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I soprusi del Peñón de Guatapé

I soprusi del Peñón de Guatapé
di Franco Michieli

 

Forse non molti scalatori in Europa conoscono la meraviglia di granito che sorge isolata in Colombia, a circa 80 km di strada da Medellin: si chiama Peñón de Guatapé, ed è un monolito del tutto simile al più celebre Pan di Zucchero di Rio de Janeiro. A differenza di quest’ultimo, non sorge sul mare, ma culmina a quota 2137 metri in riva al ramificatissimo e spettacolare lago Embalse del Peñól, un’area di crescente interesse turistico e ambientale, ma anche sede di un movimento di arrampicatori che offre importanti occasioni sportive e formative ai giovani della regione.

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Forse non sarebbe così importante parlarne se La Piedra, come viene anche detto il Peñón, non si trovasse da anni al centro di soprusi e ora di una battaglia di civiltà che, per il suo significato, riguarda anche noi.

La notizia di ciò che sta avvenendo rimbalza da un altro luogo magico dove si sta sviluppando l’arrampicata e il turismo ambientale come strumenti di formazione e di avvenire per i giovani delle comunità locali: il villaggio di Peñas, sull’altopiano della Bolivia, dove opera l’amico missionario e  alpinista Antonio Zavatarelli, sempre più apprezzato riferimento per andinisti e trekker che visitano il Lago Titicaca e la Cordillera Real (nel 2014 il suo collaboratore Davide Vitale ha ricevuto il Premio Meroni per il valore del suo impegno di volontariato). Di recente si è recato in Colombia a visitare il Peñón, ha fatto amicizia con lo scalatore Yon Monsalve, coordinatore dei giovani arrampicatori, e ora, di fronte alla situazione paradossale che si è creata, ci trasmette un appello a prendere posizione e a far sentire la nostra voce in aiuto degli scalatori colombiani e dell’ambiente del meraviglioso sito.

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Ecco in sintesi i fatti. Il Peñón de Guatapé, monolito isolato che sorge in un paesaggio di dolci colline con fattorie, sacro alle popolazioni precolombiane e oggi classificato come Patrimonio Cultural Regional de Antioquia (la regione dove si trova Medellin), ha cominciato ad attirare l’attenzione degli alpinisti nel XX secolo, venendo scalato nel luglio 1954.

In seguito però una famiglia di operatori turistici ha pensato di sfruttarne economicamente le attrattive, costruendo una rocambolesca scala di 740 gradini dentro una grossa frattura naturale del granito e, proprio in cima, un esercizio commerciale con belvedere.

Sulla parete nord del torrione sono dipinte due grandi lettere bianche, una “G” e una “U” incompleta. Tra i centri abitati di Guatapé ed El Peñol era una vecchia questione sulla proprietà del monolito, e i residenti di Guatapé avevano deciso di chiudere il discorso dipingendo a lettere enormi le iniziali della loro città “GU”. Ma gli abitanti di El Peñol se ne accorsero e vi furono tafferugli per fermare i lavori.

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Lo sviluppo dell’arrampicata sportiva, che da diversi anni offre un’esperienza preziosa per la gioventù locale, potrebbe tranquillamente convivere con l’utilizzo turistico di massa, se non fosse per l’atteggiamento irresponsabile e prepotente della società di gestione della struttura, nota come Suceción Villegas.

In pratica, da molti anni i rifiuti solidi e liquidi della struttura turistica di vetta, frequentata da migliaia di visitatori, vengono semplicemente smaltiti buttandoli giù per i camini delle pareti, con grave rischio per chi si trovi sotto; fin dall’inizio degli anni 2000 gli arrampicatori con l’aiuto di abitanti del posto hanno organizzato periodici campi di raccolta rifiuti cercando di limitare il deterioramento ambientale, senza però riuscire a far fronte al degrado. Diversi esposti alle autorità locali hanno portato la gestione a costruire una vasca di raccolta dei rifiuti liquidi, però insufficiente, e in un’occasione a bruciare una massa di immondizia dentro una grotta vicina, che fino ad allora era meta di speleologi (soluzioni barbare utilizzate in passato anche presso nostre stazioni funiviarie e rifugi alpini, come ben sa Mountain Wilderness che ha organizzato imponenti ripuliture!).

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La situazione è letteralmente “precipitata” quando l‘11 dicembre 2015, mentre alcuni scalatori stavano affrontando una via nel settore noto come El traverso de los halcones, una gran quantità di detriti è caduta dalla soprastante area commerciale. Per trovare riparo, gli arrampicatori si sono inerpicati a proteggersi sotto un tetto della parete. Poco dopo l’amministratore della Suceción Villegas è arrivato in compagnia di poliziotti comunali di Guatapé intimando agli scalatori di evacuare la zona. I poliziotti prendevano le parti dell’operatore commerciale, ma durante la discussione un masso è caduto vicino a loro, al che hanno preferito andarsene.

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Da allora il sito è stato costantemente occupato dai climber in forma di protesta, coordinati da Yon Monsalve, decisi a non abbandonare il campo fino a che non verranno rispettate le norme di legge sulla gestione ambientale del luogo e non venga riconosciuto il valore sportivo e formativo che assume l’arrampicata per la popolazione presso il Peñón de Guatapé. Tuttavia le autorità locali cui è stata presentata denuncia non paiono riconoscere il problema ambientale causato dall’attività commerciale, ma fingono che il problema sia quello dell’arrampicata.

Un nuovo ostacolo è emerso il 17 febbraio 2016, quando si è presentato un nuovo drappello di autorità e polizia del Distretto di Antioquia a sostegno di altri imprenditori che stanno delimitando un terreno ai piedi della Piedra per altre attività economiche, di nuovo cercando di impedire l’accesso alla parete. Per fortuna, fa sapere Monsalve, è in corso una contrattazione per salvaguardare una striscia di terreno ai piedi della Piedra che permetta il passaggio: «Stiamo preparando un progetto che preveda il mantenimento di un corridoio biologico alla base della parete, dove si ufficializzi la pratica dell’arrampicata come strategia sostenibile, e la comunità possa essere formata alla pratica sportiva. L’idea è di presentare il progetto alla nuova Amministrazione del Municipio di Guatapé, insediata a inizio 2016».

A sostegno della battaglia di Yon e dei suoi amici si è schierata l’organizzazione Comisión de Derechos Humanos “País Plural” dell’Università di Antioquia (riferimenti: Maria Alejandra Martínez, e-mail: [email protected] e Santiago Ramírez Sarabia, e-mail: [email protected]). Ma solo una pressione internazionale può convincere le autorità locali a comprendere la bontà di una gestione equilibrata e sostenibile dell’area, anche per evitare che una pessima immagine del luogo venga diffusa con danni al turismo.

Questo appello dovrebbe essere diffuso con ogni mezzo ciascuno abbia a disposizione, in attesa di intraprendere altre iniziative se si riscontrassero le possibilità, segnalando gli articoli ai responsabili di País Plural sopra indicati, a Yon Monsalve (e-mail: [email protected]) o ad Antonio Zavatarelli (e-mail: [email protected]). Casi come questo mostrano come anche l’arrampicata sia una via per migliorare il mondo.

Scalatori in presidio
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Se eri un bambino

Se eri un bambino negli anni ’50 ’60 ’70 ’80
di Paulo Coelho


1. – Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né airbag…
2. – Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata speciale e ancora ne serbiamo il ricordo…
3. – Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con vernici a base di piombo.
4. – Non avevamo chiusure di sicurezza per i bambini nelle confezioni dei medicinali, nei bagni, alle porte.
5. – Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco.
6. – Bevevamo l’acqua dal tubo del giardino invece che dalla bottiglia dell’acqua minerale…
7. – Trascorrevamo ore ed ore costruendoci carretti a rotelle ed i fortunati che avevano strade in discesa si lanciavano e, a metà corsa, ricordavano di non avere freni. Dopo vari scontri contro i cespugli, imparammo a risolvere il problema. Sì, noi ci scontravamo con cespugli, non con auto!
8. – Uscivamo a giocare con l’unico obbligo di rientrare prima del tramonto. Non avevamo cellulari… cosicché nessuno poteva rintracciarci. Impensabile….
9. – La scuola durava fino alla mezza, poi andavamo a casa per il pranzo con tutta la famiglia (sì, anche con il papà).
10. – Ci tagliavamo, ci rompevamo un osso, perdevamo un dente, e nessuno faceva una denuncia per questi incidenti. La colpa non era di nessuno, se non di noi stessi.

Paulo Coelho
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11. – Mangiavamo biscotti, pane olio e sale, pane e burro, bevevamo bibite zuccherate e non avevamo mai problemi di sovrappeso, perché stavamo sempre in giro a giocare…
12. – Condividevamo una bibita in quattro… bevendo dalla stessa bottiglia e nessuno moriva per questo.
13. – Non avevamo Playstation, Nintendo 64, X box, Videogiochi , televisione via cavo con 99 canali, videoregistratori, dolby surround, cellulari personali, computer, chatroom su Internet… Avevamo invece tanti AMICI.
14. – Uscivamo, montavamo in bicicletta o camminavamo fino a casa dell’amico, suonavamo il campanello o semplicemente entravamo senza bussare e lui era lì e uscivamo a giocare.
15. – Sì! Lì fuori! Nel mondo crudele! Senza un guardiano! Come abbiamo fatto? Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis, si formavano delle squadre per giocare una partita; non tutti venivano scelti per giocare e gli scartati dopo non andavano dallo psicologo per il trauma.
16. – Alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano. Nessuno andava dallo psicologo, dallo psicopedagogo, nessuno soffriva di dislessia né di problemi di attenzione né d’iperattività; semplicemente prendeva qualche scapaccione e ripeteva l’anno.
17. – Avevamo libertà, fallimenti, successi, responsabilità… e imparavamo a gestirli.

La grande domanda allora è questa:
Come abbiamo fatto a sopravvivere?
E a crescere e diventare grandi?

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La via dell’iniziazione

Silvia Miotti, arrampicatrice, filosofa, scrittrice di testi teatrali, è figlia di Giuseppe Miotti e discendente illustre della dinastia delle guide Fiorelli da parte di madre.

Questa sua sentita testimonianza è un excursus che dai crucci, i dilemmi e le gioie iniziali che hanno caratterizzato la sua esperienza di scalatrice bambina, arriva fino al senso d’azione della sua generazione. Stati d’animo radicali, conflitti vinti e legami indissolubili verso colui che l’ha iniziata all’arrampicata, dietro il quale sta l’autorità della “figura paterna” – “con la quale è facile entrare in conflitto ma diventa molto difficile riavvicinare una volta che ci si è allontanati, come ebbe a dire Gian Piero Motti nella sua ultima monografia.

La prima scalata di Silvia (Sasso Remenno, ovvero “il viaggio sul ventre di una balena grigia”)
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La via dell’iniziazione

(dai primi crucci all’identità generazionale)
di Silvia Miotti
(dall’Annuario del CAAI 2013-2014)

L’approccio all’arrampicata
L’approccio al bouldering e all’arrampicata con mio padre è stato preceduto da un deciso rifiuto. Arrampicai la prima volta al Sasso Remenno da piccola a 4 anni e mezzo. Un’età bellissima… nella quale dimentichi quasi tutto e sei totalmente priva e al tempo stesso libera dal senso logico, specialmente se sei femmina. Per questo dimenticai in fretta anche l’arrampicata, che mi era sembrata più che altro un viaggio sul ventre di una balena grigia enorme e rovesciata, non so proprio perché. Seguirono altre sporadiche arrampicate, divertenti.

In seguito persi di vista mio padre che per un periodo di tempo piuttosto lungo fuggiva sulle “sue” montagne, nascondendomi l’amore che provava per loro. Mentre lui saliva e scendeva, incessantemente e mai sazio, io crescevo, con quella indifferenza volutamente calcolata degli adolescenti che cela in realtà l’opposto l’interesse verso ciò a cui ti opponi. Riponevo tutto ciò che riguardava la montagna nello stesso calderone, sia l’arrampicata che l’ambiente. Nemmeno mi piaceva la retorica della “vita all’aria aperta” che sentivo nei discorsi attorno a me.

Così mi dedicai a tutt’altro, seguendo un percorso solitario attraverso i più disparati generi letterari e musicali. Più tardi è arrivato il teatro, fondamentale per ciò che di me ha fatto affiorare, rivelando la mia diversità in rapporto all’ambiente in cui ero cresciuta, ma pure uno sport di squadra come la pallavolo o la danza tribale capoeira, una forma di lotta a ritmo di musica originaria dell’Africa, divertente per noi occidentali quanto terribile per il continente nero.

Silvia, “mai mollare”. “Maimollare” perché quel giorno, traversando sul Sentiero Roma, il papà ha capito di che razza di “coccio” fosse fatta la signorina.
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Con mio padre ci siamo incontrati di nuovo anni dopo e sempre nel “suo” territorio, quindi non certo ad armi pari, in un campo neutrale che mi avrebbe favorita.

Il mio ritorno verso l’arrampicata è stato prima di tutto un movimento contrario rispetto a ciò che avevo fuggito inizialmente: un ritornare alle mie radici, a mio padre prima di tutto e alla mia famiglia da parte di madre in seguito. A quanto pare, non potevo proprio evitare le montagne, le rocce e tutto quello che le riguardava: sentivo, ma ancora non lo capivo, che erano parte di me e che, per trovare una mia strada indipendente, avevo bisogno di sapere da dove arrivavo e, cosa ancora più difficile, “chi era” mio padre.

Ora, dopo aver saputo ed essermi appassionata alla storia dell’alpinismo e dell’arrampicata, dopo aver ascoltato storie della famiglia e aver visitato i luoghi di culto di mio padre, termine che non mi piace, ma probabilmente piacerebbe a lui, posso parlare con più consapevolezza del mio carattere e di come la sua figura è ai miei occhi cambiata.

La figura di mio padre
Mio padre è rimasto per moltissimi anni una “figura indecifrabile” che alimentava in me una specie di “segreta idolatria” nei suoi confronti e verso i suoi “rituali tecnici e montani”, coadiuvati dagli arnesi meccanici necessari ad assicurarsi e progredire sulla roccia, come chiodi e friends, dei quali non comprendevo affatto il funzionamento e che, ai miei occhi di bambina, apparivano come giocattoli fantascientifici, misteriosi e stranissimi.

Una delle caratteristiche dell’idolatria è il timore che incute la sua immagine autoritaria e l’attività idealizzata che ne deriva, unitamente al desiderio inconfessabile di “affrontare” l’idolo e i suoi rituali per ridimensionarli attraverso una conoscenza più approfondita.

Le montagne proiettavano un’ombra strana sulla mia crescita interiore: conoscevano mio padre meglio di me e questo ovviamente non mi piaceva. Forse le montagne persino mi angosciavano come figure di sue “amanti”: matrigne e custodi di un “femminino perverso” che rubava, a me femmina per giunta, le attenzioni che mi sarebbero spettate. Nello stesso tempo, desideravo “innalzarmi” anch’io, per qualche segreta strada ancora indefinita, emulando il movimento degli adepti della “setta” dell’arrampicata.

Popi e Silvia Miotti sul PizzoBadile
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Più che altro avrei imparato ad emulare, in maniera del tutto personale, le loro inquietudini, la loro voglia di novità, la curiosità mai appagata, veicolando questa ricerca esplorativa a modo mio. Ricordo di aver letto una frase che diceva: “Se vuoi andare verso l’infinito allora esplora il finito, ma in tutte le direzioni”. Così ho cercato di fare… e certo non sono neanche a metà del mio percorso.

Ogni volta che mio padre tornava dalle montagne era come se svuotasse lo zaino dalle sue pesanti inquietudini, ed io mi limitavo a raccogliere quello che Sisifo lasciava sbadatamente cadere troppo vicino a me.

Quelle inquietudini – che non ho ereditato da mia madre – hanno inevitabilmente contribuito a lasciare una traccia di “fragilità” nel mio carattere, che tuttora risente della “mancanza di curiosità” che caratterizza il desiderio di cercare, facendo prevalere l’irrequietezza che spinge con frenesia irrefrenabile alla conquista delle montagne. Non è del tutto negativo avere insite le inquietudini di un alpinista, ma non è neppure semplice conviverci e in particolare non lo è stato per me in passato.

Quando ho ricominciato ad arrampicare e a conoscere di conseguenza la storia e le storie di mio padre e della mia famiglia da parte materna molte cose sono andate al loro posto, ma solo dopo aver affrontato, legata a mio padre da seconda, numerosi e per me complicatissimi “diedri edipici” – e sottolineo edipici perché il legame “da seconda” aveva una valenza di dipendenza psicologica unita alla venerazione mista a timore che avevo per lui. In realtà mio padre non fu mai intransigente, mi obbligava semmai indirettamente, attraverso l’immagine che avevo di lui.

Seguirono altrettante più tranquille “placche junghiane” in cui il padre assumeva il ruolo di “vecchio saggio-maestro”. Ancora adesso ci sono parti del vissuto di mio padre che non mi sono chiare, ed è senz’altro giusto così.

Oggi capisco di più mio padre, provo come è naturale un grande affetto per lui e lo ringrazio per moltissimi insegnamenti che mi ha dato, anche se poi ho sempre cercato di imparare da sola.

Dovrei ringraziarlo proprio per avermi permesso un confronto così serrato, costante e implacabile con una personalità così diversa dalla mia e nello stesso tempo tanto importante per me. Ho arricchito il mio carattere di tantissime sfumature, che un domani mi saranno senz’altro d’aiuto.

Se è vero che dalle battaglie a cui si sopravvive si apprende sempre qualcosa, da questa la mia personalità è uscita arricchita e rafforzata grazie anche all’incontro con la “montagna vera” che ha forgiato, modificato, plasmato mio padre. Probabilmente, l’essere femmina e non maschio mi ha momentaneamente protetta da un raffronto ancor più duro.

Popi e Silvia sul Torrione Porro
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Il bouldering dei coetanei
Ma va fatta una premessa inerente il mondo nel quale mio padre si è formato e quello con il quale ha avuto a che fare, così diverso da quello dei miei coetanei che arrampicano. Credo che l’alpinismo, e poi l’arrampicata siano, da quando esistono, degli “sbocchi di sfogo” per quella naturale tendenza dell’uomo alla curiosità per il rischio e il pericolo. I primi che stabilirono le regole del “nuovo gioco” furono per certi versi fortunati e probabilmente appagati molto più dei praticanti di oggi, per via dei loro “impulsi di scoperta”, della “esposizione al rischio” e via dicendo. Alcuni furono veramente degli scopritori e probabilmente negli slanci di quelle persone trovava posto anche un desiderio autentico e non emulativo, permeato di “suggestioni spirituali”, di creatività e immaginazione…

Oggi suppongo non sia facile, entrare in contatto con questa originalità. D’altro canto è aumentato tantissimo il numero di persone che si possono dedicare al gioco del bouldering. Una volta erano pochi gli adepti perché non c’era la moda e, a meno che la convinzione non fosse al “cento per cento”, facilmente abbandonava chi non disponeva di mezzi economici adeguati. Ora, grazie alle attuali condizioni sociali, diventa molto più immediato l’approccio a questa pratica.

L’arrampicata ormai soddisfa una serie di esigenze “socialmente accettate” e condivise: il “ritorno alla natura” e alla vita, “all’aria aperta” con una dose calibrata di adrenalina che dovrebbe ridimensionare lo stress di una quotidianità sempre più “calcolata, predisposta e pressante”… “l’essere in forma” facendo uno sport che ti rafforza fisicamente… l’avere degli amici con i quali organizzare delle uscite divertenti in ambiente mite… il sentirsi “diversi dagli altri” praticando un’attività tutto sommato ancora originale”… e per necessità di diversificarsi dagli altri, conseguenza di una società che soffre sempre di più il confronto, la rivalità positiva e negativa. Questa è forse la motivazione più importante.

Silvia sulla via del Nonno (Mauri-Fiorelli), spigolo sud della Punta Torelli
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Una volta l’alpinismo era per pochi e l’arrampicata era considerata quasi una pratica antisociale o quantomeno non era considerata una convenzione sociale, si trattava di una “attività originale” riservata a pochi “personaggi originali”. Oggi, e in parte non possiamo che dirne male, è la stessa società a dirci che i “valori veicolati” dall’arrampicata sono buoni, mentre non è così per l’alpinismo, attività decisamente più complessa e meno immediata. Proprio la sua caratteristica di adattabilità sociale ha fatto sì che l’arrampicata sia stata indirizzata a “scopi educativi”, sfruttata a “fini economici”, raccontata nei libri con “scopi didattici” e via dicendo.

Questo non significa che non ci siano più originalità e avventura. Di sicuro ci sono ancora, ma secondo me a livelli molto diversi rispetto a tempi passati e lo stesso vale anche per moltissimi altri campi. Credo che molte attività umane, anche quelle nate con intento di rivoluzionare la società stessa partendo da un punto di vista totalmente nuovo, vengano facilmente assimilate e assorbite dal sistema collettivo e trasformate in oggetti parzialmente diversi da quelli iniziali.

L’arrampicata di oggi sta sicuramente dando il suo contributo per canalizzare in maniera più che positiva la voglia dell’uomo moderno di tornare a sentire, anche solo in minima parte, la spontaneità e l’aspetto selvaggio del mondo naturale.

Per ora è così, e chiedermi fino a che punto l’uomo si “potrà accontentare” mi sembra un quesito interessantissimo e intrigante al quale ora non saprei rispondere.

La mia filosofia dell’arrampicata
Per quanto riguarda la mia filosofia della arrampicata, non vorrei parlare di “sfida”, di ricerca del “mio limite”, di “emozioni forti”, forse neppure di “attaccamento viscerale” alla montagna, dal momento che la montagna mi piace molto, come però mi piace anche il mare. Andare in montagna è realmente avventuroso e regala “emozioni autentiche” solo per chi lo vive in “maniera totale” e certamente chi considera l’arrampicata la sua “ragione di vita” avrà altro da dire.

Personalmente ho arrampicato con differenti motivazioni. La più importante è stata di certo quella iniziale, che scaturiva dalla necessità di dare una risposta alle “mie inquietudini di eredità paterna”, ma a volte l’ho fatto anche solo per “sentirmi in forma”, cosa che non ho mai riscontrato in altri, per raggiungere una “condizione di benessere” in me stessa, divertendomi con chi lo faceva e facendo “qualcosa di nuovo” ma anche semplicemente imitando, forse per far semplicemente parte di un gruppo, come fanno tanti senza però ammetterlo a se stessi.

Silvia su Waiting List a Punta Fiorelli
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Boulderisti anziani
Al pensiero dei “boulderisti anziani” non associo ciò che “è ora” mio padre, più che altro immagino dei novantenni sui sassi che tutt’oggi non ho ancora visto e forse vedremo quando lui e i suoi amici lo saranno in futuro. Ora non parlerei di mio padre come di un boulderista “già anziano”, come non definirei in questo modo nessuno dei coetanei con i quali arrampica.

I boulderisti della sua generazione hanno un’età nella quale non mi posso immedesimare, dal momento che sono diventati dei simboli di riferimento per i più giovani, avendo avuto “il privilegio” di essere stati pionieri. Troppe cose sono comunque cambiate dal periodo storico da loro vissuto, al punto che ciascuno cerca di adeguarsi a suo modo in questo “passaggio epocale” per loro nuovo.

Anche per l’arrampicata sembra valere la divisione tra apocalittici e integrati: chi accetta il progresso e le sue conseguenze come un “fatto inevitabile”, cavalcando il flusso del cambiamento, e chi invece ne vede più che altro i pericoli e le degenerazioni rispetto ai tempi andati. Quell’Arcadia esistita, che purtroppo noi possiamo soltanto vivere nei ricordi e nelle fantasie di chi l’ha vissuta.

Postfazione
(a cura della redazione)
Scrivo a Popi per avere qualche foto di prima mano. Faccio riferimento all’articolo, uscito sull’Annuario dell’Accademico. Il 5 luglio 2015 mi risponde: “Ciao Sandro, da tempo ho smesso di aggiornarmi riguardo alle testate alpinistiche. Quindi non ho tutti i recenti numeri dell’Annuario del CAAI. Tanto meno so sempre bene quello che scrive la Silvia. Anzi… ma sei sicuro che sia lei? E di cosa tratta l’articolo? Puoi indicarmi il soggetto delle foto?“.

Lo rassicuro che non ci si può sbagliare. E’ lei. Gli mando il file con il testo. Il giorno dopo mi risponde: “Beh… conoscendola devo dire che mi ha fatto ridere e un po’ commuovere. L’ho sentita ieri e le ho chiesto dell’articolo. Come quasi sempre ha dato poca importanza alla cosa dicendo che sì, che si ricordava di una specie di lavoro che aveva fatto per Ivan Guerini, ma poi ha glissato e siamo andati a parlare del clima di Londra e altre cose. Lo scritto è bello e piace pure a me. A questo punto mi toccherà anche prendere l’Annuario dell’Accademico, anche perché fra un po’ rientra per le vacanze estive…“.