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La tragedia sfiorata del Monte La Nuda

L’incidente sul Monte La Nuda del gennaio 2013
di Carlo Zanantoni

Siamo ancora in estate, sia pure alla fine: l’Osservatorio della Libertà e il Gognablog, contrariamente alle usanze, riprendono già ora a occuparsi di eliski ma anche ovviamente di sci fuoripista. Prepariamoci a ulteriori lotte previste per l’inverno prossimo tramite le esperienze precedenti. Vogliamo farlo riassumendovi una vicenda quasi esemplare che fortunatamente non ha visto vittime. Stiamo parlando del Monte La Nuda, nel Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano.

La guida alpina Massimo Ruffini assieme a due maestri di sci, facendo fuori pista nel comprensorio sciistico del Cerreto, provoca e stacca una valanga dalla quale solo lui viene travolto e sepolto. Dopo circa un paio di ore viene ritrovato dalle squadre di soccorso ed estratto ancora in vita.

I Carabinieri di Castelnovo ne’ Monti intervenuti sul luogo sporgono denuncia a suo carico alla Procura di Reggio Emilia per valanga colposa (atto dovuto in base all’attuale legislazione). Mentre il Corpo Forestale dello Stato (stazione di Busana) sanziona amministrativamente tutti e tre per non essere stati in possesso di ARTVA, sonda e pala. Successivamente la Procura archivia il caso e il Sindaco del comune di Collagna di cui il Cerreto fa parte, fa annullare la sanzione amministrativa del CFS.

Estratto da tre articoli apparsi sulla rivista online Redacon tra il 16 e il 19 gennaio 2013  (qui sono leggibili anche i commenti del pubblico).

16 gennaio 2013
Tre scialpinisti travolti da valanga su La Nuda. Tutti salvi!

Nel pomeriggio di oggi tre scialpinisti impegnati a salire su La Nuda a monte delle piste di Cerreto Laghi, sono stati investiti da una slavina.
Tra loro Massimo Ruffini, esperto alpinista che ha partecipato a spedizioni extraeuropee.
Tutti e tre sono stati salvati dall’intervento congiunto di Soccorso alpino con i cani da valanga, Vigili del fuoco e tutto il resto della complessa macchina del soccorso in montagna.
L’ultimo salvataggio è avvenuto poco prima del buio mentre sulla zona imperversava la bufera di neve.

Vetta del Monte La Nuda 1893 m
LaNuda-1280px-Monte_LaNudaNota dal Parco nazionale
Il direttore del Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano interviene sull’incidente sci-alpinistico di Cerreto Laghi, ringraziando il CTA del Parco ed elogiando pubblicamente l’agente Jacopo Colombini, comandante della stazione di Ligonchio, che con la sua sonda per valanghe ha subito individuato l’alpinista sepolto nella neve. «Si è trattato di un intervento tempestivo e decisivo. Ci vuole fortuna, in questi casi, ma anche capacità. E il nostro CTA, grazie alla passione e alle competenze specifiche del dott. Crescenzi, che ha diretto il Meteomont Emilia-Romagna, ne ha. Noi diffondiamo i primi rudimenti di conoscenze antivalanga anche ai ragazzi che partecipano a Neve natura. L’agente Jacopo Colombini merita almeno il nostro sentito e pubblico riconoscimento» dice Vignali. «È necessario che le informazioni sul rischio valanghe vengano consultate, ma anche rispettate e che venga assolutamente utilizzata l’ARTVA, fuori dalle piste si vada, sì, ma non da soli, in gruppo a debita distanza e meglio ancora con chi ha esperienza». L’agente forestale del CTA, Colombini – interpellato – ringrazia e minimizza: «È stata fortuna… subito, al terzo tentativo, ho sentito qualcosa. Abbiamo scavato, io e il maresciallo dei carabinieri di Collagna Federico Aschettino, poi tutti gli altri. È andata bene… dopo un’ora… è stato quasi un miracolo».

Nota dal gestore degli impianti
«In qualità di direttore di Stazione, io, Marco Giannarelli, della Park Hotel Srl, società che gestisce gli impianti, tengo a precisare che, in merito alla slavina provocata dai tre scialpinisti in data 16.1.2013 a Cerreto Laghi, l’evento è accaduto fuori dall’orario di apertura delle seggiovie e fuori dalle piste del comprensorio sciistico. Appena ho ricevuto la telefonata di SOS da uno dei tre scialpinisti coinvolti ho dato subito comando ai miei dipendenti di recarsi sul posto assieme ad alcuni maestri di sci e alcuni operatori del luogo. Subito sono state messe in funzione le due seggiovie per far raggiungere il luogo dell’accaduto nel minor tempo possibile oltre alla continua movimentazione di due mezzi battipista in aiuto alle operazioni. I primi soccorritori a raggiungere il luogo sono stati i carabinieri di Collagna e il Corpo forestale presente in stazione. Lo sciatore rimasto sepolto dalla slavina è stato ritrovato e salvato da queste persone; solo in un secondo momento sono sopraggiunti altri corpi di soccorso che, nel momento in cui il giovane veniva caricato sull’autoambulanza, erano pronti per partire alla volta del luogo dell’accaduto. Il merito della buona riuscita delle operazioni è da dare alla collaborazione dei dipendenti della società, dei maestri di sci, dei Carabinieri e del Corpo forestale».

Impianti sciistici del Monte La NudaLaNuda-2963517 gennaio 2013
Abbiamo sfiorato la tragedia
«Abbiamo sfiorato la tragedia – scrive Paolo Bargiacchi, sindaco di Collagna – quando dopo oltre un’ora e mezza di angoscia vera è pervenuta la notizia del ritrovamento di Massimo Ruffini vivo e vegeto, tutta la collettività di Collagna e non solo, ha tirato un forte sospiro di sollievo.

Sapevamo per la verità dell’esperienza di Ruffini che si è cimentato con successo in grandi imprese di alpinismo, così come sapevamo che i suoi due compagni, per fortuna non travolti, avrebbero utilizzato tutta la loro tecnica alpinistica e le loro specifiche conoscenze per agevolare le ricerche: ma il tempo scorreva lento e foriero di pensieri sempre più dubbiosi, sempre meno ottimistici.

È andata bene e ce ne rallegriamo prima di tutto con “Ruffo” che ha saputo mantenersi freddo e ragionante in una situazione pressoché disperata ricavandosi una nicchia di respirazione che ne ha consentito la sopravvivenza; ma i rallegramenti vanno estesi anche ai due compagni senza il cui intervento puntuale, tempestivo, appropriato, non avremmo conseguito il risultato.

Ma un bravo di cuore va rivolto anche alla complessa macchina dei soccorritori, tutti, nessuno escluso, Carabinieri, Forestale, Soccorso Alpino, Scuole e maestri di sci del Cerreto, Croce Rossa e Croce Verde, 118 di Reggio Soccorso, Vigili del Fuoco e Comune, con il supporto disponibile e determinante del Gestore della Stazione, che si sono mobilitati e prodigati fino all’incredibile e che con noi hanno poi gioito per l’esito felice.

Ma ci rallegriamo anche perché in questa nostra montagna, che per fortuna non è mai stata teatro di tragedie e coinvolgimenti degli appassionati escursionisti d’estate o d’inverno, l’episodio non ci ha trovato impreparati o scoperti: tutte le unità di soccorso si sono attivate in tempo più che ragionevole, attese le condizioni meteo e stradali e hanno svolto il loro compito in modo più che egregio.

Ma la montagna rimane la montagna con tutto il suo fascino e i suoi pericoli palesi e occulti.

Un’ordinanza del Sindaco di Collagna, reiterata ogni anno, offre numerose e precise indicazioni sulle attrezzature necessarie e sui comportamenti da tenere quando si affrontano le difficili prove cui Ruffini e compagni sono ormai avvezzi.

Esiste e lo ricordiamo per chiunque altro fosse interessato a questo tipo di escursione, un apposito sito che segnala il pericolo e sconsiglia le escursioni in certi giorni e in certe condizioni meteorologiche.

Ci auguriamo che tutti gli appassionati della montagna, oltre che rispettare e raccogliere le indicazioni dell’Ordinanza Sindacale oggi più che mai attuale, attingano dal sito le informazioni necessarie e si attengano alle segnalazioni dei livelli di pericolo per consentire a loro e a noi di godere, senza danni e senza patemi d’animo, le splendide sensazioni che la nostra bellissima montagna è in grado di dare».

19 gennaio 2013
La valanga della Nuda è stata causata dalla condotta colposa di uno degli scialpinisti

Novità sul caso dei giorni scorsi della valanga della Nuda. A conclusione delle indagini, infatti, per i Carabinieri di Castelnuovo ne’ Monti essa sarebbe stata causata dalla condotta colposa di uno scialpinista. Scatta quindi l’accusa di procurata valanga e denuncia alla Procura della Repubblica di Reggio Emilia per il 28enne reggiano che, travolto dalla massa nevosa, è poi stato fortunatamente tratto in salvo dai soccorritori.

Secondo la ricostruzione dei militari, l’uomo, insieme ad altri due escursionisti, aveva risalito il versante con attrezzature da scialpinismo, raggiungendo quota 1870 m. Una volta in cima è iniziata la discesa fuori pista che ha causato il distacco da un versante della valanga che lo ha poi travolto. Quindi l’allarme ai soccorsi dato dagli stessi due amici con l’odierno indagato che veniva localizzato sotto circa un metro e mezzo di neve e tratto in salvo.

E quindi le indagini, che hanno portato a quanto sopra. Da registrare che la fattispecie di reato contestata al 28enne prevede una pena sino a 12 anni se la valanga è causata con dolo, mentre nel caso specifico, qualora l’interessato dovesse essere riconosciuto colpevole, il rischio è una condanna sino ad un massimo di 5 anni trattandosi di evento verificatosi per colpa.

Nota a Redacon del 17 febbraio 2013 (NON PUBBLICATA)
di Carlo Zanantoni [email protected]

Cortese Redazione di Redacon,
Vi sottopongo alcune riflessioni che l’articolo mi suggerisce; con grande ritardo, un mese, che però forse è tollerabile, dato che non commento i fatti, ma soltanto vi sottopongo qualche riflessione sulle reazioni dei vostri lettori. Per non destare sorpresa dico subito che appartengo all’Osservatorio per la Libertà in Montagna, riconosciuto dal Club Alpino nello scorso Ottobre 2012. Esso è per ora costituito da un Comitato di una dozzina di persone, appassionati di montagna, che si stanno attivando per costruire una rete di corrispondenti sul territorio nazionale. Scopo dell’Osservatorio è opporsi a eccessi nel limitare acriticamente la libertà di accesso ai terreni di alpinismo e la libertà di rischiare. Tentativi in questo senso avvengono sempre più di frequente, da parte di autorità locali, legislatori, mezzi di comunicazione; una tendenza tipica delle società avanzate in cui la popolazione, ormai lontana da pericoli ed eventi luttuosi più frequenti ai tempi dei nostri nonni, è ormai ossessionata della ricerca della sicurezza. In Francia prima che in Italia si è sviluppata l’opposizione alla tendenza verso questa “société sécuritaire”, sicché là è nato un Osservatorio per la difesa della libertà in alpinismo. Il pubblico è pronto ad ammirare le grandi imprese di un Messner, ma non capisce il desiderio di libertà e di avventura, essenza dell’alpinismo, che anima i comuni scalatori, non ha idea della sensazione di vivere in una diversa dimensione quando ci si avventura con gli sci nei grandi silenzi delle montagne innevate.

È così che nel pubblico nascono reazioni che l’Osservatorio cercherà di dimostrare eccessive o ingiustificate; nostro essenziale compito è, nelle fasi iniziali della nostra attività, quello di capire e far capire: conoscere le reazioni del pubblico e far comprendere il nostro punto di vista. Compito che spero – e qui parlo a titolo personale – potrà estendersi col tempo ad altri aspetti della libertà nella nostra vita sociale.

Carlo Zanantoni
LaNuda-maxresdefaultCito, per spiegarmi, alcune delle reazioni del pubblico che deduco dal vostro articolo:

1) Non usiamo Massimo Ruffini come capro espiatorio per muovere lamentele contro uno sport che infastidisce la comunità;
2) Alla comunità non va bene che muoiano persone per questa passione “incontrollabile” per la montagna… mettendo a rischio non solo la propria vita ma anche quella di altri. Se è così “incontrollabile”… qualcun altro ci riproverà e allora servono divieti tassativi.
3) Un disinformato: io gli farei pagare il soccorso… il fuoripista è proibito
4) Tu rischi e io pago? Uno della mia famiglia non sarebbe andato lassù.
5) Sono felice che non sia successo niente di grave, meno che la comunità debba pagare i costi del soccorso.

Sono reazioni tipiche dell’uomo della strada: antipatia per questa gente che fa cose strane; giudizio moralmente negativo su chi va incontro a rischi; questi sconsiderati fanno pagare alla società i costi della loro assurda passione; costringono i membri del soccorso alpino a rischiare la pelle per salvarli.

Commento brevemente: i “costi sociali” di queste “follie” sono una cosa trascurabile se confrontati con quelli di altre libertà di cui godiamo, come fumare, alimentaci eccessivamente, andare in moto o in bici, sciare in pista. Certo, in una società illiberale, com’era l’URSS, bastò qualche riflessione sui costi sociali dell’alpinismo per proibire l’accesso ai terreni dell’alpinismo per chi non fosse fornito di speciali tesserini, di cui godevano in particolare quelli che con le loro imprese tenevano alto il nome dell’Unione Sovietica. È questa la direzione in cui ci si augura di andare?

Un’ultima osservazione a proposito del Soccorso Alpino: un appassionato di alpinismo non cesserebbe certo di praticarlo se il Soccorso venisse abolito. Provate a proporlo, e vedrete la reazione di quelli del Soccorso Alpino: sono anch’essi alpinisti e sono orgogliosi di praticarlo per coerenza e spirito di solidarietà.

Spero di avere dato un contributo utile alla discussione, e sarò lieto di ricevere critiche, anche molto dure.

postato il 29 ottobre 2014

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In montagna bisogna accendere il cervello

dice Giovanni Cipolotti.
– Nulla di gratuito è dovuto, specialmente se preteso con stupidità – aggiungo io.

Le previsioni facevano veramente schifo sabato 19 aprile in quel delle Dolomiti. Nebbia, neve e il pericolo di caduta valanghe: ed esattamente questa situazione attendeva due scialpinisti della provincia di Vicenza che da Pian Fedaia tentavano di raggiungere Punta Rocca, sulla Marmolada.

In salita verso Punta Rocca
Salita alla vetta della Marmolada di Rocca con panorama su Sassolungo e Sella (manifestazione Mountain Wilderness)Subito dopo mezzogiorno, a una quota compresa tra i 2900 e i 3000 m, i due rimangono bloccati, “sorpresi” da una nevicata che, ampiamente prevista da tutti i bollettini, gli fa in breve perdere la visuale e l’orientamento. In breve si accumulano forti quantità di neve fresca: per fortuna capiscono che il pericolo di valanghe è forte, quindi dopo un po’ di girovagare si siedono nella neve e alle 13 decidono di chiamare il soccorso con il cellulare.

Scattato l’allarme, le operazioni non possono svolgersi nell’immediato, date le condizioni atmosferiche. Un elicottero del SUEM di Pieve di Cadore ha approfittato di un varco nella nebbia, ma senza poter raggiungere i due scialpinisti. In seguito si mettono in moto anche i tecnici della Valle di Fassa, i quali con l’aiuto di un altro elicottero e perfino di un gatto delle nevi riescono finalmente a individuare e raggiungere i due bloccati. Uno di loro scenderà con gli sci assieme ai soccorritori, l’altro preferirà il mezzo cingolato. L’intervento si può chiudere alle 21.

Interventi come questo non susciterebbero l’interesse della stampa se in questo caso non ci fosse stato l’amaro seguito economico.
Marco Ceci, sul Corriere delle Alpi, titola: “Recupero in Marmolada, conto salato”. Nell’articolo il giornalista definisce “estremo” il fuoripista che i due, di 39 e 29 anni, stavano facendo: ma in verità in questa escursione, diciamo noi, di estremo c’è solo la sprovvedutezza.

Una bravata da quasi 5 mila euro: a tanto ammonta, infatti, il conto che i due si vedranno addebitare dall’Azienda sanitaria veneta per il procurato allarme che ha richiesto un intervento di recupero durato circa otto ore coinvolgendo due elicotteri (quello del SUEM di Pieve di Cadore e quella dell’elisoccorso di Trento) e una trentina di persone tra personale di bordo, Soccorso alpino e responsabili degli impianti di risalita della Marmolada”.

Segue l’intervista al direttore del SUEM di Belluno, Giovanni Cipolotti, che ci spiega che la normativa regionale veneta prevede un meccanismo di recupero costi nei casi di evidente imprudenza.

La Marmolada dal Faloria
Dalle piste del Faloria (Cortina) su Marmolada«La tariffa è di 90 euro al minuto per l’elicottero, che è stato impegnato per oltre 45 minuti nel caso specifico, mentre per l’intervento delle squadre del Soccorso alpino il tariffario è di 150 euro per le prime due ore, fino a un massimo di 500 euro. Questo vale per il Veneto, ma nell’intervento sono stati coinvolti anche l’elisoccorso di Trento e una squadra del Soccorso alpino di Canazei: non mi risulta che il Trentino preveda un meccanismo per il rientro dei costi per le operazioni di soccorso, ma non escludo che esista un ticket apposito previsto dalla loro azienda sanitaria».

Nel comunicato stampa, dopo gli auguri di buona pasqua al suo personale, ai volontari del Soccorso alpino della Val Pettorina e a quelli di Canazei, al personale degli impianti di risalita della Marmolada e agli equipaggi degli elisoccorsi di Pieve di Cadore e di Trento, lo stesso Cipolotti aggiunge gli auguri «ai due scialpinisti vicentini che, in una giornata in cui le condizioni meteorologiche erano pessime ed ampiamente previste, in un’epoca in cui non si può più accampare la scusa del “non si era informati o del “non si sapeva”, hanno deciso di proseguire nella loro bizzarra impresa, mettendo a rischio la propria vita e quella di alcune decine di persone che per tutta la giornata, sin oltre le 21, hanno lavorato e rischiato per metterli in salvo. A loro e alle loro famiglie auguro una buona Pasqua di meditazione».

E l’appello di Cipolotti si conclude ricordando a tutti gli appassionati «che prima di affrontare qualsiasi attività in montagna, in estate come in inverno, è sempre meglio accendere il cervello».

Un commento personale: tanto quanto sono per la totalmente libera frequentazione della montagna, altrettanto non respingo la liceità della richiesta di rimborso. Occorre incominciare a pensare che 1) il soccorso non è MAI obbligatorio e che 2) può non essere gratuito. Mi dispiace infierire sui due poveri malcapitati (c’è di sicuro che se ne ride, io no), ma è ora di comprendere che a questo mondo non c’è nulla di gratuito e dovuto, specialmente se preteso con stupidità.

postato il 24 aprile 2014

 

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L’effetto domino dell’eliski in Cadore

Dopo il post sull’eliski sull’Antelao e quello sul come il CAI dovrebbe sconfessare il Comune di Calalzo, e relativi commenti, nuovi accadimenti sono venuti a peggiorare la situazione in Cadore.

Quello che purtroppo si sta verificando è quello che Gianfranco Valagussa ha chiamato effetto domino: una volta che un singolo comune ha deliberato a favore, tutti gli altri comuni non vogliono essere da meno. E non appena una zona selvaggia è concessa, ecco nascere subito altre richieste ed ecco uscire, altrettanto subito, le relative concessioni per altre zone selvagge. Con una rapidità davvero sconcertante, di certo anomala rispetto alla nostra pachidermica burocrazia. E purtroppo non può esistere un eliski se non in una zona non battuta e non segnata dagli impianti di discesa, questo per definizione! Quindi, ecco il via alla caccia agli ultimi luoghi rimasti tranquilli.
E sappiamo anche che l’eliski è solo la punta dell’iceberg di una devastazione più grande, quella che farà l’eliturismo estivo, generalizzato. La porta è ormai spalancata.

EffettoDomino-eliski_2Il 29 novembre 2013 il presidente del Gruppo Guide Alpine Cortina, Luca Dapoz, aveva domandato al sindaco di Cortina, Andrea Franceschi, il permesso di fare eliski nella zona della Punta Nera e sui ghiacciai orientale e occidentale del Sorapiss, dato che “l’offerta della pratica dell’eliski è stata accolta con entusiasmo dagli ospiti di Cortina dello scorso inverno, tanto da spingere a chiedere nuovamente la Vostra autorizzazione per attuare, secondo le stesse modalità proposte lo scorso anno, questa attività sportiva“.

La risposta del Comune di Cortina non si fa attendere (la stagione è alle porte…). Il 12 dicembre 2013 ecco l’agilissima disposizione firmata dal vicesindaco Enrico Pompanin: “In riferimento alla Vs. nota, pervenuta al ns. prot. 24357 del 29/11/2013, relativa alla proposta della pratica dell’eliski, si comunica che la Giunta Comunale, con indirizzo n.436 del 10/12/13, ha espresso parere favorevole all’iniziativa, per quanto di sua competenza. Resta inteso che:
– la presente potrà essere revocata con effetto immediato in caso di mancato rispetto delle prescrizioni, o in caso di motivati reclami da parte di terzi;
– l’ottenimento di eventuali ulteriori autorizzazioni sono a carico dei richiedenti“.

Il 10 febbraio 2014, su richiesta dell’ormai tristemente famoso gruppo Guide Alpine Tre Cime di Lavaredo, anche il Comune di Auronzo ha deliberato la possibilità di eliski fino alla fine del prossimo aprile nel gruppo delle Marmarole (precisamente nel vallone delle Meduce, sui Lastoni e in Val Baion).

Sono queste le ragioni che hanno portato un gruppo di appassionati sostenitori della conquista delle vette fatta con le proprie gambe ad aprire una pagina su Facebook. Il 4 febbraio 2014, su iniziativa di Giorgio Robino, Andrea Gabrieli. Andrea Gasparotto, Luca Visentini e molti altri, nasce No Eliski sulle Dolomiti, dove si possono leggere documentazioni pubbliche e tutto ciò che è relativo all’eliski e all’eliturismo in Cadore (Antelao, Marmarole, Sorapiss). Al momento (7 marzo 2014, ore 13.05) sono 698 i “mi piace” raggranellati.

Certo non è il primo gruppo a essere creato su Facebook, ma le armi a disposizione sono solo queste. E in Cadore c’è davvero urgenza di raccogliere quella che è la vera opinione pubblica, in modo da evitare (ormai per l’anno prossimo) il disastro di questa stagione. Visto che CAI e le altre istituzioni continuano a latitare.

EffettoDomino-eliski-b0

Nel frattempo l’attività promozionale del fuoripista non vede interruzione. Ciò che in sede giudiziaria è oggi altamente perseguitato, in sede turistica è spinto oltre ogni ritegno. Sabato 15 marzo 2014 è l’appuntamento con il Freeride Day Monte Faloria a Cortina d’Ampezzo. Nel comunicato stampa si legge: “Un’occasione per vivere tutta l’emozione della neve fresca, in sicurezza. Gli appassionati degli sci larghi, infatti, potranno testare le attrezzature di ultima generazione sui fuoripista del Monte Faloria e assistere a una simulazione di ricerca di disperso da valanga con le Guide Alpine di Cortina d’Ampezzo.
L’evento, organizzato dal negozio 2&2 – che ha inaugurato lo scorso 6 dicembre il nuovo shop & rent in Corso Italia (www.dueduecortina.com) – e dalle Guide Alpine di Cortina (www.guidecortina.com), offrirà l’opportunità di scivolare liberi sulla powder lungo percorsi inconsueti e di conoscere meglio i rischi della montagna d’inverno, per divertirsi nel pieno rispetto della natura e godere davvero di tutta la bellezza delle Dolomiti. La Regina delle Dolomiti conferma dunque la vocazione per gli sport estremi e, in attesa del Carrera Freeride Challenge Punta Nera del 3-4-5 aprile a Cortina, continua a regalare emozioni“.

Evitando accuratamente di parlare di elicotteri, il linguaggio enfatico e trionfale di questo comunicato fa alla pari con questo filmato di 5′, relativo al Carrera Freeride Challenge Punta Nera.

postato il 10 marzo 2014

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Una montagna di libertà

Una montagna di libertà
di Riccardo de Caria, avvocato

Nel mondo ultraregolamentato in cui viviamo, restano poche oasi di libertà. Una di queste è la montagna, anzi “era”, perché purtroppo il Leviatano, in persona del suo fido servitore Guariniello, è arrivato anche lì. Regolarmente, lo Stato con le sue varie articolazioni si ingerisce e si inserisce nel nostro portafoglio: preleva a sua discrezione, e ci dà direttive sempre più stringenti su come impiegare e come non quel poco che resta. Ma lo Stato-pitone stringe la sua presa su di noi estendendo la propria interferenza in qualunque sfera del nostro agire, anche quelle che con il portafoglio non hanno nulla a che fare, e così facendo perverte il diritto e l’ordine spontaneo, allargandosi sempre più.

In Valle Viola Bormina, nei pressi dell'Alpe Dosdé, da sinistra, Pizzo Dosdé, Cima sud dei sassi Rossi, Sasso Conca, Cima Lago Spalmo.

Ne è un esempio perfetto quel che sta accadendo appunto con riguardo a un tragico incidente verificatosi nel dicembre 2012 sulle nevi piemontesi: quattro amici sciavano fuori pista, ma purtroppo si staccò una valanga e uno di loro perse la vita. Una tragica fatalità, ma ora i pm torinesi del pool di Guariniello hanno chiesto il rinvio a giudizio dei tre superstiti per omicidio colposo.

A questa iniziativa ha risposto in maniera esemplare l’Osservatorio per la libertà in Montagna e Alpinismo, riconosciuto dal Club Alpino Italiano. Con molta educazione ma con estrema fermezza, in una lettera aperta che merita di essere letta per intero, ha tentato di spiegare al catone subalpino che cos’è l’alpinismo e quanto esso sia distante dallo sci su piste battute.

L’Osservatorio dà a Guariniello una straordinaria lezione di libertà, e perfino di diritto. La pretesa, tipica di tante e tante inchieste di Guariniello, di trovare sempre un responsabile di un evento infausto e una legge che s’adatti a fondare questo giudizio di responsabilità, finisce paradossalmente con il produrre maggiore irresponsabilità. La libertà, che dovrebbe essere il principio guida della nostra convivenza sociale e dei nostri codici, non può mai andare disgiunta dal suo corrispettivo, ovvero l’assunzione su di sé di tutte le conseguenze delle proprie libere azioni (il principio di responsabilità, per l’appunto).

Ciò implica che, se un’azione è stata liberamente determinata da un adulto, nella fattispecie il povero scialpinista deceduto, è necessario che quell’adulto ne porti su di sé le conseguenze. I quattro sapevano il rischio che correvano: naturalmente, se avessero coinvolto terzi incolpevoli, ne dovrebbero portare tutte le conseguenze. Ma la sciagura ha riguardato solo loro: purtroppo uno ha perso la vita, ma questa persona ha scelto volontariamente di andare fuori pista insieme agli altri tre, che non possono essere ritenuti responsabili della morte dell’amico per il solo fatto di essere sopravvissuti: avere avuto più fortuna (o anche più bravura) non può essere un titolo di colpa.

La questione che si gioca intorno a questa vicenda è di enorme importanza: il «delirio della sicurezza», autentica «psicopatologia della società moderna» (espressioni che l’Osservatorio riprende dall’antropologo Annibale Salsa), è solo l’ennesimo frutto avvelenato dello statalismo. Esso conduce all’idea che non possano esistere da un lato il caso fortuito (anche tragico, ahimé), dall’altro l’assunzione di responsabilità: occorre pianificare e regolamentare tutta l’esistenza umana, in modo che non ci siano spazi lasciati scoperti da una legge, e ogni azione possa essere sottoposta al vaglio di legalità di un magistrato. Non è ammissibile che uno compia liberamente un’azione rischiosa e ne paghi il prezzo: ci dev’essere qualcun altro responsabile, quanto meno di non averlo impedito, di non aver segnalato a sufficienza il pericolo, di non aver preso misure per evitare che altri si facessero male da soli.

Perseguendo con la forza della legge questa logica, Guariniello contribuisce all’infantilizzazione dell’uomo tipica dello stato moderno: non preoccupatevi di evitare voi i rischi, non preoccupatevi di informarvi prima di affidarvi alle cure di un metodo tutto da verificare (caso Stamina), non preoccupatevi di che cosa bevete (caraffe filtranti) o fumate (sigarette elettroniche); andate nel mondo incoscienti e beati, qualcun altro penserà a voi, alla vostra sicurezza, al vostro benessere.

Naturalmente, mentre molti pericoli siamo perfettamente in grado di valutarli da soli (se solo non ci disabituassero a farlo a suon di illusorio Pluriball guarinielliano), nessuno è in grado di valutare personalmente, a meno che non sia un esperto del ramo, attendibilità di un metodo di cura, pulizia di un filtro, tossicità dei liquidi delle e-cig. Ma per l’appunto esistono gli esperti, e forse sarebbe meglio che imparassimo a rivolgerci a loro un po’ più spesso, quando ciò è opportuno, anziché agire appunto da irresponsabili, e poi attaccarci alla toga di Guariniello.

Montagnadilibertà

Senza contare che questo uso mal concepito del diritto può anche far sì che determinate innovazioni non vedano mai la luce, o procedano a un passo molto più lento di quanto potrebbero. Come spiegò il prof. Gideon Parchomovsky, ospite nel 2009 della Stresa Lecture del compianto Alberto Musy, se le corti puniscono sistematicamente chi si allontana dal sentiero consolidato ad esempio in medicina o in un processo produttivo, dando sempre ragione al consumatore anche quando ha scelto consapevolmente di seguire il medico o il produttore avventurandosi su quel terreno (fuori pista, potremmo dire), l’incentivo ad innovare sarà molto ridotto: a seguire gli schemi non si rischia nulla, a sperimentare si rischia moltissimo, ma allora perché sperimentare una novità, che potrebbe attirare pesanti reprimende dai giudici?

L’inchiesta di Guariniello sugli sciatori è figlia di analoga tendenza a mettere al riparo gli individui dalle conseguenze delle proprie azioni e delle proprie libere scelte. Il risultato è un mondo di bambini, incapaci di badare a se stessi e sempre pronti a incolpare il prossimo o la società per le proprie disavventure. Non c’è dubbio, quello fuori dalla pista giusta è proprio Guariniello!

Riccardo de Caria, avvocato, Torino

Testo tratto dal quotidiano online Lo Spiffero, 28 febbraio 2014

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Il CAI Veneto dovrebbe sconfessare il Comune di Calalzo

Nel mese di gennaio 2013 la stampa locale ha dato notizia che il Comune di Calalzo di Cadore, con Verbale della Giunta Municipale n. 109 del 30 dicembre 2013, aveva deliberato di esprimere parere favorevole all’eliski sull’Antelao. Negli articoli veniva anche riportato che la decisione era stata presa con il consenso del Club Alpino Italiano del Veneto.

Il 17 gennaio, puntuale, ecco un comunicato stampa dell’associazione Mountain Wilderness. In apertura del comunicato si dice che “la vergogna della pratica dell’eliski e dell’eliturismo in Dolomiti aprirà il libro nero delle Dolomiti, libro che nella primavera 2015 sarà inviato all’UNESCO a Parigi”. Il comunicato prosegue denunciando che da Canazei partono voli regolari che dal Sella invadono i gruppi del Sassolungo e della Marmolada; stessa cosa, da Passo Gardena e da Pontives ecco i voli sulle altre vette tutelate dall’Unesco, Catinaccio, Odle, Puez, Marmolada… fino alle Tre Cime di Lavaredo e al Cristallo. Per ciò che riguarda il Bellunese, “misere scelte di alcune amministrazioni comunali permettono di raggiungere, sempre accompagnati da compiacenti guide alpine e addirittura con il sostegno del CAI, i grandi canaloni dell’Antelao”.

Il versante nord dell’Antelao: ben visibile il fuoripista accessibile con eliski
CAIVeneto-antelao

Il comunicato conclude con: “Mountain Wilderness chiede al Consiglio di Amministrazione della Fondazione Dolomiti UNESCO di far cessare, da subito, questa pratica turistica e di avviare in tempi brevi pratiche di frequentazione della montagna e degli ambienti naturali che siano coerenti con il significato del patrocinio UNESCO e, come conseguenza diretta, rispettosi dell’insieme del patrimonio naturale e paesaggistico di queste splendide montagne”.

Nell’ordinanza del Comune di Calalzo è scritto testualmente:
Rilevato che detta proposta ha già riportato il parere favorevole espresso in data 23 dicembre 2013 dal Collegio Regionale Veneto Guide Alpine-Maestri di Alpinismo di Cortina d’Ampezzo che, dopo averne discusso con il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e con il Club Alpino Italiano del Veneto, ha subordinato l’esercizio della pratica in parola ai seguenti temperamenti”.
Segue la lista di limitazioni, numero massimo di voli, ecc. Per maggiori dettagli, vedere il post su questo Gognablog.

A questo punto, ma con discreto ritardo, segue il comunicato del CAI Veneto (24 febbraio 2014).
In esso, vedi la versione integrale, il presidente Francesco Carrer nega decisamente il coinvolgimento del CAI Veneto in questa vicenda, ripercorre le lotte fatte dal CAI per impedire che “le Dolomiti diventino un eliporto”, rivendica insomma la volontà di essere contro al fenomeno dell’eliski, nel pieno spirito del Bidecalogo. “Il CAI Veneto, come il Soccorso Alpino, non è stato coinvolto dalla richiesta, né è stato chiamato ad esprimere un parere nel merito della richiesta. E’ vero che tale notizia è apparsa sulla stampa locale veneta nel mese di gennaio ed è anche vero che il CAI non ha provveduto ad una precisa smentita ma il nostro silenzio era legato più che altro alla discrezione e al lasciar correre per non alimentare ulteriori polemiche, già accesesi sull’argomento nel mese di ottobre e relative all’eliturismo estivo. Ci sembra strano che un’associazione come MW, abituata a conoscere le possibili distorsioni che accadono nel mondo delle comunicazioni, non abbia avuto l’accortezza di verificare l’attendibilità di quanto letto e l’abbia assunta come veritiera descrizione dei fatti e delle rispettive posizioni”.

Il comunicato prosegue prendendo le difese delle amministrazioni comunali e delle guide alpine, citando ciò che di positivo è in quelle realtà per contrastare la visione “negativa” di Mountain Wilderness.

Conclude con “Ben venga quindi la stigmatizzazione promessa da Mountain Wilderness di tutte le criticità rilevate, ma non possiamo dimenticare che un’efficace azione di tutela dell’ambiente montano non sarà mai possibile senza la partecipazione attiva della popolazione montana, e non montanara, che in montagna appunto vive. La cultura della tutela è frutto di un processo di maturazione nelle scelte strategiche che impegnano le generazioni future, una conquista che deve raggiungere la popolazione delle vallate alpine superando il complesso di emarginazione tipico della “riserva indiana”, come accaduto negli angoli più illuminati dell’arco alpino, spesso esteri, che oggi possiamo  portare come esempio”.

Calalzo di Cadore

CAIVeneto-CalalzoIl mio commento a questa vicenda è che il CAI Veneto si è comportato, come dire, in modo un po’ ingenuo. Se si è diffusa la voce che il CAI Veneto sostenga l’eliski, è in gran parte colpa del CAI Veneto stesso, nel momento in cui ammette che la notizia era uscita in gennaio sulla stampa locale ma “il CAI non ha provveduto ad una precisa smentita… il nostro silenzio era legato più che altro alla discrezione e al lasciar correre per non alimentare ulteriori polemiche, già accesasi sull’argomento nel mese di ottobre e relativa all’eliturismo estivo“.
Se la difesa delle montagne contro l’eliski è solo espressione di debolezza, riducendosi a sperare che la cosa passi sotto silenzio, non mi sembra che ci siamo. In più, rimproverando Mountain Wilderness di non aver verificato l’attendibilità di quanto letto!

Comunque ora ben venga il comunicato stampa di Carrer: ma a questo punto il modo migliore per dimostrare che il CAI Veneto non condivide l’eliski passa attraverso la doverosa comunicazione al Comune di Calalzo di ritirare l’ordinanza (e quindi sospendere l’eliski), a causa della non veridicità di quanto affermato nell’ordinanza stessa, cioè che la decisione comunale è stata presa dopo averne discusso con il CAI regionale Veneto (e con il Soccorso Alpino). Se davvero si desidera un processo culturale in cui le popolazioni montane prendano parte attiva nelle scelte strategiche, il CAI Veneto cominci a sconfessare l’amministrazione comunale di Calalzo. Perché con gli equivoci non si può far superare alcun complesso da “riserva indiana”.

27 febbraio 2014

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L’ambiente risponde alle domande della nostra paura

L’ambiente risponde a domande che gli pone la nostra paura

di Alberto Bianchi
“In principio (…) le tenebre ricoprivano l’abisso …”. Se la Bibbia, sia che sia scritta da mano divina o sotto divina dettatura sia che sia il distillato della coscienza umana, spiega i segreti più remoti dell’uomo, con queste parole, con le quali esordisce, ci racconta di un iniziale brancolare dell’individuo nel buio indissolubilmente associato alla sua paura. Dunque in principio erano l’individuo e la sua paura. Era la paura di tutto quello che gli era esterno e che lo tratteneva dall’esporsi, dall’avventurarsi, dal muovere un singolo passo e dal compiere un singolo gesto; ma che contemporaneamente lo proteggeva da qualsiasi pericolo e gli evitava di rischiare. La paura era un sentimento paralizzante.

Alberto Bianchi su Pichenibule (Verdon, Provenza)
Alberto Bianchi su Pichenibule (Gorges du Verdon, Provenza), 23.05.1983Ma immediatamente dopo fu la luce. Nell’individuo quasi simultaneamente alla paura scoccò la
scintilla del bisogno di vedere e vedere vuole dire scoprire, conoscere e sapere, tant’è che nel greco
antico lo stesso verbo “eidon” significa tanto vedere quanto sapere: ho visto quindi so. Quindi,
nell’individuo c’è anche un sentimento dinamico, che lo spinge a cercare all’esterno di se stesso,
esplorando l’ignoto perché è fuori da sé che l’individuo può trovare i mezzi per la sua sussistenza e
per migliorare la sua esistenza.
Nel giusto dosaggio di questi due impulsi antagonisti, paura e curiosità, risedette da sempre la
ricetta per la gestione del rischio che consentì all’individuo di vivere mediamente sempre meglio o,
quanto meno, sempre più a lungo.
Ma poi c’era anche la collettività degli individui. La collettività al posto della paura pose oggetti
deterrenti sicché a presidio dei luoghi nei quali voleva sconsigliare l’individuo dall’avventurarsi,
pose mostri formidabili, tabù e residenze divine. Né divieti né limiti alla mobilità e, più in generale,
all’agire dell’individuo furono posti dalla società primordiale e questo bastò all’umanità per
conservare se stessa ed anche per progredire e migliorarsi.
Oggi, i dosaggi della paura e dell’audacia dell’individuo e l’interferenza della società nella libertà
individuale in materia di sicurezza, che altro non è che il complemento del rischio, sono
profondamente diversi, il che significa che nel tempo c’è stato un cambiamento; ma in più, oggi,
sembrano abbastanza percettibili sia la velocità sia una precisa direzione di questo cambiamento.
All’origine dei comportamenti sia dell’individuo sia della società sembra esserci un unico comune
movente: l’istinto di conservazione, dell’individuo per l’uno e della specie per l’altra. A tal fine
l’individuo e la società mettono in atto comportamenti, diversi ma assimilabili, che sono il frutto di
un compromesso, a livello personale, tra paura e curiosità o tra incolumità e ricerca e, a livello
sociale, tra salute pubblica e benessere e progresso collettivo.
Mentre gli stimoli e i freni inibitori dell’individuo nei confronti del pericolo non sono cambiati nel
tempo, la società, col progredire della conoscenza, abbandona la sfera del magico formidabile, del
tabù, o del divino inaccessibile e mette in campo altri strumenti per la conservazione della specie,
alla quale sono funzionali da un lato l’espansione del tasso di natalità e dall’altro la riduzione di
quello di mortalità, nel rispetto obbligato dei vincoli posti dalle risorse limitate. A tal fine la società,
pur con evidentissime differenze territoriali, culturali e temporali, si è adoperata principalmente in
due direzioni mediante l’emanazione di norme tese a rendere meno pericolosi gli ambienti esterni
all’individuo e l’imposizione di divieti alla frequentazione di quelli la cui pericolosità non riesce ad
essere addomesticata entro valori per lei accettabili.
In questo quadro generale del rapporto pericoloso tra individuo e società da una parte ed ambienti
esterni dall’altra, l’ambiente esterno che interessa l’alpinista è un ambiente prettamente geografico e
fisico: l’alpinista è il frequentatore temporaneo di una particolare porzione del territorio montano,
quella in genere caratterizzata da quote più elevate, temperature più basse, ghiacciai e rocce e neve
e in ogni caso da terreno impervio e certamente non idoneo ad alcuna forma di insediamento umano
permanente.
Per queste sue caratteristiche il territorio alpinistico ha un tasso di pericolosità per l’incolumità
individuale più elevato di quello di molti altri ambienti, non solo geografici e fisici. Quindi ed
estremizzando, nei riguardi della natalità e della mortalità, la società è impegnata, per quanto
riguarda l’alpinismo, al contenimento della seconda. Più in generale, la società è interessata al
contenimento di tutti gli incidenti in montagna anche non mortali, anche i più banali, che, in ogni
caso, si traducono nella necessità di mettere in campo da parte sua gli opportuni anticorpi a difesa
della vita per la conservazione della specie.
Per quanto concerne la libertà nella pratica dell’alpinismo, il dosaggio delle diverse componenti
individuali e sociali nel rapporto col pericolo è evoluto con una progressiva espansione
dell’influenza della società a scapito dell’autodeterminazione e della responsabilità individuali.
La società è intenta a offrire all’individuo ambienti (di lavoro, di svago, di studio, alimentare,
culturale, ecc.) sempre più sicuri e a cingere col recinto del divieto o di altre barriere meno
direttamente evidenti gli ambienti pericolosi (il bere, il fumo, le droghe in genere, il gioco
d’azzardo, ecc.).
Questo meccanismo di messa in sicurezza e di divieti porta però a un ottundimento del prezioso
sentimento della paura e a una crescente deresposabilizzazione dell’individuo nella scelta delle
attività che si appresta ad affrontare e dei territori, in particolare, in cui intende avventurarsi e dei
modi e dei mezzi con cui affrontarli o avventurarvisi. Come estrema conseguenza, nell’individuo
arriva a maturare la presunzione del diritto alla sicurezza e quindi del diritto al soccorso in qualsiasi
circostanza e situazione e, più o meno cosciente, la convinzione che tutto ciò che non è
espressamente vietato è sicuro, in particolare che se l’accesso a una parete di roccia o a un pendio
innevato non è vietato, quella roccia e quella neve sono privi di pericoli per lui.
In montagna, la disponibilità di corde sempre più resistenti e di ancoraggi sempre più affidabili ha
cancellato la pudica paura di “volare”, l’adozione del casco quella di battere la testa o di essere
colpiti da un sasso cadente, il telefono satellitare, quello cellulare, il GPS, internet e l’elicottero
hanno fatto sbiadire la paura dell’isolamento e la sensibilità all’incertezza meteorologica.
Giustamente; ma se tutto funziona e dando per scontato il diritto, per legge o per dovere morale, al
soccorso!
La pretesa che tutto sia sicuro perché ciò che è pericoloso è vietato è tanto profondamente radicata,
penetrante e diffusa nella società italiana, che la collettività al verificarsi di un incidente o di un
disastro, anche cosiddetto naturale, non cerca di individuare un eventuale vittima di un errore o di
un imprevisto, ma, attraverso una magistratura particolarmente solerte promotrice di questa
mentalità, scatena immediatamente una caccia al colpevole di un reato.
Il legislatore si sente invece investito del dovere di bandire l’attività rivelatasi funesta e di vietare
l’accesso ad un territorio ove si è verificato l’incidente o nella, migliore delle ipotesi, di
regolamentarli.
Esiste il pericolo che la pur legittima aspirazione della società di tutelare la salute pubblica, anche
con l’imposizione di regole e divieti, degeneri nella tentazione di inseguire la sirena della sicurezza
totale con la doppia negativa conseguenza di mortificare il benefico sentimento di paura
dell’individuo, propedeutico allo sviluppo di virtù personali come l’attenzione e la prudenza, e
paralizzarne lo slancio innovativo e l’anelito di scoperta ed espansione dei propri limiti insostituibili
motori del progresso umano.
La giusta quantità individuale di libertà di rischiare, in montagna come in ogni altra situazione,
dovrebbe essere frutto di corretti dosaggi di paura e curiosità, di responsabilità personale e norme e
divieti e soprattutto basarsi sulla coscienza individuale e collettiva che la sicurezza totale non può e
non deve essere propria della vita umana ovvero che il rischio nullo non esiste, non solo nella
pratica dell’alpinismo, ma anche in nessuna altra attività.
Quest’ultima asserzione si presenta come postulato e perciò è criticabile e anche rigettabile come
ogni verità apodittica, ma la sua forza è evidente. Ne discende che frasi come “dobbiamo fare sì che
incidenti come questo non si verifichino mai più” pronunciate da politici e legislatori all’indomani
di ogni incidente sia pur grave sul lavoro, o “sciagure come questa non si verifichino mai più”
pronunciate dagli stessi e da altri all’indomani del recente disastro di Lampedusa, ma anche in
occasioni di incidenti in montagna particolarmente luttuosi, sono aberranti per chi ammette che la
nostra conoscenza è limitata e sa che questi incidenti, forse con frequenza minore ed anche sempre
più bassa, potranno ripetersi.
Dal postulato discende anche che è scorretto affermare semplicemente che l’alpinismo è pericoloso,
o meglio sarebbe dire, rischioso. Semmai si potrà dire che è un’attività più rischiosa di altre.
Possiamo concordare sul fatto che sia meno pericoloso camminare su un marciapiede cittadino che
su un sentiero dal fondo irregolare o peggio arrampicare su una parete di roccia degradata, ma
nessuna delle tre progressioni è totalmente esente dal pericolo di inciampo e di caduta.
Diverso ancora è il rischio, correttamente inteso come prodotto della pericolosità per il danno, che
addirittura potrebbe vedere un’inversione della precedente graduatoria, se cadendo sul marciapiede
ci si procura un trauma e “volando” in parete si rimane semplicemente appesi alla corda di
sicurezza.
Sull’onda della corsa all’inseguimento della sicurezza, la giurisprudenza impone all’organizzatore
di corsi di alpinismo di informare preventivamente gli allievi dei pericoli della montagna e dei
rischi dell’alpinismo e di ottenerne un’attestazione di consenso informato alla partecipazione.
Questa procedura persevera sulla strada di indurre l’individuo a pensare che ci sia sempre un altro
che deve pensare a metterlo in guardia e che sia responsabile al suo posto di ciò che può accadergli
ed inoltre cozza contro l’impossibilità di compilare un elenco completo ed una descrizione
esauriente di tutti i pericoli ed i rischi.
Piuttosto, quindi, che cercare di elencare e descrivere i pericoli della montagna ed i rischi
dell’alpinismo, bisogna risuscitare negli allievi il senso della paura, che induce all’attenzione, alla
cautela ed alla prudenza.
Un ulteriore contributo alla distorsione della percezione del rischio risiede nell’esagerata fiducia
nella scienza e nella tecnica che degenerano rispettivamente in presunzione di onniscienza e di
infallibilità. Una corretta assunzione di responsabilità deve avere, invece, il supporto della
consapevolezza dell’esistenza dell’imprevisto e dell’errore o del difetto.
L’accresciuta affidabilità delle corde di arrampicata e dei dispositivi di protezione e delle tecniche
di assicurazione ed autoassicurazione in genere ha eliminato negli arrampicatori delle più recenti
generazioni la paura di “volare” che caratterizzò gli esponenti delle precedenti generazioni in
maniera tanto più marcata quanto più si risale nel tempo. Questo fatto è certamente un fatto
positivo, in quanto fattore di progresso, perché autorizza l’individuo ad osare passaggi sempre più
difficili spingendo il limite della prestazione umana sempre più in alto; ma è anche dimostrazione
della scomparsa di una delle paure che più inducevano gli alpinisti a muoversi, invece, con grande
cautela.
Per chi pratica lo scialpinismo, invece, l’aumento delle capacità di valutazione del pericolo di
distacco di valanghe e di diffusione della relativa informazione, la sostituzione di vecchi strumenti e
metodi di localizzazione dei travolti, come il cordino da valanga, con i più recenti e sofisticati
ARTVA il cui potenziamento e perfezionamento non accenna a rallentare, l’adozione di pala e
sonda e di altri piccoli accorgimenti nella tecnica di progressione, l’invenzione di dispositivi
antisoffocamento ed antiseppellimento hanno consentito, a costo di un appesantimento delle
procedure e dell’equipaggiamento, di ridurre il rischio legato a tale fenomeno; ma non devono fare
dimenticare allo scialpinista la necessità di relazione stretta e costante con l’ambiente in cui si
muove.
Se per il pericolo di distacco di valanghe la possibilità che l’attenzione per l’ambiente sia soffocata
dal fardello della tecnica è particolarmente evidente, tale possibilità esiste anche per le altre
discipline alpinistiche e se da un lato ci si è liberati da non molto tempo dell’illusione di potere
rendere la montagna sicura, dall’altra è fondamentale ricordarsi della necessità e del valore di
cercare di stabilire e mantenere per tutto il tempo che si opera in montagna un filo diretto con
l’ambiente in cui si sta agendo ed un flusso continuo di informazioni dall’ambiente con cui si
interagisce in risposta alle domande che gli pone la nostra paura.
Prima, (ma quanto prima? O prima di che cosa?) l’uomo viveva affrancato da ogni pericolo nel
“Paradiso terrestre” (ma dov’era il “Paradiso terrestre”?) e quindi senza bisogno di paura e di
coraggio e con un solo divieto sociale: quello di mangiare del frutto della conoscenza. Ma questa
era tutta un’altra storia.
Milano, 18/2/2014.

Alberto Bianchi
Nato a Milano il 3 febbraio 1949, ingegnere, professore al Politecnico di Milano, guida alpina dal 1986, organizza e conduce gruppi di alpinisti e sci-alpinisti in Asia, Nord and Sud America. Ha salito il Muztagata, il Kun, il Carstenz, il McKinley, l’Illimani, l’Aconcagua e molte altre montagne in ogni parte del mondo. Ha partecipato a diverse spedizioni himalayane tra cui l’Everest. È stato per diversi anni, dopo Alberto Re, presidente del Collegio Nazionale delle Guide Alpine.

Alberto Bianchi
AmbienteRisponde-bianchi,alberto

postato il 25 febbraio 2014

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Con i sognatori di neve, per essere al top

Ah, questa volta m’iscrivo… non posso perdermi questa grande opportunità, vivere una settimana da vero signore, provando i divertimenti dei ricchi, concedendomi tutte le cose goderecce della montagna d’alta società.

Certo dovrò comprarmi un abbigliamento adeguato, non posso mica presentarmi con i miei consueti quattro stracci… ma cosa avete capito, non parlo dell’equipaggiamento da freerider, parlo di ciò che devo mettermi addosso per le lussuose serate che mi sarà dato vivere, a contatto con la crema del turismo.

Foto: Leo Himsl
freeriding lech šsterreich 2005 , sci libero, freestyle, arlbergCosa saranno mai 3560,00 euro (prezzo base, per gli extra vedremo) per una vacanza a Cortina? Non posso permettermi nove giorni di vita diversa? Suvvia, non sono neppure 400 euro al giorno!

E’ da quando sono incappato nel sito di un’agenzia di “International Ski lessons, la Snowdreamers, che non riesco a pensare ad altro, perché poi quelli hanno anche culo, e di sicuro ci sarà tanta di quella neve fresca e tanto di quel sole da non averli mai visti!

C’è scritto che il “Luxury skiers Dolomiti Freeride è un pacchetto offerto agli sciatori che cercano una vacanza per immergersi nei sublimi paesaggi delle Dolomiti per poterne carpire i segreti più nascosti.
Non sapevo neppure che le montagne potessero avere dei segreti: ora sono davvero curioso, saranno quelli di Snowdreamers a svelarmeli!

Finalmente “il sogno diventa realtà”! Guardate che programma e sognate con me (perché la vita è un sogno: FlavioBriatore/MaurizioCrozza):

Si arriva il sabato a Venezia, trasporto dall’aeroporto con motoscafo e tour con la caratteristica gondola, poi sistemazione in hotel. Ma, attenzione, la notte in hotel a Venezia non è compresa nel pacchetto, “è un servizio extra, anche se è caldamente consigliato per vivere la magia di una delle più belle città del Mondo”. La domenica mi vengono poi a prendere, “con autista o con elicottero” e mi portano al Grand Hotel Savoia***** a Cortina, aperitivo di benvenuto, acquisizione materiale e skipass (tutto rigorosamente “nuovo”). Dal lunedì al venerdì, con eccezione del mercoledì, escursione giornaliera freeride da decidere con il proprio maestro in base alle condizioni neve e meteo: capite? Mi portano sui più bei fuoripista delle Dolomiti, che secondo loro sono il “freeride bus Tofana, con pranzo al Tivoli e aperitivo Cinque Torri jacuzzi sun-set, il Cristallo Creste Bianche con pranzo al ristorante Ospitale, il Faloria 18 con pranzo a baita Fraina, il Marmolada: Lidia, Valon dell’Antermoier, Sas 11 e Sas 12, il Padon e il Falcade Mulaz” (errori toponomastici a parte).

Foto: Leo Himsl
freeriding lech šsterreich 2005 , sci libero, freestyle, arlberg

Ma certamente la giornata clou è quella di mercoledì “eliski sull’Antelao con il supporto di una guida alpina (in caso di condizioni avverse, l’eliski verrà posticipato)”. E’ vero, avevo letto che avevano aperto l’Antelao all’eliski, per portare su me e farmi scendere il quel posto così selvaggio… dio, che avventura! Meno male che ci sono dei comuni così illuminati, come quello di Calalzo, che ci permettono queste figate! Io seguito a non capire perché quei quattro fresconi di ambientalisti continuino a fare casino e a opporsi…

Ah, e poi dimenticavo le serate. Martedì, “slittata in notturna (comprensiva di noleggio slittini, risalita e cena nelle migliori baite: Rif. Croda da Lago/Malga Federa), serata organizzata in un rifugio in quota assaporando i migliori piatti della cucina ampezzana e poi indimenticabile discesa con gli slittini”. Il giovedì, “pizzata italian style (serata all’italiana, con live music, pizza e allegria)”: qui scadiamo un po’, ma pazienza, per gli stranieri andrà sicuramente bene. Il venerdì, “cena e tavolo riservato al Vip disco club”.

Beh, certo che la domenica, quando mi verranno a prendere per il transfer all’aeroporto (non è specificato se con autista o con elicottero), ne avrò di ricordi da spedire agli amici. Lo potrò fare solo lì, alla fine della vacanza, perché con tutte quelle distrazioni, di giorno e di sera, certo non avrò tempo di mandare (con il mio Blackberry Q30) foto con Instagram, postare su Facebook e cinguettare su Twitter. Al massimo avrò qualche minuto per i messaggini e per What’s up.
Queste sì che sono iniziative, meno male che hanno fatto le Dolomiti patrimonio mondiale dell’UNESCO.

E se qualcuno di voi non sciasse, o non avesse il livello tecnico per fare freeride? Niente paura, Snowdreamers vi ha preparato un “imperdibile elitour, con partenza da Cortina loc. Fiammes. Atterraggio presso baita in quota al tramonto e rientro. Durata totale un’ora, max 5 persone a tour. A partire da euro 145 a persona, comprensivo di elitour, aperitivo in baita e servizio navetta a/r presso il vostro domicilio”.

Foto: Leo Himsl

freeriding krippenstein šsterreich 2005 , Salisburghese, sci libero

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Giudizio per cause concernenti l’attività in montagna


Lettera aperta a Raffaele Guariniello
Procura di Torino

a tema: Giudizio in sede civile e sede penale per cause concernenti l’attività in montagna

Egregio dottor Raffaele Guariniello,
Le sottoponiamo le nostre riflessioni in fatto di giudizio in sede civile e sede penale per cause concernenti l’attività in montagna. Veda nell’allegato pdf.
Chiariamo subito che non Le scriviamo per auspicare una “giustizia speciale”, o “tribunale della montagna”, che conosca la materia e i principi di fondo evidenziati nella lettera.
Le scriviamo invece, come potremmo scrivere a qualunque altro magistrato, perché riteniamo che Lei personalmente debba essere messo a conoscenza della filosofia di coloro che reputano essenziale forma di libertà il muoversi su terreno di avventura montana.
Siamo a disposizione per qualunque chiarimento o anche per un incontro.
Grazie dell’attenzione

Per l’Osservatorio per la Libertà in Montagna e Alpinismo (riconosciuto dal Club Alpino Italiano), il portavoce Alessandro Gogna

Raffaele Guariniello
Il Pubblico ministero Raffaele Guariniello, il 14 dicembre 2010 a Torino, durante l'udienza del processo per il rogo all'acciaieria Thyssenkrupp, avvenuto il 6 dicembre 2007, in cui morirono sette operai. ANSA/DI MARCO
GIUDIZIO IN SEDE CIVILE E SEDE PENALE PER CAUSE CONCERNENTI L’ATTIVITA’ IN MONTAGNA
Libertà e consapevolezza
Esiste purtroppo la concezione che libertà significhi facoltà di vivere emozioni ed esperienze senza limiti, sminuendo l’esistenza di pericoli e rischi: è la concezione dell’odierno consumatore, per il quale la montagna non è più il luogo della formazione, del confronto con se stessi, ma quello del puro godimento rapido, effimero e garantito.

La libertà in alpinismo è cosa diversa: è facoltà di determinare in autonomia le scelte che ci riguardano, sia come singoli che come componenti di una collettività, ma con la consapevolezza del rischio che si corre e dei danni che possono derivarne ad altri.

La libertà è un diritto essenziale di ogni persona, l’alpinismo e la montagna sono una delle massime espressioni di libertà, perché le attività alpinistiche per loro natura non possono rispondere a regole prefissate come avviene negli sport classici. L’Osservatorio della Libertà in Montagna individua la libertà come ricerca e conoscenza di sé e dei propri limiti, come espressione alta di chi sa mettere in gioco se stesso con la consapevolezza dei propri mezzi e con la conoscenza del terreno. Libertà è ricerca di evoluzione individuale che va di pari passo con l’aumento di consapevolezza. Un terreno sul quale l’uomo si è sempre confrontato, con esiti diversi, ma senza il quale la vita sarebbe meno ricca, la letteratura più povera, la geografia dell’emozione una piccola collina. E senza del quale non avrebbe senso neppure il mito di Ulisse.

Libertà come diritto
Potremmo partire da una citazione di John Stuart Mill: “Ogni vincolo in quanto vincolo è un male” (1859). Detto così può sembrare banale e anarchico, ma noi crediamo di interpretare correttamente il pensiero di Mill quando affermiamo di non voler rifuggire le regole ma soltanto di volerle declinate col buon senso. Il libero accesso alla montagna è un diritto, ma ha dignità solo se accompagnato da un lungo percorso di autodisciplina e consapevolezza. Libertà in montagna è, dunque, libertà di movimento arricchita dall’esercizio della consapevolezza: che vuol dire preparazione, disciplina, consapevolezza del limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione. Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione.
Per questi motivi l’attività alpinistica è e deve rimanere libera, pura e consapevole, e non deve essere confusa con l’attività sportiva ispirata invece a criteri di pratica “sicura”.

Pericolo e rischio in montagna
I pericoli e i rischi vengono dalla disparità tra persona e montagna, come per mari e deserti. Sono elementi costitutivi dell’alpinismo e fondanti la libertà di scelta. Vanno legati all’esercizio della responsabilità e la domanda che dobbiamo porci è: quale rischio mi posso permettere in questa situazione? La valutazione e la successiva accettazione del rischio, oltre che aspetto costitutivo dell’esperienza alpinistica, sono elementi positivi e consentono il percorso di evoluzione personale.

Il diritto al rischio è valido solo quando è frutto di una scelta consapevole e rispettosa degli altri, sapendo che non esistono la pretesa e la certezza di essere soccorsi sempre, comunque e in ogni condizione.

Méribel, tre le due piste è il luogo dell’incidente a Michael Schumacher
GiudizioperCause-PistaSchumacher-Medium

Sicurezza
Si è sicuri solo con il giusto mix di sicurezza interiore (preparazione e consapevolezza) e, se del caso, di dotazione di un adeguato equipaggiamento.
La sicurezza totale è una pura illusione della società assistenzialista e consumista, non esiste e non esisterà mai, né in alpinismo né in nessun’altra attività umana, e ogni alpinista sceglie liberamente e consapevolmente di prendersi carico della componente inalienabile di rischio legata al fare alpinismo. L’impostazione attuale della società è improntata all’ossessiva cultura della sicurezza, la société sicuritaire, come scrivono i francesi. La società “sicuritaria” è anche il risultato di una motivazione positiva, ovvero dell’idea che la società si faccia carico della sicurezza dei suoi membri. Sicurezza che è importantissima in tutti i luoghi, in tutte le attività dove le persone si trovano a lavorare, studiare, farsi curare, soggiornare, circolare. Esistono però spazi in cui la persona può e deve muoversi liberamente con la coscienza del rischio e dei propri limiti, con l’attenzione agli altri e all’ambiente in cui si muove: perciò, in questo ambito, la cultura della sicurezza totale si manifesta in tutto il suo disvalore. La montagna è uno dei pochi spazi che consentono ancora l’espressione di una ricerca personale in cui si mette in gioco la libertà della scelta. Questi spazi, questa libertà, questa intera dimensione non vengono però accettati dalla società sicuritaria. Scrive l’antropologo Annibale Salsa che oggi noi “assistiamo a un vero e proprio eccesso, un delirio della sicurezza” e continua “la ricerca della sicurezza è la psicopatologia della società moderna”.
L’equipaggiamento e le attrezzature tecnologiche sono validi supporti, ma non costituiscono da soli garanzia di sicurezza e non possono essere indiscriminatamente o acriticamente imposti: conoscenza, esperienza, buon senso e istintualità sono ancora alla base della consapevolezza e quindi indispensabili.

Differenza tra responsabilità e consapevolezza
In italiano, ma anche in altre lingue, la parola “responsabilità” ha un doppio significato. Nella prima accezione si riscontrano sostanzialità e sfumature che abbiamo cercato di esprimere usando la parola “consapevolezza”; nella seconda, troviamo un significato molto diverso, quello della responsabilità giuridica.

Consapevolezza e responsabilità giuridica sono dunque assai legate, anche se non sono la stessa cosa: la libertà è resa più significativa dal poter effettuare una scelta sapendo che si può essere chiamati a rispondere di essa, e di contro l’esercizio della libertà può abituare alla responsabilità delle proprie azioni.

Ha senso, allora, un luogo nel quale questa responsabilità possa venire in discussione, perché non basta il così detto “foro interiore”: se siamo responsabili nei confronti anche degli altri, allora bisogna che gli altri possano fare appello a questa nostra responsabilità. In Italia oggi (ma anche altrove) non è normale una giustizia “corporativa”, e cioè propria delle categorie interessate, quale ad esempio esisteva prima dell’età moderna; i probiviri del CAI si occupano solo di controversie interne all’associazione, ma non possono andare oltre e trattare di rapporti che non riguardano quella limitata materia. L’opinione pubblica, e prima ancora la Costituzione che afferma la necessità di un luogo ove possano essere fatti valere i diritti di ciascuno, confermano che non possono esistere “luoghi franchi”; ed allora non resta che la giustizia ordinaria quale luogo di tali possibili controversie.

Qui sembra che possiamo essere d’accordo, però attenzione: il punto è dove si pone il limite per un’azione legale nei confronti di un atto di cui l’alpinista è responsabile. Il concetto di consapevolezza si mescola fino a un certo punto con quello di responsabilità giuridica, e non deve essere giustificazione per una “punizione” per chi esagera.

Un “vizio” della società moderna è la ricerca “obbligatoria” di un responsabile per ogni cosa che accade. Ad esempio la caduta sassi in montagna esisterà sempre e non è eludibile. Il modello statunitense di far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire, sta ormai radicandosi anche nella nostra società e nel “mercato della sicurezza” assistiamo a denunce e richieste di danni che sono assurde persino nella loro impostazione. Simili comportamenti non sono utili a nessuno, salvo agli avvocati: ingolfano i tribunali, e soprattutto mettono a dura prova la voglia dei volontari nel continuare a dedicare il proprio tempo libero per il bene della collettività. Perché anche per loro le leggi tendono a essere interpretate in modo cieco, con il risultato di castrare qualunque buona iniziativa, per i giovani, per i diversamente abili, per i disadattati.

Valle di Lei, Madesimo

GiudizioperCause-MADESIMO (5)  fuoripista in val di Lei

La responsabilità giuridica
Quando si dice responsabilità si intende riconoscimento della colpa e punizione  per ciò che si è fatto; ma va subito detto che questo vale solo per quella penale, perché quella civile ha una vocazione distributiva e solidarista. Si ritiene che se qualcuno ha subito un danno, occorre veder come fare per non far rimanere quel danno solo a suo carico, almeno sotto il profilo patrimoniale. Questo tipo di responsabilità sfiora a volte l’addebito oggettivo: si è responsabili perché qualche cosa è successo, qualcuno si è fatto male; si crea il meccanismo della compensazione economica di ogni tipo di danno. In quella per cose in custodia (tra esse a volte possono esserci i sentieri, o le vie ferrate) non si è più solo responsabili per l’incuria nella manutenzione che ha determinato una insidia imprevista, ma per tutti gli infortuni occorsi nell’uso della cosa, purché il danneggiato non ne abbia fatto un uso improprio.

Ma almeno per la responsabilità civile ci si assicura, e quindi c’è un’assicurazione che paga; e qui stiamo parlando non solo della responsabilità del singolo, ma anche delle istituzioni e delle imprese che organizzano e gestiscono il territorio a vario titolo; per tale via, l’assicurazione che queste hanno contratto copre la responsabilità civile oppure il costo ricadrà sulla collettività, la quale però comunque riceve altri benefici ben superiori (ad esempio turistici). Nel penale non è così, ognuno risponde per se stesso: la responsabilità penale è personale. E occorre una precisazione. Nel processo penale il problema non è tanto la condanna finale, specie per reati colposi; i processi penali sembra talvolta che si facciano prevalentemente per far soffrire qualcuno: è lo stesso processo a costituire una pena, e con esso la sua pubblica notizia, l’angoscia, le ore passate nei corridoi dagli imputati ma anche dai testi, dalle parti offese.

Il problema è dunque, per l’Osservatorio, cercare di fare in modo che il suddetto “limite per un’azione penale” venga definito in una sede tale per cui la scelta non sia lasciata esclusivamente a una giustizia comune (per essa intendendosi quella che valuta qualsiasi situazione nella stessa maniera).

La responsabilità collegata alla frequentazione della montagna può avere tre principali aspetti: 1) nei riguardi di compartecipi o di chi poi direttamente resterà infortunato; 2) installazione, manutenzione o controllo di sentieri o vie attrezzate o ferrate; e infine 3) esposizione a pericoli degli eventuali soccorritori.

Sul primo vi è ormai casistica anche in sede penale. Sul secondo punto le decisioni note sono sentenze civili; sul terzo non ne risultano di precise, ma le ultime vicende natalizie 2013-2014 provano che lì si sta andando allo scontro.
Nella società e in diritto non si può proibire il rischio.
In questo senso, restrittivamente, dovrebbe essere proibito lo stesso Soccorso Alpino, che invece è costituito da professionisti e volontari.
Però, già per Mill lo Stato non si doveva ingerire nelle attività degli individui, salvo che arrechino danno ad altri; ma, tra questi ultimi, non considerava coloro che consentano ad una partecipazione consapevole e volontaria.
E noi oggi dobbiamo considerare, come era normale in passato, che il mondo degli alpinisti è per sua natura solidaristico, è orgoglioso di esserlo, non si sottrae e non recrimina neppure di fronte alle conseguenze patite per prestare soccorso. Vuole il legislatore l’abolizione del Soccorso Alpino? Vedrebbe che putiferio!

In materia, i giudici e prima ancora i pubblici ministeri sono portatori di nozioni e conoscenze tutt’altro che approfondite e omogenee; la comprensione dei complessi elementi che intervengono nella formulazione di una scelta di chi frequenta la montagna non sempre è completa; avviene così che condotte, che per alcuni sono esenti da responsabilità, per altri invece non lo sono; purtroppo, in molti casi non vi è alcuna linearità nella decisione. Ma questo non può meravigliare, perché in processi come questi cambiano i livelli non solo di conoscenza della materia, ma anche di disponibilità individuale ad accettare la logica della previsione e della inevitabilità di un pericolo.

Telemark fuoripista a Lech. Foto: Leo Himsl
telemarkskiing lech 2005 , arlberg

Gli incidenti da valanga, aspetti legislativi
Per la legislazione attuale il reato di aver procurato una valanga è stato introdotto (per tutt’altri contesti!) dal nostro codice penale del 1930; quindi un magistrato deve far rispettare la norma, ma in certi casi la cosa può apparire ridicola. Non c’è stazione di turismo invernale che non pubblicizzi il proprio territorio con immagini e filmati di entusiasmanti discese fuoripista, magari pure a cavallo di valanghe provocate. Caso mai ci sarebbe da chiedersi come mai un articolo del c.p. sia stato bellamente ignorato dai tribunali italiani per oltre 60 anni, forse perché la valanga non era di moda? O nel frattempo non c’erano state vittime in valanga?

Probabilmente la prima impugnazione importante in merito fu del procuratore della Repubblica di Sondrio in occasione della valanga del Vallecetta (inizio anni 2000). Nessuna vittima, nessun ferito, neppure allertato il servizio di soccorso, ma 8 mesi di reclusione ai 5 sciatori che erano nei paraggi (non solo a chi ha provocato la slavina, certamente uno solo).
Risulta evidente e alla luce delle conoscenze attuali che la norma è a dir poco obsoleta e andrebbe certamente rivista.

Gli incidenti da valanga, aspetti culturali
E’ fuori di dubbio che l’attività in pista deve essere al riparo da pericoli oggettivi così come previsto dalla legislazione nazionale e da quelle regionali e provinciali. L’utente della stazione sciistica ha acquistato un servizio che comprende, tra le altre cose, la propria incolumità sulle piste da sci, almeno per quanto concerne quei pericoli. Chi percorre una pista da sci si deve solo preoccupare di non arrecare danno agli altri con la sua condotta.
Perché si tratta di attività sportiva. Sarebbe come dire che se vado a nuotare in piscina non sono tenuto a fare l’analisi dell’acqua prima di tuffarmi. La stessa pista da sci è una struttura sportiva.

Se invece abbandoniamo la pista, non importa se di poco o di tanto, dobbiamo preoccuparci da noi. Non esiste più nessuno (persona, società, Ente pubblico) che ci debba imporre la sicurezza nostra e di chi vi opera come noi e non potrebbe neanche essere altrimenti essendo impraticabile controllare, sorvegliare, vigilare su tutto l’ambiente naturale.
Neppure è dignitoso che norme e sanzioni siano usate solo per spauracchio (allora dovrebbe essere prima punito anche chi nella sostanza non le fa rispettare).
Qui entrano in gioco le conoscenze delle persone che praticano la montagna, la consapevolezza; se qualcuno non ha e non pratica le conoscenze adeguate probabilmente andrà a mettersi nei guai.

Conclusioni
Bisogna far passare il concetto che scendere un pendio innevato lungo una pista da sci o lontano da essa sono due cose culturalmente opposte, certamente compatibili tra di loro, ma da non confondere.

Sulla pista da sci si fa attività sportiva, altrove no! Il restante è compreso in tutte le altre attività d’avventura in montagna, estive e invernali.

Chi invece si avvale degli impianti di risalita e poi scende sopra una pista confonde le due attività, e spesso non basta neppure esporre cartelli di divieto. E’ pronto a essere lui la prima vittima “inconsapevole” di se stesso.

Dunque dobbiamo spendere ogni energia nel campo della formazione e dell’informazione corretta, non nel campo del divieto e della punizione.

Dobbiamo fare in modo di essere informati sulle modalità di quella grande parte di incidenti che si sono auto-risolti (senza intervento di soccorso esterno) ma che per paura delle conseguenze penali vengono tenuti nascosti dai coinvolti.

Dobbiamo diminuire il numero degli inconsapevoli, non aumentare il numero dei dissuasi o dei puniti.

Per Osservatorio della Libertà in Montagna e in Alpinismo
Il portavoce: Alessandro Gogna

Milano, 21 febbraio 2014

Il testo integrale in versione pdf è scaricabile qui.

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Meno marketing e più cultura


Più conoscenza e meno incidenti.
Impariamo a conoscere meglio le nostre montagne
di Giancarlo Del Zotto

La montagna attrae sempre. Ma a che prezzo! Guardavo con la prima poca neve gruppi e gruppetti di sciatori con pelli di foca e di escursionisti con ciaspole abbandonare le piste battute e protette e inoltrarsi in terreno aperto su percorsi incerti e approssimativi, con materiali ed equipaggiamento poco adeguati a quel sottile manto nevoso, con ritmi piuttosto frenetici che esprimevano l’intento di realizzare una perfomance – come si dice in gergo sportivo – piuttosto che di godersi una tranquilla gita lontano dagli affollamenti e dai rumori invasivi della quotidianità.

Foto: Mario Verin/K3
Italia; Trentino Alto Adige; Dolomiti,Val Badia, Piz Sorega-Pralongià, inverno, sci e ciaspole
Mi chiedevo se qualcuno di loro avesse pensato che quell’allontanarsi da una pista affollata gli avrebbe fatto scoprire la magia della neve fresca, del silenzio, delle nuvole che corrono nel cielo e che ci aiutano a prevedere l’evoluzione del tempo, la scoperta del bosco innevato, delle tracce degli animali che popolano la montagna d’inverno.
La scoperta di un mondo silenzioso, nuovo e diverso.

Mi chiedevo quanti di loro conoscevano i nomi e la storia delle cime che li sovrastavano.
Mi chiedevo quanti di loro avessero letto o ascoltato il bollettino meteo e il bollettino delle valanghe la sera prima della gita per decidere l’equipaggiamento da adottare e il percorso da scegliere.
Quanti di loro avessero con sé l’ARTVA – il prezioso apparecchietto elettronico che consente in pochi minuti di individuare una persona sepolta dalla neve – e con l’ARTVA, la pala e la sonda per un rapido intervento di autosoccorso.

Le tragiche morti in valanga di questi giorni non sono una novità.
Da anni le statistiche del Soccorso Alpino Nazionale e dei Paesi alpini, confermano che il 95% delle vittime di valanga è costituito da coloro che l’hanno provocata.

Le esigenze del mercato del turismo hanno trasformato la montagna in un “prodotto”, vendibile a “pacchetti” con il “tutto compreso”, confezionato con le attrattive che devono avere tutti i prodotti, cancellando, perché inutile al “prodotto” stesso, due secoli di storia, di cultura, di genti e di territori.

Perché non proporre e sperimentare un percorso opposto a questo esasperato consumismo, offrendo la scoperta e la conoscenza graduale e progressiva della montagna, il fascino della scoperta dell’ambiente alpino, l’apprendimento delle tecniche, degli equipaggiamenti e delle conoscenze per contenere i rischi?

Le montagne delle nostre Alpi offrono un ambiente diversificato e straordinario.
Proviamo a proporre un percorso d’avventura e di scoperta, rivalutiamo il silenzio della montagna e la lentezza.
I valori della cultura una volta appresi e condivisi danno la garanzia della durata nel tempo e sconfiggono agevolmente l’effimero delle mode.
Le strutture operative ci sono, le Guide Alpine, i Maestri di sci, gli Istruttori delle Scuole di Alpinismo del CAI e le Sezioni del Club Alpino Italiano possono agevolmente sostenere questo progetto.

Proviamoci!

Giancarlo Del Zotto
Istruttore Nazionale di Alpinismo e Sci Alpinismo
Presidente della Scuola di Alpinismo, Sci Alpinismo e Arrampicata “Val Montanaia” del CAI Pordenone
Soccorritore Emerito del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino, Stazione di Pordenone

15 febbraio 2014

Monte Bianco, in ciaspole dal Colle del Gigante al Col de Toula, 17 aprile 2012, in marcia verso il Col des Flambeaux, con lo sfondo del Dente del Gigante

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Costituzione e libertà in montagna

Fino a che punto la libertà in montagna è garantita dalla Costituzione?
di Federico Pedrini

Federico Pedrini è assegnista di ricerca in Diritto Costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna; Humbolt Fellow presso la Freie Universität Berlin.

Sulla base del suo testo, la cui versione integrale è consultabile qui, ho riassunto il suo pensiero in proposito al titolo. Si noti che il testo stesso è una rielaborazione dell’intervento da lui tenuto al convegno internazionale sul tema Libertà delle proprie scelte. La libertà in montagna, tenutosi a Bressanone in data 24 ottobre 2012 nell’ambito dell’International Mountain Summit.

Montagna e alpinismo
C’è un connubio fra l’originaria ed essenziale componente della libertà e quella, ad oggi altrettanto ineliminabile, dell’intrinseca  pericolosità (e dunque dell’accettazione del rischio) propria dell’attività praticata.
Sin da quando l’alpinismo è nato con la “conquista” del Monte Bianco nel 1786, la sua idea di fondo è sempre stata quella d’una attività di uomini liberi su un libero territorio: l’alpinista, in altre parole, parrebbe da sempre instaurare una forma di contatto e una tipologia di rapporto con la natura intrinsecamente refrattario a regole eteronome che non siano quelle del rispetto degli altrui diritti. Il piacere di praticare l’alpinismo, in tutte le sue forme, parrebbe insomma strettamente legato al fatto che nessuno abbia a dire all’alpinista come praticarlo, pena la perdita della ragion d’essere della relativa attività.
L’alpinista non parrebbe in media “felice” di correre dei rischi, tuttavia di buon grado s’accolla quei rischi che riconosce come ineliminabile corrispettivo per quel quid di libertà che egli stesso ha deciso d’esercitare.

Costituzione-costituzione_italiana

Ciò è da sottolineare: intrinseca pericolosità dell’alpinismo e rischio consapevolmente accettato devono essere la chiave di lettura per le riflessioni che seguiranno, riferite alla libertà (giuridica) dell’alpinismo e al suo complesso rapporto con i paradigmi della moderna “società securitaria”.

La “sicurezza”, infatti, sempre più si presenta come l’omnicomprensiva “bandiera” sotto la quale si radunano (magari anche solo nominalmente) i tentativi di regolazione (dunque, anche di limitazione) della pratica alpinistica, e certo non è in dubbio che la sicurezza rappresenti un valore interno all’ordinamento giuridico,  tanto più risultando essa ampiamente inserita pure nella sistematica dei limiti che la stessa Costituzione pone all’esercizio delle sue libertà fondamentali. Nondimeno, neppure la sicurezza rappresenta un valore assoluto, insuscettibile di bilanciamenti e di graduazioni a seconda dell’àmbito in cui si viene a esprimere.

Da qui ecco il quesito, di cruciale rilevanza per l’alpinismo: può l’idea della “sicurezza in montagna” ri-leggersi in modo peculiare e coerente con la ricordata caratteristica di strutturale pericolosità dell’agire alpinistico?

Libertà
L’interrogativo al quale si cercherà di dare una prima risposta è in sintesi il seguente: esiste qualcosa come la libertà giuridica dell’alpinista? Il diritto la garantisce o quanto meno implicitamente la riconosce? E se sì, in che termini? Con quale ampiezza e con quale intensità essa risulta protetta?
E ancora, a che livelli normativi questa libertà, posto che sia in qualche modo protetta, verrebbe garantita? Per intendersi, sarebbe radicata solo a livello del legislatore ordinario e comunque nei limiti di quanto da esso disposto, oppure anche a livello costituzionale, e dunque potenzialmente pure  contro il legislatore ordinario?

Problema, quest’ultimo, di non secondaria importanza soprattutto alla luce dei possibili confini alla legittima azione del legislatore (statale e regionale), che nell’ultimo periodo parrebbe per certi versi aver “dato il via” a un’intensa attività di produzione normativa volta a limitare, talora in modo assai pervasivo, gli spazi di libertà dell’alpinista anche quando non sussistano pericoli di carattere pubblico o collettivo riconnessi all’attività da questi esercitata.

Tra i vari provvedimenti del legislatore (statale e regionale) ci sono i divieti di pratica sciistica o arrampicatoria, l’obbligo di essere dotati di particolari dispositivi di sicurezza, la facoltà di definire con proprio regolamento le modalità di fruizione delle vie ferrate e dei siti di arrampicata.

L’assenza di una disciplina espressa
Tanto premesso, e passando così a un primo inquadramento costituzionale della problematica, il necessario punto di partenza d’ogni analisi parrebbe qui quello dell’assenza di specifiche disposizioni, all’interno del testo costituzionale, espressamente dedicate alla libertà alpinistica e, più in generale, all’alpinismo.
Tutt’al più si possono rinvenire in Costituzione alcuni limitati riferimenti, più o meno diretti, alla ‘montagna’.

Connesso alla montagna, sia pur in maniera indiretta, è stato talvolta considerato anche l’art. 9, secondo comma, Cost., quando prescrive che «la Repubblica (…) tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», là dove paesaggio tutelato evidentemente è anche quello montano –ciò che potrebbe peraltro essere considerato un elemento contenutistico potenzialmente idoneo a costituire una linea regolativa importante anche per la libertà alpinistica e le sue limitazioni (ammissibili cioè in quanto rivolte alla tutela del paesaggio montano).

La limitata presenza di norme riferibili alla montagna e l’assenza d’una normativa costituzionale espressamente dedicata all’alpinismo, tuttavia, non esclude che all’interno della Costituzione sia pur sempre ravvisabile una “cornice” di norme e di principi comunque rilevante per l’alpinista e la sua (potenziale) libertà.

Cenni sulle competenze costituzionali in materia d’alpinismo
Per più ragioni non è affatto la stessa cosa se a disciplinare la condotta alpinistica sia la legge dello Stato, oppure quella della Regione Lombardia o della Provincia autonoma di Bolzano, o ancora un regolamento di ente locale come il Comune o, per avventura, un’ordinanza sindacale.

Si pensi soltanto alle differenti forme e possibilità di pubblicizzazione (dunque alla diversa difficoltà di conoscenza) dei relativi provvedimenti, e alla potenziale disomogeneità sul territorio nazionale d’una normativa rivolta a soggetti che spesso neppure sanno d’essere destinatari di precetti e che, per di più, potrebbero addirittura essere sottoposti a discipline giuridiche differenti nell’arco d’una medesima escursione qualora quest’ultima – come pure può capitare – si “snodi” su territori comunali o regionali differenti.

Costituzione-costituente_aula

Limitandoci pertanto in questa sede soltanto alle coordinate davvero essenziali, a questo proposito è rilevante in Costituzione soprattutto l’art. 117, che regola la divisione di competenze legislative fra Stato e Regioni.
Per quel che interessa la problematica qui in discorso, in questa disposizione assume senz’altro rilievo l’indicazione della potestà legislativa esclusiva statale (almeno) nelle materie dell’ordinamento civile e penale, nella determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, nonché della tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

Sono invece materie (rilevanti) di legislazione concorrente quelle relative a:
professioni; tutela della salute; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali.

Tuttavia, come meglio si vedrà analizzando anche la disciplina costituzionale sostanziale, almeno un cospicuo “nucleo essenziale” della disciplina della libertà alpinistica parrebbe ancora, almeno in teoria, rimanere saldamente in mano allo Stato.

Diritti costituzionali dell’alpinista?
Passando ora alla parte di disciplina “sostanziale” contenuta in Costituzione, di solito nella (scarna) letteratura di riferimento viene invocata una molteplicità di parametri costituzionali, e segnatamente per lo più gli artt. 2 (diritti inviolabili), 16 (libertà di circolazione), 18 (libertà di associazione), 41 Cost. (libera iniziativa economica), sia singolarmente, sia – soprattutto – “nel loro complesso”.

Ciò detto, e argomentato così perché si procederà di séguito a un’indagine sui singoli articoli, la “norma cardine” per il tema che qui ci occupa parrebbe senz’altro l’art. 16 (primo comma) della Costituzione, ai sensi della quale «ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza».

Questo non vuol dire, ovviamente, che a questo diritto non si possano apporre dei limiti (peraltro espressamente prefigurati dallo stesso art. 16). Non è chi non vede, ad esempio, come la libertà costituzionale di circolazione non abbia impedito d’imporre l’uso del casco ai motociclisti e della cintura di sicurezza agli automobilisti.

Ma il paragone tra l’andare in macchina e l’alpinismo non va oltre il fatto che sono entrambe forme di “libera circolazione”. Le differenze balzano agli occhi, se si considera che nell’attuale società, mentre ancora si sceglie se praticare alpinismo oppure no, per lo più il singolo non sceglie di essere automobilista (o comunque fruitore di veicoli motorizzati), bensì lo è per necessità (talvolta, anche obtorto collo). Una delle più evidenti conseguenze di tutto questo è che la sicurezza (intesa anche come la propria sicurezza) è venuta progressivamente ad affermarsi come un valore fondamentale (e per tale percepito dallo stesso automobilista), anche perché la fruizione del veicolo a motore è stata quasi del tutto spogliata della sua potenziale valenza “ricreativa”: qui l’idea (anche estetica) della circolazione come viaggio – che ancora prevale, appunto, in àmbito alpinistico – si è estinta (o comunque permane in una dimensione del tutto residuale) insieme al cosiddetto “gran turismo”, rimanendo soltanto quella pratica dello spostamento (che dev’essere efficiente, dunque rapido e sicuro).

Ulteriormente, soprattutto per alcune realtà “istituzionalizzate” (oltre che in parte istituzionali) come ad esempio il Club Alpino Italiano o altre organizzazioni simili, può venire in rilievo anche l’art 18 Cost., ai sensi del quale «i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale».

E qui rileva tanto la libertà dell’alpinista di associarsi, quanto quella del non associarsi (di non essere necessariamente iscritto ad alcuna associazione), e ancora la libertà di creare non soltanto una, ma più associazioni, con i più diversi fini (non vietati dalla legge penale), e infine la libertà delle associazioni (nel perseguimento dei rispettivi fini sociali).

Per coloro che, infine, dall’alpinismo traggano anche un profitto o più in generale un qualsiasi tipo di vantaggio economico (si pensi, ad esempio, alla professione di Guida alpina, ma non solo), è rilevante anche l’art. 41 della nostra Carta costituzionale, ai sensi del quale «l’iniziativa economica privata è libera; essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

La libertà alpinistica come punto d’equilibrio fra tutele e limiti
Dal quadro finora tratteggiato, la Costituzione parrebbe dettare alcuni principi che indirettamente riguardano anche l’attività dell’alpinista e la sua libertà:

1) per prima cosa l’alpinista come singolo, nella sua attività “escursionistica”, sembrerebbe sempre costituzionalmente tutelato nella sua libertà di circolazione, la quale può essere legittimamente limitata soltanto per legge e «in via generale e per motivi di sanità e sicurezza»;

2) in seconda battuta, l’alpinista parrebbe tutelato anche nella sua veste collettiva, dunque quando effettui escursionismo di gruppo (anche senza necessariamente essere iscritto a organizzazioni);

3) in terzo luogo sono tutelate anche le associazioni che abbiano come scopo quello della promozione e dell’organizzazione di attività alpinistiche;

4) in quarto luogo l’alpinismo può essere tutelato pure come attività economica, soprattutto per chi lo eserciti professionalmente;

5) da ultimo, ma non meno importante, la libertà dell’alpinista può certamente essere limitata, ma solo nel rispetto delle garanzie che la Costituzione prevede e nel solco dei limiti costituzionali espressamente indicati nelle relative fattispecie (cioè negli stessi articoli che prevedono tali diritti) o in altre norme costituzionali a esse collegabili e con esse da “bilanciare”.

Quali garanzie e quali limiti, allora? Anche qui tentando di riassumere per sommi capi sembrerebbe potersi affermare che:

a) giacché l’alpinista, come si è visto, nella sua attività esercita sempre e necessariamente la propria libertà costituzionale di circolazione, egli gode sempre della garanzia della riserva di legge rinforzata dell’art. 16 Cost.: può dunque essere limitato in questa sua libertà di movimento soltanto dalla legge;
in più questa legge sarà legittima soltanto nella misura in cui persegua fini di sanità e sicurezza, i quali, tradizionalmente, nell’economia della disposizione parrebbero da intendersi come sanità e sicurezza pubblica (o quanto meno collettiva), dunque soprattutto della sicurezza o della salute degli altri, non della propria;

b) per chi eserciti alpinismo “economicamente orientato”, l’art. 41 Cost., oltre a ribadire il limite della sicurezza, impone più ampiamente di non andare in contrasto, oltre che con la libertà e la dignità umana, soprattutto con l’utilità sociale – concetto assai vago e apparentemente suscettibile di mutar di contenuto nel corso del tempo e a seconda della situazione;

c) nella Costituzione possono infine essere trovati altri limiti impliciti alla libera attività alpinistica, a seconda di come questa si atteggi; mi limito qui, una volta ancora senza pretesa d’esaustività e in aggiunta a quanto già menzionato nella parte relativa alle materie “di rilevanza alpinistica” indicate nell’art. 117 Cost., a menzionare la tutela del paesaggio (art. 9 Cost.) e la tutela della salute (art. 32), la quale ultima peraltro sembrerebbe in grado di sollevare problemi non piccoli, soprattutto se da essa s’intendesse di poter ricavare un generale principio di “prevenzione dagli infortuni”.

Libertà alpinistica e principi fondamentali
Il nostro discorso sulla “libertà alpinistica” e sul perimetro del suo (possibile) rilievo costituzionale può infine essere integrato citando due ulteriori articoli ricompresi nei Principi fondamentali della nostra Costituzione (segnatamente l’art. 2 e l’art. 3 Cost.), il cui rilievo per la tematica alpinistica parrebbe più “mediato” e tuttavia, al tempo stesso, tutt’altro che trascurabile in sede d’interpretazione sistematica di quanto precedentemente esposto.

Costituzione-costituzione

La prima disposizione è quella di cui all’art. 2 Cost., ai sensi della quale «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Manca qui lo spazio per approfondire seriamente la possibilità di “sfruttare”, invocandola in prospettiva a tutela di presunti “diritti inviolabili dell’alpinista”, quella lettura che intende questa disposizione non soltanto quale rinvio alle restanti libertà fondamentali espressamente previste all’interno dell’articolato costituzionale, bensì anche quale base argomentativa per il riconoscimento d’ulteriori diritti fondamentali, non testualmente previsti all’interno della Costituzione. Cioè parrebbe difficile ritenere che l’art. 2 possa essere genericamente chiamato in causa per qualunque rivendicazione di libertà, compresa quella alpinistica. Mi limito qui a segnalare come, a voler ragionare in questa chiave, si potrebbe forse riuscire – magari sviluppando quel trend che in passato ha portato a riconoscere grazie ad esso un  diritto alla libertà sociale (Corte cost. 50/1998) – a rafforzare ulteriormente alcuni aspetti della libertà alpinistica, soprattutto assumendo che le relative istanze di tutela siano sufficientemente attestate e diffuse nella coscienza sociale, talora indicata come “fonte” dei nuovi diritti di cui all’art. 2. E qui sarebbe peraltro interessante capire quale tipo di valutazione sia realmente diffusa rispetto a certe pratiche alpinistiche (e alle loro possibili conseguenze: si pensi all’azione dello sciatore che involontariamente provoca una valanga o allo scalatore che provoca il distacco di una pietra) all’interno della comunità tutta (e della comunità alpinistica in particolare): l’idea sarà quella dell’esistenza di veri e propri diritti (l’esercizio dei quali, anche se provoca pericoli e/o danni ad altri, esclude l’illecito) oppure la semplice non sanzionabilità della violazione di certi divieti (fermo restando l’illecito, ad esempio il procurato disastro colposo ex art. 449 c.p.)?

Anche senza percorrere tal via, comunque, la norma in parola parrebbe ampiamente significativa in quanto espressione d’un generale principio di  favor per la libertà, (principio) strumentale al pieno sviluppo della persona(lità) umana e ampiamente caratterizzante la nostra forma di Stato (costituzionale). Tale principio, altrove addirittura testualmente esplicitato (ad esempio in Germania nell’art. 2, comma primo, della Legge Fondamentale) prevede, per rapidi cenni:

1) che l’agire del singolo (riconducibile a un bene costituzionalmente tutelato) sia in via di principio libero;

2) che ogni limitazione di questo agire da parte del pubblico potere debba essere giustificata con l’ancoraggio ad altri beni costituzionali;

3) che ogni limitazione debba comunque essere proporzionata.

E in tal senso, come noto, si finisce per entrare nel dominio dell’art. 3, primo comma, della Costituzione («tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali») – s’intende nella sua interpretazione giurisprudenziale da parte della Corte costituzionale che lo ha qualificato come fonte, in estrema sintesi, di quel precetto di proporzionalità/ragionevolezza che imporrebbe di trattare in modo uguale situazioni uguali/simili e, viceversa, di trattare in modo diverso situazioni diverse/dissimili.

Ed è forse soprattutto tale precetto che, in connessione col citato principio di libertà di cui all’art. 2 Cost. e con le altre libertà costituzionali (di “rilevanza alpinistica”) espressamente garantite, parrebbe infine suggerire quella “modulazione” della disciplina normativa che tenga nel debito conto le peculiari caratteristiche dell’alpinismo (prima fra tutte la sua intrinseca componente di pericolo).

Perché, se è vero che il cosiddetto principio di “ragionevolezza” di cui all’art. 3 Cost. tutela pure il valore della coerenza ordinamentale, sanzionando con la perdita di efficacia le norme con una ratio “intrinsecamente irragionevole”, ciò dovrebbe una volta di più indurre a riflettere sull’opportunità (o sulla legittimità) di quei provvedimenti – si pensi soltanto ai divieti di praticare, in certe condizioni, qualsiasi tipo di attività pericolosa anche solo per se stessi… – i quali, all’interno d’un ordinamento che riconosce l’alpinismo come un valore (per certi aspetti, anche di rango costituzionale), rischiano di metterne in forse l’essenza.

Estratto dal testo di Federico Pedrini
11 febbraio 2014

Costituzione-costituente