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Emilio Previtali: to inspire others

   To inspire others
dalla serata di Emilio Previtali con Alt(r)i Spazi, 1 aprile 2015

La simpatia di Emilio investe il presentatore, deborda dal palco e si riversa sul pubblico come un fiume… con la potenza di un fiume non violento dal quale è bello farsi trasportare.

Un uomo che ha girato il mondo delle montagne, le ha salite, soprattutto le ha discese, nei modi più fantasiosi, praticamente tutti quelli che si conoscono… e sempre con la stessa bravura e leggerezza, così come te lo racconta lo ha fatto.

Previtali_fullUno che non dice mai “io, io…”, e neppure lo sottintende. Eppure, cazzo, sta parlando di sé. Come fa? Con la leggerezza: “Nessun altro rumore se non il respiro e le mie pelli di foca che scorrono sulla neve leggera”. Un uomo che agisce zen (e non per nulla il suo libro preferito è quello di Eugen Herrigel, Lo Zen e il Tiro con l’Arco).

Già dal titolo Quella del signor Miura e altre storie sembra che Emilio non voglia parlare di sé. E ti narra di una spedizione al McKinley (Denali) con uno squinternato gruppo di freerider che in tutta evidenza (dal film) non aveva neppure la metà della sua esperienza alpinistica, conclusa con la discesa a telemark del Rescue Gully e dell’Orient Express Couloir.

Dopo le splendide immagini dell’Alaska, Emilio sorprende il pubblico raccontando che nel gruppo (che si era visto misto e ben dotato di piacevoli esemplari femminili) lo chiamavano “Italian stallion”… lui protestava la più assoluta ignoranza di come fosse nato il nomignolo, che ovviamente a sua moglie (presente in sala) andava un po’ indigesto. Ma se una persona è sincera, ed Emilio lo è, dovrebbe esserlo sempre, no?

Dal racconto della spedizione alle Svalbard sembra che il gruppo sia andato in gita come noi potremmo farlo in Val Formazza, con la stessa importanza data all’amicizia e al gruppo.

Geniale e autentico personaggio del mondo della montagna, Emilio Previtali persegue ancora oggi l’avventura e la ricerca dei propri limiti attraverso arrampicata, snowboard, corsa, mountain bike, alpinismo in tutti gli angoli del mondo, per poi tornare ad allenarsi alla Cava di Nembro, più ricco eppure ancora il bimbo capace di sognare, sfidare se stesso, rimettersi sempre in gioco e cercare di restare in sintonia con la propria visione delle cose.

Per un alpinista l’arrivo in vetta è il successo – dice Previtali – la vetta mancata è il fallimento, per un freerider questo concetto è superato, l’esperienza nella sua totalità è l’obbiettivo, arrivare in cima fa piacere a tutti, ma tra arrivare in cima e fare una discesa mediocre e mancare una cima per buttarsi su una discesa favolosa, io scelgo la seconda opzione”.
Anche perché, ci spiega, il “successo” non è un qualcosa di assoluto e prestabilito: “il successo è ciò che TU decidi che sia”.

Uno dei pezzo forti della serata di Emilio Previtali è la proiezione di un estratto dal film The Man Who Skied Down Everest, un documentario su Yuichiro Miura, l’alpinista giapponese che sciò sull’Everest nel 1970 utilizzando un paracadute per frenare la discesa (di quelli di una volta, rotondi).

Miura, partendo dalla Fascia Gialla (Yellow Band), scese il versante ovest del Colle Sud per 2.000 metri di dislivello in due minuti e venti secondi, poi cadde rovinosamente per circa 400 metri, riuscendo miracolosamente a fermarsi prima dell’inizio di giganteschi crepacci.

L’eccezionale filmato è preceduto dalle bellissime discese che Emilio fa nei boschi dell’Hokkaido, poi dalla visita all’anziano Yuichiro Miura. Un signore con il viso da bambino e un’età di circa 80 anni (nacque il 12 ottobre 1933). Possiamo vederlo con la gentile figlia, con l’unico sci rimastogli dopo la caduta sull’Everest: con ricordi che ne costruiscono naturalmente il volto. Perché, pensate che Miura, miracolato, se ne sia stato buono buono in seguito?
Il 23 maggio 2013, all’età di 80 anni, è divenuto la persona più anziana ad aver raggiunto la cima dell’Everest, da lui già raggiunta altre due volte, il 22 marzo 2003 all’età di 70 anni e il 26 maggio 2008 a 75 anni.

Emilio Previtali a tallone libero sulle nevi neozelandesi
previtali-0002Come presentatore sono stato tutto il tempo incerto sul come provocare il suo irruente umorismo, gli ho chiesto di quel suo scritto (un post dal Nanga Parbat invernale) che mi aveva colpito assai, dove faceva distinzione tra dividere e condividere, manifestando la sua antipatia per quella “condivisione” che in realtà, riferendosi ai dibattiti dei social, non è una divisione oggettiva di un bene, perché in effetti si sta parlando di un bene virtuale. Dunque, dopo una condivisione, chi è ricco rimane ricco, chi è povero rimane povero. Non si può dividere lo zero…

E ancora Emilio non aveva scritto quello splendido post su Facebook in cui lo vediamo, in un centro commerciale di Orio al Serio, assistere ai risultati dell’espianto di due palme.

La sala si sbellica letteralmente dalle risate per almeno un minuto buono di fronte alla scena di come si viaggia in Pakistan, nel filmato a documento dell’avventura al Nanga Parbat dell’inverno 2013-2014, assieme a Simone Moro, suo vecchio compagno di scuola.

Si cammina una volta sola sulla Luna” è il suo insegnamento sulle “azioni eroiche” che non possono e non devono essere “serial”. Di discesa dal Shisha Pangma per Emilio ce ne può essere una sola e corrisponde con una filosofia di lunga vita.

Emilio, negli anni anche fondatore e direttore della rivista FREE.rider è oggi “penna” fra le più seguite fra tutti gli appassionati di montagna, sci e avventura a contatto con la natura. Lo merita, perché sostiene che per scrivere serve follia e massimo controllo di sé. To inspire others.

previtali-0001Emilio Previtali in breve (da Uomini & Neve, Martino Colonna e Francesco Perini, Edizioni Versante Sud, 2013)
Emilio Previtali
è nato a Bergamo il 5 maggio 1967.

Le sue spedizioni più importanti
2011
The North Face Denali Experiment Expedition 6194 m – cima e discesa a telemark di Rescue Gully e Orient Express Couloir.

2005-2007 Shisha Pangma 8027 m, parete nord, 3 spedizioni, discesa in snowboard da 7600 m.

2002 Cho Oyu 8202 m, parete nord, discesa con lo snowboard da 8000m, prima discesa della The Poland Route, cresta nord-ovest, 55° da 7200 m.

2001 Pik Lenin 7134 m, discesa in solitaria in snowboard attraverso una nuova linea per la parete nord.

Premi
2007
EUBEA European Best Event Award – Miglior evento europeo con basso budget con Shisha Pangma Snowboard Expedition.
2004-2005 Migliore Freerider Italiano – On Board Italy Snowbox Award.

Editoria
2000/2008
Direttore di FREE.rider magazine.
Fondatore ed editore della rivista Soul Rider.
Editore del The North Face STORY.teller yearbook.

Altro
27 volte finalista Ironman.
Maestro di Snowboard.
Ha partecipato al Camel Trophy come membro del team italiano.

Sponsor
The North Face, Scott, Orthovox.

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Abbiamo fatto eliski in Canada… ma siamo felici?

 Abbiamo fatto eliski in Canada… ma siamo felici?
di Marcello Cominetti (pubblicato su marcellocominetti.blogspot.it il 19 febbraio 2013)

Calma, calma, mica sono andato in Canada a sciare perdendomi anche solo qualche giorno di Dolomiti in una stagione bella come questa…

Non è infatti di eliski in Canada che voglio parlare, ma di chi ci va.
E’ vero, generalizzare è troppo facile, ma lo farò ugualmente, anche se so benissimo che tra chi va in Canada a fare eliski ci sono ottimi sciatori appassionati.

Eliski nelle Canadian Rockies
Eliski-Canada-DAN_7831

Questo scritto delirante prende spunto dal fatto che sempre più numerosi freerider, prima di venire a sciare fuoripista con me, scrivono tra le loro credenziali che hanno sciato in Canada usando l’elicottero. Premetto che non sono né pro né contro l’eliski in generale perché molto dipende da dove lo si fa: può essere molto remunerativo o molto stupido, ma non è di questo che voglio parlare.

Le più acclamate compagnie nordamericane di eliski hanno da anni messo a punto una formula, quasi sempre vincente, che permette a uno sciatore medio neppure troppo allenato di inanellare molti metri di dislivello in discesa (vertical feets) per aggiudicarsi gadget come giacche a vento, occhiali a maschera, berretti e guanti con su ricamata la prestigiosa dicitura “25.000, 45.000… vertical feets”. A parte il fatto che questi “riconoscimenti” sono a pagamento e non sono neppure a buon mercato, la cosa che più mi meraviglia sono i personaggi che li ottengono e che poi li sfoggiano con orgoglio snobbando il più delle volte chi non li ha.

Alberto De Giuli in azione lungo la diretta dei Ciamurch-Sella-Dolomiti

Eliski-Canada-DEGiuli-CiamurchOra, io faccio la guida da trent’anni e ne ho viste di tutti i colori, belli e brutti, ma parlando di sci “libero” mi ricordo che nelle nostre Dolomiti nei primi anni ’80 accompagnavamo fior di sciatori giù per canali ancor oggi considerati belli ripidi.

Ho avuto la fortuna di lavorare nelle Dolomiti con i francesi della scuola di sci estremo fondata da Patrick Vallençant di Argentière/Chamonix e portavamo gruppi di sciatori nei canali Holzer e Joel al Pordoi o allo Staunies sul Cristallo, nella Val Scura del Sassongher, solo per fare qualche esempio, quando questi canali venivano scesi rarissimamente e da pochi specialisti.

Il ripido era di moda in Francia e i miei colleghi d’oltralpe chiamavano la Val Mesdì del Sella Val Merdì, perché la trovavano noiosa e improponibile a chi si iscriveva a degli “stages di sci estremo”.

Ma ancora oggi, quando le previsioni meteo annunciano copiose nevicate, i miei amici di Chamonix, Verbier e del Monterosa vengono a sciare qui appena fa bel tempo. Sarà che le Dolomiti sono un terreno per il fuoripista tutt’altro che banale? E che noi guide alpine di queste montagne, abituati al ripido e con la corda sempre pronta nello zaino, non siamo così malaccio?

Siamo forse arrivati in ritardo su molte cose ma di certo non c’è terreno che ci impensierisca più di tanto.
Questo tanto per darvi un’idea. Stop.

Mattia Maldonado a telemark in Val Chedul
Eliski-Canada-MaldonadoOggi se qualcuno mi dice che ha fatto eliski in Canada so già che è un turista danaroso appesantito dal benessere e spaventato mortalmente dall’incertezza; che è stato messo comodo su un elicottero che lo ha depositato in cima a una discesa perfetta e che l’elicottero lo ha poi raccolto in fondo non appena la pendenza non gli consentiva più di scivolare a valle per portarlo in cima a un’altra discesa perfetta. Un beverone a base di cocacola per idratarsi e un paio di sci “fat” (come lui) ai piedi, per rendere il tutto fattibile et voilà, lo sciatore si sente invincibile e pronto ad affrontare ogni pendio.

Ma non nelle Dolomiti, dove ci sono le rocce, le pareti da aggirare, qualche metro a scaletta da fare e magari anche qualche metro in cui bisogna darci dentro con le braccia per spingere un poco o fare un po’ di lisca di pesce fino al pendio successivo.
Pochi giorni fa uno mi ha detto seccatissimo perché doveva risalire circa tre metri di dislivello in salita: “sono venuto a sciare in discesa!”
Certo è che con tutti quei caschi, paraschiena, occhialoni e accessori d’ogni foggia e peso, uno si muove pesantemente. Sciando fuoripista raramente si soffre il freddo. E’ uno sport, quindi ci si scalda.
Meglio essere leggeri, ma vaglielo a dire…
Insomma, se tra le credenziali che uno sciatore esibisce nel suo curriculum c’è l’eliski in Canada io tremo e mi dico: oddio cosa potremo fare senza cacciarci nei guai?
E’ come se uno mi dicesse che per scelta usa solamente uno sci, che ha lo zaino pieno di sassi o comunque qualcosa che lo impedisca terribilmente.
Certo tutta quella polvere, le tracce perfette, l’elicottero, i sigari cubani, i riconoscimenti a pagamento e tutti i soldi che uno deve sborsare per una settimana bianca come quella, rendono sicuramente soddisfatti quei personaggi che apprezzano questo modo di vivere la montagna d’inverno.

La felicità, però, è un’altra cosa.

Eliski in Canada
Eliski-Canada-one-group

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Davide Terraneo

Davide Terraneo
di Giacomo Rovida

Dopo l’intervista a Saro Costa ho ricevuto apprezzamenti e critiche, alcune cattive altre più costruttive.
Volevo lasciare un messaggio e forse l’ho fatto in maniera troppo spinta ma sono contento così, è stato uno sbaglio ma ho potuto imparare.
Ho capito soprattutto che non puoi far sempre felici tutti, che devi prendere una linea, una “strada”, un filo che collega il lavoro che stai facendo.

Ho riflettuto a lungo, ho cercato di guardare ogni punto di vista, di ascoltare qualunque consiglio e ho maturato dentro di me la consapevolezza di cosa volevo fare.

Mi piacerebbe attraverso queste interviste lasciarvi qualcosa, qualcosa che vada oltre il semplice curriculum dell’intervistato; mi piacerebbe darvi un input, una spinta, lasciarvi con qualche quesito, con qualcosa che vi apra la mente verso il nuovo.

L’altra decisione che ho preso è di lasciare maggiore spazio ai “giovani”, a quei ragazzi che girando per le montagne stanno scrivendo belle pagine di alpinismo.
Mi piacerebbe riuscire a presentarveli uno per uno, con le loro peculiarità e il loro modo di andare in montagna.

Ho deciso di scrivere queste poche righe per evitare fraintendimenti: chiunque verrà intervistato non è il più forte, quello con il curriculum più lungo, quello più famoso.
Sono sicuro che oltre a un grado, a una montagna, a una prima salita ci sia qualcosa di più e io vorrei cercare di scovarlo e raccontarlo, tutto qua, niente di più.

Terraneo-profilo

Oggi infatti vi presento Davide Terraneo, Gerry per gli amici.
Negli ultimi anni sta scrivendo delle bellissime pagine di sci ripido, una disciplina che sta prendendo sempre più piede e che richiede capacità fisiche e mentali altissime.
Gerry è un ragazzo umile e giovane e sta portando avanti un’esplorazione nelle Alpi Centrali cercando di lasciare le sue tracce su pareti sempre nuove.

C’è altro da dire? Forse sì, forse no. Le parole non vanno sprecate e io ne ho già usate molte.

Leggete l’intervista e, se vi va, provate a sognare. Sognate come sogna Davide dopo ogni discesa guardando la parete dietro di lui. Alla fine cosa ci resta se non un sogno?


Iniziamo dalle presentazioni (chi sei? Dove vivi? Cosa fai nella vita?)
Ciao, mi chiamo Davide Terraneo, ma tutti mi chiamano Gerry. Ho 27 anni e vivo a Cantù. Sto finendo l’università (Ingegneria Civile Strutturista presso l’Università degli studi di Pavia), sono da poco un collaboratore della rivista Skialper e amministro insieme al mio amico Emiliano il gruppo su facebook “Mercatino dello sciatore”.

Quando hai iniziato a sciare? E ad avvicinarti allo sci ripido?
Ho iniziato a sciare se non ricordo male in 4a o 5a elementare. Ho iniziato a Madesimo, sciavo molto poco a causa degli impegni che avevo con la pallacanestro, ma ad ogni anno che passava la cosa mi coinvolgeva sempre di più. A 16 anni ho iniziato (rigorosamente con sci da pista, manco sapevo cos’era il freeride) a sciare tutti i canalini del Groppera. A 21 anni la mia prima esperienza sul ripido vero è stato il Couloir Gervasutti alla Tour Ronde, me lo ricordo come se fosse ieri, era sabato 28 febbraio 2008 e avevo scarponi da pista, un paio di K2 Seth Vicious da 189 cm e i Marker Baron, le pelli non le avevo e quindi le avevo noleggiate (ovviamente piccole strette e vecchie) e a tornare poi su al Col des Flambeaux ero sfinito.
L’anno successivo ho cambiato attrezzatura alleggerendomi un po’ e l’incontro con Mattia (Varchetti) e Pietro (Marzorati) ha dato inizio ai giochi.

Davide Terraneo scende la Nord-ovest del Céngalo, con la mitica Nord-est del Badile sullo sfondo (foto Alberto de Bernardi)
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Qual è la cosa più difficile nello sciare una parete ripida?
La cosa più difficile secondo me è andare nel momento giusto. Il momento giusto è composto da due aspetti: un aspetto è legato alla parete stessa, ci devono essere le giuste condizioni climatiche e nivologiche sia sulla parete che nell’avvicinamento ad essa, e l’altro aspetto è legato alle proprie capacità psico-fisiche, che devono essere al top in quel determinato momento.

Tu e i tuoi compagni avete esplorato molto le Alpi Centrali (mi vengono in mente la discesa del Pizzo del Ferro oppure il canale nord-ovest della Forcola di Sciora): perché pensi siano così poco frequentate? Hanno qualcosa da invidiare a massicci più famosi come quello del Monte Bianco?
Le Alpi Centrali sono luoghi scomodi. Spesso si deve partire dal fondovalle con sci e scarponi nello zaino, e gli avvicinamenti non sono mai semplici. Ma penso che la scarsa presenza di informazioni su internet sia il fulcro di tutto ciò. L’anno successivo alla nostra ripetizione del canale nord-ovest della Forcola di Sciora c’è stata una decina di visite in meno di due mesi, ed è un canale che è alla vista di tutti, perché quando si passa dal paesino di Bondo è impossibile non vederlo. Noi lo abbiamo notato andando a fare scialpinismo in Engadina e dopo averlo sbinocolato un paio di volte dalla strada ci siamo andati. Per le altre due discese, la Nord-ovest del Pizzo del Ferro e la Nord-ovest del Céngalo, la musica cambia un po’. Sono linee nascoste che prevedono avvicinamenti pericolosi. Il bosco dell’Albigna con la presenza di neve è veramente un postaccio. Il ghiacciaio del Céngalo seppur piccolo è un posto abbastanza agghiacciante e unito ai crolli degli anni passati e alla parete nord-est del Badile che scarica sempre qualcosa ai primi raggi del sole, non invogliano molte persone a frequentare questi posti.

A livello tecnico e di ingaggio sono discese che non hanno nulla da invidiare a quelle del massiccio del Monte Bianco, sono ambienti selvaggi e assolutamente non frequentati nella stagione fredda. Certo, di qua ce ne sono 3 di opzioni e di là 300, basta pensare alle possibilità del solo bacino d’Argentière. Il Monte Bianco è e rimarrà per sempre il top per tutte le attività alpinistiche e lo sci. Però tutti sappiamo che è molto frequentato, c’è a chi questa cosa piace e a chi no.

Davide Terraneo, ski ripido sulla Nord-est della Grivola, subito dopo il traverso (foto Andrea Bormida)
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Sempre rimanendo nelle Alpi Centrali hai sciato la parete simbolo: la Nord del Disgrazia(prima ripetizione dopo la discesa di Bianco Lenatti). Come è nata l’idea di andare a provare quella discesa? Immagino sia stata un’avventura incredibile, è andato tutto bene o avete avuto qualche “momento no”, qualche piccolo intoppo?
La prima volta che ho sentito parlare della Nord del Disgrazia era il 2009, e stavo salendo al Piz Palù assieme ai miei amici, che mi dicevano che il gestore della Marco e Rosa (il mitico Bianco) l’aveva scesa con gli sci. Qualche anno più tardi è comparso un video su youtube di quella discesa e da allora è scattato il meccanismo in me. Ad aprile 2013, dopo aver saputo della discesa di Bruno Mottini sulla Nord del Roseg, ho iniziato subito a pensare a questa parete, che in linea d’aria non è tanto distante. Dopo due settimane con qualche precipitazione io Matteo Tagliabue (Teo Taglia) e Mattia (Mattia Varchetti), ci siamo presentati a Chiareggio alle 17.30 e come muli abbiamo raggiunto il bivacco Oggioni alle 23.30 di sera sotto una luna piena da favola e completamente soli. Un’esperienza bellissima. Il giorno dopo è filato tutto liscio, temperature e neve erano perfetti. La successiva risalita all’Oggioni e la discesa poi fino al rifugio Porro in 40 cm di neve marcia sono stati il colpo di grazia per le nostre gambe. Ma è giusto così, le cose vanno guadagnate.

Davide Terraneo sta battendo traccia sulla Nord del Disgrazia (foto Matteo Tagliabue)
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Una domanda più riflessiva… credo che il momento più bello sia guardare la parete dopo averla sciata, avere la sensazione di sentirsi al sicuro. Nonostante i rischi e le paure perché continui a sciare pareti e canali ripidi? Cosa trovi in quel momento in cui sei fuori dal pericolo e guardi le tue tracce che “dipingono” la parete?
Concordo pienamente con quello che hai scritto. Voltarsi a guardare le proprie tracce a fine discesa è probabilmente il momento più bello, non in quanto conquistatori di qualcosa, ma perché abbiamo le chiappe finalmente al sicuro. Tutte le tensioni svaniscono, come accade in tutte le avventure in montagna con i propri amici. Continuo a sciare queste pareti perché mi piace molto il gesto tecnico della curva su certe pendenze, mi piacciono le curve controllate, fatte bene, con calma e una in fila all’altra. C’è chi prova adrenalina con la velocità o con cliff e drittoni, io preferisco provarla cosi. E poi penso che sia l’anello che chiude il cerchio: scendere con gli sci dalla parete che prima si è salita con ramponi e piccozze. Per me questo è il massimo che posso avere da tutte le attività legate alla montagna.

Lo sci ripido si basa molto sul “carpe diem”, sull’aspettare il momento giusto e poi andare. Qual è l’allenamento migliore? Quando capisci di essere “pronto”?
Per l’allenamento fisico non penso ci sia un’unica ricetta. Bici corsa palestra scialpinismo va bene qualsiasi cosa, basta usare le gambe. Per l’allenamento psicologico trovo molto aiuto nell’arrampicata (visto che non si può sciare tutto l’anno purtroppo), che mi aiuta sempre a mantenere la calma e la concentrazione. Poi nella prima curva si è sempre abbastanza impietriti, anche con tutto l’allenamento al mondo. Le prime volte faticavo tanto a passare dall’assetto di salita a quello di discesa, perché magari stai quattro ore con uno scarpone largo che poi subito dopo diventa stretto oppure agganci gli sci, hai pellato per ore alzando il tallone e adesso il tallone è fisso, e subito ti trovi a fare una curva su un pendio ripido ed esposto senza riscaldamento. Sono cose che magari che dall’esterno sembrano banalità invece possono creare dei problemi se non si è un po’ abituati. Non amo mai a inizio stagione partire sempre con discese difficili, mi piace arrivarci gradualmente verso aprile-maggio. Ma questo è un mio “difetto”, a ogni stagione ci metto sempre un po’ a carburare.

Davide Terraneo (a ds) fuori dalla funivia (Entrèves), con Mattia Varchetti dopo la discesa della Nord della Tour Ronde
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Hai avuto dei “miti”? dei personaggi che ti hanno ispirato?
Io penso che i miti nella vita siano i pionieri (e non vale solo per la montagna). Poi sono capaci tutti di imitare e scopiazzare. I veri miti sono quei personaggi famosi degli anni ‘70 e ‘80 che noi tutti conosciamo, senza citarne nomi e cognomi. I personaggi che mi hanno ispirato non sono di certo loro. Vedere foto di Stefano De Benedetti che scia la Delmastro-Pol sulla Nord-ovest della Roccia Viva più che ispirare, crea terrore. Nell’estate 2006 mi è capitato di stare a Courmayeur qualche giorno e volevo salire con le funivie sul Bianco a fare il turista. Guardando gli orari delle tariffe sul sito internet delle funivie, mi sono imbattuto in foto spettacolari di canali, ecc. Erano i ragazzi di snowhow. it, Davide, Francesco, Jimmy e Stefano. Loro sono stati la mia ispirazione. Loro che sciavano quei canali che tanto mi ricordavano quelli del mio Groppera. È da lì che è nato tutto ed è per questo che poi le prime uscite sono avvenute in quel massiccio.

Quali sono i tuoi prossimi progetti, hai altri sogni in particolare?
Uno c’è l’ho ma non te lo posso dire… Scherzi a parte, purtroppo in questo sport viviamo di sogni che non dipendono solo da noi. Per quanto possiamo allenarci e dedicarci alla disciplina, certe volte ci vuole qualche botta di fortuna da parte di Madre Natura. Ma l’importante è sciare. Quest’estate con diversi amici sono andato più volte ad Alagna, ho preso la funivia, e mi sono fatto dei bellissimi giri verso la capanna Margherita e le varie cime li intorno, in totale armonia (l’ultimo il 23 di agosto). Mi sono divertito tantissimo e penso che lo rifarò più che volentieri.

In questo periodo un tema caldo è l’eliski, che opinione hai a riguardo? E riguardo alla nuova legge che prevede obbligo di ARTVA-pala-sonda?
La mia posizione in tema eliski è la seguente: non pratico eliski e non mi dà fastidio fare scialpinismo e sentire un elicottero nei paraggi. Certo ci vogliono delle regole ferree, e non all’italiana, per gestire la faccenda. Non è un tema facile e non penso che questo sia il luogo adatto per parlarne.

Per la legge sugli ARTVA, ecc., idem come sopra. Va affrontata in altre sedi e non mi sento di esprimere un mio giudizio nero su bianco in un’intervista.

Monviso – Couloir Coolidge, Davide Terraneo appena sotto la Corda molla (foto Matteo Tagliabue)
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Il numero degli sciatori “ripidi” è aumentato notevolmente negli anni, su alcune discese del Monte Bianco si contano spesso decine di sciatori (mi viene in mente la Mallory): è migliorata la tecnica o sono migliorati gli sci che permettono a sempre più persone di poter osare discese al limite?
Il vero problema del sovraffollamento è nato da facebook e i vari siti dove si recensiscono le gite. Sono loro a causare queste cose, che a mio giudizio sono inconcepibili. Non penso che in 4-5 anni la gente abbia imparato a sciare meglio. La tecnica non è migliorata, anzi è peggiorata. Anche qua è successo la stessa cosa con il fuoripista e lo scialpinismo, con attrezzature più facili, leggere e performanti sono arrivati un po’ tutti, anche chi non ha una tecnica adeguata. La differenza con l’arrampicata è che chi non ha una tecnica adeguata o il grado, certe vie non le farà mai. Qua le cose non stanno cosi, c’è molta gente, anche famosa, che si cimenta in discese che non sono minimamente alla sua portata… eppure arriva in fondo sulle proprie gambe. Penso in generale che tutte le attività in montagna siano svolte al giorno d’oggi da molte persone con troppa superficialità, leggerezza e poco rispetto.

Ti senti più vicino al mondo del freeride o ti senti di più un alpinista? La “conoscenza alpinistica” aiuta nel ripido?
Mi sento sciatore. Che sia freeride o skialp o ripido va sempre bene tutto… basta che non sia fondo! Certo bisogna anche essere alpinisti per affrontare pareti con un certo margine di sicurezza, ma non è strettamente necessario. Io ho iniziato ad arrampicare proprio per questo (e adesso mi piace molto a differenza di anni fa). Mi sono avvicinato alla montagna con gli sci e poi mi sono completato con tutto il resto.

Quale pensi sarà il futuro di questo sport? Alcuni stanno mischiando la velocità e la fluidità del freeride al ripido (Sam Anthamatten, Xavier de la Rue) pensi sia possibile su ogni parete?
E’ uno sport senza futuro, dato che già il limite massimo è stato raggiunto dai pionieri e già Toni Valeruz ha inserito il concetto di velocità nelle sue discese.

Anthamatten è un alieno. Già prima che uscissero gli ultimi film girava (e gira ancora) un video dove scia la Nord del Breithorn con una sicurezza e una padronanza mostruose. La cosa poi si è evoluta ed è sfociata in questo tirar linee sul ghiaccio e seracchi che personalmente non mi piace. Come non mi piace lo stile di De la Rue, alla fine arriva in cima e sceglie le gite affidandosi alle competenze di altri e questo vuol dire togliersi una bella fetta di lavoro sporco. Poi anche lui è un alieno a livello tecnico e questo non si discute, ma per me conta di più lo stile di come si affronta tutto, salita, discesa ma soprattutto la programmazione dell’itinerario.

Davide Terraneo in partenza all’alba per la discesa della Nord del Disgrazia, dietro è il bivacco Oggioni. (Foto Matteo Tagliabue)
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Un’ultima domanda: una volta le pareti venivano sciate con la neve dura, primaverile. Adesso molti aspettano la neve fresca. E tu? La neve fresca non comporta maggiori rischi?
Ho fatto discese sia con polvere profonda sia su neve molto dura. Il rischio di sluff, placche e accumuli quando c’è molta neve è un problema serio. Se uno sluff di neve ti prende su pendenze elevate ti tira giù, non ci sono storie. Sciare su neve morbida aiuta un po’ di più dal punto di vista psicologico, ma se uno sa curvare sulla moquette curva benissimo anche sul duro. In genere a nord si trova sempre neve più bella, ma quando si affrontano le altre esposizioni, bisogna tener conto che si troverà della neve trasformata, dura, crostosa, ecc. Quindi bisogna saper affrontare anche questo tipo di nevi. Per i miei gusti personali la neve migliore è la polvere pressata, o in primavera quei 4-5 cm di neve rigelata, ammorbidita poi al mattino dal sole.

E ora permettimi, caro Giacomo, di approfittare di questa chiacchierata per ricordare Matteo Tagliabue ed Enrico Broggi, scomparsi tragicamente in Perù il 30 maggio 2014.

Enrico era un ragazzo buonissimo, disponibile e simpatico. Non l ‘ho mai visto una volta arrabbiarsi con nessuno, aveva sempre il sorriso sulle labbra e la sua casa era sempre aperta a tutti. L’ho conosciuto tardi e non abbiamo condiviso molto insieme, ma la sua bontà mi ha subito colpito. Teo… Teo… Teo per me era più di un fratello, se fosse stato donna evidentemente saremmo già sposati (e anche divorziati). La montagna è venuta solo dopo tra di noi, il liceo, le vacanze insieme d’estate, le feste in piscina da imbucati e le discoteche, ne abbiamo combinate di tutti i colori. L’alpinismo ci ha unito ancora di più e in quasi tutte queste avventure è stato mio compagno. Non penso che ci sarà un’altra persona al mondo che potrà mai colmare il vuoto che ha lasciato in me. Ciao Teo, ciao Enrico, ciao amici miei.

LISTA DI ALCUNE DISCESE di DAVIDE Gerry TERRANEO:
Monte Bianco, Tour Ronde – parete nord.
Arolla, Pointe de Vignettes – couloir est
Forni, Gran Zebrù – canale delle Pale Rosse
Val di Susa, Rocciamelone – parete sud
Brenta, Cima Tosa – canalone Neri
Orobie, Pizzo di Coca – parete ovest
Mont Velan – couloir Centrale
Presanella – parete nord, via Grandi
Busazza – parete nord, via Pfeiffer Reif
Bondasca, Forcola di Sciora – canale nord-ovest, prima ripetizione
Bondasca, Pizzo Céngalo – parete nord-ovest, probabile prima salita e prima discesa in sci
Monte Disgrazia – parete nord, prima ripetizione
Albigna, Pizzo del Ferro Orientale – parete nord-ovest, prima discesa in sci
Monviso – couloir Coolidge Integrale (una sola doppia)
Gran Paradiso – parete sud, Stairway from Heaven
Becca di Gay – parete nord, prima ripetizione
Grivola – parete nord-est, Via Crétier
Monte Rosa, Lyskamm Orientale – parete nord, via Neruda/Welzenbach

Davide Terraneo a bomba nel canale nord-ovest della Sciora con Badile e Céngalo sullo sfondo (foto Matteo Tagliabue)

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Meglio freeride che fuoripista!

Qualche considerazione su queste due parole oggi all’attenzione del pubblico: freeride e fuoripista.

Lo spunto a questo tema mi è stato offerto dal bell’articolo di Giulio Caresio su Planet Mountain, “Torniamo a sorridere dicendo freeride”, cui rimando per maggiori dettagli e per l’intervista a Nicolas Hale-Woods.

1. Leggerezza non significa superficialità
Essere giovani, pieni di vita e scanzonati ha sempre suscitato molta invidia nel cittadino medio, così tanta da far scuotere la testa e dire che “ai miei tempi queste cose erano inammissibili…”. Questa condanna apparentemente morale nasconde solo l’invidia per la libertà che quei ragazzi hanno. E se trasportiamo la cosa in montagna, ecco i freerider, vestiti colorati, street, apparentemente menefreghisti perché isolati nei loro clan farciti di slang: anche loro sono visti dallo sciatore e dall’alpinista medio come marziani che danno un po’ fastidio, che dissacrano le vecchie tradizioni e che sono insensibili alle norme.
MeglioFreeride-3106Ciò che colpisce in questi giovani è la leggerezza, contrapposta al rigido sapere scialpinistico. Gratta gratta scopri che anche quella è una maschera, perché dietro ai più bravi (e non solo a quelli) scopri anni di preparazione, di dedizione, di capacità di auto-soccorso, tutto mascherato da pretesa ignoranza. Loro vogliono fare la loro strada, la loro esperienza. Non riconoscono il nostro codice. Chi siamo noi per giudicare se ci fermiamo all’apparente superficialità?

2. Il rischio residuo c’è sempre
Per quanta esperienza uno possa avere, per quanto documentato e attrezzato sia, non esistono la salita e la discesa sicure al 100%. Se si parla poi di neve, di grado di pericolo, ecc. non esiste strumento che possa dare una valutazione precisa per ogni metro quadro di superficie nevosa. Ci affidiamo alla statistica, alla probabilità. E poi all’esperienza e all’intuizione, unite a prudenza. Riduci, riduci, ma non arriverai mai a rischio pari a zero.

3. Il clima è diverso da un tempo?
Può darsi, ma le slavine e le valanghe ci sono sempre state, semplicemente c’era meno gente disposta ad affrontare i pendii per un divertimento che nel XIX secolo ancora non c’era. Invece nel secolo XX (e non parliamo del XXI) di gente ce n’era proprio tanta e non tutti avevano e hanno capito cosa vuole dire mettere gli sci ai piedi e affrontare una montagna o un pendio di neve non battuta. Il clima è quello che è, la neve può avere mille classifiche diverse, altro che i modelli che per comodità teorica abbiamo accettato! Non è sperando nel tempo di una volta che eviteremo disgrazie, è accettando pienamente quello di oggi.

4. Differenza tra freeride e fuoripista
Abitualmente con la parola fuoripista si intende lo scendere pendii innevati (boschivi e non) da una sommità, raggiunta con un mezzo a fune, lungo percorsi in cui la neve non è stata battuta e in ogni caso a breve distanza dalle piste.
Coloro che normalmente praticano sci in pista guardano con una punta d’invidia i “matti” che invece scendono al di fuori: guardali una volta, poi due… alla fine si incuriosiscono e, provata una discesa e le inevitabili cadute in neve fresca, si convincono che per uscire dal battuto sia sufficiente comprare gli sci larghi e colmare un po’ di gap tecnico.
Niente di più sbagliato!
Il freeride è a un gradino ben più alto nella scala evolutiva: si cercano i pendii, i canaloni, i percorsi d’impegno e di soddisfazione, più o meno difficili, più o meno spettacolari. Come ogni sport outdoor in ambiente “non protetto”, è una disciplina che richiede preparazione a tutti i livelli, spesso con l’aiuto di grandi esperti o professionisti. Non basta essere dotati di ARTVA, pala, sonda e magari anche air-bag… occorre saper praticare auto-soccorso e conoscere la montagna.

5. Conviene voler diventare freerider!
Dunque, per conoscere la montagna e le sue insidie, per sapere come si soccorre l’amico, è necessario praticare corsi o lezioni. E qui dobbiamo denunciare la povertà dell’offerta in Italia. Siamo ricchi di proposte di scialpinismo, poverissimi di corsi di freeride. Ma, a costo di andare all’estero, è necessario sottoporsi a queste “scuole”.

Dice Nicolas Hale-Woods: “Oggi in Svizzera (non lo sostengo io, ma una statistica ufficiale del Club Alpino Svizzero) abbiamo circa lo stesso numero di morti per valanga di trenta anni fa, mentre il numero stimato di persone che vanno fuoripista è almeno dieci volte tanto. Perché? Il numero è stabile grazie al fatto che sempre più spesso la gente che finisce sotto le valanghe viene tirata fuori dai suoi compagni. Sappiamo che 15 minuti sono il limite temporale oltre cui la possibilità di sopravvivere diminuisce drasticamente, quindi un soccorso immediato operato da chi ti accompagna è la cosa migliore”. E occorre quindi che il gruppo non scenda assieme, ma ciascuno alla giusta distanza.
Insomma la differenza tra freerider e fuoripista è la stessa che potrebbe esserci se accostassimo “arrampicata” con “fuorisentiero”: questa è una specialità che non esiste, ma che potrebbe anche essere creata in futuro, magari declinandola all’inglese (off-path? of-trail?). Ad essa appartengono già cercatori di funghi e di stelle alpine.

6. Effetto Tomba sull’Italia
Il fatto che in Italia l’offerta scuole freeride sia insufficiente è osservata anche da Nicolas Hale-Woods , il quale attribuisce questo ritardo nientemeno che ad Alberto Tomba. La forte popolarità del grande campione avrebbe infatti determinato nel nostro paese la moda sciatoria di almeno una generazione, se non di più.

7. Auto-Soccorso
Dopo aver frequentato un corso di freeride, oltre che allenarsi regolarmente, occorre praticare con regolarità l’esercizio all’auto-soccorso. Siccome è fondamentale la velocità di esecuzione, occorre che tutte le manovre, ricerca, scavo, recupero e primo soccorso siano fatte in velocità e con precisione. Non basta saperlo fare, bisogna saperlo fare bene e veloci. Senza panico e con automatismo istintivo.
Se, invece di produrre divieti a manetta, impianti e autorità predisponessero aree (come succede Oltralpe) di allenamento per le ricerche in valanga, si farebbero passi enormi in avanti: magari si colmerebbe il gap che oggi in Italia abbiamo con Francia, Svizzera e Austria.

MeglioFreeride-6526-freeride8. Piste monitorate
Già la percorrenza di decine o centinaia di sciatori e snowboarder al giorno di itinerari fuoripista significa avere in breve tempo il percorso battuto e quindi quasi non si può più parlare di fuoripista. Ciò non toglie che sia utile esercitarsi su un terreno del genere.
Alcune stazioni, specie all’estero, provvedono di minare certi percorsi, con ciò ottenendo l’addomesticamento di quella discesa e rinviando il problema di “formazione esperienziale” ad altro terreno. Ci si può convivere, ma è assolutamente necessario che chi s’ingaggia nelle discese sappia perfettamente se sono state “trattate” o meno.

9. La libertà è tale solo se responsabile
C’è sempre qualcuno che pensa di essere superiore, sotto sotto convinto di essere dotato di una certa immortalità innata, oppure convinto di essere più bravo, perfino più veloce della valanga come ha visto in certi film. Qualcuno confida nel vago stellone personale, qualcuno ritiene, in evidente stato di “overconfidence”, che l’essere passato di lì centinaia di volte voglia dire essersi guadagnati l’invulnerabilità. Qualcuno dice “se son passati quelli là lo posso fare anch’io… anzi lo devo fare anch’io…”. Qualcuno infine ha un programma da rispettare (tipo certe uscite dei corsi di scialpinismo, magari già rimandate due volte per brutto tempo…).
Sono tutti filtri mentali sulla presenza dei quali invece si dovrebbe riflettere molto, distinguendo ciò che è sicuro sapere da ciò che è transitoriamente fallace. Lì è la responsabilità che ci assumiamo, nella coscienza tranquilla di aver fatto la scelta giusta dopo essersi ascoltati a fondo ed aver eliminato i filtri.

10. Gli incidenti “stupidi”
Di solito per stupido s’intende l’incidente che si poteva evitare. Col senno di poi? No, con quello di prima. Quando non si ha esperienza, quando c’è un grado di pericolo 3 o più, quando ci sono i cartelli di divieto o le ordinanze ma nulla si sa del loro perché, quando il nostro proprio “io” inflaziona la nostra coscienza… quando siamo tentati di sperimentare, con il sottile equilibrio tra il galleggiare e l’affondare nella neve polverosa, quell’equilibrio che invece dovrebbe già essere dentro di noi… beh, in questi casi non si può parlare di scelta responsabile.

11. La rinuncia
Occorre convincersi che la rinuncia è uno dei coefficienti essenziali al grado di libertà di cui tutti vorremmo disporre. La rinuncia è “irrinunciabile”. Se solo uno del gruppo esprime qualche dubbio, se solo si avverte un vago senso di disagio, considerare l’opzione rinuncia è salutare. Considerare quest’opzione non vuole dire obbligatoriamente rinunciare. Vuole dire concentrarsi di più.
Occhio ai segni!

12. Divieto vs Formazione
In conclusione non ci si improvvisa freerider, ma è meglio voler essere freerider che incallirsi nel fuoripista (né carne né pesce).
I divieti indiscriminati del fuoripista e del freeriding non hanno senso. Chi è esperto e responsabile se ne andrà in altri luoghi, in ogni caso non rinuncerà semplicemente per un divieto. La pratica del fuoripista e del freeriding è normale in altri paesi, e anche da noi comunque non esiste stazione sciistica che non la pubblicizzi con depliant e filmati.
Il divieto è il mezzo più semplice per perpetuare la tendenza ormai purtroppo invalsa nella nostra società sedentaria e sicuritaria di esprimere giudizi positivi solo su ciò che è estremamente sicuro e di negare il diritto dell’individuo a responsabilizzarsi. Un divieto infatti dichiara a priori l’insicurezza di una zona, condanna e sanziona la disobbedienza e trasferisce sull’autorità le scelte che dovrebbero essere solo nostre (se vogliamo essere individui completi e non solo consumatori). Il divieto impedisce cultura, educazione, intelligenza e responsabilità. In definitiva il divieto nega il libero pensiero oltre che il libero transito: e chiudere le strade al pensiero è sempre stato negativo per tutte le civiltà.

3 febbraio 2014

MeglioFreeride