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Sea, specchio delle mie brame

Sea, specchio delle mie brame
di Elio Bonfanti
(già pubblicato su planetmountain.com il 30 luglio 2015, con il titolo Vallone di Sea e l’arrampicata allo Specchio di Iside. Vi si trovano anche alcune schede di vie d’arrampicata)

Il vallone di Sea inizia a Forno Alpi Graie 1219 m e possiamo dire che idealmente termini al colle Tonini 3244 m. Esso incide la testata della Val grande di Lanzo incuneandosi per circa dieci chilometri in un ambiente montano di selvaggia bellezza tale che anche solo andarci a passeggiare può lasciare degli autentici souvenir emotivi. I colori e le luci, nell’arco della giornata giocando con le pieghe della roccia, davvero svelano ad un occhio attento le forme che Gian Piero Motti aveva saputo leggere sulle pareti di questo angolo dimenticato delle Alpi. Ecco che quindi come d’incanto appaiono il Mago Gandalf, Il Volto della Signora e decine altre strutture dai nomi singolari e talvolta esoterici.

Vallone di Sea, Specchio di Iside e Trono di Osiride
Vallone di Sea, Parete del Trono di Osiride

Le pareti si susseguono in un crescendo “Rossiniano” e partendo dalle piccole strutture rocciose poste in prossimità dell’abitato si incontrano le ampie strutture denominate lo Specchio di Iside, il Trono di Osiride e la Parete dei Titani. Proseguendo nel cammino dopo il pianoro di Balma Massiet si incontrano solo per citarne alcune, l’Albaron di Savoia, la punta Francesetti e la Ciamarella che con i suoi 3676 m è la regina delle Valli di Lanzo.

Il già nominato Gian Piero Motti fu il primo a intuire le potenzialità di questa valle relativamente a un arrampicata/alpinismo di ricerca ma in realtà se non sul masso di Nosferatu lui non vi arrampicò mai. Fu Isidoro Meneghin con Sergio Sibille, sul finire degli anni Settanta, a tracciare le Docce Scozzesi, il primo vero itinerario di scalata sulla grande parete del Trono di Osiride. Ci volle un po’ di tempo ma alla fine, fra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, gli arrampicatori torinesi (e non) si mossero un po’ tutti, così Ugo Manera, Franco Ribetti, Claudio Sant’Unione, Enzo Appiano, Roberto Mochino, Daniele Caneparo, Maurizio Oviglia, Marco Casalegno, Marco Blatto, Sandro Zuccon, ecc. (non se la prendano quelli non citati) lasciarono le loro firme alcuni con realizzazioni sempre più di alto livello ed alcune di valore assoluto. Muta testimone di questo cammino di ricerca della difficoltà sia in libera che in artificiale è la perfetta linea dell’itinerario Così parlò Zarathustra che a tutt’oggi conta pochissime ripetizioni.

Qualcuno si stupirà del fatto che io non abbia ancora nominato Gian Carlo Grassi, ma lui con i suoi oltre cento itinerari giocava in una categoria a parte, quando non da solo, era accompagnato da clienti, da colleghi o da amici e spesso trascorreva a Sea gran parte dell’estate, rincorrendo quell’esoterico mondo palesatogli anni prima da Motti.
Le Alpi Occidentali e non solo, negli anni Novanta hanno visto il passaggio di una cometa di una lucentezza incredibile, Manlio Motto: questi, forte di un ottimo livello in arrampicata libera e testimone di un nuovo stile di apertura dal basso, iniziò a chiodare in maniera quasi sistematica nuovi itinerari uno più bello dell’altro. L’ho incontrato in un paio di occasioni ma non ho mai avuto modo di chiedergli perché a Sea non fosse mai venuto. Sarà forse stata l’esposizione delle pareti, forse il fatto che c’erano già troppe vie presenti, forse quel po di lichene che talvolta può risultare fastidioso, forse qualche fessura intoppata d’erba, forse la somma di tutto ciò o addirittura perché non riusciva ad essere contemporaneamente dappertutto… di fatto Sea ha avuto altri più o meno discussi o discutibili protagonisti del “moderno”.

Vallone di Sea, Lo Specchio di Iside
Sea-Specchio di Iside-31665

Oggi mi scappa talvolta da ridere nel leggere alcune relazioni di itinerari, ma ancora più i commenti, accuratamente celati da nickname di comodo, sui vari Forum, che criticano la chiodatura in posto, la lunghezza della via, lo stile di apertura o qualsiasi altra cosa che possa essere in qualche modo attaccata. Questo nello specifico non riguarda Sea, ma sono addirittura riuscito a leggere su un commento: via “troppo corta”. Ma ci rendiamo conto? Sono certo che se l’apritore lo avesse saputo prima avrebbe sicuramente fatto allungare la parete dal padreterno così invece di fare due vie parallele per riempire una giornata in montagna ne avrebbe fatta una sola magari di tre chilometri scontentando però quelli che la volevano solo di due. Ho anche letto in merito a una richiodatura che questa non era stata ancora completata e che l’interessato doveva muoversi a farla con un “insomma” abbastanza spazientito. Tutto ciò mi sembra incredibile, eppure dato che accade vuol dire che in 35 anni di scalate in giro per il mondo, o non ho capito niente (cosa molto probabile) o che tutti ci raccontiamo un fracco di balle.

Sull’onda del ritorno alle origini oggi è meglio sparare a qualcuno piuttosto che mettere uno spit, adesso se non sei trad non sei nessuno, non sei “IN” ed allora mi chiedo perché, se a Sea, dove quasi tutte le vie sono “old Trad” (anzi, forse le più belle sono proprio così) non c’è mai nessuno? I pochi che ci vanno salvo rare eccezioni ripetono gli itinerari più sicuri salvo poi denigrarli nei forum scrivendo “vorrei vedere le fessure pulite senza spit”, ma cazzarola la via di fianco è senza chiodi… perché non sei andato a fare quella lì, mondo cane?

Isidoro Meneghin sistema il materiale dopo l’apertura di Così parlò Zarathustra. Foto: Daniele Caneparo
Sea-Meneghin-1

In tutto questo tempo ho però imparato che a Sea raramente ci vengono quelli che si tengono davvero, quelli vanno in Wenden o in Marmolada e se vengono a Sea (qualcuno ci viene), difficilmente le loro impressioni le affidano in modo anonimo ad un forum, o le tengono per se stessi o le danno direttamente agli interessati. Purtroppo qui le fessure “respirano” ed i chiodi normali vengono sputati fuori, espulsi dalla roccia anche se sembravano solidissimi, le fessure da friend sono spesso intoppate da una vegetazione che con la tropicalizzazione del clima sta diventando sempre più rigogliosa e sui muri a tacche, o sei Manolo, o è inutile fare l’eroe, è meglio mettere qualcosa per non rompersi con un eufemismo l’osso sacro. Allora mi metto nei panni di un arrampicatore e anche non solo della domenica, chiedendomi: ha senso sulla Est delle Jorasses portarsi coraggio da vendere, chiodi, martello, friend, nut, ramponi, piccozza e avere difficoltà di ogni genere dalla ricerca dell’itinerario alla salita alla discesa? Certamente sì, così dev’essere e così sia. Ma in un posto come Sea è vero che si fa la stessa attività ma questa credo sia indiscutibile che debba essere declinata in un modo differente. Come? A mio modesto parere oggi, parlando di itinerari non di ambiente, una via di placca compatta con 10 metri di fessura al quarto tiro è più corretto che sia integralmente chiodata a fix piuttosto che far portare due friend appesi al sedere sino a lassù solo perché oggi si usa. Una via agevolmente proteggibile con protezioni veloci dove l’uso dei fix possa essere ridotto al minimo dev’essere lasciata salvo le soste, il più naturale possibile. Viceversa su una via proteggibile a chiodi normali questa dev’essere a discrezione dell’apritore o lasciata integralmente pulita in modo che i ripetitori possano trovare lo stesso terreno degli apritori o in luogo di un chiodo normale (che se lasciato è una protezione fissa) venga messo un tassello che garantisce una sicurezza superiore e per più tempo a quella di un chiodo.

Vallone di Sea, Parete del Naufrago, sulla via Tra parentesi (di Luca Brunati, Luca Enrico, Matteo Enrico, 18 e 26 luglio 2015)
Sea-Tra Parentesi, Parete del Naufrago, Luca Brunati, Luca Enrico, Matteo Enrico, 18 e il 26.07.2015

Ma al di là di questo, che è quello che io penso e del quale mi assumo le responsabilità, dico “Go climb a Rock”, antico yosemitico adagio, e per questo vi illustro alcuni itinerari che si trovano sul settore destro dello Specchio di Iside. Aggiungo inoltre un nuovo itinerario chiamato Tra Parentesi, dove è assolutamente necessario sapersi proteggere, fresco fresco di apertura realizzato sulla solare ma dimenticata parete di Marmorand posta sul lato destro della valle (salendo) che gode oltretutto di un breve avvicinamento. In ordine di apparizione il primo è, a mio parere, (secondo quanto scritto sopra) il riuscito rimaneggiamento di una vecchia via chiamata No Controles che ora è denominata Supercontroles. Il secondo è la logicissima combinazione di tre itinerari che si incrociano ma che danno luogo ad una linea perfettamente diretta abbastanza trad…detto Combinazione ed il terzo è una via La valle dei Narcisi che iniziai con alcuni amici negli anni Novanta e che in seguito a un furto di materiale chiesi ad un amico di terminare. Scopersi poi solo dopo che il nome della via era stato mutato in La valle del Narciso, un singolare da un plurale non cambia la sostanza ma io non mi riferivo a qualcuno in particolare perché siamo tutti un po narcisi nell’attività che facciamo e gli alpinisti poi ho avuto modo di constatare che lo sono in misura ancor maggiore!… Dopo quel furto stetti degli anni senza più tornare a Sea, ma questa valle ti strega, si insinua nello spirito e ti obbliga a fare e dire cose che forse… non avresti voluto. Chissà che quanto ho scritto non sia ancora una volta colpa sua.

SCHEDA: Supercontroles, Vallone de Sea

SCHEDA: Combinazione Temporale + Arco + Fantabosco, Vallone de Sea

SCHEDA: La valle dei Narcisi, Vallone de Sea

SCHEDA: Tra Parentesi, Vallone de Sea

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Dalla parte delle pareti

Sul blog ilgiardinetto47.it il 30 ottobre 2014, a firma di Roberto Robi Colombo, esce un post assai interessante che riporta in formato pdf un articolo di Ivan Guerini apparso nel novembre 1990 sulla Rivista della Montagna. L’autore del post commenta:

Nel lontano – oramai – novembre 1990 un tale Ivan Guerini scriveva sulla Rivista della Montagna (la prima rivista laica – cioè non CAI –  di alpinismo e dintorni) un articolo dal titolo Dalla parte delle pareti.
Ivan Guerini è in realtà molto più famoso per altre cose che non per questo scritto: la scoperta della Val di Mello, l’VIII fatto con le Superga risuolate in Aerlite, l’attività esplorativa nel Lecchese, nell’alto Lario e in Val Grande. Un grande personaggio fuori dagli schemi, involontario protagonista del logo Mello’s che ha sempre vissuto l’alpinismo e l’arrampicata in modo mistico e non sportivo.
Per questo rilancia nel 1990, nel pieno boom dell’arrampicata sportiva, un approccio più “naturale” e più “leggero”. Leggetevi il suo articolo e capirete.
Ma la cosa più interessante per i curiosi frequentatori del Giardinetto sono gli schizzi allegati all’articolo: ci riportano una zona del Lecchese pre-spit, con vie e nomi scomparsi o caduti in disuso.
Ecco quindi un bel quiz: come si chiamano ora le strutture citate? E che fine hanno fatto le vie salite da Ivan & C.?“.

Ci siamo ricordati anche noi di quel bell’articolo apparso ormai 25 anni fa. Abbiamo creduto opportuno riportare, qui, le riproduzioni dei disegni originali di Ivan Guerini che corredavano l’articolo. Auguro a chi vorrà rintracciare i suoi itinerari “buona caccia”!

Disegno 1
Disegno 2
Disegno 3
Disegno 4
Disegno 5

Ivan Guerini
DallaPartedellePareti-1

Dalla parte delle pareti
(Pradello, Giazzima, l’Avorio)
di Ivan Guerini
(da Rivista della Montagna, novembre 1990)

Inconsueto per i tempi. È la prima impressione che un articolo di questo genere può suscitare. Quella di uno scritto tipico di una mentalità ormai superata, lontana cioè dal modo di pensare e di agire che ora va per la maggiore. Ma bisogna che ci capiamo: essere fuori dalla mentalità attuale non vuol dire aver perso il contatto con la realtà, può invece significare guardare l’attualità dal di fuori. La maggioranza di chi arrampica ora non si accorge di quanto succede al di là del suo modo di fare, perché è in costante adorazione verso ciò che fa. Pensa di essere al centro del mondo, ma è semplicemente al centro dell’attenzione (che non è la stessa cosa…). Qualche esempio? Se ne potrebbero fare molti, ma preferisco parlare di un gruppo di pareti che mi stanno particolarmente a cuore; anche perché stavolta ho scelto di sbilanciarmi in prima persona, altrimenti l’argomento di questo articolo sarebbe un discorso soprattutto teorico.

 

Le pareti di cui parlo sorgono presso il Lago di Lecco, qualche chilometro dopo la città. Si tratta di un piccolo universo roccioso dove una certa mentalità, sbragata nel modo di fare, si è completamente disinteressata di tutto ciò che su quelle pareti è avvenuto e avviene, magari con meno frequenza di un tempo. Ebbene, questo modo di intendere le cose non si è fermato ad una semplice prevaricazione del passato: ha pure tolto di mezzo parte della natura che su quelle rocce viveva prima che arrivassero le vie a spit. E ha sovvertito un equilibrio che invece era stato rispettato dalle vie precedenti. Forse qualcuno si chiederà perché mi sono deciso a parlarne solo ora. C’è un motivo preciso.

Oggi, se tu non racconti ciò che fai, pubblicandolo immediatamente, pare che tu non faccia niente. E se poi decidi di startene in silenzio per qualche anno, sembra che tu non arrampichi più! Ma se uno non pubblica, magari una ragione c’è. Oggi viviamo in un’epoca in cui il valore degli avvenimenti viene letteralmente masticato dalla necessità di dover pubblicare velocemente. Eppure c’è un momento per pubblicare e ce n’è un altro in cui è necessario avere il coraggio di non pubblicare. Perché arriverebbe assai poco a destinazione.

La pagina di apertura dell’articolo sulla Rivista della Montagna
DallaPartedellePareti-RdM.XI.1990-guerini0001

Cancellare le testimonianze
Con la scusa di praticare dell’arrampicata sportiva, e non dell’arrampicata tradizionale, qualcuno pensa di poter fare sulla roccia tutto quello che gli pare. Ad esempio, togliere i pochi chiodi normali e sostituirli con gli spit. Il motivo? Perché non sono sicuri, perché non si sa chi li ha messi, come mai sono lì… Se invece i chiodi vengono lasciati in posto, allora si sale, si attraversa, si tagliano con molte vie “nuove” i pochi metri di parete, isolando il valore di quei pochi chiodi normali. Al punto che i vecchi “ferri” paiono ormai solo dei pedoni circondati da un traffico caotico e luccicante. In questo modo, prima si confondono i tracciati, poi vengono dimenticate le vie originali della parete. Infine, sopra quelli che già esistevano, vengono aperti altri itinerari!

Il risultato? Si elimina dello spazio (che naturalmente non sarebbe scalabile), per riempirlo con la paura di rimanere indietro. Più o meno come se si andasse sulla Cima Grande di Lavaredo a togliere i chiodi di Comici, senza nemmeno chiedersi perché sono lì e si richiodasse la sua via chiamandola, che so, Pesche all’olio di oliva. Magari salendo a un metro di distanza dal percorso originale e intersecandolo quando conviene. Oppure come se si spittasse la Cassin al Badile con la scusa che i chiodi sono vecchi e vanno sostituiti, e si ribattezzasse la via originale Gli idioti del 2000. Che bravura! Cancellando le testimonianze del passato (tanto il passato remoto quanto gli avvenimenti più recenti, di ieri), si potranno finalmente cambiare anche i nomi delle vie che già erano state “battezzate”. E per “finalmente” intendo: “chi se ne frega se qualcuno le ha già fatte, adesso ci siamo qui noi”. Il fatto che spesso si sia arrivati a spittare sopra e lungo vie già esistenti, non dimostra soltanto che la mentalità generale di chi arrampica secondo questi canoni non riesce a distinguere niente al di là di ciò che fa. Piuttosto, rende evidente come la specializzazione limiti il giro d’orizzonte. E non mi riferisco tanto alla capacità di “tirarsi su” sulla roccia, quanto piuttosto alla capacità di comprendere il valore complessivo della parete che si sta salendo.

In conflitto con il passato più recente
Ma non è tutto qui. Chi arriva a spittare dove qualcuno è già salito utilizzando i chiodi normali, in fondo non ammette che nel passato più recente certe difficoltà siano state salite in arrampicata libera naturale. Sicuramente, sotto sotto è convinto che questo debba ancora avvenire… Vorrebbe che all’arrampicata libera naturale sulle alte difficoltà ci si arrivasse con l’arrampicata a spit, e che il merito di questa evoluzione appartenesse solo allo spit. Invece, tale evoluzione è già avvenuta negli anni passati, e non è stato certo grazie allo spit. Effettivamente, per chi ha una mentalità competitiva, sarà dura accettare il fatto che l’avanzamento delle difficoltà sulle pareti calcaree del Lago di Lecco non è avvenuto con quel tipo di arrampicata libera che si serve di mezzi di protezione innaturali. Qui, infatti, l’evoluzione ha avuto luogo semplicemente grazie all’esplorazione di pareti sconosciute per mezzo di un’arrampicata libera naturale, nel completo rispetto della natura rocciosa. In altre parole, la roccia inchiodabile è rimasta tale. In effetti, sulle pareti di Pradello, su quelle di Giazzima e soprattutto sulla lunga e scomoda Cornice dell’Avorio sono state aperte numerose vie con passaggi dal VII+ al X-. Il tutto a partire dal 1979, ben prima che lo “spit climbing” piombasse su quelle stesse pareti per andare a caccia di difficoltà. Da quel momento le pareti di cui parliamo sono state salite e frequentate, e per molto tempo nessuno ha cercato di “sistemarle” a misura d’uomo. Da parte mia, da quando ho cominciato ad arrampicare, ho cercato di non intervenire mai sulla natura delle difficoltà esistenti in parete. Né nei centri di fondovalle né in montagna. Ho chiodato solo dove i chiodi entravano naturalmente, e sono salito solo dove ero in grado di farlo con i miei mezzi. Senza la presunzione di separare il grado della difficoltà dalla natura che lo forma. Perché sentivo che un mio intervento in questo senso avrebbe alterato l’ordine naturale della parete. In altre parole, avrebbe inquinato il difficile. E già che ci siamo, vorrei precisare che questa lunga premessa non costituisce una requisitoria contro gli spit. Mi interessa invece mettere in risalto come una certa mentalità diventa “a spit” anche nel modo di fare: maniacale, territoriale e aggressiva. Questo, almeno, a giudicare da quanto è successo alle pareti in questione. E in definitiva il vero problema non è dato dal fatto che lo “spit climbing” limiti i suoi praticanti ad un’arrampicata incompleta rispetto ad una libera autentica. Il problema, ben più grave, è che lo spit separa l’uomo dalla natura della difficoltà. Nel senso che lascia la difficoltà, ma elimina le sue componenti naturali…

Sotto le pareti dell’Avorio
E che dire di quel sentierino che corre sotto le pareti dell’Avorio, costruito abbattendo piante, rimuovendo sassi e spuntoni per trasformarli in comodi gradini? Tanto più che per 12 anni la gente ci è sempre andata lo stesso, anche senza sentiero, ma soprattutto lasciando le cose com’erano. Si tratta di un sentierino che, in un posto molto più piccolo di una “grande foresta”, ha in proporzione gli stessi effetti devastanti di una grande arteria di traffico. Un sentierino fatto solo per arrivare comodi agli spit senza strapparsi i vestiti, quando il bello di quel posto era tornare a casa, la sera, con i segni di “forti” esperienze sulle mani; e quegli strappi sui vestiti erano i ricordi di giornate complete, vissute appieno…

Alle pareti di Pradello
E la sommità della Torre del Garofano? Era costituita da un fiore calcareo, con schegge di petali e foglie di spuntoni… Oggi non è più com’era, in gran parte è stata distrutta. Petali e foglie sono stati buttati giù a viva forza da chi sa stare in mezzo alla natura solo piegandola alla sua ristrettezza di idee. Lassù ormai sono rimasti solo massi sconnessi e gettati nel vuoto da chi è assetato di posti nuovi. Non per conoscerne il valore, ma piuttosto per renderli luoghi da divulgare in modo da sentirsi qualcuno!

Paolo Orsenigo si stacca da terra con tenacia da lottatore per andare a conoscere le Promesse del Sole al Sipario delle Statue
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La morte dello Spalto del Messia Verde a Giazzima
Mi son sentito preso a calci nei sentimenti. Era come se le testimonianze della mia passione di un tempo fossero state violentate davanti a me… Gelosia dei posti? Balle! Pare che un certo modo di fare si diverta a umiliare la natura solo per l’invidia di essere stato preceduto.

Hanno fatto a pezzi la natura che da sempre viveva su quelle pareti. Le avevo salite anni prima, quelle rocce, lasciandole esattamente com’erano. Mi sarebbe piaciuto che fossero rimaste tali. È stata una violenza tremenda, quella di rovinarle, come se ti avessero sgozzato il gatto o avvelenato il cane per farti un dispetto. Ci sono certi luoghi, nel mondo, dove qualcuno sa trovare la propria felicità. Al contrario di tanti altri che masticano continuamente posti, macinano decine di vie senza sosta perché, per loro, in definitiva un posto vale l’altro. E così si rovina, si spacca, si distrugge. Cosa si dovrebbe dire a chi ha segato un albero decennale per sostituirlo con una catena di calata a soli 10 metri da terra? Quello era l’unico albero nato e cresciuto al centro di una parete che portava il suo nome: lo Spalto del Messia Verde. Un albero che in primavera sprigionava una chioma verdissima e faceva indiscutibilmente parte dell’ambiente. Oltretutto era inutile tagliarlo, perché permetteva anche per sostare. E di lì si scendeva pure in doppia, accarezzati dalle sue frasche quando c’era la brezza pomeridiana…

Una descrizione romantica? Niente affatto, sono parole vere, reali quanto la sua distruzione.

A qualcuno, discorsi di questo genere potranno sembrare disquisizioni idealiste che non stanno con i piedi per terra. Per me, invece, è idealista e fuori dalla realtà chi tratta le pareti senza rispetto. Senza accorgersi, o facendo finta di non accorgersi, di come le rovina, nel tentativo limitato e infantile di trasformare la roccia a sua misura. Intanto la parete cambierà nome, si chiamerà Spalto del Messia decapitato, e la via Le Catene dell’uomo alla natura.

Mi immagino già la risposta: «Ma dai, in fondo una pianta è solo una pianta!». È vero, com’è altrettanto vero che, in casi come questi, la faccia di uno spit climber è qualcosa di talmente inutile da non servire nemmeno come concime per riportare in vita quella pianta, ridotta a un oggetto rinsecchito. E adesso si dovrebbe usare quel ceppo avvizzito come legna da ardere? Oppure comportarsi con quel ceppo sporco e umido come con una prostituta che viene tolta di mezzo e buttata in un fosso perché intralciava gli interessi di…? Già, in fondo quella era solo una pianta, ma quante piante in tanti posti hanno fatto la stessa fine? Avete mai provato a pensarci? Spezzare un ramo perché sei costretto a passare di lì è comprensibile, può anche capitare. Ma perché mai dovrebbero avere ragione quelli che segano le piante per sostituirle con una più comoda catena di calata? Perché dovrebbero avere più ragione quelli che strappano edere e arbusti e non si accorgono dei nidi momentaneamente abbandonati e radono al suolo ogni forma di vita che ostacola e intralcia le loro realizzazioni?

Avete mai osservato da vicino gli autori di così grandi gesta? Sono figure tristi e meschine, dalle facce piatte e dallo sguardo inespressivo che si accende solo quando arriva qualcuno in grado di salire senza sbagliare un gesto. Figure che hanno bisogno di vestirsi in modo molto colorato proprio per nascondere lo sterminato grigiore del loro modo di vivere…

Che ne sanno loro cosa significhi arrampicare realmente in libera, se continuano a ridurre così ogni falesia su cui puntano lo sguardo? Trasformano l’arrampicata libera in mezzo alla natura in una libera prigioniera delle loro realizzazioni. Al punto che si potrebbe quasi dire: finta libera per una finta libertà. Un merito, però, questo modo di fare ce l’ha senz’altro. Quello di essere riuscito a trasportare in montagna tutto ciò che in città invade il loro modo di pensare. Ha trasformato momenti unici, vissuti in mezzo alla natura, in una domenica di sole vista attraverso i vetri di casa. In breve, la quiete che è sempre esistita su certe pareti ha preso le sembianze di un bar, con gente che fa il tifo e spegne le cicche nei buchi della roccia, che rumoreggia e sghignazza, anziché gridare di gioia. Gente che ha La Gazzetta dello Sport e le cronache della “libera” al posto del cervello. Ed è un peccato, perché si potrebbe lo stesso arrampicare sul difficile, anche sul X grado, senza imboccare necessariamente quella strada. La storia e l’esperienza, oltretutto, lo dimostrano. Su queste pareti, per anni, si è andati avanti lo stesso.

Monica Mazzucchi si allunga sulle onde tenui di un calcare con prese obbligatorie, distanti e sfavorevoli da raggiungere
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Dalla parte della roccia
Non vi nascondo che a un certo punto avrei voluto muovermi, contrattaccare. Ma dentro di me qualcosa di indefinibile mi ha fermato. Una forza molto grande che, vista dal di fuori, ti fa sembrare un perdente solo perché non reagisci nei tempi dettati dalle stupidaggini degli altri. In fondo, reagire agli altri significa uscire da te stesso per avere un contatto con quei signori; se lo fai, però, vuol dire che in un certo senso assomigli a chi ti sta intorno, che hai qualcosa in comune con loro.

lo non mi sentivo uguale a chi agiva in quel modo. Così ho continuato a fare esattamente quello che stavo facendo, senza deviare minimamente dalla mia strada.

Ora che i fuochi di provocazione di una guerra dalle mani pulite, inventata da altri, dentro di me si sono placati; adesso che nel mio orizzonte interiore il dispiacere è diventato chiarezza, posso provare un’esperienza per me del tutto nuova. Quella di dar vita – se sarà il caso – ad un’intelligenza cieca, ben più convinta e testarda di qualsiasi ostacolo perché non ha nulla da perdere. Ma questo non significa togliere gli spit per ripicca. Implica il fatto di possedere una ragione per toglierli assai più valida di chi li pianta. Adesso che ho esaurito i miei desideri esplorando una vasta zona di pareti mai scalate (e ciò anni prima che quelle rocce potessero essere scovate e spittate), ho finalmente il tempo di provare anch’io ad essere un bulldozer. Una macchina che, invece di eliminare la natura delle pareti, distrugge ciò che permette la loro rovina; che al posto di trapanare schioda; che non ragiona e stacca spit; che non si pone tanti problemi e toglie catene; che se ne frega e cancella scritte, rimette a posto i detriti, appoggia dov’erano in precedenza le edere ormai morte, rimette in piedi i cespugli strappati, riporta dov’erano gli alberi ormai segati… Una macchina programmata per ragionare al contrario di quella mentalità “semplice” che ha riempito le pareti di roba complicata: viti, bulloni, piattine e catene. Bello, vero, vivere quello che prova una parete quando è trapanata; vedere distrutto un lungo lavoro di trapano in poco tempo…?

Cosa si prova quando ci si sente maltrattati allo stesso modo in cui viene ridotta la natura di tante pareti, debole e umiliata?

Io tengo di più alle montagne che all’alpinismo, più alla roccia che agli arrampicatori. Sto dalla parte delle pareti, e non con quanti rovinano la loro natura con la scusa di valorizzarle, solo per vedere il proprio nome in uno squallido trafiletto sulle pagine di una rivista. Da sempre alpinismo e arrampicata hanno fatto di tutto pur di porsi davanti alla roccia e di mettere i piedi in testa alle montagne, per apparire più importanti e sempre un po’ più alti. Anche se siamo in piena era della presunzione egocentrica, non va mai dimenticato che senza montagne noi non potremmo andare su nessuna vetta. Dunque, non ha nessun senso sentirsi più importanti della pietra. E, se è vero che noi abbiamo un bramoso desiderio della roccia, è altrettanto vero che la roccia non ha mai avuto bisogno che l’uomo ansimi e si agiti su di essa. Converrebbe abbassare la cresta, ma non per sembrare dei falsi modesti che nascondono l’arrivismo. Per diventare realmente più umili. In caso contrario si perde sempre più la possibilità di avere un rapporto con ciò che è realmente la roccia.

E se è vero che in tanti posti gli spit sono sicuramente in eccesso, è altrettanto vero che in moltissimi altri luoghi i chiodi a pressione non dovranno mai comparire. Ne va di mezzo l’integrità naturale delle pareti.

E poi chi ha detto che si possono piantare quei tondini di ferro dovunque? E con che diritto? Perché mai dovrebbero avere più ragione mille fautori dello spit piuttosto che un arrampicatore solo, convinto che i chiodi a pressione non debbano essere usati in certi luoghi? Luoghi, oltretutto, sui quali chi scrive può senz’altro dire la sua opinione, visto che in tredici anni di arrampicata vi ha aperto un numero vie più che considerevole: 110 sulla Cornice dell’Avorio e 30 sulle pareti di Giazzima e Pradello. E questi numeri non li sottolineo per vanagloria, ma solo come riferimento per chi capisce unicamente il linguaggio delle cifre. Né vorrei che i contenuti di questo scritto venissero interpretati come le farneticazioni di un dittatore, cosa che da sempre succede non appena qualcuno dichiara pubblicamente di pensarla in modo diverso dalla mentalità corrente.

È probabile che quello che sto scrivendo giunga a destinazione in ritardo, quando un certo modo di fare ha ormai dilagato a dismisura. Ma, l’ho già detto, per me è sempre stato più importante agire per andare verso la comprensione delle montagne, che non reagire sulle pareti al modo di fare degli altri. Proverò a spiegarmi meglio. È abbastanza evidente che, se tu arrampichi per allevare il tuo amor proprio o, ancor peggio, per potenziare il tuo risentimento, anche se stai arrampicando non vivi più nessun rapporto con la roccia. La verità è che hai sostituito la roccia con i tuoi nemici. Sinceramente non ho scritto questo articolo per avere “alleati” che la pensino come me. Altrimenti avrei arrampicato per dare di me una nuova immagine, ancora da sfruttare, quella dell”‘arrampicatore ecologico”. Che è una forma di arrampicatore sociale dipinto di verde. Detto più semplicemente, un climber che usa la difesa delle pareti per edulcorare e arricchire la propria immagine.

Monica Mazzucchi
DallaPartedellePareti-RdM.XI.1990-guerini0004
No, io l’ho sempre pensata in questo modo. E se 15 anni fa non usavo i chiodi a pressione per progredire in artificiale, così ora non uso gli spit per arrampicare in libera (ma la cosa è ben diversa dal non usarli per partito preso, come fa chi vuole distinguersi a tutti i costi…). Quest’ultima distinzione potrà sembrare polemica; in realtà è necessaria per evidenziare delle differenze fondamentali che sembrano non esserci. Però in giro c’è un sacco di gente che critica l’uso dello spit in montagna e però lo utilizza in falesia per allenarsi a non usarli sulle grandi pareti. Invece, tutte le vie aperte in questi anni a Pradello, a Giazzima e all’Avorio sono state portate a termine senza un allenamento parallelo su vie spittate. Questo per dire che, nella mia storia personale, su certe vie, le alte difficoltà sono state superate naturalmente, senza che fossero prima sperimentate in modo innaturale da una parte e poi tirate fuori per forza dall’altra. In fondo sono sempre stato convinto che la cosa più importante sia la singola forza della coscienza di ognuno. Se veramente si vuole che il rapporto con la montagna migliori (e non solo dal punto di vista della qualità delle fotografie e dei metodi di allenamento), e che proceda insieme alla natura, ognuno, anche il più inutile e dimenticato degli individui deve tirar fuori tutta la poca luce che è convinto di avere.

Ero, sono, sarò
Adesso che l’articolo sta per terminare, mi vedo di fronte il sorrisetto di compatimento di chi si sente forte perché è convinto di avere in mano il presente pensando al futuro. Qualcuno potrà anche pensare che di gente che la pensa come me, per fortuna, ormai ce n’è poca. Può darsi. Ma il fatto che da molti anni, da prima ancora che comparisse lo spit, io abbia sempre agito così, e continui pensarla in questo modo, soprattutto ora, dovrebbe far riflettere.

Tuttavia, potrebbe verificarsi che, invece di scomparire, questo modo diverso di essere riesca a vivere ancora quel tanto che basta per arrampicare sulla tomba dello spit, intesa come lapide di un certo modo di trattare la roccia.

Monica Mazzucchi su Il Nube, il Verde, l’Insetto alla Parete della Fiaba di Primavera
DallaPartedellePareti-RdM.XI.1990-guerini0005

Ivan Guerini
Ben noto a quanti, alpinisti e arrampicatori, fecero attività negli anni del Nuovo Mattino e fino alla fine del XX secolo, Ivan Guerini è certamente conosciuto solo in parte dalle ultime generazioni: taluni in senso mitico, altri come fonte inesauribile di idee da seguire o da utilizzare malamente forse per la stima che nutrono, più o meno sinceramente, nei confronti della sua inossidabile e per certi versi inimitabile coerenza. Tuttavia assai poco si sa della ragion d’essere di tale saldezza etica.

Da sempre ha privilegiato l’arrampicata libera esplorativa con protezioni in sedi naturali che, per stile, continuità e contenuti è assai diversa da quella praticata dai più, forti compresi.

Questo gli ha consentito di interagire sempre più con la Natura Verticale, tant’è che è stato il primo a pensare di definire la roccia in tal modo.

Il fatto che da quasi 50 anni (!) non abbia mai smesso di praticarla, gli ha permesso di arrivare a curiose considerazioni mai riscontrate negli scritti passati e presenti che abbiamo avuto modo di leggere.

Nel 1999 ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale, realizzato assieme al grafico editing Marco Agnelli in occasione del primo libro che scrisse sulla Val Grande. Quell’abbinamento pernise al novello marchio di essere “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti allora impercorse di quello che può essere considerato il Parco Nazionale più selvaggio d’Europa.

Nessuno aveva mai concepito di destinare tutta la sua attività esplorativa alla preservazione della Natura Verticale, e Guerini lo ha fatto arrampicando esclusivamente con lo stile sopra citato e con la creazione di questo logo.

DallaPartePareti-Grande 1999
Ha deciso di utilizzarlo per tutte le numerosissime pareti alpine e prealpine che ha esplorato a partire dal 1977, comprese le Falesie di Giazzìma, Pradello, Avorio e Fiumelatte, con i loro itinerari ancora oggi in gran parte irripetuti, che sono da considerare a quanto  risulta come le prime grandi falesie No-Spit nella storia dell’arrampicata europea.

L’iniziativa fu apprezzata nel 2003 da Alberto Peruffo di Intraisass che gli chiese di poter applicare quel logo al gruppo dolomitico del Colbricòn; e nel 2004 anche i Valmadreresi più eclettici lo fecero su Vertice per quanto concerne le zone dei Corni di Canzo che prima definivano, con la loro proverbiale frugalità, semplicisticamente “riserve”. Altri ancora, in tacito accordo con l’ideatore, lo utilizzarono in ulteriori zone alpine. Chiaramente riportandone  la fonte.

Essendo ben consci di quanti convegni, dibattiti, esternazioni e prese di posizioni individuali per la tutela della roccia in questi ultimi decenni si siano succeduti, più o meno tutti caduti purtroppo nel nulla, ci sembra giusto certificare questo suo articolo con tale logo.

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Lo Scoglio di Mróz

Una “prima” vista da sotto: lo Scoglio di Mróz
di Mario Pozzo (pubblicato su l’Eco di Biella, ottobre 1972)

Lasciamo le macchine dove finisce la strada e subito il Miller rovescia in terra la ferraglia: ce n’è per una spedizione. L’ha cavata da un sacco giallo nuovo fiammante che “si allunga e s’allarga” e, appollaiato com’è su un paio di scarponi nuovi, plastificati, color ruggine, lucenti come scarpe di vernice, l’aggettivo più gentile che si attira è quello di marziano. Ha un bel mettere un mazzo di banane fra quelli dei chiodi quando qualcuno comincia a fotografare: l’aria del marziano gli resta e i «dove credi di andare» si sprecano. Lo salva l’urlo del Guido: – Eccolo là, lo vedete? Bello, eh…

8 ottobre 1972. Guido Machetto assicura Miller Rava, 1a asc. via Machetto allo scoglio di Mróz
Scoglio di Mroz, via Machetto, 1a ascensione, Machetto assicura RavaUn colpo di vento ha spazzato la nebbia e vediamo finalmente questo Scoglio di Mróz. Uno spuntone tozzo e diritto che si staglia dietro una macchia di verde e i fili della teleferica. Visto da sotto in certi punti sembra di cemento, tanto è liscio. In mezzo l’ombra di un crostone giallo fa venir voglia di disegnare una via con il dito. La stessa voglia che quest’estate è venuta al Miller e al Guido. Solo che loro col dito non si sono contentati e hanno deciso di andare a metterci il naso. In quei giorni sull’Aiguille Noire de Peuterey, era morto Andrzej Mróz. Guido lo conosceva di nome: avrebbe dovuto essere suo compagno in un nuovo tentativo all’Aiguille de Peuterey in inverno che poi non si è fatto. Poiché lo spuntone che sembra uno scoglio non ha né nome né via, diventa lo Scoglio di Mróz. Un problema è risolto. Resta da fare la via. Una via di palestra, da aprire anche a rate, nelle domeniche morte. La prima rata quello stesso pomeriggio, la seconda in autunno.

Ed eccoci nella valle del Piantonetto. Dalle foto, scattate dal basso, lo Scoglio sembrava finire al terzo tiro di corda, oltre un tettuccio: un capriccio più che una scalata. Ma cambio idea subito. Saranno i ferri del Miller, sarà che quel coso fila su diritto per duecento e fischia metri, ma non rimpiango affatto la fermezza con cui ho respinto l’invito-complimento a cimentarmi. Del resto per questo capriccio si sono scomodati quattro signori che vanno: Guido Machetto, Miller Rava, Alessandro Gogna e Carmelo di Pietro. All’appello manca il Carmelo, appiedato dai ladri. Ha telefonato che si aggiusterà e nessuno l’aspetta.

Al momento di partire, Machetto il selvaggio è folgorato da un lampo di genio: sballare una cinquantina di scatole di attacchi di sci per fare spazio nel bagagliaio. Alle nove del mattino, lassù, con gente che ha già il sacco a spalle! Ne apre due, poi andiamo. Appena in tempo: alla terza Gogna, il «Dano», l’avrebbe mangiato. Appena tornato dalla Nuova Guinea dove ha trascorso un mesetto sugli altopiani popolati dai Dani, famosi oltre che per la curiosa guaina che sale dai genitali al collo anche per le tradizioni antropofaghe, cannibale di temperamento, divoratore di «prime» (quest’anno se n’è mangiate quattro fra le migliori delle Alpi) Gogna diventa subito «il Dano». Salgo così con un marziano, un selvaggio e un dano verso l’attacco dello Scoglio di Mróz che, secondo le promesse del Miller, è a mezz’ora di marcia. Dopo aver fatto un po’ di confusione tra capre e camosci, quando la mezz’ora del Miller sta diventando un’ora abbondante, arriviamo al «passaggio del buco». Il canale si restringe e ci si deve infilare sotto alcuni massi incastrati in una serie di cunicoli.

Il Guido e il Miller rallentano per darmi una mano. Intenti come sono a raccontare del Piero Grava che quest’estate si è fatto da solo lo Sperone della Brenva, finiscono però per lasciare che me la veda da solo. E così apprendo a testa in giù e gambe per aria, incastrato fra zaino e roccia, le differenze psicologiche che corrono fra la solitaria del Guido giovane e quella del Piero Grava quasi vecchio, a tutto vantaggio di quest’ultimo.

Poi, finalmente, ricevo la mano promessa e siamo all’attacco. La parete ha riassunto l’aspetto delle fotografie, la parte superiore nascosta da un tettuccio oltre il quale si intuisce una cengia d’erba. È il punto massimo raggiunto al primo tentativo. Arretrando di qualche decina di metri nel vallone si può vedere anche la parte alta: il problema è senz’altro negli ultimi cinquanta metri.

Placconi gialli strapiombanti che convergono in un diedro: un bel capriccio. Se non fosse che i «mostri» fanno colazione a base di toma e vino come crodaioli domenicali e fra una risata e l’altra sono da mezz’ora impegnati a offrirsi a vicenda il posto di capo cordata senza che qualcuno si decida ad accettarlo, sarei tentato di prendere sul serio momento e parete. Alla fine è il vecchio Machetto il primo a perdere la pazienza, armarsi di corde e ferraglia e attaccare il tratto attrezzato. Pochi metri e entrano in gioco le staffe. Ne ingarbuglia una e stavolta mi sfogo. – Calma Machetto, ci vuole calma: usare la testa, che diamine!

Me lo ha ripetuto venti volte in un passaggio di dieci metri in palestra, potrò rinfacciarglielo! Grugnisce e minaccia qualcosa. Poi riprende a salire, raggiunge il terrazzino, batte un chiodo e si appresta a far salire il Miller. Comincia la trafila, il gioco affascinante della scalata. Recupera! molla! tira la gialla! fai scorrere la rossa. Poi improvvisamente dal basso un richiamo: è il Carmelo arrivato in pulmino, che non ha scoperto il passaggio del buco e gira imprecando da dieci minuti da una placca all’altra per trovare la via che porta all’attacco. Si cambia formazione: invece di una cordata da tre, due cordate da due. Guido e Miller davanti, Alessandro e Carmelo in coda. Ora la scalata sembra farsi seria. Il Guido sfodera le unghie su un passaggio che il Dano classificherà di sesto. Non lo prendiamo sul serio.

Copertina di Andrzej Mróz, biografia a cura di Christophe Mróz e Ludwika Włodek (2013)
mroz0002Mentre continua a fare l’acrobata, io brontolo e il Miller torna a cantare a squarciagola una canzone di De André. Canta per poco però. Raggiunta la cengia erbosa dopo il terzo tiro, si va sul nuovo e il Guido lo spedisce in testa. Un tentativo sulla sinistra, un paio di chiodi che cantano, poi a destra lungo una placca in libera. Terrazzino, autoassicurazione, il compagno che sale e si riprende. La verticalità della parete non è male. Dal basso vedo le suole dei quattro che diventano sempre più piccole.

Adesso il Miller bara: attacca addirittura una staffa su una pianta cresciuta chissà come in cima a uno strapiombo. Gli altri dietro, lentamente, nel gioco sempre più perfetto. Seguo la scalata metro per metro, appiglio per appiglio. Mi viene in mente il Guido che conta di come ogni tanto arrampicando gli succeda di finire sulla cresta vicina, a vedersi arrampicare. È molto bello, dice. A me succede il contrario. Guardo tanto che mi sembra di arrampicare. È ancora più bello. Vedo ancora il Guido tornare in testa all’inizio degli strapiombi gialli dell’ultimo tratto, poi la nebbia sale e devo accontentarmi di seguire la progressione dal ritmo delle martellate.

I quattro sono appena adesso al centro del problema, ma per me la via è fatta. Sono saliti spediti proprio lungo la via che ho tracciato col dito. È vero che proprio in quel punto un chiodo a U esce da una fessura e il Miller rischia di raggiungermi in dieci secondi, ma da sotto non si vede; l’alpinismo, le prime tornano ad essere cose lontane, irraggiungibili. Mentre scendo faccio propositi di allenamento: l’alpinismo bisogna viverlo. Altrimenti basta un po’ di nebbia e ne sei già fuori del tutto. Ne sono così convinto che nel famoso passaggio del buco invento una «variante» e scendo come dalle scale di casa.

I quattro usciranno in vetta all’imbrunire. Lo spuntone che sulle carte è segnato soltanto a quota 1950 m ha un nome e una via. Un capriccio levato.

8 ottobre 1972. Carmelo Di Pietro, 1a asc. via Machetto allo scoglio di Mróz
Scoglio di Mroz, via Machetto, 1a ascensione, Carmelo di Pietro

postato il 5 novembre 2014

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La grande caccia allo squalo

La grande caccia allo squalo
di Matteo della Bordella (tratto da http://ragnilecco.com/groenlandia-grande-caccia-squalo/)

Matteo Della Bordella, Silvan Schüpbach e Christian Ledergerber hanno aperto The Great Shark Hunt, una nuova via sulla parete nord-est dello Shark’s Tooth in Groenlandia.

La via nuova segue un sistema di fessure al centro della parete, con qualche traverso che congiunge le varie fessure. La roccia non sempre è della migliore qualità: le lunghezze chiave hanno costretto a dei run-out su lame instabili e protezioni al di sotto non buone. Comunque sono riusciti, pur adottando lo stile più puro, free climbing a vista e senza corde fisse, a usare solo due spit: il primo in uno dei bivacchi, per fissare la portaledge, e il secondo per una breve doppia pendolare. Saliti i 900 metri di parete in tre giorni, il quarto sono scesi dalla via dei russi, per cresta e spigolo nord-ovest (vedi nostro post del 25 settembre 2014), così in sostanza la parete è rimasta pulita come prima del loro passaggio.

In un tempo in cui si discute se l’alpinismo tradizionale sia finito già un bel po’ di anni fa con le figure di Bonatti e di Messner, le risposte a questi interrogativi oziosi ci arrivano dalla realtà, ci arrivano dalla cronaca onesta, misurata e volitiva di tutti coloro che vanno e fanno, là dove pochi decenni fa nessuno osava neppure pensare di andare e di salire in modo così pulito, non dispendioso, logico, essenziale.

Per l’importanza di questa impresa, non unica nel panorama mondiale, riportiamo per intero il racconto di Matteo Della Bordella.

Ittoqqotoormiit
DellaBordella-ittoqqortoormiitLa spedizione perfetta? Quella che da quando ho iniziato ad andare in montagna avevo sognato, ma mai pensato seriamente si potesse realizzare? Probabilmente sì. Certo, dopo questa avventura, fare qualcosa di meglio o di più interessante sarà per me molto difficile: abbiamo messo anima e corpo in un progetto e tutto è andato nel migliore dei modi. Non potevamo chiedere di meglio.

Silvan Schüpbach, Christian Ledergerber e io arriviamo il 5 agosto a Ittoqqotoormiit, 469 abitanti, ultimo paese sulla selvaggia e decisamente poco popolata costa orientale della Groenlandia (Terra di Jameson, a 70°29′07″N e 21°58′00″W). I nostri kayak e il resto del materiale sono già lì che ci aspettano, inviati via nave circa un mese prima. Non perdiamo un minuto di tempo: solo una mezza giornata giocando a tetris per infilare tutto il materiale nei gavoni dei nostri kayak, e il 6 agosto alle 16 partiamo. Da qui in avanti siamo soli: noi tre e la Groenlandia, con le sue bellezze e la sua natura selvaggia ed incontaminata.

L’avvicinamento con il Kayak
DellaBordella-icebergMi bastano pochi minuti per capire che pagaiare nel mare Artico, con tanto di vento, di onde, e un kayak pesante 170 kg, è molto diverso che pagaiare sul lago di Lugano. Beh, non è che ci volesse una scienza per arrivarci, ma solo quando sei lì ti rendi conto davvero di cosa vuol dire. Adesso siamo in ballo, bisogna ballare. Il kayak mi sembra totalmente ingovernabile, è affondato come un sottomarino e non reagisce ai miei comandi, lo scafo viene continuamente girato e sballottato tra vento e onde. Più che pagaiare, qui si tratta di lottare per restare a galla!Dopo circa 2 ore e mezza ci accampiamo per passare la notte. È vero siamo partiti, e questa era la cosa più importante, ma abbiamo fatto solo 10 km (con sforzi spropositati) e ne abbiamo davanti ancora 200… Le facce sono piuttosto preoccupate e anche Silvan, notoriamente sempre ottimista, fatica a stemperare la tensione. Con la sua classica risata, ci confida: “Prima di questo viaggio ero molto preoccupato e avevo parecchi punti interrogativi nella mia testa, ma ero convinto che, una volta partiti con i kayak, i dubbi si sarebbero risolti e mi sarei sentito più tranquillo e rilassato… beh, questa volta è decisamente l’opposto: dopo questo primo assaggio in acqua, i miei dubbi e le mie paure sono molto più grandi!”.
“Andiamo bene…” penso io. Meglio dormirci su, domani è un altro giorno.

 In marcia verso il campo base
DellaBordella-DSC_4522Il 6 agosto è effettivamente un altro giorno, e la musica un po’ cambia, anche se non del tutto. Per lo meno, vento e onde si calmano notevolmente. Perfezioniamo le regolazioni personali nei kayak, ma nonostante questo sono tremendamente lenti! Non posso credere di fare uno sforzo così grande e di andare così piano.
Pagaiando il tempo scorre molto lentamente, è uno sport ripetitivo, e la mente è libera di vagare nei suoi pensieri. A differenza del lago di Lugano, dove il paesaggio varia in continuazione, qui in Groenlandia le distanze sono enormi e ti sembra di essere sempre fermo: sembra che la fine di una baia o di una spiaggia non arrivi mai. È uno sport dove occorre trovare il proprio ritmo, avanzare senza stancarsi troppo trovando il compromesso tra velocità e sforzo. Un compromesso che, personalmente, ho cercato a lungo e invano per giorni, e che ho poi trovato a poco a poco a forza di fare. Dopo un impatto traumatico infatti, mente e corpo si abituano, e pian piano pagaiare risulta più facile, anzi, più normale.
Entriamo in una sorta di routine, le nostre giornate sono tutte uguali: sveglia verso le 8, alle 9.30 salpiamo con i kayak… Poi 7-8 ore a pagaiare, fino a sera, con qualche stop intermedio per mangiare e tirare il fiato. Verso le 18 si prepara il campo, alle 19 si cena e alle 20 crolliamo distrutti nei sacchi a pelo, pronti per 12 rigeneranti ore di sonno. Ho avuto la sensazione di entrare in un circolo, dove dopo un po’ diventa tutto normale, ordinario, anche se per pochi giorni; un circolo per fortuna virtuoso, che ti fa sentire sempre più in sintonia con mare, kayak, pagaia e muta stagna e che in sette giorni ci ha portato a destinazione, alla fine del fiordo di Skjllebukt, sulla penisola di Renland.

Sotto alla parete nord-est dello Shark’s Tooth
DellaBordella-SharksTooth-parete nord-estPhoto S. SchüpbachNon è tempo però di rilassarsi, sappiamo che l’alta pressione estiva in Groenlandia, dopo la metà di agosto, ha i giorni contati. Dobbiamo iniziare la nostra marcia verso il punto dove allestiremo il campo base.Nonostante spalle e schiena siano piuttosto provate dai 210 km in mare, le gambe sono invece belle fresche e riposate, pronte a dare il loro contributo al raggiungimento del nostro obiettivo. Circa 20-25 km a piedi ci separano dal nostro futuro campo base. Laddy sfodera la sua proverbiale capacità di carico, data dal suo possente fisico di un metro e 90, io e Silvan non ci tiriamo indietro. I sacchi sono pesanti, ma in due giorni di fatiche siamo a destinazione, e con noi, anche tutto il materiale per scalare e sopravvivere per venti giorni, portaledge compresa.
È il 15 di agosto. Ferragosto. La mia mente va agli amici, specialmente ai non climber e a tutti quelli che stanno ridendo e scherzando davanti ad una griglia rovente, a tanta carne e a tante bottiglie di birra e di vino. Ne parlo con i miei soci. In Svizzera questa festa forse è meno “sentita”, lì per la maggior parte della gente significa solo “fine delle vacanze, da domani si torna al lavoro”. Beh, anche per noi oggi, in un certo senso, è vacanza (dopo nove giorni no stop) e anche per noi, da domani, si torna a faticare…Dopo l’avvicinamento più lungo e avventuroso della nostra vita, siamo ansiosi di scoprire il vero motivo che ci ha condotto fino a qui e non vediamo l’ora di fare finalmente quello che sappiamo fare, ovvero: salire in verticale e non procedere in orizzontale. Anche i nostri avambracci e le nostre dita vogliono dare il loro contributo!

In arrampicata su The great shark hunt
DellaBordella-DSC_4790-216 agosto, vediamo per la prima volta la parete da vicino. Non penso di essere il tipo che si sbilancia troppo o utilizza aggettivi e superlativi a sproposito, ma quando ci vuole ci vuole: resto letteralmente a bocca aperta. Davvero, non pensavo che nel 2014 potessero ancora esistere pareti del genere mai scalate. Sotto la Nord-est dello Shark’s Tooth provo la stessa sensazione di piccolezza e impotenza che avevo provato alla base del Capitan. È una parete incredibile, 900 metri di granito che dopo una prima parte appoggiata si fanno perfettamente verticali o strapiombanti fino in cima.

Dobbiamo e vogliamo scalare questa parete, non vediamo l’ora di essere tra i primi a incastrare le mani nelle sue fessure e a tirare i suoi appigli. Individuiamo una linea nel centro. Ci sono dei punti di domanda legati alle zone dove finisce una fessura e, a lato, ne inizia un altra. Una cosa è però chiara e condivisa da tutti, fin da subito: vogliamo assolutamente scalare questo muro in libera. Aprire una via in artificiale su questa parete significherebbe per noi avere fallito.
Laddy apre le danze, i primi tiri sono facili e sporchi. Dobbiamo recuperare un saccone con 35 litri di acqua, portaledge e viveri per 3 giorni, ma siamo inaspettatamente veloci. Silvan mi dice: “Visto? Laddy quando recupera la corda la tira forte per davvero!”.
In breve siamo sotto la parte ripida, dove ci aspetta un tetto. La roccia non è certo quella dei nostri sogni (o per lo meno dei miei): ci sono scaglie ovunque, alcune attaccate al tetto che pendono come spade di Damocle sopra di noi. Non so se il prossimo tiro preferirei scalarlo da primo o stare a far sicura sotto quei blocchi. Comunque, parte Silvan. Tensione al massimo: è difficile stare calmo per me in sosta, figuriamoci per lui che scala.
Mi aspetto diverse volte il “take!”, o la sua caduta, o qualche sasso che viene giù sulla mia testa, ma non succede niente di tutto ciò e Silvan scompare sopra il tetto.

Matteo Della Bordella nella prima traversata
DellaBordella-DSC_4934-2Secondo giorno in parete, arriva anche il mio turno. Mi trovo di fronte alla prima incognita: venti metri di placca che dividono due sistemi di fessura. Sono teso e scalo lentamente, a ogni appiglio prendo magnesite. Fa freddo, non so bene dove andare e se mai riuscirò a salire in libera. Seguo tutta la fessura in salita, ma quando sono in cima ho l’illuminazione: “provare ad attraversare 10 metri più in basso!”. Così ridiscendo lungo la fessura. Un passo molto delicato e di equilibrio mi attende in partenza, poi vedo delle tacche. A metà del traverso realizzo che ormai la mia protezione in cima alla fessura servirà sempre di meno e che il pendolo in caso di caduta sarà sempre più lungo e fuori asse. Mantenere la calma, qui non è difficile, ma è delicato. In qualche modo arrivo all’altro sistema di fessura-diedro.
Anche qui la roccia non è quella dei miei sogni, ma prendo coraggio e riesco a scalare più velocemente. Un altro tiro, e un altro ancora, sempre sostenuti nelle difficoltà, ma ben proteggibili. Poi un’ultima lunghezza, dove alcuni metri di fessura cieca mi costringono a spingere al massimo sull’acceleratore e a mettermi ancora in gioco, rischiando più volte di cadere.
Provato psicologicamente e fisicamente, cedo il comando a Silvan. È quindi lui che si trova a dover togliere le castagne dal fuoco: ancora un tiro nel grande diedro con roccia assai discutibile, poi la fessura finisce e un’altra parte 20 metri più a destra. In mezzo, chissà. Siamo un po’ stanchi e iniziamo a valutare diverse possibilità di bivacco… Tutte appese nel vuoto. Sarebbe meglio andare un po’ più in alto, pensiamo tutti. Il traverso per prendere l’altra fessura è un mezzo rebus tipo il precedente, Silvan lo risolve in modo simile: disarrampica dalla sosta e, con passi delicati in placca, attraversa fino al successivo sistema di fessure.
Sento un suo urlo euforico: proseguendo a destra per altri 20 metri intravede una grande nicchia nella parete, una sorta di grotta. In tarda serata, con qualche peripezia nel traverso, raggiungiamo questo bivacco provvidenziale. E anche se la grotta non è poi così piatta e profonda come speravamo, possiamo avvalerci della portaledge, sulla quale possono sistemarsi due di noi, mentre il terzo si sdraia sulla cengia.

Il bivacco in portaledge
DellaBordella-DSC_4738-2Terzo giorno: finalmente ci svegliamo con il sole! Anche se, data l’esposizione nord-est, ce lo godiamo solo per un paio di ore. Riparto io, il morale è alto. La roccia qui è solida e la scalata superba. Scalo bene e salgo velocemente. Arrivo all’ennesimo traverso, questa volta vado verso sinistra per prendere l’altra fessura. È molto più facile dei precedenti e in un attimo siamo alla base del grande diedro fessurato che conduce praticamente fino alla vetta! Questa sì che è la roccia dei nostri sogni. Il famoso granito della Groenlandia, quello che avevo visto nel 2009 nel Foxjaw e di cui avevo tanto sentito parlare… Con fessure che sparano dritte verso il cielo. È Laddy a godersi questa parte da capocordata. Scala veloce e sicuro. E lui, al contrario di molti, quando si trova in difficoltà scala ancora più veloce del solito! Il vuoto sotto di noi si fa sempre più grande e il ghiacciaio in basso sempre più piccolo.

A fine pomeriggio raggiungiamo la vetta dello Shark’s Tooth. The great shark hunt, la grande caccia allo squalo, è terminata. Anzi no, lo squalo lo abbiamo catturato, ora bisogna riportalo a casa!

Il tracciato di The great shark hunt allo Shark’s Tooth
DellaBordella-DSC_4620-24Difficile per noi pensare che sarebbe potuta andare meglio di così. Abbiamo scalato la linea che sognavamo, tutta in libera, tutta a vista. Non abbiamo mai usato spit per scalare, ne sono rimasti solo due: il primo a 600 metri da terra per calarci e recuperare i sacconi nel traverso, il secondo poco più avanti, per appendere la portaledge.
Difficoltà? Al nostro limite, duro per noi. Più volte abbiamo pensato di cadere o non eravamo sicuri di raggiungere il prossimo appiglio o la prossima fessura. Il grado noi lo stimiamo, ma questa volta potete chiederlo ai ripetitori o a 8a.nu.

Il quarto giorno scendiamo dalla via dei russi, che passa sullo spigolo. Ritroviamo quasi tutte le calate e lasciamo pochissimo materiale nostro. Il pensiero che siamo saliti su quella parete riducendo al minimo le nostre tracce mi riempie di orgoglio e di felicità. Mi piace pensare che tra 2, 20 o 200 anni qualcun altro potrà arrivare sotto lo Shark’s Tooth e quasi rivivere la nostra avventura, confrontandosi con questa parete così come la natura l’ha creata.

In arrampicata su Oasi
DellaBordella-DSC_4705-2Photo S. SchüpbachCampo Base, la situazione è a dir poco strana. Abbiamo viveri e cibo a sufficienza per stare qui altre due settimane, ma la testa è già al ritorno. Il nostro corpo è qui, in questa valle incredibile dove ci sono ancora tantissime montagne da salire e tantissimi muri di roccia da scalare. Ma la nostra mente è sui kayak e pensa già al lungo ritorno alla civiltà. Momenti di contraddizione. L’obiettivo della spedizione è pienamente raggiunto, abbiamo dato tutto e sappiamo che meglio di così non potevamo fare, ora dobbiamo solo pensare a rientrare. Nonostante questo, però, siamo alpinisti, amiamo la montagna e i luoghi selvaggi; quando vediamo pareti e cime inviolate intorno a noi, ci brillano gli occhi e ci prudono le mani.
E così portiamo a casa altre due salite. La prima è una via di roccia sul pilastro The Gurkin, aperta da me e Silvan, che battezziamo Oasi, in onore alle temperature molto più miti e all’esposizione soliva della parete. La seconda, invece, è una salita di stampo alpinistico su terreno misto e ghiaccio, per circa 1800 metri di dislivello, portata a termine da me e da Laddy su una delle montagne più alte e senza dubbio più estetiche della zona, fino a quel momento probabilmente inviolata. In tal caso suggeriamo il nome di Daderbrum.

Daderbrum
DellaBordella-DSC_4973-2Passano i giorni e arriva il momento di rientrare. Siamo tutti ansiosi e curiosi di provare di nuovo l’ebrezza di infilarsi nei kayak e nelle umide mute stagne, nostre abituali compagne di viaggio in mare.
È il 30 agosto quando iniziamo la lunga via del ritorno. Gli 85 kg che avevamo sui kayak all’andata (oltre al nostro peso) ora sono almeno dimezzati e la differenza in acqua si sente. Ritrovo ora il mio laser 5,50 come lo conoscevo e ritrovo in mare gli equilibri che mi mancavano nel viaggio di andata. Il primo giorno avanziamo alla grande, pagaiando in mezzo agli iceberg di diverse dimensioni, copriamo una distanza di circa 50 km. “Se continua così, il rientro è una passeggiata!”, penso durante le ultime pagaiate prima di accamparci.
Purtroppo, però, non continua così. Anzi, la situazione cambia radicalmente: prima la pioggia, poi il vento forte; impensabile andare avanti, siamo costretti a due giorni di attesa. Il terzo giorno piove ancora e la temperatura è scesa, ma niente vento. Decidiamo quindi di provare a partire. L’umidità derivata dal sudore che fatica a traspirare nella muta stagna amplifica la sensazione di freddo e la pioggia cade incessantemente tutto il giorno. Dopo sette ore quasi no stop, stabiliamo che è il caso di accamparsi. Nella nostra tenda è tutto umido e bagnato, acqua dentro, acqua fuori, difficile mantenere qualcosa di asciutto. I giorni successivi alternano vento contrario a condizioni favorevoli per pagaiare quindi, dopo aver valutato che controvento servono sforzi enormi per progressi minimi, decidiamo di farci furbi e di essere pronti a saltare nei kayak non appena il vento cala, e a uscirne non appena il vento si rinforza.

I tre amici al ritorno
DCIM106GOPROAltri tre giorni di pagaiata ci conducono quasi alla nostra meta. Troviamo riparo in una vecchia casa diroccata. Domani sarà il nostro ultimo giorno: 20-25 km, quattro ore di kayak, ci separano da Ittoqqotoormiit! Ci godiamo l’ultima cena e l’ultima notte di questa spedizione in un riparo asciutto. Sono già tre notti che sogno di essere a casa: sogno Arianna, sogno gli amici, sogno il mio letto. È un sentimento condiviso, anche gli altri non vedono l’ora di rientrare nella civiltà e ritrovare le persone a loro care. Ma non è finita, finché non è finita!

La visita di Berta
DellaBordella-IMG_5064Photo S. SchüpbachAlle cinque di mattina sono svegliato di soprassalto dalle grida. In una frazione di secondo passo dalla serenità del sonno all’essere iper-sveglio, nel panico più totale!
Un orso polare è entrato nella nostra casa, e si trova a due metri da me e a meno di un metro da Laddy. Non ci resta che urlare come dei forsennati e fare casino. D’istinto, inizio a sbattere il tavolo e tutti gli oggetti che trovo sul pavimento, per fare più rumore possibile. Il disperato tentativo pare funzionare… l’orso non si sente ben accetto in casa nostra e con qualche grugnito esce dalla porta. Adrenalina pura: tiriamo fuori lo spray al pepe e i razzi che abbiamo con noi e cerchiamo di analizzare coscientemente la situazione. L’orso resta nei paraggi, ma il pericolo pare scampato. D’altronde, se davvero avesse voluto attaccarci l’avrebbe già fatto, e ci sarebbe anche riuscito. Povero orso! Anzi, povera orsa (ci piace pensare che fosse femmina, la chiamiamo Berta). La povera Berta stava probabilmente morendo dalla fame quando ha fiutato uno strano odore (probabilmente dovuto al fatto che non ci lavavamo da molto, molto tempo…) e, curiosa, si è avvicinata per vedere di cosa si trattasse. E pensare che prima di entrare in casa ha pure bussato… non si meritava di certo un’accoglienza simile!

Ultimi km prima di Ittoqqotoormiit
DellaBordella-DSC_5290Colazione: un caffè, poi un tè, poi una tisana. Seconda colazione: un altro caffè, un altro tè… e tre ore che volano, pensando e ripensando a Berta. Il tempo, almeno quello, sembra finalmente migliorato e saltiamo per l’ultima volta nei kayak. Il mare artico però non ci fa nessuno sconto, anche gli ultimi 20 km che ci dividono da Ittoqqotoormiit li dobbiamo sudare, lottando duramente contro il vento e le onde. Nonostante questo riusciamo a rientrare senza altri imprevisti. Sabato 6 settembre alle 15 ritorniamo alla civiltà, 32 giorni dopo esserne usciti. Peccato! Adesso la nostra spedizione è finita sul serio.

Matteo Della Bordella a Varenna, conferenza stampa del 19 settembre 2014
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postato il 16 ottobre 2014

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Storia dell’arrampicata libera 4

Storia dell’arrampicata libera dall’Alpinismo al Deep Water Solo (4-4)
di Guglielmo Magri, Istruttore della Scuola Franco Gessi di Bassano e collaboratore della Scuola Giuliano Mainini di Macerata

Il ritorno sulle grandi pareti
Aperture a spit dal basso
Naturalmente con questo stile la via non può essere considerata salita in libera in apertura a causa dei resting per piantare i chiodi.

Normalmente perciò l’apritore o i ripetitori ripercorrono la via successivamente cercando di salirla in libera senza utilizzare i riposi.

Con le vie aperte in questo stile nasce il concetto di “grado obbligatorio”, di grande importanza, ma di difficile valutazione.

Si tratta della difficoltà massima in libera fra una protezione e l’altra non eliminabile con passi di artificiale.

Dovrebbe essere valutato con la scala boulder, ma ciò non è semplice su una via di più tiri.

Arrampicata libera su vecchie vie artificiali
Una nuova tendenza fu quella di “liberare” vie aperte con l’uso dell’arrampicata artificiale.

Mauro “Bubu” Bole sulla via Couzy alla Cima Ovest di Lavaredo
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Lynn Hill sul Nose al Capitan
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Storia dell'Arrampicata Libera65

Solitarie slegati su vie alpinistiche (free solo)
Si tratta di uno stile molto antico (vedi Paul Preuss), ma ultimamente balzato alla ribalta con svariate grandissime salite.

Hansjörg Auer sulla Via Attraverso il Pesce, Marmolada
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Alexander Huber sulla Hasse-Brandler sulla Cima Grande di Lavaredo
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Storia dell'Arrampicata Libera68

Il ritorno del Boulder
Negli ultimi 10-15 anni la disciplina del boulder (già spinta in avanti dal francese Jacky Godoff negli anni ’80, NdR) l’arrampicata su massi ha avuto uno sviluppo impetuoso e molti forti scalatori si sono dedicati ad essa raggiungendo difficoltà molto elevate in singoli passaggi.

Fred Nicole
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Chris Sharma
Storia dell'Arrampicata Libera70

Gli ultimi sviluppi degli anni Duemila
La rincorsa al 9b
Negli ultimi anni è stato diverse volte dichiarato, ma spesso su tiri di lunghezza elevata e quindi aumentando la difficoltà con aumento della continuità.
Solo ultimamente sono stati dichiarati 9b su tiri di lunghezza.

Chris Sharma
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L’arrampicata su monotiri su protezioni rimovibili (trad climbing)
In Inghilterra è una disciplina che esiste da sempre e che negli ultimi anni si è ulteriormente sviluppata e diffusa (trad climbing).

In questo tipo di arrampicata non viene valutato solo il grado tecnico, ma anche la pericolosità.

Sui gradi più elevati non è tuttavia importante la prestazione a vista.
Storia dell'Arrampicata Libera72

In Italia si è cominciato a discutere e a rivalutare l’arrampicata su protezioni naturali, soprattutto in zone vocate a questo tipo di specialità (per tipo di roccia e conformazione).

A settembre del 2010 si è tenuto un primo raduno organizzato dal CAAI in Valle dell’Orco dove stanno nascendo nuovi monotiri in questo stile e dove si stanno rivalutando le vecchie vie aperte senza spit.

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Arrampicata slegati su acque profonde
Questo stile, denominato Deep Water Solo unisce la semplicità del Free Solo con la relativa sicurezza dovuta alla possibilità di cadere.

Storia dell'Arrampicata Libera75Storia dell'Arrampicata Libera74

Ultimamente anche Chris Sharma ha realizzato importanti salite in questo stile.

Storia dell'Arrampicata Libera76Storia dell'Arrampicata Libera77

Il futuro è appena cominciato

Adam Ondra
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Storia dell'Arrampicata Libera79

Le prospettive future
Tanti tipi di arrampicata libera
Quale sia il futuro della scalata, non è ancora possibile dirlo, quello che è certo è che oggi esistono diversi tipi di arrampicata libera in cui anche se il gesto atletico è lo stesso, altrettanto non si può dire della filosofia e dei suoi interpreti principali.

Ci sono stati innumerevoli scontri e polemiche fra i fautori di uno stile o dell’altro, ma forse oggi tutti questi universi non sono più così distanti e l’incomunicabilità non appare più insormontabile come un tempo.

Non è più solo il chiodo ad espansione a fare da discriminante ma la forza, le idee, la fantasia ed il cuore degli arrampicatori stessi.

L’evoluzione riparte da qui…

 

Bibliografia
1. Storia del Free Climbing, Fabio Palma su Uomini e Pareti, Versante Sud;
2. L’assassinio dell’impossibile, Reinhold Messner in La Rivista mensile del CAI, 1968;
3. Settimo Grado, Reinhold Messner, 1973 Istituto Geografico de Agostini, Novara, e 1982 Görlich Editore, Milano;
4. La breve stagione del Free Climbing, Maurizio Oviglia, presentazione al Corso IAL CMI 2007;
5. Nuovi Mattini, il singolare 68 degli alpinisti, Enrico Camanni, 1998, I Licheni, Vivalda Editore;
6. Rock Paradise, Maurizio Oviglia, 2000 Versante Sud.

FINE

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Storia dell’arrampicata libera 2

Storia dell’arrampicata libera dall’Alpinismo al Deep Water Solo (2-4)
di Guglielmo Magri, Istruttore della Scuola Franco Gessi di Bassano e collaboratore della Scuola Giuliano Mainini di Macerata

Sviluppo dell’arrampicata libera
Il movimento del “Nuovo Mattino” in Italia
In seguito alle riflessioni di Messner e per reagire allo stile di alpinismo che si era imposto nei precedenti anni, in Italia si sviluppò una nuova corrente detta Nuovo Mattino che fu ispirata dagli scritti di Gian Piero Motti.

Caporal (Valle dell’Orco, lo Yosemite italiano)
Storia dell'Arrampicata Libera22Questo movimento si sviluppò dapprima in Piemonte rifacendosi alle esperienze americane e al contatto con le nuove tecniche di scalata anglosassoni e grazie anche alla presenza di uno straordinario scalatore scozzese, Mike Kosterlitz.

Gli scalatori del Nuovo Mattino per sviluppare le proprie idee scelsero un nuovo terreno di gioco, lontano dalle grandi cime, in bassa quota e che consentiva uno stile di scalata simile a quello dello Yosemite.

Sergent (Valle dell’Orco)
Storia dell'Arrampicata Libera23In realtà le idee del Nuovo Mattino non investivano solamente l’arrampicata libera, ma consistevano anche in una critica dello spirito dell’alpinismo di quell’epoca.

Veniva proposta la “Pace con l’Alpe” e la permanenza serena in parete come fonte di esperienza contrapposta all’alpinismo di conquista.

Le pareti salite, come quelle in Yosemite, non avevano nemmeno una “vetta” vera e propria: l’importante era la via e il modo in cui si saliva.

Una componente importante di questo nuovo spirito fu senz’altro il tentativo di guardare le pareti con l’intento di trovare linee salibili in libera spesso accettando l’assenza o la scarsità di protezioni.

Tutto ciò anche se ancora si trovavano tratti di raccordo saliti in artificiale e anche se il concetto di continuità dell’arrampicata ancora non era stato compreso.

I concetti del Nuovo Mattino piemontese si ritrovano parallelamente anche in altre zone d’Italia, spesso nascendo in maniera autonoma le une rispetto alle altre.

Sulle Alpi Centrali va ricordato Ivan Guerini, che nel 1973 aveva lasciato la pianura lombarda per la Val di Mello. La sua prima via risale al 1975.

Ivan Guerini
Storia dell'Arrampicata Libera24Nel 1976 in Val di Mello nascono “i Sassisti”, un gruppo di forti arrampicatori scanzonati che farà della libera il suo naturale modo di esprimersi.

Olivo Tico e Paolo Masa su Polimagò (Val di Mello). Foto: Jacopo Merizzi (da Valle di Mello, 9000 metri sopra i prati)
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Olivo Tico su Polimagò (Val di Mello). Foto: Jacopo Merizzi (da Valle di Mello, 9000 metri sopra i prati)
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Nel 1977 si parla per la prima volta di VII grado con la placca di Nuova Dimensione dei Sassisti Jacopo Merizzi e Antonio Boscacci, ma il primo riconosciuto dall’UIAA sarà la via di Ivan Guerini e Mario Villa, Oceano Irrazionale.

Nuova Dimensione
Storia dell'Arrampicata Libera27Oceano Irrazionale
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I capolavori del Nuovo Mattino
Il free-climbing era ormai sbocciato anche in Italia ed il nuovo impulso darà vita a vie che sono autentici gioielli di bellezza e armonia

Luna Nascente (Val di Mello). Foto: Guglielmo Magri
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Rattle Snake (Valle dell’Orco). Foto: Guglielmo Magri
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Il Risveglio di Kundalini (Val di Mello). Foto: Guglielmo MagriStoria dell'Arrampicata Libera31

Orecchio del Pachiderma (Valle dell’Orco). Foto: Maurizio Oviglia
Storia dell'Arrampicata Libera32Luna Nascente (Val di Mello). Foto: Guglielmo Magri
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Fessura Kosterlitz (Valle dell’Orco)
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Fessura della Disperazione (Valle dell’Orco)
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Oceano Irrazionale (Val di Mello)
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Oceano Irrazionale (Val di Mello). Foto: Guglielmo Magri
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Diedro Nanchez (Valle dell’Orco)
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Spiderman (Gaeta)
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Maurizio Zanolla “Manolo” o “Il Mago”
Negli stessi anni c’era uno scalatore che sembrava totalmente slegato dal contesto italiano eppure all’avanguardia.

Maurizio Zanolla, di Feltre, detto Manolo o il Mago, che sarà uno dei più grandi fuoriclasse dell’arrampicata mondiale.

Grazie al suo talento, già nel 1978 superò in libera la Carlesso alla Torre Trieste (7a+) e aprì la Via dei Piazaroi sulla Cima della Madonna (7b).

Manolo
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Alessandro Gogna e i Cento Nuovi Mattini
In seguito a questo fermento nei primi anni ottanta il celebre alpinista Alessandro Gogna, prese contatto con i più forti free-climber dell’epoca, Manolo, Ivan Guerini, Roberto Bassi, Gabriele Beuchod e partì per un viaggio esplorativo delle zone d’Italia dove si stavano diffondendo le nuove idee.

Da quelle esperienze nacquero i libri “100 nuovi mattini” e il successivo “Mezzogiorno di Pietra” una raccolta di vie che è stato un riferimento per una generazione intera di arrampicatori.

Allo stesso tempo, questi libri rappresentano un po’ il canto del cigno del free-climbing, scritti nel momento di massimo splendore dell’arrampicata esplorativa e sulla spinta delle idee del Nuovo Mattino.

Ivan Guerini su L’Albero delle Pere (Val di Mello), 1a ripetizione, 7 luglio 1977
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Regole dell’arrampicata libera
L’Europa per tutti gli anni ‘70 era rimasta indietro nel livello di difficoltà.

In Francia tuttavia si era cominciato a definire le regole e gli stili validi nell’arrampicata libera.

Jean-Claude Droyer comprese e formalizzò la necessità di eliminare eventuali riposi per poter dichiarare la libera di un tiro.

A lui si deve l’adozione del termine rotpunkt, dato che era solito segnare con un punto rosso alla base ogni tiro da lui liberato.

Jean-Claude Droyer
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Nascita dell’arrampicata sportiva
Metodi di chiodatura
Fino a questo periodo lo sviluppo dell’arrampicata libera era avvenuto su vie in falesia che però continuavano a essere chiodate dal basso.

Si cominciò in quegli anni in Francia ad attrezzare monotiri in falesia chiodandoli dall’alto.

In questa maniera si eliminava il rischio per non avere impedimenti nel raggiungimento della massima difficoltà.

Storia dell'Arrampicata Libera43

CONTINUA

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Storia dell’arrampicata libera 1

Storia dell’arrampicata libera dall’Alpinismo al Deep Water Solo (1-4)
di Guglielmo Magri, Istruttore della Scuola Franco Gessi di Bassano e collaboratore della Scuola Giuliano Mainini di Macerata

Definizione
Arrampicata su pareti di roccia senza l’utilizzo di mezzi artificiali per la progressione e per riposarsi.

Falesia di Cingoli (MC)

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Stili e definizioni
Onsight
(a vista, in italiano): eseguire una via, senza voli e senza resting, al primo tentativo senza nessun tipo di informazioni (sia visive che verbali);
Flash: eseguire una via pulita al primo tentativo avendo comunque delle informazioni (visive e/o verbali);
Rotpunkt: eseguire una via pulita dopo n tentativi, ogni tentativo deve essere eseguito da terra, sfilando la corda;
Rotkreis (in inglese yo-yo): Rotkreis, cerchio rosso o yo yo consiste nel lasciare la corda inserita nell’ultimo moschettone dove ci si è fermati (volo o resting), calarsi fino a terra e poi ripartire da lì;
Greenpoint: via in flash ma con la corda dall’alto;
Runout: tratto di particolare lunghezza fra una protezione e la successiva che risulta quindi obbligatorio e può causare lunghi voli.

Scale di difficoltà

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StoriaArrampicataLibera2

La scala UIAA è l’evoluzione della scala Welzenbach che è rimasta chiusa al VI grado fino agli anni ’70;

nella scala francese è valutata la difficoltà del tiro nel suo complesso (non è corretto dire “passaggio di 6b”, esiste il “tiro di 6b”); non valuta le difficoltà a vista, ma quelle sulla sequenza più facile per eseguire il tiro (quindi RP);

la scala boulder ha simbologia uguale alla scala francese/falesia, ma la difficoltà è maggiore perché è concentrata in un singolo passaggio o sequenze molto brevi.

Protezioni
Chiodi da fessura

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Chiodo a espansione
StoriaArrampicataLibera4
DadiStoriaArrampicataLibera5Friend (o Cams)
StoriaArrampicataLibera6
Le origini(Paul Preuss, il precursore)StoriaArrampicataLibera7L’arrampicata su roccia è da sempre una delle componenti dell’Alpinismo.Molti alpinisti si sono distinti fin dai primi anni di questa disciplina in questa specialità.Paul Preuss, alpinista austriaco, nella sua attività negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale sostenne l’idea di arrampicata libera (addirittura senza corda) e formalizzò questi principi nel Convegno di Monaco nel 1912.
Origine dell’arrampicata libera (I fortissimi degli anni ’30)
Negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale si affermarono molti forti scalatori su roccia in montagna.
Ancora però non era ben chiaro cosa fosse l’arrampicata libera, quali fossero i suoi confini, tanto che spesso la si abbinava all’artificiale.
Emilio ComiciGiovan Battista Vinatzer
StoriaArrampicataLibera8StoriaArrampicataLibera9Bruno Detassis ed Ettore Castiglioni
StoriaArrampicataLibera10
StoriaArrampicataLibera11Si salivano dei lunghi tratti in libera, solitamente quelli improteggibili, cioè dove non era possibile fare altrimenti, e limitata a passaggi brevi fino al successivo punto di riposo con possibilità di chiodare.Consacrazione dell’arrampicata libera
John Gill
“La mosca umana”

Negli anni ‘60 in USA l’ambiente era maturo per una serie di grandi innovazioni che rivoluzioneranno l’Alpinismo e l’Arrampicata.StoriaArrampicataLibera12John Gill fu il primo a spostare il campo di azione dalla montagna alle pareti e ai massi di bassa quota e a sviluppare tecniche specifiche come i lanci.StoriaArrampicataLibera13-Gill

Yosemite e i “Giorni Grandi”
In quegli stessi anni sulle grandi pareti californiane, senza l’incognita del meteo, e grazie alla saldezza e perfezione della roccia si cominciò ad affrontare la scalata in libera soprattutto con tecniche in fessura.

StoriaArrampicataLibera15StoriaArrampicataLibera14El Capitan

StoriaArrampicataLibera17StoriaArrampicataLibera16

Negli anni ‘60 furono salite per la prima volta le immense “Big Wall” della Yosemite Valley.

StoriaArrampicataLibera18Sviluppo dell’arrampicata libera
Ron Kauk
Negli anni ‘70 gli scalatori americani spinsero ancora più avanti le difficoltà arrivando fino al 7c+.
In quegli anni tuttavia spiccano due grandi vie salite in libera di Ron Kauk che divennero un simbolo in tutto il mondo: Astroman e Separate Reality

StoriaArrampicataLibera19StoriaArrampicataLibera20
La crisi in Europa
Negli anni ‘60 l’alpinismo europeo era entrato in una fase di involuzione e di fatto l’arrampicata libera era stata quasi completamente abbandonata.
In quegli anni si era imposta la ricerca delle vie “dirette” ottenute con largo uso di mezzi artificiali e di chiodi a pressione (successivamente a espansione).
Queste tecniche rendevano possibile la salita di qualsiasi parete, ma stavano tramutando l’alpinismo in un lavoro di “carpenteria in parete”.

L’attacco di Messner
In questo contesto l’articolo di Reinhold Messner L’assassinio dell’impossibile, pubblicato nell’ottobre del 1968, fu un sasso nello stagno.
Ancora di più lo fu il successivo libro Settimo grado, uscito nel 1973.
In questi due scritti, Messner attaccava la tecnica delle artificiali a goccia d’acqua e indicava nell’arrampicata libera la strada per superare questa crisi dell’Alpinismo.
Per far ciò occorreva però superare la barriera del VI grado “limite delle possibilità umane” e aprire la scala verso l’alto, oltre che accettare l’ingaggio dovuto alla limitazione delle protezioni.

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L’apertura della scala di difficoltà
In seguito a tutto questo dibattito nel 1977 viene dichiarato il primo VII grado da parte dei due alpinisti tedeschi, Reinhard Karl e Helmut Kiene per la Pumprisse, una nuova via sul Fleischbank.
Dopo molte discussioni questa valutazione venne accettata dall’UIAA che aprì la scala Welzenbach.
Nel frattempo però si erano sviluppate nuove scale di difficoltà proprio per valutare le nuove difficoltà che in quegli anni si erano superate.

CONTINUA

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Il tramonto del free climbing

All’inizio il passaggio fu inavvertito, ma poi acquistò presto velocità e la «cosa» prese forma, si staccò dalla matrice; poi fu ben chiaro che avrebbe con sicurezza tenuto una sua direzione au­tonoma e che questa, come spesso accade nei fenomeni nuovi, a­vrebbe anche portato alla negazione delle origini per affermare indipendenza e superiorità.

Certi meccanismi sono automatici e scontati, anche se possiamo dire questo solo ora, e dopo un primo momento in cui si è cercato di capire quel che stava succedendo, magari rammaricandoci della perdita di alcuni «valori», oggi non dispiace più che i climber abbiano trovato un loro spazio su certe falesie e vi si concen­trino in gran numero.

Ivan Guerini, fine anni ’70

TramontoFreeClimbing-Viewer.aspxTutto era partito dalla guida di Ivan Guerini Il gioco-arrampicata in Val di Mello: il gioco aveva coinvolto i sassi grandi e piccini che occupano i prati del Màsino, si era esteso alla Sirta, all’Antimedale, alla Bastionata del Lago; solo a fatica, e forse non senza qualche com­promesso con il proprio orgoglio, gli ambienti dell’alpinismo classico (come quelli di Lecco e Monza, ma anche Bergamo, Brescia e Milano) si accorsero della novità e i migliori decisero che era il caso di andare a vedere che diavolo stesse succedendo.

Contemporaneamente dalla Francia si importava il mito della dif­ficoltà pura, della bellezza e dell’armonia del gesto, tutte cose che si ottenevano meglio con protezioni sicure e già in loco an­ziché affidarsi a incerti aggeggi incastrati, a volte dopo lotte eterne con le fessure. C’era poi chi diceva già allora che l’ar­rampicata doveva essere sicura e senza pericoli: solo così si sa­rebbe finalmente visto chi era il migliore, solo così ci sarebbe stato progresso. Era la nascita dell’atletismo, quindi dell’ar­rampicata sportiva, sembrava la fine dello spirito creati­vo, o quanto meno un suo letargo.

Alla naturale spontaneità del movimento arrampicatorio originale, si sostituirono gradualmente, ma non del tutto, la ripetitività dei gesti al fine di ottenere una concatenazione che rispondesse a nuove regole di gioco (rotpunkt) e un allenamento apposito per «quei» gesti.

Alla competizione indiretta che affiorava nel comportamento degli alpinisti sulle grandi pareti si affiancò (e qui fu grande il contributo della stampa e degli altri media) una competizione più diretta, alla ricerca di notorietà e successo conquistati su pic­coli frammenti di roccia.

L’opinione pubblica, che fino a quel momento sapeva solo di Bo­natti e di Messner, si trovò di fronte a uno «sport emergente», a un gioco per il quale la vita era «sulla punta delle dita». Le nuove avventure di un genio come Patrick Edlinger furono presto traslate a tutte le altre attività su roccia e ben pochi si ri­bellarono all’inevitabile mito emergente che affondava e affonda le sue radici nell’equivoco di un’avventura che ora sembrava a portata di tutti.

Quindi niente più veloci scorribande sulle rocce, liberi di fare e di raccontare come si voleva. Bensì performance su corsie sepa­rate, sotto l’occhio attento di giudici se si arrampicava in ga­ra.

Senza dubbio i migliori, quelli che dopo l’esperienza della Val di Mello e della Valle dell’Orco iniziarono a portare avanti l’arrampicata estrema sulle pa­reti vicino a casa, avevano e hanno ancora forti radici che in qualche modo li legavano al vecchio mondo del Nuovo Mattino. Ma questo mondo era condannato a un lungo periodo di assopimen­to: non servì ad evitarlo neppure l’esportazione dei 100 Nuovi Mattini che feci nel Mezzogiorno di Pietra. Ci fu un momento in cui sembrava, per restare solo in Lombardia, che null’altro esistesse se non la Bastionata del Lago, Cornalba, il Nibbio, l’Antimedale. Trascurata, a volte ripudiata la Val di Mello, col­pevole di presentare solo vie «da suicidio» e «tutte uguali su placche monotone»; dimenticata la gloriosa Grignetta, bol­lata per la roccia «marcia» e per i chiodi «da schifo»; le corag­giose esplorazioni di Guerini, di Andrea Savonitto e di qualche altro neppure prese in considerazione, a tal punto che oggi molti loro itinerari sono stati ripercorsi con chiodatura dall’alto e rinomi­nati con indifferenza.

Ivan Guerini con le Superga ai Denti della Vecchia (Canton Ticino), 10 giugno 1980

Denti della Vecchia (Canton Ticino, Svizzera), I. Guerini in posa con scarpe da tennis. 10.06.1980

postato l’8 luglio 2014

 

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Tra sogno e realtà

Tra sogno e realtà
di Stefano Michelazzi

Più volte mi son chiesto e mi chiedo: “Cosa significa oggi Alpinismo?”
Al di là di un sentimento soggettivo, che riguarda le motivazioni personali di ogni alpinista e che determina il “Perché lo fai?”, al di là di un sentimento anarchico di espressione, sempre individuale, sul dove, come, quando, per poter dire di fare o esercitare una determinata attività, c’è bisogno, in qualsiasi campo di determinare dei limiti.
Non limiti all’esercizio dell’attività stessa, ma confini entro i quali, questa attività assume nome e caratteristiche essenziali, che le infondono un’identità.

"The Girls Go Rock Climbing" -- The girls are left hanging in the air for an edgy fashion photo shoot on a rock-climbing wall, on America's Next Top Model on The CW. Pictured: Lisa Photo: Matthew Jordan Smith/Pottle Productions Inc ©2007 Pottle Productions Inc. All Rights Reserved.

Non si può dire di fare alpinismo ad esempio, scalando in falesia, perché oltre alla riduzione quasi meccanica del rischio, il quale è universalmente riconosciuto come una componente fondamentale dell’alpinismo, i tracciati di arrampicata vengono “disegnati” calandosi dall’alto e quindi valutando sia la fetta di parete migliore che l’apposizionamento di protezioni a priori. In alpinismo è insito il dover essere in grado di salire dal basso, e nel caso, essere capaci di piazzare le protezioni ove se ne senta la necessità. Varianti e variabili ovviamente ce ne sono, date anche solo dal fatto che aprire una via nuova, comporta un impegno completamente diverso dal ripeterla. Resta comunque beninteso che un alpinista che voglia definirsi tale, deve saperlo fare rimanendo entro quei confini che appunto, determinano questa attività.

La nascita dell’arrampicata sportiva, la quale da molti (me compreso) è stata vista come un possibile mezzo di allenamento “a secco” per future salite di ben altro spessore, oltre che un movimento fine a se stesso, ha ormai da una ventina d’anni “invaso” il campo dell’alpinismo, specie con il confezionamento di vie cosiddette “Plaisir”, le quali spessissimo vengono aperte dall’alto, a volte non rispettando salite preesistenti e creando un movimento di “banalizzazione del limite” spesso sostenuto a gran voce con la motivazione della sicurezza, ma che nasconde invece una spinta derivata da motivazioni commerciali (per le aziende è importante esibire grandi foto che attraggano l’attenzione e stimolino sentimenti d’imitazione) e molte volte, anche, incapacità personali sia in fatto di tecnica, sia in fatto di accettazione del rischio (se non me la sento torno a casa ma se mi butto nel ballo devo ballare…).

Così oggi si è costretti a vedere considerati exploit alpinistici salite come quella della normale all’Everest, totalmente pre-masticata con la posa di corde fisse e con l’ausilio di guide le quali spesso supportano completamente lo pseudo-alpinista.

Esemplari le due salite, del “più giovane” (13 anni) e del “più vecchio” (80 anni) seguiti e coadiuvati nella salita, tutti e due, da uno stuolo di guide e portatori e utili ”record” a chi commercia brutalmente la montagna per lanciare il messaggio: “Tutti ce la possono fare…! Prova anche tu!”.

Cito soltanto ad esempio estremo, la salita in “libera” della “via del Compressore” al Cerro Torre, per compiere la quale David Lama, coadiuvato da Peter Ortner, si è servito di elicotteri anche per il recupero dalla cima, dell’apposizionamento di impianti fissi (spit) per creare punti di sosta per la troupe televisiva che seguiva la salita, corde fisse (materiale rimasto oltretutto in parete…). Grande prestazione sportiva, non c’è che dire, ma l’alpinismo dove si mette in questo caso? Dove sono l’avvicinamento con le sue incognite (in Patagonia anche in fatto di tempo atmosferico), la discesa dalla cima, che ogni alpinista, anche il più mediocre sa essere parte integrante ed a volte fondamentale per la riuscita e il ritorno a casa?

Arroganza umana, la definisco io.
Volere, pretendere, anche oltre ai limiti dettati dalla natura stessa, imporsi su tutto e conquistare a ogni costo, con una possibile meta economica da raggiungere…

Avranno un valore storico queste situazioni? Ci sarà un ricordo, qualcosa che rimanga come icona dell’alpinismo futuro?
Ho dei seri grandi dubbi su questo, se non forse, sperando nel riequilibrio da parte delle future generazioni di “simboli negativi” di un’infezione sistemica che ha colpito anche quel mondo onirico chiamato alpinismo.

Paul Preuss il “cavaliere della montagna”, ai primi del ‘900, diffondeva nell’universo dei “conquistatori dell’inutile” un virus, altamente infettivo, che ancora oggi miete vittime: l’arrampicare le pareti senza compromessi…!
Ad oggi il virus è meno letale, ha perso un po’ della sua verve e permette a chi ne viene colpito, di “godere” di una fase cronica, grazie a tanti cocktail etici che ne hanno affievolito in parte i sintomi acuti.
Ciò non toglie che in un universo di sognatori, questa etica ferrea (scherzi sui virus a parte…) riesce ancora ad attecchire.

Personalmente, ho praticato diversi stili d’arrampicata in parete, ma l’arrampicata pulita, definita oggi con un termine d’oltreoceano “Clean Climbing”, è sempre stato lo stile che più mi ha attratto.
Non certo si può dire che io sia ferreamente preussiano, ma tento di accettare i compromessi solo quando il limite va oltre il classico ed impone maggiori attenzioni.

Negli anni ’80, quando entrai a far parte di questo mondo, il tendere a migliorare e quindi superare i limiti classici, portando se possibile il livello tecnico raggiunto in falesia anche in montagna, era una “sfida” molto gettonata e uno stile che ovviamente mi ha segnato e ha segnato di conseguenza, le mie soddisfazioni e delusioni alpinistiche.

Il “Nuovo Mattino” e tutto ciò che fu rivoluzione in questo senso, era per me qualcosa di sconosciuto.

Martina Cufar

TraSognoeRealta-MartinaCufar01A Trieste, dove sono nato e dove ho appreso i rudimenti di quella che considero un’arte non riconosciuta, non era mai passato, vivevamo da sempre in un universo “privato” che si è sviluppato per conto suo e ciò che da altre parti fu rivoluzione, da noi non fu altro che continuazione di qualcosa nato molto tempo prima, ma che nessuno aveva mai pensato di valutare, codificare, e nel caso esportare, come fu invece per il free climbing o altri stili apparsi sulla scena proprio con questi stravolgimenti di obiettivi etici.
Non a caso, miei concittadini, come ad esempio Enzo Cozzolino, appaiono oggi (ma anche ieri…) vent’anni avanti.

E’ forse stato il fatto, che dalle mie parti, l’alpinismo è sempre stato considerato un gioco e quindi, complice un isolamento morfologico, questa cultura si è sviluppata per conto suo? Probabile…

In alpinismo, l’antagonismo, debolezza presente più o meno in ogni attività umana, si è manifestato per lungo tempo nella corsa alle pareti, la realizzazione cioè di nuovi itinerari su cime o pareti vergini, poi la scarsità di obiettivi, ha maturato nuovi modi di intendere questa sfida “al migliore”, i concatenamenti sono un esempio ben calzante.

La componente sportiva insita in questa disciplina molto più complessa, ha cominciato quindi a non avere un risultato da raggiungere o, molto scarso.

L’avvento dell’arrampicata sportiva e il conseguente aumento dei livelli di capacità tecnica, è stato quindi un toccasana in questo senso. Portatore di nuovi obiettivi che si sono espressi nella ricerca di sempre maggiori difficoltà, differenziate magari dallo stile di esecuzione.

Ma oggi…?
Sembra chiaro che, se l’arrampicata sportiva ha cominciato a risentire del limite fisico umano, l’alpinismo (viste le sue caratteristiche di impatto psicologico e non solo) non abbia più molte carte da giocare in questo senso…
Rimangono ancora pareti vergini e addirittura cime inviolate, ma spesso l’impegno in termini di tempo e investimenti ci mette un paravento davanti e non vengono più considerati obiettivi primari.

Quindi, dove approderà ora l’alpinismo, ritornando alla domanda di base, aldilà delle solite polemiche che lo mantengono vivo da sempre?

Il rischio dell’estinzione c’è, è presente specialmente in quel contesto di manipolazione culturale che ogni giorno si presenta in termini di articoli sulla sicurezza, sulla difesa della vita, e vari altri argomenti che personalmente considero di bigottismo umano generale e di timore di vivere (se abbiamo paura di vivere come facciamo a non averne di morire?)…

TraSognoeRealta-CORSO D'ALPINISMO AVANZATO (AR1)

C’è il rischio che l’alpinismo con la sua concezione di accettazione del rischio e quindi di ciò che umanamente non è controllabile, con la sua componente onirica assolvente a quel bisogno di libertà del quale l’animo umano necessita, per non sentirsi al pari di una macchina, scompaia dal vocabolario delle future generazioni, per lasciare spazio a surrogati controllati da una società, la quale sta rendendo tutto sempre più simile ad un paradiso artificiale, nella quale tutto viene mercificato e dove ormai già si vedono i segnali di una considerazione dell’essere umano al pari di un numero di matricola.

Non è questa la vera morte dell’Uomo?

Forse l’istinto di conservazione, insito in ognuno di noi, alla fine avrà la meglio e si troveranno spiagge diverse dove dirottare il sogno, ma credo che siamo noi stessi, oggi, a dover dare stimoli nuovi alle nuove generazioni affinché non abbandonino quel bisogno ancestrale di illusioni e fantasie e perché no… utopie.

postato il 3 luglio 2014