Posted on Lascia un commento

Mustafà e la Principessa di Cime Tempestose

Tra le sue molteplici attività, ogni tanto Marco Pedrini scriveva. Produceva poco, è vero, ma tutto sommato possedeva una discreta penna. Di inedito, dopo la sua morte, non è rimasto praticamente nulla. E in ogni caso i suoi scritti non sono conosciuti più di tanto. Proprio per questo riproponiamo un suo racconto assai interessante, già pubblicato in Svizzera, poi su Scàndere 1985 e su Rivista della Montagna, n. 101, ottobre 1988.

Mustafà e la Principessa di Cime Tempestose
di Marco Pedrini

C’era una volta in un paese lontano lontano, una bellissima principessa che viveva con suo padre, il sovrano del reame di Cime Tempestose, in un grande castello. Dovete sapere, miei cari e piccoli lettori, che questo castello non si trovava in una città oppure su un’isola, bensì in cima alla più alta ed inaccessibile fra le tante guglie di Cime Tempestose. Le sue pareti erano così lisce che nemmeno gli uccelli vi si potevano posare, e così alte che pur inclinando fortemente la testa all’indietro non se ne scorgeva la sommità.

Su ciascuna delle alte torri sorgeva pure un castello, abitato dal suo signore e dalla sua famiglia, mentre il resto del popolo viveva nella cittadina della pianura, che come per contrasto alle torri di roccia, era tutta pianeggiante e fiorita, ricoperta com’era da piante e coltivazioni.

La copertina del numero della Rivista della Montagna che ospitò lo scritto di Marco Pedrini
Mustafa-pedrini0003

La vita del reame scorreva tranquilla e serena. Un solo avvenimento poteva scuotere tutti gli abitanti del paese: l’annuncio del matrimonio della figlia di uno dei signori. Il pretendente, per meritare la mano della futura compagna, doveva raggiungere la cima della guglia scalandone le pareti, e più la candidata a nozze era bella, più la parete scelta doveva essere difficile.

Narra la leggenda che al fondatore del paese fosse stata data come sposa una dea, ma che per esserne degno, egli avesse dovuto raggiungerla sulla cima di una montagna circondata da tremendi precipizi, e dove nessun sentiero conduceva. L’uomo superò la prova, sposò la dea, in quel luogo costruì il suo castello e fondò il suo paese, che chiamò «Reame di Cime Tempestose». Molti anni più tardi il sovrano e la regina volarono in cielo, ma non scomparve il costume che per meritare una moglie, bisognava scalare la parete della montagna sulla quale essa viveva.

Da intere generazioni quindi, sin da giovane età, i figli dei signori, oltre a cavalcare, danzare e usare le armi venivano istruiti nell’arte dell’arrampicamento e nella conoscenza degli strumenti necessari: corde, scarponi, chiodi, moschettoni e scale. Aver conquistato l’innamorata scalando la parete del suo picco costituiva il più grande motivo d’orgoglio che un signore poteva vantare, di gran lunga superiore all’aver vinto o aver ucciso un drago gigantesco.

Ogni mezzo e tecnica di progressione erano quindi validi pur di raggiungere la cima della torre: chiodi e cunei da conficcare nelle crepe della roccia, e su cui poi innalzarsi faticosamente, corde, scale, ecc. Si diceva pure che in certe imprese, dove la roccia era così liscia da non poter neppure aggrapparsi con la punta delle dita, venivano praticati dei fori ove conficcare una piccola stanghetta di metallo, sulla quale ci si poteva quindi innalzare. Voi capirete, miei cari lettori, che una simile attività era prerogativa esclusiva dei signori dei castelli, non solo per l’impossibilità di reperire il costoso materiale necessario, mai più utilizzato dal signore vittorioso, ma gelosamente conservato per essere poi consegnato – a tempo debito – al figlio primogenito, ma anche per l’assenza di una parete anche di pur modeste dimensioni, nella vallata, dove poter imparare la difficile arte dell’arrampicamento.

La più alta conformazione rocciosa nel raggio di molte miglia della cittadina, era infatti un semplice sasso, che misurava sì e no 5 pollici d’altezza.

Ricorreva quell’anno il ventesimo anniversario della principessa Virginea – quello era il suo nome – anno quindi per lei importantissimo, poiché era costume che le donne si sposassero entro e non oltre tale data, pena rimanere zitelle per tutta la vita. Ma essendo Virginea la più bella fanciulla del reame, la parete da scalare sarebbe stata quella di levante, la più liscia e inaccessibile.

Si narra che solo una volta, molte e molte lune addietro, era stata data la scalata a quella parete, poiché in palio era la mano di una principessa la cui beltà era conosciuta sin oltre i sette mari e i sette deserti. Ma dei numerosi concorrenti nessuno riuscì a raggiungere il castello, cosicché scaduto il tempo massimo – decretato dal solstizio d’autunno – la fanciulla si trovò a dover vivere da sola per tutto il resto della sua vita.

Tutti i signorotti si preparavano all’impresa, anche se in ognuno di loro, dietro la spavalderia, si celava il timore di affrontare la parete impossibile.

Non mancava molto tempo infatti, al solstizio di primavera, l’inizio della stagione buona, e data d’inizio del grande concorso. Le sacre regole – contenute nel libro degli antichi – parlavano chiaro: – chiunque potrà prendere parte al concorso usando qualunque artificio in suo possesso, anche se le leggi cavalleresche dovranno essere osservate in qualunque momento. Chi per primo raggiungerà, entro e non oltre il secondo solstizio, il castello per la parete di levante, riceverà in isposa la principessa Virginea.

Nella cittadina della pianura viveva un giovane, di nome Mustafà, alto, forte e coraggioso, ma ahimè non nobile. I suoi riccioli neri non passavano certo inosservati tra le ragazze della sua città, ma il suo cuore batteva soltanto per gli occhi della principessa.

Essi si erano visti solamente quando Mustafà venne inviato a consegnare una missiva al castello, raggiungibile unicamente per un sentiero incredibilmente irto e difficoltoso, e quando il Re era sceso – accompagnato dalla figlia – per parlare al suo popolo. Ciò nonostante i due si erano innamorati perdutamente l’uno dell’altro; ma le antiche tradizioni avrebbero impedito loro di sposarsi – a meno che Musfatà non fosse riuscito a superare la terribile parete prima di tutti gli altri. Ma come era possibile ciò? si chiedeva Mustafà, e vi chiederete anche voi, miei piccoli lettori, visto che egli non possedeva il materiale e se anche ne fosse entrato miracolosamente in possesso, non aveva la più pallida idea di come si utilizzassero le corde o si conficcassero i chiodi.

Un giorno Mustafà aveva avuto notizia – da un mercante girovago – che, nella foresta oltre il grande fiume, viveva un vecchio uomo venuto da molto lontano: addirittura da una valle del nuovo mondo, nella quale sembrava vi fossero picchi e pareti altissime e lisce, il tempo sempre bello, gli alberi giganteschi e secolari e i raccolti abbondanti. Ma quel che più era strano era che gli abitanti della valle, o almeno i più forti e coraggiosi, salivano su per quelle pareti, a rischio magari anche della vita, senza che nessuna donna li aspettasse sulla cima.

Mustafa

Immediatamente Mustafà intraprese il viaggio sperando di dare una soluzione ai suoi problemi. Dopo alcuni giorni di cammino riuscì finalmente a scovare il vecchio al quale raccontò tutta la storia chiedendogli consiglio.

«Vedi Mustafà – rispose il vecchio – ti separa dalla tua annata una parete liscia e per adesso inaccessibile, eppure tu non la devi considerare tua nemica e magari cominciare ad odiarla.

Non è certo colpa sua se si trova sul tuo cammino, dove si trovava già molte lune prima che tu o la principessa veniste al mondo. Questa parete la dovrai considerare in quanto tale, rispettarla e amarla per la sua natura. Nella valle da cui provengo, queste cose le abbiamo capite già da un pezzo, ed è per questo che riusciamo a scalare le nostre pareti, anche e soprattutto dove esse si presentano così lisce e repulsive da sembrare impossibili ai profani.

Rispetta dunque la tua parete e lei ti ricambierà; amala se puoi e lei si lascerà salire da te, come la donna si concede solo al più sincero dei suoi corteggiatori, e non al suo nemico. Rispettare la parete significa anche evitare di conficcarvi inutili chiodi o scale in una progressione più simile a un calvario che non ad un piacere terreno o spirituale. Madre natura ti ha dato braccia forti e gambe muscolose, mentre la parete ti offre appigli e prese a sufficienza.

Impara a fare buon uso di tutto ciò e vedrai che basterà. Tu ora stenti a credere che sia possibile salire con il solo ausilio di mani e piedi dove la roccia si presenta liscia e verticale, ma si tratta dello stesso stupore provato dal profano di fronte a un saltimbanco o a un mangiatore di spade, che a lungo devono esercitarsi, prima di poter eseguire il loro numero con disinvoltura.

Tieni, questi sono per te, li ho sempre conservati in ricordo delle mie imprese più belle, ma è giunto il momento che servano nuovamente a qualcosa. Con i tuoi sandali non potresti certo andare lontano».

Mustafa-donna-sexy-sulla-vetta-15252572

E senza smettere di parlare egli porse a Mustafà delle strane calzature dalla suola nera e liscia, dei cubetti di metallo di varie forme e dimensioni, su cui aggrapparsi dopo averli infilati nella roccia, quando gli appigli non sarebbero stati sufficienti, una pozione dal profumo forte e delicato da ricordare i misteri dell’oriente, da spalmare sulle mani per rendere la pelle dura come una corazza, e soprattutto una polvere bianca da usare solo – così egli disse – nei momenti di estremo bisogno. Indi iniziò a mimare tutta una serie di movimenti e posizioni, come se davvero stesse scalando una roccia altissima, con una sicurezza e precisione che lasciavano intuire che grande maestro egli doveva essere stato in quella difficile arte, accompagnando ogni gesto con nomi e spiegazioni diversi l’uno dall’altro, ma che ormai non ricordo più. I suoi occhi presero a brillare di una strana luce e il suo sguardo pareva correre lungo le pareti e su per i picchi della sua valle lontana.

«Tutto questo va bene – replicò Mustafà – ma come faccio a mettere in pratica i tuoi insegnamenti se non dispongo di una roccia più alta di un bimbo appena nato? Non ho neppure il tempo di recarmi nella tua valle, se davvero essa è così lontana come dici, per imparare a salire là dove ai comuni mortali è vietato per natura?».

«Caro Mustafà – rispose il vecchio – tanti piccoli sassi possono formare una grande parete molto alta, così come tanti granelli di sabbia possono formare un intero deserto. Raccogli perciò moltissimi sassi e costruisci un muro presso casa tua, sul quale imparare a salire usando solo mani e piedi, fin quando questo è possibile. Anche se le prime volte ciò ti sembrerà estremamente difficile e il muro ti ricaccerà continuamente al suolo, alla fine imparerai a muoverti con sicurezza ed eleganza anche sul piano verticale, come ora già ne sei capace in quello orizzontale. Imparerai anche a dominare la paura del vuoto, in modo da poter affrontare qualunque passaggio al meglio delle tue possibilità. Ricordati infatti che se anche la parete della torre sarà cento o mille volte più alta di quella che costruirai, le difficoltà vere e proprie non aumenteranno con l’aumentare dell’altezza alla quale essi si troveranno. Ora vai, ma non dimenticare che più ti preparerai a questa impresa e più inizierai a voler bene alla parete e più l’affronterai a cuor leggero».

Di ritorno alla cittadina, Mustafà mise al corrente gli amici delle istruzioni ricevute, e subito tutti si misero ad aiutarlo nella costruzione del muro, secondo quanto detto dal vecchio. Non appena questo fu ultimato, il giovane si provò a scalarlo, ma per quanti sforzi facesse, non gli riusciva di raggiungere un’altezza superiore a quella toccata spiccando un semplice salto. Solo allora si ricordò delle cose ricevute, e seppur scettico, si infilò quelle strane calzature, così strette e corte da fargli un male terribile ai piedi, ed il miracolo avvenne: in pochi secondi egli raggiunse la sommità del muro, anche se nel punto dove le prese erano più grosse e vicine. Il suo cuore iniziò a battere forte e il suo pensiero corse immediatamente alla sua amata, ora non più così lontana e irraggiungibile come gli sembrava fino a poco prima.

Mustafa-pedrini0002

Nei giorni successivi la sua abilità cresceva a vista d’occhio, le sue dita erano diventate forti come il ferro e grazie alla pozione dure come una corazza.

Egli poteva muoversi tra un appiglio e l’altro con una sicurezza e facilità degna di un gatto. Nessun passaggio gli resisteva più, neppure quelli situati molto in alto: li osservava a lungo procedendo per tentativi, scendeva poi sino a un buon appiglio dove riposare braccia e dita, quindi riprovava sino a sferrare il tentativo vittorioso.

La notizia del giovane che si preparava per il grande concorso giunse però anche alle orecchie dei signori dei vari castelli, i quali mandarono un ambasciatore del re per chiedere di proibire a Mustafà la partecipazione alla prova.

«Le scritture parlano chiaro – disse il Re, la cui equità era ben nota – chiunque può partecipare, quindi anche Mustafà! Sarà la parete stessa a determinare il suo valore e a decidere chi dovrà essere il vincitore».

Giunse finalmente il solstizio di primavera: l’inizio della grande gara. Tutti i concorrenti, Mustafà compreso, si ritrovarono ai piedi della parete di levante, inutile dire che il suo equipaggiamento ridottissimo, ma soprattutto le sue strane calzature erano oggetto di curiosità e anche di scherno da parte dei suoi avversari, coperti di corde e chiodi sino ai denti.

Molto più in alto, sulla cima della guglia, il cuore di Virginea batteva per il suo amato, temendo non solo l’abilità e la perizia di certi concorrenti, ma anche i grandi rischi che lo attendevano.

Il primo raggio di sole diede il via. La parte iniziale non era molto difficile, le prese erano sufficienti e ben salde. Mustafà aveva in breve distanziato gli altri concorrenti, notevolmente appesantiti dalla grande quantità di materiale che portavano con sé. Tempo dopo, il giovane raggiunse una zona dove la roccia diventava molto compatta. I soli punti deboli erano delle crepe regolari e parallele, ma anche lisce e repulsive, che la solcavano, fino a dove molto più in alto, riapparivano nuovamente gli appigli, tanto necessari alla progressione. In realtà il vecchio aveva parlato di un sistema per salire avvalendosi solo di queste crepe dove incastrare mani e piedi, ma per quanto egli provasse, riusciva solo a rovinarsi le dita e le mani, senza progredire di una sola bracciata. La soluzione venne coll’idea di scendere al suo muro, costruirvi una fessura identica a quella della parete e lì imparare a salirvi senza rischiare una caduta mortale. Gli altri concorrenti erano intanto giunti anche loro alla zona delle crepe, e subito avevano iniziato a salire conficcando grossi chiodi – uno dopo l’altro – profondamente nella roccia.

Mustafa-pedrini0004

La loro ascesa era lenta ma continua, e col passare dei giorni essi si avvicinavano sempre più alla terza parte della grande muraglia. Quando finalmente Mustafà riuscì a salire e scendere con sicurezza la fessura ricreata nel muro, ritornò alla parete e velocemente ne superò la prima parte, che già conosceva, per poi raggiungere le fessure che lo avevano respinto; i suoi movimenti erano ormai veloci e sicuri, le sue mani si incastravano tenendo come e meglio dei chiodi degli avversari. Dove essi avevano impiegato molti giorni Mustafà salì in poche ore, raggiungendo così pure lui la terza parte, quella costituita da placche compatte, che seppur non molto ripide, erano lisce come il vetro. Alcuni concorrenti avevano ormai già rinunciato, ma i più forti erano ancora ben agguerriti, e quel che era peggio, ben più alti di Mustafà. Alcuni avevano usato, per superare le placche, quei chiodi da infilare nei fori praticati nella roccia. Il sistema era lentissimo, ma l’avanzata assicurata. Grazie alle suole lisce e molto aderenti, Mustafà poteva salire passando accanto ai buchi praticati dagli altri senza doversene servire.

Nella quarta parte la parete ridiventava verticale, e le crepe così sottili che non si poteva neppure infilarvi la punta delle dita. Mustafà usò allora i dadi di metallo più piccoli che aveva ricevuto, e subito dopo essersi issato su di uno poteva velocemente e silenziosamente ritirare il sottostante.

Inoltre, mentre lui poteva anche usare i chiodi piantati dagli altri ma non recuperati, gli altri non potevano fare lo stesso, poiché lui riusciva a recuperare i suoi dadi di metallo. Il più forte degli avversari aveva intanto già raggiunto la parte terminale della parete, quella che dava l’accesso alla cima della guglia su cui sorgeva il castello. Questa parete non era molto alta, ma così liscia e compatta che sembrava davvero impossibile. Nonostante i suoi tentativi egli non riusciva più a progredire nemmeno di un solo pollice, e a Mustafà sembrava di non riuscire neppure a piantare i suoi chiodi più sottili, poiché le fessure e le crepe anche più piccole erano completamente scomparse. Per utilizzare i chiodi speciali, dopo aver praticato i fori necessari, non restava ormai tempo a sufficienza. I giorni si erano già accorciati e presto sarebbe arrivato il solstizio d’autunno, termine ultimo della prova. Quando anche Mustafà raggiunse la parete terminale, erano rimasti solo loro due; tutti gli altri concorrenti avevano ormai rinunciato all’impresa. Ma lì capì perché il suo avversario non aveva potuto proseguire: un muro liscio sbarrava loro la via, niente fessure, niente crepe, gli appigli non erano degni di tale nome, così piccoli e lontani com’erano, che le dita non riuscivano neppure ad afferrarvisi; neppure le scarpe così aderenti bastavano da sole perché le dita scivolavano irrimediabilmente sulle prese.

Seppure con un po’ di titubanza, Mustafà estrasse il sacchetto della polvere bianca e vi intinse le dita. La vista di una figura femminile, lassù tra le mura del castello, gli diede nuova fiducia e vigore.

Grazie alla polvere del vecchio, le dita ora aderivano perfettamente agli appigli, anche quelli più sottili e scivolosi. A poco a poco Mustafà si innalzava lungo quel muro impossibile, generando stupore e disprezzo nell’avversario che naturalmente non poteva seguirlo.

«Inganno, inganno, è sleale quel che fa – si mise a gridare quest’ultimo verso il castello, dove nel frattempo era apparso il sovrano – il mio avversario usa una polvere magica per salire la parete, e quindi deve essere squalificato».

«Non è magica – rispose Mustafà – e d’altronde ne puoi usufruire anche tu, attaccandoti agli appigli che ho utilizzato io e sui quali è rimasta un po’ di questa polvere».

Egli vi si provò, ma ugualmente non riuscì a proseguire di gran che, poiché le sue dita si aprivano come fossero di burro e i suoi pesanti scarponi grattavano la roccia senza peraltro trovarvi una presa. Mai nelle sue preparazioni aveva incontrato difficoltà simili e tantomento aveva visto qualcuno salirvici sopra.

«È sleale, c’è un trucco» – riprese allora. Rispose il Re, facendo nuovamente prova di grande saggezza: «Qualunque artificio è concesso, e d’altronde questa polvere non è di certo peggiore dei buchi da te praticati nella terza parte della parete».

Mustafà intanto seguitava a salire e più saliva più sentiva crescere in lui il piacere di trovarsi lassù, e di salire come una mosca su di un vetro. Molti dei movimenti assomigliavano a quelli esercitati sul suo muro, altri invece li inventava sul momento. Intanto si sentiva che la roccia non gli era più per niente ostile, anzi sembrava contraccambiarlo presentandogli ogni volta un appiglio al punto giusto, una presa dove sembrava invece non esserci più niente cui appoggiarsi. Neppure il grande vuoto tra le gambe lo turbava più. Gli tornarono allora alla mente le parole del vecchio e decise allora che tutte queste sensazioni erano così belle e forti che non avrebbe potuto tenerle per sé, ma una volta in cima ne avrebbe parlato a tutti, cosicché anche altri un giorno ne avessero potuto gioire. In breve raggiunse la cima della parete, dove trepidante lo aspettava Virginea. Lassù i due giovani si baciarono a lungo, appassionatamente, finché il Re interruppe proclamando a tutti la data delle nozze, fissate al sorgere della prossima luna.

Mustafa-sweet-kiss-on-top-of-the-world

Durante la festa data in loro onore per l’annuncio del matrimonio, e alla quale erano stati invitati tutti gli abitanti di Cime Tempestose, Mustafà si mise a raccontare la sua lunga storia e terminò dicendosi pronto a insegnare a chiunque volesse provare ciò che egli aveva imparato nell’arte dell’arrampicamento, grazie alle lunghe esercitazioni fatte sul muro presso casa sua.

«Il mio muro è una piccola parete e non vuole certo pretendere di sostituirsi a un’intera montagna, ma forse potrà aiutarvi a meglio capire e affrontare quest’ultima, come un pizzico di sale non può sostituire il vostro pranzo, ma può però renderlo di miglior gusto».

Per primo si fece avanti uno dei concorrenti, che avendo potuto osservare da vicino Mustafà mentre scalava la parete, affascinato dalla sua grande bravura, voleva provare personalmente quanto affermato dal giovane. A poco a poco parecchi cittadini si misero a provare, e poi anche tutti i concorrenti battuti, abbandonando però chiodi e scarponi nei loro armadi.

Persino l’avversario più agguerrito, colui che aveva gridato al trucco, convinto da un amico vi si cimentò, e in breve divenne uno dei più forti arrampicatori del reame.

Il consiglio dei 10 saggi venne allora riunito per cambiare la tradizione dello sposalizio, visto che ormai la gente saliva sulle pareti e sulle montagne, non più per conquistare una donna, ma per il piacere intrinseco alla scalata stessa, e più la parete era difficile, più il piacere era grande.

Mustafà dal canto suo venne nominato «sommo arrampicatore» oltre che principe e cavaliere dell’Ordine dei Giusti. Da allora le fanciulle smisero di vivere in cima alle torri e di rischiare di rimanere zitelle per tutta la vita, anzi qualcuna si cimentò pure nella scalata delle rocce, in compagnia del marito.

Al sorgere della nuova luna vennero infine celebrate le nozze tra Virginea e Mustafà, che per tanti e tanti anni continuarono ad amarsi, e nel reame di Cime Tempestose tutti vissero felici e contenti.

Voi capirete, miei cari lettori, che cose del genere possono succedere solo nelle fiabe, eppure chi mi raccontò questa storia lo fece con tanta bravura che per un momento mi parve una cosa successa per davvero.

Posted on Lascia un commento

Trovato drago morto

Trovato drago morto
Arrampicata romana: trovato un drago morto sotto un volume in poliuretano
di Nando Zanchetta
(pubblicato su www.nandozanchetta.com, per gentile concessione)

(evidente il riferimento a http://www.alessandrogogna.com/2016/04/12/il-drago-la-pulzella-e-la-decadenza-della-scalata-moderna/, NdR)

TrovatoDrago-times-complete

Roma. All’alba di oggi, intorno alle 6.30, in un campo abbandonato tra la via Nomentana e la via Prenestina è stato trovato un drago morto. Il corpo dell’animale, della lunghezza di circa 30 metri, era riverso su un fianco, ma stranamente non presentava ferite di alcun tipo.

Alcuni abitanti della zona hanno dichiarato di aver udito degli strani ruggiti intorno alla mezzanotte di ieri e di aver visto delle altissime fiamme sprigionarsi dalla bocca del drago, che sarebbero durate qualche minuto per poi scomparire. Un testimone oculare sostiene inoltre di aver visto un immenso volume in poliuretano, di quelli che si usano nelle palestre di arrampicata, precipitare dall’alto sul drago che sarebbe quindi deceduto per schiacciamento. Ciò potrà tuttavia essere confermato solo dall’esame autoptico sul corpo della bestia, previsto per domani presso il Dipartimento di Medicina Legale dell’ospedale Regina Elena.

Il drago ucciso dal Volume (disegno di Alberto Graia)
TrovatoDrago-disegno-alberto-graia

La polizia sta indagando sui Volumisti, un gruppo di anarchici-poliuretanisti, i cui accoliti venerano i grossi volumi da tenere a mano stesa insieme a tallonaggi e movimenti dinamici frontali, e che da tempo combatte la sua guerra clandestina contro un altro gruppuscolo, i Draghisti, che venerano invece la tacca a dita arcuate e il movimento laterale.
Tutto è cominciato qualche tempo fa quando un noto Nove-Draghista, ha sostenuto (https://www.climbook.com/articoli/1451-il-drago-la-pulzella-e-la-decadenza-della-scalata-moderna) che i volumi non servono per imparare ad arrampicare sulla roccia e anzi sono addirittura controproducenti. «Non possiamo far credere ai nostri giovani apprendisti e stagisti, ancora Quinto-Draghisti, poveri cristi, che a fare i Volumisti si diventa Otto-Draghisti: saremmo dei qualunquisti, degli arrivisti, dei terroristi, dei bugiardi professionisti».
Nel suo articolo il Nove-Draghista, se la prende anche con i pantaloni colorati a cavallo basso e con l’hiphop, eleggendo a naturali compagni di vita dei Draghisti, i Medievalisti, i Romanticisti e i Wagneristi.

TrovatoDrago-draghisti
I Volumisti hanno reagito immediatamente alle provocazioni, sostenendo che il Drago è morto da tempo e che ognuno ha diritto di usare prese dei colori che vuole, di mettere il cavallo dei suoi pantaloni all’altezza che preferisce, di fare esclusivamente tallonaggi senza mettersi mai in laterale. «Porta sfiga – dicono – ma soprattutto non serve per fare top. Noi Volumisti, siamo indipendentisti, ascoltiamo i nostri musicisti, balliamo, ci divertiamo e siam menefreghisti verso i Draghi e tutto il resto».
E così in poche ore i Volumisti hanno invaso le bacheche della climbing community con commenti e sberleffi di vario tipo all’indirizzo del povero Nove-Draghista, taluni espressi da bravi tecnicisti, altri da simpatici satiristi, altri ancora da autentici cretinisti. Ma si sa: la rete da voce a tutti, anche ai teppisti, ai falangisti, ai separatisti, ai collaborazionisti, ai camionisti, a quelli con lessico da tassisti e a quanti, ubriacati dai trappisti, scrivono sfondoni mai visti. Per questi, lo chiedono i linguisti, si dovrebbero adunare i riservisti, per fare un repulisti!
Diciamocelo: son cose un poco tristi!
Nessuno sembra in grado di mediare tra queste due posizioni cosi distanti, esacerbate ora dall’uccisione del Drago.
Ma noi Zanchettisti, che non siamo né Volumisti né Draghisti, né fondamentalisti né integralisti, ma solo pacifisti un poco ecumenisti, tentiamo qui ed ora proposte da ottimisti, anzi, da buonisti.
Volumisti rispettate i Draghisti: senza di loro, sareste ancora dei vetusti alpinisti Sesto-Draghisti, dei tristi passatisti, dolomitisti che puzzano di scisti.
Draghisti rispettate i Volumisti: son giovani fantasisti, simpatici edonisti, colorati liberisti, allegrotti e dinamisti.
E allora, non fate gli scissionisti, incontratevi dai baristi e bevete un Lacryma Christi!

TrovatoDrago-lacryma_sannino

 

Posted on Lascia un commento

Villeggianti in gita

Il capitolo Villeggianti in gita è tratto dal bellissimo libro di Bepi Mazzotti La montagna presa in giro, pubblicato nella mitica collana Montagna della casa editrice L’Eroica nel 1936. Uno straordinario esempio di satira pungente, adorna delle bellissime illustrazioni di Sante Canciàn.

Villeggianti in gita (1936)
di Giuseppe Bepi Mazzotti

Il villeggiante stagna nel fondo delle valli come l’acqua di una palude. La più breve salita gli fa venire il cardiopalma. Si lagna che il bosco — Eden d’ogni delizia e meta d’ogni escursione — non è mai abbastanza vicino. In certi paesi, per arrivare al bosco, bisogna attraversare il torrente; in altri la strada. Ce ne sono perfino di quelli, impossibili, dove per trovare il bosco bisogna rassegnarsi a discendere le scale.

VilleggiantiGita-1835aaccba8568ec539b06d5284655c7_orig

 

Della montagna ha un concetto limitato in alto dalle cime che vede dalla finestra, e in basso dalla strada principale del paese. Il resto non lo riguarda: tutti sanno benissimo che lui è venuto in montagna per riposare! Nessuna cosa potrà smuoverlo dalla sedia a sdraio: nemmeno la considerazione che qualche sgambata di dieci o quindici ore gli farebbe buttar via un poco dell’adipe che lo gonfia.

Bisogna dire però che una volta al mese (una maggiore frequenza preoccuperebbe come una irregolarità di ordine fisiologico) i villeggianti più giovani e vispi della colonia hanno l’audacia d’arrivare a un rifugio.

Giungono in comitive schiamazzanti, esilarati dalla leggerezza dell’aria e dalla fatica. Subito si affannano a scriver cartoline e timbrar molte carte (se non i vestiti o la faccia) col timbro del rifugio. Dicono di avere un appetito inverosimile, ma bevono l’aperitivo, e si lagnano se il pane è duro. Non hanno né equità né criterio: mentre considerano la loro passeggiata una rara prodezza, non pensano alla fatica che occorre per trasportare dal paese la cucina economica, o una cassetta di bottiglie di birra. Il rifugio è per loro una meta fornita d’ogni comodità: da dove sia giunta, che importa? Certo i rifugi vengono riforniti da angioli alati, come quelli che spargono rose sui soffitti del Tiepolo: se pensassero che quanto si vedono intorno ha stroncato schiene d’uomo e di mulo per ore e ore di strada, sarebbero meno esigenti. Non sanno spiegarsi invece come possa talvolta mancare il burro (non esservi burro in montagna!) o un bel canestro di pere mature e d’uva moscata.

VilleggiantiGita-Mazzotti0002

Quasi sempre mangiano all’aperto, seduti sull’erba o sui sassi: è meno confortevole, ma è lecito che ognuno provi almeno una volta la voluttà del disagio, specie quando consente di realizzare una notevole economia. Se sono costretti dal cattivo tempo, o da insufficienza di provviste, a consumare la colazione nella saletta del rifugio, fanno alte meraviglie sul conto steso a fatica dal custode; in generale un custode così buono e accomodante da arrivare a sopportarli senza mostrare fastidio.

Sono superficiali e un po’ bambini; ma, tranne l’inesperienza, non hanno gravi difetti: appena quel tanto di esuberanza giovanile che basta per renderli buffi, ma anche per farli perdonare.

VilleggiantiGita-Mazzotti0001

In generale sono molto egoisti. Non s’interessano del sacco enorme che il portatore depone in terra con disinvoltura, e degnano appena di uno sguardo i baffi spioventi di una vecchia guida. Talvolta qualcuno sente un po’ di rispetto per l’alpinista che tace in un angolo, e cerca allora di darsi un contegno; qualcuno dimostra ammirazione per la corda, e insieme un vago timore; ma sono pochi. C’è però anche qualche ragazzo che, giunto in paese, avrebbe voglia di tornare in montagna. Rivede la guida bonaria, l’alpinista silenzioso, e… — perché no? — vorrebbe provare una volta, così per curiosità, a farsi legare in cordata (ma se cadono gli altri — pensa — come farò a sorreggerli? E la corda si lancia forse in alto, a cavallo di una rupe, fin che si ferma in qualche modo miracoloso, e poi ci si arrampica per essa? Certo è così…); leva lo sguardo fin sulla vetta più alta che minaccia la valle, e già immagina di esservi giunto. E’ lassù: stringe in mano la corda come un bene proibito; e prova la nuova ebbrezza del vuoto e dell’altezza.

Chi ha immaginato di trovarsi una volta lassù, ritornerà. Per questo le gite in comitiva non sono sempre inutili: basterà che, fra i tanti, ve ne sia uno che arrivi a comprendere la montagna.

In quanto agli altri, saremmo dei belli egoisti se li invitassimo a starsene a casa: salgano! E saranno i benvenuti, specie se canteranno un po’ meno, e se avranno un po’ più di rispetto per le piccole case dell’Alpe.

Salgano: in montagna c’è sempre posto per tutti; ma cerchino intanto — se ci riescono — di lasciar meno cartacce unte attorno ai rifugi, e meno spiritosaggini sui registri.

VilleggiantiGita-Mazzotti0003

Posted on Lascia un commento

La chiusura di un cerchio

La chiusura di un cerchio
di Alessandra Panvini Rosati (ottobre 2014)

Il racconto è stato pubblicato in precedenza su:
http://www.intraigiarun.it/newsite/index.html.php?target=index_racconto&category=experience&article=experience/20150429_La_chiusura_di_un_cerchio/experience_chiusura_cerchio_Alessandra.htm


Luisa si alzava ogni mattina alle 5, praticamente col buio sia con l’ora legale che con quella illegale. Aveva la fortuna di: a) lavorare b) lavorare a “solo” un’ora e cinquanta minuti da casa.

Doccia, caffelatte, vestitino comodo e tacchi bassi, una botta di trucco e via verso la stazione FS alla quale arrivava con energiche pedalate. Aveva rinunciato all’uso di biciclette col cambio e iperaccessoriate al quinto furto.

Da allora, pedalava su un catorcio monomarcia di colore imprecisato e dai rumori sinistri.

Per ora il catorcio resisteva agli assalti dei ladri di biciclette, che fanno tanto “neorealismo” solo quando non sei tu, lì, una sera d’inverno, stanco morto dopo un ritorno con la tradotta dei pendolari, a guardare il palo della luce e la catena spezzata che t’implora di riportarla a casa…

ChiusuraCerchio-1
Arrivava alla stazione già sudata e, nonostante i nuovi ritrovati della scienza che promettono di preservarci freschi come fiorellini di campo fino al telegiornale delle 20, lei si sentiva già pronta per la seconda doccia della giornata.

Salita sul treno, la situazione di disagio e di sporcizia appiccicosa aumentava: gente in abbondanza eccessivamente vicina, caldo… umido…

Desiderio della terza doccia e la giornata non era nemmeno al fischio d’inizio.

Ogni giorno, cinque la settimana, si risvegliava allo stesso modo. Non era né infelice né felice. Galleggiava nel mare delle persone anonime, normali, con dignità e fiducia.

Lavorava in un FastFood di una grande città. Non serve dire il nome né di uno né dell’altra. Un non luogo come un FastFood è uguale e impersonale, qui come in Micronesia.

Lavoro dietro al banco a servire i clienti, “sales assistant”, che tradotto significa “commessa” ma, in inglese, vuoi mettere?

Luisa trovava ridicoli, inopportuni e invadenti gli usi di lingue straniere in contesti inutili.

Pagatemi il giusto e lasciate pure “commessa” alla voce “mansione”, che va bene così.

Laurea in Scienza della Comunicazione presa a pieni voti con una tesi sul “Ruolo dei media nei conflitti nel nuovo millennio”.

Ora comunicava con i clienti che non la guardavano nemmeno in faccia quando ordinavano un Double Big Burger o un Menù n. 3, large.

Di sorrisi o di “buongiorno” poteva contarne tre o quattro, arrivata alla fine del turno.

Abituati alle faccine colorate da tweettare, la tribù dei Fastfoodiani non era più in grado di mettere in moto i muscoli maxillofacciali per disegnarsi un sorriso vero.

Vabbeh, lei ci aveva fatto caso per i primi tre mesi poi aveva creato una barriera tra lei e “loro”.

Osservava però, con occhi attenti, le tipologie di persone che entravano nel locale.

Studenti, impiegati in pausa pranzo, qualche turista.

Col turista partiva lo scoramento: sei nel Paese più famoso per cucina, buona tavola e cultura del gusto e tu che fai? Mangi un hamburger da quattro soldi? Ma allora te lo meriti il colesterolo…

C’erano anche tante famiglie con bambini… E qui partiva il secondo avvilimento: siete già grassi e sfatti voi adulti, così orgogliosi dei vostri adipociti ipertrofici, da non volere che i vostri figli siano da meno?

Extracomunitari di varia provenienza con maggioranza sudamericana: nessun commento in questo caso, ancora poca consapevolezza sulla dieta mediterranea.

Pochi anziani: saggezza della vecchiaia.

Al FastFood c’era inspiegabilmente uno zoccolo duro di habitué; Luisa li definiva gli accoliti del Conte von Sacher-Masoch. Tra loro, un anziano, sui 75/80 ben portati.

ChiusuraCerchio-2

Era uno dei pochi che salutavano quando entravano e quando uscivano, prima di voltare le spalle, ecco la differenza.

Ordinava sempre un Plain Hamburger e un caffè molto molto lungo (americano, per gli esterofili).

Luisa si accorse di lui poco tempo dopo l’inizio del servizio al locale. Era un cliente del mezzogiorno, per un paio di volte a settimana.

Com’è nell’ordine della logica, iniziarono a considerarsi con più confidenza.

Arrivato il martedì, lei predisponeva un sorriso per lui… la barriera del “io non sono qui, voi non esistete” non era necessaria per una persona che emanava fierezza e cortesia.

C’erano giorni in cui nel locale non si creava la solita ressa informe e chiassosa.

L’anziano approfittava per scambiare due chiacchiere, aspettando che il suo hamburger cadesse nel vassoio dalla griglia spiovente e che il caffè riempisse il bicchiere di carta.

Matteo era il suo nome. Abitava in zona, separato ma ormai anche vedovo, teneva a precisare! La consorte era “con-volata” via secoli addietro, verso un nuovo matrimonio. Nessun rancore.

Signorina, diceva, si ricordi: “Se ami qualcuno, lascialo libero. Se torna da te, sarà per sempre tuo, altrimenti non lo è mai stato”.

Una figlia, tre nipotini. Vivevano all’estero, non proprio una comodità per vederli crescere giorno per giorno.

Luisa gli raccontò che viveva in un’altra provincia, in un piccolo paese famoso per niente; veniva in città per il lavoro.

ChiusuraCerchio-3
Nei fine settimana, quando non era troppo stanca, frequentava una palestra, con un paio di amiche. Analizzavano, tra una rotazione del busto e uno squat, quale delle tre avesse trovato il lavoro più sfigato… lei saliva sul gradino più alto.

Aveva un moroso, bello e simpatico, appassionato di moto e motori che lavorava, appunto, come aiuto meccanico. Un po’ lo invidiava: aveva fatto di un suo hobby un lavoro.

Lei non riusciva ad accumunare la scienza della comunicazione ai bidoni di ketchup.

Quando si ritrovavano e facevano l’amore, emanavano un afrore singolare: una mistura di patate fritte e grasso di bulloni e viti.

Si volevano bene, stringendo tra le mani progetti a buon mercato.

Matteo raccontava che era un insegnante di lettere e filosofia, in pensione. Per più di 45 anni aveva cercato di insegnare ciò che diceva Schopenhauer: la filosofia è un’arte e non una scienza. Pensava a volte di esserci riuscito, con studenti brillanti e inclini all’imparare davvero.

Si era accorto, per deformazione professionale, che la giovane donna aveva proprietà di linguaggio e intelligenza vivida; il FastFood sarebbe stato per lei solo un fastidioso tronco caduto sul sentiero, da scavalcare per proseguire.

Veniva a mangiare un hamburger non certo per la squisitezza del prodotto, ma per la noia del dover cucinare due volte al giorno con annessi e connessi.

Si regalava il lusso di non dover lavar piatti con un paio di uscite all’unico ristorante che con la sua pensione poteva permettersi.

Le raccontò che aveva trascorso la vita tra libri, famiglia (finché ne ebbe una) e crode. Crode? Lei non sapeva cosa fossero.

Lui spiegò didascalicamente:
Guglia tipica delle Dolomiti isolata da canaloni a sezione orizzontale triangolare, con pareti nette e spigoli vivi al loro incrocio”. Si usa chiamare croda qualsiasi parete di roccia (anche se non sarebbe appropriato) e “incrodarsi” è il peggior incubo di un alpinista: quando cioè non si riesce a tornare o a proseguire.

Matteo continuò raccontando che, nei fine settimana, scappava in montagna.

Prima da solo, poi con amici, poi con fidanzata, con moglie, con moglie e figlia, con figlia senza moglie, poi senza figlia… per tornare ad andarci con amici.

Negli ultimi anni da solo, senza amici. La ruota era ripartita.

Stavano morendo tutti o erano pieni di acciacchi per aver ancora desiderio di faticare.

Iniziava a sentire le bombe cadere sempre più vicine.

ChiusuraCerchio-4
Luisa non era mai stata in montagna, nonostante ci abitasse vicina.

Lui rimaneva sgomento ogni volta. Com’è possibile non aver mai visto il mondo da una cima?

Non avere mai avuto la curiosità di visitare un rifugio in alta quota? Un alpeggio? Vedere delle stelle alpine nel loro habitat?

Mangiava il suo hamburger e scuoteva la testa. Signorina, fossi più giovane la porterei io; le mostrerei ciò che ha attorno a sé, senza bisogno di viaggi all’altro capo del mondo. Ci vada col suo fidanzato, almeno ci provi.

Soddisfatta o rimborsata.

E ridevano di gusto.

Luisa sapeva che il fidanza non era tipo da “mi metto lo zaino e cammino per ore in mezzo al nulla”. Camminare non era attività motoria che contemplassero al di fuori di un tapis roulant. Era arrivata fino a 28 anni senza aver mai visto uno scarpone.

C’erano tante cose che avrebbe voluto fare e luoghi che avrebbe desiderato visitare prima di scapicollarsi su un sentiero.

Non poteva apparire scortese con il Sig. Matteo, quindi abbozzava e cercava di sviare l’argomento.

Un giorno di “ponte”, in cui la città si spopola e resta in balìa di chi può permettersi, per ristrettezze economiche o mentali, solo due passi al parco o al centro commerciale, Luisa era dietro al banco.

Vide entrare il vecchio professore con un’espressione sofferente e con una busta in mano.

Dopo i saluti e l’ordinazione inutile, perché sempre identica, Matteo le porse la busta che conteneva un paio di fotografie. Lo ritraevano in mezzo ad una specie di canale pieno di sassi, parve a Luisa. La prima era stata scattata almeno 30 anni prima.

Nel secondo scatto il luogo sembrava sempre lo stesso ma il professore era solo una decina di anni più giovane.

Lei chiese spiegazioni.

Matteo andò a sedersi, al tavolino d’angolo, e fece cenno a Luisa di avvicinarsi.

Sì, poteva permetterselo; c’erano solo sparuti clienti e la sua collega l’avrebbe sostituita per dieci minuti. Pausa e un caffè molto molto lungo (americano, sempre per i soliti esterofili) per due!

Matteo non era in salute, faticava a terminare il panino. Scansò il vassoio e attese che Luisa si sedesse vicino a lui. Spiegò che era caduto la sera prima, banalmente, proprio come un vecchio malfermo, sul ballatoio di casa.

Nulla di così grave ma aveva dolori persistenti, non si sentiva del suo solito umore, aveva mal di testa.

Avrebbe desiderato andare a fare una sgambata sulla Grigna, durante il “ponte”, ma aveva rinunciato… con filosofia.

Così, mentre pensava che lei avrebbe gradito passeggiare in quel bel bosco, che da Balisio sale verso il Pialeràl, aveva deciso di trascorrere la mattinata da recluso cittadino scartabellando tra vecchie fotografie, del tempo analogico che fu.

Aveva salito tante belle montagne, percorso vie alpinistiche di tutto rispetto, frequentato le Alpi da Est a Ovest.

Ogni scatto era un ricordo importante, non ancora offuscato dalla perdita di memoria, di cui era terrorizzato.

L’uomo è ciò che è stato, che ha vissuto. La sua vita è uno zaino pieno di ricordi, emozioni, fallimenti e vittorie, amori e lutti. Se lo zaino si svuota, si trascina sulle spalle un fardello senz’anima…

Piuttosto che perdere i ricordi di tutta la sua esistenza, che lo avevano portato fin lì, ad essere ciò che era, avrebbe preferito buttarsi giù dal Campanile Basso, con lo zaino.

C’era solo una cima che, nonostante svariati tentativi, non lo aveva mai accolto. Parlandone scuoteva il capo e stringeva i pugni.

Aveva provato ben tre volte poi, per sua scaramanzia personale, aveva soprasseduto. Non si può piacere a tutti, spiegava. Bisogna anche accettare un due di picche e tornare sui propri passi. Se per tre volte quel monte mi rifiuta, significa che non gli sono gradito. Ringrazio per la pazienza accordatami ma passo ad altro.

Questo raccontava a Luisa. Lei cercava di mostrare empatia ma non riusciva ad entrare in emozioni così private.

La sua scienza della comunicazione non l’aiutava.

In mezzo a un FastFood, con la diffusione che gracchiava musichette per orecchie scarse, con la gente che sembrava di plastica, quel vecchio che mostrava due fotografie in mezzo a dei massi era l’immagine di un universo parallelo nel quale lei non riusciva ad entrare.

ChiusuraCerchio-5
Matteo le regalò le due fotografie. Ritraevano il camino iniziale della via normale al Badile.

Signorina, le tenga… io ormai non ci potrò più salire. Lei non capisce, lo so… Quella via è semplice, si sale anche con le pedule senza nemmeno usare le scarpette ma, per ben tre volte, son tornato al Rifugio Gianetti con le balle girate. La prima il maltempo, la seconda il mio secondo che vomitava, la terza ancora la pioggia. Basta! Si vede che doveva andare così.

Luisa stava ancora cercando di tradurre “pedule” in una lingua a lei comprensibile e di asserire con falsa cognizione di causa sul non uso di fantomatiche scarpette.

Una cosa le era chiara: c’era un monte di nome Badile e quel monte era il chiodo fisso del Signor Matteo.

Ringraziò delle fotografie e si salutarono.

Ritornando sulla tradotta militare che alcuni si ostinano ancora a chiamare treno, pensava a come ricambiare il gesto. Il suo era un paese dormitorio, da dove tutti andavano via la mattina per tornarci la sera. Non aveva souvenir o particolarità culinarie da poter regalare.

Il moroso le consigliò di trovare su Google Immagini una foto di questa Cima Badile e di stampargliela.

L’idea le sembrò come un girare il coltello nella piaga. Già, meglio di no.

Decisero per una tazza da colazione, trovata in un grande magazzino, con una grande M nera su sfondo bianco. M per Matteo. M per Montagna.

Matteo sarebbe tornato il martedì, per la sua dose di junk food e di risparmio sul detersivo per piatti. Lei gli avrebbe donato la tazza.

Matteo non venne il martedì. Di solito tornava il giovedì. Non venne nemmeno il giovedì. Passarono due settimane e di Matteo nessuna traccia.

Il professore le aveva raccontato di abitare nella seconda via a sinistra, guardando il FastFood di spalle.

Si era ormai alla terza settimana di assenza e Luisa decise di andare a cercarlo. Aveva le sue foto, non recentissime, ma pur sempre meglio che niente.

Al primo tentativo non ebbe fortuna e tornò a casa. Il giorno dopo, a fine turno, ribatté tutta la via; questa volta scoprì dove l’anziano professore viveva. Un portiere riconobbe Matteo! E poi dicono che le portinerie sono ormai solo un costo e non servono a niente…

Questa la bella notizia. La brutta fu che il professore era stato ricoverato d’urgenza 13 giorni prima per i postumi di una caduta.

Luisa si fece dare indicazioni sull’indirizzo dell’ospedale e sul cognome di Matteo.

Andò a trovarlo il giorno dopo, uscendo un’ora prima dal lavoro.

Il professore era in terapia intensiva. Per visitarlo dovette millantare una parentela inesistente. Aveva avuto un’emorragia cerebrale e la situazione volgeva al peggio. Qualcuno gli aveva posato una pietra con dei cristalli, sul comodino di ferro.

Matteo aveva gli occhi semi aperti ma Luisa non era certa che capisse chi lei fosse, che sentisse le sue parole. Era diventato uno zaino vuoto.

Professore, ma che scherzi mi fa? Le ho portato una tazza per il suo caffè. M come montagna. Cerchi di guarire e di tornare a trovarci al FastFood. Vorrei che mi raccontasse meglio del Monte Badile… dai, che magari ci riprova per la quarta volta?!

Si chiama Pizzo Badile, è in alta Val Masino/Val Bondasca, tra Lombardia e Svizzera. Si deve salire al Rifugio Gianetti percorrendo la Val Porcellizzo. Da lì parte l’attacco della via normale sul versante sud. 400 metri per un III+ grado tranquillo.

ChiusuraCerchio-6
Luisa si girò di scatto nel sentire la voce che descriveva le informazioni.

Era la figlia del professore, venuta da Lubecca, dove viveva, non appena saputo del ricovero del padre.

Si presentarono.

La figlia disse che il professore le aveva parlato di lei, delle visite al FastFood.

Tranne che per i suoi giretti in montagna, ormai ridotti quasi a pura contemplazione, era diventato pigro e non usciva volentieri se non per mangiare una “sana porcheria”, come la chiamava lui!

Ben conscia dell’amore del padre per la montagna, conosceva perfettamente quella sua delusione, quel NO pronunciato ogni volta che aveva provato ad avvicinarsi a quel monte, così importante nella storia dell’alpinismo italiano.

Ormai non avrebbe mai potuto riprovarci. Infatti, non c’erano speranze.

Luisa lasciò la tazza sul comodino, di fianco alla pietra. Vi appoggiò le due fotografie di Matteo alle prese col camino iniziale del Pizzo Badile; fu la figlia a spiegarle che quello era un camino, lei vedeva solo un paio di sassi messi di sghimbescio.

Sfiorò la mano del professore e se ne andò, con la promessa di tornare il sabato prossimo. Le due donne si scambiarono i numeri di telefono.

In quel momento, anche il suo zaino era vuoto.

Squillo – Squillo – Squillo.

Luisa, mio padre se ne è andato questa mattina alle 03.00. La ringrazio per la compagnia che gli ha fatto nei suoi ultimi mesi di vita. E’ la benvenuta al funerale, poi lo portiamo a Lubecca. Mio padre amava Thomas Mann, sono certa avrà piacere d’essere sepolto nella città di chi ha scritto “La Montagna Incantata”.

ChiusuraCerchio-7

Luisa prese il giorno di ferie. Tornò a casa. Il moroso la tenne stretta tutto il pomeriggio. Fanculo i motori da riparare e i Fish Burger.

Insieme parteciparono alle esequie, un po’ in disparte per non invadere un dolore e un lutto che li aveva solo sfiorati. Ascoltarono un canto struggente che mai avevano sentito prima. Strofe che iniziavano con qualcosa tipo “Signore delle Cime”…??

Al termine, la figlia del professore rese le due fotografie a Luisa.

Le tenga lei, mio padre ne sarebbe felice.

Luisa riprese la propria esistenza, con la certezza che ”il tempo è relativo e il suo unico valore è dato da ciò che noi facciamo mentre sta passando” (Albert Einstein).

Il suo zaino iniziava a riempirsi dei ricordi dell’anziano professore. Per chiudere lo zaino, una volta per tutte, c’era una cosa da fare.

ChiusuraCerchio-8

 

 

 

Un cerchio andava completato.

Il 18 luglio di quell’anno, Luisa e Giuliano, Guida Alpina, salirono la via normale al Pizzo Badile. Sotto una grossa pietra, vicino alla piramide argentata in cima, dovrebbe esserci ancora la fotografia di Matteo. Luisa non tornò mai più in montagna.

Lo zaino di Matteo era completo e chiuso per sempre.

Liberamente tratto da una storia vera.
“Dove c’è una grande volontà non possono esserci grandi difficoltà (
Niccolò Macchiavelli)”.

ChiusuraCerchio-9

Posted on Lascia un commento

Indagine sul crollo della Torre Re Alberto

Indagine sul crollo della Torre Re Alberto
di Giuseppe Popi Miotti

Quello che le moderne cronache di arrampicata e alpinismo quasi sempre dimenticano è il valore dei grandi scalatori del passato.
Presi in un vortice di spettacolarizzazione e performance ai massimi livelli, magari con esempi diseducativi, i media ci consegnano un’immagine a volte distorta e parziale dell’arte di scalare pareti e montagne.
Questo mio racconto è il nucleo di base per un romanzo giallo che ovviamente non avrebbe potuto trovare spazio su queste pagine.
È una narrazione serrata, che vuole portare l’attenzione proprio su quanto appena detto e sulla memoria corta, spesso premeditata e funzionale, con cui guardiamo al passato tentando di evitare il confronto; in ultima analisi anche quello con noi stessi.
Si parte da un fatto realmente accaduto, quello della prima salita alla Torre Re Alberto (6 ottobre 1933) sul cui monolite sommitale Giusto Gervasutti superò forse il più difficile passaggio della sua vita, una placca compatta dove cadere è vietato, pena un volo di alcune decine di metri. Un passaggio che ancor oggi, proprio poiché non proteggibile con chiodi o altri attrezzi, è un bel test di abilità e coraggio.

La Torre meridionale del Cameraccio domina la Val di Mello. Alla sua sinistra la monolitica vetta quadrangolare è la Torre Re Alberto. Dedicata a Alberto I del Belgio, compagno di cordata di Bonacossa in tante ascensioni
IndagineCrolloRealberto3

Da molto tempo possiedo i carteggi e la biblioteca di Paul Walter Parravicini, avuti in dono da un suo parente che cercava il modo di liberare le stanze che li custodivano per far spazio alle sue necessità abitative.

Fortunatamente, prima che costui mandasse al macero quella preziosa montagna di carta, fui avvisato e bastarono pochi minuti di trattativa per salvare libri e documenti al solo patto che provvedessi a mie spese al loro trasferimento.

Ridata dignità alla collezione, mi sono imbattuto nel breve diario di un’indagine che Parravicini condusse in una delle più remote valli di quello che un tempo era noto come Gruppo del Masino, in seguito al misterioso crollo della cuspide di un’imponente torre granitica.

Mi decido solo oggi a pubblicare quelle righe per dare risposta alla domanda che l’autore pose al termine del suo scritto e alla quale forse riuscì a trovare soluzione senza poterne dare pubblica resa. Tutto ciò si deve anche al sussulto di pentimento che, pochi giorni fa, moltissimi anni dopo gli eventi narrati nel diario, ha colto, in punto di morte, chi ordì la sciagurata trama. Di seguito ecco cosa scrisse lo sfortunato investigatore.

«Mi chiamo Paul Walter Parravicini, supervisore per l’arrampicata del CAAI, (Centro Attività Alpina Italiano), distaccato all’Area Retica Meridionale (ARM), numero di tessera 7593D. I due nomi che porto sono quelli di altrettanti antenati che hanno ricoperto il mio stesso grado e che furono battezzati così in ricordo di grandi scalatori di cui si favoleggiava l’esistenza in epoche diventate leggendarie e perse nelle nebbie di un passato di cui restano poche incerte tracce.

Questo è un primo resoconto della missione affidatami dal presidente Bonfanti VI, un incarico delicato e segreto da cui, come mi è stato spiegato, può dipendere persino il futuro del Progetto Ritorno alle Origini (PRO); uno dei tanti con cui l’umanità cerca di rinascere dopo la Grande Guerra Ecologica Totale del 2393, nota anche come Guerra Definitiva. Più che di una guerra si trattò di una serie di guerre, innescate con gli alibi più diversi, da quelli religiosi a quelli di civiltà, ma in vero tutte originate dalla sovrappopolazione globale e dall’esaurimento delle risorse vitali.

L’inizio di questa catena di conflitti aveva origini remotissime, che gli studiosi più accreditati facevano risalire al giorno 11 settembre 2001. In quella data si verificò un gigantesco attentato terroristico nel luogo dove oggi sorge il porticciolo di Newnewyork, località occupata allora da una delle maggiori capitali del Globo, poi sommersa dai flutti oceanici innalzatisi di ben 30 metri causa il totale scioglimento delle calotte di ghiaccio che coprivano una terra chiamata Groenlandia e la regione polare australe.

Dopo quell’infausta data, sebbene in maniera discontinua nel tempo e nello spazio, l’economia mondiale rallentò inesorabilmente.

Solo alcune aree meno progredite, come America meridionale ed Estremo Oriente, si mantennero in espansione per qualche secolo ancora, colmando il divario che le separava da terre più fiorenti che per prime subirono lo shock dell’attentato.

Sicuramente più ‘stanche’ dopo una corsa durata quasi 300 anni, Europa e America del Nord precipitarono in un lento declino.

Quando tutto infine si arrestò, per l’umanità ebbe inizio una lunghissima fase di ripensamento e meditazione, sebbene ostacolata da potenti forze che propugnavano un improbabile ritorno al passato, cercando di scaricare sui fenomeni naturali tutte le responsabilità del disastro. Questi agenti, costituiti dalle maggiori religioni alleate alle decadenti, ma ancora potentissime Società Multinazionali, seppero instaurare un vero clima di terrore, nei confronti della natura.

L’operazione riuscì così bene che, per alcuni secoli, i pochi sopravvissuti alle guerre furono convinti a rinchiudersi dentro mura impenetrabili, erette, si disse, per tenere l’umanità in sicurezza, al riparo dal contagio di ogni possibile patogeno naturale. Inevitabilmente questa pazzesca linea di condotta portò a un progressivo degrado genetico che si fece evidente con la nascita dei primi mutanti, frutto di quel modo di vivere circoscritto e privo di stimoli.

La Torre Re Alberto da ovest. A ds è l’itinerario dei primi salitori, a sinstra quello di Marco Zappa e Rino Zocchi, 4 novembre 1966 (quinta ascensione della torre)
IndagineCrolloReAlberto30001

Il punto più oscuro è però sempre padre di un ritorno alla luce, che si manifestò con il sorgere della Nuova Fede, una filosofia più che una religione, costruita sul rinnovamento spirituale e su un cambio di atteggiamento dell’umanità nei confronti della Terra.

Perché ormai anche i più scettici dovevano ammettere che non alla natura si doveva imputare il disastro, ma all’insipienza, alla violenza e all’arroganza dell’uomo in un subdolo mix di fattori degenerativi che, presi separatamente, sembravano poter essere controllati.

All’esplodere ricorrente di una crisi corrispondeva l’impennarsi dell’interesse mediatico, l’istituzione di commissioni, di studi, di tavole rotonde. Sprecavano il loro fiato, politici, psicologi, sociologi, uomini di fede; si mobilitavano le masse con manifestazioni e proteste, ma poi, sopito l’attimo emotivo, tutto tornava come prima.

Il compito del CAAI all’interno del PRO è quello di favorire il ritorno dell’uomo alle attività ludico-sportive della montagna, compresa la scalata. Allo scopo, nel 2512, fu riaperta, a pochi selezionati elementi, la biblioteca conservata al 422° piano del ‘Palazzo CAAI’, imponente edificio sovrastato da una gigantesca aquila di tubi al neon le cui ali, con abile gioco di acceso-spento, simulano il movimento, facendola sembrare in procinto di strappare la torre dal suolo. Purtroppo ciò che si conserva in quei locali è il pallidissimo ricordo dei tempi in cui esisteva una fiorente bibliografia sulle montagne. Parte di tale letteratura iniziò sicuramente a deperire e a disperdersi già prima del grande attentato del 2001, con l’imporsi della tecnologia digitale e dei calcolatori elettronici che, a quanto pare, erano a disposizione di tutti e avevano dimensioni inversamente proporzionali alle loro stratosferiche capacità di elaborazione.

Un altro duro colpo giunse con l’avvento di Internet, una meravigliosa forma di comunicazione globale che consentiva lo scambio libero delle informazioni via computer e che ancor oggi non siamo riusciti a ripristinare.

Tuttavia le opere su carta resistettero ancora per lunghi anni, sempre meno consultate e sempre minacciate; come dimenticare il periodo dei grandi e indiscriminati roghi pubblici, del 2120?
L’interpretazione degli antichi testi sopravvissuti a tale rovina, unita ad anni di applicazione pratica delle tecniche di scalata e alla necessaria rinascita di una tecnologia dei materiali, ha portato, pochi anni or sono, alla formazione dei primi nuclei di giovani arrampicatori che ben presto sono cresciuti di numero, iniziando la riesplorazione dei monti. E qui entro in gioco io e la vicenda sulla quale sono stato incaricato di indagare dal presidente in persona. Il primo a parlarne è stato Sem Mazzucchi, il potentissimo capo delle SAG (Squadre di Arrampicata Giovanile).

Fu lui, tempo fa, a riferire al Gran Consiglio Centrale che nel settore centrale dell’ARM si era verificato un fatto strano: la scomparsa dell’intero tratto sommitale di una torre granitica che in alcuni frammenti di guide alpinistiche è chiamata Torre Re Alberto. In sé l’evento non sarebbe stato particolarmente cruciale: le montagne crollano da sempre. Quello che lo rendeva inquietante era la denuncia partita dal Gruppo Liberi Scalatori (GLS), individui anarchici e senza regole che propongono un tipo di arrampicata svincolato da norme e regolamenti; un gruppo considerato di notevole pericolosità sociale vista la presa e la fascinazione che le loro teorie hanno sui giovani. Sulle loro riviste e poi su giornali e tv, alcuni del GLS hanno insinuato il dubbio che il crollo della Torre Re Alberto non fosse dovuto a cause naturali.

IndagineCrolloReAlberto0001


Poiché il fatto, se vero, avrebbe potuto prestarsi a facili strumentalizzazioni da parte dei nemici del PRO e creare le premesse per un movimento di restaurazione, cosa che il Governo Mondiale paventava più di ogni altra, Bonfanti mi incaricò di un’indagine discreta ma minuziosissima e per il difficile compito cominciai proprio dal Mazzucchi. In un lungo colloquio, costui spiegò che un gruppo di giovani arrampicatori aveva riferito come, nel tentare la salita della Torre, si fossero trovati sulla cresta terminale, al cospetto del… vuoto: il monolite della vetta era sparito. Mazzucchi si era mostrato molto costernato, aggiungendo che i suoi adepti erano giunti lassù sulla scorta di vaghe informazioni raccolte su frammenti di vecchi testi e presso le popolazioni locali che facevano pensare a una precedente antica via di salita. “Tutte fandonie naturalmente – mi disse – figuriamoci se c’è da credere a quei montanari”. A confutare le sue affermazioni, su una delle poche pagine sopravvissute di un’antica guida, forse la stessa consultata dai giovani, avevo però trovato un disegno che mostrava chiaramente il blocco sommitale scomparso. Sebbene quasi illeggibile, pareva che sopra vi fosse un tracciato indicante il percorso verso la vetta: qualcosa mi diceva che Mazzucchi fosse al corrente di ben altro. Senza troppo successo fu anche l’interrogatorio di quelli che scoprirono il disastro: non mi seppero dire nulla più di quanto già non sapessi. Durante un primo tentativo la loro scalata si era fermata sotto il monolito finale. Il granito era troppo compatto per essere scalato in sicurezza: non si potevano piantare chiodi nelle fessure, né si poteva lanciare un laccio di corda. “Eppure – mi disse con fare circospetto uno dei ragazzi – sembrava che in cima alla Torre sporgesse qualcosa di simile a un anello di corda”. “Abbiamo fatto un’accurata relazione al signor Mazzucchi – disse un altro – e abbiamo anche ipotizzato che in tempi remoti qualcuno potesse essere veramente riuscito a salire dove noi con le nostre tecniche e tecnologie abbiamo fallito”. Tornati alcuni mesi dopo più decisi e pronti anche a perforare la roccia pur di passare, gli scalatori avevano constatato il crollo ed erano tornati alla base senza fare altre ricerche.

Per giungere a capo del mistero non restava che fare un sopralluogo diretto sul teatro del misfatto.

Mi documentai frugando fra i testi della biblioteca di famiglia, modestamente una delle maggiori sul tema delle scalate e delle montagne ancora esistenti, sfuggita miracolosamente ai roghi del passato e certamente più ricca di quella del CAAI. Fra i preziosi testi trovai uno scritto del conte Aldo Bonacossa che narrava la prima ascensione alla Torre, sostenendo che lassù il suo compagno, Giusto Gervasutti, aveva superato il passaggio più difficile della sua carriera.

I frammenti di cui disponevo erano sufficienti per chiarirmi i tempi e i modi con cui era stata condotta la salita. Trovata poi una vecchia carta topografica dei luoghi, mi attrezzai e partii verso le montagne del Masino alla ricerca della Torre. Vi risparmio il resoconto del viaggio, che fu uno dei più disagevoli e avventurosi della mia vita. Finalmente ecco la Vallemello, pianeggiante solco sovrastato da imponenti pilastri di granito; qui salutai il capo della spedizione alpinistica che da alcuni mesi stava cercando di superare la fessura di quello che era anticamente chiamato ‘Precipizio degli Asteroidi’. Il gruppo di testa era giunto quasi alla radice del tetto finale trovando anche alcuni reperti storici: dei pezzi di corda, dei chiodi e degli strani blocchetti di alluminio. Più avanti, entrammo nella valle laterale, dove sorgeva la Torre. Salendo e sudando, sbuffando per cercare di tenere il passo della mia guida, ripensavo alle parole del Bonacossa e ai suoi bivacchi in queste zone, spesso sotto un sasso, in lotta con le pecore disturbate nei loro fetenti recessi “… che mai Augia ripulì”. Poche ore dopo, proprio come Bonacossa, trovammo un misero ricovero di pastori. La sporcizia regnava ovunque.

Chiedemmo ospitalità e, vinta l’iniziale diffidenza, gli alpigiani si ammorbidirono offrendoci un giaciglio, latte, polenta e formaggio, generosità che noi ricambiammo aprendo una bottiglia di grappa.

Passai la notte rigirandomi sullo scomodo e umido pagliericcio in un pesante dormiveglia. Mi girava la testa. Il liquore? La stanchezza? O era quella vicenda che stava prendendomi la mano diventando fin troppo misteriosa? Nei suoi scritti Bonacossa narrava che già aveva tentato la Torre con un tal Hans Steger e la signorina Nini Pietrasanta, ma il repulsivo muro che precedeva la cima li aveva respinti.

Un anno dopo era tornato con Gervasutti, invero non troppo convinto sulla determinazione del nuovo compagno. Giunti alla base della monolitica placca finale: “La osservammo attentamente. Dalla base al sommo il largo muro era proprio tagliato a picco, senza la più piccola fessura… ci legammo alle due corde e via… Gervasutti partì, salì ancora alquanto accanto allo spigolone, poi intraprese la traversata del muro. Sempre più lento, da un minuscolo appoggio all’altro, finché si fermò… Disse che non c’era possibilità alcuna di piantare nemmeno un chiodino…

Fosse volato avrei solo fatto in tempo a recuperare tutt’al più qualche metro di corda prima che egli fosse andato a sfracellarsi sulle dentellature della cresta… Mi chiese cosa fare ed io non potei dirgli altro che ‘Decidi tu’. Non ho mai dimenticato, pur dopo tanti anni, la sua espressione in quel momento. Un accenno di pallido sorriso forse più per far coraggio a me che non a se stesso: ma fugace, melanconico, quasi triste. Così fu forse l’ultimo lieve sorriso terreno del grande mio amico Paul Preuss… Ma il gesto fu forse più rapido del pensiero: Giusto aveva allungato un piede fino a una rugosità per me invisibile; iniziata da quella un’enorme spaccata con le mani solo appoggiate alla roccia si era lasciato andare in avanti come se cadesse: ma no! Con le dita di una mano si era spasmodicamente aggrappato a un appiglio che era stato la sua salvezza e la nostra vittoria”.

La Torre Re Alberto
IndagineCrolloReAlberto-78825707

Un’alba fredda e cristallina ci risvegliò, mentre il sole inondava man mano di luce le vertiginose pareti della valle. Ancora intirizziti, partimmo alla volta del canale che porta in cresta. Fortunatamente possedevo una vaga descrizione tecnica dell’ascensione e lo schizzo di cui ho detto: fu dunque facile orientarmi. I raggi del sole mattutino sfioravano le merlature granitiche del crinale mettendo in risalto la rosea ferita di granito nuovo che segnava il punto dove era la cuspide.

In quel mentre la guida mi fece notare una striscia più chiara che solcava la parete sottostante e che si rivelò essere il segno di una frana. Là sotto c’era probabilmente quel che restava della Torre.

Quasi correndo raggiungemmo un bellissimo ripiano erboso aspettandoci chissà quale scempio di frantumi e invece… di fronte a noi, piantato nel prato, troneggiava il monolito sommitale, intatto e purissimo, come un cristallo. Rispetto a quanto potevo ricordare dal disegno che corredava la relazione, mancava solo il piccolo blocco terminale che doveva essersi rotto nel pauroso salto. Probabilmente il gigante di roccia doveva la sua incolumità alla dura neve primaverile su cui era atterrato e che aveva attutito l’urto, depositandolo dolcemente dove ora svettava. Con circospezione, quasi con riverenza ci avvicinammo al reperto, scrutandolo, analizzandolo, aggirandolo e palpandolo. Al suo piede scoprimmo, in più punti, diversi fori da mina. Non c’era dubbio, qualcuno aveva deliberatamente tentato di distruggere la Torre; ma chi? Chi poteva aver interesse a questo gesto distruttivo? Mi stava quasi venendo da piangere al pensiero di tanta calcolata perfidia, ma l’idea che in fin dei conti il blocco era salvo mi consolò. Adagio ci sedemmo sull’erba e nel silenzio perfetto di quei monti mangiammo qualcosa meditabondi. Solo dopo qualche tempo, muovendomi con ossequioso rispetto, osai portarmi di nuovo presso il monolito. Accarezzandone la ruvida scorza, infilai le scarpette d’arrampicata e pensando a Gervasutti, percorsi quei metri solenni, cercando di trovare le stesse asperità utilizzate dal grande scalatore. Faticai non poco sul passaggio chiave, ma la mancanza di altezza lo aveva reso più percorribile; in vetta, un vecchio chiodo e un cordino di canapa ormai polverizzato confermavano la versione dei ragazzi e al tempo stesso erano la prova decisiva sulla veridicità della prima ascensione.

Verso sera scendemmo a valle, la rosea ferita sul crinale della cresta si era fatta rosso sangue: la mia missione, che credevo potesse concludersi con quel sopralluogo, comincia solo ora. Chi ha cercato di distruggere la Torre Re Alberto e il passaggio più difficile della carriera alpinistica di Gervasutti? E perché?».

 

Via nuova sulla Punta Meridionale del Cameraccio e traversata fino alla Torre Re Alberto, con la placca finale dove Gervasutti superò il passaggio più difficile della sua carriera. Lorenzo Pala Lanfranchi e Gian Luca Maspes, 17 giugno 2000 – Grazie a Gian Luca Maspes e http://masinoclimbing.blogspot.it/

 

Il diario termina qui. Sappiamo che poco dopo il suo autore perse la vita precipitando da una parete rocciosa e che la sua morte fu attribuita a suicidio, motivato, si disse, dal fatto di non essere riuscito a completare l’indagine. Le recenti rivelazioni hanno invece fatto luce sulla reale dinamica degli eventi che in breve vi riferisco.

Nei mesi successivi la scoperta, Paul Walter condusse serrate ricerche che, lungi dal portare verso eventuali gruppi di oppositori al PRO, nostalgici del periodo oscuro, puntavano direttamente nei corridoi del CAAI e in particolare proprio negli uffici delle SAG. Sebbene ignorato dai vertici del CAAI, ai quali aveva rivelato le sue intuizioni, il fiuto dell’investigatore non mentiva. Il tentativo di cancellare la porzione sommitale della Torre fu, infatti, progettato dallo stesso Sem Mazzucchi con la complicità di alcuni giovani arrampicatori. Visti frustrati i tentativi di superare il passaggio e consci che quel chiodo con cordino, vecchio di quasi seicento anni, provava l’avvenuta salita, decisero che non si poteva permettere la sopravvivenza di una simile testimonianza di audacia e di perizia: avrebbe sminuito il valore dei nuovi scalatori. Sarebbe stata una perdita enorme di prestigio e sicuramente anche di potere.

Per fortuna, il tentativo fallì. Resta un mistero il perché, dopo il crollo del monolito, non si liberarono di quel chiodo, ora alla portata di tutti; forse nella concitazione del momento se ne dimenticarono o forse, incalzati dall’immediata denuncia dei Liberi Scalatori che fece scattare l’indagine, non riuscirono a tornare sul luogo del misfatto prima di Parravicini.

Resosi conto che, presto o tardi, sarebbe stato scoperto e denunciato, Mazzucchi e i suoi complici invitarono Paul Walter a una scalata di allenamento e, una volta in parete, fu lo stesso capo delle SAG, come da lui confessato, a gettare il poveretto nel vuoto.

Il conte Aldo Bonacossa
IndagineCrolloReAlberto-AldoBonacossa

CONTE ALDO BONACOSSA (Vigevano, 1885 – Milano, 1975) Membro di molte associazioni legate alla montagna e fondatore della “Federazione Italiana Sport Invernali”, Bonacossa collaborò alla stesura della parte dedicata al Bernina, nella guida Alpi Retiche occidentali (1911) e nel 1915 fu autore della guida dell’Ortles. Il suo capolavoro resta però, Masino-Bregaglia Disgrazia per la collana Guida dei Monti d’Italia CAI-TCI (1936). Cominciò le sue scalate nel gruppo del Monte Rosa; ma come scrisse: «… il mio pensiero corre reverente alla memoria di Christian Klucker, mio primo maestro su ghiaccio, e di Bortolo Sertori, mio primo maestro sul granito di Val Masino». Da queste guide egli non apprese solo le tecniche, ma l’istinto per la montagna e per la ricerca della via. Compagno di cordata di personaggi illustri come Re Alberto I del Belgio e del Duca Amedeo d’Aosta, Bonacossa si legò ai più famosi alpinisti fra cui Paul Preuss, Tita Piaz, Piero Ghiglione, Giusto Gervasutti.
Non c’è angolo delle Alpi che il conte abbia trascurato, collezionando un incredibile numero di salite e aprendo circa 470 nuove vie.

Berger Ruth, curatrice: Aldo Bonacossa una vita per la montagna – Raccolta di scritti alpinistici; Tamari editori, Bologna, 1980 (edizione fuori commercio)

Giusto Gervasutti e Paolo Bollini Della Predosa al rifugio Gonella, di ritorno dalla parete sud del Monte Bianco, 14 agosto 1940
IndagineCrolloReAlberto0002

GIUSTO GERVASUTTI (Cervignano del Friuli, 1909 – Mont Blanc du Tacul, 1946) Giusto Gervasutti, detto “Il Fortissimo”, appartiene a quel folto gruppo di scalatori che sul fi nire degli anni ‘30 diedero all’Italia il primato assoluto nell’alpinismo. Friulano di nascita, ma torinese di adozione, Gervasutti seppe esprimersi al meglio su ogni terreno; alpinista raffi nato ed esigente, sapeva scegliere i suoi obiettivi secondo canoni che univano gusto estetico, diffi coltà e collocazione ambientale, prediligendo le pareti più remote. In Val Masino salì il complesso spigolo meridionale della Punta Allievi, oggi una grande classica, e poi la Torre Re Alberto dove, a detta di Bonacossa, egli aprì il più diffi cile passaggio della sua carriera.
Le maggiori imprese, Gervasutti le compì però nei massicci del Delfi nato e del Monte Bianco, risolvendo alcuni dei più diffi cili problemi alpinistici del suo tempo. Le alte pareti Nord-ovest del Pic d’Olan e dell’Ailefroide, nel Delfi nato; il Pilone di destra del Freney, la parete Sud-ovest del Picco Guglielmina, la remota e compatta parete Est delle Grandes Jorasses, sul Monte Bianco. Ai suoi occhi restava forse un ultimo evidentissimo e meraviglioso obiettivo: il lineare pilastro, che oggi porta il suo nome, sulla parete Nord-est del Mont Blanc du Tacul. Un errore durante la ritirata da un tentativo a questa splendida salita gli fu fatale.

Gervasutti Giusto: Scalate nelle Alpi; CDA & Vivalda, Torino, 2005

Posted on Lascia un commento

La trilogia di Bernard Amy – 3

Con il titolo originale La transgression, il racconto completa la trilogia di Bernard Amy: i due precedenti brani sono stati pubblicati in Italia con i titoli Il più grande arrampicatore del mondo, Rivista Mensile CAI n. 12, dicembre 1972 e Alagoune, pietra di nuvola, Rivista della Montagna n. 39, aprile 1980.

La disobbedienza
di Bernard Amy
(
traduzione di Attilio Boccazzi-Varotto)

A forza di dirigerci verso le torri di pietra che, dall’inizio del giorno, erano sorte all’orizzonte, finimmo per perderci. Avevamo da molto lasciato la strada principale, e le piste che seguivamo, tutte polvere e sassi, sulla carta non erano indicate. Avevamo forse passato la frontiera. Nulla poteva indicarlo, se non il paesaggio ch’era tanto mutato da lasciar supporre una deviazione a sud ben più importante di quanto avessimo creduto. Dapprima tipico delle terre apaches, piantato intorno a noi come la scenografia di un film western, il paesaggio si era modificato fino a richiamare le montagne secche e desolate sulle quali vivono le tribù messicane. Le torri soltanto non erano cambiate. Le sagome scure si stagliavano contro il blu più chiaro del cielo, dominate da un enorme blocco arrotondato posto sulla cima della torre più alta, in un equilibrio quasi impossibile. Nel pomeriggio, nel momento in cui cominciammo a disperare di trovare la minima indicazione per avvicinarci al massiccio, scorgemmo una scritta ai bordi della pista: «Siete in territorio indiano. Vogliate scusare le condizioni della strada. La nostra sola ricchezza non è l’asfalto ma la terra sulla quale camminiamo scalzi». Qualche chilometro più in là incontrammo un villaggio.

disobbedienza0004

 

Fatto di pietra grigia e polvere era appena visibile. Qualche albero cresceva a stento, al di sopra delle case d’aspetto miserabile. Sui tetti a terrazzo pesava tutto il calore sceso dalle vicine pendici e dalle terre deserte che si stendevano lontano. Apparentemente la pista finiva lì. Arrestammo l’auto e, senza scendere, osservammo il villaggio.

Sembrava abbandonato. La strada principale era vuota. Se qualcuno viveva lì, si era accorto del nostro arrivo? Non sapevamo cosa fare. Attendere oltre non risolveva però il problema. Scendemmo dalla vettura e ci avviammo verso il centro. Il vento ci girava attorno, sollevando sulle casupole un turbine di polvere. Il silenzio e la calma del luogo ci inquietavano. Non pensavamo più alle torri. Non c’era altro che una pista e quel villaggio contro il quale il mondo sembrava finire.

Sopra una porta, un cartello quasi cancellato indicava: «Caffè, bottega artigiana». Risaliva al giorno precedente o era vecchio di secoli? Saliti alcuni scalini, spingemmo una porta ed entrammo in una stanza buia dal pavimento in terra battuta. Qualche oggetto degno delle peggiori immagini di cliché sul popolo indiano stava a indicare che eravamo in un bazar per turisti in fregola di souvenir. Senza rumore un uomo sorse da un recesso oscuro. Venne verso di noi, entrò nella luce cruda che, aprendo la porta, avevamo permesso inondasse l’ambiente.

Era giovane, e i suoi tratti fini, ben marcati, indicavano in lui l’indiano delle alte sierras del sud sebbene fosse vestito con abiti occidentali. Ci squadrò con aria sprezzante. Con tono aggressivo poi chiese semplicemente: «Cosa volete?». Noi bighellonavamo nella bottega come veri turisti, quasi intimiditi di essere là, chiedendoci perché mai fossimo entrati e come riuscire a spiegare a quell’uomo che non eravamo venuti per i suoi miseri oggettini. Egli non si era mosso e continuava a guardarci con occhi cupi. Ripeté: «Cosa volete?». Era un modo per invitarci a uscire. Qualcuno, tra noi, mormorò di voler acquistare un ricordo, io chiesi dove, nel villaggio, fosse possibile trovare alloggio.

«lo vi posso ospitare. Ho due stanze. Lasciate l’auto fuori dal villaggio e girate dietro alla casa». Con movimento impercettibile del capo indicò il retro alle sue spalle. La voce era secca e dura come il suo paese. Diceva di volerci ospitare. Ma ne aveva veramente voglia? Dava l’impressione di essere risentito della nostra presenza. Non capivo se ci rimproverava di averlo scomodato, o perché eravamo uomini bianchi. Pure, egli era la nostra sola possibilità di trovare un riparo per la notte. Risposi che accettavamo la sua offerta.

Parlandogli, realizzai che, sebbene con poca cordialità, la conversazione era avviata. E mi permisi di porre la domanda che, in fondo, più ci stava a cuore, la domanda dello scalatore in viaggio, ossessionato dall’idea di arrampicare e che desidera far sapere di non essere un turista ordinario: «Abbiamo visto le torri al di là del villaggio. Sapete se è possibile scalarle?». L’indiano già si stava ritirando nell’ombra dalla quale era sorto. Si volse verso di noi. Si fermò netto. Sembrava infuriato. «È proibito!» pronunciò con voce tagliente. Non capimmo né la collera né il divieto.

«Perché proibire delle rocce?».
«Decisione della tribù!». Il tono non ammetteva repliche. E come per sbarazzarsi di noi, l’indiano ci seguì fino alla porta. Eravamo delusi. Nel momento in cui le torri sembravano infine accessibili, una legge che non ci aspettavamo e che non riuscivamo a comprendere, ce le toglieva. Mentre gli altri, muti, affrettavano il passo verso l’auto, io mi fermai sulla soglia e, con gli occhi ancora abbacinati dalla gran luce del deserto, feci correre lo sguardo lungo la strada: le torri che prima s’innalzavano lontane nell’aria tremula delle colline incolte, sembravano ora stranamente vicine e immobili, come se, con lenta deriva, il villaggio fosse slittato verso di loro durante la nostra visita alla bottega. A ovest, sopra i terrazzi delle case, si scorgeva tutto il paese che avevamo traversato. Il vento sollevava alte colonne di polvere e, a filo d’orizzonte, esse si confondevano con grandi nuvole temporalesche. Nubi e sabbia ci venivano incontro, riempiendo tutto lo spazio, facendo turbinare la luce gialla del tardo pomeriggio, spingendo l’aria rovente che per tutto il giorno aveva pesato su di noi. Verso est la notte saliva dietro le torri che il sole illuminava ancora e staccava nitide contro l’ombra della sera.

Avevo lasciato un deserto, un villaggio, una strada reali per entrare nell’anticamera tenebrosa d’un universo estraneo, e mi ritrovavo in un mondo irreale nel quale tutto, all’improvviso, si era trasformato davanti a me. Tutto o quasi. Guardai di nuovo le torri: illuminate come uno smisurato palcoscenico esse resistevano alle grandi correnti che salivano dalla pianura, e parevano più reali che mai. Quasi sentivo sulle mani quella pietra lontana, la sua rugosità, la struttura delle forme che costruivano la torre centrale e le forze che, nel punto più alto, mantenevano in equilibrio il blocco sommitale. Io sentivo tutto ciò, e nello stesso tempo sapevo che, a dispetto della nostra ostinazione (uscendo, uno di noi aveva mormorato: proveremo lo stesso ad andare) avevamo poche speranze di raggiungere presto la base di quelle rocce. L’indiano aspettava a fianco della porta che tratteneva con la mano.

Disegno di Guido Giordano
disobbedienza0001

Esitava a chiudere. Sentivo i suoi occhi su di me, e tutta l’impazienza del gesto interrotto. Mi disse che avrebbe finito con lo scacciarmi. Ma volevo prolungare ancora un poco quell’istante e ritrovare l’illusione che tutto era forse ancora possibile.

«Sono cosi belle» dissi a bassa voce senza guardare l’indiano. Poi, girandomi verso di lui «comunque non potete impedirmi di ammirarle». Parve sorpreso. Il suo sguardo si addolcì. «No, non ve lo proibisco. Ma guardatele da qui».
«Non avete mai avuto voglia di scalarle?».
«Voi venite senza conoscere niente di noi. Perché siete qui?».

Io gli mostrai la pianura e le colline, e le torri ritte al di sopra del suo villaggio: «Per camminare su queste terre, per toccare quelle pietre». Come se non avesse udito la mia risposta egli continuò: «Voi non sapete nulla di noi. Né quello che siamo, né quello che siamo stati. Un uomo della mia razza, che viveva molto a nord, disse ai bianchi che le terre sulle quali noi viviamo sono terre sacre. Egli aggiunse: “noi siamo uccelli con un’ala ferita”. Così siamo noi. Non molto tempo fa arrampicavamo ancora sulle nostre montagne. Da generazioni c’è presso il mio popolo la tradizione di scalare. Ora la storia per noi è cambiata, è la vostra storia a vivere qui».

Che importa la storia? La gente del luogo aveva arrampicato. Perché avevano smesso? Insistetti: «Una volta che si è gustata la scalata perché rinunciarvi? Essa dà un piacere che, per voi, dev’essere evidente…».
«Lo so, lo so» disse interrompendomi «e pure il mio popolo lo sa. Dopo la disobbedienza…».

Smise di parlare come se già avesse detto troppo. Seppi che stava per chiudere la porta. Ma esitò ancora: «Gli uomini bianchi che vivono sulle nostre terre potrebbero capire perché abbiamo proibito la scalata, ma non vogliono. Voi sembrate venire da un altro paese, da un’altra storia. Voi non potete capire. A meno che… Venite da me stasera. Forse potrò aiutarvi a comprendere. Ora andate!».

La sua voce era tornata dura, scostante. Era irritato con me, senza dubbio, per averlo attirato in una discussione che l’aveva costretto ad addolcirsi per un istante. Mi spinse fuori e sbatté la porta.

La sera, prendendo a pretesto il bisogno di solitudine, lasciai i mei compagni di viaggio e tornai sulla strada principale. Era sempre deserta. Ma chi abitava quel villaggio? Dal nostro arrivo, eccetto l’incontro con il mercante di souvenirs, non avevamo scorto anima viva. Occorreva forse pensare a qualche migrazione stagionale che aveva vuotato quelle case dai loro abitanti per un periodo sconosciuto.

L’indiano mi attendeva davanti alla sua bottega. Mi fece semplicemente cenno di seguirlo, poi s’incamminò lungo la via. Quando mi passò davanti, lo fermai: «Come vi chiamate?». Il silenzio della notte era così teso che avevo involontariamente parlato a voce bassa. Con aria stupita egli si volse e rispose con tono normale: «Il mio nome appartiene solo ai miei… Chiamatemi Kowapi. È il nome del più celebre dei miei antenati. Ma non c’è bisogno di parlare, venite!». Uscimmo dal villaggio e prendemmo la direzione delle torri. La notte era immensa e trasparente. Nella luce lattea della luna alta le terre indiane si stendevano all’infinito. Camminavamo in silenzio. Ascoltavo il rumore dei nostri passi sul sentiero: era il rumore del passo dell’uomo che marcia sul mondo e va verso cose mai immaginate.

Disegno di Guido Giordano
disobbedienza0003

Raggiungemmo un alto pianoro dal quale la vista si apriva su una moltitudine di mesas illuminate dalla luna e divise da un dedalo di canyon oscuri. Le torri erano dietro di noi, ora. Dopo aver traversato il pianoro scendemmo in una profonda gola. Il sentiero serpeggiava sul fianco del dirupo, curva dopo curva. Scendemmo sempre più senza toccare il fondo, Kowapi si diresse poi verso un alto sperone dove la faglia immensa sembrava restringersi fino a sparire. Si inoltrò sopra una stretta cengia che doveva essere sospesa sul vuoto come il filo di un funambolo. Lontano, sopra di noi, le due pareti si congiungevano fin quasi a nascondere la fetta di cielo che ci aveva illuminato fiocamente.

Persi di vista Kowapi. Mi arrestai per ascoltare. Non udivo più i suoi passi. Doveva avermi distanziato. Una mano contro la parete, trattenendomi dal tendere l’altra in avanti come un cieco, continuai lentamente e con tutta la cautela possibile. Kowapi non m’aveva detto niente, né m’aveva aspettato per darmi un solo consiglio. Non lo credevo capace d’avermi attirato in una trappola. Camminavo sul vuoto, ma, non sapevo perché, ero sicuro ch’egli aveva seguito lo stesso cammino e mi stava aspettando in qualche posto.

D’un tratto, la mano che appoggiavo contro la roccia avvertì una variazione d’orientamento della parete. Nello stesso tempo ebbi l’impressione che l’intera massa della montagna si chiudesse su di me. Con le spalle sfioravo la pietra. Alzai gli occhi: il cielo era scomparso. Non c’era altro che oscurità sopra di me. Ebbi un’esitazione. Non ero più sicuro di essere sulla cengia, ed era possibile che avessi mancato un canalino adiacente. Però continuai. Sarei tornato indietro solo se non fossi riuscito a proseguire.

La faglia divenne ancora più stretta. Dovetti mettermi di profilo. Avanzavo a tentoni, preoccupato di scoprire a tempo il vuoto improvviso sotto i miei piedi o una strettoia invalicabile dove avrei rischiato di trovarmi in una posizione difficile. Perché Kowapi non m’aveva aspettato? Tutto sarebbe stato più facile se l’avessi sentito davanti a me, ad aprirmi la strada nell’oscurità.

Ma avanzavo sempre. Indovinai una svolta a destra, poi un’altra a sinistra. Bruscamente, senza che nulla lo facesse presagire, la frattura si allargò e sbucai in un immenso anfiteatro illuminato dal chiarore della luna. Dalla piattaforma sulla quale mi trovai, abbracciavo con uno sguardo tutta l’ampiezza del canyon. Nella prospettiva delle placche, sempre molto ravvicinate, le torri si innalzavano, portando alto nel cielo il loro blocco sommitale sfavillante di luce bianca. Più vicino a me, una delle pareti, lavorata dalle acque, usurata, formava un gigantesco strapiombo dalla superficie liscia e compatta. E là, sospesa nel vuoto, c’era una massa inimmaginabile di roccia color ocra bloccata nella sua caduta: si stentava a credere che essa non avrebbe bruscamente ripreso a precipitare fino a riempire di pietra l’intero vuoto della gola.

Cliff Palace, Mesa Verde National Park, ColoradoMesa Verde National Park

 

Più in basso rispetto alla piattaforma, l’antro ospitava un villaggio steso su larghi terrazzi e fatto con le stesse rocce che si innalzavano tutto intorno. I suoi confini svanivano nelle tenebre dell’enorme anfratto. All’ingresso del villaggio, su una spianata, un fuoco bruciava: alto braciere di fiamme, bragia e faville che salivano fino ai tetti in pietra. Attorno si scorgeva un cerchio di persone immobili, dalle quali saliva un potente mormorio, una lenta litania amplificata dallo strapiombo e che riempiva tutto l’anfiteatro.

Kowapi non era sulla piattaforma. Pensai che m’avesse atteso tra la sua gente, in basso presso il villaggio. Seguii una lunga scalinata intagliata nella roccia poi, per uno stretto sentiero di pietra, raggiunsi la spianata.

Il falò era enorme. Le fiamme proiettavano sulle pareti del soffitto un lucore mobile cosi ben accordato al colore della roccia, che roccia e fuoco parevano confondersi. Le stelle e il cielo nero della mesas erano scomparsi, sostituiti da un cielo color ocra, caldo e tremolante. Sopra di me c’era quel grande ventre di pietra, sotto i miei piedi e tutt’attorno ancora pietra, ovunque pietra, avvolgente, calda come il fuoco, colorata come il fuoco e, dopo il lungo cammino nelle tenebre, ancora più rassicurante della fiamma.

Il cerchio era composto di uomini seduti a terra, immobili nell’attesa di chissà quale evento. Il loro canto non era cessato ma, appena modulato, era così regolare che già mi sorprendevo a non prestarvi attenzione. Tra gli officianti di quella cerimonia riconobbi Kowapi. Al suo fianco c’era uno spazio libero, il posto esatto per una persona che volesse sedersi, a busto eretto e con le gambe incrociate. Andai e mi sedetti. Il canto salì bruscamente. Ero senza dubbio al centro di un’immensa risonanza. Riecheggiata dal soffitto, amplificata e nutrita dal mormorio di ciascun partecipante, la litania era ora un canto pieno, le onde del quale m’entravano nel corpo, si accordavano ai suoi ritmi e svuotavano il mio spirito da tutto ciò che lo rendeva estraneo a quel luogo.

Allora un uomo si alzò e, percorrendo il cerchio, distribuì qualcosa che estraeva da una sacca e che ognuno portava alla bocca. Quando arrivò vicino a me, Kowapi mi disse a bassa voce: «Mangia!». L’uomo tese quello che mi parve un fungo. Esitai. Con tono pressante Kowapi ripeté: «Mangia!». Accettai il fungo, lo portai alla bocca e mi misi a masticare. L’uomo proseguì la sua distribuzione. Man mano ch’egli avanzava, il canto subiva una trasformazione. Era ora una sola lunga e lenta parola cantata con voce piena, della quale io non capivo il significato ma che conservava tutta la sua potenza e il suo fascino.

Quando l’uomo fu nuovamente al suo posto, tutti erano entrati in quella grande, alta preghiera. Subito una sorta di incanto s’impadronì di loro e sembrò trasportarli in una comunione di spiriti antica quanto lo stesso popolo indiano. Ma io ero escluso, non capivo la loro preghiera e non provavo altro che calma e lucidità. Ero straniero, incapace forse di fondermi all’esaltazione che legava tutta quella gente. E presto mi chiesi che cosa stavo facendo in quel luogo.

Non era meglio alzarmi e andarmene? Mi volli muovere, ma non ne ebbi la forza. O piuttosto, la forza che era in me non bastava a consentirmi di muovermi. Il mio corpo aveva il peso della pietra, la pietra era in me, e io ero là, prigioniero di me stesso, pesante quanto un macigno che sa che mai potrà smuoversi con le proprie sole energie.

Il panico si fece strada nel mio spirito. La bella sicurezza che mi aveva condotto fin là era svanita. Ero pietra poggiata sulla pietra, e nello stesso tempo, mi sembrava di non avere punti fermi ai quali ancorarmi. Ero immobile, eppure cadevo. Un’onda tentò di strapparmi, di sollevarmi mentre andavo alla deriva. Dalle viscere salì una lenta nausea. Anch’essa tentò di sollevarmi, di portarmi via. Il mio corpo gonfiò. Stava per scoppiare, per svuotarsi. Mi guardai attorno. Tutti quelli che mi stavano vicini viaggiavano calmi nel loro canto. Ebbi paura che, davanti a loro, sotto i loro occhi, la nausea mi vincesse. Ma nello stesso tempo m’aggrappai ad essa. Sarebbe stato il flutto che m’avrebbe svuotato, avrebbe cacciato da me la sostanza il cui peso mi faceva sprofondare sempre più lontano, sempre più giù.

Disobbedienza-mesa

Una mano afferrò il mio braccio. Mi volsi verso Kowapi. Pur continuando a cantare mi teneva con tanta fermezza, mi osservava con tale intensità che credetti sapesse quanto mi stava succedendo. Con un cenno del capo indicò il fuoco. Davanti a noi, al centro dello spiazzo, le forme mobili delle fiamme disegnavano una danza trasparente che era nel frattempo cresciuta fino a occupare l’intero spazio limitato dall’alta volta di pietra. Tutta la roccia era in movimento. Affascinato, sollevai gli occhi. Il soffitto brulicava di forme sconosciute che si formavano per scomparire subito, incollate contro la pietra dal calore montante del falò, e del quale sentivo il formicolio contro la capriata d’ossa del cranio. Forme della paura, pensieri che prendevano forma, ingrandivano fino a invadermi la testa. La nausea mi colse di nuovo, con la vertigine della caduta e un bruciore recente in fondo agli occhi. Kowapi non m’aveva lasciato. Si sporse verso di me, mormorò: «Guarda da dove viene la voglia di svuotarti».

Il panico rifluì. Ero di nuovo completamente lucido. Da dove veniva la nausea? Dal centro di me stesso. Dall’interno. Avevo voluto fluire all’esterno. La strada portava invece dentro. Compresi che anche le pietre sanno fuggire, ma all’interno di se stesse. Richiusi gli occhi.

Emersi in un grande spazio calmo e piacevole sul quale cadevano silenziose luci calde come quelle che animarono un fuoco antico le cui fiamme avevano tentato di distruggermi. Le luci erano là, e così i colori, non più semplici variazioni di ocra e rossi sminuzzati nel crogiolo di braci, ma innumerevoli, vividi, e sparivano, riapparivano, colori puri senza disegno, mai visti prima, mai immaginati, sfumature senza nome create dalle più belle illuminazioni di sogni dimenticati. La caduta s’era mollemente trasformata in una lenta discesa in un mare di cangianze indicibili in seno al quale mi lasciavo colare. Discesa, ascensione o deriva? Non sapevo verso cosa stavo andando. Nulla mi guidava. Stavo forse per perdermi. Dovevo tornare in superficie, uscire dalle luci silenziose, ritrovare la pietra e il fuoco. Ma in quale direzione andare? Dirigermi verso la pietra. Cosa fa la pietra quando vuole smettere di fuggire? Si volge verso le altre pietre per costruire una pietra più grande che entri in ciascuna di esse e diventi l’intero mondo della pietra. Lasciare entrare il mondo. Aprirmi al mondo. Apersi gli occhi.

Disobbedienza-gibi-tex-n-4-forte-apache-2-edico-8362-MLB20003649656_112013-O

 

Ero seduto sullo spiazzo. C’erano gli strapiombi, le fiamme, le braci rosseggianti, il cerchio degli indiani ubriacati dal fungo. Kowapi ancora mi teneva il braccio (stava terminando il gesto cominciato prima, oppure aveva trattenuto la mano su di me per il tempo del mio tutto interiore?) ed ora c’era anche un canto nato dal canto che avevo lasciato chiudendo gli occhi. Era uniforme, sicuro, impossibile a rompersi, più potente, e sembrava venire da tempi e regioni più remote della storia di quegli uomini e di quelle terre.

Il fuoco fu ancora alimentato. Sentivo la sua vampa sulle mani e sul viso. Nello stesso tempo avevo coscienza, mi pesava sulle spalle, del gelo di notti lontane. Ebbi un brivido e ricordai le luci calde nelle quali m’ero immerso. Richiusi gli occhi. Freddo e bruciore svanirono. Ero contornato da un guscio che mi proteggeva dalle sensazioni esterne, così ben riparato da non restarmi altra scelta che inoltrarmi verso il centro dello spazio nel quale esso tentava di includermi. Sempre immobile, appoggiato contro l’interno della corazza fino a sentirne la rugosità sulla pelle, attesi. Il canto era là, entrato anch’esso nella conchiglia, e dilagava dolcemente in direzione del centro. Lo seguii. Ritrovai subito luci e colori, ricchi di rossi e ocra, ancora più vividi della prima volta che li avevo visti, brucianti come soli, accecanti. Mi immobilizzai di nuovo, attesi che la vampa del fuoco s’attenuasse.

Calma e lucidità tornarono. Ebbi l’impressione di uscire da un sogno vago del quale già dubitavo l’esistenza. Soltanto il canto sempre possente ricordava lo spazio interiore nel quale avevo viaggiato. Tutti gli uomini si alzarono, pur continuando a cantare. M’accorsi che anch’io ero in piedi.

Un uomo si staccò dai compagni, venne verso Kowapi e me. Fermo davanti a noi, chiamò: «Kowapi! Kowapi!». Tacque, poi tornò a chiamare: «Kowapi! Kowapi!». Mi volsi. Kowapi non era più al mio fianco. Un’onda di panico tornò a invadermi. «Apri gli occhi», ordinò l’uomo. Nel momento nel quale obbedivo, ebbi coscienza che aveva parlato nella sua lingua e che l’avevo capito.

L’ambiente ormai familiare mi circondava. Ero nuovamente seduto e Kowapi era al mio fianco. Mi guardava con aria tranquilla, come per dirmi che occorreva seguire i segni e permettere al viaggio di venire a me. Ero sulla spianata, davanti al fuoco, sotto il grande tetto di roccia, ma ancora udivo il richiamo: «Kowapi! Kowapi!». Nel momento nel quale stavo per chiedere da dove giungeva quella voce, egli mi fece cenno di tacere e disse: «Rispondi». Tutti gli uomini ora mi guardavano. Vedevo, girati verso di me, tutta una folla di visi emaciati, dalla pelle tesa, le gote arrossate, con sguardi brillanti nelle grandi orbite scure. Non sapevo più se tutte quelle bocche aperte ancora cantavano oppure se esse mimavano le smorfie di un morto che, a mia insaputa, s’era impossessato di quegli esseri immobili. Tornò la voglia di fuggire e riempirmi per intero e richiusi gli occhi.

Alba al Mesa Arch
disobbedienza-mesa-arch

Il capo è là, e ancora mi chiama: «Kowapi! Kowapi! È ora di andare». Il canto sale, più forte, quasi doloroso. La voce del capo lo sovrasta: «Tu sei tra Coloro Che Arrampicano e oggi tocca a te. Ricordati del tuo popolo. Tu sei il tuo popolo, e il tuo popolo ha bisogno di te. Sali Kowapi! E porta la Pianta dell’Unione!».

Alzo il viso. Davanti a me le torri e il blocco sommitale non esistono più. Si innalza soltanto una roccia gigantesca, una cupola, un monolite perfetto di roccia compatta, aureolato di luce, circondato di spazio e tanto alto da nascondere il cielo.

Non mi stupisco di conoscerne il nome: «La Montagna della Giusta Visione». Il canto degli uomini del mio popolo mi spinge nella sua direzione. Lo sguardo fisso sulla cima, cammino come allucinato. La sfera incandescente del sole è posata sull’apice del monolite. Essa m’abbaglia, m’acceca. Ora sto camminando nell’ombra. Ho lasciato il cerchio degli uomini, ho traversato le praterie che circondano la montagna, ho scalato le grandi placche concave che, al di sopra di me, si drizzano e scattano con impeto verso il cielo.

Il canto mi accompagna, sale con me, lassù il sole incendia la roccia, la parete m’attende, pilastro indistruttibile del cielo trasparente che ha sostituito lo strapiombo opaco e caldo costruito dalla pietra all’interno della mesa.

Disobbedienza-1735471-tex0379
Poi il mio cammino di placche diviene il muro sul quale tracciare la via. Tocco la roccia: è scabra, quasi fredda, immensa e solida come la pietra d’un unico blocco. La sento grinzosa, priva della dolcezza del gesso che le mie dita avevano scoperto sulle pareti del canyon. È roccia recente, eppure così abituale che mi fa ricordare giorni antichi.

Rivedo tutti gli anni trascorsi e, più addietro, il tempo dell’infanzia. Seguivo, affascinato, i viaggi rituali della mia tribù verso il nord, fino alla prateria delle Cupole, al di là delle terre dei popoli delle Montagne della Neve. Uomini sacri salivano su picchi immensi e conducevano la festa. Essi erano gli Eletti, mi dissero, quelli che hanno il dovere di perpetuare ciò che fa del nostro popolo il Popolo delle Rocce: la conoscenza dei movimenti da compiere sulla pietra per andare a cercare la Pianta. Poi ritrovo, intatta, la gioia immensa del giorno che, giovane uomo, fui scelto per essere tra quelli che avrebbero ricevuto l’iniziazione. Rivedo le stagioni dell’apprendimento, le giornate di scalate durante le quali la tecnica entrava in me, e le sere nelle quali i prescelti sapevano di essere divenuti Eletti. E ricordo infine quella notte di fronte al fuoco, sotto il soffitto di pietra arancione, quando il mio popolo mi designò tra Coloro Che Arrampicano. Il capo si è alzato, si è rivolto verso il villaggio e le alte sagome delle torri ritte nella sera, e a tutti ha detto che io sarei stato uno di quelli che portano la Pianta dell’Unione.

«Non dimenticare mai quelli che, dal basso, ti aspettano» mi ha urlato «né perché ti aspettano. Non dimenticare mai che la tua abilità sulle rocce ti fa Cercatore della Pianta». Poso le mani sulla pietra. Laggiù il canto ancora riempie la distesa delle praterie. Ma ora non sono più sotto la pietra, avviluppato in essa. Ne sono al di sopra e i gesti sono in me, escono da me, s’impadroniscono del mio corpo, lo fanno innalzare leggero. Arrampico, arrampico finalmente, arrampico di nuovo, agile, elegante, portato per la scalata; avevo dimenticato tutto ciò finché questo momento l’ha fatto rivivere in me, oppure quello che l’ha suscitato: il fungo immesso nel mio corpo, il canto che ha saputo condurmi qui, e tutti quelli che, in basso, hanno voluto che io scalassi la roccia. Mi fermo. La voce forte del capo mi torna alla memoria: «Solo la Pianta è importante! La Pianta e l’Unione!». Ed egli parla della difficoltà della ricerca, del richiamo della pietra, dell’oblio che è come l’ubriachezza, del piacere che attanaglia il corpo. «La pietra non è che un mezzo. Essa è la via che porta verso la Pianta, verso l’Unione, verso il tuo popolo. Quelli che lo dimenticano, cadono».

Coppia apache
Disobbedienza-apache-warrior

 

Non devo pensare più alla pietra, alla sua freschezza sotto le mie dita. Devo scacciare l’ebbrezza dell’arrampicata. Il mio pensiero dev’essere teso alla Ricerca, non salire in me, dentro di me, ma sulla montagna, verso il luogo alto dove troverò il fungo che porterò alla mia gente. Di nuovo alzo gli occhi. Il sole è sempre un fuoco posato sul filo della cresta, così bianco, così abbagliante che istintivamente porto lo sguardo verso l’ombra dolce della parete. E la scalata torna in me, leggera, esaltante, mio malgrado, malgrado la voce del capo, malgrado le voci che mi risuonano in testa recitando suoni di sempre, fatti e parole di sempre prese dal Grande Testo che è sempre esistito.

Mentre arrampico risento quelle voci. Per la prima volta dopo molto tempo ascolto quello che mi dicono. E, per la prima volta, comprendo quello che mi dettano. Sebbene siano dei viventi a cantarle, esse sono fatte di suoni vuoti, opachi e morti come crisalidi polverose. Quelle parole dovrebbero narrare le grandi cerimonie ai piedi delle montagne, le feste di conciliazione di un popolo con la pietra, e di giorni che verranno sempre nuovi, sempre inattesi. Ma esse non descrivono che costumi vuoti e morti. Ed io mi vedo arrampicare, afferrare gli appigli, elevarmi sopra il mondo per perpetuare i riti e le credenze di una vita, se non esausta, rinsecchita, usata, fatta di giorni attesi, genitrice di vicende già note. Una vita nella quale sarà per sempre Colui Che Arrampica perché Pianta e Unione hanno bisogno di Coloro Che Arrampicano per mantenere la vita nella strettoia che, da sempre, ci soffoca.

La scalata continua a innalzarmi. Parole e canto sono ancora in me. Ma la distanza li allontana. E quando, d’improvviso, la parete cessa di premere contro le mie mani, il mondo inferiore e tutti i suoi segni morti cessano di premere in me. Il cielo si apre completamente, s’abbassa fino a lambire tutti gli orizzonti. In piedi sulla pietra della vetta non ho più vergogna di guardare la pietra. Come se un’antica amicizia ci legasse, la vedo nuova e bella, fatta di grani perfetti e linee ideali. E intuisco che, ai piedi di quella stessa pietra, il popolo mi attende, sicuro del mio ritorno e, pur senza saperlo, pronto ad accogliere una proposta di vita diversa. Perché ho dimenticato di raccogliere il fungo, perché ho fatto in modo che i movimenti della scalata non avessero altra utilità che soddisfare se stessi, ed essi mi hanno condotto verso una nuova unione. Oggi non raccoglierò la Pianta, e a quelli che mi attendono racconterò la vita nuova dietro i gesti della vita morta, parlerò delle regole da inventare sul momento per sopraffare le regole logore dell’antica obbedienza.

Il sole s’è abbassato, un largo disco rosso che trema nell’aria calda delle pianure lontane. Lo guardo. Non mi acceca più. Grandi flussi di toni caldi mi colano intorno, ad essi si aggiungono tutti i colori del mondo. Lasciare entrare ancora in me quell’istante puro. Vedere, vedere sempre più. Spalancai gli occhi: il fuoco mi fronteggia, va rosseggiante e vivo nelle sue braci soltanto, contornato d’aria tremante come l’atmosfera di un paese piano. In piedi, immobile, indovinai intorno a me il cerchio degli uomini rannicchiati, l’alto soffitto della mesa, la spianata, il villaggio, tutto apparentemente immutato e tuttavia, come il fuoco, svuotato d’un sogno dove tutto era possibile, immagine ora nota d’una scena vissuta dapprima senza sapere ciò che sarebbe avvenuto.

Stornai lo sguardo dal fuoco. Kowapi era là, seduto tra i suoi, sorrise e fece segno di raggiungerlo.

Lasciammo la spianata, risalimmo la scala. Gli uomini non si mossero, non fecero il minimo movimento verso di noi. Fuori la notte era fredda, immensa, colma della luce della luna alta. La città di pietra e la caverna non erano mai esistite. Camminammo in silenzio fino al villaggio di Kowapi. Quando fummo davanti alla sua casa, la mia guida disse semplicemente: «Vi lascio. Spero che abbiate capito». Avevo freddo, e d’improvviso ebbi voglia di raggiungere i miei compagni, di infilarmi nel sacco e farne un guscio per difendermi dal gelo, conservare il calore all’interno del corpo. Ma occorreva saperne di più.

Disobbedienza-MV5BMTg0MzcyNjAwNF5BMl5BanBnXkFtZTcwMTcxOTQyMQ@@._V1_SY317_CR4,0,214,317_AL_

 

«Non so se ho capito ciò che volete che io capisca. M’avete parlato di disobbedienza. Volete certamente parlare di quella di Kowapi in cima alla montagna». «Se voi ricordate quel momento» disse Kowapi «state forse per comprendere. Quella è la risposta ai vostri problemi».
«L’avete ammesso anche voi, non appartengo al vostro popolo, lo non posso essere sicuro di aver visto le cose come l’avreste viste voi».
«Sì, è vero, siete straniero. Ma il fungo vi ha fatto uscire da voi stesso. Il canto vi ha guidato verso la memoria del mio popolo, e le gestualità della scalata vi hanno aiutato a rivivere la storia di Kowapi, il mio antenato. Io non vi ho seguito nel viaggio. Ma so che quel genere di esperienze penetra abbastanza profondamente nell’intimo perché si possano capire bene le cose».
«La storia del vostro antenato non mi spiega la ragione per la quale il vostro popolo ha cessato di salire sulle torri e le ha proibite».

Kowapi, che stava per rientrare, si girò nuovamente: «Quello che ora sapete» disse spazientito «e quello che senza dubbio conoscete della storia d’oggi del popolo indiano, dovrebbero bastarvi. Ascoltate attentamente: importante, per Kowapi, non fu la scalata e la scoperta di ciò che essa sublima dentro di noi, ma la disubbidienza. La scalata non ha valore se non è disubbidienza dei gesti, così come l’autentica poesia è disubbidienza della lingua. In cima alla sua montagna, Kowapi capì che stava per fare qualcosa di non usuale, usando la sua capacità tecnica per uno scopo che usuale non era. Essa era sempre servita per ricercare il fungo sacro. Egli la rese fine a se stessa, e vide il mondo, e il suo popolo in particolare, come non li aveva visti mai attraverso i rigidi costumi nei quali era stato educato. E andò a dirlo agli altri. Scese senza il fungo. La sua gente giudicò che avesse commesso uno dei massimi sacrilegi: fu accusato di aver mangiato il fungo da solo. La legge prescriveva ch’egli fosse bandito, cosa che per un uomo della mia tribù è sorte peggiore della morte. Ma la stessa legge imponeva che, fino al ritorno dal suo viaggio inferiore, egli fosse trattato come un uomo posseduto da colui che è chiamato Watan Tanka, il Grande Spirito, l’essenza di tutte le cose».

«Kowapi profittò del tempo concessogli per parlare, per raccontare ciò che egli aveva capito, per supplicare che gli credessero e rinnovassero i vecchi costumi. Egli seppe spiegare tanto e così bene che qualcuno intese la ragione e lo sostenne. Egli divenne il più celebre di Coloro Che Arrampicano, e riuscì a trasformare le consuetudini. Disse che il fungo sarebbe rimasto il mezzo per unire ciascuno di noi agli altri, e che la scalata, che è il mezzo per ascoltare la voce della terra, sarebbe stata anche il mezzo di unirci al mondo con la mediazione di Coloro Che Arrampicano uniti a quelli che rimangono in basso».

«Molto tempo dopo, vennero gli uomini bianchi e cominciarono a scacciarci dal nostro paese. Noi tutti tentammo di spiegare quello che rappresentano per noi la terra, l’erba, gli alberi, le pietre: oggetti sacri che ci legano al mondo. Ma gli uomini bianchi non vollero capire. Essi continuarono a farci guerra, a scacciarci. Quelli della mia tribù che poterono rimanere qui non hanno mai dimenticato Kowapi, e hanno sempre arrampicato secondo i suoi precetti». «Poi, un giorno, alcuni uomini bianchi delle grandi città del nord vennero a scalare le nostre torri. Essi avevano degli attrezzi straordinari, e i giovani della tribù si misero ad arrampicare come loro, lo stesso fui mandato nelle città ed arrampicai con i bianchi. Quando tornai qui, compresi che lo spirito di Kowapi stava per lasciare la tribù. La scalata era diventata il segno della nostra sottomissione all’uomo bianco, arrampicare era una nuova obbedienza. Uno dei modi per far disobbedire le parole è tacere. Uno dei modi per ottenere che la scalata non sia più una sudditanza è proibirla. Chiesi a qualche bravo scalatore che avevo conosciuto di venire sulle nostre torri, di spezzare i ferri che vi erano stati conficcati, di cancellare ogni traccia di passaggio. Poi le abbiamo vietate. E non poterle salire è, ai vostri occhi, la nostra nuova disubbidienza».

«Un giorno forse verrà un giovane uomo che urterà contro una troppo lunga osservanza delle regole, che le trasgredirà e scalerà le torri per dimostrare qualche cosa di nuovo. Ma – e Kowapi mi guardò con sfida – non sarà della vostra razza. Ora andate. Ho già detto abbastanza. Possa la vostra gente capire, un giorno!».

Mi lasciò d’improvviso, lasciandomi là, solo nella notte. Ora sapevo che era meglio rinunciare a salire le torri. L’indomani saremmo partiti, e senza dubbio non avrei rivisto Kowapi.

Pure, avevo ancora voglia di parlare della scalata con lui. Nel momento nel quale smetteva di parlare, i suoi occhi s’erano rivolti alle sagome nere delle torri e in quello sguardo fuggevole avevo avuto il tempo di scorgere un immenso rimpianto, tutta la tristezza di chi, privato della sua montagna, conserva in sé la nostalgia dei gesti dell’arrampicata.

Posted on Lascia un commento

Silenzi d’inverno

E’ di recentissima pubblicazione il bel libretto (60 pagine) di Luca Serenthà, Silenzi in Montagna, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2015.
Di lettura facile e breve, evidenzia i contenuti del silenzio in montagna, inteso come bene particolare, da apprezzare: indirizzato soprattutto ai ragazzi e a coloro che, pur sognandola, sono un po’ a digiuno di montagna.

SilenziInverno-9788857529479p

Numero 21 della collana Accademia del Silenzio, ISBN: 9788857529479, il libro è costruito sull’artificio letterario del dialogo di tre personaggi che, pur trovandosi a livelli diversi della ricerca e pur partendo da esperienze di vita diverse, incrociano i loro percorsi in un rifugio, “luogo che non è solo la cornice dei loro discorsi, ma suggeritore silenzioso dei loro pensieri“.

L’autore, nella prefazione, si augura: “La speranza è che anche il quarto interlocutore muto, il lettore, abbia voglia, dopo la breve pausa, di riprendere la traccia alla ricerca del proprio silenzio“.

Questi i capitoli in cui si divide il libro: dopo la prefazione dell’autore si susseguono Ritorno in montagna, Il silenzio e la storia delle Alpi, Silenzio ascoltato e raccontato, Il silenzio degli alpinisti, Silenzi d’inverno, Un silenzio per il futuro, Appendice.

Per concessione dell’editore e dell’autore, riproduciamo qui il capitolo

Silenzi d’inverno
di Luca Serenthà

La penombra della sera stava ormai avvolgendo il rifugio: le giornate corte di fine estate facevano sempre più guadagnare terreno alla notte. Inoltre, senza che nessuno ci avesse badato, dei grossi nuvoloni, avevano dapprima scavalcato le creste nascondendole e poi riempito il cielo. Il torrentello continuava a gorgogliare, sempre uguale e sempre rinnovandosi, prendendo la rincorsa verso la valle, indifferente al passare delle ore e al fatto che non ci fosse più nessuno ad ascoltarlo. Solo il vento con qualche soffio più forte, insinuandosi in tutti gli interstizi come solo lui li sa scovare, segnalava la sua presenza con sinistri fischi udibili dall’interno del rifugio dove si stava svolgendo una rilassata conversazione attorno al tavolo della cena.

Stava parlando Camilla: «Se penso alla primavera, mi viene in mente un tripudio di suoni: credo che in assoluto sia la stagione più sonora. Se non l’hai mai ascoltata è inimmaginabile la musica che può produrre la neve quando inizia a sciogliersi insinuandosi e sgocciolando tra i sassi oppure scorrendo sulla prima terra fradicia che esce allo scoperto: è come se tutto si fosse trasformato in un grande xilofono che fa da colonna sonora al risveglio delia montagna dal torpore invernale. Però, sebbene ogni stagione penso abbia qualcosa di bello, se devo dire qual è la mia preferita è senz’altro l’inverno».

«Come mai?» chiese Andrea.

«So che il silenzio bianco dell’inverno ha significato a volte paura e isolamento, ma salire ad un alpeggio dopo una nevicata e soffermarsi ad ascoltare i suoni attutiti mi rilassa, mi ridà la mia giusta dimensione. Lo scricchiolio dei passi sulla superficie gelata, un tonfo di un bel cumulo di neve caduto da un ramo stanco di portarne il peso, l’abbaiare lontano di un cane in paese o quello vicino d’un camoscio che non riesci a scorgere, l’improvviso frullio d’ali di un gallo forcello che decolla dalla sua nicchia nella neve: il tutto sprofondato in un magico silenzio d’ovatta».

SilenziInverno«Non per nulla – intervenne Oreste – Dante nella Divina Commedia per dare il senso di qualcosa che avviene nella calma e nel più assoluto silenzio, usa proprio questa immagine: “un cader lento […] come di neve in alpe senza vento (Inferno XIV, 28-30)”. A dire il vero però non sempre i rumori invernali sono così rassicuranti e rilassanti. Quando stai spingendo in salita le tue pelli di foca nella neve fresca e al fruscio prodotto dagli sci che creano una nuova traccia, si sovrappone un breve rumore di sordo sprofondamento del manto che si è assestato sotto il tuo peso, per un attimo trattieni il respiro, e se la valanga non parte, inizi a chiederti cosa è meglio fare. Saper ascoltare la neve e la montagna a volte è vitale: può risultare davvero fatale tapparsi le orecchie con il cerume dell’adrenalina e dell’emozione a tutti i costi».

«Ma che bell’immagine!».

«Scusa Camilla, ma è proprio così…».

«E tu l’hai mai sentita da vicino una valanga?» chiese Andrea ad Oreste.

«Eccome, purtroppo sì! Per mia fortuna, però, non ne sono mai rimasto direttamente coinvolto… è un gran spavento! Chiaramente dipende dalle dimensioni e dalla tipologia, ma quando mi sono trovato nelle vicinanze di una grossa valanga a lastroni… d’improvviso si sente un gran botto e poi con un boato prolungato tutto precipita a valle, un vento frusta ogni cosa nelle vicinanze finché torna il silenzio, un silenzio pesante. Le fatalità per carità possono sempre capitare, ma quante volte ascoltando quei piccoli avvertimenti che la montagna sussurra a chi li vuol cogliere si sarebbero potuti evitare incidenti mortali».

«Già…» stava assentendo Andrea, quando Oreste riprese con voce più infervorata: «… e mi chiedo, come possano ascoltare qualcosa quelli che scendono con il rumore dell’elicottero per un pendio che non hanno salito!».

«Ecco la tirata sull’eliski» puntualizzò Camilla.

«No, tranquilla, mi fermo subito, ma mi chiedo perché se a qualcuno non piace il silenzio deve privarne anche tutti gli altri, animali compresi che sono atterriti da quel fragore… che si ficchi in testa un paio di cuffie e lasci in pace il mondo! E non mi si venga a raccontare (Oreste iniziò a gesticolare alzando e facendo roteare in aria il dito indice) la frottola dell’economia, del turismo, eccetera: perché se io fossi un turista che cerca il piacere della montagna invernale, non andrei più laddove continua a passarmi sopra l’elicottero!».

SilenziInverno-pine-winter-christmast-snow-dawn-pure-top-best-picture-desktop

Piacevolmente divertita dal siparietto, Camilla sottolineò sottovoce rivolgendosi ad Andrea: «Questa faccenda dell’eliski lo manda proprio su tutte le furie».

«È che da ogni cosa si vuole togliere la fatica e lasciare solo velocità e adrenalina – continuò noncurante Oreste – ecco sì, solo questo conta! E il piacere di una silenziosa e lenta risalita? E questo vale anche per quelli che salgono sempre con il cronometro in mano… se non stai facendo una gara, perché devi correre? Credo che ci sia un profondo legame tra lentezza e silenzio. Prova a muoverti senza far rumore velocemente: è impossibile. E se anche ci provi sei talmente concentrato a non far rumore che non puoi accorgerti di cosa c’è nel silenzio attorno. Ancora una volta forse si ha paura: lentezza e silenzio ci portano ad abbandonare quel terreno superficiale così rassicurante. Per vivere la montagna, e per far sì che abbia un futuro, più che mai trovo indispensabile prendere come regola quel motto coniato da Alexander Langer (in opposizione a quello olimpico ciecamente e quotidianamente seguito dalla nostra civiltà citius, altius, fortius): lentius, profundius, suavius, più lento, più profondo, più dolce (A. Langer, Il viaggiatore leggero, Sellerio, Palermo, 1996, p. 146). Non vi sembra che anche una proposta di turismo più dolce e lento aiuterebbe ad entrare in profondità nei silenzi della montagna?».

«Sì – commentò Andrea – ma la maggior parte delle persone che pensa alla montagna con la neve credo che abbia in mente le piste da sci, che non sono proprio luoghi silenziosi, no?».

«Beh, devo dire – fece Camilla – che sciare in pista è sicuramente divertente, a me piace molto anche quello… si deve ammettere però che puntare tutto solo sullo sci, convogliando masse di turisti in montagna, solo in limitati periodi e sostenendo solo quel tipo di attività, rischia di essere un vicolo cieco. Il senso del limite è sempre stato la guida di chi ha vissuto nelle valli alpine e forse con la prolificazione di impianti il limite si è un po’ passato. Un giorno si creeranno altre piste indoor come quella di Dubai con neve finta e chalet-ristoro con la musica a tutto volume, si offriranno pacchetti vantaggiosi per fare vacanze esotiche senza rinunciare allo sci, e i turisti abbandoneranno le nostre montagne: se gli è stato proposto solo ciò che è riproducibile altrove perché dovrebbero restare?».

Dopo qualche attimo di riflessione riprese la parola Oreste: «I rumori sono sempre riproducibili, mentre quel silenzio che ti racconta l’ambiente in cui ti trovi è un esperienza che rimane sempre unica e profonda».

Un improvviso chiarore attirò l’attenzione di tutti verso la finestra: un rombo spiegò subito quel bagliore. Immersi nella conversazione non avevano fatto caso alle prime gocce di pioggia che avevano iniziato a cadere. Ora il picchiettare della pioggia si faceva più intenso e colpiva anche i vetri del rifugio esposti contro vento e a breve si aggiunsero alle percussioni piccoli chicchi di grandine che rimbalzavano sulle pietre attorno e sulle lamiere del tetto. Per un breve tratto il frastuono fu tale che conversare divenne faticoso cosicché i tre colsero l’occasione per alzarsi e sparecchiare.

Posted on Lascia un commento

I cieli ramati di Monolith

I cieli ramati di Monolith
di Giuseppe Popi Miotti

«Monolith! Ooh, grande Monolith! Che abbiamo fatto per perdere la tua luce? Che abbiamo fatto per essere scaraventati quaggiù, su questo pianeta verdazzurro così diverso dal nostro che da te prende il nome? Da anni non vedo più sorgere e tramontare le lune gemelle Zefir e Russ. Mi mancano le tue albe color cremisi, i tuoi tramonti verdeggianti, i venti imperversanti che carezzavano i nostri corpi riempiendoci di vigore e ci lisciavano dolcemente.

Da quando la nostra astronave è caduta in questa valle, stiamo cercando di capirne di più. Abbiamo scoperto formazioni cristalline piuttosto rozze, simili a noi, con le quali è stato possibile sia pur parzialmente comunicare. Ci hanno detto che gli esseri bipedi che sembrano l’unica espressione d’intelligenza avanzata sul pianeta le chiamano pietre, e che questo mondo alieno è chiamato Terra. E’ stato facile per noi mimetizzarci con questi primitivi: anch’essi hanno una struttura al silicio come la nostra, riprova della potenza di Monolith che ha riempito il cosmo di vita. In ogni caso, per precauzione abbiamo celato l’astronave modificando le sue strutture in modo che sembrasse un’enorme pietra: è la più grande fra tutte quelle che ci sono qui. Mentre i meccanici cercano di riparare il danno, stiamo esplorando il luogo da giorni.

CieliRamati-6740ee72b73c6b6f0eb8665af52872f1Abbiamo scoperto che, nonostante l’alta presenza di silicio, su questo mondo domina un tipo di esistenza basato sul carbonio. Vi sono migliaia di esseri stranissimi quanto fragili ed effimeri: fortunatamente sembrano tutti assolutamente innocui per noi. Anche il tempo su questo illogico pianeta scorre secondo leggi diverse, tutto si svolge a ritmo frenetico: in un giorno di Monolith ho visto sorgere e tramontare il suo sole per 212 volte e ho visto la sua luna brillante roteare sfrenata nel cielo notturno. Per 212 volte albe, tramonti, buio e luce si sono succeduti in una girandola impazzita, mentre queste piccole vite al carbonio s’accendono per poi spegnersi in un attimo. Dopo qualche tempo alcuni dei bipedi intelligenti si sono interessati a noi. Molti membri dell’equipaggio sono stati aggrediti da questi esseri, ma la paura iniziale si è presto mutata in stupore e ilarità. Questi organismi erano inoffensivi: si limitavano a tentare di salirci sopra senza provocare danni! Al più ci sfregavano, si diceva piacevolmente, con degli strumenti che toglievano le croste della nostra pelle. In qualche caso avevano anche piantato degli strani ferri nelle nostre rughe o addirittura nella cute compatta, limitandosi tuttavia a darci solo un minimo fastidio. Per questo abbiamo deciso di subire pazienti questo strano gioco, forse uno sport locale».

CieliRamati-images
Klynw, questo era il suo nome, giaceva un po’ appartato dagli altri della Splendente Crystal, l’astronave precipitata nel 1142 TT in Val Masino. Il bosco gli era cresciuto attorno e una verde radura erbosa si stendeva ai suoi piedi, sempre più stretta; per questo motivo era stato uno degli ultimi alieni a conoscere gli esseri dominanti del pianeta. Ma Klynw era anche il più triste: era stato distaccato in quella posizione perché il comandante aveva giudicato fosse la migliore per lanciare nei cieli il loro grido d’aiuto, così lui si trovava isolato dal resto del gruppo. Per l’ennesima volta stava lanciando il suo disperato SOS cosmico, quando rivide il bipede.

«Che ci fa di nuovo qui? – si disse – se n’era appena andato. Ma è proprio lui?». Subito dopo, ricordando le leggi che governavano il pianeta verdazzurro, provò quasi un moto di compassione: «Non avevo mai avuto occasione di vedere come agiscono i processi dell’invecchiamento sui terrestri. Guarda come è mutato. Ha perso quasi tutta la folta peluria che aveva, e quel che resta ha cambiato colore. Mah! Che strana fisiologia: pochi secondi e sono già con un piede nei cieli di Monolith. Ma che sta facendo? Perché mi guarda così? La prima volta mi ha trattato come un minerale qualsiasi. E’ arrivato, ha cambiato i rivestimenti alla sua base, si è cinto una specie di sacchetto in vita, mi ha scrutato e poi, improvvisamente, ha tentato di… imporsi. Anche se i compagni della Crystal mi avevano avvisato, ammetto di essermi spaventato. Non riuscendo a montarmi in groppa al primo colpo ha provato e riprovato usando mille accorgimenti. Alla fine ce l’ha fatta, ma con grandissimo sforzo. Mi chiedo quale soddisfazione possano trarre queste creature da gesti tanto inutili. Non vedo, infatti, alcuno scopo logico in quel che fanno. Per Monolith! Ci riprova? Prima, quando ha strappato un’appendice di accrescimento che ancora non era matura mi ha fatto male! Le altre gli sono state utili per aggrapparsi, ma erano ancora nel mio corpo, ben salde, questa era in fase di espulsione, ma… insomma, non ancora del tutto. Comunque è vero: questo su e giù è stato quasi piacevole, mi ricordava un po’ l’andirivieni dei nostri parassiti, i crugs, là sul nostro mondo d’ambra e amaranto».

CieliRamati-Southern Nevada Bouldering 6
L’essere era arrivato ai piedi del grande macigno con grande fatica, arrancando fra la fitta vegetazione, frustato dai rami sul volto e sulle braccia, graffiato da prorompenti cespi di more, scivolando su tappeti di muschio che nelle zone d’ombra era spesso un palmo. Aveva impiegato un bel po’ per ritrovare quel sasso. Lo aveva pensato spesso in tutti quegli anni, bello, forte e ben piantato nel terreno, con quella vena di pegmatite che lo attraversava come una bandoliera. Ricordava ancora il piacere estetico che gli fece la prima volta che lo vide, con quelle fessurine sottili e allineate, con quella elegante successione di appigli minuscoli che erano un chiaro invito alla salita. Su quel sasso ricordava di aver tracciato il suo passaggio più bello. Fin da giovane, salvo qualche eccezione, non scalava per la difficoltà fine a se stessa; piuttosto era attratto dalla bellezza. La bellezza era la sua ossessione: la perfezione delle linee, l’armonia di colori e sfumature, l’eleganza delle tessiture rocciose, la “personalità” che emanava dal sasso. Queste erano le cose che contavano e quindi III° grado o X° poco importava. Il segreto, per lui, era stare con la roccia, entrare in contatto con quella magnifica simmetria e goderne attraverso il gesto. Il problema era che bellezza e difficoltà erano spesso legate da una misteriosa legge per cui difficilmente un aspetto escludeva l’altro. Quel blocco non faceva eccezione. Per farlo, dodici anni prima, si era spellato le dita a furia di tentativi.

L’umano si sedette di fronte al sasso guardandosi attorno. La bella radura erbosa di un tempo si era ridotta a uno stretto corridoio che cingeva la base della roccia. Tutto era cambiato: il bosco aveva preso il sopravvento, gli antichi sentieri erano quasi scomparsi e muoversi in quella cittadella di pietra era ormai difficilissimo. Alla base del masso lo scalatore perse tempo nel cercare il suo passaggio. Non fece fatica a ritrovarlo, la bella successione di appigli disegnava una linea di rara eleganza che portava sulla cima. Con la mano accarezzò i primi appigli, quasi contemplandoli. «Ma come ho fatto a tenere ‘ste robe?» si chiese stupito. Provando a far forza sulle minuscole asperità le sue dita si piegarono come fossero di burro e le giunture scricchiolarono dolorose. Eppure, forse, con un po’ di pazienza e di tentativi ce l’avrebbe fatta: le nuove pedule garantivano prestazioni che le scarpe da ginnastica di un tempo certo non avevano. Rinfrancato, il bipede mise le scarpette, affondò le mani nel sacchetto di magnesite, e partì per un primo tentativo. Non si staccò da terra; il piede gli scivolò subito, ancor prima che le dita esercitassero il massimo sforzo. Ricacciò le mani nel sacchetto, guardò la ruvida superficie di pietra, pensò alla sequenza dei movimenti, pulì meglio le suole, le asciugò bene e ripartì. Mano destra su una reglette, mano sinistra in una conchetta, piede sinistro qui, piede destro là ed era partito. Il viaggio durò poco, giusto il tempo di afferrare una scaglia obliqua e la gravità prese di nuovo il sopravvento. Una decina di minuti terrestri dopo il gioco riprendeva.

Questa volta, mettendo in campo le astuzie imparate in una vita, l’uomo riuscì ad arrivare a metà della parete e a “tallonare” uno spiovente che, scaricando parte del peso, gli permise di arrivare quasi sul bordo della roccia. Quello fu però il limite massimo anche nei successivi tentativi. La forza e la motivazione stavano scemando, così come le sue dita mollavano le prese; decise infine di riposarsi ben bene per quello che sarebbe stato il suo ultimo tentativo. Molti pensieri gli attraversavano la mente, ma il più insistente lo costringeva a fare i conti con gli anni, con il tempo. Una brezza leggera gli carezzava la pelle e nel cielo azzurro correvano nuvole disordinate; quante volte quella bellezza lo aveva rapito, quante volte l’aveva trasportato in dimensioni lontane e immaginarie. Quante volte aveva gioito del calore della roccia, del perfetto grip di giornate asciutte e fredde, della trionfante soddisfazione di un passaggio superato.

CieliRamati-winter001big

 

Silenzioso e incombente Klynw osservava la scena. Il terrestre lo guardava con un’espressione di serena rassegnazione e sembrava ancora una volta volergli parlare. Fu forse in quel breve, portentoso e inspiegabile attimo che, per la prima volta, un monolith e un umano riuscirono in qualche modo a entrare in contatto. L’alieno avvertì la frustrazione e la tristezza dell’altro, capì lo scorrere del tempo sulla Terra ed ebbe nuovamente compassione per quella minuscola, esile creatura che sembrava ricavare tanta gioia nell’inutilità di pochi gesti. Fu allora che si decise a fare ciò che mai avrebbe pensato di fare. Mentre l’essere sconfortato era distratto, Klynw animò la sua struttura cristallina: spinse i reticoli, aggiunse legami e, come se gonfiasse un potente torace, fece in modo che le scaglie di accrescimento fuoriuscissero un po’ di più dal suo corpo; contemporaneamente, incavò leggermente le rientranze per gli scambi gassosi. Lo sforzo era enorme e le sue asperità si modificarono solo di pochi millimetri. Intanto l’uomo si era portato ancora una volta sotto il blocco, ammirandone la perfezione. Lo sguardo ripercorse la linea degli appigli e la mente disegnò per l’ennesima volta il movimento. La mano afferrò la prima tacca: «Strano – pensò – mi pare quasi meglio di prima. Forse ero freddo. Alla mia età ce ne vuole di tempo per scaldarsi». Il piede trovò subito maggiore aderenza e, senza troppa convinzione, lo scalatore sollevò l’altro braccio per dare il via al gesto. Le dita si strinsero in una rientranza dove per qualche millimetro trovò posto anche il mignolo, andando ad incrementare la tenuta. Il gesto successivo a prendere una lametta obliqua fu quasi facile. Stupito della folgorante partenza, l’umano prese brevemente fiato sugli appigli e, galvanizzato dal successo iniziale, proseguì la scalata. Ricordava perfettamente la sequenza, gli equilibri e le meccaniche necessarie.

In quelli che furono attimi, Klynw fece del suo meglio per concentrarsi e mantenere i reticoli cristallini nel loro nuovo, precario stato. Se avesse potuto – se fosse stato al carbonio – l’avremmo visto trattenere il fiato per lo sforzo. «Per Monolith – imprecò – la faccenda è insostenibile. Per quanto tempo ancora potrò dominare i reticoli? Per quanto tempo…?». Non riuscì a finire quel pensiero: un attimo di distrazione e i cristalli riacquistarono l’usuale conformazione. Il micro appiglio che il terrestre stava usando per l’ultimo decisivo slancio verso la cima si ritrasse impercettibilmente, ma abbastanza perché la presa divenisse impossibile per le sue dita. I minuscoli cristalli di un appoggio, sui quali aderivano pochi millimetri di suola, si fecero meno penetranti. Bastarono questi due soli invisibili, impercettibili cambiamenti a creare un grande sconvolgimento: quasi a corpo morto l’arrampicatore cadde di schiena, restando per qualche secondo intontito dall’urto che per fortuna fu ammortizzato dal praticello sottostante.

«OK! – disse ad alta voce – è andata. Basta, questa era l’ultima possibilità. Basta, quasi ti sei schiantato e alla tua età non ti conviene farti male. Stai tranquillo. Devi accettare che le cose cambiano. Hai fatto del tuo meglio. Hai goduto la giornata, ritrovato un vecchio amico, riassaporato le antiche atmosfere. Che vuoi di più?».

Già! Che voleva di più? Lo sapeva benissimo, ma sapeva altrettanto che ciò che ambiva era ormai irrealizzabile. Con tranquillità si tolse le pedule rimirando il suo vecchio capolavoro. Stette così per molti minuti, scrutando quella pietra immobile quasi a cercarne un improbabile sguardo. Alla fine si alzò imboccando l’incerta via del ritorno, ma prima di entrare nel bosco si voltò ancora una volta verso il monolite; poi fu inghiottito dal verde.

Klynw lo vide scomparire e per un attimo pensò che l’avrebbe rivisto, che sarebbe tornato presto. Per qualche istante quel bizzarro essere aveva rallegrato la sua solitudine; a modo suo ci si era quasi affezionato. Si ripromise che al suo ritorno si sarebbe fatto trovare pronto: si sarebbe gonfiato di nuovo e meglio, gli avrebbe concesso la soddisfazione di tornare sulla sua sommità. Così, per un paio di minuti il monolith restò fermo in speranzosa attesa. Nel frattempo mutarono i cieli, piovve, nevicò e riarse il sole, fu freddo e poi caldo e poi ancora freddo, molte volte i colori cangiarono. Infine, guardando alla sua base, Klynw vide la radura che lo cingeva farsi ancor più stretta e comprese che quei due minuti erano stati minuti del suo tempo: l’umano non sarebbe più tornato. Allora levò alta la sua maledizione contro le implacabili leggi che governavano quel pianeta e contro il destino che li aveva confinati in quel luogo pazzesco, dove gli esseri sono fatti di carbonio e non durano che pochi, risibili attimi. Poi, rassegnato, tornò di nuovo a concentrarsi e si predispose a lanciare ancora una volta il suo disperato segnale verso i cieli ramati di Monolith.

Posted on Lascia un commento

Alfredia acrobata

Alfredia acrobata
di Giuseppe Popi Miotti

Uscì dalla piccola nicchia rocciosa dove aveva trascorso le ore buie. Il sole era già sorto e i caldi raggi ebbero subito effetti prodigiosi sui suoi lunghi arti anchilosati dal freddo e dal profondo torpore che lo invadeva durante la notte.

Si guardò attorno e, come in una successione di scatti fotografici, i suoi occhi misero assieme il Mondo. Rocce, rocce ovunque, tinte dei colori più svariati, dal rosso al verde, dal bianco al giallo, ora ruvide e ben appigliate, ora più lisce e luccicanti. Percorse prudentemente la piccola sporgenza fuori dalla nicchia e balzò su una piccola prateria spugnosa stillante rugiada. Si dissetò e si mise in cerca di un po’ di cibo; dalle immani voragini attorno saliva, portato dal vento, il rombo delle acque che precipitavano a valle e, di tanto in tanto, il fragore dei ghiacci e delle rocce che si frantumavano.

Intanto il sole avanzava implacabile, segnando il veloce trascorrere della sua vita e ogni volta che lo guardava non poteva evitare l’istintivo e sempre più urgente impulso che lo spingeva alla ricerca di una compagna.

Da quando era nato, a parte poco tempo, era vissuto in completa solitudine fra quelle immense rupi spaccate, battute dai venti, riarse dal sole e gelate dalle nevi perenni. Era sfuggito a molti nemici famelici, a volte grazie alla fortuna, altre volte grazie alle sue doti di mimetismo che avevano nell’immobilità assoluta la loro espressione migliore. La montagna, il più delle volte difficile e ostile, in altre circostanze mostrava in fin dei conti anche dei lati positivi: fessure e anfratti fornivano ovunque un facile e rapido riparo.

Alfredia-MiottiALFREDIA-11

Guardò verso l’alto. Una lunga cresta rocciosa saliva, infinita, verso dimensioni per lui insondabili. Oltre un primo risalto di rocce rossastre, il crinale proseguiva a vista d’occhio, chissà per quanto ancora. Una cresta simile, parallela a quella dove si trovava, era assai distante, separata da un gigantesco ventre concavo di nevi e rocce nere stillanti acqua. Forse qualcuno dei suoi si trovava là, ma come raggiungerla? Il tempo a sua disposizione era ormai agli sgoccioli e la traversata del “ventre concavo” gli avrebbe richiesto troppo tempo: sarebbe senz’altro morto in quelle livide oscurità.

Allora meglio sulla sua cresta solare e ventosa, meglio cercare qualcuno più in alto o… più in basso, l’importante era trovare una femmina.

Aggirandosi sulla soffice prateria si preoccupò di mangiare qualcosa per mettersi in forze. Non che quei luoghi fossero ricchissimi di cibo, ma sapendoci fare, sfruttando l’effetto fluidificante della rugiada, cercando fra i fiori e le altre formazioni vegetali, si poteva contare su una dieta completa anche se spartana. Più in basso, nel piccolo giardino alpino all’inizio delle rocce, c’era più varietà, ma anche più pericolo di essere predati.

Salì su un esile fusto per guardarsi meglio attorno, ma quando fu quasi in cima, questo iniziò a piegarsi gentilmente sotto il suo peso per poi rompersi di schianto. Il soffice manto della prateria attutì la caduta e lui, per nulla scosso, riprese le sue peregrinazioni.

Giunto sul margine della distesa erbosa, abbandonò l’oasi vegetale per riafferrare le rocce e, montato su una sporgenza, stette un attimo a pensare, osservando la vastità immobile e grandiosa che lo circondava. Da qualche tempo per regioni misteriose, aveva preso interesse per il Mondo, che gli pareva insolitamente grande, uno spreco di risorse inutile: a quelli come lui bastava ben poco per vivere, poco spazio, poco cibo, poca acqua… Ma forse quella vastità serviva anche ad altri esseri ed eccone spiegata la ragione. In effetti, sebbene raramente, durante la sua veloce esistenza aveva avuto modo di vedere creature più grandi. Il più delle volte si era trattato di mostruosi volatili che volteggiavano in aria sfruttando le correnti atmosferiche. Curiosamente, più grandi erano e più questi animali si disinteressavano a lui; molto più pericolosi erano i piccoli alati che piombavano d’improvviso sui suoi simili e se ne nutrivano selvaggiamente contendendosi arti e brani della vittima.

Solo in un paio di occasioni gli era capitato di vedere viventi ancora più grandi, ma si era trattato di visioni fuggevoli e lontane. Esseri con quattro zampe che si aggiravano sulle rocce e i detriti, cibandosi di erbe. Non sembravano per nulla ostili, per quanto fossero veramente giganteschi e muniti di minacciose corna, aguzze e ricurve. Erano anche abili scalatori. Niente di paragonabile alle sue doti, però, considerata la stazza, non si muovevano male. Da quello che aveva saputo dai più anziani del suo popolo, gli ultimi che vide quando era ancora piccino, esistevano anche molti altri animali fra cui qualcuno decisamente pericoloso.

Gli avevano parlato, infatti, di draghi con la lingua biforcuta, eccellenti scalatori, veloci come il fulmine e agili al punto da potersi infilare in ogni pertugio; e dove non arrivavano loro, arrivava la loro tremenda lingua… Le piccole e inutili ali di cui era fornito erano più che altro un impiccio e l’unica salvezza dai nemici, nasceva dall’innato, quasi paranoico, senso di prudenza che caratterizzava la sua specie.

Intanto il sole e la sua vita stavano consumandosi… Guardò in giù e poi in su ed infine decise di muoversi verso l’alto, nelle zone meno frequentate dai predatori, dove forse avrebbe potuto riprodursi.

Iniziò così la sua lenta arrampicata. Affrontò una compatta parete rossa, ricca di appigli, ruvida e splendente, Al suo termine, dopo un gradino, sfruttò una sottile lama rocciosa che proseguiva in obliquo e poi s’infilò in una fresca spaccatura che superò con piacere e senza fatica, per trovarsi sotto un grande strapiombo che poi diventava soffitto. Senza curarsi di eventuali aggiramenti più facili, s’afferrò alle rocce e pian piano vide il mondo capovolgersi.

Traversò il lungo soffitto incontrando qualche difficoltà soprattutto quando si ricordò che le piccole ali non gli sarebbero servite in caso di caduta, ma ne uscì soddisfatto e vittorioso per sostare su un altro gradino.

Si guardò attorno… il vento sussurrava fra le rocce; e le nebbie erano salite a velare le grandi quinte minerali che scandivano la montagna. La cresta s’impennava smisurata… eterna. Il confronto fra il tratto che aveva salito e quanto ancora lo sovrastava era avvilente; ma non poteva, non doveva perdersi d’animo. S’aggirò triste su alcune gradinate rocciose cercando disperatamente, ora non più una compagna, ma anche solo uno dei suoi simili. Poi ci si mise anche il vento, che si era rafforzato e di tanto in tanto cercava di strapparlo dagli appigli con raffiche improvvise e iraconde. In quelle circostanze i suoi esilissimi arti e tutto il suo corpo si distendevano assecondando la corrente d’aria che sembrava quasi aver ragione delle sue forze: una volta completamente disteso, nessun muscolo doveva opporsi alle folate e le estreme appendici, fortissime, avevano buon gioco nel tenerlo aggrappato con poca fatica.

Dondolandosi da appiglio ad appiglio, caracollando apparentemente incerto sulle gambe sottili, ma determinato, riprese la sua scalata. Aveva appena allungato un arto oltre il bordo dell’ennesimo strapiombo quando, girandosi un attimo verso il vuoto, il suo occhio sinistro colse dei movimenti più in basso.

Senza sforzo apparente risolse il passaggio e, messosi più comodo, si fermò a osservare. Due creature bipedi, ma che si muovevano usando quattro arti, stavano salendo verso di lui. La loro andatura era goffa e imprecisa, quasi ridicola e sembravano uniti da quello che gli parve essere il filo di una grossa tela di ragno. Tuttavia i due esseri, per quanto evidentemente inadatti, facevano passi smisurati e in breve gli furono addosso.

Incerto sul da farsi, colto di sorpresa dalla repentina velocità con cui era stato raggiunto, scelse la strategia del far finta di nulla. Ignorando gli intrusi riprese a salire, ciondolando e molleggiando elegantemente sulle gambe, quasi per mettersi in mostra.

I due esseri salivano un po’ distanziati fra loro e ogni tanto emettevano strani brontolii che parevano un dialogo. Uno l’aveva già superato senza accorgersi della sua presenza e così stava facendo l’altro quando, con una esclamazione, si arrestò. I quadruplici occhi del mostro gli si avvicinarono e i lunghi peli che gli coprivano il muso giunsero a sfiorarlo, ma nulla accadde. Si aspettava di essere divorato da un momento all’altro, ma, resistendo al panico, proseguì nel comportamento dello gnorri. I grandi occhi lo seguirono per un bel po’ mentre calde vampate di aria umida uscivano da quella che pareva essere la bocca del gigante.

Sentì l’essere richiamare l’altro, quello di sopra; il filo di ragnatela si tese e l’animale si tolse di dosso una specie di sacco che portava dietro il torace, mettendosi a frugare ansiosamente. Ne trasse un piccolo recipiente trasparente colmo a metà di uno strano liquido rosa. Vide due enormi artigli afferrarlo in una morsa implacabile e per un attimo si trovò in aria per poi precipitare nella prigione di vetro. Non toccò subito il liquido rosa e con tutte le sue forze tentò più volte di uscire da tubo, di tornare sulle sue rocce; ma le pareti di cristallo erano lisce, invincibili anche per uno scalatore come lui. La lotta durò qualche minuto, ma dopo aver esaurito le forze si lasciò cadere, quasi con piacere, nel liquido rosa che subito cominciò ad intontirlo. Sarebbe morto, ormai lo sapeva, sarebbe morto senza più aver incontrato altri della sua specie né tanto meno una compagna.

Ormai immerso completamente, i suoi occhi misero ancora una volta assieme la sequenza fotografica del Mondo di fuori, ora tinta di un rosa pallido. Vide la sua cresta ventosa, vide le grandi quinte e le nebbie della sua montagna e infine i quadruplici occhi del gigante brillare di soddisfazione. Poi tutto divenne oscurità… La mosca chionea (con ali atrofizzate o ridotte) trovata dal Professor Alfredo Corti sulla cresta ENE del Pizzo Ventina nel 1912, fu portata a Torino e fu studiata dal Professor Mario Bezzi, direttore del Museo di Scienze Naturali della città, il quale riconobbe in essa non solo una specie, ma anche un genere nuovo. Scrisse Alfredo Corti: “Il prof. Bezzi riconosceva nel piccolo moscerino, poiché era un dittero, ma senz’ali, il rappresentante di una curiosa nuova specie, anzi di un nuovo genere di insetti e, a ricordare in una gentile unione il raccoglitore e l’ambiente sovrano, lo chiamava Alfredia acrobata.” Durante la Seconda Guerra Mondiale, in seguito ai bombardamenti alleati sulla città, parte della collezione di Bezzi andò distrutta per sempre e con essa l’unico esemplare conosciuto del protagonista di questa storia.

Posted on Lascia un commento

Sui misteriosi fatti di Sparavera del 1934

Sui misteriosi fatti di Sparavera del 1934
di Giuseppe Popi Miotti

Quando molti anni or sono seppi dell’esistenza di un alpeggio, aggrappato in posizione incredibile fra i valloni del Pizzo di Prata, dove le aree buone per il pascolo sono una rarità, fui subito attratto dalla curiosità di andare a vederlo. Alla fine ci sono riuscito, percorrendo un sentiero che non è certo per tutti e che da almeno mezzo secolo non ha conosciuto molti frequentatori. L’Alpe Sparavera, l’alpe “sparviera” perché proprio come un rapace è appollaiata su un aspro crinale lontano, ma dal quale in un attimo si piomba sul fondovalle, è un luogo di grande fascino e arcana bellezza; qui si può ancora assaporare appieno il delightful horror della montagna che inevitabilmente mi ha contagiato suscitando il desiderio di scriverne. Nell’apprestarmi all’opera, e certamente influenzato dalla particolarità di quell’ambiente, il pensiero è andato subito ad alcuni maestri del genere gotico-fantastico come Mary Shelley, ma in particolare Edgar Allan Poe e Howard Phillips Lovecraft. Conscio di compiere un peccato di hýbris nei confronti di quei giganti della letteratura, non ho desistito e ho affrontato l’impresa secondo il mio stile preferito, utilizzando cioè fatti e luoghi realmente accaduti per costruire una vicenda fantastica. Per mesi il lavoro è rimasto fermo alle prime venti righe e poi ecco la soluzione che in breve ha portato a questa fiction ambientata sulle montagne della Val Chiavenna.

Nelle insondabili tenebre di eoni passati, prima che la Terra si chiamasse Terra, e mentre la scorza del pianeta era rotta da immani ferite sanguinanti lave incandescenti, altri dominatori si aggiravano fra le fiamme e i vapori. Popolavano nere fortezze di ossidiana, ostili e puntute, disputandosi selvaggiamente le loro prede: sparuti e fragili esseri di carne che timidamente stavano cercando il loro spazio vitale nel mondo nascente.

Il disegno che avevo pensato come copertina per il racconto
Sparavera1Queste maligne e crudeli entità conducevano un’esistenza che a un umano può apparire vuota e sterile. Non volevano amore, potere, gloria o ricchezza, non nutrivano sentimenti: bastava loro imporre la logica della forza, distruggere, depredare, infliggere cieca sofferenza. In fondo, la vita non chiede altro che di essere vissuta e, spietatamente, questi mostri si limitavano ai loro freddi orizzonti, senza domandarsi del futuro, senza voltarsi al passato. La logica della loro esistenza sfuggiva a qualsiasi tentativo di spiegazione, ma non per questo essi erano meno presenti e malefici e, sebbene possa apparire strano, dalle incredibili istoriazioni trovate in quel che restava delle loro dimore, sembrava adorassero una divinità ancor più orrenda e ripugnante. Il dominio oscuro durò forse milioni di anni, finché il pianeta e i cieli parvero ribellarsi a tanto orrore; immani sconvolgimenti colpirono le fortezze di ossidiana, ma proprio per la loro stessa natura i signori del male parvero subire passivamente la quasi totale estinzione e pochi sopravvissuti trovarono rifugio nei più profondi crepacci. Le ere geologiche si susseguirono e più volte le superstiti cittadelle dell’abominio furono ingurgitate e poi vomitate dalla Terra, andando a mescolarsi con sempre nuovi flussi di magma; più volte si fusero e infine si consolidarono nella roccia come dei corpi estranei, noduli di orrore puro nel cuore delle montagne. In questi nuclei alieni stritolati dalle forze orogenetiche, la semplicità stessa della loro forma di vita consentì la sopravvivenza agli ultimi rappresentanti della ripugnante genìa. Erano resistenti come batteri, implacabili come virus e come tali quasi indistruttibili; raramente, però, riuscirono a tornare alla luce. Tuttavia, oggi so che sono state le loro fuggevoli ricomparse sulla superficie a originare molte delle leggende e delle credenze dei nostri montanari in cui si parla di mostri e d’inquietanti presenze. Molte di più sono poi le storie attorno a luoghi maledetti, resi sterili e quasi inabitabili da densi miasmi e pestilenziali esalazioni che dalle insondabili profondità riuscivano a giungere in superficie. Per questo molti monti erano considerati regno del Demonio e temutissimi, sebbene alcuni gruppi di alpigiani, votatisi al culto delle forze nefaste, ne avessero fatto il loro rifugio e la sede di riti innominabili.

Si narrava di orge terrificanti, di fanciulli gettati vivi nei baratri rocciosi, di urla e frastuoni che risalivano dalle crepe della montagna. Si mormorava di un dio primevo dal nome impronunciabile per gli umani che oscenamente si saziava di un pasto fatto di terrore e sangue. In alcuni libri proibiti e dimenticati, opera di scienziati e alchimisti medioevali, si possono trovare pochi ma preziosi riferimenti a queste oscure entità e alle loro origini. Però non sono molti, oggi, quelli disposti a credere alle relazioni di questi pseudo studiosi del passato. Fu quasi per caso che, sugli scaffali scricchiolanti di una biblioteca, mi capitò fra le mani il trattato di un certo Johannes Raethicus, alchimista e mistico elvetico del XVII secolo, in cui era riportata con grande serietà e ricchezza di particolari la storia che vi ho appena accennato. Tuttavia l’autore si premurava di avvertire che egli stesso aveva tratto quanto scriveva da un libro ben più antico e leggendario, il Necronomicon (1), opera folle e delirante del pazzo alchimista arabo Abdul Alhazred. Fu proprio Raethicus, forse uno pseudonimo per celare il vero nome dell’autore all’Inquisizione, a collegare per primo l’incredibile fonte del Necronomicon a molti inspiegabili fatti che accadevano con inquietante ricorrenza nei recessi più selvaggi delle Alpi. Lo scienziato si dedicò con grande passione – cosa che s’intuisce bene dallo scritto – alla ricerca, giungendo ad ampliare di molto ciò che aveva appreso. Alcune illustrazioni e cartine ormai consunte, sembravano mostrare dove, secondo l’autore, ancora erano percepibili le emanazioni che, filtrando fra gli strati geologici più profondi, permeavano i luoghi e dove ancora persistevano dicerie circa la comparsa di quei mostri. Lo studioso rivelava fra l’altro un particolare sconvolgente, ma che ben dava la misura della preoccupazione con cui era vissuta questa situazione dalle autorità religiose del suo tempo. Si pensi, infatti, che in piena guerra fra protestanti e cattolici, di fronte alla comune minaccia, le due fazioni, pur impegnandosi a mantenere il più rigoroso segreto e sicuramente di malavoglia, si videro costrette a un’alleanza. Su entrambi i versanti alpini, in ogni valle, in ogni monte fu dunque avviata una durissima e sanguinosa repressione che portò allo sterminio di quasi tutte le comunità presso cui anche solo si sospettasse ci fossero seguaci di quell’oscena liturgia. Ogni passaggio, ogni anfratto che poteva mettere in comunicazione con le viscere della terra e con quei noduli maligni fu accuratamente ostruito e la sua posizione fu celata, a volte anche sopprimendo gli stessi operai che avevano eseguito i lavori di occlusione. Ogni manufatto che poteva riferirsi alla mostruosa religione fu distrutto, compresi dei misteriosi menhir di pietra nera screziata di verde che parevano essere oggetto di particolare venerazione.

Elaborazione fantasiosa della cartina di Raethicus. A parte il Mons Pradae e Sparvera gli altri toponimi sono realiSparavera2
Fra le tavole che illustravano il trattato di Raethicus, un paio attirarono la mia attenzione. Sebbene poco leggibile, la prima era chiaramente una rozza cartina della Val Chiavenna con le valli Bregaglia, Codera e Ratti e l’altra raffigurava la stessa area come una veduta degli stessi monti presa dalla spalla sottostante il Monte Berlinghera. Era evidente, anche se un po’ enfatizzato, il gigantesco torrione del Sasso Manduino (Saxxo Manduo) e il solco della Val Codera lo separava da una grande montagna, enorme e possente, che non tardai molto a riconoscere come il Pizzo di Prata (Mons Pradae). Curiosamente i due grandi canaloni rocciosi che ne incidevano il versante Sud erano sorvolati da strane creature, cavalcate da esseri indescrivibili e oscuri. Le figure volanti sembravano sortire da un’apertura al centro del canalone principale sovrastata da una scritta quasi illeggibile, ma che interpretai come, Hic spelunca. Ancora meno visibile, all’angolo sinistro del foglio, era il disegno di un menhir, o almeno pareva tale, circondato da alcuni tuguri e visibilmente oggetto di venerazione da parte di una folla di montanari dai volti satanici. L’autore indicava questo luogo come Sparvera.

Sparavera3Da quel giorno i contorti e profondi valloni del Pizzo di Prata divennero la mia ossessione e tutte le volte che passavo sotto la sua parete non potevo trattenere un brivido perché, sebbene razionalmente non potessi credere alle storie che avevo letto, la sola vista dei labirinti geologici che mi dominavano suggeriva il contrario. Come spesso accade l’orrore e la paura esercitano sull’uomo un potente effetto di fascinazione che misteriosamente ci spinge ad avvicinarci il più possibile a ciò che in realtà dovrebbe farci fuggire ed io non fui immune a questo richiamo. Così, giorno dopo giorno, fui contagiato dalla febbre di sapere. Erano credibili i resoconti di Raethicus? Avevano un fondamento le leggende dei montanari? E se sì, cosa, o chi, si era celato – e forse ancora si celava – nel ventre della montagna? Con molta cautela, iniziai le mie indagini interrogando umili pastori, ma anche esperti di storia e tradizioni locali. Forse vergognandomi un poco di queste mie curiosità non osavo palesarne lo scopo, ma mi resi presto conto che spesso, toccando il tasto di misteriose e maligne presenze in loco, i miei interlocutori tendevano a minimizzare o a sorridere di compatimento di fronte a quelle che secondo loro erano dicerie da creduloni. Dopo mesi e mesi di lavoro una sola cosa appariva certa, la grandiosa mole del Pizzo di Prata che ogni volta mi pareva sempre più ostile e aliena, irrideva ad ogni mio sforzo d’indagine. Esasperato da quello che ormai consideravo per certo un atteggiamento omertoso, ritornai allo scritto dell’alchimista svizzero, forse nel tentativo di trovare qualche indizio che mi era sfuggito; ma che potevo trovare? Si parlava di un tempo ormai passato da secoli; tuttavia, se in quelle righe c’era del vero, le forze che ne erano descritte dovevano aver lasciato traccia anche nelle epoche successive; sempre che tutti i seguaci di quei mostri non fossero stati spazzati via dalla grande epurazione scatenata nel Medio Evo.
Fu a questo punto che giunse l’illuminazione: come avevo fatto a non pensarci prima? Ma certo! Di sicuro nelle parrocchie e negli archivi arcipretali dei paesi alle pendici del Pizzo di Prata, avrei forse trovato quel che cercavo.

In un ambiente onirico e surreale ho raggiunto le baite abbandonate del Monte
Sparavera4Non senza difficoltà nel vincere la spesso eccessiva diffidenza dei parroci di fronte alle mie domande, m’imbarcai in una estenuante ricerca, battendo tutte le parrocchie della Val Chiavenna, frugando anche nelle più minuscole chiese di montagna, mentendo, sempre, sul reale scopo delle mie indagini. In alcuni casi dovetti aspettare mesi e mesi per avere il consenso ufficiale alla consultazione degli archivi, in altre occasioni fui più fortunato e bastarono un buon bicchiere di vino e un atteggiamento cordiale. Silente e immobile il Pizzo di Prata sorvegliava le mie mosse, a volte mi pareva quasi un’entità vivente ma sovrumana. Il mio occhio cercava di spingersi all’interno degli imperscrutabili canaloni della parete meridionale, crepacci sinuosi e profondi, forse tanto profondi, pensavo, da essere veramente la porta verso un altro mondo. Studiando le cartine e qualche guida alpinistica, avevo anche scoperto che proprio nel cuore di questa intricata muraglia, sullo scosceso versante destro del vallone principale, in una posizione a dir poco incredibile, sorgeva un pugno di baite chiamato Sparavera. Non impiegai molto a capire che quest’alpe non poteva essere altro che la Sparvera di Raethicus, il luogo di culto della ripugnante setta di adoratori di quel dio alieno. Ero sulla giusta pista. Me lo confermava anche la ricerca parallela che avevo condotto sui giornali iniziando dalle edizioni di fine ’800; di tanto in tanto, sulle pagine del Corriere della Valtellina comparivano, infatti, brevi notizie circa misteriose sparizioni avvenute fra la popolazione del piano di Chiavenna, di luci folgoranti apparse sul Pizzo di Prata, di incomprensibili fragori provenienti dalle viscere della montagna che facevano tremare tutto il comprensorio per giorni e giorni e delle quali nessun geologo aveva saputo dare spiegazioni. Gli strani episodi si moltiplicarono agli inizi del ‘900, ma dopo qualche anno cessarono e furono apparentemente dimenticati. Tuttavia proprio nell’archivio parrocchiale di Chiavenna era emerso un altro piccolo indizio che dimostrava come la Chiesa e sicuramente anche le massime autorità civili avessero fatto di tutto per mettere il silenziatore alla faccenda. In fondo a una madia piena di registri ed elenchi, avevo trovato, infatti, un incredibile libricino grazie al quale potei fare un po’ più di luce sui misteri che indagavo. Il volumetto s’intitolava Disposizioni e strategie per l’opera dei parroci-alpinisti nella Crociata segreta.

Una traccia implacabile e senza punti di sosta, disegnata fra abeti spelacchiati e cadenti, mi ha infine portato sul valico e sotto i miei piedi s’è aperta la caotica voragine della Val Lobbia

Sparavera5Dalle prime pagine, che lessi avidamente, ebbi nuova conferma dell’attendibilità di Raethicus, ma seppi anche che, purtroppo, la grande purga medioevale non era riuscita a estirpare completamente la folle religione. Un po’ ovunque nelle Alpi permanevano “sacche di resistenza” e, rintanati nei recessi più ostili delle montagne, gli ultimi seguaci della setta vivevano accanto ai loro signori. Sul finire del XIX secolo parve addirittura di assistere a un rifiorire della malvagia consorteria e per questo, nel tentativo di cancellarne per sempre ogni traccia, la Chiesa pensò di formare una legione di parroci di frontiera le cui doti principali, accanto ad un’incrollabile fede, erano coraggio e innate abilità alpinistiche. In genere le leve di questo esercito erano scelte fra i giovani delle vallate ove la presenza del Male era data per certa. Nel più grande segreto questi nuovi crociati furono addestrati a padroneggiare le tecniche della scalata su ogni terreno, in modo da permettere loro l’accesso ai più reconditi angoli delle montagne. Non si trascurò neppure di farne maestri nell’uso di ogni tipo d’arma e di rafforzare la loro fede al punto da rendere, se necessario, lecito ai loro occhi persino l’assassinio di altri esseri umani, fossero anche stati i loro stessi fedeli, scoperti a essere invece asserviti a quei riti di morte. Al termine del percorso formativo a ogni “parroco soldato” fu assegnato uno spicchio di territorio e in maggioranza fecero ritorno ai luoghi di origine per avviare nel più gran segreto la missione loro affidata. Scopo ultimo, la distruzione completa del nemico. In fondo al volumetto c’era un elenco delle zone ancora infestate, anticipato da un testo in cui si tentava di dare una spiegazione al fenomeno. Come nella descrizione di Raethicus si parlava di un’ancestrale razza, forse aliena, che aveva dominato la Terra e che adorava un mostruoso dio di cui era allegata un’immagine, non saprei fino a che punto veritiera. Pur ricordando in qualche tratto le archetipiche visioni del Maligno comuni nell’immaginario di tutte le culture umane, il dio di quella razza aveva aspetti ributtanti che m’indussero per un attimo a distogliere lo sguardo. Le mani tremavano rifiutandosi ostinatamente di riaprire il libro su quell’orrenda visione, ma alla fine, ritrovato un barlume di coraggio, i miei occhi si posarono nuovamente su quella forma allucinante. Da un corpo piatto e crestato, munito di quattordici arti rapaci, si protendeva un viluppo di tentacoli semi trasparenti. Il mostro aveva un colore nero-violaceo e giaceva su una superficie nera screziata di verde brillante nella quale sembrava avere immerso un quindicesimo organo o arto come se questo servisse per prendere forza o energia da quel materiale alieno. Il testo spiegava anche come pareva che fosse proprio quella materia sconosciuta a garantire la sopravvivenza del dio e di tutta la sua genìa; spiegava anche come, nelle zone in cui la tettonica aveva riavvicinato alla superficie quei noduli neri, si fossero sviluppate devianze ed erano sorti turpi riti. Fra le località elencate, la Val Chiavenna era stranamente quella che contava una delle maggiori concentrazioni di luoghi ancora influenzati dalla religione blasfema. Si citavano la profonda Val Pilotera, le cave di pietra ollare alle spalle di Chiavenna – qui, più che la natura fu forse l’uomo, con i suoi scavi, a riportare alla luce il Male – e si menzionava in particolare la località di Sparavera, remoto alpeggio sospeso sulla Val Lobbia, la più profonda gola del Pizzo di Prata. Di questa cima, il Pizzone, come lo chiamavano i locali, si parlava ancora come di una vera minaccia perché anche sul suo ombroso e altissimo versante nord e sulle cime limitrofe del Monte Gruf si erano avute segnalazioni di fatti inquietanti e fuggevoli avvistamenti di oscure presenze. A combattere la sua guerra finale, la Chiesa aveva preposto un giovane sacerdote di nome Giuseppe Buzzetti, descritto come fervente cristiano, uomo di forte tempra e dalle eccezionali doti di alpinista, e combattente di vaglia, che già si era distino in tante azioni uscendone sempre vincitore, anche se a prezzo di gravi ferite, una delle quali l’aveva reso claudicante. Alla vista di quel nome feci un sobbalzo. Don Buzzetti era ben noto nel campo alpinistico come autore di audaci imprese sui monti della Val Chiavenna, spesso condotte in solitaria e con scarsità di mezzi tecnici. Ancor più nota era la vicenda della misteriosa scomparsa del prete, il cui corpo non fu mai più trovato nonostante ricerche che si protrassero per mesi. Ora ai miei occhi tutto aveva un senso: il motivo per cui don Buzzetti spesso andava in solitaria, la sua inspiegabile e maniacale passione per il Pizzo di Prata e le creste del Monte Gruf, la sua cura per un prezioso quanto pesante bastone-piccozza che recava intagliata la Passione di Cristo e i suoi misteriosi racconti circa grandi “aquile” – così le definiva il reverendo con un’eloquente pausa di sospensione a mo’ di inciso – che più volte l’avevano assalito durante le sue ascensioni.

Il tormentato versante occidentale del Pizzo di Prata, percorso dal sentiero per Sparavera, domina l’abitato di Porettina ed il fondovalle

Sparavera6Nel manuale scoprii anche un ritaglio di giornale sul cui bordo era scritto a penna: “Corriere della Valtellina 6 luglio 1934 – pagina dedicata alla Val Chiavenna”. Il breve testo era intitolato Orrore sul Pizzone. Vi si leggeva della scoperta dei cadaveri di tre giovani del luogo, due maschi e una ragazza. La censura del tempo non favoriva certo il soffermarsi su crimini e misfatti né, tantomeno, sulla descrizione degli stessi, ma il giornalista raccontava di corpi orribilmente sfigurati, con gli arti rosicchiati come se mille bocche fameliche li avessero addentati. Ripensando a tutto ciò che ormai sapevo, alla segreta missione di don Buzzetti, e a quell’evento, mi venne naturale collegare la misteriosa scomparsa del prete, avvenuta l’11 o il 14 luglio – le testimonianze non sono concordi – di quello stesso anno, a quel trafiletto. Curiosamente, infatti, dall’estate del 1934 nei giornali non trovai più alcuna notizia di eventi strani o cruenti, nessuna segnalazione di fenomeni di pazzia collettiva o di sparizioni. Pareva che contemporaneamente alla scomparsa del prelato la pace fosse tornata in Val Chiavenna e sul Pizzone, elemento che mi portò a credere che forse il parroco alpinista aveva in qualche modo vinto la sua battaglia, magari perendo nella lotta. Ma poteva anche darsi che a missione compiuta, per evitare qualsiasi pur remota possibilità di vendette, la Chiesa gli avesse fornito una nuova identità e una nuova vita, allontanandolo dai luoghi che l’avevano visto protagonista della Crociata segreta.

Sul sentiero che passa dalla Motta dell’Orso, recentemente danneggiato da una frana. Le funi metalliche corrimano sono state divelte
Sparavera8Tuttavia le cose finirono lì; non emersero altre novità ed io ero arrivato ancora una volta in un vicolo cieco, nella condizione di un claustrofobico che, angosciato e quasi impazzito, cerca in ogni modo di fuggire dalla sua angusta prigione. A tre anni dall’inizio di questo allucinante percorso mi ritrovavo con un pugno di mosche; tutto mi diceva di sospendere la ricerca, ma io smaniavo per trovare nuove tracce, per riprendere il filo interrottosi in quella chiesa della Val Chiavenna e con quell’articoletto. Più volte fui colto da attacchi di panico che poi mutavano in rabbia inspiegabile; mi allontanai così sempre di più da chi mi voleva bene, da amici e parenti, mi trasformai in una sorta di naufrago emaciato e allucinato, alla disperata ricerca di un approdo che non scorgeva. Le poche volte che la ragione tornava a illuminare i miei pensieri, mi dicevo che era meglio dare retta a chi mi consigliava di dimenticare, ma qualcosa me lo impediva perché in qualche modo percepivo di essermi tremendamente avvicinando a segreti che forse avrebbero dovuto rimanere per sempre celati fra le montagne e ormai erano alla mia portata. Ad acuire questa sensazione giunse poi un inquietante quanto inspiegabile fatto di cronaca nera avvenuto a Chiavenna. La sera del 6 giugno 2000, fra le selve e le pareti rocciose del Parco delle Marmitte dei Giganti, alle porte orientali del borgo, era stata selvaggiamente uccisa, in nome di Satana, una suora, impegnata come educatrice nella cittadina sul Mera. La religiosa era stata sacrificata da tre giovanissime ragazze del luogo che l’avevano tramortita con un mattone per poi finirla con diciannove coltellate mentre lei, in ginocchio chiedeva perdono per le sue carnefici. Fra le ombrose rupi delle Marmitte dei Giganti si aprivano grotte naturali, ma anche gallerie scavate dall’uomo per trarre la pietra ollare, fatto questo che mi riportò inevitabilmente al manualetto scovato tempo prima. C’era forse un nesso fra l’atroce delitto e gli orrori di cui avevo letto? Don Buzzetti era riuscito sradicare per intero la mala pianta? O qualche seme sopravvissuto stava di nuovo germogliando?

Nel frattempo, con sempre maggiore frequenza le mie notti erano infestate da incubi terribili; in quello più ricorrente mi trovavo a risalire una profonda forra ove la luce del sole filtrava solo a tratti. Alte pareti di un granito tanto antico che in molti settori sembrava sul punto di crollare d’improvviso, strozzavano un esile torrente il cui flusso si perdeva dentro un greto sassoso nel quale, nel predominante colore chiaro della roccia, affioravano di tanto in tanto enormi macigni neri, screziati di verde brillante. Tutto era instabile e precario, rendendo difficile il procedere. Quando il passo era libero ecco che si frapponevano altri ostacoli: pozze d’acqua stagnante e putrida, tronchi di abeti contorti e ricoperti di un muschio azzurrino da cui colava una bava biancastra e viscida, tenaci barriere di sterpi spinosi. Durante il cammino giungevo infine presso i ruderi di una grande costruzione. Sebbene certamente eretto in epoche perse nel tempo, l’edificio mostrava ancora la sua possanza. Le mura richiamavano molto quelle delle misteriose fortezze andine di Tiawanaku, di Ollantaytambo, di Sacsayhuamán: sembravano una sorta di puzzle in cui ogni tessera aderiva perfettamente all’altra con la differenza che ogni pezzo pesava svariate tonnellate. I giganteschi blocchi delle mura sembravano essere stati plasmati da una forza misteriosa che, prendendosi gioco delle leggi della cristallografia, aveva creato un artefatto tanto impressionante quanto estraneo alle leggi della fisica di questo mondo; la stessa architettura della grande casa sembrava frutto di menti non umane, ne avevo conferma quando raggiungevo la grande terrazza sporgente sulla gola. Qui, fra blocchi di granito precipitati nei secoli dalle pareti, si sviluppava un dedalo di costruzioni minori, realizzate con tecniche che sfidavano ogni giudizio raziocinante. Edifici senza tempo costruiti da una razza forse proveniente da altre galassie, composti da blocchi elaborati con tecniche raffinatissime e incredibili che trovavo simili in maniera impressionante a quelli di Puma Kunku che, senza risposte, giacciono sugli altopiani boliviani. Da uno degli angoli della terrazza partiva una scala di pietra che pareva aggrappata al vuoto e che portava su un vasto piazzale al cui centro svettava un alto menhir composto di quel materiale nero e verde che già avevo visto nella forra. Nel ventre della montagna si apriva una fenditura, ma tutte le volte che ne varcavo la soglia, un moto di indescrivibile orrore mi faceva risvegliare in un bagno di sudore freddo. Incapace di dare una spiegazione a questi incubi, e ormai convinto che avessero a che fare con la mia folle ricerca, decisi di non farmene influenzare e di proseguire fino in fondo; ma ci sarebbe stato un… fondo? Sempre più esausto a causa della mia ormai delirante ricerca e dalle molte notti insonni, pallido ed emaciato, giunsi infine all’unico passo logico che ancora mi rimaneva: sarei salito all’Alpe Sparavera. Da solo, se non avessi trovato compagni. Così, alle cinque di mattina di una luminosa giornata di fine settembre, ho finalmente mosso i miei passi verso il remoto alpeggio. L’estate era stata calda e asciutta e la grande facciata meridionale del Pizzone appariva riarsa e bruciata. Dalle rocce emanava un calore insopportabile, le zone erbose erano di un color giallo biancastro e gli steli si spezzavano al minimo urto. Al piano di Porettina tutto era silenzio; forse per la calura, forse per l’ora il paese sembrava abbandonato. Mi sono portato sotto la Motta dell’Orso pensando di imboccare il sentiero che passando per quell’emergenza entra poi nel cuore del Prata: il sole sarebbe giunto più tardi e avrei potuto fare la prima parte della salita nella relativa frescura della selva. La cicatrice biancastra di una grande frana, caduta qualche mese prima, tagliava però il tracciato nella sua parte più difficile ed esposta; quindi, volendo evitare inutili rischi, ho optato per l’antico sentiero quasi scomparso che sale più diretto, fiancheggiando un antico ghiaione di rocce nerastre. Caracollando sui grandi blocchi sono riuscito a raggiungere la sottile cresta oltre la quale sprofonda la gola della Trebecca e poi in un ambiente onirico e surreale ho raggiunto le baite abbandonate del Monte, poste su una dorsale fra i canaloni d’Ambiez e di Scarione. Strani rampicanti color grigio cenere dai quali sbocciavano fiori che poco avevano a che fare con questo pianeta avvolgevano le baite. Anche qui il silenzio era impressionante, accresciuto dall’assenza dell’amico scorrere dell’acqua o dal frusciare del vento; aggirandomi fra le dimore ormai diroccate sono incappato in alcune schegge dell’ormai ben nota sostanza nera e verde di cui avevo letto e che avevo sognato così tante volte. Si trattava di piccolissimi frammenti che tuttavia mi indicavano una strada. Sulla mia sinistra, allo sbocco di canali che “sprofondavano” verso altezze insondabili, avevano trovato attimi di libertà cascate ormai prosciugate delle quali rimaneva sulle

Ossidiana
Sparavera-ossidiana2-1180x463

rocce solo una nera traccia. Sul versante opposto dello Scarione si ergevano le rocce intoccate del Corno di Piodalancia e della Cima Lavina, ma adesso il sole batteva forte e il sudore bruciante offuscava i miei occhi. Mi attendevano ancora quasi 800 metri di dislivello lungo il ripidissimo lato destro dello Scarione e poi, finalmente, oltre la Sella di Sparavera sarei arrivato alla meta. Una traccia implacabile e senza punti di sosta, disegnata fra abeti spelacchiati e cadenti, mi ha infine portato sul valico e sotto i miei piedi s’è aperta la caotica voragine della Val Lobbia, incisa da una miriade di canali contorti, separati da costoni rocciosi sui quali, nei punti meno ripidi erano aggrappate zolle pungenti di festuca, a volte colonizzate da radi abeti e larici. L’ambiente mi appariva grandioso, irreale, oserei persino dire distaccato. Dal colle un valloncello erboso, in parte coperto dalla ganda, scendeva alle vicine baite. Sparavera! Poco dopo, assetato e febbricitante mi aggiravo fra i ruderi delle dimore; qualcuna era ancora abitabile, di altre non restava che qualche angolo o la sola base perimetrale al cui interno giacevano le travi e le tegole selvatiche del tetto crollato. Avevo un terribile bisogno di dissetarmi e prima ancora di indagare più a fondo ho perlustrato i dintorni in cerca di un ruscello o anche solo una stilla d’acqua. Sono così giunto in una piccola macchia di abeti cresciuta attorno ad un grande masso e, pensando che forse le piante prendevano acqua da qualche vena nascosta, mi sono avvicinato. In parte mascherato dai tronchi e dalla festuca, il masso si affacciava sulla Lobbia a un centinaio di metri da Sparavera. All’ombra delle piante ho ripreso un po’ di vigore, scoprendo, sotto il blocco, un vano che oltre lo stretto imbocco si apriva con una camera abbastanza confortevole. Alla ricerca di frescura mi sono infilato dentro, rincorrendo il suono di un debolissimo stillicidio che con mio grande sollievo si è rivelato un piccolo rivolo d’acqua. Con contorcimenti assurdi sono riuscito ad appoggiare finalmente le labbra alla roccia del fondo e a succhiare un po’ di liquido dal sapore terroso, ma in quel momento miracolosamente buono come la migliore acqua del mondo. È stato ritraendomi che un mio movimento ha provocato alla mia sinistra uno strano suono vetroso. Tastando nel punto in cui mi era parso fosse giunto il tintinnio, le mie dita si sono infine strette attorno ad un oggetto che ho capito immediatamente, essere una bottiglia; pareva tappata, ma il suo peso indicava allo stesso tempo che era vuota. Uscito all’aperto, mi sono messo a osservarla contro luce; si trattava di una normale bordolese color verde scuro, al cui interno pareva esserci un rotolo di carte. Incuriosito, ma incapace di stappare la bottiglia, ho dovuto romperla per estrarne il contenuto; erano pochi fogli vergati a matita con una grafia che verso la fine del documento tradiva spossatezza o qualche emozione forte e sgradevole, forse una tremenda angoscia. Dopo avere decifrato lo scritto, cosa non facile soprattutto nella sua parte finale, sono rimasto immobile, completamente attonito, incapace di connettere per alcuni minuti. Quelle carte erano state scritte da don Buzzetti nei giorni successivi la sua scomparsa ufficiale: svelavano forse un mistero rimasto insoluto per ottanta anni, ma gettavano una luce, ne ero certo, anche sui segreti che stavo cercando di svelare.

Dal colle un valloncello erboso, in parte coperto dalla ganda, scendeva alle vicine baite. Sparavera!Sparavera9

Il diario iniziava con la data del 14 luglio 1934 e più o meno riportava il resoconto che leggerete di seguito: «14 luglio – Ho lasciato Chiavenna il giorno 12 senza dare troppe indicazioni sul mio tragitto. A tutti ho detto di voler salire il Pizzo Badile, impresa che richiedendo almeno tre giorni mi permetterà di compiere ciò che devo. Tuttavia per non destare sospetti ho dovuto farmi vedere in Val Codera, dove ho salutato i miei cari fedeli di Codera, Saline e Bresciadega. Per lo stesso motivo, attraverso la Sceroia mi son fatto vedere alla Capanna Gianetti; nessuno deve sospettare della missione forse mortale che mi attende. Notte insonne causa violenti e ripetuti temporali che salivano dal lago di Como e sembravano ogni volta voler strappar via il tetto alla capanna; non c’era nessuno a parte il Giacomo Fiorelli e un ragazzotto. Il giorno dopo, partendo prestissimo, sono riuscito nella salita del Pizzo Badile percorrendo la via di Baroni e Lurani, facile e piacevole arrampicata anche se nebbia e neve mi hanno disturbato assai. Dopo una buona nottata di riposo, alle cinque di questa mattina mi sono alzato assieme al Giacomo e abbiamo fatto colazione. Nuove ondate di nubi grigie e collose salivano dal basso rendendo precaria la visibilità. Tanto meglio. Nonostante la Guida Fiorelli mi abbia sconsigliato cercando di trattenermi in tutti i modi, alle sei e tre quarti mi sono incamminato dicendogli che andavo verso il Pizzo Torelli e poi in Codera. Le nebbie mi hanno favorito e già poche decine di metri dopo, scomparivo alla vista entrando in un silenzio ovattato. Ho faticato non poco ad orientarmi, ma ieri avevo fatto qualche ometto che mi è stato di grande aiuto anche se, per un piccolo errore, sono finito al Bocchetto Torelli, ben sopra il più facile Passo del Porcellizzo. Non volendo perder tempo sono sceso in Val Codera percorrendo il ripidissimo canale che precipita da qui. All’intaglio ho costruito un ometto e ho messo in una scatoletta metallica un bigliettino sul quale ho scritto: “14 luglio ’34 – don G. B. C.A.I. Sez. di Chiavenna, passo Sceroia, capanna Gianetti, pizzo Torelli, bocchetto Torelli per Bresciadega.” Ho aggiunto la salita al Pizzo Torelli, forse per un pizzico di vanità alpinistica, ma in fin dei conti da dove mi trovavo, arrivare in vetta sarebbe stata una passeggiata da signorine. Una volta raggiunti i nevai e poi i gandoni della Val Codera, ho atteso le tenebre sotto un violento acquazzone con tuoni e fulmini. Per fortuna ho trovato un grande masso che mi ha riparato alla meglio. Fra qualche ora ripartirò col favore del buio. Da ora in poi dovrò essere invisibile. 15 luglio – Ho camminato per venti ore di fila. A Saline ho recuperato il fucile, i candelotti di dinamite e un lungo pugnale che avevo nascosto in un baitello; assieme alla mia piccozza saranno armi utili. Poi mi sono infilato su per il sentiero che percorre il crinale fra la Val Beleniga e quella dei Càser, un tracciato ripido, estenuante, ormai quasi cancellato dal tempo e dall’incuria. Al Basello, un piccolo spiazzo d’erba, oasi fra tanti orridi valloni, ho riposato qualche minuto per rifocillarmi e poi ho tagliato a sinistra la testata della Val di Càser, faticando non poco ad uscire dalla sua stretta gola di fondo perché il torrente, ingrossato dalle recenti piogge, precipitava a cascata con una violenza bestiale. Ho dovuto attendere qualche ora che le acque defluissero e dopo essermi quasi svestito ho affrontato la doccia gelata, proseguendo poi sui ripidissimi pendii erbosi dell’opposto versante. Non senza pericoli e patimenti, sono giunto infine sulla cresta sud del Pizzone. Da questo punto dovrò stare attento: di fronte a me, oltre la selvaggia gola principale del Prata, la Lobbia, scorgo fuochi e fumi. Là è Sparavera, la mia meta, forse l’ultima. Il giorno sta per finire ed è meglio che mi fermi al riparo del crinale. Compirò l’ultimo tratto di notte, sperando di non essere scorto da qualcuno di quei grandi esseri neri che di tanto in tanto vedo svolazzare come giganteschi e ripugnanti mosconi. 16 luglio – Sono partito circa verso la mezzanotte, non c’era luna e il buio era accentuato da fitti nuvoloni bassi che verso le due del mattino si sono abbassati ancor più coprendomi del tutto alla visuale. Alcuni pastori mi avevano detto che dal punto della cresta che avevo toccato c’era una traccia che scendeva nella Lobbia, ma senza luce è stato impossibile seguirla sebbene quando era ancora chiaro, mi è parso di scorgerla. Prima che calassero le tenebre, avevo valutato all’incirca il tragitto, contando la traversata di una decina di canali e valloni, alcuni dei quali sicuramente impervi e difficili come poi si sono rivelati. Nei passaggi più rischiosi, specie dove la roccia era friabile e rotta, il carico pesante mi ha spesso obbligato a fare due o tre volte il tragitto, portando man mano un po’ di peso ché, tutto assieme, mi avrebbe certo fatto cadere. Man mano mi avvicinavo all’alpeggio maledetto, si facevano sempre più distinti i canti che accompagnavano di certo qualche turpe rito. Alle prime luci mi sono trovato più o meno a metà della traversata e sono stato colto dal terrore di essere scoperto. Per fortuna le nebbie si sono mantenute basse proteggendomi; le urla, il cupo suono di tamburi e in ritmati canti di morte che giungevano da Sparavera, ora perfettamente udibili, mi hanno fatto da guida nel rimanente tratto. Alle 16 ho toccato il fondo della Val Lobbia. La roccia qui era rotta e fradicia, dalle crepe trasuda uno strano liquido cremisi e un lezzo insopportabile ed acre permea tutta la gola, percorsa da un magro ruscello. Mi sono protetto naso e bocca con la sciarpa che mi hanno regalato lo scorso anno i miei fedeli; ho messo allo scoperto, ben visibile sul petto, il crocifisso che porto al collo dalla nascita e ho affrontato il vallone. Di tanto in tanto, sopra di me l’aria era sferzata da sibili acuti prodotti dal passaggio delle nere creature che sembravano a guardia del luogo. In alcuni momenti le ho scorte avvicinarsi paurosamente fra i vapori e ho temuto che mi avessero individuato, ma probabilmente, un po’ grazie ai miei abiti grigi e verdi, un po’ grazie alla nebbia, sono sfuggito alla cattura certa. Ho impiegato due ore buone per uscire da quel putrido incubo, scalando con ogni cautela per non staccare sassi che,

Sparavera-buzzetti0001cadendo, avrebbero certo richiamato l’attenzione dei guardiani. Alle 17 la montagna ha preso a tremare, scossa da profondi boati che giungevano dal sottosuolo, contemporaneamente i canti e le urla orgiastiche sono aumentati di intensità e di violenza arrivando al parossismo; io stesso sono stato colto da una sorta di ipnosi dalla quale sono uscito solo con un enorme sforzo di volontà. Alla fine sono arrivato in una macchia di abeti aggrappata sulla rupe quasi verticale che precede l’alpe Sparavera: un grosso macigno che sporge dal pendio mi fa da riparo e qui passerò qualche ora per poi avvicinarmi al sacrilego luogo. 17 luglio – Ho passato tutta la giornata al riparo del masso, ma la pioggia che è caduta senza sosta ha impedito ogni azione. Non posso dire di essermi riposato gran che. In una pausa del maltempo mi sono spinto con grande cautela verso l’alpeggio giungendone in vista. Dalle poche baite salivano densi pennacchi di fumo e una litania sommessa della quale non sono riuscito a capire una parola; sembra che il tempo avverso abbia rallentato la liturgia che si stava celebrando. Sui pendii attorno all’alpe e fra le baite si aggirano come fantasmi inebetiti parecchi montanari, molti li ho riconosciuti, sono miei fedeli. Da qualche tempo, sospettavo che la nera epidemia avesse infettato anche qualcuno di loro; piccoli gesti, atteggiamenti inspiegabili, cambiamenti d’umore, sguardi opachi e furtivi mi dicevano che il tradimento serpeggiava anche tra i più cristiani, anzi forse più fra questi che fra i meno assidui frequentatori della parrocchia. Alle 14, sotto la pioggia battente, un gruppo di uomini si è allontanato entrando in Val Lobbia. Li ho seguiti e da una posizione riparata ho scorto la loro meta. Appena a valle del punto dove sono passato ieri, la gola è interrotta da una vasta spianata lastricata con enormi pietre squadrate e luccicanti. Tutto è invaso e quasi mascherato dalla vegetazione, molte pietre sono state sconnesse da frane e smottamenti che però non hanno minimamente intaccato la inquietante atmosfera di mistero e di antichità del luogo. Al centro svetta un grande monolite di quella roccia – o dovrei dire sostanza? – nera e verde che, ci hanno insegnato essere inequivocabile segno della turpe presenza. Nel punto in cui la spianata si appoggia al fondo del colatoio, si apre una fenditura dalla quale escono in gran copia i vapori che ieri mi hanno quasi intossicato. Riparandomi ancora una volta le vie respiratorie mi sono fatto coraggio e ho seguito il drappello infilandomi nella fenditura. Una specie di scala naturale, illuminata da una mucillagine azzurrognola e fosforescente che rivestiva le pareti granitiche, precipitava nel ventre della montagna. Non so quanti gradini più tardi mi sono trovato in una grande cavità ove la luce era accresciuta dal fuoco che divampava in enormi crateri di pietra ollare, finemente lavorati e istoriati con scene sacrileghe e ributtanti. Dal soffitto pendevano come muco lunghe stalattiti composte, si direbbe, della stessa mucillagine che rivestiva le pareti della scalinata. Il gruppo di infedeli si è disposto al centro della caverna, dove campeggiava un altro monolite meravigliosamente squadrato e scintillante di nero e verde; è difficile pensare che sia stato lavorato da mani umane tanto appare perfetto e lucente. Dopo una lunga attesa, ho avvertito un sinistro ticchettio come di punte ossute contro la roccia. Era un rumore sgradevole, spaventoso e parossistico, come se decine di queste punte si scaricassero senza un ritmo preciso sulle pareti. Il rumore, cui si è unito una sorta di viscido sciabordio, si è fatto via via più forte finché ho potuto capirne la provenienza: una galleria di notevoli dimensioni che si apriva in fondo alla volta. Alla fine l’Entità è comparsa, prima una terribile zampa articolata, lucida e violacea, poi un’altra e un’altra ancora mentre dal buio emergevano luridi tentacoli che sferzavano l’aria. Lentamente e solennemente il mostro si è assiso sul monolite estroflettendo dal ventre un’altra appendice che si è come fusa con la materia sottostante. Intanto gli uomini presenti si erano prostrati in adorazione, lanciando quelle che mi sono sembrate invocazioni di pietà e preghiere. Dopo diversi minuti il coro è cessato, e fra colui che pareva la guida del drappello e l’orrenda creatura si è instaurato un breve dialogo in una lingua a me sconosciuta. Poi gli uomini sono tornati allo scoperto e hanno iniziato a ripulire quel che resta dell’antica strada lastricata che da Sparavera porta alla spelonca. Da quello che ho appreso captando brandelli dei loro discorsi, stanno migliorando il tracciato per una processione che si terrà questa sera. Tornando verso il mio nascondiglio mi sono imbattuto in uno dei montanari che, staccatosi dal gruppo, stava facendo rotolare a valle dei massi per mettere in sicurezza il cammino sottostante. Senza esitare, come guidato da un comando superiore, l’ho accoppato con un colpo della mia piccozza scoprendo inorridito che dalle sue vene non usciva sangue ma un liquido giallastro e purulento, l’ho quindi spogliato nascondendo il cadavere. Gli abiti di quel pagano saranno utilissimi per il piano che ormai ho in mente… Ho atteso alcune ore pregando in silenzio Dio e tutti i Santi, ma in particolare la Madonna: ho bisogno di tutto l’aiuto ultraterreno e sono sicuro che l’avrò. Sono vestito con gli abiti del montanaro che ho ucciso; fra poco seguirò la processione portando sotto le vesti il fucile, ma soprattutto la dinamite e quando quei traditori dell’Umanità saranno impegnati nei loro turpi riti di fronte a quel dio, o semidio, piazzerò delle cariche iniziando dal monolite sulla piazza e poi lungo la scalinata e nell’antro principale. Userò al meglio gli insegnamenti sull’uso del tritolo che ho ricevuto dai cavatori della Val Codera; poi farò saltare tutto e se non dovessi riuscire a mettermi in salvo il mio sacrificio sarà comunque stato utile per debellare il Gran Male da queste montagne… è il momento della verità… In fede Don Giuseppe Buzzetti».

La cappelletta che sorge sulla sommità della Motta dell’Orso. Verso sud, la bassa Val Chiavenna e le Alpi Orobie
Sparavera10Ancora incredulo della mia scoperta ho accuratamente – almeno così credevo – messo via quell’importantissima testimonianza che faceva finalmente luce sulla leggendaria scomparsa di don Buzzetti e mi sono messo a fare qualche ricerca in loco. Sebbene ormai travolta dagli smottamenti, sono riuscito ad individuare la strada lastricata citata dal prete. Enormi blocchi sparsi, ma perfettamente squadrati, emergevano dal pendio come prue di navi in procinto di affondare; qua e là il tracciato si conservava ancora leggibile, cosa che mi ha consentito di raggiungere finalmente il fondo della gola. Sebbene quasi irriconoscibili, le aliene strutture ebbero l’effetto di riportarmi immediatamente ai miei incubi. Ormai distrutta, ecco anche la grande terrazza, quella dove nel sogno campeggiava il monolite nero e verde, quella sul cui fondo si apriva la fenditura che nei miei viaggi onirici non ero mai riuscito a superare, tanto era l’orrore che m’incuteva. Ora l’ingresso era però completamente ostruito da grandi macigni franati dalla volta; crollo sicuramente opera della dinamite piazzata dal prete chiavennasco, pensai. Neanche una mosca sarebbe passata nei pochi spazi fra un blocco e l’altro, ma quando mi sono avvicinato ancor di più, sono stato sgradevolmente colpito da un refolo d’aria gelida e puzzolente che usciva dall’oscurità; accostando l’orecchio alle fessure mi è parso anche di udire un frenetico ticchettio, ma forse era la stanchezza o solo il suono di forte sgocciolio che usciva deformato dalla cavità. Mi sono infine guardato attorno: incombeva su di me la parte alta del canalone, caotico accatastamento di rocce sbriciolate, fradice e instabili. Mi sovrastava sulla destra un pendio quasi verticale di erbe e rocce, mentre da sinistra giungeva un profondo e strettissimo camino alto diverse centinaia di metri. Alla disperata ricerca di un panorama meno ostile mi sono voltato verso l’esterno, ma le strette pareti, quasi fossero animate, sembravano volersi chiudere su quel po’ di luce, di verde e di cielo che vedevo verso sud. Senza un reale motivo sono stato colto dal panico, stato che si è accresciuto pochi istanti dopo, quando ho avvertito una strana vibrazione che permeava tutto il pendio. Senza voltarmi, inciampando più volte, sono fuggito all’impazzata; intossicato dalla sete e dalla fatica, ho raggiunto le baite e con le ultime forze ho obbligato le mie gambe riluttanti ad affrontare il breve ma ripido tratto di salita che portava alla vicina sella, ove ho trovato il coraggio di fermarmi a riprendere fiato. Seduto su una sottile cresta di granito sospesa fra un oscuro e profondo vallone ed il mondo di tutti i giorni, luminoso, verdeggiante e pieno di vita ho lungamente meditato su ciò che mi era successo. Questo crinale segnava idealmente il confine con dimensioni senza tempo, delle quali mi resta ancor oggi difficile dare una spiegazione raziocinante. Eppure ciò che ho letto, ciò che ho scoperto ne sono la conferma e la prova, ma come potrei essere creduto? Purtroppo, nella fuga il manoscritto di don Buzzetti, che avevo messo in una tasca, è scivolato fuori e l’ho visto disperdersi, silenzioso, lungo i ripidi pendii erbosi, scivolando nelle profondità della Val Lobbia. Recuperarlo sarebbe stato impossibile: non avrei mai avuto la forza, e soprattutto il coraggio, di scendere e poi risalire quei vertiginosi prati di festuca e rocce marce. Intanto il tempo si andava guastando e, sempre più indebolito, ho affrontato la discesa fino alle baite del Monte dove, finalmente, ho potuto dissetarmi grazie ad un rivolo che usciva da una fessura. Alle sei di sera, sotto una fine pioggerella ho finalmente raggiunto il piano di Porettina, ho gettato lo zaino nel bagagliaio e mi sono accasciato sul sedile. Forse è stato tutto un sogno, un incubo, forse tutto quello che ho scoperto e che mi è accaduto, è pura fantasia accresciuta dai miei stati paranoici e ansiosi. Alle mie spalle, il Pizzo di Prata è ora velato da pesanti nebbie. Sì. Forse è stato tutto un delirio. Mentre avvio il motore, un brontolio sinistro fa tremare la montagna e il fondovalle; istintivamente accelero e mi allontano, dando ogni tanto qualche fuggevole occhiata nello specchietto retrovisore; sul vetro, velato dalle gocce di pioggia, mi è parso di scorgere qualche cosa di nerastro volteggiare fra i valloni da dove provengo, ma è certamente un’impressione dovuta alla stanchezza e ormai sono lontano.

(1) Mitico libro di magia nera inventato da T. H. Lovecraft per dare verosimiglianza ai propri racconti; nel tempo la sua fama è cresciuta a tal punto che è spesso entrato anche in opere di altri scrittori.

Don Giuseppe Buzzetti in una foto che lo ritrae fra le sue montagne
Sparavera7Don Giuseppe Buzzetti
Giuseppe Buzzetti, nato a Chiavenna nel 1882, fu sacerdote e maestro elementare. Figura leggendaria di alpinista solitario e di grande talento, Buzzetti amava però anche condividere la gioia dell’andar per monti coi giovani, che, in comitive numerose, trascinava con entusiasmo sulle vette. Salì per primo la punta che, elegante e snella, porta il suo nome, per nulla “soffocata” dal vicino Pizzo di Prata e nel medesimo giorno calcò per primo anche la vetta della Punta di Schiesone. Tracciò molti itinerari arditi sulle cime di Val Chiavenna e Val San Giacomo e gli viene attribuita persino l’apertura, sempre in solitaria, di una via sulla parete nord del Pizzo di Prata, ostile muraglia granitica alta ben seicento metri. Fu sempre in solitudine che don Buzzetti scomparve sulle creste granitiche a cavaliere fra Val Masino e Val Codera il 14 luglio 1934. Partito da Novate Mezzola alcuni giorni prima, don Giuseppe celebrò la messa a Codera, guadagnò l’Alpe Sivigia e, attraverso il Passo della Sceroia, raggiunse la Capanna Gianetti. Il giorno 13 luglio il don salì sul Pizzo Badile per poi fare ritorno alla capanna. Il mattino successivo, pur sconsigliato dalla Guida Giacomo Fiorelli viste le condizioni meteorologiche poco favorevoli, don Buzzetti partì verso la punta Torelli con l’intenzione di scendere poi in Val Codera. Un banco di nebbia lo inghiottì e di lui non si seppe più nulla. Invano lo attesero a mezzogiorno gli abitanti di Uschione, dove soleva celebrare la messa domenicale. Partirono in molti alla sua ricerca e le indagini si protrassero per mesi. Furono scandagliate palmo a palmo la Val Codera, la Val Masino e la Val Bondasca. L’ultima traccia di don Giuseppe fu un biglietto, oggi irreperibile, contenuto in una scatola di latta trovata sulla cresta spartiacque fra Masino e Codera, presso il Bocchetto Torelli. Sacerdote di grande umanità, dal carattere talvolta schivo, “al Pret Buzett”, come spesso lo soprannominavano i suoi fedeli, lasciò una profonda traccia nell’animo di quanti lo conobbero. Bibliografia: Il prete scomparso, edito da CAI Sez. di Chiavenna, Chiavenna, 2002.