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Un’intervista del 1990

Sono passati quasi ventisei anni da questa intervista e qualcosa è cambiato sul fronte dell’ambientalismo montano. C’è meno fiducia nelle associazioni (almeno in quelle nazionali) e c’è qualche risultato in più per ciò che riguarda i rifiuti. Almeno questo risultato l’abbiamo ottenuto: cambiare le coscienze nella gestione di ciò che rifiutiamo. Con il rischio di avere un mondo asettico.

Sono cambiato pure io, perché ora ritengo che a un certo punto della nostra vita, dobbiamo tutti domandarci: – Quanta spazzatura è in me?
Inabissarsi nella voragine nostra interiore alla ricerca dei propri rifiuti profondi è l’unico antidoto alla malattia di un pensiero raziocinante e sociale che vuole un mondo asettico. Il pensiero, dove ha appena spazzato e disinfettato, sporca già solo con il proprio passaggio. Che sia orizzontale o verticale.


Un’intervista del 1990
di Gianni Sartori

Per la serie “un altro alpinismo era possibile?” ho ripescato questa antica intervista ad Alessandro Gogna risalente a un incontro pubblico con Mountain Wilderness a Predazzo. Alessandro parlava per conto dell’associazione, ed era il luglio 1990.

Naturalmente lo conoscevo di fama e per aver letto il suo Un Alpinismo di Ricerca, ma fu una piacevole scoperta confrontarsi con la sua coscienza ambientalista (e, da quanto mi disse in seguito, non solo in Montagna: andava regolarmente a lavorare, nella sua casa editrice milanese, la Edizioni Melograno, in bicicletta). Non so se nel frattempo abbia cambiato qualche idea, se sia arrivato a qualche compromesso con il sistema di sfruttamento delle montagne che le sta trasformando da un lato in parco-giochi dall’altra in discarica (anche, o soprattutto, esistenziale…). In ogni caso il valore di questa testimonianza rimane, a mio avviso, esemplare per coerenza e radicalità. Alessandro Gogna ha recentemente organizzato (ricordo che siamo nel 1990, NdA) Free K2, la prima spedizione internazionale, voluta e organizzata da Mountain Wilderness, per liberare il K2 dalle tonnellate di rifiuti e dai chilometri di corde fisse che ne umiliano il fascino. Nonostante i molteplici impegni, il grande alpinista si rivela disponibile, gentile. Data l’ora piuttosto tarda, premette soltanto che avrebbe intenzione di cercar di dormire almeno un paio d’ore. Lo aspetta infatti una levataccia. Domani alle quattro (del mattino) parte per le Tre Cime di Lavaredo dove Mountain Wilderness ha in programma l’ennesima azione dimostrativa contro la strada a pedaggio. E precisa: “Contro la strada in quanto tale, indipendentemente dal pedaggio”. Che fare contro questo degrado galoppante? In che modo i sinceri amanti della Montagna si possono opporre alla distruzione dell’ambiente alpino? Alessandro Gogna insiste su un concetto che poi riprenderà varie volte nel corso della chiacchierata: occorre innanzitutto “dare una svolta, invertire l’attuale tendenza sperando di arrivare a toccare la mente e il cuore di quanti dicono di amare la Montagna e la Natura”. Mountain Wilderness è un’associazione internazionale che riunisce alcune migliaia di alpinisti ed escursionisti di Grecia, Francia, Italia, Catalunya… in difesa delle Alpi, dell’Olimpo, dei Pirenei. Alessandro racconta di aver trovato un alto grado di coscienza ambientalista tra i catalani. Del resto ve ne sono molti anche tra i militanti di Greenpeace (di cui Mountain Wilderness sembrerebbe essere un po’ l’omologo montano), proprio tra quelli impegnati negli arrembaggi dimostrativi contro i navigli intenti a scaricare in mare rifiuti tossici o contro le baleniere attrezzate per massacrare inermi cetacei in via di estinzione.

Suscita preoccupazione in particolare la rapidità con cui stiamo distruggendo e violentando le Alpi, dove è quanto mai urgente “difendere tutto quello che c’è ancora da difendere”. Le minacce per l’ambiente alpino sono molteplici. Vanno dal degrado ambientale genericamente inteso alle piste da sci; dalle nuove strade al dilagare del cemento; dall’uso indiscriminato di mezzi meccanici (auto, elicotteri, moto…) alle tonnellate di rifiuti abbandonati dagli escursionisti, fino alle vere e proprie discariche in prossimità di rifugi, bivacchi, stazioni delle seggiovie. Gli chiedo in che cosa consista l’iniziativa programmata per il giorno successivo, alle Drei Zinnen. “Quella prevista per domani – mi spiega – è per noi una scadenza molto importante. Assieme all’organizzazione degli ambientalisti ladini, S.O.S. Dolomites, abbiamo indetto una manifestazione contro la strada che dal Lago di Misurina va al soi-disant “Rifugio” Auronzo. Attualmente si calcola che in soli due mesi, quelli di maggior afflusso, venga percorsa da 80.000 (ottantamila!) auto. Cercheremo di occupare la sede stradale dalle sette in poi e cercheremo, discutendo e volantinando, di spiegare alla gente le ragioni della nostra iniziativa”. Per la cronaca: il giorno dopo Alessandro e compagni sono stati presi in contropiede dalle autorità che, astutamente, hanno provveduto a chiudere (solo temporaneamente, chiaro) la strada. Domando quali siano state le iniziative precedenti di questa dimostrazione contro “l’autostrada di Lavaredo”. “Tra quelle che hanno suscitato maggior scalpore vanno ricordate senz’altro l’iniziativa per ripulire la Marmolada e la spettacolare azione diretta sul Monte Bianco contro la Funivia dei Ghiacciai”. Inoltre, sempre in collaborazione con S.O.S. Dolomites, Mountain Wilderness ha caldamente contestato il cosiddetto 200° anniversario della “scoperta” delle Dolomiti. Per Gogna il 200° anniversario è stato un significativo esempio di come la provincia di Trento consideri iniziative culturali quelle che in realtà contribuiscono a ridurre l’ambiente dolomitico alla stregua di un Luna-Park, a un immenso e grottesco “divertimentificio”. I finanziamenti potevano venir usati molto più intelligentemente per arginare il degrado, per recuperare testimonianza delle autentiche tradizioni culturali dell’area dolomitica. Della stessa opinione sono i Ladini, l’antico popolo di queste montagne. Ecco quanto scrivevano in un manifesto firmato Ambientalis Ladinus de la Dolomites: “A 200 anni dalla scoperta di Dolomieu, le amministrazioni provinciali e locali di Trento, Bolzano e Belluno festeggiano le Dolomiti a parole mentre, anno dopo anno, le distruggono coi fatti. Le Province Autonome di Trento e Bolzano permettono e spesso finanziano la continua costruzione di nuovi impianti di risalita, di piste da sci e strade con forte impatto ambientale, di ampi parcheggi in quota, ecc. La regione Veneto addirittura li realizza in proprio mediante la Canal Grande S.p.A. “Anche da parte degli alpinisti – precisa Gogna – esistono comunque delle colpe specifiche. In sostanza la comunità degli alpinisti dovrebbe considerarsi responsabile di quanto sta avvenendo tra le nostre montagne. Dovrebbe riconoscere i problemi che magari involontariamente ha provocato all’ambiente alpino, pubblicizzando e spettacolarizzando, con l’obiettivo di partenza del solo far conoscere la montagna”.

Ghiacciaio della Marmolada, alla ricerca del polietilene espanso (1988)
Ghiacciaio della Marmolada, alla ricerca del polietilene espanso
E continua: “E’ anche “merito” degli alpinisti se interi gruppi montuosi hanno perso la loro aureola di fascino, di mistero…”. Ma almeno, si spera e si presume, alpinisti ed escursionisti si arrampicano, camminano, sudano insomma. E il sudore, come è noto, diversamente dal gasolio e dalla benzina, non inquina. Per quelli di Mountain Wilderness bisognerebbe imparare a saper distinguere tra una esperienza vera e una esperienza falsa, mercificata, che si può comprare preconfezionata. Sempre sul Monte Bianco, Gogna ricorda il via vai continuo e ossessivo degli elicotteri impegnati a girare spot pubblicitari riprendendo questo superbo archetipo di freschezza, candore, vacanze invernali, ecc. Immagini di sicuro rendimento dal momento che si prestano a pubblicizzare le mentine come i pannolini, l’acqua minerale come gli assorbenti, i detersivi come la D.C. (l’intervista risale al 1990, ricordo, e c’era ancora l’odiosa Democrazia Cristiana, NdA).

La Marmolada, vetta più alta dell’area dolomitica, venne chiamata “La Regina”. Al ghiacciaio del versante settentrionale fa da contraltare la vertiginosa parete calcarea del lato meridionale; un bastione roccioso lungo alcuni chilometri e alto fino a 900 metri. Oltre che di fondamentali imprese alpinistiche fu teatro di aspre battaglie nel 1915-1918. Oggi è diventato lo scenario di un indecente degrado ambientale che sembra non volersi più arrestare. Lungo i percorsi si potrebbero raccogliere barattoli a quintali ma questo in fondo è un male minore se pensiamo a cosa scorre nelle viscere del non più incontaminato ghiacciaio. Chi ha fatto la sconsigliabile esperienza di cadere in un crepaccio nel periodo estivo (quando può passare parecchio tempo senza che una provvidenziale nevicata intervenga a imbiancare) può confermarlo. Magari ne sarà uscito indenne grazie alla prontezza di spirito dei compagni di cordata, ma sicuramente “onto” da far schifo; ricoperto da smog, catrame e robaccia del genere. Se l’emozione del momento gli avrà consentito di dare un’occhiata disincantata sul fondo avrà avuto modo di scorgervi inequivocabili chiazze di idrocarburi. Provare per credere! L’operazione “Marmolada Pulita” (tra luglio e settembre 1988) non era senza precedenti. Già negli anni Settanta un gruppo di volontari si era “fatto carico” (in tutti i sensi) di riportare a valle decine e decine di sacchi di spazzatura. Tutta roba raccolta nei pressi del Bivacco Dal Bianco. A tale proposito ci sarebbe da segnalare un fatto che la dice lunga sul livello di coscienza dell’alpinista medio. Gogna racconta che dietro la porta del bivacco c’era un avviso che invitava i “signori alpinisti” a gettare i rifiuti nel canalone ovest (dove erano meno visibili) invece che in quello est, come avveniva regolarmente. Intervento personale: osservo che l’indicazione “RIFIUTI” con relativa freccia per indicare il crepaccio, l’inghiottitoio o la dolina dove lasciare impunemente i propri rifiuti è ancora assai diffusa; dai Bivacchi delle Pale di San Martino al Becco di Filadonna, dai rifugi del Sella alle pendici dei colli di Lumignano. Esempio macroscopico, quest’ultimo, di quali conseguenze deleterie può comportare per un ambiente naturale particolare la sua “valorizzazione” alpinistica.

Torniamo alla Marmolada. Quella dell’88 venne definita “una faticaccia, ma per fortuna siamo stati assistiti dal tempo”. Ci sono voluti alcuni voli con l’elicottero (“con il senno di poi – commenta Gogna – si sarebbero potuti utilizzare i muli”) per portare a valle l’ingente quantità di “scoasse” raccolta dai volontari. Oltre a quello del trasporto resta aperto il problema dello smaltimento dei rifiuti. “Sarebbe una buona cosa poter adottare in futuro la raccolta differenziata” afferma l’eco-alpinista. Infatti i militanti di Mountain Wilderness sono consapevoli che questo è solo un aspetto del problema ben più vasto e complesso; che non basta certo ripulire qualche canalone per dire di aver risolto la questione dell’inquinamento. “D’altra parte bisogna pur cominciare, in un modo o nell’altro. Noi cominciamo da ciò che ci è più congeniale, da quello a cui ci sentiamo più legati, dalle montagne. Cominciamo dall’alto…”.

Marmolada, vallone d’Antermoia, 1988 (i rifiuti sono stati rimossi solo nel 2000)
Marmolada, vallone d'Antermoia, 1988

Sulla Marmolada Gogna e compagni verificarono come dagli scarichi della terza stazione della funivia fuoriuscissero mediamente 300 (trecento) litri giornalieri di una broda liquida costituita da acqua, scarichi di fogna, oli esausti, materiali petroliferi vari… pensate a cosa devono aver prodotto e scaricato vent’anni di ininterrotta attività della funivia. C’è, ben visibile, una striscia marrone larga 15 metri che solca tutta la parete sotto la terza stazione. In fondo poi si trova la discarica vera e propria. Qui lo schifo del consumismo si mostra in tutto il suo splendore. L’anno prima la discarica era già stata in parte ripulita da un gruppo di veneziani che si erano portati via qualcosa come 150 carichi. La quantità dei rifiuti comunque restava ancora enorme. Per una ulteriore indagine gli “aspiranti spazzini” hanno utilizzato la via dell’Ideale che risale lungo la parete e viene attraversata varie volte dal colatoio di liquame. Per “scrostare” dalla parete i rifiuti incastrati è intervenuta anche la Guardia di Finanza, le “Fiamme Gialle”. Naturalmente restano ancora appiccicati il petrolio, gli oli esausti minerali, ecc. “Devo dire che in questa circostanza, in questa battaglia ci siamo sentiti particolarmente soli. Abbiamo volantinato, cercato di coinvolgere la gente, gli utenti della funivia… ma quasi tutti se ne fregavano. Forse è proprio vero che in fondo amano di più la montagna quelli che non ci vanno”. Naturalmente non bisogna dimenticare che anche il lago artificiale (il Fedaia) e la relativa strada carrozzabile hanno alterato il microclima della Marmolada. Ma questo è ancora niente: un po’ dovunque il terreno roccioso è stato spianato per aprire piste da sci. Se il fondo della pista è piatto la neve dura di più e quindi le ruspe sono entrate in azione per eliminare le cunette e le asperità tipiche di un terreno calcareo carsico. Quello che ora si può “ammirare” è una specie di omogeneo deserto. Invece del caratteristico carsismo di superficie abbiamo delle vere e proprie ferite, strazianti da vedere e impossibili da rimarginare. Oltre alle ferite inferte all’estetica bisognerà considerare anche quelle di natura strettamente geologica. Su questo problema stanno indagando alcuni geologi di “Aquila Verde” legati a Mountain Wilderness. Come se non bastasse, per garantire ai turisti la pratica dello sci estivo, si sprecano risorse preziose. E’ incalcolabile la quantità d’acqua che viene sprecata con lo scioglimento della neve provocato dall’uso indiscriminato di sostanze sparse sulla superficie per renderla più “sciabile”. Anche questo, insieme all’azione dei gatti delle nevi, contribuisce a degradare ulteriormente il ghiacciaio.

Naturalmente Gogna e gli altri ambientalisti non hanno trascurato di occuparsi del famoso polistirolo espanso immesso nei crepacci. Come è stato accertato, fino a qualche anno fa c’era l’abitudine di riempire qualche crepaccio terminale con enormi quantità di polistirolo e poi far saltare con una piccola carica di esplosivo i bordi, così da coprire tutto e “far spessore”. Adesso il polistirolo percorre gli oscuri meandri sotterranei del ghiacciaio. Prima o poi tutto verrà risputato fuori, ma intanto, si rammarica quel sentimentale di Alessandro Gogna “niente è più come prima, l’incantesimo è rotto”.

Un’altra spiacevole sorpresa li attendeva nel Vallone d’Antermoia. Anche questo era stato trasformato in discarica abusiva. Dalla stazione della funivia Serauta scende un lungo tubo nero che riversa la solita brodaglia immonda. Nel canalone sottostante la prima stazione l’Amministrazione della funivia aveva evidentemente ritenuto di poter gettare di tutto, impunemente. Il canalone per tutta la sua lunghezza di circa duecento metri era completamente intasato da materiali eterogenei. Per una profondità che varia dai due ai tre metri. Questa discarica vera e propria si estende per circa 250 metri. Uno spettacolo apocalittico, circondato da pareti di roccia. Per altri 2-300 metri si continua a rinvenire materiale sparso; fino al limitare del bosco, dove è stato fermato dagli abeti; almeno per ora. “Qui finalmente abbiamo rinvenuto ingenti quantità del famigerato polistirolo. Evidentemente, dopo che la notizia del suo impiego come “riempitivo” ha cominciato a circolare, hanno ritenuto opportuno sbarazzarsene per la via più spiccia”. Gogna ha personalmente esplorato il canalone intasato di immondizie e rottami insieme a Reinhold Messner: “Abbiamo risalito e fotografato per un lungo tratto, finché non ci siamo resi conto del precario equilibrio del materiale incastrato e sospeso. Se cominciava a franare sarebbe venuto giù tutto; e noi con lui”. A questo punto comunque cominciavano a convincersi che quello di cui c’era maggiormente bisogno “non era un’azione di pulizia, ma piuttosto un’azione di polizia”: In effetti, grazie alle iniziative di Mountain Wilderness, c’è stata un’indagine della Pretura di Agordo in merito alle discariche della Marmolada e sulla faccenda del polistirolo. “Ma – commenta amaramente Gogna – è stata un’indagine pilotata”. Alessandro & C. si sono quindi premuniti. Lo schifo è ben documentato da centinaia di fotografie. Ironizza pure: “Tra l’altro ho scoperto che fotografare discariche è una cosa difficilissima, ma sto facendo pratica”. Ci tiene comunque a precisare che in fondo i rifiuti non sono nemmeno la cosa più grave. Si possono raccogliere, eliminare, riciclare… anche se poi tutto ritorna come prima. Prima di tutto bisogna opporsi all’idea che la Montagna sia qualcosa che si può comprare come al supermercato; opporsi anche all’idea di chi “la divide in due, per cui la parte bassa sarebbe meno interessante, da tagliare con la funivia così da arrivare subito e senza sforzo in alto. E’ un inganno di chi vende una immagine fasulla della montagna. Senza la parte bassa non ci sarebbe nemmeno quella alta”. Non si giudichi frettolosamente quest’ultima affermazione come banale o scontata. Fatta da uno come Gogna che la “parte alta” può dire di conoscerla come pochi è senz’altro degna di considerazione. Meditate. Del resto basta stare a osservare il comportamento di chi è arrivato sulla cima con le proprie gambe rispetto a quelli saliti in funivia (o in auto, quando c’è la strada). Con ogni probabilità troverete tra questi ultimi gli esuberanti raccoglitori di fiori e arbusti, i lanciatori di richiami e i portatori di apparecchi radio. Se l’eccesso di energie lo avessero impiegato per salire forse sarebbero più discreti e contemplativi. E più consapevoli.

Rifiuti al Pian dei Fiacconi, Marmolada, agosto 1988. Oggi da tempo rimossi.
10.09.1988, Operazione Marmolada pulita, Mountain Wilderness al Pian dei Fiacconi e Pian dei Fiacchi. Rifiuti

Gogna non perde l’occasione per un ulteriore richiamo alla responsabilità e all’impegno personale: “A volte, almeno in teoria, esiste già una precisa legislazione in merito. Vedi la legge Galasso sulle discariche. Che poi venga regolarmente applicata è un altro paio di maniche. Molte cose si potrebbero già impedire ma resta il problema della mancanza di una diffusa cultura ambientalista. La gente vede ma non si scompone. Non c’è quindi da meravigliarsi se poi l’autorità non interviene. In fondo abbiamo l’Amministrazione che ci meritiamo”. E insiste: “E’ importante che cambino le coscienze”. Come esempio piccolo ma significativo di un indispensabile cambio di mentalità cita la scritta (ben diversa da quella del bivacco Dal Bianco) che si può leggere presso un rifugio degno di questo nome nelle Apuane, il rifugio Rossi, sopra a Castelnuovo di Garfagnana: “Questo rifugio non ha cestino della spazzatura”: Edificante, direi. Si dichiara senza equivoci che “i rifiuti ognuno se li porta a valle, da dove sono venuti”. “Dobbiamo smetterla di considerare i rifugi come servizi”. Infatti la natura dei servizi è tale per cui tendono costantemente a svilupparsi, a migliorare in efficienza, volume, comodità… (“a parte quelli pubblici urbani – osserva Gogna polemicamente e acutamente – che sembrano invece peggiorare…”). Le richieste di un certo tipo “da parte di chi non sa rinunciare alle sue comodità e abitudini nemmeno per qualche giorno, quasi costringono chi gestisce i rifugi a migliorare la qualità delle prestazioni”. E’ il caso dell’attuale tendenza generale al raddoppio che, automaticamente, comporta il raddoppio dell’impatto ambientale. Con l’aumento della capacità di ricezione, delle “comodità”, i rifugi stanno diventando alberghi, ristoranti. Stanno snaturando la loro funzione e stravolgono, violentano ulteriormente l’ambienta alpino. Può capitare che perfino da un onesto bivacco si decida, dalla mattina alla sera, di ricavare un albergo d’alta quota. Qualcosa del genere è accaduto qualche anno fa anche sulle Pale di San Martino. Con la stessa logica, la mulattiera diventa strada asfaltata, la baita casa per le vacanze e il “punto panoramico” dove si giungeva stanchi, sudati, magari sfatti oggi è a portata di mano con la seggiovia. Una logica perversa che, mentre apparentemente va incontro alle esigenze della gente, non fa altro che snaturare il rapporto con la montagna. E permette agli operatori del settore di realizzare congrui profitti. Incalcolabili sono invece i costi, sia ambientali che culturali. Il profeta della “wilderness” incalza: “Ecco perché sostenevo che in fondo quello dei rifiuti è solo l’aspetto esteriore della questione. Magari si potrebbe anche risolvere utilizzando appositi furgoncini per le immondizie. Ma anche lo smaltimento non risolverebbe il vero problema, quello di una sempre maggiore antropizzazione, di una vera e propria urbanizzazione sistematica dell’ambiente montano. In particolare di quello dolomitico. Pensiamo all’incremento costante dell’indotto che gira intorno ai rifugi. Vedi il caso del Vajolet, se di rifugio si può ancora parlare…”. “Il problema è ancora quello di riuscire a cambiare la mentalità di chi va in montagna. Per questo sostengo che quando riusciremo a chiudere una sola funivia quello sarà un segno di cambiamento radicale, di inversione di tendenza. Perché sarà cambiata la coscienza della gente”. A questo punto, inevitabilmente, pongo una questione: “Ma come potranno allora andare in montagna le persone con una qualche disabilità?”. Per Alessandro Gogna si tratterebbe di un “alibi ipocrita”, posto in genere da chi difende altri interessi e degli handicappati sostanzialmente se ne frega e pensa ai suoi profitti, di chi si ricorda di loro soltanto quando fanno comodo: “In città non li mettono nemmeno in condizione di poter prendere la metropolitana, di poter entrare in un negozio… l’ambiente urbano è saturo di barriere architettoniche, discriminanti e nessuno, o quasi, si preoccupa di abolirle”. La chiusura di una funivia alla fine danneggerà soltanto chi sfrutta la montagna. In compenso sarà una testimonianza tangibile dell’auspicabile “rivoluzione culturale”. “La gente avrà compreso che oggi come oggi in montagna si vende qualcosa che non esiste. Un prodotto ben confezionato, un’idea di montagna completamente fasulla, un’invenzione pubblicitaria falsa e artificiosa che allontana sia dall’esperienza alpinistica autentica che da quella, non meno vera e profonda, contemplativa”. Un concetto quello espresso da Gogna immediatamente comprensibile da tutti coloro che hanno avuto l’esperienza di un contatto vero (come dire: organico, strutturale…?) con la Natura e con la Montagna.

Reinhold Messner calato dal Grand Flambeaux verso il “pilone aereo”, 16 agosto 1988
Mountain Wilderness, Manifestazione della Vallée Blanche,  R. Messner calato alle 4.30 di mattina dalla vetta del Grand Flambeaux da spostare prob.te in g59

Altra recente impresa di Mountain Wilderness, quella sul Monte Bianco contro la “funivia dei ghiacciai”. L’azione si svolse sul cosiddetto “pilone aereo”, famoso per essere sostenuto non dal solito pilone, ma lateralmente, da funi d’acciaio ancorate a due cime. Gogna, Messner e Giampiero di Federico erano saliti nottetempo su una di queste (il Grand Flambeaux) e da qui Reinhold era stato calato lungo le funi. Raggiunto il pilone aereo calò le corde su cui Alessandro e Roland Losso risalirono, con la stessa tecnica che si usa in speleologia. Quindi cominciarono a tirar su lo striscione di Mountain Wilderness (“pesantissimo”). Venne poi issato in modo tale che non impedisse il transito dei vagoncini e che gli addetti alla funivia (che al pilone arrivano con i vagoncini) non potessero rimuoverlo facilmente. Ma venne comunque tolto nella giornata stessa. Gogna ci tiene a precisare che tutta l’operazione si era svolta nella più assoluta legalità. “Nemmeno per un attimo è stato interrotto il funzionamento; non c’è mai stata interruzione di pubblico servizio…”. Non vuole correre il rischi che l’attività di Mountain Wilderness venga fraintesa, che la gente si ritragga. Soprattutto non vogliono inimicarsi le popolazioni locali, i valligiani. Non intendono scontrarsi con chi in montagna ci vive. Per questo il valore dell’azione sul pilone aereo è stato esclusivamente simbolico. Nessun blocco, nessun sabotaggio, nessuna violenza. “Non abbiamo attentato in alcun modo all’economia montanara. Tra l’altro, oltre che completamente inutile, la funivia in questione è anche in passivo”. Con il loro gesto volevano agire sulle coscienze, dare un messaggio “forte”, di svolta all’immaginario, al gusto e allo stile di chi va in montagna. Riabilitare “l’esperienza autentica, il valore del sudore…”. Chiunque vada in montagna da qualche decina di anni (e può quindi fare confronti) ha potuto rendersi conto di come ai nostri giorni l’immaginario alpinistico e montano sia per lo più colonizzato da ideologie e concezioni del mondo che con l’alpinismo storico non hanno molto a che fare (anche se vi attingono a piene mani e si alimentano della sua storia, del suo prestigio…), ma forse questa è ormai “un’altra storia”… Per la cronaca: l’anno dopo Mountain Wilderness è tornata sul Bianco per un’altra azione dimostrativa, stavolta meno “elitaria”. Circa duecentocinquanta alpinisti hanno composto in mezzo al ghiacciaio una grandiosa scritta umana: POUR LE PARC. “Per quanto riguarda la funivia – conclude Gogna – sembra proprio che l’unica soluzione praticabile consista nel comprarla. Per poi disattivarla, naturalmente. Come Mountain Wilderness ci stiamo muovendo in questa direzione…”.

Mountain Wilderness, Punta Helbronner, 16 agosto 1988
Mountain Wilderness, Punta Helbronner, 16 agosto 1988

Parlandogli, osservandolo si ha la sensazione che anche Alessandro Gogna (come altri andati “alla Montagna”, magari per caso ma comunque predisposti se non proprio predestinati) sia “inciampato” in quelle che tra culture meno materialiste (e meno consumiste), in altri tempi, luoghi e situazioni, sarebbe stata identificata come “esperienza del Sacro”. Del resto “lo Spirito soffia dove vuole”, ma predilige, notoriamente, le vette, gli anfratti, i dirupi, le creste affilate delle Montagne. Sembrano confermare questa impressione le sue ultime considerazioni e ricordi personali con cui si conclude la lunga ciacolada): “E’ incredibile come, pur non avendo più necessità di cacciare, di raccogliere cibo per sopravvivere, noi continuiamo a saccheggiare la natura. Basta vedere come si riduce il sottobosco dopo il passaggio delle orde dei raccoglitori di funghi. Ricordo che quando avevo otto anni mi sono ribellato a mio padre che mi costringeva a raccogliere funghi. Sia chiaro: anche a me piacciono e quello che rifiutavo era l’idea che si andasse in montagna solo per raccogliere funghi; avevo già intuito che c’era dell’altro. Figurati che un giorno avevo trovato un porcino enorme e ho preferito lasciarlo dov’era. Forse sarà stato poi trovato da qualcun altro, ma comunque gli ho regalato qualche ora di vita”. Fin troppo facile fare dell’ironia su questa mancanza di spirito utilitaristico. A chi scrive fa venire in mente una concezione dell’alpinismo (e magari della vita) similare a quella espressa da Lionel Terray: “Conquistatori dell’Inutile”. Per il futuro non si fa troppe illusioni: “Per noi si tratta di seminare delle idee, sperando di incontrare terreni, coscienze fertili, disponibili… Allora forse vedremo dei risultati, magari tra anni. Certo che comunque così non si può continuare. Sarebbe il degrado definitivo degli ultimi spazi naturali rimasti tali”.

intervista1990-0002

Confermo pienamente. Nei Paisos Catalans ho incontrato un livello di coscienza ambientale diffusa che, nella penisola iberica, è secondo soltanto a quello dei baschi (pensiamo, in Euskal Herria, alle battaglie contro la centrale nucleare di Lemoiz e contro la diga di Itoiz…). Non per niente nei PP. CC. anche uno dei movimenti indipendentisti di sinistra più radicali si chiamava Moviment de Defensa de la Terra (suo lo slogan “Defensar la Terra non és cap delicte”: difendere la Terra non è reato). Inevitabile per chi scrive pensare ad alcuni scempi ambientali e paesaggistici che, da allora, sono stati realizzati in zone che ben conosco: Costa d’Agra (nei pressi di Folgaria), sul Monte Fior (Altopiano di Asiago) o sul Civetta lungo le cui devastanti piste da sci sorgono ora, al posto delle migliaia di abeti abbattuti, squallidi lampioni per le discese in notturna degli “amanti della montagna di plastica” (oltretutto dei privilegiati in questi tempi di crisi). D’altra parte… l’avete voluto il capitalismo? Ovviamente bisogna pensare che si inquina anche raggiungendo i luoghi della montagna. Personalmente, da anni uso sia la bicicletta (se possibile) che i mezzi pubblici (per quanto scarsi e malridotti, in Veneto). Un aspetto positivo è quello di non dover necessariamente ripercorrere al ritorno lo stesso itinerario dell’andata. Per esempio, se da Velo d’Astico salgo al Pria Forà posso poi scendere ad Arsiero per prendere la corriera. In ogni caso portatevi il telo di sopravvivenza, dopo una certa ora non fanno più servizio. E’ l’avventura.

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Dalla conquista della notte alla sconfitta del giorno

Dalla conquista della notte alla sconfitta del giorno
di Carlo Alberto Pinelli
(dall’Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

Una provocatoria riflessione
Horace-Bénédict de Saussure nel Voyages dans les Alpes scrive che i suoi primi tentativi di raggiungere la vetta del Monte Bianco avrebbero avuto un esito migliore se le guide reclutate a Chamonix non avessero sempre preteso di risolvere l’ascensione nell’arco di una sola giornata, dalle prime luci dell’alba al tramonto. “La gente del posto” annota lo scienziato ginevrino “non crede che sia possibile tentare di trascorrere una notte intera sui ghiacci, allo scoperto, senza gravissime conseguenze”.

Carlo Alberto Pinelli al Mountain Wilderness Wakhi Project, 2014. Foto: Anna Sustersic<<<<
ConquistaNotte-24578

Quando cerchiamo di immaginare quali fossero le difficoltà, i timori, i blocchi psicologici che limitavano gli exploit dei padri fondatori del turismo verticale, spesso tendiamo a prendere in considerazione i materiali e il vestiario inadeguati, la paura dell’ignoto, le troppo elementari conoscenze delle tecniche alpinistiche necessarie per superare i ripidi pendii ghiacciati o i ponti di neve sui crepacci e così via. E sottovalutiamo quello che probabilmente rappresentò per lungo tempo uno dei più seri ostacoli con cui quei nostri predecessori dovettero fare i conti. Per calpestare vittoriosamente una vetta non bastava soltanto dimostrarsi all’altezza delle difficoltà tecniche e delle incognite che l’itinerario prescelto presentava. Era necessario anche affrontare una o più notti all’addiaccio, a quote e in luoghi inospitali, dove nessun uomo di buon senso fino ad allora aveva mai pensato di poter cadere addormentato senza risvegliarsi automaticamente nell’Aldilà. In altre parole: il successo dell’alpinismo dei primordi dipese in buona misura anche dalla conquista della notte. Una conquista che – al pari di molte altre – nascondeva in sé i germi di molte gravi future contraddizioni e degenerazioni.

È probabile che già in epoche precedenti a de Saussure alcuni ostinati cercatori di cristalli e cacciatori di stambecchi e camosci, sorpresi in quota dal maltempo o dalla nebbia, siano stati costretti a bivaccare sotto un sasso aggettante senza per questo lasciarci la pelle o impazzire. La storia però ha dimenticato le loro disavventure e ha assegnato il merito di aver infranto il tabù per primo al giovane e stravagante cacciatore Jaques Balmat di Chamonix. Costui, durante uno dei tentativi compiuti dalle guide della valle verso la vetta del Bianco, fu abbandonato dai compagni, smarrì la via del ritorno e venne arrestato all’imbrunire da un enorme crepaccio. In conclusione dovette trascorrere un’interminabile nottataccia nella bufera.

Un’esperienza di certo non piacevole, ma a quanto pare non abbastanza traumatica da indurlo ad abbandonare la “corsa alla vetta”. Anzi. Come è noto fu proprio lui, l’anno successivo e dopo un altro bivacco, a raggiungere per primo il culmine del Monte Bianco, insieme all’intrepido dottor Michel Paccard, quel fatidico 8 agosto del 1786 che oggi consideriamo – forse a torto – come la data ufficiale della nascita dell’alpinismo. Horace-Bénédict de Saussure, che aveva, come diremmo noi ora, “sponsorizzato” l’impresa, raggiunse anche lui la vetta, l’anno successivo, accompagnato da diciotto guide, da un domestico personale e da una cassa di bottiglie di Champagne. Per rendere meno disagevole l’avventura egli fece costruire in precedenza lungo il percorso due rudimentali ricoveri di pietra. Il secondo, posto sulle rocce dei Grands Mulets, resistette pochi inverni e nessuno ne conosce più l’esatta ubicazione. Esso tuttavia può essere considerato a ragione come il prototipo di tutti i rifugi d’alta quota delle Alpi. Ma i tempi, per quel genere di manufatti, non erano ancora maturi. Fu solo nel 1853, quando ormai l’ascensione al Monte Bianco era diventata quasi di moda tra i turisti più avventurosi, che le guide di Chamonix decisero di edificare di nuovo ai Grands Mulets una vera a propria capanna di legno e pietra. Si trattava, come è facile immaginare, di un tugurio puzzolente e privo di qualsivoglia sospetto di comfort. Niente cuccette e niente tavolato: i visitatori dovevano coricarsi alla meglio su mucchi di paglia ridotti a strame fetido. Anche se a noi oggi la cosa può sembrare inverosimile, abituati come siamo a ben altri scempi, quel primo modestissimo tentativo di antropizzazione della wilderness alpina causò notevoli dissensi e fu denunciato come una autentica profanazione.

Cartolina con un disegno di Samivel, L’heure de la soupe
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Simili edifici,” scrisse allora un alpinista inglese “grazie ai quali una curiosità banale può comodamente giungere ad ammirare scenari grandiosi, tradiscono il loro scopo. Sappiatelo! Se le comodità fanno due passi avanti verso il pittoresco, il pittoresco si ritira d’altrettanti passi!“.

Basterebbe sostituire l’antiquato temine “pittoresco” con il più moderno “paesaggio naturale” per ritrovare in questa breve frase una sorprendente modernità. Confesso che non mi dispiacerebbe poter stringere la mano a quell’inascoltato profeta. La sua sensibilità poteva e può apparire eccessiva; ma certo i suoi occhi interiori vedevano molto lontano.

Dalla metà del XIX secolo in poi i rifugi – sempre estremamente spartani – si moltiplicarono lungo l’arco delle Alpi. Al principio del XX secolo il solo Club Alpino Italiano ne possedeva già quasi cento. Quelle costruzioni, bisogna ricordarlo, erano ancora presenze discrete, rudimentali, spesso non prive di una sottile poesia. I loro profili, se da un lato inevitabilmente addolcivano un poco la selvaggia grandiosità degli ambienti che li circondavano, dall’altro lato contribuivano a donare a quella stessa grandiosità sovrumana un termine di paragone comprensibile; se preferiamo: ne permettevano per immediato contrasto una più intensa e struggente chiave di lettura. A mio avviso nessuno ha saputo descrivere con maggiore delicatezza di Samivel questo prezioso servizio di intermediazione culturale ed emotiva offerto agli alpinisti dalle sperdute capanne degli anni eroici.

Paul Gayet-Tancrède alias Samivel (Parigi, 11 luglio 1907 – Grenoble, 1 febbraio 1992)
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“… E tutta quella sterminata notte carica d’abissi ruotava intorno alla minuscola conchiglia di latta dove riposavano gli uomini. Là dentro c’era uno spazio addomesticato, ancora fremente di gesti umani, pieno di oggetti familiari, rassicuranti e ben delimitati: il profilo rustico di una panca, il rosseggiare delle ceneri nella stufetta, il rumore rasposo delle coperte sul tavolato. Nient’altro che cuori amici. Una specie di particolare tenerezza delle cose fatte per essere usate dall’uomo, fedeli come cani, uscite per una volta dal torpore interminabile in cui erano condannate a vegetare i nove decimi dell’anno e felici di servire finalmente a qualcosa, di giocare il loro gioco, di essere tavolo, panca, casseruola, coperta e non più oggetti incomprensibili sperduti nel caos delle pietre (…) Perché la capanna navigava, come un’arca carica di tepore e di vita, tra le lunghe onde del silenzio e della morte“.

Se mettiamo a confronto il carattere della maggioranza dei rifugi attuali, trasformati in alberghetti tanto confortevoli quanto congestionati, con l’atmosfera magica descritta da Samivel, l’abisso appare impressionante.

La “fragile arca” è stata spazzata via quasi ovunque, per far posto a solidissimi “transatlantici“, all’interno dei quali gli ospiti ritrovano fin troppe delle comodità lasciate in pianura; tra queste ovviamente l’affollamento eccessivo. Però addossare ogni colpa all’aumento vertiginoso dei frequentatori della montagna è una spiegazione che non basta a soddisfarci. Perché tende a trasformare quanto è avvenuto in una fatalità ineluttabile e cancella ogni responsabilità per le politiche di incentivazione indiscriminata delle attività alpinistiche praticate dai vari club alpini, pro loco, agenzie di viaggio, associazioni di guide, ecc.

Certamente non è possibile identificare il momento preciso in cui, nella pianificazione dei ricoveri alpini, la via del rispetto ambientale, della discrezione, dell’essenzialità fu abbandonata per scelte che hanno portato al trionfo delle attuali offerte. Se c’è un rifugio che ha riassunto in sé molti degli aspetti più discutibili della conquista della notte in alta quota, quel rifugio è senza dubbio la capanna Regina Margherita al Monte Rosa.

Un rifugio commisurato all’ambiente: La Cabane des Dix, Vallese
Cabane des Dix, Vallese

Intanto perché l’edificio fu innalzato, per la prima volta nella storia, proprio sulla vetta di una grande montagna; poi perché per costruirlo fu minata e spianata la stessa vetta; infine perché la faraonica, indecente ristrutturazione compiuta una trentina di anni fa, ha rappresentato una penosa testimonianza del ritardo culturale di ampi settori del Club Alpino Italiano.

Non sono oggi l’unico alpinista “romantico” che reputa che per i rifugi sia giunto il momento della resa dei conti e che urga affrontare un riesame globale dell’intero problema. La conquista della notte, proliferando sempre di più, in assenza di ogni regola, è sul punto di causare la sconfitta del giorno. Vale a dire la degradazione delle esperienze autentiche che l’alta montagna può ancora offrire a chi le si avvicina direttamente, rinunciando ad ogni protesi superflua.

A tale proposito le Tesi di Biella, elaborate nel 1987, al termine del Convegno dal quale è nata l’associazione Mountain Wilderness, dicono: “Il desiderio – teoricamente comprensibile – di convertire il maggior numero di persone alla pratica della montagna, facilitandone l’avvicinamento, ha innescato spesso processi di deleteria antropizzazione. Per fronteggiare la crescente domanda si è fatto ricorso all’apertura di nuovi rifugi, all’ampliamento progressivo di quelli esistenti, alla messa in opera di vie ferrate e di altri incentivi al consumo. Ma questa politica contiene gravi errori di valutazione. Essa infatti trascura i valori della wilderness – e della solitudine che la caratterizza – come cardini irrinunciabili della qualità dell’alpinismo. Noi crediamo che la progettazione e la capienza dei rifugi non debbano inseguire la richiesta dei potenziali frequentatori, ma vadano calibrate sulla quantità di presenze che gli ambienti naturali, più facilmente fruibili grazie a tali ricoveri, possono sopportare senza perdere di significato“.

Il nuovo rifugio Gonella al Miage (Monte Bianco)
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Oggi stiamo assistendo a un ulteriore, insidioso passo in direzione del declassamento dell’esperienza interiore dell’alta montagna. Insidioso proprio perché apparentemente positivo. Mi sono chiesto più di una volta cosa mi metta a disagio quando vedo le foto di rifugi e bivacchi ricostruiti su progetti all’avanguardia, firmati da veri e propri architetti. Sto pensando al nuovo rifugio Gonella al Miage, al bivacco “spaziale” dedicato a Gervasutti ai piedi della Est delle Grandes Jorasses, al nuovissimo e scintillante “colosseo” del Goûter, sulla via normale francese al Monte Bianco. In questi casi non sono solo le accresciute dimensioni a rendermi perplesso (anche se continuo a restare fedele alla convinzione, utopica quanto si voglia, secondo la quale quando un rifugio si rivela insufficiente a ospitare il crescente flusso dei visitatori, la soluzione non dovrebbe essere quella di ampliarlo, ma semmai di chiuderlo, per salvaguardare la qualità dell’ambiente montano circostante). Ciò che mi rende perplesso è anche la qualità dell’intervento architettonico. Quei rifugi, frutto di un design raffinato, mi disturbano perché li trovo “belli”. Belli però di una bellezza aggressiva e autocompiaciuta, riflesso del gusto estetico di un preciso momento storico. Una bellezza “databile” che, in quanto tale – precisamente in quanto tale – stride con il fascino primordiale dell’ambiente selvaggio circostante. Non rinnego quanto ho appena scritto commentando il toccante paragrafo di Samivel. Ma le modeste e disadorne capanne di un tempo traevano il loro significato di “ponte” tra gli esseri umani, figli del loro tempo, e la grandiosità atemporale dell’alta montagna proprio dall’essere solo umili zattere di salvataggio, architettonicamente insignificanti: tane di emergenza, sprovviste di indizi visivi capaci di collocarne la costruzione in una fase stilistica precisa. Le soluzioni architettoniche che caratterizzano i rifugi e i bivacchi di cui sto parlando ci trasmettono invece un doppio messaggio, mistificatorio e arrogante (anche se ancora fortunatamente marginale): primo, gli esseri umani sono in grado di “abbellire” la wilderness montana e, secondo, di conseguenza hanno il diritto di imporre su di essa la firma indelebile della propria storia, figlia del mondo della pianura. All’addomesticamento dello spazio, causato dalle eccessive dimensioni dei rifugi, si sovrappone così un parallelo e forse non meno deleterio addomesticamento dell’ultima superstite dimensione “fuori dal tempo” che avevamo la fortuna di poter sperimentare.

Il nuovo refuge du Goûter, Monte Bianco
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Consenso ai parchi e informazione

Consenso ai parchi e informazione

I cittadini residenti nelle aree protette e nei parchi dovrebbero essere i primi a dare consenso e partecipazione alle aree protette. Parchi e aree protette non devono essere entità geografiche sottoposte ai vincoli più assoluti quanto realtà cui si dovrebbe fare riferimento, territori nei quali vi sia un’armonia completa tra natura ed attività umane. Si è esagerato nel presentare come dannose tutte le attività dell’uomo, denunciando solo danni irreversibili piuttosto che ipotizzare i termini di una convivenza che nessuno ha mai potuto dimostrare impossibile. Ovunque, ma soprattutto nei paesi più antropizzati, l’istituzio­ne di un’area protetta provoca la contrarietà di chi vi esercita attività in qualche modo produttive; qualche volta anche quella di coloro che vi praticano degli sport. Si ha infatti pau­ra dei divieti e delle restrizioni.

Accanto alle necessarie compensazioni economiche per le limita­zioni alle imprese, è quindi necessaria una strategia d’informa­zione e di educazione a tutti i livelli di età che dimo­stri che un Parco non è uno sfizio della civiltà del turismo di massa o di élite ma al contrario è stru­mento eccellente, oltre che di conservazione dell’habitat, di va­lorizzazione delle qualità e delle tradizioni della popolazione locale: deve vincere l’idea che il Parco restituisce vitalità e dignità a popolazioni che in un passato recente sono state costrette ad abbandonare la montagna. Nuovo lavoro quindi, ma anche fiducia in un futuro vero, per vivere solo degli interessi senza mai intaccare il capitale. Mai quindi sperperare le qualità a volte uniche del proprio territorio in nome di un falso sviluppo economico, bensì utilizzare con sapienza le nuove opportunità e il contemporaneo «bisogno di natura».

Nel parco nazionale dell’Aspromonte
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La mancanza di questa strategia dell’informazione e dell’educa­zione ha portato solo danni, ha favorito la diffusione in­teressata di notizie per generare allarme, rafforzare il fronte della contestazione e contrastare le amministrazioni dei parchi.

La legge 394 del 1991, proprio in considerazione di questa evi­denza, ha previsto l’erogazione di risorse finanziarie per l’in­formazione del cittadino e per l’educazione ambientale, con lo scopo di divulgare quali e quanti benefici ci siano a vantaggio dei singoli e della collettività: purtroppo, nel quadro generale delle difficoltà di applicazione di questa legge così importante a lungo sospirata, anche questo aspetto è risultato deludente perché non si sono ancora viste iniziative serie di educazione ambientale. Non saranno certo le campagne pubblicitarie o gli sponsor ad ottenere queste finalità: finché dovremo salvare la natura comprando bollini che ci fanno partecipare a concorsi di qualunque tipo non andremo molto lontano. E la mercificazione continuerà ad avvolgere anche le migliori idee, approfondendo vieppiù il solco psicologico tra fruitori ed abitanti della natu­ra.

Lo scopo della comunicazione in generale, e quindi anche in campo ambientale, è quello di ridurre ad in­teresse del singolo spettatore ciò che all’inizio è un vago interesse di molti. Da una parte si punta al coinvolgimento emotivo dello spet­tatore, cercando di avviare un processo psicologico alla fine del quale il singolo si ritrovi a dare un valore a quanto ha ap­pena visto, tramite la sensazione di poter far qualcosa per quel problema o quell’evento; dall’altra si fa uso della spettacolarizzazione, allo scopo di catturare al massimo l’attenzione, far vedere «cose mai viste». Questa seconda tecnica non favorisce la maturazione dello spettatore, credo anzi che lo spersonalizzi perché lo spettacolo al­la fine risulta più importante della sua presa di coscienza. Occorre al contrario stimolare al massimo la fantasia del­lo spettatore o del lettore, dando le informazioni e le immagini strettamente necessarie a questo processo, senza mai eccedere e fornirgli in anticipo ciò cui potrebbe arrivare da solo semplice­mente riflettendo, in seguito, perché incuriosito e coin­volto.

Vi sono molte barriere a una comunicazione efficace. Proverò qui ad elencarne alcune.

1) La tendenza dei nostri sistemi educativi al miglioramento e­sclusivo della prestazione individuale orienta al successo esclu­sivamente individuale: così si spiega perché non vi sia mai col­laborazione tra chi vuole informare, nel timore che altri parte­cipino alle sue informazioni.

2) La convinzione diffusa che nelle questioni sociali e nella so­luzione dei problemi debbano esserci vincitori e vinti.

3) La smania di cercare a tutti i costi il colpevole di qualche danno invece che privilegiare la ricerca di una soluzione.

4) La non disponibilità ad accogliere positivamente e a portare avanti le idee altrui, rinunciando magari alle proprie o ad un’integrazione.

5) Nell’ambito della comunicazione ambientale siamo sottoposti alla moda corrente, che allega un interesse spettacolare e super­ficiale alle tematiche ecologiche. Con questo tipo di informa­zione, spazzatura e immondizia, perché più appariscenti e spettacolari, diventano più importanti dell’urba­nizzazione selvaggia, della regimazione incosciente dei corsi d’acqua, dell’inquinamento e dello sfruttamento criminoso di ogni pendio sciabile.

6) Chi fa informazione più seria e dettagliata spesso non riesce ad abbandonare quel linguaggio tecnico e scientifico che allonta­na immediatamente l’interesse del pubblico non competente.

7) E infine la tendenza ad isolare i problemi, nella convinzione che le soluzioni siano possibili solo affrontando una tematica per volta, impedisce a tutti, informatori compresi, la visione globale, senza vera regia d’insieme e quindi senza reale strate­gia.

Nel parco nazionale della Majella
Consenso Parchi-majella
Questo tema assai spinoso è stato dibattuto approfonditamente in occasione del seminario Aree protette e Parchi: la par­tecipazione dei cittadini, tenutosi a Sondrio nel novembre 1992 e da me organizzato per conto del Comune di Sondrio. Alla conclusione furono stilate dai convegnisti le 11 Tesi di Sondrio: di queste, ben cinque riguardano il ruolo dell’informazione e dell’educazione per un maggiore consenso alle aree protette. Le riporto qui di seguito:

«6. Il valore del patrimonio naturalistico, ambientale, storico del Parco viene riconosciuto ed apprezzato con un’adeguata infor­mazione; pertanto il ruolo dell’educazione, in particolare dei giovani, è di cruciale importanza per l’affermazione dei principi della conservazione.

7. Per diffondere e valorizzare l’idea del Parco bisogna utiliz­zare metodologie di comunicazione non solo prossime ed occasiona­li ma soprattutto di vasto respiro e permanenti.

8. Alla scuola è richiesto un forte impegno e contributo per la formazione nei giovani di una sicura coscienza ambientale, attua­ta con programmi specifici e attività sperimentali.

9. Gli organi di gestione di ogni Parco devono promuovere azioni d’informazione e sensibilizzazione a livello locale, nazionale ed internazionale, costituendo una rete di comunicazione ampia e comparata.

10. Devono essere stimolate la ricerca e la sperimentazione di mezzi e strumenti di comunicazione da destinare alle scuole, alle comunità locali, alle organizzazioni ambientaliste per contribui­re alla diffusione dei principi della conservazione».

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Monti Sibillini: quando tornerà il sereno?

Monti Sibillini: quando tornerà il sereno?

Anche sui Monti Sibillini dopo le impetuose bufere prima o poi dovrà tornare il sereno. A quanto sembra, più poi che prima. Chi volesse, per comodità, qui sotto trova lista completa dei nostri post su questo delicato e complesso argomento.

31 dicembre 2013 Numero chiuso nel Parco dei Sibillini?
15 marzo 2014: Monti Sibillini, lettera aperta: chi è nemico della Natura?
8 ottobre 2014: Accordo Parco dei Sibillini – Guide Alpine
8 novembre 2014: La lunga notte dei Sibillini 1
4 dicembre 2014: La lunga notte dei Sibillini 2
4 gennaio 2015: La lunga notte dei Sibillini 3
19 gennaio 2015: Monti Sibillini, una possibile alba

Sono passati nove mesi e ancora il pargolo non nasce, anzi. L’occasione per riprendere l’argomento è data da una lettera che la guida alpina Paolo Caruso ha spedito l’11 agosto 2015 al Prefetto di Macerata, con oggetto: richiesta chiarimenti regolamenti con possibili discriminazioni – Parco Nazionale Monti Sibillini.
Crediamo che già con queste righe ci si possa fare idea della poca chiarezza che regna in una Pubblica Amministrazione, come è quella de Parco dei Sibillini, e dell’evidente difficoltà di comunicazione tra le parti.
In conoscenza sono parecchi altri soggetti, tra i quali Matteo Renzi e vari Uffici del Consiglio dei Ministri.

Gabriele Scorsolini guidato da Manfredi Caruso sul M. Bicco. Foto: Paolo Caruso
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Ecco il testo (qui è il documento in pdf):
“Il sottoscritto Paolo Caruso, in qualità di professionista della montagna, Guida Alpina – Maestro d’Alpinismo, non riuscendo ad avere chiarimenti in merito alle gravi disposizioni del nuovo regolamento DD. 384 del Parco Nazionale dei Monti Sibillini (ALLEGATO A), relativamente agli avvicinamenti ed agli allontanamenti delle salite alpinistiche nell’area del M. Bove Nord, che sembrerebbero ledere la libertà personale e le scelte professionali, oltre a sembrare discriminatorie ed essere potenzialmente pericolose per la Pubblica Sicurezza e per il mantenimento dell’Ordine Pubblico, con la presente si rivolge alla Sua Spettabile Autorità con la speranza di avere chiarimenti in merito a tali disposizioni anche al fine di essere sicuro che il detto DD 384 sia stato emanato nel rispetto della Costituzione e delle leggi italiane, oltre che internazionali.

Premessa
Nel gennaio 2009 l’Ente Parco impone un divieto per le attività alpinistiche, definito “temporaneo”, per tre mesi a seguito dell’introduzione del Camoscio appenninico. Tale divieto, che ha penalizzato fortemente gli alpinisti e in particolare i professionisti della montagna, come il sottoscritto, è stato poi prolungato per oltre 5 anni fino al 2014. L’8 luglio 2014 l’Ente Parco dichiara in una conferenza pubblica che il divieto verrà eliminato entro il mese di luglio 2014 e sostituito da una nuova regolamentazione. Nonostante ciò e nonostante il sottoscritto avesse informato l’Ente Parco della salita alpinistica a Punta Anna (M. Bove Nord), come da indicazioni dell’Ente stesso, effettuata il 19 agosto 2014, una sanzione viene elevata dal Corpo Forestale su richiesta dell’Ente Parco alla mia persona durante l’esercizio della professione. Il ricorso relativo a tale sanzione presentato dal sottoscritto al Presidente della Repubblica è attualmente in esame presso il Consiglio dei Ministri.

Paolo Caruso sul Pilier Sibillino
SibilliniTorneràSereno-05 P. Caruso su Pilier Sibillino

Sempre nell’agosto 2014 viene pubblicato all’Albo Pretorio il DD 384 senza che i documenti relativi a tale pubblicazione fossero allegati o resi reperibili e disponibili alla consultazione, violando quindi le normative sulla informazione, partecipazione e trasparenza in tema ambientale, come stabilito dalla Convenzione UNECE di Aarhus oltre alla legge italiana 241/90. Inoltre, alcune richieste di modifica relativamente all’atto pubblicato all’Albo sono state inviate nei termini di legge dal sottoscritto e dal dr. Marco Speziale, ma lo stesso Ente Parco, pur dichiarando che tali richieste erano state “in parte accolte” (ALLEGATO B) senza aver mai specificato quali fossero, insiste nell’applicare il DD 384 senza che esso abbia subito alcuna modifica e neanche una ripubblicazione all’Albo, come richiesto invece dalle normative sopra indicate.

Si fa presente, inoltre, che se da un lato è stata vietata dall’Ente Parco per quasi sei anni la pratica dell’alpinismo al M. Bove Nord impedendo perfino l’esercizio della professione alle Guide Alpine, professione che non è di impatto e si esegue senza mezzi a motore, allo stesso tempo l’Ente Parco medesimo consente l’accesso ai mezzi motorizzati perfino nella stessa area del M. Bove Nord (quella vietata, dunque, perfino alle Guide Alpine), per le “attività produttive” e per le attività “agro-silvo-pastorali” ma anche per progetti sperimentali o per attività non legate alle funzioni menzionate agro-silvo-pastorali (vedi ad esempio il “discusso” Progetto Praterie Altomontane). Ma stando a quanto sopra esposto, si precisa che anche le Guide Alpine svolgono un’attività produttiva (ALLEGATO C, fattura professionale relativa alla salita alpinistica che ha determinato la sanzione). Alle richieste di chiarimento sul perché di questa grave e assurda discriminazione l’Ente Parco non ha mai risposto mentre il Corpo Forestale, anch’esso interpellato, fornisce alla richiesta del sottoscritto (ALLEGATO D) una risposta non certo esaustiva (ALLEGATO E), nella quale si specifica soltanto che i mezzi a motore autorizzati possono accedere all’area “critica” per le motivazioni sopra indicate. Ma allora, perché si riserva alle guide alpine un trattamento così diverso e penalizzante se non propriamente discriminatorio?

Marta Zarelli su Dittatura Democratica. Foto: Paolo Caruso
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Fatto
Il DD 384, regolamento che è irregolare e dovrebbe comunque essere annullato per i vizi di forma sopra indicati, contiene disposizioni relative agli avvicinamenti alle pareti alpinistiche del M. Bove e agli allontanamenti dalle stesse, appellati “rientri” nel regolamento suddetto, che sembrerebbero ledere perfino i più basilari diritti della libertà personale, come sopra indicato, con la possibilità di mettere perfino a rischio la Pubblica Sicurezza e l’Ordine Pubblico. In pratica, con il DD 384 si discriminano gli alpinisti rispetto agli escursionisti: questi ultimi possono percorrere tutti i sentieri esistenti e ufficialmente percorribili, mentre gli alpinisti vengono obbligati dalle disposizioni suddette a percorrere soltanto un sentiero prescelto e imposto dall’Ente Parco o, al massimo, a scegliere tra due sole possibilità impedendo comunque un libero passaggio sui sentieri esistenti. Non si riesce a comprendere il motivo di questa discriminazione: perché gli alpinisti nei Monti Sibillini non possono scegliere il sentiero su cui camminare come avviene invece per qualsiasi escursionista nella stessa area e per tutti gli alpinisti che frequentano qualsiasi altra montagna italiana e del mondo?

La richiesta di chiarimenti effettuata dal sottoscritto all’Ente Parco prima e al Corpo Forestale dopo (ALLEGATO F) ha ricevuto soltanto risposte vaghe e approssimative, tutt’altro che chiare ed esaustive (ALLEGATO G e ALLEGATO H).

Inoltre il sottoscritto, come professionista, ha il dovere di scegliere adeguatamente il sentiero di avvicinamento e di allontanamento a seconda delle condizioni meteorologiche e delle possibilità delle persone che si trova a condurre, dell’orario, ecc., onde evitare di mettere a rischio l’incolumità delle persone di cui è responsabile. Durante la 1a salita alpinistica di Punta Anna effettuata insieme a un ragazzo quindicenne non-vedente, avvenuta il 3 agosto 2015, il sottoscritto ha deciso di NON rispettare il DD.384 per non mettere in pericolo il ragazzo stesso, con la possibilità di subire un’altra assurda e insensata sanzione. Infatti, il sottoscritto avrebbe dovuto “costringere” il ragazzo non-vedente a seguire, secondo le disposizioni dell’Ente Parco, il sentiero denominato n. 4 nello stesso DD 384, che di fatto oltre a non essere tracciato è privo di adeguata segnaletica e quindi praticamente impossibile da seguire: il sottoscritto ha pertanto ritenuto opportuno percorrere un sentiero molto più adatto al ragazzo, ma vietato agli alpinisti perfino con disabilità particolari, pur essendo utilizzato regolarmente da tutti gli escursionisti.

Perché l’Ente Parco ha introdotto un regolamento che, oltre ad essere irregolare per vizi di forma, potrebbe mettere in pericolo non solo le persone così dette “normali” ma perfino penalizzando e discriminando le persone disabili? Tutto ciò è regolare? Le normative italiane ed europee vengono così rispettate?

Si sottolinea, inoltre, che non sono soltanto i professionisti e i disabili ad essere penalizzati e discriminati dal DD 384 ma tutta la comunità degli alpinisti. Infatti, il prerequisito che è alla base dell’alpinismo prevede e richiede la valutazione anche degli itinerari da effettuare che devono essere scelti a seguito di una libera valutazione interpretativa in accordo e in armonia con tutti gli altri fattori che rientrano in particolare nella pratica dell’attività alpinistica, anche per ovvie questioni di sicurezza!

Marco Todisco su Comandante Massud. Foto: Paolo Caruso
SibilliniTorneràSereno-11 Marco Todisco su Comandante Massud foto P. Caruso

Conclusioni
Considerando quanto sopra, sono a chiedere quanto segue:

1) È lecito discriminare gli alpinisti con un regolamento come il DD. 384 che impedisce agli stessi di percorrere i sentieri esistenti e normalmente utilizzati dagli escursionisti?

2) È lecito discriminare l’attività produttiva delle guide alpine, vietandone l’esercizio professionale, rispetto a quelle consentite ed effettuate con mezzi a motore che, oltre ad essere evidentemente a forte impatto ambientale, sono tra le principali cause di disturbo per il Camoscio appenninico introdotto nell’area del M. Bove?

3) È lecito mantenere in vigore un regolamento come il DD 384 nonostante i vizi di forma, la mancata ripubblicazione all’Albo Pretorio con le modifiche richieste nei termini di legge e la mancata possibilità di poter consultare i documenti che non sono stati allegati e resi disponibili alla consultazione nel momento della pubblicazione del regolamento all’Albo stesso, oltre agli elementi sopra indicati che appaiono come discriminatori?

Considerando che dopo sei (6) anni dall’imposizione del divieto alpinistico temporaneo di tre (3) mesi, di innumerevoli tentativi di dialogo con l’Ente Parco e di richieste di chiarimenti rivolte anche ad altre autorità preposte al fine di vedere rispettati i diritti degli alpinisti e dei professionisti della montagna, non si riesce ad avere le risposte del caso, tra cui in particolare alle tre (3) domande sopra indicate, si confida in un Suo cortese riscontro e ringraziandoLa per l’attenzione prestata, nonché rimanendo a Sua disposizione per eventuali ulteriori chiarimenti, invio cordiali saluti.

Paolo Caruso
Guida Alpina – Maestro d’Alpinismo
www.metodocaruso.com

Paolo Caruso su Dittatura Democratica
SibilliniTorneràSereno-08 P. Caruso su Dittatura Democratica

Considerazioni
Come si vede, dopo quasi sette anni le domande sono importanti.
Perché gli alpinisti sul M. Bove non possono percorrere i sentieri che sono aperti a tutti, scegliendoli liberamente, come invece avviene per qualsiasi escursionista che transita nella stessa area?

Come verrebbero effettuati i controlli lungo i sentieri accessibili solo agli escursionisti, per individuare e sanzionare gli alpinisti? Sono previste perquisizioni agli zaini di coloro che percorrono i sentieri con lo scopo di bloccare chi possiede corde e moschettoni e allo stesso tempo lasciare il libero passaggio agli escursionisti?

Qualora si verificassero incidenti a danno di qualche alpinista, dovuti all’imposizione del percorso da seguire per l’avvicinamento/allontanamento alle/dalle “Vie”, così come stabilito nel D.D. n. 384, a chi verrà imputata la responsabilità? A coloro che hanno elaborato/deciso i percorsi che gli alpinisti devono seguire obbligatoriamente (l’Ente Parco che lo ha sviluppato in collaborazione con il Collegio delle Guide Alpine delle Marche) o a chi lo ha ritenuto valido e lo ha fatto divenire effettivo? Oppure la responsabilità verrebbe a cadere sulle Autorità preposte al controllo che pur essendo state avvertite sembrerebbero non essere intervenute per correggere le “anomalie” e criticità?

Perché alcuni mezzi motorizzati autorizzati possono scorrazzare liberamente perfino al di fuori delle sedi stradali e perfino nella zona critica vietata all’alpinismo?

Perché i mezzi motorizzati autorizzati circolano liberamente per “fini produttivi” nella zona vietata all’alpinismo, passando addirittura sui prati relativi all’area in discussione quando, allo stesso tempo, si è vietato ai professionisti della montagna l’accesso e per ben 6 anni non gli sono state concesse autorizzazioni ma anzi gli sono state perfino elevate sanzioni? Si possono discriminare i “fini produttivi” in base alla tipologia delle differenti attività, consentendo incredibilmente quelli a più elevato impatto ambientale (i mezzi a motore) e non quelli a basso impatto (l’alpinismo per tutti e l’attività delle guide alpine)? Su quale criterio si basa la “scelta” di un’attività con “fini produttivi” leciti e legali per rilasciare le autorizzazioni? E’ sensato e lecito tutto ciò?

Se il DD. 384 del Parco dei Sibillini non è regolare per vizi di forma, perché continua ad essere applicato?

Quali sono gli organi preposti al controllo di una Pubblica Amministrazione come è l’Ente Parco?

Perché si permette l’accesso dei mezzi motorizzati anche relativamente al Progetto Praterie Altomontane, perfino al di fuori delle sedi stradali e nelle immediate vicinanze dell’area vietata all’alpinismo, nel momento in cui lo stesso progetto esclude l’utilizzo dei mezzi a motore?

Paolo Caruso, dopo anni di tentativi di dialogo con l’Ente Parco, fa il punto sulla situazione: “Non ci sono parole per definire quanto accade nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini… il fatto che il Parco sia tra gli ultimissimi posti per frequenze turistiche non è certo un caso e la dice lunga sulla situazione e sul tipo di gestione. Se pensiamo poi che la gran massa di turisti si concentra a Norcia soprattutto per la fioritura di Castelluccio e in pochissimi altri luoghi… la situazione è preoccupante e allarmante. Abbiamo cercato di spiegare molte volte, ricordando le normative nazionali e internazionali, che i parchi sono stati istituiti per due ragioni principali: salvaguardare la natura e, allo stesso tempo, creare opportunità, favorendo soprattutto le attività a basso impatto ambientale, come quelle tradizionali, non ultimi l’alpinismo, l’escursionismo, lo scialpinismo, ecc. Tra divieti e sanzioni nel territorio si respira un’aria come se si volesse allontanare qualsiasi forma di turismo che non sia quella culinaria e di turismo sulle strade, o sul grande anello dei Sibillini ove, per altro, si sono verificate diverse criticità, non ultima quella relativa ai rifugi del parco chiusi.

Paolo Caruso su Ultimi Cavalieri
SibilliniTorneràSereno-09 P. Caruso su Ultimi Cavalieri

Per quanto riguarda i sentieri, le ingenti somme economiche investite, ad esempio, si parla di diverse centinaia di migliaia di euro, è tale da lasciare perplessi vista la situazione attuale e considerando anche tutte le criticità emerse a tal proposito, segnalate anche su questo blog. Ci si domanda come possa ancora sussistere una tale situazione caotica nonostante i suddetti stanziamenti pubblici ma anche per quanto previsto dal Protocollo d’intesa del 15 settembre 2014 tra Federparchi e CAI, in cui si ribadiscono i compiti del Sodalizio di “provvedere al tracciamento, alla realizzazione e alla manutenzione dei sentieri”. Inoltre, sarebbe apparso sicuramente più logico e di qualità avvalersi anche del parere dei professionisti della montagna locali (Guide Alpine, Accompagnatori, Guide escursioniste, Guide parco), che conoscono bene i percorsi della zona, onde ovviare alle problematiche ben note presenti in questo territorio.

Se poi ricordiamo le tre multe ricevute da Luigi Nespeca relativamente alla conduzione del cane al guinzaglio perfino nei sentieri privi di segnaletica opportuna e accessibili ai cavalli, ai muli, alle mountain bike oltre che ai cani senza guinzaglio utilizzati per il censimento delle coturnici, per la pastorizia, ecc., la situazione appare ancora più grottesca.

Dobbiamo solo evitare di prestare il fianco a possibili attacchi accaniti del Parco in quanto la situazione è ora particolarmente accesa: pensa che alcuni di noi stanno valutando una possibile querela per violazione della Privacy da parte del Parco (eh già, ne commettono di tutti i colori e neanche lo vogliono ammettere).

Che siano particolarmente nervosi lo si vede anche da questo documento del 30 luglio 2015. E’ una comunicazione del Parco che riguarda un altro capitolo, il loro errore di aver divulgato il Verbale della riunione dell’8 luglio 2014 con i dati personali di molte persone presenti (telefono, e-mail, ecc) senza alcuna autorizzazione degli stessi. Invece di cercare di rimediare nel migliore dei modi cercano di difendersi attaccando, come quando si è con le spalle al muro… Tra le varie cose, propongono che io cancelli dal Verbale che hanno inviato a me, e che è stato mandato perfino in Europa come allegato alla chiusura del Progetto sul Camoscio, alcuni nomi delle persone… ed è pure un pdf! Scrivono pure che i nostri commenti sul Gogna Blog “si sarebbero spinti oltre la critica” e quindi messo in cattiva luce il Parco. Non il loro operato, bensì i nostri commenti!

Per tutto questo ho deciso di alzare il tiro e andare avanti. Questi signori ancora sembrano non aver capito che hanno il dovere, soprattutto in tema ambientale, di informazione e trasparenza, anche nel caso in cui nessun cittadino chieda di poter visionare i documenti, figuriamoci quando lo si chiede, come nel nostro caso. Per come li ho sentiti nervosi, potrebbero aver ricevuto qualche avviso da qualche autorità da noi interpellata…

Pertanto, ecco la mia risposta alla comunicazione del Parco del 30 luglio 2015. Rispondo punto per punto sull’argomento “privacy”, poi però:
– li richiamo a una maggiore osservanza della legge, come Pubblica Amministrazione;
– contesto alla loro comunicazione la continua serie di imprecisioni e affermazioni non vere;
– li richiamo anche sul tono piccato, minaccioso e accusatorio che caratterizza le comunicazioni a me da loro inviate”.

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A cosa servono i musei di Messner?

In occasione dell’odierno compleanno di Reinhold Messner pubblichiamo questo stuzzicante saggio di Giorgio Robino.

A cosa servono i musei di Messner?
di Giorgio Robino

Il 27 luglio 2015 leggo sul web lo stimolante articolo di Mariateresa Montaruli, dal titolo: Il museo di Messner – La finestra in vetta alla montagna, sottotitolo: il 24 luglio ha aperto al pubblico il più alto museo dell’Alto Adige: scavato nelle viscere di Plan de Corones. Un capolavoro di design nel cuore della montagna. [1]

L’articolo [1] viene riportato su pagina facebook di un amico e si scatenano commenti contro, da parte di ambientalisti e di strenui oppositori ad ogni azione di Reinhold Messner. Anch’io mi schiero subito contro, in un commento d’impulso dove mi dilungo sulla mia critica radicale al concetto di museo.

Ma poi ci ripenso ed elaboro questa riflessione più approfondita e spero equilibrata, che affronta due aspetti giustapposti. Anzitutto: definire il valore del concetto di museo come strumento divulgativo culturale, in generale e nella impostazione del Messner Mountain Museum (in seguito MMM) [2]. In secondo luogo: chiarire l’eventuale contraddizione ambientalistica degli edifici museali in montagna.

MMM di Plan de Corones. Immagine da www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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1) La contemplazione del mistero, attraverso i musei
Lessi anni fa, nel libro intervista a Reinhold Messner La mia vita al limite [3], del suo progetto di far conoscere la montagna ai “cittadini” (o “turisti”, termine da lui spesso usato) attraverso l’Arte, ovvero le opere artistiche ispirate alla montagna e la storia dell’azione umana in montagna (tutta, non solo quella alpinistica), da contenersi in musei dedicati a specifiche aree tematiche. Fui subito entusiasta del suo percorso mentale, che lo ha portato a decidere che:

anche attraverso l’Arte è possibile conoscere la Montagna.

Una scelta di percorso sorprendente, proprio perché scaturito da un alpinista che per molta parte della sua vita è stato a ridosso del limite psicofisico delle capacità umane, e poi, una decina di anni fa, forse tornato indietro da un qualche estremo “limite” (termine che lui usa spesso, anzi ossessivamente), e dopo aver tentato alcune imprese nel territorio con l’agricoltura e nella politica europea, dedica negli ultimi anni una grandissima energia per sviluppare il vasto progetto museale MMM.

Reinhold Messner si autodefinisce quindi come mediatore culturale e narratore, con l’intento di farci conoscere la montagna attraverso la storia delle imprese alpinistiche e la loro rappresentazione nelle opere artistiche. Il nostro camminatore diventa una specie di stalker (vedi film di Andrei Trakovkij [22]), portatore di umani in zone del sacro dove il mezzo di trasporto è il museo e noi, pubblico, siamo i visitatori della “zona”.

La mia azzardata tesi qui è che la sua operazione culturale abbia un significato spirituale, che consiste nella sua necessità della comunicazione di una “contemplazione del mistero” della montagna. Mediante l’arte visiva contenuta all’interno di musei specifici, che sono lo stratagemma comunicativo.

Sì, ma cos’è questo qualcosa di misterioso?

Vorrei far dare la risposta allo stesso Reinhold Messner, che nelle interviste, pur avendo spesso volutamente “rigettato” ogni domanda allusiva a questioni metafisiche, mi sorprende invece con la risposta a una domanda di Daria Bignardi durante un’intervista in trasmissione televisiva di qualche anno fa [20]:

“DB: Ha trovato Dio da qualche parte?
RM: No, no! Io non vorrei dire se Dio c’è o non c’è. Io accetto il fatto che c’è “qualcosa”. Che noi non possiamo riconoscere, noi umani non abbiamo occhi, cervello, tasto per capire tutto. C’è sempre qualche cosa al di là. Io sono andato molto vicino all’aldilà, però dietro all’ultimo orizzonte nemmeno io posso vedere. Non è possibile! E noi dobbiamo accettare che c’è qualcosa che noi non possiamo afferrare, vedere, capire. E questo aldilà io rispetto come una dimensione divina, ma non lo chiamo Dio”.

Ora tralasciamo momentaneamente questo delicato terreno ultra-verticale, anzi ultra-terreno, perché devo prima un po’ blaterare contro i musei. Personalmente ne sono sempre stato deluso, anzi a dirla tutta: sono proprio totalmente contrario!

E’ un concetto generale, che riguarda qualsiasi esposizione dell’opera umana di creazione dell’inutile artistico: quando l’arte è fissata, catalogata all’interno di un museo (non parliamo delle “gallerie d’arte”), questa è morta, non ci parla più, è cadavere.

Perlomeno questa è la mia sensazione, che sono più sensibile alla musica e sono profano di arte visiva, ma in verità lo stesso vale per la musica, dove l’equivalente del museo è forse il concerto in pubblico.

Messner all’inaugurazione. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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La mia emozione usuale quando entro in un museo è sempre d’irrigidimento, appena vedo dei cataloghi di oggetti messi in un percorso prestabilito attraverso delle stanze. Non riesco a concentrami bene sui quadri e le foto e gli oggetti. Sono distratto dalle scelte di associazione fatte dalla “direzione artistica”, sono distratto dai commenti del capitato lì per caso come me, ignorante o storico dell’arte che sia.

E’ che ho la convinzione che l’arte sia sempre un po’ nascosta tra le pieghe, riluttante all’esposizione, e svanisce quando esposta a un pubblico (noi tutti). Divulgata e didascalizzata, pubblicizzata e venduta. Diventa “porno” e l’anima nell’opera svanisce, andandosene lontana (semmai prima fosse stata lì).

L’arte è invece un percorso anzitutto individuale, anche se poi richiede la comunicazione agli altri, affinché l’azione venga riconosciuta come sublime.
E’ il solito, contraddittorio, doloroso, dilemma umano.

Forse l’arte è come l’alpinismo puro, bisogna farlo nascosti e da soli affinché serva a “qualcosa”, e perché superi il meschino teatrino sociale.

Allora non mi è quasi mai possibile assaporare la bellezza delle opere d’arte contenute nei musei, non per come questi sono concepiti fino ad oggi, nella nostra cultura, con questo tipo di storici dell’arte, con questo tipo di architetti che progettano edifici museali, con questo tipo di esperti di comunicazione, con questo tipo di pubblico, noi tutti.

Non c’è una visione, un passo avanti nell’altrove (il contenuto di cui l’arte potrebbe parlarci).
Non c’è quasi mai apprendimento, consapevolezza di quel “qualcosa”.
Non si intuisce quasi mai niente di niente, dentro spazi espositivi, non-luoghi non-intimi.

L’uccisione dell’arte dentro i musei è un “problema” generale nella nostra società e di una visione non spirituale, desacralizzata, ma invece esibizionistica, tecnicistica e virtuosistica (e quindi, infine, inutile e sterile). Ripeto, è questione generale e il povero Reinhold Messner non ha colpa.

Ma allora, per inciso, come andrebbe goduta la fotografia, o la pittura, o la scultura?

Non ho una risposta definitiva. I libri sono una risposta parziale e forse superata. Forse oggi è il cinema l’arte visiva che permette un ottimo rapporto intimo tra visionario (autore della visione) e vedente, evitando tutta la necessità del luogo di “culto” prestabilito (il teatrino museale). Il cinema non richiede un luogo spaziale obbligatorio di fruizione e tutte le mediazioni e compromessi derivanti. Ormai, con i computer ora, e già qualche decennio fa con le videocassette, le sale cinematografiche non sono più necessarie. Io poi ho saltato a piè pari il dilemma, perché la forma d’arte che mi interessa maggiormente è la musica, che io stesso realizzo “in solitaria”, evitando tutte le procedure dei luoghi di “rito” espositivo, ma qui sono fuori tema davvero. Ho esagerato e divagato. Mi fermo!

Invece, per approfondire in particolare l’operazione MMM, che credo sia nobile e sincera, proviamo a leggere qualche passo estratto da libri intervista a Reinhold Messner e ragioniamo sul percorso che ha fatto.

Riporto qui alcuni passaggi del libro intervista di Thomas Huetlin a Reinhold Messner: La mia vita al limite [3] di cui estraggo solo qualche capoverso di conversazione tra loro a riguardo della fondazione MMM:

“TH: Lei è solito affermare che la realizzazione di questi spazi sia il suo “quindicesimo ottomila”. Cosa la alletta nella prospettiva di invecchiare come direttore di museo?
RM: Io sono solo l’iniziatore del MMM. […] Di nuovo sono disposto ad impiegare ogni energia, ogni mezzo e tutto il mio tempo in questo progetto. […] io voglio solo realizzare un sogno. E dal momento che questo suscita tanto entusiasmo – da parte di amici, artisti, architetti, collezionisti, collaboratori -, il risultato sarà di sicuro qualcosa di eccezionale, che alla fine si sosterrà da solo. Non ho mai desiderato altro.
TH: Oggi come oggi lei è più gratificato dall’idea di “
scalare all’interno di un’opera d’arte” piuttosto che su una montagna?
RM: Sì, ormai le montagne le affronto solo mentalmente. […]. Ma mentalmente, mi occupo quotidianamente di montagne: montagne nell’arte, i popoli di montagna, la storia dell’alpinismo, le religioni che si sono sviluppate nelle zone montane, questi sono i miei temi odierni. […] La storia dell’alpinismo, così come viene raccontata dagli sportivi da bar, non è solo noiosa e sterile, è anche falsa perché nessuno può verificare che gusto ha l’aldilà, quando l’aldiqua non è accessibile. Il mio desiderio è l’emozione che diventa afferrabile per pochi istanti, fra terra e cielo, quello sguardo, quello sguardo dentro di noi che coglie l’insieme quando veniamo dall’alto, ciò che è sommo e per il quale non riusciamo a trovare le parole. […]
TH: Come mai questo tipo di esperienza è più importante?
RM: Il mio approccio di oggi, un tipo di esperienza della quale trent’anni fa avrei riso, mi rende curioso, mi tiene sveglio, mi fa provare la gioia di vivere. Forse a stimolarmi è solo il desiderio di fare, oppure l’istinto che sa che ho bisogno di sempre nuovi spazi di esperienza, commisurati alla mia età.

Nel libro La Montagna a modo mio [4], a pagina 326, Messner esprime con ancor maggior chiarezza l’idea iniziale del MMM:

“Non so come sono arrivato all’idea di sviluppare una struttura museale intorno al tema della montagna. Non si tratta di un museo in senso classico. Ho in mente uno spazio d’incontro dove mostrare il significato delle montagne per l’uomo. L’Alto Adige, la mia patria, sarà la sede del museo. E visto che anche in questo caso ho incontrato molte opposizioni, quando ho incominciato a mettere in pratica la mia idea, ho deciso di ampliare il nucleo originario del progetto. Alla sede centrale, situata a Bolzano, presso Castel Firmiano, sono collegati quattro ‘satelliti’, nei quali vengono trattati aspetti particolari del tema. Tutte le sedi nel loro complesso costituiscono il Messner Mountain Museum (MMM), un museo della montagna che si occupa della natura dell’uomo“.

E nelle ultime pagine dello stesso libro, a pagina 335, viene riportato un comunicato stampa del 2005, in cui Messner si esprime così:

“In mezzo alla frenesia che ormai caratterizza il turismo moderno, voglio creare un luogo di contemplazione. Qui le montagne e arte devono congiungersi. Mi stanno a cuore il dialogo, la storia comune, l’eredità culturale dell’alpinismo.

Così intendo fare mio un ruolo di mediazione fra il grande pubblico e le montagne. Il solitario si trasforma in mediatore. Le montagne e la loro dimensione possono essere percepite direttamente, salendole, oppure attraverso le arti figurative in un museo.

Al di là della loro relativa attualità, le opere d’arte raccontano dei loro creatori, della creazione, le opere sulla montagna raccontano della montagna. Per tutti coloro che sono interessati alla montagna, faccio in modo che il ‘paese dei monti’ diventi uno spazio d’esperienza. Poiché anche nell’era del turismo di massa e del ‘fit for fun’ sarà importante interpretare in modo nuovo questo tema.

Paesaggio, opere d’arte e visitatori devono comunicare tra loro e fornire informazioni senza che si renda necessario spiegare le montagne. Nel mio ruolo di coordinatore e creatore credo a un’immagine dinamica delle montagne, non a una realtà congelata. Solo così si realizza uno spazio d’espressione della fantasia fra chi osserva e le montagne stesse, che nella nostra coscienza si modificano costantemente. Con questo progetto ho preso in considerazione la montagna nel suo insieme.

In questo senso sono solo fondatore e suggeritore del museo, una sorta di catalizzatore. Mi interessano lo sguardo d’insieme e l’opera completa, che continua a rimettere in contatto fra loro luoghi storici e le opere d’arte.

E’ così che il tempo al quale appartengono si annulla, e si costruisce una biografia collettiva dell’alpinismo. Si tratta quindi non tanto di documenti, bensì, come nel rapporto con la montagna, della vicinanza della lontananza, della curiosità e della sorpresa.

Il ruolo di mediatore che mi sono assunto vale anche per quanto riguarda il dialogo tra le generazioni e le epoche, le opere e le tensioni che le uniscono. Come una specie di ‘ruffiano’, voglio sottolineare la sensualità dell’opera creativa, senza per questo attribuire necessariamente un’utilità all’alpinismo.

Scopo e significato del museo stanno nell’essenza viva delle opere, che vengono vissute in maniera diversa dal singolo osservatore.

Ciò cui penso e cui miro con il museo è la montagna incantata per tutti coloro che desiderano sapere cosa c’è dietro e sopra le vette”.


Quelle sopra sono parole di interviste di parecchi anni fa, ma penso siano ancora valide.

Interno del MMM Corones. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Reinhold Messner utilizza il museo come “meta-arte”. Quello che gli interessa credo sia soprattutto colmare la sua sete di desiderio di comunicazione dell’immaginario ad altri, a un gran numero di persone, ai cittadini, ai “turisti”, ai più lontani dalla montagna. I musei sono il mezzo a lui congeniale per comunicare il rispetto all’ignoto dietro alle montagne, al sacro, al mistero che dir si voglia. Con un’operazione culturale per la “massa”.

Nell’articolo di Vincenzo Chierchia comparso su Sole24ore.com [5] si legge:

“Per Reinhold Messner la rete di musei, che fa capo alla Fondazione di famiglia gestita dalla figlia Magdalena, si fermerà qui; d’ora in avanti la passione sarà quella cinematografica con documentari sulla montagna”.

Dai musei passerà al cinema? Oh, bene, ci sta arrivando con giusta progressione! D’altro canto il più bel film di montagna, a dir di molti, e anche secondo me, è un film che vede Reinhold Messner come protagonista, si tratta dello splendido “documentario” di Werner Herzog: Gasherbrum – Der Leuchtende Berg [6]. Tra l’altro il grande regista è autore di altri magnifici film, specificamente centrati su temi ambientalistici, ultimo ma non ultimo: Wild Blue Yonder [21].

Il passaggio chiave è, secondo me, che Reinhold Messner ha capito personalmente “qualcosa” (che io dico essere cosa metafisica, ma lui sicuramente lo negherebbe al grido rimproverante di: “Nessun esoterismo, ma semplice pragmatismo!”). E’ tornato indietro da noi dabbasso e ha ideato e poi realizzato una maniera per comunicare la necessità della contemplazione di questo “qualcosa”. Con i musei fino ad oggi, forse con il cinema (dentro i musei) domani. Questa la mia tesi.

 

2) La critica ambientalista all’ultimo museo
Ecco l’introduzione (estate 2015) scritta dallo stesso Messner nella web home page del museo di Plan de Corones sul sito MMM [8]:

“Sito a Plan de Corones, tra val Badia, Valdaora e val Pusteria, l‘MMM Corones completa il circuito Messner Mountain Museum, un percorso che si compone di sei musei. Ai margini del più spettacolare belvedere montano del Sudtirolo, dove sorge la singolare sede del museo progettata da Zaha Hadid, si narra la storia dell’alpinismo tradizionale.

Da Plan de Corones, lo sguardo spazia nelle quattro direzioni, spingendosi oltre i confini provinciali: dalle Dolomiti di Linz a est all’Ortles a ovest, dalla Marmolada a sud alle cime della Zillertal a nord.

Le vetrate del museo restituiscono le immagini della mia infanzia – le Odle e il Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, l’ascensione più difficile della mia vita – così come i ghiacciai granitici che sovrastano la valle Aurina.

All’interno della montagna, il museo ripercorre l’evoluzione dell’alpinismo moderno, i miglioramenti ottenuti nel corso degli ultimi 250 anni per ciò che riguarda l’attrezzatura, i trionfi e le tragedie che si sono consumati sui fianchi delle più famose montagne del mondo, dal Cervino al Cerro Torre al K2, e la rappresentazione delle imprese di noi alpinisti, per quanto contraddittorie esse possano apparire.

Come negli altri musei del circuito, l’alpinismo è raccontato attraverso reliquie, citazioni, opere d’arte (dipinti e sculture) e la trasposizione, all’interno dell’MMM Corones, della scenografia montana che lo circonda.

Nel mio ruolo di narratore dell’alpinismo tradizionale non intendo né esprimere giudizi né drammatizzare. Piuttosto, l’obiettivo è quello di condensare le esperienze di chi, come me, ha fatto proprio il confronto tra l’uomo e la montagna. Al centro del museo non vi sono imprese sportive o primati bensì i grandi personaggi dell’alpinismo, oltre a filosofi e pionieri che hanno osato “la transizione aurea“ dall’idea al fare, prescindendo dal perché.

In lingua ladina, Corones significa corona. Plan de Corones, la celebre montagna dello sci e delle escursioni, la vetta dei deltaplanisti e dei parapendisti, ospita oggi quello che considero il punto culminante del mio progetto museale: un luogo del silenzio e della decelerazione che offre panorami indimenticabili, uno spazio in cui ritirarsi e lasciare che la percezione si apra verso l’alto, verso l’oltre. La montagna diviene così uno spazio esperienziale, parte della nostra cultura. Viviamola in modo nuovo, facendo volare lo spirito al di sopra di ogni vetta”.
Luogo del silenzio e della decelerazione? Sopra le funivie, gli impianti sciistici e con pure quelli che fanno parapendio?
Sono perplesso, e l’immagine sotto con la folla attorno agli impianti non è rassicurante.
Direi piuttosto: luogo di accelerazione! Ma sto scherzando. Gli ambientalisti polemici invece scherzano meno e colgono solo contraddizioni nell’ultimo museo di Plan de Corones. Dicono:

E’ contro le croci, non vuole le ferrate, non vuole gli spit sulle vie alpinistiche, poi va a fare scempi architettonici, disseminando musei in tutto l’Alto Adige, ora bucando addirittura una montagna, facendo accordi d’opportunità con il consorzio delle funivie. Una completa contraddizione con se stesso!“.

Plan de Corones. Foto da http://www.mmmcorones.com/it/plan-de-corones.html
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Tra l’altro, in concomitanza con l’apertura del museo, il 26 luglio 2015 Reinhold Messner afferma, in articolo comparso su mountlive.com [19]:

Le croci sulle cime? Quelle esistenti lasciamole. Ma non installiamone altre. Sulle cime solo gli ometti di sassi e nient’altro. Le vette delle montagne non devono essere sfruttate per dei messaggi”.

Sarei d’accordo, ma a ben vedere, la realizzazione del museo a Plan de Corones contraddice l’affermazione sopra, perché il museo rappresenta un potentissimo “messaggio” che veicola i valori del pensiero “laico” di Reinhold Messner. Io penso che i musei (sulle cime dei monti) sono l’equivalente delle croci di vetta.

Argomenterò in dettaglio poco più avanti l’aspetto simbolico (per me positivo) del messaggio di questo museo in particolare, ma torniamo all’articolo citato inizialmente [1]. Sono perplesso se penso all’enorme impegno economico per la realizzazione dell’opera, per esempio leggo che:

“Il progetto, 3 milioni di euro pagati da Skirama Plan de Corones, il consorzio di impianti di risalita membro del Dolomiti Superski”.

Eppoi il numero di frequentatori ipotizzati nei prossimi anni è altissimo, troppo alto, se è verosimile la previsione riportata sempre nell’articolo [1]:

“Attraverso il magnete-museo si scommette sul raddoppio dei passaggi nei 27 impianti di risalita oggi contati a 70mila d’estate, 1,5 milioni d’inverno”.

Raddoppio? Vorrebbe dire 3 milioni di persone ogni inverno? Ho capito bene?
Io spero che queste stime siano un po’ come le stime governative di presenza turistica all’EXPO 2015: “leggermente” gonfiate, perché sennò davvero il comprensorio di Plan de Corones avrà un impatto ambientale ben poco sostenibile.

Nell’articolo [1] viene riportata una risposta di Reinhold Messner alla domanda dell’intervistatrice a riguardo di una possibile violazione della montagna (credo si riferisca alla posizione e agli scavi sotterranei di quest’ultimo museo):

“RM: Non era possibile operare in altro modo: il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie. C’è un limite a questa visione ed è di natura antropologica e altimetrica: lì dove l’uomo, in montagna è sempre andato per tagliare legna o portare le pecore, lo sfruttamento ai fini turistici è accettabile. Oltre, tra ghiaioni e ghiacciai, bisognerebbe, con una ‘barriera’, tutelare la wilderness”.

Pare quindi che Reinhold Messner consideri come compromesso accettabile la possibile “violazione” della montagna (qui stiamo parlando degli scavi per il museo), se fatta in un territorio già sfruttato e deturpato per fini turistici (gli impianti sciistici, ecc.), ovvero quello che sta al di sotto di una certa quota limite (ma quale quota precisamente?), mentre pare confermare la sua idea di necessità di evitare qualsiasi intervento umano alle alte quote (dai ghiacciai in su?).

Può sembrare quindi un po’ opportunistica questa visione e fa un po’ specie il fatto che dica: visto che ormai il territorio montano è così, anch’io mi adeguo all’edificazione in quota. Non posso negare che tutto questo appaia in contraddizione con la sua ideologia ambientalista che ha portato avanti per primo lui in passato.

D’altro canto la sua affermazione “il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie” ipotizza uno scenario abitativo meno fantascientifico ed esagerato di quello che ora può sembrarci. E nella pratica, con questo museo lui ha appena realizzato (forse per primo e tecnicamente in modo impeccabile devo dire) una provocazione e un avvertimento all’umanità in tal senso, come dirci: “finiremo con il vivere sottoterra!”. Pertanto arrivo alla paradossale conclusione:

il museo di Plan de Corones esprime simbolicamente un magnifico messaggio ambientalista.

Dal punto di vista dell’integrazione con terra e roccia, l’edificio museale sotterraneo, realizzato bucando sotto la vetta di Plan de Corones, non è poi così incoerente rispetto alla necessità di minimizzare l’impatto ambientale, e la scelta progettuale precisa è sottolineata anche nel comunicato stampa di presentazione nel museo [9], di cui estraggo passaggio:

“Il Museo ha uno sviluppo prevalentemente sotterraneo, articolato su diversi piani tanto che, nonostante i 1000 metri quadrati di superficie che saranno disponibili, solo una minima parte di essi richiede costruzioni fuori terra, a tutto vantaggio della componente paesaggistica, dato il ridottissimo impatto visivo della struttura rispetto all’ambiente naturale in cui la stessa sorge”.

Ora, se si paragona questo edificio con, per esempio, quanto fatto recentemente all’arrivo della Sky Way in vetta alla punta Helbronner [10] (più che ottava meraviglia del mondo, secondo me un obbrobrio architettonico e concezione di spazio pubblico che peggio non si poteva fare), allora:

il museo di Plan de Corones è avanti anni-luce, capolavoro di integrazione ambientale e di creatività architettonica, al confronto!

Ma soprattutto mi intriga il valore simbolico, concettuale che ha l’interramento: il museo viene a rappresentare una specie di ‘caverna platonica’ [11], dalle cui finestre entra “Luce” e visione panoramica, che permette al visitatore di vedere la bellezza delle montagne lontane!

MMM di Plan de Corones. Immagine da http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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Può darsi poi davvero che Reinhold Messner sia così pessimista e lungimirante da ipotizzare un futuro magari non così lontano, in cui l’umanità vivrà sottoterra, e questi musei sotterranei sono addirittura una premonizione di un mito fantascientifico; tutto questo mi ricorda il magnifico libro La Valle del Ritorno di Flavio Favero [12], eppoi gli amati fumetti de L’Incal di quella psico-testa esoterica di Alejandro Jodorowsky [13].

Infine l’architettura degli interni, fatta di pareti lisce che pare di esser in una astronave, mi porta alla mente i cunicoli tubolari della piattaforma spaziale nel film Solaris, di Andrei Tarkovsky [14], uno dei miei film preferiti. In quel film una piattaforma spaziale è stata posizionata dagli uomini nello spazio cosmico di un lontano “pianeta magmatico”, pianeta che, nella concezione cristiana del regista, è palesemente simbolo della presenza di Dio, e la piattaforma è il luogo che permette ad alcuni astronauti di comunicare con il ‘mare pensante’, cioè Dio. Trovo che ci sia una similitudine concettuale con il museo in questione, anche se qui al posto del mare ci sono le montagne attorno a Plan de Corones.

Pertanto mi devo inchinare di fronte a ‘sto benedetto architetto Zaha Hadid, o allo stesso Reinhold Messner, se è lui che ha avuto l’idea di realizzare la mistica cavernicola.

Ora, tornando alla diatriba ambientalistica odierna, specialmente tra Mountain Wilderness Italia e lo stesso Reinhold Messner, sono dispiaciuto della inopportuna separazione che c’è stata in passato e pare essere ancora attuale (vedi anche articolo di Carlo Alberto Pinelli [15] e recente discussione a valle di articolo di Luigi Casanova, su Gogna Blog [16]).

E’ uno sbaglio paradossale pensare che Reinhold Messner, che ha contribuito a creare Mountain Wilderness nel 1987, e che è stato così amico di Alexander Langer, e che si è prestato alla divulgazione della causa ambientale in cui crediamo ancora in molti, venga criticato acerrimamente, considerato ora come un venduto, ipocrita, egocentrico assolutista, proprio dal momento in cui lui elabora negli anni una azione culturale che come ho spiegato sopra contiene un forte messaggio ambientalista.

Estrapolo testo da intervista, credo comparsa qualche anno fa su giornale quotidiano altoatesino [17], che penso sia tuttora valida:

“Giornalista: Mountain Wilderness protesta perché il Dolomiti Superski usa l’immagine del Sassolungo con il marchio della fondazione Unesco.
RM: Non mi piacciono i fondamentalismi. Quanto a Mountain Wilderness, di cui rivendico di essere stato l’ideatore, ne ho preso le distanze per le posizioni estremiste.
Giornalista: Gli impianti di risalita sono compatibili con la tutela Unesco?
RM: Il problema non è l’inverno, ma l’estate per il traffico e l’aggressività con cui auto e moto si avvicinano alle montagne. Lo dico da anni: i turisti dovrebbero spostarsi in funivia come d’inverno, perché questi impianti sono un mezzo più sostenibile rispetto ai veicoli a motore”.

D’accordo, le parole sopra sono riferite a un contesto leggermente diverso, tempo addietro, ma il percorso di pensiero ambientalista di Reinhold Messner a me pare “pragmatico” (per usare un termine a lui caro) e piuttosto coerente con un suo pensiero sempre trasparente.

Veduta estiva di Plan de Corones. Al centro e in basso si nota il museo, parzialmente interrato. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Per capire l’evoluzione della sua concezione ecologica e ambientalista, può essere utile la lettura di qualche passaggio di intervista del 2012, sul sito della regione Emilia Romagna, dal titolo: In montagna ed in città, l’ambientalismo realista di Reinhold Messner [18]:

“Giornalista: Lei è stato un grande comunicatore oltre che scalatore: è possibile educare le persone alla sostenibilità?
RM: Io non ho mai fatto altro che descrivere il mondo semplicemente così come è. Sono prima di tutto un alpinista, un contadino, porto avanti un maso autosufficiente in montagna, un maso che è sostenibile teoricamente fino alla fine della terra e la sostenibilità in questo caso è la base soprattutto economica di questo pezzo di terra. E offro tutto questo come un modello al quale ispirarsi per il nostro comportamento in montagna.
Però se io in città vado in macchina, pur sapendo che in questo modo aumento la quantità di CO2 nell’aria e che questa CO2 poi ha degli effetti di cambiamento sulla montagna, allora sono intrappolato in una contraddizione.
Se nel mondo civilizzato, cioè le città e i luoghi dove si vive e si lavora, non potessi più agire come tutti gli altri, andrei incontro al fallimento delle mie attività umane, lavorative, di sopravvivenza. Io, ad esempio, non posso andare a piedi dal mio maso fino a Monaco dove c’è l’aeroporto, non è possibile. Così, anche io da un lato, come cittadino, sono uno che sporca e inquina la terra. Io vado ancora oggi in aereo, è l’unico mezzo di trasporto ragionevole per andare in Nepal sull’Himalaya. L’ho utilizzato per andare ieri a Francoforte perché avevo un invito in televisione per parlare di questi temi. Però quando vado in montagna sono la persona più pulita possibile. E così devo dire che anche io porto avanti una vita schizofrenica.
La maggior parte degli alpinisti non si accorge che gli errori che facciamo li facciamo nella civilizzazione e non in montagna. “Errori”, fra virgolette, perché sono commessi per la necessità di portare avanti le nostre vite in maniera normale. Per questo l’educazione dovrebbe essere fatta soprattutto sui temi che riguardano la vita quotidiana di tutti i giorni laddove si vive.
Giornalista: Com’è possibile risolvere questa schizofrenia in cui in tanti vivono?
RM: L’importante è ricordare che con le chiacchiere non si risolve niente. Credo di aver capito che il mondo, specialmente in questa crisi, sta senza dubbio subendo una progressiva distruzione ecologica. Ciascuno deve fare la propria parte, io stesso posso cambiare vita, essere responsabile per quel pezzo di terreno che ho comprato, che è mio, dove faccio il meglio possibile: ad esempio vado in macchina solo se è necessario, non giro il mondo soltanto per godermi i viaggi e la sensazione di avere un motore sotto il sedere.
Ciascuno, ripeto, può fare la sua parte. Noi tutti, in 7 miliardi su questa Terra, siamo una forza incredibile: con la tecnologia che abbiamo sviluppato, abbiamo la possibilità di auto-eliminarci tutti, di distruggere il mondo. E contemporaneamente abbiamo in mano le carte per salvare il mondo. Con la crisi probabilmente non lo faremo ma siamo tutti responsabili per tutto il pianeta.
In questo contesto un po’ pessimista, le parole fini a se stesse e le critiche non servono. Criticare gratuitamente senza agire, senza fare niente, è deleterio. Chi vuole parlare di ecologia vada a fare qualcosa in casa propria, nel proprio orto, nel proprio terreno, nella propria zona, nelle proprie montagne. Partiamo dal “pulire” casa nostra. Senza criticarsi da un luogo all’altro del pianeta sottolineando i reciproci sbagli, ma agendo con coerenza”.

Mi pare quindi che Messner abbia fatto negli anni un percorso evolutivo, a valle della sua esperienza politica nell’ormai defunto partito italiano dei Verdi e poi soprattutto dalla creazione di Mountain Wilderness, venendo a praticare una azione culturale con i musei e stabilendo ora una scala di priorità dei problemi di inquinamento ambientale, sottolineando soprattutto la devastazione procurata dai mezzi di trasporto a motore (auto, moto, ecc.), utilizzati in modo pervasivo in aree ad altissima densità e purtroppo sempre di più anche sulle montagne.

Quindi il suo “ambientalismo realista”, come qualcuno lo chiama, può essere contestato su alcune contraddizioni, ma io penso che sia più che mai opportuna una comunicazione con lui, una collaborazione con lui, per perorare insieme la causa ambientale, ecologica, non solo delle montagne.


Bibliografia e links

[1] http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2015/07/27/il-museo-di-messner-la-finestra-in-vetta-alla-montagna/
[2] http://www.messner-mountain-museum.it/it/
[3] La mia vita al limite. Reinhold Messner con Thomas Huetlin. Corbaccio. 2008
[4] La montagna a modo mio. Reinhold Messner, a cura di Ralf-Peter Martin. Corbaccio. 2009
[5] http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2015-08-05/a-plan-de-corones-l-ultimo-museo-messner-progettato-zaha-hadid-161343.shtml
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Gasherbrum_-_Der_leuchtende_Berg
[7] http://www.banff.it/category/gogna-blog
[8] http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
[9] http://www.messner-mountain-museum.it/download/mmm_corones_ita.pdf
[10] http://www.banff.it/la-nuova-funivia-del-monte-bianco/
[11] Repubblica. Libro VII, Il mito della caverna. Platone, circa 360 a.C.
[12] La valle del ritorno. Flavio Favero. Luca Visentini Editore. 2007
[13] https://it.wikipedia.org/wiki/L’Incal
[14] https://en.wikipedia.org/wiki/Solaris_%281972_film%29
[15] http://www.mountainwilderness.it/news/displaynews.php?idnews=319
[16] http://www.banff.it/non-solo-croci/
[17] http://www.mountainwilderness.it/pdf/Moro-Messner.pdf
[18] http://ambiente.regione.emilia-romagna.it/rubriche/intervista/2012/in-montagna-ed-in-citta-l2019ambientalismo-realista-di-reinhold-messner
[19] http://www.mountlive.com/reinhold-messner-basta-croci-e-messaggi-in-montagna-solo-omini-di-pietra/
[20] http://www.la7.it/le-invasioni-barbariche/video/lintervista-a-reinhold-messner-18-12-2010-79731
[21] https://en.wikipedia.org/wiki/The_Wild_Blue_Yonder
[22] https://it.wikipedia.org/wiki/Stalker_(film_1979)

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Civiltà degli animali

Civiltà degli animali (1995)
Nel ‘700 lo stambecco, oggi simbolo del Parco Nazionale del Gran Paradiso, era un animale raro: già allora molti viaggiatori lo descrivevano come grande curiosità.

Il povero animale, un tempo diffuso in tutte le Alpi, era ormai ridotto a pochi esemplari che sopravvivevano nelle terre alte del massiccio del Gran Paradiso. Lo si era cacciato per la carne, ma anche per le taumaturgiche virtù di tutte le parti del corpo, che sembravano avere miracolosi effetti su molte malattie. E solo Dio sa quanti potessero essere gli alpigiani malati per giungere qua­si ad estinguere una specie!

Ai superstiti spettava però un ruolo assai importante, poiché la nascita del Parco si deve a loro e alla grande passione per la caccia di re Vittorio Ema­nuele II di Savoia. Il gioco del caccia­tore di stambecchi piaceva molto al so­vrano: siccome questi erano rari, egli pensò bene di assicurare solo per sé il divertimento. Facendo valere la sua autorità, fece rispettare le “Regie Paten­ti” che vietavano la caccia all’animale. Creò poi diverse riserve su tutto il territorio e vi mise a guardia un manipolo di monta­nari (ex bracconieri!), precursori degli odierni guardiaparco. Fu così che, per poter essere cacciato, il nostro stam­becco potè so­pravvivere. E qualunque stambecco incontriate sulle Alpi, è un discendente di quelli del Gran Paradiso, perché fu grazie a loro che iniziò il ri­popolamento alpino della specie.

Giovane stambecco con manto invernale. Foto: Lucio Tolar
Giovane stambecco con manto invernale - Capra ibex - Alpi Giulie

Oggi l’ecologia ci insegna che la vita animale non è solo un comple­mento al bosco e alle montagne, ma è parte intrinseca dell’ecosi­stema ambientale. Ogni ani­male, anche il più piccolo e il meno amabile, ha la sua ragione di esistere nello svolgersi ordinato della vita della Natura.

La loro vita nascosta o comunque non evidente ci ricorda le no­stre paure, le ansie, i sentimenti più intimi che ci sembra di aver perso per strada. Basta cercare lo sguardo, le luci diverse dei loro occhi, i tagli metallici o le pupille calde: sono emo­zioni forti, specchi fedeli di ciò che si agita dentro di noi. Un Parco Nazionale facilita questa ricerca, perché gli animali sono più visibili: ri­trovando i sentimenti celati, ritroviamo la stra­da stessa.

Marco quel giorno aveva tentato di far colazione in Valsavaren­che, in uno dei tanti bar di fondovalle, un po’ squallidi nel lo­ro arredamento rustico moderno. Anche lì, come è vezzo di baite, rifugi, trattorie tipiche e anche anonime piz­zerie, esponevano in bella vista trofei, corna di cervo, mezzi busti di stam­becco, uccelli impagliati. C’era una varietà di bestie insolita, nulla in comune tra loro se non il fatto di essere state impiombate. In un attimo, Marco aveva preso la decisione di cambiare bar.

Sono tanti quelli che non gradiscono i trofei, un po’ meno quelli che lo dicono apertamente. Per il momento il boicottaggio è l’u­nica reazione possibile e così come oggi si afferma sempre più il rifiuto della pelliccia, speriamo che in futuro l’assenza di ca­daveri impagliati e appesi sia la misura di un livello di civiltà mi­gliore.

Ma la condanna della truce esibizione nei locali pubblici di que­sti poveri animali ci induce a pensare che il nostro pietismo e la nostra considerazione morale si rivolgono solo ad alcune spe­cie. I piccoli e graziosi mammiferi selvatici sono degni della nostra gerarchia etica, e così anche gli uccellini indifesi hanno un posto nel nostro cuore: li amiamo quasi come i nostri animali domestici. Altri, come stambecchi e camosci, sono simboli di li­bertà ed autosufficienza, perciò destano almeno la nostra ammira­zione. Orsi ed aquile vanno oltre, perché dotati anche di grandi abilità o grande forza.

Panorama sul Gran Paradiso dalla Cima dell’Arolley. Foto: Andrea Rolando
cima dell'arolley, valsavarenche, valle d'aosta

Gli altri animali invece sono fuori da questo cerchio magico del benvolere umano. Infatti roditori, formiche e vari insetti non destano molte attenzioni. Mentre i serpenti, meglio se velenosi, almeno godono di una buona conserva­zione in vasi di vetro pieni di alcol e sono esposti al pubblico in spasimi contor­ti. Rettili velenosissimi e ragni da incubo sono i protagonisti di alcune mo­stre itineranti che, assieme agli strumenti medioevali di tortu­ra, costituiscono da un po’ di anni le sole iniziative culturali di molte aziende di soggiorno montane.

Sempre l’ecologia ci insegna che l’amore per gli animali in gene­rale non de­v’essere il nostro metro per rispettarli: solo cono­scendo quanto delicati sono gli equilibri tra le varie specie e quanto complicate le interconnessioni con il mondo vegetale, a­vremo pieno rispetto.

Il Parco Nazionale del Gran Paradiso è un santuario degli anima­li: qui il loro comportamento è diverso, perché loro sentono di essere protetti. Altrove conti­nua il massacro, ma qui siamo su un’isola felice. Nei pressi della Croce dell’Arolley, poco di­stante dal sentiero, un papà sta mostrando a numerosi bambini al­cune varietà di fiori. I bimbi sono curiosissimi e fanno un sacco di domande al povero padre, che è chiaramente in difficoltà. A giudicare dal ge­nuino interesse e dalla freschezza di tutta la scena, nasce la speranza di una vita animale nobile come quella umana. E mentre imparano a riconoscere le orme delle bestie che quasi non conoscono dal vero, Marco avrebbe voglia di dir loro che in altri luoghi gli animali al pascolo sono disturbati di continuo, ancor più di notte con i fari, che i quadrupedi selva­tici sono inseguiti, stuzzicati, che i rettili son presi a basto­nate perché si pensa che siano pericolosi, che le ragnatele son distrutte per gioco, i formicai rasi al suolo, trappole di ogni ge­nere son disposte per catturare per scherzo.

Cima dell’Arolley dal Gianzanaz
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Eppoi gli schiamazzi, i rumori, oppure al contrario gli apposta­menti per poter avvicinare mammiferi e uccelli, gli inseguimenti con le torce elettriche. Tutti da bambini abbiamo provocato la fuga dai nidi, portato via le uova. Non dobbiamo toccare i picco­li: alcuni genitori, dopo il contatto con l’uomo, potrebbero non riconoscerli e quindi li abbandonerebbero.

Anche il nostro cane può essere fonte involontaria di grande di­sturbo: tenia­molo perciò sotto controllo, anche al guinzaglio se necessario.

Chi conosce bene gli animali e le loro abitudini sa come si possono osser­vare con discrezione: i corsi di birdwatching e le guardie forestali possono dare preziosi consigli anche agli adul­ti. Prendiamo al volo l’occasione di essere nel cuore di un Parco Nazionale e abituiamoci a considerare la fauna un bene co­mune e quindi un bene superiore: un bene che non possiamo amministrare a nostro arbitrio, scegliendo cosa ci è simpatico e cosa no.

La Cima dell’Arolley è veramente solitaria, non raccomandata sulle guide e sulle monografie del Gran Paradiso. È al centro della testata della Valsava­renche, perciò al centro e in cima del mondo animale che sovrasta. Una mon­tagna a misura d’uomo dove l’uomo non c’è. Questo ha preferito le cime più alte. Poco di­stante in linea d’aria, nei rifugi affollati dell’altro versante, nello stesso momento persone di varia nazionalità stanno per ce­nare su immensi tavoloni. Domani saliranno in vetta al Gran Para­diso, che attira ogni anno tanta gente perché è uno dei “quattro­mila” più popolari delle Alpi. Càstore, Breithorn, Gran Paradiso e Pizzo Bernina si disputano infatti il record di afflusso.

Stambecco. Foto: Mario Verin
Stambecco

A Marco sembra di essere più in montagna ora, su una facile cima solitaria a neppure tremila metri, di quando armato di piccozza e ramponi ha salito monta­gne ben più difficili e più alte.

Questo giorno è stato magico, la vicinanza dei fiori e delle roc­ce nude, ma so­prattutto degli animali che lo osservano ha rasse­renato un animo che ancora sente ben forte l’attrazione per le grandi cime e la voglia di misurarsi con esse.

Corda e compagni di cordata sono lontani, non partecipano a que­sto solitario bagno di luce di tramonto. Al Rifugio Vittorio Ema­nuele II sono stati serviti gli spaghetti al sugo e qualcuno li avrà trovati un po’ scotti. Il rosso sulle cime è svanito in un momento, ora con la luce del crepuscolo Marco deve scendere e ar­riverà alla sua auto col buio. In giro non c’è più nessuno, gli animali sono tutti a nanna. È stanco e affamato.

Al Rifugio Chabod qualcuno si starà lamentando che le coperte so­no umide e puzzano.

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I Piani di Castelluccio di Norcia

I Piani di Castelluccio di Norcia

Castelluccio è una frazione del comune di Norcia (PG), in Umbria. Il paese si trova a circa 28 km da Norcia, raggiungibile attraverso una strada panoramica, posto in cima ad una colle che si eleva sull’omonimo altopiano (Piani di Castelluccio) tra i più vasti dell’Italia Centrale ed inserito nel Parco nazionale dei Monti Sibillini, ad una altitudine di 1452 m che ne fanno uno dei centri abitati più elevati degli Appennini. Di fronte ad esso si erge imponente la sagoma del Monte Vettore 2476 m. Secondo Wikipedia, il paese si è spopolato molto velocemente, dai 150 residenti del 2001, nel 2008 sono stati censiti solo 8 abitanti fissi.

La delegazione umbra di Mountain Wilderness Italia ha stilato un documento, inviato a fine luglio al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, all’Ente Parco Nazionale dei Monti Sibillini, alla Regione dell’Umbria, alla Provincia di Perugia e al Comune di Norcia.

A muovere le associazioni era stata l’ordinanza del Sindaco di Norcia in data 16 giugno ed in particolare una determina pubblicata pochi giorni prima con la quale il comune affidava l’immediata realizzazione delle opere – seppur temporanee – per un importo di 37.000 euro a una ditta. Una situazione a cui gli attivisti avevano subito risposto lanciando un mega appello pubblico alle varie amministrazioni pubbliche competenti per la salvaguardia integrale dei Piani di Castelluccio firmato in prima linea dal zoologo prof. Bernadrino Ragni, da Mountain Wilderness Italia, da WWF Marche e Umbria, da Lupus in Fabula, da Pro Natura Marche, dal Comitato Acqua Bene Comune – Terni, dall’Associazione Mediterranea per la Natura e dal Gruppo d’Intervento Giuridico onlus.

Un movimento che ha subito bussato alle porte della Commissione europea, della Commissione Petizioni del Parlamento europeo, dei Ministeri dell’Ambiente e dei Beni e Attività Culturali, dell’Ente Parco nazionale dei Monti Sibillini e informato la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Spoleto e il Commissariato per gli Usi civici per il Lazio, l’Umbria, la Toscana.

I Piani di Castelluccio
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Il documento, intitolato Appello alla ragionevolezza e al rispetto ambientale per la salvaguardia e l’integrità dei Piani di Castelluccio di Norcia, è assai notevole in quanto riesce a inserire la problematica particolare dei Piani del Castelluccio in un contesto generale di ampie vedute, operazione sempre utile ogni volta che si tratti di intervenire a difesa di un particolare ambiente.

Dopo un breve accenno al fatto che l’associazione abbia casualmente appreso dell’esistenza e della definizione di un Piano per la Mobilità Dolce a Castelluccio di Norcia, del cui ‘anticipo’ aveva potuto, purtroppo, prendere visione con l‘area parcheggio sperimentale in pieno Pian Grande, già funzionante, il documento, in modo stringato, dapprima elenca una serie di considerazioni generali che a poco a poco restringono la visuale sul problema.

In seguito pone una serie di domande retoriche che spostano l’attenzione sulle procedure usate e sui pericoli che il Piano per la Mobilità Dolce nasconde.

Infine il documento elenca le richieste all’Amministrazione, che in buona parte sono validate dall’introduzione generale data dalle considerazioni.

La frazione di Castelluccio al fondo degli omonimi Piani
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Considerazioni
– la ragionevolezza e la trasparenza di scelte e procedure deve prevalere su visioni miopi, inefficaci (che potrebbero ingenerare una sorta di circolo vizioso, una reazione a catena: più turismo + auto + parcheggi, e così via, in una spirale senza ritorno) e di breve respiro.

– un Parco Naturale è e deve restare tale;

– la sua finalità è quella di proteggere la biodiversità e gli ecosistemi;

– ogni e qualsiasi modificazione antropica e infrastrutturale determina un’alterazione permanente e irreversibile sia degli equilibri ecosistemici che dello sky line paesaggistico e la delusione delle aspettative di chi consapevolmente fruisce del Parco;

– attirare il cosiddetto ‘turismo ambientale’, riportare l’uomo in natura, non deve significare ‘semplificare’, banalizzare, volgarizzare i territori protetti, rendendo tutto ‘comodo’ e facile: non si deve volere un facsimile di città con soluzioni azzardate e pasticciate volte a garantire il ‘comfort’ e l’assenza di ‘disagi’ dovuti all’ambiente naturale;

– il turista va educato alla ‘diversità’ di approccio e di contesto; al rispetto, alla consapevolezza di sentirsi ospite e non padrone, alla presa d’atto che altre forme di vita animali e vegetali abitano e sono co-proprietarie di quei luoghi;

– i Piani di Castelluccio sono un Bene Comune, un Patrimonio dell’Umanità che non può sottostare a motivazioni privatistiche o eminentemente finalizzate alla monetizzazione

– la comunità di Castelluccio può trarre maggior beneficio economico e ritorno d’immagine, salvaguardando, come in larga parte ha fatto sinora, l’integrità naturalistica, ambientale, paesaggistica del proprio luogo di vita;

– il problema del “traffico a Castelluccio” è un problema mal posto in quanto, per le ragioni sopra esposte, lì le auto non dovrebbero proprio arrivarci, coerentemente alla sua natura di area fra le più pregiate e suggestive del Parco;

Il “posteggio” attuale
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Domande
– per quale ragione non v’è stata alcuna forma di partecipazione né di consultazione con le Associazioni Ambientaliste?

– Si sono valutati gli aspetti negativi che opere infrastrutturali permanenti possono determinare?

– Si è valutato che si sta optando per una visione turistica ‘mordi/fuggi/depreda’, concentrata in un periodo limitato e delicatissimo come quello della Fiorita dell’altipiano, ignorando la possibilità di valorizzare un territorio integro e selvaggio attraendo e fidelizzando flussi turistici importanti e consapevoli diluiti e costanti nell’intero arco dell’anno? Si è tenuto conto delle esigenze soprattutto del turismo europeo (inglesi, danesi, tedeschi,…) che predilige e frequenta questi luoghi in ogni stagione, proprio amandone e riconoscendone l’aspetto incontaminato, selvaggio, e le atmosfere magiche, ma anche del turismo scolastico, che è indirizzato all’educazione ambientale, e del turismo sportivo consapevole e regolamentato?

– E’ stata valutata la trasformazione inesorabile e progressiva del paesaggio e dei contenuti culturali che trasmette: da Parco Naturale si passa al Parco ‘a tema’ e poi al Luna Park, senza soluzione di continuità? Perché non si considera che l’appeal e la cifra attrattiva di questi luoghi sono l’atmosfera selvaggia, la solitudine, il silenzio, l’ampiezza degli spazi incontaminati?

– Si è tenuto conto che ‘lo spettacolo’, qui, è dato SOLO e SEMPLICEMENTE dalla Natura e dai suoi Elementi: Aria (non inquinata dagli scarichi delle auto e delle moto), Acqua (non contaminata dagli scarichi dei camper, o ‘rapinata’ a valle per progetti tanto inutili quanto faraonici), Terra (dai magici colori e dalla grande generosità produttiva), Fuoco (dei tramonti e delle albe che indorano i crinali delle montagne)? Si ha coscienza che se si perde tutto questo nei rumori, nei miasmi, nel consumo di suolo, nell’apertura di nuova viabilità, si frantuma, si banalizza e si spezza il senso profondo del Parco?

– Si è considerato che, nonostante sui Piani (zona A del Parco e Siti Natura 2000) insistano terreni proprietari privati e/o della Comunanza, ciò non significa che quest’area non sia soggetta a vincolanti e prescrittive leggi nazionali ed europee sulle aree protette?

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Richieste
– che i luoghi logisticamente deputati e già predisposti e in parte strutturati per ospitare parcheggi debbano essere presso le tre “forche” di accesso ai Piani: Forca di Presta, Forca di Gualdo/Monte Prata e Scentinelle, e che siano lì disponibili servizi di navette elettriche a disposizione dei turisti nei periodi di maggior afflusso;

– che i campeggi vengano realizzati a valle, in aree prive di impatti significativi;

– che il tema dell’ospitalità turistica venga risolto e ripensato, a Castelluccio e nei piccoli centri ricadenti nell’area d’influenza di cui trattasi, in termini di ‘albergo diffuso’, oltre che valorizzando le strutture già presenti.

La risposta del Ministero dell’Ambiente
Dodici giorni dopo la richiesta di informazioni ambientali inoltrate dalle associazioni ecologiste Mountain Wilderness Umbria e Grid (Gruppo d’intervento giuridico), il Ministero dell’Ambiente della Tutela del Territorio e del Mare ha chiesto chiarimenti al Comune di Norcia, alla Regione Umbria e all’Ente Parco nazionale dei Monti Sibillini sui futuri parcheggi e area camper ai Piani di Castelluccio. In sintesi, il Ministero chiede se le autorizzazioni ambientali, ossia la procedura della valutazione di incidenza ambientale e il nullaosta dell’Ente Parco Nazionale, sono state effettivamente richiesti. Il che consente di valutare il nuovo piano di azione per la mobilità sostenibile, il cosiddetto detto Pams, in chiave di salvaguardia naturalistica e soprattutto di razionalità.

Stefano Deliperi, presidente del Gri, ha espresso soddisfazione per i tempi celeri della risposta: ““Le associazioni ecologiste Mountain Wilderness Umbria e Gruppo d’Intervento Giuridico onlus esprimono soddisfazione per il rapido intervento del Ministero dell’Ambiente ed auspicano uno sforzo congiunto di tutte le amministrazioni pubbliche competenti per evitare la perdita di naturalità di quel straordinario bene ambientale rappresentato dai Piani di Castelluccio”.

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Etna libera

Etna libera
(tratto da www.etnalife.it e rielaborato)
Il Comitato Etnalibera chiede il ripristino del libero escursionismo nell’area sommitale dell’Etna e della libera fruizione degli eventi eruttivi.

Rendere nuovamente libero l’escursionismo nell’area sommitale dell’Etna e rendere fruibili in sicurezza gli eventi eruttivi. È quel che chiede il Comitato Etnalibera, costituitosi nel mese di giugno 2015 fra diversi soggetti, associazioni, siti internet, operatori, liberi cittadini: AGAI (Associazione Guide Alpine Italiane), CAI, Regione Sicilia Onlus, Etnalife, Etnasci, Etnaviva, Etnawalk, Federescursionismo Sicilia, FIE (Federazione Italiana Escursionismo), Piuma Bianca; e i singoli cittadini Vincenzo Agliata, Giambattista Condorelli, Piero Giuffrida, Walter Gulisano, Giuseppe Riggio, Bruna Volpi. Il Comitato ha nominato portavoce Sergio Mangiameli e Giuseppe Riggio.

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Storia
Il vulcano è intimamente legato alle popolazioni che vi abitano sin da tempi remoti. I popoli dell’Etna e i viaggiatori di tutte le epoche, dall’imperatore Adriano ai protagonisti del Grand Tour, e poi gli scrittori da Omero a Virgilio sino a Goethe e De Amicis, e gli scienziati, da sempre si sono avvicinati all’Etna con timore e rispetto, ma anche con voglia di scoprirne i misteri. In tutti i tempi gli uomini hanno cercato di raggiungere la “bocca degli inferi”, ovvero la voragine principale dell’Etna, per lanciare uno sguardo in quell’orrido e meraviglioso baratro che nasconde i misteri della “montagna”; e in tutti i tempi i popoli etnei sono arrivati a pochi passi da quel “fuoco” che, avanzando ora lento, ora furioso, ingoia terre e colture.
Negli ultimi anni, purtroppo, nelle autorità preposte ha prevalso una logica restrittiva indirizzata alla politica del divieto. Una situazione che ha allontanato l’Etna dagli etnei, interrompendo un rapporto millenario. Inizialmente gli eventi eruttivi sono stati vietati da ordinanze prefettizie. Nel 2013 è stato emanato dalla protezione Civile un regolamento di fruizione (Procedure di allertamento rischio vulcanico e modalità di fruizione per la zona sommitale del vulcano Etna) che vieta l’escursionismo libero in vetta, se non con l’ausilio di personale abilitato ai sensi di legge e in situazione di “criticità ordinaria”, ovvero in assenza di attività. Ancor più stringenti i divieti in caso di fenomeni vulcanici, anche abbastanza comuni, o di eruzioni, che impediscono di raggiungere i fronti lavici.
Una situazione che cancella il secolare rapporto fisico ed emotivo che le popolazioni etnee hanno sempre avuto con il vulcano su cui vivono.

Etnalibera
Contro questa situazione associazioni e cittadini si sono battuti cogliendo risultati parziali, come l’eliminazione dei divieti in Valle del Bove, tuttavia ancora lontani da una fruizione piena. Il Comitato Etnalibera, riunendo un gran numero di soggetti a cui sta a cuore il rapporto con la propria “montagna”, chiede una nuova regolamentazione per la fruizione della vetta dell’Etna e degli eventi eruttivi. Dopo un ampio confronto interno al comitato, è stato redatto un documento condiviso che può servire come base di partenza per l’istituzione di un tavolo tecnico-politico che affronti una volta per tutte la questione, attribuendo al Parco dell’Etna il compito della fruizione.

Nel documento Perché l’Etna non si può vietare, elaborato da Etnalibera, si legge, fra le altre cose, che i divieti sarebbero in contrasto con il diritto di circolazione dei cittadini tutelato costituzionalmente dall’art.16, e che contraddicono la presenza dell’Etna fra i Beni Patrimonio dell’Umanità UNESCO, poiché il territorio dovrebbe, al contrario, essere pienamente vissuto anche per non perdere i benefici derivanti dal “richiamo turistico che esercita l’Etna in occasione delle sue possenti manifestazioni eruttive ed esplosive”.

Etnalibera propone di restituire all’Ente Parco la piena responsabilità di regolamentare e gestire la fruizione dell’area protetta, monitorare il numero degli accessi giornalieri in vetta e aumentare il livello di informazione agli escursionisti e predisporre dei piani di fruizione degli eventi eruttivi.

Nicolosi, 10 luglio 2015
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Manifestazione
Il 10 luglio 2015 si è svolta a Nicolosi, nel piazzale del Museo della Civiltà Contadina, la presentazione del documento Perché l’Etna non si può vietare. Hanno partecipato circa duecento cittadini, nonché amministratori e politici del catanese. La Presidente del Parco dell’Etna, Marisa Mazzaglia, si è impegnata a convocare un tavolo tecnico-politico per discutere dell’esigenza di una nuova regolamentazione per la fruzione dell’area sommitale e degli eventi eruttivi, a cui sarà invitata una delegazione di Etnalibera.

Lo Studio Legale Onida ha inviato al Prefetto di Catania, per conto del Collegio delle Guide, una lettera nella quale vengono espressi forti dubbi sulla legittimità del contestato regolamento e delle ordinanze via via emanate.

Ordinanza 11 luglio
Un primo effetto della manifestazione si è già avito il giorno dopo, 11 luglio: il Prefetto di Catania, nel tentativo di estromettere le guide dalla battaglia in corso, ha emanato un’ordinanza di alleggerimento del pericolo ai crateri sommitali, per cui adesso le guide possono accompagnare i visitatori (costo a piedi € 20,00, con la funivia e i pulmini € 95,00 a persona ), mentre rimane l’interdizione per i singoli visitatori e i gruppi senza Guida Alpina autorizzata oltre quota 2800 m.

La discussione
Venerdì 17 luglio 2015 Francesco Vasta scrive su La Sicilia un articolo dal titolo Il Vulcano “libero” non può non essere anche sicuro di cui riportiamo la parte finale:
“… In effetti, anche solo negli ultimi mesi, ai pochi giorni di durata delle eruzioni del cratere di sud-est hanno corrisposto oltre duecento giornate di interdizione totale della «zona gialla» sommitale dove, anche in tempi di criticità ordinaria, il livello del rischio vulcanico resta alto e richiede sempre – stando alle procedure in vigore – «fruizione guidata».
Il ricordo, per altro verso, di eventi esplosivi come il noto episodio del 1979 – 5 morti fra turisti italiani e stranieri orrendamente mutilati e decine di feriti alla Bocca nuova, apparentemente quieta – o del 1929 – 2 morti al cratere centrale per «un’immane esplosione » che travolse gitanti di Piedimonte e Linguaglossae alla quale la «Domenica del Corriere» dedicò addirittura la copertina che pubblichiamo in un’altra pagina – fa da doloroso sfondo alla disputa.
«Veicolare l’idea che siamo noi a chiudere l’Etna è fuorviante – dice Nicola Alleruzzo, responsabile del Rischio vulcanico etneo per la Protezione civile regionale, fra gli autori del citato prontuario di allertamento – piuttosto è grazie al nostro piano che è oggi possibile accedere al vulcano, visto che fino al 2012 le ordinanze del Prefetto si rincorrevano di eruzione in eruzione, senza tener conto delle esigenze di alcuno». Nessuna preclusione, per Alleruzzo, all’idea del Comitato di assegnare al Parco dell’Etna la gestione della fruizione, «a patto che si attrezzi con i dovuti mezzi e fermo restando che i compiti di previsione e prevenzione del rischio gravano naturalmente sulla Protezione civile».
Carmelo Nicoloso, vicepresidente di Federescursionismo Sicilia, si domanda per tutti: «La Montagna dev’essere libera, certo, ma fino a che punto?», e d’altronde, fuori dalle statistiche, gli eventi gravi possono sempre accadere. «Il ruolo di scienziati e Protezione civile non può essere discusso, si tende a semplificare troppo la questione» aggiunge, mentre, sul possibile ruolo dell’ente Parco, Nicoloso esprime «forti perplessità».

Etna, 14 novembre 2002. Colata originatasi nel pomeriggio del 13 novembre 2002 dalla bocca eruttiva apertasi a quota 2700 m a sud dei crateri sommitali, in zona Torre del Filosofo. La colata si dirige ad ovest.
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Osservazioni
Non bastano però ordinanze più o meno illuminate e comprensive, vogliamo che venga ripristinato lo stato di diritto di ogni cittadino di andare dove gli pare, anche ai crateri centrali dell’Etna, restando a carico della pubblica amministrazione l’obbligo di un’informazione puntuale e onesta sullo stato del vulcano, così come rilevato dalla costosa rete di rilevazione piazzata dall’INGV per conto della Protezione Civile.

Dopo aver letto attentamente il documento Perché l’Etna non si può vietare, aumenta la preoccupazione che i problemi legati alla libertà di accesso alle montagne stiano, anche in generale, aggravandosi.
Colpisce il livello di ingiustificate restrizioni in atto su una montagna di dimensione nazionale come l’Etna.
L’Osservatorio per la libertà in montagna è un libero gruppo di individui che hanno a cuore questo problema, che vedono con precisione la stoltezza di queste misure restrittive in un campo così necessario alla normale formazione materiale e spirituale dell’uomo.
E’ compito dell’Osservatorio, organo sostenuto dal Club Alpino Italiano, lottare contro la cecità dell’attuale ossessione per la sicurezza, primo elemento a sostegno delle tesi di divieto. Ossessione che crediamo fermamente possa essere sostituita dalla fiducia nel senso di responsabilità, qualità oggi così poco sostenuta dalla legislazione e dall’educazione a tutti i livelli di età.
Tutti i cittadini, dopo attenta riflessione, dovrebbero esprimere il loro pieno sostegno per la causa di Etna libera, impegnandosi a livello culturale, ma non solo, per il ripristino delle condizioni libere di visita e di frequentazione.

Altri documenti

Firma la Petizione on line

Adesioni alla petizione

Interrogazione ARS dell’On. Concetta Raia al Presidente della Regione a All’Assessore territorio e Ambiente 

Presidente Parco Marisa Mazzaglia: “Petizione di principio, che condivido totalmente”

Resoconto incontro del 10 luglio del Comitato Etnalibera a Nicolosi

Videointerviste agli escursionisti sui divieti in vetta

Interrogazione dell’On. Giuseppe Berretta ai Ministri Ambiente e Interno, e al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla Protezione Civile

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La nuova funivia del Monte Bianco

La nuova funivia del Monte Bianco
a cura di Mountain Wilderness Italia

In occasione dell’odierno ventisettesimo anniversario della famosa manifestazione di Mountain Wilderness per lo smantellamento del tratto funiviario sulla Vallée Blanche del Monte Bianco, pubblichiamo un aggiornamento della vicenda.

Abbiamo sempre saputo che eliminare il collegamento Punta Helbronner-Aiguille du Midi era ed è pura utopia. Ventisette anni fa era però d’obbligo cominciare a dire “basta” nel modo più forte possibile. Al contrario, la funivia che da La Palud sale al Colle del Gigante fa parte ormai della storia e nessuno si sogna di ventilarne lo smantellamento. Non si può tuttavia tacere che, ove per avventura essa non fosse stata mai costruita e se ne volesse proporre oggi la realizzazione, l’opposizione sarebbe totale, drastica e universale. Si tratterebbe insomma di un autentico scandalo, a livello mondiale. La presenza in alta quota dell’impianto, così come lo conosciamo, e delle squallide strutture in cemento armato che lo rendono fruibile, rappresentano infatti, al di là di ogni dubbio, una grave “vulnus” all’integrità di un ambiente naturale non solo di straordinaria bellezza panoramica, ma anche carico di eccezionali significati culturali, legati alla storia dell’alpinismo.

Mountain Wilderness, Punta Helbronner, 16 agosto 1988
Mountain Wilderness, Punta Helbronner, 16 agosto 1988

Pur non essendo del tutto convinti della necessità di ammodernare radicalmente l’impianto attuale, non ci saremmo opposti al progetto, purché esso non prevedesse una ulteriore aggressione ambientale, ma si proponesse solo come cauta razionalizzazione dell’esistente, orientata soprattutto verso i problemi della sicurezza.

Invece assumere come modello da raggiungere e superare, in termini di portata oraria e di offerte collaterali, l’impianto che a suo tempo ha profanato irreversibilmente l’Aiguille du Midi, sul versante francese, è stato insensato non solo per quei motivi culturali ed etici di cui oggi le amministrazioni pubbliche e gli imprenditori privati credono impunemente di potersi fare gioco, ma anche per evidenti calcoli di previsione economica. Courmayeur non è e non diventerà mai una seconda Chamonix. Qualunque rincorsa in una simile direzione sarebbe destinata al fallimento e provocherebbe una ulteriore devastante degradazione ambientale, senza valide contropartite economiche nel medio e lungo periodo. I rispettivi bacini d’utenza turistica, attuali e potenziali, sono e resteranno sempre numericamente molto diversi.

Per una serie di ragioni che la stessa società proprietaria delle Funivie del Monte Bianco ha messo in rilievo, l’affluenza del pubblico sugli impianti era dimezzata nello spazio di dodici anni. Nel 1991 vennero registrati 150.000 passaggi, nel 2002 solo 70.000. Questa emorragia pare sia dovuta principalmente alla benemerita decisione delle autorità francesi di vietare per sempre la pratica dello sci estivo sulla superficie del ghiacciaio del Gigante e alla dimostrata pericolosità della pista di sci invernale che scende dalla stazione intermedia del Pavillon. Chi conosce il Monte Bianco sa bene che la nuova offerta, per quanto rutilante, non eliminerà tali ragioni di disaffezione. Di conseguenza portare la capacità di carico dell’impianto da 250 a 800 passeggeri l’ora rappresenta una decisione non solo gravida di danni ambientali ma anche fondata su un assunto improbabile. E’ forte il rischio che la realizzazione dell’opera porti denari solo nelle tasche dei progettisti e di chi li protegge e finanzia, forse non del tutto disinteressatamente. Trascorso un primo momento di curiosità, solo una frazione delle folle ottimisticamente previste continuerà a sobbarcarsi la non indifferente spesa del biglietto, per andare a tremare di freddo di fronte al versante della Brenva, al quale dedicherà comunque tutt’al più qualche rapida occhiata, per poi rintanarsi nei bar, nei ristoranti, nelle sale da gioco, all’interno della nuova, amplissima e avveniristica stazione d’arrivo, sulla Punta Helbronner. Giova segnalare, tra l’altro, che la stessa Punta Helbronner rientra totalmente nell’elenco dei SIC (Siti di Interesse Comunitario dell’Europa, n° IT 1204010). Come i progettisti hanno aggirato i divieti connessi con tale qualifica?

NuovaFuniviaMonteBianco-2015-05-26-10

Particolarmente inquietante è stato l’abbattimento delle discrete strutture d’accoglienza del Pavillon, sulle quali ancora aleggiava una simpatica atmosfera ottocentesca, per sostituirle con un gigantesco complesso, fornito addirittura di auditorium e sala cinematografica. Cosa ha a che fare tutto ciò con lo spirito della montagna? Vale la pena ricordare a questo proposito che la conclamata giustificazione dei costruttori di impianti a fune, ovunque sulle Alpi, è sempre stata quella di portare la montagna e le sue incontaminate bellezze alla portata anche di chi non se la sente di salire verso le vette con i propri piedi. Noi abbiamo sempre considerato tali affermazioni strumentali e mistificatorie. La nuova realizzazione è, purtroppo, la dimostrazione lampante che avevamo ragione. Qui la montagna non c’entra. Non c’entrano i suoi valori , la sua vocazione e il suo richiamo. La logica è unicamente quella del profitto immediato, a tutti i costi. Immediato: perché nell’arco di qualche anno questa ingiustificata aggressione lascerà in eredità alle comunità della valle soltanto alcune sinistre “cattedrali nel deserto”, sovradimensionate ed economicamente ingestibili. Allora però sarà troppo tardi per tornare indietro.

Aveva perfettamente ragione l’associazione Pro Mont Blanc quando, descrivendo i rischi e la miopia del progetto attualmente realizzato, sosteneva che Courmayeur si trovava davanti a un bivio gravido di conseguenze. Doveva scegliere tra le lusinghe, quasi certamente menzognere, di un turismo di massa “mordi e fuggi”, e il coraggio lungimirante di ritagliarsi una specificità d’elite, che ne facesse, ancora più di quanto già lo fosse, una località turistica appetibile perché unica; ricercata da un pubblico qualificato e sempre più motivato. La comunità di Courmayeur stava già pagando sulla propria pelle l’errore di aver concesso la costruzione, sul suo territorio, dell’autostrada. E questo è il definitivo colpo di grazia.

Questi i fatti. Ma al di là dei fatti è la proposta “culturale” che tali fatti sottintendono e promuovono a rendere perplessi. Tutta l’operazione rispecchia un atteggiamento nei confronti dell’integrità dell’alta montagna arrogante e banalizzante, in una prospettiva di sfruttamento ludico-consumistico di bassissimo conio, al di là delle trovate architettoniche. Le Alpi sono ancora in gran parte un “continente” d’alta quota libero dalle cicatrici infette prodotte dagli interessi aggressivi delle forze economiche che continuano a orientare i bisogni e le aspirazioni delle comunità locali, ottenendone spesso il consenso. Luoghi privilegiati ma sempre più fragili in cui chi davvero lo voglia può ancora sperimentare un incontro con la natura autentico e non condizionato. In tale prospettiva il massiccio del Monte Bianco dovrebbe porsi e essere difeso come il centro di eccellenza di questo “continente” e del suo fondamentale ruolo etico e culturale; vediamo invece che proprio lassù si concentrano oggi i più dannosi progetti di sfruttamento. Il silenzio grandioso dei ghiacciai umiliato dal continuo sfarfallare di elicotteri e aerei turistici, l’edificazione di rifugi sempre più invadenti e simili ad alberghi, le vette trasformate in terrazze panoramiche con pavimenti di vetro per sperimentare senza pericolo il brivido del vuoto: tutto conduce verso la riduzione dell’esperienza possibile in direzione di uno svago da luna park. Gli spazi per i quali questa deriva consumistica possa restare un caso isolato di incultura e non le sia permesso di estendere il contagio, si sono ormai estremamente ridotti.

Ma, tanto per non farci accusare di essere eccessivamente di parte, ecco qui di seguito come i nuovi impianti vengono pubblicizzati (da http://www.courmayeurmontblanc.it/it/sul-monte-bianco-in-funivia). E ne approfittiamo per fornire al lettore anche maggiori dettagli:

L’ottava meraviglia del mondo, un viaggio emozionante tra panorami mozzafiato!
A Courmayeur Mont Blanc vivi un’emozione unica a due passi dal cielo. Con il nuovo impianto Skyway Monte Bianco puoi raggiungere i 3466 m di Punta Helbronner e trovarti al cospetto del Monte Bianco e dei 4000 d’Europa, in soli 10 minuti.

Toccare il cielo con un dito? A Courmayeur è possibile. Raggiungi Pontal d’Entrèves per cominciare la più emozionante escursione sul Tetto d’Europa, grazie al nuovo impianto Skyway Monte Bianco.

Oltre duemila metri di dislivello in 10 minuti per ritrovarsi nel cuore del Massiccio del Monte Bianco, sulla magnifica terrazza circolare di Punta Helbronner da cui si può godere di una vista a 360° su tutto l’arco alpino: dalla cima del Bianco, che con i suoi 4810 metri di altezza domina l’orizzonte, al Dente del Gigante, lo sguardo si perde tra seracchi e torri granitiche dalle sfumature pastello. All’orizzonte i celebri “4000” d’Europa: il Cervino, il Monte Rosa, la Grivola, il Gran Paradiso.

D’estate e d’inverno con le Skyway Monte Bianco non ti annoi mai!
Se sei alla ricerca di pendii mozzafiato e discese in neve fresca puoi provare i favolosi itinerari fuoripista che dall’arrivo della funivia, in pochi minuti di cammino, portano verso Courmayeur e Chamonix. Dalla mitica Vallée Blanche, un suggestivo itinerario di circa 20 km sul versante francese, che si snoda lungo l’imponente lingua di ghiaccio della Mer de Glace, al ghiacciaio del Toula, fuoripista tutto italiano, il divertimento è assicurato. Se sei “slow”, ti segnaliamo il campo ciaspole del Pavillon du Mont Fréty a 2173 m (1a stazione Skyway Monte Bianco), nato dalla collaborazione con la ditta Ferrino.

La passeggiata lungo il “Sentiero dei Giganti”. Un suggestivo percorso panoramico estivo che unisce il rifugio Torino Vecchio (3375 m) al rifugio Torino Nuovo, con la sua meravigliosa terrazza sul Bianco, raggiungibile con un ascensore da Punta Helbronner.

L’escursione in Funivia sul Tetto d’Europa inizia a Pontal d’Entrèves 1300 m, frazione di Courmayeur. In quattro minuti gli impianti di risalita portano alla prima stazione, il Pavillon du Mont Fréty, a 2173 metri di altezza. Qui c’è l’Oasi Naturalistica che ospita il giardino alpino Saussurea, il più alto d’Europa, oltre che un’ampia terrazza solarium e un’attrezzata rete di sentieri che consente di passeggiare fino ai ghiacciai, mentre all’esterno, i visitatori possono visitare il giardino botanico, vari percorsi di avvicinamento alla natura e il solarium, mentre all’interno si trovano due ristoranti, un bar, una sala convegni/eventi/cinema da 150 posti, un piccolo shopping center e una cantina di vinificazione

Goditi il relax e la buona cucina in quota
Il ristorante bar Bellevue 2173 m con due sale rispettivamente da 100 e 50 posti, direttamente affacciato sulla Val Veny e sul fantastico panorama del Monte Bianco, offre piatti che ripercorrono la tradizione valdostana dove non possono mancare la polenta e la selvaggina, unitamente alla grande cucina internazionale.

Skyway Monte Bianco
Le Funivie Monte Bianco, nate a metà nel XX secolo (1940, NdR) dal sogno visionario del conte Secondino Lora Totino, si sono trasformate in una meraviglia tecnologica, un’opera ingegneristica di rilevanza mondiale, capace di offrire un’esperienza di viaggio memorabile: Skyway Monte Bianco.

Skyway Monte Bianco non è più un semplice mezzo di trasporto, ma veicola emozioni da vivere in una dimensione eccezionale, sospesi in equilibrio tra terra e cielo. Le trasparenze delle cabine che salgono silenziose, il design delle stazioni in vetro e acciaio, le installazioni multimediali sorprendono i visitatori e li accompagnano dolcemente e in sicurezza alla scoperta del Tetto d’Europa. Seppur notevoli, le dimensioni dell’opera non rubano mai la scena all’unica vera protagonista, la montagna: il contatto con la natura –vegetazione di montagna, neve, pietra, vento – restituisce la freschezza di un’esperienza sensoriale autentica ed emotivamente coinvolgente. Il turista, non più spettatore, si sente parte del mondo che osserva.
Skyway Monte Bianco è l’immagine di un’impresa tecnologica e ingegneristica incredibile, inedita, avvenuta nel massimo rispetto di un ambiente unico, un patrimonio dal valorizzare e tutelare per le prossime generazioni: il Monte Bianco, autentico cuore e motore di questa avventura.

Definite l’Ottava Meraviglia del Mondo, le Funivie sono la storica porta d’accesso per alcuni tra i tesori più inestimabili del Bianco. La terrazza circolare, in cima a Punta Helbronner 3466 m, dove restare senza fiato per la bellezza del panorama è inevitabile, è il punto più vicino alla vetta del Monte Bianco raggiungibile con mezzi di trasporto nonché partenza per numerosi percorsi alpinistici. Per gli amanti del freeride da qui partono alcuni tra i più bei fuoripista delle Alpi: quello del ghiacciaio del Toula, del Marbrées, i 24 km della Vallée Blanche che conducono fino a Chamonix, nonché il maestoso ghiacciaio della Brenva e la zona dell’Aiguille d’Entrèves. In estate si accede al giardino botanico alpino Saussurea.

NuovaFuniviaMonteBianco-Stazione-arrivo-Skyway

Le stazioni
Le tre stazioni: Pontal d’Entrèves 1300 m, Pavillon du Mont Fréty 2200 m e Punta Helbronner 3466 m, sono collegate da due tronchi di funivia; si tratta di spazi protetti costruiti in vetro e acciaio, che in tutti e tre i casi si armonizzano con l’ambiente circostante. La nuova stazione di partenza di Pontal d’Entrèves, che sostituisce quella storica di La Palud, è una struttura imponente, dall’aspetto aerodinamico, dotata di ampi parcheggi in parte interrati e in parte scoperti, che possono ospitare fino a 350 automobili e una decina di autobus. All’interno si trovano uffici informazione, bar, infermeria e biglietterie, oltre ai locali tecnici che custodiscono i potenti motori che azionano le cabine.

La stazione intermedia, del Pavillon du Mont Fréty, offre un contesto panoramico sui versanti contrapposti della Val Veny e della Val Ferret, valorizzato dalle grandi superfici vetrate degli edifici. All’esterno i visitatori possono visitare il giardino botanico, vari percorsi di avvicinamento alla natura e il solarium, mentre all’interno si trovano due ristoranti, un bar, una sala convegni/eventi/cinema da 150 posti, un piccolo shopping center e una cantina di vinificazione. La vecchia stazione sarà ristrutturata e trasformata in un’area museale.

L’ultima stazione è quella di Punta Helbronner, che, riproducendo la forma di un cristallo, si sviluppa principalmente in senso verticale e con terrazze a sbalzo. Qui si trova l’attrazione principale dell’impianto: la terrazza panoramica circolare di 14 metri di diametro che regala la straordinaria vista a 360 gradi su buona parte dei 4000 delle Alpi Occidentali: il Monte Bianco, il Monte Rosa, il Cervino, il Gran Paradiso e il Grand Combin. All’interno, la sede della mostra dei cristalli, un ristorante self service, un bar, punti di informazione multimediali. I tanti schermi multimediali posti in tutte le stazioni, consentono al turista di apprendere, comprendere e conoscere la storia del luogo nel quale ci si trova. Anche in caso di maltempo non sarà stato un viaggio “a vuoto” ma una visita ricca di soddisfazioni e indimenticabile dove il respiro “dell’aria sottile” non sarà l’unico ricordo.

Le cabine
Le cabine, dalle linee sobrie e chiare, sono di forma semisferica, senza angoli né bordi: delle strutture ariose, leggere e estremamente sicure, in grado di evitare vibrazioni e rumori. Dotate di una maggiore capacità di carico (80 persone rispetto alle attuali 20), ruotano a 360 gradi lungo tutta la tratta, per offrire ai presenti una vista completa sulle vette circostanti grazie alle generose vetrature. Uno speciale sistema di riscaldamento evita che si formi condensa, mentre dei sensori e pannelli posti sotto il pavimento impediscono la formazione di ghiaccio. A bordo i visitatori trovano illuminazione a basso consumo con i led e impianti multimediali come tv, schermi per la proiezione di filmati e informazioni sul meteo, piste e rischio valanghe, orari e manifestazioni. Una telecamera posta sul pavimento trasmette invece le immagini del panorama sottostante. Particolari strumenti bloccano oscillazioni e rendono incredibilmente fluido il movimento delle cabine, adattandosi alla distribuzione e al peso del carico.

Carta d’identità di Sky Way Monte Bianco: i numeri
Dislivello complessivo: circa 2200 metri.
Stazione di partenza: 1300 m
Stazione Punta Helbronner: 3462 m
Quota terrazza panoramica dei Ghiacciai a Punta Helbronner: 3466 m
Tempi di salita: Pontal d’Entrèves – Pavillon du Mont Fréty: circa 4 minuti; Pavillon du Mont Fréty – Punta Helbronner: circa 5 minuti
Portata oraria: 800 persone primo tronco, 600 persone secondo tronco

Altre info www.montebianco.com

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La professione di Guida secondo me

La professione di Guida secondo me
Intervista a Giuseppe Popi Miotti
(dall’indagine Guide Alpine a confronto – 5 domande per 5 guide della Lombardia condotta da Renato Frigerio e pubblicata su Uomini e Sport n° 9-2012 (Rivista aziendale di Sport Specialist)

Una attività, quella da te intrapresa, dettata da pura passione, o come valida soluzione professionale? La tua cioè è stata una scelta dove a giocare è stato un irresistibile amore per la montagna, per cui starsene lontano, anche se solo saltuariamente, avrebbe comportato di soffrirne la mancanza? Oppure diventare guida alpina costituiva per te l’opportunità, comunque degna di approvazione, di immettersi in una carriera vantaggiosa, ancorché piacevole?
Ad essere sinceri la mia scelta è stata dettata soprattutto da un innato spirito anarchico e da un’insofferenza fisiologica verso il lavoro dipendente. In seconda battuta la professione mi avrebbe permesso di integrare ad hoc quello che in realtà mi sarebbe piaciuto essere e che poi sono diventato: un comunicatore della montagna a 360°. A conti fatti, quindi, non ho scelto la professione principalmente per portare in giro clienti; diciamo che l’ho ritenuta un necessario compendio per quella figura che volevo essere.

Giuseppe Miotti sulla cascata di ghiaccio Durango (Val Temola, Val di Mello), 1a ascensione. 11 gennaio 1980
Val di Mello, Alpi Retiche, cascata di ghiaccio "Durango" (Val Temola), 1a asc., 11.1.1980. Giuseppe Miotti

Posto in questi termini, ti risulta ora che questo lavoro sia sufficientemente ripagante in fatto economico, o necessiti di essere supportato, e fino a che punto, da ulteriori entrate ed eventualmente attraverso quali impieghi? Quanto a lungo inoltre una guida alpina può rimanere su questa faticosa breccia?
Mah! Ci sono molte guide che riescono a vivere della sola professione, specie se hanno la fortuna di abitare in località ad alta vocazione turistica e trovano uno o due clienti bravi e facoltosi.
Tuttavia più passa il tempo e meno sei rispondente alle alte prestazioni, a volte, alla fine, basti appena per te stesso. Se parliamo solo di portare in montagna la gente, di sicuro la professione ha momenti faticosi e richiede una presenza psico-fisica che, se non sei un incosciente, può essere alla lunga logorante. Non è che puoi rimanere molto al vertice, anche se ci sono esempi bellissimi come l’engadinese Paul Nigg che a più di 80 anni fa ancora i suoi giretti, ma ormai è diventato un’icona ricercata e poi in Svizzera la professione di guida gode di ben maggiore considerazione sociale. Quindi, in generale, direi che in Italia più la guida invecchia e più per lei diventa difficile ottenere sufficienti soddisfazioni economiche con il lavoro puro di accompagnatore.
Avendo ben chiara fin da subito questa condizione, ho cercato di estendere la mia professionalità pur rimanendo fedelmente ancorato alla pura attività fra montagne. Per questo ho studiato molto e ho investito in formazione personale. La mia idea era e resta quella di valorizzare i territori montani sotto ogni possibile profilo per far prendere coscienza del loro inestimabile valore culturale e ambientale.
Per realizzare questo progetto, fare la guida pura è forse l’attività meno efficace. Scrivendo, fotografando, divulgando, proponendo, creando, consigliando, denunciando apertamente scempi e attentati al paesaggio, ottengo secondo me un risultato molto più valido e coinvolgente. Ecco dunque che con quello che faccio mi trovo ad avere migliaia di clienti virtuali e pochissimi clienti veri.
Preservare e valorizzare il territorio vuol dire preservare e valorizzare assieme al resto anche la professione della guida. Come ho già detto ai miei colleghi, sotto questo profilo siamo veramente carenti, ci limitiamo a salire e a scendere, ma, se c’è da prendere apertamente una posizione, il nostro coraggio si rintana fra le vette. Forse dovremmo smettere di pensare a salvaguardare egoisticamente la professione tacendo per convenienza, o supposta tale, su argomenti di scottante attualità come ad esempio quello ambientale nei suoi vari aspetti. Bisogna essere più attivi e presenti per non subire a posteriori scelte fatte da altri sul territorio che è la fonte principale del nostro lavoro.

Esistono, o potresti tu stesso proporne la costituzione, forme proficue che riescono ad incrementare il ricorso all’impiego della guida alpina da parte degli appassionati di montagna che desiderano raggiungere cime che non sono alla loro portata indipendente? Quali sono le montagne di più forte richiamo e di maggior interesse?
Per tutto ciò che ho detto, penso che la nostra presenza nelle scuole sia determinante, noi siamo il “genius loci” della montagna. Purtroppo viviamo da anni in uno stato di non dichiarata concorrenza con il Club Alpino che ci sottrae molte opportunità. Personalmente proverei a stabilire un “new deal” col CAI, ma le resistenze sono fortissime da entrambe le parti. Del resto come stupirsene quando si legge che l’Accademico ha nuovamente bocciato l’accesso al sodalizio da parte delle guide e che le guide (l’AGAI) si scordano di avere avuto come collega uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi, Walter Bonatti. Sono due cose solo apparentemente diverse: entrambe dimostrano una carenza culturale e una ristrettezza di vedute impressionanti. In tutto ciò il Club Alpino ha inoltre un’altra grave responsabilità, perché non aiutare le professioni di montagna genera in ultima analisi un danno alla montagna stessa che si trova priva proprio di coloro che la potrebbero difendere e gestire al meglio.
Scusate, sono andato fuori tema. Le montagne di più forte richiamo e di maggior interesse? Tutte le montagne hanno molto da dire, spetta a noi mettere in luce le loro caratteristiche. La storia delle montagne non è fatta solo di vie e di alpinisti, anzi, può essere più affascinante il Cornizzolo del K2. Però qui entriamo in un terreno scivoloso, dove dovrei parlare di accettazione dei propri limiti, di alpinismo della rinuncia, di volontaria limitazione all’uso della tecnologia, di… filosofia.

Giuseppe Miotti in arrampicata sulla Torre Comici del Faraglione di Terra, spigolo sud, 10 maggio 1983
Capri, G. Miotti in arrampicata sulla Torre Comici del Faraglione di Terra, spigolo S, 10.5.1983

In base alla tua esperienza, potresti tracciare i diversi profili dei tuoi clienti, classificandoli cioè nel riferimento alle motivazioni che li spingono ad affrontare salite che sono lontane dalle loro autonome possibilità: si tratta cioè di fatue ambizioni, di una dimostrazione di autostima, o di autentica passione per poter gustare le emozioni e i brividi di arrivare su cime che si erano a lungo sognate? E quali sono i rapporti che si stabiliscono con i diversi tipi di clienti?
Su questo aspetto ho poche esperienze. Ho avuto clienti che volevano fare cime importanti come il Badile o il Bernina per dire di esserci stati, ho avuto clienti che volevano fare salite difficili per lo stesso motivo, ma ci sono stati anche clienti che, consci dei loro limiti, eppure amanti della natura alpina, volevano provare a spingersi ove arrivavano solo in sogno. Questi ultimi sono quelli che ho apprezzato e apprezzo di più e che ricordo con maggiore intensità. Sempre per le scelte di cui sopra, ho orientato molto la mia attività verso l’insegnamento mediante corsi di roccia, di alpinismo e di arrampicata sulle cascate di ghiaccio. Ho avuto anche dei clienti con i quali si è instaurato un vero rapporto di amicizia e proprio da loro ho avuto alcuni degli input più importanti che mi hanno spinto sempre più verso la ricerca di una completezza che non fosse solo tecnica. Quindi sempre più mi sono allontanato dall’ambiente delle guide sebbene mi senta strettamente legato a questa professione e orgoglioso del mio titolo. Da anni vedo profilarsi una silente involuzione della nostra figura, sempre più imprigionata in tecnicismo esasperato condito da sigle, certificati, omologazioni e balle varie. Se ci si accontenta di fare i manovali va bene, ma il valore della nostra figura, compresa quella degli accompagnatori, ci consente di aspirare a qualcosa di più…
L’impressione è che stiamo ossessivamente continuando a guardare solo in una direzione, ma che siamo già da tempo stati superati dall’altro lato.
La nostra credibilità non va oltre il mero aspetto tecnico; ripetendomi, credo sia giunto il momento che la nostra professione entri nella storia delle Alpi non solo come distante (anche se “mitica”) icona di un modo di vivere la montagna, ma anche come testa pensante, coscienza attiva e proponente o all’occorrenza antagonista. In altre parole come membro costruttivo del futuro delle Alpi.
Facciamoci conoscere non solo per i nostri programmi e le nostre abilità: cose da dire ne abbiamo eccome.
Si tratta di un percorso lungo che andrebbe gestito a livello nazionale e che sicuramente richiederebbe di investire diversamente denaro e finanziamenti. Ad esempio manca un nostra presenza periodica sotto forma, che so io, di un annuario o una rivista nazionale che dia voce alla professione nei suoi vari aspetti e magari sia accessibile anche al grande pubblico. Non scordiamoci che buona parte dell’alpinismo di punta ieri come oggi è stato prodotto proprio dalle guide alpine; Dibona, Piaz, Comici, Bonatti erano dei nostri.

L’ultima domanda riassume forse insieme il senso delle precedenti e delle relative risposte: se un colpo di spugna riuscisse ad azzerare gli anni e far tornare da capo, ti sentiresti ancora di affrontare il lungo e impegnativo percorso richiesto per conseguire il brevetto di guida alpina, e rimetterti poi a cimentarti in questa attività come scelta di vita?
Diventare guida non è impegnativo anche se sicuramente è diventato molto, molto oneroso sul piano finanziario: il difficile è rimanerlo e soprattutto farlo senza “tradire” la professione con attività che hanno ben poco a che fare con il suo spirito originario. D’altra parte mi rendo conto che se si deve sbarcare il lunario e lo si può fare utilizzando qualcuna delle nostre conoscenze tecniche anche fuori dall’ambito della montagna…
Solo in minima parte posso considerarmi una guida nell’accezione comune del termine e forse la professionalità che mi sono costruito negli anni è difficilmente replicabile o trasmettibile, ma credo che in parte ciò sia dovuto anche al fatto che la figura della guida alpina è pressoché ignorata e la si conosce solo per quello che ci ha trasmesso una certa letteratura. Si fatica a far comprendere la nostra grande valenza e i primi a peccare di difetto nella comunicazione siamo noi. L’attuale situazione non favorisce il fiorire della professione e occorrono flessibilità e fantasia per ritagliarsi spazi economicamente validi. Anche questo continuare a ricercare e a ricrearsi fa parte della libertà che ci siamo scelti.