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Black box

Black box, resoconto di una scalata futuribile
di Giuseppe Popi Miotti

I bollettini non lasciavano dubbi: bello stabile per dieci giorni, temperature fra i 18,22 e i 23,6 gradi. Ieri le sei ore e venticinque minuti di leggera brezza da sud-est dalle 12.10 alle 18.15 sono state rispettate al secondo anche se è un caso: di solito ci sono scarti anche superiori al minuto. Le previsioni del tempo sono ancora ben lungi dalla precisione, ma vien da chiedersi come facevano gli alpinisti del passato quando i bollettini meteo o non c’erano o erano più che altro un terno al Lotto.

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Dopo una notte tranquilla nel sacco a pelo auto riscaldante della Mountainsoft, ho fatto una parca colazione e ho attaccato la vertiginosa parete del Prisma Eterno.

La muraglia, alta più di 2700 metri, appare all’occhio come una struttura quasi aliena; è un immenso parallelepipedo grigio scuro, composto da un coacervo di stratificazioni orogenetiche ove gigantesche bande di calcari e scisti che si sbriciolano al solo sguardo, intercalano fasce di granito e di gneiss compattissime, sulle quali solo le più raffinate tecniche di arrampicata artificiale consentono la progressione, seppur precaria.

Questa mostruosa struttura emerse durante la “Terza guerra patagonica”, dopo che una serie di intensi bombardamenti nucleari aveva sciolto la spessa coltre glaciale dello Hielo Continental e strappato la copertura granitica al Cerro Fitz Roy, mettendo a nudo il Prisma. La parte superiore è solcata da cascate d’acqua che sono spesso gelate e creano ulteriori problemi allo scalatore. Quando è caldo si devono affrontare difficilissimi passaggi su roccia fradicia e leggermente strapiombante, quando è freddo si deve porre mano a piccozze e ramponi, agganciati a patine di giaccio dello spessore di pochi millimetri e quasi improteggibili.

E’ nella memoria di tutti la sfortunata impresa dei due che tentarono la prima ripetizione. Un persistente freddo aveva permesso ai flussi ghiacciati di prolungarsi moltissimo verso il basso e gli scalatori, rinunciando alla ritirata, anzi, parendo loro un’occasione propizia, si avventurarono lungo di essi per ben 23 improbabili lunghezze di corda. Quando, al sedicesimo giorno di fatiche, erano quasi in cima all’ultimo verticale tiro e sentivano di aver vinto la loro scommessa, un repentino cambio delle temperature sciolse la sottile patina cui erano aggrappati con le inevitabili conseguenze. La “Via del lungo addio” è stata la prima a essere stata aperta sulla parete e si sviluppa per 65 lunghezze di corda con difficoltà minime di IX grado e A6+/GR/GRM+; senza contare le famose cascate di ghiaccio terminali: 90° continui per centinaia di metri. L’ambizione di compierne la terza ripetizione mi rodeva da mesi e mesi e aveva raggiunto livelli insopportabili, al punto che, non trovando compagni, dopo non poche titubanze mi ero deciso di tentare in solitaria. Ero ben allenato ed equipaggiato, ma ero anche spaventato a morte e per tranquillizzarmi almeno un poco, mi ero imposto di rischiare il meno possibile, mettendo in conto anche la ritirata al minimo segno di cedimento mio o del tempo. La sera, ai piedi del monolite avevo nuovamente passato in rassegna le attrezzature. Le scatole nere, preziosa invenzione che segnala ogni tipo di condizione potenzialmente pericolosa nei materiali, dicevano che tutto era a posto: usura delle pedule 0,5%, resistenza della lega di nut e friend 99,99%, fettucce e cordini al 95%, corde al 100% e così pure l’imbragatura; lo stesso valeva per piccozze, ramponi e chiodi; così almeno pareva.

Avevo dunque attaccato sereno, seguito dall’amico ronzio del drone di controllo che riprendeva ogni mia mossa rimandando le immagini al Centro di Coordinamento del Soccorso alpino, un’avveniristica struttura che, grazie a decine di migliaia di antenne, telecamere e processori, controlla le mosse di tutti gli alpinisti e gli escursionisti.

Si è inoltre deciso che il sistema CCSA+drone sarà messo a disposizione anche dei cercatori di funghi e dei cacciatori, portando la copertura di sicurezza al massimo oggi possibile. Al secondo giorno di scalata avevo già guadagnato circa duecento metri di dislivello. Dopo le micro fessure dei “Capelli d’Angelo”, dove avevo dovuto sfoggiare tutta l’audacia e l’abilità di artificialista estremo, mi ero avventurato lungo la “Fessura pulsante”, una spaccatura liscia, muschiosa e ‘off-width’ che solca la parete strapiombante per 110 metri. In pratica si tratta di una specie di camino-fessura svasato dove il corpo non può entrare del tutto, ma che, al tempo stesso, è troppo largo per poter incastrare la spalla. Il nome della fessura riporta all’ansimare e al batticuore che scatena la sua salita. Sulla microscopica cengia spiovente al termine di questo allucinante passaggio, recuperati i grossi sacchi con l’attrezzatura, acqua e i viveri per 20 giorni, avevo iniziato il lunghissimo “Traverso delle sfoglie”. Come avrete forse intuito si tratta di una traversata che percorre verso sinistra, in leggera salita, una delle tante stratificazioni della parete. In questo caso si scala lungo una nera banda di Scisti del Devoniano, talmente friabili e sottili che sembrano proprio gli strati di una sfoglia di pasticceria. Complessivamente la traversata si sviluppa per 10 lunghezze di estrema difficoltà e delicatezza: inoltre, cosa assai spiacevole, al suo termine si sono guadagnati solo 22 metri di dislivello. I punti di sosta sono più teorici che reali; i chiodi, infatti, tengono un po’ solo grazie al fatto che sono infilati nelle stratificazioni orizzontali, ma la pietra è talmente tenera che entrano (ed escono) usando la sola forza delle mani. Appigli e appoggi sono spioventi e spesso coperti da un velo di umidità che trasuda dalle pieghe della roccia: il superamento di questo tratto costituisce solo il primo dei purtroppo numerosi punti chiave della salita, oltre a essere un passo di non ritorno. Sotto i piedi dello scalatore la parete rientra di molti metri formando una sorta di enorme concavità talmente estesa che per tornare a toccare la roccia occorrerebbe una calata unica di 320 metri. Ero alla terza lunghezza di questo traverso marcio e precario; l’ultimo chiodo, un rurp messo male, era a 25 metri da me quando, con sibilo acuto e sgradevole, la “Scatola Nera delle fibre sintetiche” mi avvertiva che la corda aveva raggiunto un’usura del 42% (limite di sicurezza superato), l’imbrago aveva 4 punti di debolezza nelle cuciture, i 3 rinvii a disposizione erano inutilizzabili.

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Pochi minuti dopo si è fatta sentire anche la “Scatola Nera dei metalli non acciaiosi” avvertendo un problema nelle camme dell’unico friend che sarebbe andato bene nella fessura che avevo faticosamente raggiunto. Mi sono guardato attorno smarrito. Ma come? Ieri le Scatole Nere dicevano che tutto era in ordine! Che stava succedendo? Per fortuna – avevo pensato – il localizzatore GPS inserito in ogni Scatola Nera e anche la nuova App del Soccorso alpino per smart phone GeoRef, avrebbero consentito di attivare l’allarme ed in breve questa avventura si sarebbe conclusa felicemente.

Per maggiore sicurezza mi ero anche appena fatto iniettare sotto pelle il nuovissimo microchip ‘ultima chance3′ e poi potevo contare anche sul fidato drone di sorveglianza globale: ero in una botte di ferro. In ogni caso era meglio dare retta alla tecnologia e arrestare la salita. Inizialmente avevo pensato di calarmi lungo la concavità sotto i miei piedi usando il cordino di kevlar da 400 metri che avevo portato in emergenza, ma anche per il kevlar i segnali della Scatola Nera indicavano problemi: non avrebbe retto uno sforzo oltre misura. Dunque non c’era altro da fare che trovare un posticino comodo il più possibile e attendere. Trovata una posizione sopportabile, avevo immediatamente pensato di avvertire casa che tutto era a posto, ma sfortunatamente, cercando di sistemarmi al meglio in attesa dei soccorsi, un movimento brusco mi aveva fatto perdere il telefono. Tuttavia, come ben sapete, se la posizione di uno scalatore rimane inalterata per oltre 30 minuti, il dispositivo di soccorso viene immediatamente attivato dai sensori sparsi un po’ ovunque nelle attrezzature, a meno che non siano resettati grazie a un mini trasmettitore che riporta la conta del tempo di sosta a zero. In questo caso non mi restava altro che far trascorrere pochi minuti e ben presto sarei stato recuperato. In quel momento anche la Scatola Nera del drone ha cominciato a segnalare qualche disturbo al velivolo. Che diavolo poteva esserci? Aveva un’autonomia garantita di tre giorni e a mio parere c’era ancora tempo per sostituire le batterie. Comunque, per precauzione l’avevo richiamato e una volta afferratolo gli avevo dato una rapida verifica, trovando conferma che se problema c’era non era legato all’esaurimento energetico. Non riscontrando altri difetti l’avevo fatto ripartire, sebbene la Scatola Nera continuasse a suggerirmi che non era il caso; il marchingegno aveva finalmente individuato il problema e, a suo dire, il perno di un rotore stava indebolendosi a vista d’occhio. Tornato a librarsi alla mia altezza il drone aveva però ripreso la sua posizione, fissandomi con l’inquietante occhio sferico e vacuo della sua telecamera. Avevo appena finito di pensare che una volta tanto la tecnologia stava mostrando i suoi limiti che, con un sibilo sferzante, sono stato pericolosamente sfiorato da una delle eliche staccatasi in seguito al cedimento del famoso perno, come predetto dalla Scatola Nera. Dannazione – avevo pensato – sarebbe il colmo lasciarci la pelle a causa di un aggeggio che dovrebbe garantire la sicurezza. Che avrebbero scritto sulla mia lapide? Forse… «Sfuggito alle insidie dell’alpe, a cadute di pietre e a valanghe, vincitore delle più impervie pareti, saliva fra gli Eccelsi colpito da un’elica assassina.» Che vergogna! Comunque sarebbe stata una morte meno vergognosa di quella di quel tale di cui lessi l’epigrafe tempo fa. Sicuramente apparteneva a quello sparuto gruppo di scalatori che, elevandosi a depositari di ancestrali etiche, propugnavano l’abbandono di qualsiasi tecnologia di sicurezza in montagna, comprese le più elementari, come il telefono cellulare o il cosiddetto ARTVA, da usarsi d’inverno e ancora oggi quasi insostituibile, a ben centovent’anni dalla sua invenzione. Appeso alla mia sosta in attesa dei soccorsi ero tornato con la mente a qualche anno prima, quando in una giornata livida, ancora solcata dai lampi post atomici, ero salito fra i torrioni ormai cadenti delle Grigne. Aggirandomi fra i calcari, cercavo invano qualche profilo noto. La Guglia Angelina? il Sigaro Dones? l’Ago Teresita? Nulla, nulla; le rocce erano annerite… vetrificate… cambiate anche nei colori. Fra il pietrame emergevano i frammenti, a volte leggibili, delle centinaia di lapidi che, in una macabra collana divenuta folklore, decoravano un tempo le basi dei torrioni. Fra due blocchi più grossi ne avevo scorto una delle più recenti, forse messa pochi giorni prima della catastrofe. Mancavano alcune parti, ma si decifrava benissimo. Diceva: «Emilio C… 2002-2025. Non aveva la Scatola Nera, l’App del Soccorso alpino, il telefono cellulare, il Microchip ‘ultima chance’. E’ MORTO DA UOMO LIBERO!».

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Pazzo rivoluzionario! – avevo pensato – e pazzi esaltati i suoi amici che lo celebravano come un eroe martire. Per fortuna, dopo il Conflitto, con l’instaurazione del nuovo Governo globale, gente come quel tal Emilio C… era quasi scomparsa, grazie ai severi controlli della WMP (World Mountain Police) che imponevano il rispetto delle normative sulla sicurezza. Chiunque affrontasse una gita o una scalata doveva possedere almeno sei apparati di localizzazione e comunicazione, doveva disporre di materiali certificati e testati dal GMTDC (Global Mountain Tools and Devices Commitee) rinnovati annualmente o sottoposti a verifica periodica, avere il certificato medico settimanale e copia dell’elettrocardiogramma giornaliero. Comunque, devo ammetterlo, le pur farneticanti teorie di quegli estremisti mi affascinavano.

Immerso in queste elucubrazioni e sottilmente irretito dal conflitto etico che nonostante tutto mi tormentava facendomi sentire come Jeckill e Hide, non mi ero accorto che l’efficiente macchina dei soccorsi si era messa in moto e mi aveva raggiunto. Alle mie spalle quello che si stava avvicinando non era un drone, ma il più moderno velivolo di soccorso mai visto sui monti. E adesso finalmente lascerò questa ributtante parete nera. Ora che la salvezza è vicina guardo con terrore ciò che mi circonda e non riesco a trattenere un brivido. Come ho potuto pensare di sfidare il Prisma Eterno? Vedo velivolo fermarsi sopra la mia testa e poco dopo un lucente verricello con tanto di soccorritore mi viene calato dall’alto. Lentamente l’uomo mi raggiunge e con abili manovre mi aggancia alla salvezza. Non resta che risalire verso la carlinga. Il vuoto si fa ancor più assoluto e fra lo speranzoso ed il fatalistico guardo verso l’alto il sottile filo d’argento che si assottiglia fino a scomparire nel velivolo. Un piccolo strattone ed eccoci proiettati lontani dalla muraglia rocciosa per iniziare la lenta ascesa. Ad un tratto la Scatola Nera del mio “angelo” sbraita. Ho un groppo alla gola, ma lui mi tranquillizza dicendo che il cavo ha ancora due calate di margine e non corriamo pericoli.

Finalmente entro nella spaziosa cabina del nuovo elicottero del Soccorso alpino, un quadrirotore a sei turbine dotato di ogni strumento di sicurezza. Due medici e un’infermiera si prodigano somministrandomi un calmante e controllando i miei dati vitali. Tutto sembra OK e mi sto rilassando quando con un sibilo la scatola nera collegata ai rotori indica un malfunzionamento futuro possibile. Il pilota si consulta e poi, sereno, ci relaziona sui fatti: una pala del rotore posteriore di destra dovrebbe cedere fra sei gironi esatti, ma per ora gira a meraviglia. Non ha finito di parlare che parte anche la Scatola Nera di una turbina e poi, in uno stonato coro, ululano almeno altre dieci Scatole Nere. La meno preoccupante è quella della suola di una scarpa dell’infermiera che sta raggiungendo l’usura massima consentita dalle norme CEE. Ognuno passa all’azione per verificare la veridicità delle segnalazioni e il grado di pericolosità possibile poi, dopo lunghi minuti di suspense, ogni aggeggio cessa il suo canto, riportando un po’ di pace nella cabina. Ora è tutto finito: posso volare sicuro verso casa dove racconterò della mia incredibile avventura. Ma… che succede? Questo gracchiare è diverso dagli altri suoni emessi dalle Scatole Nere. E’ inconfondibile. Ci guardiamo tutti smarriti: la SCATOLA NERA delle Scatole Nere annuncia che fra pochi secondi tutte le sue “dipendenti” e poi anche lei si spegneranno causa l’usura dei circuiti 45rt128/xcv e 763/11Lw…
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Il più grande arrampicatore del mondo

Il più grande arrampicatore del mondo
di Gianni Battimelli (Batman)

Beh, questo è poco più che uno scherzo, ma tant’è… Ci sono affezionato perché è un omaggio a un amico… anzi a due amici, uno è quello di cui si parla, l’altro è Bernard Amy, al cui racconto Le meilleur grimpeur du monde si fa riferimento nel titolo (Bernard, poi, è stato così gentile da pubblicare la traduzione francese su Altitudes, qualche anno fa).

Ci sono alcuni – pochi, in verità – per i quali è fin troppo chiaro che l’arrampicata resterà sempre un gioco proibito, quelli di cui si dice che sono negati, impediti da qualche insuperabile forma di goffaggine o di deficienza motoria, o più spesso da blocchi di natura psicologica. Poi c’è la grande maggioranza di coloro che con un adeguato periodo di tirocinio arrivano a muoversi nella dimensione verticale con maggiore o minore confidenza, quelli che costituiscono la vasta schiera degli amatori e dei dilettanti, per cui il puro piacere dell’arrampicata è ricompensa sufficiente al moderato investimento che il raggiungimento del loro modesto livello tecnico ha richiesto. Quindi vengono quelli che possiedono una sorta di predisposizione naturale, per i quali tutto sembra semplice fin dall’inizio perché, come si suol dire, sono portati naturalmente, e che tra l’invidia malcelata degli altri raggiungono con irrisoria facilità le punte alte della prestazione sportiva, e veleggiano intorno al mondo esclusivo delle competizioni di alto livello. E poi ci sono quei rari esemplari che sfuggono ad ogni classificazione, per i quali le parole ordinarie non bastano a dire la qualità e l’eleganza del movimento, che possono solo essere collocati in una categoria separata in cui alla perfezione gestuale e all’efficacia atletica si uniscono per divinazione naturale una spontaneità e una leggerezza fuori della portata dei comuni mortali, cui si guarda come un dono naturale alle cui manifestazioni si è grati di poter assistere. Fin dai primissimi esordi, Max era tra questi.

Jonathan Siegrist a Smith Rock
Il-più-forte-Jonathan-Siegrist-Climbing-1Si dice che da piccoli tutti abbiamo provato piacere ad arrampicare, a sfidare la gravità nello stesso momento in cui cominciavamo ad imparare a tenerci dritti e a camminare. Max esibì subito questa naturale predisposizione al movimento verticale in maniera del tutto speciale, trasformando fin dai primi passi quello che per i suoi coetanei era solo un apprendistato per la deambulazione in un esilarante gioco gratuito condotto con infinita capacità motoria e regolato da un principio di puro piacere per la dissipazione di un’energia fisica di cui sembrava possedere una riserva inesauribile. I suoi primi obiettivi furono quelli naturali per la sua età: sedie, tavoli e qualunque altro ostacolo disponibile entro le mura dell’appartamento, cui si aggiunsero rapidamente muretti ed alberi appena fu in grado di muoversi liberamente all’aperto. Nulla gli resisteva, né era per lui possibile resistere alla sfida presentata da qualsiasi struttura verticale che si prestasse ad essere salita, con tanto maggiore veemenza quanto più l’impresa si presentava all’apparenza complessa e difficile, e meglio ancora se qualcuno aveva l’imprudenza di dichiarare che si trattava di un’arrampicata impossibile, fuori della sua portata. La smentita giungeva immediata, in una folgorante esibizione di destrezza in cui l’invenzione del gesto necessario per risolvere il nuovo problema sembrava scaturire senza premeditazione, in modo del tutto naturale, nel momento stesso della sua impeccabile esecuzione. Il suo repertorio di tecniche e di movimenti si arricchiva continuamente, mentre cresceva di pari passo la lista degli ostacoli di cui aveva avuto ragione.

Non si trattava, evidentemente (non ancora) di grandi salite, e nemmeno di autentici problemi di arrampicata su strutture di un qualche respiro. Man mano che la sua naturale abilità si raffinava e si arricchiva il suo bagaglio motorio, Max soffriva della sua condizione di solitario e della limitata autonomia di movimento, che confinava le sue scorrerie arrampicatorie a quel tanto di ostacoli disponibili nelle vicinanze immediate dei suoi luoghi di residenza. Suo fratello si mostrava del tutto refrattario al contagio della passione verticale: le rare volte che aveva provato ad emularlo i tentativi si erano risolti in una serie di goffi fallimenti che avevano definitivamente smorzato in lui ogni residuo di improbabili iniziali entusiasmi. Le ambizioni di Max crescevano invece di pari passo con le frustrazioni del suo compagno di giochi. Le prime vacanze estive li avevano portati nella valle di Chamonix, al cospetto delle guglie granitiche del Monte Bianco. Mentre suo fratello razzolava nel giardino dello chalet, Max scrutava le alte pareti di granito inondate di sole, sognando i giorni che sarebbero venuti, in cui sapeva che avrebbe dato prova delle sue capacità salendo quelle lastronate gigantesche, tracciando itinerari arditi ed impensabili lungo le placche e gli strapiombi. Intanto, doveva contentarsi di sfogare la sua esuberante vitalità sui problemi che inventava quotidianamente nei dintorni più immediati.

Nei mesi successivi era stato condotto in altri luoghi che avevano acceso la sua fantasia: si era affacciato dalle terrazze dei belvederi nelle gole del Verdon, da dove aveva contemplato affascinato gli arrampicatori che risalivano le immense pareti di calcare, paragonando la fatica del loro incedere con la leggerezza con cui, ne era certo, avrebbe saputo muoversi su quello stesso terreno, beffandosi del vuoto e delle difficoltà; ed era stato accompagnato a conoscere la neve sugli altopiani dell’Appennino, al cospetto delle grandi montagne del massiccio del Gran Sasso nella loro severa veste invernale. Un giorno, Max sognava, tutto ciò sarebbe stato il suo regno, dove si sarebbe mosso con la signorile eleganza che segnava la sua presenza. Nella biblioteca di casa, aveva notato un libro il cui titolo lo aveva affascinato: “Il più grande arrampicatore del mondo”. Max non poteva leggerlo, ma sapeva ciò che quel libro non poteva sapere, cioè che in esso in realtà si parlava di lui, e che un giorno lo avrebbe dimostrato. Intanto cresceva; da piccola creatura diabolicamente agile si era trasformato in una splendida macchina motoria, una massa elegante e compatta di muscoli slanciati in un corpo liscio e asciutto. Continuava a farsi gioco delle difficoltà di qualsiasi problema; e se ne “faceva gioco” in ogni senso, non tanto per la derisoria disinvoltura con cui veniva a capo di una sequenza inedita di movimenti quanto per il carattere totalmente e gratuitamente ludico delle sue prestazioni. Alle esclamazioni di stupore che accompagnavano ogni sua nuova dimostrazione di abilità arrampicatoria, rispondeva senza parole con un’espressione vagamente sardonica e beffarda, che avrebbe potuto apparire arrogante, se non fosse che in realtà da essa emanava piuttosto la tranquilla coscienza di una superiorità che sarebbe stato ipocrita fingere di ignorare, quella di chi sa di possedere un sapere di fronte a cui non esiste ostacolo in grado di resistere. Finchè venne il giorno in cui Max incontrò il passaggio in grado di fermarlo.

Jonathan Siegrist su Le Rêve (Arrow Canyon, Nevada)
Il-più-forte-lereve-klonblogNon era nemmeno una struttura particolarmente alta, o dalla conformazione radicalmente diversa da quella di tante altre di cui aveva avuto ragione con la sua usuale leggerezza. Ma era un ostacolo che sembrava costruito appositamente per opporsi specificamente alle sue possibilità, come se qualcuno avesse deliberatamente disposto le rare prese e gli appoggi della sezione terminale del passaggio in modo da renderlo morfologicamente impossibile per lui. Al primo tentativo, Max dovette accettare con stupore l’esperienza sconosciuta del fallimento. Al secondo, lo stupore si convertì nell’attonita constatazione che esisteva, dunque, qualche ostacolo capace di resistergli. Questa scoperta cambiò in modo percettibile il suo comportamento: la spavalda macchina da arrampicata che non conosceva sosta né interruzione di attività si incontrava sempre più spesso in momenti di pigrizia rilassata, sdraiata su un divano in apparente contemplazione del vuoto, refrattaria ad ogni stimolo, perduta in fantasticherie inafferrabili e sorda al richiamo dell’azione. Si pensò e si disse allora che crescendo Max avesse perso la disposizione e l’entusiasmo infantili per la scalata, assumendo con il passaggio all’adolescenza i caratteri più posati dell’età matura. Mai previsione si rivelò più errata. Nell’apparente indolenza dei suoi giorni di inazione, Max studiava: dietro quella che sembrava una rinuncia all’esercizio fisico si celava una totale concentrazione sulle più profonde modalità della pratica di quell’esercizio. I suoi lunghi periodi di inattività erano in realtà meditate fasi di ricarica, in cui accumulava energie e costruiva dentro di sé le regole per rilasciarle efficacemente al momento opportuno; e mentre giaceva ad occhi chiusi, sdraiato in orizzontale, montava e fissava nella memoria i gesti verticali che avrebbe dovuto compiere. Max non arrampicò mai tanto intensamente quanto in quel periodo in cui non fu mai visto arrampicare.

Accadde tutto in una manciata di secondi. Max si trovò alla base del passaggio proibito, e poi alla sua sommità, raggiunta con una sequenza di movimenti di ineguagliabile fluidità concatenati senza sforzo apparente, che nessuna analisi avrebbe saputo ricostruire e che pure erano, nello spazio di un attimo, diventati realtà. Ritto sul culmine dell’ostacolo superato, Max seppe con definitiva chiarezza di essere stato, per l’intervallo di un momento irripetibile, il migliore arrampicatore del mondo. Là in alto comprese che gli era stato concesso ciò che è negato a tutti coloro che amano la scalata, e che costituisce il loro tormento e l’alimento della loro passione: essere arrivati davvero in cima. E che tutte le altre cime, dunque, non avevano più importanza.

Max è ancora cresciuto. Arrampica ancora, ogni tanto, e nelle sue saltuarie esibizioni verticali non è difficile riconoscere le tracce dell’antica sapienza. Ma non ha più la determinazione unilaterale, la smania frenetica di un tempo. Passa spesso le serate sdraiato sulle mie gambe, agitando lentamente la coda, il peso compatto del suo corpo allungato in posizione rilassata, ronfando lentamente di un tremito profondo di energia contenuta, osservandomi con uno sguardo di grande saggezza. Sappiamo benissimo, tutti e due, che non ha più nulla da dimostrare a nessuno.

Il-più-forte-gatto Rufus

postato il 14 novembre 2014

 

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La svalutazione della montagna – 02

Svalutazione della montagna 02
Il primo ad accorgersi della svalutazione dell’alpinismo, nei tempi moderni intendo, è stato Reinhold Messner, che nel 1968 scrisse un articolo, che risultò poi fondamentale, dal titolo L’assassinio dell’impossibile. Denunciava la tecnica che stava invadendo il nostro alpinismo; e prima o poi questa avrebbe ucciso il drago, cioè la montagna. Allora dire tecnica era dire soprattutto i chiodi, però in questi quasi cinquant’anni molto è cambiato, nel senso che oggi si può dire che tecnica sia tutto, non più certamente soltanto i chiodi o il materiale estremamente studiato e provato; oggi c’è l’alimentazione che evidentemente ha permesso tante nuove cose, l’allenamento specifico per le diverse discipline; le previsioni meteorologiche che sono ormai quasi infallibili; un soccorso alpino efficiente, almeno per le Alpi; comunicazioni satellitari.

La salita al Monte Bianco, miraggio di tanti, è significativa spia di generale mancanza di fantasia
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Se era facile eliminare il chiodo, portandone meno con noi, è molto più difficile oggi rinunciare a una tecnica base di comportamento, che tutti ormai abbiamo assunto. Ed è anche vero che questa tecnica di comportamento è la base della moderna attività alpinistica, delle opere d’arte, degli exploit e delle piccole opere di artigianato; non si può insomma rinunciare alla nuova tecnica globale.

La competizione non è l’unico elemento che spinge al nuovo e che muove l’alpinismo in senso evolutivo; anzi è un piccolo elemento, forse minore. Altrimenti, si dovrebbe sostenere che per creare una grande opera d’arte, per esempio di pittura, si debba fare una gara di pittura tra i pittori; li mettiamo tutti lì in una sala, gli diamo tre giorni di tempo e vediamo quello che fa il quadro più bello; questo è ridicolmente assurdo, ogni artista deve essere libero di esprimersi come meglio crede nel proprio isolamento, nel proprio raccoglimento, da solo con se stesso e con la propria tela, che è lì vuota ad aspettare. Se si riduce tutto a competizione si uccidono fantasia e creatività; penso che questo l’abbiano capito in molti, anche fra i giovanissimi free climber: alcuni tra coloro che hanno sperimentato le competizioni hanno riferito che in gara il loro gesto risultava abbastanza impoverito e che si sentivano non liberi di esprimersi come meglio potevano; altri invece sostengono il contrario.

La competizione oggi è in Himalaya o in Patagonia; mi chiedo, quando vedo un exploit, quanta creatività ci sia dietro. Mi piace indagare su ciò che l’uomo ha potuto creare facendo quella cosa; oppure su quanto conformismo ci sia dietro, conformismo alpinistico, cioè il seguire le idee degli altri, inseguire le prassi altrui. Per esempio io non sono un grosso ammiratore delle salite superveloci. Dico bravi ai velocissimi, però il mio cuore rimane un pochino estraneo a questo tipo di cose.

Penso che bisogna avere il coraggio delle proprie intuizioni, poiché esse sono la cosa che manda avanti l’alpinismo; l’esibizione pura e semplice dei muscoli mi ha sempre lasciato abbastanza freddino. In più la competizione da sola fa perdere anche il senso personale dell’andare in montagna; non può più essere la sola vittoria la motivazione per andare avanti. Quando non c’è più la vittoria, e questa può non esserci sempre, spesso la passione può scemare: è la «svalutazione della montagna». La montagna è svalutata proprio a causa della passione che diminuisce, che tende quasi a zero se è dominata da una competizione che per il singolo solo raramente è vittoriosa. Non vedo altre fonti che amore e rapporto individuale per sviluppare creatività e fantasia; oggi, invece che sull’assassinio dell’impossibile, occorrerebbe scrivere un articolo sull’assassinio della fantasia, perché mi sembra che da più parti questa sia trascurata. C’è anche chi dice: ma che cosa si può fare oggi, di nuovo? I vecchi ci hanno lasciato molto poco da fare.

La salita all’Everest, velleità di facoltosi, è precisa denuncia del malessere alpinistico
Svalutazione2-Coda-in-salita-allEverest-2Foto-Simone-Moro

La schiodatura della via Maestri al Cerro Torre da parte di Jason Kruk e Hayden Kennedy, indipendentemente da come la si giudichi, è spia di totale spegnimento di creatività
Svalutazione2-10558Non sta a me indicare a un giovane che cosa deve fare e certamente non lo ha fatto Cassin e neanche mai Bonatti, come Buhl o Desmaison; eppure, qualcuno che ha fatto qualcosa più di loro c’è stato. Anche oggi, se un giovane assimila tutto quello che c’è da imparare di tecnica, di storia dell’alpinismo e di arrampicata sportiva, di boulder, di cascate di ghiaccio, ecco che produrrà sicuramente altri exploit che avranno di nuovo le caratteristiche dell’opera d’arte.

Sponsorizzazione ed esibizione non sono preoccupanti; comunque la produzione di opere d’arte avverrà in silenzio e in solitudine, questo è sicuro, perché è sempre stato così. Si va oltre gli sponsor, si va oltre le esibizioni e i media, si va oltre perché a quel punto si rimane soli, si parte da casa con questi aiuti, ma poi là è tutto diverso, in una dimensione che non può essere ridotta a spettacolo.

Quando c’è solo competizione esasperata, quando cioè si perde di vista il proprio rapporto con la montagna, essenziale, di equilibrio, di serenità, penso ci sia addirittura pericolo di vita.

In Himalaya sono avvenute tragedie che dovrebbero far riflettere; se ricordo il maledetto 1986 al K2, è esemplare il raccapricciante racconto su Alpirando che ne fece Michel Parmentier. Chi sa leggere tra le righe capisce che Parmentier racconta che quelle persone avevano perso di vista il loro «proprio» modo di essere in montagna per una frenesia competitiva di cui a tavolino stentiamo a capire il senso.

Il compressore di Cesare Maestri, abbandonato a poca distanza dalla vetta al Cerro Torre, è un monumento alla colonizzazione e al suo tempo
Svalutazione2-Compressore Cerro TorreUn grande dell’alpinismo del sesto grado degli anni ’30, Giovan Battista Hans Vinatzer, di Ortisei, proprio a proposito della competizione e del rapporto di se stesso con la natura e con la montagna, mi disse una volta che lui spesso aveva avuto paura: un chiaro sintomo d’amore e di equilibrio con la montagna, forse il più evidente, perché quando c’è la paura vuol dire che c’è questo rapporto. Vinatzer ha avuto paura quando si trovava in alcune situazioni un po’ pericolose, perché magari era su un passaggio dove non poteva più né salire né scendere. Allora lui chiedeva alla roccia di «farlo salire». Proprio così: «… e mi facevo salire dalla roccia». Direi che questo forse riassume nel modo più semplice quello che voglio dire a proposito di un rapporto con la montagna che non va assolutamente svalutato.

postato il 13 ottobre 2014

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Le vie ferrate

Dopo ben più di due secoli di storia, nel rapporto e­tico, sportivo e turistico uomo-montagna, spicca oggi una problematica assai forte: è giusto accettare, e magari anche promuovere, l’apertura al pubblico di al­tre vie ferrate in monta­gna?

Dopo le prime esplorazioni a carattere quasi scienti­fico, le vette delle Alpi hanno visto susseguirsi nel tempo molti atteggiamenti diversi dell’uomo che le av­vicinava e le saliva: alla conquista romantica ha fatto seguito l’epopea eroica del sesto grado e ad un successivo artificialismo degli anni ’50 e ’60 si è sostituita l’attuale cosiddetta arrampicata libera con tutte le sue varianti.

Ciò non ha impedito che nei singoli periodi in cui do­minava un’ideologia fosse presente e ogni tanto emer­gesse qualche isolata ribellione, qualche atteggia­men­to contrario. Ci sono sempre state discussioni, pole­miche e diatribe molto accese e prolungate. Tanto per citarne qualcuna, l’uso o meno dei chiodi all’inizio del ‘900, le manovre di corda e il tecnicismo nell’e­poca d’oro del sesto grado, il rifiuto dell’artificia­le spinta e delle super direttissime fiorito già alla fine degli anni ’60. E poi, ancora, processi alle cor­de fisse, allo “stile spedizione”, ecc.

Via ferrata
vie-ferrate-apuaneIn ultimo, ecco apparire lo spit, imputato numero uno degli anni ’80 e ’90: qualcuno vorrebbe eliminare to­talmente questo strumento per lui mistifica­torio, al­tri lo considerano necessario come il guard rail del­l’autostrada. Ricordo qui che lo spit è l’evoluzione del vecchio chiodo ad espansione, ancoraggio quindi fisso e duraturo, che altera permanente­mente la super­ficie rocciosa e ne condiziona comunque la scalata.

Presi dalla stessa passione, magari punti nel vivo da qualche riferimento a se stessi, gli alpinisti si sono sempre gettati con accanimento a difende­re le proprie posizioni e, in questo, tutto il mondo è stato paese, dall’Eu­ropa all’Ame­rica. Ognuno cercava di dimostrare, con i migliori argomenti a sua disposizione, che si aveva diritto a fare questo e quest’altro, che si ave­va torto a fare questo e quest’altro. Qualcuno assume­va posizioni intermedie, altri ci facevano sopra dell’ironia.

L’arrampicata sportiva, i cui contorni hanno incomin­ciato a delinearsi con precisione dopo la breve sta­gione del free climbing (cioè “arrampicata libera” in senso stretto), più o meno agli inizi degli anni ’80, non si è rivelata diversa sostanzialmente: anche qui infatti le discussioni non sono mancate e non mancano, anche se l’etica di comportamento non vuol più essere misurata in un confronto con la montagna, bensì in un confronto tra atleti.

Ma cos’è una via ferrata? È un percorso attrezzato in maniera permanen­te per raggiungere una vetta o per traversare da una località ad un’altra. Spesso ricalca vecchie vie alpinistiche, ma altrettanto spesso segue un itinerario del tutto nuovo che, assai illogicamen­te, va a passare esatta­mente dove il vuoto è più sen­sibile e la verticalità è maggiore. Perché, se all’i­nizio della storia delle vie ferrate lo scopo era quello di far percorre­re con una logica ed un rispar­mio di ferro ciò che era impossibile al turista, oggi al contrario il ferro si spreca proprio perché il gio­co consiste nel percorrere precipizi e strapiombi il più emozionanti possibile.

Non voglio affrontare le problematiche relative alle ragioni per cui sono state costruite tante vie ferra­te: qualcuno ha certamente avuto il suo interesse, co­me a suo tempo è successo per i bivacchi fissi che og­gi cadono a pezzi da soli.

Diverso dalla via ferrata è il sentiero attrezzato. La Via delle Bocchette in Brenta, come il Sentiero degli Alpini di Val Fiscalina e tanti altri hanno valide ra­gioni storiche, culturali e quindi anche turistiche per essere stati realizzati e mantenuti in ordine. Le opere fisse sono ridotte al minimo, il percorso ha una sua logica geografica e storica, quindi una sua preci­sa giustificazione. Mi spingo perfino ad affermare che anche i vari “sentieri dei cacciatori” che affollano le Alpi hanno una loro idea di fondo: i per­corsi della selvaggina sono certamente i più logici di tutti e co­me tali vanno apprezzati, non solo dai cacciatori ma anche da tutti coloro che vogliono capire come sono “fatte” le montagne e vogliono respirarne a fondo la tridimensionalità.

La via ferrata di Castel Drena (Valle del Sarca)
vie-ferrate-CastelDrenaper-bambini-2Il fenomeno delle vie ferrate nasce già alla fine dell’800 (vedi i casi del Cervino e del Dente del Gi­gante), ma è soltanto dagli anni ’60 in poi che assi­stiamo ad un impressionante moltiplicarsi di itinerari più o meno attrezzati. Specialmente nelle Dolomiti, ma anche nelle prealpi calcaree trentine, venete e lom­barde, si fa ormai fatica a tenere un catalogo aggior­nato. Anche in Germania ed Austria il fenomeno ha pre­so piede, ma con maggiore moderazione. I tede­schi hanno infatti preferito riversarsi sulle nostre vie ferrate, a tal punto da loro ben conosciute da ri­conoscercene l’invenzione: “via ferrata” è infatti il termine da loro usato nel linguaggio corrente, al po­sto del meno frequente ma più autoctono klettersteig.

Non è da ieri che si è cominciato a discutere sulla liceità dell’apertura al pubblico di simili percorsi: però le discussioni non hanno quasi mai assunto forme polemiche o rissose. Infatti i convegni ne hanno sem­pre trattato in modo marginale, le riviste hanno dato all’argomento pratica­mente solo lo spazio di qualche lettera di indignati, nulla comunque al confronto del­le pagine e pagine di itinerari proposti dalle riviste stesse.

Probabilmente nelle dissertazioni relative alle vie ferrate non sono mai stati coinvolti l’onore e la fama di nessun grande alpinista. Lo scontro delle idee c’e­ra, ma non caratterizzato da nessun nome particolare, non quindi degno di faziose prese di posizione o di alcuna tifoseria.

Ma da qualche tempo è chiaramente emerso il pericolo che le vie ferrate, crescendo smisuratamente di numero e di spettacolarità, possano nuocere non solo ai “pu­risti” della montagna ma anche all’ambiente stesso.

Ciò che voglio dire è che se Paul Preuss, Enzo Cozzo­lino o Reinhold Messner avevano a cuore l’integrità e la nobiltà della montagna, che quindi doveva essere difesa dalle aggressioni del materiale ferroso, nella rigida difesa di un territorio che doveva rimanere “impossibile”, la discussione sulle ferrate oggi ha spostato i termini: non basta conservare un margine di “impossibile” per il futuro, anche il “possibile” dev’essere conservato tale, in rapporto alle rispetti­ve capacità dell’individuo e alle singole maggiori o minori volontà di impegno.

È importante riuscire a far “passare” il concetto che, rispetto ai sentieri e alle vie normali delle montagne, lo scegliere di dedicarsi alle ferrate non è “qualcosa in più di prima” (come oggi normalmente tut­ti pensano), ma è invece “qualcosa in meno”. Svalutare cioè la salita su opere artificiali nei confronti del­la vera esperienza.

postato il 22 aprile 2014