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Il tono che sottosta agli altri

Il tono che sottosta agli altri
di Eugen Guido Lammer
(da Jungborn, Vienna, 1922; odierna edizione italiana Fontana di giovinezza, traduzione di Raffaello Prati, Vivalda Editori, 1998)

Nelle mie numerose peregrinazioni solitarie anche al piano per selve, brughiere, paludi e spiagge marine, in modo speciale poi in montagna, in molte sciate di giornate intere, dove è più vivo il senso del remoto e del primitivo, fu tessuta una trama sempre più fitta di fili tra il mio mondo interiore e il mondo delle cose. Purtroppo, malgrado il suo sviluppo odierno, il linguaggio qui si rifiuta e non riesce a dare una forma. E non c’è da stupire; il linguaggio comune è figlio del mercato tumultuante: è creato solo per ciò che è grossolano, superficiale, per i sentimenti collettivi e per i pensieri volgari. Viceversa i milioni di suoni del silenzio e della calma sublime, della profonda interiorità e del muto rapimento hanno trovato un’espressione solo in misura modestissima nelle effusioni di poeti e di mistici graziati da Dio. Ancora più povero si trova il linguaggio di fronte agli innumerevoli valori sentimentali che hanno differenze tenuissime, quelli che suscitano tutti gli oggetti, le forme naturali, gli umori del tempo, le gradazioni della luce, i colori, i suoni della natura. Le parole sono nemiche di ciò che è pensato, presagito, veduto, sentito: sono sempre troppo angolose e anguste. Davanti alle mie parole in ogni lettore vibrano dei toni sovrapposti a mano a mano sempre diversi dai miei, a ogni passo perciò sono frainteso, sono costretto ad esprimermi con povere immagini, che solo di lontano e incerte alludono all’intima esperienza: i lettori ritengono pompa verbale e tintinno di campanelli ciò che in realtà è un balbettio singhiozzante. Per questo per molti anni non pubblicai più nulla d’argomento alpinistico.

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Quando riposando su una cima solitaria mi sento immedesimare con le fibre della mia anima nei duri strati d’orneblenda, fluire svanendo nell’azzurro e nel grigio allettanti della lontananza crepuscolare, e smarrire nell’ondeggiamento voluttuoso della linea di quel crinale e nelle sue sovrapposizioni pittoresche, la gente savia dirà forse alzando le spalle: “Ah, panteismo!”. Ma no, non è così semplice, non è detto che subito dietro le cose, dietro il mio io stia occhieggiando la divinità, la cosa è molto più complicata, il mio io ha una prospettiva infinita. È una scala molto alta quella che guida a Dio e sopra di me stanno novantanovemila gradini, che io non conosco ancora e così nessun altro.

Anzitutto mi manca spesso il “pathos della distanza” rispetto alla natura, e della presenza di Dio si dovrebbe pure rabbrividire. Certo talvolta, in rare ore di santità, fanno tremare il cuore dello scalatore solitario i dolci profondi brividi davanti a una potenza ultima, originaria, centrale; ma questo non è il mio stato d’animo ordinario sui monti. Al contrario continuamente avverto un’affinità coi mille esseri individuali e rintraccio i legami innumerevoli e diversissimi che legano col mondo esteriore il mio intimo, l’inconscio ignoto a me, che si agita enorme e profondo sotto la coscienza angusta e limitata. Un fiore di Lloydia serotina con le venature delicate sui suoi casti petali, quell’abete mezzo morto incendiato e schiantato dal fulmine o questa lucertola verde smeraldo suscitano d’improvviso in me un senso caldo d’amore; soffro personalmente i loro dolori, come godo del loro benessere e delle loro brame come se fossero una parte del mio io; nel rivederli li saluto come vecchi amici e posso compiangere fino alle lacrime la morte di quell’antico albero valoroso. Dei monti parecchi mi stanno personalmente vicini: amici o nemici e spesso una cosa e l’altra insieme. Il lampo fugace di sole, che esce da una fumata vagante di nebbia e rischiara lassù il povero tugurio o il seracco in modo così strano e stupendo, fa vibrare in me sentimenti nuovi o remoti e nativi, come oscure memorie d’un’esistenza prenatale. Quella valanga avviata a slittare parla in me in un linguaggio molto comprensibile; purtroppo tutte queste cose che io percepisco assai distinte e chiare, non riesco altrettanto ad esprimerle, perché la lingua umana, questo mezzo di comprensione, rifiuta il suo servizio e perché non sono un genio pittorico e un musicista.

In tutti questi singoli accordi vi è un tono che sottosta agli altri, d’una felicità infinita: la coscienza manifesta che ciò che è fuori e ciò che è dentro di noi hanno un’intimità, una parentela originaria, formano un solo essere. Tutto questo genera una delizia così inaudita che la debole animula dell’individuo quasi vi si sente volatilizzare. Questo è mito d’una creatività perenne, è religione, è poesia che è fiorita in verità, è sinfonia ed ebbrezza di linee e di colori, questo è anche filosofia – perché il mio pensiero non permane silenzioso, io penso con maggiore penetrazione e concretezza – questo è fredda e chiara visione e tuttavia insieme immersione beata nel mondo invisibile infinito dell’inconosciuto, di quello che resta ancor da sapere. Davanti alla natura esterna il mio intimo si fa chiaro e l’anima delle cose esterne io la comprendo dal mio interno. Ma io devo essere solo, senza compagnia alcuna, nemmeno di persone dal sentire più delicato, e anche senza turisti estranei nelle vicinanze. Forse anche il deserto sterminato mi parlerebbe un linguaggio simile, ma certo non con le mille voci che ha la montagna. Forse il mare agirebbe su di me in modo analogo, ma chi può essere solo sul mare? Sui monti si può, volendo, essere soli rapidamente, basta evitare le stagioni e i percorsi che sono di moda.

Eugen Guido Lammer
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Quel senso universale non è affatto nebuloso sentimentalismo, ma poiché il mondo alpino, come ho detto, per me (o meglio per centomila di voi), è un amico personale, animato, così io vorrei avvicinarmi ancor più e per esempio imparare a comprendere con maggiore esattezza le sue particolarità nel campo della geologia e della morfologia. Ancora più la biologia e la botanica psicobiologica mi conducono nel paese dei prodigi abissali: imparo qui che tutte queste pianticelle alpine fiorite intorno a me respirano come me e sono percorse da correnti di “sangue”, imparo che esse saviamente si adattano alla coercizione dell’ambiente e tuttavia con intelletto perseverante aspirano ad adempiere il compito della loro singola vita e la forte volontà della loro specie. E d’improvviso m’assale l’orrore del molteplice: malgrado il mio amore inteso a cercare e il mio fervido desiderio, io sto come un mendìco estraneo innanzi alle loro porte sbarrate, ciascuno dei nostri fratelli rimane murato nell’angustia del suo io.

D’altro canto la pittura di valori e di stati d’animo m’insegna a intendere nel suo vero senso l’apparenza esterna nelle Alpi: forme e colori come chiavi per arrivare all’anima delle cose. Si noti bene “anima” non come metafora, ma letteralmente, perciò misticamente; in questo senso Theodor Fechner in Zendavesta attribuisce un’anima ai pianeti, in Nanna alle piante e altrettanto lo “Spirito della Terra” del Goethe è concepito come spirito reale della nostra Terra, non come una vacua allegoria.

Questo trovai la prima volta sui monti ed è ormai quello che cerco coscientemente lassù, cioè l’unità infinita e l’armonia di tutte le forze, degli impulsi e dei sentimenti del mio proprio interno in se stesso e altrettanto vicendevolmente tra i due gruppi. Mentre la nostra civiltà priva di cultura disintegra e isola ogni cosa, nella grande natura alpina che respira in Dio ogni essere singolo si fonde in un cosmo. Non si tratta d’un’armonia a buon mercato, solo in superficie, ma i pinnacoli più bizzarri, gli abissi più terrificanti, l’ululato della tempesta più violenta, le valanghe annientatrici si compongono in un’unità perfetta col più dolce raggio di sole, col velo più tenero di nebbia, con l’insetto leggiadro, col fiore della roccia nel suo tranquillo splendore. Ma anche senza questo connubio col delicato, il paesaggio alpino più desolato è immagine d’un ordine che risponde a una legge, e anche in me stesso l’attività sportiva e l’osservazione penetrante, il sentire mistico e il pensiero scientifico, il godimento profondo delle proprie sofferenze in montagna non sono che aspetti differenti di un’entità fondamentalmente una. Io che m’ero rifugiato una volta come un essere scisso nel seno delle Alpi, fui congedato da quelle supreme donatrici ricongiunto a me stesso e al mondo.

Eugen Guido Lammer
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Così a poco a poco si cristallizzò per me l’ideale dell’alpinista: è l’uomo armonico, la natura compiuta. Tesori inestimabili riposano nel mondo della montagna, dobbiamo coscientemente crearci gli organi, le attitudini e le forze per accogliere in noi tutto ciò che è bello, che nobilita e reca frutto. Questa esigenza non si può certamente soddisfare: come posso essere insieme alpinista militante, orgiasta della natura, filosofo, temperamento religioso, fotografo ideale di montagne, genio creatore della pittura, sinfonista alpino come Richard Strauss, geologo e biologo, paleontologo e archeologo, storico, folclorista, studioso dell’arte e della cultura o come posso mai diventarlo? “Vorrei conoscere un tal signore e lo chiamerei signor microcosmo”. Se non si può raggiungere l’ideale totale comprensivo, tuttavia la figura dell’uomo armonico compiuto ci deve stare sempre davanti agli occhi, altrimenti ogni unilateralità ci rende poveri e ci fossilizza. E sempre nuove onde di felicità si riversano su di noi, quando scopriamo al nostro interno nuovi aspetti della ricchezza della montagna, per esempio studiando geologia, o imparando a fotografare coi sentimenti dell’arte e del paesaggio; di questa felicità non ha alcun sentore il profano della montagna.

Mentre come scalatore e come uomo miravo all’armonia di tutte le forze dell’essere, era ovvio ch’io scorgessi qualche cosa di simile nei Greci pressappoco all’epoca di Pericle, il quale nella storia della cultura fu l’ultimo a rappresentare nel suo essere una specie d’armonia. Ma quando io contemplo il tempio dorico, per esempio il Partenone, l’espressione più pura di quell’anima greca, io so che noi uomini del Nord non possiamo conquistare questa specie d’armonia e a mala pena lo vogliamo. Il greco guardava continuamente il mare intorno a sé, finché il suo interno diventava tranquillo come il mare. È vero che esso a volte si spezza e ondeggia selvaggiamente, ma presto tutto ciò che è turbato si deve di nuovo placare nella legge predominante della quiete orizzontale. Così infatti nell’anima greca come nel suo tempio impera esclusivamente l’orizzontale, l’impassibilità; tutto ciò che si slancia agile in alto, la colonna, permane fratello subordinato in servizio dell’incrollabile Sophrosyne, cioè la calma imperturbata dello spirito.

Il gotico, l’arco acuto, rivela il nostro carattere nordico. Io sono convinto che l’uomo nordico ha ricavato l’impulso esteriore all’espressione gotica delle forme dall’osservazione delle montagne, degli abeti e dei pini della sua patria; più importante è l’espressione gotica della nostra interiorità. Esistono, è vero, anche qui pezzi ancora orizzontali, per esempio nella cattedrale di Strasburgo, in Notre-Dame di Parigi e altrove, ma lo slancio verticale predomina di gran lunga, e nel duomo di Ulma e nel Santo Stefano di Vienna l’orizzontale terrestre si può dire scomparso. Ogni singolo pezzo, ogni pinnacolo, il tetto aguzzo e specialmente la torre, tutto tende, si sforza e accenna all’alto, all’alto soltanto. E dove l’arco acuto deve chiudersi per l’impotenza umana di acuirlo ancora più in alto, colà spinge egualmente le braccia in su all’al di là della sua brama nostalgica.

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Anche questo spirito gotico spira un’armonia, trascina tutte le forze insieme, vuole portarle all’equilibrio, cerca spesso pure un compimento, che è però sovraterrestre: solo lassù nell’invisibile tutte le forze sempre irrequiete del di qua raggiungono un equilibrio ideale. Questo ideale nordico faustiano dell’uomo gotico sempre in stato di bramosia intensa, il quale sveglia in sé, raccoglie e solleva in alto tutte le forze e gli impulsi per trovare finalmente la sua meta e la sua armonia in un se stesso superiore, quello è anche l’uomo compiuto di domani e dopodomani che io vorrei realizzare. E i monti specialmente, questi simboli gotici, mi devono assistere e condurre innanzi verso questa meta.

Vi sono tuttavia molte cime costruite secondo la legge dell’arco rotondo, ciò che il geologo designa come monti “maturi”: monti con molli mammelloni e profili a onde dolci. No, io amo e cerco gli altri: tutti i monti con carattere veramente personale sono gotici, le torri, le guglie, i corni, anche i muraglioni massicci con merli come i castelli inglesi, tutto ciò che è stagliato, aguzzo e pieno di sfida. Solo qui il mio desiderio è trascinato irresistibilmente in alto. Ma appena mi sono conquistato la meta di lunghi giorni e notti di desiderio, ecco che la bramosia del cuore faustiano resta inappagata della cima, cerca in alto con le dita brancicanti verso un al di là segreto: là soltanto ci dev’essere armonia e pace per i desideri avvampati.

Ma il simbolo gotico della mia anima nordica mi portò ancora un passo più innanzi: l’arco acuto ha due metà, delle quali ciascuna, considerata in sé, è un nulla gibboso, privo di valore e di senso; e nella cattedrale gotica agiscono non soltanto due, ma molti piccoli membri isolati, molto di bizzarro, grottesco, meschino; e solo perché tutti sono connessi insieme e insieme aspirano verso qualche cosa di unico, potente e travolgente, per questo vi si sente la mirabile pienezza e unità di accordi.

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Ecco, quasi un velo mi è caduto dagli occhi: vedo la collettività. Città intere per secoli e secoli con tutte le loro generazioni hanno cooperato all’augusta opera del di qua con una comunione di pensieri e di aspirazioni all’al di là, e così il gotico è anche divenuto il simbolo affascinante della comunità. Anime foggiate assai diversamente, di origine e sviluppo del tutto differenti, si curvano insieme ad arco acuto, si immedesimano a vicenda e si fondono in un’unica grande aspirazione. (Pensiamo alla fratellanza realizzala dai compagni di corda!). Molti esseri isolati si trovano, si porgono reciprocamente le mani per una comune attività, divengono una sola cosa nella loro magnifica opera e nelle mete dell’al di là.

Però qui cominciano per me le dolenti note. Io vedo l’augusto ideale della comunità raggiare nel cielo dell’avvenire, ma io non me ne sento capace. Per una lunga vita, giovane e adulto, io ho venerato solo l’individualità, ho lavorato a scalpellare la mia personalità. Immedesimarmi in altri fino alla vera comunione d’anime dell’operare, io lo posso a stento. E chi lo può oggi in questo mondo dell’odio, in questa fiumana limacciosa del più basso egoismo?

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La questione della morte

A distanza di più di un anno dall’uscita dell’articolo di Pietro Crivellaro Brividi al capolinea (20 luglio 2014), lo stesso giornalista ritorna sull’argomento con un nuovo pezzo, Dispute appese al chiodo, pubblicato sul Sole 24 Ore dell’11 ottobre 2015.

Questo ritorno è anche dovuto al nostro articolo del 4 settembre 2014, Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro), nel quale sostanzialmente contestavamo alcune sue idee:
– il suo esprimere “seri dubbi” sulla liceità di praticare il free solo e soprattutto sulla liceità di filmarlo e venderlo, in quanto il free solo è “una deliberata follia, una danza macabra, un moderno gioco gladiatorio”;
– il giovane Alex Honnold, arrampicatore e alpinista di livello planetario, in quanto campione di free solo è “un vistoso caso clinico e vittima di una dipendenza fenomenale che deve suscitarci più dubbi che ammirazione“.

Alex Honnold in free solo su Separate Reality, Yosemite Valley
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Dispute appese al chiodo è una precisazione a quanto detto un anno prima, ma siccome si aggancia alle nostre contestazioni non possiamo esimerci dal tornare anche noi sull’argomento. E’ il catenaccio dell’articolo a evidenziare il suddetto aggancio: “Nutrire perplessità sul free solo, l’arrampicata più radicale, per alcuni alpinisti è un attacco alla libertà“. Crivellaro inizia lamentando di essere stato attaccato e che alcuni “insorti” lo abbiano anche invitato a dare le dimissioni dal Club Alpino Accademico Italiano, l’associazione che riunisce i migliori alpinisti italici. Secondo questi pareri infatti, chi critica le imprese estreme di altri è come se rinnegasse le proprie, cioè quelle che gli hanno permesso di essere nominato Accademico. Dunque, l’invito a dimettersi.

Ma non è su queste polemiche che vogliamo rispondere a Crivellaro, essendo maggiormente interessati al nocciolo della questione. Di poco conto è anche la sua precisazione, in questo secondo articolo, che il suo mettere sotto accusa Honnold è subordinato al fatto che sia vero che lo stesso Honnold faccia le sue imprese solo per girare i video: quindi Crivellaro sottintende che, in mancanza di questa “verità”, allora anche Honnold potrebbe essere “riabilitato”. Una sottigliezza. Giustamente Crivellaro passa al nocciolo: la questione della morte.

Qui è più convincente. Anzitutto, nella platea di Trento che applaudì Honnold, coglie la domanda non formulata, la strisciante curiosità non detta: “Alex, come la metti con la morte? Ti rendi conto che è pericoloso, MOLTO pericoloso?”. In un secondo tempo cita lo psicanalista Cesare Musatti, che definì l’alpinismo “un gioco con la morte”. Infine racconta di come l’Accademico Andrea Mellano e il giornalista sportivo Emanuele Cassarà ebbero a metà anni ’80 l’idea di organizzare le prime gare di arrampicata. Crivellaro definisce l’arrampicata sportiva, così originata e benedetta, una “piccola rivoluzione di civiltà”, perché basata filosoficamente su un movimento culturale contro “il gioco con la morte”. Al contrario del free solo, la “forma di arrampicata più estrema partorita dalla nostra società dello spettacolo, anzi del selfie”, che secondo Crivellaro riporta al “fondamentalismo” di Paul Preuss, che morì giovane in una solitaria. Un Preuss che Crivellaro mette a confronto con Tita Piaz, che diceva “meglio un chiodo in più che una vita in meno”.

Considerazioni
La questione della morte è il nodo con il quale qualunque individuo nella sua vita, si spera molto prima dell’inevitabile e concreto incontro finale, DEVE aver a che fare, allo scopo di crescere e di formarsi proprio come individuo. Un definitivo distacco dal cordone ombelicale. Con la morte hanno avuto a che fare sia Crivellaro che Musatti, sia Piaz che Preuss. Si sono trovati di fronte ad essa, l’hanno contemplata una o più volte. Le riflessioni sulla propria morte possono avere diversi esiti: quelli positivi comportano la crescita dell’individuo; quelli negativi possono incrementare l’attrazione inconscia verso la morte. Non è un gioco, è parte della vita di chiunque. E ognuno deve darsi le proprie regole senza seguire quelle di altri.

Dobbiamo dire bravo a Musatti, perché giocando con la follia altrui è riuscito a non farsi contaminare più di tanto e a essere utile al prossimo; dobbiamo dire bravo a Preuss perché ha fatto la sua scelta e ha celebrato un esempio; dobbiamo dire bravo all’irruento e sanguigno Piaz che è riuscito a non morire in montagna. Dobbiamo dire grazie a Crivellaro, che ci pone serenamente questi quesiti dopo una carriera alpinistica lodevole e quindi, per definizione, non scevra da rischi.

Eugen Guido Lammer non era di idee sportive: era un fanatico dell’esperienza intima, romantica, un uomo che non aveva paura della morte e che certamente non si tratteneva dal dirlo. Lammer morì nel suo letto, al contrario di tanti altri che mai hanno fatto free solo ma che purtroppo sono morti in montagna. Gianni Calcagno non ha mai fatto una solitaria in vita sua e rifuggiva dall’idea; Renato Casarotto nelle sue solitarie si auto-assicurava scrupolosamente. Potrei fare decine di esempi che contraddicono la facile contrapposizione Preuss-Piaz.

Sono felice quando in una platea la domanda sulla morte aleggia senza essere espressa. In quel modo c’è più probabilità che ciascuno cerchi dentro di sé e trovi la sua risposta. Non deve essere Honnold a farlo. Non deve essere Crivellaro a pretenderlo, pensando che Honnold sia un sempliciotto sedotto dal mito del selfie.

Quanto all’arrampicata sportiva, santificata da Crivellaro perché “piccola rivoluzione di civiltà”, non mescoliamola, non paragoniamola, non accostiamola all’alpinismo. Se ci piacciono il movimento atletico e l’intelligenza motoria che l’arrampicata sportiva implica, pratichiamola senza contrapporla alla pretesa ideologia di morte insita nell’alpinismo. Gli alpinisti, inguaribili, cercheranno la propria vita finché avranno respiro, anche se questa ricerca li metterà prima o poi a contatto con la morte. La ricerca della vita vale il dialogo con la morte: questa è la vera rivoluzione individuale.