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1. Kevin Jorgeson, prima libera di Dawn Wall, El Capitan, gennaio 2015. Foto: Corey Rich
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2. Chris Sharma
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3. John Gill (1958)
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4. Wolfgang Güllich su Action Directe,1991, Frankenjura
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5. Bill Westbay su Zodiac, El Capitan, 1977
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6.
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7. Chuck Pratt a Vernal Falls, 1968
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8. Warren Harding, 1a asc. Dawn Wall, El Capitan, 1970
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9. John Gill su Double Clutch Direct, Shawagunks (New York)
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10. Dave Diegelman su Separate Reality, Yosemite, 1979. Foto: George Meyers
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11. Chris Sharma
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12. Wolfgang Güllich su La Rose et le Vampire, 1991, Buoux
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13. Sylvester Stallone in Cliffhanger
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Climbing girls 02

E’ vero, in queste foto c’è del glamour. E siamo anche tutti consapevoli di quanto il corpo femminile sia ancora oggetto di “vendita” a tutti i livelli geografici e culturali.
Qui però nessuno vuole vendere nulla, lo concederete. La grazia e la bellezza di queste foto (nonché delle protagoniste) secondo me allarga il cuore e piace agli occhi di un sacco di gente.
C’è chi vede in Climbing girls discriminazione e maschilismo: francamente mi sembra un po’ eccessivo. Se si gira nelle librerie e in internet si vede che la proporzione tra foto di bei gatti e quella di inquietanti insetti è decisamente a favore dei primi… e non credo si voglia fare ingiustizia nei confronti degli insetti, semplicemente ci piacciono molto di più i gatti!

C’è chi ha visto in questa pubblicazione un’esibizione di stereotipi: raffigurazioni temute perché “pericolose”.
Ma attenzione. Le riviste femminili sono piene di stereotipi, direi che ne costituiscono l’essenza. Non sarà solo il bikini a fare stereotipo, vero? I vari Armani, Gucci, ecc. che suggeriscono? Le donne dipinte da Rubens cosa ci evocano? Le Madonne dei pittori più vari? Le contadine di Verga? Sono tutti “stereotipi” o sono magari tutti diversi modi di vedere il genere femminile? Dal porno a Santa Maria Goretti le tappe sono molte!
Ma a questo punto, se il nostro modo di esprimerci, dall’arte al quotidiano, passa attraverso quello che si definisce stereotipo, in quale altro modo potremmo esprimerci?
E il pericolo. Siamo sicuri che le foto di ragazze che arrampicano in bikini siano più pericolose di foto che le ritraggono su una rivista femminile, o delle Madonne che allattano di Mauro Corona, o delle immagini artistiche di Richard Avedon e di Helmut Newton, o dei nudi di Salvator Dalì, o delle ragazze Balilla del fascismo, della Venere di Milo, della Paolina Bonaparte di Antonio Canova, delle schiave accucciate sotto i tavoli di Andy Warhol o di mille e mille altri stereotipi?

Anche le foto o i disegni più edificanti che ritraggono Santa Bernadette di Lourdes, o le immagini dei calendari di Padre Pio sono stereotipi. Che cosa hanno queste raffigurazioni di reale? Nulla, sono anch’esse contraffazioni, più o meno artistiche o poetiche, della realtà.

E alla fine, che male c’è (che pericolo c’è) a modificare la realtà? Non lo facciamo ogni giorno con il nostro lavoro? Non ci ribelliamo ogni giorno alla realtà nuda e cruda con le nostre azioni di vario genere, tecniche, sportive, medicinali, chirurgiche e quant’altro? Non modifichiamo la realtà con i romanzi, con la poesia? Con le Borse siamo perfino riusciti a inventare ricchezza là dove ricchezza vera non c’è! Ci travestiamo con i vestiti, ci mascheriamo con l’educazione: la nostra, se si guarda bene, è una finzione continua!

Io però non ritengo pericolose queste azioni del genere umano. Se accetto che in natura sia l’animale maschio a pavoneggiarsi con i colori più diversi di fronte all’animale femmina, non vedo perché non sia accettabile che nel genere umano sia il contrario e quindi sia la donna a porsi di fronte a noi maschi in mille modi fantasiosi, creativi, piacevoli. Come accetto che la formica di oggi sia praticamente uguale a quella di duemila anni fa, accetto anche che l’uomo di oggi non sia più il cristiano carne da macello per stadi. Dov’è il male?
Immortalando il Cervino e le Tre Cime di Lavaredo in milioni di fotografie non è che prostituiamo queste due montagne. Semplicemente ci piace guardare quelle forme, quei colori, quella grandiosità. Non c’è un secondo fine, c’è soltanto la diffusione della bellezza (o meglio, la diffusione di ciò che noi intendiamo bello in quel momento).
In conclusione, dopo queste riflessioni, sono più portato a credere, proprio a livello psicologico, che appunto in questo spazio dedicato alla libertà non si debba limitare alcuna potenzialità, né quella femminile né quella umana in generale.

So bene, anche per direttissima esperienza, quanto potenti siano le raffigurazioni (archetipi o stereotipi). Ma so anche quanto ne abbiamo bisogno. Senza arte, sogni, “distorsioni” e peccati vari saremmo ancora all’età della pietra o all’epoca del Paradiso Terrestre (che anche lui non è altro che una “distorsione”).

Isabelle Patissier, anni ’80
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Pamela Pack su The Dragon’s Lair, Longs Canyon. Foto: Andrew Burr
Climbing Girls 02 Pamela Pack on The Dragon's Lair in Longs Canyon picture by Andrew Burr
Paige Claasen su Just Do It (5.14c). Foto: Sierra SchneiderClimbing Girls 02 Paige Claasen in Just Do It (5.14c)  Ph Sierra Schneider

Natalie Duran
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Giulia Venturelli, traversata Hinterstoisser della Nord dell’Eiger, aprile 2015
Climbing girls 02 - G.Venturelli,Eiger,apr2015

Giulia Venturelli in bivacco sulla Nord dell’Eiger, aprile 2015
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Natalie Duran
Climbing Girls 02 Natalie Duran

Da sola su Archangel, E3, Stanage, GB
Climbing Girls 02 Me soloing Archangel E3, Stanage.

Lauren Callaway, Liming, Cina
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Edurne Pasadan
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Heidi Wirtz su 10,000 Maniacs (5.11c), Penitente Canyon, Colorado
Climbing Girls 02 Heidi Wirtz on 10,000 Maniacs (5.11c), Penitente Canyon, Colorado       Climbing Girls 02 girls_and_rock_climbing_equals_good_time_640_39

Gerlinde Kaltenbrunner al K2   Climbing Girls 02-GerlindeKaltenbrunnerK2

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Fotografare con personalità

Fotografare con personalità
di Massimo Malpezzi

Mi capita spesso di osservare le foto che, specialmente sui social, riempiono le pagine. A parte tre o quattro professionisti che si occupano di reportage, la situazione è desolante: qualche giorno fa intervenni a difesa di chi fotografa con qualsiasi mezzo a patto che il messaggio attraverso l’immagine fosse forte ed emozionante, insomma ho sempre pensato che una fotografia debba avere il dovere primario di raccontare una storia, non importa se scattata con uno smart phone, una compatta o una professionale.

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A supportare tanta provocazione, mi sono stupito nell’archiviare alcune mie immagini, di trovare alcune foto fatte con il mio Samsung trovandole addirittura di qualità: ero riuscito a cogliere l’attimo solo grazie alla velocità di azione proprio del telefonino immortalando quella storia che, viceversa, sarebbe sfumata via senza la prontezza di un mezzo che per molti è diventato qualcosa di ben di più che un mezzo di comunicazione.

Certo, fare fotografia è un altra cosa, non dimentichiamolo. L’abuso dell’immagine, che immortala tutto perché ormai figlia di un “voyeurismo” esasperato, sta brutalizzando quella che sembrava una nicchia di appassionati, non parliamo poi dei video.

Diversa è invece la riflessione sulla fotografia di montagna, di alpinismo o più semplicemente di arrampicata. I social stanno mettendo in evidenza l’imbarazzante pochezza di fantasia e di creatività: importante è apparire, farsi vedere, cercare notorietà attraverso tutto quello che può fare invidia, non stupire o emozionare, ma richiedere più “mi piace “ possibili.

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Certamente non tutti vogliono o hanno la pretesa di catturare un’immagine come fosse una foto da mostra, ma vedo troppo spesso superficialità e dozzinalità nello scatto, tanto da rendere noiosa l’immagine, se non fosse per una performance o per chissà quale altra idea legata comunque a un attimo di illuminazione fisica, non avrebbe nessun senso pubblicare centinaia di immagini.

Alcuni amici fotografi, che operano nel campo dell’arrampicata e più in generale di montagna, sanno bene il significato di postare una foto: infatti nelle loro immagini esce brillantemente quella fantasia e quella ricerca importante che costruisce una storia in un singolo scatto, penso a Michele Caminati, a Klaus Dell’Orto, Davide Necchi, David Morresi, Andrea Gallo, nomi noti che da alcuni anni ci regalano immagini emozionanti raccontando percorsi affascinanti. E’ da loro che bisogna attingere, curiosare, carpire, personalmente mai mi sono sottratto al confronto con gli amici citati, anzi spesso sono state fonti di ispirazioni, anche se ognuno di loro vive la fotografia in maniera molto intima e caratteristica.

Dare personalità ed esclusività ai propri lavori, ecco il vero salto di qualità, distinguersi da tutti.

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Io fotografo soprattutto l’azione del bouldering ma non solo, amo stare il più vicino possibile all’arrampicatore, all’azione, nel bouldering viene più facile. Cerco le prospettive, alzo la linea della ripresa da terra per dare profondità, metto in risalto i particolari della natura, una felce, un albero, i sassi. Appigli e appoggi diventano i protagonisti dalla lente che amo di più, il grandangolo spinto.

Poi ci sono i visi e gli occhi degli arrampicatori, nel loro immenso sforzo le smorfie raccontano l’attimo esplosivo, la concentrazione che va a fissarsi sul prossimo obiettivo. Trasporto tutto anche in parete, in maniera più faticosa… risalire la linea dal basso con le jumar è spesso devastante quando le pareti sono molto strapiombanti, ma è l’unica maniera per osservare metro su metro l’inquadratura migliore nei passi chiave e tornare vicino all’arrampicatore.

Esiste poi la seconda parte assai delicata, la scelta delle foto e il post produzione. Ho ormai adottato un sistema particolare che si basa sulla primissima sensazione, le foto aperte in visione le faccio scorrere velocemente una dietro l’altra come in una sorta di filmica sequenza, ripeto tutto tre o quattro volte, man mano rallentando sempre più, mi appaiono immediatamente “le foto”. Quelle che a impatto mi colpiscono di più. Se solo ho una piccola percentuale di dubbio, la foto è già scartata.

Molto soggettivo, chiaro ma efficace. Ora le foto sono in una cartella con la scritta “foto ok”.
Il mio post produzione è essenziale e si basa su tre soli passaggi:

1 – apertura del soggetto se scuro, regolazione – luminosità e contrasto;

2 – strumento scherma – agendo sui chiari e sugli scuri per andare a recuperare cose sopite nella foto;

3 – strumento taglio, impaginare la foto è basilare e con essa la risoluzione e le dimensioni finali (solitamente 30×40) per obbligarmi a tenere uno schema fisso.

Naturalmente, non voglio con questo scritto indirizzare nessuno, proprio perché abbiamo fatto della personalità un momento essenziale nei nostri lavori, ma solo dare qualche consiglio stimolante… insomma proviamo a sforzarci di fotografare meglio regalando emozioni e raccontando storie oltre che esibirci…

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Malpezzi-maloe tofaneMassimo Malpezzi – giornalista e fotografo dal 1982 – ha scritto molto per le riviste settoriali di arrampicata e alpinismo come Alp e Pareti, ha girato “Lo strappo”, che fu menzionato e premiato come video alla settimana della montagna qualche anno fa a Milano; sua e di Andrea Pavan è la prima guida interattiva con vhs e poi dvd Bloc notes con le aree più famose di bouldering del nord.
Premiato insieme ad altre 30 foto selezionate su migliaia all’International Mountain Summit.
Istruttore titolato di arrampicata sportiva nella scuola CAI Parravicini di Milano, oggi sta revisionando il suo primo libro sugli anni storici del nuovo mattino rivisitando i suoi percorsi dal 1975 al 1985. www.massimomalpezzi.com

 

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Riky Felderer: 2014, un anno vissuto fotograficamente

2014: un anno di foto vissuto fotograficamente
di Riky Felderer (tratto dal suo sito, Riky Felderer Photography)

Non parlerò di video: quella è un’altra storia!

Qui voglio parlare delle foto, delle immagini.

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Un anno di storie, lavori e avventure, dove spesso la differenza è molto sottile.

Sono sicuro di una cosa: faccio il lavoro più bello del mondo, almeno per me! E non lo cambierei per nulla!

Qui troverete le cose più interesanti e notevoli che ho fatto nel 2014, dove vi racconterò del lavoro, delle cose personali, dei miei sogni e di alcuni momenti brutti.

L’anno comincia, come mio solito, in Sardegna, questa volta in compagnia dei Ragni di Lecco. Luca Schiera, Fabio Palma, Silvano, Dimitri (AKA Satana) e altri erano della partita.

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airplane?!?

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Rientrato dalla Sardegna sono subito ripartito con Pietro Porro alla volta dell’Austria, a casa di Babsi (che ringrazio per averci ospitati) per cominciare un progetto di Jacopo Larcher con La Sportiva sulla pericolosa “Prinzip Offnung”, una delle vie trad più dure d’Europa (e del mondo, aggiungo!)Felderer-dsc2489

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Il progetto di film è ancora lungo, ma intanto questa via è “fatta”. Tra l’altro anche da Barbara Zangler (Aka Babsi)!

Il freddo comunque è presente, e con l’amico Paolo Marazzi saltiamo in macchina alla volta di San Martino di Castrozza per il KOD, contest fotografico dove ci piazziamo “solo” terzi. Gran contest, ma ancor più grande avventura!

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Breve intervallo: mai mangiare la neve gialla!

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Nel frattempo, presso la CAMP con l’esuberante Matteo Rivadossi (e con Pietro Porro) abbiamo cominciato a lavorare su un progetto video relativo a una vera novità: il nuovo freno chiamato Matik. A presto il video!

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Chi si ferma è perduto! Marzo, salto in bici e cominciamo una serie di scatti per la rivista 4MTBike, da cui salta fuori anche la foto di copertina. Yeah!

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A casa, impacchetto l’attrezzatura, mi cambio e riparto per il lago di Como, per lavorare ad un ambizioso progetto con Fabio Palma, “Centrolario”: date uno sguardo su FB per vedere gli avanzamenti del lavoro!

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Di notte le luci risplendono più brillanti che mai. Why not? Ho voglia di “giocare”, salto in sella alla mia bici e faccio un giretto per la mia città a vedere cosa succede!

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Sveglia, colazione e salto sul van di Davide Grimoldi, in direzione Saint Victoire, per un intenso shooting al Vibram Trail Running Team.

Momenti e luci epiche. Date uno sguardo al sito aziendale per vedere cosa ne è uscito!!

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Torno, e il calendario mi ricorda che devo fare foto con due big della scalata. Un pioniere dell’alta difficoltà Ottavio Fazzini e la leggenda vivente: Stefan Glowacz!
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Uff, potrei quasi dire di essere stanco! Ma non si può: il Piz Badile ci chiama! Potrebbe essere in condizioni per una salita in stile invernale. Con Matteo Bernasconi, la promessa della scalata Luca Schiera e Giuliano Bordoni partiamo a testa bassa!

E dopo è tempo di dedicarsi alle attività NON commerciali, ma che rendono la vita un qualcosa di bello: CADDA PARTY!

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Siamo già in macchina in direzione nord con l’amico Marco Melloni per incontrare David Lama e intervistarlo per RedbullFelderer-dsc4691

E poi via di nuovo verso la Francia, Verdon, per 4Actionmedia e FIAT automotive group

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Ma poi un incidente al crociato. Devo ripartire da zero! Unica attività concessa: bicicletta. È tempo di amarcord e ritorno sui luoghi dove feci il servizio civile, al Parco del Ticino. Fagiana.

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100 km con questo “cancello” non sono poi male!

Ok, il ginocchio è quasi a posto, ed è tempo di partire per il viaggione: South Africa con quelli che sono ormai dei veri amici (parola che non spreco) James, Caroline, Pietro e la mia compagna di vita Elena! Grazie a Wild Country, TNF e La Sportiva.

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Semplicemente incredibile!

La vita è a posto, e il ginocchio quasi. Appena rientrato parte l’avventura idiota: Fuori di Cresta (sopra la val di Mello) con l’amico Paolo Marazzi! (arroganti!)

Felderer-10523225_10204412581538332_2681738160783849822_nFelderer-dscn2259E ce l’abbiamo quasi fatta a finirla… quasi!!

A volte ritornano. Jacopo Larcher e il suo dramma. Il bellissimo progetto delle Tre Cime, ma nell’estate più piovosa che la storia ricordi!

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In questa foto l’unica giornata di sole di luglio.

Ci sono tornato quattro volte, e poteva essere peggio. Jacopo di contro, dopo quasi due mesi, era da ricovero alla neuro…

In caso di emergenza… c’è sempre Cadarese, dove Jacopo ha trovato tempo decente, ha potuto finalmente scalare, divertirsi (spero) e aiutarmi a concludere i lavori in ballo con lo sponsor  (La Sportiva).

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Ma la macchina è sempre in marcia, direzione Vevey, a fare uno shooting di lavori “safety” per CAMP. Sono rimasto a bocca aperta!

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E si ritorna sulla roccia con Jacopo, col quale ormai posso dire che stiamo diventando amici, nel senso di “amici”, un po’ per la quantità di tempo speso insieme a guardare la pioggia, ma soprattutto perché è una bella persona! Al di là del lavoro. Cessata la pioggia, ritorniamo per l’ennesima volta in Val Bavona, e finalmente Supercyrill è asciutta!

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Puff, sono stanco… ho bisogno di una vacanza. E allora via, verso il Peak District con Spini, Tambo e Miky! E dove dovrei andare per rilassarmi?!?

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E quindi… l’orologio ha praticamente fatto il suo giro e si ritorna dove tutto è cominciato: in Sardegna

Con Matteo Della Bordella e Fabio Palma, siamo tornati in un luogo che ha visto crescere e cambiare tante amicizie a filmare un nuovo progetto… Il tempo ci dirà!

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Grazie ai miei amici

e grazie alle aziende che mi supportano nel lavoro, nei miei progetti e a volte nei miei sogni!

Felderer-img48f59b58a36d4Chi sono?
All’anagrafe sono conosciuto da 44 anni come Richard Felderer, ma da che io possa ricordare, tutti mi hanno sempre chiamato Riky. E da almeno 25 anni sono alto due metri! Me lo disse urlando un medico militare ai “3 giorni” e da allora sono fermamente convinto che avesse ragione. In tempi non sospetti abbandono il basket per dedicarmi allo skateboard, sport particolarmente adatto a chi possiede il baricentro alto, e, nelle pause forzate dagli infortuni, conosco l’arrampicata grazie alla palestra di Monza del Rondò dei Pini, dove un esuberante Eugenio Podio (pace all’anima sua) aveva appiccicato delle prese al muro. Dopo gli studi in Scienze Ambientali (che abbandono quando manca un esame e con la tesi già fatta) mi dedico alla fotografia. Faccio una scuola, di due anni, e comincio il lavoro. Lo skateboard è quasi un ricordo, molto traumatico. L’arrampicata e il fuoripista e la fotografia sono il presente. Il lavoro, a causa di varie situazioni dinamiche, ma soprattutto di un destino beffardo, mi porta presto a cambiare “sponda” forzandomi a diventare anche giornalista, e a prendere la direzione di una rivista di snowboard. Cosa che mi dà da mangiare e mi permette di girare le montagne del pianeta per una decina d’anni. Non smetto comunque di fare foto, sia per la mia rivista che per le aziende, ma anche per piacere personale. Contemporaneamente continuo a scalare e a specializzarmi nella fotografia di montagna e di avventura. Conosco persone che non presenterei a nessuno come Simone Pedeferri, che infatti cerca di uccidermi al primo servizio foto che facciamo insieme, ma cui, per quelle strane cose del destino, rimango legato da forte amicizia tutt’ora! Da qui entro in contatto con diverse altre persone di malaffare, fondamentalmente zingari del pianeta verticale col portafogli sempre vuoto ma con la valigia dei sogni sempre piena! Poi, un po’ la crisi, un po’ l’età, un po’ forse la crisi di mezza età decido di mollare tutto e rimettermi solo a fare fotografia. Lavoro-passione presto affiancata da una nuova: il video. E così da qualche anno ho mollato i lavori più stabili per ritornare anch’io un po’ “zingaro” delle montagne, a raccontare con foto e video ciò che mi circonda e ciò che reputo più interessante. Oltre a quello che il vil denaro fa diventare molto interessante!

Se proprio devo dare una definizione più precisa, direi che sono nato a Monza nel 1970, mi sono trasferito a Milano nel 1995 circa e da allora ci abito, salvo qualche parentesi. Faccio principalmente foto di snowsports (sci e snowboarding), mountainsports (climbing, bouldering, big mountain), moda e still life da una ventina d’anni. Sono stato direttore editoriale e responsabile di testate come Onboard, Snowboardmag e altre. Dopo di che ho cominciato a lavorare continuativamente con Alp. Peccato che poi abbia chiuso!

Ho pubblicato e pubblico con una certa continuità per le maggiori testate nazionali e internazionali come Rock&ice, Transworld, Alpinist, Onboard Europe, Klettern, OntheEdge, Climb Magazine, Climax, Monster Backside, Alp, Pareti, Meridiani, Sport Week, Max, Maxim e via dicendo.

Tra i film cui ho preso parte come operatore, o che ho prodotto direttamente, posso citare Hyknusa, Sardinia Block Scouting, Zembrocal, The waiting Game (con Story Teller), Le Grigne dei Ragni, Redemption (con Hot Aches).

Dal punto di vista più commerciale collaboro con The North Face, Vibram, CAMP, La Sportiva, Cassin, Nitro Snowboards, Rossignol, Zulupack, Adidas, Eider, Df Sport Specialist, Wild Country, Kastle e Polartec.

Mentre dal punto di vista dell’esperienza, ho fatto spedizioni o comunque viaggi “importanti”, in Chile, Baffin, Groenlandia, California, La Reunion, South Africa, Corea.

Collaboro inoltre con Versante Sud, 4Actionmedia, e ultimo, ma tra i primi per importanza e amicizia, con i Ragni di Lecco.

Uso Nikon.

 

 

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Ettore Cavalli

Ettore Cavalli fotografa ufficialmente dal 2007 quando al rientro da una “stagione” da “bagninolavapiattigiardiniere” investe tutto il ricavato per la sua prima macchina fotografica digitale. Nulla di che, una Lumix fz20, che però gli diede le prime soddisfazioni. Foto a insetti, fiori, animali e tutto quello che riguardava le materie universitarie che studiava al tempo, scienze naturali. Pian piano allarga l’inquadratura e si concentra su paesaggi. Timidamente prova a fare ritratti, sempre legati alle tradizioni e al folklore della Sardegna. Da buon isolano è in maniera maniacale legato ai “suoi paesaggi” e si trova molto spesso a fotografare Sardegna in giro per il mondo. La ricerca di una Sardegna che sta scomparendo con l’arrivo della globalizzazione. Globalizzazione quella povera però, quella dove il pastore fa tosare le pecore ai neozelandesi perché più veloci ed economici rinunciando così a importantissimi riti di aiuto tra pastori e parenti. Ma anche questa è trasformazione, un cambiamento che va raccontato.

Completamente autodidatta e completamente digitalizzato, ha avuto la fortuna però di conoscere e accompagnare grandi fotografi da cui “ha attinto come una spugna”. Attualmente collabora con diverse riviste di viaggio e aziende con progetti vari e internazionali.

Questo è ciò che ho potuto farmi raccontare da Ettore, che conclude con un sibillino “Di più non so”. E siccome sente il desiderio di ringraziarmi, lo fa alla maniera sarda, “Deu ti du paghiri”.

www.ettorecavalli.it
www.facebook.com/ettorecavallifoto

Sant’Antonio
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Sant’Antonio
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Sant’Antonio
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Sant’Antonio
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Sant’Antonio
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Sant’Antonio
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Sant’Antonio
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Miniere del Sulcis
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Miniere del Sulcis
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Corsa degli Scalzi, Cabras
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s’Acchixedda, Guasila
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s’Acchixedda, Guasila
Cavalli-s'acchixedda-GuasilaJ69A7118Cavalli selvaggi
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Processione dei Misteri – Iglesias
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Processione dei Misteri – Iglesias
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Processione dei Misteri – Iglesias
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Processione dei Misteri – Iglesias
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Processione dei Misteri – Iglesias
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Maschere di Carrasegare
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Maschere di Carrasegare

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Maschere di Carrasegare
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Maschere di Carrasegare
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Cavalli-maschere-carrasegare_AV_9389Macello
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Macello
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s’Ardia di Sedilo
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s’Ardia di Sedilo
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Regata di Is Fassonis
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postato il 2 settembre 2014

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Una sera con gli amici

L’amico mi ha telefonato con un tale entusiasmo che avrebbe impedito a chiunque di declinare. E quindi ho promesso di essere puntuale la sera stessa con una bottiglia di porto.

Appena messo giù il cellulare non riesco a concentrarmi più: questo invito proprio non mi fa piacere. Avrei potuto dire di no, do­mattina devo partire molto presto per lavoro in montagna ed ho bisogno di dormire almeno un poco. Non è per la compagnia, anzi. E non è neppure per il cibo, che sarà certamente ottimo e abbon­dante: sarà una di quelle cene che richiedono una digestione a dir poco impegnativa, un incontro di fine stagione estiva che sarà fe­steggiato al di là di ogni misura. Ma non sono appunto gli ecces­si che mi spaventano, bensì quella frase “… poi vi facciamo ve­dere le foto di quest’estate!”
E così mi vedo, appesantito dalle portate e dai bicchieri, implorare nell’intimo che un improvviso black out interrompa una lunga e raffinata tortura.

Kitzbühel, programma per bambini kitz4kids, Aurach (Wildpark), Tirolo

Alle 21 il sorriso della padrona di casa è ancora più splendente del mio. Forse è contenta di essere riuscita, come al solito, a con­fezionare una cena con i fiocchi; i bambini sono a dormire, altri quattro amici sono già arrivati. Il padrone di casa fa gli onori e presto siamo assorbiti nelle chiacchiere di chi non si vede da un po’ di tempo. In un angolo troneggia minaccioso il video-proiettore, perciò evito di guardarlo. Gira una bottiglia di prosecco fresco al punto giusto. La tavola è apparecchiata con gusto e cura. Con il bic­chiere in mano sprofondo in una comoda poltrona. Nessuno fuma e c’è una buona musica, a volume discreto. È stata una giornata du­ra, ho fame.

Dopo il prosciutto e melone, sono serviti dei meravigliosi piz­zoccheri, unti solo un po’ più del giusto. Ma quando sulla tavola viene appoggiato il brasato fumante con contorno di patate capi­sco che è arrivato il momento, se voglio sopravvivere, di parlare di più e mangiare di meno. Ma, se ho qualche preoccupazione, in genere ho bisogno di tracannare più vino per essere più loquace. E questo barbaresco scarraffato va giù che è un piacere. L’amico è assai sollecito: non faccio a tempo a svuotare il bicchiere che me lo ritrovo colmo. Parliamo tutti sempre più forte, spesso si ride e ci si prende in giro. Sapendo della torta di mele, evito di esagerare con i formaggi. Prima della frutta, il padrone di casa va ad armeggiare con il proiettore. Fan­no la loro funesta apparizione due cd, il primo dei quali viene inserito nel pc.

Scelgo la poltrona più appartata, lontana dallo schermo. Se bevo ancora forse perderò la cognizione del tempo… Nel frastuono della compagnia si spengono le luci ed incomincia la proiezione. Chi non sa cosa lo aspetta invita a tacere gli altri, che invece continuano a sghignazzare insensibili al richiamo all’ordine.

“Qui siamo… E qui siamo… E questa è…”

“Fuoco, fuoco!”

“E qui siamo…”

“E metti a fuoco quella baracca di proiettore!”

“Bella, questa! Guarda che luci… Stupenda!”

“Ma quello sono io!”

“E quella sono io!”

“Ma dove l’hai presa quella giacca a vento?”

“Beh, questa potevi evitare di farcela vedere! Siete proprio brutti!”

Siamo solo all’inizio, penso io. In maggioranza le foto sono un po’ sfocate, talvolta mosse, alcune sovraesposte, altre controsole e fanno effetto notte.

“Ma questa con che macchina l’hai fatta?” E giù una disquisizio­ne infinita su camere, obiettivi, filtri, mentre con mia grande preoccupazione la foto proiettata rimane sempre la stessa, immo­bile: anzi no, dopo un minuto chissà perché si sfoca, e nessuno se ne accorge.

Kitzbühel, programma per bambini kitz4kids, Aurach (Wildpark), Tirolo

All’inizio del secondo cd le palpebre pesano quinta­li, mi distraggo con la torta di mele tenuta apposta per il momento critico; quando si spengono di nuovo le luci il mio grave silenzio non viene notato troppo, ma se mi metto a russare non fac­cio bella figura… Ed è così che ho un sussulto, hanno riacceso la luce per servire altri alcolici. Con un bic­chiere di porto cerco di sciacquarmi la bocca e di riapparire vi­spo, passeggiando nervosamente per dare un occhio ai libri. Az­zardo una battuta sul mio stato di ubriachezza, sperando che an­che altri si dichiarino vinti, ma non succede. Il secondo cd ci offre foto diverse: infatti ora siamo ai bambini. Riesco a reggere bene una ventina di foto, se non altro per i soggetti differenti. Alle mamme non par vero di rilanciare quella conversazione sui piccoli che avevano interrotta quando ci siamo alzati da tavola. Per merito loro la serata riacquista grande energia, ma non so a che punto del totale credo di non poter più reg­gere. Mi dovrò alzare alle 4.00 e prima delle 2.00 non se ne par­la neanche di dormire. Mi nausea anche il pensiero del caffè. Per fortuna non dovrò guidare. Però dovremo stare in alto a 2700 metri fino al tramonto, tornare a valle con le pile frontali e arrivare a casa chissà a che ora.

Gli applausi mi risvegliano. È finita, anch’io mi associo a batte­re le mani. In fondo, alcune foto erano belle, specie quelle dei bambini. Avrebbe dovuto solo essere più selettivo e magari disporle secondo una logica più casuale…

“Fai qualcosa sabato e domenica?”

“Dai, facciamo qualcosa insieme! Le previsioni non sono male.”

“La prossima volta venite da noi!”

postato il 18 giugno 2014

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Sulle orme di Vittorio Sella

Agosto 2004
Sono da ormai più di tre settimane attendato a Concordia, a 4630 m, responsabile della bonifica del bacino del Ghiacciaio del Baltoro che il CAI ha voluto nell’ambito del cinquantenario della conquista del K2.
I giorni passano veloci, il lavoro da fare è tanto. Però c’è una cosa cui penso nei momenti liberi: vorrei semplicemente salire sulla vetta rocciosa dalla quale nel 1909 il grande Vittorio Sella scattò quella serie di immagini in bianco e nero che unite assieme costituiscono una delle sue più belle fotografie. L’immagine, scattata dalla Quota 5461 m, è allegata ad una prestigiosa opera di Filippo De Filippi e vi si può ammirare il panorama che si estende dal Chogolisa al K2, con al centro l’immane distesa glaciale di Concordia.
La tavola D allegata all’opera di Filippo De Filippi
Sella_panoramicaDa qualche giorno ero d’accordo con Annalisa Fioretti, una giovane medico incaricata di seguire le vicende sanitarie di alcuni gruppi di trekker, anche lei di stanza fissa a Concordia per qualche tempo: alla prima giornata di bel tempo potevamo fare un salto verso il G4 West First Glacier, per vedere come è la salita verso la Quota 5461 m.
Come non fosse bastato il desiderio che da sempre avevo di andare a mettere il naso in quelle vecchie storie, una concitata telefonata satellitare avuta il 4 agosto con Marco Milani mi aveva dato la speranza che il 17 agosto, tramite Silvia Pedote, mi sarebbe arrivata la Noblex, una fotocamera che permette di fare grandi panoramiche. La mia infatti mi aveva tradito già al primo giorno di viaggio, ancora prima di Skardu…
Senza la panoramica era quasi senza senso voler salire in cima alla Quota 5461 m!
Durante la telefonata Marco mi aveva messo al corrente di alcuni suoi dubbi: secondo lui la foto di Sella non era stata fatta dalla vetta vera e propria. Lo provava il fatto che una successiva foto di Massimo Terzano (1929) mostrava gli stessi elementi dalla stessa prospettiva ma con angolatura ben diversa: mentre la foto di Terzano riprendeva perfino la vetta vera e propria della Quota 5461 m e mostrava il K2, quella di Sella non mostrava affatto il K2 (coperto da una quinta rocciosa) e l’osservazione attenta delle varie cime poteva solo far pensare ad una ripresa ben inferiore in altezza.

La tavola D di Massimo Terzano, allegata fuori testo a La Spedizione geografica italiana al Karakoram del 1929, è davvero ripresa dalla vetta della Quota 5461 m. Questa è la parte sinistra
Sella-DSC_0786 copiaQueste sono le poche cose che so, senza poter guardare di persona le foto, in passato ammirate ma non studiate così a fondo.
Sono così impaziente, e il tempo è così bello che alle 7.30 del 13 agosto mi presento al campo di Annalisa, dopo aver salutato tutti quelli dell’11° gruppo del CAI che ripartivano per Urdukas, compreso il medico Giuseppe Gottardi. Lui non vedeva l’ora di andarsene, anche se sono sicuro che ricorderà per sempre questo soggiorno obbligato a Concordia. Nella notte, alle 3.45, una ragazza della tenda era uscita dalla tenda per vomitare. Ricoverata d’urgenza nella tenda gialla, Giuseppe aveva avuto il suo bel daffare per domare le scariche di diarrea e di vomito della poveretta. Che comunque alla fine era riuscita ad incamminarsi con gli altri.
Alle 7.45 partiamo, la giornata è stupenda, talvolta ci fermiamo a fare qualche fotografia. Ad un certo punto della morena per il Gasherbrum1 sono indeciso se abbandonarla subito. Dei portatori ci confortano per questa soluzione, così scendiamo al torrente glaciale e lo superiamo senza difficoltà. Di ometti non v’è alcuna traccia, così cerco la nostra strada al meglio, su morene dure di ghiaccio, costeggiando laghetti effimeri e seguendo valloncelli evitando il più possibile i saliscendi. Giunti su un’altura ci appare più chiara la prosecuzione, sempre sul medesimo terreno ed accanto ad un bellissimo lago con isolotto centrale. Senza eccessiva fatica arriviamo con un ultimo strappo alla base della cresta SSW, insalibile se non con corda e arrampicata. Proseguiamo quindi nella valletta tra il ghiacciaio e i risalti sudorientali di questa cresta. Il luogo è meraviglioso, ci sembra di andare incontro a quella grande cattedrale che è la parete W del Gasherbrum4, il G4 di Maraini e gli altri della spedizione Cassin del 1958. Di mano in mano che ci avviciniamo, scopriamo nuovi punti deboli nella parete, mentre il colle a sud e soprattutto i risalti che lo sostengono costituiscono una barriera apparentemente insuperabile a meno che non voler correre grandi rischi.
Arriviamo così ad un ghiaione quasi bianco, unica possibilità di salita veloce. Sono le 10 e dopo rapido consulto decidiamo di proseguire. Annalisa non sa nulla di quello che vado cercando in realtà. La salita del ghiaione è lunga, ma pensavo peggio: verso la fine, invece di risalire accanto ad un ruscelletto, preferiamo le roccette di sinistra, facili ma ingombre di ghiaia minuta. Annalisa non si muove toppo a suo agio su questo terreno, ma dopo un po’ prende pratica e sale senza grossi problemi. Ci troviamo ora su un’immane pietraia, bianca nel canale a destra e giallastra sulla dorsale a sinistra. Oltre quest’ultima si rizzano i bastioni rosso-nerastri che sorreggono la cresta. Un canale ghiaioso porterebbe in alto, ma alla fine è sbarrato da un risalto verticale. Do un occhio a queste possibilità alternative perché sono indeciso se andare fino in vetta. Senza Noblex mi sembra una fatica inutile, in più mi accorgo che Annalisa ha rallentato decisamente il passo.
Sapevo che Andrea Michieli e Jacopo Merizzi, venuti a Concordia con lo scopo di ripercorrere le orme di Vittorio Sella, erano saliti in vetta alla Quota 5461 m il 29 luglio 2004, con brutto tempo. La loro ricognizione non aveva prodotto alcuna fotografia e al ritorno sia l’uno che l’altro erano seriamente intenzionati a non tornare più lassù, impressionati dalla fatica e dagli insidiosi pericoli da loro incontrati.

La tavola D di Massimo Terzano, parte centrale
Sella-DSC_0787 copiaCerco di immedesimarmi in Vittorio Sella, di capire quello che lui voleva/doveva fare. Lui voleva il panorama su Concordia, dunque forse non era necessario salire fino in cima, che certo non gli interessava per se stessa. Dalla cresta c’era una ragionevole speranza di poter vedere tutto ugualmente. Così guardo ancora più su e scorgo una serie di cenge e canalini obliqua a sinistra che porta in cresta. Non ho più dubbi e decido per questa soluzione.
La parte più faticosa è raggiungere, per terreno davvero instabile, questa linea che per intuito mi sembra davvero logica.
Senza difficoltà, ma con tanta pazienza, arriviamo così sulla cresta SSW, che qui però è abbastanza discontinua e caratterizzata da brevi risalti non troppo in linea uno con l’altro. Sembra sempre di raggiungere in breve quello che promette una bella visuale non solo su Concordia ma anche sul Godwin Austen Glacier, ma non è così. Finalmente arriviamo ad una elevazione, poco prima della rossiccia e proterva anticima. Oltre non si potrebbe proseguire slegati, occorre accontentarsi. Ma anche qualcun altro si deve essere ritenuto soddisfatto, perché su questa elevazione, a 5208 m, troneggia un ometto vecchio stile. Sono emozionato.
Che sia quello di Sella?
Il K2 è invisibile, solo all’Angelus si arriva a vedere. Il Broad Peak spunta da dietro il Front Peak. La presenza della parete W del G4 è grandiosa, imperiosa. Ma la scena è dominata dai ghiacciai. Il Baltoro, proveniente da sudest, incontra il Vigne Glacier: entrambi sono dominati da un possente Chogolisa e dagli eleganti Vigne Peaks. Prima del Mitre Peak, da qui molto meno bello che da Concordia, il Baltoro si unisce al Vigne Glacier, stupendamente bianco. Concordia è immenso e riceve da destra il Godwin Austen: verso ovest Concordia si restringe tra il Mitre e il Marble Peak e dà origine al Baltoro inferiore, quell’immenso serpente che va a lambire le Trango Towers fino all’elegante Payu Peak.

La tavola D di Massimo Terzano, parte di destra. E’ ben visibile il K2
Sella-DSC_0788 copiaÈ una visione davvero spettacolare, l’occhio si perde in mille particolari perché la visione d’insieme è difficilmente sostenibile.
Con la mia Nikon scatto a raffica una serie d’immagini, vorrei avere la Noblex che in questo momento sarà da qualche parte nel basso Baltoro.

La panoramica su Concordia da Quota 5208 m. Notare l’invisibilità del K2, coperto dalla quinta a destra
Sella-g93-145-146-4Non ci fermiamo molto in cima, lei è visibilmente preoccupata per la discesa, io del torrente che ho visto dilatarsi a colpo d’occhio. Le stesse ghiaie che tanto ci hanno affannato in salita ora ci portano in discesa, occorre solo fare attenzione ai tratti in cui il ghiaione è meno spesso e affiora quasi la roccia. Ma in breve siamo in fondo e ripetiamo a ritroso l’itinerario fatto in mattinata, fino alle morene (grazie ad alcuni ometti che avevamo eretto) e fino al luogo del guado. Che si presenta assolutamente impossibile. Vado su e giù trascinandomi sulle morene della riva settentrionale, provo a guadare nel punto che mi sembra migliore. Ora sono con l’acqua ai polpacci, sondo con il bastoncino, ma è giocoforza constatare un’impossibilità definitiva.
Torno da Annalisa, seduta apatica sulla morena. Ho gli scarponi ed i calzettoni fradici e un bel nulla di fatto da raccontarle. Decidiamo così di proseguire, su terreno a noi del tutto ignoto, verso la traccia del Campo Base del K2. Secondo i miei calcoli non dovrebbe essere distante più di 800 o 900 metri in linea d’aria: ma si vede un terreno a saliscendi, con ghiaccio affiorante.
C’incamminiamo su dossi morenici spesso del tutto instabili, talvolta lasciandoci scivolare sul ghiaccio che affiora. Annalisa non ne ha più, ma trova l’energia e la volontà per seguirmi, senza neppure lamentarsi. Cerco di recuperare una zona meno mossa, soprattutto con fondo sassoso più scuro e più solido. Ma percorso un tratto di questo terreno mi accorgo che per guadagnare la morena su cui corre la traccia per il K2 dovremo attraversare un altro canyon con torrente e risalti di ghiaccio ai lati.
Scendo sul fondo del torrente e intravedo un punto in cui dovrebbe essere possibile salire dall’altra parte. Una spaccata ampia e vado su per un canalino di ghiaccio di una decina di metri, dapprima verticale con qualche sasso affiorante, poi più abbattuto. Lascio in cima lo zaino e riscendo ad aiutare Annalisa che ha difficoltà a fare la spaccata, l’assisto nell’arrampicata fino all’orlo. Siamo così entrambi dall’altra parte, ma saranno già le 18… Poco dopo riesco ad avvistare un ometto singolare, quasi un vero e proprio segnale visibile da lontano, proprio quello andavo cercando, cioè il belvedere utilizzato più di due settimane fa da Franco Figari e da me per fare fotografie.
Ormai ci siamo, non ho più dubbi: e proprio in quel momento appare, vicino all’ometto, Marco Garbin.
Era rimasto indietro rispetto al suo gruppo. Ci salutiamo e ci raccontiamo le rispettive disavventure. Lui si era praticamente “perso” nella seraccata del Campo Base del K2… offre ad Annalisa una tavoletta di cioccolata, mentre a lui noi diamo da bere. Poi insieme ci avviamo verso Concordia. La sera, mi ritiro stanchissimo in tenda, dove non riesco ad addormentarmi subito: forse sono troppo stanco.

Vittorio Sella negli anni ’30
SellaVittorioNote al rientro in Italia
La tavola D di Massimo Terzano, allegata fuori testo a La Spedizione geografica italiana al Karakoram del 1929, di Aimone di Savoia-Aosta e Ardito Desio, Arti Grafiche Bertarelli, 1936, è davvero ripresa dalla vetta della Quota 5461 m, lo certifica il fatto che si vede ampiamente il K2 (nella foto di Sella non si vede) e che l’evidente e aguzza guglia, posta quasi al termine del crestone che delimita a sud il bacino del G4 West First Glacier, è posizionata ben più bassa che nella foto di Sella.
La tavola D (a sei ante) del cofanetto allegato all’opera La Spedizione nel Karakorum e nell’Imalaia occidentale 1909, di Filippo De Filippi, Zanichelli, 1912, ha come didascalia la seguente: Panorama da uno sperone occidentale del Gasherbrum, a 5461 m. La ripresa è stata effettuata il 27 giugno 1909.
In pari luogo, la tavola C dello stesso cofanetto (parimenti a sei ante), con la ripresa dalla Spalla del Marble Peak del 26 giugno 1909, mostra una crocetta appena sotto la vetta e a SSW della Quota 5461 m e la definisce come punto di ripresa della tavola D.
Ma per qualche motivo, certo non per malafede, sia la quota riportata sia la posizione della crocetta sono errate.
Ovviamente anche Terzano, il fotografo ufficiale del Duca d’Aosta e di Desio, se ne accorse: a pag. 327 del citato libro di Desio è ricordata l’ascensione di Sella con i suoi portatori del 27 giugno 1909, fino ad un piccolo terrazzo alto 5237 m (viene riportato in nota a piede pagina: La quota ricordata dal De Filippi è di 5461 m, ma in base ai nostri rilievi fotogrammetrici, va sensibilmente ridotta).
Le mie fotografie, riprese da quota 5208 m (o 5237 m, volendo dare credito a Desio e non al mio GPS), accanto al vecchio ometto, sono identiche a quelle di Vittorio Sella. Anche la guglia appare nella stessa posizione precisa.
In più, un’ulteriore foto fuori testo, posta tra pag. 280 e pag. 281 del De Filippi, mostra con tanto di didascalia il luogo di ripresa della tavola D (quello esatto).

Salita alla Quota 5208 m, relazione tecnica
Da Concordia seguire il sentierino per il CB del G1, abbastanza comodamente. Quando questo sembra non più condurre anche in direzione del G4 West First Glacier, bensì accentuatamente verso SW, abbandonare il sentiero e procedere alla ricerca del guado di un torrente cospicuo che costeggia la morena a NE. Guadare circa in posizione 35°44’36”N e 76°31’47”E, a 4590 m. Il guado è possibile solo nelle primissime ore della mattinata. Procedere senza segnalazioni, al meglio, verso il G4 West First Glacier, con leggero arco a S, in modo da raggiungere la base della cresta SSW della Quota 5461 m, ben evidente, a quota 4669 m e in posizione 35°44’39”N e 76°32’35”E.
Seguire la comoda valletta in direzione E che divide il lato N del G4 West First Glacier dalle pareti verticali di roccia rossastra che sostengono la parte destra della cresta SSW della Quota 5461 m.
Si giunge così alla base di un enorme ghiaione biancastro che s’innalza a N e delimita il lato orientale dei risalti di cui sopra. Siamo a 4730 m, 35°44’53”N, 76°33’00”E.
Salire il ghiaione interamente, superare la strozzatura (I,II) con ruscelletto e guadagnare, sulla sinistra, una dorsale di ghiaia giallastra. Raggiunta la dorsale, si nota a sinistra, tra i risalti a SE della cresta SSW, la possibilità di raggiungere il filo della cresta stessa per un vago canale. Questo è però ostruito nella parte alta da un risalto di roccia breve ma apparentemente verticale. Proseguire allora per un’ottantina di metri sulla larga dorsale di ghiaia giallastra fino a che si nota, meglio evidente, la possibilità di traversare in obliquo i risalti che sostengono la cresta SSW e quindi raggiungerne il filo.
Dalla dorsale giallastra salire in obliquo e al meglio su terreno assai sconnesso fino a raggiungere (gli ultimi 30-40 m sono in orizzontale a sinistra per una vaga cengia) un canalino di ghiaia obliquo a sinistra, costeggiato a sinistra da rocce abbastanza solide. Salire fino a raggiungere una prima elevazione della cresta SSW, qui abbastanza discontinua. Proseguire per la cresta fino a raggiungere, con tratti più o meno ripidi, ma senza mai arrampicare, la Quota 2508 m (ometto), 35°45’04”N, 76°32’38”E. Bellissima visione, dall’Angelus al Chogolisa e al G4. Il Broad Peak spunta a N, il K2 è invisibile, nascosto dalla stessa cresta SSW che continua fino alla vetta della Quota 5461 m.
Discesa per lo stesso itinerario.
Nota 1.
Per raggiungere la vetta della Quota 5461 m (come fece la comitiva Merizzi-Micheli il 29 luglio 2004), in corrispondenza della dorsale di ghiaia giallastra proseguire per essa fino al suo esaurimento (possibilità di neve, ma anche ghiaccio a placche), nei pressi della cresta che collega la Quota 5461 m con il Front Peak. Da lì, per canalini e arrampicata, a volte non semplice, raggiungere la vetta.
Nota 2.
Al pomeriggio il calore fa quintuplicare la portata del corso d’acqua traversato al mattino. Il guado è impossibile o almeno molto rischioso. Proseguire allora sulla riva destra idrografica del torrente, per terreno molto faticoso e morenico, lasciare dopo un po’ la direzione del corso d’acqua e puntare a NW verso la traccia che porta da Concordia al CB del K2. Prima di raggiungerla occorre traversare un corso d’acqua secondario anch’esso diretto a W, con successiva scalata su ghiaccio del lato settentrionale. Si raggiunge la traccia nei pressi di un ometto generalmente assai visibile, più o meno a quota 4700 m. Da qui tornare a Concordia in circa 30 minuti.

postato il 19 maggio 2014