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Un’invernale un po’ meno sofferta

Un’invernale un po’ meno sofferta
di Francesco Franz Salvaterra

Ho appena finito di rileggere il racconto di Gianni Rusconi dal libro Il grande alpinismo invernale, sulla prima invernale, appunto, alla Via delle Guide sulla Nord-est del Crozzon di Brenta.

A dire il vero avrei voluto leggerlo prima di partire per il Crozzon, ma nel disordine di casa mia non trovavo il libro, forse sepolto sotto l’attrezzatura che con Marcello (Cominetti, con cui intendevo partire per questa gita) stavamo frettolosamente preparando. Quindi ora me lo sono goduto di fronte al caminetto a salita compiuta.

Gianni Rusconi, tentativo prima invernale della via delle Guide al Crozzon di Brenta, fine dicembre 1968
Parete ENE del Crozzon di Brenta, tentativo 1a invernale della via delle Guide, Giani Rusconi

Se devo essere onesto la loro salita invernale è stata veramente una grande impresa e un’avventura che li ha spinti al limite delle forze, la nostra al paragone è stata una cosa molto meno sofferta e affascinante, pur avendoci regalato momenti indimenticabili legati sicuramente al fascino dell’inverno che restituisce alla montagna la sua staticità assoluta.

A distanza di quasi 50 anni, stride il confronto tra la spedizione “pesante” dei Rusconi e compagni, se raffrontata alla nostra: leggerissima e quasi spensierata, ma non troppo.

Sicuramente noi l’abbiamo affrontata perché le condizioni meteo erano quelle più favorevoli: poca neve in parete, tempo stabile e temperature non estremamente basse. Noi avevamo dalla nostra la possibilità di partire al momento giusto e la facilità nel metterci d’accordo, essendo solo in due e facendo lo stesso lavoro: le guide.

Ma veniamo alla storia.

Roberto Chiappa, Gianluigi Lanfranchi (detto Pomela), Antonio Rusconi e Giovanni Rusconi attaccano la grande parete nord-est del Crozzon il 7 marzo 1969. E’ tutto l’inverno che fanno avanti e indietro da Lecco assediando questa via, nel tentativo più serio partecipano anche Alessandro Gogna con Leo Cerruti: questi, con i due Rusconi, riescono ad arrivare fino a tre lunghezze sulle placche nere, la parte tecnicamente di grado più elevato, a metà parete. C’è da dire che le difficoltà maggiori si incontrano sui tiri di quarto grado, dove la neve si deposita sugli appigli e nasconde gli appoggi, i pochi chiodi e su cui non sempre è facile decidere se progredire con gli scarponi, se mettere i ramponi o addirittura le scarpette.

Leo Cerruti segue a -35° sulle placche nere della via delle Guide (Crozzon di Brenta), tentativo di 1a invernale, 30 dicembre 1968
Crozzon di Brenta, via delle Guide, tentativo di 1a invernale

Poi, a marzo, per ben 6 giorni (5 bivacchi) i lecchesi combattono con diedri e placche intasate di neve, il termometro talvolta segna -30 gradi, e mi sembra un po’ strano, però… Non hanno le maniglie jumar e risalgono le corde con i nodi prusik, appesa alle imbragature artigianali insieme ai chiodi da roccia portano una spazzola per pulire la neve dagli appigli! Verso la cima gli cade una sacca con i viveri e si ritrovano in vetta, per fortuna nel ventre materno del bivacco Castiglioni con poco cibo e nel mezzo di una tempesta. Essere lassù in quella scatola di latta è sicuro quanto ritrovarsi in mezzo al mare grosso con una barchetta. Si sopravvive ma bisogna assolutamente togliersi da lì!

Il giorno dopo, tra vento e slavine, impiegano tutte le ore di luce per traversare dalla vetta del Crozzon a quella della Tosa. Infatti la discesa non è banale neppure d’estate. Qui fanno il settimo bivacco in un buco nella neve, sono allo stremo delle forze, immaginate, senza sacchi da bivacco in Goretex, con le moffole di lana e le giacche di cotone!

Negli ultimi momenti Gianni preso dallo sconforto pensa alla frase di Pierre Mazeaud dopo la tragedia del Freney del ’61: “ Il dramma è iniziato e non ce ne siamo accorti”.

L’ottavo giorno dopo aver disceso i camini della Cima Tosa abbandonano tutto il materiale, scendono passando nelle vicinanze del rifugio Pedrotti e, praticamente rotolandosi nella neve, arrivano a Molveno lungo la valle delle Seghe, finalmente in salvo.

24 gennaio 2016: in salita verso il rifugio Brentei
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Marcello Cominetti sulle prime lunghezze di corda, via delle Guide al Crozzon di Brenta, 25 gennaio 2016
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Francesco Salvaterra, 25 gennaio 2016
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Marcello Cominetti, 25 gennaio 2016
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La “nostra” invernale è fortunatamente molto meno sofferta: il 24 gennaio saliamo al rifugio Brentei dalla val Brenta, partiamo da casa mia a Tione dopo un ottimo pranzo e arriviamo al rifugio alle ultime luci. Fino a poco sotto la Malga Brenta Alta praticamente non c’è neve, poi mettiamo le ciaspe. Anche le temperature sono dalla nostra, fino a un paio di giorni fa a Campiglio la temperatura è scesa fino a -18, ora si è alzata di almeno 10 gradi. La mattina del 25 la sveglia suona alle tre e mezza. Prima delle sette siamo alla base della parete. Ancora non si vede bene quindi per essere sicuri di non sbagliare l’attacco beviamo il contenuto del thermos da 750 cc. e con il fornello sciogliamo della neve mentre aspettiamo la luce. Avevo ripetuto la via diversi anni fa con Luca Leonardi (il gestore del rifugio Brentei) e suo figlio Gabriele, però a dire il vero non ricordo granché. Marcello invece non l’ha mai fatta.

Marcello Cominetti sulle placche nere della via delle Guide al Crozzon di Brenta, 25 gennaio 2016
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Francesco Salvaterra, 25 gennaio 2016
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Non abbiamo con noi materiale da bivacco quindi la nostra strategia di salita prevede di essere rapidi, leggeri e audaci: le giornate sono ancora corte.

Lasciate alla base racchette e uno zaino, la nostra attrezzatura prevede: fornello e gas, liofilizzati per cena, barrette e caramelle per la giornata, un thermos, guanti di ricambio, una serie di friend e qualche stopper, dieci rinvii, cordini, secchiello e quattro ghiere, due maniglie jumar, un paio di ramponi di alluminio, uno di acciaio, due piccozze, un paio di scarpette, una vite da ghiaccio di alluminio, una mezza corda da 60 m, un procord da 4 mm da 60 m, uno zaino da 40 lt.

Parto per primo e mi rilasso quando dopo pochi metri troviamo la scritta in rosso “Via delle guide”. Per essere più rapidi abbiamo deciso che il secondo sale a jumar con lo zaino, perlomeno sui tiri più ripidi. Salgo cinque tiri, bestemmiando a ogni passaggio con i piedi su piccole tacche perché abbiamo portato un paio solo di scarpette, quelle di Marcello che sono un 44,5 e io ho il 42 di scarponi. Se scalassi con le babbucce di Aladino avrei maggior sensibilità ma almeno non serve che mi tolga le scarpe in sosta. Alla base delle placche nere più verticali passa in testa Marcello.

Nella parte bassa della via c’è spesso della neve che però è polvere e si toglie facilmente con le mani, le temperature sono di pochi gradi sotto lo zero e si scala con un po’ di freddo alle dita, con qualche “bollita” ma sopportabile. Le placche nere e verticali sono quasi pulite e Marcello sale veloce per sette tiri, facendo acrobazie per passare con le scarpette sulle cenge completamente ghiacciate mentre io “sjumaro” come un indemoniato, alternando grandi sudate a freddo mentre lo assicuro in sosta.

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Alle 17 riusciamo per fortuna a superare la fascia ripida della parete e a intravedere dove passare, mancano ancora circa trecento metri alla cima. Una cascata di ghiaccio immette a un colatoio nero, quindi calzo i ramponi e la scalo con le picche per portarmi sotto la parete terminale. In un attimo è buio pesto e questo tiro di IV non sembra per nulla facile con i ramponi ai piedi. Le soste non si trovano perché coperte dalla neve ma per fortuna qualche chiodo di passaggio emerge dalle tenebre. Manca solo un altro tiro per uscire sui pendii finali, è un traverso con un passo strapiombante dato di IV che a me sembra un 7a! Ansimando riesco a raggiungere la cengia alla fine della corda e attrezzo una sosta piantando la piccozza a mo’ di chiodo nell’unico scoglio di roccia che emerge dalla neve. Marcello salendo a jumar ha il suo bel da fare tra un pendolo e l’altro sul traverso, con la mezza da 8 mm che sfrega pericolosamente sulle rocce quando si lascia andare tra un rinvio e il successivo. Io nel frattempo inganno il tempo guardando la piccozza flettersi ritmicamente e puntandomi bene con i piedi nella neve. Quando mi raggiunge, la luna fa capolino da Molveno, è piena piena e illumina a giorno noi e il Crozzon. Si vedono le luci di Andalo, il Campanil Basso stretto tra la Brenta Alta e il Campanile Alto sembra vicinissimo e le piste del Grostè hanno stranamente un confortevole richiamo al domestico che ci scalda.

L’arrivo in vetta al Crozzon di Brenta di Francesco Salvaterra e Marcello Cominetti, 25 gennaio 2016
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Un facile pendio ci porta sotto la sorpresina finale: lungo un tiro che sarebbe facilissimo d’estate si è formata una cascata con un tratto verticale. Abbiamo messo via le jumar quindi la seconda piccozza ce l’ha Marcello.

Fortunatamente un buon friend mi anima e salgo pinzando le colonnine di ghiaccio con la mano sinistra, nella paura che provo mi viene da ridere pensando a quando durante i corsi guida ci facevano fare esercizio scalando con una piccozza sola su cascate belle ripide.

Siamo belli cotti e andiamo piano, anche sugli ultimi facili pendii restiamo legati e alle 21.30 finalmente ci abbracciamo in vetta! Il bivacco Castiglioni sembra un hotel a cinque stelle, manca solo la jacuzzi. Il giorno dopo verso le otto e mezza cominciamo la discesa, l’idea iniziale era di traversare lungo la normale fino alla Tosa e poi scendere il canalone Neri ma appena sotto la cima cambiamo idea. Scendiamo in doppia da “Lisa dagli occhi blu”, una bellissima via di misto aperta da Parolari e Tondini che all’oggi non conta molte salite (fino in vetta). Non la conosciamo, ma con un po’ di pazienza troviamo gli ancoraggi e in qualche ora di faticoso recupero del sagolino da 4 mm. arriviamo nella parte finale del canalone Neri, vicino agli zaini e alle odiate ciaspe. Tutte le guide le odiano, è inutile nasconderlo.

Alla Malga Brenta Alta facciamo un’incursione “rubando” una zuppa di fagioli e un buon caffè, abbandonati da qualche anima pia, e alla macchina, nel bagagliaio ci aspettano due birre artigianali ghiacciate “Rethia” lasciate lì per un brindisi che ora non si fa più aspettare.

E’ la mia prima invernale di una via di roccia, è stato bellissimo. Anche una montagna “di casa” come il Crozzon, vestita di bianco sa regalare delle emozioni inedite e indimenticabili, provare per credere!

Francesco Salvaterra e Marcello Cominetti accanto al bivacco Castiglioni, vetta del Crozzon di Brenta, 26 gennaio 2016
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Meeting al rifugio del Croz dell’Altissimo

Un anno fa, il 28 agosto 2014, Alessandro Beber organizzava al rifugio del Croz dell’Altissimo un meeting (molto informale) invitando molti degli alpinisti che hanno contribuito alla storia alpinistica del Brenta.

Rifugio Croz dell’Altissimo, 28.08.2014. Piero Ravà, Sergio Martini, Alessandro Gogna, Marco Furlani, Chiara Paoli, Valentino Chini, Mariano Frizzera, Marco Pilati + gatto GrillRifugio Croz dell'Altissimo, 28.08.2014. P. Ravà, S. Martini, A. Gogna, M. Furlani, Chiara Paoli, V. Chini, M. Frizzera, M. Pilati + gatto Grill

Il risultato è stato un piacevolissimo incontro tra verdi e meno verdi glorie, un pomeriggio sotto alle grandi crode del Brenta e una simpatica cena al rifugio.

Rifugio Croz dell’Altissimo, 28.08.2014. Francesco Salvaterra, Alessandro Baù, Matteo Faletti, Rocco Ravà, Alessandro Beber, Andrea ZanettiRifugio Croz dell'Altissimo, 28.08.2014. Francesco Salvaterra, Alessandro Baù, Matteo Faletti, Rocco Ravà, A. Beber, Andrea Zanetti

Per l’occasione era presente una piccola troupe televisiva. Qui di sotto 10 filmati intervista (Alessandro Beber, Danilo Bonvecchio, Valentino Chini, Marco Furlani, Giuliano Giovannini, Alessandro Gogna, Sergio Martini, Marco Pilati, Piero Ravà, Andrea Zanetti).

Alessandro Beber

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Dieci domande a Francesco Salvaterra

Dieci domande a Francesco Franz Salvaterra
di Giacomo Rovida

1) Ciao Franz, domande classiche, chi sei? Quanti anni hai? Dove vivi?
Ciao, mi chiamo Francesco Salvaterra, avrò 26 anni tra pochi giorni e vivo a Tione, ai piedi della Presanella e delle Dolomiti di Brenta.

Franz Salvaterra in apertura sulla Pedra Longa, Sardegna. Foto: A. Bella
Salvaterra--In apertura sulla Piedra Longa, Sardegna (foto A. Bella)

2) Hai scelto da giovanissimo di svolgere la professione di guida alpina, rimpiangi questa scelta? In termini schietti, riesci a campare di questa professione?
Parlavo proprio pochi giorni fa con un’amica del fatto che se domani potessi svegliarmi e scegliere “cosa essere” nella vita risponderei la Guida Alpina, quindi mi ritengo molto fortunato. Ad essere onesto non avevo idea di come sarebbe andata quando meno di un anno fa ho finito i corsi e aperto partita iva, in realtà le cose vanno bene, bisogna darsi un po’ da fare ma il lavoro si trova.

Salvaterra in vetta alla Punta Cusidore con Ines Lemos, Sardegna
Salvaterra--In vetta alla Punta Cusidore con Ines Lemos, Sardegna.

3) Sei stato la prima guida (insieme a Marcello Cominetti) a portare un cliente in cima al Cerro Torre, che esperienza è stata?? Da dove è nata quest’idea?
Per tutti e tre è stata un’esperienza indimenticabile. Massimo Lucco ha realizzato un suo sogno e per me e Marcello è stata una bella soddisfazione. La via dei Ragni al Cerro Torre potrebbe essere eletta la via di ghiaccio più bella del mondo, per una guida farla professionalmente è un po’ come per un restauratore d’arte mettere mano alla cappella Sistina.

Salvaterra con Marcello Cominetti in apertura su Tepui Galvanico, Monte Santu, Sardegna
Salvaterra--Con Marcello Cominetti in apertura su -Tepui Galvanico- monte Santu, Sardegna. (foto F.Salvaterra-)

4) Una volta parlando, dopo la salita sulla Nord del Cervino hai detto di preferire le “ravanate” fatte in casa, qual è il rapporto con le tue montagne? Perché le trovi più “divertenti” di tante pareti “famose”?
Le pareti famose sono generalmente affollate di chiodi, di cordate e racconti di lotta con l’Alpe. Generalmente se lo meritano nel senso che sono bei posti però ci sono montagne, come la zona della Presanella, che invece hanno da offrire terreno inesplorato e isolamento. La cosa bella è variare.

Prima di un bivacco sul monte Ginnirco durante Selvaggio Blu. Foto: A. Zanchi
Salvaterra--Bivacco sul monte Ginnirco durante Selvaggio Blu. (foto A.Zanchi)

5) Hai aperto moltissime vie su pareti nuove o inesplorate, qual è la molla che ti porta a voler aprire una via?
Aprire una via nuova è qualcosa di completamente diverso dal ripeterne una precedente, a volte più che degli arrampicatori ci si sente degli esploratori. Salire nuovi percorsi su una montagna per come sono fatto io condensa quello che più apprezzo dell’andare per monti: bellezza dei luoghi, incertezza del risultato, emozioni condivise con chi è legato all’altro capo della corda, libertà di scelta, un pizzico di rischio. Una clinica di avventura.

Alessio Tait, Franz Salvaterra e Paolo Baroldi in vetta al Monte Bianco di Presanella dopo la prima salita di Il Male di vivere
Salvaterra--Alessio Tait, Franz e Paolo Baroldi in vetta al monte Bianco di Presanella dopo la prima salita di -il male di vivere-.
6) La Patagonia è un posto per te speciale, tanto da passarci molti mesi, cosa ti ha colpito di questa terra fantastica?
Come ha scritto Silvia Metzeltin la Patagonia è un posto per viaggiatori e sognatori: nel senso che le montagne più che altro le sogni e solo ogni tanto, se sei determinato e hai fortuna, riesci a salirci. E’ un condensatore di emozioni: se fa freddo lo senti nelle ossa, se tira il vento non stai in piedi, le montagne sono belle di una bellezza struggente e anche le ragazze fanno l’amore con un’energia differente. E’ un posto “puro”, dove non ci sono mezze misure.

Max Faletti prepara il bivacco sulla via Afanassief al Fitz Roy
Salvaterra--Max Faletti prepara il bivacco sulla Afanassief al Fitz Roy (foto F.Salvaterra-)

7) Durante l’apertura di una via come decidi lo stile con il quale ti muoverai?
Lo stile lo scelgo in base alla linea della via e all’esperienza che ricerco. In apertura ho usato di tutto: chiodi, protezioni clean, spit, e fino a poco tempo fa, tubi dell’acqua. Esiste una grande differenza tra il salire un itinerario pensando a chi verrà dopo, oppure compiere una prima salita e tanti saluti. Penso di aver aperto vie in entrambe le situazioni. L’etica migliore (che ci tengo a specificare non è sempre quella che ho adottato) è scegliere una linea e salirla in stile alpino, ossia senza spit, in una single push senza tentativi precedenti, possibilmente in arrampicata libera e usando meno chiodi possibile che però, se usati, vanno lasciati. Questo secondo me è lo stile che regala un’esperienza più vivida ed emozionante agli apritori.

Verso il passo Marconi durante la Vuelta allo Hielo. Foto: Marcello Cominetti
Salvaterra--Verso il passo Marconi durante la -vuelta allo Hielo (foto M.Cominetti)

8) Ritornando alla Patagonia con i fratelli Franchini e con Ermanno Salvaterra hai tentato di salire l’inviolata Ovest della Egger. Nonostante i fallimenti come sono stati i tentativi? Pensi di ritornare?
Il fallimento non lo considero una cosa grave; in Patagonia ho all’attivo molte più ritirate che salite fino in vetta, ed è interessante considerare che ho ricordi più forti proprio degli insuccessi. Il progetto sulla Egger è stato un’esperienza stupenda, difficile. Una volta abbiamo passato tre giorni di fila chiusi in portaledge, appesi a un solo spit da 8 mm nel mezzo di una tormenta. Immaginatevi che dramma andare in bagno. So che Ermanno vuole tornare, sono convinto che ce la farà ma io personalmente non ho la motivazione per passare il terzo autunno di fila sulla Egger. Il Salvaterra più duro della Patagonia è certamente Erman!

Franz Salvaterra sulla via Hruska, Corvara. Foto: Marcello Cominetti
Salvaterra--Sulla via Hruska, Corvara. (foto M.Cominetti)

9) Durante quelle spedizioni hai aperto anche nuove vie, ci sono ancora pareti “libere” in Patagonia?
La Patagonia è gigante e certamente ci sono molte montagne e pareti vergini. Se però si considera la zona del Cerro Torre e Fitz Roy invece il discorso cambia. Le montagne sono tutto sommato poche e famose in tutto il mondo, c’è di certo la possibilità di aprire delle belle vie nuove ma tutte le pareti più importanti sono state salite.

Salvaterra in verticale sulla vetta del Cerro Torre, Patagonia, 2014. Foto: Massimo Max Lucco.
Salvaterra--Verticale sul Cerro Torre, Patagonia 2014. Hendstanding on the top of Cerro Torre. (f. Max Lucco)

10) Che programmi hai per il futuro?
La mia priorità al momento è dedicarmi al mestiere di Guida cercando di fare esperienza e di farlo anche in montagne o paesi che non conosco. Al contempo restano i progetti di nuove vie da concludere o iniziare, questo autunno penso che ci scappi una piccola spedizione e a dicembre tornerò un mese in Patagonia a fare la guida con Marcello. Ci sarebbe anche una ragazza a Buenos Aeres che penso mi voglia ancora ospitare… dopotutto le montagne non sono sempre al primo posto!

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Cerro Torre à la carte

Cerro Torre à la carte
di Marcello Cominetti (da http://marcellocominetti.blogspot.it/, 24 dicembre 2014)

Eravamo a Cortina, era il mese di marzo del 1992 e tra le altre cose di cui stavo parlando con Jim Bridwell saltò fuori quella che riguardava il Cerro Torre. Avevo un cliente che voleva salirlo per la Via del Compressore, quella che allora si pensava erroneamente fosse la “normale” all’urlo di pietra.

The Bird, così chiamano da sempre Jim, si voltò e guardandomi dritto negli occhi mi disse: “Ma è semplicemente fantastico! Ti serve solo un cliente fortissimo e tu devi essere completamente pazzo”.

Francesco Salvaterra e Marcello Cominetti con al centro il loro compagno-cliente Max Lucco in cima al Cerro Torre, il 14-12-2014
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Luci nella notte australe sopra l’Elmo
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Scoppiammo a ridere entrambi e pochi mesi dopo partii con Cesare (un nome emblematico se si parla del Torre) e Sandro per il Cerro Torre.
Sui pendii sotto la spalla la neve fresca e già marcia era più alta di noi. Rinunciammo dopo non pochi sforzi, ma proprio non ci riusciva di salire. Ci sarebbe voluto uno spazzaneve e pure bello grosso.
Ripiegammo sul Fitz Roy che salimmo per la Via Franco Argentina allora in condizioni perfette.Questo anche per dire che tra le due montagne c’è molta differenza, climaticamente parlando.Bell’avventura davvero e per me come guida alpina. Era la prima volta che una guida saliva lassù con un cliente.
Senza volerlo aprii un’ era, quella del professionismo in quei posti. Bei tempi!

Cominetti e Lucco sotto il Col de la Esperanza e sotto al Torre
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Eravamo belli e soddisfatti, certo, ma a me era rimasto dell’amaro in bocca semplicemente perché il Torre mi piaceva di più. Faceva parte della mia formazione letteraria e mistica molto più del Fitz Roy e l’idea di fare “la guida” su quelle cose così complicate mi attraeva da matti. Non c’erano altri motivi.
Per un alpinista che decide di vivere del mestiere di guida arriva prima o poi un momento in cui si impone una scelta. Continuare inseguendo realizzazioni alpinistiche di punta e fare la guida come complemento e forma di reddito, oppure decidere di fare la guida e basta ma cercando di portare i clienti sulle montagne dei propri sogni.
Scelsi la seconda opzione, anche perché mi lasciava più tempo da dedicare ad altre passioni (oggi che sono più maturo direi alla famiglia) e, non posso nascondere che fare la guida mi permetteva di esercitare quella propensione a fare il “sergente” che non è per nulla un dono di natura.
Ho dei colleghi che a 50 anni continuano a fare gli alpinisti di punta, le guide e gli arrampicatori sportivi allenandosi come ragazzini. Mi sembrano delle persone irrisolte, dietro alla positiva facciata dell’atleta.

Franz Salvaterra versione heavy duty
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Adoro i miei figli, suonare la chitarra, costruirmi casa con le mie mani e… andare in montagna, ovviamente.
Sono stato su tante montagne a fare la guida ma quelle della Patagonia per me rappresentano ogni volta un ritorno a casa, un inno alla libertà e all’incertezza. Il contrario della sicurezza in tutti i sensi, il dubbio e l’impopolarità nonostante sforzi a volte sovraumani.
Io sono uno che detesta il Sistema, non me ne sento parte e se vado a fare la guida sul Cerro Torre è anche perché mi piace correre il rischio di non farcela. Troppi fattori devono combinarsi allo stesso tempo. Molti più di quelli che servono se la stessa cosa la si affronta con gli amici.
Infatti tentai il Torre con un cliente diverse volte e questa “magica combinazione” fu sempre lungi dal verificarsi e ne tornai con beghe umane e economiche, pive nel sacco e maldicenze. Ma mai con delusione. Sapevo che il Torre mi avrebbe lasciato la possibilità di tornarci e io fretta non ne ho mai avuta.

Per questo pochi giorni fa ci ho riprovato.  Ero d’accordo con Max che saremmo tornati insieme a El Chaltén e, se il meteo ce lo avesse concesso, avremmo scalato qualcosa, ma non sapevamo che cosa. Sapevamo bene che fare programmi non serviva, ci dovevamo solo adattare alle condizioni del momento.

Quei grupponi di alpinisti col maglione tutti uguale che partono in pompa magna annunciando che spaccheranno le cime patagoniche, sono decisamente sorpassati, patetici e fanno sorridere. Contano sul fatto che così si tirano su soldi che qualche sponsor concede solo a chi si sa far notare.

La nostra Ferrino Monster all’Elmo. Cerro Egger sullo sfondo
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La mia Azienda sono io, ho provato ad averne una formata da più corpi e teste e alla fine mi ha deluso. I miei sponsor mi vestono dalla testa ai piedi, fino alle piccozze, agli sci, agli occhiali e ai moschettoni e io queste cose me le faccio durare. I vestiti mi piacciono di più quando sono consumati. Non amo il consumismo anche se potrei consumare molto di più.

Infatti mi porto dietro sempre il minimo e a volte anche meno.

La sera del 10 dicembre Max è arrivato a El Chaltén sconvolto da un viaggio lunghissimo e appena l’ho visto, ancor prima di salutarlo, gli ho detto: “Domani si parte per il Torre”.
Non ho ben capito se il suo primo sguardo fosse di stupore o di disperazione, ma la mattina dopo abbiamo riempito gli zaini e siamo partiti. Mi sembrava contento.
Della serie di combinazioni favorevoli di cui parlavo sopra, faceva parte Franz (Salvaterra), un venticinquenne trentino conosciuto qui l’anno scorso. Forza, capacità, simpatia, entusiasmo e testa sul collo quanto basta, tutti concentrati in un ragazzo solare e dotato di estrema leggerezza di spirito. Per me è la persona con cui affronterei l’oceano a bordo delle nostre ciabatte certo di sbarcare in America!
E poi mi dicevo: se un negro è diventato presidente degli Usa, una guida alpina poteva fare il suo mestiere anche sul Cerro Torre. La proporzione non è esagerata.
Poco prima di risalire il ghiacciaio Grande alla base del versante sud della montagna ci siamo accorti di avere dimenticato in paese le snowbars, ovvero dei lunghi picchetti in alluminio che servono ad assicurarsi sulla neve inconsistente dei funghi ghiacciati della ovest del Torre, la Via dei Ragni, quella che intendevamo salire.
Lo stipite della baracca di Maestri di cui ne troviamo dei resti sul ghiacciaio poteva fare il caso nostro, bastava spezzarne una parte per ottenere più o meno quello che avevamo dimenticato.
Improvvisazione, approssimazione, fantasia, precisione solo quando serve, ecco le doti necessarie se vuoi anche divertirti. Secondo me.
La notte al campo detto Niponino è coperta dal nevischio e da una volpe che aspetta gli alpinisti quando si approssima una breccia di tempo buono. Lei lo sa e ti rosicchia anche le corde se le lasci fuori perché su un ghiacciaio non c’è nulla da mangiare e anche un pezzo di nylon è un manicaretto se le costole ti spuntano dal pelo sempre più per la fame. Le nostre corde ci fanno da cuscini e quindi si salvano ma un lacciolo di una picca di Franz finisce nello stomaco del mustelide. Poco male, a questo si può rimediare facilmente.
L’indomani il Col Standhardt è una vera e propria ascensione. E’ tutto di ghiaccio e sembra più ripido del solito. Le cime del Gruppo del Torre sono incrostate di “escarcha”, neve umida compressa sulle pareti verticali dal vento gelato. Noi che andiamo a salire una via tutta di ghiaccio non siamo preoccupati.
Dal Col ci si cala con la corda dentro al Circo de los Altares, un anfiteatro di montagne sullo Hielo Continental dalla bellezza estrema, difficile da dire anche per uno che scrive bene come Baricco, figuriamoci per me… bisogna andarci per provarla.

Max e Marcello (che mostra fiero la patacca UIAGM) in vetta
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Il tempo sta migliorando come da previsioni meteo. Si capisce che sta arrivando il bello, specie se da queste parti ci hai passato mesi della tua esistenza, l’aria non profuma più di sale del Pacifico, segno che il vento non soffia più da ovest, dalla fabbrica delle perturbazioni.
Una brezza meridionale ci sospinge la mattina dopo verso il Col de la Esperanza con la luna piena in faccia che tramonta dietro al Domo Blanco. Saliamo velocemente un paio di tiri di misto e proseguiamo sulla neve dura che diventa sempre più ripida fino al Colle che Bonatti e Mauri avevano battezzato così nella speranza di salire sul Torre nel 1958.
Il tentativo dei “lumbard” finì dove ci fermiamo anche noi per la notte, sul fungo di ghiaccio più grande che i Ragni di Lecco avevano chiamato l’Elmo per via della sua forma tondeggiante.
Sole e zero vento, fa quasi caldo, montiamo la nostra tendina arancione colorando ulteriormente un luogo sospeso nella sua unicità. La cima del Torre è appena lì sopra, quella della Egger è quasi alla nostra altezza e a sud gli Adelas sembrano meringhe sul carrello di una pasticceria senza soffitto. Gardando all’orizzonte verso il lago Viedma viene da chiedersi dove tutto questo abbia fine e se ne abbia davvero una. Sul versante opposto lo Hielo Patagonico Sur sembra di vapore bianco come quello che soffiano le locomotive, solo che è immobile.
Ci riposiamo senza essere troppo stanchi ma ci piace goderci un posto simile, mica capita tutti i giorni. E neppure tutte le volte che si scala da queste parti, aggiungo!
Ci idratiamo a dovere e, sotto un sole accecante, andiamo a dormire.
L’indomani ci sveglia la prima cordata in arrivo. Siamo quelli che hanno deciso di dormire più in alto perché la nostra tattica (guai a non averne una efficace) prevedeva di sfruttare entrambi i giorni di tempo buono: ieri e oggi, appunto.
Le altre 5 cordate hanno preferito dormire più in basso, sotto al Col de la Esperanza dove c’é una spalla pianeggiante con pochi crepi ottima per tenda e truna.
Ci riaddormentiamo ma per poco perché lì fuori c’é sempre più trambusto. Una decina di persone da queste parti sono una grande folla e alle 3 e mezza decidiamo di fare colazione e partire anche noi. Gli ultimi sono i nostri amici dell’Esercito, Majo, Farina e Francoise. Con loro c’è un rapporto speciale e ci fa enormemente piacere incontrarci in un posto così singolare.
I tiri si susseguono rapidi e personalmente provo a fondo cosa significhi scalare sul “bagnoschiuma” verticale, un terreno di cui avevo solo sentito parlare e che prevede l’uso di speciali alette montate sulle piccozze e l’utilizzo di mani e piedi come sulla roccia senza piccozze inventandosi a ogni passo equilibri improbabili.
Questa via pare non abbia uguali. Da quando si arriva al Col de la Esperanza si entra in un mondo unico, fatto di giganteschi cavolfiori. La prima cosa che ti chiedi è come facciano a stare lì appesi. Tutto è fortemente bianco, e il nostro gioco, o meglio quello della via, è insinuarsi nelle poche pieghe tra una palla gigante e quell’altra, salire un diedro di rocce verglassate, una cascata strapiombante di ottimo ghiaccio colato su una placca di granito perfetta e infilarsi letteralmente dentro al nucleo di quelche cavolfiore grazie a dei tunnel verticali che non si sa bene perché esistano.

Max Lucco nel tubo finale che porta in vetta
CerroTorre-6Max Lucco nel tunnel terminale Cerro Torre 14-12-14
I miei amici Rolo Garibotti e Doerte Pietron, alpinista e “scenziato” della logica il primo e alpinista e fisica la seconda, hanno da poco concluso uno studio, in collaborazione con un eminente metereologo statounitense, sul queste formazioni.
Non padroneggiando così bene la lingua di Shakespeare mi sono perso la lettura del trattato e quindi non ne so di più di quello che Rolo e Doerte mi hanno raccontato mentre scalavamo vicino a casa…ma giuro che lo leggerò.

In cima mi soffermo a pensare a tante cose ma quella che più mi occupa la mente è mia madre. Sapeva che volevo scalare questa montagna e si era letta un sacco di libri in merito, e si era fatta venire una paura terribile. Lassù era tutto così luminoso e tranquillo che se ci fosse stata anche lei avrebbe capito tante cose e soprattutto che non valeva la pena di angustiarsi così a lungo per me. Ma siccome non poteva esserci la capisco eccome.
Il mio cliente Max (Lucco) e Franz sono felici almeno quanto me e tra abbracci, commozioni e foto di rito sbotto serio dicendo da vecchia guida: “Ora guai a chi fa una cazzata scendendo da qui”.
Si tratta in fondo di concentrarsi bene per qualche ora, perché scendere da una palla di neve non è un affare da prendere sottogamba. Non ci sono le soste con i chiodi nella roccia. Qui dobbiamo farcele tutte noi assieme agli altri dividendoci il compito per i molti ancoraggi che servono.
La sera al Filo Rosso montiamo la tenda tutta storta su un crostone di neve dura che emerge tra la neve marcia dal sole di tutto il giorno.
Si sta scomodissimi ma la stanchezza e la contentezza di aver salito una montagna come è il Cerro Torre ci fanno fare una cena da principi e una dormita da re!
Nel lungo ritorno a piedi attraverso Paso Marconi del giorno dopo ho modo di pensare se quello che abbiamo scalato è una montagna come le altre, più bella delle altre, oppure è un mito.
Mi rispondo che abbiamo scalato entrambi e che forse scalare un mito è più duro e difficile che scalare una cima anche aguzza e particolare come il Torre.
Con Franz già pensiamo di tornarci a fare le guide con chi ce lo chiederà.
Si perché siamo un ottimo team e Franz, mi sono dimenticato di scriverlo prima, è diventato Aspirante Guida Alpina il giorno prima di partire per El Chaltén. Non male come inizio di carriera professionale, non male davvero.

 

 

 

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La Patagonia è…

Appena rientrato da un lungo viaggio di 70 giorni in terra australe, Francesco Franz Salvaterra (di Tione) ha messo su carta le sue prime impressioni. E, come dice Marcello Cominetti, “è riuscito a condensare in poche righe la vera essenza di un viaggio in quei posti…”.

Nonostante i suoi 25 anni, Franz si può considerare un veterano di quei posti. Oltre ad avere salito molte cime, aperto vie non facili e bazzicato posti insoliti, Franz ha saputo spingersi a piedi dove di solito gli alpinisti non vanno, vivendo una Patagonia che più autentica non si può.

Francesco Franz Salvaterra
SalvaterraFRisale al 2011 la prima esperienza di Franz, quando gli amici Massimo Faletti (di Povo) e Hans Martin Götz (di Arco) lo invitano a salire il Fitz Roy per una via poco ripetuta. La spedizione ha successo, ma in discesa un sasso ha colpito alla spalla Faletti. I tre riescono a scendere, 13 ore per arrivare a El Chaltèn: ed è Franz a caricarsi dello zaino e dell’equipaggiamento del compagno ferito.

Nel 2013 Franz va con Ermanno Salvaterra, Tomas Franchini e Paolo Grisa a tentare la parete ovest del Cerro Egger, inviolata. Il gruppo progredisce ben alto in parete, poi è costretto al ritorno.

La stessa formazione (con la sostituzione di Nicola Binelli a Paolo Grisa) ritenta nel 2014 la Ovest del Cerro Egger. Il tentativo viene interrotto a causa della pericolosità dell’itinerario, sottoposto alle continue scariche del fungo di ghiaccio che copre la vetta. Scherzando il “vecchio” “Erman” sostiene che se fosse stato per lui sarebbe andato avanti, tanto la sua vita l’ha già vissuta: ma i compagni (tutti ben più giovani) non erano tanto d’accordo…
Io, Tomas e Nicola ci siamo lanciati sul vergine primo pilastro del Domo Blanco – racconta Francesco Salvaterra su Facebook il 6 ottobre 2015 – è stata una giornata stupenda di puro “andinismo free style” per tutto il giorno ci siamo ingaggiati su stupende e difficili fessure di ottimo granito collegate da piccanti sezioni di misto dove abbiamo scalato con un po’ tutti gli abbinamenti: scarponi-piccozze, ramponi-mani, scarpette e piccozze, ecc. in libera e A0 spinti perchè mancano le staffe. Purtroppo abbiamo un po’ sottovalutato le difficoltà, siamo partiti tardi e con pochi friend, la vetta era vicina ma ci si prospettavano delle dure fessure off-with e con le ultime luci abbiamo deciso di scendere. Io devo tornare ma Nicola e Tomas certamente finiranno l’opera portando in vetta i Rampegaroi!”.

Infine Francesco Salvaterra, il 14 dicembre 2015, assieme a Marcello Cominetti e Massimo Lucco, raggiunge la vetta del Cerro Torre per la via dei Ragni.
Cominetti è una delle Guide Alpine più preparate sulla Patagonia, ed è la prima Guida Alpina Italiana (e la terza al mondo) a scalare questa iconica montagna insieme a un cliente, Massimo.

 

La Patagonia è…
di Francesco Franz Salvaterra
Questo scritto è apparso il 10 febbraio 2015 su http://marcellocominetti.blogspot.it/

Cosa è per me la Patagonia?
Quando si torna a casa, alle domande “Com’è andata?”, ”Cos’hai fatto?”, la risposta potrebbe essere: cime scalate, posti visitati, fatti. La Patagonia che ho conosciuto questa volta e negli ultimi cinque anni per me però non è questo, o perlomeno non solo. Quando domandi al turista di dieci giorni cosa ha fatto in Patagonia dice: “Sono andato a El Calafate a vedere il Perito Moreno, a El Chaltèn e a Ushuahia, molto bello ma non capisco come mai dicono che in Patagonia faccia sempre brutto tempo”. “Vedere” però non è “vivere” un luogo, per viverlo ci vuole calma e tempo, giornate dove “non si fa niente”. Leggete Idle days in Patagonia di William Henry Hudson per credere di più.

Per me La Patagonia è una mezcla di emozioni e sensazioni sulla pelle, di vento che ti abbatte nel fisico e nel morale. La Patagonia sono le intere giornate passate al riparo del rifugio Piedra del Fraile o chiusi nel sacco a pelo, in tenda, facendo gli “hombre larva” mentre fuori imperversa la tempesta e la pioggia scende (o sale?!) orizzontale. Durante le quali si conversa, si legge, ci si perde nei propri pensieri o semplicemente non si fa nulla.

La Patagonia è un ritorno all’essenzialità, è lasciare a casa più cose possibili, costretti dal fatto che bisogna portarsi tutto sulle spalle. Per una volta è vincere contro questo fottuto consumismo che ci bombarda la mente di necessità inesistenti, di bisogni artificiali, mentre alla fine quello che veramente ti serve nello zaino è solo un po’ di cibo, una giacca e un sacco a pelo, e dopo un paio di zaini mal calcolati si impara a lasciare a casa anche il terrore di ogni guida alpina che lavora con i trekking: lo stramaledetto“beauty”.

Ai piedi della loro via al Domo Blanco, Tomas Franchini, Nicola Binelli e Francesco Salvaterra
SalvaterraF-original_photo_17149La Patagonia sono i pomeriggi di riposo o attesa passati seduti sulle sedie di legno dell’ostello Rancho Grande, scambiandosi opinioni sulla qualità del lato B delle signorine che varcano la porta d’entrata.

La Patagonia è l’adrenalina che sale dandoti forza e concentrazione mentre scali un tiro di misto difficile, con le piccozze che grattano frenetiche a trovare qualcosa di solido su cui agganciarsi. Dove l’ultima protezione comincia ad allontanarsi e sai che se ti fai male non puoi chiamare il 118, dove tu e il tuo compagno (che a volte hai conosciuto due giorni prima) siete soli e, se te la sei portata, ti domandi se la radio funzionerà.

La Patagonia sono i bivacchi sotto le stelle con la giacca infilata nella custodia del sacco a pelo come cuscino, tra il russare altalenante dei tuoi compagni e il fragore occasionale di un seracco che rovina giù per qualche canalone. Sono le buste di comida disidratata che, nonostante la scritta, hanno tutte lo stesso sapore, in relazione alla fame, generalmente squisito.

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La Patagonia è la felicità e soddisfazione di calcare con i piedi il punto più alto di una montagna o la frustrazione mista al senso di sollievo che ti pervade quando invece decidi che è meglio scendere, quando getti la spugna per paura, e quando, il giorno dopo, ti ritrovi al sicuro con i piedi sotto la tavola di un bar e ti domandi se sei sceso perché andava fatto o perché sei un cagasotto, però di fatto, se puoi domandartelo è perché sei ancora vivo.

La Patagonia sono le amicizie strette con personaggi di tutti i tipi e nazionalità, dove la novità e intensità delle emozioni vissute assieme fanno in modo che queste amicizie durino più di quanto si possa immaginare. E’ conversazioni in stentato inglese o castigliano maccheronico che costringono a strizzarsi il cervello, a mettersi in gioco.

14 dicembre 2015, Francesco Salvaterra è con Marcello Cominetti e Massimo Lucco in vetta al Cerro Torre
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La Patagonia è il senso della “tierras de olvido” vissuto tra le estancias abbandonate a picco sul lago O’Higgins.

Soprattutto la Patagonia è camminare e camminare, in salita e discesa, in piano per chilometri, con lo zaino sempre pesante per tanto che ci si impegni a portare meno dello stretto indispensabile. E’ tornare in paese talmente stanco e prosciugato che ti dici “mai più”, ma già sotto il getto della doccia ti ritrovi a pensare a un nuovo progetto.

La Patagonia è la soddisfazione di permettere ad altri di vivere il fascino di luoghi che da soli non potrebbero raggiungere, è essere il primo della fila e decidere se risalire quella morena o stare nella valle, se accamparsi dietro quel precario muretto a secco o se camminare ancora tre ore per trovare un riparo migliore, se fare una doppia su quei due nut vecchiotti o cercare qualcosa di meglio. E anche se non è facile da capire (per me è difficile) a volte la Patagonia è mettere da parte la foga e le ambizioni e “lasciare che le cose accadano”, un po’ come lasciarsi portare dalla corrente limitandosi a dirigere la canoa senza remare come matti, tanto poco importa quale riva si va a lambire.

Sicuramente mi dimenticherò qualcuno ma vorrei ringraziare i tanti amici che mi hanno aiutato e con cui ho passato dei bei momenti, quindi grazie a:
Marcello Cominetti, per primo, perché ha creduto in me insegnandomi “l’arte” e pagandomi bene, e perché è simpatico. A Ines perché è una ragazza speciale e starle vicino mi fa star bene. A Guido che con la sua intelligenza mi ricorda che sono un ignorante, e perché non mi scorderò mai più la crema da sole. Ad Ajelen, a Tommy che è più argentino che italiano. A Papà per questo ritorno alle prime avventure, a Fabio per la serenità contagiosa. A Giovanna, Sandro, Andrea e Francesco per la bella esperienza sullo Hielo. A Max perché è un duro (non raccontare in giro la storia della headwall). Ad Arnaud Clavel e Luigi, a Rolo Garibotti e Doerte per la disponibilità e affidabilità. Ad Alejandra, Nicole, e Nuria. Ad Alessandro Bau e Claudia (complimenti per il loro roadtrip), a Doriano, Ivan e Manuel. A Tommy, Silvestro, Gianni, Aldo e Alejandra. Ad Adelicio Lagos, ultimo pioniere dell’estancia Cerro Colorado. A Carolina e alla “comision de rescate” di cui per fortuna non ho avuto bisogno, al personale dell’ hostel Rancho Grande, a Josè e Paci, a Natalia, a Markus, a Milena perché è bellissima, a Vincente, a Julian Casanova e Raphael per le doppie, a Sasha, Ignacio e il piccolo Firmin, i gentilissimi gestori del Rifugio Piedra del Fraile. A Sara e le sue compagne Veneziane.

Ai miei sponsor: Ferrino, Zamberlan, Climbing Tecnology e Lizard che vestendomi dalla testa ai piedi mi sollevano dal terribile onere di andare a fare shopping.

“Gracias a todos, nos vemos pronto!”