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Cercansi alpinisti per il Premio Meroni 2016

Il Premio Meroni è unico nel suo genere: per salire sul podio occorre che i candidati si siano prodigati – con indispensabile discrezione – per la difesa e la promozione della montagna nel campo dell’ambiente, della cultura, dell’alpinismo e della solidarietà. Compito non semplice identificarli per il Comitato promotore che, pur essendo dotato di sensibili antenne, si affida alle candidature “spontanee”. E ciò per sondare al meglio ciò che emerge fra i tanti amici della montagna che compiono gesti importanti stando lontani dai riflettori della cronaca e degli sponsor.

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Né eroine né supermen. Cercansi candidati per il Premio Meroni
Grazie all’ospitalità concessa dal Comune di Milano a Palazzo Marino e all’entusiastica organizzazione della Società Escursionisti Milanesi, il Premio Meroni torna a fare notizia cercando di far conoscere persone/gruppi che hanno fatto disinteressatamente qualcosa di buono per l’ambiente, la cultura, la solidarietà o che si siano distinte nel praticare l’alpinismo per qualche contributo originale o per il complesso dell’attività. “Persone che non sono né eroine né supermen”, è spiegato nella newsletter della SEM, “e forse vi stanno più vicine di quanto pensiate.

Gli interessati possono avere informazioni o proporre candidature, ritenute coerenti con il profilo richiesto, scaricando il “bando”,  il “modulo” e la “scheda del candidato” dal sito www.caisem.org/premiomeroni/ e inviando il tutto, opportunamente compilato, all’indirizzo e-mail: [email protected]sem.org entro il 2 ottobre 2016.

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Intitolato alla memoria di Marcello Meroni, il premio è promosso dalla Scuola di Alpinismo e Scialpinismo “Silvio Saglio” della Sezione SEM del CAI con il consenso e il sostegno della famiglia di Marcello che fu un abile alpinista e istruttore e con il patrocinio della Scuola Regionale Lombarda di Alpinismo, del CRUSM dell’Università Statale di Milano, del Comune di Milano e del Consiglio di Zona 1 del Comune di Milano. La consegna dei premi sarà a novembre (data in via di definizione), la cerimonia sarà condotta da Marco Albino Ferrari.

Come si realizza la selezione dei candidati? Alla luce dei premiati succedutisi in questi anni sul palco, va riconosciuto che forse quella degli alpinisti è la categoria in cui è più difficile trovare personalità in sintonia con il bando, presentandosi questa categoria con molte facce: da quella di chi sale per diletto le vette più facili a quella di chi, tecnicamente all’altezza, cerca la via difficile e sconosciuta alla ricerca di emozioni personali come è il caso del “creativo” Ivo Ferrari premiato nell’edizione 2015.

Marcello Meroni
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Ma può anche venire premiato l’alpinismo solidale di personalità come quella, sempre nel 2015, di Annalisa Fioretti, intrepida scalatrice di ottomila che dedica parte della sua attività all’assistenza delle popolazioni bisognose del Nepal. O come Elio Guastalli che nella sua veste d’istruttore di alpinismo e tecnico del Soccorso alpino si adopera per una frequentazione consapevole della montagna. O come il compianto Oliviero Bellinzani che affrontava con tenacia vie classiche di roccia pur essendo amputato di una gamba.

A chi toccherà questa volta? Al veterano che ha portato a termine un suo vecchio sogno aprendo una via su una parete strapiombante senza volutamente cercare linee naturali? O al giovane che onora un famoso club alpinistico con la sua tenacia e creatività? O a un cacciatore di ottomila che non dimentica di diffondere tra i giovani l’amore per la montagna? Il campo è vasto e tutto da sondare. Perché sono tanti gli alpinisti che fanno, in silenzio, a volte molto più di altri che occupano pagine di giornali e blog su internet. Persone che non fanno gli alpinisti. Lo sono.

La giuria
Della giuria del Premio Meroni fanno parte Tiziano Bresciani, Laura Posani, Dolores De Felice, Nicla Diomede, Franco Meroni, Roberto Serafin, Alessandro Gogna, Giacomo Galli e Antonio Colombo. La giuria ha a disposizione quattro premi per le categorie alpinismo, solidarietà, cultura, ambiente, oltre a una menzione speciale facoltativa.

Uno dei premiati del 2015, Elio Guastalli
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CAI ed elicotteri

Per il mese di agosto 2016 il Comune di Ollomont, in collaborazione con le Guide di Valpelline, ha organizzato in sintonia con il CAI di Chiavari una gita in elicottero al Rifugio Franco Chiarella all’Amianthe, base per le ascensioni al Grand Combin.

Credo che iniziative di questo tipo, che impattano così profondamente sui principi etici del CAI (in barba al Nuovo Bidecalogo della stessa associazione), dovrebbero sollevare un confronto immediato tra i soci e l’associazione e non realizzarsi così alla chetichella.

Alberto Conserva (da facebook, 10 luglio 2016): “Personalmente, avendo frequentato la valle di Ollomont per tantissimi anni, avendo potuto usufruire della squisita accoglienza dei soci del CAI di Chiavari, durante l’ ascensione al Grand Combin e in molte altre circostanze, non riesco ancora a credere che la nostra associazione possa prestarsi a un’operazione promozionale dell’uso dell’elicottero in montagna. Sono profondamente sdegnato”.

La gita in elicottero in questione è chiaramente proposta nero su bianco in questo comunicato, nonché sul sito ufficiale del turismo in Valle d’Aosta http://www.lovevda.it

La manifestazione ha titolo L’anima del rifugio: Festa e musica in alta quota nell’incanto del Rifugio Amianthe, e si svolgerà il 4 e il 5 agosto 2016.

A sottolineare che evidentemente per gli organizzatori la sola alta montagna e lo splendido isolamento di questo angolo di Alpi Pennine non bastano a raccogliere partecipanti, eccoli affannarsi per dare al pubblico new attractions, per ridurre alle regola da luna park anche i più meravigliosi momenti di vita.

Viene in mente il pezzo What use? inserito nell’album Half Mute (1980) della band americana Tuxedomoon… “Give me new noise – give me new affection – strange new toys – from another world”.

Una new attraction può essere qualificato il peraltro bellissimo Concerto Divertissement de Mozart: il Kreamuze Clarinet Quartet, composto da Peter Himpe, Yanou Vanermen, Els Van Rillaer e Simon Himpe, suonerà al tramonto per i  convenuti al Rifugio Amianthe, a 2979 m.

In più la Compagnia delle Guide di Valpelline ha deciso di celebrare l’annuale festa delle guide proprio in quell’occasione che, come lo stesso comunicato stampa sottolinea, è o dovrebbe essere “un evento straordinario, una giornata di festa e di celebrazione della vita e del lavoro nei rifugi alpini”. Per il 5 agosto, in compagnia delle guide alpine, chi lo desidera può salire in vetta alla Tête Blanche 3413 m.
Altra gradita attraction sarà di certo il pranzo a base di piatti tradizionali e prodotti della cucina ligure a cura dei gestori della Sezione CAI di Chiavari.

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Peccato dunque che, “per l’eccezionalità dell’evento” siano stati organizzati voli speciali con gli elicotteri della ditta Pellissier il giorno 5 agosto “per dare a tutti l’opportunità di salire in alta quota e di gioire di un evento cosi emozionante”. Prezzi davvero popolari: per ogni passeggero 40 euro solo salita, 85 euro andata e ritorno.

La festa delle guide, organizzata in un luogo così remoto e solitario (ricordiamo che le ore di cammino sono circa quattro da Glacier, Ollomont) non doveva essere banalizzata in questo modo.

Non c’è neppure la scusa di favorire il gestore con una maggior frequentazione: infatti il rifugio è autogestito dai soci del CAI di Chiavari, che a turno provvedono al servizio nei mesi estivi, non certo quindi professionalmente.
Marco Lanata, presidente CAI Chiavari, ha scritto (su facebook): “Faccio presente che questa sezione non ha organizzato alcunché, si è resa disponibile – in qualità di gestore del rifugio – a dare adeguata assistenza logistica alla manifestazione organizzata dal Comune di Ollomont per valorizzare le “terre alte”. Con l’occasione faccio presente che questa Sezione intende collaborare attivamente con gli Enti Locali, cui compete la gestione del territorio, e/o con altri Enti o
Associazioni per migliorare l’ offerta escursionistica/alpinistica della Valle. Considerata la favorevole esperienza dello scorso anno, anticipo che anche per quest’anno è prevista al rifugio una festa con le Guide della Valpelline, cui questa sezione darà adeguata collaborazione“.
In sostanza, la sezione del CAI di Chiavari vorrebbe prendere le distanze dall’organizzazione ma sbaglia le misure, perché ben si guarda dall’ammettere che, se voli d’elicottero ci saranno, sarà anche per la sua fedele acquiescenza agli Enti locali, direi remissiva obbedienza: una risposta che ben traduce lo spirito di quel Club Alpino che nessuno dovrebbe volere.
Ci auguriamo che qualcuno riveda queste decisioni, se non altro per rispettare la volontà della maggioranza dei soci del Club Alpino Italiano, chiaramente espressa nel Nuovo Bidecalogo.

Gae Valle (da facebook, 10 luglio 2016): “Purtroppo non è un caso isolato. Le varie feste dell’alpe sono promosse e hanno successo, perché alla gente interessa provare “l’emozione” del volo e non vivere la cultura della montagna. Operatori turistici, guide, CAI e associazioni varie, sostenute dai media locali e nazionali, promuovono la cultura urbana, il divertimento dei luna park, facili e redditizie attrattive. In Valsesia, nonostante sia Parco Naturale… gli elicotteri girano e come girano!“.

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Più sicurezza in tutte le stagioni

Da sabato 12 marzo a domenica 20 marzo 2016 si è svolta a Milano la manifestazione Mount City-Montagne a Milano, con una fitta serie di eventi.
Uno di questi, nella splendida sede di Palazzo Marino, è stato il convegno Più Sicurezza in tutte le stagioni.

Roberto Serafin (http://www.mountcity.it/): “Dolores De Felice e Antonio Colombo che coordinavano con grande competenza a Palazzo Marino la conferenza sul tema Più sicurezza in tutte le stagioni, hanno dato la parola via via a Lorenzo Craveri che ha insegnato a leggere le previsioni meteorologiche, a Umberto Pellegrini che ha spiegato come “nascono” le previsioni del tempo, a Elio Guastalli, soccorritore e profeta della sicurezza in montagna, che vorrebbe veder fallire il Soccorso alpino, a Riccardo Marengoni che ha offerto suggerimenti per camminare in sicurezza, a Matteo Bertolotti che ha parlato della formazione degli alpinisti nelle scuole del CAI, a Martino Brambilla che ha raccontato della sua esperienza nell’alpinismo giovanile del CAI, alla rifugista Elisa Rodeghiero che ha riferito della funzione dei rifugi come indispensabili presidi anche per l’integrità fisica di chi va in montagna. Infine un protagonista dell’alpinismo di tutti i tempi, il veterano Alessandro Gogna, ha posto un sigillo al convegno dilungandosi sulla “bestemmia del no limits”. “La nostra”, ha detto Gogna, “è una società strana, perché come si fa a vivere questa schizoide contrapposizione tra il non avere limiti (o comunque predicare di non averli) e contemporaneamente insistere su una sicurezza quasi maniacale in tutto ciò che facciamo?”.

Il pubblico di Palazzo Marino in occasione dell’inaugurazione dell’evento MountCity-Montagne a Milano. Foto: RobertoSerafin/MountCity
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Dei vari interventi sopra elencati abbiamo scelto quello di Elio Guastalli.

Dai soccorsi possibili alla cultura della prevenzione
(gli interventi del Soccorso Alpino e Speleologico e la volontà di farlo fallire)
di Elio Guastalli

Parto facendo qualche piccola osservazione. Perché, vivendo nel soccorso alpino ormai da molti anni, ho un dubbio: non so se tutti hanno ben chiari alcuni aspetti, alcuni compiti, ai quali il Soccorso Alpino e Speleologico del CAI è chiamato. Sessanta anni fa il soccorso alpino è nato come un’associazione di mutuo soccorso. In sessanta anni sono cambiate tante cose, è cambiato il mondo. Soprattutto le nostre abitudini, le mie e le vostre comprese.

Dico questo perché in seguito tornerò su questo piccolo ma non trascurabile concetto.

Oggi il Soccorso alpino non è più, da tanti anni, un’associazione di mutuo soccorso. Oggi c’è molto altro. E da anni. Oggi il CNSAS svolge un compito di pubblico servizio. E’ un onore per il Soccorso alpino, è un onore per il Club Alpino Italiano, ma è un compito pesantissimo, veramente di grandissima responsabilità. C’è questa, ma non solo, legge dello Stato che interessa il soccorso alpino, ma non solo: attraverso una serie di altri provvedimenti, anche restrittivi, convenzioni, e anche tramite i presîdi sanitari delle Regioni al Soccorso alpino sono assegnati dei compiti molto precisi.

Il CNSAS è sostanzialmente una struttura operativa al servizio dei Sistemi sanitari d’urgenza e d’emergenza. Da qui derivano degli obblighi che portano il soccorso alpino a fare confrontandosi con una serie di strutture che chiedono e chiederanno sempre di più, a esempio, precisione ed efficienza negli interventi.

Dunque vi è un impegno grande, che non so se è realmente percepito da tutti. In un mondo sempre più difficile in cui nessuno, o quasi, accetta ancora certe condizioni, tipo quella di legare l’incidente che ha subito a una sorta di casualità. E’ molto più facile vedere la gente arrabbiarsi e fare denuncia. In questo clima, ben diverso da quello di trent’anni fa, il soccorso alpino è sottoposto a una pressione ben maggiore, la stessa cui sono sottoposte le Unità di Servizio Sanitario.

Dico questo perché in tempi recenti, come soccorso alpino, abbiamo visto, e a volte subìto, apprezzamenti anche esagerati. I tecnici del soccorso alpino non sono eroi, sono settemila persone, per la maggior parte volontari con qualche professionista guida alpina, che fanno questo per spirito di solidarietà e passione per l’alpinismo e la montagna. Dunque lo spirito è rimasto quello di un tempo, quello del mutuo soccorso.

A volte quindi si parla dei tecnici come di eroi un po’ fuori dal tempo. A noi piacerebbe una valutazione un po’ più serena e tranquilla.

Fatta questa premessa, per illustrare l’attività del soccorso alpino, vi mostro alcuni numeri, pochi ed elementari,  scarni perché nonostante una lunga storia oltre un secolo nessuno di noi vuole avere l’ambizione di parlare di dati statistici.

Elio Guastalli
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Da questi dati si possono comunque evincere e percepire aspetti e fatti che negli incidenti si ripetono.

Il soccorso alpino e speleologico, da qualche anno e in Italia, ha un numero che si attesta attorno ai settemila interventi. In questa tabella vedete le percentuali per cause d’incidente e per attività.

La caduta, seguita dal malore, fa la parte del leone. Nell’ambito delle attività è l’escursionismo il principale responsabile. L’incapacità di percezione del pericolo è in ogni caso alla base della maggioranza degli incidenti.

Queste percentuali sono comunque approssimative, e in più disquisire sul 6% piuttosto che sul 7% non ci porta da nessuna parte. Le cause sono quelle, anche se estendiamo l’analisi agli anni precedenti.

I soccorsi speleo sono pochi, per fortuna, perché comunque rimangono i più complicati e possono durare anche cinque o sei giorni.

Potremmo curiosamente osservare quanto incida la ricerca dei funghi. Questa ricerca è uno dei compiti del soccorso alpino, come pure del CAI. Una ricerca che deve portare alla prevenzione. Come i soccorsi alpini del mondo condividono le tecniche per una sempre maggiore efficienza, supportata in gran parte dall’elisoccorso, così la prevenzione dev’essere altrettanto condivisa.

C’è poi la domanda: il soccorso alpino è sempre possibile? O in qualche caso è troppo rischioso e qualcuno deve prendere la decisione se tentarlo o meno? Qui si entra nell’ambito della consapevolezza personale. Va detto con chiarezza che in presenza di casi disperati ben difficilmente il risultato può essere del tutto positivo, cioè il recupero della persona ancora in vita.

Laura Posani, presidentessa della storica Società Escursionisti Milanesi che ha organizzato MountCity, l’evento in programma a Milano dal 12 al 20 marzo. Foto: Roberto Serafin/MountCity
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Si sono verificati casi, ma rimangono casi. Nella maggior parte degli eventi considerati a poca speranza, il risultato non sarà mai soddisfacente. E, quand’anche lo sia, dobbiamo considerare che il risultato a quel punto non è conseguito soltanto dalla grande efficienza ma anche da una buona dose di fortuna. Quindi non tutti i soccorsi sono possibili se non modificando il livello di consapevolezza del soccorritore rispetto a quelle condizioni e a quelle dinamiche.

Il rischio è soprattutto quello di affidarsi troppo al tecnicismo. Affidarsi al tecnicismo vuole dire dimenticare il resto, cioè che oggi andiamo sempre più di corsa, che ci sono pericoli ineliminabili (che nessuno di noi ha la presunzione di eliminare) che richiedono riflessione sul nostro comportamento. La prevenzione passa necessariamente attraverso questa consapevolezza, che quindi dev’essere aumentata, incentivata.

L’amico e compianto Daniele Chiappa, tra i primi a rivoluzionare il soccorso in visione moderna, diceva sempre che con la prevenzione si sarebbe potuto “far fallire il soccorso alpino”, nel senso di farlo diventare del tutto inutile o quasi, con il minor numero di interventi possibile.

La prevenzione si deve fare mirando alla sicurezza come obbligo morale, mirando alla libertà perché la libertà è complementare al nostro andare in montagna in quanto sollecita la nostra attenzione e la nostra sensibilità. La libertà di comportarci bene però, perché solo così possiamo essere responsabili di noi stessi, dei nostri compagni e di coloro che ci aspettano a casa.

Con questo spirito è nato il progetto Sicuri in montagna, proprio mirando non al tecnicismo ma alla persona, senza mai aver detto che la montagna è sicura. La montagna non è sicura, ma le persone hanno l’obbligo morale di frequentarle cercando la massima sicurezza, non fidandosi completamente di qualunque aggeggio e di qualunque tecnica per non dimenticarci delle nostre scelte auto-responsabili.

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Al di fuori del convegno Più sicurezza in tutte le stagioni, e per restare in argomento, all’intervento di Elio Guastalli facciamo seguire l’interessante relazione (aprile 2016) di Maurizio Dellantonio, neoeletto presidente nazionale del CNSAS.

Per il 2015, i dati statistici confermano una sostanziale stabilità rispetto all’anno precedente. In questo ultimo triennio, il numero degli interventi per anno è pressoché identico e le modeste variazioni sono del tutto ininfluenti sul panorama generale per poter cogliere qualche tendenza o nuova indicazione. Si conferma invece la mole delle missioni di soccorso che mediamente è di quasi 20 interventi al giorno, portati a termine su tutto il territorio nazionale. Si registra anche un’attività più intensa in periodi che fino a qualche anno fa erano considerati stagioni morte per il turismo: questo sta ad indicare una fruizione più diversa e variegata del mondo alpino.

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Negli ultimi dieci anni, il numero di interventi è passato gradualmente dai 5568 del 2006 ai 7153 del 2014, con un picco nel 2011, quando le operazioni di soccorso furono addirittura 8299; una tendenza che ha comportato anche un conseguente maggiore impegno di operatori e tecnici, dovuto all’aumento delle persone soccorse.

Sono stati più di trentamila (31.383) i soccorritori del CNSAS (Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico) impegnati nel corso del 2015 in oltre settemila interventi, in tutta Italia, per un totale di circa 145.000 ore.

Dall’esame in dettaglio dei numeri, i 7005 interventi del 2015 sono stati compiuti in prevalenza durante i mesi estivi: 980 a luglio, 1277 in agosto, quando aumentano i frequentatori della montagna; cifre inferiori invece per i mesi di aprile (358), maggio (370), novembre (300) e dicembre (368).

Nella maggior parte dei casi, le persone soccorse presentano ferite non gravi (2662 – 37,3%) oppure sono illese (2320 – 32,5%); i feriti gravi sono stati 1265 (17,7%), quelli che si trovavano in condizioni molto gravi o in imminente pericolo di vita, con le funzioni vitali compromesse, sono stati 421 (5,9%); i decessi sono stati 429 (6%), i dispersi 49 (0,7%).

I maschi sono il 71% (5106), le femmine il 29% (2040), un dato che si ripresenta abbastanza costante nel tempo. La fascia d’età più coinvolta negli incidenti è quella fra i 50 e i 60 anni (1106), seguita da quella fra i 40 e i 50 (1040), poi 60-70 (874), 20-30 (834), 30-40 (830), 70-80 (594), con numeri inferiori per i ragazzi tra i 10 e i 20 anni (576) e i bambini fino a 10 anni (165), mentre sono state 185 le persone soccorse oltre gli 80 anni. Solo il 6,2% (445) è iscritto al CAI: nel 93,8% dei casi (6071 persone) non ci si avvale dei vantaggi che l’iscrizione comporta, in termini di copertura assicurativa e di attività di formazione e informazione sulla prevenzione del rischio in montagna.

I cittadini italiani sono l’80,5% (5753), seguiti da tedeschi (554 – 7,8%), francesi (94), austriaci (82) e svizzeri (62), che insieme arrivano al 3,3%; il 5,7% (406) è costituito da altri cittadini europei, quelli provenienti da una trentina di nazioni differenti sono il 2,7% (195).

Le ragioni per cui si richiede soccorso sono connesse alle attività praticate: la caduta prevale di gran lunga, con 2353 casi (32,9%), seguita da malore (900 – 12,6%), un dato quest’ultimo in stretto rapporto con l’invecchiamento generale della popolazione.

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La perdita di orientamento (846), accanto a incapacità (561), ritardo (284) e sfinimento (170), indicano che oltre un quarto degli interventi (1861 – 26,1%) potrebbero essere evitati con un’attenta programmazione degli itinerari e la consapevolezza delle proprie capacità escursionistiche, alpinistiche o sportive; la mancata consultazione preventiva dei bollettini meteorologici è invece stata la causa di 311 operazioni, avvenute in condizioni atmosferiche critiche. L’ambiente montano è lo scenario prevalente (43,2%), seguono l’ambiente ostile e impervio (21,7%) e le piste da sci (10%); l’ambiente rurale e antropizzato equivale allo 0,7%.

L’escursionismo (2877), lo sci in pista (755) e l’alpinismo (439) sono le attività durante le quali accade il maggior numero di infortuni; lo sci-alpinismo corrisponde a 169 casi (2,4%), 132 le ferrate, 128 l’arrampicata. I cercatori di funghi che hanno chiesto aiuto o che è stato necessario recuperare sono stati 315, un numero legato anche all’andamento stagionale della raccolta.

La richiesta dell’elicottero è avvenuta in 2843 casi (89,3% appartenenti al Sistema sanitario nazionale); a bordo, accanto all’équipe medica, è sempre presente il Tecnico di Elisoccorso (T.E.) del CNSAS. Nei restanti casi, emerge quanto sia fondamentale la collaborazione con le altre realtà coinvolte nel sistema dell’emergenza nazionale, come Vigili del Fuoco (77 mezzi), Union Alpin Dolomit (65), Protezione civile (53), Polizia di Stato (12), Corpo Forestale (11), Guardia di Finanza (5), Carabinieri (2), Esercito (2), Marina (2).

L’elicottero è quindi ampiamente utilizzato ma, nonostante l’utilizzo di tecnologie avanzate, ci sono situazioni in cui la competenza delle squadre territoriali è fondamentale: i soccorritori del CNSAS sono in grado di raggiungere chi ha bisogno di aiuto in qualsiasi condizione, ovunque, di giorno e di notte, in ogni momento dell’anno, grazie a una elevata selezione, a una formazione continua, alla meticolosa conoscenza dei posti e soprattutto all’insostituibile spirito di dedizione e solidarietà che li contraddistingue.

Il CNSAS non è una normale associazione, ma un Corpo nazionale, che affonda le proprie radici sul territorio e il lavoro dovrà proseguire sul modello di un federalismo maturo, consapevole e autonomo che è stato la nostra forza in questi anni”.

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Il prestigio del Premio Meroni

Il prestigio del Premio Marcello Meroni

Per la premiazione di un premio prestigioso era necessaria una sede altrettanto di prestigio. E, in occasione dell’VIII edizione del premio Meroni, questa sede si è finalmente trovata: la Sala Galeazzo Alessi di Palazzo Marino, proprio di fronte al Teatro della Scala di Milano.

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In un fine pomeriggio di pura foschia milanese, sabato 14 novembre 2015, sono stati premiati proprio lì i benemeriti della montagna.

Con la regia tecnica di Claudio Bisin, e dopo un introibo di Laura Posani presidente della SEM-CAI (Società escursionisti milanesi), la cerimonia è stata condotta dal sempre brillante Marco Albino Ferrari, scrittore di successo e direttore della rivista Meridiani Montagne.

Ma cosa è il Premio Marcello Meroni? Roberto Serafin lo definisce “una pianticella saldamente innestata nel terreno della solidarietà che in otto anni è cresciuta a dismisura anche e forse soprattutto grazie alla determinazione di Nicla Diomede e di Franco Meroni: lei compagna e lui papà del caro Marcello”.

Marcello Meroni
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Scomparso prematuramente il 14 dicembre 2007, Marcello Meroni era un fisico, laureato all’Università degli Studi di Milano con una tesi su stelle di neutroni, appassionato divulgatore scientifico su tematiche di astrofisica, divenuto coordinatore e progettista della Divisione Telecomunicazioni dell’Ateneo. Con questo ruolo aveva ideato e curato alcuni tra i principali progetti di innovazione dell’area informatico-tecnologica dell’Ateneo, tra cui il Regolamento di sicurezza di Ateneo e il servizio hotspot wireless – oggi in uso all’intera comunità universitaria: personale docente, personale non-docente e studenti.
Ma Marcello Meroni era anche un grande alpinista, in particolare brillante ghiacciatore e cascatista. Istruttore nazionale di Alpinismo, direttore del corso di alpinismo e di cascate della Scuola Silvio Saglio della sezione SEM-CAI di Milano e istruttore della Scuola regionale Lombarda di alpinismo, Marcello è stato un punto di riferimento a livello nazionale per metodologia e carisma.

Per gli istruttori e allievi della Silvio Saglio, Marcello “aveva il fascino, arcano e misterioso, che appartiene alle persone speciali. Quelle con cui stai bene e ti senti sereno, ma non sai spiegarti il perché. Quelle con cui puoi parlare di stelle (il suo pane), di musica o cinema, di fisica o letteratura, di surf o vela (eh sì, la vela!), di informatica (ah… linux!)… senza che abbiano mai ostentato alcunché della loro cultura, intelligenza, genialità”.

 

Quest’anno la giuria era composta da: Nicla Diomede, Massimo Pantani, Tiziano Bresciani, Laura Posani, Dolores De Felice, Franco Meroni, Roberto Serafin, Alessandro Gogna, Antonio Colombo e Giacomo Galli.

Nella sua presentazione, Ferrari coglie perfettamente il significato del premio e la filosofia con cui ha lavorato la giuria. A voce ferma sostiene di essere dell’opinione che la montagna renda “più buoni”. Detto da altri potrebbe sfiorare la retorica, invece lui ci fa pensare che sia come ritornato da poco a questa convinzione, come se mille episodi diversamente positivi, di cui tutti noi abbiamo comunque fatto esperienza, gli (e ci) avessero in passato modificato quell’iniziale ottimismo con cui tutti abbiamo abbracciato la montagna e la sua gente. Ma poi qualcosa lo (ci) avesse fatto tornare sui suoi passi, dopo aver riconosciuto nelle difficoltà che la capacità di commuoversi è la base della solidarietà.

L’ottava edizione del premio Marcello Meroni “riservato a chi, in ambito montano, riesce a essere un esempio positivo” ha premiato Elio Guastalli (categoria Cultura), Annalisa Fioretti (categoria Solidarietà), l’Associazione Ambientalista Mountain Wilderness-Italia (categoria Ambiente), Ivo Ferrari (categoria Alpinismo) e Giuseppe Masera (menzione speciale).

Elio Guastalli
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Elio Guastalli. Montagna sicura? Non illudiamoci, la sicurezza dipende solo da noi. Ne è convinto Elio Guastalli che dal 2000 coordina le giornate Sicuri in montagna organizzando incontri con esperti aperti a tutti gli appassionati e ripetendo implacabilmente le linee guida perché la montagna ci sia possibilmente amica. Guastalli, di professione insegnante, è responsabile del Soccorso alpino di Pavia e dell’Oltrepò, Istruttore di alpinismo e, dal 1994, membro del Centro studi materiali e tecniche del CAI. In queste molteplici vesti diffonde con impegno e convinzione quella cultura alpinistica che, come sostiene Massimo Mila nei suoi “Scritti di montagna”, è una delle forme di conoscenza dove più inestricabilmente si uniscono il conoscere e il fare.

Il progetto Sicuri in montagna è nazionale ed è volto a promuovere la prevenzione in tante attività praticate in montagna: l’alpinismo, l’escursionismo su sentieri, l’arrampicata in falesia, la ricerca di funghi, l’attività sulla neve e le ferrate. Gli incontri in tutta Italia sono sempre ben organizzati e riscuotono grande successo nel pubblico degli appassionati. Sono convinto che bene ha fatto Guastalli a puntualizzare che “Montagna sicura” può essere un’illusione per tanti: ma allora, dico io, perché non ribattezzarla già da subito “montagna più sicura”?

Annalisa Fioretti e Ivo Ferrari. Foto: Roberto Serafin (Mountcity.it)
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Annalisa Fioretti. Nata a Milano nel 1977, medico, mamma di due figli (la bambina, Clara, particolarmente indiavolata) e alpinista non professionista, dal 2003 si divide tra la famiglia, il lavoro e le spedizioni in Himalaya e Karakorum. Nel 2011 mentre scala il Gasherbrum II 8035 m partecipa a due soccorsi a 6200 m, portando in salvo un pakistano colpito da edema polmonare d’alta quota e un inglese caduto in un crepaccio. Nel 2012 in Pakistan per scalare il Gasherbrum I 8068 m e cercare il corpo dell’amico Gerfried Goschl, incontra Greg Mortenson e la piccola Sakina, bimba con una severa cardiopatia, che riesce, grazie a una cordata di solidarietà, a portare in Italia per essere operata. Nel 2013 raggiunge gli 8450 m del Kangchenjunga 8586 m senza ossigeno e riesce a portare salvi al campo base quattro persone in difficoltà sopra i 7500 m. Nel 2015 mentre si trova al CB Everest per scalare il Lhotse 8516 m viene colpita dalla valanga staccatasi dal Pumori a seguito del terremoto di 7.8 gradi della scala Richter. Gestisce per ore assieme a un collega straniero la maxi emergenza al CB. I giorni successivi arriva a Kathmandu dove si ferma assieme a due amici in villaggi sperduti e non ancora raggiunti da alcuna organizzazione umanitaria, visitando centinaia di persone in pochi giorni. Nel corso dell’ultimo anno si è prodigata in innumerevoli iniziative a favore del Nepal: il ricavato delle serate cui viene invitata e del libro Oltre da lei dedicato a questa e altre esperienze, vengono interamente reinvestiti nei progetti pro-Nepal.

 

Mountain Wilderness Italia. In un tempo in cui la montagna viene in gran parte considerate come uno spettacolare fondale in cui esibirsi o fare turismo di cassetta, l’attività di Mountain Wilderness è rivolta a moderare gli impatti negativi derivanti dall’afflusso turistico di massa senza mettere radicalmente in discussione il senso stesso della parola “turismo”. Un compito quanto mai gravoso in questo 2015, in cui si annuncia lo smantellamento del Parco Nazionale dello Stélvio, s’inaugura il mega impianto di Courmayeur-Punta Helbronner, si moltiplicano i comuni montani che ammettono l’eliski e in Marmolada si vuole un altro impianto alla vetta già devastata.

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Il Premio Meroni vuole rappresentare un doveroso sostegno all’opera di questa associazione ambientalista nata nel 1987 che quindi da quasi una trentina d’anni vive e opera grazie al coinvolgimento entusiasta di tanti appassionati in difesa dei grandi spazi della montagna ricorrendo, quando è necessario, anche ad azioni spettacolari e provocatorie.

Carlo Alberto Pinelli, l’attuale presidente, precisa che non si tratta di un club elitario. Per Pinelli, e di certo non solo per lui, la differenza tra alpinisti ed escursionisti è una distinzione artificiosa, valida solo per chi è interessato alle prestazioni. Anche Marco A. Ferrari sottolinea che la parola escursionista, dal latino ex-currere, racchiude in sé anche quell’attività che noi chiamiamo alpinismo.

 

Ivo Ferrari. Alpinista bergamasco di tra i migliori italiani, pratica con discrezione un alpinismo di ricerca nelle nostre montagne. Nato a Treviglio nel 1968, accademico del CAI, ha al suo attivo un notevole numero di prime salite e prime ripetizioni su roccia e su ghiaccio, ma anche parecchie invernali e solitarie. Per lui sono di particolare fascino itinerari storici un po’ trascurati dall’attuale ufficialità alpinistica. E per venire a conoscenza di vere e proprie chicche dimenticate occorre leggere molto, girare parecchio e ascoltare gli altri, tutti quelli che gli possono raccontare delle storie.Per i suoi exploit ha ricevuto il premio Pelmo d’Oro e il Marco Dalla Longa. Per lui non esiste bello o brutto, buono o friabile, ma è tutto bello, perché puoi andare e quello è ciò che conta, quella libertà che ti senti dentro. “Sì, sul friabile ti devi fare leggero, ma è bello, così sul ghiaccio, su qualsiasi terreno. Quando hai voglia e vuoi andare e ti muovi a piacimento in libertà: quello è bello, è la passione che ti senti esplodere dentro”. Ed ora, ci confida Ivo, a tutto questo si è aggiunta una nuova sfida: fare cordata con il figlio Dario.

Il presidente del CAI Milano, Giorgio Zoia (a destra) e Giuseppe Masera. Foto: Roberto Serafin (Mountcity.it)
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Giuseppe Masera. Tra i maggiori esperti mondiali nel campo della leucemia infantile, già Primario del reparto di pediatria e oncologia pediatrica dell’Ospedale S. Gerardo di Monza, da lui diretto sin dalla sua apertura nel 1983, il prof. Masera si è adoperato nella realizzazione del progetto A ciascuno il suo Everest, che da oltre 10 anni prevede l’avvicinamento alla montagna di bambini colpiti da leucemia e curati presso il reparto di onco-ematologia pediatrica del S. Gerardo di Monza. Il progetto prevede l’accompagnamento, con l’aiuto delle Guide Alpine della valle, sulle montagne e nei rifugi dell’alta Valle Camonica dei ragazzi che, guariti o in remissione dalla malattia, possono gioire e meravigliarsi a contatto con la montagna e provare grande soddisfazione nel trovarsi in situazioni che mai avrebbero immaginato nei momenti bui della malattia. La sala viene informata che ormai la battaglia contro la leucemia si vince nell’80% dei casi e che questa lotta è una grande occasione di crescita per l’individuo. Si cita la parola resilienza, la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Questo premio speciale, con la proiezione di un breve ma intenso filmato, è stato vissuto dalla sala come un messaggio di speranza per tutti, sottolineato dalla viva voce di uno dei ragazzini protagonisti, dalla barba ieratica di Masera e dalla buia giornata precedente, la strage di Parigi.

Dopo lo spoglio delle schede del pubblico, la cerimonia si conclude, nello scrosciare dei battimani, con la proclamazione del vincitore del premio del Pubblico, quest’anno assegnato proprio a Giuseppe Masera.

Milano, 14 novembre 2015, i premiati del Marcello Meroni. Da sinistra: Carlo Alberto Pinelli e Giancarlo Gazzola (per Mountain Wilderness Italia), Giuseppe Masera, Elio Guastalli, Franco Meroni, Annalisa Fioretti, Ivo Ferrari, Nicla Diomede e Marco Albino Ferrari. Foto: Roberto Serafin (Mountcity.it)
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28 anni di lotta per il Bosco del Cansiglio

28 anni di lotta per il Bosco del Cansiglio
Il 15 novembre 2015 ci troveremo ancora, per la 28a volta, per ribadire che il Cansiglio va conservato intatto.

Programma:
9.30 – Raduno al parcheggio del Passo della Crosetta 1127 m sulla strada provinciale 422;
10.00 – Partenza lungo la strada e poi, prima del Ponte di Val Cappella, si prende a destra il sentiero naturalistico N, seguendo l’antico tracciato medioevale della Strada del Patriarca, verso Camp della Mussa fino all’inizio dei Bech, dove si intercetta l’Anello del Pian Cansiglio e si tiene la destra (sentiero segnato con le lettere M, N, O), verso il Pian de le Code. Si passa per il Bus de la Lum e si scende alla strada sterrata di Val Palazzo, prendendo a destra. Dopo un centinaio di metri si svolta a sinistra seguendo l’indicazione Anello del Pian Cansiglio, fino alla strada sterrata dell’Archetton. Si gira a sinistra (area picnic) e si prosegue su strada asfaltata fino alla strada sp 422 (campo da golf, monumento ai partigiani);
12.00 – Arrivo e raduno presso l’area della ex base Nato ed ex caserma Bianchin (dietro rifugio S. Osvaldo), ora bonificata e restituita all’uso civile (prati e parcheggi).

Interventi delle associazioni

14.30 – Inizio del ritorno, seguendo la sp 422 fino al ristorante Capanna Genziana. Subito dopo si prende a sinistra l’indicazione Anello del Pian Cansiglio (sentiero M, N, O) verso Lama dei Negadi e i Bech, riprendendo il sentiero dell’andata e ritornando, dopo breve salita, nei pressi del Ponte di Val Cappella e nuovamente sulla strada asfaltata, ritornando alla Crosetta, punto di partenza.

Chi volesse prolungare il percorso del ritorno, può continuare lungo il sentiero dopo i Bech (Anello del Pian Cansiglio), fino a trovare sulla destra l’indicazione del sentiero O che sale in mezzo al bosco fino ad incontrare la strada forestale che dalla Crosetta porta alla Candaglia. Arrivati sulla strada forestale si tiene a destra fino ad arrivare alla Crosetta. Tale percorso prolunga il ritorno di circa un’ora.

Alla partenza al Passo della Crosetta verrà fornita una fotocopia con la traccia dei percorsi

Per informazioni:
Ecoistituto del Veneto Alex Langer, da lunedì a venerdì dalle 17 alle 18 – tel. 041-935666; [email protected]
Toio de Savorgnani: cell. 346.6139393

 

Una lotta iniziata nel 1988
Casera Palantina: una vecchia malga semidiroccata tra il margine superiore della Foresta del Cansiglio verso l’Alpago e le cime del gruppo del Cavallo, fino al 1988 nota solo agli abitanti del posto e agli escursionisti e poi, a causa della lotta, conosciuta in tutto il Veneto e Friuli.

Il 12 novembre 1989, al secondo raduno di alpinisti e ambientalisti contro la distruzione della foresta, contro gli impianti di risalita e per il Parco, c’erano 1.300 persone, nella seconda edizione 2.500 e nella terza, 10 novembre 1991, 3.400.

Dunque un continuo aumento, e non indifferente, di presenti e una considerazione da fare. Dietro a due o tremila persone disposte al disagio-piacere di una salita in montagna in novembre che hanno dimostrato, magari senza essere abituali frequentatori della montagna, di essere disponibili alla levataccia domenicale e ad affrontare il freddo e la camminata, esiste un pubblico estremamente più numeroso, anche se più pigro, che però segue con estrema attenzione quello che sta succedendo in Cansiglio.

La Foresta del Cansiglio è una specie di miracolo storico. Nel 923 l’imperatore Berengario donava la Foresta al vescovo e conte di Belluno, questo significa che già prima dell’anno 1000 era di proprietà. L’analisi di quel vecchio documento di donazione ci fa capire che i confini della Foresta non erano tanto diversi da quelli attuali.

Nel corso dei secoli successivi la Foresta divenne dapprima controllata (inizio XIV secolo) e poi proprietà vera e propria (nel 1548) della serenissima repubblica di Venezia per la quale i faggi del “gran Boscho da reme” erano una risorsa strategica: per secoli la maggior parte dei remi delle galee veneziane furono ricavati dai faggi del Cansiglio.

Dopo la fine della repubblica (1797) il Cansiglio passò a Napoleone, all’impero absburgico e infine al regno e poi alla repubblica italiana.

Nella Foresta del Cansiglio. Foto: Marco Milani
Bosco del Cansiglio

10 novembre 1991
Alla faccia di meteorologi e specialisti vari che ogni anno in questo periodo si affannano a dimostrarci che l’estate di san Martino è un evento statisticamente inattendi­bile, anche quell’anno e per la quarta volta il tempo era splendi­do… Tra i partecipanti anche alpinisti famosi, come Kurt Diemberger, Fausto De Stefani e Giuliano De Marchi che, non potendo camminare a causa di un recente congela­mento ai piedi salendo l’Everest, è venuto in mountain bike.

Ricordo che era presente anche uno sparuto gruppo che si è presentato come «comitato anti-parco» e che ci ha invitato ad andarcene poiché eravamo in… proprietà privata!

Anche loro erano «verdi», anche se in modo un po’ diverso da noi. Infatti portavano tutti la tuta mimetica da cacciatori e il distintivo «caccia-pesca-ambiente», per dissentire apertamente contro l’istituzione del Parco del Cansiglio, e dare più eterogeneità alle persone che si associano ai super-diretti interessati, cioè agli speculatori edilizi e politici coinvolti.

In quell’occasione quei signori, non avendo dalla loro parte nessun argomento valido per sostenere le proprie tesi e non possedendo alcuna idea se non quella di avere più diritti degli altri di farsi gli affaracci propri con la scusa di essere a casa loro, furono capaci soltanto di ricorrere a intimazioni, minacce e atti di violenza. Sarebbe infatti interessante sondare in quegli ambienti per scoprire chi sfasciò le auto due anni prima, chi tagliò le gomme agli escursionisti appena sopra Colindes (e sempre due o tre gomme per auto…).

I cacciatori crearono dunque per l’occasione il «comitato anti-parco» e giunsero, al colmo dell’eccitazione alcolica, a minacciare di morte alcuni degli organizzatori della manifestazione affermando, davanti a testimoni: «… hanno fatto bene a sfasciarvi le macchine («hanno» chi?), hanno fatto benissimo a tagliarvi le gomme, e visto che voi continuate a venire quassù a casa nostra a mo’ di invasione barbarica (sic) basta farne fuori un paio di voi e non tornerete più…». Qualcuno si era anche abbandonato a citazioni storiche affermando che durante la seconda guerra mondiale l’Alpago era un’isola felice, che i civilissimi militi tedeschi erano amici delle popolazioni locali e davano loro cibo e lavoro, mentre poi sono arrivati i banditi partigiani dalla pianura che hanno rovinato l’idillio e sono iniziati rastrellamenti, esecuzioni, deportazioni, incendi di interi villaggi. Allo stesso modo al giorno d’oggi i «barbari» verdi provenienti dalla pianura impediscono all’Alpago di percorrere la via dello sviluppo e ottenere progresso e ricchezza attraverso lo sci da discesa e il turismo di massa.

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2002-2013
E ricordo anche la manifestazione del 2002, anno internazionale delle montagne e del turismo sostenibile. Alpinisti e ambientalisti, ormai al XV incontro, si sono ritrovati ancora a Casera Palantina per ribadire, semmai fosse ancora necessario, che la Foresta del Cansiglio va tutelata in modo rigoroso, istituendo una o più Aree Protette. Perché ancora si parla di collegamento sciistico o almeno stradale con Piancavallo, come passaggio obbligato per far «decollare» l’area, anche se gli ultimi inverni sono stati quasi del tutto privi di neve.

All’11 novembre 2012, sia Tambre in Veneto che Aviano in Friuli continuano a chiedere l’impianto di collegamento con l’Alpago e il comune di Tambre ha pronto un nuovo progetto di impianto di risalita da Colindes a Forcella Palantina del probabile costo di 20 milioni di euro. Nella 25a edizione i convenuti dicono chiaramente che quell’impianto non si può fare (in Veneto) e quindi nemmeno finanziare (da parte della regione Friuli-Promotur).

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9 novembre 2014
E’ ormai il 27° incontro, perché il rischio è sempre lo stesso: lo smembramento, per motivi di “bassa cucina” politica, di un patrimonio costruito in oltre 1000 anni di storia. Patrimonio storico-culturale che è diventato anche e soprattutto patrimonio naturalistico, riconosciuto anche dall’Europa, infatti tutta l’area è sia SIC che ZPS.

Noi non crediamo che la Foresta del Cansiglio e le cime che la sovrastano siano «proprietà» di chi vi abita e le devastazioni già prodotte nelle altre zone, sia di pianura che di montagna, non sono certo una scusa per permettere nuovi scempi anche in questa antica foresta rimasta protetta per più di un millennio. Noi crediamo che il Cansiglio sia patrimonio di tutti e che gli abitanti dell’Alpago abbiano sicuramente il diritto a una vita dignitosa, ma non quello di distruggere la foresta.

Negli anni ‘70 si parlava di farne un parco nazionale, poi un poi un parco regionale, poi almeno una riserva naturale regionale. Ora il rischio è che tutto questo venga perso per rivendicazioni locali e appetiti di imprenditori più o meno locali.

Nonostante la pioggia, circa 150 persone hanno ribadito coralmente il messaggio “siamo tutti sindaci del Cansiglio”: buona parte dei partecipanti portava a tracolla una fascia simile a quella dei sindaci, per ribadire l’idea che questa Foresta è un bene comune, un patrimonio di tutta la comunità sia veneta che friulana, sia naturalistico che anche storico.

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La regione Veneto ha istituito un tavolo di concertazione con i sindaci dei comuni che gravitano sul Cansiglio per discutere azioni comuni; l’iniziativa è di per sé positiva ma non si capisce perché da questo tavolo siano escluse le associazioni ambientaliste, visto che sono portatrici di interessi diffusi e rappresentano due comunità regionali di 7 milioni di abitanti, non piccoli comuni di poche migliaia di persone. Le associazioni ambientaliste presenti (CAI, Legambiente, WWF, Lipu, Mountain Wilderness, LAC) chiedono di poter essere presenti al tavolo di concertazione, assieme ai sindaci, non ci possono né ci devono escludere, ecco il motivo della fascia tricolore sulle spalle di molti partecipanti.

Si è inoltre ripetuta l’incompatibilità di qualsiasi collegamento tra Colindes e Pian Cavallo con impianti per lo sci da discesa, anche di piccole dimensioni. A questo proposito si è inoltre espressa una forte perplessità per alcuni nuovi interventi: a Pian Cavallo si sono spesi altri 700.000 € per un nuovo bacino d’acqua, appena realizzato, per la neve artificiale, al Comunità Pedemontana del Friuli sta proponendo una pista ciclabile per collegare l’Alpago con Pian Cavallo attraverso Forcella Palantina, idea cui opporsi con decisione poiché già esistono strade forestali per mountain bike (Cansiglio, Candaglia, dorsale), ed inoltre un no deciso è stato dato al progetto dei comuni di Budoia ed Aviano di asfaltare, anche se a stralci, tutta la dorsale dal Gaiardin al Pian Cavallo, quest’ultima una strada forestale in sterrato che dovrebbe restare chiusa, invece è percorribile e che l’asfaltatura renderebbe molto più facile da percorrere: la dorsale è una zona estremamente delicata, molto importante per la fauna, vi sono stati segnalati parecchi transiti di orso e, anche se la notizia non è stata ancora confermata ufficialmente, sarebbero già stati sentiti e visti dei lupi.

Altro tema trattato durante l’incontro è stato quello della vendita dei beni demaniali, infatti la regione Veneto aveva più volte espresso l’intenzione di porre in vendita ad esempio il campo da golf, l’hotel San Marco e altro in Cansiglio. Da poco la regione ha comunicato di aver stralciato dall’elenco dei beni vendibili queste parti di Cansiglio, ma lasciando aperta la porta alla possibilità di cedere il San Marco. Le associazioni presenti hanno ribadito che il San Marco non va demolito ma recuperato, possibilmente per il turismo famigliare e naturalistico (educazione ambientale) in Cansiglio non serve un hotel di superlusso, riservato a turisti molto facoltosi e finalizzato solo a far cassa, ma può essere una struttura importante per far conoscere i valori naturalistici della Foresta. Si è inoltre ricordato che ormai da anni le associazioni ambientaliste chiedono che il Cansiglio diventi una Riserva Naturale Regionale e che si percorra l’iter per il riconoscimento UNESCO quale Patrimonio dell’Umanità-riserva della biosfera.

In ogni caso non tutto l’Alpago crede nello sviluppo attraverso lo sci da discesa e anche oggi, cacciatori a parte e per i loro specifici interessi, solo uno sparuto gruppo di amministratori continua a sostenere quei progetti fuori moda e fuori tempo.

Bisogna perciò impedire che questi «ultimi giapponesi che continuano a combattere a guerra finita» producano dei danni che resteranno nel futuro a testimonianza della loro incapacità di capire i segni dei tempi. Il Cansiglio deve diventare un Parco, un parco vero, non dato totalmente in gestione agli Enti Locali altrimenti ci troveremo con un parco che permetterà impianti di risalita ed anche una caccia con pochi limiti.

Se la Foresta del Cansiglio è oggi ancora intatta lo dobbiamo all’impegno degli ambientalisti e al WWF che ha fornito per molti anni il sostegno economico e logistico per le azioni legali che hanno permesso il blocco dei progetti degli impianti di risalita per lo sci tra il Pian Cavallo e Colindes.

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Gli altri pericoli
Ma la Foresta del Cansiglio non è l’unico esempio di minaccia alla montagna bellunese. Progetti di carattere generale sono in agguato o in corso di realizzazione, dalle strade silvo-pastorali ai nuovi tralicci (dai 15 ai 35 metri) per la telefonia mobile, dalle nuove discariche di rifiuti solidi urbani accanto ai corsi d’acqua all’eccessivo prelievo idrico (energia idroelettrica, innevamento artificiale), alla realizzazione di nuove cave, a nuove lottizzazioni residenziali ed artigianali. Se aggiungiamo l’ampliamento della rete viaria (tangenziali, svincoli), la realizzazione di campeggi con roulotte stabilmente presenti, il quadro si fa ancora più preoccupante, assieme alle deleterie iniziative dei rally nella Foresta Demaniale di Somadida o ai motoscafi da corsa nel Lago di Auronzo o all’allargamento del posteggio del rifugio Auronzo. E possiamo aggiungere l’illuminazione notturna di alcune piste e l’eliski in espansione.

Ma è sugli impianti di risalita che la fantasia si scatena di più: funivia Vodo di Cadore – Monte Rite; collegamenti sciistici Rifugio Fedare – Forcella Gallina – Passo Falzàrego; Passo Giau – Settsass – Sella Ronda; San Vito di Cadore – Rocchette – Selva di Cadore; Lago di Misurina – Col de Varda – Val Marzon; Falcade – Passo S. Pellegrino – Forca Rossa – Malga Ciapela. E, come se non bastasse, per la Marmolada è sempre viva l’ipotesi di collegamento tra gli impianti di Seràuta e Punta Rocca con quelli del Pian dei Fiacconi; e su Cortina d’Ampezzo grava la costruzione dell’aeroporto.

Per ulteriore approfondimento:
Per una vita migliore in montagna di Antonio Zambon
Perché torniamo in Pian Cansiglio di Toio de Savorgnani e Michele Boato

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No eliski in Val Formazza (né altrove nelle Alpi)

NO eliski in Val Formazza (né altrove sulle Alpi)

I liberi pensatori e scivolatori s’incontreranno in Val Formazza il prossimo 29 marzo 2015 per un libero raduno rivolto a tutti gli appassionati frequentatori di questi luoghi contrari alla diffusione dell’eliski: CAI, guide alpine, scialpinisti ed escursionisti. Una festa più che una protesta, senza troppe sigle e senza tanti distinguo.
Numerose strade e impianti esistenti già costituiscono uno splendido aiuto per portarsi in quota, oltre usiamo solo l’energia dei nostri muscoli. Saliamo a piedi, con gli sci, le ciaspole e con la slitta perché fa bene a noi e alla montagna. “Senza colpevolizzare nessuno, senza ergersi a giudici ma testimoniando che siamo tutti responsabili delle nostre azioni e di quello che lasceremo in dote a chi verrà dopo, stimolando, se possibile, la riflessione di ognuno (Michele Comi)”. Passate parola!

La giornata è stata programmata per il 29 marzo 2015 d’intesa con 15 delle 17 sezioni CAI Est Monterosa e con le Guide Alpine Alberto Paleari e Marco Tosi, per mostrare il volto di una montagna autentica, che non si presta a divenire un parco divertimenti per pochi ma si conferma ancor di più rifugio delicato e prezioso per tanti, residenti e ospiti attenti.
L’evento si rivolge agli scialpinisti e agli escursionisti con racchette da neve.

Mountain Wilderness Italia e Mountain Wilderness Svizzera, in prima linea da quasi trent’anni a difesa dell’ambiente dell’alta montagna dalla prepotenza degli elicotteri usati a scopo di divertimento, aderiscono alla manifestazione del 29 marzo in Val Formazza portando il loro sostegno agli organizzatori e ringraziando le guide alpine che condividono le motivazioni di questa lunga e storica lotta.

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Programma

Ore 8.00, ritrovo a Valdo di Formazza alla partenza della seggiovia del Sagersboden.
Valdo – Risalita con la seggiovia – strada della Val Vannino – diga del Vannino – lago Sruer – passo Lebendun o del Vannino. Chi non volesse prendere la seggiovia, può salire da Canza per la vecchia mulattiera Walser fino all’arrivo della seggiovia.
Discesa e ritrovo al rifugio Myriam per foto, firma manifesto e saluti.
Possibilità di pernottamento la sera precedente presso ol rifugio Myriam su prenotazione, tel 0324/63154.

NOTA: l’adesione è volontaria e ogni partecipante, autonomamente e responsabilmente, provvede ad attivare ogni azione di auto protezione per la gestione del rischio connesso alla pratica sci-alpinistica e del fuoripista (ARTVA, pala, sonda e… testa!). E se il meteo è brutto? Non rinunciamo, ma ci fermiamo e ristoriamo al rifugio.

Per la logistica: Nicola Pech 339-6989121

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Another ruined paradise
di Jacob Balzani Lööv

“Vieni Mike, saliamo con gli sci di notte che domani ci svegliamo in un piccolo paradiso”. Mike è un mio amico irlandese che vive in Svizzera e gli avevo promesso un posto che tutti gli scialpinisti ritengono speciale, la val Formazza. Citerò solo uno tra questi affezionati, Mario Rigoni Stern che nel 1938, durante la Scuola Militare di Alpinismo, scrisse: “… nell’assoluta solitudine, sotto un cielo profondo, mi sembrava che le stelle emettessero un suono. Ogni tanto mi fermavo ad ascoltare e il mio pensiero si perdeva”.

Sticazzi.

Peccato che in questo lasso di tempo siano stati inventati gli elicotteri e la Val Formazza sia ora venduta come “il nostro incredibile paradiso eliski, virtualmente inviolato, conosciuto per essere il Canada delle Alpi.” Già avevo sentito delle voci su questo eliski in Val Formazza ma non ci avevo prestato troppa attenzione. Portare la gente a sciare con l’elicottero non si intonava nei miei pensieri né con la wilderness per cui è nota la valle, né col formaggio Bettelmatt del presidio Slow Food. Sarà un fenomeno transitorio, mi sono detto. Finché un giorno non mi capitò di provarlo sulla mia pelle (e su quella di un amico venuto apposta, scusa Mike se ti ho portato in un brutto posto).

La Nord del Clogstafel ormai una pista da sci
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La giornata era splendida e appena il tempo di uscire dal rifugio Miryam iniziare a risalire lentamente la nord del Clogstafel, sprofondando in un metro di neve fresca, l’elicottero ha iniziato a far rumorosamente su e giù per la valle, andando prima verso l’Árbola, osservandoci salire ad ogni passaggio e poi addirittura sorvolando l’imponente cornice appiccicata lassù, sopra di noi, sulla cresta del Clogstafel.
La cornice ha tenuto… se no non sarei qua a scrivere ma, a duecento metri dal colle, abbiamo deciso di scendere: un po’ per le condizioni (tanta neve su possibili placche ventate dei giorni prima) ma soprattutto per la paura che l’elicottero scaricasse degli sciatori sopra di noi (perché un conto è giudicare la sicurezza del percorso dal basso e con la propria esperienza e un conto è avere un gruppo di gente, con o senza guida, che ti scia sopra la testa).

Appena il tempo di raggiungere la base del pendio e tutti gli elisciatori hanno iniziato a scendere ricalcando le nostre tracce. Ora, io in Val Formazza non ho più nessuna voglia di tornarci perché non ho nessuna voglia di andare in luoghi che ripropongono i rumori della città e l’affollamento delle piste di sci. Anche se ci sono molte ragioni, morali ed etiche, per cui gli elicotteri non dovrebbero volare a scopo ricreativo su zone che andrebbero protette per la loro bellezza, magari chi ha permesso e voluto l’eliski potrebbe iniziare a porsi una domanda: “Accettando l’eliski non rischiamo, a medio termine, di perdere molti più soldi?”

Parlando la lingua del denaro, forse l’unico linguaggio condiviso del nostro tempo, ho come l’impressione che il vantaggio dei guadagni provenienti dell’eliski sia destinato a pochi e che a causa di questi la gente che veniva in Val Formazza per sentire il “rumore delle stelle”, con gli sci, le ciaspole o semplicemente a piedi, sarà sempre meno. A questo punto, per assurdo, tanto vale puntare tutto sull’eliski e incidere anche l’elicottero sulla crosta del Bettelmatt. Val Formazza patria dell’eliski, addio.

Una proposta per il nuovo logo del formaggio Bettelmatt
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E allora, la reazione.

Innanzitutto come è nata l’idea. Avendo partecipato al raduno della Valmalenco del 1° febbraio 2015, organizzato da Michele Comi e Giuseppe Popi Miotti, in quell’occasione, parlando con Michele, è nata l’idea di replicare la formula in altre valli. La manifestazione della Valmalenco ha avuto un grande successo, soprattutto mediatico. Qui è la rassegna stampa.

Io lavoro a Milano ma sono cresciuto a Stresa e le montagne che più conosco e più frequento sono quelle dell’Ossola. Come non iniziare quindi dalla Val Formazza che, ahimè, ha un enorme potenziale per l’eliski che comincia a dare i suoi frutti amari?

Per avere un appoggio autorevole ho pensato di coinvolgere da subito Alberto Paleari e Marco Tosi, due guide alpine che già dal 2012 avevano manifestato apertamente la loro critica all’eliski. Entrambi hanno aderito da subito con grande interesse.

Le sezioni del CAI Est Monterosa sono venute dopo, con alcuni distinguo: Macugnaga e Formazza si sono rifiutate di appoggiare l’iniziativa. Su 17 sezioni, hanno aderito in 15, benché il bidecalogo del CAI parli molto chiaro. Evidentemente al CAI non esiste il vincolo di mandato…

La mia personale critica, per quanto poco possa valere, all’eliski non è certo di tipo moralista. E’ disinteressata, liberale, estetica. E’ una questione di eleganza, di stile. Andare in montagna con l’elicottero è come andare al matrimonio della regina in ciabatte.

Qui, per chi vuole, sono dei link al riguardo dell’eliski in Val Formazza, prossima terra di conquista per gli elisciatori:
– il sito svizzero Heli-guides.com (in inglese) promuove settimane nei “luoghi virtualmente inviolati” della Val Formazza;
– l’italianissimo heliski-valformazza.com definisce la Val Formazza, il “nostro incredibile paradiso eliski” e anche “il Canada delle Alpi”. Poi spara: “Nell´area della Formazza abbiamo la possibilità di decidere volta per volta i nostri atterraggi di partenza all’interno della zona di volo prescelta, prerogativa di poche altre aree. Questo ci offre alta flessibilità e terreni unici con una varietà di discese che stupirebbe anche il più esigente eli-skier”. Prosegue vantandosi ancora che nei 120 kmq di terreno “grazie alla possibilità di atterrare liberamente all’interno della zona, possiamo scegliere il terreno e la qualità della neve che più vi soddisferà”;
– il documento di riflessione del 2012 No eliski nel futuro della montagna che vedeva tra i firmatari Alberto Paleari;
– la (ridicola) Valutazione-di-incidenza-positiva-per-eliski sul comune di Macugnaga che per vicinanza geografica ha esteso il virus alla Formazza.

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Alpe Arcoglio: Basta elicotteri usati come skilift

La sessantina di persone che, favorite dal tempo magnifico, il 1 febbraio 2015 si sono date convegno al rifugio Cometti, per poi raggiungere chi solo l’Alpe Arcoglio chi la vetta del Sasso Bianco, avevano un bell’obiettivo in comune: esprimere sommessamente ma con grande chiarezza che l’eliski fa male alla montagna. E’ stata un’occasione non per contarsi ma per fare qualcosa di concreto, in un’atmosfera però di gioia e di felicità d’esserci. La guida alpina Michele Comi, promotore dell’iniziativa, lo sottolinea con enfasi. Di certo è stato così per il “decano” della comitiva, Dario Mura, 72 anni suonati, che non ha mancato di raggiungere la vetta (1600 m di dislivello), come pure l’altra guida alpina presente, Enrico Moroni; e di certo è stato così anche per la dimissionaria guida Giuseppe Popi Miotti. Questi, per rimarcare il carattere di festa, il pomeriggio del sabato si era caricato sulle spalle una Magnum di Sfurzat, che poi è stata interamente bevuta nella serata al rifugio Cometti, in compagnia della decina di partecipanti presenti, a questo punto ancora più allegri.

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La questione eliski affonda le radici assai indietro nel tempo. E’ della primavera del 1989 la prima manifestazione al Rutor (Valgrisenche, in provincia di Aosta), organizzata da un’assai combattiva Mountain Wilderness. Come si può vedere siamo già a 26 anni: la guerra si sta avviando verso i Trent’anni… e speriamo solo che non debba essere invece la guerra dei Cent’anni! Personalmente ritengo la guerra per l’eliski quella, tra le guerre in atto, che possiamo anche “perdere” con maggiore dignità. Perciò, nella convinzione che qualche chance di vincere l’abbiamo, non possiamo mollare per nulla, neppure di fronte alla noia del lettore. Che se vuole può saltare a piè pari o leggere altri post e blog. Mountain Wilderness non ha mai mollato. Noi fortunatamente abbiamo ancora questa energia e non siamo per nulla a caccia di click, perciò ci riteniamo liberi di scrivere anche cose che per alcuni “cominciano a diventare noiose”.

La figura della guida alpina è implicata in questa rovente questione, c’è dentro fino al collo. Molto di un remotamente possibile successo dipende dalle guide alpine. Il ferro va battuto anche quando è freddo, fino allo sfinimento.
Siamo stati accusati di “demonizzare” i colleghi guide alpine che invece esercitano l’eliski. Una cosa so con certezza, per i miei studi e per la mia formazione. Associare una qualunque attività umana al demonio (come per esempio fanno gli estremisti islamici con l’Occidente, o come facevano gli inquisitori cattolici con gli “eretici” veri o inventati che fossero) porta soltanto a dare più forza all’attività stessa. Più ci sforziamo di reprimere i nostri più bassi istinti più diamo loro una forza e un’energia di fronte alle quali ci si può solo ritirare sgomenti, come di fronte a mostri.
Più riteniamo un’attività che non ci piace indegna dell’essere umano, più le diamo autorità.

E dunque, tornando alle guide alpine e all’eliski, sono ben lungi dall’idea che, “demonizzandole”, potrei ottenere qualche effetto.
Le guide alpine che accompagnano i clienti in elicottero per me non sono demoni, sono solo individui che non la pensano come me e che io vorrei convincere a cambiare idea. Mi sto sforzando di far riconoscere loro il ruolo risolutore in questa vicenda che loro malgrado hanno. Il ruolo risolutore non è dell’Amministrazione comunale, né provinciale, regionale o statale. E ovviamente non è neppure delle compagnie di elicotteri, né dei gaudenti russi, tedeschi o italici definiti “clienti”. Se non ci fossero guide pro-eliski il problema sarebbe risolto. E anche un CAI più assertivo aiuterebbe.

Gli interventi apparsi su questo blog non sono “demonizzanti”, al massimo lo è stato qualche commento. Gli interventi apparsi qui (e, credetemi, anche quelli che appariranno) sono solo opinioni espresse con forza, sono inviti alla riflessione, a volte esempi da seguire, stimoli a una categoria perché cresca, cresca finalmente nella serenità di scelte condivise il più possibile.

Alpe Arcoglio, 1 febbraio 2015Arcoglio3-10925487_10204763592362718_560464059370367505_o


Basta elicotteri usati come skilift

di Luigi Bolognini (La Repubblica, 2 febbraio 2015)
Qui potete leggere il documento in pdf dell’articolo apparso su La Repubblica:

TORRE SANTA MARIA (SONDRIO)- Con ciaspole e pelli di foca par battere l’elicottero. È la protesta andata in scena ieri in provincia di Sondrio contro l’eliski, pratica che abbina lo sci su percorsi non battuti e l’uso dell’elicottero come skilift. Già il fuoripista può provocare valanghe, chiaro che la situazione si complica se lo si fa con un apparecchio che sposta masse d’aria e quindi di neve fresca, inquina zone incontaminate, terrorizza a morte gli animali in letargo e rende più spericolati anche sciatori poco esperti.

Però questo importa poco a chi Io pratica: il costo non è basso (si parte dai 250 euro a persona, poi dipende da quante risalite si prenotano) ma muovendosi in gruppo lo si può spalmare, e arrivare in cima a un dosso in elicottero per poi scendere sci ai piedi è molto scenografico. E molto pericoloso malgrado pressoché ovunque siano obbligatorie la presenza di una guida e una dotazione di ricetrasmittenti e zaini ABS per ritrovare più in fratta possibile chi viene travolto dalla neve. Precauzioni che due settimane fa non hanno impedito a quattro turisti a Livigno di finire sono una slavina che ha ucciso uno di loro, uno svizzero di 34 anni. Il malumore degli alpinisti più ortodossi strisciava da tempo, ma la tragedia ha rinfocolato i dibattiti, amplificati anche dalla decisone del Collegio delle guide lombarde di patrocinare un festival di fuoripista che si terrà proprio a Livigno e dove si potrà praticare anche l’eliski. Risultato, Popi Miotti, storico alpinista della provincia di Sondrio, si è dimesso da guida: «È ora di ribellarsi agli atti di spadroneggiamento sulla montagna», ha detto ricevendo l’appoggio del CAI locale. E ieri all’alba Miotti è stato tra i tanti partecipanti di una manifestazione in Valmalenco contro l’eliski: dal fondo-valle nel comune di Torre Santa Maria si è saliti fino alla vetta del Sasso Bianco, a quota 2490 m., solo coi classici metodi, ciaspole e pelli di foca.

Il manifesto ricordo dell’evento. Non tutti i partecipanti, per una sorta di naturale ritrosia, lo hanno firmatoArcoglio3-manifesto partecipazione

“Una iniziativa simbolica – dice il promotore, la guida Michele Comi – per mostrare il volto possibile della nostra montagna, per assaporarne il tempo e il silenzio, per testimoniare quanta importanza ha quest’ultimo frammento di integrità che ormai scarseggia e diventa preziosa. L’eliski è solo una parte del problema generale, che è il consumo della montagna, la frenesia con cui la viviamo, spesso con i motori». E non è un problema solo italiano. Anzi, in un certo senso sì: l’eliski è vietato in Francia e ferreamente regolamentato in Austria e Svizzera. In ltalia è legale o, per la precisione, non è illegale (a parte la regione autonoma Trentino-Alto Adige), e il risultato è che gli stranieri vengono qui a praticarlo.
“Nelle ultime settimane – rivela Comi – ho ricevuto diverse telefonate di guide austriache e tedesche che mi chiedevano informazioni sull’innevamento per la pratica dell’eliski da noi. Ci usano come terra di conquista: ci sono agenzie di viaggi estere che vendono pacchetti completi in Valmalenco, anche in aree protette dove già scorrazzano le motoslitte”.
I sostenitori dell’eliski, turisti a parte, sono tanti operatori del settore che guardano all’opportunità economica: gli stranieri portano soldi, e non pochi. “Un ragionamento che capiamo e rispettiamo – dice Comi – ma se si devasta il territorio alla fine il turismo finisce”. E per questo la protesta, morbida ed ecologica, si allargherà: “Ieri non hanno partecipato solo valtellinesi, ma anche gente di altre zone alpine dove l’eliski è un problema. L’idea è di manifestare a rotazione sulle varie montagne italiane”.

L’intervista a Mauro Corona
“Godersele senza voler faticare: l’offesa peggiore alle nostre vette”
a cura di Caterina Pasolini

«Violentano la montagna per pigrizia e indifferenza. Sono figli di una cultura della fretta, del “tutto e subito”, della soddisfazione senza sforzo e impegno che ha corrotto dalla politica ai rapporti umani». Mauro Corona sta tornando nella sua baita. Il tempo di fare la spesa a valle e già non vede l’ora di essere di nuovo nel silenzio, nella solitudine dell’alta quota.

Lei è contrario all’eliski?
«Si è persa l’etica della montagna e il rispetto della natura, i turisti che arrivano con i minuti contati e il portafoglio pieno, che vogliono andare in cima in pochi minuti con l’elicottero non vogliono far fatica, sono dei nichilisti».

Turisti figli della fretta?
«E del cinismo che usa e distrugge tutto, rapporti umani e vallate. Vince la voglia di guadagnare e per soddisfare chi ha sghei e non vuole faticare si è pronti a tutto. Si è perso il senso, la soddisfazione di una conquista con impegno: sia una donna o la cima di montagna. Ora si preferisce pagare. Più comodo, veloce, meno impegnativo».

Ma i soldi non aiutano la montagna a sopravvivere?
«Dovrebbero fere investimenti veri, una strada per evitare di lasciare isolate valli e paesini che altrimenti si spopolano, ma i politici passano, promettono e scompaiono. Mentre chi resta cerca perfino di spostare i confini a una vallata posti dall’UNESCO per costruire una nuova funivia. Ma vadano con le ciaspole in neve fresca invece di continuare a umiliare la montagna senza pensare alle generazioni future».

Qui potete leggere gli articoli apparsi su Il giorno, su La Provincia (prima pagina) e su La Provincia (interno).

Alcuni partecipanti in posa accanto allo striscioneArcoglio3-1495309_10204763592522722_4385169114830284223_o

 

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Perché non “Più sicuri con la neve”?

Perché ancora “Sicuri con la neve” 2015?

E’ assolutamente “obbligatorio” cambiare logo, cambiare slogan. Noi non dobbiamo vendere montagna, non siamo dunque costretti a motti pubblicitari che convincano la gente della piena sicurezza. Non siamo un’azienda che deve reclamizzare il prodotto perfetto. Non dobbiamo giocare con la credulità, con l’illusione che le parole danno.

SicuriconlaNeve-locandinaneve2015
Domani 18 gennaio 2015 ci sarà l’annuale appuntamento con Sicuri con la neve edizione 2015, giornata nazionale di sensibilizzazione e prevenzione degli incidenti tipici della stagione invernale. Valanghe, scivolate su ghiaccio, ipotermia ed altro ancora saranno i temi d’interesse.

Nel post di Aldo Frezza su Appenninico.it e sui siti qui accanto in locandina è possibile informarsi sulle singole iniziative, regione per regione, per “l’annuale appuntamento con la sicurezza in montagna”. Per l’Appennino, si tratta di 16 diversi appuntamenti in Abruzzo (1), Basilicata (1), Calabria (2), Campania (1), Emilia-Romagna (3), Lazio (3), Liguria (1), Marche (2), Toscana (1) e Umbria (1).

Per le Alpi, stando al sito ufficiale di Sicuri in Montagna, le cose sono un po’ più complesse. Vi sono, specialmente in Piemonte, molti eventi “sospesi”: risultano confermati i seguenti in Alto Adige (2), Friuli-Venezia Giulia (2), in Lombardia (6) e in Trentino (3).

Con il progetto Sicuri in Montagna, da oltre un decennio, il Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico, il Club Alpino Italiano con le Scuole d’Alpinismo e Scialpinismo, le Commissioni e Scuole Centrali di Escursionismo, Alpinismo Giovanile, Fondoescursionismo, il Servizio Valanghe Italiano, la Società Alpinistica F.A.L.C., Enti ed Amministrazioni che si occupano di montagna, promuovono queste iniziative che mirano alla prevenzione degli incidenti in montagna, agendo sulle dimostrazioni tecniche e sulla “crescita della consapevolezza personale”.

Nell’esposizione degli intenti e del programma, al di là del titolo purtroppo preciso Sicuri con la neve, figlio del progetto padre Sicuri in montagna, l’unico momento in cui si accenna all’illusorietà della completa sicurezza è quando si parla di ” frequentazione della montagna innevata in ragionevole sicurezza”.

Di partecipazione gratuita e aperta a tutti, l’iniziativa è più che lodevole oltre che necessaria. Ma proprio per favorire la vera “crescita della consapevolezza personale” è assolutamente “obbligatorio” cambiare logo, cambiare slogan. Noi non dobbiamo vendere montagna, non siamo dunque costretti a motti che convincano la gente della piena sicurezza. Non siamo un’azienda che deve reclamizzare il prodotto perfetto. Non dobbiamo giocare con la credulità, con l’illusione che le parole danno. Basterebbe un “Più sicuri con la neve” e un “Più sicuri in montagna” per fermare l’infernale meccanismo di marketing.

Montaggio a cura di Michele ComiSicurisullaNeve-sicurezzaSolo in questo modo avrebbero senso ben definito i convegni, i percorsi presidiati da tecnici e istruttori, gli stand informativi e i campi neve organizzati, nei quali i partecipanti possono assistere a dimostrazioni e mettere in pratica i principi di una corretta movimentazione in ambiente innevato (gestione dell’autosoccorso, sensibilità sul sondaggio, ricerca con l’ARTVA e con le unità cinofile). Quest’enorme sforzo organizzativo avrebbe l’avallo di un corretto inquadramento psicologico. Basterebbe poco per contrastare il jingle jangle del tamburino della société sicuritaire.

Hey mister tambourine man
play a song for me
I’m not sleepy and
there is no place I’m going to
hey mister tambourine man
play a song for me
in the jingle jangle morning
I’ll come following you
(Bob Dylan)


Sicurisullaneve-cbs_ep_6078

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I FREDDI INVERNI DEGLI ALPINISTI TRENTINI

Nell’ambito delle manifestazioni di Campo Base, grande evento: I freddi inverni degli alpinisti trentini

Zambana (TN) 16 marzo 2014, ore 18
I maggiori protagonisti trentini dell’alpinismo invernale racconteranno le loro imprese.

Marco Furlani e Alessandro Gogna condurranno la serata, ma saranno gli alpinisti a raccontare. Saranno presenti Giorgio Cantaloni, Lino Celva, Valentino Chini,
Silvestro Franchini, Tomas Franchini, Mariano Frizzera, Maurizio Giordani, Aldo Leviti, Marco Pilati, Rosanna Manfrini, Ermanno Salvaterra: ma si attende l’adesione di altri ancora, non meno importanti.

Come tutte le attività umane anche l’alpinismo si sta globalizzando. Se si è in collegamento con i siti internet più informati, ogni giorno veniamo a conoscere nuove imprese nei più sperduti angoli del mondo.
Il benefico diluvio d’informazioni non deve però far dimenticare ciò che di grande è stato in precedenza.
Per creatività e capacità realizzativa, l’alpinismo trentino non è mai stato secondo a nessuno. Dalle Dolomiti alle Alpi, fino alle montagne più lontane, gli alpinisti trentini hanno saputo inventare nuove imprese, regolarmente giunte all’attenzione dei media del tempo.
Questo patrimonio oggi rischia di essere un po’ dimenticato, perché nel mondo globale il nuovo e recente tende a soverchiare il vecchio e passato, senza alcuna ragione logica.
Gli alpinisti trentini hanno saputo interpretare, e tuttora lo fanno, anche il gioco di salire le pareti più difficili nella stagione più rigida. Questa grande testimonianza, una vera e propria epopea, è il tema della nostra storica serata, alla presenza dei veri protagonisti: I freddi inverni degli alpinisti trentini.

Croz dell'Altissimo, 1a invernale della via degli Accademici, Lino Celva e Giorgio Giovannini, 1992 , foto Lino Celva

Croz dell’Altissimo, 1a invernale della via degli Accademici, Lino Celva e Giorgio Giovannini, 1992 , foto Lino Celva