Posted on Lascia un commento

Due è una folla

Due è una folla

Racconterò un mio episodio personale che risale al 1964, quando avevo 17 anni. Quell’estate in Dolomiti ho salito 80 vie in solitaria, perché non avevo compagni. Allora capitava spesso, oggi è più facile trovare anche perché c’è più gente che arrampica. L’autunno dopo, quando nella Sezione Ligure del CAI tutti, io compreso, ci facevamo belli delle nostre salite estive, ebbi timore che chi avrebbe magari potuto portarmi in macchina da qualche parte ad arrampicare potesse pensare che ero matto e quindi ero da evitare. Nelle relazioni per il bollettino sezionale ciascuno di noi scriveva le salite che aveva fatto: io non volli rinunciare a citare le mie salite sul IV, V grado, però inventai un compagno che si chiamava S. Odola, di Roma, che anagrammato vuol dire «da solo». Ecco il mio atteggiamento iniziale verso le solitarie: funzionale alle salite stesse.

Hermann Buhl sposa Generl (Eugenie), marzo 1951
DueFolla-Buhl-36-klein

 

Poi venne il periodo delle grandi letture e proprio tra i primi libri lessi È buio sul ghiacciaio di Hermann Buhl. M’impressionarono particolarmente la sua salita solitaria al Nanga Parbat e la sua solitaria invernale e notturna della via dei Salisburghesi alla parete est del Watzmann. Come può un uomo giungere a tanto? Cosa danno queste imprese all’alpinismo in generale? Per rispondere mi furono necessari anni di esperienze e di conoscenza. Watzmann e Nanga Parbat sono una grande leggenda, protagonista un uomo che avrebbe accondisceso a ben pochi compromessi con il successivo mondo dell’industria sportiva e dell’alpinismo spettacolo: lo dico di certo con la complicità della sua morte inopportuna, ma anche con la certezza di non sopravvalutarlo più di tanto: perché oggi sono altri tempi e lui non si sarebbe trasformato.

Il mito del solitario è legato strettamente al grado di difficoltà. Il terzo grado della scala Welzenbach fu per la prima volta superato nel 1877 dalla guida cadorina Luigi Cesaletti detto Coloto quando salì la Torre dei Sabbioni da solo. Fino ad allora nessuno aveva superato difficoltà di quel genere, né in Dolomiti né altrove, nemmeno nel Kaisergebirge. Il quarto grado è generalmente riconosciuto a Georg Winkler. Questi scrisse che una volta gettò un uncino verso l’alto su una via che si chiama via della Scala, nel 1887, pochi giorni dopo la sua famosa salita alla Torre Winkler: fu costretto a questa manovra perché veramente piccolo di statura. Scrisse anche di aver usato un altro artificio raccapricciante: Michele Bettega, molto forte e ben più alto di lui, aveva salito una via con un passaggio assai difficile. Winkler la volle ripetere da solo e, sotto il passo duro, gettò la corda sopra uno spuntone in modo che cadesse dall’altra parte e tenendosi con una mano a un capo mise il piede in un’asola che aveva fatto sul primo capo. In pratica fece una staffa autotenendosi e riuscì ad afferrare un appiglio sopra. Ma per ciò che riguarda l’impresa che lo rese famoso, la Torre Winkler, me lo immagino annaspare penosamente lungo la fessura, incastrato con la mano, il braccio, le spalle, in completa e assoluta arrampicata libera (free solo).

La parete est del Watzmann (Salzburger Alpen), che Hermann Buhl nel 1953 salì in prima invernale e da solo (per la via dei Salisburghesi)
DueFolla-Watzmannkar2010

Quanto al V grado, meglio precisare se V in parete o V in fessura. Abbiamo l’esempio di Hermann Delago che per primo fece il V grado sulla Torre Delago e l’esempio di Tita Piaz che nel 1900 lo superò nella sua famosa fessura alla Punta Emma: entrambi solitari. Sul V+ si potrebbe discutere molto. Forse Angelo Dibona, forse Hans Dülfer da solo. Dülfer fece il V+ da solo, qualcuno dice anche il VI-. Non è vero, perché sul VI- della via più difficile di Dülfer, cioè sullo spigolo sud del Catinaccio d’Antermoia, sul secondo tiro che è il più difficile, egli fu assicurato con le corde dalla sua ragazza, Anne Franz; lui piantò uno-due chiodi, poi la poverina proprio non ce la fece a salire e Hans la piantò lì sulla cengia per tutto il giorno. Salì in cima e ridiscese in corda doppia a prendere la sua beneamata Anne con la quale scese poi alla base. E siamo al 1914. Dopo la guerra venne l’epoca del VI grado ed effettivamente qui l’alpinismo solitario cominciò ad avere un rallentamento. L’exploit dell’alpinismo solitario diminuì. Una grandissima solitaria fu quella di Emilio Comici sulla Nord della Grande di Lavaredo. Però non fu una prima. Fu la salita solitaria della stessa via che Comici aveva aperto quattro anni prima. Quindi dimostrando di poter avvicinarsi al limite raggiungibile in cordata, senza però superarlo. Arriviamo così alla famosissima solitaria di Cesare Maestri, che fece nel 1953 la parete sud-ovest della Marmolada. La famosa via Soldà, che era di VI+. Ebbene, VI+ ne erano già stati fatti, anche la Soldà era stata fatta quasi 20 anni prima. Maestri dimostrò ovviamente di fare una cosa grandissima, ma dimostrò anche che per un solitario era un po’ difficile fare qualcosa di più di una cordata o di lui stesso se fosse stato legato con qualcun altro. Sempre andando avanti a balzelloni e stando nelle Dolomiti, c’è ancora un esempio di qualcosa fatto da un solitario e superiore, come grado, a ciò che preesisteva. Parlo di Domenico Bellenzier, che fece nel 1964 la prima ascensione alla parete nord ovest della Torre d’Alleghe: siamo alle porte del VII grado.

Hermann Buhl con la figlia Kriemhild
DueFolla-Kriemhildbuhl159

 

Nelle Alpi Occidentali, quando Walter Bonatti salì da solo il suo spigolo del Dru nel 1955, un anno prima i francesi avevano salito la via accanto: si può discutere sui passaggi in più o in meno, ma all’incirca le difficoltà erano quelle. Bonatti dimostrò di saper fare in prima ascensione ciò che altri avevano fatto prima in prima ascensione però in cordata. E la stessa cosa si può dire di René Desmaison e molti altri. Quando l’alpinismo era molto romantico, fine ‘800 – primi ‘900, il solitario era spesso il battistrada.

«Non può accadere nulla, se c’è anche Hermann Buhl… (Heinrich Harrer, primo salitore dell’Eiger)». «Non ha avuto il tempo di diventare un maestro e non ne aveva le caratteristiche: era un indipendente nato, spinto alle imprese da un temperamento dall’eccezionale audacia (Marcel Schatz, membro della spedizione francese all’Annapurna)». «Al tirolese Hermann Buhl riuscì il quasi impossibile… circa 1400 metri di dislivello senza ossigeno, dalle due di notte fino alle sette di sera, tratti di difficile arrampicata su roccia, circa quaranta ore nella zona della morte: è stata un’impresa senza paragoni (Reinhold Messner)». Questi giudizi sono del periodo 1957-1979. Da allora l’interesse per la figura di Hermann non si è spento: forse occorre attendere che qualcuno dica cose nuove su di lui o che ne riprenda l’esempio.

L’odierna divisione dell’alpinismo in arrampicata sportiva e alpinismo classico sta modificando i meccanismi di pensiero sia della gente che guarda da lontano (o che non guarda) sia degli addetti ai lavori. Negli anni ’80 si sapeva con massima precisione quante flessioni con un dito solo faceva Patrick Edlinger e si vociferava che Jerry Moffatt si tingesse i capelli. Ma pensando a Buhl, messe da parte le differenze di età, di difficoltà e di luoghi, ritroviamo oggi gli stessi dubbi, le stesse gioie che un tempo abbiamo provato. Perché non c’è nulla che ce lo differenzi, che ce lo spinga lontano. Buhl ci è molto vicino, un mito che ci scalda, non un punto luminoso cui fare soltanto riferimento. Questa sua umanità, che traspare così tenera nel suo ricordo, ci è entrata nel cuore. Difficilmente potremmo dimenticarlo.

Poi, con il progredire della tecnica, l’alpinismo diventò gradualmente sempre più sportivo, e allora il solitario non ce la poté più fare contro una cordata. Dunque, se è vero che il solitario nel primo periodo ha fatto evolvere l’alpinismo, cosa possiamo dire sul secondo? Si potrebbe rilevare il grande stimolo che danno i solitari. Quando un Renato Casarotto o un Thomas Humar fanno quello che hanno fatto da soli, ti dimostrano che è ora che qualcuno faccia di più. In questo consiste l’evoluzione che ancora l’alpinismo può avere dall’alpinismo solitario. Una frustata di energia: si dice, se quello da solo fa quel che fa, allora si può fare anche di più in cordata. Necessariamente. Ed è un messaggio che ogni tanto qualcuno raccoglie per produrre nuove imprese.

Posted on Lascia un commento

Il rischio, sentinella invisibile – 2

Il rischio, sentinella invisibile – 2
di Ivan Guerini
(tratto da Annuario CAAI 2009, per gentile concessione)

 

Il rischio dell’incognita intatta
Confrontando però la tipologia d’effettuazione di quelle salite con la solitaria del Diedro Conforto in Marmolada compiuta da Heinz Mariacher nell’estate del 1979 senza averlo percorso in precedenza, ci si accorge di come in quest’ultima sussistano due difficoltà in più, l’incognita e l’imprevedibilità che impediscono di poter “addomesticare” le esperienze verticali e si tratta di impedimenti sostanziali mancanti nelle realizzazioni sopracitate.

Il fatto di rischiare non dipende dall’essere poco assicurati in cordata, autoassicurati o slegati da soli, forniti o del tutto privi di mezzi tecnici che in casi estremi si potrebbero utilizzare, ma soprattutto dall’incognita intatta che s’incontra affrontando una salita senza immaginare ciò che ci aspetta, di cui fanno ovviamente parte lo stato di compattezza e d’instabilità della roccia con le possibilità d’assicurazione a loro annesse e che riflettono inevitabilmente le capacità effettive degli arrampicatori.

Un tempo questo veniva espresso con considerazioni di questo tipo: Mi sono messo nei pasticci… Sono finito in un punto dal quale non riesco né a procedere né a retrocedere…

Oggi sappiamo che arrampicando a un certo punto si può udire una voce inevitabile come quella di una hostess di volo che ti indica d’essere entrato in un territorio dove sono incerti l’esito e la direzione da perseguire. Si tratta di situazioni che possono ricordare il racconto di Reinhold Messner in Ritorno ai Monti, davanti al passaggio chiave del Pilastro di Mezzo, enigma d’un punto cruciale che durante la prima ascensione di quell’itinerario suo malgrado si è trovato ad affrontare. Riflettendo sulle impressioni dell’autore di quella salita mi vien da pensare che quel passaggio, più che banco di prova d’un “rischio sfidato”, fu la pietra miliare d’un “limite di caduta” incontrato, attraversato e superato che, nella cinematografia di montagna, è ben rappresentato in Break on Through di Robert Carmichael. Dunque, nell’incognita intatta possiamo riconoscere un settimo elemento configurativo del rischio.

Dan Osman
RischioSentinellaInvisibile-2-DanOsman

 

Sogno, Morte e Trasfigurazione
In un’intervista ad Hansjörg Auer, realizzata durante il Film festival di Trento, a proposito della sua solitaria integrale al Pesce in Marmolada compiuta in meno di tre ore (Hansjörg aveva già salito così anche Tempi Moderni), ci si accorge che raccontando egli nomina ripetutamente la parola “sogno”. Il fatto che i sogni per lui corrispondano a ciò che per molti sono veri e propri incubi o nella migliore delle ipotesi cimenti impegnativi all’estremo, invita a riflettere su ciò che i sogni rappresentano per gli arrampicatori in rapporto alle salite.

I sogni non sono un prodotto della volontà, ma sorgono inaspettati a liberare la mente dalle gioie e timori derivati dalle esperienze più forti, che ci hanno segnato proprio perché non immaginavamo di viverle. Dunque al sogno corrisponde soprattutto l’ignoto che unisce ciò che non ci si aspetta con ciò che di noi ancora non conosciamo.

Il fatto che Hansjörg Auer avesse salito il Pesce da solo dopo averlo percorso in precedenza in cordata e un giorno prima lo avesse addirittura disceso in doppia per studiarne i passaggi più impegnativi, e quindi si muovesse nell’ambito di una incognita ridimensionata, più che un sogno pare quasi la realizzazione d’uno stato ipnotico paragonabile al vuoto mentale della pratica meditativa Zen, la quale porta la psiche in condizioni di disancorarsi dagli stati emotivi.

Da taluni i sogni a “occhi aperti” sono ritenuti assai pericolosi perché anelano a realizzare nella realtà qualcosa che è a cavallo delle “esigenze fantastiche” di una “concretezza rischiosa”. Non a caso per la mitologia greca Hypnos (il Sogno) era fratello di Thanatos (la Morte) in quanto manifestazioni speculari, entrambe immateriali rispetto alla vita.

Mutuando il titolo inquietante della famosa opera di Richard Strauss Morte e Trasfigurazione, si potrebbe riconoscere anche nel rischio, in quanto “sentinella”, una potenzialità di trasfigurazione del decorso esistenziale, con le sue ripercussioni sulle esperienze di vita.

Quale fisionomia possiamo immaginare per la Morte, che trasforma in un istante gli individui nel ricordo che gli altri si portano dentro? lo scheletro alato nel film di Terry Gilliam Il Barone di Munchausen? il dialogo di Gassman con la “mietitrice della vita” ne L’armata Brancaleone di Mario Monicelli? la partita a scacchi di Max Von Sydow con la “signora del tempo” ne Il settimo sigillo di Ingmar Bergman?

In realtà i morti sono coloro che sono rimasti sconosciuti a chi non sa chi sono, e che tornano in vita nella psiche di chi si ricorda di loro: ciò che sarete voi noi siamo adesso… chi si scorda di noi, scorda se stesso…

 

Non parlare di Patrick Berhault (1957-2004) in un’analisi sul rischio sarebbe un errore imperdonabile, se si pensa che a motivarlo a intraprendere la “strada dell’alpinismo” fu proprio una strepitosa scivolata di 800 metri da una goulotte del Pelvoux, in Delfinato, dalla quale uscì per miracolo con la sola frattura del bacino. La seconda scivolata di 600 metri sulla parete del Taschhorn, causata dal crollo d’una cornice, gli fu invece fatale. Curioso è proprio il fatto che, dopo quella prima consistente esperienza di caduta, che a molti avrebbe fatto passare ogni voglia di recarsi in montagna, è seguita un’attività inarrestabile e sconfinata di ascensioni compiute in tutte le stagioni, la cui prerogativa sostanziale era l’incalcolabile e multiforme varietà di rischi e pericoli incontrati.

Durante la traversata delle Alpi (2000), gli capitò di trovare condizioni disagevoli su roccia più in autunno che in inverno, di affrontare difficoltà di misto che non aveva mai trovato, di uscire quasi in giornata da alte pareti invernali sulle quali preventivava di bivaccare e di considerare quasi come sentiero proprio il caso che inaspettatamente buttò all’aria tutta la sua pianificazione.

Di Patrick, l’infaticabile ragazzo dal fisico e dal carattere mediterraneo, si potrebbe dire che era il simbolo dell’’ammaestratore di rischi”, che conosceva e coi quali a un dato momento era certamente arrivato a dialogare ma, come accade a chi ha avuto tanto a che fare con l’istinto imprevedibile degli animali “feroci” e a un dato momento soccombe, anche a Berhault accadde qualcosa che proprio non immaginava d’incontrare.

Sono molti i casi di alpinisti solitari caduti più o meno prematuramente, ma a ben guardare pochi hanno commesso errori tecnici evidenti.

Derek Hersey (1957-1993) inglese trasferito in America dove viveva da “hippy” in una capanna piazzata su un albero, era assai stimato dagli arrampicatori statunitensi per l’etica delle sue solitarie integrali in Eldorado Canyon che affrontava da solo a vista sulle difficoltà massime che era in grado di salire in cordata (5.10 e 5.11) “exploit di grande volontà e auto-controllo che pochi hanno tentato di ripetere”. Fedele alle sue scelte etiche è deceduto precipitando in solitaria dalla Salathé-Steck al Sentinel Rock in Yosemite, pare a causa della pioggia che lo aveva sorpreso in parete – non si può dire che il suo modo d’arrampicare fosse pervaso da misticismo scriteriato.

Più appariscente ma meno limpido è stato Dan Osman (1963-1998), scalatore Navajo famoso per la spericolatezza delle sue solitarie integrali [5.11 e 5.12] e per le sue realizzazioni veloci a base di agilità e disinvoltura. Era anche specialista degli impressionanti salti nel vuoto noti come controlled free falling, che realizzava unendo più corde e dei quali deteneva il record (305 metri dalla Leaning Tower, Yosemite, lo stesso salto che gli sarebbe infine costata la vita per la rottura della corda per cause rimaste ignote). Dan fu duramente criticato sul web, forse per il fatto che i filmati delle sue salite ostentavano un atteggiamento spavaldo ed edonista, contaminato dalle moderne necessità mediatiche, che urtava la suscettibilità dei puristi, di coloro che trovano quelle difficoltà fin troppo impegnative già in cordata.

Anche del britannico Ben Heason, oltre alle difficilissime ripetizioni di vie in stile Hard Grit, colpisce la stridente continuità dello scalare in solitaria, slegato e senza conoscere i percorsi. Audace fin da bambino e abituato a controllare la paura che si prova spingendosi oltre i limiti fisici su itinerari al di sopra delle proprie potenziali capacità, in un’intervista afferma: “Quando caddi cercando di scalare un E6 a vista nel 1998, mi ruppi tutte e due le caviglie e assieme a loro la convinzione di essere invulnerabile“. Quell’esperienza lo portò a maturare l’idea di quanto fosse importante allenarsi per affrontare difficoltà anche più elevate “arrivando a rimanere calmo e spegnere le mie emozioni anche in situazioni audaci, per non lasciarsi condizionare dai pensieri di una possibile caduta“.

Mentre sto per concludere questa riflessione sul rischio, un amico mi informa della morte di John Bachar (1957-2009) formidabile arrampicatore della generazione successiva a Jim Bridwell, caduto da solo sulla falesia di Dike (Mammouth Lake). Negli anni Ottanta era considerato il più forte arrampicatore del mondo per i suoi concatenamenti in giornata (Capitan e Half Dôme in 14 ore con Peter Croft), e per i suoi leggendari runout. Bachar si schierò dichiaratamente contro lo spit, e in modo provocatorio, nel 1981, lanciò pubblicamente una sfida promettendo 10.000$ a chi fosse riuscito a seguirlo, da solo, per un giorno.

Come si possono interpretare le sue continue solitarie integrali? Forse a Bachar, considerato narcisista per le sua ostentazioni di bravura, non bastava più comunicare ad altri l’esempio delle sue realizzazioni eticamente ineccepibili ma avrebbe voluto sentirsi stimato anche dagli attuali arrampicatori che temono il carattere individualista dei solitari e il rischio che questi affrontano.

Dan Osman in free solo
RischioSentinellaInvisibile-2-DanOsman_2

Considerando la sequenza storica delle sue imprese, vien quasi da pensare che sia stata proprio la provocatoria “sfida di Bachar”, alla quale tutti si erano probabilmente sottratti per non essere umiliati, a rivoltarsi contro di lui parandosi davanti all’improvviso, sotto la forma della fragilità esteriore di un appiglio spezzato o di quella interiore di uno mancato, una fragilità che lo ha fatto precipitare.

Le motivazioni di questi fuoriclasse sono complesse e variegate. Ma cosa li ha spinti a fare dell’esposizione al rischio una stabile ragione di vita?

Fatalismo e Fanatismo, trabocchetti della necessità d’approvazione
Per comprendere ancora meglio cosa induce ad attribuire al rischio la responsabilità degli incidenti, è necessario retrocedere a ciò che il rischio ha rappresentato alle origini della storia umana.

Ripercorrendo le fasi di questo processo vediamo che inizialmente rischi e pericoli sono visti come punizioni divine, che potremmo identificare in una cognizione sacrificale paleo-cristiana, seguite da quelle scaturite dalla pericolosità delle componenti naturali sconosciute del 700, trasformatesi nell’idea di conquista dell’800 e nella necessità di distinguersi del 900, approdando all’agonismo e antagonismo dei nostri giorni. Questi diversi aspetti nell’approccio con il rischio sono tuttora presenti e mescolati, e la cognizione sacrificale è ancora ben radicata. Possiamo intravederne le reminiscenze tanto nell’intento dell’alpinista di punta che cerca di mantenere lo standard del prestigio raggiunto quanto in un arrampicatore che s’arrabatta nel tentativo di crearsi una fama.

A metà anni ’70 tramite Gian Piero Motti si fece strada sulle pagine dell’Enciclopedia della Montagna l’interpretazione freudiana secondo la quale l’arrampicatore “purista”, inibito da traumi infantili, si costringe ad avere rapporti teneri e affettuosi (in arrampicata libera) con la Grande Madre che l’integrità della montagna rappresenta, mentre l’arrampicatore “trasgressivo”, violando (in arrampicata artificiale) questa imposizione, lotterebbe per ottenere la libertà.

Esibizionismo di John Bachar
RischioSentinellaInvisibile-2-john-bachar-free-solo-climbing
Nel 1983, quando Motti scrisse su Scandere la monografia sulla Rocca di Caprie, la purezza che la libera rappresentava non aveva più valore di “prigionia edipica”, bensì di cammino di riavvicinamento alla indipendenza, visualizzata dalla figura paterna. Questa si affiancava, e non contrapponeva, all’artificiale estrema, confermata dalle notizie delle prime salite in Yosemite dove sembrava si fosse andati oltre l’A5 con rischi elevatissimi di caduta invalidante o mortale (come dire che a taluni nemmeno la “bolla protettiva” citata da Valerio Folco è servita da paracadute). Per cui l’artificialista non può più essere considerato trasgressivo, poiché in condizione di “rischio indiretto”, cioè delegato alla tenuta dei piazzamenti, pari o addirittura superiore a quella del liberista puro. Rileggendo a distanza d’anni quelle analisi, mi accorsi che quel “ribaltamento di valori” si rivelava una “giustificazione dei limiti”, che poneva la valenza del rischio ancora al centro del problema interpretativo.

Le sviste progressive che hanno caratterizzato questa rotazione di valori ci rivelano come nella spinta stessa a salire sia insita una marcata necessità d’essere approvati, dalla Grande Madre Orientale o dal Padre Occidentale poco importa. Dunque “fedeli” e “laici” sono entrambi giostrati, consciamente o meno, dal simbolismo di quelle figure referenziali, che invitano ad accettare (ormai ero lì e allora sono andato avanti lo stesso) o spingono a negare (non mi sembrava così difficile) i propri limiti.

Ma l’alpinismo è davvero “nobile come un’arte, bello come una fede” come sosteneva Guido Rey? Nel periodo in cui veniva promossa su Alp l’operazione “granito sicuro” (che negando le Tavole di Courmayeur sosteneva la riattrezzatura a spit degli itinerari del Bianco) Camanni considerava che “appendersi allo spit include un atto di fede” (scrisse fede, non fiducia). Mi chiesi che tipo di fede lo spit rappresenti visto che si tratta di un riferimento saldissimo esattamente contrario al comune intento delle religioni, per le quali il “contatto col divino” può avvenire solo percorrendo una strada d’incertezza – e il fatto di “affidarsi passivamente” a un infisso concorre ad “inibire” e non certo ad “attivare” la consapevolezza degli individui, che non sta nel rischio “fine a se stesso” ma nella scelta responsabile d’affrontare l’incertezza.

Dal Dogma al Culto dell’Obbligo
Oggi la tipica “mentalità prevenuta” dell’uomo della strada, che vede da sempre alpinisti e rocciatori come individui dalla “mentalità spavalda”, s’è trasferita nella maggioranza degli arrampicatori. Senza andare tanto lontano la possiamo riscontrare nel marasma dei pareri che alcuni accademici hanno espresso sull’Annuario del CAAI 2007-2008; volendo visualizzarne in sintesi gli estremi potremmo definire: retro-etici quelli allineati a Manrico Dall’Agnola, che mette in conto con pacatezza cavalleresca, velatamente romantica, il “diritto al rischio” e pseudo-etici quelli che si allineano a Fabio Palma, che sostanzialmente ritiene, con “solo quattro spit in Wenden”, che il rischio sia adattabile alle capacità geo-tecniche di salita.

Ho l’impressione che l’ideologia degli infissi “a distanza obbligata”, per il fatto di promuovere regole selettive basate esclusivamente su mezzi tecnici “innaturali”, sia la testimonianza di un’antietica paradossale, per il fatto che non è possibile realizzare una “difficoltà obbligata” se questa è già insita nello stato di compattezza della natura verticale. Si può solo inventare una Difficoltà Alterata che, disancorata dal confronto con l’ordine naturale, si rivela illusoria rispetto alle possibilità effettive d’ognuno.

L’arrampicata geotecnica a “infissi distanziati”, cui oggi molti guardano come etica definitiva, è retaggio della trasformazione del fatalismo d’un dogma, che invita ad accettare conseguenze inevitabili, in fanatismo d’un culto, che spinge a obbedire ciecamente alle conseguenze. Ecco perché la dipendenza dal culto della sicurezza geotecnica, che assolve dalla responsabilità di rischiare, diventa un ottavo elemento configurativo del rischio.

John Bachar nella sua storica free solo di Butterballs (5.11c), Yosemite
RischioSentinellaInvisibile-2-BacharButterballs511c

 

L’attribuzione del rischio al “capro espiatorio” della compattezza
II fatto di non aver approfondito a sufficienza la valenza del rischio nel corso del tempo, ha fatto sì che le componenti naturali di instabilità e compattezza della roccia venissero considerate come veri e propri capri espiatori, tracimati dal “pensiero religioso” a quello laico.

Se è vero che la roccia instabile è evitata poiché ritenuta esteticamente “brutta” per l’aspetto che mostrano le pareti con quel tipo di consistenza, l’attrattiva che quella compatta esercita è difficilmente evitabile per il fatto di essere garanzia di “saldezza degli appigli” e di “bellezza dei passaggi”.

Input di questo tipo hanno creato un malinteso portando a pensare che fosse possibile sradicare sempre più e meglio una situazione di rischio da un contesto come quello della natura verticale.

Questa concezione contraddittoria è occorsa a trasferire la “responsabilità” di rischiare dell’uomo alla “compattezza” della roccia, un vero e proprio alibi necessario a giustificare l’incapacità umana quando agisce in modo pericolosamente desensibilizzato – per certi versi simile a quello della categoria di escursionisti, arrampicatori e alpinisti che “agiscono” senza comprendere a fondo i luoghi nei quali si recano, poiché ci vanno solo per raccontare che hanno fatto o per dire d’esserci stati, piantando la bandierina delle realizzazioni sulla sommità delle proprie ambizioni (alla stregua di inquieti e insoddisfatti vacanzieri ai quali arrampicatori e alpinisti si sentono da sempre superiori). Pensare che sia possibile sradicare il rischio attrezzando il più possibile la natura verticale tramite stabilissimi infissi, rappresenta la realizzazione d’una idea di controllo insensata proprio perché non si può eliminare con la tecnica ciò che non è una “componente fisica” ma è un “elemento esistenziale” che si modifica costantemente nel corso delle esperienze e proprio per questo inestirpabile dalla natura verticale.

Patrick Berhault
Patrick BERHAULT La Grande Traversée des Alpes en 2001
L’idea che ha spinto ad attrezzare prima a spit e poi a infissi geotecnici i settori delle pareti con la scusa di renderle sicure e fruibili a una maggioranza di utenti, ha portato ad aumentare una certa possibilità di incidente, almeno quando queste siano soggette al pericolo ricorrente di caduta di massi. Ci si deve rendere conto che tante pareti non sono propriamente strisce di roccia circoscritte da spaziose radure, ma pareti che non potranno mai diventare sicure per via delle caratteristiche territoriali che le sormontano, come settori parzialmente instabili o boschi cedui soggetti a cedimenti e dislocazioni di pietre dopo giorni di piogge intense o di forte vento.

La frequentazione contribuisce a “pulire” una parete, ma personalmente, gli unici sassi che ho schivato anni addietro furono al seguito di cordate che salivano lungo gli itinerari classici “perfettamente attrezzati” sulle pareti del Sarca o sulle falesie “super equipaggiate” di Giazzima, Lariosauro, Pala del Cammello, Scudi di Val Grande e sopratutto dello Zucco dell’Angelone e dell’Antimedale.

Patrick Berhault
RischioSentinellaInvisibile-2-ob_2c6d43_431596-296624000403782-1900679281-n

Il fatto di assicurarsi a un’inamovibile fila di infissi, mette in condizioni di “non essere consapevoli” della possibilità di colpire o essere colpiti e illusoriamente “pone al riparo” dalla necessità di saper affrontare situazioni di emergenza.

Tuttavia, i rischi riguardanti i tracciati attrezzati non sono soltanto quelli dovuti a circostanze esterne che ci si auspica di evitare: ricordo una volta, alla sosta d’uno di questi, al momento in cui decidemmo di calarci ci accorgemmo che nessuno era assicurato. Alle soste di un itinerario poco ripetuto, dov’è necessario rafforzare i punti di fermata o lungo una parete mai percorsa dove questi vanno interamente realizzati, non sarebbe mai accaduto un fatto del genere, perché la costante d’una simile salita sarebbe stata un’attenzione completa, anche e soprattutto a questi aspetti. Ecco perché la “messa in sicurezza” della roccia non coincide affatto con l’eliminazione del rischio.

Prima o poi si dovrà considerare che il fatto di indurre a recarsi in montagna con quel tipo d’approccio rischia di essere l’abbaglio d’una pericolosa chimera: l’utopia di sentirsi protetti e alleggeriti dalle responsabilità grazie alla tecnologia. Si dovrà tener conto delle conseguenze talvolta gravi che questo comporta, per il fatto che incentivare per promuovere, nell’ambito di attività come l’arrampicata e l’alpinismo, significa spingere una maggioranza inconsapevole di incapaci all’orlo emulativo d’una minoranza di esperti spesso a loro volta poco consapevoli dei molteplici elementi che costituiscono il rischio.

Si può dunque riscontrare nella superficialità con cui si affrontano tracciati attrezzati, caratterizzati da rischio residuo non completamente eliminabile, un nono elemento configurativo del rischio, e nell’attenzione affievolita dall’abitudine di manovre scontate, un decimo elemento configurativo del rischio. Concludo questa mia analisi dicendo che la messa a fuoco dei vari possibili fattori che configurano il rischio non è un punto d’arrivo che ne ha imbrigliato definitivamente la valenza, ma solo l’identificazione momentanea di ciò che più ha dato un senso a questa serrata riflessione, il fatto d’aver scoperto un mosaico di elementi significativi dietro allo spauracchio indecifrabile che inizialmente ne schermava la fisionomia indefinita.

Volendo esser sinceri, crea un certo sgomento accorgersi che il rischio non è propriamente come una tormenta di neve che cancella le tracce del nostro passaggio, bensì una sentinella invisibile che ci accompagna nel percorso d’attraversamento dell’incognita per avvertirci quando la “geografia delle certezze” sta diventando “planimetria dell’imprevisto” di volta in volta mai uguale a se stesso.

 

 

RischioSentinellaInvisibile-No-spit-zone_nuovo-logo


Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della
Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura vertica

Posted on Lascia un commento

Il rischio, sentinella invisibile – 1

Il rischio, sentinella invisibile – 1
di Ivan Guerini
(tratto da Annuario CAAI 2009, per gentile concessione)

Ancora una volta Ivan ci regala un contributo di notevole valore, prendendo in considerazione una tematica con cui ciascuno di noi si deve confrontare ogni giorno ma che di rado viene analizzata razionalmente a fondo.
La trattazione che segue è un tentativo, incompleto e arbitrario finché si vuole, ma genuino, di definire delle categorie in cui ciascuno di noi può identificarsi o meno, una griglia nella quale è possibile riconoscere le proprie attitudini o tendenze a rischiare. Questo per riflettere sulle nostre reali motivazioni e sui fattori che ci hanno consentito certe salite, o su quante delle nostre vite abbiamo consumato per tornare indenni, se mai ciò sia davvero possibile, alla vita di tutti i giorni.
Anche se a Ivan piace considerare questo suo scritto più come una sorta di corda doppia per calarsi nell’argomento (Mauro Penasa).

Introduzione
La motivazione ad affrontare lo spinoso argomento del rischio e delle sue implicazioni deriva da quelle sue caratteristiche di scomodità, severità e inquietante parentela con gli incidenti, che sempre più hanno impedito, nell’ambito dell’azione in montagna, d’indagarlo a sufficienza, per quella sorta di tabù scaramantico che induce a evitare di pensarci, nel timore di snidarne la percezione, assopita nell’intimità dei pensieri in cui dimora. L’essere stato a torto relegato nell’ambito di responsabilità civili squisitamente soggettive, insieme al fatto d’aver attribuito, erroneamente, alla roccia compatta o instabile la responsabilità degli incidenti ha fatto sì che si fraintendesse la valenza del rischio.

Alex Honnold sulla Thank God Ledge della via Regular all’Half Dome. Foto: Jimmy Chin
RischioSentinellaInvisibile-1--FotoJimmyChin
Trattando questo argomento potrebbe capitare di non essere compresi, visto che si parla di un “qualcosa di esistente ma non visibile”, ma proprio perché la sua descrizione può risultare astratta, a chi non ha una sensibilità interpretativa allenata a percepirne la consistenza effimera, ho ritenuto interessante approfondire i motivi che hanno indotto a fraintenderne il valore, analizzando gli elementi costitutivi che ne compongono la complessa fisionomia e penso che alla fine di questa lettura possa risultare difficile considerare il rischio solo un nemico.

Cos’è mai il rischio? È un “trabocchetto invisibile” in agguato sulle possibilità esistenziali, un crepaccio spalancato sul vuoto insondabile della predestinazione o scaturisce da limiti percettivi squisitamente soggettivi? Che si tratti di uno stato d’animo o d’un campanello d’allarme dell’istinto di sopravvivenza di chi è allenato a percepirlo o della pulsione autodistruttiva di chi sfida la propria “fragilità esistenziale”, il rischio e le sue implicazioni paiono procedere intatte nel tempo della storia, quasi come se un “sarto delle probabilità” le confezionasse a misura degli intenti d’ognuno.

Taluni, nel corso delle loro esperienze ne avvertono la consistenza sfuggente al pari di quella dei sogni che si sa d’aver fatto ma dei quali consciamente non ci si ricorda, altri ne danno per scontata la presenza ma non sentono la necessità d’interpretarlo per difficoltà o per timore d’affrontarne la valenza. Cominciai riflettendo sul perché la “parola” rischio fa così paura, dal momento che non è sinonimo d’un pericolo esterno e nemmeno è da ritenere fautore esclusivo di incidenti. Forse perché nel rischio noi intravvediamo una possibilità di mutazione degli eventi che non siamo in grado di prevenire. Tuttavia, quello che mi fece inizialmente davvero paura nell’analizzare il significato del rischio, fu l’invisibilità degli elementi che lo caratterizzano e ne rendono indefinita la fisionomia.

Ma il rischio potrà mai avere un’identità definita? Il fatto che concorra a farci sfiorare o incontrare situazioni più o meno gravose, fa sì che non sia poi così disgiunto dai pericoli coi quali entra in contatto, al punto che rischi e pericoli in certi casi risultano legati gli uni agli altri come gemelli siamesi, giostrati dalla fatidica inevitabilità degli incidenti che con ricorrenza avvengono.

Da cosa scaturisce? Da un cedimento nervoso della soglia d’attenzione, da un calo motivazionale dovuto a stanchezza, da una fragilità caratteriale che indebolisce la determinazione? Probabilmente scaturisce dal modo in cui mentalità diverse interagiscono con le caratteristiche territoriali e le condizioni ambientali, che taluni sono “spinti ad affrontare” ed altri “indotti a sfidare” per realizzare la salita di un itinerario.

Hansjörg Auer nella sua free solo del Pesce in Marmolada, 29 aprile 2007
RischioSentinellaInvisibile-1--auer

Cosa induce ad affrontarlo? Temo che siano molteplici i fattori che contribuiscono a rispondere a questo quesito: il fatalismo che lo mette comunque in conto, il fanatismo che induce a perseguirlo, l’ambizione che induce a negarlo con determinazione, l’agonismo per necessità d’affermazione sociale, l’antagonismo per necessità d’autoaffermazione individuale, l’inconsapevolezza per insensibilità percettiva, la superficialità per ignoranza, la necessità di affrontarlo per desiderio di conoscenza dell’ignoto.

Cosa indicano le sue conseguenze? La conseguenza d’un incidente non grave invita a riflettere sulla sua valenza esistenziale, sul perché si è caduti arrampicando o scivolando lungo un semplice sentiero o ci si è fatti male allenandosi. Ripensando alle implicazioni dei rischi considerai che le tracce lasciate sul corpo dagli incidenti non gravi rappresentavano una indicazione preziosa che valeva la pena di provare a interpretare. La premessa necessaria a intraprendere il cammino interpretativo che ha caratterizzato questo mio tassello di riflessioni sul rischio, parte dalla possibilità di incontrarlo anche per le “vie d’una città”, dove evitare può trasformarsi in incidente, affrontare permette di evitare, percepire può prevenire e abituarsi può essere fatale. La somma di queste possibilità sempre diverse rivela che la caratteristica principale del rischio è la versatilità che gli permette, a seconda dei casi, di intervenire sul decorso esistenziale.

L’identificazione del rischio
Al di là di ogni retorica ideologia di “lotta con l’alpe”, meno mutata di quanto si pensi (un tempo diretta a “vincere le pareti” sotto la “pioggia pericolosa” di sassi cadenti, oggi mirata a “vincere i monotiri”, muovendosi da uno spit all’altro sotto una “pioggia di sforzi traumatici”), in nessuna epoca storica l’alpinista ha mai desiderato prendere sassate in testa. Chi va in montagna, ovunque vada, in fondo si augura di realizzare il suo “senso vitale”… Che poi in montagna ci vada per soddisfare un inconscio desiderio di morte o viceversa che la morte vada a lui incontro per casualità o predestinazione, questo riguarda la vita di tutti i giorni.

Oggi l’alpinista incallito, di ritorno dalle proprie realizzazioni più o meno prestigiose, una volta ritrasformato in semplice cittadino di strada, è esposto a rischi ben maggiori che in passato. È curioso osservare come gli individui, consapevolmente o meno, continuino a rischiare in rapporto a condizioni dettate dal caso e come sussista un’analoga accettazione del rischio come fattore inevitabile, sia nelle mentalità laiche che in quelle religiose.

Qualche anno fa sulle pagine della Rivista della Montagna ci fu un’inchiesta in cui ci si chiedeva addirittura se il rischio fosse un fattore “negativo” o “positivo” nell’andare in montagna. Ripensando a quelle considerazioni, potrei dire che il rischio è un fattore formativo, ma solo nel caso in cui sia il timer percettivo che allerta permettendo di valutare gli estremi di ciò che si sta facendo, per modellare razionalmente le emozioni e superare situazioni disagevoli; viceversa è un fattore autodistruttivo quando diventa necessità dimostrativa. A questo proposito, la libera esplorativa può essere praticata con un certo margine di sicurezza soprattutto se non vi è contrasto tra il “desiderio d’affrontare” e la “necessità di dimostrare” di essere all’altezza, altrimenti è possibile trovarsi coinvolti dalla “necessità di rischiare” sull’orlo spiovente di risultati improbabili.

Il fatto d’aver riflettuto su questo argomento sfuggente e repulsivo mi ha dato la possibilità di capire un po’ meglio ciò che nel corso degli anni passati ho vissuto, di ripensare a coloro che, facendo male i conti, nel rischio sono malauguratamente inciampati, e magari d’interessare quelli che non ci hanno mai riflettuto di soffermarsi sul suo significato.

Il rischio attribuito
II “punto zero” del discorso non riguarda solo la mentalità di coloro che aborriscono alpinismo e arrampicata considerandoli attività fini a se stesse e (come sottinteso con ironia dal titolo arguto del libro di Lionel Terray Les conquérants de l’Inutile – Gallimard, 1961) del tutto inutili, ma pure quella di chi oggi ha la possibilità di praticare esperienze confezionate su misura per una mentalità tutelativa, prive quindi del contatto con le caratteristiche intatte della natura montuosa.

Da questi il rischio è considerato il pericoloso nemico della necessità di sentirsi sicuri, che li induce a ritenere rischioso non solo ciò che lo è potenzialmente, ma tutto quanto esula dalla loro capacità di controllo. Dal momento che si tratta di un giudizio teorico, non collegato a una reale esperienza, si tratta di rischio attribuito.

Il rischio indefinito
All’inizio del ‘900, in alpinismo e arrampicata il rischio era visto un tutt’uno col pericolo. Di conseguenza esisteva una predilezione descrittiva per le pareti soggette a scariche di sassi, il modo più esplicito per visualizzare l’incertezza che caratterizza la frequentazione degli ambienti montuosi più severi. Si trattava d’un’enfasi che dal secolo XVI al XIX vediamo sempre meglio rappresentata nelle xilografie e nei disegni a commento delle avventure dei pionieri, laddove rischi e pericoli sono talmente rimarcati da far sospettare una manovra pubblicitaria ante litteram attuata dai protagonisti a favore di tutto ciò che rappresentava il rischio. Possiamo quindi riconoscere nell’indefinibilità iniziale un primo elemento configurativo del rischio.

Modelli ricorrenti d’eroici contrasti
L’indefinibilità, che caratterizza la valenza del rischio agli albori, viene affrontata a “spada tratta” dall’azione mitica dell’Eroe.

Enrico Camanni, che assieme a Daniele Ribola, qualche anno fa, si occupò delle tre figure eroiche più significative della nostra storia alpinistica, Comici, Gervasutti e Castiglioni, successivamente in un intervento su Alp focalizzò l’attenzione dei lettori sulle figure mitiche di Eroe e Antieroe. Leggere quegli scritti permette di riflettere su come vi siano effettivamente modelli d’individui dagli opposti intenti, che paiono aver attraversato indenni le epoche storiche dalla mitologia greca ai giorni nostri. I due personaggi che egli individuò erano Manrico Dell’Agnola e Soro Dorotei, per la contrapposizione dei punti di vista.

Il primo ritiene che le caratteristiche più drastiche dell’alpinismo tradizionale (lunghi avvicinamenti, ambiente severo, maltempo, pericoli oggettivi) non siano controindicazioni, ma piacevoli punti a favore di una pratica positiva, e pertanto rispecchia la figura forte e passionale di un combattente che pare buttarsi fisicamente in un delicato corpo a corpo con le difficoltà rischiose.

Il secondo intende tenersi a debita distanza dal pericolo che non si sente in dovere d’affrontare, perché è convinto che non abbia più senso percorrere settori friabili, bagnati o esposti alla caduta di pietre, preferendo le difficoltà non rischiose con la determinazione tipica di chi è prudente e deciso a difendersi da tutto ciò che potrebbe nuocergli, domandandosi quanto costa alla società un morto in montagna e pensando alle conseguenze sociali di una famiglia lasciata orfana. Chi potrebbe dargli torto.

Hansjörg Auer
RischioSentinellaInvisibile-1--maxresdefault
Il vero dilemma, però, non consiste nel fatto che le due figure siano “arroccate su posizioni anacronistiche e inconciliabili”, divise da un conflitto insanabile nel quale non s’intravede alcuna possibilità di compromesso, bensì nella ragione dell’antico braccio di ferro che si ripropone immutato da un’epoca all’altra del tempo storico.

Siamo proprio sicuri che l’Eroe della mitologia fosse una figura in balia dei divertimenti del cinismo divino? Non è che invece fosse solo un “atleta esistenziale” che ci invitava a riflettere sulla possibilità di sopravvivere agli ostacoli della vita?

Ho l’impressione che i punti di vista opposti che generano le polemiche di sempre, scaturiscano sostanzialmente dalla pretesa di sostenere il diritto alla propria “grandiosità mitica” che l’Eroe difende a fatica e l’Antieroe rifiuta. Anche se la “grandiosità”, per definizione, come un’alba che la psiche delinea sul mondo, non può essere raggiunta o ottenuta ma solo visualizzata interiormente o negata esteriormente. Pertanto dobbiamo constatare come la conflittualità degli intenti perpetuata nella storia sia solo il secondo elemento configurativo del rischio.

Agonismo e Antagonismo, “gagliardetti” della necessità di distinzione
Successivamente, quando al rischio fu attribuita una valenza “soggettiva” per differenziarlo dal pericolo, le responsabilità dovute alle condizioni ambientali furono distinte da quelle delle scelte individuali sia di coloro che “accettano di agire in determinate condizioni” sia di chi “non sa valutare le proprie capacità in certe situazioni”. Ciò indusse a utilizzare il rischio come spauracchio per ridimensionare l’intento di coloro che invece proponevano un’etica di salita che “non rifuggiva” dal fattore rischio, “proteggendo” il concetto di salita con minimo utilizzo di artifici. Se è vero che una figura Eroica come Paul Preuss anteposta a quella di un Antieroe come Tita Piaz può apparire un facile esempio di ideologia suicida, tanto più che effettivamente Preuss morì in montagna, non si può affermare che le capacità del grande solitario fossero alterate dalla necessità scriteriata di definire a tutti i costi i punti fermi d’un etica che solo un’intelligenza priva di senso critico può ritenere protagonismo ideologico.

Come mi ha fatto notare argutamente Giovanni Rossi, sarebbe bene precisare che Piaz, il più fiero oppositore di Preuss a quell’epoca, nonostante il dissenso sui mezzi artificiali (benedetto il chiodo che salva una vita…) aveva grande stima di Preuss, e contribuì non poco al suo mito raccontando in modo molto spassoso di una sua ‘apparizione’ durante un’arrampicata artificiale: Quo vadis, Tita? (Tita Piaz, A tu per tu con le crode).

Ha senso scavare a fondo nelle motivazioni soggettive se poi queste vengono plasmate nell’intento di adattarle a un ambito sociale? Forse ha più senso considerare le possibili ripercussioni che da queste possono derivare. Qui si pone una considerazione sostanziale: non è che gli individui pervasi dalla necessità di approfondire un’etica che vorrebbero divulgare tendano, loro malgrado, a forzare le esperienze entro una “linea di principio” che risulta, in quanto tale, potenzialmente pericolosa?

La ragione della reazione provocatoria di Piaz all’etica di Preuss forse si potrebbe interpretare come un frainteso per il fatto che riconosceva al tentativo di delineare i punti sostanziali d’una possibile chiarezza, una sorta di “dittatura etica” che avrebbe potuto segregare le scelte di vita e il “senso di libertà” degli individui.

Se davvero Preuss avesse pensato di utilizzare le proprie capacità per promuovere la validità di regole intransigenti, più che rischioso per sé lo sarebbe stato per chi le avesse applicate senza averne interiorizzato il valore. Ma far rientrare forzatamente un intento in una teoria non è l’esatto opposto di ciò che attraverso le esperienze di vita si arriva a comprendere? Difficilmente chi ha un intento etico avrebbe interesse a realizzare un regolamento distruttivo.

Tuttavia, il confronto motivazionale dei due grandi pionieri ci permette di riconoscere nella necessità di distinzione un terzo elemento configurativo del rischio.

Alex Huber nella sua free solo della via Hasse-Brandler della Cima Grande di Lavaredo
RischioSentinellaInvisibile-1--huber-1

La necessità d’azzardo “baluardo” della finalità dimostrativa
II fatto di “osare” in montagna ha portato a pensare che vi fu chi pagò un grave tributo a causa della propria diversità di vedute in rapporto al periodo storico in cui viveva. Ma siamo davvero sicuri che i grandi liberisti del passato fossero figure in conflitto col contesto storico al quale appartenevano?

Non fu piuttosto quella foga di auto affermarsi per necessità di dimostrare ad altri che riguarda la tipologia di una certa mentalità di ogni epoca – la causa che produsse il perpetuarsi dei drammi (incidenti più o meno gravi, decessi) seppelliti dall’oblio della fruizione epocale?

Quando iniziai ad arrampicare con una certa assiduità alla fine degli anni ’60 era in corso lo schieramento etico tra le due opposte fazioni degli “artificialisti” e dei “liberisti”. Tra i più forti di questi si fece strada la tendenza a non utilizzare o addirittura levare i chiodi d’assicurazione ritenuti superflui, specie lungo gli itinerari più impegnativi delle pareti dolomitiche.

Questa tendenza di lì a qualche tempo contribuì ad indirizzare gli intenti di quella generazione a favore della libera e contro l’artificiale convenzionale, per praticare una libera a protezioni ridotte lungo gli itinerari ben chiodati. Era una tipologia di salita psicologicamente piuttosto severa proprio perché richiedeva una “rinuncia forzata” all’utilizzo degli ancoraggi che non veniva spontaneo applicare.

Come conseguenza, negli anni Settanta, la forza d’una “genuinità artificiosa” arrivò a spingere taluni, tra i quali lo scrivente, a salire slegati i quaranta metri del Sasso Remenno lungo itinerari non proprio banali, col rischio di rimbalzare accartocciati su qualche tovaglia apparecchiata alla base dai domenicali che, tra un boccone e l’altro, si guardavano bene dall’immedesimarsi nella “dimestichezza acquisita” di quei baldi giovani irrequieti.

C’è da dire che esempi d’affermazione sociale di questo tipo non riguardavano soltanto le “lotte maschili per il dominio territoriale”, ma accadevano anche quando questi entravano in “fibrillazione dimostrativa” all’arrivo della fanciulla più carina di turno e si scatenava una ridda rocambolesca di gesti teatrali nelle numerose salite necessarie a farsi notare.

A onor del vero va detto che, in quelle turbinose salite di gruppo che definirei “solitarie dimostrative“, vi era comunque una genuinità di fondo nella quale si poteva riconoscere una “necessità di esprimersi” simile per intento a quella della danza sperimentale. Ciò non toglie che nella necessità d’azzardo per finalità dimostrative possiamo riconoscere un quarto elemento configurativo del rischio.

Matt Bush in free solo
RischioSentinellaInvisibile-1--MattBushRedBulletin


Le spinte dei desideri e quelle dell’ambizione
Se è vero che l’esposizione al rischio è soggettiva (proprio perché insita nelle differenti modalità di vedute con le quali gli individui si rapportano a esperienze ogni volta diverse), mentre quella al pericolo dipende espressamente da condizioni naturali, è anche vero che il fatto di perseguire obbiettivi grandiosi espone ad una situazione in cui rischi e pericoli risultano amalgamati come “gemelli siamesi”, impossibili da visualizzare separatamente e difficili da contenere per via del raddoppiamento dell’incertezza.

Ben sapendo che il fatto di confrontarsi con ciò che è alla nostra altezza mette in condizione di essere pronti ad affrontare determinate situazioni, quando si arriva a negare l’evidenza degli stati d’animo più autentici, pur di fare a tutti i costi una salita, ci si espone senza riserve alla mercé d’un conflitto tra la “realtà effettiva” e la “visione ideale” dell’intento che ci si è prefissi; ne deriva una condizione dissociante che può rivelarsi estremamente rischiosa. Questa puntualizzazione occorre per evidenziare la distinzione tra le spinte del desiderio, che scaturiscono spontaneamente dall’attrattiva dei luoghi, da quelle della volontà d’ambizione, che scaturiscono dalla necessità di considerarli in funzione all’affermazione sociale. Sono spinte e motivazioni che perseguono intenti assai diversi, che la maggioranza degli alpinisti e arrampicatori non distingue o trascura forse perché non è interessata ad approfondire, al punto che in gran parte degli scritti riguardanti l’azione in montagna si considera come “grandissima passione” ciò che è invece “fortissima ambizione”.

Appare evidente come passione e ambizione altro non siano che i “resti” delle identità motivazionali dei modelli di Eroe è Antieroe che abbiamo precedentemente considerato e affiorano ricorrenti nelle motivazioni generazionali. Ripensare alla morte in roccia e su ghiaccio di valenti alpinisti come Ursella, Cozzolino, Gadotti, Reali, Lomasti, Bee, Pedrini, Vogler e Barbier, ci fa capire che morirono proprio in ciò che sapevano fare meglio e fa riflettere sulle sviste, i cali di motivazione, la stanchezza inconscia e il timore della perdita di prestigio che probabilmente li subissavano ed anche sulla pressione inconscia, certamente dovuta alla responsabilità d’essere sponsorizzati, come Casarotto e Grassi.

Il fatto, poi, che tutto ciò che è rischioso nella vita di taluni non è detto che lo sia in quella di altri, è un’ulteriore conferma di come rischio e pericolo giacciono amalgamati in latente attesa nel decorso esistenziale. A tal proposito mi vengono in mente i coniugi giapponesi Akiko e Mitsunori Shigi che il 18-19 gennaio 1979, in viaggio di nozze, hanno salito il gran canalone centrale della Brenva, grazie a una buona dose di distacco fatalista; sullo stesso versante non è toccata analoga sorte a Gianni Comino, consapevole della possibilità d’incontrare, all’altare simbolico di una sua importantissima esperienza, una sposa invisibile vestita di nero coi crisantemi in mano.

Pertanto nella contaminazione reciproca tra le spinte dei desideri e delle ambizioni si può riconoscere un quinto elemento configurativo del rischio.

Fessura perfetta a Indian Creek, Utah
RischioSentinellaInvisibile-1--Fessure-perfette-a-Indian-Creek-300x300

Il rischio dell’incognita ridimensionata
Si rischia di più in cordata o da soli? Quando si attribuisce una valenza d’incoscienza alle prestazioni dei “testimonial” più famosi dell’arrampicata contemporanea bisognerebbe sempre ricordare che il rischio affrontato da loro, più che effettivo, è appariscente e spettacolare.

Quando vediamo “rischiare slegati” Alain Robert sui grattacieli delle grandi metropoli, Dean Potter sul grattacielo di pietra del Nose al Capitan e Alex Huber sul palazzo vertiginoso della Hasse-Brandler alla Cima Grande di Lavaredo, possiamo ben comprendere come quel modo di salire faccia rabbrividire tanto l’uomo della strada quanto la maggioranza degli arrampicatori più agguerriti, tuttavia il loro mix di concentrazione e determinazione, disinvoltura e rapidità, ci rivelano che una “dimestichezza acquisita” fa più paura a chi la vede che a chi la pratica, proprio perché è contenuta nell’ambito della loro prevedibilità.

Chi la pratica è di certo consapevole che la soglia del rischio è “congelata emotivamente” dalla modalità di esecuzione della salita, nella riduzione del temibile intervallo pensiero-azione, come diceva sostanzialmente Henry Barber trattando del “control of mind” in un suo interessante articolo pubblicato, se non ricordo male, su Mountain Magazine o Ascent, che immagino tirasse le somme sui suoi circa 250 giorni annuali d’arrampicata. Da sempre all’arrampicata solitaria e alla conserva si è attribuito significato di massimo rischio, se però ci domandiamo come ha fatto il tal solitario, sulla tal difficile via a salire così veloce, ci accorgiamo che difficilmente avrà rischiato per impiegare un tempo breve. Probabilmente rischia davvero chi, a causa di rallentamenti emotivi, è indotto a salire “piano sul difficile” per il fatto di non essere all’altezza e a “sbrigarsi sul facile” per il panico d’essere in ritardo.

Due esempi significativi di questi tipi di salite potrebbero essere per la conserva: il Diedro Philipp-Flamm e la Solleder in giornata, di Manrico dall’Agnola con Alcide Prati e per la solitaria: il gran concatenamento Marmolada-Civetta-Agner realizzato da Marco Anghileri.

Indipendentemente dal valore notevole di tali prestazioni, realizzate in tal modo grazie alla proverbiale resistenza allenata degli autori, il fatto che si trattò del confronto con itinerari percorsi in precedenza e quindi memorizzati nello sviluppo e nelle caratteristiche di instabilità e di ubicazione delle prese delle difficoltà maggiori, ci permette di capire che un’incognita ridimensionata è comunque un sesto elemento configurativo del rischio.

(continua)

RischioSentinellaInvisibile-1--No-spit-zone_nuovo-logo


Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della
Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura verticale.

Posted on Lascia un commento

La questione della morte

A distanza di più di un anno dall’uscita dell’articolo di Pietro Crivellaro Brividi al capolinea (20 luglio 2014), lo stesso giornalista ritorna sull’argomento con un nuovo pezzo, Dispute appese al chiodo, pubblicato sul Sole 24 Ore dell’11 ottobre 2015.

Questo ritorno è anche dovuto al nostro articolo del 4 settembre 2014, Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro), nel quale sostanzialmente contestavamo alcune sue idee:
– il suo esprimere “seri dubbi” sulla liceità di praticare il free solo e soprattutto sulla liceità di filmarlo e venderlo, in quanto il free solo è “una deliberata follia, una danza macabra, un moderno gioco gladiatorio”;
– il giovane Alex Honnold, arrampicatore e alpinista di livello planetario, in quanto campione di free solo è “un vistoso caso clinico e vittima di una dipendenza fenomenale che deve suscitarci più dubbi che ammirazione“.

Alex Honnold in free solo su Separate Reality, Yosemite Valley
QuestioneDellaMorte-b_7209_Alex Honnold

Dispute appese al chiodo è una precisazione a quanto detto un anno prima, ma siccome si aggancia alle nostre contestazioni non possiamo esimerci dal tornare anche noi sull’argomento. E’ il catenaccio dell’articolo a evidenziare il suddetto aggancio: “Nutrire perplessità sul free solo, l’arrampicata più radicale, per alcuni alpinisti è un attacco alla libertà“. Crivellaro inizia lamentando di essere stato attaccato e che alcuni “insorti” lo abbiano anche invitato a dare le dimissioni dal Club Alpino Accademico Italiano, l’associazione che riunisce i migliori alpinisti italici. Secondo questi pareri infatti, chi critica le imprese estreme di altri è come se rinnegasse le proprie, cioè quelle che gli hanno permesso di essere nominato Accademico. Dunque, l’invito a dimettersi.

Ma non è su queste polemiche che vogliamo rispondere a Crivellaro, essendo maggiormente interessati al nocciolo della questione. Di poco conto è anche la sua precisazione, in questo secondo articolo, che il suo mettere sotto accusa Honnold è subordinato al fatto che sia vero che lo stesso Honnold faccia le sue imprese solo per girare i video: quindi Crivellaro sottintende che, in mancanza di questa “verità”, allora anche Honnold potrebbe essere “riabilitato”. Una sottigliezza. Giustamente Crivellaro passa al nocciolo: la questione della morte.

Qui è più convincente. Anzitutto, nella platea di Trento che applaudì Honnold, coglie la domanda non formulata, la strisciante curiosità non detta: “Alex, come la metti con la morte? Ti rendi conto che è pericoloso, MOLTO pericoloso?”. In un secondo tempo cita lo psicanalista Cesare Musatti, che definì l’alpinismo “un gioco con la morte”. Infine racconta di come l’Accademico Andrea Mellano e il giornalista sportivo Emanuele Cassarà ebbero a metà anni ’80 l’idea di organizzare le prime gare di arrampicata. Crivellaro definisce l’arrampicata sportiva, così originata e benedetta, una “piccola rivoluzione di civiltà”, perché basata filosoficamente su un movimento culturale contro “il gioco con la morte”. Al contrario del free solo, la “forma di arrampicata più estrema partorita dalla nostra società dello spettacolo, anzi del selfie”, che secondo Crivellaro riporta al “fondamentalismo” di Paul Preuss, che morì giovane in una solitaria. Un Preuss che Crivellaro mette a confronto con Tita Piaz, che diceva “meglio un chiodo in più che una vita in meno”.

Considerazioni
La questione della morte è il nodo con il quale qualunque individuo nella sua vita, si spera molto prima dell’inevitabile e concreto incontro finale, DEVE aver a che fare, allo scopo di crescere e di formarsi proprio come individuo. Un definitivo distacco dal cordone ombelicale. Con la morte hanno avuto a che fare sia Crivellaro che Musatti, sia Piaz che Preuss. Si sono trovati di fronte ad essa, l’hanno contemplata una o più volte. Le riflessioni sulla propria morte possono avere diversi esiti: quelli positivi comportano la crescita dell’individuo; quelli negativi possono incrementare l’attrazione inconscia verso la morte. Non è un gioco, è parte della vita di chiunque. E ognuno deve darsi le proprie regole senza seguire quelle di altri.

Dobbiamo dire bravo a Musatti, perché giocando con la follia altrui è riuscito a non farsi contaminare più di tanto e a essere utile al prossimo; dobbiamo dire bravo a Preuss perché ha fatto la sua scelta e ha celebrato un esempio; dobbiamo dire bravo all’irruento e sanguigno Piaz che è riuscito a non morire in montagna. Dobbiamo dire grazie a Crivellaro, che ci pone serenamente questi quesiti dopo una carriera alpinistica lodevole e quindi, per definizione, non scevra da rischi.

Eugen Guido Lammer non era di idee sportive: era un fanatico dell’esperienza intima, romantica, un uomo che non aveva paura della morte e che certamente non si tratteneva dal dirlo. Lammer morì nel suo letto, al contrario di tanti altri che mai hanno fatto free solo ma che purtroppo sono morti in montagna. Gianni Calcagno non ha mai fatto una solitaria in vita sua e rifuggiva dall’idea; Renato Casarotto nelle sue solitarie si auto-assicurava scrupolosamente. Potrei fare decine di esempi che contraddicono la facile contrapposizione Preuss-Piaz.

Sono felice quando in una platea la domanda sulla morte aleggia senza essere espressa. In quel modo c’è più probabilità che ciascuno cerchi dentro di sé e trovi la sua risposta. Non deve essere Honnold a farlo. Non deve essere Crivellaro a pretenderlo, pensando che Honnold sia un sempliciotto sedotto dal mito del selfie.

Quanto all’arrampicata sportiva, santificata da Crivellaro perché “piccola rivoluzione di civiltà”, non mescoliamola, non paragoniamola, non accostiamola all’alpinismo. Se ci piacciono il movimento atletico e l’intelligenza motoria che l’arrampicata sportiva implica, pratichiamola senza contrapporla alla pretesa ideologia di morte insita nell’alpinismo. Gli alpinisti, inguaribili, cercheranno la propria vita finché avranno respiro, anche se questa ricerca li metterà prima o poi a contatto con la morte. La ricerca della vita vale il dialogo con la morte: questa è la vera rivoluzione individuale.

Posted on Lascia un commento

La risposta di Alex Honnold

La mia risposta a Clif Bar
di Alex Honnold (tradotto dal New York Times online, 19 novembre 2014)

Sette anni fa, quando cominciai a fare in free solo vie lunghe e difficili in Yosemite, cioè senza compagno, corda né attrezzatura, lo feci perché mi sembrava la forma più pura ed elegante di scalare le big wall.

Sentivo che arrampicare, specie sulle grandi pareti, fosse una grande avventura, ma mai più pensavo potesse diventare una professione. Comunque, furono gli sponsor a venire da me, negli anni, uno per uno. Ero convinto che loro mi volessero loro testimonial perché ben convinti di ciò che stavo facendo.

Alex Honnold in free solo di The Phoenix, 5.13a, Yosemite
Honnold-SUB-mountain1-master675Dunque è stata una doccia fredda quando, reduce da una scalata di quattro giorni in Yosemite, vengo a sapere che Clif Bar, con cui ero da quattro anni, mi aveva fatto fuori assieme ad altri quattro scalatori ben noti: Dean Potter, Steph Davis, Cedar Wright e Timmy O’Neill. Cosa stava succedendo?

Clif Bar non rinnovava il contratto perché io stavo facendo esattamente quello per cui mi avevano acquisito in un primo tempo?

All’interno del mondo dell’arrampicata, tutti siamo conosciuti per correre dei rischi, in una forma o in un’altra. Il fatto che le avventure che inseguiamo sono pericolose è una parte di quello che le rende interessanti al pubblico e agli sponsor.

Le nostre carriere come scalatori sono state plasmate dal free solo. Dean Potter e Steph Davis ora sono un po’ più impegnati nel BASE jumping e nel volo a tuta alare, ma in fondo sono ancora arrampicatori legati al mondo della montagna. Il fatto che le avventure da noi cercate siano pericolose è parte integrante del loro interesse per il pubblico e per gli sponsor.

La comunità degli arrampicatori ha appreso con scandalo il nostro licenziamento, avvenuto in seguito all’uscita del film Valley Uprising, una storia ambientata nello Yosemite che mostra alcuni dei nostri exploit. Am miuo ritorno dal Capitan mi aspettavano dozzine di messaggi ed e-mail, tutte per chiedermi dettagli o esprimermi solidarietà.
Sul web esplosero centinaia di commenti sui vari siti, tutti sul tono “mandiamo affanculo quei fessi di Clif Bar”.

Ovviamente sono rimasto deluso da questa decisione, specialmente considerando che il prodotto mi piaceva e che io avevo sempre rispettato l’impegno ambientalista dell’azienda. Mi sembra strano che dopo anni di supporto, qualcuno in Clif Bar si sia svegliato all’improvviso e abbia realizzato che arrampicare senza una corda su pareti verticali alte 600 metri sia pericoloso. Eppure non posso fare a meno di comprendere il loro punto di vista.

Abbiamo supportato, e ancora lo faremo, i campioni dell’avventura, inclusi quelli dell’arrampicata…” ha detto Clif Bar in un comunicato rilasciato dopo lo scoppio della polemica, “il rischio è parte integrante dell’avventura. Siamo d’accordo sul fatto che la valutazioni di rischio sono decisioni molto personali. Questa nostra scelta non vuole mettere un confine nello sport o limitare gli atleti nel perseguire le loro passioni. E’ una linea che tracciamo per noi stessi”.

Sostanzialmente è lo stesso modo in cui mi sento durante il free solo. Io traccio i limiti per me stesso, gli sponsor non hanno alcun peso sulle mie scelte o sulla mia analisi del rischio.

Dean Potter senza protezione, Moab, Utah
Honnold-SUB-mountain2-articleLargeAndare da solo mi piace per varie ragioni: la sensazione dell’aver padroneggiato dopo un’impresa, la stupenda semplicità dei movimenti, l’esperienza di essere in una situazione così esposta.

Queste ragioni per me sono una motivazione abbastanza potente da indurmi ad accettare certi rischi. Ma è una decisione personale, che cerco di prendere con molta serietà prima di impegnarmi seriamente.

Nell’arrampicata, gli sponsor tipicamente sostengono uno scalatore ma non gli suggeriscono alcuna direzione, lasciandolo libero (o libera) di seguire le sue tendenze e le ispirazioni personali del momento.

È una libertà meravigliosa, per certi versi simile a quella dell’artista che semplicemente vive la sua vita e crea ciò che ha dentro. La decisione di Clif Bar di licenziare noi cinque può limitare quella libertà.

In un’intervista che ha rilasciato a Rock and Ice web, Dean Potter ha detto: “La mia paura è che l’inizio del grande interesse per gli sport estremi porti a soggiogare le diversità, o a isolarle al di fuori della grande comunità dell’outdoor. Non ci dovremmo domandare se ci sono interessi che tendono a manipolarci, a mono-formarci?”.

Se gli sponsor indietreggiassero di fronte a comportamenti rischiosi, tanto varrebbe trasformare lentamente l’arrampicata in una versione più sicura e sterile di ciò che oggi.

Ma sono propenso a pensare che gli sponsor dovrebbero continuare a sostenerci senza farsi carico di alcuna delle nostre motivazioni.

So che quando sono da solo sotto a una grande parete, guardando in su e pensando di salire, gli sponsor sono l’ultimo dei miei pensieri. Se sto andando a prendermi dei rischi, lo faccio per me e non certo per un’azienda.

Il free solo è vecchio almeno quanto la stessa arrampicata, le sue radici affondano nel XIX secolo. Gli scalatori continuano a spingere oltre il limite. Ci sono scalatori di sicuro più forti tecnicamente di me. Ma se io ho un dono, è certamente quello di “avere testa”, di restare calmo dove altri potrebbero andare fuori di testa.

Tutti hanno bisogno di trovare i propri limiti nell’ambito del rischio e se Clif Bar vuole tirarsi indietro, è sicuramente una giusta decisione. Ma noi tutti continueremo ad arrampicare nei modi che troviamo più stimolanti, che siano una corda, un paracadute o niente di niente. Che siamo sponsorizzati o meno, le montagne ci stanno chiamando e noi dobbiamo andare.

Alex Honnold, Lader, Wyoming. Foto: Sender Films
Honnold-917180_323001631192203_2018297448_n

Posted on Lascia un commento

Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro)

L’Accademico del CAI Pietro Crivellaro ha pubblicato sul Sole 24 Ore del 20 luglio 2014 un articolo che mi ha fatto balzare sulla sedia: Brividi al capolinea. Come al solito, al seguito, le mie considerazioni. Infine, la risposta di Carlo Zanantoni.

Ingredienti principali di questo pezzo giornalistico sono stati due: la serata al Festival di Trento in cui era ospite Alex Honnold e il compito di recensire un manuale di Filippo Gamba, peraltro uscito alla fine dell’anno scorso, Libertà di rischiare. Gestione del rischio in alpinismo, arrampicata e negli sport d’avventura (Versante Sud, Milano, pagg. 232, € 29,50).

Pietro Crivellaro
Crivellaro_fullRelativamente a questo secondo argomento, Crivellaro si limita a dare al libro il vago giudizio di “ottimo”, riassumendone correttamente il fine, cioè quello di “ribaltare i vecchi criteri della sicurezza in alpinismo, arrampicata e altri sport d’avventura applicando con rigore ingegneristico anche all’outdoor i metodi di “gestione del rischio” adottati in ambito aziendale”. Crivellaro inoltre coglie qualcosa di forse non detto espressamente nel libro, ma lasciato intuire: l’escalation dell’attenzione razionale alla sicurezza al fine di “non destare scandalo nell’opinione pubblica e quindi scongiurare il rischio (!) che il legislatore si intrometta con norme e divieti”.

Dobbiamo dedurre dal punto esclamativo che Crivellaro dia per scontato che il lettore sia della sua idea, cioè che sia giusta e sacrosanta l’invasione della magistratura in uno degli ultimi campi di libertà fisica e culturale.

Quanto al diritto culturale alla libertà Crivellaro ammette che è sacrosanto, poi però si contraddice introducendo il primo argomento, cioè Alex Honnold e i suoi free solo spettacolari. Dopo una spiegazione al popolo di cosa è il free solo, e di quanto in effetti sia pericoloso, il nostro esprime “seri dubbi” sulla liceità di praticarlo, e soprattutto sulla liceità di filmarlo e venderlo (sempre allo stesso popolo).

Alex Honnold
Crivellaro-adventure-journal-dirtbag-gourmet-honnold_660Per Crivellaro il free solo di Honnold e di altri è “una deliberata follia, una danza macabra”: ma la cosa che più lo sconvolge è la semplicità di questo ragazzo americano, completamente privo della nostra retorica e delle nostre memorie romantiche, Preuss in testa. Perché alla domanda finale «Tua madre e la tua ragazza che dicono del tuo stile?», il nostro Alex No big deal (Alex niente di speciale) risponde ingenuo e laconico «Questo per me non è un problema», provocando gli applausi scroscianti dei più di 850 spettatori.

E’ questa standing ovation a far ribellare Crivellaro, che a quel punto condanna i club alpini che non scoraggiano abbastanza il free solo, condanna i media che non vedono che siamo di fronte a “un moderno gioco gladiatorio” e bacchetta l’opinione pubblica che si lascia cadere in una “rimozione collettiva”, anzi, meglio, si lascia ingannare da una “dissonanza cognitiva” come suggerisce il manuale dell’ingegner Gamba, che però “risulta del tutto inutile di fronte al rischio del free solo”.

E conclude: «Il giovane Alex che vive girando l’America con il suo furgone per arrampicare in free solo come se fosse una necessità naturale non è piuttosto un vistoso caso clinico? la vittima di una dipendenza fenomenale che deve suscitarci più dubbi che ammirazione?».

Alex Honnold sorpassa una cordata mentre in free solo sale il diedro di 5.10d sopra al passo chiave della Regular North Face del Rostrum, Yosemite National Park, California. Nerllo stesso giorno aveva salito in free solo Astroman (5.11c, 300 m). Foto: Asa Firestone
Crivellaro-honnold-1Considerazioni
La licenza di rischiare, è vero, può portare al free solo, magari anche solo per girare video chiaramente commerciali. Ma siamo o non siamo coscienti di cosa avverrebbe se davvero una pratica così estrema dovesse essere abolita perché impedita, ostacolata dalla società e soprattutto dalla giurisprudenza? Siamo coscienti che se ne inventerebbe un’altra dopo poco tempo? Che la creatività non può in alcun modo essere ostacolata? Possibile che la pratica alpinistica di Pietro Crivellaro, peraltro di grande spessore, non gli suggerisca nulla sul valore interiore dell’esperienza e su ciò che il solitario ha dentro?

Per Crivellaro, con il free solo “l’arrampicata è prossima al capolinea”. Per me e per molti altri è il punto di partenza suggerito dal capolinea stesso. La posizione bigotta di Crivellaro in questo articolo non gli rende giustizia, non s’inquadra con la grande capacità di analisi storica da lui in molte pregevoli occasioni dimostrata.

Il manuale di Filippo Gamba è invece un’oscenità dal punto di vista culturale, perché esclude dalla propria visuale l’intera visione della fragilità e della morte che al contrario ci sono compagne da sempre e per sempre. E con le quali dobbiamo fare i conti ogni giorno, sul lavoro o in vacanza, quando scriviamo o leggiamo, nello sport e in amore.

Il manuale di Gamba è un’operazione chirurgica riuscita solo dal punto di vista clinico, a paziente morto. Senza arricchimenti, senza incertezze, senza vita. Non credo proprio che l’alpinismo di Crivellaro sia nato e fiorito in quella dimensione: sarebbe stato un matrimonio che “non s’ha da fare”.

Risposta di Carlo Zanantoni
Spero che venga data diffusione all’articolo di Crivellaro sul Sole 24 Ore, perché gli alpinisti dovrebbero considererlo con attenzione.
Si tratta, forse al di là delle intenzioni dell’autore, di un contributo alle minacce alla libertà di avventura che nella moderna “società della sicurezza” stanno addensandosi attorno all’alpinismo. Una delle più gravi viene dalla scarsa limpidezza di idee con cui l’uomo della strada – e, ahimè, anche qualche alpinista – affronta il problema della libertà di avventura, caratteristica essenziale dell’alpinismo. C’è solo una differenza apparente fra l’opinione della brava massaia che dice: “bisognerebbe porre freni all’attività alpinistica, insensata e pericolosa” e quello che dice Crivellaro. Leggetelo: “.. diritto ad affrontare senza intralci le incognite della natura selvaggia, come un diritto culturale…Il principio mi sembra sacrosanto, ma quando la licenza di rischiare si spinge alla pratica del free solo mi sorgono seri dubbi… Questo mi sembra una deliberata follia, una danza macabra“.

Sembra che Crivellaro voglia porre una specie di barriera logica fra le salite in completa libera di Alex Honnold e le tante arrampicate solitarie – anche se non sempre in libera totale – che hanno destato ammirazione, e lui probabilmente non ha criticato: da Comici a Bonatti, da Cozzolino a Manolo, da Maestri ad Aste, da Edlinger alla Destivelle, da Ivan Guerini a Marco Anghileri, da Messner ad Alex Huber, ecc.. E in quale categoria classificherà poi il rischio nelle grandi imprese himalyane, per esempio le solitarie di Messner?

Crivellaro ha un buon curriculum alpinistico, è Accademico del CAI, scrive di montagna, commenta libri, è consulente del “24 Ore”per i problemi alpinistici. Dice di sapere che cosa è il rischio in parete. Ma il rischio che correva lui non meritava critiche? L’alpinismo estremo ha motivazioni meno nobili di quello dei più ? Argomento delicatissimo, perché una certa dose di ambizione è caratteristica di tutto l’alpinismo. L’averlo scelto come professione rende forse meno seria e ammirevole la dedizione che il raggiungere l’autocontrollo e il dominio dei proprî mezzi richiesti da salite impegnative richiede? Mi sembra povera logica quella che tende a porre un limite al rischio rispettabile.

È una logica che porta diritto a comportamenti collettivi come quello che portò l’URSS a limitare l’alpinismo a chi poteva esercitarlo ad alto livello, e magari portare gloria alla patria.

Da ultimo Crivellaro solleva un problema fino ad ora non apparso nelle tante critiche all’alpinismo che ho letto; non è apparso perché molto delicato, riguarda rapporti umani, aprirebbe una voragine di considerazioni che vanno al di là dei problemi dell’alpinismo. Mi riferisco allo stupore di Crivellaro rispetto alla risposta data alla domanda: “che dicono tua madre e la tua ragazza dei tuoi comportamenti?” Stupore per la risposta laconica: “non è un problema”. E se ne stupisce? Un risposta sprezzante per una domanda che in un contesto alpinistico può, con buona dose di generosità, essere definita ingenua.

postato il 4 settembre 2014