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Il furto del nostro dio

Il furto del nostro dio
di Georg Wilhelm Friedrich Hegel
(da Reisetagebuch Hegels durch die Berner Oberalpen, 1796; edizione italiana: Diario di viaggio sulle Alpi bernesi, prefazione di Remo Bodei, traduzione di Tomaso Cavallo, Ibis, 1990)

Georg Wilhelm Friedrich Hegel
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Il primo posto in cui ci siamo imbattuti fu Hasli im Grund, che si trova in una conca verdeggiante e che è una distesa circolare di prati, da cui, attraverso una stretta apertura tra le rocce prorompe la Aar, che un tempo probabilmente, prima di trovare questa via di uscita, formava qui un lago, defluendo da un luogo più alto. A partire da qui il sentiero s’inerpica costantemente e, in parte, è assai vario. Talora attraversa abetaie, talora attraverso prati passa innanzi a delle baite. In particolare il corso della Aar, che un momento uno ha sulla destra, un altro momento sulla sinistra, offre molte belle vedute. Un’analoga varietà offrono i molti torrentelli che corrono a confluire nella Aar, talora in cascate verticali, talora rumoreggiando, talora su ripidi letti petrosi: molti di essi vanno attraversati, ma come alcune cascate nei pressi di Mairingen, al confronto di quella del Reichenbach, non vengono degnati di alcuna attenzione, o perché già si proviene da più grandiosi spettacoli di tal genere o perché si sta loro andando incontro. Spesso la Aar, che a una paurosa profondità infuria e spumeggia, lascia tra sé e le rocce solo un sentiero esilissimo che viene provvisto di rotonde barriere lignee, ma che può essere percorso da cavalli e bestie da tiro. Non lontano da Hasli im Grund si apre la Val Mühli. Dopo circa tre ore noi giungemmo a Guttannen, l’ultimo villaggio bernese, dove abbiamo pranzato con pane bianco vallese (che era alto solo due dita, a forma di dolce e molto duro), burro, miele e vino italiano. Lasciammo passare la calura maggiore con una nuova partita a l’hombre, ci rimettemmo in viaggio verso le quattro e poiché la condizione dei miei piedi continuava a peggiorare, da qui in avanti io ho fatto il viaggio sempre con scarpe vecchie.

A partire da Guttannen la strada si fa sempre più selvaggia, deserta, monotona. Da entrambi i lati non si hanno che rocce ruvide e tristi. Talora si scorgono vette coperte di neve. Il terreno, che è più piatto e a tratti forma una valle, è interamente disseminato di enormi blocchi di granito. La Aar forma alcune superbe cascate che precipitano con una forza terribile. Su di una di queste si slancia audace un ponte, passando sul quale si è completamente bagnati dall’acqua nebulizzata. Qui uno può scorgere da vicino il possente infuriare delle onde contro le rocce, chiedendosi come possano sostenere una furia simile. Da nessun’altra parte uno può farsi un concetto altrettanto puro della necessità della natura se non osservando l’eterno infuriare, privo di effetti, eppur sempre ripetuto, di un’onda lanciata contro simili rocce! E tuttavia si vede che i loro angoli acuti a poco a poco sono stati arrotondati. Inoltre si vede come la vegetazione subisca sempre più la maledizione di una natura priva di calore e di forza… Non si incontrano più abeti, ma solo cespugli deformi, muschi, un terreno rivestito di un’erba miserevole o addirittura spoglio, pochi tronchi di larici e cembri; nei dintorni crescono molte genziane. Le radici di queste piante vengono raccolte da una famiglia per distillarne liquore.

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Questa famiglia trascorre qui l’estate in completo isolamento dagli uomini ed ha costruito la propria distilleria sotto blocchi turriformi di granito, che la natura ha gettato senza scopo l’uno sull’altro, ma la cui posizione casuale gli uomini hanno saputo sfruttare. Dubito che anche il teologo più credulo oserebbe qui, su questi monti in genere, attribuire alla natura stessa di proporsi lo scopo della utilità per l’uomo, che deve invece rubarle quel poco, quella miseria che può utilizzare, che non è mai sicuro di non essere schiacciato da pietre o da valanghe durante i suoi miseri furti, mentre sottrae una manciata d’erba, o di non aver distrutta in una notte la faticosa opera delle sue mani, la sua povera capanna e la stalla delle mucche. In questi deserti solitari gli uomini colti avrebbero forse inventato tutte le altre scienze e teorie, ma difficilmente quella parte della fisico-teologia che dimostra all’orgoglio dell’uomo come la natura ha preparato ogni cosa per il suo godimento e il suo benessere; un orgoglio che al tempo stesso caratterizza la nostra epoca, in quanto trova il suo appagamento più nella rappresentazione per cui tutto è stato fatto per esso da un’entità estranea che non nella coscienza per cui è propriamente egli stesso che ha attribuito alla natura tutti questi scopi. Pure gli abitanti di questi luoghi vivono nel sentimento della loro dipendenza dalla forza della natura e ciò conferisce loro una quieta rassegnazione rispetto ai suoi scatenamenti distruttivi. Se la loro capanna è distrutta, o sepolta da una slavina, o spazzata via, ne costruiscono un’altra allo stesso posto o nei pressi. Anche se spesso su un sentiero degli uomini sono stati colpiti da una caduta di massi, continuano tranquillamente a percorrerlo, diversamente dagli abitanti delle città che solitamente trovano distrutti i propri scopi solo dalla loro stessa insipienza o dalla cattiva volontà altrui e diventano perciò intolleranti e impazienti anche quando provano infine la forza della natura e quindi hanno bisogno di conforto e lo trovano, ad esempio, nelle chiacchiere che dimostrano loro che anche una sventura può forse riuscir loro vantaggiosa, perché non possono sollevarsi al punto da abbandonare il loro utile. Esigere che rinuncino ad essere in qualche modo risarciti vorrebbe dire derubarli del loro dio.

Le gole dell’Aar nella valle del Mühli. Foto: Andreas Gerth
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 Suisse. tout naturellement. Meiringen dans la vallee du Hasli, Oberland bernois. La gorge de l'Aar entre Meiringen et Innertkirchen. Copyright by: Switzerland Tourism - By-Line: swiss-image.ch / Andreas Gerth

Più si prosegue e tanto più la Aar perde di portata. Talora abbiamo guardato l’abisso, coperto di neve, sotto cui prosegue rumoreggiando il suo corso. Una volta abbiamo camminato per oltre duecento passi su un roccione compatto, liscio, non coperto da un filo d’erba né da una zolla di terra, su cui sono state incise delle orme, profonde un dito, per le bestie da soma. E di queste ne abbiamo incontrate parecchie, insieme con i loro conducenti vallesi o italiani. Essi portano riso, vino e acquavite. Al ritorno caricano invece formaggio. Prima che giungessimo a Spital io avevo contato che, a partire da Mairingen, avevamo attraversato la Aar sette volte, negli ultimi tre casi su ponti in pietra, nei casi precedenti su ponti di legno. Quasi al tramonto giungemmo a una casa in pietra, che ha alcune stanze ed è situata in mezzo a una pietraia deserta,

triste e solitaria, selvaggia come l’ambiente che avevamo attraversato da alcune ore. Né l’occhio, né l’immaginazione su questi massi informi trovano un punto su cui quello possa sostare con piacere o quella possa trovare un’occupazione o uno spunto per il suo libero gioco. Solo il mineralogista trova materia per arrischiare avventate congetture circa le rivoluzioni di queste montagne. La ragione nel pensiero della durata di queste montagne, o nel tipo di sublimità che si ascrive loro, non trova nulla che le si imponga e le strappi stupore e meraviglia. La vista di questi massi eternamente morti a me non ha offerto altro che la monotona rappresentazione, alla lunga noiosa, del: è così.

Per note sulla vita, opere e pensiero di Hegel, vedi wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Georg_Wilhelm_Friedrich_Hegel

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La filosofia della paura

La filosofia della paura

Chi ha seguito questo Blog nei suoi molti articoli sul tema “libertà di scalare, libertà di sciare fuori pista, ecc.” ha certamente notato che più volte abbiamo asserito che l’ossessione della sicurezza condiziona la nostra libertà.

Per questo motivo abbiamo riportato le note che seguono, in margine alla pubblicazione di un libro del filosofo norvegese Lars Svendsen, La filosofia della paura, che riteniamo essenziale per la comprensione di come la nostra società si stia ritrovando nella misera condizione di perdita (parziale o totale) della libertà per l’ossessione di sentirsi al sicuro.

Lars Svendsen, La filosofia della paura (traduzione di Eleonora Petrarca), Edizioni Castelvecchi, Collana Le Navi, 2010
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Lars Svendsen fonda questo suo nuovo, polemico e intelligente pamphlet su una prospettiva liberale: è convinto che l’indesiderata e insensata cultura odierna della paura vada indebolendo la nostra libertà rinforzando sempre di più la società sicuritaria. È una convinzione che non possiamo non condividere.

Nella presentazione del sito dell’editore Castelvecchi si legge: «Crisi economica e terrorismo, influenze, criminalità, droga, pedofilia, hanno un elemento in comune: la paura che incutono. Spesso smisurata e contagiosa, questa paura è in grado di condizionare le nostre esistenze: spinge a minimizzare i rischi, a limitarsi – a non viaggiare, non uscire, non mangiare ciò di cui non si conosce l’origine, in breve, a non fidarsi – e ad accettare sempre più sofisticate forme di controllo pur di sentirsi “al sicuro”. Ma al sicuro da cosa? Le nostre vite sono talmente protette che possiamo permetterci di focalizzare l’attenzione su pericoli soltanto potenziali, che nella vita non si realizzeranno mai.
La paura è un sottoprodotto del benessere, e ha un potere tale che può, addirittura, «affascinare»: è questa la tesi sostenuta dall’autore nella sua battaglia contro quella che considera una delle principali limitazioni di libertà dell’uomo moderno. Attraverso documentati esempi, Svendsen sottolinea come il peso della paura dipenda soprattutto dal ruolo che noi le permettiamo di avere, e prospetta la possibilità di un futuro più vivibile attraverso il semplice recupero di valori come speranza, ottimismo fattivo, fiducia nelle capacità dell’uomo di risolvere problemi, migliorare se stesso e la società in cui (vorrebbe) vivere
».

Scrive Leonardo Caffo in www.mangialibri.com: «“L’unica passione della mia vita è stata la paura”, diceva Thomas Hobbes. Che poi uno lo ammetta è poco importante, il dato rimane: la paura è riuscita a colonizzare le nostre vite. L’11 settembre 2001 s’inserisce come evento terribile di un quadro già complesso, l’uomo sociale – oggi inserito nella categoria “sistema politico” – ha bisogno di protezione. Per ottenere questa protezione abbiamo accettato tacitamente di essere rinchiusi nel Panopticon, il carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham, che grazie alla forma radiocentrica dell’edificio e a opportuni accorgimenti architettonici e tecnologici rendeva in grado un unico guardiano d’osservare (optikon) tutti (pan) i prigionieri in ogni momento, i quali non devono essere in grado di stabilire se sono osservati o meno, portando alla percezione di un’invisibile onniscienza, che li avrebbe condotti a osservare sempre e comunque la disciplina. Il problema in una situazione del genere non è tanto come viviamo ma perché abbiamo scelto di vivere così, da cosa dobbiamo essere protetti? La sicurezza di cui godiamo oggi è sicuramente meglio di uno stato di paura; ma se l’ossessione del rischio e la troppa protezione fossero un pericolo maggiore di tutti i rischi messi insieme? Questa domanda – e la riflessione dalla quale scaturisce – guidano il filosofo norvegese Lars Svendsen in un saggio che indaga come la società della paura abbia contribuito alla perdita delle condizioni di possibilità dell’uomo, anzi per dirla con Martin Heidegger “Nella paura si perdono dunque, di vista, le proprie possibilità”.
Percorrendo alcuni esempi noti come l’isteria che si scatena intorno ai vaccini per i neonati, il filosofo, getta le basi per una riflessione più profonda, che nel caso appena citato potrebbe essere sintetizzata come segue: la stessa tecnologia medica che ci guarisce ci rende più ansiosi
».

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Liberamente tratta da www.macrolibrarsi.it, riportiamo una breve panoramica del contenuto dei sette capitoli che compongono il libro.

Nel primo, La cultura della paura, Svendsen ricorda che la vita umana è sempre vulnerabile, e che quindi la paura è una reazione normale. Ciononostante, negli ultimi anni la ricorrenza di parole come “rischio” e “paura” è decisamente aumentata, nei media, con effetti fastidiosi: e questo a dispetto che “la reale pericolosità della maggior parte di certi fenomeni è sostanzialmente diminuita (p. 19)”. Cosa ha implicato tutto questo? Lo sviluppo dell’industria della “sicurezza”. Pericoli potenziali vengono mostrati come pericoli “attuali”. Qual è il paradosso? “Tutte le statistiche indicano che soprattutto noi occidentali viviamo nelle società più sicure che siano mai esistite, dove i pericoli sono ridotti al minimo e le nostre possibilità di dominarli sono al massimo (p. 24)”. L’età media è cresciuta, in una nazione come la Norvegia, di 23 anni in un secolo (dai 59 anni per le femmine e 56 per i maschi nel 1910 si è passati agli 82 per le femmine e 77 per i maschi nel 2010).

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Nel secondo capitolo, Cos’è la paura?, Svendsen spiega che la paura non è nata senza ragioni: è un fenomeno evolutivo, serviva a garantire adeguate condizioni di sopravvivenza e di riproduzione. Tuttavia, nella nostra specie ha un potenziale diverso da quello delle altre specie animali: siamo un animal symbolicum. Un pericolo avvertito – per quanto lontano un continente intero – viene percepito come una minaccia diretta (p. 36). La paura contiene sempre “una previsione, una proiezione del futuro, riguardante dolore, danneggiamento o morte” (p. 46); e assieme, come insegnava Tommaso d’Aquino, “ogni paura deriva dal fatto che amiamo qualcosa” (p. 48). Sostiene il filosofo norvegese che la paura stia diventando una sorta di visione del mondo, incentrata sulla consapevolezza della propria vulnerabilità. Questa visione del mondo potrebbe diventare un’abitudine. È un errore da combattere.

Nel terzo, Paura e rischio, Svendsen – meditando su Rumore bianco di Don DeLillo, spiega che “Un tratto di base della società del rischio è che nessuno è fuori pericolo, assolutamente tutti possono essere colpiti, a prescindere dal domicilio o dallo status sociale (p. 59)”. Caratteristica cardine di questa società, è che per dominare i rischi scegliamo mezzi peggiori del problema: “Si stima che circa 1.200 americani morirono dopo l’11 settembre 2001 perché avevano paura di prendere l’aereo e sceglievano quindi di prendere la macchina (p. 64)”. La SARS (Sindrome Acuta Respiratoria Grave) ha fatto 774 morti nel mondo: il panico da SARS è costato 23 milioni di euro. Con una spesa del genere, si poteva debellare – per dire – la tubercolosi. Dal mondo.

Lars Svendsen
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Nel quarto capitolo, L’attrattiva della paura, il filosofo prende in esame cosa spinga gli esseri umani a cercare nei libri, nei film o nei videogiochi proprio quel che li spaventa nella vita reale. “La spiegazione è semplice: queste esperienze in un modo o nell’altro ci danno un sentimento positivo e soddisfano un bisogno emotivo (p. 89)”.

Nel quinto, Paura e fiducia, Svendsen si ritiene convinto che in una cultura della paura in cui “la fiducia sembra diminuire molto, essa ha bisogno di una motivazione e di una giustificazione (…). La ragione di ciò è che una persona a cui si mostra fiducia formalmente farà del suo meglio per mostrarsene meritevole (p. 113)”. Secondo il filosofo, la paura e la sfiducia sono autoconservative: la paura è capace di disgregare la fiducia, spezzando i legami di solidarietà sociale e incrinando l’amore per l’alterità e per le diversità, in generale. Serve, quindi, avere un approccio di “fiducia ragionata” (p. 117).

Nel sesto capitolo, La politica della paura, Svendsen spiega che la lotta alle cause della paura produce, necessariamente, nuova paura (p. 142). Questo sesto blocco è quello sicuramente più politico e attuale: com’era facile e onesto prevedere, si concentra sull’attentato delle Torri Gemelle, sul suo significato reale e sulle sue non sempre sensate conseguenze (cfr. aggressione all’Irak).

Nel settimo capitolo, Oltre la paura, il filosofo sintetizza il senso del suo volume: “Dovremmo essere coscienti del fatto che la nostra paura non è un riflesso oggettivo della realtà e che ci sono grossi interessi a governarla. La paura è uno dei fattori di potere più importanti che esistono, e chi può governarla in una società terrà quella società in pugno (p. 144)”.

Lars Svendsen
Professore associato del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bergen e opinionista del maggiore quotidiano norvegese, Aftenposten. Autore di numerosi volumi e tradotto in una ventina di lingue, in Italia è conosciuto per i due libri editi da Guanda, Filosofia della Noia (2004) e Filosofia della Moda (2006).

La sceneggiatura di Minority Report, tratta dall’omonimo romanzo di Philip K. Dick, propone il tema classico del rapporto libertà-sicurezza e la sua possibile declinazione in una società della sorveglianza nella quale il sistema detiene informazioni complete sui comportamenti dei propri cittadini. Dando forma alla storia della Precrime e del suo capo operativo, il capitano Anderton, Dick si chiede quanto sia desiderabile una società in cui la Polizia può fermare il crimine prima che sia commesso, quale sia il prezzo da pagare in termini di libertà e giustizia e se, in definitiva, una vita nel sistema disegnato da Precrime possa ancora dirsi pienamente umana
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Il loop di Arne Næss

Il loop di Arne Næss

Nel maggio 2007 ebbi l’onore di presiedere la giuria del 55° TrentoFilmFestival e quindi ebbi la fortuna di vedere un film destinato a rimanere nel mio cuore per sempre. Avrei voluto premiarlo con la Genziana d’Oro, ma dovetti mediare con gli altri componenti: perciò a Loop consegnammo “solo” una delle tre Genziane d’Argento, quella dedicata alla miglior produzione televisiva.

Apparentemente Loop (Ciclo infinito, 78’, regia di Sjur Paulsen) è un’indagine sulla relazione dell’uomo moderno con il nostro tempo, visto attraverso gli occhi di alcune persone dei nostri giorni che hanno scelto l’estremo come stile di vita.

Le tipologie di queste persone sono tre e tutte hanno compiuto, ognuno a suo modo, drastiche scelte riguardo la loro vita.

Arne Næss
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Uno sportivo estremo di quarantuno anni, Kristen Reagan, con l’ambizione di scalare da solo lo Shield, una parete spettacolare a picco su un fiordo norvegese, decide una volta terminata la scalata di difficoltà estrema, di gettarsi con il base-jumping. Terje Larsen e Ronny Dahl, due giovani entusiasti, pescatori e sciatori, si stancano della vita urbana della loro città, Narvik, e decidono di partire per un lungo viaggio sulla loro barca, per praticare uno sci ripido in condizioni proibitive su una delle isole dell’arcipelago delle Lofoten. Per Evensen, volontario d’autoambulanza e vicino all’età pensionabile, da qualche anno passa l’intera estate in una casupola in cima a una torre di avvistamento sperduta in mezzo a una sconfinata foresta, una specie di tenente Drogo del Deserto dei Tartari di buzzatiana memoria, in attesa dell’incendio della sua vita.

Il film racconta con bellissime riprese d’azione questi tre personaggi e le loro vicende-imprese: ma su di loro giganteggia la figura di un anziano signore, già dalle prime scene del film. Uno dei più grandi filosofi del XX secolo, Arne Næss, nel film già novantaquattrenne. Che con la sua vita e i suoi ricordi inanella ogni esperienza, comprese quelle degli altri personaggi.

I due sciatori Larsen e Dahl rappresentano la dimensione giocosa della vita, quasi infantile, agiscono d’impulso, mentono alla mamma, considerano il loro lavoro nulla di più che un sistema per sopravvivere. Li descrive bene una frase pronunciata da uno di loro: “Perché stressarsi tanto? Non è mica necessario!”.

Lo scalatore Reagan è un po’ logorroico e ci ripete a puntino tutti gli stereotipi cui gli scalatori di due secoli ci hanno abituati. Rappresenta la visione aggressiva, colonizzatrice, ottimista: “Se non vuoi rischiare di andare troppo lontano non scoprirai mai quanto lontano tu possa andare” è una frase non sua che però lui ci cita. Meno ottimista è quando, giunto in vetta, sta per lanciarsi nel vuoto e pronuncia: “Non sembra plausibile ora, ma dentro di me so che lo rifarò”, frase che non riesce a nascondere la delusione di chi ha raggiunto una meta a lungo sognata e scopre che non è quello che davvero voleva, perciò già pianifica qualcosa di ancora più impegnativo.

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L’anziana vedetta norvegese, Evensen, è la serena rassegnazione, la matura ricerca dell’isolamento senza azione, senza rinunciare ai propri sogni: “Si crede che non esistano più lavori così: per me è un lavoro, anche se lo stare qui, col tempo, diventa quasi uno stile di vita”… “Qui non c’è nessuna fretta, si può sempre rimandare… Voglio dire, incontrare l’amore della tua vita ti può capitare anche in un ospizio”.

Mi piacerebbe molto poter pubblicare questo film in questo post. Ma ho promesso di non farlo quando me ne è stata gentilmente consegnata una copia. Perciò mi limiterò a raccontarlo, nella speranza che in futuro qualcosa mi permetta di condividerlo.

Ciò che segue è la fedele trascrizione delle parole pronunciate da Arne Næss, che sono il filo conduttore di qualunque scena d’azione dell’intero film, dalle evoluzioni sui pendii ripidi di neve ai problemi di una barca sgangherata, dal caricarsi sulla schiena di un bagaglio spropositato agli equilibri precari sugli sky-hook, dalle solitarie sbinocolate di Evensen alle passeggiate incerte di Arne Næss.

Arne Næss
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Il film inizia con Arne Næss pronto al suo monologo in uno studio di una radio di Oslo:
Diciamo che andiamo “fuori” nella natura, ma io direi che andiamo “nella” natura. Quando vai nella natura selvaggia hai l’opportunità di ascoltare te stesso, di ascoltare la tua anima più profonda: Cosa voglio? Cosa mi piace? Cosa non mi piace? Come può la mia… chiamiamola “qualità della vita” essere mantenuta o migliorata? Non si tratta di beni o di qualità ma di ciò che senti di essere, di come percepisci la vita. Che cosa ci rende felici? E come possiamo averne di più?
Esistono delle forze molto potenti nella società che ci vorrebbero indurre a consumare sempre di più, a scoprire cose di cui pensiamo di aver bisogno.
Si crea uno stile di vita che non potrà mai appartenere a tutti semplicemente perché in tal modo il mondo andrebbe a rotoli.
Invece dovremmo seguire un nostro personale stile di vita in cui cercare di capire di cosa abbiamo veramente bisogno, anziché aspirare a ciò che ci propinano la società o l’economia. Quindi l’essere è molto più importante dell’avere
”.

Si vede solo il volto raggrinzito e sereno di Næss, sul fondo nero dello studio. Solo nella solitudine del suo pensiero.
Poi il film passa ai titoli, con gli attori in qualche scena rapida, e una canzone di Gisli, quella Worries dall’album How about that? che tanto successo ebbe nel 2004:
“If you had a cadillac you’d worry about the gas
if you could tell the future you’d just worry about the past
and if you had a lawyer you’d worry about who to sue
and if you had a penis you’d worry about who to screw

but I guess that’s you with all the worries in the world
I guess that’s you with all the worries in the world

if you married a millionnaire you’d worry about his stock
and if you worked in radio you’d worry about all the rock
and if you had a record out you’d worry will it sell
and though you were in heaven you’d still worry about hell

but I guess that’s you with all the worries in the world
I guess that’s you with all the worries in the world

try to ease your mind try to calm down and relax
if I could solve your problems then I’d send you a fax
I really try to help you out but now I’ve given up
you spend your time worrying and you really need to stop

but I guess thats you with all the worries in the world
I guess that’s you with all the worries in the world
I guess that’s you with all the worries in the world
I guess that’s you with all the worries in the world”

Se tu avessi una cadillac ti preoccuperesti della benzina
se tu conoscessi il futuro ti preoccuperesti del passato
se tu avessi un avvocato ti preoccuperesti di chi citare in giudizio
e se tu avessi un pene ti preoccuperesti di chi scopare

Ma mi sa che cadresti in tutte le preoccupazioni del mondo
mi sa che cadresti in tutte le preoccupazioni del mondo

Se ti sposassi un milionario ti preoccuperesti delle sue azioni
se tu lavorassi in radio ti preoccuperesti del rock
se tu facessi uscire un album ti preoccuperesti che venda
e se tu fossi in paradiso, ancora ti preoccuperesti dell’inferno

Ma mi sa che cadresti in tutte le preoccupazioni del mondo
mi sa che cadresti in tutte le preoccupazioni del mondo

Cerca di sgombrare la mente e di darti una calmata
se posso risolverti i problemi ti mando un fax
Io ci provo ad aiutarti ma ora la pianto lì
perché sei tu che passi il tempo a preoccuparti e dovresti smetterla

Ma mi sa che cadresti in tutte le preoccupazioni del mondo
mi sa che cadresti in tutte le preoccupazioni del mondo
mi sa che cadresti in tutte le preoccupazioni del mondo
mi sa che cadresti in tutte le preoccupazioni del mondo

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La scena ora è in una sperduta zona della montagna norvegese, quell’Ustaoset dove Næss visse molto tempo della sua vita. Ancora un primo piano sul volto del vate (suo malgrado), seduto a una semplice scrivania:
Avevo solo cinque anni quando mi portarono a Ustaoset e vidi l’Hallingskarvet, montagne torreggianti in continuo mutamento.
Già allora pensai: “Non vedo l’ora di salire lassù…”.
Sognavo che, da grande, avrei abitato in cima all’Hallingskarvet. Per fortuna poi ho capito che era un’idea stupida.

Da giovane, il tempo si estende infinito davanti a te. Sembra che ti aspetti, così ti metti in moto e vai. All’età di 20 o 30 anni, la gente di 70, 80 o 90 anni ti sembra senza speranza. I vecchi ti sembrano tutti sciocchi.

Quindi dovevo sbrigarmi. Sentivo di dover concludere qualcosa prima di arrivare a un’età così ridicola.
Per tanti anni credi di avere tempo per tutto, credi di poter raggiungere tutte le tue più agognate mete, ma tale convinzione si rivela essere del tutto falsa.

Quattromila decimali della Pi greca. 3,14159…, e così via in eterno. Esistono le cose più strane. Quante specie di isopodi ci sono? 1600. Nome latino: isopoda.
E’ interessante. Tutti questi sono appunti. Beh, ne avevo di tempo, tempo per fare cose per le quali non hai tempo finché vivi in città.
Questa è la cosa più importante di questo luogo. Dopo cinque giorni passati quassù ti permea un senso di pace… di pace dell’anima.
Peccato che oggi non si veda bene il panorama
”.

E’ una giornata nebbiosa, fredda. Næss si aggira con la sua andatura intabarrata e incerta di ultra-vecchio, su terreno sconnesso, sorridente sotto al berretto di lana:
La maestosità delle montagne è qualcosa di diverso, di più grande e imponente della loro reale grandezza. Forse è quello che qualcuno definisce “divino”. Già da bambino mi colpiva l’idea che stessero lì da milioni di anni.

Queste sono rocce da scalare, grosse. Così nacque l’idea di scalare le montagne, ma certo questo non le rende meno imponenti”.

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Prova ad aggrapparsi al masso, ma si vede che non ha più lo scatto, il nerbo… men che meno l’agilità:
Da qui… ci riprovo… sì, è talmente…
Non posso fare a meno di guardare questa roccia e pensare quanto sarebbe emozionante riuscire a superarla. Ma ora non ne sono capace. Riesco a malapena a stare in piedi
”.

Lui sorride, noi sentiamo un groppo alla gola. Poi, ancora al caldo della sua casa di legno:
Evidentemente la mia vita si sta avviando verso la fine. Quando guardo indietro, beh, forse mi sento in colpa per alcune cose. Ma purtroppo è andata così. Vorrei tanto fare ammenda, ma in pratica è impossibile. Non si può, è andata così. Non ho una grande considerazione di me come essere umano. E’ importante, questo. Apprezzo di più altre persone come umani. Ma il fatto di essere umani, alla fine, è vitale per noi.
Che essere umano sei stato? Mi piacerebbe dare una buona risposta a tale domanda”
.

Ritroviamo Næss in un’altra passeggiata:
Forse qualcuno direbbe: “Ma qui non c’è niente da vedere”. Ma, in un certo senso, qui c’è l’infinito… L’infinito.

Questa strana cascatella, ad esempio… poi tutto cambia in modo che tu veda più in profondità… e allora lì tutto si complica…

Ma qui, in questa direzione… guarda quel ruscello là dietro… quand’ero giovane c’era meno pressione dall’esterno, riguardo ai gusti, alle mode, cosa ti piace sentire o vedere. Dovevi sperimentarlo da solo, capire le tue sensazioni. Allora mi sono reso conto che io appartenevo a Tvergastein, perché questo luogo esige una sensibilità per il paesaggio. E questo era importante per me. Vedere questo come un luogo dove tu realmente dovevi provare a sentire esattamente quello che sentivi, e chiederti: “Cosa sento io?”.

Ad esempio, ho sviluppato un buon feeling per le bufere, quando tutta la casetta di legno inizia a tremare. Ora, ad esempio, ho notato la geometria che c’è qui.

Guarda questi qui, e questi… qui si è sviluppato un sistema che, geometricamente parlando, è piuttosto avanzato.

Inoltre c’è la pressione verso il conformismo. Non si può mantenere quel ricco mondo di stimoli che si aveva da bambini. Iniziano fin troppo presto a tenerti a freno. Apprezzo molto l’impulsività. Se senti un forte impulso dovresti seguirlo, entro limiti ragionevoli”.

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Ora gli sciatori, dopo l’avventurosa traversata in barca, sono approdati alla base della loro montagna e cominciano a salirla, sci sulle spalle. Næss parla ancora:
Quando andiamo fuori, nella natura selvaggia, d’un tratto ci liberiamo delle richieste imposte dalla società. Dobbiamo solo concentrarci sul prossimo passo. E, se siamo su un pendio ripido, sul rischio. Questo rapporto con la natura fa da contrappeso alla fretta, al rumore, ai nostri dubbi riguardo alle cose giuste da fare. Riusciamo meglio a essere noi stessi.

Si dice che il destino degli uomini sia la morte. Qualcuno a vent’anni, come successe quando… Altri invece vivono così maledettamente a lungo come me. Maledettamente a lungo. E poi quando percepisci che la fine è vicina ti assale un sentimento naturale di gratitudine. Gratitudine per essere stato un essere umano.

Arild è morto in un incidente: era il mio figlio minore. Non riesco bene a ricordarmi come era allora: com’era il primo giorno, mese, anno dopo la sua morte. Ma il fatto che stesse andando dalla sua fidanzata mi ha aiutato. E’ romantico. In qualche modo è stata una morte romantica. Se ne è reso conto solo per un attimo, una frazione di secondo. Quindi per lui non è stata una gran cosa. Niente.

“Povero, non è mai riuscito a… “. Non c’era dolore. Zero. Per quanto mi riguarda non sentivo nulla. Forse gli altri lo hanno compianto più a lungo di me. Almeno credo. Hanno sofferto molto più a lungo. Forse perché sono un filosofo, o per il mio carattere, ho deciso di rimuoverlo, di lasciare il mio dolore in qualche angolo buio, per poi inciampare in esso di tanto in tanto.

A Natale, ad esempio, o la sera di Capodanno. Ma non se ne parla che io vada in giro a piangere.

Næss vede una zanzara sul vetro della finestra:
Vediamo un po’… utilizzeremo questo come ventaglio… dai, non voglio ucciderti…
Abbiamo salvato una vita… Ricordatelo, oggi abbiamo salvato una vita”
.

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La passeggiata solitaria prosegue, mille e mille volte Næss lo ha fatto, ne conosce pietra per pietra:
Credo che se ci sarà una vita dopo la morte, andrà bene così. Ma che rimanga meravigliosa anche dopo 500.000 anni… no, grazie.
Non importa quanto bella sia, mezzo milione di anni sono tanti. Nessuno ha mai descritto un paradiso in cui si voglia stare tanto a lungo. La vita eterna è una pura stupidaggine.
Mi manca una parte della mia gioventù e anche della mia infanzia, anche se le pressioni esterne da bambino mi hanno reso infelice.
“No, ormai sei troppo cresciuto per farlo”… Avevo l’impressione che crescere equivaleva a un inevitabile declino. Si cambia in un modo inutile. Anche se diventi più ragionevole, l’essere ragionevoli…
Parlo spesso del buon senso. Il buon senso… ti chiedono:
“Dipingi? Hai talento per farlo?”. Non rispondi: “Certo che ce l’ho!”. Invece dici: “Non saprei… ma vorrei tanto fare il pittore!”.
La razionalizzazione del non-razionalizzabile è una specie di malattia. Ci giustifichiamo per aver girato a sinistra o a destra, invece di ammettere semplicemente che ci andava di fare così”.

Il film volge alla fine, Reagan si è già buttato giù in base-jumping, i due pescatori giocano a pallone spensierati, Evensen è tornato al suo lavoro in auto-ambulanza e sogna di andare un giorno sul Kilimanjaro.

Ritorniamo allo studio radiofonico, dove Næss conclude:
Quindi vi posso solo incoraggiare a prendere sul serio quando sentite dentro di voi: “No, questo non è il mio posto”. In tal caso vi suggerisco di fare tre profondi respiri, molto profondi: “Chi sono io, cosa sono, cosa voglio veramente?”.
E’ l’unica cosa che bisogna davvero capire”.

I titoli finali mostrano Næss che esce dallo studio radiofonico in camicia jeans e si unisce alla folla della strada, eterogenea, anonima ma ognuna con una sua storia da raccontare. Poi gioca con un pronipotino biondo, poi con la seconda moglie, una cinese di quattro decadi più giovane di lui conosciuta quando lei era studentessa e lui aveva 61 anni. Kit Fai lo aiuta a pattinare su rotelle! Lo aiuta anche a rimettersi in piedi, sorridente, dopo una caduta.

E a questo punto, nell’assenza di ulteriori scene, ti rendi conto che Næss è morto solo tre anni dopo.

Arne Næss nel 1950, durante la spedizione al Tirich Mir
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Arne Næss
Il filosofo Arne Dekke Eide Næss è nato a Slemdal (Oslo) il 27 gennaio 1912 ed è morto a Oslo il 12 gennaio 2009, all’età di quasi 97 anni.
Dopo una prima laurea a Oslo, continuò gli studi a Parigi e nella Vienna della psicoanalisi di Sigmund Freud.
Nel 1939, Næss fu il più giovane a essere nominato professore all’Università di Oslo, e l’unico professore di filosofia nella Norvegia di quel tempo.

Esperto alpinista, nel 1950 diresse la spedizione norvegese che fece la prima ascensione del Tirich Mir 7708 m, giungendo lui stesso in vetta il 22 luglio, alle ore 18, assieme ai compagni Per Kvernberg, Henry Berg e Tony Streather. Se si considera che il primo Ottomila, l’Annapurna, era stato conquistato solo qualche mese prima dai francesi, si ha idea di quanto importante fosse la spedizione dei norvegesi al Tirich Mir. Montagna dove egli diresse una seconda spedizione nel 1964. Le montagne sono sempre state al centro della sua visione del mondo e spesso suggeriva di praticare il “must” taoista di “ascoltare con il terzo orecchio” e di “pensare come una montagna”.

 

Il Tirich Mir da Chitral. Foto: Ishtiaq Ahmed
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La sua opera Erkenntnis und wissenschaftliches Verhalten (1936) anticipava molti temi che divennero più familiari nel periodo post-bellico.

Un suo lavoro più importante è del 1950, Interpretation and Preciseness in edizione inglese (1953). Riguarda la logica del linguaggio, uno strumento logico per dimostrare la vaghezza del linguaggio dovuta a varie cause. In un suo successivo Communication and Argument (1966) compila le sue raccomandazioni per un pubblico dibattito oggettivo:
– evitare irrilevanze tendenziose (attacchi personali, richieste di motivazione dell’interlocutore, ragioni esplicatorie di un argomento);
– evitare giudizi tendenziosi (non dovrebbero esserci giudizi al riguardo del soggetto del dibattito);
– evitare ambiguità tendenziose
– evitare l’uso tendenzioso di argomenti fantoccio;
– evitare di attribuire all’avversario vedute che questi non ha;
– evitare tendenziose dichiarazioni di fatto (mai riportare informazioni incomplete o false);
– evitare un tendenzioso tono di presentazione (ironia, sarcasmo, peggiorativi, esagerazione, minacce aperte o subdole).

Nel 1958 fondò il giornale interdisciplinare di filosofia Inquiry. Nel 1969 Næss lasciò l’università per sviluppare le sue idee di ecologia che, secondo lui, dovevano essere associate all’azione.

Nel 1970, assieme a un gran numero di dimostranti, s’incatenò alle rocce di fronte alla Mardalfossen, una famosa cascata di un fiordo, rifiutandosi di scendere fino a che non ebbe rassicurazione che il progetto di costruzione di una diga fosse abbandonato. Alla fine i dimostranti furono portati via dalla polizia e la diga fu costruita: ma questo segno l’inizio di una fase estremamente attivista dell’ambientalismo norvegese.

Nel 1996 vinse lo Swedish Academy Nordic Prize, il “piccolo Nobel”. Nell’ultima decade di vita s’interessò anche alla politica attiva come esponente del partito verde.

ArneNaess-Arne Dekke Eide Naess Credit Erlend Aas-Scanpix Norway, 2004
Oltre a una quantità sconfinata di articoli e saggi, una trentina sono i suoi libri: tra i più notevoli, di ecologia ed ecosofia, Freedom, Emotion and Self-Subsistence (1975), Ecology, Community and Lifestyle (1989) e Life’s Philosophy: Reason and Feeling in a Deeper World (2002).

Harold Glasser, l’editore di The Selected Works of Arne Næss (2005), lo ha definito “l’equivalente filosofico di un cacciatore-raccoglitore”.

La vita di Næss è fascinosa per il connubio tra i suoi studi e il suo stile. Come Henry David Thoreau, l’esempio della sua vita è istruttivo tanto quanto la sua scrittura.

Il suo rifugio, il Tvergastein hut sulle montagne dell’Hallingskarvet, giocò un ruolo importante nella concezione dell’ecosofia T, dove “T” sta per Tvergastein.

Nel 1973 aveva coniato il termine deep ecology (ecologia del profondo), ma l’ecosofia T, distinta dalla deep ecology, era originariamente il nome della sua filosofia personale, e rifletteva il pensiero di Næss per il quale ciascuno dovrebbe sviluppare la sua propria filosofia, allo scopo di realizzare se stesso.

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Per Næss, ogni essere umano, animale o vegetale ha uguale diritto di vivere e fiorire. Attraverso questa valorizzazione del Sé, Næss sottolinea che non sta parlando dei minuscoli sé individuali, bensì della realizzazione di noi stessi come parte di un tutto ecosferico. In pratica, la realizzazione di sé significa che, se non si abbia piena coscienza di cosa possa comportare ad altri la propria azione, si debba non agire.

La deep ecology insegna che credere in una visione oggettiva e scientifica della natura è credere in un mondo piatto visto dall’alto, senza profondità. Quella visione così fredda e distaccata è un’illusione e la causa primaria della nostra relazione distruttiva con la Terra.

Ovvio che, con questi principi, Næss fu una figura di grande carisma nel movimento ambientalista, da lui arricchito ma anche diviso, volendolo sposare con i gandhiani principi di non-violenza. Famosa la sua frase sull’enorme quantità di esseri viventi “che avevano bisogno di essere protetti dalla distruzione di miliardi di umani”, oppure quella ancora più acuta “Potrei uccidere una zanzara se questa si posa sulla faccia del mio bambino, ma non dirò mai di avere un diritto alla vita maggiore di quello che ha la zanzara”.

Distingueva tra il pensiero ecologico profondo (deep) e quello superficiale (shallow). Sebbene le due idee possano coesistere, sosteneva che solo una trasformazione profonda della società moderna avrebbe potuto fronteggiare la rovina ecologica.

Diceva che un ecologista del profondo avrebbe tenuto pulito un laghetto perché piante e animali meritano un habitat intatto, mentre uno “superficiale” lo avrebbe fatto perché i suoi bambini potessero nuotare in un bel posto.

In contrasto con il prevalente pragmatismo utilitaristico del business e dei governi occidentali, sosteneva che una vera comprensione della natura avrebbe portato alla formazione di un punto di vista per il quale sarebbe stata apprezzata la diversità biologica, nell’ammissione che ciascun essere vivente è dipendente dall’esistenza di altre creature nella complessa rete di interrelazioni che è il mondo naturale.

Monitorando la continua distruzione dell’ambiente, Næss era pessimista sul XXI secolo, mentre era ottimista sul XXII! Per allora, diceva, il controllo delle nascite avrebbe dato risultati,la tecnologia non sarebbe più stata invasiva e i bambini sarebbero cresciuti in un ambiente naturale. A quel punto, “saremo diritti in direzione del paradiso”.

Un ritratto del filosofo norvegese Arne Næss e del movimento della deep ecology (50’54”, 1997), con la presenza di Bill Devall, Vandana Shiva, George Sessions, Helena Norberg-Hodge e Harold Glasser

L’ecologia del profondo di Arne Næss
Il movimento ecologista che più mette in discussione l’attuale sistema di vita è quello dell’Ecologia del profondo. Il termine è stato coniato dal filosofo norvegese Arne Ness in un articolo del 1973; in un successivo, fondamentale saggio del 1976, Ecosofia, Næss ha approfondito il tema, affrontando in modo sistematico i comportamenti e i modelli culturali dominanti nella nostra società, e proponendo una nuova visione globale del mondo fondata non più sulla distinzione e separazione tra uomo e natura ma sul rispetto di tutti gli esseri viventi contemplati nella loro essenziale unità. Il saggio di Næss ha influenzato buona parte dei pensatori ecologisti europei e statunitensi, fondando una vera e propria scuola di pensiero e proponendosi come l’alternativa più radicale al pensiero ecologista tradizionale.
Gli ecologisti del profondo sostengono che la nostra cultura è di tipo tecnico-industriale, votata cioè alla venerazione della tecnica e dei processi produttivi come unico strumento di crescita, benessere, progresso individuali e sociali. Questa mentalità ha portato all’abuso di tutti i contesti naturali e alla profanazione delle condizioni di vita delle generazioni future. “Il progresso – sostiene Næss – è stato finora misurato, in piena buona fede, in base al consumo di energia e all’acquisizione e accumulazione di beni materiali”. La qualità della vita oggi corrisponde al tenore di vita, al numero di beni materiali posseduti. L’ambiente, che contribuisce sensibilmente alla produzione dei beni materiali, è considerato alla stregua di un oggetto, al completo servizio dell’uomo. Il termine usato per classificare questo comportamento è “antropocentrismo”. In quest’ottica, il mondo e l’ambiente dipendono da un unico soggetto, l’uomo; l’ambiente e gli altri esseri viventi sono oggetti, macchine a disposizione dell’uomo che possiede un dominio incontrastato su di essi. Le foreste, la terra, i fiumi, i mari, gli animali, diventano “sistemi di produzione di materie prime”, e anche gli esseri umani finiscono per ridursi a “utenti”, “clienti”, “consumatori”, perché questo modello di pensiero degenera, nel lungo periodo, in un peggioramento delle condizioni di vita degli esseri umani stessi.

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All’antropocentrismo l’Ecologia Profonda oppone l’“ecocentrismo” o “biocentrismo”. Secondo questa visione del mondo, non più tecnica, conseguenza di calcoli prudenziali o utilitaristici, ma empatica, frutto di un’intuizione originaria, l’ambiente (il mondo che ci circonda) deve essere vissuto nella sua infinita unità. Gli organismi sono nodi di una rete di relazioni intrinseche, valide per se stesse, senza alcuna utilità materiale. Ogni nodo è una totalità integrata, unica, indipendente, valida in se stessa. L’antropocentrismo, dicono gli ecologisti del profondo, è dualistico, tende a separare, a opporre; l’ecocentrismo è olistico, unisce, armonizza: il tutto non può essere ridotto a una somma meccanica delle sue parti, perché tutto è in relazione inestricabile con tutto.
Con questa nuova visione infinita del mondo, gli organismi e gli esseri umani non possono più essere isolati dal loro contesto naturale e lo sviluppo, il progresso non sono più concepiti in termini di crescita economica ma in termini di realizzazione profonda, spirituale. Questa realizzazione si fonda su un sistema di valori: i valori universali (rispetto per la vita, non-violenza, solidarietà responsabile, spiritualità) sono indipendenti da ogni relazione di mezzo-fine. La crescita spirituale e il rispetto per la vita non producono alcun vantaggio economico; i valori devono presiedere a ogni decisione e a ogni azione degli esseri umani non perché sono utili, ma perché sono giusti; essi hanno una priorità intrinseca, devono essere perseguiti per se stessi e non come mezzi in vista di altri fini.
Quello che l’Ecologia Profonda propone è dunque un mutamento di mentalità e un cambiamento radicale dello stile di vita: “Il mutamento di mentalità consiste nella transizione a un atteggiamento più egualitario verso la vita e le forme di vita sulla terra”, sottolinea Næss. “In generale, la gente non si interroga abbastanza profondamente da spiegare ed esprimere un progetto complessivo. Se lo facesse, i più sarebbero d’accordo a salvare il pianeta dalla distruzione in corso. Una visione globale, come quella dell’ecologia profonda, può fornire una motivazione forte e unica per tutte le attività e i movimenti finalizzati alla salvezza del pianeta dallo sfruttamento e dalla supremazia dell’uomo”.
È un errore in cui continua a incorrere anche l’ambientalismo istituzionale. Il modo comune di intendere l’ecologia è infatti limitato perché del tutto assimilato al modello culturale dominante: la difesa dell’ambiente si risolve nell’osservazione di cause ed effetti e nel tentativo di porre rimedio agli effetti non voluti. È, ancora, una visione essenzialmente oppositiva del mondo, in cui l’ambiente rimane un oggetto che l’uomo può distruggere o salvaguardare, e in cui viene postulato un diritto che in natura l’uomo non possiede.
L’unico diritto che gli ecologisti del profondo accettano è il diritto alla vita di tutti gli esseri viventi, un diritto universale che non può essere quantificato. “Quando uso il termine ‘avere il diritto’ – precisa Næss nel suo saggio – non pretendo che abbia un significato formulabile in modo preciso: è solo la migliore espressione che sono riuscito finora a trovare di un’intuizione che in tutta coscienza non riesco a negare”.
Quando gli ecologisti del profondo affermano che nessun essere vivente ha un diritto superiore agli altri non intendono sostenere, è bene precisarlo, che tutti gli esseri sono uguali. Al contrario, dichiarano con fermezza che tutti sono diversi. Ma è proprio questa diversità, questa unicità cosmica che deve essere a tutti i costi rispettata. L’Homo sapiens è unico così come tutti gli altri esseri viventi sono unici. “L’unicità dell’Homo sapiens, le sue capacità uniche tra milioni di altri esseri viventi, sono state usate come strumento di dominio e abuso di potere. L’ecologia profonda propone di usarle per sviluppare un atteggiamento di responsabilità universale che le altre specie non possono capire né condividere”.
La trasformazione delle nostre idee conduce alla trasformazione del mondo che ci circonda. Il vero messaggio dell’Ecologia Profonda è dunque essenzialmente umanistico: devono essere i valori più profondi a guidare il comportamento umano. Essi indicano la via da seguire, le scelte da compiere. Se è vero, come sosteneva Gregory Bateson, che “i problemi principali del mondo sono il risultato della differenza tra il modo in cui la natura opera e il modo in cui l’uomo pensa”, è necessario, oggi più che mai, invertire la rotta, ricondurre il pensiero alla sua dimora originaria, l’intuizione profonda di appartenere a un progetto immenso, dove “il più piccolo granello di polvere è intimamente connesso con l’intero sistema solare” e dove “tutti gli esseri viventi si aggrappano alla stessa formidabile spinta. L’animale trova il suo punto d’appoggio nella pianta, l’uomo cavalca sull’animalità, e l’umanità intera, nello spazio e nel tempo, è un’immensa armata che galoppa al fianco di ciascuno di noi, avanti e indietro a noi, in una carica irresistibile, capace di rovesciare ogni barriera, e di superare un’infinità di ostacoli: forse, la stessa morte” (Henri Bergson).

Gli otto punti dell’ecologia del profondo
1. Il benessere e la prosperità della vita umana e non umana sulla Terra hanno valore per se stesse. Questi valori sono indipendenti dall’utilità che il mondo non umano può avere per l’uomo.
2. La ricchezza e la diversità delle forme di vita contribuiscono alla realizzazione di questi valori e sono inoltre valori in sé.
3. Gli uomini non hanno alcun diritto di impoverire questa ricchezza e diversità a meno che non debbano soddisfare esigenze vitali.
4. La prosperità della vita e delle culture umane è compatibile con una sostanziale diminuzione della popolazione umana: la prosperità della vita non umana esige tale diminuzione.
5. L’attuale interferenza dell’uomo nel mondo non umano è eccessiva e la situazione sta peggiorando progressivamente.
6. Di conseguenza le scelte collettive devono essere cambiate. Queste scelte influenzano le strutture ideologiche, tecnologiche ed economiche fondamentali. Lo stato delle cose che ne risulterà sarà profondamente diverso da quello attuale.
7. Il mutamento ideologico consiste principalmente nell’apprezzamento della qualità della vita come valore intrinseco piuttosto che nell’adesione a un tenore di vita sempre più alto. Dovrà essere chiara la differenza tra ciò che è grande qualitativamente e ciò che lo è quantitativamente.
8. Chi condivide i punti precedenti è obbligato, direttamente o indirettamente, a tentare di attuare i cambiamenti necessari.
(Tratto da Bill Devall, George Sessions, Ecologia Profonda. Vivere come se la natura fosse importante, Edizioni Gruppo Abele, 1989)

Per altri approfondimenti sull’ecologia del profondo, vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Ecologia_profonda

 

Addio ad Arne Næss: l’intervista al padre dell’ecosofia
di Simone Bedetti
(da ecologiaprofonda.com)

Per commemorare la scomparsa di Arne Næss, riproponiamo una nostra intervista al grande filosofo scomparso.

Arne Næss aveva 61 quando anni coniò il termine Deep Ecology, Ecologia del profondo, e 64 quando scrisse Okology, samfunn og livsstill (Ecosofia, pubblicato in Italia dalla Red Edizioni), il saggio che pose le basi teoriche del Deep Ecology Movement. Dopo venticinque anni spesi nella lotta per affermare un “riordinamento radicale della nostra civiltà”, continua a lottare, instancabilmente. Arne Næss, incarnazione di un’utopia urgente, ha tutta l’aria di essere un guerriero. Lo abbiamo incontrato a Rimini in occasione del convegno L’orizzonte di Hermes, la XXIV edizione delle giornate internazionali di studio promosse dal Centro Ricerche Pio Manzù.

Professor Næss, qual è il nuovo tipo di relazione che secondo lei dobbiamo definire con la natura?
Oggi abbiamo una sufficiente conoscenza fisica e biologica della realtà, ma non abbiamo una saggezza. Per agire insieme alla realtà abbiamo bisogno di conoscere la natura profonda delle interrelazioni che avvengono tra l’essere umano e la natura. Abbiamo una responsabilità cosmica, un ruolo cosmico da svolgere, e cioè quello di non disturbare le condizioni di vita di questo pianeta, o quantomeno, di non disturbarle oltre il necessario, il che significa che dobbiamo proteggere la ricchezza e la diversità della vita. Dobbiamo pensare alla vita come a una vita che ha un suo valore intrinseco. In secondo luogo abbiamo l’opportunità e la possibilità di combinare il nostro amore per la natura con il nostro amore per gli esseri umani. Uno dei miei slogan è che dobbiamo estendere il nostro amore ai non umani e questo vuol dire approfondire un po’ il nostro amore per gli esseri umani.

Che cosa intende per saggezza?
Intendo dire che non si può definire l’uomo se non attraverso la biosfera, e che l’opposizione tra l’uomo e la biosfera non regge in alcun modo. Non si può parlare dell’uomo, non lo si può scindere dal concetto e dal discorso della biosfera; essi sono strettamente collegati attraverso una relazione interna. Interna, non esterna. La definizione di “uomo” può essere solo quella di “uomo nella biosfera”, perché ogni organismo è un’interazione.

Lei dice anche che questa saggezza nasce da un’intuizione. Ma qual è la natura di questa intuizione?
Nella catena logica dei ragionamenti, delle premesse e delle conclusioni, a un certo punto non posso che fermarmi. Io cerco di dare delle spiegazioni, delle ragioni per qualcosa, ma alla fine so che quelle spiegazioni, quelle ragioni non sono buone. Alla base di tutto c’è allora l’intuizione, c’è questo valore intrinseco di ogni essere umano che è l’intuizione. Possiamo anche andare un passo più indietro e parlare della religione. “L’essere umano è creato da dio”: è un valore intrinseco anche questo. Si può quindi andare sempre più in profondità, sempre più indietro. C’è il livello più profondo che io chiamo “livello uno filosofico-religioso”. Poi, da qui, da quel primo livello, sono discesi gli altri otto punti che ho steso nel 1984. C’è quindi in alto il divino, la religione o la filosofia; da lì si scende fino ad arrivare alle decisioni concrete. Ma da quel primo livello al livello dell’agire concreto c’è una lunga strada da fare. Abbiamo bisogno di tante informazioni; dopodiché, dopo aver avuto tutte queste informazioni si prende una decisione: si agisce. Quindi c’è un legame diretto tra quello che è il livello più alto e quella che è la vita concreta.

Con la seconda moglie Kit Fai, un nipote e un pronipote
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L’etica, in sostanza, ha un fondamento metafisico?
È senza dubbio così. La base essenziale dell’etica deve essere metafisica, religiosa o filosofica, come diceva Whitehead. L’etica che dà soltanto la descrizione della società attraverso delle norme e delle regole non è niente. Non posso accettare che l’etica sia solo un insieme di norme! Come faccio altrimenti a spiegare, a dare ragioni di essere per esempio contro la tortura? Il motivo che mi spinge a essere contro la tortura deriva da cose ben più profonde, e si ritorna sempre all’intuizione.

Il problema ecologico sta diventando sempre più urgente, anche da un punto di vista politico. Ma l’ecologia del profondo non pone esigenze troppo radicali, impossibili da realizzare concretamente, nel caos degli interessi contrastanti e inconciliabili della politica?
Il problema ecologico è un problema politico. L’ecologia oggi è un problema politico. Se si pensa di vivere in una democrazia allora alla fine si hanno i politici che ci si merita. Questo significa che dobbiamo smetterla di lamentarci dei politici perché al tempo stesso diciamo di vivere in una democrazia. La maggior parte di noi detesta la politica o partecipare alla vita politica. Io penso che si possa dare anche supporto e aiutare coloro che hanno l’inclinazione al lavoro in politica. La frontiera è molto lunga. Dobbiamo fare molto e dobbiamo farlo a lungo perché questa frontiera è molto lunga. Noi tutti possiamo dunque fare qualcosa lungo questa frontiera. Tutti hanno il loro ruolo da svolgere.

Molti sono i critici dell’ecologia del profondo, e molti l’accusano di vedere nella natura un ordine che in realtà non esiste, che è solo una costruzione umana. Vuole rispondere?
Sì, sì, sono tanti i critici. C’è addirittura un intero libro di polemiche tutte contro Arne Næss! (Ride). Bisogna anche dire che molte idee sono difficili da capire per molta gente. Si sforzano di capire che ci sono tutti questi livelli ma non lo capiscono subito, e allora bisogna ripeterglielo, ripeterglielo, e ancora ripeterglielo. Vede, io cerco di difendere i bambini, il centro sono sempre i bambini. La maturità dei sentimenti, la maturità emotiva, è molto scarsa malgrado gli studi che si possono essere fatti. Io ero già maturo a ventisette anni, avevo già alte responsabilità, potevo già decidere se andare a insegnare in California in un posto di grossa responsabilità. Ma da un punto di vista della maturità emotiva, della maturità sentimentale ero un bambino. E questo è tipico della nostra civiltà.

Nel 1984 lei stese insieme a George Sessions gli otto punti dell’ecologia del profondo. Oggi quegli otto punti sembrano essersi realizzati, ma al contrario.
No, non è vero, le cose lentamente stanno cambiando. Io non ho grande fiducia per il prossimo secolo, ma ho fiducia nel XXII secolo. Il livello di squilibrio che c’è oggi continuerà anche nel XXI secolo, ma è destinato a ridursi e a fermarsi nel XXII secolo. Noi dobbiamo pensare alle generazioni future, e lavorare per loro, affinché loro possano raccogliere la nostra fatica e il nostro impegno, il nostro sforzo di cambiamento.

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E’ la trascrizione integrale di un’intervista (in lingua inglese) ad Arne Næss, fatta in occasione del fil documentario The Call of the Mountain. L’intervista si è svolta in più di cinque giorni nel giugno 1995 e fu registrata fuori e dentro il Tvergastein hut, 1505 m al di sopra del livello del mare sulle montagne della Norvegia. L’intervista è condotta da Jan van Boeckel.

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Libertà e responsabilità in prospettiva filosofica

Libertà e responsabilità in prospettiva filosofica
di Italo Sciuto (docente di filosofia morale presso l’Università di Verona)

(Intervento all’assemblea del CAAI, Caprino Veronese, 11 ottobre 2014)

Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta
(Purgatorio, I, 71-72)

Nel comune sentire e parlare degli alpinisti, sembra che la pratica dell’alpinismo si possa interpretare bene alla luce del Catone dantesco: il quale, appunto, pone la libertà come valore supremo, superiore addirittura alla propria vita. Per l’alpinista, come dice bene Alessandro Gogna nella sua ben nota lettera al procuratore di Torino circa la libertà in montagna, la libertà è un “diritto” che va garantito sempre, anche in presenza di un rischio inevitabile; anzi, il “diritto alla libertà” implica anche il “diritto al rischio”. D’altra parte, però, l’agonismo che in buona parte caratterizza l’alpinismo di cui maggiormente si parla con ammirazione (“conquistare” cime, “aprire” vie, compiere “prime” invernali etc.) fa anche pensare a un altro, grande e decisivo personaggio dantesco: Ulisse, che abbandona la comoda e sicura vita nella sua isola e affronta “l’alto mare aperto” per “divenir del mondo esperto”, cioè per compiere una “prima”, ossia superare le colonne d’Ercole per esplorare l’ignoto “mondo sanza gente” ove mai nessuno ha messo piede. La passione che muove l’Ulisse dantesco, dunque, non è soltanto l’aspirazione di chi vuole essere o si sente libero, ma anche l’hybris di chi vuole affermare la propria volontà di potenza. Tuttavia, la motivazione con la quale Ulisse convince i suoi compagni a seguirlo nel “folle volo” fa riferimento alla natura dell’uomo, alla sua essenza, che implica la responsabilità di compiere un dovere preciso:

Considerate la vostra semenza:
nati non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza
(Inferno, XXVI, 118-120).

Il nostro alpinista dantescamente atteggiato, dunque, si muove tra libertà e responsabilità. Ma come vanno intesi questi due termini, facili da pronunciare (i politici, in particolare, ne han piena la bocca benché ne sia vuota la mente) ma ben difficili da comprendere e spiegare?

Italo SciutoCAAI-Sciuto_DSC1688_resize1. La difficile e inafferrabile questione della libertà.
Nella sua storia millenaria, il concetto di libertà è stato analizzato infinite volte e secondo varie prospettive (metafisica, psicologica, politica), con fondamentali differenze nei vari contesti storici dall’antichità a oggi. Nella riflessione attuale, è largamente prevalente la prospettiva politico-sociale, che si è imposta in Occidente a partire dalla modernità. Possiamo sintetizzarla con le celebri ed efficaci formule di uno dei padri del pensiero politico moderno, Montesquieu: “la libertà politica non consiste affatto nel fare ciò che si vuole. In uno Stato, vale a dire in una società nella quale esistono delle leggi, la libertà non può consistere che nel poter fare ciò che si deve volere e nel non essere costretti a fare ciò che non si deve volere”; in breve, “la libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono” (Lo spirito delle leggi, libro XI, cap. III). Si tratta della libertà che viene detta “repubblicana”, per distinguerla dalle altre principali concezioni moderne su cui, per brevità, non possiamo soffermarci: quella “liberale”, quella “libertaria” e quella “comunitaria”. Si tratta, dunque, di una libertà nella e non dalla legge, che potremmo anche definire libertà positiva, mentre oggi è largamente prevalente una concezione liberale-libertaria che è essenzialmente negativa. Si tratta insomma di capire la difficile idea che si è liberi non già nonostante, ma grazie ai doveri.

Inoltre, va osservato che in questa concezione “repubblicana” della libertà l’aspetto fondamentale è posto nel fare (o meglio nell’agire) più che nel volere, con ulteriori precisazioni circa la libertà “da” e “di”, ossia “negativa” e “positiva”, su cui molti filosofi si sono acutamente impegnati con esiti sempre più complessi e raffinati. Ma, soprattutto, va rilevato che allora, in questo modo, la questione della libertà non viene svolta in ambito metafisico (in cui si tratta di affrontare il concetto di causalità e l’opposizione tra libertà e necessità), ma in quello morale o, meglio, etico. E in prospettiva etica sono due le concezioni che, a partire dalla celebre formulazione di Max Weber agli inizi del ‘900, vanno tenute presenti: l’etica della convinzione, secondo cui si deve agire seguendo princìpi fondamentali assoluti prescindendo dalle conseguenze che ne possono derivare (per esempio: “si deve sempre dire la verità” o, in negativo, “non si deve mai mentire”), e l’etica della responsabilità, secondo cui si deve certamente agire secondo princìpi, ma condizionati dal possibile esito della loro applicazione (se dire la verità mette in pericolo di vita una persona, si deve mentire). Le due concezioni etiche, naturalmente, non si escludono reciprocamente e, di fatto, in qualsiasi forma di agire eticamente valido si usano entrambe. Per il nostro discorso, tuttavia, dobbiamo insistere specialmente sull’etica della responsabilità (su cui rimane fondamentale Hans Jonas, Il principio responsabilità, scritto negli anni ’70 del secolo scorso).

2. L’arduo impegno della responsabilità.
Come il concetto di “libertà”, e forse ancor più, oggi si deve radicalmente ripensare il concetto di responsabilità, perché il “fare” e l’”agire” in cui siamo coinvolti (come agenti e/o pazienti) sono condizionati sostanzialmente da un fatto nuovo, sconosciuto ai secoli passati: l’onnipotenza della tecnica, in virtù della quale non siamo più in grado di prevedere gli effetti, le conseguenze del nostro fare. Oggi, per lo sviluppo enorme e dominante della ragione strumentale e cioè della semplice capacità di realizzare scopi, al massimo del poter fare corrisponde il minimo del saper prevedere: più aumenta e si velocizza la capacità di realizzare scopi (secondo il fatale principio da tutti a parole negato ma in realtà universalmente applicato “si può, quindi si deve”), più diminuisce la possibilità di prevedere l’esito cui potrà portare la loro realizzazione, ma questa capacità di previsione è essenziale, se il fine del nostro fare e agire dev’essere il bene comune, o l’utilità generale: il maggior benessere per il maggior numero. In tale contesto, va sostenuto il principio di cautela ma va anche radicalmente ripensato il concetto di responsabilità in tutti i suoi principali significati: giuridico, politico, etico.

Per limitarci a quest’ultimo significato, che per il nostro discorso è certamente il più importante, dobbiamo rilevare che parlando di libertà non possiamo limitarci a distinguere, come si diceva, libertà “da” e “di”, “negativa” e “positiva”. Dobbiamo inserire anche il concetto della libertà “per”, ossia l’idea del fine cui tende o dovrebbe tendere l’agire libero; e anche il concetto di libertà “verso”, cioè l’idea dei soggetti altri cui essa va diretta. In particolare, e in sintesi, nell’attuale situazione dobbiamo tener presente, in tutte le nostre azioni, l’effetto che esse potranno avere sulle condizioni di vita delle generazioni future, di cui siamo appunto responsabili. E non è il caso di conferire troppo valore alla celebre battuta di Groucho Marx ripresa da Woody Allen (“ma in fondo, cos’hanno fatto per me le generazioni future perché io mi debba occupare di loro?”), appunto perché non hanno fatto nulla di male e quindi non meritano di essere danneggiate dai nostri comportamenti. Inoltre, e soprattutto, il principio di cautela impone di porre, di fronte a ogni pregevole innovazione tecnica, la decisiva domanda: quale sarà il peggiore uso che di questa positiva innovazione si potrebbe fare, e quindi si farà?

In tale contesto, diventa difficile ma essenziale trovare un principio d’azione adeguato (l’agire umano è dotato di senso e valore soltanto se è guidato da princìpi che, per quanto possibile, tendano all’universalità), non essendo più sufficiente il pur venerabile imperativo categorico kantiano (“agisci in modo che la massima della tua azione possa valere in termini universali”), appunto perché limitato al presente. Seguendo Jonas, possiamo adottare questo nuovo imperativo adeguato alla situazione attuale: “agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra” (H. Jonas, Il principio responsabilità, Einaudi, Torino 1993, p. 16). In altri termini, si può dire che un’azione è responsabile se corrisponde al relativo dovere, e che dunque sarà irresponsabile ogni “esercizio del potere senza l’adempimento del dovere” (ivi, p. 119). Ma questo adempimento, nella presente età dominata dal “Prometeo scatenato” della tecnica, dev’essere guidato da ciò che Jonas chiama “euristica della paura”, in virtù della quale, quando progettiamo una qualsiasi impresa, dobbiamo interrogare i timori prima dei desideri e prestare ascolto alle profezie di sventura più che a quelle di salvezza, più alla minaccia che alla speranza e alla promessa; dobbiamo agire per scongiurare il male supremo più che per conseguire il bene sommo: in sintesi, dobbiamo praticare un sano scetticismo per evitare il rischio di uno spietato ottimismo che potrebbe condurci sull’orlo dell’abisso.

Mutatis mutandis, e cioè con gli opportuni adattamenti, direi che un simile principio dovrebbe guidare anche l’attività dell’alpinista che voglia essere libera e responsabile: essendo forse la più adatta per capire che la vera libertà, per l’attuale agire umano che aspiri a realizzare un’autentica auto-nomia, è la responsabilità.

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Quando scalo sono felice fisicamente

Erri De Luca: «Nella scalata ho scoperto una felicità fisica»
Intervista a Erri De Luca da parte di Patricia Jolly (www.lemonde.fr, 28.03.2014)

Prolifico autore tradotto in trenta lingue, Erri De Luca, 63 anni, è conosciuto per la sua opera che s’ispira alla sua infanzia napoletana in una famiglia borghese rovinata dalla guerra. La sua passione per la scalata, meno famosa, è comunque ben presente nei suoi romanzi. Specialmente in Sulla traccia di Nives (Milano, Mondadori, 2005), conversazione con Nives Meroi in una tenda al campo base del Dhaulagiri sulla durezza della vita in quota, ma anche in Il peso della farfalla (Milano, Feltrinelli, 2009.), dove racconta una ruvida storia in parallelo tra un bracconiere e un camoscio. O ancora in Il torto del soldato (Milano, Feltrinelli, 2012), ambientato nelle Dolomiti.

Cosa ti ispira il fatto di far parte dei sei membri della giuria del 22° Piolet d’Or, l’Oscar dell’alpinismo mondiale?
Sono stato invitato per il 2013, ma non ero disponibile. Quest’anno ho avuto una certa curiosità, per avere una misura dello stato e della nobiltà dell’alpinismo, ma non sono così sicuro d’essere proprio al mio posto. Troppo poca esperienza in materia, anche se mi tengo al corrente tramite un sito internet specializzato.

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Ma tu sei comunque uno scalatore… e non da poco…
Ho cominciato a forza di guardare le Dolomiti. Ho avuto voglia di toccarle con mani e piedi. Essere napoletano non era una ragione sufficiente per non voler esplorare l’altra estremità del mio paese. Ho cominciato da solo, poi mi sono iscritto a un corso per imparare le manovre di corda. Scrivo con facilità, ma la letteratura serve a tener compagnia alla gente: nella scalata ho scoperto una felicità fisica e la prova che l’età non era ancora un ostacolo. A forza di lavoro e di allenamento, sono riuscito a fare in Dolomiti una via di alto livello. Avevo 52 anni.

Sei stato membro della giuria del Festival di Cannes qualche anno fa: si può confrontare con l’essere al Piolet d’Or?
Valutare dei film non è altro che stabilire una scala di gusti. Al Piolet d’Or la giuria deve fare una scelta tra degli estremisti del vuoto che si confrontano con i loro limiti senza mai smettere di spingerli oltre. E’ un’altra responsabilità. Trattarli come semplici atleti sarebbe riduttivo. L’alpinista che cade spesso perde la vita. Quelli che come me non si fidano dell’acqua, in tutte le sue forme, anche neve e ghiaccio, e hanno bisogno di un contatto ben più sicuro con la pietra, di solito cadono al massimo fino al capo della corda.

Il tuo libro Sulla traccia di Nives comunque prova che in qualche modo sei affascinato da quel genere di acqua…
Nives Meroi e suo marito Romano Bennet sono degli amici di viaggio. Ero curioso di avvicinarmi a una cima di ottomila metri. L’ho fatto con loro, ma la voglia non l’ho più. Vedo la montagna come un luogo in cui l’uomo è ospite non invitato. Quelle cime himalayane non dovrebbero tentare un uomo più di una o due volte nella vita, altrimenti diventa un vizio. Il desiderio di tornare sempre da quelle parti è una forma di persecuzione che uno s’infligge da solo.

Erri De Luca su Viaggio = infinito, 8b+, Grotta dell’Arenauta (Sperlonga). Foto: Fabiano Ventura
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I nominati al Piolet d’Or presentano la loro spedizione con un supporto audiovisivo: la maestosità delle immagini della montagna può soverchiare il puro e semplice racconto della loro ascensione?
Immagini ben messe in scena o documenti fotografici sono solo un complemento. Possono essere magari più efficaci per qualcuno, ma io, in quanto scrittore, sono ben più sensibile alle parole e alla voce di chi racconta. Ciò che importa veramente è la relazione fornita dagli autori di una salita. Comunque questa relazione dev’essere sobria: i più verbosi e chiacchieroni raramente sono quelli al livello tecnico più alto.

Erri De Luca e Mauro Corona
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I concorsi del Piolet d’Or tentano di far evolvere la loro formula e la base etica. Al momento non esigono prove sostanziali della riuscita di una cima e si basano solo sulla parola degli alpinisti…
Le prove sostanziali non sono necessarie, perché le bugie hanno le gambe corte. Non vanno mai lontano nella vita. Al contrario, si dovrebbe prevedere una menzione speciale per i grandi tentativi. Perché, se il successo di un’ascensione non è solo il raggiungere la vetta, la vittoria suppone per lo più alcuni tentativi mancati e ritirate che non si dovrebbero mai dimenticare.

Per biografia e opere di Erri De Luca

postato il 7 aprile 2014

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Le caratteristiche delle vie di Soldà e di Rebitsch

La storia esteriore e la storia interiore
di Heinz Grill

Lo spirito umano si esprime in un modo ben preciso nelle più varie opere. Una via aperta da Gino Soldá ha un carattere molto diverso da quello, per esempio, di una via di Hias Rebitsch. Ogni primo salitore mette la sua firma sulla parete o per meglio dire fa ancora di più, porta la sua idea, la quale sta nutrendo nei suoi sogni, rappresentazioni e fantasie, direttamente nei diedri, le fessure, le placche, i camini e i pilastri.

Questa idea acquista una forma vivente in una via già stabilita e può essere rivelata ai ripetitori attraverso gli anni o persino i decenni. Persino il singolo appoggio porta ancora, interamente nel quieto, nascosto inconscio, l’esperienza del primo salitore. Se i chiodi sono però ancora piantati dalla mano del primo salitore, questi ricordano evidentemente le azioni di una volta dei pionieri.

Hias Rebitsch. Foto da: http://www.bergnews.com/service/biografien/rebitsch/rebitsch.php
Le caratteristichedelleVie-Rebitsch giovaneSeguendo una via il ripetitore trova una serie di fessure, placche e cenge. Queste formazioni di roccia sono in un certo senso personificate tramite lo spirito conquistatore dell’uomo. Non rimangono solamente un pezzo di natura vergine, nel suo stato selvaggio, ma si sono piuttosto avvicinate al regno umano e sono state coltivate e addomesticate forse con alcune tracce visibili.

Quali sentimenti respirano in colui che si avvicina all’alba a una grande parete? Va incontro a una massa di roccia? Non si avvicina anche al volto del primo salitore? Chi si avvicina a una parete sud-ovest della Marmolada sente nel profondo della sua anima lo spirito e la forza d’idee di Gino Soldà.

L’argomento del come ci si avvicina a una via è in ogni caso di grande interesse. L’arrampicatore non si avvicina solo alla montagna, alla massa di materia rocciosa. Entra anche nell’anima del primo salitore, anche se più inconsapevolmente o senza tanto riflettere, ma cionondimeno in una parte nascosta del cuore. Ideando i primi passaggi sopra l’attacco non sente solo con sensazione di modestia il regno delle rocce che si erge in alto, ma sente anche nella sua anima quelle condizioni di spirito impresse da un primo salitore. L’entrata nella via collega il ripetitore con l’idea e l’azione dell’apritore della via. Il ripetitore cerca in realtà nel suo profondo interiore un collegamento con le sensazioni animiche della storia precedente.

Questa esperienza rimane però di solito in una parte nascosta dell’anima.

Raffaele Carlesso e Gino Soldà
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Durante la guerra come clandestino, ma anche sulle montagne, Gino Soldà cercava una via d’uscita dalle solite convenzioni e limitazioni. La libertà e l’anelito per l’indipendenza dimostrano una caratteristica di questa vita individuale.

Umberto Conforto e Gino Soldà al ritorno dalla prima ascensione della Sud-ovest della Marmolada
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Nella Germania degli anni ’70 e ’80, Gino Soldà era un vero mistero. Solo pochi conoscevano vie di quest’alpinista italiano di chiara fama. Quelli che, nei circoli estremi, potevano raccontare di una salita, come per esempio della parete sud-ovest della Marmolada, riportavano frasi tipo: “E’ stato bello, abbiamo bivaccato (involontariamente, chiaro), alla gola d’uscita c’era una cascata, il compagno è volato, totalmente bagnati siamo arrivati alla cima con le ultime forze…” Chi aveva percorso una via di Gino Soldà era matematicamente considerato in Germania un temerario.

Senz’altro avrà avuto anche Gino Soldà tempi migliori, nei quali apriva anche itinerari che non suscitavano solo raccapriccio. Il piccolo itinerario sulla Torre Babele o anche la parete sud della Moiazza danno l’esempio di sue imprese rilassate e meno selvagge. Tuttavia, come dicevo, l’arrampicatore entra in rapporto non solo con la roccia ma anche con l’ideatore del itinerario. Allora forse possiamo esporre un pensiero ardito: chi percorre una via di Gino Soldà si collega con l’anelito per la libertà, chissà persino con l’anelito del contendersi la libertà. Chi è in giro sulle orme di Soldà per lo meno sviluppa una scuola d’addestramento verso indipendenza e rinforzo dell’individualità; perché in zone così esposte l’arrampicatore si può misurare con gli elementi della natura solo se pieno di altissima auto-responsabilità.

Chissà, questo piccolo ricordo personale potrebbe essere interessante. Venivamo dalla Germania e leggevamo nella guida la descrizione di una via sulla parete occidentale del Pordoi, aperta da Gino Soldà. 38 anni fa, nelle descrizioni tedesche, v’era molta approssimazione. Nella guida era menzionata una caratteristica torre rossa. Arrivammo, osservammo la parete dalla strada del passo e riconoscemmo una torre nera con sfumature leggermente rosse. Non c’erano domande: quella era la Soldà. Era però un errore nostro, un pregiudizio nostro: pensavamo che Soldà dovesse essere passato per forza su una via bagnata. Ma invece quella via era di Erich Abram. Ci era ben familiare l’esperienza che le descrizioni nelle guide non sempre sono molto esatte, ma in effetti il nostro pregiudizio ci spinse a volgere lo sguardo subito alle zone bagnate sulla parete occidentale del Pordoi e ci fece trascurare la vera via Soldà che scorre in zone molto più belle, in basso grigie e in alto gialle.

Il rapporto dell’arrampicatore con una via Soldà è completamente diverso da quello, per esempio, di quello con una via di Rebitsch. Hias Rebitsch era accademico, professore di chimica. Chi sale le sue vie percepisce quanta esattezza vi sia stata ricercata e quanto accuratamente siano state attrezzate con chiodi nei punti più importanti. Ancora oggi si trovano alcuni vecchi chiodi con anello nelle vie più classiche di Rebitsch. Ogni singolo passaggio è in sé una parte dell’intero, i traversi sono molto esattamente calcolati quasi fino al centimetro e le difficoltà sono state impostate in una misura continuamente alta senza interruzione, lungo l’intera parete, come un itinerario ideale.

Come poteva Hias Rebitsch individuare queste linee ideali ininterrotte e perfette in stile e forma? La Rebitsch-Spiegel sulla parete ovest della Fleischwand, l’estremamente difficile Fleischbankpfeiler, la parete sud della Hochgrubbachspitze o le vie molto difficili, lunghe e famigerate nel Karwendel come la Diretta sulla Lalidererspitze, il Diedro sulla Lalidererwand o la parete nord-est della Grubenkarspitze danno l’esempio di vie, che sembrano fatte di un solo pezzo, monolitiche.

Non passa inosservato a chi sperimenta una via di Hias Rebitsch l’elemento del perfezionismo – in senso positivo. La via che, se ripetuta, educa magari l’arrampicatore e gli dà delle lezioni. Da un lato si devono superare caratteristici passaggi difficili, come per esempio le fessure sul Fleischbankpfeiler, lisce e senza alcun appiglio, o lo strapiombo – grotta nel diedro della Lalidererwand. Un certo sforzo fisico e una sfida per le forze mentali e morali sono sempre imposti allo scalatore con la proposta dell’itinerario. Si aggiunge a queste sfide esteriori una nascosta sfida interiore. Nel salire la sua via, l’arrampicatore si mette al cospetto del primo salitore. Non per nulla si dice in gergo: vado su una Rebitsch o vado su una Soldà.

Gino Soldà
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Dopo il percorso di una Rebitsch, lo stesso Hias Rebitsch diventa anche parte della nostra propria anima e dopo il superamento di una Soldà l’anima di Soldà diventa anche una parte del nostro proprio essere. Questi processi possono succedere consapevolmente o anche inconsapevolmente. Le qualità dell’essere dei pionieri che ci hanno preceduto perdurano silenziose e soprattutto quando s’inizia a studiarli e a metterli in discussione ci individuano forme più consapevoli. Lo scalatore sente quelle esperienze nascoste di un tempo passato e contemporaneamente assorbe le esperienze del primo salitore dentro se stesso.

Gino Soldà, Walter Bonatti e Severino Casara
Gino Soldà (a sinistra), Walter Bonatti e Severino Casara, Schio, 18 aprile 1962.

La storia s’iscrive perciò nella nostra propria anima. Il ripetitore di una via può aggiungere un piccolo punto alla storia e, in particolar modo se si confronta con il primo salitore e le sue esperienze, sarà in grado di trasportare nel presente questa interiore parte più nascosta e persino di farla progredire.

Hias Rebitsch: La montagna non è tutto
Le caratteristichedelleVie-Rebitsch-hias-rebitsch

Esiste una storia esteriore con diversi fatti, dati e avvenimenti e oltre a ciò esiste una storia interiore, che si svolge più nelle anime delle varie persone. Gino Soldá come anche Hias Rebitsch continuano a vivere con le loro vie. Le opere lasciate in eredità ci permeeranno ancora per lunghi anni della loro grandiosità. Però, dove vive la storia interiore che irraggia nelle opere e che permea l’intera atmosfera attorno alle vie lasciate? Non è così che proprio dalle anime di questi uomini, che hanno lasciato grandi opere alpinistiche, ci aspettano ulteriori rivelazioni? Non è che la via tracciata voglia, in modo anche più evidente, differenziato e profondo, penetrare con il suo linguaggio nella mente degli uomini?

Secondo la mia percezione Hias Rebitsch, con le sue vie, vuole dire agli uomini: “Vedi come può essere messa in pratica nel migliore dei modi una buona idea e come può svilupparsi con questo intendimento un’ideale di alpinismo? Immedesimati nella materia e crea un ideale da questa.”

Hias Rebitsch. Foto da: http://www.bergnews.com/service/biografien/rebitsch/rebitsch.php
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Che cosa vuole esprimere l’anima di Gino Soldà sulle sue eccezionali vie dolomitiche? Si può accennare la risposta in alcune poche parole: “Osa andare in avanti! Senza arditezza non sviluppi nessuna libertà. Non trattenere troppe riserve e sicurezze. Troverai il vivere di una libertà muovendoti oltre le convenzioni“.

Ad ogni episodio alpinistico si producono delle opere esteriori e delle nascoste disposizioni interiori.

Heinz Mariacher e Hias Rebitsch nel Rofan
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Per una biografia di Hias Rebitsch (in tedesco)

Per una biografia di Gino Soldà

postato il 31 marzo 2014