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Climbing girls 26

Maja Vidmar. Foto: majavidmar.com
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Carin Marchiorato, boulder Melhor deixe, com certeza (2 novembre 2012), Morro do Anhangava em Quatro Barras, Paraná, Brasile

Ana Marisa Correia nel video di apertura di una palestra di arrampicata

Daila Ojeda, Alizée Dufraisse e Olivia Hsu in giro per l’Europa

La coreana campionessa del mondo Jain Kim si diverte a scalare a Niederthai (Ötztal, Tirolo, Austria) tra una tappa e l’altra della Coppa del Mondo 2015

Jain Kim vince a Puurs (Belgio) la Coppa del Mondo 2015

Lisa Hathaway bouldering sul Colorado River vicino a Moab

No Numbers è un bel ritratto della climber slovena Maja Vidmar

In Spagna, la svedese Matilda Söderlund ha salito onsight due 8b in in solo giorno. Poco dopo ha salito flash la lunga Kalea Borroka (8b+), sempre in Spagna

Mayan Smith-Gobat e Ines Papert hanno salito la Torre Centrale del Paine (Torres del Paine National Park, Patagonia/Chile) per la parete est. Prima femminile e quinta salita di Riders on the Storm, esattamente 25 anni dopo la prima ascensione di questo storico itinerario

Le top female climbers Melissa Le Nevé e Nina Caprez su Tennessee (8b), Gorges du Tarn, Francia

Natalija Gros

Natalija Gros in Le Tango Vertical

Paige Claasen a Smith Rock (Oregon, USA) sale To Bolt or Not to Be (5.14a)

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Climbing girls 22

Alizee Dufraisse tenta La Rambla 9a+/5.15a, febbraio-marzo 2014

 

Angelika Rainer sulla via “total dry” Kamasutra D13+ a Bus del Quai, Iseo, novembre 2014


Angie Scarth-Johnson (nove anni nel maggio 2014) chiude
Zona 30 (8b ) a Margalef, Spagna. E’ stato il suo secondo 8b: il primo, novembre 2013, è stato Swingline, Red River Gorge, USA

 

Daila Ojeda si trasferisce dalla Spagna in Francia, ottobre 2015

 

Daila Ojeda tra Canarie e Sud della Spagna, 2013

 

Daila Ojeda su Zoo, 5,12a, Mt.Seonun Rock Soksal

 

Daila Oljeda su Rollito Sharma, 8b+, 2011

 

Federica Mingolla in pochi giorni sale la famosa e bellissima Tom et je ris, 8b+, nelle Gorge du Verdon, 2015

 

Nell’estate 2015 Federica Mingolla aveva un progetto preciso in mente: il gendarme di granito rosso di Digital Crack, sulla cresta dei Cosmiques all’Aiguille du Midi, il più alto 8a d’Europa. Per arrivarci, però, ha scelto una strada più lunga ma anche più bella: partire da Punta Helbronner alla scoperta dell’arrampicata sui Satelliti del Monte Bianco, prima di puntare gli sci verso la Cresta dei Cosmiques.

 

Federica Mingolla, l’arrampicata si fa rock star con i Tiromancino. La climber torinese è protagonista nel video della canzone Piccoli miracoli dei Tiromancino. Monte Guadagnolo, 2016

 

Daila Ojeda, Alizée Dufraisse e Olivia Hsu nel 2014 hanno viaggiato per l’Europa, tra arrampicata e yoga

 

Stella Marchisio libera Pandora, 7c bloc a Mombracco, Valle Po, Cuneo. La linea è stata individuata dal 3 volte campione del mondo di specialità boulder Christian Core. Video dello stesso Christian Core.

 

Sasha DiGiulian su Pure imagination, 5.14d/9a, Chocolate Factory, Red River Gorge, Kentucky, USA, 2011

 

Sasha DiGiulian su Pure imagination, 5.14d/9a, Chocolate Factory, Red River Gorge, Kentucky, USA, 2011

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Climbing girls 19

La francese fenomeno Alizée Dufraisse arrampica a Siurana, Spagna

Aveva 10 anni quando Ashima Shiraishi si è fatta filmare durante le sue salite a Hueco Tanks, Texas, USA, nel marzo 2012: Crown of Aragorn (V13) e Barefoot on Sacred Ground (V12)

Alizée Dufraisse, che aveva salito non molto tempo prima il suo primo 8c+, Pati noso, nel 2012 si è spinta oltre su La Reina Mora, 8c+/9a, a Siurana. Prima femminile.

Per anni Beth Rodden è stata una delle migliori crack climber al mondo. Fino a che non è stata vittima di alcuni incidenti. Nel 2013 ha ripreso ad arrampicare

Coma Sant Pere è una via di 50 metri vicino a Era Bella, a Margalef. Qui la salita di Alizée Dufraisse, inverno 2013-2014

Nel 2013 Carrie Cooper e Jacinda Hunter scappano per un po’ dal caldo estivo, dallo stress del lavoro e dal mestiere di mamma: scelgono una bellissima oasi fluviale

Catherine Destivelle free solo in Mali

Hazel Findlay in Australia

Nel 2010 Jacinda Hunter, infermiera e madre di quattro bambini (due maschi e due femmine) scappa dal lavoro e dalla famiglia per fare bouldering di V11 e libere arrampicate di 5.14b. Questo non significa che non sia una brava mamma. Jacinda e suo marito, Mike, non hanno la televisione e tutta la famiglia arrampica. Breaking the Law, allora la sua via più difficile, è stato a lungo un bel progetto invernale. La prima salita di Fantasy Island (5.14b), American Fork Canyon, Utah

Nel 2014 Steph Davis condivide con noi la sua ricerca di perfezione sulle torri di arenaria di Moab, Utah

Nina Caprez aveva capito che quello sarebbe stato il suo sport nel momento stesso in cui indossò le sue prime scarpette di arrampicata. Cresciuta nel bel mezzo della Svizzera nella valle del Prattigau. Finito il liceo si dà all’arrampicata a tempo pieno. Fa pure competizioni, dove raggiunge il livello di 8b. Ma dopo un po’ perde interesse per questa attività, concentrandosi così sempre più sulla scalata su roccia, dalle big wall della Patagonia e Kirgizstan al boulder in Argentina, dal deep water soloing in Thailandia allo sport climbing in Europa e America.  Uno dei suoi obiettivi è la scalata delle più difficili multipitch al mondo, possibilmente in giornata

Steph Davis è una delle migliori climber al mondo, famosa per le sue prime e per i suoi free solo. Eccola in free-solo su The Diamond (2015), Colorado. Poi su Ultimate Rush

Sasha DiGiulan (qui diciannovenne) ha cominciato ad arrampicare a sette anni. Nel 2012 era la più giovane donna ad aver completato una via di 5.14d. A lungo campionessa nelle competizioni, pratica oggi anche alpinismo ad altissimo livello

Beth Rodden
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Climbing girls 18

Martina Cufar su Rêve de larve (8b), le Suet, Haute Savoie. Foto: Nicolas Potard
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L’oggi quattordicenne Brooke Raboutou è un fenomeno annunciato, per via del famoso genitore Didier. Qui aveva 11 anni.

Martina Cufar Potard riesce su Rêve de larve (8b), Suet, Alta Savoia, una via aperta da François Coffy.

Alizée Dufraisse riesce su L’Arcadémicien des Crépis, una via davvero difficile e vecchio stile, dura tecnicamente e mentalmente, come tutte le vie di Ceüse.

Alizée Dufraisse su The middle way, 8a bloc a Hampi, India, mitico passaggio aperto da Chris Sharma. E’ la prima femminile.

Jacinda Hunter e Meagan Martin in contemporanea allo Psicocomp (7 agosto 2014), Park City, Utah.

Nel remoto “Cirque of the “Unclimbables”, l’eleganza di questa torre di granito alta 600 metri è uguagliata solo dalla bellezza dell’arrampicata che offre. C’erano Stephanie Bodet e Beth Rodden, con Arnaud Petit e Tommy Caldwell, filmati da Benoit Robert.

Nell’estate del 2005 Lynn Hill e Katie Brown fecero la prima libera interamente femminile della West Face (V 5.13b/c A0) della Leaning Tower, Yosemite.

Lynn Hill su Midnight Lightning (Columbia Boulder), Camp 4, Yosemite, maggio 1998. Prima femminile.

Sarah Watson torna ad arrampicare dopo un incidente, 2012.

Chloé Graftiaux nel 2009 su Separate Reality (Yosemite). Nata a Bruxelles il 18 luglio 1987 ha praticato ogni genere di attività di alpinismo e arrampicata, fino al fatale incidente sull’Aiguille Noire de Peuterey, 21 agosto 2010

Nina Caprez sulla prima femminile di Silbergeier, Raetikon, Svizzera, assieme a Cedric Lachat. E’ una delle più difficili vie multipitch, chiodata e aperta nel 1993 da Beat Kammerlander.

Mina Leslie-Wujastyk è un’arrampicatrice fortissima che non ha mai fatto trad fino al momento del film. “Naturalmente” il suo primo tentativo è su Unfamiliar, un notoriamente difficile E7, 6c (5.11b), a Stanage, UK. Mina ha a che fare con una via potenzialmente pericolosissima, specialmente lo si vede alla fine. E se non ci si cagava un po’ addosso non si era neppure in Gran Bretagna.

Monique Forestier è andata in Verdon la prima volta nel 2007. Ha scoperto una linea con una singola “tufa” di quasi 60 metri, chiamata Tom et je Ris (8b+). Allora non le è stato possibile tentarla, ma alla fine il sogno si è avverato nell’ottobre 2011.

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Itaca nel Sole

Itaca nel Sole
a cura di www.itacanelsole.it

La storia di Gian Piero Motti presto sarà un film

Torino non premia i suoi figli più delicati, alti e fragili artisti se non con il dono dell’oblio, il dono di dimenticare la sua grata di strade diritte come sbarre per chi vive le sue storie d’un giorno, la sua vita d’impegni, di piccole sfide ai semafori, di rancori e ricordi sperduti sotto la cappa grigia, confusi nella nebbia… Tardi, fino a tardi nella notte si continuò a essere tristi, nella città delle officine, perché quell’uomo alto, fragile e bello non aveva sopportato il nostro dolore quotidiano ed era andato via senza dirci che Itaca è nel sole (Andrea Gobetti)”.

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Presentazione
La notizia ha ora carattere di ufficialità. Dopo tre anni di ricerche e contatti, spesso difficoltosi, sta per diventare realtà il progetto cinematografico fortemente voluto dai documentaristi Tiziano Gaia e Fabio Mancari: Itaca nel Sole. Cercando Gian Piero Motti. Il film, che indaga sulla figura del grande arrampicatore e scrittore torinese nato esattamente 70 anni fa, entra nella sua fase produttiva e dopo i sopralluoghi di rito si appresta a dare il via alle riprese.

Il film parte da una premessa narrativa fondamentale: nonostante l’aura quasi mitica che avvolge il protagonista, poco si sa (o meglio, pochi sanno e si vogliono pronunciare) sulla figura di Gian Piero Motti. Non parliamo tanto degli aspetti biografici, ma di quelli letterari, filosofici e simbolici di cui Motti ha voluto ammantare il proprio breve passaggio esistenziale.

Nato a Torino il 6 agosto 1946, Gian Piero brucia le tappe dell’apprendistato alpinistico nel rigido ambiente sabaudo ancora avvolto di eroismo retorico e spirito militaresco. Per Motti scalare non è soltanto un hobby: originario di una famiglia agiata, può permettersi di vivere senza lavorare e non avrà mai problemi a manifestare la sua estrazione borghese, tanto che di lui si ricorda che andava ad arrampicare in Lancia Fulvia coupè e disponeva sempre dei materiali migliori. Per questo, oltre che per lo stile plastico ed elegante di arrampicata, viene soprannominato il “Principe”. Nel 1970 è da solo al Pilier Gervasutti sul Mont Blanc du Tacul, l’impresa alpinistica che lo rende famoso. Due anni dopo pubblica il primo dei due articoli-chiave della sua carriera e di un’intera generazione: I Falliti, nel quale attacca chi non sa più vivere senza montagna. La frizione con l’ambiente conservatore e sabaudo dell’alpinismo torinese diventa insanabile.

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Altri due anni e, nel 1974, esce il secondo, celebre scritto: Il Nuovo Mattino. Anche se in realtà si tratta di un excursus sul mondo dell’arrampicata libera californiana, viene da tutti letto come il manifesto di un nuovo modo di intendere l’arrampicata, non più come dovere, ma come puro piacere estetico e intellettuale. Ne deriva una corrente alpinistica vera e propria, con tanto di discepoli e adepti, che Motti – va detto – non fa nulla per alimentare. Comunque lo si voglia vedere, è il ’68 della montagna.

Ritratto di Gian Piero affisso in sala bar da Cesarin, Breno (Chialamberto)
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Nello stesso anno, Motti scopre le pareti fino ad allora inviolate della Valle dell’Orco, dove inventa, letterariamente prima ancora che in falesia, un Eldorado di granito nostrano. Il Capitan della Yosemite Valley viene riprodotto sulle rocce piemontesi e diventa il Caporal. Su queste pareti l’anno successivo Motti traccia, insieme a Guido Morello, una via destinata a fare epoca: Itaca nel Sole. Nel 1983, dopo svariate pause dall’attività di arrampicata e lunghi momenti di crisi, l’articolo Le Antiche Sere rovescia in parte i concetti espressi nel “Nuovo Mattino”, ribadendo la necessità di un approccio meno integralista alla montagna. Sono gli anni del riflusso dopo l’epoca della contestazione e Motti fatica a trovare il suo spazio in un ambiente che sta di nuovo cambiando pelle. Il 21 giugno dello stesso anno si toglie la vita in Val Grande di Lanzo, ai piedi delle “sue” montagne (33 anni fa, esatti).

Nelle tre decadi successive alla sua morte molto si è detto di Gian Piero Motti, ma vuoi per l’impossibilità di un qualunque, vero contraddittorio, vuoi per l’assenza di interviste o materiali d’archivio (Motti stesso bruciò tutte le sue foto), quasi sempre s’è detto male e a sproposito, ora speculando sul suo spirito tormentato e sul presunto uso di droghe, ora affibbiandogli patenti politico-culturali che in realtà non gli sono mai appartenute, e chi addirittura considerandolo l’ispiratore di una serie di imprese alpinistiche suicide, secondo una consolidata tradizione italica che vede ideologi ovunque e attribuisce loro una responsabilità “a prescindere”. Così facendo, giorno dopo giorno l’uomo Motti è scomparso e al suo posto è apparso e si è accresciuto il mito di Motti, senz’altro suggestivo per la forte componente epico-misteriosa, ma mistificatore come ogni sovrastruttura slegata dalla realtà e, in ultima battuta, menzognero. Le difficoltà iniziali e le tante porte chiuse in faccia agli autori nei lunghi mesi di avvicinamento alla fase realizzativa del film si spiegano proprio con i numerosi pregiudizi e le tante contraddizioni che avvolgono la figura oggettivamente enigmatica e ingombrante di Motti, spesso accostato a un Cesare Pavese per la sensibilità tragica sul senso della vita e il forte simbolismo, cui bisogna aggiungere, nel caso di Gian Piero, un sottile gusto per la provocazione e l’insofferenza esplicita verso le restrizioni culturali del mondo della montagna, che gli procurarono più di un nemico.

Ritratto di Gian Piero affisso in sala bar da Cesarin, Breno (Chialamberto)
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Alcuni brani di Gian Piero
I falliti
Rivista Mensile del CAI, settembre 1972
Andavo ad arrampicare tutti i giorni, o quasi, preoccupatissimo di ogni leggero calo di forma. Ma non mi accorsi nemmeno che stava divenendo primavera, non vidi neanche che qualcosa di diverso succedeva nella terra e nel cielo e chi ben mi conosce sa che questo equivale a una grave malattia. Arrampicare, arrampicare sempre e null’altro che arrampicare, chiudermi sempre di più in me stesso, leggere quasi con frenesia tutto ciò che riguarda l’alpinismo e dimenticare, triste realtà, le letture che sempre hanno saputo dirmi qualcosa di vero e che con l’alpinismo non hanno nulla a che spartire. Ma qualcosa comincia a non funzionare: ritornando a casa la sera mi sento svuotato e deluso, mi sento soprattutto inutile a me stesso e agli altri, mi sembra anzi, e ne ho la netta sensazione, che il mio intimo si stia ribellando a poco a poco a questo stato di cose, che il mio cervello non tolleri questo modo di vivere. Ed ecco che giunge la crisi, terribile e cupa”.

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Il Nuovo MattinoScàndere, 1974
Nella Yosemite Valley c’è il Capitan, parete immensa, guscio di granito dalle proporzioni disumane. Balma Fiorant presenta al centro una parete che è un microcosmo del Capitan, noi l’abbiamo chiamato il Caporal (…) Sarei molto felice se su queste pareti potesse evolversi sempre più quella nuova dimensione dell’alpinismo spogliata di eroismo e di gloriuzza da regime, impostata invece su una serena accettazione dei propri limiti, in un’atmosfera gioiosa, con l’intento di trarre, come in un gioco, il massimo piacere possibile da un’attività che finora pareva essere caratterizzata dalla negazione del piacere a vantaggio della sofferenza. Se qualcuno poi dirà che questo non è più alpinismo, di certo non ci sentiremo offesi nel sentirci definire semplici “arrampicatori” e non “alpinisti”. Cosa sia poi veramente l’alpinismo ancor non l’ho ben capito”.

Un ricordo di Cesarin Griva, ritratto mentre richiama impaziente la figlia Claudia (Claudiaaa! Così non si può… non è possibile… c’è la gente da servire… muovitoi, Claudia!)
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La sala da pranzo del ristorante Da Cesarin, piena di ricordi di Gian Piero
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Alla ricerca delle antiche sereRivista della Montagna, 1983
Perché antiche sere? Perché un albero mette frutti e fiori soltanto se ha radici e soltanto se la linfa vitale scorre dalle radici ai rami: se si taglia l’albero all’altezza delle radici, ahimè!, ben presto esso morirà, diverrà un tronco secco da ardere, senza fiori e senza frutti. Qualcuno, forse in buona fede, sta cercando di segare l’albero per staccarlo dalle sue radici, con l’illusione di dargli finalmente la libertà di movimento. Ma forse si è ancora in tempo a porre riparo, a cicatrizzare la ferita, ormai molto estesa, e a ricollegare i capillari della linfa con le radici sottostanti. Molti cominciano già a vedere che l’albero dà frutti avvizziti, quasi non dà più fiori, va perdendo le foglie e rinsecchendosi nei rami. Ed è per questo che mi sono preso l’arbitrio di usare tanto mito nel battezzare le pareti rocciose: lo si voglia o no, è nel mito che possiamo trovare il senso del nostro esistere e la risposta ai grandi perché della vita”.

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Chi è oggi Gian Piero
Oggi possiamo dire che il passaggio di Gian Piero Motti nel mondo dell’alpinismo abbia rappresentato un’autentica boccata di aria fresca. La sua visione ludica della montagna, l’assoluta assenza di discriminazione tra alpinismo classico e scalata in falesia o su massi, l’apertura mentale e l’avversione verso il provincialismo hanno permesso all’ambiente di avvicinarsi alla scuola francese prima e a quella americana poi, cioè di adeguarsi ai tempi. Da questo punto di vista Motti è stato davvero l’uomo nuovo, il grimaldello che ha spalancato le porte su una nuova epoca. Il suo essere imbevuto dei miti musicali, letterari e cinematografici d’Oltreoceano ne fanno un rappresentante atipico e sfaccettato dell’alpinismo non solo italiano.

A settant’anni esatti dalla nascita, Gian Piero Motti è un personaggio che non finisce di sollevare interrogativi. La sua parabola alpinistica è stata una ricerca sofferta del senso più profondo della vita. Il mondo di Gian Piero era una foresta di simboli da interpretare, mentre la profonda cultura che lo animava ne fa uno dei campioni dell’ambiente intellettuale italiano del secondo dopoguerra. La personale visione del ’68, poi, lo rende una figura ancora più complessa, perché di quel periodo di cambiamenti epocali Motti fece proprie primariamente le istanze culturali, letterarie e spirituali, lasciando ad altri, non necessariamente più preparati o intellettualmente onesti, il compito di portare la discussione su un piano politico e sociale.

Il ristorante Da Cesarin, Breno (Chialamberto)
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Il film
L’idea del film nasce da lontano. Tiziano Gaia si è sempre occupato di altri temi, ma quando alcuni anni fa, grazie a un cugino scalatore, ha conosciuto l’epopea dei “pazzi del Verdon”, si è avvicinato alle storie di montagna e di lì ad ampliare il suo raggio di conoscenze fino a scoprire il Nuovo Mattino, i Falliti e la figura del suo straordinario capostipite, il passo è stato breve. Fabio Mancari invece di montagna si è occupato anche di recente, avendo firmato nel 2014 il grande successo de L’Alpinista, ispirato alla storia di Agostino Gustìn Gazzera, vincitore di numerosi premi e ancora oggi capace di riscuotere sbalorditivi riscontri di pubblico ovunque venga proiettato. Stuffilm, la casa di produzione indipendente di cui Mancari è socio fondatore, ha pertanto deciso di “bissare” impegnandosi nello sforzo produttivo del nuovo titolo.

Il film si inserisce nel filone delle “recherche”, perché Motti è una figura ancora in gran parte inesplorata e il primo atteggiamento a cui ci spinge è quello di “andarlo a cercare”. Il film lo farà, oltre che con l’ausilio del materiale d’archivio a disposizione, attraverso un percorso corale di voci, testimonianze e azioni di chi lo ha conosciuto, ha arrampicato con lui, gli è stato accanto nei momenti privati, oppure di chi, non avendolo conosciuto, ne è stato affascinato dagli scritti e dal pensiero. La montagna sarà la grande protagonista del film, ma non si pensi a un documentario di pareti e corde, linee verticali e chiodi da roccia. Sarà una montagna in gran parte allegorica, così come la intendeva Motti; quel tipo di montagna che spinge l’uomo a grandi sfide e ad ancor più grandi interrogativi: chi siamo? dove andiamo? qual è il nostro destino? cosa c’è laggiù, oltre l’ultima vetta?
Torino e le sue valli, in primis Valle Orco e quella Val Grande di Lanzo in cui Motti era di casa e nella quale ha compiuto il suo definitivo “ritorno”, saranno il set privilegiato per questo film d’atmosfera, poetico e nello stesso tempo biografico. L’epoca storica, a ridosso immediato del ’68, sarà puntualmente ricostruita, con un occhio particolare al fermento culturale ed editoriale che caratterizzò il capoluogo piemontese di quegli anni, di cui la redazione della Rivista della Montagna costituiva una delle punte avanzate.

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Itaca nel Sole diventa un titolo-testamento su cui appoggiare, più che la nuda mano dello scalatore, cuore e mente per capire chi si cela davvero dietro uno dei protagonisti del dibattito alpinistico e filosofico del Novecento italiano.

A livello produttivo ed economico, oltre all’impegno di Stuffilm e alla partecipazione di alcuni sostenitori pubblici e privati, tra cui spicca da subito il nome di Montura, molto ci si aspetta dalla base: è partita infatti una forte campagna di crowdfunding che mira a coinvolgere, anche con il versamento di micro-quote, i tanti appassionati di roccia. In alcuni casi, il premio fedeltà consisterà nella possibilità di partecipare direttamente alle riprese, oltre a una serie di altri benefit che mirano a creare una “cordata” – è il caso di dirlo – di micro-produttori partecipi e appassionati.

Sul sito ufficiale www.itacanelsole.it si possono trovare tutte le informazioni e si potrà seguire in presa diretta lo stato di avanzamento delle riprese e del successivo montaggio. Il film dovrebbe uscire nella primavera 2017, in tempo per i grandi appuntamenti festivalieri del nuovo anno. Poi seguirà l’iter classico di ogni pellicola, con l’augurio che possa contribuire a far conoscere al maggior numero di persone una delle più singolari e sfaccettate figure italiane dal dopoguerra a oggi.

Alcuni momenti prima delle riprese
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Alcuni momenti prima delle riprese
di Tiziano Gaia
Sabato 21 maggio 2016 sono iniziati i sopralluoghi per le riprese del film documentario Itaca nel Sole. Parte della troupe si è spinta fino a Breno, nel cuore della Val Grande di Lanzo, uno dei luoghi simbolo della vita e dell’attività sportiva e letteraria di Motti. Nonostante l’assenza di vette famose a livello nazionale o internazionale, la Val Grande da quarant’anni non cessa di attirare l’attenzione del mondo della montagna per la presenza di innumerevoli vie di roccia di pregevole bellezza estetica e notevole difficoltà tecnica. Pioniere di questi luoghi e di queste vie è stato proprio Gian Piero, valligiano “doc” (la famiglia aveva una casa nella minuscola borgata di Breno (Chialamberto) e innamorato dei suoi prati e dei suoi boschi al punto da averli messi al centro di buona parte della sua produzione letteraria. Se per Cesare Pavese Santo Stefano e le Langhe erano i luoghi del costante ritorno, per Gian Piero Motti, da molti considerato il Pavese della montagna per sensibilità e marcato simbolismo, la Val Grande di Lanzo era la sede dei ricordi d’infanzia, dell’innocenza e delle persone più care. Alcune di queste persone noi le abbiamo incontrate durante la nostra giornata, in particolare da Cesarin, la mitica osteria-bar-alimentari in cui Gian Piero e i suoi facevano tappa prima e dopo ogni scalata. Entrare da Cesarin – oggi scomparso, ma restano i figli a portare avanti il locale, Claudia in sala e Piero in cucina – è come attraversare lo specchio e ritrovarsi in un mondo di meraviglie e suggestioni. A parte il livello molto alto della cucina (che non guasta, anche in vista delle lunghe giornate di ripresa che ci aspettano!), l’ambiente “trasuda Motti” a ogni angolo e su ogni parete, tra foto d’epoca, cimeli e la copia del “registro delle vie” che Motti e il suo gruppo aggiornavano di volta in volta, su cui ovviamente abbiamo subito messo gli occhi prima ancora di ordinare vino e antipasti… Miglior inizio non poteva esserci. Che Cesarin e la sua valle tornino a essere, dopo l’epoca mottiana, un centro pulsante di energia grazie alla nostra produzione? È quello che tutti noi ci auguriamo, ovviamente!

Piero e Claudia al lavoro
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Ed eccoci sul Bec di Mea! Non siamo ancora partiti con le riprese, che già tocca mettere le mani sulla roccia. Non sappiamo se Motti sarebbe particolarmente orgoglioso di noi, vista la fatica fatta per raggiungere la cima – ovviamente dal sentiero che passa per le grange, mica dal fondovalle! – ma noi di certo ci siamo calati, o meglio siamo ascesi, nell’universo di Gian Piero come non avremmo potuto fare in nessun altro posto. Diciamolo subito: ragionando in termini cinematografici, la valle vista dalla Mea è uno spettacolo, come pure il sentiero per arrivarci, che attraversa il villaggio degli Alboni fresco di precisissimo restyling e si intrufola in un bosco di faggi che disegnano una galleria verde sopra le nostre teste. Ci fermiamo per qualche scatto di rito, due brevi riprese a qualche bel dettaglio, poi arriviamo alle spalle della parete e contempliamo il paesaggio circostante. Roccia, acqua, verde e cielo: la natura nella sua espressione essenziale ed estetizzante. Un gruppo di rocciatori sbuca dalla Mea, ci dicono di essere dei soccorritori alpini impegnati in un’esercitazione, dal momento che sono i primi arrampicatori che incontriamo viene naturale fare un gesto scaramantico! Decidiamo come organizzare le vere riprese, quando torneremo in forze, e soprattutto ipotizziamo chi, tra i personaggi e testimoni coinvolti – i cui nomi sveleremo man mano – sarebbe interessante riportare in questi luoghi… Scendiamo su Breno che il sole è ancora alto, dettaglio non da poco per chi deve girare un film. Da Cesarin ci hanno detto: la Val Grande è come la Norvegia, in pratica resta in ombra per sei mesi d’inverno e in piena luce per gli altri sei. Ci immaginiamo una bella tavolozza di contrasti, ci sarà da lavorare parecchio sul piano fotografico e non vediamo l’ora di iniziare. Alla prossima.

Il Bec di Mea, Val Grande di LanzoItacaNelSole-DSCN3381

Gli autori
Fabio Mancari
Laureato nel 2002 al DAMS di Torino in Teoria e Tecnica del Linguaggio Audiovisivo, dopo aver svolto il ruolo di montatore per broadcaster internazionali nel 2007 avvia l’attività di operatore freelance per documentari e cortometraggi. Nel 2009 fonda insieme ad altri tre soci la Stuffilm, casa di produzione indipendente. Nel 2010 con il film documentario Vetro Piano è in concorso ai David di Donatello 2010 nella categoria documentari di lungometraggio. Altre sue opere sono L’ultima borgata (2011), Rally, polvere e passione (2012) e L’Alpinista (2014).

Tiziano Gaia
Nato a Torino nel 1975, ha fatto parte del movimento Slow Food dal 2000 al 2008. Nel 2009 ha lavorato all’interno del carcere delle Vallette di Torino nell’ambito del progetto di cooperazione sociale Pausa Café, da cui è scaturito il suo primo libro, Puoi chiamarmi fratello (Instar Libri, 2011). Nel 2012 ha ideato, scritto e allestito il musical 6 come noi, in scena nei teatri tra l’autunno di quell’anno e la primavera 2013. Il film Barolo Boys, storia di una rivoluzione, scritto e diretto assieme a Paolo Casalis e prodotto dalla Stuffilm.

Fabio Mancari e Tiziano Gaia
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Climbing girls 14

Questo mese siamo particolarmente lieti di presentarvi la consueta rassegna Climbing girls in una inusuale versione: 13 film al posto di 13 foto. Buona visione!

Heather (Robinson) Weidner lascia la carriera di veterinario per seguire la sua passione. Ispirata dalle ultime parole della mamma “la vita è breve e fragile, datti da fare subito”, Heather fa un passo indietro per chiarirsi le sue priorità, prima di viaggiare per il mondo, divertirsi, scalare e vivere in semplicità.

Daila Ojeda e Olivia Hsu sulle linee a tufa di Mallorca

Heather (Robinson) Weidner si è aggiunta al club del 5.14b con la salita di Stockboy’s Revenge, Bauhaus in Rifle, Colorado.

La giovane e affermata scalatrice Sasha DiGiulian va in Sud Africa e completa una prima ascensione a Waterval Boven, chiamandola Rolihlahla, che era il secondo nome di Nelson Mandela.

La rock climber professionista Sasha DiGiulian e il compagno di arrampicata Eduard Martin Garcia hanno salito una delle più difficili vie multi-pitch al mondo, quella Viaje de los Locos (330 m) aperta nel 2002 da Dani Andrada e Dani Dulac nella Gola di Gorropu (Sardegna). La via non era mai stata ripetuta.

Mayan Smith-Gobat scala in libera la via Salathe al Capitan.
http://www.alessandrogogna.com/edizionimelograno/high-res/ClimbingGirls-14-MayanSmithGobat.mp4

Hazel Findlay è diventata la prima scalatrice a salire un E9 britannico (da paura!) con la sua riuscita su Once Upon A Time In The Southwest, vicino a Devon, UK. Questo è un pezzo del film Spice Girl.

Heather (Robinson) Weidner fa la prima femminile di Power Windows (il suo primo 5.13d) a Mt. Potosi, Nevada, USA.

Sasha DiGiulian fa bouldering a Hueco dopo un mese di totale inattività.

Cosa significa arrampicare per Natalie Duran.
https://youtu.be/76yyNVmXpA4

Sierra Blair-Coyle, climber professionista di Scottsdale, Arizona, USA.

Steph Davis in una clip da The Sharp End. North Chimney di Castleton Tower, Moab, Utah, e Pervertical Sanctuary sul Longs Peak Diamond, in Estes Park.

Dove altre mollano, Sierra Blair-Coyle stringe più forte. E’ dall’età di 8 anni che arrampica. A 16 anni soffre a lungo, senza poter arrampicare, di una brutta ernia del disco. Dopo una lenta ripresa oggi è al suo massimo e la sua specialità è il deep-water soloing.

Heather Weidner su Stockboys Revenge, 5.14
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Jel Tegermen – Il Mulino a Vento

Nel suo nuovo film Jel Tegermen, Alessandro Beltrame ha registrato un monologo in tenda nel quale esprime chiaramente la sua idea che l’andare a cacciarsi in situazioni remote, pericolose, esposte e non soggette ad alcun aiuto possibile acuisce i sensi e ti mette in quella condizione in cui l’individuo vigila con molta più facilità sull’ambiente che lo circonda, e si rapporta istintivamente con esso rendendo inutili gli aiuti tecnologici. Una sensazione, in definitiva, piacevole, dove non sai “se sentirti più abbandonato o più libero”.
E’ comunque l’aspetto esplorativo di questa storia a catturare l’immaginazione, perché il viaggio si è svolto in una terra di cui si sa molto poco.

Il Jel Tegermen era una cima inviolata in Tien Shan, la catena montuosa che si estende per 2.800 km tra la Cina, il Kazakistan e il Kirghizistan. Paolo Rabbia e Alessandro Beltrame ne hanno toccato la vetta, alta 4570 metri, il 29 marzo 2015 al secondo tentativo.

Jel Tegermen
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Jel Tegermen
di Alessandro Beltrame

La prima esplorazione era stata effettuata nell’inverno 2011 con gli sci da un team di cui facevano parte Giacomo Para e Paolo Rabbia. In base a quelle informazioni è stato possibile organizzare un viaggio esplorativo di soli 16 giorni, di cui 10 sulla montagna, con partenza dall’Italia il 19 marzo 2015.

A partire dall’ultimo villaggio raggiungibile in auto (Biškek, Kirghizistan), l’avvicinamento è avvenuto a cavallo fino al campo base in un giorno, trasportando circa 80 kg tra materiale e cibo, quest’ultimo reperito interamente al villaggio. Il campo è stato posto su neve alla quota di 3070 m, in corrispondenza della più alta fonte d’acqua disponibile, a 50 km in linea d’aria dal confine con la Cina.
La zona è battuta quasi costantemente da venti oltre i 50 km/h (con punte rilevate anche di 100 km/h), da qui il nome Jel Tegermen dato alla montagna, che in lingua kirghisa significa “il mulino a vento”.

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I successivi mille metri di quota sono stati percorsi sempre con gli sci nelle varie ricognizioni avvenute ai piedi del versante ovest della parete. Solo una volta superata la seraccata posta al fondo della valle è stato possibile individuare una linea di salita favorevole. Sono stati installati due depositi di materiale, uno intermedio a 3700 m, l’altro ai piedi della parete a 4050 m. In un primo tentativo, il giorno 25 marzo, è stata raggiunta la quota di 4450 m, al termine del couloir di ghiaccio neve.

Dopo una sosta forzata di quattro giorni dovuta alle pessime condizioni meteo (vento e neve), nell’unica finestra di tempo discreto il 29 marzo abbiamo tentato la cima con partenza direttamente dal campo base. Quattro ore di salita con gli sci e successivamente altre 2 di scalata su neve e misto ci hanno condotto al punto più alto raggiunto precedentemente; da qui, nonostante il vento a raffiche in aumento, abbiamo affrontato la scalata degli ultimi 120 metri fino alla vetta. A questo punto il terreno si fa più impegnativo e ostico per via della pessima qualità della roccia e delle grandi difficoltà di protezione, il tutto sempre in condizioni di discreta esposizione. Salvo poche sezioni, tutta la scalata è stata effettuata con piccozze e ramponi sia su neve che su roccia, utilizzando sia chiodi che protezioni mobili (nut e friend).

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La cima è stata raggiunta alle ore 17.30 (ora locale) da Paolo Rabbia e da me. Marco Berni Bernini ha dovuto rinunciare durante la salita per l’aggravarsi di una infezione respiratoria. Nei primi 100 metri di discesa è stato inevitabile abbandonare le corde di calata, a causa dei forti rischi di caduta pietre. La base del couloir è stata raggiunta alle ore 20.00 con il buio. La discesa in sci, gravati dal peso di tutto il materiale dei depositi, in una fitta nebbia, ci ha esauriti completamente. Al nostro arrivo al campo base, poco prima della mezzanotte, siamo stati accolti dall’amico Berni, oltre che con un tè caldo, con una salva dei petardi utilizzati le notti precedenti per allontanare i lupi…

La via seguita, da noi gradata TD -, è stata battezzata dei Quattro Cuori (il quarto è quello del conducente di cavalli Akai, con il quale abbiamo stretto una bella amicizia).

Mentre eravamo in quota, bloccati dalla neve dentro la tenda per più giorni, abbiamo avuto modo di pensare all’avventura, alle montagne e all’esplorazione. Abbiamo deciso di fare questo film perché siamo arrivati in cima. Celebrare gli insuccessi, anche se hanno molto da insegnare, non è nella nostra filosofia. Ma non l’abbiamo fatto per noi, perché l’alpinismo di punta del 2015 non è certo questo. E comunque non ne saremmo noi gli interpreti, specialmente alla nostra età. No, questo film è dedicato ai più giovani e tra di loro a quelli che non si accontentano di vedere le cose fatte dagli altri e che sono disposti a faticare e stare scomodi per dimostrare prima di tutto a se stessi quanto valgono. E non necessariamente su una montagna sconosciuta in mezzo all’Asia, ma su una che può essere dietro l’angolo.

Raccontare con le immagini: è questo che cerco di fare quando ho la fortuna di incontrare luoghi, gente e situazioni al di fuori dall’ordinario. E anche in questo caso ho voluto raccontare con le immagini l’alpinismo che si può fare su questa terra, quando la montagna perde ogni connotato epico per rivelarsi solo un’attività bizzarra e un po’ snob.

Dieci anni di spedizioni e di documentazione; tante esperienze, nuove tecnologie, uomini e realtà che mi hanno sempre insegnato qualcosa, nel bene e nel male. Una natura madre e maestra. La curiosità di scoprirla, dalle piccole cose ai suoi più antichi segreti.

Un detto indiano dice che la gente non ci ricorderà per quello che abbiamo detto, o per quello che abbiamo fatto, ma per come li abbiamo fatti emozionare.

Questo è il trailer di Jel Tegermen. Il film, della durata di 40’, è disponibile presso http://www.agbvideo.com

Le esperienze arrivano da sole, a blocchi, non uniformi, sovrapposte, poi, per un po’ più nulla, in quel momento le fai tue, le metabolizzi, le trasformi in strumenti utili e competenze. Meno male che ne arrivano poi altre e ti rimettono in corsa, ti ridanno quell’insicurezza costruttiva, piacevole, quello sbilanciamento in avanti quasi a cadere.

Quando sei bravo, viaggi sbilanciato, quasi a toccare il naso a terra senza mai schiacciartelo, quando sei meno bravo o sbatti sul sentiero o sei così lontano da non sentire il profumo dell’erba che stai calpestando. Queste sono le mie esperienze.

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La soglia di percezione sbilanciata in avanti con un andamento un po’ rischioso ma piacevole, sempre esplorativo, spesso fuori dalla safety zone. Se controlli l’equilibrio viaggi molto veloce su tutti i terreni: tecnico, creativo, logistico, personale. Succede per brevi periodi e il resto si chiama inerzia o trasformazione d’energia cinetica.

Possono dirmi quello che vogliono, ma salire su una montagna, anche solo per un momento, è veramente “possederla”. Per questo dev’essere bella, per attirarti irresistibilmente e per suscitare l’invidia degli altri.

Siamo arrivati in cima per puro caso. Però il bello di questa scalata sta proprio qui, nell’aver dato retta, per qualche istante ancora, alla nostra curiosità di uomini.

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Alessandro Beltrame
Di formazione scientifica e con competenze informatiche ed elettroniche, titolare della ditta di produzione video AGB.
Pratica, per lavoro e passione: alpinismo, arrampicata su roccia e ghiaccio, speleologia, trekking e mountain bike, oltre che subacquea e sci alpino.
Cameraman specializzato, autore, conosce a fondo i sistemi di produzione e post produzione digitale e gli strumenti di Internet.
Fa parte dell’Associazione Esplorazione Geografiche La Venta, con cui ha realizzato come operatore documentario per National Geographic USA e come autore un documentario sui ghiacciai patagonici.
Ha al suo attivo oltre un centinaio di produzioni, per conto di enti, televisioni nazionali e internazionali, spedizioni e documentari in Europa, Australia, USA, Canada, Alaska, Messico, Cile, Mongolia, Brasile, Patagonia, Bolivia, Nepal, Amazzonia e Africa.
Come produttore e autore ha realizzato una serie di DVD multimediali legati al mondo dell’outdoor, con distribuzione editoriale nazionale, alcune serie televisive di avventura per canali satellitari Sky e terrestri Mediaset e alcuni documentari per i canali RAI.
Ha prodotto progetti di comunicazione visiva e valorizzazione territorio per la Regione Liguria, Provincia di Savona, Regione Piemonte e Regione Sardegna, negli ultimi anni esclusivamente in Alta Definizione.
Nel 2006 ha realizzato come autore/operatore la produzione subacquea di Linea Blu su RAIUno.

Alessandro Beltrame in azione
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Antonia.

«Triste orto abbandonato l’anima
si cinge di selvagge siepi
di amori:
morire è questo
ricoprirsi di rovi
nati in noi
»
(Antonia Pozzi, da Naufraghi, 19 dicembre 1933)

Lo diceva anche il premio Nobel Eugenio Montale: Antonia Pozzi è stata una delle più grandi poetesse del Novecento, “le cui parole sono asciutte e dure come i sassi o vestite di veli bianchi strappati… ridotte al minimo di peso“.

Ma lei non ha mai saputo di esserlo, non ne ha avuto il tempo. Tutte le sue poesie sono state pubblicate postume.

Antonia Pozzi
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In programmazione proprio in questi giorni al cinema Mexico di Milano, il film Antonia. di Ferdinando Cito Filomarino ripercorre gli ultimi dieci anni della vita della poetessa, vissuta a Milano durante il ventennio fascista.

Il film mi ha emozionato per parecchi motivi, ma quello più importante è la capacità del regista di raccontare il tipo di sofferenza di Antonia. Un malessere che va ben al di là del suo intimo, frutto dello scontro tra la realtà quotidiana (compresi gli obiettivi che non raggiungeva) e la sua visione del mondo profondamente radicata in quelle energie di cui un’intera società allo stesso tempo soffre e si nutre senza saperlo.

Sicuramente un poeta, nel momento in cui vive un attrito con il contesto sociale (e filosofico) in cui vive, non riesce a non sentirne un profondo turbamento emotivo. Ed è la sfera emotiva che, sensibile e articolata come è in un artista, partorisce un movimento verso la poesia, che può prendere varie forme, e l’esempio dei versi e delle fotografie di Antonia Pozzi è una delle infinite possibilità di espressione. Antonia aveva la capacità di spostare la soggettività del suo sguardo, di guardare profondamente dentro se stessa come dal cielo, e di vedersi da fuori come parte di un “altro”, in modo trascendentale; mettersi ai piedi di un albero, insieme alla natura e all’esistenza intera. Poi, il fatto che lei scegliesse proprio un albero è appunto emblematico del modo in cui viveva la società degli umani del suo tempo (Ferdinando Cito Filomarino)”.

Eugenio Montale
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La mostra fotografica
Dal 23 ottobre 2015 al 6 gennaio 2016 a Milano, presso lo Spazio Oberdan-Fondazione Cineteca Italiana, è stata esposta Sopra il nudo cuore. Fotografie e film di Antonia Pozzi, una mostra a cura di Giovanna Calvenzi e Ludovica Pellegatta dedicata alla poetessa che svela la sua grande passione per la fotografia e il suo talento.

Del corpus fotografico estremamente ampio e variegato sono state esposte circa 300 fotografie realizzate dalla Pozzi nell’amata Pasturo (Valsàssina), nei suoi viaggi, sulle Dolomiti, ma anche a Milano, nei circoli culturali come nelle zone povere e periferiche, tra i bambini, i mercati e le botteghe degli antichi mestieri. Inoltre, la mostra presentava anche sei film inediti in formato super8 girati da Antonia stessa.

Antonia Pozzi
(per approfondimento consultare http://www.antoniapozzi.it/)
Nasce a Milano il 13 febbraio 1912, bambina minuta e delicata. Suoi genitori sono l’avvocato Roberto Pozzi (di Laveno) e la contessa Lina, figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana e di Maria Gramignola, proprietari di una vasta tenuta terriera, detta La Zelata, a, Bereguardo. E’ la nipote del poeta Tommaso Grossi.

Antonia Pozzi
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Antonia cresce, dunque, in un ambiente colto e raffinato. Nel 1922, non ancora undicenne, frequenta il Liceo-ginnasio “Manzoni”, da dove, nel 1930, esce diplomata per iscriversi alla Statale di Milano.

Antonia scrive le prime poesie ancora adolescente. Affascinata dalla sua cultura e dalla passione con cui insegna, inizia una relazione con il suo professore di lettere, Antonio Maria Cervi. “Il professore, ha qualcosa negli occhi che parla di dolore profondo, anche se cerca di nasconderlo, e Antonia ha un animo troppo sensibile per non coglierlo (Onorina Dino)”.

Un rapporto che, a causa dei pesanti ostacoli frapposti dalla famiglia Pozzi, verrà interrotto dal Cervi nel 1933. E’ un grande dolore per lei, una grave ingerenza nella sua sfera affettiva: parlando di sé quell’anno scrive: «e tu sei entrata / nella strada del morire». Questo amore non sarà mai cancellato, neppure con l’aiuto della gomma di altri amori e di altri progetti.
Nel 1930 Antonia entra all’Università nella facoltà di lettere e filosofia; frequentando il Corso di Estetica, tenuto da Antonio Banfi, decide di laurearsi con lui e prepara la tesi sulla formazione letteraria di Flaubert, laureandosi con lode il 19 novembre 1935.

Negli anni di liceo e università la vita di Antonia è normalissima, scandita dai riti del suo rango alto-borghese. Ma non c’è evento che non le si registri profondamente nell’animo: l’amore per la montagna, coltivato fin dal 1918, quando ha incominciato a trascorrere le vacanze a Pasturo, paesino ai piedi della Grigna, la conduce spesso sulle rocce, dove si avventura in molte passeggiate e anche in qualche scalata, vivendo esperienze intense, che si traducono in poesia o in pagine di prosa che mettono i brividi, per lo splendore della narrazione e delle immagini.

Viaggia in Inghilterra, poi in Sicilia, Grecia e Africa mediterranea. Poi in Austria e Germania per approfondire lingua e conoscenza della letteratura tedesca.

Tiene un diario e scrive lettere che manifestano i suoi tanti interessi culturali, ama le lunghe escursioni in bicicletta, progetta un romanzo storico sulla Lombardia. Il suo luogo prediletto è la settecentesca villa di famiglia, a Pasturo, dove si trova la sua biblioteca e dove studia, scrive e cerca sollievo nel contatto con la natura solitaria e severa della montagna. Di questi luoghi si trovano descrizioni, sfondi ed echi espliciti nelle sue poesie; mai invece ci sono descrizioni degli eleganti ambienti milanesi, che pure conosce bene.

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Intanto è divenuta “maestra” in fotografia, con l’obiettivo di cogliere il sentimento nascosto delle cose e per dare loro l’eternità che il tempo non è disposto a concedere. In questa ricerca, nella poesia e nella fotografia, Antonia Pozzi vive dentro di sé un incessante dramma esistenziale, che nessuna attività riesce a placare, né l’insegnamento presso l’Istituto Tecnico Schiaparelli, iniziato nel ‘37 e ripreso nel ’38, né l’impegno sociale a favore dei poveri, in compagnia dell’amica Lucia.

Fino all’epilogo, i barbiturici sul prato dell’Abbazia di Chiaravalle, il 3 dicembre 1938, a ventisei anni.

La sofferenza
Antonia Pozzi, per affrontare quotidianamente la sua sofferenza, non ha aiuti che provengano dal suo prossimo o da acquisite convinzioni di pensiero: pur avendo uno spirito profondamente religioso, per esempio, di certo non oltrepassa mai la soglia di una Fede professata.

«Il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull’orlo degli abissi. Era un’ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma insieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica; fu forse preda innocente di una paranoica censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu in crisi con il chiuso ambiente religioso familiare. La terra lombarda amatissima, la natura di piante e fiumi la consolava certo più dei suoi simili (Maria Corti)».

Il clima politico è cupo, le leggi razziali del 1938 colpiscono alcuni dei suoi amici più cari: «Forse l’età delle parole è finita per sempre», scrive quell’anno a Vittorio Sereni. Mese dopo mese accumula la certezza d’essere così diversa da non poter sopportare ulteriormente quell’enorme dispendio d’energia che le viene richiesto ogni volta che subisce una delusione, sia questa derivante da un innamoramento o da un mancato riconoscimento. Quell’energia che viene richiesta senza pietà ogni volta che per qualche motivo si deve affrontare un nuovo raddoppio di solitudine, come si fosse preda di un destino usuraio. E quando si riconosce che la Natura è l’unica consolazione, l’unica realtà che non fa soffrire, allora tanto vale annullarsi definitivamente in essa.

Nel suo biglietto di addio ai genitori scrive di «disperazione mortale». La famiglia nega la circostanza «scandalosa» del suicidio, attribuendo la morte a polmonite.

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La poesia
L’ermetismo è il fenomeno poetico di quel tempo, quasi una rivolta dell’anima nei confronti della manipolazione delle masse dei regimi autoritari. Quanto riservata e rigorosa è stata la breve vita di Antonia, altrettanto le sue parole, secondo la lezione ermetica, trasferiscono peso e sostanza alle immagini, nel tentativo di dar loro un’eternità negata e così liberare l’anima oppressa.

Cerca di esprimere con le parole l’autenticità dell’esistenza, non trovando verità nella propria.

La crisi di un’epoca e del suo mondo borghese s’intreccia con la sua tragedia personale: «La poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella celeste vastità del mare», scrive. Ma quel dolore è tale da riemergere come un fiume carsico, per poi sommergerla ancora travolgendo la sua vita.

Antonia.
Trentenne, autore di documentari e cortometraggi, cinefilo fin da ragazzo, Ferdinando Cito Filomarino è uno che il cinema ce l’ha nel sangue: è pronipote di Luchino Visconti, figlio dell’aristocrazia milanese colta. Ma lui a sentir parlare di lignaggio si indispettisce, «sono categorie sorpassate, non contano più». E la sua strada se l’è fatta da sé, studiando al DAMS e sul campo come assistente di Luca Guadagnino. Il giovane regista, in questo suo film d’esordio, ha voluto seguire Antonia Pozzi nella trasformazione dal reale-storico al poetico, una metamorfosi riflessa sul viso di lei, sul corpo, nelle fotografie che scatta e sulle pagine che scrive.

Raccontare una giovane artista vissuta nella Milano degli anni Trenta, ma soprattutto fare entrare nella sua poesia, «così intima e moderna da essere slegata dalla sua epoca», così Ferdinando Cito Filomarino spiega ciò che l’ha spinto a girare Antonia. “Volevo dare vita agli anni Trenta evitando una rappresentazione artificiale. Per questo ho fatto un lavoro da detective», racconta il regista. «Sono partito dall’archivio di Antonia Pozzi, che comprende migliaia di fotografie e di lettere. Poi ho allargato la ricerca agli Archivi del Castello Sforzesco e ad archivi di famiglie milanesi, compresa la mia, per cercare di capire come si vestivano e come parlavano le persone di allora, come si viveva la quotidianità. C’è stato anche un grande lavoro sul modo di muoversi della protagonista, che non è quello di una ragazza di oggi, e cambia nel corso del film».

Ferdinando Cito Filomarino
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Linda Caridi interpreta Antonia Pozzi
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La Milano del periodo fascista è fotografata nei suoi interni signorili, nei parchi pieni di verde, talmente ordinati e puliti da essere quasi opprimenti. Nel film si vede molta Milano, scelta accuratamente negli esterni e negli interni, anche se un film indipendente non poteva permettersi grosse ricostruzioni scenografiche.

In Antonia. hanno grande spazio sia la natura sia la sessualità. «Sono temi che partono dalla poesia di Antonia, che è tattile, corporea. Anche per questo ho scelto come direttore della fotografia il thailandese Sayombhu Mukdeeprom, che nei film di Apichatpong Weerasethakul ha saputo lavorare magistralmente sulla luce naturale». Anche qui Mukdeeprom regala al film “una iconica e materiale ‘secchezza’ visiva, un’asciuttezza di colori duri e cupi, con i volti spesso ripresi in controluce (http://quinlan.it/2015/11/28/antonia/)”.

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Antonia Pozzi viene fuori come una donna sola, mai totalmente compresa anche dai suoi amici intellettuali Remo Cantoni e Dino Formaggio. «Non è successo solo a lei, e non è successo solo allora… Non mi interessava mostrare personaggi fascisti, ma resta il fatto che per la mentalità dell’epoca la donna doveva avere un ruolo preciso, che ad Antonia non interessava. Per questo veniva percepita come “strana”. In ogni caso mi sono attenuto a quanto è documentato dalle lettere. Mi hanno aiutato anche i racconti orali di Onorina Dino, la religiosa che fino a poco tempo fa ha curato l’archivio di Antonia».

In un film sostanzialmente privo di colonna sonora, sorprende l’uso della canzone Va (1976) di Piero Ciampi in una delicata sequenza di masturbazione della protagonista.

Le immagini del video seguente (qui riportato per poter ascoltare la canzone Va) nulla hanno a che fare con il film Antonia.

«Volevo trasmettere qualcosa di non dicibile sull’intimo di Antonia. Ciampi nasce come poeta, e la sua poesia per certi versi è simile a quella di Antonia. Li ho fatti incontrare al di là della distanza cronologica, cercando un’affinità elettiva». Strepitosa, l’interprete Linda Caridi è esordiente: «Era stata appena apprezzata in un monologo teatrale, Blu. Ha superato tutti i provini: era la più affine al personaggio, la più appassionata. Anche quando ha dovuto vincere le vertigini e imparare ad arrampicarsi sulle Grigne, come faceva Antonia. Non ci sono effetti digitali: ma accanto a lei c’era un grande alpinista, Hervé Barmasse, a darle sicurezza».

Già dalle prime scene Antonia Pozzi ci appare desiderosa di esperienze e d’amore, uno spirito libero incatenato dal rigore formale di una famiglia prestigiosa che non ammetteva guizzi di eccentricità.

Puntualmente abbandonata dalle persone con cui cercava di condividere le proprie emozioni, Antonia sembra un fiume in piena che avvolge, e forse sommerge, chi le è vicino, forse troppo intelligente e sensibile per la media delle persone che le stanno intorno, sintonizzate su una frequenza emozionale completamente diversa. E’ la sua disperazione.

Ferdinando Cito Filomarino dirige Linda Caridi
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Antonia vorrebbe fortissimamente vivere, vorrebbe scardinare l’esistere, ma istintivamente e quasi senza intenzione, non sapendo che ogni smottamento d’equilibrio nella società del Ventennio è impossibile. Infatti, anche se non vi sono riferimenti diretti al regime fascista, il regista sembra alludervi con costanza, arrivando a disegnare una sorta di cappa invisibile che irrigidisce l’esistere e che rende, a esempio, inaccettabile il trasporto con cui Antonia bacia appassionatamente una sua amica (http://quinlan.it/2015/11/28/antonia/)”.

Il film brilla per rigore di messa in scena, struttura narrativa, desiderio di non fare il cinemino all’italiana, ma di sentirsi parte di un cinema d’arte maggiore, portoghese, thailandese o milanese che sia… E’ notevole anche la scelta di non declamare i versi della poetessa come momenti alti… (Marco Giusti per Dagospia)”.

Le montagne della Grigna dove Antonia è ripresa a salire e scalare con Hervé barmasse sono nude, austere, per lo più circondate di nebbia. C’è un senso di vuoto che richiama il vagare della protagonista nei meandri della sua mente.

Non si capisce perché festival come Venezia e come Cannes non si siano accorti di un film che è assolutamente fuori dalla norma all’interno della situazione italiana. E’ passato un po’ sotto silenzio anche nel corso della 33esima edizione del Torino Film Festival (peraltro non in concorso).

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Scheda del film
titolo originale: Antonia.
regia di: Ferdinando Cito Filomarino
cast: Linda Caridi, Filippo Dini, Federica Fracassi, Alessio Praticò, Perla Ambrosini, Maurizio Fanin, Hervé Barmasse, Luca Lo Monaco, Francesco Meli, Alberto Burgio
sceneggiatura: Carlo Salsa, Ferdinando Cito Filomarino
fotografia: Sayombhu Mudkeeprom
montaggio: Walter Fasano
scenografia: Bruno Duarte
costumi: Ursula Patzak
produttore: Luca Guadagnino e Marco Morabito
produzione: Frenesy, Rai Cinema, con il contributo del MiBACT, Faliro House, in associazione con BNL Gruppo BNP Paribas, con il sostegno di Regione Lombardia, Lombardia Film Commission
vendite estere: Curator Films [US]
paese: Italia/Grecia
anno: 2015
durata: 96′
formato: 35mm/DCP – colore

Premi e festival
Göteborg Film Festival 2016: Italy in focus
Beirut International Film Festival 2015: Panorama
Filmmaker International Film Festival 2015: Film di Chiusura
Haifa International Film Festival 2015: Panorama
50° Karlovy Vary International Film Festival 2015: Competition – Menzione Speciale della Giuria, 4 luglio 2015
Torino Film Festival 2015: Festa Mobile

Alcune Poesie
Naufraghi
Naufraghi sugli scogli,
ognuno narra
a sé solo – la storia
di una dolce casa
perduta,
sé solo ascolta
parlare forte
sul deserto pianto
del mare –

Triste orto abbandonato l’anima
si cinge di selvagge siepi
di amori:
morire è questo
ricoprirsi di rovi
nati in noi.
(19 dicembre 1933)

Distacco dalle montagne
Questa è la prova
che voi mi benedite –
montagne –

se nell’ora del distacco
la vostra chiesa m’accoglie
con la sua bianchezza di sole
e abbraccia forte la mia
malinconia
col canto
delle campane di mezzogiorno –

Nella piccola piazza
una donna ridente
vende le prugne rosse e gialle
per la mia ardente
sete –

sul gradino di pietra
della fontana
luccica la lama
di una piccozza –

l’acqua diaccia gela
il riso in bocca
a un fanciullo –
stampa lo stesso riso
sulla mia bocca –

Questa è la vostra
benedizione –
montagne
(Valtournanche, 30 luglio 1933 e Pasturo, 23 agosto 1933)

Emilio Comici in una foto di Antonia Pozzi
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Per Emilio Comici
Si spalancano laghi di stupore
a sera nei tuoi occhi
fra lumi e suoni:

s’aprono lenti fiori di follia
sull’acqua dell’anima, a specchio
della gran cima coronata di nuvole…

Il tuo sangue che sogna le pietre
è nella stanza
un favoloso silenzio.
(Misurina, 7 agosto 1938)

 

 

La roccia
Trine di betulla
nella valle
i pensieri –
ma ieri
quando soli erravamo
sulla nuda montagna –
il taglio
delle rupi più eccelse
era il disegno
della mia forza – in cielo.
E non parlare di rovina
tu cuore –
fin che uno spigolo nero a strapiombo
spacchi l’azzurro
e una corda s’annodi all’anima
bianca
come le ossa del falco
che sul torrione più alto
regalmente ha voluto
morire.
(8 settembre 1933)

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Le montagne
Occupano come immense donne
la sera:
sul petto raccolte le mani di pietra
fissan sbocchi di strade, tacendo
l’infinita speranza di un ritorno.

Mute in grembo maturano figli
all’assente. (Lo chiamaron vele
laggiù – o battaglie. Indi azzurra e rossa
parve loro la terra). Ora a un franare
di passi sulle ghiaie
grandi trasalgon nelle spalle. Il cielo
batte in un sussulto le sue ciglia bianche.

Madri. E s’erigon nella fronte, scostano
dai vasti occhi i rami delle stelle:
se all’orlo estremo dell’attesa
nasca un’aurora

e al brullo ventre fiorisca rosai.
(Pasturo, 9 settembre 1937)

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Nevai
Io fui nel giorno alto che vive
oltre gli abeti,
io camminai su campi e monti
di luce –
Traversai laghi morti – ed un segreto
canto mi sussurravano le onde
prigioniere –
passai su bianche rive, chiamando
a nome le genziane
sopite –
Io sognai nella neve di un’immensa
città di fiori
sepolta –
io fui sui monti
come un irto fiore –
e guardavo le rocce,
gli alti scogli
per i mari del vento –
e cantavo fra me di una remota
estate, che coi suoi amari
rododendri
m’avvampava nel sangue –
(1° febbraio 1934)

Piero Ciampi
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Va, di Piero Ciampi
Il suo corpo in ogni cuore, sembra un coltello.
Lei apre senza pietà altre ferite oltre la mia
e va
con il suo corpo lungo la strada ed il cemento,
è un teatro per le sue gambe
sempre pronte ad una danza.
Se ritardi, così viene l’attesa,
la mia unica arma è un lungo silenzio.
Io tra milioni di sguardi
che si inseguono in terra
ho scelto proprio il tuo
ed ora tra miliardi di vite
mi divido con te.
Se perdi la pazienza
grazie a un sorriso ritorni mia,
poi apri la tua mano
in un disegno sovrumano.
La tua anima sta giocando in giardino,
mi nascondo e la scruto
ma il tuo corpo dov’è?
Noi per nutrire l’amore
ci sfidiamo a duello,
sarà sempre così.
Ma amore, non esiste un nemico
più bello di te.

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The beckoning silence (Il richiamo del silenzio)

he Beckoning Silence (Il richiamo del silenzio, film di Louise Osmond)
recensione di Giorgio Robino
(già pubblicato dallo stesso autore su facebook il 3 ottobre 2010)

Il film The Beckoning Silence (tratto dall’omonimo libro di Joe Simpson tradotto in italiano con Il richiamo del silenzio) è un documentario girato nel 2007 dalla regista Louise Osmond e tratta del tristemente famoso tentativo di scalata alla Nord dell’Eiger nel 1936 (18-25 luglio) dei tedeschi Toni Kurz, Andreas Andi Hinterstoisser e degli austriaci Willy Angerer ed Edi Rainer (vedi anche mia recensione al film Nordwand, girato l’anno dopo: http://www.facebook.com/note.php?note_id=10150268533200207).

Joe Simpson scala sull’Eiger durante la realizzazione del documentario
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Il documentario fa seguito quindi all’omonimo libro di sir Joe Simpson: è lui il protagonista e voce narrante del documentario. L’alpinista inglese racconta se stesso, paragonando la sua vita e in particolare quello che gli successe sul Siula Grande (argomento del famoso libro e film Touching the void ), paragonando gli accadimenti e le emozioni di quei giorni terribili, passati tra la vita e la morte, con quello che successe al povero Toni Kurz e compagni, traendo estreme conclusioni filosofiche…

Scena di ricostruzione storica: durante le doppie di ritirata per non essere riusciti a passare dal traverso
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Scena di ricostruzione storica: la morte di Toni Kurz
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Dunque il film alterna vari momenti narrativi che si intrecciano: anzitutto è ricostruita la vicenda storica del 1936 attraverso attori che recitano “in costume”, vengono tracciate le tappe della vicenda per sommi capi, ma con ovvia cura per i dettagli alpinistici. D’altro canto la vicenda è raccontata da Joe Simpson che assieme a un amico, è andato sull’Eiger a rifare pezzi della via. Per inciso, mi sembra di capire che non l’ha mica fatta tutta la vecchia via, ma si è fatto portare da un elicottero nei punti salienti per riprovare i passaggi e realizzare i video di “spiegazione alpinistica”. Quindi viene narrato quanto accadde nel 1936, intervallando con spezzoni di salita fatta da Joe qualche anno fa, allo scopo di spiegare alcuni dettagli tecnico-alpinistici sui passaggi fatti dai quattro scalatori anteguerra; il tutto è infine intercalato da interviste fatte a tavolino a Joe: la vicenda dell’Eiger è occasione per esporre riflessioni sul senso dell’alpinismo, una problematica che a Simpson sta parecchio a cuore.

Ricostruzione del percorso fatto: la linea rossa è il traverso Hinterstoisser
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Joe Simpson e compagno di cordata durante le riprese del documentario
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Ci sono alcuni dettagli sui passaggi tecnico-alpinistici che sono spiegati discretamente bene: in particolare fa specie vedere Joe che passa sul traverso Hinterstoisser, attrezzato oggi con corde fisse (così almeno sembra di vedere nel video), ansimando e imprecando pur con le corde… il passaggio è brutto forte: roccia bella liscia e verglassata… ad ogni modo le sequenze i cui Joe spiega mentre passa sono davvero godibili.

Joe esce dalla famosa porta della galleria del trenino che passa dentro l’Eiger
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Joe sul traverso Hinterstoisser
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Joe sul del traverso Hinterstoisser
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All’inizio del traverso Hinterstoisser, Joe fa la spiega di come passò Andi
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Le scene della ricostruzione storica, con gli attori in costume, non è altrettanto curata come nel film Nordwand, ma d’altro canto qui interessava raccontare di quella scalata del ’36 alcuni punti salienti dal punto di vista alpinistico e soprattutto dal punto di vista dell’emozione… quindi è accettabile che la ricostruzione in costume non sia perfetta. E’ comunque a livelli sufficienti e soprattutto mi sembra raccontata bene la scena drammatica in cui la valanga travolge a morte Andy. Credibile la dinamica degli altri tre che rimangono attaccati alla stessa corda, con Toni unico vivo in mezzo ai due austriaci morti quasi subito… Mentre in Nordwand questa scena è completamente “falsa” (volutamente romanzata…?). Un dettaglio tecnico però non mi torna neppure in questa ricostruzione storica: nel documentario gli attori sembrano indossare tutti i ramponi, ma a me risulta che non li avessero, o almeno non li avesse Hinterstoisser, ma forse sbaglio io, non che cambi granché, ma…

Scena di ricostruzione storica: Andi al ritorno non riesce più a passare sul traverso anche a causa del verglas e dello sfinimento
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Scena di ricostruzione storica: i quattro alpinisti su un nevaio
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Più che essere una fedele ricostruzione dell’accaduto storico (anche qui, come nel film romanzato Nordwand, mi pare ci sia qualche imprecisione e un po’ di superficialità nel racconto che viene fatto per sommi capi), il documentario è piuttosto un riferimento simbolico che Joe Simpson utilizza per riflettere sulla sua vita e affrontare alcuni interrogativi filosofici: sembra che da qualche anno abbia deciso di chiudere definitivamente con l’alpinismo, ma la decisione non è serena, sembra quasi una disperazione esistenziale. Addirittura Simpson se la prende con la sua capacità di scrittore e con il suo elaborare con il pensiero i fatti… infine dichiara di non riuscire a spiegare alcunché del perché dell’alpinismo estremo… non gli rimangono che domande senza risposta, che ci riversa addosso con i suoi libri e il suo film; la sua dichiarazione di infelicità è di una sincerità umana disarmante, e proprio questo me lo fa apparire oltremodo simpatico. Quest’uomo si è rotto i coglioni e non sa che farci, ma almeno non dice cazzate, insomma è puro… ma allora, spero davvero che Joe trovi qualche risposta, perché la soluzione dell’enigma interessa anche a me!

Joe durante le riprese del documentario
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Joe Simpson alla Kleine Scheidegg, ai piedi della parete nord dell’Eiger
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DVD:
http://www.amazon.co.uk/The-Beckoning-Silence-Louise-Osmond/dp/B000W668QC

Interessanti, anche se un po’ poco approfondite, le interviste di Kay Rush, in cui Joe parla chiaro:

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L’emozionante Everest di Baltasar Kormákur

L’emozionante Everest di Baltasar Kormákur

Ricordo bene quando andammo a girare il primo spot Altissima, purissima, levissima in Nepal, nella valle del Khumbu. Era quasi Natale del 1992, una delle scene da girare prevedeva, in una location a ben più di 5000 metri sopra Dingpoche, che Reinhold Messner si aggirasse da solo su alcuni pendii di ghiaccio e che a un certo punto si soffermasse ad osservare l’acqua purissima che alcune stalattiti di ghiaccio avrebbero dovuto rilasciare con il calore del sole.

Il luogo era stato raggiunto dalla numerosa troupe e dal regista di San Francisco in elicottero la sera del 19 dicembre: solo io e pochissimi altri eravamo saliti a piedi al mattino. Nella notte quasi tutti erano stati male, non acclimatati e in pieno disagio fisico nelle tende. Il mattino dopo il freddo era davvero siderale e quando si dovette girare, come da programma ma con un cielo livido, la scena delle stalattiti, l’acqua tiepida appena scaldata con un fornello e versata sulle stalattiti ghiacciava immediatamente. Non colava alcuna goccia. Il nervosismo di trenta persone, che per tutta la giornata era stato latente, esplose. Volevano scendere, andarsene al caldo dell’Hotel dei Giapponesi a Khumjung. Ma il regista, che soffriva come un cane anche lui, insisteva. Voleva la sua acqua colare. Risolse tutto un macchinista de Roma, che ebbe l’idea di versare sulle stalattiti due bottiglie di vodka!

Lì ebbi la misura di quanto il cinema possa e spesso debba essere finzione. Non mi era ancora bastato vedere come perfino nelle foto di still life si preferisse l’uso di frutta finta al posto di quella vera.

Il regista islandese Baltasar Kormákur a Namche Bazar
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Ho visto il film Everest di Baltasar Kormákur, e mi è piaciuto. Nessuno poteva essere più prevenuto di me. Mi aspettavo la solita “stallonata” alla Cliffhanger, ma anche la pretenziosità insoddisfatta di North Face o, ancor peggio temevo una similitudine con quell’altra boiata pazzesca (con tema K2), Vertical Limit. Non osavo sperare l’attrazione di Assassinio sull’Eiger e non ritenevo che Everest potesse uguagliare La morte sospesa (Touching the void) di Joe Simpson.

La reazione del pubblico al Festival di Venezia (film d’apertura, fuori concorso), nonché i commenti non proprio favorevoli di Reinhold Messner e Simone Moro, avevano fatto il resto.

Razionalmente mi stavo imponendo, mentre attendevo che le luci si spegnessero, di accettare che un film a lungometraggio non debba essere una fedele trascrizione visiva di fatti vissuti e raccontati; che la storia narrata da Jon Krakauer in Aria sottile potesse essere anche stravolta; che la mia esperienza di alpinista dovesse essere messa da parte, perdonando dunque piccole grandi inesattezze, gli svarioni, le incongruenze, le esagerazioni.

Mi ripetevo che, se si sta a quanto raccontato da Anatolij Bukreev, neppure Jon Krakauer aveva raccontato la vera verità riguardo ai fatti di quel 10 maggio 1996.

Assorto in questo training autogeno, ma contemporaneamente munito di blocchettino degli appunti e matita per poter annotare anche al buio ogni fesseria vista o sentita nei dialoghi, il film è iniziato.

Un primo respiro di sollievo l’ho tirato quando mi sono accorto che il film era sottotitolato: non avrei perciò dovuto sentire le ulteriori vaccate del doppiaggio!

E già dopo pochi minuti il mio atteggiamento era cambiato: il film procedeva sui binari di una recitazione corretta, non c’erano sbavature, non c’era la fastidiosa sensazione che il regista calcasse la mano per creare un clima di attesa e di suspence. Scarno, per ciò che riguarda le motivazioni dei clienti delle spedizioni commerciali. Pochi contenuti ma nessuna aggiunta. Poi le riprese: belle, talvolta bellissime, perfino le poche ricreate artificialmente negli studios.

Una scena di Everest
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La critica
Michele Gottardi
aveva scritto, dopo la “prima” mondiale a Venezia: “L’Everest si staglia sul grande schermo della Mostra ed è gelo in sala. Ma non per il pathos che il regista Baltasar Kormákur trasmette allo spettatore impaurito dalla tormenta o dal freddo; o per le paure che gli esiti del film incutono. Everest resta sospeso sul ponte tibetano delle infinite soluzioni, non osando fare un film completamente spettacolare e hollywoodiano, né riuscendo fino in fondo a trasmettere quel senso di mistero e di pericolo che la montagna più ostica del mondo ancora mantiene, nonostante le orde barbariche che l’hanno aggredita in questi ultimi vent’anni.

Poi il film comincia a mutare registro, virando verso tragedia e precipizio. Il dubbio che sorgeva (anche sulla scorta di una polemichetta avanzata da Reinhold Messner, che dava per assente il senso stesso della vetta) era: ci sarà la montagna? A luci spente, la sensazione del grande alpinista viene in parte confermata. Senz’altro non è stato (solo) girato su una pista di sci come ha detto Messner (le montagne della Val Senales sono state l’Everest, mentre a Cinecittà in studio è stato ricostruito l’interno del campo base), ma certamente il cinema di montagna è altra cosa. Elevare il dramma a spettacolo aumenta l’attenzione dello spettatore ma qui troppe vicende familiari e colpi di scena ne fanno un’occasione mancata”.

L’Everest. Foto: David Breashears
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Reinhold Messner aveva detto al settimanale Oggi: “Parlando con i produttori ho capito che la vicenda viene ricostruita in modo parziale… la tragedia del ’96 non fu una semplice disgrazia. E’ accaduta perché due bravissime guide, Rob Hall e Scott Fisher, decisero erroneamente di diventare imprenditori del settore turistico. L’alpinismo è una cosa, lo sport e il turismo un’altra”. Hall e Fischer erano in competizione tra loro per chi riusciva a portare più gente in cima all’Everest. Dovevano porsi obiettivi più ragionevoli. Sull’Everest porti qualcuno, non decine di persone alla volta. Per far salire gente impreparata Rob Hall e Scott Fischer hanno fatto ricorso a tutte le loro risorse fino a esaurirle. Erano sfiniti. Sono morti loro e gli altri, senza un’idea di cosa fare, hanno fatto la stessa fine“.

Josh Brolin (nel ruolo di Beck Weathers)
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E Simone Moro: “Non giudico mai qualcosa che non ho visto e onestamente spero che sia un bel film e che faccia un buon intrattenimento cinematografico… So che Reinhold Messner ha criticato aspramente il film. Pare che Messner abbia assistito alle riprese e abbia detto: «Non può raccontare la realtà: è stato girato su una pista da sci… una cosa hollywoodiana, dove manca il protagonista principale, la montagna».

Peccato solo che la fonte di quel film sia il libro sbagliato o meglio la voce sbagliata… Ero grande amico di Anatolij Bukreev… Ho ascoltato dentro una tendina e alla luce di una candela la sua ultima narrazione di alcuni fatti accaduti in quella spedizione… Molte verità non sono mai state gridate e altre sono sotto gli occhi di tutti quelli che conoscono l’alpinismo e l’Everest. Mi spiace che Anatolij non abbia più voce oggi ed io non posso essere la sua anche se ho provato a raccontare di lui in Cometa sull’Annapurna. Il libro che lui ha scritto, Everest 1996 – cronaca di un salvataggio impossibile (CDA, Torino, 1998 tradotto dall’edizione originale The Climb, 1997, NdR) rimane letto da pochissimi e la sua storia personale quasi sconosciuta.
Sarebbe bastato il silenzioso sguardo proveniente dagli occhi azzurri di Anatolij per far capire chi era lui veramente… Già, solo in quello sguardo, molti spettatori usciti dalle sale cinematografiche avrebbero trovato risposte e sarebbero tornati a casa con le idee più chiare e più loro…
Io di quel film ho visto solo il trailer e non muoio dalla voglia di andare per forza a vederlo… ma lo considero come uno dei tanti film di intrattenimento e non un film verità e dunque lo giudico con serena pacatezza…”.

Sul set di Everest
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Il punto di vista del regista
L’islandese Baltasar Kormákur parla del suo rapporto con la natura e di come l’aver camminato ogni giorno attraverso una tempesta di neve per andare a scuola abbia influenzato il suo punto di vista nel dirigere il film. All’osservazione che Messner lo abbia criticato ribatte: “E non aveva neanche visto il film! Dice che non è reale, ma qual è il punto? Alfonso Cuaron è forse andato nello spazio per girare Gravity? Il cinema è simulazione, tentiamo di ricreare la realtà senza uccidere nessuno o mettere gli attori e la troupe in pericolo. Io ho fatto del mio meglio per renderlo reale, più di quanto sia mai stato fatto nel cinema di finzione: abbiamo girato a -30° per sei settimane! Abbiamo scalato per davvero i monti, quindi dovevamo saper tenere la situazione sotto controllo e, nel caso, poter evacuare la gente. E lo abbiamo dovuto fare sul serio, un paio di volte, per il rischio di valanghe…

L’emozionante scena in cui Josh Brolin (nel ruolo di Beck Weathers) perde l’equilibrio sulla scala
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Abbiamo perso un set sotto una valanga. E mentre giravamo, in una valle vicina sono morte delle persone per una valanga. Eravamo estremamente consapevoli del rischio. Ma io non metto la gente in pericolo per ottenere quello che voglio. Come ha detto Jake Gyllenhaal, c’è differenza tra soffrire e farsi male. Io li ho fatti soffrire, più di quanto qualsiasi regista sia disposto a fare. Non per ragioni sadistiche, ma perché volevo il realismo: non volevo che interpretassero il freddo, volevo che lo provassero davvero. Questo vale anche per lo script: non volevo aggiungere un cattivo inesistente alla storia. E poi sono andato in Nuova Zelanda a incontrare i sopravvissuti, ho ascoltato le registrazioni delle conversazioni tra Rob Hall e sua moglie e tra Rob e il campo base. Ho appreso dettagli incredibili che nessun libro sull’argomento ha mai riportato…
Al cinema ci aspettiamo che i buoni sopravvivano e i cattivi muoiano. Ma la vita reale non è così: la vita è ingiusta. Volevo che il mio film fosse proprio questo…
Nel mio caso non c’è niente di inventato, nessun dramma fasullo, nessun personaggio femminile aggiunto a forza per far colpo sulle donne…
Anche in Val Senales, ho tentato di girare all’esterno il più possibile, pur sapendo che avrei dovuto ritoccare gli sfondi… Ci sono stati anche momenti drammatici, alcuni se ne volevano andare… Volevo che tutto fosse autentico: avevamo sempre con noi trenta sherpa, ci hanno seguito anche a Cinecittà, dove hanno costruito il set del campo base personalmente, perché hanno le loro tecniche precise
”.

Jake Gyllenhaal (Scott Fischer)
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E quello di alcuni attori
Per Jake Gyllenhaal, che interpreta il ruolo della guida Scott Fischer, in mezzo a tutto quell’avventuroso spettacolo, in cui si è anche congelato un orecchio, il momento più commovente è quella telefonata finale tra Jason Clarke e Keira Knightley (Rob Hall e sua moglie, nella realtà). Il grande lavoro fatto da loro è quello che più si avvicina al reale…
A voi sembrerà che abbiamo torturato noi stessi per questo film, ma per me è stato un atto creativo, non distruttivo.
Josh Brolin, mascella quadrata, grande senso dell’umorismo spaccone, interpreta Beck Weathers, il perfetto americano, anzi texano. E’ lui quello che chiede al sirdar Ang Dorjie, quando gli viene presentato, se sa parlare inglese: E quello gli risponde: «Meglio di te, americano»!

Il mio agente mi ha detto: «Sei sicuro di volerlo fare? La tua non è la parte principale». «Sì, ok, ma l’hai letta la sceneggiatura? ». Mi ha davvero commosso e se non ti smuove qualcosa vuol dire che hai un cuore di ghiaccio…
Per prepararmi al film, visto che mi piace l’idea di scalare, ho salito una via ferrata in Svizzera. L’ho fatta su consiglio di un mio amico scomparso da poco, Dean Potter, ma mentre me lo diceva mi sono dimenticato che parlavo con un tizio a suo agio su una parete liscia a 1500 metri d’altezza e senza corde. A metà del percorso ero già incazzato nero e mi dicevo «Quando torno a casa lo ammazzo». Ero appeso nel vuoto e non potevo tornare indietro, non c’erano segnali e pregavo che non ci fosse il gran finale, ma ovviamente c’era, altrimenti non sarebbe un’attrazione per alpinisti. Così giro l’angolo e vedo un ponticello appeso su uno strapiombo, che oscillava da tutte le parti. Il mio corpo si rifiutò fisicamente di proseguire: non volevo morire, avevo appena conosciuto una ragazza fantastica e mi piaceva la mia vita. Allora capii che dovevo semplicemente lasciarmi andare e iniziare a camminare. Non avevo mai provato a sfidare la paura a quel livello, ma quell’esperienza mi ha dato un minimo di comprensione di quello che avevano provato gli alpinisti sull’Everest…
Io ho fatto tutti i miei stunt. L’animazione in CGI (
computer-generated imagery) è lo strumento migliore per questo tipo di film: in Star Wars, ad esempio, la si usava per realizzare qualcosa di mai visto prima, qui per ricreare qualcosa che abbiamo solo immaginato e mai toccato con mano. Ma la scena in cui scivolo sulla scala ho dovuto farla davvero per circa 150 volte. Alla sessantesima volevo lasciare il film e tornare a casa, avevo un ematoma nerissimo dal ginocchio all’inguine. Dopo la Val Senales ci siamo spostati a Londra, in studio. Dovevamo indossare gli stessi indumenti che avevamo portato a -30°, solo che lì c’erano 26°, e al posto della neve c’era il sale. C’era un addetto che versava sale in un ventilatore, ti arrivava addosso e ti entrava negli occhi facendoti lacrimare. Una cosa terribile. Terribile. Preferirei scalare l’Everest che rifarlo”.

Jason Clarke (Rob Hall) e Jake Gyllenhaal (Scott Fischer)
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Considerazioni finali
Per me il film ha superato la prova della credibilità alpinistica e non ha mai urtato la mia sensibilità, non dico di espertissimo himalayano ma almeno di persona che ne ha una idea. Qualche tempesta l’ho vissuta pure io, tanto tempo fa, e le scene del film sono veritiere, assolutamente realiste: perché non sono minimamente caricate. La morte evidentemente arrampica ancora accanto, come diceva Toni Hiebeler. Ma non è lei la morbosa protagonista del film. Neppure la montagna lo è, come dicono giustamente Messner e Moro. Lo è invece quella domanda di fondo, strisciante, sul perché di tutto questo. Il fascino di una domanda cui non si può risponder se non la si prova. Forse la ricerca affannosa e pervicace del proprio destino. Fino alle estreme conseguenze.

La “stupidità” delle spedizioni commerciali, il nascere e lo svolgersi dei meccanismi competitivi si possono toccare con mano, senza che sia dato un giudizio, senza un assunto morale. Si vede bene come oggi la scalata dell’Everest sia un penoso trascinarsi di corda fissa in corda fissa, si vede ancor meglio l’ottusa mentalità di molti clienti che hanno reazioni isteriche. Una valanga riesce a smuovere la scala gettata a ponte nell’abisso di un crepaccio enorme della Seraccata e Beck Weathers che la stava traversando cade, rimanendovi disperatamente aggrappato perché assicurato da due cordini con moschettoni. Rob Hall si precipita dal terrorizzato Beck e lo rimette in piedi. Questi non ha di meglio da dire che: “Non ti ho pagato 65.000 dollari per fare una coda alle scale, come in un supermercato!”.

La ben ascoltata consulenza di un esperto alpinista (cinque volte salitore dell’Everest) e moviemaker David Breashears è palpabile in ogni momento.

Jason Clarke (Rob Hall) guida la fila nella risalita al Colle Sud dell’Everest
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Fino al gran finale, i decessi in massa. Le conversazioni di Rob Hall e di sua moglie Jenal satellitare, intermediate da Helen Wilton. Il regista ha sparato alto e gli è andata bene. Poteva risultarne una scena penosa e invece l’attrice Keira Knightley propone uno strazio dolce, quasi fosse una liberazione. Anche la bravissima Emily Watson, nel ruolo di direttrice del campo base Helen, ha un che di materno unito a una grande forza.

Comunicato stampa ufficiale del film
Everest, un film Universal Pictures diretto da Baltasar Kormákur, è il film d’apertura, fuori Concorso, della 72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2-12 settembre 2015), diretta da Alberto Barbera e organizzata dalla Biennale presieduta da Paolo Baratta.
Everest sarà proiettato in prima mondiale il 2 settembre nella Sala Grande (Palazzo del Cinema) al Lido di Venezia.
Ispirato a fatti legati al tentativo di raggiungere la vetta della più alta montagna del mondo, Everest documenta il viaggio di due spedizioni che si imbattono in una violentissima tempesta di neve. Il coraggio degli scalatori viene messo a dura prova dalla forza della natura, che trasformerà la loro ossessione in una lotta per la sopravvivenza.
Everest è una produzione Working Title Films. E’ interpretato da Jason Clarke, Josh Brolin, John Hawkes, Robin Wright, Michael Kelly, Sam Worthington, Keira Knightley, Emily Watson e Jake Gyllenhaal.
E’ prodotto da Tim Bevan, Eric Fellner, Baltasar Kormákur, Nicky Kentish Barnes, Brian Oliver e Tyler Thompson.
Everest è presentato da Universal Pictures e Walden Media, in collaborazione con Cross Creek Pictures, ed è adattato per lo schermo da William Nicholson (Il gladiatore) e dal premio Oscar® Simon Beaufoy (The Millionaire).
Il film è stato girato in Nepal, alle pendici dell’Everest, sulle Alpi italiane (Val Senales, Alto Adige), negli studi di Cinecittà a Roma e nei Pinewood Studios nel Regno Unito.