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Voglia di ripido

Siamo felici di presentare al nostro pubblico l’ultimo lavoro di Igor Napoli, uno degli ultimi esemplari viventi della specie “hippyens-montanus”, incallito ricercatore, inventore e catalogatore di nuove linee di discesa: è il secondo volume di Voglia di ripido, riedizione aggiornata (valli Stura, Grana, Maira, editore Vividolomiti, collana Mountain Geographic). Il primo volume (dal Monte Antoroto alla Testa del Claus) era uscito nel maggio 2013 con l’editore Soletti. Il terzo e ultimo volume (valli Maira, Varaita e Po) uscirà a settembre 2016. In tutto, sono 1000 pagine di belle foto e itinerari scelti di scialpinismo ripido, dall’inizio delle Alpi sino al Monviso. Molte delle linee descritte sono l’espressione della vulcanica e incredibile attività dei protagonisti che in questa disciplina hanno raggiunto i massimi livelli; ma l’intendimento generale dell’opera rimane sempre e comunque quello di trattare itinerari eterogenei, significativi dal punto di vista estetico e alla portata di una cerchia di sciatori la più ampia possibile.

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Voglia di ripido
di Igor Napoli

Varie componenti spingono gli appassionati di montagna a cimentarsi nell’uno o l’altro itinerario: alla base ci possono essere motivazioni estetiche, istinti pseudosuicidi, sete di conoscenza, ricerca del sensazionale, masochismo, desiderio di far parlare di sé… Non ci sono regole, per fortuna, solo massima libertà. Se uno vince, non necessariamente un altro perde, come invece succede in altri sport…

Guardando certe foto di montagna a volte capita di vedere posti talmente ripugnanti e schifosi che per scherzo viene da pensare “chissà come potrebbe essere passare di lì”, ma solo così, per giocare con la fantasia e poi godere di essere rimasti a casa, davanti al fuoco. Ma poi invece ci sono altre giornate in cui quelle stesse minchiate che avevi pensato solo per gioco, in modo del tutto zen (nel senso che le avevi pensate a mente vuota, senza scopi e senza – in definitiva – pensarle veramente) ti si rivoltano contro e allora per un istante incominci a credere che quel barlume di idea che avevi buttato lì per lì, in realtà potrebbe anche avere un senso… il pensiero incomincia a roderti ogni giorno di più… sei già entrato nel tunnel e la frittata è fatta.

 

C’è un giardino incantato di fiori di cristallo:
è il regno della luce e del silenzio.
Non sta proprio dietro l’angolo: a volte trovarlo richiede sforzo…
Nel giardino incantato il gelo, il vento e la neve creano spettacoli
di perfezione e armonia che riempiono di pace.
Quando riesco a trovarlo sto così bene che non vorrei più andare via.
Ma non si può stare lì tutta la vita.
Allora vorrei che quella pace mi accompagnasse per sempre
e capisco che se tutta la gente si portasse dentro
anche solo una minima parte di quell’estrema semplicità,
gran parte dei problemi che ci tormentano
svanirebbero.

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Mai un fiocco di neve cade in un posto sbagliato (massima zen)”
Riaccingermi a rieditare Voglia di Ripido I è un po’ come rientrare in rifugio, al caldo e in buona compagnia, dopo essere stato due ore fuori a spalare neve…

Sembra di riprendere le fila di un discorso temporaneamente interrotto. E’ un mix di sensazioni contraddittorie: da una parte il forte stimolo a ricominciare questo viaggio invernale nelle mie montagne e dall’altra, nessuna voglia di farmi possedere per l’ennesima volta dal macchinario diabolico che ho davanti.

Mi vengono in mente i momenti balordi e difficili in cui, con l’esperienza nulla dello scrittore principiante, con le diapositive stipate in una scatola da scarpe e con i “sacri itinerari” salvati uno ad uno con religiosa cura nei floppy-disk del vecchio computer “Atari”, vagavo tra gli editori della provincia di Cuneo.

La prima tappa dal banfone che mi fumava sempre in faccia dicendo di volerne stampare 6-7000 copie: mi fece andare avanti e indietro un sacco di volte, senza mai concludere un tubo di niente; seconda tappa da quello “triste dentro” che lo avrebbe pubblicato anche subito, ma rigorosamente in bianco e nero, per spendere meno; anzi, no, a detta sua “a tre colori”, perché i titoli li avrebbe stampati in rosso…

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A volte è più facile scrivere un libro che trovare uno che te lo pubblichi senza volerne approfittarne troppo.

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Alla fine capitai a Dronero, dall’editore L’Arciere, che si dimostrò più umano degli altri, anche se mi impose una conditio sine qua non di 300 copie prenotate (e ovviamente pre-pagate dal sottoscritto) prima di partire con la stampa. Così andai a destra e a manca a promuovere un libro che ancora non esisteva…

Quando finalmente uscì Voglia di Ripido I, per fortuna piacque subito tanto, per l’argomento e per le fotografie; un po’ meno per il prezzo, oggettivamente sproporzionato, che però non avevo deciso io. Quelle cose le stabiliscono gli editori…

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Ancora non sapevo che quello era il primo libro del genere in Italia. In pochi anni il volume andò in esaurimento.

In questi otto anni, intanto, sono successe diverse cose.

Per quanto riguarda me, è cambiata la prima cifra.

E quando dal 4 passi al 5, non sempre ti riesce ancora tutto così bene come quando le decine erano solo 2 o 3… Magari nella testa i pensieri continuano a frullare leggeri, ma poi, quando devi passare dalla teoria ai fatti, sempre più spesso vai a scontrarti con realtà fatte di ginocchia che bruciano, schiene irrigidite e insicurezze psicologiche ad esse collegate… Per fortuna lo scialpinismo non è fatto solo di Lurousa e Forcelle. Anche la Bisalta ha dei segreti da svelare… E come lei, un sacco di altri posti.

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In Voglia di Ripido I ero consapevole di aver gettato alcune pietre nello stagno. Pubblicando foto di pareti e montagne che nessuno aveva ancora percorso in sci, avevo per così dire “cissato la maraja (Slang piemontese che sta per “stimolato la gioventù”)” fornendo qualche idea in più per stimolare a nuove mete. Diversi giovani raccolsero la palla al balzo e portarono avanti le fila del discorso.

I risultati non tardarono ad arrivare: Mario Monaco, Andrea Schenone, Eraldo Viada, Federico Varengo, Gigio Gagliardi, Diego Fiorito, Giorgio Bavastrello, Roby Garnero ed altri signori del ripido si divertirono a distruggere pseudo-miti di pareti e canali che nel libro avevo indicato come “sfide per il futuro…” e inseguendo autonomamente i propri progetti personali continuarono a collezionare nuove e importanti discese, al punto che un aggiornamento sembrava quasi indispensabile.

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In realtà ho sempre pensato che un bravo scialpinista non dovrebbe basarsi unicamente su una lista preconfezionata di itinerari, per decidere dove andare. Le gite più belle sono quelle che ognuno si inventa seguendo i propri istinti, il proprio senso creativo e le proprie esperienze.

Non è assolutamente vero che “ormai si è fatto tutto”, che non c’è più spazio per discese nuove… Ogni inverno ha un po’ una sua storia particolare: a seconda di dove il vento ha tirato di più, certi angoli di montagna possono essersi riempiti di neve in posti dove non avremmo mai più immaginato che potesse accadere… ed ecco, come per incanto, un nuovo passaggio per i nostri sci… Bisognerebbe avere la fortuna di essere al posto giusto nel momento giusto… In realtà, spesso non lo veniamo neanche a sapere, perché non abbiamo il dono dell’ubiquità, perché quel giorno dobbiamo lavorare, o più semplicemente, perché quando c’è tanta neve, per ovvi motivi di sicurezza, è molto meglio non esserci.

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Forse questo aspetto è ciò che rende lo sci ripido un’attività unica.

Ma come in tutte le cose, può capitare di farsi prendere così tanto da tale disciplina da dimenticare tutto il resto, per pensare solo più a dove e come andare a ficcare i piedi appena possibile…  “Fanta-sci”…  Troppo tardi, sei stato preso dal vortice e difficilmente riuscirai a liberartene, fintanto che un giorno forse vedrai che hai speso un sacco di energie in azioni spesso ripetitive e di incerta utilità, importanti solo per te, e l’immagine che vuoi che gli altri abbiano di te, all’interno di un ristretto giro di persone…

Ma fuori di lì?

 

Voglia di ripido volume II – Scialpinismo e sci ripido in Val Stura, Grana, Maira di Igor Napoli
SKU: 978-88-99106-15-7
(avec des notes techniques en français) (tecnhiken auf deutsch bekannt)
78 itinerari di sci ripido e scialpinismo dal Malinvern alla Roccia Blancia
Itinerari e immagini selezionate, per la guida più completa sulla montagna invernale e lo scialpinismo ripido nelle Alpi sudoccidentali. Un libro per continuare a sognare e un punto di riferimento per gli appassionati.
ISBN: 978-88-99106-15-7
Prezzo di vendita: 26,55 €
Prezzo di listino: 29,50 €
Sconto: -2,95 €

Indice volume II

Indice volumi I, II e III (in ordine alfabetico)

Igor Napoli
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Illudere è peccato

Illudere è peccato

Il Madesimo Freeride Festival comincia domani, 18 marzo 2016.
E ancora una volta ci tocca provare a riparare i danni che una comunicazione poco accorta può recare.

Mentre, a onor del vero, nessun appunto dobbiamo fare ai contenuti del sito ufficiale www.madesimofreeridefestival.it, siamo costretti invece a denunciare la promozione fatta all’evento su facebook:

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“Mica male: un metro e passa di #powpow nel weekend!!!
Per fortuna che al Freeride Festival ci sono i ragazzi di Mystic Freeride che pensano a noi con il loro camp… Un’esperienza di puro freeride a 360° in cui insegnano teoria e tecnica per affrontare al meglio la powder,
in totale sicurezza e divertimento“.

L’accenno (come da probabile richiesta marketing) alla sicurezza totale è sottolineato dal logo Investi in sicurezza che, in se stesso corretto, in questo abbinamento risulta distorto nel suo significato.

 

 

L’illusione (voluta o non voluta, in bona o in malafede) della totale sicurezza va denunciata in ogni occasione, lo sanno bene anche alcune guide alpine come a esempio Michele Comi, che a questo proposito ha scritto (su www.stilealpino.it):

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Cari amici, ogni volta che oltrepassiamo assieme il confine delle piste battute o affrontiamo un percorso scialpinistico, condividiamo l’incertezza di questi ambienti, ben consci che la sicurezza sta altrove. Per mestiere ed esperienza cerco di percepire al meglio ciò che accade, nell’intento di attivare la miglior protezione possibile e ritrovarmi a fine giornata a giocare sereno con i miei tre bambini.
Sempre più spesso proposte e iniziative legate alla montagna promettono “sicurezza” a chi vi partecipa. Il distintivo blu UIAGM (Unione Internazionale Guide di Montagna) mi autorizza ad esser il “gestore” del rischio nelle attività che si svolgono in un ambiente indefinito e mutevole come la montagna, ma purtroppo ancora non mi concede il dono dell’onnipotenza, tale da garantire “sicurezza totale e divertimento”.
Ammetto quest’umana “debolezza”, ma preferisco esser chiaro sin da subito: avventurarsi là fuori è tanto bello quanto denso di pericoli; esisterà sempre un rischio residuo, che di volta in volta andrà analizzato e compreso, per valutare in ogni circostanza se è accettabile oppure no“.

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Il codice penale e le valanghe

Il codice penale e le valanghe
di Alessandro Simoni e Filippo Romoli

Premessa
Le recenti riflessioni su La colpa, il diritto e l’alpe (parte 1 e parte 2) di Massimo Ginesi mettono in evidenza le difficoltà di comunicazione tra la cultura delle istituzioni giudiziarie e quella della comunità dei praticanti gli sport di montagna, oltre che gli infiniti problemi interpretativi che si pongono quando un incidente alpinistico viene incasellato nelle categorie del diritto. Ma sarebbe possibile disegnare un nuovo quadro legislativo che contemperi gli interessi in gioco meglio di come finisce per fare l’attuale giurisprudenza? A prescindere dall’(improbabile) esistenza di attori politici disposti a mettersi in gioco in una materia così intricata e schiava delle semplificazioni mediatiche, porsi questa domanda può essere un buon punto di partenza per un esercizio di pensiero razionale, e per non considerare il diritto come qualcosa di “scritto nelle stelle”. Certamente, non si può pretendere che i principi generali dei codici civile e penale vengano mandati all’aria per accomodare le peculiari esigenze degli alpinisti, e un progetto di legge ad hoc richiederebbe un grande sforzo di lavoro comune tra giuristi e tecnici delle attività di montagna. Ma una maggiore consapevolezza dei limiti dei testi legislativi, oltre che dei giudici, non fa comunque male. In questo intervento, dedicato a un pezzo di legislazione che di una cosa specificamente “alpinistica” – la valanga – fa menzione, si può vedere come alcuni problemi derivino da norme nate con certe caratteristiche per vicende quasi casuali, e comunque interne a una riflessione completamente distaccata – non fosse altro per l’epoca in cui ebbe luogo – dalla realtà sulla quale i tribunali si trovano oggi a dover giudicare.

Estratto dal documento originale, cui si rimanda il lettore più interessato.
Nessuno è così ingenuo da pensare che l’alpinismo si possa oggi svolgere in uno spazio di libertà paragonabile a quello dell’Ottocento o della prima metà del Novecento. Il nuovo contesto tecnologico, il numero di praticanti, il valore generalmente attribuito alla vita umana e la differente percezione del rischio creano una misura di controllo sociale e una normativizzazione prima impensabili, e che non è probabile tendano ad arretrare. Vi sono certamente tra paese e paese, anche solo rimanendo nell’arco alpino, differenze culturali (e giuridiche) non marginali, ma la tendenza di lungo periodo è chiara. Salva la possibilità (praticata da chi scrive nella misura del possibile…) di frequentare la montagna in contesti geografici in cui alle istituzioni ancora importi poco di cosa facciano gli alpinisti, è forse più saggio limitarsi a pretendere che la normativizzazione e la regolamentazione diretta e indiretta non si sviluppino in forme palesemente assurde.

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È su questo sfondo che ci permetteremo di portare l’attenzione su un ambito in cui il dato legislativo italiano appare oggi completamente disallineato rispetto alla realtà, imponendo una sorta di spada di Damocle sulla pratica di alcune forme di alpinismo, con aspetti di irragionevolezza che forse non sono facilmente percepibili dal giurista non alpinista seduto al proprio tavolo da lavoro, ma che gli apparirebbero subito evidenti se, folgorato dal fascino della montagna invernale, cominciasse a frequentarla lontano dalla stazione sciistica in cui la settimana bianca lo chiama con la famiglia ogni anno.

I dati normativi da cui partiamo per questa breve riflessione sono contenuti nel codice penale del 1930 attualmente vigente, il c.d. «codice Rocco».

L’articolo 426, inserito nel Titolo VI, dedicato ai «Delitti contro l’incolumità pubblica», nel capo primo sui «Delitti di comune pericolo mediante violenza», recita: «Chiunque cagiona un’inondazione o una frana, ovvero la caduta di una valanga, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni»

L’art. 426 interessa come base di un’ulteriore figura di reato, che chiameremo per brevità «valanga colposa». Questo è previsto dall’art. 449, nel capo sui «Delitti colposi di comune pericolo», dove si stabilisce al primo comma che «Chiunque cagiona per colpa un incendio, o un altro disastro preveduto dal capo primo di questo titolo [ossia l’inondazione, la frana e la valanga], è punito con la reclusione da uno a cinque anni». Da notare come tutto ciò sia a prescindere dal verificarsi di un anche minimo danno a persone o cose.

Prima di spiegare perché tale costruzione appare oggi irragionevole, è utile rilevare come la formulazione recepita dal legislatore del 1930 differisca significativamente da quella contenuta nel progetto preliminare del 1927.

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Rimangono poi significative differenze tra le tipologie di «disastri». Mentre tipicamente l’inondazione o la frana comportano una qualche modifica dell’ambiente naturale (a prescindere da danni a persone o oggetti) in cui si verificano e una tendenziale occasionalità, ciò non è assolutamente detto per le valanghe, la cui «caduta», dopo precipitazioni nevose di rilievo, è in moltissimi luoghi con determinate caratteristiche un fenomeno ricorrente (e annotato nella cartografia specializzata), anche se l’esatto momento del suo verificarsi non è precisamente prevedibile.

Chi sceglie di muoversi in questo terreno aggiunge a tutte le incognite della montagna estiva quella delle valanghe, che non sono qui più ammantate dall’aura dell’occasionale disastro che tutto travolge come l’inondazione, ma diventano uno dei rischi legati all’ambiente.

È certamente vero che le attuali conoscenze nivometeorologiche consentono di valutare la pericolosità del manto nevoso con un’accuratezza neanche immaginabile negli anni ’20 e ’30, grazie ai numerosi strumenti a disposizione dell’alpinista minimamente informatizzato (studi scientifici dedicati, previsioni su siti specializzati, bollettini valanghe continuamente aggiornati, etc.), ma è altrettanto vero che un rischio residuo permane e non sembra destinato a essere eliminato, anche se ulteriormente ridotto, in futuro.

Occorre quindi partire dalla socratica consapevolezza dell’ignoranza che permane davanti alla complessità di un fenomeno spesso difficile da prevedere anche per i professionisti più qualificati. L’unico modo per evitare completamente gli incidenti da valanga rimane tuttora quello di rinunciare del tutto alla pratica dello scialpinismo, o delle altre forme di alpinismo invernale.

Quello che sembra essere tuttora distante dalla cultura dei penalisti mainstream è la comprensione della concreta dinamica degli incidenti da valanga che coinvolgono chi oggi frequenta la montagna invernale non antropizzata, in cui i fattori oggettivi di rischio generati dalla neve e dalle sue trasformazioni si intersecano con le scelte di chi decide di partire per un’escursione scialpinistica o un’altra esperienza di montagna invernale. Scelte su cui intervengono così tante variabili da creare un’enorme zona grigia in cui le valutazioni ex post di prevedibilità ed evitabilità dell’evento hanno una base oggettiva estremamente debole, che si confonde con un elemento puramente culturale o «antropologico», ossia l’individuale percezione di quanto rischio sia accettabile per un alpinista.

Tutto questo, va ricordato, in un contesto sociale in cui l’applicazione di norme di ogni tipo agli incidenti sopravvenuti nell’ambito di attività alpinistiche si svolge in un impressionante frastuono mediatico, con la costante ricerca di «responsabili» e il rifiuto di far rientrare nell’ambito del socialmente accettabile attività implicitamente rischiose.

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Se sommiamo il contesto sociale e culturale molto differente da quello degli anni ’30 ai succitati elementi naturalistici che distinguono la «caduta di una valanga» dalle inondazioni e dalle frane, la combinazione dell’art. 426 e dell’art. 449, introdotta sulla base di un ragionamento corretto in punto di sistematica normativa, appare oggi avulsa dalla realtà.

Come spunto di riflessione, si può ricordare come una norma simile sia assente in tutti i paesi dell’arco alpino, che pure storicamente si sono sempre confrontati dapprima con le valanghe e successivamente con la diffusione dell’alpinismo.

Se per via interpretativa è, forse, possibile compensare possibili aberrazioni applicative di una norma dal testo pericolosamente generico, si tratta comunque di sforzi che non garantiscono contro derive poliziesche. Come sovente ricordato da guide alpine e altri operatori, nei momenti di maggiore pressione mediatica a seguito di incidenti da valanga, non sono rari i casi di operatori di polizia alla ricerca di «notizie di reato» su «valanghe colpose» che fortunatamente non hanno cagionato danni. Un rischio di legal overkill che ha tra l’altro un effetto pratico assai dannoso in termini di prevenzione, in quanto il rischio teorico di sanzione, o anche solo di sequele giudiziarie, fa sì che i praticanti evitino di riferire gli incidenti da valanga quando non sia stato necessario l’intervento di squadre di soccorso.

Forse la «libertà di sbagliare e di essere padroni del proprio destino» muovendosi nelle montagne, di cui il Primo Levi alpinista era nostalgico, è una declinazione dell’idea di libertà meno evidente, e certamente estranea alla cultura maggioritaria. Forse la «giuridificazione» dell’alpinismo è un processo inarrestabile. Ma i due articoli del codice penale in cui ottantacinque anni fa si volle «tirar dentro» la valanga, sembrano solo aggiungere alle minacce della neve le minacce di un (incerto) diritto.

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La colpa, il diritto e l’Alpe… – parte 2

Massimo Ginesi ha 51 anni, va in montagna da 40, è stato istruttore di alpinismo del CAI per una quindicina d’anni e tecnico di soccorso e poi elisoccorso per quasi trentuno. Oggi dice d’essere solo uno che va in montagna. Nella vita, dal 1992 fa l’avvocato (si occupa essenzialmente di diritto immobiliare), collabora con il il Sole24ore e con diverse case editrici che si occupano di diritto e formazione e da quindici anni è Magistrato Onorario di Tribunale. Per undici anni ha fatto il vice procuratore della repubblica a Massa e da quattro anni ricopre il ruolo di giudice civile. Abita a La Spezia ed è particolarmente legato alle Alpi Apuane, anche se ha “giracchiato” un po’ per tutti i rilievi del paese.

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La colpa, il diritto e l’Alpe… – parte 2
di Massimo Ginesi
(qualche riflessione di “filosofia alpina del diritto”)

per leggere la parte 1, vedi qui.

Abbiamo esaminato nella prima parte i principi generali della responsabilità, resta ora da vedere, sempre con un approccio per quanto possibile pratico, come quei principi trovino applicazione nel quotidiano girovagare per rocce e ghiaccio.

Conviene a tal proposito richiamare le ipotesi generali della colpa generica: ovvero una condotta imprudente (faccio ciò che non dovrei), imperita (faccio male ciò che dovrei saper far bene) o negligente (non faccio ciò che dovrei) oppure non si è attenuta a prescrizioni previste in leggi, regolamenti ordini o discipline.

E’ necessario anche far riferimento ad altri due concetti di rilievo: la posizione di garanzia e l’esigibilità.

Sono concetti più da corridoi forensi e toghe che da valli, colli alpini e ramponi, per cui fra breve proveremo a comprendere come debbano intendersi e che conseguenze comportino quando si cerca di individuare responsabilità nella pratica degli sport montani.

Vale però la pena osservare, per chi invece intende avere un approccio più tecnico-giuridico, che di recente sono uscite diverse pubblicazioni che affrontano con molta accuratezza il tema della responsabilità penale e civile nelle attività connesse all’ambiente montano (per esempio, AA.VV. La responsabilità civile e penale negli sport del turismo – Vol. I – collana la Montagna – Giappichelli, Torino, 2013).

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Abbiamo già sottolineato la peculiarità dell’ambiente in cui si svolge l’attività alpinistica, uno di quei settori (fortunatamente) sino ad oggi sfuggito – se non per episodici, esecrabili e circoscritti fenomeni – ad una normativizzazione e codificazione delle condotte (di alcuni se ne è discusso anche qui sopra, http://www.alessandrogogna.com/2015/11/21/patentino-e-guida-alpina-obbligatori-in-abruzzo/).

Se ciò esclude per buona parte la riconducibilità a colpa specifica (ossia la violazione di norme di legge, regolamenti o usi), nella ordinaria attività non professionistica, lascia anche grandissimi interrogativi su quali confini dare a termini di negligenza, imperizia e imprudenza nella pratica di sport che si svolgono in ambienti e condizioni così peculiari.

A tali concetti si collegano, strettamente, i due presupposti che abbiamo evidenziato poco sopra ovvero l’esigibilità (cosa potevo pretendere da un determinato soggetto in una determinata situazione per non considerarlo colpevole e in base a quali parametri) e la posizione di garanzia – strettamente collegata al reato omissivo improprio previsto dall’art. 40 u.c. cod.pen. : “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo” – che è riconosciuta a determinati soggetti (Stefania Rossi, Le posizioni di garanzia nell’esercizio degli sport di montagna, Diritto Penale Contemporaneo, 2013).

Chi arrivato sin qui stia per gettare la spugna per troppa giuridicità, consideri queste brevi premesse tecniche come un noioso zoccolo erboso per arrivare all’attacco. Lo zoccolo prevede ancora qualche fastidiosa e insidiosa roccetta giuridica e poi lo facciamo terminare: la Cassazione, anche di recente, ha affermato che la responsabilità ex art. 40 c.p. “presuppone la titolarità di una posizione di garanzia nei confronti del bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice violata, dalla quale deriva l’obbligo di attivarsi per la salvaguardia di quel bene; obbligo che si attualizza in ragione del perfezionarsi della c.d. situazione tipica. In presenza di tali condizioni la semplice inerzia assume significato di violazione dell’obbligo giuridico (di attivarsi per impedire l’evento) e l’esistenza di una relazione causale tra omissione ed evento apre il campo all’iscrizione penale, secondo la previsione dell’articolo 40 cpv. c.p. Cassazione penale, sez. IV, sentenza 05/09/2013 n° 36399.

Tradotto dal linguaggio aulico e oscuro dei giudici, che significa tutto ciò per chi arrampica (a Finale Ligure come sulla Est delle Grandes Jorasses)?

Significa che in caso di incidente potremmo finire davanti a un giudice che dovrà valutare:

la mia condotta positiva, ovvero ho fatto qualcosa che ha direttamente influito sulla causazione dell’evento: ho fatto cadere sassi, ho dato corda in maniera inadeguata tirando giù il mio socio, ho tagliato il pendio e fatto cadere una valanga, ho piantato male un chiodo che si è tolto, ecc., ho messo una fila di viti in una cascata che si sbottonata integralmente al momento del volo (caso realmente accaduto);

la mia condotta omissiva, ovvero ho omesso qualcosa che invece avrei dovuto fare: non ho passato alcun chiodo sul tiro, quando il mio compagno è volato non ho messo mano al discensore con cui lo stavo assicurando ma sono rimasto inerte a guardarlo, non ho portato una pila che mi consentisse di rientrare al buio e nel vagare per tutta la cresta Kuffner al Mont Maudit nel tentativo di ritornare al Col de la Fourche il mio socio è assiderato, ecc.

La valutazione di quel Giudice dovrà poi tener conto delle caratteristiche professionali, dei titoli e della esperienza dei soggetti, delle natura della gita, del rapporto che si instaura fra i due, delle concrete condizioni in cui la vicenda si è verificata: in taluni casi la posizione di garanzia è in re ipsa ed è stringente poiché si fonda sull’affidamento di un soggetto ad altra figura preposta a svolgere un determinato compito (guida/cliente, Istruttore allievo, Maestro di Sci/allievo); in tali ipotesi oltre al fatto di reato e alla responsabilità extracontrattuale per fatto illecito può sommarsi anche la responsabilità contrattuale che nasce dal rapporto fra i due; in altre ipotesi la posizione di garanzia è più labile e tutta da verificare oppure non esiste affatto e – per tali ragioni – la situazione processuale può essere ancora più insidiosa (cordata liberamente formata ma con un compagno più esperto, due istruttori che vanno ad arrampicare insieme per diletto, gruppo di scialpinisti con un paio di componenti esperti che scelgono il percorso, ecc.).

E come fa un signore che veste tutto il giorno la toga, che passa due terzi della sua vita su uno scranno con scritto sopra alla testa “la legge è uguale per tutti” e che pensa che Peuterey sia una marca di abbigliamento e Rochers Gruber una marca di cioccolatini tedeschi a decidere se sono o meno colpevole – alla luce di quanto abbiamo appena detto – in caso di incidente in montagna?

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Poiché è assai improbabile che ne abbia scienza propria (esistono pure giudici che sono valenti alpinisti), di solito chiede lumi. A chi? A un perito nel processo penale e a un Consulente Tecnico d’ufficio in sede civile, ovvero a qualche figura qualificata che gli esponga cosa si sarebbe dovuto fare e perché nel caso che è finito al suo esame. In tale ipotesi le parti possono nominare propri consulenti di parte che affiancano il consulente nominato dal giudice e lì, di solito, inizia il parapiglia, poiché mezzi che erano nati come forma di garanzia e di contraddittorio fra le parti – per le storture, la lentezza e la farraginosità sempre più marcata di questo paese – sono diventati leve di forza non sempre equilibrata all’interno del processo.

Non servirà dire che, solitamente, queste figure sono guide alpine, militari istruttori o tecnici del soccorso, ossia figure che hanno (ho dovrebbero avere) una lata competenza specifica e professionale della materia. E non servirà dire che, spesso, per le storture evidenziate, a seconda della parte assistita, i tecnici coinvolti suggeriranno soluzioni diametralmente opposte fra loro.

E’ evidente, da quanto sin qui detto, che è salubre – per quanto possibile – evitare di frequentare qualunque struttura burocratica di questo paese come gli ospedali e i tribunali (cosa che vi dirà qualunque medico o avvocato di buon senso), ma a volte non vi è proprio scelta e allora è utile comprenderne, almeno in maniera sommaria, i meccanismi.

Come si arriva dunque fin sotto la famosa (e ottimistica) scritta sulla legge e l’uguaglianza al fine di essere valutati per la propria condotta od omissione?

Dipende dai casi. Proviamo a esaminarli singolarmente.

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La cordata o la sciata libera

E’ l’incidente che accade alla cordata o al gruppetto di sciatori (alpinisti o freerider) composto da appassionati, quando ci scappa il morto o il ferito grave, appartenente o meno al gruppo suddetto.

Si tratta di due ipotesi procedibili d’ufficio (ovvero l’autorità intervenuta farà un rapporto alla Procura della Repubblica, che dovrà valutare la sussistenza di reati in capo ai sopravvissuti) e in tali casi, a meno di evidenti e manifeste negligenze, il fatto viene ascritto dalla autorità a disgrazia. Il procuratore potrà eventualmente, ove gli agenti di polizia giudiziaria intervenuta abbiano ravvisato elementi che potrebbero dar luogo a colpevolezza (corde consumate, manovre azzardate, condotte omissive evidenti) incaricare un tecnico che valuti la condotta dei soggetti coinvolti per comprendere se sussistano quei requisiti di prudenza, perizia e diligenza che escludano la sussistenza della colpa.

Tali indagini diventano spesso più combattute quando a dare impulso al procedimento vengono coinvolte le persone offese dal reato, ovvero il danneggiato o gli eredi del soggetto che ha avuto la peggio, che hanno facoltà di intervenire nel procedimento adducendo ulteriori elementi di prova e di sollecitazione delle indagini, magari suffragati da un tecnico di parte.

Il dolore e il denaro sono, purtroppo, due fra i peggiori consiglieri dell’animo umano e spesso spingono a cercare nella giustizia umana una ragione e una consolazione per eventi difficili da accettare.

Va opportunamente sottolineato che, nel caso di soggetti che stanno liberamente svolgendo attività ludico ricreativa (alpinismo, arrampicata, sci, ecc.), il giudice dovrà attenersi ad una valutazione della condotta di costoro rapportandola a quella che si dovrebbe pretendere da un alpinista di media capacità, per arrivare a capire se qualcuno dei soggetti coinvolti è sceso sotto quella soglia e ha integrato gli estremi della imprudenza, imperizia o negligenza.

Chiederà quindi a un esperto che cosa è successo e cosa invece si sarebbe dovuto fare affinché l’evento non si verificasse. Non servirà spendere molte parole per comprendere che questo giudizio a posteriori, ma fatto con prognosi ex ante (così dicono i giuristi, ovvero il tecnico deve immaginarsi nella situazione concreta e- seppur a posteriori – deve esprimere una valutazione su cosa avrebbe dovuto prevedere e fare colui che si trovava di fronte a un determinato contesto), è spesso impossibile da rendere in vicende di montagna.

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Le variabili in gioco (climatiche, emotive, tecniche) sono tali e tante che è assai improbabile che da quel giudizio esca una giustizia: un conto è stabilire mediante una consulenza quali sono le tegole più adatte a non far entrare acqua in un tetto o che misura dovevano avere i piloni per non far crollare il viadotto e un conto è stabilire cosa si doveva fare un certo venerdì alle ore 17.30 dopo dodici ore di arrampicata in mezzo alla bufera sulla Colton-McIntyre alle Grandes Jorasses.

Il caso della guida francese morta qualche anno fa insieme alla cliente poco sotto la vetta delle Grandes Jorasses lungo la normale dopo aver salito il Linceul è emblematico: la morte di entrambi ha evitato l’apertura del procedimento ma – posto che era plausibilmente ravvisabile una colpa della guida nell’aver scelto una finestra di sereno troppo breve sapendo di aver maltempo in arrivo già dalla sera – chi avrebbe poi potuto sindacare e decidere le scelte successive che hanno indotto i due a fermarsi al riparo di un sasso dove sono morti assiderati?

L’uomo (o l’alpinista) della strada risponderebbe al giudice e al CTU “vai, prova e poi dicci cosa avresti fatto tu”. E probabilmente non avrebbe, sotto il profilo pratico, etico e morale, neanche tutti torti.

Resta il fatto che il processo è una approssimazione che deve pervenire alla applicazione di un precetto sanzionatorio o alla emissione di una sentenza di condanna sulla base di una ricostruzione storico-fattuale in base a elementi acquisiti a posteriori e che, pertanto, deve basarsi su una serie di meccanismi istruttori che, per loro natura, non danno risultati esatti (tant’è che si sono spese infinite parole sulla verità processuale e la verità storica), che in molti casi sono ben lungi dal coincidere . I risultati sono ancor più imprevedibili e aleatori se si parla di accadimenti alpini, perché per quanto il perito nominato dal giudice sia saggio e conscio delle dinamiche delle diverse discipline, non potrà che trasferire una componente di ipoteticità e soggettività nella propria relazione per fattori che appaiono intuitivi a chiunque abbia frequentato la montagna in maniera meno che occasionale e che attengono alla scarsa riproducibilità di luoghi ambienti e situazioni in concreto accadute e ancor più variamente percepite.

Uno dei primi casi che arrivarono in Tribunale nei primissimi anni ‘80, per un incidente di questo tipo, accadde sul Pilone Centrale del Frêney dove due forti e giovani alpinisti si trovarono coinvolti in un incidente, in tempi ante telefonini; quello rimasto illeso lasciò il compagno a una sosta e scese a cercare soccorso che, purtroppo, arrivò tardi. I genitori dell’alpinista ferito e poi deceduto chiesero al giudice di valutare se la condotta del sopravvissuto era esente da responsabilità penale; il provvedimento dell’autorità giudiziaria fu nel senso di escludere ogni tipo di illeceità, alla luce del contesto, della assenza di nesso causale (se l’agente avesse posto in essere la condotta richiesta, l’evento sarebbe stato evitato?) e della situazione peculiare di grande complessità ambientale e tecnica. Ovvero il soggetto ferito sarebbe comunque probabilmente deceduto anche se il compagno fosse restato con lui e l’attesa dei soccorsi avrebbe pregiudicato anche le sue possibilità di salvezza né era esigibile, in quel contesto, una condotta diversa.

Sotto il profilo delle responsabilità, il caso del gruppo di liberi battitori – siano essi alpinisti, sciatori o climber – rappresenta l’ipotesi giuridicamente meno complessa, seppur suscettibile di infinite sfumature valutazione: il concetto di esigibilità dovrà essere valutato alla luce della esperienza dei soggetti coinvolti, della situazione concreta, del concorrere di situazioni di emergenza, della presenza di un leader di fatto della cordata (possiamo anche essere una cordata di libera formazione ma se – per mera ipotesi – il mio socio è Chris Sharma piuttosto che Ueli Steck – la valutazione del Giudice non potrà non tener conto di tutto ciò e di quello che era esigibile e medio per me e per loro). Il ragionamento vale, mutatis mutandis, anche per le altre discipline alpine.

Pensiamo alla grande tragedia del Frêney del 1961 che, per l’eccezionalità degli eventi (e, forse, anche per quell’aura di etica alpina cui si faceva riferimento nella prima parte) non condusse ad alcun procedimento, ma che può essere esemplificativa della fluidità delle valutazioni in questo campo: Walter Bonatti era all’epoca guida e valentissimo alpinista, Roberto Gallieni era abitualmente cliente di Bonatti seppur con un curriculum di grande valore e Andrea Oggioni era un fortissimo non professionista. Se un giudice volesse perdersi a comprendere chi doveva garantire chi e quali erano le condotte esigibili avrebbe da riflettere per tre vite…

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La posizione tipica dell’affidamento – Guida, Maestro, Istruttore
La materia è sterminata e la trattazione sarà necessariamente sintetica e assai schematica. I puristi del diritto sono pregati di non scandalizzarsi.

I meccanismi di valutazione generali del nesso di causalità e di valutazione delle condotte – nel loro apporto alla verificazione del fatto – sono identici al caso che precede.

Cambiano tuttavia – totalmente – i parametri di valutazione del Giudice relativamente alla caratteristiche della esigibilità che devo ritenere esigibile dal professionista o dal titolato.

In tali casi “le fattispecie penali più frequentemente ascritte alla guida alpina, allistruttore-accompagnatore CAI. e al capo gita (vale a dire omicidio colposo e lesioni colpose) si strutturano secondo il modello del reato omissivo improprio: laddebito di responsabilità si sostanzia, infatti, nel non aver impedito un evento che si aveva lobbligo giuridico di scongiurare. Ciò deriva dal fatto che nell’accompagnamento in montagna si rinviene un peculiare rapporto di “affidamento” tra accompagnato ed accompagnatore, che ingenera in quest’ultimo una posizione di garanzia rilevante ai sensi e per gli effetti dell’art. 40 c. 2 c.p. In realtà, sul punto, occorre distinguere tra accompagnamento professionale, esercitato notoriamente dalla guida alpina, e accompagnamento non professionale (associazionistico o volontario) che si manifesta in molteplici forme (accompagnatori/istruttori CAI qualificati, capogita, accompagnatore occasionale). Il principio di affidamento è, infatti, molto più marcato nel caso in cui laccompagnamento venga svolto da una guida alpina o da un istruttore CAI ed è, per contro, sostanzialmente escluso se si tratta di un accompagnatore per amicizia o cortesia; diversamente, nel caso del capo gita, la quota di responsabilità che lescursionista potrà dirottare sull’accompagnatore, pur sussistendo, sarà di gran lunga inferiore, poiché egli non ha a che fare con un garante professionista” (S. Rossi. op.cit.).

Che significa tutto ciò? Che nella valutazione della condotta del professionista il Giudice dovrà informarsi non già alla condotta esigibile dall’alpinista medio nello specifico contesto in cui è accaduto il fatto, ma alla miglior scienza ed esperienza del settore, secondo i principi della responsabilità professionale (principalmente elaborati dalla giurisprudenza con riferimento alla responsabilità medica).

In caso di evento dannoso (alla cordata, così come cagionato a terzi) si dovrà ritenere che al professionista o al titolato incombessero oneri specifici e precisi di prevedere dinamiche e condotte volte alla salvaguardia propria e dell’accompagnato, con una rapporto tipico di direzione in capo all’uno e di subordinazione in capo all’altro per quanto attiene alle scelte e alle iniziative, senza che – per questo – non residui in capo al cliente/allievo un obbligo di diligenza generica media.

In sostanza significa che per andare esenti da colpa la guida o l’istruttore dovranno dimostrare che hanno fatto tutto il possibile alla luce della situazione concreta, secondo lo stato della propria formazione professionale o tecnica, delle condizioni ambientali, dell’applicazione delle migliori scelte tecniche ed esperienziali con riferimento a quella casistica (ho scelto il Prusik o il Marchand, ho preferito scendere di conserva piuttosto che assicurato, ho fatto mettere il casco/ l’imbrago/ i ramponi al cliente/allievo, gli ho fato o meno metterei i coltelli oltre alle pelli di foca) per comprendere se in quella determinata situazione era da parte della guida evitabile e prevedibile quell’infortunio. In tal senso va osservato che le rare pronunce dei giudici sono assai rigide: con riferimento a un caso in cui la guida aveva condotto dei clienti a una gita di scialpinismo e costoro erano periti sotto una valanga la corte ha ritenuto assai rigidamente che era compito della guida prevedere il pericolo (per la natura del terreno ripido, scistoso e senza alberi e per le condizioni della neve): “La guida alpina ha lobbligo di vigilanza sugli allievi, gli insegnanti sono tenuti a vigilare sull’incolumità degli allievi nel periodo in cui si esercitano sotto la loro guida (Cass. pen. sez.IV, 19 febbraio 1991; Trib. Torino, 28 maggio 1994)”.

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Altra ipotesi più recente riguarda la guida condannata per omicidio colposo di un ragazzo morto lungo un torrente durante un’escursione organizzata, in cui il giudice ha ritenuto che la guida non avesse sufficientemente informato e vigilato sui propri accompagnati sì da prevenire eventuali comportamenti anche imprudenti o imperiti degli stessi (Cassazione, Sez. IV, sentenza 24 marzo 2003, n. 13323).

In tali ipotesi gioca un ruolo fondamentale l’affidamento e la competenza tecnica attestata dalla qualifica del soggetto agente: altro caso arrivato nelle aule di giustizia riguarda l’ipotesi di un istruttore che, lungo un tiro in forte diagonale, aveva passato solo due rinvii, facendo salire i due allievi contemporaneamente a pochi metri di distanza l’uno dall’altro (uno dei quali senza casco), i quali sono volati a metà tiro riportando l’uno la morte e l’altro gravi lesioni.

Se per le guide alpine quanto sin qui rappresentato ritengo costituisca pane quotidiano di riflessione, forse coloro che svolgono ruolo da istruttore non sempre hanno ben chiare le responsabilità che assumono e i guai grossissimi che rischiano quando si avventurano per montagne e falesie nelle allegre brigate dei corsi. Per la mia personale esperienza (da istruttore di alpinismo e tecnico di elisoccorso durata molti anni e oggi felicemente conclusa) non posso che far proprio il motto di un caro amico guida e fortissimo alpinista “in fondo in rapporto alle porcherie che si vedono fare per monti si verificano davvero pochissimi incidenti” (e potremmo aggiungere – per maggior fortuna – ancor meno processi…).

Ometto di affrontare tutte le problematiche, che pure sono state sviscerate dalla giurisprudenza, sull’esercizio di attività pericolosa, sulla responsabilità contrattuale nel rapporto negoziale fra guida/cliente e istruttore/scuola/allievo e quelle relative alla responsabilità penale per esercizio abusivo della professione contestata a due istruttori che accompagnavano allievi perché ci porterebbero troppo lontano e complicherebbero vieppiù l’esposizione.

Resta ancora da sottolineare che l’affidamento è presunto ove la prestazione titolata si svolga in maniera istituzionale (ossia si tratti di rapporto guida/cliente o istruttore/allievo che originano da contratto), mentre non sussiste necessariamente invece ove la gita o la salita si svolga tra persone che annoverano anche esperti non titolati: anche se c’è l’amico bravo che decide dove passare o guida il gruppo, costui non assume automaticamente una posizione di garanzia nei confronti degli accompagnati. In un caso, arrivato alle aule di giustizia, un gruppo di scialpinisti è rimasto travolto da una valanga e il giudice è chiamato a verificare sia la responsabilità penale per omicidio colposo di colui che ha staccato con la propria condotta imprudente (attraversamento del pendio) la valanga sia la concorrente responsabilità omissiva dell’esperto e anziano del gruppo che si ipotizzava – in virtù di tali caratteristiche – avesse assunto un obbligo di protezione e garanzia nei confronti degli altri e, per tale ragione, ne era stato chiesto dalla procura il rinvio a giudizio.

Si è già accennato che un accadimento può anche derivare da una serie di concause e, quindi, possono anche essere diversi i soggetti responsabili e le cui distinte condotte concorrono alla causazione dell’evento (nel caso di specie, secondo la ricostruzione della procura, aveva contribuito alla morte dei travolti dalla massa nevosa sia la condotta di colui che ne aveva materialmente causato il distacco sia quella omissiva di colui che non aveva previsto – in virtù delle sue conoscenze ed esperienza – la possibilità che si verificasse tale distacco passando in quel luogo). In tale ipotesi il giudice, mentre ha ritenuto sussistente la responsabilità dello scialpinista che ha concretamente staccato la valanga, ha ritenuto che non sussistesse posizione di garanzia del componente esperto poiché “per lassunzione di una posizione di garanzia, non basta essere il più esperto di un gruppo di escursionisti. È necessario che il soggetto abbia assunto, anche tacitamente, lincarico di guidare il gruppo, mettendo a disposizione le sue conoscenze e le sue capacità, e che i componenti del gruppo, trovandosi in una situazione di inesperienza e di incapacità rispetto all’attività intrapresa, abbiano deciso di svolgere quell’attività proprio per la presenza di una persona capace al loro fianco, cui si sono affidati, conferendogli poteri di guida, cura e direzione” (Giudice Udienza Preliminare Tribunale di Sondrio, 10 marzo 2005): nel caso di specie si era concretamente accertato che ciò non fosse accaduto.

Corte Suprema di Cassazione - Lettura della sentenza Mediaset
Vi sono ancora ipotesi in cui invece l’affidamento e la protezione del soggetto sono assoluti e vi è una presunzione totale di responsabilità del soggetto affidatario, come nell’accompagnamento di minori. Più volte i giudici hanno motivato le loro condanne facendo riferimento alla norma che prevede in capo al genitore, o all’insegnante per il periodo in cui il minore gli è affidato, la totale responsabilità per i danni cagionati dal minore stesso salvo che si provi di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno (art. 2048 cod.civ.: Il padre e la madre, o il tutore sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, che abitano con essi. La stessa disposizione si applica all’affiliante. I precettori e coloro che insegnano un mestiere o un’arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi e apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza. Le persone indicate dai commi precedenti sono liberate dalla responsabilità soltanto se provano di non aver potuto impedire il fatto).

Nell’ambito della montagna tale disposizione è stata applicata spesso dai giudici alla disciplina dello sci, ove in capo al maestro che accompagna ragazzini quel non aver potuto impedire l’evento è stato inteso come un preciso dovere di controllare tutto ciò che non si può pretendere che un minore arrivi a verificare da sé, per quanto sia bravo ed esperto nella disciplina (Trib. Trento, Sez. distaccata Tione, 15 giugno 2001, n. 52: Laddove l’allievo è un soggetto minore occorre ricordare che vi sono ulteriori importanti regole di condotta che devono essere rispettate dal maestro: egli in particolare deve controllare personalmente i sistemi di sicurezza, la corretta taratura degli attacchi, la lunghezza degli sci e quella dei bastoncini; deve, poi, fornire una corretta informazione al genitore sul tipo di lezione che intende svolgere e sulle difficoltà del tracciato, anche in relazione alle condizioni atmosferiche della giornata).

Non sarà difficile trasferire i parametri espressi dal giudice trentino per lo sci al mondo dell’arrampicata e verificare quale e quanta attenzione richieda l’accompagnamento di minori ad arrampicare, sia che si rivesta la qualifica di guida, di istruttore o di semplice appassionato e quale configurazione stringente assumano i meccanismi della colpa in tali ipotesi. Meccanismi che attengono alla responsabilità penale e civile sia per i danni che il minore può subire (è ancora fresca una tragedia di cui si è discusso anche in questo blog e che non analizzeremo per rispetto di tutte le parti coinvolte e della vicenda giudiziaria ancora in corso) sia per quelli che – durante lo svolgimento della attività – il minore può cagionare a terzi (si pensi al ragazzino che ferisce altri perché si cala male da una sosta e urta l’arrampicatore sul tiro vicino, piuttosto che il minore che indossa male l’imbragatura o che – spiccozzando su per una cascata – provochi danno ad un altro iceclimber per uso improprio degli attrezzi: in tali casi l’accompagnatore potrà liberarsi dalla responsabilità per colpa solo dimostrando che quegli eventi travalicano non solo dalla sua possibilità di intervento concreto al momento del fatto ma anche dalla sua capacità di previsione).

Conclusione
Quanto sin qui esposto rappresenta solo una carrellata, veloce, superficiale e incompleta, delle mille sfaccettature che possiamo trovarci ad affrontare in montagna quando pretendiamo di definire il concetto di colpa e di delineare i confini nei quali inscriverla.

Tuttavia conoscere un poco le possibili evoluzioni patologiche delle situazioni, lungi dall’allontanarci dalla pratica delle attività, deve essere di stimolo a svolgerle con maggior accortezza e consapevolezza.

E il confronto su temi così delicati, che spesso giungono all’esame di soggetti che poco o nulla conoscono il mondo della montagna, può aiutare a creare una maggior consapevolezza e un più attento uso della giustizia sia in chi è chiamato ad applicare la legge che in coloro che – in tali compiti – forniscono ausilio come periti e consulenti.

Restano da esaminare ancora molti aspetti, a esempio l’emergente problema del deterioramento delle attrezzature delle falesie e le responsabilità connesse, la figura del chiodatore professionista e l’infinito e complesso mondo delle responsabilità nell’ambito del soccorso, che potranno eventualmente essere oggetto di futura trattazione.

NdR: sul medesimo argomento si può consultare saggio dell’avv. Daniela Messina.

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Sanzioni pecuniarie contro tariffe

Sempre a proposito del bellissimo libro di Michael J. Sandel, Quello che i soldi non possono comprare – I limiti morali del mercato, Feltrinelli, 2013, ci piace riprenderne ancora una tematica, quella del paragone tra sanzioni pecuniarie e tariffe.

Questo tema ci porta per via direttissima a ciò che rappresentano, per la nostra moderna società le “preferenze” utili al mercato.

Francesca Rigotti scrive giustamente: “Il fatto è, in buona sostanza, che c’è qualcosa di moralmente sbagliato nel pensare (come sembra fare l’economia di mercato) di poter allegramente massimizzare le preferenze senza considerare il loro valore morale, perché, ed ecco il punto, non tutte le preferenze hanno uguale peso. E questo non l’ha certo scoperto Sandel bensì la critica liberal-egualitarista all’utilitarismo, che pure Sandel ha avuto il pregio di rispolverare e mettere in bella mostra. Non si possono mettere sullo stesso piano le preferenze per la velocità sulla strada, il fumo e, caso estremo, la pedopornografia, e quelle per la protezione dell’ambiente, la sicurezza stradale o il silenzio. La salute, l’ambiente e la procreazione non sono merci come televisori e frigoriferi, sono beni di altra natura e meritano diverso trattamento”.


Sanzioni pecuniarie contro tariffe
di Michael J. Sandel

SanzioniTariffe-Michael_Sandel_Me_JudiceQual è la differenza tra una sanzione pecuniaria e una tariffa? Vale la pena riflettere sulla distinzione. Le sanzioni pecuniarie contemplano una disapprovazione morale, mentre le tariffe sono semplicemente prezzi che non implicano alcun giudizio morale. Quando imponiamo una sanzione pecuniaria a chi getta l’immondizia per terra, stiamo affermando che gettare l’immondizia per terra è sbagliato. Gettare una lattina di birra nel Grand Canyon non solo impone costi per la pulizia, ma riflette una cattiva condotta che noi, come società, vogliamo scoraggiare. Supponiamo che la sanzione pecuniaria sia di 100 dollari e che un ricco escursionista decida che vale la pena avere la comodità di non doversi portare i vuoti fuori del parco. Egli tratta la sanzione pecuniaria come una tariffa e getta le lattine di birra nel Grand Canyon. Sebbene paghi, pensiamo che abbia fatto qualcosa di sbagliato. Trattando il Grand Canyon come un costoso cassonetto per l’immondizia, egli non è riuscito ad apprezzarlo in un modo appropriato.

Oppure consideriamo le aree di parcheggio riservate ai disabili. Supponiamo che un indaffarato imprenditore fisicamente sano voglia parcheggiare vicino al proprio cantiere. Per la comodità di lasciare l’auto in un posto riservato ai disabili, è disposto a pagare la sanzione pecuniaria piuttosto alta; la considera un costo del fare business. Benché paghi la sanzione pecuniaria, non pensiamo forse che stia facendo una cosa sbagliata? Egli tratta la sanzione pecuniaria come se fosse semplicemente una costosa tariffa di parcheggio. Ma così non ne coglie il significato morale. Trattandola come una tariffa, egli non riesce a rispettare i bisogni dei portatori di handicap e il desiderio della comunità di provvedere a loro predisponendo appositi spazi per il parcheggio.

La multa di 170.000 euro per eccesso di velocità
Quando le persone trattano le sanzioni pecuniarie come tariffe, trasgrediscono le norme che tali sanzioni esprimono. Spesso la società reagisce. Alcuni automobilisti benestanti considerano le multe per eccesso di velocità il prezzo da pagare per guidare alla velocità che desiderano. In Finlandia, la legge tende a contrastare questo modo di pensare (e di guidare) stabilendo le sanzioni pecuniarie sulla base del reddito del trasgressore. Nel 2003, Jussi Salonoja, l’erede ventisettenne di un’industria di salsicce, fu sanzionato con 170.000 euro per aver guidato a 80 chilometri all’ora in una zona con il limite di 40.

Salonoja, uno degli uomini più ricchi della Finlandia, aveva un reddito di sette milioni di euro all’anno. Il precedente record per la sanzione pecuniaria più salata per eccesso di velocità era stato quello di Anssi Vanjoki, un dirigente della Nokia, la compagnia di telefoni cellulari. Nel 2002, fu condannato a pagare 116.000 euro per aver attraversato Helsinki sulla propria Harley-Davidson a una velocità eccessiva. Un giudice ridusse la sanzione quando Vanjoki mostrò che il proprio reddito era crollato, a causa di un calo nei profitti della Nokia.

Quel che rende le multe finlandesi per eccesso di velocità delle sanzioni pecuniarie piuttosto che delle tariffe non è soltanto il fatto che variano col reddito. È anche l’obbrobrio morale che vi sta dietro – il giudizio che violare i limiti di velocità è sbagliato. Anche le imposte progressive sul reddito variano col reddito e tuttavia non sono sanzioni pecuniarie; il loro fine è aumentare le entrate, non sanzionare la produzione di reddito. La sanzione per eccesso di velocità di 170.000 euro della Finlandia mostra che la società non vuole soltanto coprire i costi della condotta pericolosa; vuole anche commisurare la punizione all’illecito – e al saldo del conto corrente di chi lo ha commesso.

Malgrado l’atteggiamento sprezzante nei confronti dei limiti di velocità da parte di alcuni ricchi individui che corrono al volante, la distinzione tra una sanzione pecuniaria e una tariffa non viene facilmente cancellata. In molti posti, essere fermati e sanzionati per la velocità eccessiva lascia ancora uno stigma. Nessuno pensa che l’agente stia semplicemente riscuotendo un pedaggio o che stia presentando al trasgressore il conto per la comodità di un tragitto più veloce. Recentemente sono incappato in una curiosa proposta che chiarisce bene il punto, mostrando a che cosa effettivamente assomigli una tariffa sulla velocità, a differenza di una sanzione pecuniaria sulla medesima…

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Considerazioni nostre
Imporre una sanzione pecuniaria a chi, per esempio, percorre un fuoripista è dunque, secondo Sandel, sinonimo dell’affermare che andare in fuoripista in regime di divieto è sbagliato moralmente.

Le sue considerazioni sono valide per i casi che lui cita, vale a dire il gettare la lattina di birra nel Grand Canyon oppure il posteggio nell’area disabili oppure ancora l’eccesso di velocità.

Sono tutti e tre comportamenti che la maggior parte della gente sente come NON propri, alieni da una società civile. Teoricamente non ci sarebbe alcun bisogno di divieti per la maggior parte dei cittadini. Siamo tutti d’accordo, a parole; e quasi tutti d’accordo, a fatti.

Il caso del fuoripista o dell’arrampicata invece è molto più incerto. Il divieto è rivolto a tutti, ma non da tutti è condiviso eticamente. La maggior parte pensa che è diritto del singolo di fare attività sciistica e sportiva dove vuole e che fa parte del bagaglio di responsabilità individuale poter fare delle scelte. C’è il forte sospetto, nella maggioranza dei casi, che il divieto sia stato apposto sull’onda emozionale di qualche incidente e soprattutto per evitare eventuali grane politiche, giudiziarie e amministrative. C’è la quasi totale certezza che il divieto sia emesso ma faccia poi fatica, per pigrizia e inefficienza, a essere rimosso quando le condizioni siano mutate. C’è il sospetto che, se per qualunque motivo fosse possibile far pagare una tariffa per un percorso fuoripista o per la frequentazione di una falesia, di certo la quantità di divieti crollerebbe vistosamente. C’è infine il paragone con altre attività sportive, come ad esempio la balneazione, non soggette a regolamenti di alcun genere.

In conclusione sosteniamo che il ragionamento di Sandel è valido solo se esiste una vera condivisione etica e non quando la sanzione è comminata per aver infranto divieti senza alcun reale fondamento, bensì basati esclusivamente sulla moderna ossessione della sicurezza.

La Cresta del Leone del Cervino: La via normale italiana è stata più volte “chiusa” per ordinanza comunale: cosa mai successa per la via normale svizzera.
SanzioniTariffe-cervino1it

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In Abruzzo, fuoripista con polizza RC obbligatoria?

In Abruzzo, fuoripista con polizza RC obbligatoria?

Circa un mese fa la Commissione Territorio del Consiglio regionale abruzzese ha approvato all’unanimità la modifica dell’articolo 99 della legge regionale 24 del 2005.

Evidentemente si è voluto legiferare sul freeride, vista la continua battaglia a colpi di divieti che ha caratterizzato la scorsa stagione invernale.

La modifica della legge 24 del 2005 è stata approvata in Commissione ma non ancora deliberata né pubblicata sul BURAT (Bollettino Ufficiale Regione Abruzzo). Quindi ufficialmente ancora non esiste.

In pratica, secondo questo nuovo testo, si potrà far fuoripista ovunque (anche in caso di alto rischio valanghe e perfino in zone dove le slavine eventualmente staccate possano insistere su piste poste più a valle)… basta essere muniti di attrezzatura di soccorso e assicurazione apposita.

Ciò pone un dilaniante quesito: la nostra libertà di scelta e di azione è dunque davvero vincolata alla stipula di un’assicurazione RC?

Da tempo la circolazione stradale impone l’obbligo di Responsabilità Civile (mentre non è obbligatoria un’assicurazione personale sugli infortuni o tipo Casco). Questo progetto di legge mette in equivalenza circolazione sulla strada e fuoripista. Ciò sarà gravido di conseguenze. Si è pensato a quanto contenzioso si crea con l’introduzione dell’obbligo di RC? Così potenti stanno diventando le lobby delle assicurazioni e degli avvocati?

Cima Serra Rocca Chiarano. Foto: Antonio Palermi
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Questo il testo della vecchia legge (al momento ancora in vigore):
Art. 99 Sci fuoripista e scialpinismo

Art. 1. Il concessionario e il gestore dell’area sciabile attrezzata, o di parte di essa, non sono responsabili di incidenti che possano verificarsi nei percorsi fuoripista anche se accessibili dagli impianti di propria competenza, purché sugli stessi sia apposta idonea segnaletica di divieto di accesso o di pericolo di frane o valanghe.

Art. 2. E’ sempre vietato lo sci fuoripista lungo pendii interessati attivamente o passivamente da rischio di eventi valanghivi potenzialmente connessi con l’area sciabile attrezzata.

Art. 3. In ogni caso, i praticanti dello scialpinismo devono munirsi, laddove le condizioni climatiche e della neve favoriscano evidenti rischi di eventi valanghivi, di appositi sistemi tecnici ed elettronici per il rilevamento e il soccorso.

Art. 4. Quanto disposto nel presente articolo deve essere indicato sulla documentazione d’informazione all’utente, e indicato su cartelli esposti presso le stazioni di partenza e arrivo degli impianti di risalita.
Il nuovo progetto di legge:
Art. 1 (Sostituzione dell’art. 99 della L.R. 8 marzo 2005, n. 24)
1. L’articolo 99 della L.R. 8 marzo 2005, n. 24 (Testo Unico in materia di sistemi di trasporto a mezzo di impianti a fune, o ad essi assimilati, piste da sci ed infrastrutture accessorie.) è sostituito dal seguente:

Art. 99 (Sci fuoripista, scialpinismo, alpinismo ed escursionismo invernale)

  1. Il concessionario e il gestore dell’area sciabile attrezzata, o di parte di essa, non sono responsabili di incidenti che possano verificarsi nei percorsi fuoripista accessibili dagli impianti di propria competenza o ai di fuori delle piste individuate ai sensi della presente legge, purché sugli stessi impianti sia apposta idonea segnaletica di pericolo di frane o valanghe.
  2. Lo sci fuoripista, lo scialpinismo e l’alpinismo […], è consentito soltanto se si è muniti di Apparecchio di Ricerca dei Travolti in Valanga (ARTVA), Pala e Sonda per garantire un idoneo e tempestivo intervento di soccorso e se si è stipulata apposita assicurazione di Responsabilità Civile da esibire, a richiesta, alle Autorità preposte al controllo.
  3. Le precisazioni di cui al comma 2 devono essere riportate sulla documentazione di informazione all’utente e indicate su cartelli esposti presso le stazioni di partenza ed arrivo degli impianti di risalita, come da Allegato B alla presente legge. La documentazione di informazione all’utente e i cartelli sono predisposti dal concessionario e dal gestore dell’area sciabile attrezzata.

Art. 2 (Modifica all’art. 105 della L.R. n. 24/2005)
1. Alla lettera c) del comma 1 dell’art. 105 della L.R. n. 24/2015 sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: “In caso di violazione delle prescrizioni di cui al comma 2 dell’art. 99, si applica la sanzione amministrativa nell’importo massimo di €. 250.”

Art. 3 (Entrata in vigore)
1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione sul BURAT.

Sul Monte Camicia. Foto: Guglielmo Di Camillo
AssicurazioneObbligatoria-MonteCamicia-GuglielmoDiCamillo

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Tendenze legislative

Tendenze legislative

Datata 1 ottobre 2014, n. 26, è la nuova Legge Regionale (Lombardia):
Norme per la promozione e lo sviluppo delle attività motorie e sportive, dell’impiantistica sportiva e per l’esercizio delle professioni sportive inerenti alla montagna (Bollettino Ufficiale n. 40, supplemento del 01 Ottobre 2014).

La presente legge regionale è evidentemente la ripresa e conclusione del progetto di legge 0175 per il “Riordino normativo in materia di attività motorie e sportive” di iniziativa del Presidente della Giunta regionale della Lombardia, presentato il 26 luglio 2012 e volto a prevedere come illecita e a sanzionare la creazione di pericolo “per sé o per altri” da parte del praticante sportivo. A seguito di un suggerimento di Carlo Bonardi, il CAI aveva proposto e ottenuto la soppressione del “per sé”.

Personalmente non so quanto novità rispetto alla legge precedente, ma noto che l’Articolo 1, al punto 1d) stabilisce il perseguimento della seguente finalità: “diffusione della pratica sportiva e motoria in ambito scolastico e universitario, anche quale strumento di contrasto al fenomeno della dispersione e dell’abbandono scolastico”. Molto bene.

Non ci rimane che sognare Aspen e il Colorado… ancora liberi da divietitendenze-aspen-colorado-ski-report

Noto però le solite “nuove” terminologie (eccellenze, talenti, formazione, ecc.) che riecheggiano in modo sinistro il rimaneggiamento aziendalistico.

Noto altresì la grande importanza che viene data alla “formazione” (formale e imposta): questa insistenza è tale da far sospettare che la formazione sarà parte sempre più consistente del nuovo business.

All’articolo 14, punto 3, è detto:
Gli utenti delle superfici innevate diverse dalle aree sciabili attrezzate che praticano sport sulla neve devono rispettare le regole di comportamento di cui al comma 2, in quanto applicabili. Gli sciatori fuori pista, gli escursionisti d’alta quota e gli sci-alpinisti devono inoltre munirsi di appositi attrezzi e sistemi elettronici per consentire un più facile tracciamento e il conseguente intervento di soccorso”.

“Attrezzi e sistemi elettronici” è una dizione abbastanza sfumata che allude agli apparecchi ARTVA (e pala e sonda? perché non nominarli?). Il comma 2 si riferisce a ciò che devono osservare gli utenti delle aree sciabili attrezzate, perciò è evidente la tendenza all’applicabilità delle “regole di comportamento” “da piste” anche per il fuori da esse.

Anche se la definizione “Attrezzi e sistemi elettronici” è abbastanza generalista, anche per non essere interpretata in modo integralista (ciaspolatori obbligati all’ARTVA in terreno boschivo, ecc.), purtroppo il termine “tracciamento” non può che fondare di soppiatto prossime estensioni di obbligatorietà pure a GPS, Geo.ResQ, e simili).

Voglio ribadire ancora una volta la validità delle nuove tecniche e delle nuove strumentazioni, come pure la necessità di una moderna formazione. È il metodo che non mi piace, non la sostanza.

In sintesi, al di là della bontà o meno della legge, c’è da lamentare che si è persa l’ennesima occasione di far crescere il cittadino, aprendo ancora di più la strada ai divieti e all’obbligatorietà della strumentazione elettronica. Invece di dissuadere si vieterà di più, invece di consigliare si obbligherà con le dovute sanzioni (vedi il lungo elenco all’Articolo 15).

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Lettera a Piero Ostellino

Lettera a Piero Ostellino, editorialista del Corriere della Sera
di Carlo Zanantoni (Osservatorio della Libertà)

17 febbraio 2013
Valanga a Monte La Nuda, Appennino reggiano
Egregio Dott. Ostellino,
dopo un nostro scambio di messaggi (il 12 – 13 settembre 2012) accolto con grande interesse dai miei colleghi dell’Osservatorio, non ho più avuto occasione di fornirle notizie sullo sviluppo dell’Osservatorio per la Libertà in alpinismo. Da un lato, il lento rodaggio dopo il riconoscimento dell’Osservatorio da parte del Club Alpino Italiano, dall’altro la fortunata carenza di eventi che meritassero un nostro intervento mi hanno convinto a non distrarla da suoi più importanti impegni (seguo i suoi duri interventi nei confronti di una deriva autoritaria nel nostro Paese!). Ora però è accaduto qualche cosa che può valere la pena di raccontarle, non come evento in sé – la solita valanga – ma come esempio di tipiche reazioni, sia da parte delle autorità locali che della popolazione. Questo ci offre un locale giornale on-line: REDACON, giornale on-line dell’Appennino reggiano.

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Troverà qui in dettaglio notizie, scambi di opinioni fra i lettori e interventi. Credo però utile, ammesso che meriti la Sua attenzione, estrarne alcuni punti salienti, come segue.

Tre scialpinisti, fra i quali uno sicuramente esperto, con esperienze di alpinismo extraeuropeo e guida alpina, Massimo Ruffini detto “Ruffo”, 28 anni, da Reggio, stanno salendo a Monte La Nuda il 16 gennaio 2013. Questa montagna offre un itinerario interessante. Raggiunta la cima della Nuda a quota 1870 m, i tre iniziano la discesa. Una valanga li travolge, Ruffo rimane sepolto e viene salvato dai soccorritori. La salita era iniziata nei pressi delle piste di Cerreto Laghi, ma non attraversò una zona sovrastante le piste; gli alpinisti erano comunque partiti ben prima che i mezzi di risalita entrassero in funzione, tanto per precisare. Il Direttore della Stazione sciistica, Marco Giannarelli della Park Hotel Srl, dichiara: “l’evento è avvenuto fuori dell’orario di apertura delle seggiovie e fuori dalle piste del comprensorio sciistico“.

Nel link citato si trovano molte informazioni. Viene descritto, in modo approssimativo, l’intervento dei Carabinieri di Collagna e di agenti forestali del CTA del Parco (Coordinamento Territoriale per l’Ambiente). I Carabinieri di Castelnovo ne’ Monti ritengono la valanga causata dalla condotta colposa del Ruffo e lo denunciano per procurata valanga alla Procura di Reggio Emilia. Pare che il Servizio Valanghe avesse dato informazione di pericolo grado 3.

La Redazione di REDACON informa che è prevista (?) una pena sino a 12 anni se si è riconosciuta una azione dolosa; nel caso specifico, potendosi riconoscere nel comportamento del Ruffini soltanto “colpa”, la pena sarebbe al massimo 5 anni.

Su questo punto non entro in dettagli, chiederò precisazioni ai miei colleghi avvocati.
Mi limito a dire che, al riguardo delle conseguenze civilistiche che derivano da reato, un qualunque reato (quindi, non importa se sia stato doloso oppure colposo) obbliga colui che l’ha commesso a risarcire il danno cagionato (vd. art. 185 c.p.). Se ci si riferisce al codice penale in senso stretto, c’è un delitto di valanga dolosa (art. 426 c.p., pena da 5 a 12 anni di reclusione) e c’è un delitto di valanga colposa (art. 449, pena da 1 a 5 anni di reclusione).

In pratica, la responsabilità per risarcimento danni non è alternativa alla “pena detentiva”: c’è sempre (se il danneggiato la richiede; mentre per quei reati l’Autorità pubblica procede “d’ufficio”) quale conseguenza di un qualsiasi reato che abbia cagionato anche danni concreti (non è detto che ogni reato li abbia cagionati).

Attualmente i nostri giudici tendono a rifarsi al criterio di maggiore severità. Questo non accade in Austria, dove si parla solo di eventuale risarcimento di danni; credo che simile sia la situazione negli altri paesi europei.

Non voglio qui insistere su questo punto, desidero soltanto farle notare come sia frequente, nei messaggi dei lettori di REDACON, un atteggiamento colpevolista e critico nei confronti di chi corre rischi, anche soltanto per se stesso, e anche di scarsa tolleranza per un’attività di cui non si vede il senso. Cito alcuni estratti:

Sotto il Monte La Nuda. Foto: R. Manfredi
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Non usiamo Massimo come capro espiatorio per muovere lamentele contro uno sport che infastidisce la comunità“.
Alla comunità non va bene che muoiano persone per questa passione “incontrollabile”per la montagna… mettendo a rischio non solo la propria vita ma anche quella di altri. Se è così “incontrollabile”… qualcun altro ci riproverà e allora servono divieti tassativi“.
La Redazione (!): “Per chi non rispetta le regole a tutela prima di tutto degli interessati ma anche (sic) delle altre persone il nostro vivere ( e codice) civile (sic) prevede diversi tipi di ammonimenti e punizioni. Non ci vediamo nulla di strano…”.
Un disinformato: “Io gli farei pagare il soccorso… il fuoripista è proibito“.
Tu rischi e io pago? Uno della mia famiglia non sarebbe andato lassù“.
Sono felice che non sia successo niente di grave, meno che la comunità debba pagare i costi del soccorso“.

Insomma, i soliti discorsi e molto spesso il riferimento ai costi del soccorso, che tutti noi paghiamo, senza pensare quanto più alti siano i costi sociali di tante altre libertà che fortunatamente la società ci concede.

Una nota sui sindaci. Ci sono due monti importanti nella zona: La Nuda, in territorio di Collagna e il Cusna, in territorio di Villa Minozzo. Paolo Bargiacchi, sindaco di Collagna, e Luigi Fiocchi, sindaco di Villa Minozzo, sono ambedue molto critici nei confronti dello scialpinismo, in particolare Bargiacchi che ha perso un amico sul Cusna. Ogni anno Bargiacchi reitera un’ordinanza in cui fa raccomandazioni su attrezzature, preparazione e cautele. Fiocchi ha emesso quest’anno, il 15 gennaio (giorno prima dell’incidente), l’Ordinanza n 02-2013 che comportava “il divieto assoluto di effettuare qualsiasi attività di tipo escursionistico e scialpinistico nelle zone poste sopra il limite superiore della vegetazione arborea del comprensorio del comune di Villa Minozzo, fino al perdurare di situazione di pericolo valanghe marcato 3 o superiore, fatti salvi provvedimenti più restrittivi“.

Concludo: Le invio queste poche note soltanto per fornirle un tipico esempio di una tendenza repressiva che ha crescente presa sul pubblico e di un evento al quale l’Osservatorio dovrebbe reagire. Per ora è prevalsa la tendenza dei miei colleghi ad attendere che un nostro incaricato cerchi di far rientrare le ordinanze dei sindaci. Io credo invece che dovremmo sfruttare l’occasione per prendere parte alla discussione sul giornale on-line, ammesso che non sia troppo tardi. Non finirà tutto qui.

Cordiali saluti, Carlo Zanantoni

La lettera, ovviamente, non è stata pubblicata e neppure ne è stato fatto un riassunto.

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Il famigerato Colletto Verde di Clavière

Il famigerato Colletto Verde di Clavière
Il famigerato Colletto Verde di Clavière, in alta Valsusa, ha colpito ancora.

Era a sciare sulle montagne che conosceva bene Tommaso Martinolich, un ragazzo di Chieri (TO) che a 14 anni è morto il 4 gennaio 2015 dopo una rovinosa caduta.

La pista numero “100” parte dal Colletto Verde, che segna il confine tra Italia e Francia: da quota 2600 metri permette il rientro nell’area sciistica di Clavière-Monti della Luna per gli sciatori che arrivano dal versante francese di Montgenèvre. E proprio in quel giorno la pista era stata riaperta. Negli anni scorsi su questa pista “nera”, o meglio negli immediati dintorni, sono purtroppo successi altri incidenti mortali. Ma questa volta non si tratta della solita valanga provocata.

Tommaso Martinolich
Quattordicenne-113030597-343d3271-98a5-4ec9-b5eb-63b0b5382757Il tratto iniziale è privo di vegetazione, data la quota elevata: solo rocce fuori dal tracciato nel primo tratto particolarmente ripido e impegnativo, adatto agli sciatori esperti. Chi non se la sente di affrontarlo, può aggirare il ripido grazie a un passaggio alternativo e iniziare la discesa alcune centinaia di metri più in basso percorrendo così una pista “rossa”, la “100 bis” che in seguito si ricongiunge alla «pista nera» quando questa si fa più dolce in vista di alcune casermette abbandonate poco prima della capanna Gimond.

Proprio quest’estate la società Vialattea che gestisce gli impianti del comprensorio sciistico aveva portato alcune modifiche al tracciato originario della pista, proprio per aumentare la sicurezza di quel tratto di discesa lungo quasi 3 km che porta gli sciatori alla partenza della seggiovia Gimont. Una discesa che non viene quasi mai battuta perché i gatti delle nevi faticano ad arrampicarsi su quelle pendenze. Ma che tuttavia viene ben delimitata con una serie di paletti, proprio per evitare che gli sportivi escano inavvertitamente fuori dal tracciato.

La cronaca
E’ stata la scarsità d’innevamento a tradire Tommaso che, conoscendo bene quella pista, durante la discesa si è allontanato dal percorso tracciato e ha superato i paletti per avventurarsi in qualche salto fuori pista. Ma proprio durante un salto è atterrato in modo scomposto, battendo violentemente la testa contro una roccia che affiorava dal manto nevoso. È questa la prima ricostruzione fatta dai poliziotti del commissariato di Bardonecchia, che indagano sulla vicenda.
L’incidente è avvenuto verso le 15, sotto gli occhi dei genitori e di altri familiari. È possibile che la neve ghiacciata gli abbia fatto prendere velocità e perdere il controllo degli sci, che sono andati distrutti nell’urto. Indossava il casco, ma questo non è servito a salvargli la vita. Ha battuto la faccia e torto il collo. Sono stati proprio i familiari i primi a soccorrerlo e a dare l’allarme al 118, mentre sul luogo dell’incidente arrivavano anche gli addetti delle piste. Tommaso era incosciente ma respirava ancora quando l’elicottero del 118, che era fermo a Torino, si è levato in volo. Ma in quota c’era molto vento, vento contrario, che ha rallentato il viaggio. Mentre sulla pista si attendevano i soccorsi, il ragazzo ha avuto un arresto cardio-respiratorio. Nel gruppo c’era una dottoressa, che lo ha ventilato e massaggiato per tutto il tempo, finché i sanitari non lo hanno intubato e caricato sull’elisoccorso. Ma le condizioni dell’adolescente erano disperate. Troppo lontano l’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, l’elicottero lo ha portato alla più vicina struttura, l’Ospedale Agnelli di Pinerolo, dove i medici del pronto soccorso hanno fatto di tutto per stabilizzare i parametri vitali. Ma il filo di speranza cui tutti erano appesi si è spezzato un paio d’ore dopo.

Il Colletto Verde di Clavière
Quattordicenne-DOSCTUYA4120-krRB-U10401281334606eh-700x394@LaStampa.itL’indagine
Il fascicolo sulla morte di Tommaso, che abitava a Chieri e frequentava l’istituto alberghiero Colombatto di Torino, è stato aperto dal pm di Torino Raffaele Guariniello, che valuterà se vi siano responsabilità nell’accaduto.

Guariniello ha inviato la Polizia giudiziaria della Procura di Torino sulle piste da sci di Clavière per un sopralluogo. A quello che verrà riportato dai poliziotti, si aggiungeranno le testimonianze dei parenti di Tommaso, presenti al fatto.

Il fascicolo per il momento non contiene nomi di indagati, né reati. Il pm vuole fare chiarezza su quanto accaduto, vuole capire se la pericolosità del canalone in cui si è consumato il dramma, di fianco alla pista “100” del Colletto Verde, era ben segnalata. Nel caso di “segnalazione insufficiente”, i responsabili degli impianti sciistici potrebbero dover rispondere di omicidio colposo per la morte del ragazzo.

I commenti
Vittorio Salusso, direttore tecnico della Sestrières Spa, esclude che il fondo fosse in brutte condizioni: «Le piste “100” e “100 bis” erano state bene tracciate e battute. In quota la neve in pista è ancora molto buona e abbondante». Nessun pericolo, quindi? «No, le condizioni erano perfette e anche la giornata era buona, solo il vento poteva dare fastidio, ma all’ora della tragedia c’erano un bel sole e un’ottima visibilità».

Quali sono, allora, le cause della sciagura? Qualcuno si sbilancia: «Molti ragazzi per esibirsi abbandonano la pista per andare a cercarsi qualche salto a pochi metri del tracciato. Una pratica vietata ma spesso usuale, che questa volta purtroppo è finita in tragedia».

Il pm Guariniello, con la consueta sollecitudine, ha aperto l’inchiesta e ne seguiremo gli sviluppi. Naturalmente, di fronte alla tragedia e ancora “a caldo”, è difficile fare commenti di ogni genere, ma una prima annotazione occorre pur farla: segnalazioni sufficienti o meno, risulta difficile ritenere che i gestori della pista debbano essere incriminati. Lo sci è uno sport abbastanza pericoloso. Se si va fuori pista lo è anche di più. È solo questo che bisogna sapere, e non è riempiendo le stazioni turistiche di cartelli che si eviteranno altre disgrazie.

Per fare un esempio, in Italia qualunque postazione panoramica è dotata di balaustra protettiva, più o meno solida e invasiva: ma non risulta che in Islanda, dove questo non succede affatto, la percentuale di incidenti sia superiore alla nostra.

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Il Comune di Monesi vs Regione Liguria

Da ImperiaPost (http://www.imperiapost.it):

È scoppiata una rivolta a Monesi, unica stazione sciistica attualmente operante in provincia di Imperia, a seguito dell’ordinanza emessa dal Comune di Triora (vedi pagina 1, pagina 2 e pagina 3) che vieta la maggior parte delle attività collaterali allo sci e legate al mondo della montagna. Da quest’anno saranno vietate pratiche diffusissime negli anni precedenti, come lo sci alpinismo, l’arrampicata su roccia e la tradizionale “ciaspolata”, che, in altre regione italiane, sono divenute un vero e proprio motore dell’economia locale. Un’ordinanza che rischia di compromettere lo sviluppo commerciale e turistico di Monesi, nonché la sopravvivenza dell’intera vallata.
L’ordinanza è stata emessa in quanto prescritta dalla Regione con i provvedimenti VIA della Regione Liguria n.ri °129/209 del 27/06/2007 e n°303 del 29/10/2013.

Monesi04-10807868_492491157556904_773318221_nAl riguardo ImperiaPost ha contattato il consigliere del Comune di Triora (con delega a Monesi) Cristian Alberti:

L’ordinanza è stata emessa in quanto prescritta dalla Regione Liguria con provvedimenti di Valutazione di Impatto Ambientale – spiega Alberti – purtroppo sono prescrizioni vincolanti se si vogliono aprire gli impianti. Non abbiamo potuto non farla, perché diversamente non si potrebbe aprire neanche la seggiovia e non si potrebbe portare avanti nessun progetto di alcun nuovo impianto. Considerato che effettivamente quasi la metà delle persone che vanno nel mini comprensorio sciistico fanno fuori pista o sci alpinismo o ciaspolano e che nella realtà è uno dei posti più sicuri dell’intero arco alpino è un bel problema più che altro perché rischia di diventare una ulteriore penalizzazione sotto l’aspetto economico per le attività esistenti in loco…
Siamo ben consapevoli che la problematica sia grave e di non semplice risoluzione, ci siamo attivati e abbiamo già avuto diversi incontri, il CAI predisporrà una relazione dettagliata nella quale esporrà le perplessità dal punto di visto tecnico (vedi ordinanza, rischio marcato 3). Relativamente allo svernamento del gallo forcello si dovrebbero ottenere la prossima settimana i dati degli anni precedenti relativi al censimento del gallo forcello con i quali si spera di poter dimostrare che una normale attività fuori pista non danneggia il ripopolamento del gallo stesso. Purtroppo non sarà semplice e temo neanche breve, l’obiettivo è far capire che le prescrizioni dettate da tali provvedimenti non hanno alcun senso soprattutto perché viste sotto l’aspetto della tutela ambientale, se vi sono delle piccole zone vanno perimetrate su cartografia e i divieti vanno eventualmente limitati a tali zone.
Stiamo anche valutando di consultare un legale esperto nel settore per un incontro con i funzionari regionali e per la redazione di una eventuale memoria tecnica, ma ad oggi non abbiamo alcuna risorsa economica da spendere in tal senso. Purtroppo la risoluzione al problema temo non sarà breve, appena avremo qualche prima notizia in merito se necessario convocheremo un incontro pubblico, prima però dobbiamo almeno avere delle basi certe su cui lavorare”.

Vetta del Monte Saccarello (Monesi)
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L’ordinanza
– Divieto delle attività fuoripista;
– Divieto di sciescursionismo;
– Divieto di scialpinismo;
– Divieto di escursioni con racchette da neve nei canaloni con neve fresca sui versanti esposti a nord;
– Divieto della pratica dello sci con risalita in elicottero;
– Nel periodo di funzionamento della seggiovia è consentito il passaggio soltanto ai veicoli autorizzati e a quelli in transito diretti all’esterno del comprensorio di Monesi in direzione Colle dei Signori di Limone o in direzione Passo del Tanarello- Francia sulla provinciale Monesi-Limone;
– Divieto di fermata e sosta dei veicoli nel tratto di attraversamento del comprensorio di Monesi, salvo nelle aree appositamente predisposte e segnalate;
– Chiuse al transito veicolare non autorizzato tutte le strade presenti all’interno del SIC, con esclusione della provinciale;
– Attività di escursionistica pedonale consentita esclusivamente lungo i sentieri segnati e segnalati, con divieto di divagazioni al di fuori dei tracciati da metà marzo a fine agosto;
– Attività ciclo escursionistica (mountain bike) consentita soltanto lungo le vie e i sentieri segnati, con assoluto divieto di divagazione al di fuori dei tracciati;
– Divieto di raccolta dei frutti silvestri se non per il consumo sul posto;
– Divieto di svolgimento di attività fuoristradistica sia con autoveicoli che con motocicli;
– Divieto di raccolta di piante, fiori e fronde se non per scopi di studio e di ricerca purché autorizzati dall’ente gestore del SIC;
– Divieto di svolgimento dell’attività di arrampicata su roccia.

Commento
Francamente non abbiamo parole. Un comune si dice, contro la sua stessa volontà, costretto a emettere un’ordinanza del genere. Ammette l’impotenza amministrativa, lamenta la mancanza dei fondi necessari alla redazione di una relazione tecnica e a un’eventuale lotta legale. Credo che siamo davvero alla frutta.
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