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C’era una volta in Verdon – 1

C’era una volta in Verdon – 1 (1-2)
di Gianni Battimelli
(già pubblicato su climbing pills il 22 e 25 febbraio 2011)

E torniamo un po’ alla preistoria. A quando l’arrampicata sportiva non aveva decollato, ma era già in gestazione, “blowin’ in the wind”. Quando gli spit non c’erano ancora, e si viaggiava, o si cercava di viaggiare, “clean”, fasce in testa e mazzi di nut alla cintura, tra una Gaeta di casa e il sogno delle pareti da “nuovo mattino” che stavano entrando nella leggenda ma dove ancora non avevamo messo piede. Valle dell’Orco, Val di Mello, Finale… più lontano, Mecca irraggiungibile, Yosemite… e soprattutto, allora e sempre, Verdon.

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Forse oggi posti come Céüse hanno per i giovani un fascino analogo a quello che allora aveva per noi il Verdon. Ma non credo che sia la stessa cosa. Perché allora, non era tanto l’aura di difficoltà che attirava (e respingeva) quanto la dimensione totale di avventura che era attaccata nell’immaginario alle pareti dell’Escalés e dintorni. E prima del 1980 c’era ben poca informazione che circolava. Nel 1981 comparve, quasi in simultanea con la prima guida dettagliata, un numero di Alpinisme et Randonnée interamente dedicato al Verdon, con relazioni delle vie, una grande foto della parete con tutti i tracciati, interviste ai grandi del momento e foto spettacolari. Un pezzo da collezionisti, oggi. Ogni tanto lo ripesco e mi perdo a sfogliarlo: Pschitt Jacques Perrier e Jean-Marc Troussier su Pichenibule, Bernard Gorgeon, le polemiche con Jean-Claude Droyer e le Triomphe d’Eros trasformato in itinerario di grande randonnée marcato con bolli bianchi e rossi…

Ma quando ci arrivammo la prima volta, tutto quello che avevamo era una sommaria descrizione del luogo apparsa un paio d’anni prima su La Montagne et Alpinisme, la rivista del Club alpino francese, e lo stimolo di un articolo recente di Andrea Gobetti sulla Rivista della Montagna: Due vie per l’altopiano, il racconto e la relazione della voie du Levant in Calanques e della Démande in Verdon, che Andrea aveva da poco salito dietro al Principe, Gian Piero Motti. Allora, in Verdon, di italiani se ne erano visti pochini assai, a parte qualche sparuto torinese.

La prima incursione romana in Verdon (potrei sbagliarmi, ma non credo) non produsse certo risultati particolarmente degni di nota, a parte le ustioni per il caldo. Era l’estate del 1978. Con Max e Lucio partiamo da Roma, passiamo da Bardonecchia dove ci aspettano e si aggregano Piero e Margherita, e via verso il mitico Verdon. Faceva un caldo spaventoso. Il primo giorno, prudenti, andiamo a cercare una via che dovrebbe essere facilotta, l’Éperon des Bananiers sulla falesia di Mayreste, in alto sopra le gole. Errore madornale. Vaghiamo per mezza giornata in mezzo a un paretone di roccia rovente di dubbia qualità, scorticandoci negli arbusti e le fratte e senza trovare alcunché che assomigli alla vaga relazione in nostro possesso. Ritirata ingloriosa, Piero e Margherita fuggono disgustati verso più accoglienti lidi. Noi resistiamo, e il giorno dopo scendiamo verso il fiume all’Imbut (farà più fresco lì in basso, no?) e saliamo lArête du Belvedere. All’uscita sulla strada eravamo vicini al collasso, nonché completamente disidratati. Anche Lucio dà forfait. Io e Max, proprio de coccio e giusto per tigna, facciamo un ultimo poco convinto tentativo e andiamo a vedere l’attacco della Démande. Il primo tiro ci respinge senza pietà. Non ci resta che abbassare la cresta, imparare la lezione e farci un bel bagno nelle acque del Verdon, prima di ripartire verso l’Oisans (dove ci consoliamo con la fessura Madier alla Dibona). Comunque il messaggio è chiaro: in Verdon le vie sono dure ed è meglio evitare i periodi in cui fa troppo caldo.

Quindi, ci tornammo a Pasqua dell’anno successivo, 1979.

La Voie de la Démande
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Tutta la banda salpa per la Provenza. All’ordine del giorno, oltre che arrampicare, ravanare, sgavazzare e variamente sollazzarsi in quel delle Calanques, c’è un passaggio in Verdon sulla via del ritorno. Max (Massimo Frezzotti) ed io vogliamo provare a saldare il conto con la Démande.

Cristiano Delisi e Dario Mantoan non hanno conti in sospeso ma si aggregano al progetto. Gli altri andranno a spasso per il sentiero Martel (saggio proposito) per poi attenderci al Point Sublime per una meritata cena a base del rinomato gigot d’agneau locale (vero motivo per alcuni della deviazione in Verdon).

In Calanques tutto va per il meglio, a parte il fatto che l’ultimo giorno Max pensa bene di beccarsi una brutta storta sul sentiero scendendo su En Vau, che lo mette fuori gioco. Restiamo in tre. Cordata più lenta ma più sicura, si dice. E vai la mattina presto con le frontali dentro il tunnel del Martel. Appuntamento con gli altri per il gigot d’agneau.

Siccome Dario ha annunciato già prima della forzata defezione di Max che lui viene per tenerci compagnia ma che desidera ardentemente avere la corda davanti e non ha alcuna ambizione di fare sfoggio di brillanti doti di capocordata, decidiamo di smezzarci onori e oneri tra me e Cristiano: e dato che lui è più piccolo, più bravo e notoriamente più pazzo di me, farò io in testa la prima parte della salita lasciandogli la seconda metà, quella con i famosi camini che ci vuole l’incoscienza della giovinezza.

Beh, almeno questa volta sul primo tiro passo senza troppi problemi, e si continua allegramente cazzeggiando e mettendo un tempo infinito, nonché un numero molto più finito di dadazzi qua e là. Chiodi ce n’è pochini, e noi, pippe ma pippe eticamente pure, martello e chiodi li abbiamo lasciati a Roma (allora già qualcuno diceva: “l’arrampicata sarà libera o non sarà”. Per noi valeva lo stesso motto, con “pulita” al posto di “libera”, il che ci consentiva di essere in pace con la coscienza e al tempo stesso di attaccarci senza ritegno a tutto il possibile offerto in loco). Spit, manco a parlarne (siamo, ricorderete, ancora alla preistoria della preistoria).
Chiotti chiotti arriviamo a metà via, Cristiano prende il comando, e giungiamo alla nicchia di sosta sotto il temuto tiro del camino maledetto. Dalla sosta non si vede bene quanto segue, c’è una strozzatura strapiombante oltre la quale si indovina solo il fessurone al di sopra. Cristiano parte, la corda scorre per qualche metro e poi si ferma.
“Com’è là sopra?” Detto con tono ipocritamente ilare e giocondo, del tipo “eddài che è facile, non stare a perdere tempo, è un camino di quarto…”
Un silenzio profondo risponde dall’alto.
“Cri, cazzo succede là sopra?” Detto con tono un po’ meno ilare; un tocco di ansietà traspare dalla voce dei due porcelli in sosta.
Il silenzio è sempre più assoluto. E la corda è sempre più ferma.
Cristiano stava combattendo una dura battaglia contro se stesso, l’amor proprio, l’angoscia, le budella, la Démande, e il destino in generale.
E la perse.

Verso il camino finale della Démande
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Lentamente la corda ricomincia a scorrere. Nella direzione sbagliata, riavvolgendosi delicatamente tra le braccia di Dario che faceva sicura. Cristiano ritorna arrampicando nella nicchia.
“Non si può mettere un cazzo di assicurazione per tutto il tiro. Io là sopra non ci passo”.
La perentoria dichiarazione del nostro nocchiero getta un’ombra sinistra sulla situazione (intanto anche altre ombre avanzavano, si stava facendo tardino). Come facilmente comprenderete, l’ombra era particolarmente sinistra per il sottoscritto, perché in soldoni il tutto convergeva sul seguente esito assai poco esaltante: “cacchio, ‘sto cacchio di camino sprotetto me tocca a me”.
Col sorriso sulle labbra e la morte nell’anima faccio per prendere il materiale da Cristiano e prepararmi a partire, sentendomi abbastanza come Ignazio Sanchez Mejias a las cinco de la tarde. E accade l’inaspettato miracolo.
Dario guarda in su, non vede niente, e dichiara che ci prova lui.
Prima che ci ripensi gli mollo addosso tutto il materiale e lo prendo in sicura, giurando che dalle relazioni che ho letto so per certo che il camino è facile e che evidentemente Cristiano è stanco e si è fatto impressionare e che lui che va tanto bene in camino certamente farà una bella passeggiata e che noi tutti gli saremo eternamente riconoscenti e gli offriremo anche una birra ma che cacchio sbrigati a tirarci fuori da qui dariuccio carissimo smack.
E Dario va.
E va.
E continua ad andare.
Venti metri. Non lo vediamo, non sentiamo niente, aspettiamo solo il volo del secolo, calcolando la lunghezza… venti più venti…. venticinque più venticinque… io tengo la corda e Cri sbatte dadi a destra e sinistra collegando il tutto nella speranza che la sosta regga lo sfracello che si avvicina… trenta più trenta… oh cazzo Dario se devi venire di sotto fallo presto che non si resiste più… ma Dario non viene di sotto.
E a un certo punto lo sentiamo distintamente. Dong dong dong dong. Il bel rumore del martello sul chiodo che entra tintinnando.
Solo che Dario non ha né martello né chiodi, ed è altamente improbabile che li abbia trovati abbandonati nel bel mezzo del camino della Démande.
Infatti, non era un martello, ma il discensore a otto. E col discensore Dario non stava martellando un chiodo ma un hexentric dell’11, il dado più grosso che avevamo. E, come ci raccontò mezz’ora più tardi, riuniti alla sosta sull’albero alla fine del camino, “dopo tutta la cacca che mi ero fatto addosso fino a quel punto avrei continuato a martellarlo almeno per un’altra mezz’ora”.
Comunque, il buon Dario ci tirò fuori. L’ultimo tiro fu gloriosamente vinto alla luce delle frontali, le nostre e quelle dei ragazzi svizzeri che avevamo conosciuto la sera prima e che non vedendoci arrivare ci erano venuti incontro sul pianoro sommitale. All’uscita della via, non era chiaro chi fosse il vincitore, se noi o la Démande. Diciamo che era stata gentile e ci aveva lasciato passare…
La cosa più grave fu che, data l’ora tarda, dovemmo saltare la cena. Per il gigot d’agneau, dunque, bisognerà aspettare il seguito della storia.

(continua)

(puntata seguente: http://www.alessandrogogna.com/2016/07/21/cera-una-volta-in-verdon-2/

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Lo scalatore come visionario

Lo scalatore come visionario
di Doug Robinson

Nel 1969 esce, sul numero 3 della prestigiosa rivista americana Ascent, un articolo che costituisce una pietra miliare della letteratura alpinistica, fonte di ispirazione per una generazione (e non solo) di scalatori: The climber as visionary, di Doug Robinson.
L’articolo venne tradotto in italiano da Luciano Serra e pubblicato sulla Rivista Mensile del CAI, n. 7 del 1973. In seguito fu anche ripreso il 6 settembre 2011 da http://unfinishade.typepad.com/climbing/2011/06/the-climber-as-visionary-1.html
Qui per l’occasione fu stilata una seconda traduzione, a cura di Marco Lanzavecchia
Giudirel con il contributo di Davide Psycho e il cesello di Marina Ansia Kammerlander. Questo team – trade mark Fuorivia – ha fatto davvero un gran bel lavoro! E’ con questa traduzione che oggi riproponiamo l’articolo.

Doug Robinson
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Nel 1914 George Mallory, destinato in futuro a diventare celebre per una lapidaria definizione del perché dell’arrampicata (“perché le montagne sono là” – NdR) pubblicò sul Climber’s Club Journal un articolo intitolato L’alpinista come artista. Nel tentativo di spiegare il senso di superiorità che in quanto arrampicatore nutriva nei confronti degli altri sportivi, affermò che l’arrampicatore è un artista. Scriveva che “una giornata ben spesa nelle Alpi è come una grande sinfonia” e giustificava l’assenza di un risultato tangibile – dagli artisti ci si attende la produzione di opere d’arte visibili dagli altri – spiegando che “gli artisti in questo senso, non si distinguono per la potenza con la quale esprimono emozioni, ma per la potenza con la quale percepiscono le esperienze emotive di cui l’Arte stessa è fatta… gli alpinisti sono tutti artistici… perché coltivano l’esperienza emozionale senza altri fini”.

L’asserzione di Mallory giustifica in pieno l’alta considerazione che nutriamo per l’arrampicata come attività, ma non concede spazio alla distinzione fra chi apre una via e chi si limita ad ammirarla.

L’alpinismo può produrre risultati artistici tangibili che sono poi sotto l’occhio di tutti. Una via è un’espressione artistica sul fianco di una montagna, accessibile allo sguardo e quindi all’ammirazione o alla critica da parte degli altri scalatori. Proprio come la linea di una via determina il suo valore estetico, la maniera nella quale è stata salita costituisce il suo stile. Una scalata ha il valore di un pezzo artistico e il suo creatore è responsabile per il suo stile e il suo significato proprio come un artista. Riconosciamo gli arrampicatori particolarmente dotati nel creare linee estetiche e potenti, e li rispettiamo per questo loro talento.

Mallory non si spinse abbastanza lontano nell’attribuire funzioni artistiche all’atto di realizzare nuove salite eccezionali; io penso anche che egli usi la parola artista in modo troppo esteso, quando intende includervi la percezione estetica insieme alla creazione estetica.
Per quello che riguarda la percezione, che è essenzialmente passiva e ricettiva, piuttosto che intraprendente e creativa, io userei il termine “visionario”. Non visionario nel senso comune di sogno ozioso e irrealizzabile, e di costruzione di castelli in aria, ma piuttosto nel senso della capacità di percepire con grande intensità gli oggetti e le azioni dell’esperienza ordinaria, di andare oltre, di coglierne le meraviglie e i misteri, le forme, gli umori e i meccanismi. Essere un visionario in questo senso non comporta nulla di soprannaturale o ultraterreno; consiste nell’avere una visione nuova delle cose familiari del mondo.

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Uso molto semplicemente la parola visionario, che prende origine da visione che significa vedere (ma anche capire, NdR), sempre con la massima intensità ma mai oltre il limite del presente reale e fisico. Per utilizzare un esempio familiare è difficile ammirare la Notte stellata di Vincent Van Gogh senza percepire la qualità visionaria che l’artista esercita nel guardare il mondo. Non ha dipinto nulla che non fosse nella scena originale, tuttavia altri potrebbero avere problemi a riconoscere quello che ha dipinto, e la differenza sta nell’intensità della sua percezione, ovvero nell’esperienza visionaria. Van Gogh dipinge trovandosi in uno stadio più elevato della coscienza.

Il Grand Capucin. Questa è l’unica illustrazione dell’articolo originale. Foto: Steve Miller
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Anche gli scalatori hanno le loro Notti stellate. Prendiamo questo passaggio del racconto di Allen Steck sulla salita al Monte Logan per la Cresta del Colibrì: “Mi voltai un attimo e fui completamente sopraffatto dalla contemplazione della bellissima sensuale semplicità della neve soffiata dal vento”.
La bellezza di quel momento, la forma e i movimenti della neve soffiata gli avevano trasmesso un’emozione talmente potente, così meravigliosamente completa, che l’arrampicatore si era perduto in essa. Si dice sia durato un solo istante, eppure lui fu assorbito al punto di smarrirsi, cosicché l’esperienza fu attraversata dai venti dell’eternità.
Un secondo esempio proviene dal racconto del settimo giorno della prima ascensione della Muir Wall su El Capitan, durata otto giorni ed effettuata in condizioni difficili. Scrive Yvon Chouinard sull’American Alpine Journal del 1966: “Arrivammo a cogliere tutto ciò che ci circondava, con sensi resi più acuti. Ogni singolo cristallo spiccava sul granito, in grande rilievo. Le forme mutevoli delle nuvole non cessavano mai di attirare la nostra attenzione. Per la prima volta ci accorgemmo di minuscoli insetti che erano dappertutto sulla parete, ed erano talmente piccoli da essere a stento visibili. In sosta ne osservai uno per quindici minuti, lo guardavo muoversi e ne ammiravo il colore rosso brillante.
Come ci si potrebbe mai annoiare con così tante belle cose da vedere e sentire? Questa fusione con l’ambiente, questa percezione ultrapenetrante, ci diedero una sensazione di appagamento quale non avevamo sperimentato da anni”.

In questi brani appaiono evidenti le caratteristiche che costituiscono l’esperienza visionaria dell’arrampicatore: la travolgente bellezza di molti oggetti ordinari – nuvole, granito, neve – nell’esperienza dell’arrampicatore, una sensazione di rallentamento e quasi di scomparsa del tempo, una sensazione di appagamento, una sensazione oceanica di suprema bastevolezza del presente. Sebbene tenui nella sostanza, queste sensazioni sono abbastanza forti da intromettersi potentemente nel mezzo di situazioni pericolose e da rimanere là, rimpiazzando temporaneamente persino l’apprensione e la spinta a ottenere il risultato.

Le parole di Chouinard cominciano a darci un’idea dell’origine e del carattere di queste esperienze. Inizia facendo riferimento ai “sensi più ricettivi”. Che cosa ha reso più ricettivi i loro sensi? Il tutto sembra direttamente collegato a quello che stavano facendo, per loro era la settima giornata consecutiva di assoluta concentrazione. Arrampicare tende a indurre esperienze visionarie. Dovremmo indagare quali siano le caratteristiche dell’arrampicata che predispongono a queste esperienze.

L’arrampicata richiede profonda concentrazione. Non conosco nessuna altra attività in cui un intero pomeriggio possa facilmente essere cancellato, senza nessuna traccia. O un rimpianto. Mi sono piombate in testa bufere, e pareva che fossi addormentato, anche se so che per tutto il tempo sono stato in preda a una profonda concentrazione, attento a pochi metri quadrati di roccia e poi a quelli successivi. Sono uscito a fare boulder e sono tornato trovando che lo stufato era bruciato. A volte in pianura quando è difficile lavorare sono invidioso della facilità di concentrazione che si ha arrampicando. Questa concentrazione può essere intensa, ma non ha la stessa intensità dei momenti visionari, è solo un prerequisito.

Alessandro Gogna sulla via degli Svizzeri al Grand Capucin, 1967. Questa è la prima delle tre illustrazioni che corredavano l’articolo sulla Rivista Mensile del CAI. Foto: Ilio Pivano
Alessandro Gogna sulla via degli Svizzeri al Grand Capucin, 1967. Foto: Ilio Pivano

La concentrazione non è continua, è spesso intermittente e sporadica, a volte ciclica e ritmica. Dopo aver fronteggiato per un po’ i pochi metri quadri di roccia che ci stanno davanti, la corda finisce ed è tempo di fare sosta. Il tempo in sosta è un intermezzo nella concentrazione, un’interruzione, una piccola possibilità di rilassarsi. Lo scalatore passa da una postura aggressiva e produttiva a un’altra passiva e percettiva, da agente a osservatore, e di fatto da artista a visionario. La giornata di arrampicata si svolge attraverso un ciclo di arrampicata-sosta-arrampicata-sosta con una serie regolare di concentrazioni e rilassamenti. Ed è di uno di questi momenti di rilassamento che Chouinard sta parlando. Quando gli arti si appoggiano alla roccia e i muscoli si contraggono, anche la volontà si concentra, mentre in sosta, legati a un arbusto di quercia, i muscoli si rilassano e anche la volontà, che era rimasta concentrata sui movimenti, si espande e torna a vedere il mondo, che appare nuovo e luminoso, creato di fresco, perché prima aveva davvero cessato di esistere. Per contrasto, lo svantaggio delle abituali attività a basso impegno è che non riescono a mettere il mondo fuori dalla porta, il mondo non cessa quindi di essere familiare e finisce per essere di conseguenza ignorato. Arrampicare concentratissimi significa escludere tutto il mondo: e quando riappare sarà un’esperienza strana e meravigliosa nella sua novità.

Il rilassamento in sosta non è totale: l’arrampicata non è finita, ci sono ancora tiri davanti, persino il più difficile, potrebbero volerci ancora giorni. Ci accorgiamo che se il ciclo di intensa contrazione prosegue, e quando questo ciclo diventa routine quotidiana, il rilassamento in sosta produce esperienze visionarie più frequenti e intense. Non è un caso che l’esperienza riferita da Chouinard sia accaduta alla fine dell’arrampicata: stava ponendo i suoi presupposti da sei giorni. La cima, troncando il ciclo e regalando la liberazione finale dalle tensioni, dovrebbe offrire all’arrampicatore alcuni dei momenti più intensi e uno sguardo alla letteratura dimostra che è proprio così. La vetta è anche una liberazione dal deserto sensoriale dell’arrampicata: dalla nuda concentrazione sulla configurazione della roccia passiamo alle ricchezza estetica della cima. Ma c’è ancora la discesa di cui preoccuparsi, un’altra contrazione della concentrazione a cui seguirà un rilassamento alla base della parete.
Seduti su un tronco ci togliamo le scarpe da arrampicata e infiliamo gli scarponi. Guardiamo la valle e siamo pervasi da un’oceanica sensazione di lucidità, distacco, unione e fusione. E’ ciò che resta tra una scalata e la successiva, da un giorno sulle bollenti chiare pareti a quello successivo, tuttavia segnato da sere scure come la pece a Camp 4.

Gian Piero Motti in artificiale all’Orrido di Chianocco (Valle di Susa). Questa è la seconda delle tre illustrazioni che corredavano l’articolo sulla Rivista Mensile del CAI. Archivio Gian Piero Motti.
Gian Piero Motti in artificiale all'Orrido di Chianocco (Valle di Susa)

Quando un percorso è stato tracciato diviene più familiare ed è più facile seguirlo una seconda volta, e lo diventa ancor di più in viaggi successivi. La soglia è stata abbassata. La pratica giova sia alla facoltà visionaria dell’arrampicatore che alla sua tecnica in fessura. E si applica anche al di fuori delle scalate. Secondo John Harlin, anche se lui sta parlando di desideri e non di visioni, l’esperienza può essere “presa in prestito e proiettata”. Si applicherà alla vita dell’arrampicatore in generale, alle sue ore banali in pianura, ma sarà stata l’arrampicata a insegnargli a essere visionario. Se non vogliamo darci troppa importanza, nel prepararci consapevolmente a un’esperienza visionaria, sarà bene ricordare che la bellezza incredibile delle montagne è sempre a portata di mano, sempre pronta a sospingerci nella consapevolezza.

L’ampiezza di questi cicli è molto variabile. Anche se il ciclo della lucidità si chiude tra un tiro e l’altro, altre volte ci vogliono giorni per chiudere un intero ciclo, altre volte ancora la cosa può essere quasi istantanea, come quando tirando un appiglio dopo un istante di incertezza e dubbio, senti all’improvviso il calore del sole attraverso la maglietta e senza esitare ti allunghi alla presa successiva.

Non è detto che l’alterazione della percezione sia intensa. Un piccolo cambiamento può essere egualmente profondo. Il divario tra guardare senza vedere e guardare avendo una vera visione è a volte talmente piccolo che possiamo passare da uno stato all’altro molte volte, nella vita di tutti i giorni.
Ulteriori innalzamenti della facoltà visionaria sono rappresentati da percezioni più profonde di ciò che è già sotto i nostri occhi. La visione è vedere intensamente. La visione è vedere quello che è profondamente compenetrato, e seguire questo processo porta a una maggiore consapevolezza dell’ambiente, intuitiva piuttosto che scientifica. Un’ecologia alla John Muir, che parte non dal concetto generale di alberi, rocce, aria, ma piuttosto proprio da quel dato albero con quel nodo sul tronco, dalle rocce come le vide Chouinard, supremamente distaccate e distanti, riflettenti la loro luce perfetta, e da quell’aria che soffia pulita e rovente dal deserto orientale e che quando si riversa sul bordo della valle per proseguire verso il Pacifico porta la fragranza dei campi di neve del Dana Plateau e delle interminabili cime degli alberi di Toulomne.

Gian Piero Motti sulla parete sud-est del Becco Meridionale della Tribolazione, via Grassi-Re. Questa è la terza delle tre illustrazioni che corredavano l’articolo sulla Rivista Mensile del CAI. Archivio Gian Piero Motti.
Gian Piero Motti sulla parete sud-est del Becco Meridionale della Tribolazione, via Grassi-Re

Le alterazioni visionarie nella mente degli arrampicatori hanno una base fisiologica. L’alternanza di speranza e paura di cui si parla nei loro racconti descrive stati emotivi che hanno una base biochimica. Questi meccanismi psicologici sono stati utilizzati per millenni da profeti e mistici, e solo per pochi secoli dagli scalatori. Due meccanismi complementari operano indipendentemente: il livello di anidride carbonica e quello della decomposizione dell’adrenalina: il primo derivante dallo sforzo fisico ed il secondo dall’apprensione. Durante la fase attiva dell’arrampicata l’organismo è sottoposto a un duro lavoro: aumenta la concentrazione di CO2 (debito di ossigeno) e si rilascia adrenalina in previsione di difficoltà o movimenti pericolosi, in modo che quando l’arrampicatore approda alla sosta alla fine del tiro si ritrova in debito di ossigeno e con una scorta di adrenalina non necessaria. Il debito di ossigeno si manifesta nei muscoli sotto forma di acido lattico, un vero veleno cellulare, che potrebbe anche essere quello che provoca visioni mentali. L’attività visionaria può essere indotta sperimentalmente somministrando CO2, e questo fenomeno potrebbe spiegare il ruolo del canto in ipoventilazione nelle chiese medioevali così come del controllo della respirazione nelle religioni orientali. L’adrenalina, trasportata dalla circolazione sanguigna in tutto il corpo, è un prodotto instabile se non utilizzato, e presto comincia a decomporsi formando altre sostanze chimiche, la cui struttura ricorda da vicino alcune droghe psichedeliche, che potrebbero aiutare a mettere in luce il meccanismo di azione di questi agenti di espansione mentale. Vediamo che l’attività fisica di arrampicare accoppiata con l’ansia, produce dei cambiamenti chimici nel corpo che sono prodepeutici all’esperienza visionaria. C’è un altro fattore con azione a lungo termine che potrebbe cominciare a rivelarsi nel racconto di Chouinard: l’alimentazione. Sia il semplice digiuno sia la carenza di vitamine tendono a preparare il corpo, apparentemente indebolendolo, all’esperienza visionaria. Questa insufficienza vitaminica provoca un basso livello di acido nicotinico, una delle vitamine del complesso B e noto agente antipsicotico: quindi anche questo fattore alimenterebbe l’esperienza visionaria. Chouinard accenna più volte nel suo racconto alle razioni alimentari ridotte. Per un ulteriore disamina dei meccanismi fisiologici che conducono allo stato visionario, ci sono due saggi di Aldous Huxley: Le porte della percezione e Paradiso e inferno.

Esiste un’interessante relazione tra lo stato visionario dell’arrampicatore e la sua controparte nella subcultura limitrofa dei consumatori di droghe. Queste droghe sono sempre più comuni e molti giovani per la prima volta nella storia arrivano all’arrampicata da un punto di vista già avvantaggiato sull’esperienza visionaria. A queste droghe sono stati attribuiti una serie di nomi erronei sulla base di falsi modelli di azione: psicotomimetici, per la supposta capacità di simulare psicosi, e allucinogeni, visto che le allucinazioni erano ritenute la realtà centrale dell’esperienza da loro indotta. Il loro nome attuale significa invece semplicemente manifestazione della mente, concetto finalmente naturale. Queste droghe forniscono alla gente una finestra aperta sull’esperienza visionaria. Essi ritornano dall’esperienza sapendo che esiste un luogo dove gli oggetti delle sensazioni ordinarie ricordano loro molte esperienze spontanee o di picco e in questo modo confermano o danno luogo a nuove serie di osservazioni. Ma finisce tutto qui. Non c’è ritorno alla realtà intensificata, alla suprema sufficienza del momento presente. La finestra si è richiusa e non può essere nemmeno più ritrovata senza ricorrere alla droga.

Doug Robinson fotografa Galen Rowell per un articolo per il National Geographic Magazine sulla prima salita hammerless della Regular all’Half Dome, 1974. Foto: Dennis Hennek.
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Non sono affatto disposto a dire che i consumatori di droghe comincino ad arrampicare per cercare quella finestra. Non potrebbe venir loro in mente. Chiunque non sia avvezzo a un’attività fisica disciplinata potrebbe avere dei problemi a immaginare che essa produca qualcosa di più che semplice sudore. Ma quando due culture si sovrappongono, e un giovane arrampicatore comincia ad accorgersi della similitudine tra i risultati visionari risultanti dalla sua disciplina arrampicatoria e la sua precedente vita visionaria indotta dalle droghe, allora è sulla soglia del controllo. Ora c’è un chiaro percorso di disciplina, che conduce alla finestra. Consiste in deserto sensoriale, nello sforzo intenso e concentrato, in cicli alternati di concentrazione e rilassamento. Questo percorso non è esclusivo dell’arrampicata, naturalmente, ma qui noi stiamo riflettendo sulle peculiarità che gli elementi del percorso assumono in essa. Io lo chiamo la lenta strada benedetta, perché anche se abbisogna di tempo e di sofferenza, è una via allo stato visionario che non gode di facilitazioni, e nel seguirla l’arrampicatore si ritroverà meglio preparato ad apprezzare la visione in sé, e nel ritornare gradualmente e con gli occhi ben aperti allo stato ordinario di veglia conserverà il ricordo di dov’è la finestra, come aprirla, e porterà con sé alcune delle esperienze vissute.

La lenta strada benedetta garantisce che l’anima dell’arrampicatore, temprata dalla grande esperienza che ne ha fatto un visionario, sia stata affinata in modo da poter gestire la sua attività visionaria rimanendo equilibrato ed attivo (l’emarginazione, che è sostanzialmente uno stato improduttivo, è il risultato di un’esagerata attività visionaria priva di una corrispondente crescita della personalità). L’arrampicata che lo ha preparato a essere un visionario lo ha anche preparato a gestire le sue visioni. Questo non è tuttavia un cambiamento così drammatico. All’inizio è simile al vedere invece che semplicemente guardare. Per sperimentare un cambiamento permanente nella percezione possono essere necessari anni di disciplina.

Doug Robinson. Foto: Shawn Reeder
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Un potenziale trabocchetto è percepire la disciplina de la lenta strada benedetta secondo la ferrea tradizione dell’etica protestante: non può funzionare. L’arrampicata fornisce tutto il necessario rigore della disciplina senza che sia necessario aggiungerne. E quando la facoltà visionaria emerge, quello che è necessario non è un ulteriore sforzo di disciplina ma uno sforzo di rilassamento, una sottomissione al mondo così meraviglioso, consolatorio e pervasivo.

Ho cominciato a prendere in considerazione queste idee nel 1965 in Yosemite con Chris Fredrick. Avvertendo una similitudine di esperienze, o perlomeno un approccio simile alle esperienze, siamo stati seduti a discorrere molte notti insieme, al limitare del campo degli scalatori, e abbiamo trascorso alcuni giorni sperimentando le nostre parole nella gioia del movimento al sole. Chris ha cominciato a interessarsi al Buddismo Zen, e quando mi ha detto della sua religione orientale sono rimasto stupito di non aver mai sentito parlare in precedenza di un sistema che calzava così perfettamente alla realtà circostante senza che fosse necessario nessun aggiustamento o stiracchiamento. Se ben ricordo non abbiamo mai menzionato l’esperienza visionaria in quanto tale, anche se nella sostanza non è stata mai lontana dalle nostre riflessioni. Siamo penetrati in uno di quegli stati mentali paralleli al punto che ora per me è difficile riferire che cosa tirammo fuori. Abbiamo cominciato a considerare certi aspetti dell’arrampicare come il corrispettivo occidentale di pratiche orientali: i precisi e ripetitivi movimenti dell’assicuratore nel dare corda, l’avvicendarsi cadenzato dei piedi nella marcia nei boschi, persino il ritmico movimento dell’arrampicata su terreno facile e regolare, si avvicinavano alle pratiche di meditazione e controllo del respiro. Sia la parte laboriosa che quella visionaria dell’arrampicata sembravano ben adatte a liberare l’individuo dal concetto di se stesso, la prima ridimensionando le sue ambizioni e la seconda mostrandogli di essere solo una parte di un universo genialmente integrato. Abbiamo visto emergere, l’uno nel volto dell’altro, la visione con la sua mescolanza di gioia e serenità, e rientrando dalle scalate ci siamo sentiti spesso come bambini nel giardino dell’Eden: indicavamo, facevamo cenni e ridevamo. Abbiamo esplorato momenti senza tempo e ci siamo stupiti quando la consapevolezza ordinaria era sospesa, mentre la facoltà visionaria era in essere. Ci è accaduto di non rammentare questi momenti di vera felicità e pace: tutto quello che restava – dopo – era la consapevolezza che c’erano stati ed erano stati belli: gli abituali dettagli della memoria erano svaniti. Successe anche a gran parte delle nostre conversazioni: ricordo solo che parlammo e comprendemmo delle cose. Credo che fu nel corso di queste conversazioni che fu piantato il primo seme del concetto dell’alpinista come visionario.

William Blake ha parlato dell’esperienza visionaria dicendo: “Se le porte della percezione fossero sempre dischiuse tutto apparirebbe all’uomo com’è: infinito”. Inciampando nelle porte dischiuse l’arrampicatore si meraviglia di ritrovarsi nella condizione privilegiata di trovarsi faccia a faccia con l’universo. Trova la risposta nella sua attività e nella chimica della sua mente e comincia ad accorgersi che sta applicando in modo speciale alcune antichissime tecniche di apertura mentale. La visione di Chouinard non è stata un caso: è il risultato di giorni di arrampicata. Chouinard era temprato dalle difficoltà tecniche, dolore, apprensione, disidratazione, sforzi, deserto sensoriale, stanchezza, in una parola dalla graduale perdita del sé. Basta solo copiare gli ingredienti, per consegnarsi ad essa. Gli ingredienti conducono alla porta. Non è necessario raggiungere il livello tecnico di Chouinard, pochi possono farlo, è sufficiente il suo livello di impegno. Non è necessario scalare El Capitan per essere visionari: io non l’ho mai fatto ma arrampicando cerco di spingermi al mio limite, di scalare cose per me problematiche. In questo modo noi tutti attraversiamo questo confine etereo – ognuno il suo – e ci inoltriamo nello stato di visione. Per quanto esso possa essere descritto precisamente, rimane sostanzialmente elusivo. Non diventerete un giorno visionari per rimanerlo per sempre. E’ una condizione nella quale si entra e si esce raggiungendola con sforzi mirati o spontaneamente, in momenti voluti dal caso. Stranamente non è il frutto di un lavoro conscio, ma arriva come il sottoprodotto di uno sforzo in un’altra direzione e su un altro piano. Vive il suo ghiribizzo momentaneo o indugia sospesa nell’aria, arrestando il tempo nel suo divenire, per un attimo momentaneamente eterna, come quando conclusa l’ultima corda doppia vi voltate e siete sopraffatti dalla meraviglia verde della foresta.

Doug Robinson, autore di The alchemy of action, ha aperto un considerevole numero di vie nuove sia su roccia che su ghiaccio. E’ considerato il “padre del clean climbing”. Per saperne di più su Doug Robinson consulta http://movingoverstone.com/ (in inglese).

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New-trad generation

New-trad generation
di Marco Blatto
(pubblicato sull’Annuario del GISM 2013-2014, per gentile concessione)

Ho iniziato a praticare l’alpinismo e ad arrampicare nel periodo post-Nuovo Mattino, alla fine degli anni Settanta. Sono cresciuto con il mito del free-climbing, cui personalmente ho sempre attribuito il significato di arrampicata senza l’uso dei mezzi artificiali, piazzando le protezioni amovibili e limitando l’utilizzo dei chiodi “tradizionali”. Pur ricevendo da adolescente una formazione “classica” a un corso di alpinismo organizzato dalle guide di Courmayeur, diretto dall’indimenticabile Cosimo Zappelli, ho viaggiato da autodidatta nel mondo dei nut, degli excentric, dei friend e delle scarpette a suola liscia. Fu proprio l’avversione alle scarpette a suola liscia da parte di alcuni alpinisti “per bene” di allora, a mostrarmi l’esistenza di un confine tra l’alpinismo tradizionale e il diffondersi della filosofia del free-climbing.

Marco Blatto
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Ricordo benissimo un episodio nei primi anni Ottanta, quando, giovanissimo aiuto istruttore in un corso di alpinismo del CAI, commisi di fronte a tutti il mio primo atto blasfemo. Durante un’uscita del modulo d’introduzione all’alpinismo (eravamo in palestra), un istruttore assicurato da un’allieva s’impegnò su una breve parete di quinto grado. Dopo aver alquanto faticato nel superare una placca con pochi appoggi (ovviamente indossava gli scarponi) tentò invano di piantare un chiodo in una fessura verticale laddove si sarebbe potuto agevolmente piazzare un proibitissimo friend. Il chiodo, non di misura, schizzò fuori dalla fessura al terzo colpo di martello, lasciando l’istruttore alla mercé del vuoto e delle gambe tremolanti. Seguirono istanti d’apprensione da parte dei presenti che non si accorsero che mi ero defilato per togliermi gli scarponi e indossare le “scarpette”. In pochi secondi salii così la paretina slegato fino a una pianta che sporgeva dalla sommità, e vi buttai giù appena in tempo una corda al malcapitato. Il fortuito salvataggio scatenò le ire dei tradizionalisti, forse non molto interessati al fatto che si era evitato un probabile incidente.

Eppure arrivavo dall’alpinismo, usavo con disinvoltura gli scarponi e sapevo piantare i chiodi benissimo. Semplicemente, accettavo che vi era il momento per gli scarponi e per i chiodi e vi era quello per le scarpette e le protezioni amovibili. Il free-climbing, almeno come lo avevamo inteso noi, non escludeva l’uso dei chiodi “tradizionali” seppur limitati ad alcune circostanze. Non si trattava insomma di un’etica propriamente “clean”. Occorre dire, per dovere storico, che il clean-climbing ovvero l’arrampicata senza l’uso del martello e dei chiodi (hammerless), prerogativa per lo più britannica, si era diffusa negli Stati Uniti come reazione a un periodo esasperato di artificialismo negli anni ’60.

L’uso massiccio di chiodi a pressione e talvolta anche lo scavo di appigli, aveva provocato come reazione numerose schiodature e la progressiva introduzione dell’uso di protezioni amovibili. Scalare in clean climbing non significava, però, deprecare la progressione in artificiale. Ecco perché il fenomeno del free-climbing, “l’arrampicata libera”, è da considerarsi una sorta di passo successivo. In ogni caso, almeno sulle Alpi occidentali, la diffusione del free-climbing verso la metà degli anni ’70, si colorò di elementi che potremmo definire “tradizionali” e tutt’altro che “total clean”.

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La vicinanza culturale alla Francia favorì poi, nel giro di pochi anni, la diffusione di un vento “sportivo” e l’introduzione dello spitroc, il nuovo erede del chiodo a pressione. Per quanto riguarda la mia generazione, formatasi soprattutto nei primi anni ’80, testimonio che non vi fu una particolare difficoltà ad accettare il “nuovo” integrandolo nella cosiddetta “tradizione”. La maggior parte degli scalatori “top” torinesi, passava con disinvoltura dalle vie di Michel Piola sul Monte Bianco, al free-climbing nostrano della Valle dell’Orco e alle falesie di grido della bassa Valle di Susa. Certo, ciascuno seguiva le proprie preferenze senza però rispondere a una coscienza etica vera e propria.

Quando l’arrampicata diventò “sportiva” a tutti gli effetti con l’affermazione delle prime competizioni, ci si espresse pro o contro le gare ma, al più, non si colse l’avvento di questa disciplina, anche fine a se stessa, come un pericolo diretto per le sorti dell’alpinismo. Era chiaro fin da subito che il mondo delle competizioni avrebbe seguito una via autonoma tagliando progressivamente le radici culturali con l’attività in ambiente naturale. Fu piuttosto il metodo d’introduzione del nuovo chiodo a pressione a creare delle divergenze di pensiero.

Lo spit decretava non tanto una nuova “morte dell’impossibile” ma poneva in primo piano il superamento del grado (quindi un’idea comunque sportiva della scalata) eliminando la zavorra della componente psicologica. La stampa, anche specializzata, ci mise ovviamente del suo, e non fu difficile creare una certa confusione. Chi praticava l’arrampicata sportiva in falesia, quindi in libera ma totalmente protetta, era definito genericamente un free-climber, dimenticando e stravolgendo ciò che quel termine aveva significato in senso filosofico e tecnico. Altri, ancora più maldestramente, iniziarono a definire sia gli assertori del free-climbing sia dell’arrampicata sportiva, come “sassisti”.

Adam Bailes lotta contro Fat Tony, Valle del Orco
NewTradGeneration-Adam Bailes lotta contro Fat Tony, Valle del Orco

Ricordo un giorno, nel 1984, che recatomi in un noto negozio torinese di articoli per la montagna per acquistare un nuovo imbrago il negoziante mi chiese: per alpinismo o per sassismo? Risposi: «Beh! Per tutto!». Ci fu chi, come il sottoscritto, s’impose delle regole basate sulla propria sensibilità, creando una precisa divisione mentale delle varie attività e confinandole in ambienti ben definiti. Nelle mie “aperture” in falesia utilizzavo senza remore lo spit ravvicinato piazzandolo dall’alto, nell’apertura delle vie di più tiri di medio-fondovalle, piantavo lo spit salendo dal basso e limitandolo alle sole sezioni non proteggibili. In montagna infine, avevo deciso di non utilizzare lo spit. Accettavo appieno la legittimazione dell’arrampicata sportiva in falesia e vedevo nel parsimonioso uso del chiodo a espansione una buona mediazione per l’arrampicata su certi tipi di terreno (quello che sarebbe stato definito poi in modo generico “terreno d’avventura”). Lo bandivo del tutto, invece, dalla mia idea di “avventura” in montagna. Può apparire una distinzione grossolana forse ma in qualche modo tentavo di perseguire un ordine etico. Più severi e privi di sfumature erano i britannici che dopo l’avvento del fenomeno “sportivo” vedevano due discipline ben distinte: sport-climbing e trad-climbing. È superfluo dire che la prima non riscontrasse un gran favore in terra d’Albione, da sempre contraria all’uso del chiodo espansione e appena tollerante nei confronti di quello “tradizionale”.

Il trad-climbing era la tecnica preferita dai britannici, un’arrampicata “tradizionale” in ottica “clean” che aveva raggiunto dei livelli di estrema severità etica in alcune zone delle Gran Bretagna, come in Galles o nel Peak District. Sulle Alpi occidentali dalla fine degli anni ’80 prese a diffondersi il cosiddetto fenomeno dell’arrampicata plaisir che, personalmente, ho sempre considerato una degenerazione dell’arrampicata sportiva. Quest’ultima, infatti, nell’accezione originaria prevedeva il superamento di una difficoltà obbligatoria seppur protetta in modo adeguato. Alcune aperture cosiddette “moderne” degli anni ’90 avevano peraltro seguito un’etica abbastanza severa, pur importando l’uso sistematico dello spit sulle placche compatte: foratura con il trapano salendo dal basso, senza fermata su punti artificiali e grado obbligatorio alto.

Marco Blatto
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Il “plaisir” partiva da una filosofia completamente opposta, che consisteva sostanzialmente in una chiodatura ravvicinata e in un grado obbligatorio molto basso. Inutile dire che in tal modo si garantiva la riuscita della via a qualsiasi ripetitore, né più né meno che la progressione da chiodo a chiodo sulle staffe che tante reazioni aveva scatenato nell’ambiente negli anni Sessanta. È anche facile intuire come questa sorta di “democrazia della salita” abbia trovato rapida espansione anche in ambienti “di montagna”, con grande soddisfazione di guide alpine e rifugisti, talvolta addirittura con il sostegno di enti e aziende di soggiorno che hanno intuito l’affare di un allargamento della potenziale fascia di frequentatori di pareti di fondovalle o situate in prossimità di strutture turistico-ricettive.

Al contempo, la minoranza che ha continuato a sostenere la necessità di preservare uno spazio d’avventura, dove il rischio fosse considerato un elemento del gioco dell’alpinismo e della scalata, è stata spesso indicata come un cenacolo di aspiranti suicidi da sottoporre alla pubblica gogna dell’opinione pubblica, spesso disinformata ed estranea al mondo dell’alpinismo. La libertà di rischiare è divenuta inoltre un disvalore da combattere non soltanto con la legittimazione del massiccio “intervento tecnologico” ma anche con divieti e sanzioni che rischiano di creare una pericolosa giurisprudenza.

Come spesso accade nella storia dell’alpinismo, che se avesse una rappresentazione grafica potrebbe essere paragonata a una curva sinusoidale, a eccessi di tecnologia hanno sempre fatto seguito movimenti di forte opposizione d’opinione, d’entità uguale e contraria. Il periodo delle direttissime a “goccia d’acqua”, per quanto deprecabile, ebbe almeno dalla sua una pratica limitata agli alpinisti di punta e una certa laboriosità nel piazzamento realizzato a mano e salendo dal basso.

La concezione dello “spit plaisir”, invece, prevede nella maggior parte dei casi “cantieri” approntati dall’alto con l’utilizzo del trapano, cui si accompagna un’opera di pulizia e di disgaggio. Seppure con un uso più limitato (ma ugualmente inutile), lo spit ha costituito l’innesco della reazione che è partita nel 2010 nella Valle dell’Orco in provincia di Torino, ultima riserva di un’arrampicata “tradizionale” con ancora salde radici in quel free-climbing degli anni Settanta e Ottanta. Alcune fessure, infatti, erano state addomesticate da solidi spit con l’intento di migliorare la sicurezza delle vie, scatenando in breve una serie di schiodature anonime. A queste azioni, certamente opera di alcuni scalatori “locali”, si è però affiancato il plauso di numerosi scalatori europei frequentatori della valle, che avevano visto nell’anomalia delle fessure protette un fenomeno tutto italiano. Com’era prevedibile, si è determinata in breve una dura contrapposizione tra i sostenitori dello spit e i difensori della “tradizione”, e ha iniziato a circolare il termine trad-climbing per promuovere un’arrampicata “clean” praticata per lo più in fessure proteggibili.

È facile intuire come sia stato difficile far calzare alla Valle dell’Orco questo termine preso in prestito dalla tradizione britannica dove, per “traditional climbing”, s’intende un’arrampicata che ha mal tollerato anche l’utilizzo occasionale di chiodi “tradizionali”. Va rilevato quindi che, inizialmente, il pretesto “trad” è servito soprattutto per porre un freno alle richiodature snaturanti che molte vie stavano subendo in valle. In un secondo tempo però, grazie anche al Trad Climbing Meeting organizzato dal CAAI a Ceresole Reale (TO), si è diffusa una concezione più purista e “inglese” della scalata, con la ricerca di brevi fessure che in tanti anni di esplorazione su quelle rocce non erano neppure state prese in considerazione dai top-climber locali. Questo si deve anche alla partecipazione nelle varie edizioni di fuoriclasse in questo stile, primi fra tutti Toni Randall e Pete Whittaker

Pete Whittaker su Greenspit, Valle dell’Orco. Foto Michele Caminati
NewTradGeneration-Pete Whittaker su Greenspit copia
Si è infine proposto, tra gli addetti ai lavori, un termine più consono al nuovo fenomeno: il new-trad, che supera connotazioni storico-locali dell’arrampicata aprendo una fase nuova per una disciplina che a livello tecnico-fisico, ha in sé parte dell’esperienza della “scalata sportiva” e del bouldering. Svolgendosi per lo più in fessura, il new-trad ha come roccia d’elezione il granito e i suoi derivati, e accanto a siti noti come la Valle dell’Orco o Cadarese stanno nascendo nuovi terreni di gioco. Personalmente, poiché legato a un’arrampicata “tradizionale” nel senso più nostrano del termine, non sono particolarmente interessato al new-trad come a un’ennesima diversificazione specialistica del mondo verticale. L’aspetto maggiormente interessante è quello etico e psicologico. Il “vento trad” che ne deriva direttamente, favorisce una sempre maggiore coscienza critica nei confronti dello spit “inutile” e della banalizzazione della scalata. Rifiutando la riuscita ad ogni costo garantita dallo spit, si può concentrare la propria azione sull’incertezza della riuscita e su una maggiore consapevolezza dei propri limiti. Il rischio assunto non più come un elemento estraneo alla scalata ma accettato responsabilmente, diviene al contempo una libertà di scelta individuale. Ho inteso chiudere questa mia breve dissertazione con una sorta di piccolo dizionario, sperando che possa contribuire a fare chiarezza tra chi è meno avvezzo ai fenomeni e alle vicende odierne del mondo verticale, con la certezza, che sia della massima importanza saper intercettare e conoscere quegli aspetti etico-morali che nel prossimo futuro influenzeranno il mondo dell’alpinismo.

Arrampicata tradizionale: nel senso più “nostrano” del termine, si può così genericamente indicare quella scalata che non prevede la foratura della roccia per la posa di protezioni a espansione. Tenendo conto dell’evoluzione storica dei materiali, essa annovera la possibilità di piazzare chiodi tradizionali da fessura, se necessario, e protezioni amovibili come nut e friend.

Trad-climbing: termine anglosassone che designa una scalata sostanzialmente “hammerless” (senza martello e chiodi o protezioni fisse) quindi non identificabile in senso stretto con la nostra “arrampicata tradizionale”.

Free-climbing: di questo termine si è spesso abusato, generando una confusione di ordine tecnico, storico e filosofico. Letteralmente “arrampicata libera”, è stato talvolta identificato con l’arrampicata sportiva, con cui, in realtà, condivide solo il tipo di progressione: senza l’uso di mezzi artificiali. Affermatosi verso la metà degli anni Settanta, quando lo spit era ancora poco diffuso, ebbe connotati filosofici ed etici distanti anni luce dall’odierna arrampicata in falesia. Si può affermare che il free-climbing, in questo senso inteso, si esaurì con l’avvento delle competizioni e dell’arrampicata “sportiva”, a metà degli anni Ottanta.

Clean-climbing: ovvero una scalata “pulita” che non lascia traccia di protezioni fisse. Nei paesi anglosassoni questo termine può identificarsi con il trad-climbing.

New-trad: arrampicata “clean”, generalmente su brevi lunghezze fessurate, con un’etica precisa circa la posa delle protezioni e di eventuali soste fisse.

Terreno d’avventura: s’intende con questo termine una categoria dell’arrampicata abbastanza “allargata” e variegata, che comprende idealmente tutte le voci citate in precedenza, più le vie dove vi sia una presenza anche degli spit, ma parziale o particolarmente distanziata e pericolosa. In questa categoria rientrano ovviamente tutte le vie in roccia di stampo “alpinistico”, in cui l’ambiente, anche di bassa quota, comporti dei pericoli oggettivi.

Arrampicata sportiva: è l’arrampicata sui “monotiri” con chiodatura fissa, sicura e sufficientemente ravvicinata, in settori (falesie) dove non sussiste alcun tipo di pericolo oggettivo.

Arrampicata sportiva agonistica: è la scalata il cui fine è la competizione nelle tre diverse discipline: lead (difficoltà), speed (velocità) e boulder. È praticata esclusivamente su strutture artificiali ed è “figlia” dell’arrampicata sportiva.

Marco Blatto
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Arrampicata plaisir: con questo termine sono generalmente designate quelle vie di più lunghezze con chiodatura fissa e ravvicinata, con grado “obbligatorio” molto basso, il cui scopo è eliminare quasi del tutto l’elemento psicologico e il rischio a favore del puro divertimento.

Green-point: è la salita di una via con attrezzatura fissa in posto, senza però utilizzarla, facendo in alternativa.

Marco Blatto
Marco Blatto, Testimonial e Accademico del Gism, è membro dell’Alpine Climbing Group britannico, del Groupe de Haute Montagne de Chamonix (GHM), Capogruppo dei “Rocciatori Val di Sea” e Istruttore Federale di arrampicata sportiva.

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Il rischio, sentinella invisibile – 2

Il rischio, sentinella invisibile – 2
di Ivan Guerini
(tratto da Annuario CAAI 2009, per gentile concessione)

 

Il rischio dell’incognita intatta
Confrontando però la tipologia d’effettuazione di quelle salite con la solitaria del Diedro Conforto in Marmolada compiuta da Heinz Mariacher nell’estate del 1979 senza averlo percorso in precedenza, ci si accorge di come in quest’ultima sussistano due difficoltà in più, l’incognita e l’imprevedibilità che impediscono di poter “addomesticare” le esperienze verticali e si tratta di impedimenti sostanziali mancanti nelle realizzazioni sopracitate.

Il fatto di rischiare non dipende dall’essere poco assicurati in cordata, autoassicurati o slegati da soli, forniti o del tutto privi di mezzi tecnici che in casi estremi si potrebbero utilizzare, ma soprattutto dall’incognita intatta che s’incontra affrontando una salita senza immaginare ciò che ci aspetta, di cui fanno ovviamente parte lo stato di compattezza e d’instabilità della roccia con le possibilità d’assicurazione a loro annesse e che riflettono inevitabilmente le capacità effettive degli arrampicatori.

Un tempo questo veniva espresso con considerazioni di questo tipo: Mi sono messo nei pasticci… Sono finito in un punto dal quale non riesco né a procedere né a retrocedere…

Oggi sappiamo che arrampicando a un certo punto si può udire una voce inevitabile come quella di una hostess di volo che ti indica d’essere entrato in un territorio dove sono incerti l’esito e la direzione da perseguire. Si tratta di situazioni che possono ricordare il racconto di Reinhold Messner in Ritorno ai Monti, davanti al passaggio chiave del Pilastro di Mezzo, enigma d’un punto cruciale che durante la prima ascensione di quell’itinerario suo malgrado si è trovato ad affrontare. Riflettendo sulle impressioni dell’autore di quella salita mi vien da pensare che quel passaggio, più che banco di prova d’un “rischio sfidato”, fu la pietra miliare d’un “limite di caduta” incontrato, attraversato e superato che, nella cinematografia di montagna, è ben rappresentato in Break on Through di Robert Carmichael. Dunque, nell’incognita intatta possiamo riconoscere un settimo elemento configurativo del rischio.

Dan Osman
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Sogno, Morte e Trasfigurazione
In un’intervista ad Hansjörg Auer, realizzata durante il Film festival di Trento, a proposito della sua solitaria integrale al Pesce in Marmolada compiuta in meno di tre ore (Hansjörg aveva già salito così anche Tempi Moderni), ci si accorge che raccontando egli nomina ripetutamente la parola “sogno”. Il fatto che i sogni per lui corrispondano a ciò che per molti sono veri e propri incubi o nella migliore delle ipotesi cimenti impegnativi all’estremo, invita a riflettere su ciò che i sogni rappresentano per gli arrampicatori in rapporto alle salite.

I sogni non sono un prodotto della volontà, ma sorgono inaspettati a liberare la mente dalle gioie e timori derivati dalle esperienze più forti, che ci hanno segnato proprio perché non immaginavamo di viverle. Dunque al sogno corrisponde soprattutto l’ignoto che unisce ciò che non ci si aspetta con ciò che di noi ancora non conosciamo.

Il fatto che Hansjörg Auer avesse salito il Pesce da solo dopo averlo percorso in precedenza in cordata e un giorno prima lo avesse addirittura disceso in doppia per studiarne i passaggi più impegnativi, e quindi si muovesse nell’ambito di una incognita ridimensionata, più che un sogno pare quasi la realizzazione d’uno stato ipnotico paragonabile al vuoto mentale della pratica meditativa Zen, la quale porta la psiche in condizioni di disancorarsi dagli stati emotivi.

Da taluni i sogni a “occhi aperti” sono ritenuti assai pericolosi perché anelano a realizzare nella realtà qualcosa che è a cavallo delle “esigenze fantastiche” di una “concretezza rischiosa”. Non a caso per la mitologia greca Hypnos (il Sogno) era fratello di Thanatos (la Morte) in quanto manifestazioni speculari, entrambe immateriali rispetto alla vita.

Mutuando il titolo inquietante della famosa opera di Richard Strauss Morte e Trasfigurazione, si potrebbe riconoscere anche nel rischio, in quanto “sentinella”, una potenzialità di trasfigurazione del decorso esistenziale, con le sue ripercussioni sulle esperienze di vita.

Quale fisionomia possiamo immaginare per la Morte, che trasforma in un istante gli individui nel ricordo che gli altri si portano dentro? lo scheletro alato nel film di Terry Gilliam Il Barone di Munchausen? il dialogo di Gassman con la “mietitrice della vita” ne L’armata Brancaleone di Mario Monicelli? la partita a scacchi di Max Von Sydow con la “signora del tempo” ne Il settimo sigillo di Ingmar Bergman?

In realtà i morti sono coloro che sono rimasti sconosciuti a chi non sa chi sono, e che tornano in vita nella psiche di chi si ricorda di loro: ciò che sarete voi noi siamo adesso… chi si scorda di noi, scorda se stesso…

 

Non parlare di Patrick Berhault (1957-2004) in un’analisi sul rischio sarebbe un errore imperdonabile, se si pensa che a motivarlo a intraprendere la “strada dell’alpinismo” fu proprio una strepitosa scivolata di 800 metri da una goulotte del Pelvoux, in Delfinato, dalla quale uscì per miracolo con la sola frattura del bacino. La seconda scivolata di 600 metri sulla parete del Taschhorn, causata dal crollo d’una cornice, gli fu invece fatale. Curioso è proprio il fatto che, dopo quella prima consistente esperienza di caduta, che a molti avrebbe fatto passare ogni voglia di recarsi in montagna, è seguita un’attività inarrestabile e sconfinata di ascensioni compiute in tutte le stagioni, la cui prerogativa sostanziale era l’incalcolabile e multiforme varietà di rischi e pericoli incontrati.

Durante la traversata delle Alpi (2000), gli capitò di trovare condizioni disagevoli su roccia più in autunno che in inverno, di affrontare difficoltà di misto che non aveva mai trovato, di uscire quasi in giornata da alte pareti invernali sulle quali preventivava di bivaccare e di considerare quasi come sentiero proprio il caso che inaspettatamente buttò all’aria tutta la sua pianificazione.

Di Patrick, l’infaticabile ragazzo dal fisico e dal carattere mediterraneo, si potrebbe dire che era il simbolo dell’’ammaestratore di rischi”, che conosceva e coi quali a un dato momento era certamente arrivato a dialogare ma, come accade a chi ha avuto tanto a che fare con l’istinto imprevedibile degli animali “feroci” e a un dato momento soccombe, anche a Berhault accadde qualcosa che proprio non immaginava d’incontrare.

Sono molti i casi di alpinisti solitari caduti più o meno prematuramente, ma a ben guardare pochi hanno commesso errori tecnici evidenti.

Derek Hersey (1957-1993) inglese trasferito in America dove viveva da “hippy” in una capanna piazzata su un albero, era assai stimato dagli arrampicatori statunitensi per l’etica delle sue solitarie integrali in Eldorado Canyon che affrontava da solo a vista sulle difficoltà massime che era in grado di salire in cordata (5.10 e 5.11) “exploit di grande volontà e auto-controllo che pochi hanno tentato di ripetere”. Fedele alle sue scelte etiche è deceduto precipitando in solitaria dalla Salathé-Steck al Sentinel Rock in Yosemite, pare a causa della pioggia che lo aveva sorpreso in parete – non si può dire che il suo modo d’arrampicare fosse pervaso da misticismo scriteriato.

Più appariscente ma meno limpido è stato Dan Osman (1963-1998), scalatore Navajo famoso per la spericolatezza delle sue solitarie integrali [5.11 e 5.12] e per le sue realizzazioni veloci a base di agilità e disinvoltura. Era anche specialista degli impressionanti salti nel vuoto noti come controlled free falling, che realizzava unendo più corde e dei quali deteneva il record (305 metri dalla Leaning Tower, Yosemite, lo stesso salto che gli sarebbe infine costata la vita per la rottura della corda per cause rimaste ignote). Dan fu duramente criticato sul web, forse per il fatto che i filmati delle sue salite ostentavano un atteggiamento spavaldo ed edonista, contaminato dalle moderne necessità mediatiche, che urtava la suscettibilità dei puristi, di coloro che trovano quelle difficoltà fin troppo impegnative già in cordata.

Anche del britannico Ben Heason, oltre alle difficilissime ripetizioni di vie in stile Hard Grit, colpisce la stridente continuità dello scalare in solitaria, slegato e senza conoscere i percorsi. Audace fin da bambino e abituato a controllare la paura che si prova spingendosi oltre i limiti fisici su itinerari al di sopra delle proprie potenziali capacità, in un’intervista afferma: “Quando caddi cercando di scalare un E6 a vista nel 1998, mi ruppi tutte e due le caviglie e assieme a loro la convinzione di essere invulnerabile“. Quell’esperienza lo portò a maturare l’idea di quanto fosse importante allenarsi per affrontare difficoltà anche più elevate “arrivando a rimanere calmo e spegnere le mie emozioni anche in situazioni audaci, per non lasciarsi condizionare dai pensieri di una possibile caduta“.

Mentre sto per concludere questa riflessione sul rischio, un amico mi informa della morte di John Bachar (1957-2009) formidabile arrampicatore della generazione successiva a Jim Bridwell, caduto da solo sulla falesia di Dike (Mammouth Lake). Negli anni Ottanta era considerato il più forte arrampicatore del mondo per i suoi concatenamenti in giornata (Capitan e Half Dôme in 14 ore con Peter Croft), e per i suoi leggendari runout. Bachar si schierò dichiaratamente contro lo spit, e in modo provocatorio, nel 1981, lanciò pubblicamente una sfida promettendo 10.000$ a chi fosse riuscito a seguirlo, da solo, per un giorno.

Come si possono interpretare le sue continue solitarie integrali? Forse a Bachar, considerato narcisista per le sua ostentazioni di bravura, non bastava più comunicare ad altri l’esempio delle sue realizzazioni eticamente ineccepibili ma avrebbe voluto sentirsi stimato anche dagli attuali arrampicatori che temono il carattere individualista dei solitari e il rischio che questi affrontano.

Dan Osman in free solo
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Considerando la sequenza storica delle sue imprese, vien quasi da pensare che sia stata proprio la provocatoria “sfida di Bachar”, alla quale tutti si erano probabilmente sottratti per non essere umiliati, a rivoltarsi contro di lui parandosi davanti all’improvviso, sotto la forma della fragilità esteriore di un appiglio spezzato o di quella interiore di uno mancato, una fragilità che lo ha fatto precipitare.

Le motivazioni di questi fuoriclasse sono complesse e variegate. Ma cosa li ha spinti a fare dell’esposizione al rischio una stabile ragione di vita?

Fatalismo e Fanatismo, trabocchetti della necessità d’approvazione
Per comprendere ancora meglio cosa induce ad attribuire al rischio la responsabilità degli incidenti, è necessario retrocedere a ciò che il rischio ha rappresentato alle origini della storia umana.

Ripercorrendo le fasi di questo processo vediamo che inizialmente rischi e pericoli sono visti come punizioni divine, che potremmo identificare in una cognizione sacrificale paleo-cristiana, seguite da quelle scaturite dalla pericolosità delle componenti naturali sconosciute del 700, trasformatesi nell’idea di conquista dell’800 e nella necessità di distinguersi del 900, approdando all’agonismo e antagonismo dei nostri giorni. Questi diversi aspetti nell’approccio con il rischio sono tuttora presenti e mescolati, e la cognizione sacrificale è ancora ben radicata. Possiamo intravederne le reminiscenze tanto nell’intento dell’alpinista di punta che cerca di mantenere lo standard del prestigio raggiunto quanto in un arrampicatore che s’arrabatta nel tentativo di crearsi una fama.

A metà anni ’70 tramite Gian Piero Motti si fece strada sulle pagine dell’Enciclopedia della Montagna l’interpretazione freudiana secondo la quale l’arrampicatore “purista”, inibito da traumi infantili, si costringe ad avere rapporti teneri e affettuosi (in arrampicata libera) con la Grande Madre che l’integrità della montagna rappresenta, mentre l’arrampicatore “trasgressivo”, violando (in arrampicata artificiale) questa imposizione, lotterebbe per ottenere la libertà.

Esibizionismo di John Bachar
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Nel 1983, quando Motti scrisse su Scandere la monografia sulla Rocca di Caprie, la purezza che la libera rappresentava non aveva più valore di “prigionia edipica”, bensì di cammino di riavvicinamento alla indipendenza, visualizzata dalla figura paterna. Questa si affiancava, e non contrapponeva, all’artificiale estrema, confermata dalle notizie delle prime salite in Yosemite dove sembrava si fosse andati oltre l’A5 con rischi elevatissimi di caduta invalidante o mortale (come dire che a taluni nemmeno la “bolla protettiva” citata da Valerio Folco è servita da paracadute). Per cui l’artificialista non può più essere considerato trasgressivo, poiché in condizione di “rischio indiretto”, cioè delegato alla tenuta dei piazzamenti, pari o addirittura superiore a quella del liberista puro. Rileggendo a distanza d’anni quelle analisi, mi accorsi che quel “ribaltamento di valori” si rivelava una “giustificazione dei limiti”, che poneva la valenza del rischio ancora al centro del problema interpretativo.

Le sviste progressive che hanno caratterizzato questa rotazione di valori ci rivelano come nella spinta stessa a salire sia insita una marcata necessità d’essere approvati, dalla Grande Madre Orientale o dal Padre Occidentale poco importa. Dunque “fedeli” e “laici” sono entrambi giostrati, consciamente o meno, dal simbolismo di quelle figure referenziali, che invitano ad accettare (ormai ero lì e allora sono andato avanti lo stesso) o spingono a negare (non mi sembrava così difficile) i propri limiti.

Ma l’alpinismo è davvero “nobile come un’arte, bello come una fede” come sosteneva Guido Rey? Nel periodo in cui veniva promossa su Alp l’operazione “granito sicuro” (che negando le Tavole di Courmayeur sosteneva la riattrezzatura a spit degli itinerari del Bianco) Camanni considerava che “appendersi allo spit include un atto di fede” (scrisse fede, non fiducia). Mi chiesi che tipo di fede lo spit rappresenti visto che si tratta di un riferimento saldissimo esattamente contrario al comune intento delle religioni, per le quali il “contatto col divino” può avvenire solo percorrendo una strada d’incertezza – e il fatto di “affidarsi passivamente” a un infisso concorre ad “inibire” e non certo ad “attivare” la consapevolezza degli individui, che non sta nel rischio “fine a se stesso” ma nella scelta responsabile d’affrontare l’incertezza.

Dal Dogma al Culto dell’Obbligo
Oggi la tipica “mentalità prevenuta” dell’uomo della strada, che vede da sempre alpinisti e rocciatori come individui dalla “mentalità spavalda”, s’è trasferita nella maggioranza degli arrampicatori. Senza andare tanto lontano la possiamo riscontrare nel marasma dei pareri che alcuni accademici hanno espresso sull’Annuario del CAAI 2007-2008; volendo visualizzarne in sintesi gli estremi potremmo definire: retro-etici quelli allineati a Manrico Dall’Agnola, che mette in conto con pacatezza cavalleresca, velatamente romantica, il “diritto al rischio” e pseudo-etici quelli che si allineano a Fabio Palma, che sostanzialmente ritiene, con “solo quattro spit in Wenden”, che il rischio sia adattabile alle capacità geo-tecniche di salita.

Ho l’impressione che l’ideologia degli infissi “a distanza obbligata”, per il fatto di promuovere regole selettive basate esclusivamente su mezzi tecnici “innaturali”, sia la testimonianza di un’antietica paradossale, per il fatto che non è possibile realizzare una “difficoltà obbligata” se questa è già insita nello stato di compattezza della natura verticale. Si può solo inventare una Difficoltà Alterata che, disancorata dal confronto con l’ordine naturale, si rivela illusoria rispetto alle possibilità effettive d’ognuno.

L’arrampicata geotecnica a “infissi distanziati”, cui oggi molti guardano come etica definitiva, è retaggio della trasformazione del fatalismo d’un dogma, che invita ad accettare conseguenze inevitabili, in fanatismo d’un culto, che spinge a obbedire ciecamente alle conseguenze. Ecco perché la dipendenza dal culto della sicurezza geotecnica, che assolve dalla responsabilità di rischiare, diventa un ottavo elemento configurativo del rischio.

John Bachar nella sua storica free solo di Butterballs (5.11c), Yosemite
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L’attribuzione del rischio al “capro espiatorio” della compattezza
II fatto di non aver approfondito a sufficienza la valenza del rischio nel corso del tempo, ha fatto sì che le componenti naturali di instabilità e compattezza della roccia venissero considerate come veri e propri capri espiatori, tracimati dal “pensiero religioso” a quello laico.

Se è vero che la roccia instabile è evitata poiché ritenuta esteticamente “brutta” per l’aspetto che mostrano le pareti con quel tipo di consistenza, l’attrattiva che quella compatta esercita è difficilmente evitabile per il fatto di essere garanzia di “saldezza degli appigli” e di “bellezza dei passaggi”.

Input di questo tipo hanno creato un malinteso portando a pensare che fosse possibile sradicare sempre più e meglio una situazione di rischio da un contesto come quello della natura verticale.

Questa concezione contraddittoria è occorsa a trasferire la “responsabilità” di rischiare dell’uomo alla “compattezza” della roccia, un vero e proprio alibi necessario a giustificare l’incapacità umana quando agisce in modo pericolosamente desensibilizzato – per certi versi simile a quello della categoria di escursionisti, arrampicatori e alpinisti che “agiscono” senza comprendere a fondo i luoghi nei quali si recano, poiché ci vanno solo per raccontare che hanno fatto o per dire d’esserci stati, piantando la bandierina delle realizzazioni sulla sommità delle proprie ambizioni (alla stregua di inquieti e insoddisfatti vacanzieri ai quali arrampicatori e alpinisti si sentono da sempre superiori). Pensare che sia possibile sradicare il rischio attrezzando il più possibile la natura verticale tramite stabilissimi infissi, rappresenta la realizzazione d’una idea di controllo insensata proprio perché non si può eliminare con la tecnica ciò che non è una “componente fisica” ma è un “elemento esistenziale” che si modifica costantemente nel corso delle esperienze e proprio per questo inestirpabile dalla natura verticale.

Patrick Berhault
Patrick BERHAULT La Grande Traversée des Alpes en 2001
L’idea che ha spinto ad attrezzare prima a spit e poi a infissi geotecnici i settori delle pareti con la scusa di renderle sicure e fruibili a una maggioranza di utenti, ha portato ad aumentare una certa possibilità di incidente, almeno quando queste siano soggette al pericolo ricorrente di caduta di massi. Ci si deve rendere conto che tante pareti non sono propriamente strisce di roccia circoscritte da spaziose radure, ma pareti che non potranno mai diventare sicure per via delle caratteristiche territoriali che le sormontano, come settori parzialmente instabili o boschi cedui soggetti a cedimenti e dislocazioni di pietre dopo giorni di piogge intense o di forte vento.

La frequentazione contribuisce a “pulire” una parete, ma personalmente, gli unici sassi che ho schivato anni addietro furono al seguito di cordate che salivano lungo gli itinerari classici “perfettamente attrezzati” sulle pareti del Sarca o sulle falesie “super equipaggiate” di Giazzima, Lariosauro, Pala del Cammello, Scudi di Val Grande e sopratutto dello Zucco dell’Angelone e dell’Antimedale.

Patrick Berhault
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Il fatto di assicurarsi a un’inamovibile fila di infissi, mette in condizioni di “non essere consapevoli” della possibilità di colpire o essere colpiti e illusoriamente “pone al riparo” dalla necessità di saper affrontare situazioni di emergenza.

Tuttavia, i rischi riguardanti i tracciati attrezzati non sono soltanto quelli dovuti a circostanze esterne che ci si auspica di evitare: ricordo una volta, alla sosta d’uno di questi, al momento in cui decidemmo di calarci ci accorgemmo che nessuno era assicurato. Alle soste di un itinerario poco ripetuto, dov’è necessario rafforzare i punti di fermata o lungo una parete mai percorsa dove questi vanno interamente realizzati, non sarebbe mai accaduto un fatto del genere, perché la costante d’una simile salita sarebbe stata un’attenzione completa, anche e soprattutto a questi aspetti. Ecco perché la “messa in sicurezza” della roccia non coincide affatto con l’eliminazione del rischio.

Prima o poi si dovrà considerare che il fatto di indurre a recarsi in montagna con quel tipo d’approccio rischia di essere l’abbaglio d’una pericolosa chimera: l’utopia di sentirsi protetti e alleggeriti dalle responsabilità grazie alla tecnologia. Si dovrà tener conto delle conseguenze talvolta gravi che questo comporta, per il fatto che incentivare per promuovere, nell’ambito di attività come l’arrampicata e l’alpinismo, significa spingere una maggioranza inconsapevole di incapaci all’orlo emulativo d’una minoranza di esperti spesso a loro volta poco consapevoli dei molteplici elementi che costituiscono il rischio.

Si può dunque riscontrare nella superficialità con cui si affrontano tracciati attrezzati, caratterizzati da rischio residuo non completamente eliminabile, un nono elemento configurativo del rischio, e nell’attenzione affievolita dall’abitudine di manovre scontate, un decimo elemento configurativo del rischio. Concludo questa mia analisi dicendo che la messa a fuoco dei vari possibili fattori che configurano il rischio non è un punto d’arrivo che ne ha imbrigliato definitivamente la valenza, ma solo l’identificazione momentanea di ciò che più ha dato un senso a questa serrata riflessione, il fatto d’aver scoperto un mosaico di elementi significativi dietro allo spauracchio indecifrabile che inizialmente ne schermava la fisionomia indefinita.

Volendo esser sinceri, crea un certo sgomento accorgersi che il rischio non è propriamente come una tormenta di neve che cancella le tracce del nostro passaggio, bensì una sentinella invisibile che ci accompagna nel percorso d’attraversamento dell’incognita per avvertirci quando la “geografia delle certezze” sta diventando “planimetria dell’imprevisto” di volta in volta mai uguale a se stesso.

 

 

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Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della
Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura vertica

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Il rischio, sentinella invisibile – 1

Il rischio, sentinella invisibile – 1
di Ivan Guerini
(tratto da Annuario CAAI 2009, per gentile concessione)

Ancora una volta Ivan ci regala un contributo di notevole valore, prendendo in considerazione una tematica con cui ciascuno di noi si deve confrontare ogni giorno ma che di rado viene analizzata razionalmente a fondo.
La trattazione che segue è un tentativo, incompleto e arbitrario finché si vuole, ma genuino, di definire delle categorie in cui ciascuno di noi può identificarsi o meno, una griglia nella quale è possibile riconoscere le proprie attitudini o tendenze a rischiare. Questo per riflettere sulle nostre reali motivazioni e sui fattori che ci hanno consentito certe salite, o su quante delle nostre vite abbiamo consumato per tornare indenni, se mai ciò sia davvero possibile, alla vita di tutti i giorni.
Anche se a Ivan piace considerare questo suo scritto più come una sorta di corda doppia per calarsi nell’argomento (Mauro Penasa).

Introduzione
La motivazione ad affrontare lo spinoso argomento del rischio e delle sue implicazioni deriva da quelle sue caratteristiche di scomodità, severità e inquietante parentela con gli incidenti, che sempre più hanno impedito, nell’ambito dell’azione in montagna, d’indagarlo a sufficienza, per quella sorta di tabù scaramantico che induce a evitare di pensarci, nel timore di snidarne la percezione, assopita nell’intimità dei pensieri in cui dimora. L’essere stato a torto relegato nell’ambito di responsabilità civili squisitamente soggettive, insieme al fatto d’aver attribuito, erroneamente, alla roccia compatta o instabile la responsabilità degli incidenti ha fatto sì che si fraintendesse la valenza del rischio.

Alex Honnold sulla Thank God Ledge della via Regular all’Half Dome. Foto: Jimmy Chin
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Trattando questo argomento potrebbe capitare di non essere compresi, visto che si parla di un “qualcosa di esistente ma non visibile”, ma proprio perché la sua descrizione può risultare astratta, a chi non ha una sensibilità interpretativa allenata a percepirne la consistenza effimera, ho ritenuto interessante approfondire i motivi che hanno indotto a fraintenderne il valore, analizzando gli elementi costitutivi che ne compongono la complessa fisionomia e penso che alla fine di questa lettura possa risultare difficile considerare il rischio solo un nemico.

Cos’è mai il rischio? È un “trabocchetto invisibile” in agguato sulle possibilità esistenziali, un crepaccio spalancato sul vuoto insondabile della predestinazione o scaturisce da limiti percettivi squisitamente soggettivi? Che si tratti di uno stato d’animo o d’un campanello d’allarme dell’istinto di sopravvivenza di chi è allenato a percepirlo o della pulsione autodistruttiva di chi sfida la propria “fragilità esistenziale”, il rischio e le sue implicazioni paiono procedere intatte nel tempo della storia, quasi come se un “sarto delle probabilità” le confezionasse a misura degli intenti d’ognuno.

Taluni, nel corso delle loro esperienze ne avvertono la consistenza sfuggente al pari di quella dei sogni che si sa d’aver fatto ma dei quali consciamente non ci si ricorda, altri ne danno per scontata la presenza ma non sentono la necessità d’interpretarlo per difficoltà o per timore d’affrontarne la valenza. Cominciai riflettendo sul perché la “parola” rischio fa così paura, dal momento che non è sinonimo d’un pericolo esterno e nemmeno è da ritenere fautore esclusivo di incidenti. Forse perché nel rischio noi intravvediamo una possibilità di mutazione degli eventi che non siamo in grado di prevenire. Tuttavia, quello che mi fece inizialmente davvero paura nell’analizzare il significato del rischio, fu l’invisibilità degli elementi che lo caratterizzano e ne rendono indefinita la fisionomia.

Ma il rischio potrà mai avere un’identità definita? Il fatto che concorra a farci sfiorare o incontrare situazioni più o meno gravose, fa sì che non sia poi così disgiunto dai pericoli coi quali entra in contatto, al punto che rischi e pericoli in certi casi risultano legati gli uni agli altri come gemelli siamesi, giostrati dalla fatidica inevitabilità degli incidenti che con ricorrenza avvengono.

Da cosa scaturisce? Da un cedimento nervoso della soglia d’attenzione, da un calo motivazionale dovuto a stanchezza, da una fragilità caratteriale che indebolisce la determinazione? Probabilmente scaturisce dal modo in cui mentalità diverse interagiscono con le caratteristiche territoriali e le condizioni ambientali, che taluni sono “spinti ad affrontare” ed altri “indotti a sfidare” per realizzare la salita di un itinerario.

Hansjörg Auer nella sua free solo del Pesce in Marmolada, 29 aprile 2007
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Cosa induce ad affrontarlo? Temo che siano molteplici i fattori che contribuiscono a rispondere a questo quesito: il fatalismo che lo mette comunque in conto, il fanatismo che induce a perseguirlo, l’ambizione che induce a negarlo con determinazione, l’agonismo per necessità d’affermazione sociale, l’antagonismo per necessità d’autoaffermazione individuale, l’inconsapevolezza per insensibilità percettiva, la superficialità per ignoranza, la necessità di affrontarlo per desiderio di conoscenza dell’ignoto.

Cosa indicano le sue conseguenze? La conseguenza d’un incidente non grave invita a riflettere sulla sua valenza esistenziale, sul perché si è caduti arrampicando o scivolando lungo un semplice sentiero o ci si è fatti male allenandosi. Ripensando alle implicazioni dei rischi considerai che le tracce lasciate sul corpo dagli incidenti non gravi rappresentavano una indicazione preziosa che valeva la pena di provare a interpretare. La premessa necessaria a intraprendere il cammino interpretativo che ha caratterizzato questo mio tassello di riflessioni sul rischio, parte dalla possibilità di incontrarlo anche per le “vie d’una città”, dove evitare può trasformarsi in incidente, affrontare permette di evitare, percepire può prevenire e abituarsi può essere fatale. La somma di queste possibilità sempre diverse rivela che la caratteristica principale del rischio è la versatilità che gli permette, a seconda dei casi, di intervenire sul decorso esistenziale.

L’identificazione del rischio
Al di là di ogni retorica ideologia di “lotta con l’alpe”, meno mutata di quanto si pensi (un tempo diretta a “vincere le pareti” sotto la “pioggia pericolosa” di sassi cadenti, oggi mirata a “vincere i monotiri”, muovendosi da uno spit all’altro sotto una “pioggia di sforzi traumatici”), in nessuna epoca storica l’alpinista ha mai desiderato prendere sassate in testa. Chi va in montagna, ovunque vada, in fondo si augura di realizzare il suo “senso vitale”… Che poi in montagna ci vada per soddisfare un inconscio desiderio di morte o viceversa che la morte vada a lui incontro per casualità o predestinazione, questo riguarda la vita di tutti i giorni.

Oggi l’alpinista incallito, di ritorno dalle proprie realizzazioni più o meno prestigiose, una volta ritrasformato in semplice cittadino di strada, è esposto a rischi ben maggiori che in passato. È curioso osservare come gli individui, consapevolmente o meno, continuino a rischiare in rapporto a condizioni dettate dal caso e come sussista un’analoga accettazione del rischio come fattore inevitabile, sia nelle mentalità laiche che in quelle religiose.

Qualche anno fa sulle pagine della Rivista della Montagna ci fu un’inchiesta in cui ci si chiedeva addirittura se il rischio fosse un fattore “negativo” o “positivo” nell’andare in montagna. Ripensando a quelle considerazioni, potrei dire che il rischio è un fattore formativo, ma solo nel caso in cui sia il timer percettivo che allerta permettendo di valutare gli estremi di ciò che si sta facendo, per modellare razionalmente le emozioni e superare situazioni disagevoli; viceversa è un fattore autodistruttivo quando diventa necessità dimostrativa. A questo proposito, la libera esplorativa può essere praticata con un certo margine di sicurezza soprattutto se non vi è contrasto tra il “desiderio d’affrontare” e la “necessità di dimostrare” di essere all’altezza, altrimenti è possibile trovarsi coinvolti dalla “necessità di rischiare” sull’orlo spiovente di risultati improbabili.

Il fatto d’aver riflettuto su questo argomento sfuggente e repulsivo mi ha dato la possibilità di capire un po’ meglio ciò che nel corso degli anni passati ho vissuto, di ripensare a coloro che, facendo male i conti, nel rischio sono malauguratamente inciampati, e magari d’interessare quelli che non ci hanno mai riflettuto di soffermarsi sul suo significato.

Il rischio attribuito
II “punto zero” del discorso non riguarda solo la mentalità di coloro che aborriscono alpinismo e arrampicata considerandoli attività fini a se stesse e (come sottinteso con ironia dal titolo arguto del libro di Lionel Terray Les conquérants de l’Inutile – Gallimard, 1961) del tutto inutili, ma pure quella di chi oggi ha la possibilità di praticare esperienze confezionate su misura per una mentalità tutelativa, prive quindi del contatto con le caratteristiche intatte della natura montuosa.

Da questi il rischio è considerato il pericoloso nemico della necessità di sentirsi sicuri, che li induce a ritenere rischioso non solo ciò che lo è potenzialmente, ma tutto quanto esula dalla loro capacità di controllo. Dal momento che si tratta di un giudizio teorico, non collegato a una reale esperienza, si tratta di rischio attribuito.

Il rischio indefinito
All’inizio del ‘900, in alpinismo e arrampicata il rischio era visto un tutt’uno col pericolo. Di conseguenza esisteva una predilezione descrittiva per le pareti soggette a scariche di sassi, il modo più esplicito per visualizzare l’incertezza che caratterizza la frequentazione degli ambienti montuosi più severi. Si trattava d’un’enfasi che dal secolo XVI al XIX vediamo sempre meglio rappresentata nelle xilografie e nei disegni a commento delle avventure dei pionieri, laddove rischi e pericoli sono talmente rimarcati da far sospettare una manovra pubblicitaria ante litteram attuata dai protagonisti a favore di tutto ciò che rappresentava il rischio. Possiamo quindi riconoscere nell’indefinibilità iniziale un primo elemento configurativo del rischio.

Modelli ricorrenti d’eroici contrasti
L’indefinibilità, che caratterizza la valenza del rischio agli albori, viene affrontata a “spada tratta” dall’azione mitica dell’Eroe.

Enrico Camanni, che assieme a Daniele Ribola, qualche anno fa, si occupò delle tre figure eroiche più significative della nostra storia alpinistica, Comici, Gervasutti e Castiglioni, successivamente in un intervento su Alp focalizzò l’attenzione dei lettori sulle figure mitiche di Eroe e Antieroe. Leggere quegli scritti permette di riflettere su come vi siano effettivamente modelli d’individui dagli opposti intenti, che paiono aver attraversato indenni le epoche storiche dalla mitologia greca ai giorni nostri. I due personaggi che egli individuò erano Manrico Dell’Agnola e Soro Dorotei, per la contrapposizione dei punti di vista.

Il primo ritiene che le caratteristiche più drastiche dell’alpinismo tradizionale (lunghi avvicinamenti, ambiente severo, maltempo, pericoli oggettivi) non siano controindicazioni, ma piacevoli punti a favore di una pratica positiva, e pertanto rispecchia la figura forte e passionale di un combattente che pare buttarsi fisicamente in un delicato corpo a corpo con le difficoltà rischiose.

Il secondo intende tenersi a debita distanza dal pericolo che non si sente in dovere d’affrontare, perché è convinto che non abbia più senso percorrere settori friabili, bagnati o esposti alla caduta di pietre, preferendo le difficoltà non rischiose con la determinazione tipica di chi è prudente e deciso a difendersi da tutto ciò che potrebbe nuocergli, domandandosi quanto costa alla società un morto in montagna e pensando alle conseguenze sociali di una famiglia lasciata orfana. Chi potrebbe dargli torto.

Hansjörg Auer
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Il vero dilemma, però, non consiste nel fatto che le due figure siano “arroccate su posizioni anacronistiche e inconciliabili”, divise da un conflitto insanabile nel quale non s’intravede alcuna possibilità di compromesso, bensì nella ragione dell’antico braccio di ferro che si ripropone immutato da un’epoca all’altra del tempo storico.

Siamo proprio sicuri che l’Eroe della mitologia fosse una figura in balia dei divertimenti del cinismo divino? Non è che invece fosse solo un “atleta esistenziale” che ci invitava a riflettere sulla possibilità di sopravvivere agli ostacoli della vita?

Ho l’impressione che i punti di vista opposti che generano le polemiche di sempre, scaturiscano sostanzialmente dalla pretesa di sostenere il diritto alla propria “grandiosità mitica” che l’Eroe difende a fatica e l’Antieroe rifiuta. Anche se la “grandiosità”, per definizione, come un’alba che la psiche delinea sul mondo, non può essere raggiunta o ottenuta ma solo visualizzata interiormente o negata esteriormente. Pertanto dobbiamo constatare come la conflittualità degli intenti perpetuata nella storia sia solo il secondo elemento configurativo del rischio.

Agonismo e Antagonismo, “gagliardetti” della necessità di distinzione
Successivamente, quando al rischio fu attribuita una valenza “soggettiva” per differenziarlo dal pericolo, le responsabilità dovute alle condizioni ambientali furono distinte da quelle delle scelte individuali sia di coloro che “accettano di agire in determinate condizioni” sia di chi “non sa valutare le proprie capacità in certe situazioni”. Ciò indusse a utilizzare il rischio come spauracchio per ridimensionare l’intento di coloro che invece proponevano un’etica di salita che “non rifuggiva” dal fattore rischio, “proteggendo” il concetto di salita con minimo utilizzo di artifici. Se è vero che una figura Eroica come Paul Preuss anteposta a quella di un Antieroe come Tita Piaz può apparire un facile esempio di ideologia suicida, tanto più che effettivamente Preuss morì in montagna, non si può affermare che le capacità del grande solitario fossero alterate dalla necessità scriteriata di definire a tutti i costi i punti fermi d’un etica che solo un’intelligenza priva di senso critico può ritenere protagonismo ideologico.

Come mi ha fatto notare argutamente Giovanni Rossi, sarebbe bene precisare che Piaz, il più fiero oppositore di Preuss a quell’epoca, nonostante il dissenso sui mezzi artificiali (benedetto il chiodo che salva una vita…) aveva grande stima di Preuss, e contribuì non poco al suo mito raccontando in modo molto spassoso di una sua ‘apparizione’ durante un’arrampicata artificiale: Quo vadis, Tita? (Tita Piaz, A tu per tu con le crode).

Ha senso scavare a fondo nelle motivazioni soggettive se poi queste vengono plasmate nell’intento di adattarle a un ambito sociale? Forse ha più senso considerare le possibili ripercussioni che da queste possono derivare. Qui si pone una considerazione sostanziale: non è che gli individui pervasi dalla necessità di approfondire un’etica che vorrebbero divulgare tendano, loro malgrado, a forzare le esperienze entro una “linea di principio” che risulta, in quanto tale, potenzialmente pericolosa?

La ragione della reazione provocatoria di Piaz all’etica di Preuss forse si potrebbe interpretare come un frainteso per il fatto che riconosceva al tentativo di delineare i punti sostanziali d’una possibile chiarezza, una sorta di “dittatura etica” che avrebbe potuto segregare le scelte di vita e il “senso di libertà” degli individui.

Se davvero Preuss avesse pensato di utilizzare le proprie capacità per promuovere la validità di regole intransigenti, più che rischioso per sé lo sarebbe stato per chi le avesse applicate senza averne interiorizzato il valore. Ma far rientrare forzatamente un intento in una teoria non è l’esatto opposto di ciò che attraverso le esperienze di vita si arriva a comprendere? Difficilmente chi ha un intento etico avrebbe interesse a realizzare un regolamento distruttivo.

Tuttavia, il confronto motivazionale dei due grandi pionieri ci permette di riconoscere nella necessità di distinzione un terzo elemento configurativo del rischio.

Alex Huber nella sua free solo della via Hasse-Brandler della Cima Grande di Lavaredo
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La necessità d’azzardo “baluardo” della finalità dimostrativa
II fatto di “osare” in montagna ha portato a pensare che vi fu chi pagò un grave tributo a causa della propria diversità di vedute in rapporto al periodo storico in cui viveva. Ma siamo davvero sicuri che i grandi liberisti del passato fossero figure in conflitto col contesto storico al quale appartenevano?

Non fu piuttosto quella foga di auto affermarsi per necessità di dimostrare ad altri che riguarda la tipologia di una certa mentalità di ogni epoca – la causa che produsse il perpetuarsi dei drammi (incidenti più o meno gravi, decessi) seppelliti dall’oblio della fruizione epocale?

Quando iniziai ad arrampicare con una certa assiduità alla fine degli anni ’60 era in corso lo schieramento etico tra le due opposte fazioni degli “artificialisti” e dei “liberisti”. Tra i più forti di questi si fece strada la tendenza a non utilizzare o addirittura levare i chiodi d’assicurazione ritenuti superflui, specie lungo gli itinerari più impegnativi delle pareti dolomitiche.

Questa tendenza di lì a qualche tempo contribuì ad indirizzare gli intenti di quella generazione a favore della libera e contro l’artificiale convenzionale, per praticare una libera a protezioni ridotte lungo gli itinerari ben chiodati. Era una tipologia di salita psicologicamente piuttosto severa proprio perché richiedeva una “rinuncia forzata” all’utilizzo degli ancoraggi che non veniva spontaneo applicare.

Come conseguenza, negli anni Settanta, la forza d’una “genuinità artificiosa” arrivò a spingere taluni, tra i quali lo scrivente, a salire slegati i quaranta metri del Sasso Remenno lungo itinerari non proprio banali, col rischio di rimbalzare accartocciati su qualche tovaglia apparecchiata alla base dai domenicali che, tra un boccone e l’altro, si guardavano bene dall’immedesimarsi nella “dimestichezza acquisita” di quei baldi giovani irrequieti.

C’è da dire che esempi d’affermazione sociale di questo tipo non riguardavano soltanto le “lotte maschili per il dominio territoriale”, ma accadevano anche quando questi entravano in “fibrillazione dimostrativa” all’arrivo della fanciulla più carina di turno e si scatenava una ridda rocambolesca di gesti teatrali nelle numerose salite necessarie a farsi notare.

A onor del vero va detto che, in quelle turbinose salite di gruppo che definirei “solitarie dimostrative“, vi era comunque una genuinità di fondo nella quale si poteva riconoscere una “necessità di esprimersi” simile per intento a quella della danza sperimentale. Ciò non toglie che nella necessità d’azzardo per finalità dimostrative possiamo riconoscere un quarto elemento configurativo del rischio.

Matt Bush in free solo
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Le spinte dei desideri e quelle dell’ambizione
Se è vero che l’esposizione al rischio è soggettiva (proprio perché insita nelle differenti modalità di vedute con le quali gli individui si rapportano a esperienze ogni volta diverse), mentre quella al pericolo dipende espressamente da condizioni naturali, è anche vero che il fatto di perseguire obbiettivi grandiosi espone ad una situazione in cui rischi e pericoli risultano amalgamati come “gemelli siamesi”, impossibili da visualizzare separatamente e difficili da contenere per via del raddoppiamento dell’incertezza.

Ben sapendo che il fatto di confrontarsi con ciò che è alla nostra altezza mette in condizione di essere pronti ad affrontare determinate situazioni, quando si arriva a negare l’evidenza degli stati d’animo più autentici, pur di fare a tutti i costi una salita, ci si espone senza riserve alla mercé d’un conflitto tra la “realtà effettiva” e la “visione ideale” dell’intento che ci si è prefissi; ne deriva una condizione dissociante che può rivelarsi estremamente rischiosa. Questa puntualizzazione occorre per evidenziare la distinzione tra le spinte del desiderio, che scaturiscono spontaneamente dall’attrattiva dei luoghi, da quelle della volontà d’ambizione, che scaturiscono dalla necessità di considerarli in funzione all’affermazione sociale. Sono spinte e motivazioni che perseguono intenti assai diversi, che la maggioranza degli alpinisti e arrampicatori non distingue o trascura forse perché non è interessata ad approfondire, al punto che in gran parte degli scritti riguardanti l’azione in montagna si considera come “grandissima passione” ciò che è invece “fortissima ambizione”.

Appare evidente come passione e ambizione altro non siano che i “resti” delle identità motivazionali dei modelli di Eroe è Antieroe che abbiamo precedentemente considerato e affiorano ricorrenti nelle motivazioni generazionali. Ripensare alla morte in roccia e su ghiaccio di valenti alpinisti come Ursella, Cozzolino, Gadotti, Reali, Lomasti, Bee, Pedrini, Vogler e Barbier, ci fa capire che morirono proprio in ciò che sapevano fare meglio e fa riflettere sulle sviste, i cali di motivazione, la stanchezza inconscia e il timore della perdita di prestigio che probabilmente li subissavano ed anche sulla pressione inconscia, certamente dovuta alla responsabilità d’essere sponsorizzati, come Casarotto e Grassi.

Il fatto, poi, che tutto ciò che è rischioso nella vita di taluni non è detto che lo sia in quella di altri, è un’ulteriore conferma di come rischio e pericolo giacciono amalgamati in latente attesa nel decorso esistenziale. A tal proposito mi vengono in mente i coniugi giapponesi Akiko e Mitsunori Shigi che il 18-19 gennaio 1979, in viaggio di nozze, hanno salito il gran canalone centrale della Brenva, grazie a una buona dose di distacco fatalista; sullo stesso versante non è toccata analoga sorte a Gianni Comino, consapevole della possibilità d’incontrare, all’altare simbolico di una sua importantissima esperienza, una sposa invisibile vestita di nero coi crisantemi in mano.

Pertanto nella contaminazione reciproca tra le spinte dei desideri e delle ambizioni si può riconoscere un quinto elemento configurativo del rischio.

Fessura perfetta a Indian Creek, Utah
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Il rischio dell’incognita ridimensionata
Si rischia di più in cordata o da soli? Quando si attribuisce una valenza d’incoscienza alle prestazioni dei “testimonial” più famosi dell’arrampicata contemporanea bisognerebbe sempre ricordare che il rischio affrontato da loro, più che effettivo, è appariscente e spettacolare.

Quando vediamo “rischiare slegati” Alain Robert sui grattacieli delle grandi metropoli, Dean Potter sul grattacielo di pietra del Nose al Capitan e Alex Huber sul palazzo vertiginoso della Hasse-Brandler alla Cima Grande di Lavaredo, possiamo ben comprendere come quel modo di salire faccia rabbrividire tanto l’uomo della strada quanto la maggioranza degli arrampicatori più agguerriti, tuttavia il loro mix di concentrazione e determinazione, disinvoltura e rapidità, ci rivelano che una “dimestichezza acquisita” fa più paura a chi la vede che a chi la pratica, proprio perché è contenuta nell’ambito della loro prevedibilità.

Chi la pratica è di certo consapevole che la soglia del rischio è “congelata emotivamente” dalla modalità di esecuzione della salita, nella riduzione del temibile intervallo pensiero-azione, come diceva sostanzialmente Henry Barber trattando del “control of mind” in un suo interessante articolo pubblicato, se non ricordo male, su Mountain Magazine o Ascent, che immagino tirasse le somme sui suoi circa 250 giorni annuali d’arrampicata. Da sempre all’arrampicata solitaria e alla conserva si è attribuito significato di massimo rischio, se però ci domandiamo come ha fatto il tal solitario, sulla tal difficile via a salire così veloce, ci accorgiamo che difficilmente avrà rischiato per impiegare un tempo breve. Probabilmente rischia davvero chi, a causa di rallentamenti emotivi, è indotto a salire “piano sul difficile” per il fatto di non essere all’altezza e a “sbrigarsi sul facile” per il panico d’essere in ritardo.

Due esempi significativi di questi tipi di salite potrebbero essere per la conserva: il Diedro Philipp-Flamm e la Solleder in giornata, di Manrico dall’Agnola con Alcide Prati e per la solitaria: il gran concatenamento Marmolada-Civetta-Agner realizzato da Marco Anghileri.

Indipendentemente dal valore notevole di tali prestazioni, realizzate in tal modo grazie alla proverbiale resistenza allenata degli autori, il fatto che si trattò del confronto con itinerari percorsi in precedenza e quindi memorizzati nello sviluppo e nelle caratteristiche di instabilità e di ubicazione delle prese delle difficoltà maggiori, ci permette di capire che un’incognita ridimensionata è comunque un sesto elemento configurativo del rischio.

(continua)

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Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della
Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura verticale.

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Il Nuovo Mattino

Il Nuovo Mattino

All’inizio degli anni ’70 prese forma, prima a Torino, poi in altri ambienti alpinistici italiani, un modo nuovo di intendere le sfide che la montagna continuamente poneva agli alpinisti. Questo “movimento” torinese fu battezzato, più che altro in termini letterari e non certo in quel momento, il Nuovo Mattino. Anima dei nuovi fermenti e in seguito “guru” delle nuove tendenze era Gian Piero Motti, un giovane che si era distinto per la qualità delle sue imprese e dei suoi scritti.

Il Caporal (Valle dell’Orco)
Valle dell'Orco (parco Gran Paradiso), il Caporal

La meta filosofica, quasi un credo, di tutto il pensare e l’agire in montagna era la conquista senza sofferenza, come se di questa l’alpinista non avesse più bisogno, avendo già composto dentro se stesso le tensioni che lo spingevano a “lottare” contro la montagna. L’utopia non riguardava tanto la fine della sofferenza quanto l’interiorizzazione che l’uomo avrebbe dovuto farne, prima e durante.

Naturalmente i ragazzi che parteciparono alle imprese più belle del Nuovo Mattino non erano così “catechizzati”, anzi ciascuno la pensava a modo suo. Li univa principalmente il rifiuto della cultura ufficiale dell’alpinismo.

Lo Scoglio di Mroz (Vallone di Piantonetto)
Scoglio di Mroz

Tutto era incominciato nell’ottobre 1972, quando Motti, con Ugo Manera e compagni, vinceva i Tempi Moderni al Caporal. Nello stesso tempo Guido Machetto, Miller Rava ed io, con Carmelo di Pietro, salivamo lo Scoglio di Mroz. Ma, mentre noi eravamo stati outsider, Motti e Manera, con Gian Carlo Grassi e Danilo Galante avrebbero ampiamente continuato l’esplorazione intrapresa nelle valli di casa.

In tre anni, dal 1972 al 1974, tutto si compì. Sul Caporal, sullo Scoglio di M’roz e sul Sergent ebbero luogo le imprese più significative, mentre le altre strutture videro le prime esplorazioni. Era nato il free climbing italiano: ne eravamo fieri e lo saremmo stati ancora per un po’ di anni.

In seguito, a strada aperta, le salite continuarono, investendo le strutture vicine e lontane, dalla Rocca di Caprie al Vallone di Sea. Ma a quel punto il movimento del Nuovo Mattino era dilagato in Italia.

Il Sergent (Valle dell’Orco)
Valle dell'Orco (parco Gran Paradiso), il Sergent

Nel 1983 Motti scrisse un articolo su Scandere che doveva lasciare il segno: Arrampicare a Caprie decretava la fine del Nuovo Mattino, perché sostanzialmente riconosceva che la realtà era diversa dalle aspettative e che la pratica sportiva, con le sue regole, con i suoi spit e con la necessità della competizione, aveva preso il sopravvento.

E a distanza di più di quarant’anni alcuni di noi, un po’ infreddoliti accanto alle braci di ciò che resta di un lungo fuoco serale, sonnecchiano in solitudine ed aspettano una nuova alba, senza però avere più la sicurezza di una bella giornata di sole.

La Rocca di Caprie (Bassa Valle di Susa)
Rocca Bianca di Caprie, val di Susa

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L’Altopiano del Cambiamento

L’Altopiano del Cambiamento
di Ivan Guerini
(tratto dall’Annuario del CAAI, 2007-2008, per gentile concessione)

Sentii parlare dell’idea di “Altopiano” nei primi anni Settanta, al tempo in cui entrai in contatto con il fermento culturale che caratterizzava la Rivista della Montagna e soprattutto grazie alla personalità di Gian Piero Motti.

A quel tempo, Gian Piero auspicava una possibilità di rinnovamento che potesse ossigenare la staticità ideologica dell’alpinismo d’allora, trattando argomenti come la “filosofia d’arrampicata” californiana (intesa come libero arrampicare e vita in parete) e il “Nuovo Mattino” (il nuovo modo di vivere la montagna per noi europei). Ci traduceva fedelmente la filosofia d’arrampicata di quella parte del mondo dove il clima era più mite di quello alpino, che per noi europei poteva diventare un metodo per soffermarci sul significato dello stare in montagna e non soltanto dell’agire in parete: un’opportunità per divenire più flessibili rispetto alla severità dei luoghi. Temi che condussero all’idea di “Altopiano” quale possibilità d’un cambiamento imminente e importante quanto il sorgere di un periodo storico definitivamente diverso dal passato.

Un Altopiano come quello delle Pale era l’unico altopiano concepibile un tempo
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Motti proponeva articoli e letture che davano idea di ciò che accadeva oltre Oceano e, parallelamente, di quanto stava accadendo sulle pareti situate nei luoghi più miti e distanti dalle condizioni disagevoli e severe dell’alta montagna.

Raccontava di un modo diverso d’arrampicarsi che l’ambiente torinese iniziava a praticare sulle sconfinate falesie delle Calanques di Marsiglia, su quelle alte del Vercors, sulle pareti della Valle dell’Orco e delle Valli di Lanzo, sul grande macigno calcareo del Saussois, il Sasso Remenno dei parigini, e persine sulle piccole pareti dei massi di Fontainebleu. Raggiungendo le arse distese orizzontali di quelle scogliere, le foreste che sormontano quei grandi bastioni e gli spiazzi delle sommità granitiche attorno a casa, Gian Piero aveva sperimentato l’effettiva possibilità di vivere diversamente la montagna e così iniziò a delinearsi in lui il concetto d’altopiano. Sulle “sommità pianeggianti” di quelle pareti, laddove la verticalità s’appiattiva d’un botto per trasformarsi bruscamente nell’identica dimensione orizzontale dalla quale alpinisti ed arrampicatori da sempre sfuggono, poiché in essa non trovano pace, a Motti parve concretizzarsi quell’idea.

Un Altopiano non vissuto come un’assenza di vetta ma piuttosto come una vetta estesissima che non invitava subito a scendere, per la complessità del ritorno a valle, e non faceva sentire la necessità di scappare immediatamente qualora le condizioni climatiche fossero mutate. Appariva come un luogo che consentiva di soffermarsi e di spaziare senza sentirsi in balia degli elementi, come spesso accade sulle sommità alpine!

Questo non significa che Motti mirasse a cancellare dall’alpinismo l’idea di arrivare su una vetta per valorizzare i luoghi montani che ne sono privi, pensava invece che, per un certo periodo, fosse necessario prendere le distanze da un modo di praticare l’alpinismo ormai ammalato da atrofia culturale, per poi rapportarsi alla montagna diversamente. Era assolutamente necessario sciogliere quel groppo alla gola, dovuto all’angoscia compressa che sempre gli alpinisti provano quando, pur di “tirare fuori” la salita, agiscono oppressi dal dovere delle decisioni imposte, vivendo un’esperienza semplicemente impegnativa e faticosa in modo interiormente doloroso.

Gian Piero riteneva che il passo successivo sarebbe stato il “far ritorno” alle montagne e alle loro vette, con una mentalità cambiata nel modo di rapportarsi ad esse.

In vetta alla Pietra di Bismantova è un piccolo altopiano. Un luogo da Pace con l’Alpe.
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Qualcosa non quadrava
Pur coinvolto dal fascino di quella tesi, sentivo che in quel discorso qualcosa non quadrava agli occhi della mia irrequietezza giovanile. Mi pareva che si trattasse di un tentativo d’applicare un concetto più estrapolato dalle sue letture, che tanto bene traduceva, piuttosto che dedotto dall’esperienza vissuta: mancava la genuinità che caratterizza ogni scoperta diretta.

Dato che a quel tempo avevo vissuto solo poche esperienze in montagna, mi chiedevo che senso avesse sostituire il valore di una Vetta con quello di un Altopiano e perché mai ci si dovesse sentire più contenti al sommo di un bastione che non al termine angusto di una parete montuosa. Avevo la sensazione che attribuire alle caratteristiche miti d’un altipiano una possibilità di cambiamento non fosse sufficiente a far sì che si arrivasse a vivere la montagna in modo diverso.

Ma ciò che mi lasciò più sconcertato negli anni a venire fu quando constatai che la singolare esperienza dell’Altopiano non era poi così diversa da quella dell’alpinismo da cui ci si voleva in quel momento allontanare.

Vi furono, anche in questa rinnovata visione dell’andare in montagna, protagonisti morti per la causa di una identica battaglia ideologica che schiera da sempre gli eventi prima delle necessità umane. Parlo di eroi come Renato Casarotto, capitani di ventura come Gian Carlo Grassi e martiri come Danilo Galante, quest’ultimo non vinto in battaglia nel tentativo di raggiungere una vetta, né deceduto per la casualità d’un crollo lungo una parete pericolosa, bensì sfinito dal peso di quel “nuovo cammino” sulla sommità d’un mite altopiano… che ci s’illude sia tale, ma che gli elementi della montagna possono trasformare in trappola se non lo si rispetta comunque.

In quel periodo, dalle guglie vertiginose della Grignetta, meta inevitabile dell’alpinismo classico, ero passato ai giardini sommitali dei giganteschi macigni circostanti il Sasso Remenno in Val Masino. E percorrendo alcune delle pareti più ostiche, mi ero accorto che l’austerità, il vuoto e l’impegno che le caratterizzavano non era meno privo delle incognite di percorso d’una cima alpina esposta e affilata. E anche i boschi sommitali dei grandi bastioni della Val di Mello non mi parevano più pacificamente raggiungibili della vetta di un “4000”. Erano soltanto espressioni di fatica, dolore e impegno diversi perché più solari rispetto a quelli glaciali dell’alta montagna.

L’altopiano brasiliano della Diamantina (Chapada Diamantina)
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La trasformazione del piacere e del dolore
Così, la diapositiva con l’espressione stravolta dalla sete che sorprese Alessandro Gogna durante la salita della via Salathé al Capitan, compiuta assieme a Marco Preti e a Franco Perlotto, mi fu rivelatrice di come la condizione vissuta su quella parete, arroventata dal calore del sole, non fosse poi così diversa dalla lotta feroce ingaggiata dai due inglesi che nell’inverno 1976 percorsero, in condizioni proibitive e in assoluta autonomia, la via di Gino Soldà sulla parete nord del Sassolungo, dalla quale uscirono dopo sei giorni, se non ricordo male: “quando il freddo staccava la pelle annerita dei polsi come i polsini di una camicia sporca”. No place for brass monkeys era il titolo dell’articolo che ne raccontava le gesta, e venne proposto e tradotto magistralmente, guarda caso, sempre da Motti.

Essendo gelo e calore opposti elementi naturali che al loro apice provocano analoghe conseguenze (tant’è che il corpo del malcapitato si sfinisce, intirizzito o disidratato), essi portano a considerare il freddo e il tepore come forieri d’esperienze austere o miti, quasi sinonimi di vetta o d’altopiano. Si tratta di elementi naturali con i quali alpinisti e arrampicatori devono inevitabilmente interagire trovando un equilibrio con essi, per trasformare l’esperienza esistenziale da “infernale” a “paradisiaca”, indipendentemente da riferimenti ad aspetti religiosi.

Probabilmente è proprio l’incapacità d’interagire con gli estremi citati che induce a praticare esperienze sospese tra i propri limiti di vedute, trasformando quella che poteva diventare un’esperienza autentica in inferno mite o in paradiso severo, sinonimi di una vita illusoria.

Contemplazione dalla Cedar Mesa (Utah)
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L’altopiano della Vita e dell’Illusione
Proprio perché le motivazioni di quell’idea non sono state sufficientemente chiarite, va ricordato che Motti, nella sua ultima monografia su Caprie, che scrisse poco prima di morire suicida nel giugno 1983, ci rivelò che l’idea dell’altopiano altro non era che la rappresentazione d’una visione della vita tratta dalla filosofia indiana.

Solo facendo soccombere in noi le progressive illusioni – diceva Motti – possiamo approdare a un altopiano esistenziale (rappresentazione orientale del paradiso terrestre) dove scompaiono definitivamente le sofferenze operate dalle illusioni, le stesse che riducono l’esistenza a una vita non vissuta rispetto a quella più autentica che a causa loro non pensiamo sia possibile vivere.

Il suo tentativo, in ogni caso genuino, di divulgare quella teoria incontrò da noi forti resistenze ad essere accettato perché la diversità dei contenuti fu vissuta dagli scettici come un vero e proprio pericolo di soverchiamento dei valori tradizionali e frainteso dai mediocri come una delle tante cocciute prese di posizione teorica dell’intellettuale torinese e pertanto, più che attecchire, alla fine fu considerato erroneamente mera utopia. Così, quell’intento interpretativo di Gian Piero, messaggero della possibilità di un ponte di scambio tra valori e interpretato erroneamente come un ponte di scavalcamento, da allora divenne solo lo spunto per capire come eliminare sempre più le componenti più disagevoli dei territori montuosi per servirsi in modo più agevole della natura verticale, per trasformare gradualmente i lembi della montagna in un “divertimentificio” accessibile, grazie anche alle autorità inclini ad asservire, per interesse, la maggioranza.

Tutto ciò si può riscontrare:
– nei giornalisti che ritengono sia stato lo sport l’attività che ha permesso l’evoluzione dell’arrampicata e dell’alpinismo;
– nei docenti che considerano la natura verticale con raziocinio privo di logica percettiva delle sue componenti;
– negli scrittori di montagna che non scrivono per dire, ma per produrre racconti dove specchiarsi;
– negli editori di guide che vorrebbero trasformare tutti gli angoli verticali d’Italia in manufatti editoriali;
– negli alpinisti che realizzano salite nel mondo non per esprimere, ma per specchiarsi nell’ammirazione degli altri;
– negli arrampicatori che hanno abilmente sfuggito il confronto con se stessi, preferendo ciò che riesce difficile ad altri;
– negli attrezzatori di tracciati geotecnici che considerano la natura verticale un mezzo da trasformare in livelli tecnici di salita.

Inevitabilmente, questi punti di vista illusori portano da possibilità speciali ad ambiti specializzati, da conoscenza della natura a considerazione tecnica, da espressività a ristrettezza creativa, da cultura a vuoto culturale, da maestria effettiva ad apparente maestria, da itinerari tecnici a tracciati geotecnici, imboccando la strada che porta dalla valorizzazione al degrado della natura verticale.

Oggi più che mai mi pare si sia definito un altopiano delle illusioni che risalta con forma decisamente concreta, proprio perché non divide i buoni dai cattivi o i capaci dagli incapaci, ma si rivela nelle idee e nel comportamento di chi si occupa o si muove per le montagne considerandole solo col filtro della propria categoria mentale.

Ma sarà sempre possibile distinguere chi sembra avere contenuti da chi effettivamente li ha, come capire le motivazioni di chi tira avanti con automatismo, passando da una ripetizione all’altra, rispetto ai desideri esplorativi scaturiti da una passione conoscitiva: basterà scegliere la via della consapevolezza. Nessun giudizio. Se esiste una verità essa va cercata nella vita stessa, che inevitabilmente serve il conto a ognuno di noi. Non c’è alcun premio o punizione divina che non sia il risultato di tutto ciò che si è costruito o fatto socialmente e da cui non si sfugge perché ciascuno di noi abita senza scampo dentro a se stesso.

A onor del vero, furono proprio le vette di fondovalle e quelle piallate dei dossi d’alta montagna che ho raggiunto camminando e arrampicando nel corso degli anni, ad annullare in me l’idea di liberarmi tramite il concetto di vetta o d’altopiano

Una volta, scendendo dalla sommità d’un masso, così minuscola da non potervi sostare, mi accorsi che le vette più esili e le sommità microscopiche non erano una caratteristica specifica delle montagne più elevate, ma pure dei fondovalle più riposti e meno conosciuti.

E che le falesie più variegate e sconcertanti non erano solo quelle di fondovalle ma anche quelle formate da lontani spalti glaciali, che una volta raggiunti si rivelarono non esser altopiani… E proprio non saprei dirvi se facendo tutto ciò mi fossi divertito o ne avessi sofferto, distratto com’ero dalla meraviglia di veder trasformare di continuo tutto quello che un attimo prima m’appariva assolutamente certo e immodificabile.

Così le masse montuose incorruttibili mi parvero non dissimili da nubi evanescenti… le une e le altre mai uguali a se stesse.

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Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura verticale.

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I Cento Nuovi Mattini

I Cento Nuovi Mattini
(scalate brevi e libere in Piemonte, Val d’Aosta, Lombardia, Liguria, Emilia, Toscana, Lazio e Sardegna)

Trentaquattro anni fa usciva, per i tipi della Zanichelli, il mio libro Cento nuovi mattini. All’inizio degli anni ‘80 cominciava a essere praticata come fine a se stessa l’arrampicata in falesia, e si cercava di capire se questa fosse un’alternativa povera o un “alter-ego” dell’alpinismo.

Per ragioni diverse 100NM è diventato un cult dell’arrampicata (arrampicata libera ma ancora meglio arrampicata e basta). Consultato avidamente, collezionato, ricercato anche e soprattutto quando esaurito. Un libro che, senza volerlo, ha fatto scuola.

Qui di seguito ne trascrivo l’introduzione: al momento di scriverla mi sembrava un’attenta analisi dei tempi, mentre molto presto si è rivelata un monumento all’utopia. Alla luce dell’esperienza di questi trentaquattro anni, forse queste parole hanno più senso oggi che ieri.

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Introduzione ai 100 Nuovi Mattini
(settembre 1981)
Dedica
Dedico questo libro ai dirupi, risalti, burroni, falesie, canyon, e a tutte le strutture di fondovalle nella speranza che la follia “costruttiva” dell’uomo non perseveri in un’opera di aggressione e distruzione moralmente ed ecologicamente inaccettabile oltre che incurante della futura sicurezza delle stesse abitazioni e degli stessi insediamenti industriali.

Omaggio
L’arrampicata di fondovalle in Italia è giovane. Il primo ad accorgersi delle enormi possibilità delle nostre strutture e quindi il primo a vivere la nuova filosofia dell’alpinismo senza vette fu Gian Piero Motti, nei primi anni ’70. Il suo incontro con Mike Kosterlitz, esponente di quell’alpinismo britannico che da sempre in questo campo era all’avanguardia, fu l’inizio di quella nuova era dell’arrampicata che oggi sembra così naturale e frutto spontaneo della nuova generazione. Nel 1974, Gian Piero Motti pubblicò sulla Rivista della Montagna un articolo dal titolo Il Nuovo Mattino. Analisi dell’Alpinismo Californiano.

Ringraziamento
Ringrazio coloro che appaiono nelle fotografie, ma anche quelli che non figurano solo a causa della selezione fotografica. Sono riconoscente a chi mi ha aiutato in qualunque maniera ed è rimasto nell’ombra. Di questi ho citato i nomi in apertura. Sono pure grato a coloro che non mi hanno aiutato o per pigrizia o perché non credevano in questo lavoro. Grazie a loro sono stato continuamente pungolato a fare del mio meglio perché questo documento si realizzasse a dispetto di ogni difficoltà.

Introduzione
Perché i “nuovi mattini”
Negli anni ’70 l’alpinismo è cresciuto, si è espanso e negli anni ’80 non sarà più un’attività elitaria per pochi pazzi. Già in Europa si è assistito a una rivalutazione morale dell’alpinismo da parte dei profani, che ora dimostrano maggiore sensibilità e apertura. Anche in Italia le cose stanno cambiando, il “boom” alpinistico è avvenuto anche da noi. Lo possono confermare l’aumento incredibile delle vendite di articoli sportivi legati alla montagna e il rifiorire delle attività editoriali con argomento la montagna e l’alpinismo. Ciò è consolante, anche se accanto ai lati positivi ci saranno quelli negativi. I primi segni di cambiamento, dovuto all’accresciuto numero di persone, si hanno nella diversificazione delle attività. Tralasciando l’escursionismo tradizionale (anch’esso in pieno “boom”, vedi i trekking e tutte le iniziative di traversate da rifugio a rifugio) e occupandoci solo di alpinismo, si possono distinguere ormai due nette direzioni. Da una parte sta l’alpinismo classico. Quello dell’alta quota, della neve, del ghiaccio e delle grandi salite su roccia. Dall’altra è nata una nuova forma di movimento, l’arrampicata fine a se stessa, privata dell’ideologia della cima e dell’eroismo, ma non della competizione. Entrambi i rami sono in rapida crescita, sia in qualità che in quantità, però stanno staccandosi sempre più e sempre più si dividono le mentalità che ne sono alla radice.

Personalmente ho vissuto entrambe le correnti e posso dire ancora oggi di non avere preferenze. Però debbo affermare che per vivere entrambe ho dovuto compiere un notevole sforzo di adattamento e duttilità. Gli ambienti umani sono incomparabilmente estranei uno all’altro. Questo è male, occorrerebbe cercare di riunire, di collegare. Un’esperienza unificatrice è quella di cui oggi in Italia c’è maggiormente bisogno. Se da una parte si cerca di camminare il meno possibile per accedere alle pareti, dall’altra si accentuano i dislivelli, si cercano montagne più isolate e grandiose. Se nell’arrampicata si evita il freddo, in alpinismo il freddo e la quota sono elementi essenziali. Anche se oggi si tende a scalare la parete ovest dei Dru con le scarpette, portando nello zaino gli scarponi, questo non basta a collegare caratteri così diversi. Di fondo rimane che in arrampicata il passaggio di settimo grado è la meta, mentre in alpinismo lo stesso passaggio è un ostacolo e va eliminato con l’uso della staffa.

28 luglio 1980: Val di Mello, Ivan Guerini tenta la fessura che diventerà La signora del Tempo
Val di Mello, Ivan Guerini su La signora del Tempo, 28.7.1980

A queste differenze se ne aggiungono altre più esteriori, come l’abbigliamento, il gergo, l’età media, l’allenamento più o meno intenso. Molti alpinisti classici che sfoglieranno questo libro potranno arricciare il naso di fronte a certe immagini “scapigliate”. Questo libro non vuole essere una difesa e neppure un’aggressione. Vuole essere un documento il più possibile esatto e reale di ciò che succede oggi nell’arrampicata pura. Documento che dev’essere inteso come tale, cioè strumento di informazione e di piacere visivo. Non soltanto io autore, ma tutti i ragazzi protagonisti, sappiamo che certi passaggi e certe “prodezze” non sarebbero stati possibili in montagna. Ma sappiamo anche che, da quando le strutture rocciose della bassa valle hanno cessato di essere “palestra”, il livello medio di capacità si è notevolmente alzato e non si può ignorare che la grande maggioranza delle vecchie vie classiche è stata ripetuta in arrampicata totalmente libera. In Dolomiti vie come la Brandler-Hasse alla Roda di Vael, la Carlesso alla Torre Trieste e la Comici alla Grande di Lavaredo hanno visto ripetizioni senza l’uso di un solo chiodo di progressione. E lo stesso è successo sul Monte Bianco e sulle Alpi Centrali. Questi sono risultati inoppugnabili e il merito va ascritto al fatto che non si va più ad allenarsi, ma si va ad arrampicare.

Questo fondamentale cambio di mentalità ha portato a parlare di tempi nuovi. Da che mondo è mondo ci sono stati “tempi nuovi” e sempre ci saranno. Per questo il mio documento di cronaca e di fotografia può essere intitolato “100 nuovi mattini”: perché ci vogliono cento giorni per salire tutto ciò che ho proposto qui, ma soprattutto devono essere cento giorni “nuovi”, altrimenti si rischia di ottenere il risultato ma di falsarne lo spirito, riproponendo il vecchio sistema dell’allenamento e riportando “in palestra” la mentalità della montagna.

Resta fermo che ognuno è libero di salire, di scalare, di arrampicare come meglio crede. Ciò che è inopportuno è il campanilismo, il settarismo invidioso dei compartimenti stagni e soprattutto l’ignoranza.

10 giugno 1973: Scoglio di Mroz, Alessandro Gogna sulla seconda lunghezza della Via della Torre Staccata, prima ascensione
Scoglio di Mroz, via Gogna, 1a ascensione

Per salire tutti e cento i nuovi mattini, ho dovuto calarmi integralmente nel nuovo mondo, viverne pregi e difetti. Ho sempre preferito alzarmi presto la mattina e invece qui dovevo stare a nuovi canoni, rimettermi alle abitudini degli altri, per esempio. Anche altre trasformazioni ho dovuto compiere, altrimenti il risultato finale non sarebbe stato possibile. Questa è la ragione per la quale il lettore classico troverà poche concessioni all’alpinismo tradizionale, ma è anche, secondo me, la verità del libro senza la pretesa di adattarsi ad uso di molteplici gusti.

Le difficoltà
Tra i più difficili compiti che mi sono assunto, quello di dare una valutazione omogenea delle difficoltà è stato il più duro e più discusso. Per cominciare ho rinunciato a dare una valutazione complessiva di ciascun itinerario. Ho percorso personalmente tutti e 100 gli itinerari e ho sempre fornito i dati salienti, dislivello, sviluppo, difficoltà dei passaggi, numero delle protezioni, ma ho evitato di riassumere, perché lo credo inutile. Per le difficoltà sui passaggi ho seguito i criteri della scala aperta UIAA, tralasciando le scale francese, inglese e americana. In questo libro il terzo e quarto grado sono ancora quelli di una volta e a me sembra più onesto non ricorrere all’espediente della compressione dei gradi. E’ importante notare subito che molti passaggi di VI, VII, ecc. sono tali solo se superati esclusivamente in arrampicata libera, cioè senza usare l’ancoraggio come progressione bensì solo per assicurazione. Questo vuol dire evidentemente che lo stesso passaggio è superabile all’occorrenza anche in A0 o con le staffe. Se ciò non fosse possibile, in quanto il tratto di parete non accetta protezioni di sorta, allora ho sempre specificato o nel disegno o nel testo che non si possono mettere chiodi e neppure nut. Do per scontato che dopo l’uscita di questo libro, molti andranno a ripetere queste vie e riusciranno a salire in libera tratti qui riportati in artificiale. Questo mi farà solo piacere quando avverrà, noi non abbiamo certo avuto la pretesa né di essere i migliori né di determinare a priori ciò che è possibile o ciò che è impossibile in arrampicata libera. Io ho riportato fedelmente sui disegni le nostre prestazioni, le nostre interpretazioni di un itinerario.

Perché ri-creazione?
Ed arrivo qui al punto più importante. Specificate le difficoltà, conosciuto il numero delle protezioni in posto, conosciuto il tipo di materiale da portare con sé, note la discesa e tutte le possibilità di sosta, cosa rimane a chi intende ri-petere un itinerario qualsiasi? Nulla, se uno non ci mette del suo. Fare la via con un chiodo in meno non è questo un gran progresso, a pensarci bene. Mentre la filosofia del nuovo mattino può essere creativa se ci si abbandona alla roccia, al sole, all’arrampicata. Appositamente ho voluto specificare al massimo tutto ciò che si può sapere su un itinerario così da non avere più alcun problema tecnico e non avere più alcuna scusante per trovare in noi stessi ciò che cerchiamo sulla roccia. Ecco perché non ho mai parlato di ri-petizione ma solo di ri-creazione. Perché io credo che a suo modo ciascuno ri-crea una sua esperienza personale nel filo della sua esperienza totale di vita. Questa ri-creazione è certo possibile anche in alta montagna e anche in altri campi che nulla hanno a che vedere con l’alpinismo, però è facilmente comprensibile che ogni tipo di creazione è difficilmente compatibile con l’eroismo e con la competizione: e qui in basso, su rocce arrampicabili tutto l’anno, è più facile dimenticare eroismo e meno facile eliminare competizione… Entrambi sono nemici delle creazione e di quel sentire noi stessi in pieno accordo con chi ci circonda e con la natura.

So che ciò che dico è un po’ quello che vorrei che fosse e che non ho nessun diritto di giudicare se si ri-crea, se si ri-pete, ecc. Ma almeno formalmente ho voluto slegarmi il più possibile dai vincoli della tradizione e ancora di più sciogliermi dai nuovi legami e codici dell’arrampicata moderna. Sono sempre gli altri che daranno un senso a ciò che faranno. Questo libro vuole essere un dito puntato, ma non un’esortazione e tanto meno una bibbia.

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La Natura verticale alla luce della libera esplorativa – 2

La Natura verticale alla luce della libera esplorativa – 2 (2-2)
di Ivan Guerini
(da Annuario CAAI 2006, per gentile concessione)

Gli infissi geotecnici e la difficoltà alterata (metà anni Ottanta)
Nel 1985, mi recai per qualche tempo e un po’ prevenuto a ripetere qualche tracciato a spit, giusto per farmi un’idea del tipo di salita. Se è vero che il progresso tecnico rende la vita indiscutibilmente più comoda, questo proprio non si può dirlo dell’arrampicata a spit che, a livello di capacità soggettiva, è oltremodo impegnativa. Si tratta di una tipologia di salita che, per numero di infissi, consente una progressione esaltante come un giro sull’ottovolante, soddisfacente come il sorriso serrato di una felicità costretta, emozionante, rispetto alla libera, quanto può esserlo l’effetto speciale d’un film rispetto a un fatto vero.

Il futuro dell’arrampicata e dell’alpinismo prospettato e realizzato dai tecnocrati
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Dato che i tracciati a spit, al pari dei nuovi itinerari che stavo percorrendo sulle falesie delle Prealpi Lombarde, si svolgevano su roccia, mi venne spontaneo confrontarli: mi domandai cosi «che tipo di difficoltà fosse quella che in mancanza d’infissi non sarebbe magari mai stata salita».

Paragonando le tre forme d’arrampicata praticate negli anni precedenti alla libera esplorativa, avevo considerato che la presenza e la quantità dei mezzi tecnici certamente “indebolivano” la difficoltà, tuttavia nei tracciati a infissi accadeva qualcosa d’ancora più marcato che andava al di là della difficoltà modificata.

La reale differenza non riguardava una presunta slealtà dello spit rispetto alla lealtà del chiodo, proprio perché l’opposta tecnologia di quei mezzi non li rendeva paragonabili. Essa era dovuta all’incidenza che sulla roccia lo spit ha rispetto al chiodo e consisteva nel fatto che chiodi, nut e friend sono mezzi tecnici che si possono inserire soltanto nelle cavità naturali, mentre lo spit è un infisso geotecnico che s’inserisce ovunque.

Questo mi diede la conferma che gli infissi, in rapporto alla roccia, non avevano tanto la funzione di assicurare gli arrampicatori da eventualità incidentali come il rischio di caduta, ma d’eliminare proprio ciò che impedirebbe loro di salire.

Da quella presa di coscienza, scaturì un interrogativo sostanziale: cosa toglieva lo spit alla roccia? Paragonando la diversa incidenza operata dagli itinerari e dai tracciati sulla “compattezza parziale” delle falesie verificai che gli infissi geotecnici trasformavano la difficoltà inalterata in una difficoltà alterata.


Stato di compattezza e natura del difficile (fine anni Ottanta)
Così, dopo due decenni di pareti esplorate, durante i quali gli anni, i mesi, i giorni e le ore erano diventati momenti di pietra percorsi, arriviamo a fine anni Ottanta, punto cruciale e svolta del discorso trattato in queste pagine.

A ben ricordare tutto cominciò nel 1972 quando, ancora adolescente, mi recai a visitare i Calanchi nell’Appennino Tosco-Emiliano assieme a Davide, mio compagno di scuola. Salendo per i loro fianchi cedevoli notai come quel fango compresso fosse costituito in superficie da scaglie cedue essiccate dal calore del sole. Frantumandosi sotto il mio peso, esse accompagnavano ritmicamente i movimenti del corpo impegnato nella salita, come il suono d’un metronomo scandisce quelli d’un danzatore.

Le fragili incrostazioni che si staccavano dalla superficie di quel fango compresso mi fecero notare che la compattezza e la fragilità di quella materia, al pari della sicurezza e dell’insicurezza da esse riflesse nella psiche di chi sale, erano componenti sostanziali di un’unità geologica indivisa come quei gemelli siamesi che non si possono separare. Due anni più tardi, arrampicandomi sulle pareti calcaree inesplorate, alle radici basali delle Grigne, sullo gneiss della Val Pogallo e sul granito a placche particolari dell’ancora misconosciuta Val di Mello, notai che l’inchiodabilità, più che un inconveniente rischioso che limitava la possibilità di progredire, era espressione d’uno stato naturale: la compattezza.

Momento d’arrampicata sulla Falesia (a compattezza parziale) dell’Avorio
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Dopo aver percorso un certo numero di pareti sconosciute caratterizzate da settori compatti, scoprii che la difficoltà non era determinata soltanto dalla grandezza o meno delle prese, dalla fatica e dalla delicatezza del sostenersi, come non era soltanto un livello nella graduatoria della scala dell’impegno, ma era formata da “componenti costitutive” che davano forma alla natura della difficoltà.

Fu un’importante presa di coscienza, che di lì a poco mi portò a considerare le proprietà speciali di quel determinato stato della roccia che, amplificando l’attenzione, attivano una sensibilità d’azione più consapevole, con la quale è necessario interagire per circoscrivere l’attitudine a rischiare.

Cosicché la compattezza divenne per me un “volto materico” dalla “voce retroattiva” che, contraendo le mie emozioni, plasmava la disinvoltura in fluidità della sequenza di posizioni fino ad attivare una sorta d’ingegno intuitivo necessario a procedere quando le possibilità d’assicurazione diventavano sporadiche. Aver compreso tutto questo fu per me più importante di qualsiasi difficoltà che avessi potuto superare.

Da qui la scelta di praticare la libera esplorativa senza mezzi che incidono sulla difficoltà inalterata della roccia: esplorare per approfondire l’interazione tra le tipologie di salita e la natura verticale.

La manipolazione della difficoltà inalterata
A metà del decennio Novanta, dopo aver salito in falesia un numero elevato d’itinerari con protezioni in sedi naturali, e altrettanti tracciati a spit, presi atto che i mezzi geotecnici in generale, come i fittoni (1400), gli infissi a espansione (fine 1930), a pressione (1960), lo spit (1982) e i fix (1990) incidevano sulla natura della difficoltà originata dalla compattezza della roccia e quindi non erano tanto “mezzi protettivi” ma piuttosto veri e propri “strumenti ottenitivi”, impiegati per manipolare la natura della difficoltà inalterata riducendola così ad una difficoltà alterata, a misura dei limiti e delle capacità di ognuno.

A questo punto è opportuno riassumere le trasformazioni operate dai mezzi tecnici e geotecnici d’assicurazione nelle differenti tipologie di salita, rispetto allo stato della roccia che origina la difficoltà:
1 – con percorsi in libera integrale (1900) senza mezzi tecnici si sale una difficoltà intatta;
2 – con itinerari in libera attrezzata (1920) da mezzi tecnici si sale una difficoltà modificata;
3 – con itinerari in libera esplorativa (1970) con mezzi in sedi naturali si sale una difficoltà inalterata;
4 – con tracciati di tecno climb (1982) a infissi geotecnici si sale una difficoltà alterata;
5 – con tracciati d’arrampicata sintetica (1985) si sale una difficoltà artefatta.

Momento d’arrampicata sulla Falesia (a compattezza parziale) di Giazzìma
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Affrontare o confrontarsi con una difficoltà sminuita
Chissà se gli arrampicatori e gli alpinisti si recano davvero in roccia per superare la difficoltà e per conoscere i propri limiti, o piuttosto, e qualche volta ne ho davvero il dubbio, abbiano scelto di adattarli con qualsiasi mezzo alla propria incapacità di superarli.

Qualche anno fa ho avuto la fortuna di vedere un interessante documentario, in cui un episodio riguardante una studiosa francese di rettili evidenziava bene la differenza tra “affrontare direttamente” o “confrontarsi indirettamente” con la natura.

Mentre camminava lungo una strada in terra battuta d’una regione indiana, si trovò all’improvviso di fronte a un grosso cobra reale, che si sollevò di fronte a lei come un evento inevitabile da affrontare. La ragazza, rimasta tranquilla davanti al minaccioso serpente, prese a dondolare un foulard fino a placarlo, afferrandolo poi al collo con un gesto fulmineo. Questo esempio mi serve ad affermare che la maggioranza degli arrampicatori, quando scala su vie protette a spit è convinta di confrontarsi con un grado di difficoltà “reale”, proprio come quel cobra. Se si esamina però con attenzione la situazione, è evidente che quando gli spit sono “vicini” il confronto è “indiretto”, come se quel cobra fosse al di là d’uno spesso vetro, mentre quando gli spit sono “lontani” il confronto è “diretto” ma “alterato”, perché a quel cobra abbiamo prima tolto il veleno.

Quando si sale un tracciato a spit vicini “preposizionando” i rinvii, oppure a spit lontani “penzolando” da un resinato all’altro per provare i passaggi o proseguendo in continuità fino alla caduta, e infine riuscendo dopo numerosi tentativi, si è praticamente da secondi anche se si scala da primi – si sta salendo in “arrampicata interrotta” o con “resting aereo”. Si è così smantellata progressivamente l’incognita psicofisica, e anche la “difficoltà obbligata” risulta un “limite ristrutturato” a misura dei forti, sopra la difficoltà realmente obbligata della roccia, quella dove magari ci si può assicurare sul VII ma non sul IX.

I casi che ho citato, fanno riflettere sulla differenza che sussiste tra chi in falesia sale facilmente un difficile tracciato a spit che conosce a menadito e chi, magari sempre in falesia, sale itinerari che non conosce con difficoltà molto minori e con punti di protezione che non sa dove, come e quando potrà inserire.

Ancora Monica Mazzucchi in esplorazione sulle falesie
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Per questo, sarebbe corretto definire la “difficoltà lavorata” come “difficoltà sminuita” e chiedersi come sia possibile realizzare una “scala comparata” delle difficoltà (dove il 6b, inteso come grado “sportivo”, dovrebbe corrispondere al VII inteso come grado “alpinistico”, di esplorazione) se – in rapporto allo stato della compattezza che origina la difficoltà – il primo è una “replicazione alterata” del secondo. Da ciò si deduce che né la Scala UIAA né quella francese hanno mai tenuto in considerazione l’importanza sostanziale che ha lo stato naturale della difficoltà.

Ma è pure interessante osservare come la “difficoltà serrata” dei tracciati a infissi ha portato inevitabilmente a considerare “discontinua” la “difficoltà variabile” degli itinerari e quasi dei “sentieri” la “difficoltà sporadica” dei percorsi. Inducendo i praticanti a stimare la natura verticale col “culto della continuità”.

Oggi si afferma che lo spit ha reso tutto più onesto ed evidente rispetto al tempo in cui gli arrampicatori facevano quello che volevano potendo anche barare.

lo non ne sarei così sicuro. Ho invece la sensazione che il fatto d’aver codificato un “confronto mediato” con una “difficoltà sminuita” sia occorso a conferire agli arrampicatori un’illusione di riuscita che rimuove la necessità di affrontare la propria ambiguità: il terrore d’esser smascherati induce poi gli individui a barare per sottrarsi al giudizio storico.

La via del de-grado
Perché voler considerare chi s’arrampica così drasticamente diviso dalla natura della roccia, se su di lei egli si reca proprio per superare i propri limiti? Probabilmente, il “limite di difficoltà” ancora oggi insuperato non si trova sulla roccia ma riguarda i “limiti dei punti di vista”.

I “limiti dei punti di vista” che i tecno climber hanno della roccia, mi hanno sempre lasciato amareggiato per il loro modo di considerarla, sconcertato per la confusione d’idee piene di contraddizioni, e avvilito per le conseguenze che ne derivano.

Ricordo che nel recente passato c’era chi si è domandato perché «si sono accettate senza problemi le corde in nylon, ma la stessa cosa non accade con gli spit?» Ma cosa c’entra il miglioramento del materiale tecnico con l’intervento del materiale su roccia? Sono due cose diverse, perché la prima riguarda effettivamente il progresso tecnico, la seconda “considera tecnicamente” la natura verticale.

Ricordo molti altri che, per descrivere pareti, hanno spesso impiegato la parola “roccia cattiva” per indicarne le caratteristiche d’instabilità. In realtà essi rivelano solo come un punto di vista “esteticamente deformato” da un’idea di fondo di “bello e pulito” inevitabilmente porti a dare un giudizio spregiativo della natura verticale.

Il giorno delle prime ascensioni del Sass Négher (1977)
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Ricordo altri ancora che hanno ritenuto l’attrezzatura di pareti come Sassella, Sirta e Sasso Remenno un modo di salvaguardarle. Eppure quando si attrezza interamente una parete con infissi permanenti e applicazioni di resina non si tutela ma si determina semmai la “certezza di percorrenza”, rivelando come questo modo di “bonificare” sia in realtà una “idea d’epurazione” dalle componenti naturali contrastanti gli obbiettivi di sistemazione.

Come ho già avuto modo di riportare nell’articolo Rispettare gli habitat verticali pubblicato su Lo Scarpone n. 9 (settembre 2006) e nel sito Internet d’arrampicata Lario Climb, il lavoro di disgaggio del Sass Négher è stato ritenuto nientemeno che didattico, con valenze culturali, addirittura di tutela pubblica e ambientale, un elenco di valori esattamente opposto a com’è stata trattata la natura verticale di quella parete. Per via dei rari ancoraggi lasciati come testimonianze storiche di passaggio lungo gli itinerari, si poteva pensare che gli autori di quell’operazione (che hanno comunque lasciato sul campo stick, chiazze di resina e tentativi di foratura) non fossero informati dell’esistenza di quelle vie.

Recentemente però, sulla Scogliera di Plasmateria, che cade a picco sulle acque del lago di Lecco accanto alla Punta di Morcate (dov’era già stata resinata e ri-nominata la difficile Casalingofrenìa) sono stati attrezzati a infissi tutti gli itinerari saliti assieme a M. Garavaglia nel luglio 1987 (ne cito cinque: il Diedro No-Gara, Tegulaitìs, Estasi Scultorea, Tarcisio Fazzini, Clessidrathlon), nonostante la presenza evidente di qualche chiodo e di diversi anelli di corda sulle clessidre. In questo caso proprio non si può affermare che gli itinerari non erano visibili.

Tutto ciò dimostra l’incapacità, da parte degli attrezzatori, di considerare la “valenza culturale” degli itinerari storici pre-esistenti e soprattutto quella riguardante la natura verticale delle falesie.

Inevitabilmente penso alle considerazioni di Gian Piero Motti nella sua ultima monografia su Caprie, nel periodo precedente al suo suicidio, che mi parvero naufragare nella disperazione, in balìa dell’impossibilità d’approdare dai “flutti della storia” alla “terra ferma del mondo naturale”. Punto di partenza e arrivo dell’attività, delle vicende e della vita stessa.

Valorizzare evitando di degradare
Perché mai gli infissi geotecnici dovrebbero essere considerati strumenti così negativi? Ho l’impressione che molti arrampicatori non si rendano ancora conto di ciò che ha comportato la loro applicazione dilagante.

Basta analizzare per sommi capi la storia dell’arrampicata per accorgersi che il passaggio intercorso da alpinismo tradizionale (1900) e arrampicata libera (1920) ad alpinismo attrezzato (1982) e arrampicata sportiva (1985) ha condotto a quella tipologia di salita, praticata di rado a partire dai primi anni Novanta, che si serve di tacche scavate, asperità resinate, sassi (e più raramente prese sintetiche) applicati sulla roccia e che per questo può essere considerata arrampicata de-gradata.

Prospettive per il futuro delle pareti di fondovalle e media montagna?
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Ai fautori dello spit questo mezzo è apparso una possibilità efficace per realizzare una “sicurezza assoluta” che avrebbe definitivamente sconfitto la “possibilità di rischiare” in modo da permettere all’arrampicata di compiere uno “scatto evolutivo” rispetto al “progresso sulle difficoltà”.

Tuttavia non si è tenuto conto che l’impiego codificato e poi sempre più diffuso dello spit avrebbe attivato un processo incidentale caratterizzato da ripercussioni relazionali e conseguenze ambientali tali da causare una regressione culturale in rapporto alla natura verticale.

A partire dall’utilizzo dello spit, molti si sono sentiti coinvolti, provocati o in dovere di dire la loro, ognuno con le proprie convinzioni, col proprio livello di chiarezza, giustificandone in genere l’impiego indiscriminato. Come ho già detto, questo ha portato a sostituire nella mentalità della maggioranza degli arrampicatori l’idea di “scoprire per valorizzare” con l’idea di “attrezzare per affermarsi”.

Il fatto di utilizzare la medesima tipologia di attrezzatura su rocce differenti ha poi un effetto omologante sulle caratteristiche della geodiversità che di conseguenza elimina, nella percezione degli arrampicatori, la funzione specifica che i litotipi hanno in rapporto al salire, inducendoli ad agire pensando il meno possibile e trasportando il degrado culturale in quello ambientale.

Indipendentemente da quanto possano essere informati coloro che attrezzano falesie con l’impiego di mezzi che incidono sulle componenti naturali della roccia, essi hanno comunque sviluppato una mentalità che li porta a non considerare saliti o salibili determinati settori. Ecco perché, pur trovando tracce di passaggio, in tanti casi hanno dimostrato di non avere un approccio corretto con i percorsi e gli itinerari realizzati in precedenza.

Ci si deve rendere conto che una grande parete alpina non vale di più di 10, 100, 1000 piccole falesie, poiché queste ultime sono caratterizzate da un ecosistema più delicato, dove sussistono caratteristiche geomorfologiche più deteriorabili, oltre al fatto che vi stazionano specie animali e vegetali che in ambienti glaciali non ci sono.

Se è vero che gli addetti ai lavori considerano la roccia e gli itinerari pre-esistenti uno strumento del loro mestiere, non dovrebbero comunque intervenire con una tipologia di sistemazione a impatto sui micro habitat verticali, poiché questi non appartengono al loro modo di ragionare ma a tutti.

Certe falesie vanno frequentate sporadicamente e in punta di piedi, nel rispetto della specificità delle loro caratteristiche e componenti, ricordando sempre che il mondo è grande e non va chiuso in una visione ristretta, in quanto ogni sua parte è collegata alle altre e, per essere preservata, richiede lungimiranza da parte di ciascuno di noi.

Il fatto che in montagna ognuno abbia la libertà di prodursi come meglio crede è legittimo, questo però non presuppone il diritto di “fare quello che ci pare”.

Se è vero però che ripristinare ciò che di un luogo va perduto, come vecchi sentieri o alpeggi in rovina, in giusta misura e non dovunque, può far parte di un discorso di salvaguardia del patrimonio storico e ambientale, riflettendo sul significato autentico della “valorizzazione” ci si accorge che non si può farlo smantellando, estirpando, diserbando e resinando senza ritegno le componenti costitutive della natura verticale. Proprio per questo è necessario fornire esempi di relazione formativa per valorizzare evitando di degradare.

La via del de-grado pienamente realizzata sul Muro della Perla e su quaranta dei numerosi itinerari precedentemente saliti lungo i settori della Falesia di Fiumelatte
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Un’attività esplorativa come testimonianza propositiva
Perché mai, per quasi quarant’anni, ho mantenuto il riserbo sulla gran parte di zone che ho esplorato? Se ne fossi stato geloso, a fine anni Settanta non avrei mai evidenziato la particolarità della Val di Mello, né mai avrei rivelato vent’anni dopo l’esplorazione avvenuta sugli speroni della Val Pogallo e le pareti montuose dell’alta Val Grande.

Scorcio sulla Falesia dell’Avorio, dove negli anni ’80 furono saliti in libera esplorativa (con mezzi tecnici d’assicurazione in sedi naturali) numerosi itinerari (113 fondamentali) da 30 a 350 m dal V al IX
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Dopo il decennio Ottanta pubblicai alcune monografie esplorative (Dalla parte delle pareti, Sasso di Dascio, Cima delle Dune) sulle pagine della Rivista della Montagna, rivolte principalmente alla conoscenza e alla frequentazione consapevole della natura verticale, probabilmente le prime a essere concepite in quel senso, dato che il parere degli ambientalisti mi pareva più concentrato sulla tutela dell’avifauna che in loro nidifica che alle componenti specifiche della roccia. La ragione per cui non scrissi più nulla in seguito è dovuta al fatto che nel periodo in cui terminavo d’esplorare quelle zone, stava decollando la tecno climb a infissi che comportava un evidente impatto tecnologico sulla roccia. Come esploratore dell’ingente quantità di strutture esistenti mi sentivo responsabile della loro divulgazione perché l’affollamento invasivo le avrebbe certamente alterate fino a trasformarle da ecosistemi verticali a “parco giochi”.

Per il fatto che il Gioco Arrampicata della Val di Mello era stato interpretato come un modo per “Prendersi Gioco della Roccia”, considerai che i tempi non erano maturi e ritenni che fosse più importante continuare ad esplorare, anziché opporre alla “ideologia del trapano” contenuti che sarebbero stati certamente considerati polemici e prettamente introspettivi.

Sulla sommità del Pilastro d’Argento pensai…
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Le Zone No spit
Nel 1999, in occasione della pubblicazione del libro sulla Val Grande e Val Pogallo, ho proposto per quelle zone il logo Zone No Spit, un concetto di salvaguardia della consapevolezza per l’identità geostorica dell’ecosistema verticale, affinché questo non sia più vissuto col punto di vista tipico di un “ottica museale” ma percepito per le qualità delle sue componenti costitutive.

Pertanto, se in questi anni sono stati attrezzati sulle falesie di Lombardia un’ingente quantità di tracciati di tecno climb a infissi geotecnici dalle difficoltà alterate, allora è necessario preservare anche la testimonianza storica delle centinaia tra falesie, rupi e speroni da me esplorati nelle Prealpi e nelle Alpi Lombarde, in compagnia d’amici dal 1977 al 1997, con itinerari compiuti in libera esplorativa (con mezzi tecnici di protezione in sedi naturali) senza aver inciso sullo stato di compattezza delle difficoltà inalterate dal IV al IX.

Ricordo ancora ciò che pensai il giorno in cui raggiunsi la sommità del Pilastro d’Argento, una gigantesca stele che svetta come una lapide opaca in uno dei luoghi più remoti delle Alpi Retiche, parete di montagna che aveva le medesime caratteristiche delle fiancate di fondovalle: un conto è servirsi della roccia per ottenere risultati, cosa ben diversa è servirsi dell’arrampicata per conoscere la natura verticale e se stessi tramite lei.

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Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura verticale.

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La Natura verticale alla luce della libera esplorativa – 1

NaturaVerticale-1-Grande 1999Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale, realizzato assieme al grafico Marco Agnelli in occasione del primo libro che scrisse sulla Val Grande. Quell’abbinamento permise al novello marchio di essere “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti allora impercorse di quello che può essere considerato il Parco Nazionale più selvaggio d’Europa.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che provochi un sommovimento di coscienza al riguardo della Natura verticale.

La Natura verticale alla luce della libera esplorativa – 1 (1-2)
di Ivan Guerini
(da Annuario CAAI 2006, per gentile concessione)

Allo stato di compattezza, origine geologica del difficile

Allacciate le cinture!
L’intento di questa mia analisi è di trattare il rapporto tra le tipologie di salita e la natura della roccia che origina la difficoltà, considerando anche l’impatto dovuto ai differenti mezzi tecnici impiegati per assicurarsi. Si tratta di argomenti che mi stanno molto a cuore, poiché la messa a fuoco del loro significato mi ha permesso di diventare più consapevole nel mio agire sulle pareti e ritengo sia giunto il momento di esporli nella loro essenza e interezza.

Pur arrampicando come tanti nei luoghi più conosciuti e avendo salito itinerari significativi nelle Alpi, in me prevalse fin da subito la curiosità d’esplorare le pareti sconosciute. Pertanto praticai soprattutto la libera esplorativa con assicurazioni in sedi naturali, un’attività conoscitiva unificante ed extra ordinaria, dal momento che permetteva di muoversi in montagna, in falesia e sui massi nella maniera più essenziale possibile. E soprattutto a contatto diretto con la vera essenza della natura verticale.

I quasi quarant’anni trascorsi a contatto con la roccia mi hanno permesso di scoprire che essa non è soltanto quella superficie immobile o cedevole, facile o difficile, piacevole o repulsiva che tutti conosciamo, ma è materia formata da componenti che possono suscitare emozioni che intervengono sulle azioni.

Monica Mazzucchi
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Il fatto di non aver vissuto le pareti salite come “specchi delle mie brame” che riflettessero soprattutto le mie capacità, mi ha portato a considerare che le motivazioni rette da fini agonistici e antagonistici, ai quali troppo facilmente ci si adegua, non risultano essere le uniche o le più adatte per affrontare le montagne consapevolmente se davvero s’intende intraprendere un modo rinnovato di rapportarsi alla roccia e al modo di percorrerla. Rivolgo questa mia analisi soprattutto a coloro che non considerano importante ciò che contraddistingue i percorsi (da interpretare per mancanza di riferimenti tecnici), dagli itinerari (da identificare per sporadicità degli stessi) o piuttosto tracciati (da eseguire in relazione ad infissi costanti), che ritengono la difficoltà un valore indipendente dalla presenza dell’attrezzatura, o che addirittura reputano le rocce delle falesie e delle pareti dei semplici mezzi in funzione all’arrampicata e all’alpinismo di prestigio. A mio avviso proprio il fatto d’averle considerate “mezzi” è stato un limite cruciale che ha allontanato dalla possibilità di praticare un cammino conoscitivo in rapporto alla roccia, tramite le tipologie di salita.

Se avrete la pazienza di leggere queste pagine, noterete che il tono perentorio di talune affermazioni non è una presa di posizione in difesa d’una propria etica, ma serve a rimarcare le sfumature che temevo potessero non esser considerate a sufficienza. I protagonisti inerenti ai fatti sono stati citati di rado perché avrebbero distolto l’attenzione dal senso delle vicissitudini che mi premeva evidenziare. Non vi nascondo che la fatica a procedere “percorrendo” questo scritto, dove gli avvenimenti analizzati derivano sempre dalle attività praticate, mi ha richiesto una concentrazione pari a quella d’affrontare una difficile parete impercorsa, salita da solo e senza materiale. Infatti, se dovessi dire quali sono stati i passaggi “più difficili” incontrati, non esiterei a identificarli con la messa a fuoco dei differenti punti di vista della natura verticale, certamente più impegnativa di certe lunghezze di corda che mi è capitato di salire.

Nel periodo in cui ho assemblato questi argomenti si sono succedute giornate invernali di bel tempo, durante le quali l’arrampicata non mi è però mancata, per il fatto che il “desiderio di salire” si è spostato sulla necessità avvincente di “provare a spiegare” considerazioni che in prima battuta difficilmente risultavano lineari.

Questo lavoro poteva risultarmi gravoso per il fatto che non mi riesce facile scrivere… A dissolvere questo ostacolo ci pensarono i due gatti che vivono con noi, sonnecchiando al silenzioso passare delle ore, sognando al trasformarsi dei concetti, miagolando alle riflessioni centrate, sussultando alle difficoltà di comprensione, per poi stirarsi soddisfatti al dissolversi dei dubbi. Scrutato dagli occhi fissi di quelle due enigmatiche civette quasi come un’alchimista d’oggi assorto davanti alla “sfera di cristallo” del computer, mi ritrovai a tritare nel crogiolo del pensiero la sostanza dei fatti filtrandoli in concetti per trasformarli in parole, fino ad affacciarmi sul senso compiuto della natura verticale che da ragazzo avevo intravisto, ma che non avevo la capacità di spiegare.

La libera integrale e la difficoltà intatta (primi del Novecento)
Per comprendere le vicissitudini della storia dell’arrampicata è necessario considerare brevemente le motivazioni che l’hanno caratterizzata.

Da sempre si dibatte sul torto o la ragione di questa o quell’etica, sulla “purezza della libera rispetto all’impurità dell’artificiale”, su quali siano i mezzi tecnici “leciti” e quali invece quelli “illeciti”, sul valore di una “difficoltà mai definita”, in funzione di un’auspicabile “onestà d’esecuzione” delle salite. Disquisizioni che, nel loro ripetersi senza mai soluzione, hanno concorso a schierare il fronte della conservazione dei “valori tradizionali” contro quello della loro “moderna trasgressione”, determinando un contrasto ideologico che ha decentrato l’attenzione dei praticanti dall’essenza del teatro di cui stavano parlando, fino ad allontanarli del tutto dalla possibilità di considerare la reale entità della natura verticale.

1975 – Mario Villa sale in libera integrale, nello stile “primi del ‘900”, lo spigolo sud della Torre Portorella (150m, VII-)
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Il meccanismo storico dei dissidi e dei contrasti è lo stesso che possiamo riscontrare nella storia dell’arte, dove vi sono movimenti nascenti che ritenendosi “innovativi” tendono a soverchiare culturalmente quelli precedenti a loro.

Va però sottolineato come nell’arte moderna sia evidente la distinzione tra i contenuti figurativi delle «opere artistiche», quotate cifre esorbitanti per il loro inestimabile valore, e le varie «performance concettuali» che dal punto di vista dei “contenuti figurativi” non sono facilmente comprensibili, proprio perché le performance, più che “opere”, sono vere e proprie “operazioni” di mercato.

Una definizione di valori in tal senso dovrebbe valere anche per l’alpinismo, dove però non furono mai fatte distinzioni sostanziali che rammentassero come l’arrampicata su roccia sia soprattutto un’attività in stretta relazione con una natura verticale. In conseguenza di ciò, l’invenzione dei mezzi geotecnici (o protezioni fisse a pressione o espansione), ha contribuito sempre più a far considerare come opere ciò che invece sono performance.

Dallo stratagemma protettivo dei mezzi tecnici, all’espediente ottenitivo degli infissi geotecnici
Chi ha provato a salire in cordata, senza mezzi tecnici d’assicurazione un percorso non conosciuto lungo un’alta parete verticale, come succedeva agli albori dell’arrampicata, sa bene che la “corda libera” in caso di caduta difficilmente funge da punto d’assicurazione. Tuttavia, ciò che d’importante rivela la libera integrale è che senza chiodi sulla roccia la difficoltà che si supera resta intatta.

Quando la “necessità di superare” le difficoltà delle pareti spinse ad affrontarne di maggiori, si escogitò lo stratagemma che permise di continuare comunque a procedere: furono inventati i primi mezzi tecnici definiti chiodi. Così ai “percorsi” senza impiego di mezzi tecnici in libera integrale praticati fino a quel momento, s’aggiunsero gli “itinerari” in libera attrezzata con mezzi tecnici che si utilizzavano come punti d’assicurazione e, non escluso, d’aiuto.

Se è vero che in un primo momento il loro impiego serviva a proteggere l’incapacità dei salitori dalle difficoltà opposte dalla natura verticale vissuta come “nemica”, in seguito vi fu chi considerò come “vero nemico” la “difficoltà d’assicurarsi”. Fu quest’idea che, dallo stratagemma dei mezzi tecnici come i chiodi, portò a escogitare l’espediente degli infissi geotecnici a espansione, derivanti dagli antichi fittoni.

Vi chiederete perché ho definito “stratagemmi” i mezzi tecnici ed “espedienti” gli infissi geotecnici. Per spiegarmi meglio, un conto è migliorare la funzione dei mezzi d’assicurazione per non rischiare, altra cosa è ritenere rischiosi i passaggi della roccia che ostacolano l’incapacità di salita, arrestando la possibilità di realizzare.

Distillare le idee e le motivazioni delle differenti tipologie di salita mi ha permesso di comprendere più a fondo la situazione attuale. Se l’idea della libera integrale era di «salire solo dov’era naturalmente possibile» e quella della libera attrezzata e dell’artificiale di «salire o progredire anche dov’era possibile solo tecnicamente», con l’arrampicata a spit l’obiettivo diviene «salire dove non era naturalmente possibile».

Ciò significa che gli effettivi requisiti di salita furono per la libera integrale = «lo ho bisogno della difficoltà intatta della roccia», per la libera attrezzata = «lo ho bisogno di mezzi tecnici per modificarla», per l’artificiale = «lo ho bisogno solo di mezzi tecnici» e per l’arrampicata a spit = «lo ho bisogno di difficoltà alterate».

Da ciò si deduce che l’arrampicatore non ha mai avuto realmente interesse per la roccia e la difficoltà da essa originata, ma si è soprattutto concentrato a realizzare tipologie di salita che gli permettessero di confrontarsi con difficoltà manipolate, da adattare al livello delle proprie incapacità. Pertanto la roccia non è mai stata considerata per quello che davvero è, ma più che altro come un “campo di battaglia” per punti vista contrastanti.

La libera attrezzata e la difficoltà modificata (fine anni Sessanta)
Quando iniziai ad arrampicare con una certa assiduità alla fine degli anni Sessanta, si era soliti parlare di roccia ed avere scambi d’opinioni fra arrampicatori, discutendo dei “gradi di difficoltà” o degli “itinerari più impegnativi” del momento. Si trattava d’una tendenza che non riguardava necessariamente i capaci o gli esperti ma gli alpinisti in genere, che si dividevano sostanzialmente in due fazioni, i “liberisti” e gli “artificialisti”, poiché in genere si discuteva del numero di chiodi utilizzati per assicurarsi o per progredire.

Il fatto che dalla corrente degli artificialisti si sia staccata quella dei tracciatori di direttissime a espansione, realizzate per trasgredire all’etica ferrea dei liberisti, fece sì che, per reazione, tra gli arrampicatori liberi più forti di allora ci fosse la tendenza a non utilizzare, o talvolta addirittura a eliminare, i chiodi d’assicurazione ritenuti superflui, specie sulle salite più impegnative.

Reinhold Messner, nella sua attività giovanile sulle pareti delle Dolomiti, utilizzava un numero ridottissimo di chiodi, per tutelare gli itinerari estremi del passato e quelli nuovi da lui saliti. Le sue coerenti motivazioni, che si presume partissero da considerazioni derivanti dalla pratica e non da contorte elucubrazioni, furono espresse in un suo articolo, diventato una pietra miliare nella storia dell’alpinismo, intitolato L’assassinio dell’impossibile. Quel suo punto di vista inflessibile, scatenò il disappunto dei maître à penser di casa nostra i quali presero le difese di un alpinismo più attrezzato che consentisse di salire anche a coloro che non ne erano all’altezza e, dal pulpito elevato della loro supponenza, tacciarono il forte tirolese nientemeno che di “superomismo”!

Successivamente al fermento di quel periodo, come tanti giovani d’allora, anch’io fui incuriosito dalla possibilità d’affrontare difficoltà su roccia sempre maggiori. Per farlo abbandonai la libera e l’artificiale convenzionali praticando una libera a “protezioni ridotte” lungo gli itinerari ben chiodati, e una libera attrezzata senza tirare i chiodi che venivano utilizzati di solito per progredire in artificiale. Tuttavia, il fatto che la difficoltà superata con quelle due tipologie di salita fosse in ogni caso attrezzata, mi fece capire che si trattava di difficoltà modificata.

1980 – Sulla via Direttissima ai Denti della Vecchia: libera a protezioni ridotte
Denti della Vecchia (Canton Ticino, Svizzera), I. Guerini su via Direttissima

La libera esplorativa e la difficoltà inalterata (primi anni Settanta)
Nella prima metà degli anni Settanta, la necessità di salire pareti impercorse, m’indusse a praticare la libera esplorativa con “protezioni in sedi naturali” e pertanto passò in secondo piano la ripetizione costante d’itinerari.

Certamente, il fatto d’averla praticata come attività principale anche lungo pareti non particolarmente difficili, in un periodo in cui contavano soprattutto le ripetizioni degli itinerari più prestigiosi o impegnativi, poteva far pensare che fossi un individuo in rotta con l’idea di confrontarsi con le salite storiche più impegnative.

1984 – Libera attrezzata: M. Mazzucchi e C. Curatolo sulla Paolo VI al Sasso d’Introbio
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In realtà, le ragioni che mi spinsero a praticare la libera esplorativa, sia in falesia sia in montagna, non si rifacevano né all’idea “purista” della libera integrale praticata da Paul Preuss o Angelo Dibona nei primi del Novecento, né tantomeno all’idea di limitare rischiosamente i punti d’assicurazione quale ostentazione d’una capacità acquisita. Esse dipendevano invece da un impulso conoscitivo verso la natura verticale più che dal confronto con la difficoltà in se e per sé.

1983 – Beppe Villa mi osserva sulla via Bonatti ai Magnaghi
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Praticandola mi accorsi che si trattava di un tipo di salita assai più impegnativo perché all’impegno fisico s’aggiungeva la fatica di doversi assicurare e a quello psichico il timore di cadere che deteriorava la resistenza nervosa. Ma soprattutto s’interagiva col mondo sconosciuto che inizia una volta valicata la frontiera dei riferimenti prevedibili.

Il fatto di piazzare mezzi tecnici d’assicurazione sulla roccia impercorsa, amplificava di molto la fatica della difficoltà da superare. Ciò mi fece considerare che esisteva una difficoltà più impegnativa di quella che abbiamo visto modificata dall’attrezzatura e pertanto mi domandai come avrei potuto definirla.

Considerando quei settori di roccia dove non ci si poteva assicurare ma dopo qualche tentennamento si riusciva a salire in libera lo stesso, constatai che la difficoltà superata, pur non intatta come quella della libera integrale d’inizio secolo era di fatto una difficoltà inalterata e si sapeva di che livello era solo dopo averla salita.

La libera esplorativa metteva in luce che si poteva salire la difficoltà inalterata con un certo margine di sicurezza soprattutto se non vi era contrasto tra il “desiderio d’affrontare” e la “necessità di dimostrare” a tutti i costi di essere all’altezza. Viceversa ci si poteva trovare coinvolti nella sfida tra i “propri limiti” e la “possibilità d’affermarsi” sull’orlo spiovente della “necessità di rischiare”.

Sulla roccia s’incontra il rischio che s’incontra in ogni momento della vita: per rischiare un po’ meno è necessario non rinunciare a prestare costante attenzione, lo rammenta persino il cibo che può andare di traverso a tavola quando si è sovrappensiero.

Dallo spit all’onda d’urto della tecno (primi anni Ottanta)
Nei primi anni Ottanta, sulla scena storica dell’alpinismo e dell’arrampicata comparve lo spit, già utilizzato nel campo della speleologia. Questo altro non era che un antico fittone perfezionato, introdotto quando prese corpo la convinzione che, per continuare a progredire sulle difficoltà della roccia, era necessario inventare un mezzo che consentisse di proteggersi “da meglio a sempre”.

Si trattava d’un marchingegno che consentiva di praticare una tipologia di salita definitivamente disancorata dall’idea d’esplorazione che, da quel momento, fu considerata un’attività più rischiosa che difficile.

L’arrampicata a spit, che imponeva tassativamente di non attaccarsi agli infissi, fu chiamata “free climbing”, e ciò erroneamente, visto che quel concetto di provenienza nord americana in realtà era inteso soprattutto come “libera arrampicata” e non come attività di salita che risultava in pratica vincolata alla presenza costante di protezioni, per lo più fisse, o soltanto fisse, come è poi diventata da noi.

Libera esplorativa sulle pareti alpine delle Alpi Retiche: Torre Meridionale del Cameraccio, parete ovest (700 m, Vl+)
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In seguito, per codificarne la funzione alla luce delle prime competizioni ufficiali, fu chiamata “arrampicata sportiva” e di lì a qualche tempo si trasferì sul “sintetico”, una ricostruzione artefatta della struttura del conglomerato, terreno più adatto a gareggiare a tutti i livelli e a mettere con le spalle al muro i limiti fisici effettivi d’ognuno, stressando sempre più i requisiti singoli di forza e resistenza.

Quando si affermò l’abitudine di realizzare tracciati a infissi permanenti, al concetto di “itinerario esplorato” si affiancò quello di “tracciato costruito”. Da quel momento la falesia non è più considerata una bancata di roccia quale realmente è, ma piuttosto una mera “superficie attrezzata”, al punto che oggi la maggioranza degli arrampicatori distingue una “falesia” da una “parete alpina” solo per il modo in cui esse sono attrezzate, molto sicure a spit, o più precarie a chiodi. Vorrei infatti precisare che la distinzione tra le falesie e le pareti montuose non sta solo nella distanza da valle (dato che nelle Alpi ve ne sono alcune che richiedono avvicinamenti di qualche ora), non è dovuta alla loro grandezza (basti pensare alle bastionate del Resegone, del Daìn e del Croz dell’Altissimo che collocate in territori decisamente miti, potrebbero essere considerate medie, grandi e immani falesie), e nemmeno dipende dalla tipologia d’attrezzatura utilizzata, come dimostrano le salite delle tre bastionate sopracitate, percorse praticamente in libera dai tre valenti arrampicatori Walter Bonatti, Bruno Detassis e Matteo Armani, a partire dal 1930, e che hanno anticipato di qualche decennio la concezione dell’arrampicata in luoghi miti, mitizzata negli anni Settanta sul modello yosemitico, identificato in Europa con le fiancate del Verdon e del Vercors.

La reale distinzione tra le falesie e le pareti montuose è dovuta alle loro caratteristiche naturali: l’orogenesi che le ha formate, lo stato della materia che le costituisce, il territorio più o meno glaciale in cui sono situate. Il fatto che la salita dei tracciati a spit fosse “reale” soprattutto per via dei mezzi impiegati, ma “irreale” se priva di questi rispetto alla natura verticale, di primo acchito mi fece paragonare la tecnologia di questo tipo di salita alla realtà virtuale.

Di lì a poco però, considerai che quel giudizio valeva solo per quell’istante storico, poiché l’avvento della biotecnologia rendeva il raffronto con la realtà virtuale inesatto a definire il valore dell’arrampicata a spit, che era soprattutto una tipologia di salita geotecnologica derivata dalla fusione tra l’etica della libera attrezzata e i mezzi di progressione dell’artificiale a espansione.

Perché mai l’arrampicata a spit ha attecchito così tanto nella mentalità degli arrampicatori? Credo perché ai giovani inesperti è proposta come l’approccio più diffuso, o unico, per iniziare, per gli adulti esperti è un mezzo per rimettersi in forma o per migliorarla e, volendo ironizzare un po’, per gli anziani, che in pensione da tempo arrampicano ancor più dei professionisti, è un modo per mantenersi allenati e passare del tempo con giovani meno in forma di loro!

Libera esplorativa sulle pareti alpine dell’arcata Orobica: Variante delle risonanze occulte al pilastro sud del Pinnacolo di Maslana (VII)
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Dal tempo della prima utilizzazione dello spit si definirono nei praticanti quattro diversi modi di pensare; i tecno-etici che non utilizzano spit sulle vie del passato, ma solo sulle pareti che a detta loro rappresentano il futuro; i tecno-selettivi che mettono gli spit dal basso e a distanza sempre maggiore; i tecno-conformisti che non attrezzano, ma si servono dei tracciati a spit per allenarsi; e i tecno-indifferenti che considerano itinerari e tracciati solo due modi di salire compatibili. Per poter inserire questa nuova tipologia di salita nel contesto delle precedenti, fu confezionata rapidamente un’etica con le opinioni dei praticanti, che aveva come comune denominatore dei vari punti di vista una considerazione della “roccia come mezzo” in funzione all’arrampicata, contribuendo a potenziare quel vuoto culturale che oggi, consapevolmente o meno, avvertono in tanti sotto forma di mancanza di contenuti.

Va detto che all’inizio gli attrezzatori a spit incontrarono soltanto la disapprovazione, reattiva ma debole, di coloro che fecero qualche febbrile tentativo di marchiare eticamente i territori d’azione che sentivano propri, senza però indicare direzioni alternative. Questo fece sì che non si attivasse alcun processo di bilanciamento culturale.

Fu così che, dalle ceneri dei primi infissi rudimentali decollò la tecno climb, tipologia di salita per la quale era giustificato l’impiego massiccio dello spit, che ha portato a sostituire il concetto di “scoprire per valorizzare” con quello di “attrezzare per affermarsi” e di conseguenza ad agire considerando sempre meno la natura verticale.

1987 – M. Garavaglia su uno strapiombo a spit
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I limiti di una pianificazione costrittiva
Ciò che mi sconcertò maggiormente in quel periodo fu che, in rapporto alla natura verticale, il “percorso da trovare” venne prima trasformato dall’impiego dei mezzi tecnici in “itinerario da ubicare”, e con lo spit fu definitivamente modificato in “tracciato da eseguire”. Questa evoluzione (in realtà involutiva) rivelava la necessità di avere costantemente dei riferimenti guida, scanditi e progressivi… ma per andare dove?

Il fatto di realizzare una “difficoltà obbligata” (dalla distanza degli infissi) sopra la “difficoltà naturale” (opposta dalla roccia) è tipico di un punto di vista che ha frainteso il concetto di “costruire” con quello di “creare”, come fosse giostrato da un’idea d’onnipotenza ri-costruttiva della natura. Più che un punto di vista “illuminante” e innovativo, mi pareva un’idea dai contenuti simili a fievoli “lumini” nella camera mortuaria del pensiero “illuminista”.

Il fatto che in un tracciato a spit la difficoltà sia confezionata dal ragionamento selettivo di taluni, è la dimostrazione che si tratta di un’arrampicata vincolante, più che intransigente, per il fatto che il “volere” è costantemente trasformato in “dovere” e pertanto si rivela all’opposto d’ogni “realizzazione espressiva”.

Quell’idea che ammaliava con l’allettante prospettiva di un’arrampicata e un alpinismo da adattare a tutti, e quindi “attrezzati” ma non certo “sicuri”, non mi pareva innovativa per il fatto che era molto simile alla proposta d’un vecchio motto d’inizio secolo (primi del Novecento) riveduto e corretto: le “Alpi al Popolo”, che al tempo occorse per incentivare gli iscritti delle sezioni a recarsi, oggi diremmo “riversarsi in massa”, sulle nostre montagne. Sostenere che sulla natura verticale una “attrezzatura stabile” corrisponda a una “sicurezza effettiva” sembra il sogno di un’ideologia che prospetta un futuro di possibilità “a senso unico” e “uguali per tutti”, e che confonde una pretestuosa “libertà d’azione” con un “andar per monti” apparentemente non-costrittivo.

Era un modo di trattare le montagne e le pareti che non condividevo poiché, più che tener conto della storia in relazione alla natura, considerava la natura verticale in funzione a una omologante pianificazione della geodiversità, e cioè un qualcosa da rendere sempre più accessibile secondo dettami prettamente teorici, e in definitiva da snaturare.

(continua)