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Falesie certificate?

Nel marzo scorso usciva su Planetmountain.com una molto interessante intervista ad Angelo Seneci che qui riprendiamo integralmente.

Ci permettiamo di obiettare che, a nostro avviso, i motivi per cui, secondo lo stesso Seneci, “non c’è spazio per una normazione da parte delle istituzioni o di organismi di normazione (tipo CEN)” sono gli stessi per cui siamo contrari all’adozione di label (tipo checked crag) che rendano riconoscibili le falesie sulle quali sono stati operati interventi di particolare e accurata rilevanza.

L’effetto dei label “di aiutare i praticanti nella scelta delle falesie, ma anche di facilitare l’investimento pubblico, che potrebbe vedere definiti i limiti della propria responsabilità e potrebbe proteggerla con una polizza” è altamente nocivo perché, sempre a nostro avviso, si abbasserebbe in maniera assai pericolosa il livello di guardia e di responsabilità dei singoli.

La frase di Seneci “Peraltro alcuni recenti incidenti suggeriscono che questa assuefazione alla sicurezza garantita stia contaminando anche i più esperti” farebbe supporre che anche a lui la suesposta nostra considerazione non sia estranea.

Angelo Seneci
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Arrampicata in falesia, è il momento della scelta. Intervista ad Angelo Seneci
(postata su Planetmountain il 19 marzo 2015)

Prima di affrontare l’argomento su chi, come, in quale misura e perché dovrebbe interessarsi della “sicurezza” delle falesie attrezzate per l’arrampicata sportiva, mi piacerebbe fare un salto indietro a quando tutto è nato, cioè agli inizi o quasi dell’arrampicata sportiva. A metà degli anni ’80 eri una giovane Guida alpina ma anche un arrampicatore che aveva scelto Arco, anzi il campeggio di Arco, come la sua casa. Qual era l’approccio all’arrampicata in falesia in quel periodo?
Mi fai fare un salto temporale, stiamo parlando di anni luce fa, e non solo perché sono passati trent’anni ma perché l’arrampicata è cambiata completamente da allora. Ma forse è giusto che ricordiamo un percorso, anche personale, attraverso cui l’arrampicata si è evoluta in quello che è adesso, non faccio valutazioni se si tratti di una evoluzione o involuzione, registro un dato e non mi addentro in valutazioni sull’etica, queste le riservo ad aspetti un po’ più fondamentali della vita.
Fino alla metà degli anni ’80 mi ero dedicato, anche come guida alpina, soprattutto all’alpinismo, con le sue regole e dinamiche, che tuttora apprezzo anche se non pratico più, e tuttavia è chiaro sono cosa completamente diversa dallo sport arrampicata, non solo per il terreno d’azione. Poi sono arrivato ad Arco ed ho scoperto un territorio che da subito ho immaginato potesse trasformarsi non solo in una grande palestra a cielo aperto ma in un grande parco giochi dell’arrampicata. Uso appositamente il termine parco giochi perché troppe volte viene usato in termini negativi, quasi che uno spazio attrezzato per giocare possa essere qualcosa di disdicevole.
L’arrampicata in falesia allora muoveva i suoi primi passi in modo autonomo dall’alpinismo, questa battaglia per l’autonomia ci portava spesso a sentirci diversi, a farne una ragione di vita, spesso una filosofia totalizzante, e questo portava ad isolarci dal mondo “normale “, incapaci di interagire con le istituzioni politiche, sportive, economiche… insomma ci si isolava in una torre di avorio che ha contribuito a fare per lungo tempo del climbing una attività di nicchia, decisamente élitaria. Il problema è che ancora in molti, e soprattutto tra gli opinion leader, la vivono in questo modo. Pur a parole rifuggendo la guerra con l’alpe, la sfida al pericolo e parlando di valorizzazione del gesto, in realtà avevamo trasferito a bassa quota, le stesse dinamiche: si arrivava così a ridicole guerre per bande tra chi chiodava più o meno lungo, i terribili run-out facevano a volte la difficoltà della via, come anche il primo chiodo altissimo. Insomma, eravamo in un altro mondo dall’arrampicata sportiva come è concepita adesso dalla maggioranza dei climber.

Quale era il concetto di “rischio” e “sicurezza” e quindi di attrezzatura della falesia in quegli inizi? E quando si è cominciato ad usare il termine arrampicata sportiva per diversificarlo dalle attività alpinistiche?
Come dicevo l’arrampicata allora cercava una sua strada autonoma, ma non era ancora veramente “sportiva”, spesso la distanza tra le protezioni faceva lo stile della via, faceva parte della difficoltà. Richiodare modificando il posizionamento delle protezioni sembrava un attentato ad un’opera d’arte. Rivendico di non aver mai fatto parte di questo partito, mi è sembrato sempre un po’ stupido rischiare la pelle su una parete di poche decine di metri, solo per non compromettere l’autostima di qualcuno, avere attrezzato una parete non può arrogarti il diritto di proprietà, ammesso tu non l’abbia acquistata. Ripeto qui stiamo parlando di uno sport, non entro nel merito dell’arrampicata sulle grandi pareti o l’alpinismo dove sfida all’ignoto ed alla natura possono avere un senso.
Sportiva l’arrampicata lo diventa solo con la nascita delle competizioni, dove la quota rischio viene eliminata del tutto. Su quelle prime falesie attrezzate per le competizioni ci si confronta la prima volta con le problematiche della sicurezza e responsabilità. Dietro la competizione c’erano organizzatori privati ed enti pubblici, per la prima volta si potevano individuare soggetti responsabili in caso di incidente, soggetti che ovviamente potevano venire perseguiti ed a cui si sarebbero potuti richiedere i danni.

In arrampicata su Cato/Zulu (6b+) a Nago
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Le prime gare di arrampicata (Bardonecchia e subito dopo il Rock Master di Arco) hanno modificato qualcosa?
Evidentemente le gare hanno iniziato a modificare il metro di giudizio, la sola performance atletica diventava la misura della capacità… ma questa è storia assodata. Fu solo una conseguenza di uno sport che nasceva e cercava un nuovo metro di confronto. Tuttavia questa è solo la prima trasformazione del climbing e forse nemmeno la più determinante.

Come direttore sportivo del Rock Master hai ideato e realizzato se non la prima, una delle primissime pareti artificiali per l’arrampicata, quella che ha fatto nascere il Climbing Stadium di Arco ed ha fatto la storia delle competizioni di arrampicata. Era il primo seme di quelle che sarebbero diventate le palestre di arrampicata indoor?
La parete artificiale che realizzammo nel 1988 per il 2° RockMaster fu una delle prime strutture artificiali per arrampicata e sicuramente la più complessa ed imponente struttura dell’epoca. Le strutture artificiali erano allora e lo rimarranno ancora per il decennio successivo mosche bianche nel panorama dell’impiantistica sportiva. Ma sarà proprio la loro diffusione il secondo elemento a completare la rivoluzione dello sport climbing.

Appunto, cosa ha comportato il boom dell’arrampicata nelle palestre indoor negli anni 2000? Indoor e falesia sono due mondi separati?

A partire dalla seconda metà degli anni ’90 e soprattutto con il nuovo millennio le strutture artificiali sono diventate in molte aree d’Europa elementi comuni nelle palestre scolastiche, palazzetti dello sport, e poi nelle grandi sale dedicate. L’urbanizzazione dell’arrampicata ne ha determinato la mutazione genetica, dando il via ad una nuova cultura di questo sport. Il primo e macroscopico effetto è stato portare a contatto con questa disciplina milioni di persone che non lo avrebbero mai provato, per i quali sarebbe rimasto solo uno sport estremo per quei “pazzi” a mani nude, quello che i vari spot televisivi mostravano dell’arrampicata e in tanti nel mondo del climbing si premunivano di continuare a tramandare, ed in parte cercano tuttora. I nuovi arrivati sono persone che vivono l’arrampicata solo come una sana e appassionante attività sportivo ricreativa da praticare a scuola, dopo lavoro, nel week end. Ovvio che questo mondo non esprime più una filosofia di vita comune, anche se alcuni tratti rimangono come trama di fondo. Le sale di arrampicata sono ormai diventate il nuovo polo di aggregazione, ma anche gli incubatori di una nuova cultura dello sport climbing.

Prima di continuare puoi darci dei “numeri” di questo fenomeno indoor, ma anche di quello dell’arrampicata sportiva in falesia? Quanti sono i climber nel mondo, quanti in Europa, in Italia? Se batti questa frase su internet ne leggi di tutti i colori, ovviamente tutto sta dove metti il limite. Chi è il climber?
Per prima cosa mi pongo una domanda: chi è lo sciatore? consideriamo sciatori quelli che vanno una settimana all’anno in settimana bianca? cinque week end all’anno? Ovviamente sì, comperano attrezzatura, abbonamenti agli impianti, scendono per le piste. Lo stesso parametro va applicato all’arrampicata, eppure alcuni potrebbero inorridire se chiami climber qualcuno che scala venti 5b all’anno. E’ per questo che stimo a 3/4 milioni, e penso di essere conservativo, il numero dei climber in Europa, se poi andiamo a cercare di valutare quanti hanno provato l’arrampicata almeno una volta i numeri sono di ordine ben superiore. L’arrampicata non è più uno sport estremo di élite ma una attività sportivo-ricreativa aperta a tutti.

La falesia di Massone
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Come sei arrivato a questi dati?
Da alcuni anni sono consulente per enti pubblici e privati per piani di sviluppo turistico centrati sull’arrampicata e l’outdoor, valutare il mercato in termini di domanda e offerta è quindi un elemento fondamentale. Tuttavia i dati non erano disponibili e in effetti non è facile reperirli, proprio perché per arrampicare non si paga un biglietto, ovvero non si pagava… e qui ci vengono ancora in aiuto le strutture artificiali, soprattutto le sale dedicate. Incrociando i dati della frequentazione, del tasso di utilizzo da parte del singolo, il numero di impianti, i dati sul mercato delle attrezzature dedicate, in numeri degli associati dei vari club, ed ovviamente confrontatomi con altri esperti – siamo arrivati a questi numeri, con la Germania a fare da leader dove il climber sono stimati attorno ai 700.000 (c’è chi si spinge ad oltre il milione), in Italia possiamo pensare a 250/300.000. Ti faccio solo un esempio nell’area di Monaco di Baviera le cinque maggiori sale indoor mettono assieme circa 70/80.000 singoli utilizzatori (non entrate).

Veniamo al punto. Alcuni recenti incidenti in falesia, anche gravi, hanno stimolato un acceso dibattito sul tema della “sicurezza” in falesia. Per farla breve: il mondo dell’arrampicata sportiva sembra dividersi tra la “libertà” (ricerca delle falesie, delle linee e conseguente chiodatura) che ha sempre caratterizzato l’arrampicata outdoor e la necessità di adottare sistemi controllati di gestione delle falesie, soprattutto per quanto riguarda la loro “sicurezza” e manutenzione nel tempo. Voi ad Arco – con il Comune di Arco – già alla fine degli anni ’80 avete attuato un grande piano per la gestione di alcune falesie, cosa vi ha ispirato e perché l’avete fatto?
Il merito di questo progetto, di cui sono stato promotore con mia moglie – Michela Giovanazzi – nei primi anni ’90 è stato quello di vedere avanti di oltre 15 anni: capire che l’arrampicata sportiva avrebbe potuto trasformarsi compiutamente in una attività sportivo-ricreativa ed una risorsa economica per il territorio solo se fossimo riusciti a proporre terreni di gioco accettabilmente sicuri, organizzati. Mi piace ricordare un modo di dire che avevo in quel periodo per convincere gli amministratori pubblici: inventare il Beach Climbing. Beach Climbing non tanto per la location, ma come modus vivendi. Per il Garda Trentino erano quelli gli anni del boom del wind surf volevo fare ripercorrere all’arrampicata quella strada, dai primi surfer che scendevano dal Nord Europa con il loro scassati Westfalia, ai giovani e famiglie che dieci anni dopo affollavano le spiagge con le tavole e le notti di Torbole e Riva del Garda. Solo così potevamo fare dell’arrampicata una risorsa turistica, e devo dire che è stata una scommessa vinta, basta fare un giro a Nago Bassa, Muro dell’Asino, Massone, Baone o ai Massi di Prabi e del Gaggiolo. Vinta soprattutto perché le amministrazioni pubbliche ci hanno creduto ed investito. Fin dall’inizio è stata chiara la scelta ci sarebbero state le falesie “pubbliche” – veri e propri impianti sportivi naturali – e le falesie “wild” attrezzate dagli appassionati e non soggette a nessun controllo pubblico.

In arrampicata sulle falesie di Arco. Foto: Leo Himsl
climbing,gardasee,italien , arrampicata ad Arco , donne

 

Puoi esporci le linee guida essenziali e l’evoluzione nel tempo del modello “Arco e Garda Trentino” applicato alle falesie di arrampicata? Qual è il suo futuro?
Ovvio che arrivare a tutto questo non è stato immediato, ci sono voluti anni e soprattutto amministrazioni pubbliche capaci di una visione a lungo termine, oltre al Comune di Arco devo ricordare il Servizio Ripristino e Valorizzazione Ambientale della Provincia di Trento, trent’anni fa non era facile immaginare la strada che avrebbe preso questo sport. Dai primi climbing park degli anni ’90, che ricordo con piacere hanno fatto parlare di Arco tutte le riviste internazionali, al piano generale delle falesie del 2000, fino al 2009 con la nascita del progetto OutdoorPark Garda Trentino. Questo progetto vede Ingarda – Azienda di Promozione Turistica dell’ambito – farsi promotrice e regista di un tavolo di lavoro permanente per lo sviluppo del turismo outdoor a cui siedono le sei amministrazioni della sponda trentina del Garda, la Provincia di Trento oltre alle associazioni di riferimento. In questo ambito oltre a stabilire piani e modalità di attrezzatura e ri-attrezzatura della nuove falesie è stato definito anche un protocollo comune di controllo delle stesse. Le 13 falesie già attrezzate dalle amministrazioni pubbliche e quelle che in futuro si aggiungeranno ed entreranno a fare parte dell’OutdoorPark sono identificate dal logo del progetto, a garanzia per gli utenti di incontrare un definito standard di attrezzatura. A questo si affianca un accordo con la Provincia di Trento – Servizio per il Sostegno Occupazionale e Valorizzazione Ambientale – e la Comunità di Valle che mettono a disposizione tutto l’anno una squadra di operatori, per gli interventi di pulizia e sistemazione di accessi ed aree al piede delle pareti. Solo queste falesie sono oggetto di promozione da parte dell’ente pubblico. Incarico a professionisti per l’attrezzatura, controllo e manutenzione regolare, corretta informazione e promozione, sono questi elementi che garantiscono non solo gli utenti ma anche gli enti che hanno finanziato gli interventi.

Quali sono le caratteristiche che devono avere le falesie per rientrare nel piano? Inoltre, pensate che sia un modello da estendere a tutte le falesie del vostro territorio?
Come dicevo prima le falesie inserite nel piano sono tredici, contro le oltre 40 esistenti nell’ambito del Garda Trentino (non conto qui l’area della Gola, Valle di Gresta e Cavedine che fanno parte di altri ambiti turistici). Proprio perché debbono avere precisi standard non tutte le falesie possono rientrare nel progetto. Requisito essenziale è che insistano su terreno pubblico o il proprietario sottoscriva un accordo di libero accesso su un lungo periodo: diversamente non sarebbe possibile un investimento pubblico. Viene poi verificata la presenza di pericoli esterni non eliminabili o non controllabili nel tempo – esempio classico una falesia sottostante barre rocciose con importanti rischi di caduta sassi, ecco la risposta a chi si chiede perché mai si sia investito sulla richiodatura di aree come San Paolo o Swing Area. Dal 2011 le nuove falesie attrezzate sono soggette anche ad una verifica geologica per evidenziare macro instabilità – da sanare o che possano limitare l’uso della parete. Infine ci sono valutazioni di carattere economico, che mi rendo conto ad alcuni possano risultare incomprensibili o sgradite, ma il mondo risponde a requisiti di redditività che peraltro trovo giusti: stiamo investendo soldi pubblici e questo investimento deve portare un ritorno all’intera comunità non ad una ristrettissima cerchia. Ecco perché la scelta negli ultimi 5/6 anni è stata di orientare gli investimenti sulle falesie “facili”. Ed ancora valutazioni di tipo logistico (pressione eccessiva su una area, possibilità di parcheggio e mobilità), ecco perché a volte si trascurano aree evidenti ma dove un aumento di traffico comporterebbe problematiche e magari si sceglie una nuova parete per spostare i flussi.

I risultati di questa gestione, quali i successi e quali le criticità?
Il successo è reso evidente dall’elevata frequentazione, per la stragrande maggioranza concentrata sulle falesie dell’Outdoor Park Garda Trentino: ritengo che si possano stimare in almeno 150. 000 gli arrampicatori che ogni anno frequentano le nostre pareti. Tuttavia non tutti gli obbiettivi che ci eravamo dati sono stati raggiunti, ovviamente ci sono a volte problemi in termini di risorse economiche, altri di carattere burocratico: pur importantissima risorsa l’arrampicata non è sola al mondo e deve confrontarsi con esigenze e sensibilità diverse. Le principali difficoltà permangono nella gestione dei flussi e dei parcheggi – su cui stiamo lavorando con l’ipotesi di parcheggi di testata localizzati vicino ai principali assi viari e accesso alle falesie con shuttle o a piedi, o ancora la difficile gestione dei servizi igienici, per cui stiamo provando nuovi sistemi dry o bio, ma che al momento non è ancora risolta. Nei confronti dell’attrezzatura il piano prevede di continuare nell’opera di ribilanciamento dell’offerta – con l’obiettivo nei prossimi anni a raddoppiare il numero degli itinerari fino al 6a che entrano nell’Outdoor Park Garda Trentino.

Veduta sulla Valle del Sarca dal Castello di Arco
Dal Castello di Arco sulla Valle del Sarca e i Colodri

 

E’ esportabile questo modello Garda Trentino e quali sono le realtà territoriali che secondo te possono o dovrebbero prenderlo in considerazione?
Ovviamente nessun modello è esportabile tout court, deve essere adattato alla realtà locale. Il modello Garda Trentino può essere un riferimento per destinazioni turistiche che vogliano fare dello sport outdoor e dell’arrampicata una risorsa economica. Voglio sottolineare ma qui il discorso diventa lungo che un simile progetto per essere sostenibile deve essere inserito in un piano di sviluppo integrato del turismo outdoor sostenuto da una azione coordinata di pubblico e privato, ben difficilmente avremo ritorni interessanti limitandoci a finanziare l’attrezzatura delle falesie. In Italia vedo grandi possibilità di sviluppo, sono moltissime le aree di arrampicata di grande pregio, espresso o potenziale, soprattutto sulle basse e media difficoltà. Spesso ritengo non siano riuscite a decollare proprio per l’assenza di questa visione, con i climber locali che puntano ad ottenere finanziamenti per il proprio giardinetto e/o non sono capaci o non vogliono giocare sul tavolo della politica ed amministrazione, che ovviamente hanno i loro tempi e modalità. Ma sono possibili anche altre approcci: penso ad una associazione, una società sportiva che addotti una falesia, ottenga un contributo pubblico o privato per la attrezzatura e ne garantisca nel tempo controllo e manutenzione, come peraltro è già avvenuto in alcune situazioni. E’ innegabile come lo sport arrampicata abbia un forte appeal sulle giovani generazioni, non richieda enormi investimenti per la attrezzatura delle pareti naturali, e possa diventare quindi una opzione interessante di investimento sul lato sociale dello sport per gli enti pubblici. Anche qui però dobbiamo parlare di progetti sostenibili e interessanti per una larga base e quindi strutture medio- facili. Certamente una amministrazione sarà scarsamente interessata ad investire per venti atleti che scalano oltre il 7b, mentre lo potrebbe essere per una falesia dove esistono spazi dove avvicinare i giovani. Chiaro che anche in questo caso è necessario uscire dall’approccio naif che spesso caratterizza le richieste di contributo e presentare progetti circostanziati. D’altronde sarebbe pericoloso per una amministrazione elargire contributi alla cieca – ad un’associazione o gruppo di appassionati per chiodare una falesia – fuori da qualsiasi pianificazione sia in termini progettuali che di garanzia di manutenzione nel tempo. Su chi ricadrebbe la responsabilità in caso di incidente dovuto a materiale non idoneo o deteriorato?

Ma allora chi si occupa degli itinerari di alto livello?
Forse prima sono stato un po’ drastico, perché c’è necessità di ribilanciare l’offerta. Tieni in conto che dai dati che abbiamo dalle grandi sale europee l’80% degli utenti arrampica sotto il grado 6, mentre nella maggior parte delle aree di arrampicata la disponibilità di itinerari di questo livello non supera il 40%. Voglio ricordare che anche ad Arco abbiamo riattrezzato alcune aree di alto livello – Massone / Abissi. Si tratta ovviamente di bilanciare gli investimenti, per creare uno spazio che sia in sintonia con la domanda. Ma poi si possono ricercare sponsorizzazioni da parte di aziende, che peraltro alcuni già percorrono, ovvio che anche qui occorre presentare un progetto interessante e giustificabile.

Così non rischiamo, come dicono gli oppositori alla “omologazione delle falesie”, di compromettere lo sviluppo di nuove falesie, dove mancano i finanziamenti o dove non è possibile intervenire per problemi legati alla proprietà, alla limitata sicurezza della parete, all’assenza di una associazione di riferimento o ente che voglia assumersi la responsabilità. Cioè non rischiamo di compromettere lo sviluppo dell’arrampicata?
Certamente se siamo troppo radicali in questa direzione lo scenario che hai ipotizzato potrebbe essere concreto. Dobbiamo trovare una strada che ci permetta di fare convivere le due realtà: falesie “certificate” e falesie ” non certificate”. Se ci pensi anche vent’anni fa era chiaro a tutti che arrampicare sul alcuni tiri voleva dire rischiare l’osso del collo, mentre su altri potevi permetterti di volare senza paura. Tutta la community lo sapeva, il tam tam spargeva la voce rapidamente, eravamo quattro gatti, ma soprattutto eravamo più o meno in grado tutti di valutare l’attendibilità di un ancoraggio o lo stato di usura di un punto di calata. L’enorme allargamento del numero di utenti e soprattutto l’arrivo degli urban climber, che sono stati introdotti all’arrampicata e la praticano per la maggior parte del tempo nelle sale indoor ha cambiato la situazione. Sulle strutture artificiali si delega la sicurezza, non sto a valutare se è un bene o un male, è un dato di fatto, peraltro esteso anche ad altri contesti della vita: alle norme CE, al costruttore dell’impianto, al proprietario, ovvio che ci si rapporti allo stesso modo in contesti naturali simili – le falesie attrezzate. Peraltro alcuni recenti incidenti suggeriscono che questa assuefazione alla sicurezza garantita stia contaminando anche i più esperti. Alla base di tutto ritengo sia fondamentale una corretta informazione. E’ evidente che ci sono falesie che possono garantire un alto livello di sicurezza e falesie il cui livello deve essere apprezzato dai climber, che debbono averne la capacità. Falesie quindi dove la sicurezza è affidata a terzi e falesie dove dovrò farmi carico di verificarla personalmente o comunque arrampicare sapendo che mi espongo a un più alto livello di rischio.

La Spiaggia delle Lucertole (Tòrbole)
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Quindi come facciamo a distinguere questi due tipi di falesie?
Un’opzione potrebbe essere quella di un “label” “checked crag” che renda riconoscibili le prime, da riportare nelle bacheche, nelle guide, sulle relazioni. Questo avrebbe l’effetto non solo di aiutare i praticanti nella scelta delle falesie, ma anche di facilitare l’investimento pubblico, che potrebbe vedere definiti i limiti della propria responsabilità e potrebbe proteggerla con una polizza, ed anche stimolare, a fronte di una nuova possibilità – il label – promozionale. Non trascurerei nemmeno l’effetto positivo per chi realizza e pubblica guide e relazioni che avrebbe una potente e riconosciuta modalità disclaimer. D’altronde è quello che abbiamo fatto ad Arco e nel Garda Trentino.

Stai guardando un po’ troppo avanti?
Chiaro che non ci arriveremo domattina, ma se non affrontiamo il problema rischiamo che il ripetersi di incidenti risvegli l’interesse di qualche magistrato che normi, nei fatti, con qualche sentenza, magari con sensibilità diverse e conoscenze limitate, con conseguenze deleterie. Il primo problema che si pone è la definizione degli standard di sicurezza minimi per una “checked crags”, ma ancora prima chi li definisce. E’ ora che le istituzioni del climbing facciano la loro parte e creino un’autoregolamentazione prima che qualcun altro si dia da fare causando danni irreparabili allo sport arrampicata. Non ritengo ci sia spazio per una normazione da parte delle istituzioni o di organismi di normazione – tipo CEN. Le strutture naturali presentano così tante variabili da risultare quasi impossibili da normare nei termini classici, inoltre una normazione di questo tipo richiederebbe tempi talmente lunghi da non essere in grado di rispondere al problema in tempi accettabili ed in ogni caso questo non esclude un processo nazionale autonomo.

Quindi chi dovrebbe prendersi il carico “normativo”?
Ritengo che nessuna delle istituzioni coinvolte nell’arrampicata – FASI, CAI, UISP, GUIDE ALPINE, sia in grado attualmente di affrontare da sola questo problema, alcune hanno competenze, altre importanza istituzionale e diffusione capillare, ma tutte scontano una visione limitata al proprio ambito. Bene sarebbe si costituisse a breve un tavolo di lavoro, con la partecipazione paritetica di tutti, in grado di dare vita a un organismo che possa prima definire questi standard, poi gestirne la diffusione e la promozione e possa poi esserne il garante.

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Una riflessione di Elio Bonfanti

 

L’ambiente, l’arrampicata, l’alpinismo e il futuro
di Elio Bonfanti (già pubblicato da planetmountain.it il 19 dicembre 2013)
Riflessioni, sull’ambiente e sull’utilizzo dello stesso legato alla pratica dell’arrampicata e dell’alpinismo, fatte da un chiodatore quasi pentito che in trent’anni di attività ha aperto forse troppe vie nuove.

Il brusio di fondo aumenta sempre di più, si vocifera, si discute, I blog si riempiono di polemiche viva gli spit, abbasso il trad, viva l’ artificiale abbasso le solitarie estreme, sembra di parlare di politica dove tutti sono scontenti ma alla fine nessuno, se non pochi, si danno davvero da fare per far cambiare le cose. Ho avuto modo di rileggere a 31 anni di distanza un illuminate articolo di Giampiero Motti che era in qualche modo visionario. Ve ne allego uno stralcio tanto per capire di cosa sto parlando.

Elio Bonfanti in apertura di I migliori anni della nostra vita, Trono di Osiride, Vallone di Sea
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Scandere 1983: … “ragionamento da vecchio, che odia i giovani perché non è più in grado di fare quello che fanno loro». oppure ancora le solite analogie con la vecchia favola della Volpe e dell’Uva. Qualcosa del genere ogni tanto mi è già giunto all’orecchio. Lascerò naturalmente cadere le provocazioni, come ho sempre fatto d’altronde in questi anni, ma mi permetto soltanto di citare un motto (non certo di Motti…!) latino «Obsequium amicos, veritas odium perito (Teramo – Andria, atto I), l’adulazione procaccia amici, la verità s’attira l’odio. E nemmeno voglio passare per un amante del rischio, nemico di coloro, che rendono sicuri i punti di fermata in palestra. Trovo idiota e senza senso rischiare su dei chiodi a pressione mal piantati: se serve un chiodo a pressione od uno spit, lo si pianti a dovere in modo che dia tutte le garanzie di sicurezza. In questo senso onore al merito al lavoro che è stato fatto a Foresto. Ma il mio discorso è più sottile e chi lo ha voluto capire lo ha capito: è l’estensione di questa mentalità che mi preoccupa, perché porta l’arrampicatore ad una sorta di illusione, ponendolo poi in situazioni fortemente critiche quando si verrà a trovare di fronte a vie schiodate (non sempre i nuts possono sostituire un chiodo), all’eventualità di attrezzare un punto di fermata difficile o peggio una calata in corda doppia, al cui ancoraggio affidiamo tutta la nostra esistenza, ottavogradisti o terzogradisti che si sia. A volte cercare troppo la sicurezza può portare proprio al contrario nel risultato: l’intento è in buona fede, ma alla fin fine produce l’effetto negativo di illudere disabituando al pericolo, che in montagna, non dimentichiamolo, esiste sempre. Accanto a palestre attrezzate come l’Orrido di Foresto, magnifica scuola di arrampicata atletica e spettacolare di cui nessuno si sognerebbe di negare il valore vi dovrebbero essere altre palestre tenute poco chiodate o del tutto schiodate, dove l’arrampicatore possa prendere coscienza della difficoltà emotiva e della reale presenza del pericolo. Questo almeno è il mio punto di vista: Foresto dovrebbe restare un caso particolare, non certo da proporre come modello universale. Mi pare di essere stato chiaro.” … Torino – Dicembre 1982 – ‘Absit iniuria verbo’.”

Alla luce di questo scritto alcune riflessioni non possono che sorgere spontanee. La prima da dove veniamo, la seconda dove siamo, la terza dove stiamo andando. Il da dove veniamo si è macerato a lungo in retoriche pastoie legate all’accettazione del fatto che arrampicando si poteva fare anche un qualcosa di diverso dall’Alpinismo. Cioè che si poteva, senza per forza indossare i pantaloni alla zuava, arrampicare su terreni più o meno addomesticati rinunciando talvolta anche alla vetta e perseguendo il solo obbiettivo della prestazione. Restando in Italia, personaggi del calibro (cito i primi che mi vengono in mente non me ne vogliano gli altri) di Bernardi, Bini, Manolo, Mariacher, Pederiva, hanno in qualche modo preceduto ed accompagnato questo progressivo cambiamento che è avvenuto procedendo dall’alto verso il basso, nel senso che questi uomini, prima che alpinisti in un’osmosi continua hanno, per un certo numero di anni, trasportato la mentalità della montagna in falesia ed in montagna quello che sperimentavano in falesia creando talvolta dei veri capolavori. Oggi succede il contrario si nasce e si cresce in falesia e solo qualcuno allarga poi i propri orizzonti sviluppando la propria attività in montagna.

Questa attuale cultura ci ha proiettati in un esponenziale aumento delle difficoltà accompagnato in questi ultimi anni dal proliferare di nuove falesie e di una sistematica chiodatura a spit della quale forse oggi stiamo perdendo la misura. Oggi con tutto sommato pochi soldi ed un trapano chiunque è in grado, trovato uno sperone qualsiasi, di attrezzare una nuova via di arrampicata, talvolta senza avere il minimo criterio di come chiodare, di dove chiodare ma soprattutto se chiodare. Il primo esempio che mi viene in mente è San Vito lo Capo recente e meravigliosa meta arrampicatoria in Sicilia, dove c’è la falesia di Salinella che è lunga almeno tre chilometri quasi tutti scalabili. Bene, vi sono tre siti del paleolitico posti in tre grotte che su tre chilometri rappresentano forse duecento metri di sviluppo lineare, ecco siamo riusciti a chiodare pure lì dentro. Perché!? Perché forse non c’è una legge. Perché forse manca del buonsenso. O forse perché noi arrampicatori siamo ancora lontani dal pensare davvero all’ambiente.

La falesia di Salinella, San Vito lo Capo
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Proteggiamo i rapaci, l’orso bruno, l’Upupa striata e il pinguino delle Galapagos ma dell’ambiente dove questi vivono ce ne freghiamo altamente. In Sicilia è così, In Sardegna altrettanto, l’Italia è purtroppo una terra di conquista senza regole, anche in questo ambito. In queste zone frotte di chiodatori stranieri arrivano e si chiodano le loro belle falesie senza chiedere niente a nessuno. Mi piacerebbe vedere se uno qualsiasi di noi andasse nel Kaisergebrige (un posto a caso) a chiodare qualcosa con quale misura di pallettoni lo prenderebbero a fucilate. Qui da noi nessuno dice nulla sia nel merito che tantomeno sul metodo ma se è vero che da secoli siamo abituati alle scorribande di chiunque è altrettanto certo che è arrivato il momento di fare il punto della situazione.

Tornando dalle mie parti, nelle Alpi occidentali oggi ci sono fix veramente dappertutto ed ogni metro quadro di roccia benanche sprofondata nel fitto della boscaglia ha il suo bel tiro di corda. La maggior parte delle falesie sono iper sature di itinerari, in certe località i tiri sono a pochi metri l’uno dall’altro e una volta chiodati nella maggior parte dei casi nessuno si occupa della loro manutenzione. Fatto salvo qualche caso dove il “local” di turno, esercitando un discutibile “Ius soli”, decide che le vecchie vie erano tutte brutte le schioda e ci ri-traccia sopra le sue, “nuove”, cambiandone magari i nomi, senza nemmeno pensare che erano già state censite su delle guide…

Questo in nome di cosa, della bella arrampicata, del fatto che nessuno frequentava più la tal falesia o piuttosto perché il nostro ego ci porta a voler lasciare ai posteri la nostra firma. Chi ha detto che un posto debba essere per forza frequentato e che perché lo sia, si debba tempestare di tasselli dappertutto. Siamo all’anarchia più totale e se qualcuno richiama questi personaggi al tenere in considerazione la storia del luogo e a ricordarsi di chi su quelle rocce si era spellato le dita prima di loro, viene tacciato di essere un retorico povero pirla.

Purtroppo nessuno, o pochi, tengono in considerazione il fatto che un fix inox è per sempre! La maggior parte dei tasselli sino ad ora piantati sopravviveranno a chissà quante generazioni di arrampicatori e, se ognuno di questi dovesse sovrapporre la propria traccia a quella esistente, immaginate che selva di buchi e quanta ferraglia ci sarebbe sparpagliata per il globo. Con questa filosofia quale vecchia via non meriterebbe una raddrizzata ed una sistemata in ottica moderna per migliorare “il gesto”.

In alcune parti del mondo sono nate delle “no bolting Zones” da noi non ancora, ma qui la scommessa ora sta nel “manutenzionare” ciò che già c’è, piuttosto che andare a cercare il nuovo ad ogni costo, ed in questo sarebbe bene che le varie amministrazioni comunali prendessero coscienza del loro territorio e si interessassero in modo fattivo alla conservazione dell’integrità dello stesso. E, badate bene, non si tratta di finanziare opere e di assumersi rischi civili e penali, a questi ci pensano già inconsapevolmente i chiodatori (e già solo questo basterebbe ad aprire una parentesi enorme).

Purtroppo, quantomeno dalle mie parti, questa cultura “Falesistica” si sta pian piano spostando e sta contagiando anche la montagna dove, ricollegandomi allo scritto di Motti, sono persuaso del fatto che chiodare anche solo le soste di una via, alteri la percezione della reale difficoltà dell’itinerario. “Osa, osa sempre e sarai simile ad un dio” recitava Giusto Gervasutti ma chi osa davvero su una sostaccia a chiodi, chi osa veramente su dei tiri poco protetti o meglio poco proteggibili? Pochissimi i soliti pochissimi, quelli bravi davvero (ed il sottoscritto non è parte di questo novero). Ma anche tra questi, quanti sono realmente capaci a piantare un chiodo, uno solo e a calarcisi sopra? In tanti anni di militanza nelle scuole di alpinismo non l’ ho mai potuto insegnare a nessuno. Per questione di tempo, di metodo, di tempi! Era ed è diventato inutile far comperare il martello agli allievi in quanto i chiodi dove li avrebbero poi piantati se le vie sono tutte a spit. Al punto che anche molti professionisti della montagna il martello ormai lo usano solo per mettere i quadri in casa.

Domani è adesso, ed oggi è necessario che i veri big e le istituzioni, CAI, CAAI e guide alpine inizino a fare cultura sull’ambiente per consegnare alle prossime generazioni un campo di gioco non troppo deteriorato. Oggi, la via al Torre si fa in libera, senza più usare i chiodi a pressione di Maestri, per carità non voglio assolutamente avvallare la schiodatura di questo monumento dell’alpinismo, ma di fatto, sia pur di rottura credo che questo possa essere considerato un vero salto in avanti. Le solitarie di Marco Anghileri, di Hansjörg Auer, di Rossano Libèra e di Ueli Steck non sono certamente imprese da emulare ma certamente stanno a testimoniare il livello raggiunto oggi attraverso quel percorso abbozzato trent’anni fa. Proprio da questo si dovrebbe partire a pensare che probabilmente non è necessario, in nome della sicurezza, attrezzare le soste o peggio ancora vie dappertutto. Forse non è ancora tutto perduto, ed il buonsenso non è ancora stato travalicato, vie dove le soste si possono allestire in modo “ sicuro” con mezzi tradizionali ce ne sono ancora, conserviamole ma facciamolo adesso e magari, noi normali, al posto di osare su una via super protetta, come dice un mio caro e “retorico” amico abbassiamo il grado.

Gian Carlo Grassi alla base di Teschi scoperti (Caprie), 1a ascensione, 15 dicembre 1982
Rocca di Caprie, val di Susa, Gian Carlo Grassi alla base di Teschi Scoperti, 15.12.1982

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Marco Ballerini

La mia esperienza sulle falesie del Lecchese
di Marco Ballerini
Il presente post è tratto dalla relazione che Marco Ballerini fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

E’ vero, sono stato uno dei primi a portare l’arrampicata sportiva nel Lecchese però, ci tengo a dire, in contemporanea con altri scalatori sparsi per l’Italia da Arco di Trento a Finale Ligure alla Val di Susa, tutti intenti a “violentare” la roccia con i famosi spit.

Marco Ballerini libera la 1aL del Pilastro Rosso (Panzeri-Riva), Bastionata del Lago, 13.10.1984)

Grigna, Marco Ballerini sulla 1aL del Pilastro Rosso (Panzeri-Riva), Bastionata del Lago , (13.10.1984)

La mia storia proviene dall’alpinismo, come per tanti altri, perché all’epoca l’arrampicata sportiva non esisteva e quello che mi spingeva a muovermi sulle pareti era proprio la passione per l’alpinismo. Inoltre, essendo cresciuto con il riferimento ai personaggi mitici dell’alpinismo lecchese, Cassin, Bonatti, Boga, Ratti ed altri che ora non sto a citare, anch’io nel mio piccolo ero stimolato a migliorare ripetendo vie sempre più impegnative sulle grandi pareti delle Dolomiti e del Monte Bianco o anche fuori dall’Europa, mentre nel frattempo leggevo e cercavo di informarmi. Non c’era Internet ed era molto più difficile accedere alle notizie di quello che succedeva, per esempio, negli Stati Uniti o in altre parti del mondo. Non è come oggi che schiacci un bottone e scopri quello che hanno fatto certi scalatori cinque minuti prima.

Era chiaro però che l’alpinismo stava subendo una radicale trasformazione, grazie alla forte spinta verso l’innalzamento della difficoltà in arrampicata libera. Essendo appassionato di scalata e proveniendo dallo sci agonistico veniva spontaneo mettermi in gioco, ponendomi la domanda: “come è possibile migliorare frequentando solo le vie in montagna? Ci vorrebbe qualcosa di diverso”. Mi accorsi ben presto che la soluzione era a portata di mano… Le falesie non le ho inventate io; c’erano già; bastava semplicemente “vederle”. A quei tempi esistevano le vecchie vie sul Nibbio ai Piani dei Resinelli, il Sasso di Introbio era frequentato dal Don Agostino con i suoi Condor (il gruppo che il sacedote fondò nel 1974-75) e sulla comoda parete del Medale si allenavano i più forti alpinisti allora in circolazione.

Quindi, ripetendo a mia volta gli itinerari su queste “palestre di roccia”, mi accorgevo che c’erano larghi settori vergini e anche più compatti, perché le vie esistenti seguivano le linee logiche dove c’erano le fessure per piantare i chiodi. Era ovvio che proprio lì, su quelle falesie, bisognava cercare la difficoltà tecnica.

I primi esperimenti li ho fatti al Sasso di Introbio perché è il più comodo. Dopo aver salito le vie aperte dal Don Agostino Butturini, mi sono calato a fianco di queste posizionando gli spit per poi cercare di salire in libera come spiegava Pietro Corti. Da lì è partito tutto, poi ci sono stati gli sviluppi che hanno portato alla situazione di oggi.

Terrei a precisare comunque che allora non vedevo questi esperimenti come una cosa rivoluzionaria, considerandoli più semplicemente come una naturale evoluzione dell’alpinismo che era già in corso.

Anche i nostri “antenati” infatti hanno sempre cercato di salire vie sempre più difficili e già da qualche anno si parlava di settimo grado, andando oltre il mitico “sesto”. Nel 1977 Reinhard Karl ed Helmut Kiene aprirono la via Pumprisse al Fleischbank nel Kaisergebirge (Austria), gradandola provocatoriamente VII grado. Difficoltà che sarà ufficializzata nel 1979 aprendo finalmente verso l’alto la scala tradizionale delle difficoltà su roccia. A maggio del 1977 Antonio Boscacci e Jacopo Merizzi salirono la placca della Nuova Dimensione in Val di Mello, dichiarando VII-. Verso la fine degli anni ’70 Ivan Guerini ripeté alcune vie del Sasso di Introbio in Valsassina (Lecco) senza utilizzare i chiodi per la progressione, parlando di VII / VII+.

Marco Ballerini su L’Ange en decomposition, Verdon, 22.04.1984

Marco Ballerini su L'Ange en decomposition, Verdon, 22.04.1984

Pietro Corti sa esattamente che intorno alla metà degli anni ’70/ ’80 si aprivano vie lunghe al massimo 50 metri in stile classico, salendo dal basso e proteggendosi con i chiodi come se si fosse su una qualsiasi parete alpina. Mi ha detto di essere affascinato dall’idea che io, arrivato in auto alla base del Sasso, decidessi di chiodare la prima via sportiva del lecchese.
Lo ha intrigato anche la scelta dei nomi di quelle prime vie sportive, un modo anche quello per segnare una differenza rispetto al passato. Fino ad allora c’erano la Via degli Amici, la Via Cassin, la Via dei Ragni; nel resto delle Alpi era la stessa cosa. Con l’avvento del free climbing anche il modo di intitolare le vie nuove cambiò radicalmente, non è una invenzione mia, ma io e altri labbiamo applicata agli itinerari di arrampicata sportiva.

Devo proprio andare indietro con la memoria: più di trent’anni. Oltre il tramonto al Sasso di Introbio credo proprio sia stata la prima via nel lecchese che possa essere definita di arrampicata sportiva. Poi c’è stata, sempre al Sasso, Incubo motopsichico.

Allora si andavano a cercare nomi che adesso mi fanno sentire davvero un po’ ridicolo… Ci terrei però a dire che l’arrampicata sportiva come l’abbiamo vista noi in quegli anni era estremamente diversa dal fenomeno di oggi, che rappresenta la tematica di questo convegno. All’epoca l’arrampicata sportiva serviva per migliorare, per spingere al massimo sul grado, per allenarsi e alzare ancora il livello.

Oggi, in parte, è ben altra cosa. Come affermavano anche altri, la falesia è diventata un terreno di gioco per tantissimi stili di arrampicata. Non ci vanno solo gli alpinisti per allenarsi nelle stagioni in cui non si può frequentare la montagna, oppure gli scalatori puri per alzare il grado; ormai l’arrampicata in falesia è un’attività fine a se stessa che coinvolge anche chi non ha particolari traguardi alpinistici o sportivi, ma ci va solo per divertirsi. Quindi è giusto che questa attività venga vista nel modo più allargato possibile.