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Il Gruppo Gamma per Lecco

L’esperienza del Gruppo Gamma
di Marco “Mela” Corti (Presidente Gruppo Gamma – Lecco)
Il presente post è tratto dalla relazione che Marco Corti fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

Prima c’erano quelli che per allenarsi si attaccavano a tutto ciò che trovavano, dagli stipiti delle porte ai buchi nei muri.
Poi, attrezzando improbabili palestre dentro cantine, garage e sottoscala passarono ai tubi innocenti, ai pannelli da carpenteria traforati e alle prese sintetiche costruite in casa.
La fantasia, mescolata alla volontà di realizzare qualcosa su cui scalare in funzione di un modo il più possibile vicino al gesto dell’arrampicata, si rivelò determinante.
Oggi le palestre super attrezzate fioriscono come margherite, segno che la strada percorsa dai “vecchi” era quella giusta.

Foto: Pietro Buzzoni
GruppoGamma-fotoPietroBuzzoniNel 1996 accanto al Gruppo Gamma di Lecco nacque un team di arrampicata sportiva che venne presentato al pubblico con queste parole: “I Gamma hanno ritenuto utile inserirsi anche in questo genere di attività che ha un’attinenza maggiore con l’arrampicata che non con la montagna, in vista di favorire in qualsiasi modo una passione che potrebbe successivamente confluire verso l’alpinismo” .

Come in altre occasioni la lungimiranza di un Gruppo da sempre impegnato a valorizzare “il classico”, ma che considera l’arrampicata sportiva, le falesie e il boulder in qualche modo propedeutici all’allenamento di chi pratica l’alpinismo, oltreché importanti all’avvicinamento dei giovani a quel mondo più classico, ha portato a scelte vincenti.

L’arrampicata sportiva intesa come “Gara sul sintetico” non era ancora comparsa a Lecco, stimolando quindi il Gruppo Gamma ad aggiungerla come tassello mancante al suo interesse per le pareti, le falesie e la palestra.

Il “Team Gamma”, allora sotto la guida di Giacomo Cominotti, era composto da sei agonisti, tre amatori e due atlete.
Giacomo, assieme alla squadra, si era impegnato in tutti gli appuntamenti federali riportando buoni risultati.
Poi pensando in grande si chiese: “perché non portare a Lecco una gara di Coppa Italia a livello FASI (Federazione Arrampicata Sportiva Italiana)?”.
Una serie di problemi burocratici ne impedirono lo svolgimento a Lecco, così la manifestazione venne adottata entusiasticamente dal Comune di Valgreghentino, un paese distante pochi chilometri dalla città capoluogo.

Fu così che nel mese di giugno del ’98 venne organizzata una settimana di allegra invasione di arrampicatori, con la nutrita partecipazione del Liceo Scientifico Grassi di Lecco e delle Scuole Medie del circondario. Contemporaneamente vennero allestite diverse attività collaterali, un concorso rivolto agli alunni del Liceo Artistico lecchese per la scelta del logo della manifestazione, la raccolta delle impressioni dei neofiti a contatto con l’arrampicata sportiva, un bel fascicolo contenente un programma di idee oltre che belle immagini, per finire con un interessante dibattito patrocinato dalla Gazzetta dello Sport a tema Come lo sport locale può far nascere i campioni.

Durante i primi giorni del Meeting si svolsero gare amatoriali, poi 108 atleti gareggiarono sulla struttura alta 14 metri concludendo con le finali domenica 7 giugno.
Primo, secondo e terzo maschile furono: Christian Brenna, Christian Core, Bernardino Lagni, mentre per il femminile arrivarono su podio: Luisa Iovane, Martina Artioli e Lisa Benetti.

Diamo qualche notizia in più sull’evento: Formula – gara in due giornate con qualificazioni in stile “flash” il sabato – domenica, semifinali maschili e femminili “a vista”, alla mattina e finali “a vista” per tutti, il pomeriggio.
Giudici: Stefan Bortoli (Vicenza) e Maurizio Natali: (Sondrio). Tracciatore: Marzio Nardi (Torino).

La struttura piacque molto ad atleti e dirigenti delle società sportive perché alta e strapiombante ancora meglio di quella che era stata montata in precedenza a Bolzano.

Passarono alcuni anni, il Gruppo ricevette lo sfratto dalla sede in cui si trovava. Altro stimolo, altro obiettivo da raggiungere.
Partendo dal 2001 con i sacrifici di molti soci, che per anni si autotassarono, i Gruppi UOEI e Gamma trovarono una sede che li contenesse e poiché c’era parecchio spazio, attrezzò un locale di 110 metri quadri come sala Boulder che ancora oggi soddisfa le esigenze di allenamento e di pratica sportiva di circa 100 atleti.
Perciò con vanto siamo proprietari di una sede multifunzionale e di una delle più belle sale Boulder della Provincia.

Da quella realizzazione proviene anche Christian Meretto, uno dei nostri soci, che nel 2010 individuò la possibilità di sviluppare una bella falesia vicina al lago su delle pareti sopra Pradello. Accordatosi poi con Flavio De Stefani e Gianni Ronchi, insieme cominciarono a pulire e chiodare consegnando questa primavera alla comunità dei climber altre 22 lunghezze di corda, da allora molto frequentate, aggiungendole al nostro grande patrimonio.

Da ultimo, ma solo cronologicamente, il recente successo, l’evento di piazza: “RAMPEGA BOULDER LECCO”. Proprio lo scorso 9 novembre 2013, nella cornice di Piazza Garibaldi e sui muri delle vie più suggestive, si è svolta la prima manifestazione di quello che rappresenta l’evoluzione dell’arrampicata sui muri nudi e crudi. 286 atleti provenienti da varie regioni del Nord Italia e dalla vicina Svizzera si sono sfidati in quello che riteniamo essere uno dei veicoli più moderni per avvicinare professionisti, atleti, appassionati e cittadinanza al mondo dell’arrampicata; proprio là, dove avevamo iniziato il nostro viaggio siamo giunti.

Aldo Anghileri sulla via Panzeri-Riva del Pilastro Rosso (Bastionata del Lago), 13.10.1984
Grigna, A. Anghileri su Pilastro Rosso (Panzeri-Riva), Bastionata del Lago , (13.10.1984)

Gli Asèn Park, un gruppo di giovinastri dalla faccia pulita e le mani sporche di magnesite si presentò due anni fa in Comune a Lecco per proporre l’idea, idea che si spense per vari motivi.
Noi quattro mesi fa raccogliemmo l’idea e di concerto con Team Gamma e UOEI abbiamo realizzato il loro sogno. Possiamo tranquillamente dire di aver aggiunto un ulteriore tassello all’evoluzione.

Il nascere puri e duri non implica essere refrattari, il mondo non si ferma e le novità vanno valutate e soppesate almeno per ricavarne quello che di buono possono contenere, accostandole a una realtà come è il nostro Gruppo orgoglioso della sua storia e che sa di essere, come scrisse Alberto Benini nel 1998 per celebrarne il ventennale, senza immodestia un tassello originale, anche se non grande, del variegato mosaico del mondo alpinistico.

Lecco deve rendersi conto che sebbene l’era del ferro continui (si spera), da oggi si dovrà iniziare a considerare di tornare anche a quella della pietra.

Il gioco continua…

Alessandro Gogna sulla via dei Fessuriani, Torre Striata, Bastionata del Lago, 14.4.1980. Una via di Ivan Guerini del tutto dimenticata
Torre Striata, Bastionata del Lago di Lecco, A. Gogna su i Fessuriani (14.4.1980)

postato l’11 luglio 2014

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Il Sistema Falesie Lecchesi

Il Sistema Falesie Lecchesi
di Pietro Corti
Il presente post è tratto dalla relazione che Pietro Corti fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

L’arrampicata sportiva è un fenomeno che ha rivoluzionato il mondo verticale, dunque anche quello del Lecchese. Espongo in estrema sintesi cos’è l’arrampicata sportiva, mettendola a confronto con l’arrampicata classica per meglio comprendere la portata di questo fenomeno.
E’ importante capire di cosa si sta parlando perchè le differenze tra queste due attività hanno cambiato radicalmente l’approccio all’arrampicata in tutto il mondo, con sviluppi di ordine tecnico ed economico, impensabili all’epoca in cui tutto ha avuto inizio.

La Bastionata del Lago di Lecco con evidenziato il Lariosauro. Foto: Larioclimb

SistemaFalesieLecchesi-lariosauro
L’arrampicata classica si basa sull’avventura, e la salita di una parete o di uno spigolo roccioso non si esaurisce nel gesto tecnico, necessario per superare la difficoltà. Bisogna fare i conti infatti con altre variabili, spesso incontrollabili o difficilmente gestibili, che obbligano al superamento dei propri timori e chiamano in gioco l’esperienza individuale. L’aspetto psicologico diventa quindi un elemento determinante per la buona riuscita dell’ascensione.
Alcuni esempi: gli ancoraggi presenti in parete, di solito chiodi tradizionali da fessura, possono essere di dubbia affidabilità e spesso lo scalatore deve decidere in pochi attimi se aggiungere altri punti di protezione, o se assumersi il rischio di avanzare, cosciente di non essere adeguatamente “protetto”.
L’ambiente in cui ci si muove inoltre (pareti di qualche centinaio di metri di dislivello in ambiente alpino) obbliga ad affrontare pericoli oggettivi di vario genere, quali principalmente: la caduta di pietre od il sopravvenire del maltempo, che può rendere necessarie complicate ritirate. Altri elementi caratteristici sono l’isolamento, la lunghezza dell’itinerario, la possibilità di dover affrontare sezioni di roccia friabile: tutte situazioni che aumentano lo stress fisico e psicologico.

L’arrampicata sportiva, la cui filosofia originale si fonda sull’innalzamento della difficoltà, ha invece un contenuto quasi esclusivamente tecnico che consiste nel superamento di un itinerario nel miglior stile, cioè “in libera”. Questa attività rappresenta una evoluzione della breve epoca del Free Climbing, con il quale ha in comune il concetto di base che l’ancoraggio serve solo per fermare un’eventuale caduta e non va usato come appiglio/appoggio per la progressione.
L’aggettivo “sportiva” si riferisce alle poche ma precise regole che determinano con chiarezza il livello della prestazione.
Lo scalatore deve concentrarsi sui movimenti per trovare il giusto mix di forza/resistenza per salire la parete utilizzando le asperità naturali, accettando il “volo”, uno dei principali tabù dell’arrampicata classica, come normale eventualità. L’ancoraggio deve essere quindi affidabile al 100% per non costituire un freno psicologico. Oltre a questo, vengono ricercate le condizioni per eliminare i pericoli oggettivi, quali la roccia friabile e il rischio del maltempo.
Anche il metodo di “apertura” della via è radicalmente diverso; nell’arrampicata classica il nuovo itinerario viene salito dal basso, affrontando di volta in volta le incognite della ricerca della via migliore, invece, in arrampicata sportiva, il tiro viene “chiodato” od “attrezzato”, calandosi dall’alto e fissando le protezioni (ancoraggi ad espansione, Spit-Fix, o chimici, i Resinati).

Questo gioco delle differenze, comunque, non vuole certo stabilire una classifica tra quale delle due attività sia la più importante. Anche perché le salite negli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso di alcuni giganti della “libera” lasciano ancora oggi tutti a bocca aperta.

Con il passare del tempo, inoltre, si è molto diversificato il pubblico che frequenta la falesia, il tipico terreno dove si svolge l’arrampicata sportiva. Nel primo periodo, fino alla fine degli anni ’80, gli scalatori sportivi provenivano prevalentemente dall’alpinismo e dall’arrampicata classica e dovevano così affrontare il radicale cambio di mentalità imposto dall’arrampicata sportiva. Per molti, soprattutto alcuni famosi alpinisti dell’epoca, non è stato facile rimettersi in gioco per misurarsi con itinerari di lunghezza ridicola rispetto alle severe salite alpine, ma con difficoltà tecniche di gran lunga superiori.

Costoro dovettero cercare dentro di sé una motivazione del tutto nuova, per riuscire ad acquisire una mentalità sportiva che imponeva rigore e rispetto delle regole del gioco. Ecco quindi il principale elemento psicologico (oltre al superamento della naturale paura del volo) che ancora oggi rappresenta una discriminante tra gli scalatori normali ed i migliori.

In seguito le falesie accolsero visitatori nuovi e, soprattutto, con l’avvento di un’etica di chiodatura meno severa come vedremo più avanti, il numero dei frequentatori è aumentato a dismisura, con provenienze dagli ambienti più disparati tanto che, ormai moltissimi scalatori, non conoscono la montagna, ed alcuni non hanno mai toccato nemmeno la roccia, scalando solo sulle grandi strutture artificiali indoor.

Nel frattempo, grazie anche allo sviluppo delle conoscenze sull’allenamento specifico, il livello tecnico si è alzato fino al 9b+, traducibile più o meno come XII grado e si è potuto constatare quanto questo sport sia praticabile con ottimi (ma anche strabilianti) risultati da persone “over 50” o da ragazzini di 10 anni che già riescono a muoversi sull’8a, il X grado.

Morcate, Sponda orientale Lago di Lecco. Foto: Pietro Buzzoni
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I protagonisti della storia dell’arrampicata lecchese
La tradizione dell’arrampicata, prima che dell’alpinismo, è molto radicata nel nostro territorio, e un filo diretto unisce gli scalatori del passato a quelli di oggi. A moltissimi di noi è capitato di stringere gli stessi appigli afferrati con forza ed eleganza dai nostri predecessori sulle rocce delle montagne lecchesi, ma con loro abbiamo in comune soprattutto l’emozione che proviamo alzando lo sguardo verso le pareti.

Con l’avvento dell’arrampicata sportiva è nata anche una nuova figura, quella del “chiodatore”, che disegna con la fantasia i movimenti sulla roccia vergine, per poi realizzare i nuovi itinerari pulendo erba e sassi mobili e fissando gli ancoraggi. Questo convegno ci sembra quindi un’ottima occasione per rendere omaggio pubblicamente a tutti i chiodatori del territorio, alcuni dei quali hanno dedicato anni a questa attività. Ringraziamo la categoria attraverso il veterano Delfino Formenti, che opera a livello di volontariato da quasi 30 anni; a lui e ad Alessandro Ronchi, quest’ultimo sostenuto a suo tempo dal CAI di Vimercate, si deve l’attrezzatura di 16 falesie in Provincia di Lecco per un totale di 830 itinerari: circa il 45% del totale attuale.

Oltre a loro vogliamo ricordare anche gli altri, iniziando dai pionieri che hanno attrezzato le prime falesie della Provincia fin dall’inizio degli anni ’80: Marco Ballerini e Stefano Alippi, e poi Giuseppe Bonfanti, Christian Brenna, Pietro Buzzoni, Valerio Casari, Pierantonio Cassin, Domenico Chindamo, Paolo Crippa, Roberto Crotta, Beppe Dallona, Flavio De Stefani, Saverio De Toffol, Lele Dinoia, Massimo Disarò, Rino Fumagalli, Marco Galli, Lele Gerli, Claudio Gorla, Roberto Lainati, Matteo Maternini, Christian Meretto, Gino Notari, Luca Passini, Virgilio Plumari, Norberto Riva, Gianni Ronchi, Aldo Rovelli, Giacomo Rusconi, Adriano Selva, Andrea Spandri, Paolo Vitali.

Il nuovo terreno di gioco: le falesie
L’aver ricordato i chiodatori ci porta a presentare le falesie della Provincia di Lecco. Per quanto accennato sopra, l’avvento dell’arrampicata sportiva ha portato non solo una rivoluzione tecnica ed etica, ma ha stimolato la ricerca e lo sviluppo di un terreno di gioco nuovo, quasi del tutto ignorato dalle generazioni precedenti di scalatori.

L’arrampicata classica si svolge infatti prevalentemente in montagna, e il territorio della Provincia di Lecco è famoso per le guglie della Grigna Meridionale e le grandi pareti della Grigna Settentrionale, che rappresentano il tipico ambiente “alpino” severo, isolato ed impervio. Alcune strutture di più comodo accesso venivano invece utilizzate in primavera, in vista delle “campagne” estive, per rifarsi la mano e l’occhio sull’arrampicata. Erano le rare “palestre di roccia”: il Nibbio, la Corna di Medale, le torri al Passo del Fo’ al Resegone, alcune paretine nei dintorni di Valmadrera e Civate o, fuori Provincia, il Sasso d’Erba.

L’arrampicata sportiva nasce invece proprio sulle strutture considerate “minori”: comode da raggiungere, di roccia compatta, quasi del tutto prive di pericoli oggettivi. Gli itinerari sono brevi, in genere una singola lunghezza di corda dai 20 ai 30/35 metri, ma mettono a dura prova lo scalatore che talvolta per venirne a capo deve effettuare diversi tentativi. La scalata diventa un appassionante rebus per individuare la giusta sequenza di movimenti mani/piedi o le posizioni di riposo e richiede intuito, grinta e determinazione nell’affrontare sezioni particolarmente intense, al limite del volo. Una pratica troppo scomoda da realizzare su una via di più “tiri”.

Il Sasso d’Introbio
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Questa ricerca è iniziata anche da noi intorno al 1979/1980, quando Marco Ballerini (alpinista e maestro di sci e raffinato scalatore lecchese) intuisce che, le piccole pareti alte poche decine di metri di cui è disseminato il territorio, possono diventare il terreno ideale per alzare il livello tecnico delle difficoltà, senza dover fare troppi chilometri. La prima struttura della Provincia (ed una delle prime in tutta la Lombardia) ad essere interpretata in ottica sportiva è il Sasso di Introbio in Valsassina, a pochi chilometri a nord di Lecco.
Proprio al Sasso Marco Ballerini “Bàllera” attrezza con fix ad espansione e trapano, calandosi dall’alto, i primi itinerari sportivi, raggiungendo subito l’VIII grado inferiore.

Dopo il Sasso di Introbio è la volta della Bastionata del Lago e dell’Antimedale, anch’essi chiodati con criteri molto selettivi, cioè protezioni assai distanziate tra loro, che rendono i passaggi più difficili sempre “obbligati” e richiedono di mettere in conto voli di discreta lunghezza. Un forte deterrente per chi proveniva dall’arrampicata classica … Infatti in queste prime falesie non c’era mai troppa ressa! L’arrampicata sportiva esplode invece come fenomeno di massa intorno ai primi anni ’90 quando, accanto all’apertura di “tiri” sempre più difficili, un ristrettissimo numero di scalatori/chiodatori inizia con passione e competenza a pulire da erba e sassi mobili nuove falesie, attrezzando anche itinerari su difficoltà più contenute e con ancoraggi un po’ più ravvicinati. E’ un ulteriore, radicale cambiamento di approccio alla scalata, che porta migliaia di persone sulle falesie.

La storia dell’arrampicata sportiva nel Lecchese inizia sul Sasso di Introbio in Valsassina, frequentato fin dal 1974 da un sacerdote scalatore, Don Agostino Butturini, con un gruppo di ragazzini della scuola media del collegio Volta di Lecco: i mitici “Condor”. Dopo pochi anni il milanese Ivan Guerini, quello del settimo grado sul Precipizio degli Asteroidi in Val di Mello, sale le vie del “Don” al Sasso senza utilizzare i chiodi per la progressione.

Poi arriva il “Ballera”, e questo merita un capitolo a sé.

Il Sistema Falesie Lecchesi
Oggi in provincia di Lecco, dopo poco più di 30 anni, oltre alle 20 aree di arrampicata di carattere alpino con circa 300 itinerari, considerando quelli più frequentati, si contano una cinquantina di falesie. Dovessimo tracciare una carta di identità del SISTEMA FALESIE LECCHESI, potremmo scrivere (Fonte:http://larioclimb.paolo-sonja.net/index.html; non è stato conteggiato un ristretto numero di falesie non ancora completate od in stato di abbandono):
– 47 falesie, alte dai 20 ai 150 metri circa. Su queste ultime si sviluppano vie fino a 4, 5 lunghezze di corda, ma perlopiù si scala su “monotiri” di 20/35 metri. Negli ultimi anni la tendenza è quella di allungare il più possibile l’itinerario, sfruttando la lunghezza media della corda da falesia, generalmente di 70 – 80 metri.
– 1.850 itinerari di arrampicata sportiva, per circa 2.100 lunghezze di corda.

La situazione comunque è in continua evoluzione e mentre stiamo scrivendo siamo al corrente di numerosi lavori in corso.
La roccia è di buona/ottima qualità, spesso molto diversa da una zona all’altra.
Lo “stile lecchese” è la scalata su muri verticali o leggermente strapiombanti a liste e tacche, gocce e buchetti dove predomina una arrampicata tecnica e di continuità, spesso di difficile lettura, che richiede forza nelle dita e precisione di piedi. Ogni tanto si incontrano brevi sequenze esplosive per le dita, mentre non sono molto diffusi gli strapiombi. Quindi, anche se non del tutto assente, la caratteristica principale del territorio non è certo l’arrampicata atletica.
Lo spettro delle difficoltà tecniche è molto ampio, compreso tra il livello 4 ed il livello 8. Ogni scalatore sportivo, dal principiante al più preparato, può così trovare validissimi obiettivi. Mancano solo, per ora, gli itinerari sul livello 9, oggi considerati “di punta”. E questa è una sfida per le nuove generazioni che avranno il compito di individuare linee naturali che possano alzare anche nel lecchese l’asticella delle difficoltà.
Gli avvicinamenti sono comodi e generalmente brevi, da un minuto ad un massimo di tre quarti d’ora di cammino. La caratteristica prevalente delle falesie lecchesi è quella di essere inserite in un contesto paesaggistico di prim’ordine con cime dalle quote modeste (tuttavia scoscese e disseminate di formazioni rocciose) che creano ambienti selvaggi quasi incontaminati a brevissima distanza dai centri abitati e il lago, che si insinua tra le montagne come un fiordo norvegese.
Sottolineiamo allora con vigore l’importanza della salvaguardia di questo preziosissimo patrimonio ambientale, già abbondantemente intaccato da insediamenti urbani, strade, complessi industriali, cave.
La distribuzione delle falesie è caratterizzata da una maggiore densità di strutture rocciose nelle vicinanze di Lecco e Valmadrera, tutte con vista a lago, mentre la Valsassina offre situazioni più alpine, oltre all’area di arrampicata più grande del territorio: lo Zucco Angelone-Sasso di Introbio, con circa 350 itinerari distribuiti in diversi settori.
Altra caratteristica delle nostre falesie è quella di non essere particolarmente estese, a paragone di alcuni enormi complessi rocciosi in Italia ed in Europa, ma il visitatore è abbondantemente ripagato da un menù minerale molto ampio e variegato.
Ogni falesia presenta comunque particolarità specifiche, ed ognuna è in grado di “interagire” con il territorio. Per esempio il Comune di Galbiate ne ospita una sola a Camporeso, ma in questa specie di stadio naturale adatto alla scalata contiamo ben 162 itinerari.

Le principali criticità delle falesie del territorio
Voglio accennare alle principali criticità delle falesie in Provincia di Lecco. Ogni eventuale progetto turistico legato all’arrampicata (ed in particolare all’arrampicata sportiva) non può ignorare la situazione attuale.

Da qualche stagione si assiste a un notevole incremento della frequentazione di alcune falesie; infatti il maggiore interesse verso le attività outdoor e la proliferazione delle sale indoor cittadine ha portato migliaia di persone ad avvicinarsi all’arrampicata (che spesso viene vista come un economico diversivo). Le falesie più popolari in certi periodi sono quindi ben oltre il loro limite di capienza.
Questa situazione genera un impatto ambientale negativo.

Il problema sarebbe modesto in quanto l’arrampicata è una attività poco invasiva, a patto che il comportamento individuale sia rispettoso del territorio. Cosa che purtroppo non sempre si riscontra.

Altre questioni emergenti sono la manutenzione dei sentieri d’accesso, il rapporto con i proprietari dei fondi privati e, non ultima, la questione dei parcheggi.

Il problema più urgente tuttavia è rappresentato dall’obsolescenza del materiale in parete, che in certe falesie, può rappresentare un potenziale pericolo. La manutenzione, o addirittura la completa riattrezzatura è una questione sempre più attuale e la richiodatura è comunque un intervento tecnicamente complesso che va effettuato da operatori di grande competenza (condividendo il più possibile i criteri di azione con la comunità degli scalatori).

La Parete Stoppani

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Riattrezzare una falesia, infine, non può limitarsi agli itinerari di arrampicata, ma deve considerare anche lo stato della base delle pareti. Dove il terreno è particolarmente sconnesso e scosceso si possono creare occasioni di incidenti perchè chi sta “assicurando” il compagno che scala si trova in posizione precaria. Si rendono allora necessarie opere di vario genere, soprattutto piccoli terrazzamenti, per correggere le situazioni più a rischio.

Non ultimo, segnaliamo anche l’importanza di una adeguata informazione, sia sul posto che in Rete, per dare una completa visuale sulle possibilità nel territorio.

Le relazioni vanno inoltre costantemente aggiornate, sfruttando le possibilità offerte dalle nuove tecnologie di comunicazione, per far “vivere” l’informazione stessa mantenendola sempre attuale.

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postato il 9 giugno 2014

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I pericoli della “moulinette”

Dal manuale SICURI IN FALESIA diamo qui un estratto significativo su una manovra di essenziale importanza e di uso comune: la moulinette.

Per moulinette s’intende quella manovra per la quale colui che assicura alla base della falesia cala in basso colui che è giunto alla sosta. Statisticamente, gli errori nello svolgimento di questa manovra sono alla base di un grande numero di incidenti.
Per maggiori dettagli si rimanda al testo (scaricabile qui, Sicuri in Falesia), redatto su progetto a cura della Direzione Nazionale del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico). Altre informazioni sul sito www.sicuriinmontagna.it.

LA MOULINETTE: un’operazione da non sottovalutare
Anche per questa tecnica d’assicurazione, apparentemente fra le più banali, si registrano alcuni problemi conclamati da incidenti a volte gravi; si elencano di seguito gli aspetti maggiormente critici

Valutazione ed utilizzo improprio della sosta per la moulinette: uso di soste inaffidabili, corda passata in maillon o anelli piccoli od usurati, corda passata direttamente nei fix, in anelli della catena, assieme ad altre corde presenti nello stesso anello, in maillon disposti parallelamente alla parete

Uso di cordini in sosta su cui fare la moulinette (pericolo elevatissimo di taglio per abrasione)

Disattenzione da parte dell’assicuratore con conseguenti possibili sfilamenti della corda dal freno (ricordarsi di legare anche chi assicura o, in ogni caso, fare sempre un nodo sul capo opposto a chi arrampica)

Calata in moulinette troppo veloce con conseguente surriscaldamento e danneggiamento della corda.

Calata in moulinette a Finale Ligure. Foto: tratta da Luca Calzone’site
Pericolimoulinette-davide 10 bigAlcuni suggerimenti
Meglio utilizzare un proprio moschettone in maniera tale che la corda non subisca particolari compressioni verso la roccia, ovvero che il moschettone sia posizionato perpendicolarmente alla parete

Lasciare rinviata la corda di colui che arrampica in moulinette mediante rinvio nell’ancoraggio precedente la sosta: questo aumenta la sicurezza

In caso di moulinette in strapiombo, è estremamente consigliato lasciare più di un rinvio lungo l’itinerario, in maniera tale che colui che arrampica, in caso di volo, non si stacchi completamente dalla parete e si trovi in difficoltà per continuare il tiro di corda

Non lasciare mai troppo lasco di corda al compagno che arrampica in moulinette per evitare lunghi voli in caso di caduta; non tenere altresì troppo teso per non impedire a chi sale la libertà di movimento

Non arrampicare in moulinette su tiri ove siano presenti lunghi traversi per evitare, in caso di caduta, lunghi pendoli

Chi sale in moulinette deve utilizzare il capo di corda opposto a quello usato da chi ha arrampicato da primo, ovvero il tratto di corda che passa per i rinvii; non utilizzare il capo libero

Calate lentamente il compagno per evitare di rovinare la corda, di rovinare il freno e di mettere a rischio l’incolumità di chi arrampica.

LA CALATA DEL PRIMO DI CORDATA: il problema della sosta con anello chiuso
Quando la sosta è attrezzata con un moschettone è sufficiente far passare la corda in maniera corretta, ricordandosi di valutare bene lo stato ed il funzionamento della chiusura che dovrebbe essere con leva bloccabile (meglio ancora con ghiera automatica).

In molti casi però la sosta è organizzata con una maglia rapida o con un anello chiuso che non permette quindi il passaggio diretto della corda. Per evitare di slegarsi dalla corda di cordata, cosa che creerebbe sicuramente dei momenti rischiosi ed incerti per l’auto-assicurazione, si consiglia di seguire le operazioni descritte di seguito.

Ecco ciò che bisogna fare
1. Ricordatevi di controllare sempre attentamente lo stato dei componenti della sosta;

2. Auto-assicuratevi alla sosta con un cordino fatto passare a strozzo nell’anello di servizio dell’imbraco ed un moschettone a ghiera, oppure con un rinvio opportunamente dotato di moschettoni a ghiera posizionato sempre sull’anello di servizio  Figura 1;

3. Fatevi dare dal vostro compagno un pò di corda, ma senza farsi mollare, e fatela passare nella maglia rapida in lunghezza sufficiente a creare dall’altra parte una semplicissima asola. Se la maglia rapida è posizionata parallelamente alla roccia, fate passare la corda da dietro la maglia rapida verso di voi, questo vi servirà dopo per sapere quale dei due capi ritirare una volta giunti a terra senza avere spiacevoli inconvenienti Figura 2; 

4. A quest’asola attaccate un moschettone a ghiera e quindi attaccate tale moschettone all’anello di chiusura dell’imbraco Figura 3;

5. A questo punto slegatevi dalla corda di cordata, facendo uscire il capo della corda dalla maglia rapida (tenete presente che siete sia assicurati alla sosta con una longe, sia dal vostro compagno dal basso) Figura 4;

6. Dite al vostro socio di mettere in tensione la corda;

7. Togliete la longe di auto-assicurazione alla sosta;

8. Chiedete al socio di essere calati;

Arrivati a terra, dopo esservi slegati, potete recuperare la corda semplicemente tirando il capo opposto a quello a cui siete legati; questo consentirà al capo della corda di passare dalla maglia rapida nel migliore dei modi. Tirando invece il capo a cui siete legati, esiste la possibilità che la corda si incastri.

postato il 13 aprile 2014

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(Abbastanza) sicuri in falesia

Dal manuale SICURI IN FALESIA diamo qui un estratto significativo su ciò che sta alla base di un approccio responsabile all’arrampicata in falesia, tralasciando ogni dettaglio tecnico per cui si rimanda al testo (scaricabile qui, Falesia-new), redatto su progetto a cura della Direzione Nazionale del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico). Altre informazioni sul sito www.sicuriinmontagna.it.

In arrampicata sulla falesia di Borno, Valle Camonica
AbbastanzaSicuriFalesia-Borno-Camonicaarrampicata1NON SERVE SOLO SAPER ARRAMPICARE: ci vuole altro.
L’arrampicata libera è una disciplina sportiva complessa, non è solamente una sequenza di movimenti e gesti atletici volti alla migliore performance, è anche e soprattutto consapevolezza e conoscenza di sé e della propria preparazione ad affrontare tale disciplina. E’, in altre parole, un atteggiamento verso ciò che ci circonda.

In arrampicata sulla falesia di Montestrutto (TO)
AbbastanzaSicuriFalesia-Arrampicata_Montestrutto-99x150Per tale motivo il più bravo arrampicatore non sarà mai solamente il più forte di tutti ma sarà colui che conosce la sicurezza e le metodiche per rendere sicura la scalata.

Sarà colui che rispetta l’armonia del luogo in cui è immerso e che sa ascoltare e guardarsi attorno intanto che arrampica. Sarà colui che si pone criticamente di fronte a qualsiasi situazione gli capiti di affrontare in una giornata di arrampicata, dal parcheggio della sua autovettura, sino alle chiacchiere con il contadino che accudisce i campi adiacenti alla falesia. Ed ancora, sarà colui che presterà grande attenzione all’incolumità propria e degli amici sapendo, in caso di necessità, trarsi d’impaccio da eventuali inconvenienti.

INCIDENTI IN FALESIA: uno sguardo a ciò che accade.
Non è mai facile parlare di statistiche volendo, come a volte succede, trarre delle regole.

Ciò nonostante, i dati raccolti in questi ultimi anni durante gli interventi del CNSAS mettono in chiara evidenza un trend crescente degli incidenti che succedono in falesia. A differenza del terreno cosiddetto d’avventura, di regola l’arrampicata in falesia non sottopone le persone a grandi rischi ambientali, tuttavia i problemi non mancano. Anche se i numeri degli incidenti in falesia non sono grandi, ovvero non occupano i primi posti delle classifiche, va osservato che, quasi sempre, le cause sono da imputarsi a piccole negligenze o a banali errori; a volte però le conseguenze sono drammatiche.

Peraltro non mancano incidenti gravissimi anche in falesie “domestiche” o, addirittura, su pareti artificiali. Molto preoccupante la constatazione che la percentuale più elevata degli incidenti riguarda arrampicatori giovani privi d’esperienza.

Volendo, solo indicativamente, porre l’attenzione sulle cause di maggior criticità, si può far riferimento a quanto segue:
• inesperienza generale
• disattenzione e superficialità nelle manovre di assicurazione
• manovra errata di moulinette da parte del primo di cordata
• sistema di assicurazione al primo di cordata non idoneo
• incapacità d’utilizzo dei freni e dei sistemi di assicurazione
• mancanza del nodo sul capo libero della corda
• sollevamento del secondo di cordata in caso di caduta del primo
• manovre errate di discesa in corda doppia
• incomprensione nei comandi di cordata
• nodi sbagliati (in falesia spesso ci si lega varie volte nella stessa giornata)

L’ESPERIENZA: non si può acquistare in negozio.
L’esperienza e la capacità di valutazione di ciò che si fa e di ciò che ci circonda non sono, purtroppo, acquistabili in negozio.

L’arrampicata in falesia, pur non essendo pericolosa più di molte altre attività, richiede comunque un approccio non improvvisato; la conoscenza delle attrezzature e delle tecniche di assicurazione sono necessarie per garantire l’incolumità di chi arrampica.

Purtroppo i climber che passano dalle Scuole del CAI, dai corsi delle Guide Alpine, dalle associazioni di riferimento o dall’insegnamento di un amico veramente esperto, sono pochi; molti sono giovani “autodidatti improvvisati”. Con onestà e franchezza va detto che il “fai da te” in falesia non aiuta certo a muovere i primi passi in sicurezza.

Anna Ceroni su Ah! (7a+), a Cannelot, Versilia
AbbastanzaSicuriFalesia-Anna_Ceroni-Ah(Cannelot,Versilia)7a+ATTREZZATURE E SICUREZZA: bisogna sempre usare la testa.
La sicurezza in montagna, così come nell’arrampicata libera, non dipende mai esclusivamente dall’attrezzatura; la sicurezza è un fatto complesso che dipende soprattutto dalla capacità dell’individuo di comprendere globalmente la situazione che sta vivendo e di agire di conseguenza. Peraltro, le norme sull’attrezzatura alpinistica e d’arrampicata, non tutelano, e mai potranno tutelare, l’utilizzatore dall’uso improprio. Ciò significa che non solo è necessario utilizzare attrezzatura certificata con marchio CE, è anche fondamentale saperla utilizzare con perizia. Le attrezzature personali utilizzate in arrampicata sono riconosciute dalle norme CEN (Comitato Europeo di Normazione) come DPI (Dispositivi di Protezione Individuali); ciò significa che l’attrezzatura tecnica da utilizzare deve riportare obbligatoriamente il marchio CE. Oltre alle norme CEN, valide nei paesi dell’Unione Europea, esistono le norme ed il marchio UIAA (Unione Internazionale delle Associazioni Alpinistiche) che, pur avendo carattere facoltativo, hanno estensione mondiale. Generalmente l’allestimento delle attrezzature di sicurezza delle vie d’arrampicata in falesia (ancoraggi, soste) è realizzato da persone esperte che utilizzano, almeno negli ultimi anni, materiale certificato.

Ciò non significa che tutto quello che si trova in giro è sicuro per definizione; al contrario, a volte basta un fulmine, la caduta di sassi o il posizionamento degli infissi eseguito in modo maldestro, per compromettere pericolosamente la bontà di un ancoraggio o di una sosta. Quindi, bisogna ricordare che: ”non è sempre sicuro ciò che luccica”.

L’osservazione e la valutazione critica della qualità, dello stato degli infissi e di tutte le attrezzature presenti nelle palestre d’arrampicata è una regola obbligatoria.

postato il 10 aprile 2014