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Roba da chiodatori – 2

Roba da chiodatori – 2 (2-2)
di Marco Pukli, gennaio 2012

Pubblichiamo l’interessantissimo saggio pubblicato a suo tempo dall’autore sul suo sito. Il tema è Sulla corretta tecnica di chiodatura di una via d’arrampicata sportiva su roccia con ancoraggi resinati. A questo link la versione in pdf dell’intero documento. La natura assai tecnica, anche se di assai piacevole lettura, di questo saggio ci ha consigliato di riprenderne qui, a mo’ di presentazione, solo le considerazioni che l’autore pone alla fine del suo studio e la conclusione.

Della necessità dell’errore in fase di chiodatura
Fino a quando la via non è terminata il chiodatore deve avere la possibilità di sbagliare. Gli errori che può fare un chiodatore sono pressoché infiniti, dal mettere un chiodo nel posto sbagliato a non accorgersi di una pietra pericolosa a piazzare la sosta in un posto assurdo.

L’errore è anzi parte integrante del processo di creazione di una via nuova. Volere evitare gli errori ad ogni costo, voler fare delle vie nuove senza prima sbagliarle un po’, significa frenare e forse anche impedire la possibilità di creare delle belle vie. In fase di chiodatura è pertanto necessario creare quelle condizioni dove l’errore sia ancora possibile poiché, essendo l’errore un passaggio indispensabile del processo di chiodatura, senza la possibilità di sbagliare non esiste la possibilità di creare una bella via nuova. Al limite, si riesce a fare qualche “vietta”, nulla di più.

Chiodo installato male; la testa del chiodo non tocca nemmeno la roccia. A questo link la versione in pdf dell’intero documento.
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In ogni caso, per quanto si cerchi di fare le cose il meglio possibile, un certo lavoro di rifinitura e verifica della via appena creata è sempre necessario.

Dopo aver terminato i lavori in parete, il chiodatore dovrà scalare la sua opera, controllare che tutto vada bene e correggere gli eventuali difetti riscontrati.

Eh sì, perché è quasi impossibile che tutto vada bene al primo colpo, c’è sempre un qualcosina da aggiustare: una presa ancora da pulire, una pietra che muove, un chiodo messo nel posto sbagliato.

Il lavoro di chiodatura di una via può considerarsi concluso solo dopo che il chiodatore ha scalato la sua via e ha effettuato gli ultimi ritocchi.

Un breve cenno sull’arte di mettere nel posto giusto i chiodi
I chiodi vanno messi con precisi criteri. Non vorrei ora iniziare con le solite tiritere sulla disposizione dei chiodi su una via, poiché ne ho già parlato abbastanza nel saggio “Roba da chiodatori – 1”. Ma certe cose è comunque bene ricordarle, non si sa mai.

Allora:
La chiodatura di un itinerario va effettuata in base al livello degli arrampicatori ai quali l’itinerario stesso è destinato. Se attrezzi un 6b, lo devi chiodare per chi scala sul 6b, non per chi scala sul 9a+. Se poi sei proprio tu quello che scala sul 9a+, e quindi te lo sei chiodato per te stesso, con i chiodi a 7 metri uno dall’altro, allora sei proprio uno sxxxxxx!

Bisogna rispettare l’ambiente delle vie già esistenti. In linea generale, non incrociare altre vie, (tranne i casi in cui delle vie facciano dei lunghi traversi e occupino vasti tratti di parete molto interessanti).

Non chiodare vie nuove troppo vicine ad altri itinerari. Tra una via e l’altra ci deve essere spazio, molto spazio; le vie devono “respirare”. Non c’è cosa più brutta che due vie troppo vicine. E’ sempre meglio avere una via in meno che una via che disturba un’altra.

Non voler chiodare tutte le linee disponibili in un settore. Spesso il posto migliore dove mettere un chiodo è da un’altra parte, su un’altra parete.

Come dicevo, i chiodi vanno messi con una certa accortezza. Per trovare il punto giusto è sempre assolutamente necessario provare tutti i passaggi della via, per molte volte, finché non si è assolutamente sicuri di aver individuato il posto migliore. Per lavorare in questo modo, è necessario preparare la via: bisogna allestire una “pre-chiodatura” provvisoria necessaria per provare i movimenti e per individuare il posto in cui installare i chiodi, nonché per l’installazione vera e propria. Detta attrezzatura provvisoria sarà eliminata una volta chiodata la via, “cancellando” poi ogni traccia (per esempio tappando i buchi dei tasselli provvisori utilizzati).

Ecco alcuni criteri da seguire sempre; ogni ancoraggio deve:
– Impedire la caduta per terra o contro ostacoli;
– Essere immediatamente prima di un passaggio difficile rispetto alla difficoltà complessiva della via;
– Essere dalla parte della mano libera dell’arrampicatore, salvo casi eccezionali e giustificabili;
– Essere alla giusta altezza anche per i più piccoli di statura;
– Ridurre al minimo, per quanto possibile, l’attrito della corda;
– Disturbare il meno possibile il concatenamento dei passaggi;
– Essere posizionato in modo da non ostruire prese e appoggi;
– Essere sufficientemente distante da spigoli e bordi (non inferiore a 25 cm);
– Dare in generale possibilità di movimento al rinvio senza che questo, in fase di caduta dello scalatore, s’incastri o urti in modo anomalo sulla roccia.

Una divagazione estetica molto importante
Una via d’arrampicata sportiva su roccia ha motivo di esistere solo se è bella.

Chiodo ben installato; la testa del chiodo è infissa nel sistema “roccia / resina”. A questo link la versione in pdf dell’intero documento.
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Per chiodare una bella via bisogna senza dubbio conoscer alla perfezione la “tecnica” di chiodatura; ma la tecnica, in sé, non basta, anzi, in sé non serve proprio a nulla.

E’ vero che un chiodatore può iniziare ad avere un proprio stile solamente dal momento in cui è in grado di affrontare tutte le difficoltà tecniche, ma è ancor più vero che la tecnica può condurre il chiodatore solo fino a un certo punto.

La tecnica può condurre il chiodatore nei pressi della strada che porta alla creazione di una bella via, ma la trasformazione da semplice “itinerario” a “bella via”, a opera d’arte se vogliamo, è possibile solo attraverso un grande salto, un balzo verso la bellezza.

Il risultato finale sarà che un bravo chiodatore, attraverso le sue vie, grazie al suo stile, ci saprà mostrare la roccia, la parete scalabile, attraverso le linee più belle e sicure.

Con questo voglio dire che la chiodatura ha un peso molto importante nell’estetica di una via d’arrampicata su roccia.

La bellezza di una via d’arrampicata è data dalla natura nella quale la via si svolge, entro i limiti e i vincoli imposti dalla via d’arrampicata stessa (i chiodi in parete appunto, la chiodatura). La natura, attraverso la via d’arrampicata, si apre alle esperienze dello scalatore. Più i vincoli della via d’arrampicata (che sono appunto rappresentati dalla chiodatura), danno la possibilità di creare condizioni che favoriscono esperienze profonde e intense, più la via è gradevole.

L’esperienza, la storia delle vie finora attrezzate, ci ha insegnato che le vie più belle assai raramente sono state attrezzate da una persona alla quale difetta quel pregio artistico che sarebbe invece sempre auspicabile in un chiodatore. Infatti, quando troviamo una via particolarmente male attrezzata, possiamo stare certi che ciò che manca al chiodatore non è la conoscenza tecnica, bensì il senso estetico.

Purtroppo, anche dominando alla perfezione ogni regola tecnica di questo mondo, un chiodatore con scarso senso estetico, volgare (intendendo per volgare appunto quella mancanza di pregio estetico che invece sarebbe auspicabile), tenderà a utilizzare per le proprie opere comunque tecniche e materiali mediocri. Non è che non sappia “capire” le cose belle: non le sa creare.

I risultati si vedono subito: chiodi piantati qua e là a un po’ casaccio, vie chiodate ovunque indipendentemente dal loro interesse estetico, materiale scadente, itinerari che sono delle “linee rette”, dritte come i binari della ferrovia nel deserto, anziché delle linee naturali, sinuose, a serpentina, che scorrono fluide e leggere nelle pieghe della parete.

Ancoraggio Cosiroc FFME 12,5 x 90 ben installato. Non muoverà mai! A questo link la versione in pdf dell’intero documento.
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Vediamo infine alcuni semplici e veloci esempi pratici basati su considerazioni estetiche, per far sì che il lavoro del chiodatore possa sempre restare all’interno dei confini del buon gusto.

– Una via d’arrampicata su roccia non dovrebbe essere troppo corta, diciamo non meno di una dozzina di metri. Ovviamente questo in linea generale, poiché nella realtà ogni falesia è un discorso a parte. Per esempio, nei “settori scuola” le vie corte sono molto utili;

– Una via d’arrampicata dovrebbe essere su roccia solida e sicura;

– Una via d’arrampicata dovrebbe essere sempre a una certa distanza da altre vie, in modo da “respirare” per bene e non “disturbare” le linee limitrofe;

– Meno vie si chiodano meglio è. Non chiodare tutto il chiodabile, ma creare solo cose “importanti”, belle e tecnicamente perfette, e il resto lasciarlo stare. Chiodare poche vie nuove dà solo vantaggi;

– Esteticamente, il chiodo “più bello” è quello che non c’è; sarebbe meraviglioso poter scalare senza chiodi in parete. Ma visto che ciò non è possibile, che qualche chiodo qua e là deve esserci per forza, altrimenti ci spiaccichiamo in terra, il chiodo più bello è quello che “quasi” non c’è, quello che “quasi” non ti accorgi di averlo moschettonato, d’averlo visto, di averne sentita la necessità. Un chiodo ben messo, messo nel posto migliore, aiuta lo scalatore a rendersi libero.

Conclusione
Se il lavoro di chiodatura con ancoraggi resinati è ben fatto, viene assicurata un’eccezionale sicurezza e durata nel tempo. Inoltre, è il sistema più discreto, che si vede meno, con il minor impatto ambientale.
Chiodare una via d’arrampicata sportiva su roccia è però diventata un’attività (un’arte?) talmente complessa che, per raggiungere un sufficiente livello tecnico, è ormai necessaria un’adeguata formazione.
In pratica, è necessario che “l’apprendista chiodatore” impari almeno i fondamenti del “mestiere” da un chiodatore esperto.
Ma attenzione: per diventare “veri” chiodatori serve, al di là di ogni possibile didattica, anche una certa
dose di talento naturale.
Resta però il fatto che, senza adeguata formazione, anche chiodatori geniali e potenzialmente molto dotati possono arrivare a fare delle belle e grandi minchiate.

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Roba da chiodatori – 1

Roba da chiodatori – 1 (1-2)
(digressione sui chiodi piantati male e sui chiodi piantati bene)
di Marco Pukli, giugno 2008
Le fotografie sono dell’Archivio di Marco Pukli.

Il 17 febbraio 2015 Maurizio Oviglia faceva una bella intervista a Marco Pukli su www.planetmountain.com, Marco Pukli e l’arte di attrezzare una falesia. Ad essa rimandiamo per ulteriori dettagli rilasciati dall’autore. Il seguente saggio è invece stato pubblicato dall’autore stesso (qualche anno fa) sul suo sito.

Le regole del gioco
Le vie d’arrampicata sportiva su roccia ben chiodate e quelle mal chiodate si assomigliano tra loro, ma ogni via veramente mal chiodata racchiude in sé una “bruttezza” che la contraddistingue da tutte le altre.

1.
Forse sono un po’ troppo severo nei miei giudizi, o più semplicemente dopo vent’anni di analisi critica di ogni via che scalo, comprensiva di valutazione attenta e pignola di tutti i chiodi che vedo, mi sono un po’ rincoglionito. Fatto sta che, oggi più che mai, mi sembra che di vie d’arrampicata sportiva Attrezzate a Regola d’Arte (*), quindi chiodate come dio comanda, ce ne siano ben poche.

Ecco allora che mi chiedo: quali possono essere stati i motivi che ci hanno portato ad avere così poche via “ARA” e così tante vie chiodate alla belin di cane?

(*) Per via d’arrampicata sportiva Attrezzata a Regola d’Arte, d’ora in poi “ARA” (denominazione che fa un po’ ridere ma che in fondo in fondo ha un suo senso), intendo quel genere di via quale potrebbe essere, volendo fare solo alcuni esempi tra Liguria e Provenza: Chant de Florette a Peillon; Itinéraire d’un grimpeur gâté a Gorbio; Les cochons dans l’espace alla Loubiére; Fatal Fury a Castillon; Tik alla Rocca di Corte; Lo spigolo dei bucanieri a Toirano; Amen al Grottone di Tanarello; La folle speranza al Terminal; Tapas a Euskal; Cyndi Wau Wau alla Fontana; Cianbalaur a Monte Cucco; Raiëu a Superpanza; Oltremitica a Bric Scimarco; Ombra a Rocca di Perti.

Chiodo su blocco venato
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2.
Chiodare una via “ARA” significa, tra le altre cose, offrire un “servizio” a chi scala, svolgendosi la via su una parete che deve essere considerata un bene comune, in quanto parte integrante di quel mondo sul quale, bene o male, tutti noi dobbiamo vivere.

La roccia e gli appigli, la terra nei buchi e l’aria che li circonda, il vento e il sole, appartengono all’umanità intera (“appartengono” per modo di dire). I chiodi sulla via, invece, non sono di nessuno e rappresentano un mero servizio che qualcuno (il chiodatore) ha voluto offrire agli altri (gli scalatori), col solo scopo di rendere scalabile un tratto di parete. Sono partito da questa idea un po’ strampalata di “servizio di chiodatura” per arrivare a esprimere una serie di idee che, quando mi vennero in mente, considerai molto importanti, e che ora posso così riassumere: lo scopo del chiodatore deve necessariamente contemplare sia l’estetica che la fruibilità delle proprie creazioni.

Come a dire: ogni via “ARA” deve “sempre” essere sia bella che scalabile.

3.
Penso che una via si possa considerare perfettamente attrezzata solamente se:

a) è interamente “scalabile”, ovvero è chiodata in modo che una qualsiasi persona con un livello tale da essere in grado di effettuare i passaggi della via in libera possa arrivare in catena sano a salvo. Se una via è di 7a, in linea di massima chi scala sul 7a deve riuscire a scalarla. Notare bene il “sano a salvo”: la via è OK solo quando è scalabile entro ragionevoli margini di sicurezza. Quindi, non solo non ci si deve rompere il collo o finire all’obitorio spezzati in due, ma non ci si deve neppure far male al punto da essere costretti a una convalescenza di due mesi nel letto di casa per aver battuto i talloni su una sporgenza;

b) scalandola si ha a che fare con qualcosa di veramente bello. Resta inteso che non sarà poi la sola bellezza intrinseca della via a spalancare in modo gratuito le porte dell’estasi: per raggiungere un minimo di godimento bisognerà dar sempre fondo a tutte le proprie capacità. Al di là del tipo di chiodatura, l’arrampicata è uno sport bastardo che non regala niente a nessuno.

Resinato correttamente “incassato”; il moschettone lavora perfettamente
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4.
Il “volo”, ossia la caduta mentre si tenta un passaggio, su una via “ARA” deve essere sempre previsto, poiché è parte imprescindibile del gioco, fermo restando che in condizioni normali non ci si deve mai fare male. Per me, il volo ha un senso soltanto se:

a) il chiodo è messo bene e al posto giusto;

b) non si rischia di andare a sbattere da nessuna parte in modo violento;

c) il chiodo non si trova “troppo” sotto i piedi.

Col chiodo troppo lontano (anche quando tutto va bene, con la corda non girata dietro a una gamba e il volo ben impostato), normalmente si prende troppa velocità durante la caduta, e si rischia (in molti casi anche in forte strapiombo) di andare a sbattere violentemente contro la parete.

In ogni caso, tralasciando il problema della distanza tra il chiodo e lo scalatore al momento del volo, ciò che veramente fa la differenza tra un passaggio ben protetto e uno pericoloso, è come il chiodo protegge il passaggio.

Se lo protegge bene, il chiodo è messo al posto giusto; se lo protegge male, è messo al posto sbagliato.

Semplice e ovvio, come concetto, ma per riuscire a metterlo in pratica bisogna essere, oltre che tecnicamente ben preparati, anche sensibili artisti.

5.
Il chiodatore dovrebbe quindi sempre cercare di proteggere al meglio possibile innanzitutto le sezioni difficili. Per ottenere questo risultato è necessario attuare una lunga serie di accorgimenti. Per esempio, dopo aver preventivamente “pulito” ogni appiglio e ogni appoggio, bisognerà provare e riprovare sistematicamente tutta la via, dall’inizio alla fine, installando poi i chiodi solo dopo aver acquisito la certezza di avere individuato il posto migliore dove metterli.

La via dovrà sempre e necessariamente essere armata con corde fisse, in modo da potervi lavorare a lungo e in sicurezza.

Su una via provata e analizzata con cura dal chiodatore, ben difficilmente si troveranno passi di blocco mal protetti, “runout” senza senso e moschettonamenti quasi “imprendibili”, cosa invece molto frequente su tutte le vie “chiodate a occhio”.

Questo è comprensibile: è pressoché impossibile chiodare una via “ARA” semplicemente calandosi dall’alto e mettendo i chiodi dove “sembra” che possano andare bene. Così non funziona, i chiodi risulteranno poi messi un po’ a casaccio e la via perderà per sempre quella sua “purezza” dovuta a una chiodatura perfetta, caratteristica che avrebbe invece potuto mantenere grazie a un lavoro eseguito con mano d’artista.

6.
Nella tabella che segue ho cercato di elencare alcune delle attività più importanti da eseguire correttamente per chiodare bene una via, sbagliando le quali potrebbero scaturire tutta una serie di inconvenienti. Questi inconvenienti si riscontrano effettivamente con notevole frequenza nelle nostre falesie. Non vorrei drammatizzare, ma certi settori sono addirittura una sorta di “museo degli orrori”, dove gli errori del chiodatore si sovrappongo uno all’altro creando una “miscela esplosiva” di pericoli latenti, celati in vie che solo in apparenza sono ben chiodate (perché magari con chiodi nuovi e ravvicinati), ma che nella cruda realtà dei fatti sono brutte e pericolose (chiodi messi male? resina inadatta? moschettonamenti impossibili?).

Tanto per fare un esempio, si pensi che, normalmente, a un chiodatore capace ed esperto, per chiodare bene un tiro “ARA” sono necessarie due giornate di lavoro (ovviamente non retribuito, ed è giusto e necessario che sia così).

Ebbene, c’è invece chi in due giorni è riuscito a “sfornare” più di 10 vie nuove.

Troppo poco, il tempo impiegato, e non dico il risultato. L’incapacità di dedicare il tempo occorrente alle varie fasi di lavorazione necessarie per realizzare una via, è uno dei principali sintomi che mettono a nudo il deficit tecnico e artistico di un chiodatore.

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Il rispetto di queste regole non offre, ovviamente, alcuna garanzia di risultati perfetti. Per contro, la loro violazione assicura una chiodatura catastrofica.

7.
E’ capitato a tutti di trovare interi settori con vie chiodate in modo osceno, mentre non sono probabilmente in molti quelli che hanno avuto la fortuna di scalare in falesie perfettamente attrezzate.

Peccato, perché – oltre ad essere più belle – le vie ben chiodate risultano sempre “meno impegnative” rispetto a quelle aventi la stessa difficoltà intrinseca, ma chiodate male. Questo è dovuto al fatto che lo scalatore, quando scala una via ben chiodata, non “sente” su di sé quelle particolari difficoltà derivanti dalla cattiva chiodatura (che lo costringe a far peripezie per proteggersi). Riceve quindi la sensazione di scalare una via “più facile” rispetto ad altre valutate con lo stesso grado, ma chiodate peggio. Resta inteso che questa è una sensazione ingannevole: l’impegno richiesto per salire, dovuto all’eccessiva tensione per superare passaggi mal protetti e ai grandi sforzi per moschettonare, non rappresenta mai la reale difficoltà della via, bensì un artificio creato esclusivamente dalla cattiva chiodatura.

La difficoltà della via è data dai passaggi da affrontare in libera, “al netto” dei moschettonamenti, soprattutto se questi sono maldisposti. Quante volte mi è capitato di fare dei 6b+ che, per via di una chiodatura assurda, richiedevano un impegno da 7a+! E quante volte ho scalato vie perfettamente attrezzate di 7a, ben presto degradate a 6b+ solo per la loro “virtù” di essere ben chiodate!

In pratica, in certe zone sembrerebbe che per chiodare un 7a+ sia sufficiente chiodare male un 6b+, e per chiodare un 6b+ sia necessario chiodare bene almeno un 7a.

Personalmente detesto questo genere di vie: mi viene voglia di non farle, o di scalarle con la corda dall’alto, in modo da escludere i difetti dovuti alla cattiva chiodatura e assaporarmi quindi il gusto di scalare la via “pura” così com’è, senza quegli errori del chiodatore che la hanno corrotta.

Fix su muro poco strapiombante; notare l’angolo corretto, tra la linea rossa e quella verde, e l’angolo reale, in blu; anche se il chiodo può sembrare installato perfettamente, la placchetta è leggermente storta. La tensione sul tassello è elevata, anche senza sollecitazione da parte degli scalatori
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8.
Azzardo un aforisma, quasi una sentenza: quando una via è brutta o pericolosa è sempre colpa del chiodatore.

Ho già elencato tutta una serie di possibili errori che bisogna evitare. C’è però un ulteriore aspetto da considerare, assai particolare e interessante, anche se un po’ inquietante: il chiodatore potrebbe aver attuato di proposito delle scelte che hanno portato la via a essere, per certi versi, pericolosa.

In pratica, l’ha fatto apposta.

Esempio tipico, è il chiodatore che crea una via proteggendo male i passaggi difficili in modo da “selezionare”, e quindi escludere, il maggior numero possibile di scalatori. Inutile aggiungere che questo succede solo su vie che per lui sono “facili”, o giù di lì. La sua sicurezza è sempre garantita, quella degli altri no.

Alla base di questo tipo di azione c’è quasi certamente la convinzione che “chiodare” non sia un servizio da offrire al prossimo, ma un modo per impossessarsi di un qualcosa (di che cosa, poi, resta tutto da capire), sul quale fare ciò che si vuole indipendentemente dagli altri, e dai loro diritti.

Questo atteggiamento è scorretto: le vie vanno chiodate per chi le scala, non per chi le chioda, e il chiodatore non ha alcun diritto pratico sulle “sue” vie, se non quello di scalarsele.

Inoltre, in arrampicata – in qualsiasi genere di arrampicata, dall’alpinismo estremo alla scalata domenicale di coppia – la ricerca del rischio è una disciplina che ognuno deve cercare di gestire da sé, con la propria testa e con le proprie forze, e nessuno dovrebbe permettersi di voler imporre le proprie condizioni. Tra questi “nessuno” figurano anche i chiodatori.

9.
Ma – ahimé – di chiodatori che pensano che le falesie siano “loro” solo perché vi hanno attrezzato le vie è pieno il mondo.

Una delle conseguenze di questa strana visione del “bene comune”, è che le vie prodotte passando attraverso questa mentalità risultano spesso attrezzate a immagine e somiglianza del personale “livello” di scalata del chiodatore, e non del livello intrinseco della via, come dovrebbe invece sempre essere. Faccio un esempio: su una falesia chiodata da uno che scala sull’8a, troveremo dei ”facilissimi” 6b chiodati in modo a dir poco imbarazzante, vicini a degli 8a attrezzati meravigliosamente.

In pratica, le vie che si avvicinano al “limite” del chiodatore saranno chiodate bene, mentre le altre saranno terreno “off limits” un po’ per tutti.

Ecco allora spuntare strani settori con due o tre “7c+ bloc” chiodati benissimo, e quindici 6a/b di resistenza attrezzati in modo osceno. Eh sì, perché, caso strano e veramente inspiegabile, non è che il chiodatore un po’ birichino (eufemismo) eviti di attrezzare le vie più facili! No! Chioda tutto, a raffica, in modo seriale. Non lascia nessun spazio libero, tappezzando la parete di vie. Si prende tutto, facile e difficile, bello e brutto, lungo e corto, marcio e sano, interessante e disgustoso.

L’unica cosa che tralascia è di non fare errori.

Marco Pukli su L’angolo dei poeti, al settore destro della Rocca Garda, Albenga, attrezzata con tasselli meccanici, come le altre 4 vie del settore
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10.
Non è raro trovare itinerari dei 7a chiodati in modo talmente bizzarro che se per disgrazia va a farle uno che realmente scala solo sul 7a succede un “patatrac” (rumore di talloni sfondati…), soddisfacendo appieno il “senso di giustizia” di quel chiodatore che – evidentemente – voleva intorno a sé solo gente in grado di scalare “ben oltre” il 7a.

Sembra proprio che certi chiodatori vogliano “giudicare” gli scalatori basandosi sull’altrui abilità nella scalata, condannando quindi all’inferno i brocchi e i tranquilli, ma promettendo il paradiso ai fortissimi e agli intraprendenti, agli eroi.

Ecco che allora diranno ai “dannati”: «le nostre sono vie chiodate lunghe». Ma cosa vuol dire – santiddio! – chiodate lunghe? Nessuno ha mai notato che su tantissime di queste vie, lasciando invariato il numero degli ancoraggi in loco ma disponendoli in modo migliore, queste risulterebbero chiodate normali? Quelle non sono vie chiodate lunghe, sono soltanto vie scandalose.

Sembra una barzelletta, ma di vie così ce ne sono tantissime. Interi settori che pur promettendo itinerari “ARA”, in realtà sono trappole, nelle quali è sempre facile cadere, visto che parliamo di belle falesie costellate di vie, su roccia sana, alte 30 metri, al sole, distanti 10 minuti di cammino dalla macchina – e non della parete nord dell’Eiger (la quale, nel suo essere oggettivamente pericolosa, resta una parete onesta).

Farsi male su una via d’alta montagna, di stampo alpinistico, è un conto (in alta quota il fattore rischio è inevitabile, e deve necessariamente far parte del gioco) mentre farsi male su una via “ARA” è un altro.

Come a dire: se decido di partire in compagnia dell’audace Reinhold per una grande via del Monte Bianco, in inverno, mi attrezzo e mi preparo in un certo modo, mentre se vado a scalare con la bella Nastassja una dolce mattina di primavera ad Albenga mi predispongo diversamente.

11.
Non sono poche le persone che, vittime ingenue di queste trappole, vi si sono fatte male. Chissà in quanti hanno passato giorni su giorni doloranti a leccarsi le ferite, magari pure con la vergogna di non aver saputo gestire correttamente il rischio connesso alla pratica dell’arrampicata su roccia!

Pensandoci bene: è realmente possibile gestire a dovere un determinato tipo di pericolo, quando questo viene generato proprio dalle opere di colui che avrebbe dovuto fare tutto il possibile per scongiurarlo?

Chi è che non ha saputo “stare al gioco”, lo scalatore che s’è fatto male o il chiodatore?

12.
I chiodatori “poco affidabili” sono, nel complesso, un po’ pericolosi, e non mi sembra giusto assecondarli, giustificarli o addirittura incoraggiarli più di tanto; anzi: bisognerebbe sempre riuscire ad immaginare quanto più bella avrebbe potuto essere una via se, al posto di un chiodatore mediocre (o semplicemente egoista), ne fosse arrivato uno veramente bravo.

Perché una via grosso modo scalabile ma priva d’interesse estetico, oppure mal chiodata, è una via che non dovrebbe esistere.

Marco Pukli con famiglia
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13.
E’ ora che si inizi a capire che non tutti i chiodatori sono benefattori senza i quali non si saprebbe dove andare a scalare. Perché se è vero che è il lavoro di attrezzatura a rendere possibile la scalata, è anche vero che il mero fatto di poter scalare, se ristretto a un’attività priva di valore, di per sé rappresenta un qualcosa di assolutamente insignificante.

Non è quindi il predicato “scalare” a farla da padrone, bensì come il soggetto, lo scalatore, vive l’esperienza della scalata.

Fintanto che l’uomo non la valorizza, l’arrampicata, in sé, è destinata a restare un termine quasi privo di senso, un’azione come tutte le altre, uno sport senza via d’uscita.

Per uscire da questo nulla, la scalata deve quindi, dopo essere divenuta possibile, risolversi nella bellezza. Ciò che conta, in fondo, è l’intensità estetica che grava su una via, alias “quanto” la si può sentire bella.

La persona che scala va incontro a questa possibilità estetica; ma per far sì che l’opportunità di valorizzare l’arrampicata si concretizzi, la chiodatura presente sulla parete non dovrà in nessun modo compromettere né la purezza della roccia, né le possibilità insite nello scalatore di afferrarne i significati.

14.
Non si sa bene perché, non si capisce come, ma a volte s’avvera il miracolo e – sia benedetto San Bernardo di Mentone – la roccia riceve su di sé una sfilza di chiodi messi a regola d’arte, chiodatura perfetta eseguita con la diligenza del buon padre di famiglia.

A condizione che sia ben fatto, e solo a questa condizione, il “lavoro” del chiodatore “ARA” diventa allora qualcosa di veramente importante, poiché è proprio grazie ad esso che ogni scalatore potrà avere l’opportunità di vivere sulla roccia – e sulla propria pelle – delle esperienze di un certo valore, valore che sarà tanto più alto quanto più intense saranno le esperienze vissute.

Non è cosa da poco. Per quanto ne so io, l’intensità di queste esperienze è superata solo da ben poche altre cose al mondo.

(continua)

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Vedere i monti dal cielo

Vedere i monti dal cielo per me significa “avventura verticale”.

Non sono capace di volare con il parapendio o con l’aliante, non amo l’adrenalina del base-jump, mi rimane dunque l’opzione verticale.

Panorama dalla vetta del Catinaccio d’AntermoiaDalla vetta del Catinaccio d'Antermoia. Si intravede il Lago d'Antermoia. Sullo sfondo Sassolungo e Sella. 29.08.1985Qualcuno dirà che è più comodo raggiungere una cima camminando e da lì concedersi il panorama: non posso e non voglio contraddirlo. La maggior parte delle cime, se guadagnate con un po’ di fatica, ti concede, osservando lo spazio circostante la vetta, momenti estatici.

Potremmo dire che non può esistere vero panorama senza la fatica: il panorama oggettivamente è uguale in ogni caso, ma per chi ha fatto fatica assume una rilevanza soggettiva che fa la differenza, direi di più, che fa l’esperienza.

In vetta alla Seconda Torre di SellaA. Gogna, Seconda Torre di Sella, via Bataian, quarta ascensione, in vettaArrampicare sulle pareti di roccia o di ghiaccio è un viaggio del corpo ma anche, e soprattutto, della mente. Aggiungere pericolo alla fatica ti apre a percezioni inaudite. Quando sei esposto al vuoto ti sembra che la terra non sia solo bella, ma sia così come è più desiderabile di quanto tu abbia mai pensato. Non c’è come partire per voler tornare o comunque arrivare, e ciò che si vede in viaggio fa coincidere la partenza con l’arrivo.

Camminare e arrampicare sono forme grezze di pensiero: con esse puoi ringraziare il Creatore, oppure saziartene come forma artistica; puoi immergerti in esse come in un bagno di Natura, puoi trovare facilmente come esprimere il tuo amore. Perfino il tuo io può apprezzare ciò che vedi come sfondo delle tue gesta, con il pericolo di gonfiarsi a dismisura. Pericolo che si aggiunge ai pericoli, perciò esperienza che si aggiunge a esperienza.

In arrampicata sulla via Duelfer del Catinaccio d’AntermoiaIn arrampicata sulla via Dülfer al Catinaccio d'Antermoia

postato l’11 dicembre 2014