in alto, il tempo tendeva a schiarirsi. Io mi dissi, cazzo, questi potevano saltare! Dopo un po’ di ore arrivai all’ultima lunghezza, gli altri dietro di me in fila. Affrontai gli ultimi metri, facili rocce e neve fino al blocco sommitale. Fu dura fino all’ultimo, sarà stato anche facile, ma provocare cadute di sassi era un attimo. E non potevo proteggermi.

E finalmente ci fui. Una cima fatta di un pinnacolo di rocce rotte, la circondai con la mia corda per assicurare me stesso e gli altri. Stemmo un po’ lassù, alla cima di quella via nuova  su quella montagna che era stata definita la più difficile del mondo (soprattutto per la sua location). Ci sentivamo tutti allo stesso modo, malinconici e senza energie. Se avessero avuto il loro equipaggiamento, i ragazzi avrebbero potuto saltare. Le condizioni erano perfette, eravamo in un altro mondo. Ma non sentivo il successo, come sempre mi succede volevo solo andarmene via da lì…

Trentasei ore dopo la sveglia, riuscimmo ad arrivare, sfiniti, al campo base. La discesa con gli sci era stata penosa, eravamo concentrati a non cadere, sentivo rumori di automobili, torrenti, gente che parlava. Ma nello stesso tempo ero ben lieto e sicuro di una cosa: tutti eravamo saliti in cima, ed eravamo tornati con le dita a posto!

Aleksander Gamme nella parte superiore dell’Ulvetanna. Kirkpatrick e Gamme, con Tormod Granheim, avevano salito Suser gjennom Harryland (VI 5.10b A3, 650 m) sulla Troll Wall (in Norvegia) a gennaio 2013. (Vedi su Alpinist 44 il racconto di Kirkpatrick) Foto: Ingeborg Jakobsen
Ulvetannakirk07I BASE jumper Espen Fadnes e Kjersti Eide salgono a jumar sulla cresta sud dell’Ulvetanna. Per loro è stata la prima esperienza big-wall e per la Eide la prima scalata in assoluto! Foto: Ingeborg Jakobsen
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Kirkpatrick ha voglia di staccare il tutto e mollarlo giù (dopo 300 m di faticoso scarrucolamento). Foto: Ingeborg JakobsenUlvetannaKirk05

Kjersti Eide è ben contenta di prendersi la sua dose di roccia cattiva sull’Ulvetanna. Foto: Andy Kirkpatrick
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Per saperne di più su Andy Kirkpatrick (in inglese) o sul suo libro Psyco vertical, tradotto in italiano.

postato il 1 aprile 2014