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Bagarinaggio a Yosemite

Recentemente mi sono capitate sott’occhio alcune pagine del bellissimo libro di Michael J. Sandel, Quello che i soldi non possono comprare – I limiti morali del mercato, Feltrinelli, 2013.

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Il bugiardino di presentazione promette una golosa lettura:
Spendereste qualcosa in più per saltare una coda? Accettereste dei soldi per farvi tatuare il corpo con messaggi pubblicitari? È etico pagare le persone perché sperimentino nuovi farmaci pericolosi o perché donino i loro organi? E che cosa dire dell’assumere mercenari per combattere le nostre guerre? O del comprare e vendere il diritto di inquinare? O del mettere all’asta le ammissioni alle università d’élite? O ancora del vendere il diritto di soggiorno agli immigrati disposti a pagarlo? Non c’è qualcosa che non funziona in un mondo dove tutto è in vendita? Negli ultimi decenni, i valori del mercato sono riusciti a soppiantare logiche non di mercato in quasi ogni ambito della vita: la medicina, l’educazione, il governo, la legge, l’arte, gli sport, persino la vita familiare e le relazioni personali. Quasi senza accorgercene, sostiene Sandel, siamo così passati dall’avere un’economia di mercato all’essere una società di mercato. In Giustizia, Sandel si era dimostrato un maestro nell’illustrare con chiarezza e vivacità i complessi dilemmi morali con cui dobbiamo confrontarci nella vita quotidiana. Ora, in questo nuovo libro, affronta una delle massime questioni etiche del nostro tempo e suscita un dibattito finora assente nella nostra epoca ossessionata dai soldi: qual è il giusto ruolo dei mercati in una società democratica e come si fa a tutelare i beni morali e civili che i mercati non rispettano e che i soldi non possono comprare?”.

Proponiamo qui il capitoletto dedicato al bagarinaggio, che Sandel tratta considerando tre casi differenti. Il primo ci interessa anche di più vista la nostra passione per la natura e per i parchi in generale.


Cosa c’è di sbagliato nel bagarinaggio?
di Michael J. Sandel

Perché alcuni esempi di aggiramento della coda a pagamento, di line-standing e di bagarinaggio ci sembrano censurabili, e altri no? La ragione consiste nel fatto che i valori di mercato sono dannosi per certi beni ma sono appropriati per altri. Prima di poter decidere se un bene debba essere allocato dai mercati, dalle code o in qualche altro modo, dobbiamo decidere che tipo di bene sia e come debba essere valutato.

Yosemite National Park, California
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Immaginarlo non è sempre facile. Consideriamo tre esempi di beni “sottoprezzati” che sono stati oggetto di bagarinaggio: le aree di campeggio allo Yosemite National Park, le messe all’aperto officiate da papa Benedetto XVI e i concerti dal vivo di Bruce Springsteen.

Il bagarinaggio dei campeggi allo Yosemite
Lo Yosemite National Park, in California, attrae più di quattro milioni di visitatori all’anno. Circa novecento delle sue principali aree di campeggio possono essere prenotate a un costo nominale di 20 dollari a notte. Le prenotazioni possono essere fatte per telefono, oppure online, a partire dalle ore 7 del quindici di ogni mese, fino a cinque mesi d’anticipo. Ma non è semplice riuscirci. Specialmente per la stagione estiva la domanda è talmente alta che le aree di campeggio vengono tutte assegnate in pochi minuti dall’apertura delle prenotazioni.

Campeggio a Yosemite National Park
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Nel 2011, però, il Sacramento Bee riportò la notizia che i bagarini stavano vendendo su Craiglist le aree di campeggio dello Yosemite a un prezzo che andava dai 100 ai 150 dollari a notte. Il National Park Service, che proibisce la rivendita delle prenotazioni, fu inondato di reclami contro il bagarinaggio e tentò di impedire il mercato illecito. Secondo la logica standard di mercato, non è chiaro perché dovrebbe farlo: se il National Park Service vuole massimizzare la welfare society che deriva dallo Yosemite, dovrebbe volere che le aree di campeggio vengano usate da chi attribuisce loro il maggior valore, misurato dalla disponibilità a pagare. Quindi, anziché tentare di respingere i bagarini, il National Park Service dovrebbe accoglierli, oppure alzare la tariffa clic fa pagare per le prenotazioni delle aree di campeggio al prezzo d’equilibrio ed eliminare la domanda in eccesso.

Ma l’opinione pubblica indignata nei confronti del bagarinaggio delle aree di campeggio dello Yosemite rifiuta tale logica. Il giornale che diede la notizia pubblicò un editoriale di condanna dei bagarini dal titolo I bagarini attaccano lo Yosemite Park: non c’è più nulla di sacro? e definì il bagarinaggio come un imbroglio da impedire, non come un servizio all’utilità sociale, sostenendo che “le meraviglie dello Yosemite appartengono a tutti noi, non soltanto a quelli che possono sborsare contanti extra a un bagarino“.

Dietro l’ostilità nei confronti del bagarinaggio delle aree di campeggio allo Yosemite vi sono in realtà due obiezioni: una relativa all’equità, l’altra relativa al modo appropriato di valutare un parco nazionale. La prima si preoccupa del fatto che il bagarinaggio sia iniquo nei confronti delle persone dai mezzi modesti, che non possono permettersi di pagare 150 dollari a notte per un’area di campeggio. La seconda obiezione, implicita nella domanda retorica dell’editoriale (“Non c’è più nulla di sacro?”), si riferisce all’idea che alcune cose non dovrebbero essere in vendita.

Secondo questo approccio, i parchi nazionali non sono semplicemente oggetti d’uso o fonte di pubblica utilità. Sono luoghi di bellezze e meraviglie naturali, meritevoli di apprezzamento, addirittura di timore reverenziale. Quindi il fatto che i bagarini mettano all’asta l’accesso a tali luoghi appare come una sorta di sacrilegio.

Papa Benedetto XVI a Ground Zero, New York
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Le messe del papa in vendita
Ecco un altro esempio di valori di mercato che collidono con un bene sacro: quando papa Benedetto XVI andò in visita per la prima volta negli Stati Uniti, la domanda di biglietti per le messe a New York e a Washington fu assai superiore alla disponibilità dei posti, persino allo Yankee Stadium. I biglietti gratuiti furono distribuiti dalle diocesi cattoliche e dalle parrocchie locali. Quando seguì l’inevitabile bagarinaggio dei biglietti (un biglietto fu venduto online a più di 200 dollari), i rappresentanti della chiesa lo condannarono sulla base del fatto che l’accesso a un rito religioso non avrebbe dovuto essere comprato e venduto. “Non ci dovrebbe essere un mercato dei biglietti” ha detto una portavoce della chiesa – non si può pagare per partecipare a una cerimonia sacra“.

Quelli che hanno comprato il biglietto dai bagarini potrebbero essere in disaccordo. Costoro sono riusciti a pagare per partecipare a una cerimonia sacra. Ma io penso che la portavoce della chiesa abbia tentato di mettere in rilievo qualcosa di diverso: sebbene sia possibile ottenere l’ingresso a una messa papale comprando un biglietto da un bagarino, il significato della cerimonia sacra viene corrotto se l’esperienza risulta in vendita. Trattare i rituali religiosi o le meraviglie naturali come merci è una mancanza di rispetto. Trasformare i beni sacri in strumenti di profitto significa valutarli nel modo sbagliato.

Il mercato per Springsteen
Ma che dire di un tipo di evento che è in parte un’iniziativa commerciale e in parte qualcos’altro? Nel 2009 Bruce Springsteen tenne due concerti nel suo stato d’origine, il New Jersey. Fissò a 95 dollari il prezzo del biglietto più costoso, sebbene potesse far pagare molto di più e riempire comunque l’arena. Questa politica calmierata dei prezzi portò a un dilagante bagarinaggio dei biglietti e privò Springsteen di un mucchio di soldi. Recentemente i Rolling Stones hanno fatto pagare 450 dollari per i posti migliori nel loro tour di concerti. Gli economisti che hanno analizzato i prezzi dei biglietti di un precedente concerto di Springsteen hanno scoperto che, facendo pagare meno del prezzo di mercato, Springsteen quella sera ha rinunciato a circa quattro milioni di dollari.

Bruce Springsteen
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Quindi perché non fissare il prezzo di mercato? Per Springsteen, tenere relativamente accessibili i prezzi dei biglietti è un modo per rimanere fedele ai suoi fan della classe operaia. È anche un modo per esprimere un determinato modo di intendere i concerti. Sono una macchina per far soldi, certamente, ma solo in parte. Sono anche momenti celebrativi il cui successo dipende dal carattere e dalla composizione della folla. Lo spettacolo non è costituito soltanto da canzoni ma anche dal rapporto tra l’artista e il proprio pubblico e dallo spirito che li tiene insieme.

In un articolo sul New Yorker a proposito degli aspetti economici dei concerti rock, John Seabrook fa notare che i concerti dal vivo non sono vere e proprie merci o beni di mercato; trattarli come tali vorrebbe dire sminuirli: “I dischi sono merci; i concerti sono eventi sociali e tentare di fare di un’esperienza live una merce rischia di rovinare tutto“. Seabrook cita Alan Krueger, un economista che ha analizzato come vengono stabiliti i prezzi dei concerti di Springsteen: “C’è ancora un aspetto dei concerti rock che li fa assomigliare a una festa piuttosto che a un mercato di merci“. Un biglietto per un concerto di Springsteen, ha spiegato Krueger, non è soltanto un bene di mercato. In un certo senso è un regalo. Se Springsteen facesse pagare il prezzo che il mercato è disposto ad accettare, danneggerebbe la relazione di dono che esiste con i suoi fan…

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Civiltà degli animali

Civiltà degli animali (1995)
Nel ‘700 lo stambecco, oggi simbolo del Parco Nazionale del Gran Paradiso, era un animale raro: già allora molti viaggiatori lo descrivevano come grande curiosità.

Il povero animale, un tempo diffuso in tutte le Alpi, era ormai ridotto a pochi esemplari che sopravvivevano nelle terre alte del massiccio del Gran Paradiso. Lo si era cacciato per la carne, ma anche per le taumaturgiche virtù di tutte le parti del corpo, che sembravano avere miracolosi effetti su molte malattie. E solo Dio sa quanti potessero essere gli alpigiani malati per giungere qua­si ad estinguere una specie!

Ai superstiti spettava però un ruolo assai importante, poiché la nascita del Parco si deve a loro e alla grande passione per la caccia di re Vittorio Ema­nuele II di Savoia. Il gioco del caccia­tore di stambecchi piaceva molto al so­vrano: siccome questi erano rari, egli pensò bene di assicurare solo per sé il divertimento. Facendo valere la sua autorità, fece rispettare le “Regie Paten­ti” che vietavano la caccia all’animale. Creò poi diverse riserve su tutto il territorio e vi mise a guardia un manipolo di monta­nari (ex bracconieri!), precursori degli odierni guardiaparco. Fu così che, per poter essere cacciato, il nostro stam­becco potè so­pravvivere. E qualunque stambecco incontriate sulle Alpi, è un discendente di quelli del Gran Paradiso, perché fu grazie a loro che iniziò il ri­popolamento alpino della specie.

Giovane stambecco con manto invernale. Foto: Lucio Tolar
Giovane stambecco con manto invernale - Capra ibex - Alpi Giulie

Oggi l’ecologia ci insegna che la vita animale non è solo un comple­mento al bosco e alle montagne, ma è parte intrinseca dell’ecosi­stema ambientale. Ogni ani­male, anche il più piccolo e il meno amabile, ha la sua ragione di esistere nello svolgersi ordinato della vita della Natura.

La loro vita nascosta o comunque non evidente ci ricorda le no­stre paure, le ansie, i sentimenti più intimi che ci sembra di aver perso per strada. Basta cercare lo sguardo, le luci diverse dei loro occhi, i tagli metallici o le pupille calde: sono emo­zioni forti, specchi fedeli di ciò che si agita dentro di noi. Un Parco Nazionale facilita questa ricerca, perché gli animali sono più visibili: ri­trovando i sentimenti celati, ritroviamo la stra­da stessa.

Marco quel giorno aveva tentato di far colazione in Valsavaren­che, in uno dei tanti bar di fondovalle, un po’ squallidi nel lo­ro arredamento rustico moderno. Anche lì, come è vezzo di baite, rifugi, trattorie tipiche e anche anonime piz­zerie, esponevano in bella vista trofei, corna di cervo, mezzi busti di stam­becco, uccelli impagliati. C’era una varietà di bestie insolita, nulla in comune tra loro se non il fatto di essere state impiombate. In un attimo, Marco aveva preso la decisione di cambiare bar.

Sono tanti quelli che non gradiscono i trofei, un po’ meno quelli che lo dicono apertamente. Per il momento il boicottaggio è l’u­nica reazione possibile e così come oggi si afferma sempre più il rifiuto della pelliccia, speriamo che in futuro l’assenza di ca­daveri impagliati e appesi sia la misura di un livello di civiltà mi­gliore.

Ma la condanna della truce esibizione nei locali pubblici di que­sti poveri animali ci induce a pensare che il nostro pietismo e la nostra considerazione morale si rivolgono solo ad alcune spe­cie. I piccoli e graziosi mammiferi selvatici sono degni della nostra gerarchia etica, e così anche gli uccellini indifesi hanno un posto nel nostro cuore: li amiamo quasi come i nostri animali domestici. Altri, come stambecchi e camosci, sono simboli di li­bertà ed autosufficienza, perciò destano almeno la nostra ammira­zione. Orsi ed aquile vanno oltre, perché dotati anche di grandi abilità o grande forza.

Panorama sul Gran Paradiso dalla Cima dell’Arolley. Foto: Andrea Rolando
cima dell'arolley, valsavarenche, valle d'aosta

Gli altri animali invece sono fuori da questo cerchio magico del benvolere umano. Infatti roditori, formiche e vari insetti non destano molte attenzioni. Mentre i serpenti, meglio se velenosi, almeno godono di una buona conserva­zione in vasi di vetro pieni di alcol e sono esposti al pubblico in spasimi contor­ti. Rettili velenosissimi e ragni da incubo sono i protagonisti di alcune mo­stre itineranti che, assieme agli strumenti medioevali di tortu­ra, costituiscono da un po’ di anni le sole iniziative culturali di molte aziende di soggiorno montane.

Sempre l’ecologia ci insegna che l’amore per gli animali in gene­rale non de­v’essere il nostro metro per rispettarli: solo cono­scendo quanto delicati sono gli equilibri tra le varie specie e quanto complicate le interconnessioni con il mondo vegetale, a­vremo pieno rispetto.

Il Parco Nazionale del Gran Paradiso è un santuario degli anima­li: qui il loro comportamento è diverso, perché loro sentono di essere protetti. Altrove conti­nua il massacro, ma qui siamo su un’isola felice. Nei pressi della Croce dell’Arolley, poco di­stante dal sentiero, un papà sta mostrando a numerosi bambini al­cune varietà di fiori. I bimbi sono curiosissimi e fanno un sacco di domande al povero padre, che è chiaramente in difficoltà. A giudicare dal ge­nuino interesse e dalla freschezza di tutta la scena, nasce la speranza di una vita animale nobile come quella umana. E mentre imparano a riconoscere le orme delle bestie che quasi non conoscono dal vero, Marco avrebbe voglia di dir loro che in altri luoghi gli animali al pascolo sono disturbati di continuo, ancor più di notte con i fari, che i quadrupedi selva­tici sono inseguiti, stuzzicati, che i rettili son presi a basto­nate perché si pensa che siano pericolosi, che le ragnatele son distrutte per gioco, i formicai rasi al suolo, trappole di ogni ge­nere son disposte per catturare per scherzo.

Cima dell’Arolley dal Gianzanaz
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Eppoi gli schiamazzi, i rumori, oppure al contrario gli apposta­menti per poter avvicinare mammiferi e uccelli, gli inseguimenti con le torce elettriche. Tutti da bambini abbiamo provocato la fuga dai nidi, portato via le uova. Non dobbiamo toccare i picco­li: alcuni genitori, dopo il contatto con l’uomo, potrebbero non riconoscerli e quindi li abbandonerebbero.

Anche il nostro cane può essere fonte involontaria di grande di­sturbo: tenia­molo perciò sotto controllo, anche al guinzaglio se necessario.

Chi conosce bene gli animali e le loro abitudini sa come si possono osser­vare con discrezione: i corsi di birdwatching e le guardie forestali possono dare preziosi consigli anche agli adul­ti. Prendiamo al volo l’occasione di essere nel cuore di un Parco Nazionale e abituiamoci a considerare la fauna un bene co­mune e quindi un bene superiore: un bene che non possiamo amministrare a nostro arbitrio, scegliendo cosa ci è simpatico e cosa no.

La Cima dell’Arolley è veramente solitaria, non raccomandata sulle guide e sulle monografie del Gran Paradiso. È al centro della testata della Valsava­renche, perciò al centro e in cima del mondo animale che sovrasta. Una mon­tagna a misura d’uomo dove l’uomo non c’è. Questo ha preferito le cime più alte. Poco di­stante in linea d’aria, nei rifugi affollati dell’altro versante, nello stesso momento persone di varia nazionalità stanno per ce­nare su immensi tavoloni. Domani saliranno in vetta al Gran Para­diso, che attira ogni anno tanta gente perché è uno dei “quattro­mila” più popolari delle Alpi. Càstore, Breithorn, Gran Paradiso e Pizzo Bernina si disputano infatti il record di afflusso.

Stambecco. Foto: Mario Verin
Stambecco

A Marco sembra di essere più in montagna ora, su una facile cima solitaria a neppure tremila metri, di quando armato di piccozza e ramponi ha salito monta­gne ben più difficili e più alte.

Questo giorno è stato magico, la vicinanza dei fiori e delle roc­ce nude, ma so­prattutto degli animali che lo osservano ha rasse­renato un animo che ancora sente ben forte l’attrazione per le grandi cime e la voglia di misurarsi con esse.

Corda e compagni di cordata sono lontani, non partecipano a que­sto solitario bagno di luce di tramonto. Al Rifugio Vittorio Ema­nuele II sono stati serviti gli spaghetti al sugo e qualcuno li avrà trovati un po’ scotti. Il rosso sulle cime è svanito in un momento, ora con la luce del crepuscolo Marco deve scendere e ar­riverà alla sua auto col buio. In giro non c’è più nessuno, gli animali sono tutti a nanna. È stanco e affamato.

Al Rifugio Chabod qualcuno si starà lamentando che le coperte so­no umide e puzzano.

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I diritti delle rocce

Roderick Nash, è stato professore di storia e studi ambientali all’università di Santa Barbara in California. Questo suo scritto è comparso sul fascicolo di ottobre 1975 del giornale dei Friends of the Earth (Amici della Terra). Quest’anno cade il cinquantesimo anniversario di questo saggio fondamentale.

I diritti delle rocce
di Roderick Nash (1975)
(traduzione di Gabriella Mongardi e Francesco Framarin, da Rivista Mensile del CAI, 7-8, 1976)

L’autostrada 64, a nord di Williams, attraversa il Coconino Plateau. Percorretela in una giornata limpida e il senso dello spazio vi sopraffarà. A sud-est, le cime di San Francisco appaiono indistinte un miglio sopra l’orizzonte. Davanti, a nord, voi percepite, più che vedere, un altro miglio di varietà topografiche, ma questa volta al di sotto: il Grand Canyon. È uno scenario in cui emergono per miglia e miglia grandi cartelli.

Si legge: “La più sicura fabbrica di denaro dell’Arizona: la terra. Suddivisione del Grand Canyon”.

Il cartellone non fa solo pubblicità, ma presume di definire la terra. Misurata con le credenze di altre culture in altri tempi, la definizione è non soltanto insolita, ma incomprensibile.

Vecchie case di granito a Ferrugende, Portogallo
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Se gli autoctoni predecessori sul Coconino fossero stati in grado di erigere cartelli, la definizione sarebbe potuta suonare: “La terra è la nostra madre”. Ma l’insegna sull’autostrada 64 dice tutto sull’atteggiamento americano tradizionale.

Criteri economici o utilitaristici dominano il modo di pensare americano relativo al territorio e al suo uso. Occasionalmente vengono fatti pesare sulla questione fattori estetici, ma anche qui l’antropocentrismo prevale: ciò che conta è il senso del bello che ha l’uomo. Il territorio viene modellato a gusto d’uomo, l’interesse umano predomina.

Pochi hanno osato opporsi, con Aldo Leopold, alla fabbrica dell’antropocentrismo, per sostituirlo con un concetto di “comunità” che è vasto come la vita, vasto come la Terra.

In questa prospettiva le considerazioni economiche e persino estetiche sono assolutamente irrilevanti come determinazioni fondamentali dei rapporti uomo-terra. Il criterio ultimo diventa etica giusto e ingiusto, non guadagno e perdita o anche bellezza e bruttezza. Da questa concezione dell’ambiente scaturisce una “etica della terra” che è indiscutibilmente importante per la Terra stessa, ma che può essere ugualmente importante nella ricerca da parte dell’uomo di essere più pienamente umano.

Molte persone ben pensanti, ma forse poco lungimiranti, disdegnano questa mentalità in quanto contraria alle soluzioni tecnologiche dei problemi ambientali.

Secondo loro, interessarsi di etica è come preoccuparsi della posizione delle poltrone sul “Titanic”. Perché perder tempo con il giusto e l’ingiusto, mentre Roma brucia? D’altro canto si potrebbe dimostrare che il più grave tipo di inquinamento che oggi sperimentiamo è l’inquinamento “mentale”.

In fin dei conti ciò che facciamo è un prodotto di ciò che pensiamo, e più precisamente di ciò a cui diamo importanza. Ne consegue che l’umanesimo è vitale per comprendere e risolvere i problemi ecologici. L’etica, in particolare, è parte essenziale di ciò che Robert Heilbroner chiama una “capacità interna di risposta” della società alle minacce esterne, quali ad esempio il deterioramento della qualità dell’ambiente. È l’etica che risponde alle domande che stanno a cuore ai “conservazionisti”, a partire dai ragazzini delle elementari che riciclano i giornali: “Perché, dopo tutto ciò che si dice e si fa, io dovrei preoccuparmi per un corretto uso del territorio? Perché dovrei perseverare, quando occorre tanto sacrificio personale? Al diavolo la natura! Perché interessarmi alle cicogne?” A meno di riuscire a trovare risposte accettabili -lo ammetto- la conservazione della natura poggia su fondamenta di sabbia.

Molti recenti convertiti all’idea di un atteggiamento etico nei confronti della Terra e del suo completamento che è la vita sono sorpresi di scoprire che le radici dell’etica ecologica si estendono ben oltre il corrente movimento ecologico che ha attratto di recente la loro attenzione.

Fino a quel tempo, essi presumono, la conservazione della natura implicava rapporti economici, non etici. Ma uno sguardo più attento alla storia dell’etica ecologica nel pensiero occidentale mette in luce un americano che morì il 21 aprile 1948, mentre lottava contro un incendio boschivo lungo il fiume Wisconsin.

Formazioni calcaree di 5.000 anni, Egitto
DirittiRocce-Egitto-formazioni-calcaree-di-5-mila-anniAldo Leopold, con la sua formulazione di un’etica della Terra, principalmente in A Sand County Almanac, deve essere considerato come uno dei più significativi contributi di questo paese alla storia del pensiero. Per le persone abbastanza coraggiose da affrontarne il pieno significato, le implicazioni delle convinzioni di Leopold sui rapporti uomo-ambiente sono rivoluzionarie.

Il diagramma qui sotto può essere utile per spiegare le idee di Leopold e le mie (spero legittime) deduzioni.

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L’idea centrale, espressa nel diagramma, è l’evoluzione dell’etica. La scala del tempo sulla sinistra del diagramma esprime la supposizione di Leopold che in qualche punto del passato l’etica non esistesse. Il motivo è semplice: la vita esisteva prima della capacità della mente di pensare in termini di giusto o ingiusto. In ciò che è chiamato il “passato pre-etico”, gli esseri interagivano sulla base di uno stretto utilitarismo, la base del “con le unghie e i denti”. Il “passato etico” cominciò quando una forma di vita, nella sua evoluzione mentale, giunse al punto in cui era possibile concepire un’azione come giusta o ingiusta in base a motivi diversi da quelli del mero utilitarismo. Per lungo tempo -sembra logico- l’etica si applicò soltanto al “se, stesso” (la riga più bassa nel diagramma) e rappresentò, infatti, appena un piccolo passo avanti rispetto al mondo pre-etico di lotte isolate per l’esistenza.

A questo rudimentale stadio dello sviluppo etico, sotto la spinta dell’istinto di sopravvivenza, una persona poteva divorare il suo compagno o i suoi figli senza rimorsi o punizioni.

Nella seconda riga del diagramma, l’etica si è evoluta fino ad includere le famiglie. Ora, un compagno e la prole sono inglobati nell’involucro della protezione etica, anche se fuori del cerchio magico del nucleo o della caverna famigliare tutto era un oscuro groviglio di rapporti immmorali (in realtà a-morali). L’estensione può essere stata sollecitata dall’impulso a provvedere alla propria gente.

L’etica, allora, fu un aiuto nella lotta per l’esistenza. Aldo Leopold, riconobbe questo quando scrisse che l’etica spinse l’individuo, portato per istinto alla competizione, a collaborare “perché ci potesse essere uno spazio per cui competere”.

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Questa presa di coscienza, secondo Leopold, scaturì dal fatto che l’individuo riconobbe di essere “un membro di una comunità di parti interdipendenti”.

Secondo la visione dell’ecologo Leopold, tutta l’etica derivò da questa presa di coscienza della comunità. In questo senso, allora, il diagramma, mentre raffigura la dilatazione dell’etica, delinea anche l’ampliamento della nozione di comunità (oppure società).

L’implicazione che l’etica in fondo sia basata su un illuminato auto-interesse rimane una delle più plausibili spiegazioni della formulazione che noi diamo all’idea di giusto.

La famiglia allargata è una fase di transizione alla tribù. In questo stadio -che si può supporre – prevalse per molte migliaia di anni, vi sono i germi della società: i membri di una tribù si rispettano e si proteggono reciprocamente, ma giusto e ingiusto sono limitati ai membri della tribù, come oggi ancora avviene nelle bande dei teppisti delle città. Per valutare giustamente la forza dell’etica, si immagini un incontro fortuito fra membri di una tribù su un sentiero della foresta, lontano dal freno della vergogna o della punizione. L’incontro non porta né a violenze, o a rapine, né a catture, o a uccisioni.

Ma si immagini lo stesso incontro fra membri di tribù diverse: violenza e probabilmente morte sono quasi certe. È l’etica che spiega la differenza.

Ma l’etica continua ad evolversi in altri modi.

Le tribù che occupano la medesima regione gradatamente scoprono i benefici del rispetto reciproco, e si uniscono con altre tribù nel definire un’etica a base più vasta. In questa associazione si trovano le radici delle nazioni, e così pure la sicurezza con cui noi possiamo oggi attraversare molti confini di stati, da New York alla California, senza essere violentati, rapinati o uccisi. Oggi, durante le guerre, noi vediamo quanto sono potenti i principi dell’etica nazionale, e come il nemico sia privo di protezione.

Le convenzioni internazionali sullo stato di guerra, che in teoria suppongono un sistema etico basato sulla dignità di tutti gli uomini, hanno dato prova di essere fragili canne di fronte all’avidità e all’odio. William Calley, il soldato accusato di aver ucciso oltre un centinaio di civili vietnamiti a May Lai, è stato accusato di essere totalmente privo di senso morale. Ma questa affermazione non coglie il punto essenziale.

Calley è perfettamente morale nell’ambito della sua teoria etica: egli non aveva, per esempio, l’abitudine di mitragliare gli abitanti della sua città natale in Georgia. Ma i vietnamiti erano per lui al di fuori del cerchio dell’etica, come gli ebrei lo erano per Hitler. Agli occhi di Calley, la sua azione a My Lai non implicava affatto una questione di giusto o ingiusto. Questo spiega le reazioni confuse di Calley e dei suoi difensori di fronte alle critiche e al processo che seguirono il suo ritorno negli Stati Uniti, per lui i “gooks” (espressione militare per vietnamiti) non contavano; per gli altri, invece, contavano poiché erano esseri umani.

Un senso di identità razziale è uno stadio intermedio fra un’etica basata sulla nazione e fra un’etica basata sulla specie, allo stesso modo che la famiglia aprì la strada alle alleanze tribali. La maggior parte dei negri possiede un senso di comunità che prescinde dalla nazionalità; altrettanto capita ai bianchi, ai rossi e ai gialli.

L’etica si espande, con questa estensione di fratellanza, concetti religiosi come la Regola d’oro, che Leopold cita (“fa agli altri quello che vorresti essi facessero a te”), e i suoi analoghi in altre fedi, mostrano il potenziale di un’etica che abbraccia tutto il genere umano. Aldo Leopold rivolse una particolare attenzione a quella zona buia dell’etica che permette la schiavitù. I paragrafi iniziali di The Land Ethic descrivono come il divino Odisseo uccise una dozzina di fanciulle schiave al suo ritorno dalla guerra di Troia.

Non già che Odisseo ritenesse giusto l’assassinio: semplicemente, gli schiavi non rientravano nella categorica ètica che proteggeva la moglie di Odisseo e i suoi compatrioti. Gli schiavi erano proprietà; i rapporti con loro erano strettamente utilitaristici, “una questione di convenienza, non di giusto o ingiusto”, per usare le parole di Leopold.

Per gli schiavi la conquista di una identità etica doveva attendere il raggiungimento del livello che il diagramma chiama “umanità”. In Occidente tale estensione dell’etica non avvenne fino al diciannovesimo secolo.

Negli USA – molti storici lo pensano – ciò richiese una guerra civile. L’ambiente – si può dedurre – è ancora schiavizzato. Ciascuno tragga le conclusioni che vuole.

Cave di marmo in Alpi Apuane
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L’EVOLUZIONE DELL’ETICA
Futuro
AMBIENTE (i diritti delle rocce)
VIVENTI
PIANTE
ANIMALI

Presente
MAMMIFERI
UMANITÀ
RAZZA
NAZIONE

Passato etico
TRIBÙ
FAMIGLIA
SE STESSO

Passato pre-etico

Basalto
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Quello che interessava Aldo Leopold era la possibilità di sviluppare un’etica che trascendesse l’uomo – che fosse estesa ad includere le altre forme di vita e, da ultimo, la terra stessa. La riga più alta del diagramma rappresenta questo ampliamento. Per la maggior parte degli americani – oggi – il primo scalino non è troppo difficile da fare.

Noi ci siamo abituati ad includere i mammiferi graziosi ed utili nella nostra gerarchia etica. Li poniamo nella nostra casa e spesso li trattiamo con la stessa cura dei bambini.

Altri animali utili, come gattini e pulcini, hanno un posto sicuro nelle strutture etiche.

Per esempio, oggi la maggior parte della gente degli USA rimarrebbe impressionata alla vista di qualcuno che uccidesse un cane. Potrebbero persino chiamare la polizia o almeno il dirigente locale della “Humane Society” o della “Società per la Prevenzione delle Crudeltà verso gli Animali”. In qualche modo essi sentono che uccidere un cane è ingiusto, secondo la medesima categoria morale per cui è ingiusto uccidere una persona, se non ancora allo stesso livello di severità legale.

Nonostante questi promettenti inizi, la cecità etica incomincia appena noi oltrepassiamo gli animali di casa. Per continuare l’esempio precedente, pochi oggi verrebbero offesi dal vedere qualcuno che tira sassi a un serpente, o intrappola un roditore o spruzza insetticida su una fila di formiche: per la maggior parte della gente queste forme di vita sono al di fuori dell’etica.

Non è che quelle persone siano immorali: esse probabilmente proteggerebbero la vita del loro cane a prezzo della propria; è soltanto che hanno una “barriera” etica: i cani sono all’interno del cerchio magico, i serpenti, i vermi e le dorifore delle patate ne sono fuori. Naturalmente ci sono variazioni.

Ciascuno di noi conosce qualcuno che tiene serpenti domestici e li attorciglia attorno al suo collo: ma che cosa pensano, gli amanti dei serpenti, dei topi con cui li nutrono? O delle amebe?

L’aggressione delle cave sul Monte Corchia (Alpi Apuane)
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Una volta superato lo stadio dell’animale di casa, la capacità dell’uomo di avere rapporti etici con altre forme di vita cala rapidamente. Soltanto alcuni sentono che le piante di qualsiasi genere sono degne di essere incluse nella sfera etica; ancor meno numerosi sono coloro che estendono l’etica ai protozoi e a consimili organismi primitivi. Far questo significa accettare la sacralità della vita in se stessa. Albert Schweitzer, con la sua concezione del rispetto per la vita, per ogni vita, e Aldo Leopold, con la sua etica della terra, furono eccezioni.

È importante evitare l’antropomorfismo. La tendenza dell’uomo ad attribuire alle altre forme di vita attributi umani, come un pre-requisito per dar loro un rispetto etico, fa fallire interamente lo scopo dell’etica della terra, che è quello di affermare la dignità e la sacralità della vita “indipendentemente” dall’uomo. Naturalmente l’antropomorfismo, al momento attuale, è antropocentrismo. Il modo per estendere l’etica non è di mutare gli animali in esseri umani, ma piuttosto di riconoscere il valore degli animali in quanto tali.

L’antropomorfismo è una manifestazione di quell’etica incompleta che accordava rispetto ai negri poiché avevano l’aspetto e/o agivano da bianchi.

Un’effettiva estensione etica, in questo caso, consisteva non nel rendere bianchi gli uomini neri, ma nel riconoscere la loro “negritudine”. Allo stesso modo, non c’è alcuna genuina estensione dell’etica nell’entusiasmo per Lassie o Snoopy o l’orsetto Smokey.

Il più alto livello dell’evoluzione etica coinvolge i rapporti dell’uomo con parti dell’ambiente che comunemente non sono considerate vive, quali l’aria, l’acqua e le rocce. Leopold aveva chiara in mente quest’estensione quando, in A Sand County Almanac, dichiarava che “l’etica della terra semplicemente allarga i confini della comunità fino a includere suolo, acqua piante e animali, o, collettivamente: la terra”. “Terra”, infatti, era il termine sintetico che Leopold usava per indicare l’intero ambiente, le sue parti viventi, come quelle a cui comunemente non attribuiamo vita. In nessun rapporto, allora, l’uomo sarebbe esentato da responsabilità etiche.

Calcare di Domaro
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“Un’etica della terra – spiega Leopold – muta il ruolo dell’Homo Sapiens da conquistatore della comunità-terra a semplice membro e cittadino di essa. Ciò implica rispetto per i suoi concittadini, e anche rispetto della comunità in quanto tale”. I “concittadini” sono chiaramente le altre forme di vita, ma Leopold è attento a riconoscere “la comunità in quanto tale” il che indica la sua estensione dell’etica all’habitat, al sistema e all’intero processo biologico.

Il passaggio dalla vita all’ambiente non vivente è la parte più difficile dell’evoluzione etica. Persino Aldo Leopold evitò di compromettersi nell’at-tribuire uno “status” etico all’ambiente non vivente. Ma è possibile concepire i diritti delle rocce. Noi potremmo pensare che le rocce abbiano il medesimo “status” etico del “sé” e della famiglia. In questo senso, aprire una cava verrebbe considerato un crimine odioso quanto violentare una figlia del vicino; lo sterminio di una specie verrebbe equiparato al genocidio.

Ci sono numerose vie, intellettuali ed emotive, attraverso cui si può attuare il passaggio da un’etica della vita a un’etica ecologica globale. Alcuni seguaci di fedi religiose dell’Estremo Oriente hanno fatto il salto etico già da secoli, col minimizzare l’importanza della vita rispetto a quella dello spirito divino che permea tutte le cose, viventi e non viventi. In questa prospettiva una roccia potrebbe essere eloquente come un albero, un orso o un bambino nel rivelare verità e armonie universali. Un’altra opzione, comunemente fatta da coloro che asseriscono i diritti delle rocce, è sostenere che le rocce, viste nella giusta luce, sono vive e quindi meritano in piena misura il rispetto etico accordato a tutta la vita.

Si può avanzare questa ipotesi sostenendo che le rocce contengono allo stato grezzo tutti gli elementi chimici delle cose che noi consideriamo normalmente come viventi. Un po’ di riorganizzazione, un bel po’ di tempo, e chi dirà che l’inanimato non viva? Loren Eiseley vide bene quando osservò che l’uomo e tutti i viventi non sono composti che “di polvere e di luce di una stella”.

Del resto, è del tutto plausibile che la nostra attuale definizione di “vita” sia enormemente limitata: semplice frammento di uno spettro che si estende a includere cose come le rocce. Sappiamo che esistono suoni che l’uomo non può udire e colori che non può vedere. Forse ci sono stadi di vita che trascendono anche il nostro presente stato di intelligenza. Eiseley, di nuovo, esprime eloquentemente tale concetto. Le pietre – egli scrive – sono bestie di un tipo che l’uomo non comprende, poiché vive troppo rapidamente per capire. Esse sembravano inanimate perché il ritmo della vita, in loro, era lento. Tali idee non si prestano ai tipi tradizionali di prova, tuttavia sono del tipo delle idee di fondo degli umanisti e sono i puntelli dell’etica ecologica. Ma forse le pietre non vivono; forse meritano rispetto per quello che sono.

Una scala in granito
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Ci sono naturalmente dei problemi, in questa estensione dell’etica. Mentre risaliamo la Piramide rovesciata dell’etica fino al livello delle rocce, noi andiamo ben oltre il punto in cui gli esseri degni di identità etica possono parlare a proprio favore.

Gli schiavi chiedono e – ancor più importante per l’ora attuale – definiscono la libertà; le rocce no.

Ciò significa che tocca all’uomo farlo, e di conseguenza esistono molte possibilità per una azione appropriata. Dopo tutto, cosa vogliono le rocce? Sono violati i loro diritti quando vengono squadrate per un edificio, o frantumate per un pavimento, o quando a una viene data forma di statua? L’antropocentrismo è inevitabile in qualunque risposta noi diamo, come pure in qualsivoglia sistema correttivo possiamo applicare. Al momento attuale, l’unica via d’uscita può essere di supporre che le rocce e ogni altra cosa vogliano stare come sono: le cose viventi vogliono vivere, le rocce vogliono essere rocce. Il comportamento etico può consistere nel rispettare quella condizione.

Ma finalmente giungiamo faccia a faccia con l’idea che l’estensione dell’etica in ultima analisi può avere per la terra minor importanza che per il nostro proprio essere uomini. Se la capacità di concepire idee etiche è uno degli attributi che ci distingue in quanto esseri umani, allora l’estensione dell’etica è una delle cose che possiamo fare per realizzare pienamente la nostra umanità. Le rocce, in realtà, non possono entrare con noi in un rapporto del tipo “fa agli altri ciò che vuoi essi facciano a te”. Ma nella misura in cui possiamo rispettare i diritti delle rocce, noi rispettiamo anche, e accresciamo, le potenzialità dell’uomo.

Il cartello sull’autostrada 64 sicuramente sta a un estremo della gamma di atteggiamenti dell’uomo verso la terra. All’altro estremo si potrebbero citare le prime parole che accolsero i visitatori del padiglione degli Stati Uniti all’expo ’74 di Spokane. Scolpita sull’ingresso principale, in lettere grandi quanto quelle del cartello dei “valorizzatori” dell’Arizona, c’era un’affermazione tratta dal discorso del capo indiano Seattle nel 1854: “La terra non appartiene all’uomo; è l’uomo che appartiene alla terra”.

Un’etica della terra è implicita nelle parole del capo indiano, ma – è significativo – egli parlava al di fuori della corrente principale del pensiero economico, legale e religioso americano. Nel 1854 egli era completamente solo. Ma oggi c’è una porzione crescente della società americana preparata a guardare criticamente alle tradizioni dominanti, se non a starne al di fuori. Noi abbiamo visto venir fuori il termine “contro cultura”, a questo riguardo. E Aldo Leopold è diventato un po’ un “guru” del nuovo vangelo dell’ecologia, che rifugge dalle vecchie motivazioni utilitaristiche per una nuova definizione di conservazione della natura, che evidenzi l’armonia dell’uomo con la terra.

In questa prospettiva, un responsabile uso del territorio è una questione etica, non legale, né economica e neppure estetica.

L’etica della terra ci chiede di essere interessati alle condizioni dell’ambiente non perché è vantaggioso o bello, e neppure perché ciò permette la nostra sopravvivenza come specie, ma perché in ultima analisi è cosa giusta.

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C’era una volta il “tentativo”…

C’era una volta il “tentativo”…
di Stefano Michelazzi

Di questa zona del Brenta si sa ben poco, l’esplorazione delle pareti è un decimo di quella delle “sorelle” svettanti nelle zone più note della Val Brenta o della Val d’Ambièz.
La roccia qui è più vicina ad un bel calcare compatto piuttosto che alla dolomia e l’arrampicata assume difficoltà elevate anche sulle forme meno ripide.

Stefano Michelazzi sulla prima lunghezza del Gran Diedro della Piccola Sentinella delle Caverne, 17 luglio 2013
Tentativo-Gran Diedro 1° TIRO (1)S. Michelazzi
Diego Lavo sulla prima lunghezza del Gran Diedro
Tentativo-Gran Diedro 1° TIRO (5)Diego LavoE’ già da due anni che osservo questa bellissima torre che come una sentinella eterna, “controlla” l’imbocco della Val Gelada di Tuenno. Un posto da favola questo, un pelo al di fuori delle rotte più seguite dagli escursionisti, in un ambiente allo stesso tempo grandioso e chiuso su sé stesso, diverso dal resto del gruppo, quasi irreale… Bisogna farvici un giro per capire cosa intendo dire, perché a spiegarlo a parole non è facile descrivere la bellezza incredibile della zona nord del Brenta…

Diego Lavo sulla seconda lunghezza del Gran Diedro
Tentativo-Gran Diedro 2° TIRO (1)Diego LavoDue estati passate ad accompagnare clienti su questi percorsi poco noti e poco frequentati, ma mai un momento per dare vita a quell’idea di salire questa torre, di saggiarne la ruvidità della roccia. In stagione sono occupato col lavoro e a fine stagione, quando si potrebbe ancora frequentare la montagna e viverne i colori autunnali, la pioggia e la neve in questi due anni son arrivate tanto presto da non lasciarmi lo spazio necessario e quindi i miei obiettivi si son spostati su salite più abbordabili.

Arriva luglio e tra una settimana di trekking e un’altra di arrampicata, mi rimane libero un giorno, un giorno soltanto, ma da sfruttare, da riempire con l’entusiasmo delle mie passioni personali e Diego è libero anche lui ed ansioso di sfogare la smania di arrampicare che il suo lavoro, amato ma totalizzante, non gli permette di gustare come gli piacerebbe.

Sveglia all’alba!
Un paio d’ore di auto ci depositano davanti ai verdi prati della Malga Tuenna dove un caffè è d’obbligo!
Diego non è mai stato da queste parti e ne rimane completamente affascinato, come dicevo: qui non è come più a sud…
Alla fine di un percorso splendido siamo finalmente all’attacco di quella che avevo individuato come la linea più interessante: un grande diedro che solca quasi interamente la parete.

Stefano Michelazzi sulla quinta lunghezza, oltre il diedro
Tentativo-Gran Diedro 5° TIRO (1)S. Michelazzi sulle placche dopo la fine del diedro.

In questi due anni ho cercato informazioni in giro per avere notizie di eventuali salite in zona, ma nessuno ha mai saputo dirmi qualcosa, ipotizzo quindi che la linea sia ancora libera.

Attacco il diedro che si dimostra subito ostico molto più del previsto, la sua roccia liscia e compatta mi impegna non poco nei primi dieci metri e qui arriva la sorpresa: nascosto da un ciuffo d’erba un chiodo…! Allora qualcuno da qui è passato già? E’ solo un tentativo o esiste già una via? Domande che via via lungo il primo tiro mi verranno svelate, da alcuni chiodi presenti e dalla sosta con vecchio cordone che trovo alla fine… Vabbé, poco male, concordo con Diego che vale comunque la pena di arrampicare avanti su questa bella linea che in ogni caso ci entusiasma, vista la linearità e la bellezza dell’arrampicata.

Seconda lunghezza un po’ meno lunga e un po’ meno difficile, ma non per questo banale, anzi, e si continua. Un altro tiro ed un’altra sosta, che evito (salendo abbiamo rinforzato le altre due), allungando fino all’allargamento del diedro, che ora si trasforma in canale. Sono circa 150 metri e siamo poco più su della metà della parete. Da qui non si intuisce più una possibile continuazione del percorso, anzi, un chiodo ancora visibile e poi più nulla…

Strano però, il diedro continua ancora un pezzo a destra e il chiodo invece si trova a sinistra… Mah…? Che facciamo?
Ci pensiamo su un momento e poi decidiamo che vale la pena continuare nel diedro per salirlo integralmente e poi forzare l’uscita sulle placche che si intravvedono dopo il suo termine. Così facciamo ed arriviamo al confine col cielo, dopo altri due tiri difficili e due sulle più facili rampe sottostanti la vetta.

Beh non sarà una prima ma la variante ha il merito di salire tutto il diedro e arrivare in cima in modo logico! Almeno così pensiamo…

Passa un anno e grazie a un contatto del mondo virtuale che abita in quelle zone, scopro che esiste una piccola pubblicazione locale, introvabile in giro dove sono segnati alcuni itinerari tra i quali la salita della Piccola Sentinella delle Caverne nel sottogruppo di Cima Paradiso… la nostra salita!
Bene almeno sapremo quale via abbiamo ripetuto, chi i primi salitori, e quando è stata aperta…!

E fin qui nulla di strano. Strano invece ciò che scopro leggendo la relazione… : la via s’interrompe proprio dopo l’ultimo chiodo che vedemmo a circa 100 metri dalla cima! La motivazione poi mi lascia esterrefatto: “La via non sale sino alla vetta, perché è stata dedicata a un grande alpinista ancora in vita al momento dell’apertura”.

Cioè???

Beh, di cose strane è pieno il mondo e questa non sarà sicuramente la più strana, però una certa perplessità devo dire che non è assurda. Un tempo questo tipo di salite a metà, venivano definite tentativi, oggi sempre più spesso c’è chi le considera vie complete…

La cima si dice non sia importante e su questo concordo, anche una lastra rocciosa isolata e senza vetta di riferimento può essere un obiettivo eccellente per fare alpinismo, ma si presume che una via che si definisca tale la solchi dal primo all’ultimo metro… se poi i ripetitori vorranno evitare le ultime lunghezze perché magari poco interessanti, sarà affare loro…

In ogni caso per non portare via niente a nessuno e visto che il grande diedro non era stato salito ancora, prima che io e Diego ci mettessimo le mani…:

Dolomiti di Brenta – Sottogruppo di Cima Paradiso
Piccola Sentinella delle Caverne – parete sud-est
Gran Diedro
Prima salita integrale: Stefano Michelazzi, Diego Lavo – 17 luglio 2013
280 m circa – difficoltà: VII
seguendo in parte la “via” Crismax del 1994.

Tentativo-schizzo

Tentativo-tracciato con via preesistente

postato il 9 ottobre 2014

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Riflessioni sull’etica alpinistica

Riflessioni sull’etica alpinistica
di Guglielmo Magri, Istruttore Arrampicata Libera Scuola Alpinismo Giuliano Mainini (CAI Macerata) e collaboratore Scuola Alpinismo Franco Gessi (CAI Bassano del Grappa)

L’Alpinismo, che una volta è stato definito la conquista dell’inutile, è stato da sempre un’attività caratterizzata dalla più assoluta libertà individuale. Non c’è bisogno di permessi, di brevetti o di esami per praticarlo a qualsiasi livello lo si faccia, cosa che sempre fa stupire i profani. Tuttavia esso, al contrario di tanti altri sport e attività cosiddette “estreme” a cui viene affiancato, è governato da regole volontarie non scritte che vanno sotto il nome di etica alpinistica. Per questo motivo la storia dell’Alpinismo non consiste solo nel susseguirsi delle salite e nel progresso delle tecniche, ma anche nell’evoluzione dell’etica: questo processo è consistito nei tentativi di stabilire la maniera corretta in cui salire una montagna, soprattutto decidendo quali e quanti aiuti tecnologici e logistici fossero accettabili. Per quanto questo tipo di riflessioni hanno caratterizzato profondamente l’Alpinismo, si può asserire che le questioni etiche non furono predominanti all’inizio: al tempo di Jacques Balmat, Michel-Gabriel Paccard e Horace-Bénédict de Saussure i problemi maggiori erano la salita delle vette più alte e più importanti e i mezzi tecnici erano talmente scarsi da far si che anche utilizzando qualsiasi facilitazione che la tecnologia dell’epoca potesse mettere a disposizione, comunque la conquista di tali vette rimaneva una sfida irta di mille incognite. Le questioni etiche assunsero importanza maggiore quando l’Alpinismo si cominciò ad evolvere verso la ricerca di vie alternative per raggiungere una vetta o anche cime minori, quando cioè sempre più divenne vero il motto “la via è la meta”, e quando parallelamente l’evoluzione tecnologica mise a disposizione mezzi sempre più sofisticati che avrebbero potuto facilmente aggirare quelli che all’inizio erano insormontabili problemi di salita: fu dopo questa transizione che divenne più importante il come si raggiungeva un qualsiasi tipo di cima (che sempre più non coincideva con la vetta più alta) piuttosto che l’arrivarci in sé.

Albert F. Mummery
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Una delle prime prese di posizione etiche fu la rinuncia alla salita del Dente del Gigante da parte di Albert F. Mummery, nel 1880, che giudicò la salita della liscia placca, punto chiave del’impresa, “impossibile con mezzi leali”, lasciando la via ai fratelli Sella dotati della famosa pertica. Fu invece all’inizio del ‘900, con Paul Preuss, che si ebbe il primo grande tentativo di formalizzazione dell’etica, con le regole da lui enunciate e presentate al Convegno di Monaco, in cui teorizzava la necessità di non avvalersi di nessun tipo di mezzo artificiale, né per la progressione, né per la protezione, considerando lecita eticamente solamente l’arrampicata libera slegati.

All’inizio degli anni ‘50, l’introduzione del chiodo a pressione e le tecniche dell’arrampicata artificiale, resero possibili ascensioni su pareti prima ritenute impossibili, ma scivolarono velocemente verso casi estremi sempre più discutibili. A questa tecnica, si oppose strenuamente, tra gli altri, Walter Bonatti, nei primi anni ‘60, prendendo apertamente posizione contro i chiodi a pressione.

Durante gli anni ‘50, inoltre, ebbero i primi successi le spedizioni sugli 8000 del Karakorum e dell’Himalaya: a causa della dimensione di queste montagne e del carattere “nazionale “ di queste spedizioni, in esse l’ascensione alla vetta assunse le caratteristiche di un vero assalto in forze, e si adottò la tecnica dei campi intermedi con un sistema di rifornimenti. Si abbandonò, in pratica, lo stile che aveva caratterizzato le ascensioni nelle Alpi, e cioè quello dell’isolamento e dell’autonomia delle cordate durante la scalata. Tale sistema cominciò ad essere adottato anche su grandi pareti di roccia, utilizzando il metodo delle corde fisse, lungo le quali gli alpinisti potevano rientrare alla base o ricevere rifornimenti.

Paul Preuss
EticaAlpinismo-Paul-Preuss

Successivamente, alla fine degli anni ‘60, di fronte a veri e propri assedi a cime importanti come la Grande di Lavaredo e l’Eiger, condotte con l’utilizzo di chiodi a pressione e corde fisse, figure importanti come Hermann Buhl e soprattutto Reinhold Messner nel famoso articolo L’assassinio dell’impossibile, pubblicato sulla rivista del CAI, assunsero posizioni molto critiche contro questi eccessi.

Enzo Cozzolino
EticaAlpinismo-Enzo Cozzolino (1)

Negli Stati Uniti, intanto, Royal Robbins, evolveva uno stile teso a ridurre al minimo i chiodi a pressione e le corde fisse sulle grandi muraglie di granito californiane. Questo suo atteggiamento fu sempre in contrasto con quello di un altro grande dell’epoca, Warren Harding e questa polemica giunse al culmine all’inizio degli anni ‘70, quando Harding aprì una nuova via su El Capitan, The wall of the early morning light, facendo uso di oltre 300 chiodi a pressione. Robbins, pochi mesi dopo decise di attaccare la via con l’intento di schiodarla, ma durante la salita, si rese conto dell’altissima difficoltà della via e terminò la via senza più togliere i chiodi.

Tutte queste posizioni di critica provocarono, negli anni ‘70, una vera e propria reazione al periodo precedente: tornò ad essere importante l’arrampicata libera e la limitazione di mezzi di protezione e questo in breve portò alla presa di coscienza della possibilità di superare la barriera del VI grado. Fra i movimenti e gli alpinisti che portarono avanti queste nuove idee, possiamo sicuramente citare il “Nuovo Mattino”, i “Sassisti”, Ivan Guerini e soprattutto Reinhold Messner.

Messner fu protagonista anche della reazione ai metodi “pesanti” che avevano caratterizzato la conquista degli 8000, riuscendo ad applicare anche su quelle montagne lo “stile alpino”, anche senza utilizzo di ossigeno e addirittura in solitaria (sul Nanga Parbat).

Durante gli anni ‘80 la tendenza alla riduzione delle protezioni nell’arrampicata su roccia si accentuò soprattutto per opera di alpinisti come Heinz Mariacher, Maurizio “Manolo” Zanolla e Igor Koller, che aprirono vie in cui venivano alzate di molto le difficoltà e contemporaneamente le protezioni divenivano rare ed estremamente aleatorie.

Royal Robbins
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Oltre allo sviluppo della libera si affinarono le tecniche di artificiale moderno su mezzi rimovibili e aleatori, senza ricorso a chiodi a pressione. Queste tecniche erano state sviluppate inizialmente dagli alpinisti americani in Yosemite, e in questo periodo cominciarono ad essere adottate in Europa per aperture importanti, come quella della via Attraverso il Pesce di Koller e del giovanissimo Jindrich Sustr.

Negli anni ‘90, in seguito al grande sviluppo dell’arrampicata sportiva, divenne ancora più importante la ricerca dell’arrampicata libera, e fu portato avanti da alcuni alpinisti un approccio che rivalutava l’utilizzo dei chiodi con foratura della roccia (spit), mediante un loro uso abbinato ad un’etica rigorosa che ammetteva solamente la libera per l’apertura delle vie in questo stile.

I maggiori esponenti di questa tendenza sono stati Michel Piola, Martin Scheel, Beat Kammerlander e, in Italia, Rolando Larcher: secondo il loro stile vengono utilizzati gli spit, spesso piazzati col trapano, ma tutta la via deve essere percorsa in libera e dove non si riesce a procedere in questa maniera si deve rinunciare, senza tentare passi in artificiale. Questo fa sì che, anche con gli spit, non si sia mai sicuri di passare e che per farlo si deve cercare la “via”, gli spit poi vengono messi dove ci si può fermare e non dove si vorrebbe e questo fa sì che il rischio non sia eliminato. In questo tipo di salite però non si procede in “stile alpino” perché si fa ricorso a corde fisse per poter affrontare la via con le condizioni fisiche e ambientali ottimali per l’arrampicata. Questo stile non è stato condiviso da tutti, dato che per molti alpinisti sono rimasti fondamentale lo stile alpino e la limitazione delle forature: per progredire nelle difficoltà con questo approccio ci si è sempre più affidati alle tecniche di artificiale moderno portandolo a livelli estremi.

Tutte queste posizioni indicano la continua vivacità del dibattito, ma denotano anche la ricerca di una soluzione definitiva, nella individuazione di regole assolute che pongano una linea di demarcazione netta su ciò che sia lecito e su cosa non lo sia in Alpinismo. Ma prima di interrogarsi su ciò, si dovrebbe prima provare a riflettere su una questione che sta a monte: qual è lo scopo dell’Alpinismo?

Non è arrivare in vetta ad una montagna come si potrebbe a prima vista rispondere: se così fosse basterebbe piantare una serie di scale a pioli e il problema sarebbe risolto.

Si potrebbe tentare di dire, con tutte le limitazioni di una semplificazione così spinta, che l’Alpinismo è l’arrivare in cima a qualche struttura alpina seguendo una serie di regole del gioco che fanno sì che in questa attività l’uomo venga messo alla prova nelle sue capacità di affrontare l’ignoto e le difficoltà in un ambiente a lui spesso ostile. E’ proprio lo stabilire queste regole del gioco secondo un giusto compromesso che non spinga l’uomo a un folle suicidio, ma che d’altronde lasci spazio a questa sfida, che ha generato questo dibattito interminabile in generazioni di alpinisti.

In conclusione, questa concezione dell’Alpinismo e delle sue regole etiche comporta come conseguenza che esse debbano cambiare nel tempo, man mano che l’Alpinismo continua la sua evoluzione, anzi devono farlo proprio per consentirne l’evoluzione, dato che se esse sono le regole che rendono possibile il giusto equilibrio tra sfida e necessità di ragionevole sopravvivenza degli sfidanti, man mano che alcuni dei parametri in gioco si modificano è necessario che anche le regole cambino per continuare a mantenere il suddetto equilibrio. Dato che ciò comporta che queste regole non sono facilmente semplificabili, è sempre necessario un vivo dibattito su di esse, proprio perché vanno ristabilite caso per caso. Questo dibattito, come abbiamo visto è sempre esistito in Alpinismo, ma potrebbe essere ormai necessario abbandonare l’illusione di riuscire a trovare definizioni definitive e una soluzione finale ai problemi posti dall’etica alpinistica.

postato il 6 luglio 2014

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Tra sogno e realtà

Tra sogno e realtà
di Stefano Michelazzi

Più volte mi son chiesto e mi chiedo: “Cosa significa oggi Alpinismo?”
Al di là di un sentimento soggettivo, che riguarda le motivazioni personali di ogni alpinista e che determina il “Perché lo fai?”, al di là di un sentimento anarchico di espressione, sempre individuale, sul dove, come, quando, per poter dire di fare o esercitare una determinata attività, c’è bisogno, in qualsiasi campo di determinare dei limiti.
Non limiti all’esercizio dell’attività stessa, ma confini entro i quali, questa attività assume nome e caratteristiche essenziali, che le infondono un’identità.

"The Girls Go Rock Climbing" -- The girls are left hanging in the air for an edgy fashion photo shoot on a rock-climbing wall, on America's Next Top Model on The CW. Pictured: Lisa Photo: Matthew Jordan Smith/Pottle Productions Inc ©2007 Pottle Productions Inc. All Rights Reserved.

Non si può dire di fare alpinismo ad esempio, scalando in falesia, perché oltre alla riduzione quasi meccanica del rischio, il quale è universalmente riconosciuto come una componente fondamentale dell’alpinismo, i tracciati di arrampicata vengono “disegnati” calandosi dall’alto e quindi valutando sia la fetta di parete migliore che l’apposizionamento di protezioni a priori. In alpinismo è insito il dover essere in grado di salire dal basso, e nel caso, essere capaci di piazzare le protezioni ove se ne senta la necessità. Varianti e variabili ovviamente ce ne sono, date anche solo dal fatto che aprire una via nuova, comporta un impegno completamente diverso dal ripeterla. Resta comunque beninteso che un alpinista che voglia definirsi tale, deve saperlo fare rimanendo entro quei confini che appunto, determinano questa attività.

La nascita dell’arrampicata sportiva, la quale da molti (me compreso) è stata vista come un possibile mezzo di allenamento “a secco” per future salite di ben altro spessore, oltre che un movimento fine a se stesso, ha ormai da una ventina d’anni “invaso” il campo dell’alpinismo, specie con il confezionamento di vie cosiddette “Plaisir”, le quali spessissimo vengono aperte dall’alto, a volte non rispettando salite preesistenti e creando un movimento di “banalizzazione del limite” spesso sostenuto a gran voce con la motivazione della sicurezza, ma che nasconde invece una spinta derivata da motivazioni commerciali (per le aziende è importante esibire grandi foto che attraggano l’attenzione e stimolino sentimenti d’imitazione) e molte volte, anche, incapacità personali sia in fatto di tecnica, sia in fatto di accettazione del rischio (se non me la sento torno a casa ma se mi butto nel ballo devo ballare…).

Così oggi si è costretti a vedere considerati exploit alpinistici salite come quella della normale all’Everest, totalmente pre-masticata con la posa di corde fisse e con l’ausilio di guide le quali spesso supportano completamente lo pseudo-alpinista.

Esemplari le due salite, del “più giovane” (13 anni) e del “più vecchio” (80 anni) seguiti e coadiuvati nella salita, tutti e due, da uno stuolo di guide e portatori e utili ”record” a chi commercia brutalmente la montagna per lanciare il messaggio: “Tutti ce la possono fare…! Prova anche tu!”.

Cito soltanto ad esempio estremo, la salita in “libera” della “via del Compressore” al Cerro Torre, per compiere la quale David Lama, coadiuvato da Peter Ortner, si è servito di elicotteri anche per il recupero dalla cima, dell’apposizionamento di impianti fissi (spit) per creare punti di sosta per la troupe televisiva che seguiva la salita, corde fisse (materiale rimasto oltretutto in parete…). Grande prestazione sportiva, non c’è che dire, ma l’alpinismo dove si mette in questo caso? Dove sono l’avvicinamento con le sue incognite (in Patagonia anche in fatto di tempo atmosferico), la discesa dalla cima, che ogni alpinista, anche il più mediocre sa essere parte integrante ed a volte fondamentale per la riuscita e il ritorno a casa?

Arroganza umana, la definisco io.
Volere, pretendere, anche oltre ai limiti dettati dalla natura stessa, imporsi su tutto e conquistare a ogni costo, con una possibile meta economica da raggiungere…

Avranno un valore storico queste situazioni? Ci sarà un ricordo, qualcosa che rimanga come icona dell’alpinismo futuro?
Ho dei seri grandi dubbi su questo, se non forse, sperando nel riequilibrio da parte delle future generazioni di “simboli negativi” di un’infezione sistemica che ha colpito anche quel mondo onirico chiamato alpinismo.

Paul Preuss il “cavaliere della montagna”, ai primi del ‘900, diffondeva nell’universo dei “conquistatori dell’inutile” un virus, altamente infettivo, che ancora oggi miete vittime: l’arrampicare le pareti senza compromessi…!
Ad oggi il virus è meno letale, ha perso un po’ della sua verve e permette a chi ne viene colpito, di “godere” di una fase cronica, grazie a tanti cocktail etici che ne hanno affievolito in parte i sintomi acuti.
Ciò non toglie che in un universo di sognatori, questa etica ferrea (scherzi sui virus a parte…) riesce ancora ad attecchire.

Personalmente, ho praticato diversi stili d’arrampicata in parete, ma l’arrampicata pulita, definita oggi con un termine d’oltreoceano “Clean Climbing”, è sempre stato lo stile che più mi ha attratto.
Non certo si può dire che io sia ferreamente preussiano, ma tento di accettare i compromessi solo quando il limite va oltre il classico ed impone maggiori attenzioni.

Negli anni ’80, quando entrai a far parte di questo mondo, il tendere a migliorare e quindi superare i limiti classici, portando se possibile il livello tecnico raggiunto in falesia anche in montagna, era una “sfida” molto gettonata e uno stile che ovviamente mi ha segnato e ha segnato di conseguenza, le mie soddisfazioni e delusioni alpinistiche.

Il “Nuovo Mattino” e tutto ciò che fu rivoluzione in questo senso, era per me qualcosa di sconosciuto.

Martina Cufar

TraSognoeRealta-MartinaCufar01A Trieste, dove sono nato e dove ho appreso i rudimenti di quella che considero un’arte non riconosciuta, non era mai passato, vivevamo da sempre in un universo “privato” che si è sviluppato per conto suo e ciò che da altre parti fu rivoluzione, da noi non fu altro che continuazione di qualcosa nato molto tempo prima, ma che nessuno aveva mai pensato di valutare, codificare, e nel caso esportare, come fu invece per il free climbing o altri stili apparsi sulla scena proprio con questi stravolgimenti di obiettivi etici.
Non a caso, miei concittadini, come ad esempio Enzo Cozzolino, appaiono oggi (ma anche ieri…) vent’anni avanti.

E’ forse stato il fatto, che dalle mie parti, l’alpinismo è sempre stato considerato un gioco e quindi, complice un isolamento morfologico, questa cultura si è sviluppata per conto suo? Probabile…

In alpinismo, l’antagonismo, debolezza presente più o meno in ogni attività umana, si è manifestato per lungo tempo nella corsa alle pareti, la realizzazione cioè di nuovi itinerari su cime o pareti vergini, poi la scarsità di obiettivi, ha maturato nuovi modi di intendere questa sfida “al migliore”, i concatenamenti sono un esempio ben calzante.

La componente sportiva insita in questa disciplina molto più complessa, ha cominciato quindi a non avere un risultato da raggiungere o, molto scarso.

L’avvento dell’arrampicata sportiva e il conseguente aumento dei livelli di capacità tecnica, è stato quindi un toccasana in questo senso. Portatore di nuovi obiettivi che si sono espressi nella ricerca di sempre maggiori difficoltà, differenziate magari dallo stile di esecuzione.

Ma oggi…?
Sembra chiaro che, se l’arrampicata sportiva ha cominciato a risentire del limite fisico umano, l’alpinismo (viste le sue caratteristiche di impatto psicologico e non solo) non abbia più molte carte da giocare in questo senso…
Rimangono ancora pareti vergini e addirittura cime inviolate, ma spesso l’impegno in termini di tempo e investimenti ci mette un paravento davanti e non vengono più considerati obiettivi primari.

Quindi, dove approderà ora l’alpinismo, ritornando alla domanda di base, aldilà delle solite polemiche che lo mantengono vivo da sempre?

Il rischio dell’estinzione c’è, è presente specialmente in quel contesto di manipolazione culturale che ogni giorno si presenta in termini di articoli sulla sicurezza, sulla difesa della vita, e vari altri argomenti che personalmente considero di bigottismo umano generale e di timore di vivere (se abbiamo paura di vivere come facciamo a non averne di morire?)…

TraSognoeRealta-CORSO D'ALPINISMO AVANZATO (AR1)

C’è il rischio che l’alpinismo con la sua concezione di accettazione del rischio e quindi di ciò che umanamente non è controllabile, con la sua componente onirica assolvente a quel bisogno di libertà del quale l’animo umano necessita, per non sentirsi al pari di una macchina, scompaia dal vocabolario delle future generazioni, per lasciare spazio a surrogati controllati da una società, la quale sta rendendo tutto sempre più simile ad un paradiso artificiale, nella quale tutto viene mercificato e dove ormai già si vedono i segnali di una considerazione dell’essere umano al pari di un numero di matricola.

Non è questa la vera morte dell’Uomo?

Forse l’istinto di conservazione, insito in ognuno di noi, alla fine avrà la meglio e si troveranno spiagge diverse dove dirottare il sogno, ma credo che siamo noi stessi, oggi, a dover dare stimoli nuovi alle nuove generazioni affinché non abbandonino quel bisogno ancestrale di illusioni e fantasie e perché no… utopie.

postato il 3 luglio 2014

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L’etica del fuoristrada

Sono dell’opinione che non serva a nulla predicare per l’ambiente senza conoscere quello che di buono intraprendono anche gli appassionati di altre discipline, così diverse dalla nostra.

Il fuoristrada turistico viene “additato” da noi come incompatibile con la tutela dell’ambiente e con le attività ricreative legate alla natura in generale ed alla montagna in particolare.

Considerato come la maggior parte della gente vede la nostra attività alpinistica, un dissennato, faticoso e rischioso agitarsi nel pericolo di caduta, nel freddo, nella sofferenza, anche noi faremmo bene a interessarci delle motivazioni di coloro che ci danno fastidio, che vorremmo addirittura non esistessero: per esempio gli appassionati del fuoristrada.

A costoro non passa neanche per la testa che è l’essenza stessa della loro disciplina, rumorosa, motorizzata, aggressiva, a non adattarsi all’ambiente. A noi invece sembra l’ostacolo più essenziale e ne deduciamo che loro, consapevolmente o inconsapevolmente, vogliano piegare l’ambiente alle loro esigenze.

L’associazione Over2000riders considera che, se tutti si attenessero rigorosamente alle normative e rispettassero le legittime esigenze di altri “utenti” della natura, non ci sarebbe incompatibilità. Secondo loro dunque è colpa di una loro minoranza.

Sulla base di queste considerazioni Over2000riders ha deciso di dotarsi di un Codice di comportamento sottoscritto dai propri associati in sede di iscrizione. Nell’elaborare le norme contenute nel Codice etico di comportamento.pdf si sono avvalsi della loro esperienza nel percorrere itinerari in fuoristrada su strade sterrate, mulattiere, piste che attraversano zone poco abitate e spesso impervie, in varie nazioni e continenti. Di certo si sono ispirati alle norme di “buon senso”, del rispetto per gli altri nonché a quelle tecniche e di sicurezza.

Alpi del Sud e Var, marzo 2014. Foto: Over2000riders
??????????????????????Al di là dei singoli dettagli di comportamento, ben elencati nel Codice e cui rimandiamo, i redattori hanno individuato sei punti, che qui riportiamo:

1) Rispetto integrale della normativa vigente (statale, regionale nonché le disposizioni di altri Organismi ed Enti abilitati) in materia di accesso, circolazione e stazionamento lungo la rete viaria.

2) Impegno a tenere, nei confronti degli altri utenti (quali pedoni, ciclisti, escursionisti a cavallo, ecc.), dei comportamenti atti a facilitare lo svolgimento delle rispettive attività.

3) Impegno a mantenere nei confronti dell’ambiente naturale circostante comportamenti atti a tutelarne il valore.

4) Impegno a mantenere un atteggiamento di vigilanza nei confronti dell’ambiente circostante, allo scopo di prevenire accadimenti o comportamenti che possano costituire rischio o pericolo per la comunità o danneggiare l’ambiente stesso.

5) Impegno attivo nel divulgare questa cultura comportamentale presso gli ambienti e gli utenti interessati.

6) Impegno a mantenere dei comportamenti che non portino a rischi prevedibili per sé e per gli altri utenti.

Questi punti sono ampiamente condivisibili, una volta ammesso e non concesso l’uso del motore.
Nei particolari poi, ci si meraviglia perfino del loro puntiglio, quando dicono, per esempio:

– ridurre, limitando allo stretto indispensabile, tutti quei comportamenti che possano indirettamente infastidire o danneggiare gli altri utenti, pur non contravvenendo ad alcuna norma codificata;

– prodigarsi nel segnalare tempestivamente eventuali condizioni di precarietà di transito sulla rete viaria dovute a dissesto (frane incipienti, alberi pericolanti, ecc..) e che possano costituire possibili rischi per gli utenti;

– quando insistono sull’impegno del singolo ad assumersi l’iniziativa personale per la maggior diffusione possibile del Codice;

– quando s’impegnano a valutare, sempre con responsabilità e obbiettività, tutte le difficoltà che certi percorsi o particolari situazioni possono comportare, al fine di evitare rischi per tutti e costi per la comunità.

Due osservazioni però vanno fatte:

1) Over2000riders non organizza competizioni, quindi può essere comprensibile che nel Codice etico non si faccia cenno alle gare. Purtroppo questo è un punto assai dolente, perché è proprio durante lo svolgimento delle competizioni che molti punti del codice sono inosservati. Parlo dei limiti di velocità e di rumore in un’azione in cui, per arrivare primo, devi dare gas al massimo. Le competizioni a motore esprimono il massimo del fastidio all’escursionista a piedi e all’ambiente.

2) Non viene fatto cenno neppure della tipologia di strade e sentieri. Cosa si definisce per tali? E’ ovvio che non esiste alcun regolamento sulla libertà o meno di percorso con veicoli a motore sui sentieri, proprio perché sentiero è per definizione ciò che una volta non era percorso a motore. Dunque il codice etico a cosi lo si vorrebbe applicare? La tipologia è varia: strade bianche, carreggiabili, mulattiere, sentieri, viottoli, tracce… e chi più ne ha ne metta! Dove può andare un fuoristrada e dove no secondo il Codice? Questa a mio avviso è la carenza più evidente nella redazione del Codice.

Nel variegato mondo delle associazioni di turismo in fuoristrada, Over2000riders non è un’agenzia di viaggi né un tour operator bensì un’Associazione dilettantistica sportiva a fini sociali (ADSPS) che organizza, per i propri soci, eventi nel campo del turismo in fuoristrada con moto e auto. I partecipanti alle attività di Over2000riders sono pertanto dei soci e non dei clienti. Ogni socio partecipante alle attività di gruppo rimane comunque l’unico responsabile delle sue azioni sia per quanto riguarda la guida fuoristrada, sia in qualsiasi altra circostanza. Nessuna responsabilità può essere imputata ad altri soci, partecipanti o no all’evento.

Il fondatore è Corrado Capra, istruttore FMI di guida in fuoristrada, ha compiuto varie traversate sahariane, ed è un profondo conoscitore della reti stradali sterrate della Alpi e della Francia. Angelo Barbiero detiene 3 titoli italiani di enduro, 2° classificato di categoria al Rally dei Faraoni 2008, è giornalista e tester dei periodici Motociclismo e FUORIstrada. Claudio Poletto è un meccanico formatosi alla scuola dei restauri delle moto d’epoca, collabora con Over2000riders fornendo l’assistenza tecnica nel corso dei viaggi ed eventi. Valter Serra conosciuto anche come Estremo, nasce come crossista per approdare con il passare degli anni e dell’età, all’enduro, esclusivamente con bicilindrico. Predilige i tour in linea ed è sempre alla ricerca di nuovi percorsi.

Corrado Capra
CorradoTeam-220x195Over2000riders aderisce al CSAIn. Lo CSAIn (Centri Sportivi Aziendali e Industriali) ha per scopo la promozione delle attività sportive, culturali, assistenziali e ricreative del tempo libero.
E’ un Ente di promozione sportiva riconosciuto dal CONI, non ha fini di lucro,  ed è presente sull’intero territorio nazionale con un’organizzazione capillare costituita dai Comitati regionali e provinciali.
CSAIn è una realtà associativa che, al 31 dicembre 2011, vantava 8.629 Società affiliate, delle quali 4.295 ASD iscritte al registro CONI, 739.471 tesserati, dei quali circa 700.000 praticanti: 56 le discipline sportive praticate.

Cito questi numeri per dare idea delle quantità di cui stiamo parlando e della burocrazia nella quale stiamo affogando.

Angelo Barbiero, Claudio Poletto e Valter Serra
AngeloTeam-220x195ClaudioPolettoTeam-220x195 ValterSerraTeam-220x195

Riflettiamo: anche gli alpinisti e in genere gli appassionati di montagna hanno le loro associazioni. Solo i soci CAI sono circa 320.000. Sia lo Statuto del CAI che il Bidecalogo, le Tavole di Courmayeur, la Charta di Verona, solo per citare documenti tra i più importanti, sono in teoria quanto di meglio il buon senso e l’esperienza possano aver suggerito in materia di comportamento. Associazioni come Mountain Wilderness hanno varato le Tesi di Biella, il Club Alpino Accademico Italiano ha espresso il Documento della Presolana. Ma vi sembra che tutto fili liscio? Vi sembra che l’ambiente sia protetto, garantito dal nostro comportamento in toto? E’ facile anche per noi dare la colpa agli speculatori, ai cementificatori, agli amministratori, all’eliski, alle motoslitte, ai fuoristrada: quanto di questa irriflessiva attribuzione di colpe e responsabilità è giustificata e quanto invece si crea per la nostra fondamentale inerzia, pigrizia, indifferenza?

Ben venga il codice di comportamento dei motorider, ma non ci illudano e non s’illudano. Sarei felice che la maggioranza degli adepti fosse davvero convinta della validità di questo codice, ma temo che alla fine il prezioso documento faccia la fine di quelle norme scritte in piccolo che nessuno legge ma che tutti firmano, magari con un semplice clic…

La Via del Sale, luglio 2011

postato il 30 maggio 2014

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Le vie e la Via del Mass

Le vie e la Via del Mass
Recensione a Le vie di Lorenzo Massarotto (Luca Visentini editore, Cimolais-PN, dicembre 2013)

Mass-1459229_732148846812804_1317761689_nPer molti, quando sono al vertice in alpinismo, la gratificazione che ne ricavano è innegabile, specie in pubblico: l’ascolto che ti viene concesso, il rispetto che ti viene riservato, l’onore che ti viene tributato, perfino la leggera adulazione possono solleticare il nostro io al punto da trarne piacere. E il sospetto che questo possa diventare una droga non ci sfiora neppure. Poi però, in privato, se ne rivela la scomodità, se ne manifesta il pericolo. Chi non è in grado di capirlo in tempo, prima o poi rischia di perdere la bussola che lo ha condotto così bene fino a quel momento.

Lorenzo Massarotto, il Mass. Foto: Ivo Ferrari
Mass by I.FerrariPer altri, una minoranza, questo piacere non esiste. Ogni tentativo di un eventuale pubblico di tributargli onori lo respingono con cortesia al mittente, ogni occasione in cui sono costretti ad affrontare una sala gremita e plaudente, la vivono come una realtà indigesta, chiusi in una scorza di timidezza che solo apparentemente è la causa di tanto disagio.

Per costoro, la causa del proprio andare in montagna, non ha radici nell’esibizionismo, non ha bisogno degli altri. Quando si fa un’impresa, le ragioni di quella scelta non sono le solite, o almeno non lo sono sempre. C’è un’invernale, una solitaria da fare? Un progetto capace di catalizzare le energie e i pensieri per mesi, anche anni, fino a che non si parte, fino a che non lo si realizza: poco importa che sia una “prima”. E’ facile capire che le “prime” si fanno in buona parte (il quanto dipende da noi) per catturare l’attenzione di un pubblico, se non c’è la “prima” spesso c’è solo passione allo stato nascente.

Loris Campeotto racconta nel libro un episodio. Mentre stavano salendo lo zoccolo della Terza Pala di San Lucano per salire d’inverno la via Casarotto-De Donà allo Spiz di Lagunaz, Lorenzo Massarotto, ormai di fronte alla grotta dove avrebbero bivaccato, dice a Loris di fare un inchino “perché in ogni grotta c’è uno spirito”. E la mattina dopo: – Hai sentito lo spirito?

Un vero e proprio selfie ante litteram del Mass (1a solitaria al diedro Casarotto-Radin sullo Spiz di Lagunàz, luglio 1982)
Mass_autoscatto_01Se non cerchi le “prime”, non cerchi il palcoscenico, neppure la videoripresa e ti accontenti di scattare le tue foto, vuole dire che accetti come grande, bello e per “unica cosa che conta” il tuo amore per la montagna, rinunciando quindi all’alpinismo “per gli altri”. Continui la tua attività con entusiasmo, senza mai desiderare d’essere altrove, quando ogni giornata è così ugualmente importante che potrebbe essere la tua ultima.

In questo profilo può rientrare la figura di Lorenzo Massarotto? Si direbbe di sì. Ma rimandiamo alla fine questo tentativo di giudizio.

Ora vediamo invece l’attività di Lorenzo sotto il profilo dei numeri.
Quanti sono gli alpinisti di fama mondiale che in 32 anni di salite possono vantare 123 vie nuove, tutte impegnative, e moltissime da considerare dei capolavori? Alcune sono irripetute, quindi abbiamo ancora grande possibilità di ingigantire una figura già mitica ora.
E se, accanto a queste 123 prime ascensioni, aggiungiamo 39 imprese (di cui 18 grandi solitarie, 3 stupefacenti invernali, 6 formidabili solitarie invernali, 12 salite notevoli per qualche titolo) e anche 3 spedizioni (Manaslu 1979, Patagonia 1999, Patagonia 2000) e la salita del Nose al Capitan (2000)?

E’ così che si è mosso in montagna una delle figure più silenziose ma più sbalorditive delle ultime due decadi del XX secolo: Lorenzo Massarotto, di Villa di Conte (PD), nato a Santa Giustina in Colle (PD), il 17 luglio 1950.

E’ stato lui il vero continuatore delle idee e del sentire di Enzo Cozzolino, altro campione di cui un po’ ci disperiamo per l’eccessiva riservatezza, perché oggi vorremmo saperne di più. Mentre Renato Casarotto si è presto dedicato alle imprese extraeuropee o invernali, mentre Manolo e Heinz Mariacher si sono dedicati maggiormente alla difficoltà pura, Massarotto (assieme a Maurizio Giordani) è il più accreditato scalatore di grandi pareti dolomitiche, d’estate o d’inverno o da solo, con l’uso il più possibile limitato di chiodi e con l’assenza del chiodo a pressione. E di tutti quelli che ho appena nominato è l’unico a difendere con ostinazione la propria privacy alpinistica, proprio come Cozzolino.

Eccolo quindi sulla parete nord dello Spiz d’Agnèr Nord, via Tiziana Weiss, con Ilio De Biasio, il 14 agosto 1980. In 10 ore supera 24 lunghezze, di cui alcune estreme, usando solo chiodi alle soste! Ma questo è solo l’inizio: non dimentichiamo che è proprio di quell’agosto 1980 l’apertura da parte di Manolo e Piero Valmassoi della Supermatita al Sass Maor, un balzo in avanti dopo Vinatzer, Rebitsch e Messner. Per l’autore, la chiave di accesso alla leggenda. Sono 1200 metri di sviluppo, 7 chiodi, qualche excentric e tante clessidre, su difficoltà fino al VII continuo, forse VII+, in 13 ore. Leopoldo Roman riporta che il Mass, come affettuosamente era chiamato Lorenzo dagli amici, giudicò così quell’exploit: «L’impresa, bella anche dal punto di vista estetico, fece scalpore e fu importante perché dimostrò che si poteva salire con purezza di stile e con scarso impiego di chiodi pareti ritenute impossibili anche dai più accaniti chiodatori (Rivista del CAI, 1984)».

Dal 10 al 12 aprile 1981, Massarotto apre la Figlia del Nagual, con Roberto Zannini sulla parete sud della Terza Pala di San Lucano, tra la Gogna e la Panzeri. Posseduta dal demone della conquista, la cordata proseguì poi sulla cresta integrale fino al Monte San Lucano, attraverso lo Spiz e la Torre di Lagunàz, una cavalcata a dir poco wagneriana. Le difficoltà di Figlia del Nagual arrivano al VII+, la via non è perfetta perché per una sessantina di metri si svolge in comune con la Gogna. Lorenzo tornerà in seguito per cercare di eliminare quella comunanza, purtroppo senza riuscirci.

Dal 30 al 31 maggio 1981, il Mass ed Ettore De Biasio superano la parete sud-ovest della Seconda Pala di San Lucano mantenendosi a sinistra della Gogna-Cerruti, con solo 4 chiodi intermedi per i 1400 metri della Via degli Antichi, VI, A0: la salita è però compiuta in due tempi.

Il 1° luglio 1981, con Leopoldo Roman, è la volta dello Spiz de la Lastìa, parete nord-ovest, via diretta, a destra della Detassis-Castiglioni, 700 metri, 9 chiodi usati in neppure 11 ore: «L’ottavo tiro sulla destra del libro aperto, nella massima esposizione e verticalità, è stato il capolavoro di Lorenzo Massarotto. Lui lo ha definito uno dei tiri in libera più difficili che abbia mai fatto, se non addirittura il più duro. E poiché il suo curriculum (vie nuove sulla Nord dell’Agnèr, sulla Nord dello Spiz Nord, sullo spigolo ovest dello Spiz Pìcol, sulla Seconda e Terza Pala di San Lucano, in Moiazza; solitarie all’Ideale in Marmolada, all’Aste in Civetta, Cassin e Carlesso sulla Torre Trieste, Cozzolino allo Spiz Nord, Navasa sulla Rocchetta di Bosconero, tanto per citarne alcune fra le più significative) il suo curriculum, dicevo, è di tutto rispetto, c’è da crederci veramente. Una placca di 45 metri, panciuta e strapiombante, solcata da minime fessurine e rugosità: il tutto in libera e con l’impiego di sei chiodi intermedi di sicurezza. Nell’aereo punto di sosta alla fine di quel tiro di corda ci chiedevamo perché tanta febbre per le montagne della California e tanto abbandono per queste placche stellari, che offrono ancora così tante possibilità. “È lo stato primitivo di questi luoghi che me li ha fatti scegliere come mio luogo preferito per arrampicare” disse Lorenzo (Leopoldo Roman, Rivista del CAI, 1983)».

Il 16 e 17 agosto 1981 Massarotto, con Sandro Soppelsa, sale sull’Agnèr per la Via del Cuore con 13 chiodi e 25 di sosta. Una via di 1200 m, fino al VI-, A1, A2. Questa via è bellissima e si delinea a sinistra della via di Messner sulla parete nord-est dell’Agnèr, un capolavoro di astute traversate e di arrampicata libera tra strapiombi dalla discesa impossibile.

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via del Cuore sulla parete nord-est dell’Agnèr (16 agosto 1981)Mass-90-L-V-3-GRU196-OKAssolutamente non convinto della validità dell’impresa di Graziano Maffei e Paolo Leoni sullo spigolo nord-est del Sass Maor, il Mass voleva salire la parete nord-est subito accanto. Il 9 luglio 1983 ci riesce, assieme a Leopoldo Roman, con l’uso di soli 4 chiodi e difficoltà superiori al VI (via Alessio Massarotto). Una settimana dopo, con Danilo Mason, sale la diretta della parete nord-est della Torre Armena, Battesimo del Fuoco, 750 metri, passi di VII, chiodi ovviamente pochissimi (17-18 luglio 1983).

Nel 1985, in un’intervista della Rivista del CAI, Massarotto dice: «Per il mio alpinismo uso metodi pionieristici, cioè mi rifaccio al sistema secondo il quale uomini come Rebitsch, Vinatzer, Soldà, Carlesso e Cassin affrontavano le grandi pareti. Loro non avevano dadi, friend e ricetrasmittenti. E quando io dico che in una mia via ho usato soltanto quattro chiodi, non intendo dire che ho usato quattro chiodi, dieci dadi e tre stopper. Intendo dire che ho usato quattro chiodi e basta». Il non usare chiodi a pressione è uno dei principi fondamentali che ispirano l’attività del Mass. «Sembrava un problema ormai superato e invece i chiodi a pressione stanno tornando a galla. Ho saputo che qualcuno li ha usati di recente per aprire delle vie nuove perfino sulla Sud della Marmolada, dove di itinerari ce ne sono già oltre cinquanta. Non capisco proprio questa mania di forzare la montagna a tutti i costi! Mica ce l’ha ordinato il dottore, di aprire vie nuove!». E poi: «L’alpinismo è per me una questione soggettiva imperniata sul rapporto che ho instaurato con la montagna. Potrei definirlo un mezzo che mi ha aiutato a capire me stesso come anche un gioco che mi ha aperto intimamente nuovi orizzonti. Lo considero però un gioco con delle regole che, anche se non sono scritte in nessuno statuto, dovrebbero essere conosciute e tacitamente accettate dalla maggior parte degli alpinisti, perché è molto importante rispettare la montagna. Vincere una parete non è lo stesso che violentarla… Per fare veramente il settimo grado, e trovare magari l’ottavo, bisogna saltare al di là di una barriera che si chiama sicurezza. Bisogna mettersi in pari con l’anima… Bisogna che ci siano delle spinte interne che giustifichino il rischio al quale si va incontro. Montagna come mezzo e non come attrezzo».

Un Lorenzo perplesso, sulla Marmolada di Rocca, tra i soccorritori che lo hanno appena recuperato benché non li avesse affatto chiamati (9 marzo 1982)Mass-51-L-V-2-GRU157-OKSull’Agnèr Lorenzo Massarotto torna con Giovanni Rebeschini il 18 e 19 settembre 1987 per un’ulteriore via nuova sulla parete nord, 35 lunghezze con difficoltà fino al VII-: sarà la via Luciano Cergol. Questa via nuova è un arricchimento di conoscenza dell’immane parete nord, la cui reale portata non è stata ancora compresa, anche se magari “superata” dai campioni moderni, tipo i fratelli Florian e Martin Riegler o ancor prima da Roland Mittersteiner e pochi altri. Lo dice anche Luca Visentini, quando scrive: Diverse vie di Massarotto non sono mai state risalite. Ripeterle sarebbe rivoluzionario, sovvertirebbe molte certezze dell’arrampicata odierna”.

L’etica del Mass è ben chiara, anche se poco difesa e praticata da altri: salire al massimo delle proprie possibilità, senza spit né dal basso né dall’alto, senza essere schiavi del progresso a ogni costo. Chi come lui ha infatti salito il diedro Casarotto allo Spiz di Lagunàz da solo e in prima ripetizione può ritenere banale il progresso tecnico a colpi di spit. Massarotto ritiene che sia ora di codificare le regole del gioco, vuole maggiore precisione sul come l’impresa è effettuata, perché è vero che la confusione è grande. Dalla confusione alla piccola (o grande) mistificazione il passo è breve e a questo proposito sarebbe stato importante che lo stesso Lorenzo raccontasse per iscritto qualche cosa in più delle proprie imprese: le conferenze non bastano e a volte le parole riferite da altri distorcono il racconto originale.

«Massarotto era un mito, il Dolo-Mitico, l’aveva scherzosamente soprannominato Alberto Peruffo… Era più che una passione quella di Lorenzo per la roccia, era uno stile di vita, era quasi una mania. Il leit motiv dell’esistenza di Massarotto era questo ricorrente esercizio fisico e psicologico: la ricerca di un nuovo itinerario passava prima per lo studio attento, poi per la realizzazione pratica.
Fuori dagli schemi e dalle evoluzioni-involuzioni dell’alpinismo, Massarotto continuava imperterrito le sue ricerche, le sue esplorazioni ed il tema era sempre e solo quello, la pura roccia, d’inverno e d’estate. Non gli interessavano i viaggi extraeuropei, non partecipava a convegni, non scriveva se non in via eccezionale per riviste, non cercava sponsor, insomma nonostante la ormai acquisita notorietà non riposava su nessun alloro, perseguiva la sua filosofia, il gioco della vita aveva il suo sale nel conoscere rocce nuove, nel trovarvi nuove vie, nel continuare come se il tempo non contasse, seguendo il cammino imposto da una scelta giovanile alla quale per nessun motivo avrebbe voluto rinunciare (Bepi Magrin)».

Cito ancora l’Agnèr, parete nord, via Dante Guzzo, 800 m originali, con Cristoforo Groaz, 8 e 9 settembre 1988; l’Antelao, parete sud, Dell’uomo in strach, con Fausto Conedera, 20 agosto 1992; oppure ancora, dal 16 al 19 aprile 1995, il lungo itinerario diret­to sulla Sud della Seconda Pala di San Lucano, cioè sul pilastro a destra della via Gogna-Cerruti, portato a termine con i compagni Paolo Benvenuti e Gianluca Bellin, su difficoltà fino all’ottavo grado: via Dolce dormire.

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via Luciano Cergol sulla parete nord-est dell’Agnèr (18 settembre 1987)Mass-31-L-V137-OKMa non abbiamo lo spazio per raccontare la storia alpinistica di Lorenzo Massarotto. Per questo c’è il libro! Fino all’ultima fatale salita, quella del 10 luglio 2005 sulla Torre Émmele (Piccole Dolomiti), quando Lorenzo, in vetta, è colpito mortalmente da un fulmine. Ci accontentiamo qui di fornire la lista delle sue salite nel  gruppo del Monte Agner e quella nel gruppo delle Pale di San Lucano.

Nel libro Le vie c’è tutto quello che si è potuto ricostruire, con le immagini, con gli scritti e con i ricordi. Il curatore (che è anche l’editore) non ha neppure provato a raccontare la vita di Lorenzo: questa infatti emerge comunque, prepotente, imperiosa, superiore.
«Emerge una personalità in conflitto con il mondo, che usa l’Alpinismo per non farsi inglobare in quello che doveva essere il suo destino di nato in una provincia veneta, destino che invece si è compiuto nei suoi coetanei, amici e paesani. Per questo etichettato come ribelle (non firmato, www.dimensionemontagna.it)».

Il recentemente scomparso Ilio De Biasio durante l’apertura della via Tiziana Weiss sulla parete nord dello Spiz d’Agnèr Nord (14 agosto 1980)Mass-14-L-V120-OKLa meticolosità con cui è stato ricostruito il “patrimonio” di relazioni e documentazioni sulle vie nuove aperte da Lorenzo Massarotto, e la vastità delle testimonianze raccolte tra i suoi amici e compagni di cordata, sono ben valutate riportando il numero totale di pagine di Le vie: 536, fitte, senza nulla concedere a spazi bianchi!

«Sbagli, torti, senz’altro ne avrà fatti, ma rimane il capo indiscusso dei ‘cani sciolti’ che hanno dato tanto all’alpinismo ricevendo in cambio pressoché un tubo. E non è del resto un torto nei suoi confronti stampare così come sono questi brani che lui aveva scritto da giovane, accantonandoli, e che con la maturità avrebbe probabilmente riveduto e corretto? Scusa ancora Lorenzo, è per amore (Luca Visentini)».

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via Il Battesimo del Fuoco sulla parete nord-est della Torre Armena (17 luglio 1983)Mass-02-L-V108-OKA questo punto, quasi alla fine, possiamo tornare alla domanda iniziale. Sappiamo abbastanza bene il patrimonio di vie e di coraggio che ci ha lasciato Lorenzo: la storia s’incaricherà di precisare, di schiarire ulteriormente. Coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di agire con lui sono dei privilegiati che sentono bene la forza dei momenti vissuti assieme. Ma cosa possiamo dire del patrimonio culturale di cui Lorenzo è direttamente responsabile? Davvero la sua figura aderisce al profilo che ho tratteggiato all’inizio?

Secondo Gabriele Villa, per Lorenzo “alpinismo era una parola ricca di significati oggi in gran parte dimenticati, se non perduti, nei quali le imprese non si annunciavano, nemmeno venivano divulgate e raccontate ad ogni piè sospinto e con tutti i mezzi di comunicazione possibili; più semplicemente venivano compiute e molto spesso senza nemmeno tanto raccontarle, ma conosciute quasi solo dai diretti protagonisti”.

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via Dante Guzzo sulla parete nord-est dell’Agnèr (9 settembre 1988)

Mass-01-L-V107-OKIn realtà solo un editore anomalo come Luca Visentini poteva realizzare questo libro. Un editore che pubblica libri meravigliosi da anni, con le sole sue forze e di quelle degli amici, senza cercare la pubblicità, la ribalta e neppure i soldi. Un editore con le idee chiare, non segrete ma neppure sbandierate. Di ciò che si deve o non si deve fare, un’etica forte, valida una vita a dispetto di fortune e rovesci. Esattamente come le idee e le imprese di Lorenzo Massarotto, che nascevano e si realizzavano senza una pianificazione del proprio successo, senza pensare a un domani più bello di oggi: esattamente quando ogni giornata è così ugualmente serena che potrebbe essere la tua ultima. In pari con l’anima.

Ciao Mass!
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postato il 7 maggio 2014

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Le vie ferrate

Dopo ben più di due secoli di storia, nel rapporto e­tico, sportivo e turistico uomo-montagna, spicca oggi una problematica assai forte: è giusto accettare, e magari anche promuovere, l’apertura al pubblico di al­tre vie ferrate in monta­gna?

Dopo le prime esplorazioni a carattere quasi scienti­fico, le vette delle Alpi hanno visto susseguirsi nel tempo molti atteggiamenti diversi dell’uomo che le av­vicinava e le saliva: alla conquista romantica ha fatto seguito l’epopea eroica del sesto grado e ad un successivo artificialismo degli anni ’50 e ’60 si è sostituita l’attuale cosiddetta arrampicata libera con tutte le sue varianti.

Ciò non ha impedito che nei singoli periodi in cui do­minava un’ideologia fosse presente e ogni tanto emer­gesse qualche isolata ribellione, qualche atteggia­men­to contrario. Ci sono sempre state discussioni, pole­miche e diatribe molto accese e prolungate. Tanto per citarne qualcuna, l’uso o meno dei chiodi all’inizio del ‘900, le manovre di corda e il tecnicismo nell’e­poca d’oro del sesto grado, il rifiuto dell’artificia­le spinta e delle super direttissime fiorito già alla fine degli anni ’60. E poi, ancora, processi alle cor­de fisse, allo “stile spedizione”, ecc.

Via ferrata
vie-ferrate-apuaneIn ultimo, ecco apparire lo spit, imputato numero uno degli anni ’80 e ’90: qualcuno vorrebbe eliminare to­talmente questo strumento per lui mistifica­torio, al­tri lo considerano necessario come il guard rail del­l’autostrada. Ricordo qui che lo spit è l’evoluzione del vecchio chiodo ad espansione, ancoraggio quindi fisso e duraturo, che altera permanente­mente la super­ficie rocciosa e ne condiziona comunque la scalata.

Presi dalla stessa passione, magari punti nel vivo da qualche riferimento a se stessi, gli alpinisti si sono sempre gettati con accanimento a difende­re le proprie posizioni e, in questo, tutto il mondo è stato paese, dall’Eu­ropa all’Ame­rica. Ognuno cercava di dimostrare, con i migliori argomenti a sua disposizione, che si aveva diritto a fare questo e quest’altro, che si ave­va torto a fare questo e quest’altro. Qualcuno assume­va posizioni intermedie, altri ci facevano sopra dell’ironia.

L’arrampicata sportiva, i cui contorni hanno incomin­ciato a delinearsi con precisione dopo la breve sta­gione del free climbing (cioè “arrampicata libera” in senso stretto), più o meno agli inizi degli anni ’80, non si è rivelata diversa sostanzialmente: anche qui infatti le discussioni non sono mancate e non mancano, anche se l’etica di comportamento non vuol più essere misurata in un confronto con la montagna, bensì in un confronto tra atleti.

Ma cos’è una via ferrata? È un percorso attrezzato in maniera permanen­te per raggiungere una vetta o per traversare da una località ad un’altra. Spesso ricalca vecchie vie alpinistiche, ma altrettanto spesso segue un itinerario del tutto nuovo che, assai illogicamen­te, va a passare esatta­mente dove il vuoto è più sen­sibile e la verticalità è maggiore. Perché, se all’i­nizio della storia delle vie ferrate lo scopo era quello di far percorre­re con una logica ed un rispar­mio di ferro ciò che era impossibile al turista, oggi al contrario il ferro si spreca proprio perché il gio­co consiste nel percorrere precipizi e strapiombi il più emozionanti possibile.

Non voglio affrontare le problematiche relative alle ragioni per cui sono state costruite tante vie ferra­te: qualcuno ha certamente avuto il suo interesse, co­me a suo tempo è successo per i bivacchi fissi che og­gi cadono a pezzi da soli.

Diverso dalla via ferrata è il sentiero attrezzato. La Via delle Bocchette in Brenta, come il Sentiero degli Alpini di Val Fiscalina e tanti altri hanno valide ra­gioni storiche, culturali e quindi anche turistiche per essere stati realizzati e mantenuti in ordine. Le opere fisse sono ridotte al minimo, il percorso ha una sua logica geografica e storica, quindi una sua preci­sa giustificazione. Mi spingo perfino ad affermare che anche i vari “sentieri dei cacciatori” che affollano le Alpi hanno una loro idea di fondo: i per­corsi della selvaggina sono certamente i più logici di tutti e co­me tali vanno apprezzati, non solo dai cacciatori ma anche da tutti coloro che vogliono capire come sono “fatte” le montagne e vogliono respirarne a fondo la tridimensionalità.

La via ferrata di Castel Drena (Valle del Sarca)
vie-ferrate-CastelDrenaper-bambini-2Il fenomeno delle vie ferrate nasce già alla fine dell’800 (vedi i casi del Cervino e del Dente del Gi­gante), ma è soltanto dagli anni ’60 in poi che assi­stiamo ad un impressionante moltiplicarsi di itinerari più o meno attrezzati. Specialmente nelle Dolomiti, ma anche nelle prealpi calcaree trentine, venete e lom­barde, si fa ormai fatica a tenere un catalogo aggior­nato. Anche in Germania ed Austria il fenomeno ha pre­so piede, ma con maggiore moderazione. I tede­schi hanno infatti preferito riversarsi sulle nostre vie ferrate, a tal punto da loro ben conosciute da ri­conoscercene l’invenzione: “via ferrata” è infatti il termine da loro usato nel linguaggio corrente, al po­sto del meno frequente ma più autoctono klettersteig.

Non è da ieri che si è cominciato a discutere sulla liceità dell’apertura al pubblico di simili percorsi: però le discussioni non hanno quasi mai assunto forme polemiche o rissose. Infatti i convegni ne hanno sem­pre trattato in modo marginale, le riviste hanno dato all’argomento pratica­mente solo lo spazio di qualche lettera di indignati, nulla comunque al confronto del­le pagine e pagine di itinerari proposti dalle riviste stesse.

Probabilmente nelle dissertazioni relative alle vie ferrate non sono mai stati coinvolti l’onore e la fama di nessun grande alpinista. Lo scontro delle idee c’e­ra, ma non caratterizzato da nessun nome particolare, non quindi degno di faziose prese di posizione o di alcuna tifoseria.

Ma da qualche tempo è chiaramente emerso il pericolo che le vie ferrate, crescendo smisuratamente di numero e di spettacolarità, possano nuocere non solo ai “pu­risti” della montagna ma anche all’ambiente stesso.

Ciò che voglio dire è che se Paul Preuss, Enzo Cozzo­lino o Reinhold Messner avevano a cuore l’integrità e la nobiltà della montagna, che quindi doveva essere difesa dalle aggressioni del materiale ferroso, nella rigida difesa di un territorio che doveva rimanere “impossibile”, la discussione sulle ferrate oggi ha spostato i termini: non basta conservare un margine di “impossibile” per il futuro, anche il “possibile” dev’essere conservato tale, in rapporto alle rispetti­ve capacità dell’individuo e alle singole maggiori o minori volontà di impegno.

È importante riuscire a far “passare” il concetto che, rispetto ai sentieri e alle vie normali delle montagne, lo scegliere di dedicarsi alle ferrate non è “qualcosa in più di prima” (come oggi normalmente tut­ti pensano), ma è invece “qualcosa in meno”. Svalutare cioè la salita su opere artificiali nei confronti del­la vera esperienza.

postato il 22 aprile 2014