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La Vela Bianca

La Vela Bianca
di Carlo Crovella
(monografia scialpinistica del Sottogruppo Ramière-Roc del Boucher, Alta Val di Susa)
Foto dell’Autore

Carlo Crovella, istruttore di scialpinismo della SUCAI Torino, ha compilato la monografia scialpinistica del sottogruppo Ramière-Roc del Boucher: si tratta dell’importante displuviale che divide la Val Thuràs dalla Valle Argentera (Alta Val di Susa-Piemonte). Nell’ambito della sua attività esplorativa e di indagine bibliografica (che abbraccia l’arco alpino quasi per intero), Crovella nutre per questo sottogruppo un particolare interesse, anche per motivazioni affettive e personali.

La monografia, intitolata La Vela Bianca, è costituita da un pdf, distribuito fuori commercio, comprendente commenti, foto illustrative, informazioni di complemento e, soprattutto, la presentazione-descrizione di 35 itinerari scialpinistici (sia di stampo “classico” che “ripido”), alcuni noti da tempo, altri di recente frequentazione.

La Vela Bianca è il primo numero di una nuova collana online, i Quaderni di Montagna (settembre 2015), compilata esclusivamente per interesse culturale e con l’obiettivo di divulgare la conoscenza delle montagne.

Carlo Crovella
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Per richiedere il pdf gratuito dell’intera monografia, inviarne richiesta all’indirizzo mail: [email protected], con oggetto “La vela Bianca”, con nome e cognome citati nel testo e con la dicitura GognaBlog. L’autore spedirà il pdf personalmente a ogni richiedente.

La crisi generale della carta stampata ha definitivamente chiuso il ciclo delle speranze di poter sopravvivere di montagna scrivendone. Non resta che mettersi il cuore in pace e scrivere gratuitamente per il web. Si dà alimento alla propria passione evitando le illusioni e soprattutto il sangue amaro.

Qui è leggibile il CV di Carlo Crovella, con le esperienze editoriali nel settore della “montagna”. Di professione è economista e scrive articoli su tali temi come free lance per conto di siti online oppure di istituzioni bancarie per le loro pubblicazioni accademiche.

Ha fatto parte (sempre come collaboratore esterno) del CDA (Centro Documentazione Alpina) fin dagli anni ’80, ma anche oggi continua a scrivere sistematicamente articoli di montagna.

L’originalità di questa pubblicazione comporta una recensione “originale”. Pertanto, subito dopo aver indicato come e dove ci si può procurare la monografia La Vela Bianca, abbiamo optato per una presentazione che comprendesse una stringata introduzione, l’indice degli itinerari e la descrizione di uno di essi, assai rappresentativo.

L’elenco degli itinerari è raggruppato per fasce omogenee di difficoltà, in modo tale che ogni lettore può sapere già dove indirizzare le sue scelte (la numerazione invece dipende dalla descrizione in senso orario partendo dalla Ramière per “scendere” lungo la Val Thuràs e tornando di nuovo alla Ramière, dopo aver “risalito” la Valle Argentera).

L’itinerario scelto è invece il numero 22, “rappresentativo” delle nuove tendenze dello scialpinismo, cioè ancora canoni classici, ma al limite superiore (OS): come tutti gli altri, è corredato da alcune info logistiche.

Val Thuràs: sullo sfondo la Ovest del Boucher (al cui limite destro si trova La Vela Bianca)
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Introduzione
Nell’ambito delle Alpi Cozie centrali, in corrispondenza della Punta Ramière 3303 m, dalla cresta di confine si stacca un’importante displuviale che penetra per una decina di km in territorio italiano e divide marcatamente due valli interne: la Val Thuràs a occidente e la Valle Argentera a oriente. Questo sottogruppo esalta le caratteristiche morfologiche delle Cozie centrali: d’estate la parte superiore dei loro fianchi è composta da mobili pietraie arroventate dal sole. Ma con la neve, la scenografia cambia radicalmente. Se il manto è stabilizzato, questi valloni offrono delle vere gemme scialpinistiche, dalle gite “classiche” e note da tempo, agli intinerari “moderni” (cioè di recente scoperta, ma con caratteristiche tradizionali), fino alle discese di sci ripido. E spesso fanno sognare: qualche anno fa, mentre camminavo distrattamente sul fondovalle, l’improvvisa scoperta di una linea di discesa sul versante ovest del Boucher mi ha letteralmente “folgorato”. L’ho chiamata “La Vela Bianca” per la sua forma triangolare che (seppur al rovescio) ricorda una vela spiegata. Oltre alle intriganti discese di sci ripido (alcune delle quali sono ancora dei cantieri aperti), la “ricchezza” scialpinistica di questo sottogruppo è assicurata dalla folta presenza di itinerari, che, pur offrendo caratteristiche di “rara” bellezza, sono ancora compresi nei canoni dello scialpinismo tradizionale. Tali percorsi (alcuni con difficoltà BS, ma più spesso OS) risultano affrontabili da una vasta platea di scialpinisti “classici”: tuttavia una volta di più si sottolinea che gite di questo impegno richiedono un’adeguata preparazione tecnico-fisica ed un manto nevoso assolutamente assestato.

Bibliografia di principale riferimento per il gruppo:
E. Ferreri, Alpi Cozie centrali, CAI-TCI, Milano 1982;
R. Aruga-C. Poma, Dal Monviso al Sempione, Edizioni CDA, Torino 1974;
R. Barbiè-J.C. Campana, Dal Monviso al Colle del Moncenisio, Blu Edizioni, Torino 2004;
R. Aruga, Scialpinismo fra Piemonte e Francia, Edizioni CDA, Torino 1999;
M. Grilli, Dalle Alpi Liguri alla Val Susa, Grafica LG, Torino 1991.

Valle Argentera: il Vallonetto (o Peronetto) sovrastato dalla triagolare parete NE del Boucher e dalla “gobbetta” del Gran Roc (all’estremo limite destro della nuvoletta)
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Cartografia essenziale
:
IGM 1:25.000, Foglio 66 I SE, Colle di Thuras: garantisce una precisa rappresentazione del terreno (specie alle quote superiori, perché l’antropizzazione ha sensibilmente modificato le sezioni sottostanti), ma contiene numerosi errori di toponomastica, che riguardano in particolare le vette in questione (spesso confuse fra di loro!);
Fraternali 1:25.000, Scialpinismo in Val di Susa, con itinerari e info schematiche;
IGC 1:25.000, N. 105, Sestriere-Claviere-Sansicario-Prali.

Avvicinamento stradale (da Torino)
Autostrada per il Fréjus-uscita Circonvallazione di Oulx- S.S. per Cesana e poi Bousson. Si oltrepassa anche Sauze di Cesana e, a un tornante, si imbocca il bivio verso il Pont Terrible (1642 m: da qui sono calcolati i dislivelli, salvo diversa indicazione). La strada fino al ponte 1912 m, in fondo alla Valle Argentera (anche detta Valle della Ripa), viene sgomberata dalla neve verso il 20-25 maggio, ma in stagioni poco nevose si riesce a salire in auto almeno fino a Brusà del Plan 1816 m, a volte anche oltre. Dall’estate 2015 si paga un pedaggio di 3 euro (non è chiaro se, in futuro, sarà applicato anche in altre stagioni: può darsi invece che venga introdotto il divieto di transito, ad esempio 1/11-30/4).

Punti di appoggio
Per la ricettività in zona: Azienda di Soggiorno di Cesana, 0122-89202.
Assitenza tecnica e riparazione materiale: Alta Quota (Cesana), 0122-89210.

Indice
(road map operativa per lo scialpinista)

1) Percorsi “classici” (noti da tempo)
1a) Di impegno medio (BS)
Punta Ramière per la normale dalla Val Thuràs (itin. n. 2)
Punta Marìn, versante ovest (itin. n. 4)
Cima del Pelvo dalla Val Argentera (itin. n. 27)
Punta Serpentiera dalla Valle Argentera (itin. n. 28)
Punta Ramière per la normale dalla Valle Argentera (itin. n. 33).

1b) Classificati difficili (OS)
Punta Ramière per la cresta sud-ovest e discesa per il versante sud (itin. n. 1)
Punta Serpentiera, versante ovest (itin. n. 8, sovente concatenato con l’itin. n. 9)
Cima del Pelvo, versante sud (itin. n. 9, sovente concatenato con l’itin. n. 8)
Cima del Pelvo, versante ovest (itin. n. 10)
Punte della Clapiera, versante Ovest (itin. n. 11)
Roc del Boucher, versante sud (itin. n. 14)
Gran Roc, versante nord (itin. n. 21).

2) Percorsi di più recente “scoperta”
2a) Di impegno medio (BS)
Merlo Basso dalla Valle Argentera per il Vallone Platte (itin. n. 30)
Punta Ramière per il Canalone nord-est (itin. n. 35) – Nota: BS tendente all’OS.

2b) Classificati difficili (OS)
Punta Ciatagnera, versante sud (itin. n. 12)
Gran Roc, versante est (itin. n. 22)
Punta dui Cucu (toponimo proposto), versante est (itin. n. 23).

3) Percorsi di sci ripido e/o estremo (discese già effettuate)
Roc del Boucher, versante ovest, via classica (itin. n. 15)
Gran Roc, versante ovest (itin. n. 17)
Monte Furgòn, versante sud-ovest (itin. n. 19)
Monte Furgòn, versante nord-ovest o nord-nord-est (itin. n. 20)
Roc del Boucher, versante nord-est (itin. n. 24)
Punta Ramière, parete nord (itin. n. 34).

4) Cantieri aperti
Punta Ciatagnera, versante ovest (itin. n. 13)
Roc del Boucher, versante ovest, pendio triangolare detto “La Vela Bianca” (itin. n. 16)
Punta Muta, versante sud-sud-ovest (itin. n. 18)
Roc del Boucher, versante est-sud-est dal Vallone Renaud (itin. n. 25)
Punta Ciatagnera, versante est dal Vallone Guccie (itin. n. 26).

5) Itinerari citati per completezza sistematica, ma privi di un autonomo interesse sciistico
Punta Marìn, versante sud-sud-est (itin. n. 3)
Punta Tre Merli, versante sud (itin. n. 5)
Punta Serpentiera, versante sud (itin. n. 7)
Punta Serpentiera, cresta nord-ovest (itin. n. 28)
Punta Serpentiera, canale sud-est e cresta est-sud-est (itin. n. 29)
Punta Tre Merli, cresta sud-est (itin. n. 31)
Punta Marìn, versante nord-est (itin. n. 32).

L’itinerario si sviluppa lungo il severo Vallonetto o Peronetto: evidente il salto di roccia a metà percorso
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Itinerario n. 22
Gran Roc 3121 m, per il versante est (Valle Argentera), lungo il Vallone detto Vallonetto o Peronetto
Si tratta di un itinerario che rappresenta in pieno la tendenza dello scialpinismo negli ultimi venti anni circa. Siamo al livello più elevato degli itinerari “tradizionali”, un passo prima dello sci ripido. La difficoltà OS va affrontata con le giuste condizioni e l’adeguato materiale (oltre alla dotazione scialpinistica: ramponi, piccozza e casco).

Classificazione: OS. Dislivello: 1479 m. Bibliografia: CAI-TCI (itin. n. 682 b, descrizione estiva); Montagne 360 (febbraio 2014), articolo dell’autore.
Itinerario di recente scoperta (circa 15-20 anni fa), ma che sta avviandosi a conquistare il ruolo di ambita superclassica. La continuità dei pendii (pur restanto entro i canoni “tradizionali”), la sciata super-gratificante e l’ambiente decisamente severo giustificano ampiamente tale blasone, ma richiedono un’approfondita capacità di valutazione delle condizioni nivologiche.

Dal Pont Terrible si segue la strada del fondo valle fino a poco prima (1800 m circa) che inizi l’ampio pianoro di Brusà del Plan. Si svolta a destra e s’imbocca l’evidente strettoia basale del vallone detto Vallonetto (Peronetto in altre carte), che più in alto si apre. Lo si risale, cercando i passaggi migliori in funzione delle condizioni. Il salto roccioso a metà vallone viene normalmente superato risalendo il ripido pendio tutto a sinistra (destra orografica) e tornando in centro al vallone sopra la bastionata stessa. In alternativa (ma quasi sempre con inevitabile uso dei ramponi) si può risalire uno o l’altro dei due canali che rigano la bastionata. Sopra detto salto, ma ancora sotto la conca dove si trovava il Ghiacciaio del Boucher, si vira decisamente a destra, puntando infine alla cresta divisoria con il Gran Vallon (che raggiunge il Gran Roc da nord, altro stupendo itinerario noto da tempo). La si raggiunge in prossimità della vetta con un ultimo ripido pendio-canale che può imporre l’uso dei ramponi. Attenzione che su alcune carte l’itinerario tracciato gira erroneamente verso il Colletto Brusà, percorrendo poi la successiva cresta che invece non è molto sciistica. Se si arriva a tale colle, conviene piuttosto scendere sul lato opposto, collegandosi al tratto superiore del Gran Vallon (itinerario tradizionale).

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L’effetto domino dell’eliski in Cadore

Dopo il post sull’eliski sull’Antelao e quello sul come il CAI dovrebbe sconfessare il Comune di Calalzo, e relativi commenti, nuovi accadimenti sono venuti a peggiorare la situazione in Cadore.

Quello che purtroppo si sta verificando è quello che Gianfranco Valagussa ha chiamato effetto domino: una volta che un singolo comune ha deliberato a favore, tutti gli altri comuni non vogliono essere da meno. E non appena una zona selvaggia è concessa, ecco nascere subito altre richieste ed ecco uscire, altrettanto subito, le relative concessioni per altre zone selvagge. Con una rapidità davvero sconcertante, di certo anomala rispetto alla nostra pachidermica burocrazia. E purtroppo non può esistere un eliski se non in una zona non battuta e non segnata dagli impianti di discesa, questo per definizione! Quindi, ecco il via alla caccia agli ultimi luoghi rimasti tranquilli.
E sappiamo anche che l’eliski è solo la punta dell’iceberg di una devastazione più grande, quella che farà l’eliturismo estivo, generalizzato. La porta è ormai spalancata.

EffettoDomino-eliski_2Il 29 novembre 2013 il presidente del Gruppo Guide Alpine Cortina, Luca Dapoz, aveva domandato al sindaco di Cortina, Andrea Franceschi, il permesso di fare eliski nella zona della Punta Nera e sui ghiacciai orientale e occidentale del Sorapiss, dato che “l’offerta della pratica dell’eliski è stata accolta con entusiasmo dagli ospiti di Cortina dello scorso inverno, tanto da spingere a chiedere nuovamente la Vostra autorizzazione per attuare, secondo le stesse modalità proposte lo scorso anno, questa attività sportiva“.

La risposta del Comune di Cortina non si fa attendere (la stagione è alle porte…). Il 12 dicembre 2013 ecco l’agilissima disposizione firmata dal vicesindaco Enrico Pompanin: “In riferimento alla Vs. nota, pervenuta al ns. prot. 24357 del 29/11/2013, relativa alla proposta della pratica dell’eliski, si comunica che la Giunta Comunale, con indirizzo n.436 del 10/12/13, ha espresso parere favorevole all’iniziativa, per quanto di sua competenza. Resta inteso che:
– la presente potrà essere revocata con effetto immediato in caso di mancato rispetto delle prescrizioni, o in caso di motivati reclami da parte di terzi;
– l’ottenimento di eventuali ulteriori autorizzazioni sono a carico dei richiedenti“.

Il 10 febbraio 2014, su richiesta dell’ormai tristemente famoso gruppo Guide Alpine Tre Cime di Lavaredo, anche il Comune di Auronzo ha deliberato la possibilità di eliski fino alla fine del prossimo aprile nel gruppo delle Marmarole (precisamente nel vallone delle Meduce, sui Lastoni e in Val Baion).

Sono queste le ragioni che hanno portato un gruppo di appassionati sostenitori della conquista delle vette fatta con le proprie gambe ad aprire una pagina su Facebook. Il 4 febbraio 2014, su iniziativa di Giorgio Robino, Andrea Gabrieli. Andrea Gasparotto, Luca Visentini e molti altri, nasce No Eliski sulle Dolomiti, dove si possono leggere documentazioni pubbliche e tutto ciò che è relativo all’eliski e all’eliturismo in Cadore (Antelao, Marmarole, Sorapiss). Al momento (7 marzo 2014, ore 13.05) sono 698 i “mi piace” raggranellati.

Certo non è il primo gruppo a essere creato su Facebook, ma le armi a disposizione sono solo queste. E in Cadore c’è davvero urgenza di raccogliere quella che è la vera opinione pubblica, in modo da evitare (ormai per l’anno prossimo) il disastro di questa stagione. Visto che CAI e le altre istituzioni continuano a latitare.

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Nel frattempo l’attività promozionale del fuoripista non vede interruzione. Ciò che in sede giudiziaria è oggi altamente perseguitato, in sede turistica è spinto oltre ogni ritegno. Sabato 15 marzo 2014 è l’appuntamento con il Freeride Day Monte Faloria a Cortina d’Ampezzo. Nel comunicato stampa si legge: “Un’occasione per vivere tutta l’emozione della neve fresca, in sicurezza. Gli appassionati degli sci larghi, infatti, potranno testare le attrezzature di ultima generazione sui fuoripista del Monte Faloria e assistere a una simulazione di ricerca di disperso da valanga con le Guide Alpine di Cortina d’Ampezzo.
L’evento, organizzato dal negozio 2&2 – che ha inaugurato lo scorso 6 dicembre il nuovo shop & rent in Corso Italia (www.dueduecortina.com) – e dalle Guide Alpine di Cortina (www.guidecortina.com), offrirà l’opportunità di scivolare liberi sulla powder lungo percorsi inconsueti e di conoscere meglio i rischi della montagna d’inverno, per divertirsi nel pieno rispetto della natura e godere davvero di tutta la bellezza delle Dolomiti. La Regina delle Dolomiti conferma dunque la vocazione per gli sport estremi e, in attesa del Carrera Freeride Challenge Punta Nera del 3-4-5 aprile a Cortina, continua a regalare emozioni“.

Evitando accuratamente di parlare di elicotteri, il linguaggio enfatico e trionfale di questo comunicato fa alla pari con questo filmato di 5′, relativo al Carrera Freeride Challenge Punta Nera.

postato il 10 marzo 2014

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Con i sognatori di neve, per essere al top

Ah, questa volta m’iscrivo… non posso perdermi questa grande opportunità, vivere una settimana da vero signore, provando i divertimenti dei ricchi, concedendomi tutte le cose goderecce della montagna d’alta società.

Certo dovrò comprarmi un abbigliamento adeguato, non posso mica presentarmi con i miei consueti quattro stracci… ma cosa avete capito, non parlo dell’equipaggiamento da freerider, parlo di ciò che devo mettermi addosso per le lussuose serate che mi sarà dato vivere, a contatto con la crema del turismo.

Foto: Leo Himsl
freeriding lech šsterreich 2005 , sci libero, freestyle, arlbergCosa saranno mai 3560,00 euro (prezzo base, per gli extra vedremo) per una vacanza a Cortina? Non posso permettermi nove giorni di vita diversa? Suvvia, non sono neppure 400 euro al giorno!

E’ da quando sono incappato nel sito di un’agenzia di “International Ski lessons, la Snowdreamers, che non riesco a pensare ad altro, perché poi quelli hanno anche culo, e di sicuro ci sarà tanta di quella neve fresca e tanto di quel sole da non averli mai visti!

C’è scritto che il “Luxury skiers Dolomiti Freeride è un pacchetto offerto agli sciatori che cercano una vacanza per immergersi nei sublimi paesaggi delle Dolomiti per poterne carpire i segreti più nascosti.
Non sapevo neppure che le montagne potessero avere dei segreti: ora sono davvero curioso, saranno quelli di Snowdreamers a svelarmeli!

Finalmente “il sogno diventa realtà”! Guardate che programma e sognate con me (perché la vita è un sogno: FlavioBriatore/MaurizioCrozza):

Si arriva il sabato a Venezia, trasporto dall’aeroporto con motoscafo e tour con la caratteristica gondola, poi sistemazione in hotel. Ma, attenzione, la notte in hotel a Venezia non è compresa nel pacchetto, “è un servizio extra, anche se è caldamente consigliato per vivere la magia di una delle più belle città del Mondo”. La domenica mi vengono poi a prendere, “con autista o con elicottero” e mi portano al Grand Hotel Savoia***** a Cortina, aperitivo di benvenuto, acquisizione materiale e skipass (tutto rigorosamente “nuovo”). Dal lunedì al venerdì, con eccezione del mercoledì, escursione giornaliera freeride da decidere con il proprio maestro in base alle condizioni neve e meteo: capite? Mi portano sui più bei fuoripista delle Dolomiti, che secondo loro sono il “freeride bus Tofana, con pranzo al Tivoli e aperitivo Cinque Torri jacuzzi sun-set, il Cristallo Creste Bianche con pranzo al ristorante Ospitale, il Faloria 18 con pranzo a baita Fraina, il Marmolada: Lidia, Valon dell’Antermoier, Sas 11 e Sas 12, il Padon e il Falcade Mulaz” (errori toponomastici a parte).

Foto: Leo Himsl
freeriding lech šsterreich 2005 , sci libero, freestyle, arlberg

Ma certamente la giornata clou è quella di mercoledì “eliski sull’Antelao con il supporto di una guida alpina (in caso di condizioni avverse, l’eliski verrà posticipato)”. E’ vero, avevo letto che avevano aperto l’Antelao all’eliski, per portare su me e farmi scendere il quel posto così selvaggio… dio, che avventura! Meno male che ci sono dei comuni così illuminati, come quello di Calalzo, che ci permettono queste figate! Io seguito a non capire perché quei quattro fresconi di ambientalisti continuino a fare casino e a opporsi…

Ah, e poi dimenticavo le serate. Martedì, “slittata in notturna (comprensiva di noleggio slittini, risalita e cena nelle migliori baite: Rif. Croda da Lago/Malga Federa), serata organizzata in un rifugio in quota assaporando i migliori piatti della cucina ampezzana e poi indimenticabile discesa con gli slittini”. Il giovedì, “pizzata italian style (serata all’italiana, con live music, pizza e allegria)”: qui scadiamo un po’, ma pazienza, per gli stranieri andrà sicuramente bene. Il venerdì, “cena e tavolo riservato al Vip disco club”.

Beh, certo che la domenica, quando mi verranno a prendere per il transfer all’aeroporto (non è specificato se con autista o con elicottero), ne avrò di ricordi da spedire agli amici. Lo potrò fare solo lì, alla fine della vacanza, perché con tutte quelle distrazioni, di giorno e di sera, certo non avrò tempo di mandare (con il mio Blackberry Q30) foto con Instagram, postare su Facebook e cinguettare su Twitter. Al massimo avrò qualche minuto per i messaggini e per What’s up.
Queste sì che sono iniziative, meno male che hanno fatto le Dolomiti patrimonio mondiale dell’UNESCO.

E se qualcuno di voi non sciasse, o non avesse il livello tecnico per fare freeride? Niente paura, Snowdreamers vi ha preparato un “imperdibile elitour, con partenza da Cortina loc. Fiammes. Atterraggio presso baita in quota al tramonto e rientro. Durata totale un’ora, max 5 persone a tour. A partire da euro 145 a persona, comprensivo di elitour, aperitivo in baita e servizio navetta a/r presso il vostro domicilio”.

Foto: Leo Himsl

freeriding krippenstein šsterreich 2005 , Salisburghese, sci libero

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Meglio freeride che fuoripista!

Qualche considerazione su queste due parole oggi all’attenzione del pubblico: freeride e fuoripista.

Lo spunto a questo tema mi è stato offerto dal bell’articolo di Giulio Caresio su Planet Mountain, “Torniamo a sorridere dicendo freeride”, cui rimando per maggiori dettagli e per l’intervista a Nicolas Hale-Woods.

1. Leggerezza non significa superficialità
Essere giovani, pieni di vita e scanzonati ha sempre suscitato molta invidia nel cittadino medio, così tanta da far scuotere la testa e dire che “ai miei tempi queste cose erano inammissibili…”. Questa condanna apparentemente morale nasconde solo l’invidia per la libertà che quei ragazzi hanno. E se trasportiamo la cosa in montagna, ecco i freerider, vestiti colorati, street, apparentemente menefreghisti perché isolati nei loro clan farciti di slang: anche loro sono visti dallo sciatore e dall’alpinista medio come marziani che danno un po’ fastidio, che dissacrano le vecchie tradizioni e che sono insensibili alle norme.
MeglioFreeride-3106Ciò che colpisce in questi giovani è la leggerezza, contrapposta al rigido sapere scialpinistico. Gratta gratta scopri che anche quella è una maschera, perché dietro ai più bravi (e non solo a quelli) scopri anni di preparazione, di dedizione, di capacità di auto-soccorso, tutto mascherato da pretesa ignoranza. Loro vogliono fare la loro strada, la loro esperienza. Non riconoscono il nostro codice. Chi siamo noi per giudicare se ci fermiamo all’apparente superficialità?

2. Il rischio residuo c’è sempre
Per quanta esperienza uno possa avere, per quanto documentato e attrezzato sia, non esistono la salita e la discesa sicure al 100%. Se si parla poi di neve, di grado di pericolo, ecc. non esiste strumento che possa dare una valutazione precisa per ogni metro quadro di superficie nevosa. Ci affidiamo alla statistica, alla probabilità. E poi all’esperienza e all’intuizione, unite a prudenza. Riduci, riduci, ma non arriverai mai a rischio pari a zero.

3. Il clima è diverso da un tempo?
Può darsi, ma le slavine e le valanghe ci sono sempre state, semplicemente c’era meno gente disposta ad affrontare i pendii per un divertimento che nel XIX secolo ancora non c’era. Invece nel secolo XX (e non parliamo del XXI) di gente ce n’era proprio tanta e non tutti avevano e hanno capito cosa vuole dire mettere gli sci ai piedi e affrontare una montagna o un pendio di neve non battuta. Il clima è quello che è, la neve può avere mille classifiche diverse, altro che i modelli che per comodità teorica abbiamo accettato! Non è sperando nel tempo di una volta che eviteremo disgrazie, è accettando pienamente quello di oggi.

4. Differenza tra freeride e fuoripista
Abitualmente con la parola fuoripista si intende lo scendere pendii innevati (boschivi e non) da una sommità, raggiunta con un mezzo a fune, lungo percorsi in cui la neve non è stata battuta e in ogni caso a breve distanza dalle piste.
Coloro che normalmente praticano sci in pista guardano con una punta d’invidia i “matti” che invece scendono al di fuori: guardali una volta, poi due… alla fine si incuriosiscono e, provata una discesa e le inevitabili cadute in neve fresca, si convincono che per uscire dal battuto sia sufficiente comprare gli sci larghi e colmare un po’ di gap tecnico.
Niente di più sbagliato!
Il freeride è a un gradino ben più alto nella scala evolutiva: si cercano i pendii, i canaloni, i percorsi d’impegno e di soddisfazione, più o meno difficili, più o meno spettacolari. Come ogni sport outdoor in ambiente “non protetto”, è una disciplina che richiede preparazione a tutti i livelli, spesso con l’aiuto di grandi esperti o professionisti. Non basta essere dotati di ARTVA, pala, sonda e magari anche air-bag… occorre saper praticare auto-soccorso e conoscere la montagna.

5. Conviene voler diventare freerider!
Dunque, per conoscere la montagna e le sue insidie, per sapere come si soccorre l’amico, è necessario praticare corsi o lezioni. E qui dobbiamo denunciare la povertà dell’offerta in Italia. Siamo ricchi di proposte di scialpinismo, poverissimi di corsi di freeride. Ma, a costo di andare all’estero, è necessario sottoporsi a queste “scuole”.

Dice Nicolas Hale-Woods: “Oggi in Svizzera (non lo sostengo io, ma una statistica ufficiale del Club Alpino Svizzero) abbiamo circa lo stesso numero di morti per valanga di trenta anni fa, mentre il numero stimato di persone che vanno fuoripista è almeno dieci volte tanto. Perché? Il numero è stabile grazie al fatto che sempre più spesso la gente che finisce sotto le valanghe viene tirata fuori dai suoi compagni. Sappiamo che 15 minuti sono il limite temporale oltre cui la possibilità di sopravvivere diminuisce drasticamente, quindi un soccorso immediato operato da chi ti accompagna è la cosa migliore”. E occorre quindi che il gruppo non scenda assieme, ma ciascuno alla giusta distanza.
Insomma la differenza tra freerider e fuoripista è la stessa che potrebbe esserci se accostassimo “arrampicata” con “fuorisentiero”: questa è una specialità che non esiste, ma che potrebbe anche essere creata in futuro, magari declinandola all’inglese (off-path? of-trail?). Ad essa appartengono già cercatori di funghi e di stelle alpine.

6. Effetto Tomba sull’Italia
Il fatto che in Italia l’offerta scuole freeride sia insufficiente è osservata anche da Nicolas Hale-Woods , il quale attribuisce questo ritardo nientemeno che ad Alberto Tomba. La forte popolarità del grande campione avrebbe infatti determinato nel nostro paese la moda sciatoria di almeno una generazione, se non di più.

7. Auto-Soccorso
Dopo aver frequentato un corso di freeride, oltre che allenarsi regolarmente, occorre praticare con regolarità l’esercizio all’auto-soccorso. Siccome è fondamentale la velocità di esecuzione, occorre che tutte le manovre, ricerca, scavo, recupero e primo soccorso siano fatte in velocità e con precisione. Non basta saperlo fare, bisogna saperlo fare bene e veloci. Senza panico e con automatismo istintivo.
Se, invece di produrre divieti a manetta, impianti e autorità predisponessero aree (come succede Oltralpe) di allenamento per le ricerche in valanga, si farebbero passi enormi in avanti: magari si colmerebbe il gap che oggi in Italia abbiamo con Francia, Svizzera e Austria.

MeglioFreeride-6526-freeride8. Piste monitorate
Già la percorrenza di decine o centinaia di sciatori e snowboarder al giorno di itinerari fuoripista significa avere in breve tempo il percorso battuto e quindi quasi non si può più parlare di fuoripista. Ciò non toglie che sia utile esercitarsi su un terreno del genere.
Alcune stazioni, specie all’estero, provvedono di minare certi percorsi, con ciò ottenendo l’addomesticamento di quella discesa e rinviando il problema di “formazione esperienziale” ad altro terreno. Ci si può convivere, ma è assolutamente necessario che chi s’ingaggia nelle discese sappia perfettamente se sono state “trattate” o meno.

9. La libertà è tale solo se responsabile
C’è sempre qualcuno che pensa di essere superiore, sotto sotto convinto di essere dotato di una certa immortalità innata, oppure convinto di essere più bravo, perfino più veloce della valanga come ha visto in certi film. Qualcuno confida nel vago stellone personale, qualcuno ritiene, in evidente stato di “overconfidence”, che l’essere passato di lì centinaia di volte voglia dire essersi guadagnati l’invulnerabilità. Qualcuno dice “se son passati quelli là lo posso fare anch’io… anzi lo devo fare anch’io…”. Qualcuno infine ha un programma da rispettare (tipo certe uscite dei corsi di scialpinismo, magari già rimandate due volte per brutto tempo…).
Sono tutti filtri mentali sulla presenza dei quali invece si dovrebbe riflettere molto, distinguendo ciò che è sicuro sapere da ciò che è transitoriamente fallace. Lì è la responsabilità che ci assumiamo, nella coscienza tranquilla di aver fatto la scelta giusta dopo essersi ascoltati a fondo ed aver eliminato i filtri.

10. Gli incidenti “stupidi”
Di solito per stupido s’intende l’incidente che si poteva evitare. Col senno di poi? No, con quello di prima. Quando non si ha esperienza, quando c’è un grado di pericolo 3 o più, quando ci sono i cartelli di divieto o le ordinanze ma nulla si sa del loro perché, quando il nostro proprio “io” inflaziona la nostra coscienza… quando siamo tentati di sperimentare, con il sottile equilibrio tra il galleggiare e l’affondare nella neve polverosa, quell’equilibrio che invece dovrebbe già essere dentro di noi… beh, in questi casi non si può parlare di scelta responsabile.

11. La rinuncia
Occorre convincersi che la rinuncia è uno dei coefficienti essenziali al grado di libertà di cui tutti vorremmo disporre. La rinuncia è “irrinunciabile”. Se solo uno del gruppo esprime qualche dubbio, se solo si avverte un vago senso di disagio, considerare l’opzione rinuncia è salutare. Considerare quest’opzione non vuole dire obbligatoriamente rinunciare. Vuole dire concentrarsi di più.
Occhio ai segni!

12. Divieto vs Formazione
In conclusione non ci si improvvisa freerider, ma è meglio voler essere freerider che incallirsi nel fuoripista (né carne né pesce).
I divieti indiscriminati del fuoripista e del freeriding non hanno senso. Chi è esperto e responsabile se ne andrà in altri luoghi, in ogni caso non rinuncerà semplicemente per un divieto. La pratica del fuoripista e del freeriding è normale in altri paesi, e anche da noi comunque non esiste stazione sciistica che non la pubblicizzi con depliant e filmati.
Il divieto è il mezzo più semplice per perpetuare la tendenza ormai purtroppo invalsa nella nostra società sedentaria e sicuritaria di esprimere giudizi positivi solo su ciò che è estremamente sicuro e di negare il diritto dell’individuo a responsabilizzarsi. Un divieto infatti dichiara a priori l’insicurezza di una zona, condanna e sanziona la disobbedienza e trasferisce sull’autorità le scelte che dovrebbero essere solo nostre (se vogliamo essere individui completi e non solo consumatori). Il divieto impedisce cultura, educazione, intelligenza e responsabilità. In definitiva il divieto nega il libero pensiero oltre che il libero transito: e chiudere le strade al pensiero è sempre stato negativo per tutte le civiltà.

3 febbraio 2014

MeglioFreeride