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Le rocce di Plutone

Le rocce di Plutone

Il Parco dell’Adamello è costituito da due aree protette distin­te: il Parco Lombardo dell’Adamello e quello dell’Adamello-Brenta. Il primo è situato in territorio lom­bardo avendo come limite occidentale grosso modo il corso dell’Oglio in Val Camònica; a nord, fra Ponte di Legno e il Passo del Tonale, confina con le vette del Gruppo Ortles-Cevedale e quindi si collega al Parco Nazionale dello Stélvio; a sud il limite corre poco a meridione del passo Croce Domini; il confine orientale è dato dal Parco Adamello-Brenta.

La storia del Parco è antica risalendo agli anni immediatamente successivi la prima guerra mondiale quando l’allora presidente del Touring Club Italiano, Luigi Vittorio Bertarelli lanciò l’i­dea di un Parco Nazionale Adamello-Brenta. Purtroppo, come spesso succede in questi casi, il Bertarelli non ebbe modo di veder rea­lizzato il suo sogno e fu solo grazie ad altri entusiasti anima­tori che vollero proseguirne l’opera se gradualmente l’idea poté prender forma. Fortunatamente, fra un progetto di legge e l’al­tro, queste splendide montagne riuscirono anche a sfuggire alla speculazione turistico sciistica che negli anni ’60 prese d’as­salto tutte le nostre Alpi. Nel frattempo, nel 1967 il versante trentino del massiccio venne posto sotto tutela, fattore di non trascurabile importanza nell’accelerare le iniziative volte a creare un’oasi protetta anche sul versante camuno. Dovettero pas­sare ancora diversi anni, ma grazie alla pervicacia delle Sezioni del CAI di Brescia e di Édolo e a una generale maggiore coscienza verso la salvaguardia del territorio, finalmente, gli anni 1982-83 videro la nascita anche del Parco Lombardo dell’Adamello.

Un poco decentrato verso sud rispetto allo spartiacque principale alpino e a cavallo tra Trentino e Lombardia, il massiccio deve il nome alle sue due maggiori vette, l’Adamello 3539 m e la Presanella 3558 m. Due grandi faglie, la «Linea del Tonale» o «Insubrica» e la «Linea delle Giudicàrie» delimitano il massiccio che viene quasi a costituire un isolato mondo di vette e ghiacci alla deriva. I limiti della regione montuosa sono costituiti a nord dall’alta Val Camònica e dalla Val di So­le che si incontrano al Passo del Tonale. Presso Édolo la Val Ca­mònica cambia andamento passando da una direttrice est-ovest a una nord-sud che sbocca al Lago d’Iseo. Proprio questo ampio solco costituisce il limite occidentale del massiccio mentre le valli di Campolaro e Càffaro che si incontrano al Passo Croce Do­mini lo delimitano a meridione. Verso est tale limite è invece costituito dalle Valli Giudicàrie formate da un allineamento di vallate che dal Lago d’Idro salgono fino alla Sella di Bondo per poi scendere a Tione di Trento, risalire a Madonna di Campiglio e al successivo Passo di Campo Carlo Magno per poi scendere a raccordarsi con la Val di Sole mediante la piccola e boscosa Val di Melédrio.

Dai pressi del Passo di San Giacomo su Vedretta Presanella e su (da sin) Cima d’Amola, Presanella, Cima Vermiglio. Foto: marcomilani.com
Dai pressi del Passo di San Giacomo su Vedretta Presanella e su (da sin) Cima d'Amola, Presanella, Cima Vermiglio (Trentino)

Quindi, benché facente parte della catena delle Alpi Rétiche, il gruppo montuoso descritto si configura come individuo comple­tamente isolato e staccato dai vicini gruppi.

All’interno di questa vasta area si può inoltre riconoscere un’ulteriore linea di valli che separa il gruppo dell’Adamello da quello della Presanella ad esso limitrofo verso nord-est. Tali valli sono la Val di Genova e la Val Narcanello. La prima (e la maggiore delle due) si dirama verso ovest staccandosi dalle Valli Giudicàrie per spingersi fino ai piedi dell’immensa coltre del Ghiacciaio del Mandrone e alla cresta che si stende dal Monte Veneròcolo alla Cima di Lago Scuro. Tale cresta è anche spartiacque con la piccola Valle di Narcanello che scendendo verso nord-ovest sbocca a Ponte di Legno.

Come altri settori alpini di origine magmatica, ad esempio il Mà­sino-Bregaglia, anche questo gruppo montuoso è un plutone, cioè una massa di magma intrusa al di sotto di una co­pertura rocciosa preesistente e poi raffreddatasi e consolidatasi col tempo. In effetti, dove ora svettano magnifiche guglie di granodiorite e tonalite, vi era in origine un mantello di rocce sedi­mentarie che impedì alla colata lavica di fuoriuscire. Solo suc­cessivamente, nel corso di milioni di anni, i sedimenti scompar­vero per il graduale incessante lavorio degli agenti atmosferici mettendo a nudo la massa sottostante. Anche le rocce dello strato intruso, una volta allo scoperto, subirono gli effetti dell’a­zione atmosferica assumendo spesso le forme ardite e frastagliate tanto caratteristiche nell’Adamello e generalmente co­muni alle montagne di questa origine. L’età di queste rocce magmatiche è relativamente giovane se con­siderata nel contesto dell’orogenesi alpina, 45-35 milioni di an­ni.

Adamello, salita alla Cima della Croce
Adamello bonifica 2003, salita alla Cima della Croce
Le caratteristiche morfologiche del massiccio dell’Adamello sono in gran parte dovute alla lenta, potente e inesorabile azio­ne dei grandi ghiacciai che nel corso delle successive grandi glaciazioni hanno insistito in quest’area geografica. L’alternar­si di potenti fasi di avanzata durate decine di migliaia di anni, seguite da altrettanti «momenti» di ritiro hanno profondamente modellato le vallate che si dipartono a raggiera dal grande Pia­nalto dell’Adamello che ricopre le rocce del plutone centrale. Al tempo dell’ultima grande glaciazione, nota come periodo di Würm, quando le immani colate dei ghiacciai atesino e abduano scendevano fin sulla pia­nura padana, i ghiacciai del massiccio dell’Adamello avevano ben altra potenza rispetto alla odierna. Dalla calotta centrale grandi lingue glaciali scendevano verso sud andando a confluire a occidente nel Ghiacciaio Camuno e a oriente in quello del Chiese proveniente dalle valli di Fumo e Daone. Dopo l’ultima grande espansione glaciale würmiana, risalente a circa 20.000 anni or sono, i ghiacciai hanno iniziato un lento ma inesorabile ritiro intervallato da brevi avanza­te, le maggiori delle quali sono ancora riconoscibili per aver la­sciato consistenti cordoni morenici. Ciò nondimeno, il grandioso ghiacciaio sommitale composto dai tre apparati di Adamello, Pian di Neve e Mandrone occupa buona parte di una vastissima conca valliva esposta a nord-est, delimitata a nord-ovest dalla cresta Adamello-Mandrone, a sud dal cri­nale che dall’Adamello va al Monte Fumo e a est dal crinale che da qui raggiunge la Lòbbia Alta. Tale imponente massa forma il Ghiacciaio dell’Adamello, l’unico di tipo «scandina­vo» delle Alpi italiane. Il Catasto dei Ghiacciai Lombardi (1991) lo ha definitivamente promosso a maggiore ghiacciaio i­taliano, poiché giustamente sono state considerate facenti parte dello stesso anche le lingue effluenti verso sud prima considera­te corpi glaciali indipendenti (ghiacciai di Miller superiore, Corno Salarno, Salarno, Adamé). In tal modo la superficie globale del complesso glaciale dell’Adamello assomma a ben 1813 ettari e toglie il primato al Ghiacciaio dei Forni in alta Valfurva. Altra particolarità di rilievo fornita dai ghiacciai dell’Ada­mello è la presenza del corpo glaciale più meridionale delle Alpi lombarde: il Ghiacciaio del Frisozzo. La minor scomparsa di ghiacciai riscontratasi nel massiccio della Presanella è dovuta in buona parte a una generale esposizione nord degli stessi, quindi più favorevole a una loro conservazione.

Il Pianalto
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Ma quanti sono gli Ottomila?

Ma quanti sono gli Ottomila?
di Giovanni Padovani e Luciano Ratto

 

Ma quanti sono gli ottomila?
di Giovanni Padovani

In principio c’erano i piedi e non i metri. Tale era la misura automaticamente adottata da George Everest quale topografo generale dell’India nella prima metà dell’Ottocento per individuare le montagne più alte del territorio esplorato.

Le sue misurazioni stabilirono in 29.028 piedi l’altezza della montagna più elevata dell’Himalaya, da lui denominata Peak XV, mentre dai nepalesi era chiamata Sagarmatha (Madre degli Oceani) e dai tibetani Chomolungma (Dea Madre del Mondo).

Giovanni Padovani
QuantiOttomila-GiovanniPadovani-immaginepiccola

Le esplorazioni e i rilevamenti di Günther Oskar Dyhrenfurth negli anni Trenta introdussero la misurazione in metri grazie alla quale fu stilata una graduatoria delle montagne superiori agli 8000 metri, conosciute oggi come i 14 Ottomila. Le stesse montagne, allora entrate nell’immaginario collettivo grazie alle prime spedizioni all’Everest e al Nanga Parbat, divennero così terreno di gioco di un alpinismo di forte connotazione nazionalista.

Ben nota è la storia delle prime ascensioni succedutesi dal 1950 al 1964. Nei decenni successivi l’Himalaya e il Karakorum divennero punti di attrazione per nuove ascensioni di grande rilevanza alpinistica, anche su vette minori. Ancora oggi, a cinquant’anni dalla prima salita del 14esimo “ottomila”, il Shisha Pangma, l’interesse mediatico resta concentrato su queste storiche mete.

Una parallela attività esplorativa nell’area dell’Himalaya e del Karakorum confermò quello che del resto era già noto, e cioè che l’universo degli Ottomila doveva considerarsi più ampio e di esso si iniziò a parlare.

In Italia se ne sono occupati Roberto Aruga, Luciano Ratto e Roberto Mantovani. Foto satellitari dimostrano che le 14 montagne conosciute come “Ottomila” presentano diverse elevazioni minori più o meno indipendenti dalle rispettive quote massime. Molte di queste cime sono già state scalate da alpinisti di varie nazionalità senza che a questi exploit sia stato dato particolare rilievo oltre i confini nazionali.

Come comportarsi di fronte alla necessità geografica di quantificare con esattezza l’universo degli Ottomila? Luciano Ratto, che già da presidente del Club4000 si occupò, con successo, dei criteri di individuazione di queste cime nell’arco alpino proposti da Roberto Aruga, suggerì a suo tempo di applicare il medesimo metodo impostato sul concetto di prominenza topografica anche alle cime sopra gli ottomila metri.

Che ne sarà allora della lista storica degli Ottomila? Potrà essere integrata, allargandola oggi da 14 a 20 (considerando il solo criterio di prominenza) oppure a 22 (considerando anche il criterio alpinistico)?

A questo proposito è opportuno richiamare quanto affermato da Roberto Mantovani in un’intervista del 2012: «Non esiste nessuna intenzione di modificare la storia dell’himalaysmo o di sminuire i meriti di quanti, in tempi non sospetti, hanno prima progettato e poi realizzato la scalata dei 14 ottomila, riferendosi a una lista ormai codificata da tempo. E tra l’altro sarebbe oggi addirittura puerile pensare di migliorare i record del recente passato rilanciando la corsa ai “nuovi” ottomila. Anche perché il valore di una performance deve essere valutata con criteri storici, tenendo presente i riferimenti culturali del momento in cui è avvenuta. In altre parole, non si può competere con il passato».

Precisazione, quella di Mantovani, da condividere pienamente.

 

Il progetto 8000
di Luciano Ratto

Questo progetto, portato a termine da Roberto Aruga e dal sottoscritto, e tuttora in stand by presso l’UIAA, vuole risolvere alcuni problemi nati dallo studio approfondito della geografia delle montagne più alte della Terra.

Luciano Ratto
QuantiOttomila-foto-intervista-Ratto-Copia
La cronologia del Progetto 8000 è stata la seguente:
– inizio: febbraio 2011, a seguito di una mia lettera alla Rivista del CAI e a  Lo Scarpone nel giugno 2003;
– fine: novembre 2011;
– maggio 2012: presentazione delle conclusioni all’UIAA tramite Piergiorgio Oliveti, rappresentante del CAI presso questa associazione;
– settembre 2014: sappiamo da Oliveti che il “re degli 8000”, il padreterno Messner, senza motivare minimamente il suo giudizio, ha stoppato il nostro progetto. “Gli 8000 sono 14 e basta”, così ha sentenziato;
– da allora, nonostante il parere positivo espresso dai Paesi in cui ci sono vette di 8000 m il nostro progetto è in stand-by, e non sappiamo perché (!?): il silenzio ufficiale porta solo un clima di “mistero” e “sospetto”.

E’ ovvio che se la nostra lista di 22 ottomila, in sostituzione di quella tradizionale di 14 che (come si può leggere nell’allegato di 21 pagine, Documento definitivo 25.11.2011, tuttora non si sa quali origini precise abbia) fosse approvata, a parte il boom dei media, si creerebbe un trambusto tra gli ottomilisti, nessuno dei quali ha salito questi 22 ottomila e che perciò sarebbero costretti a ricominciare il gioco o lasciare, il che però sul piano alpinistico sarebbe assai intrigante.

Aggiungo che i Paesi in cui si trovano gli 8 ottomila da noi aggiunti, interpellati al riguardo, si sono dichiarati felici dell’aggiunta che gioverebbe a loro sul piano economico ed occupazionale dei portatori.

La mia insistenza nel sostenere questo progetto può sembrare eccessiva, quasi maniacale, ma sia Roberto Aruga che il sottoscritto riteniamo di essere persone serie, semplici appassionati di montagna che non coltivano interessi particolari o immotivate ambizioni. Non inseguiamo certo lo scoop mediatico e la conseguente “gloriuccia da quattro soldi”, ma solo la soddisfazione di metter ordine negli 8000, come abbiamo fatto, 21 anni fa, per i 4000.

A noi, l’atteggiamento pregiudiziale di Messner e dell’UIAA, che non adducono alcuna motivazione plausibile nella loro opposizione alla nuova lista degli 8000, pare oltre che “dittatoriale” anche anacronistica.

Sono cattolico praticante e, come tale, osservo i dogmi che la Chiesa mi propone (ma non mi impone), però questo dogmi, nel terzo millennio, anche per merito di Papa Francesco, sono in discussione proprio nel “Sinodo” di questi giorni. E nel mondo alpinistico invece si dovrebbero consolidare dei dogmi assurdi?

Ci si riempie tanto la bocca di paroloni come “democrazia”, “libertà”, “concertazione”, “confronto”, “ecumenismo”, ecc., ma poi, in pratica, si assiste ancora oggi a imposizioni incomprensibili.

Il versante meridionale del massiccio del Kangchenjunga: da sinistra a destra, West Peak (Yalung Kang) 8505 m, main summit 8586 m, Central Peak 8473 m e South Peak 8476 m
QuantiOttomila-Kangchenjunga_South_Face

Sono il primo a riconoscere che Messner è il più grande alpinista di tutti i tempi e di fronte a lui mi sento un microbo, ma non trovo che questo “mostro sacro” possa avere l’autorità di decidere senza confrontarsi con gli altri.

Sono anche meravigliato che i soloni dell’UIAA si prostrino ai suoi piedi e accolgano i suoi diktat e i suoi staliniani niet come oro colato. Quando nel 1994 proponemmo all’UIAA l’elenco dei 4000 per ottenerne una certificazione come elenco ufficiale, ottenemmo questa senza alcuna difficoltà e in tempi brevissimi.

Ci era stato suggerito di interpellare chi di 8000 se ne intende, gente tipo Simone Moro, Silvio Gnaro Mondinelli, Nives Meroi, Denis Urubko, ecc., ma non l’abbiamo fatto perché il loro, pur qualificato, parere sarebbe stato inevitabilmente “soggettivo”, mentre noi volevamo basare il nostro progetto su basi oggettive e scientifiche, come dimostra ampiamente il documento definitivo 25.11.2011 di 21 pagine sopra menzionato. Che a questo punto vi invito a leggere.

Mappa degli Ottomila “vecchi” e “nuovi”
Quanti-Ottomila-MAPPA-DEI-14-OTTOMILA-CLASSICI-CON-GLI-8-AGGIUNTIVI

A ciò, per completezza, aggiungo la proiezione automatica delle foto degli Ottomila (attenzione a qualche errore di didascalia).

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Il Re del Cadore

Il Re del Cadore
La maestà dell’Antelao è fuori discussione, da qualunque parte lo si osservi s’impone con la sua altezza o con il suo volume: a volte i suoi profili sono dei classici nell’iconografia dolomitica, come la visione da Perarolo o il colosso «che fuma la pipa». Possiamo discutere sulla definizione di «Re delle Dolomiti», mentre su quella di «Re del Cadore» si è tutti d’accordo. La vetta principale, 3264 m, è la seconda delle Dolomiti in altezza: la struttura è poi costituita da altre cime, tutte superiori ai tremila, che si rincorrono nell’ordine verso est: Punta Menini, Punta Chiggiato e Cima Fanton. L’insieme di queste punte determina un castello di bellezza davvero singolare. A nord possenti pilastri s’affondano in due quasi misteriosi ghiacciai, oggi un po’ ridotti, il Superiore e l’Inferiore, e il grigio delle rocce, facendo strano contrasto con il bianco della neve, diventa un non colore, tetro e minaccioso, tranne quando il sole dell’alba di giugno e luglio riesce a tingere di rosa l’angolo più segreto dell’Antelao. A sud invece i pilastri sono ancora più potenti e verticali, sufficiente pensare al dislivello sui 1000 metri della parete sud e ai quasi 2400 metri di salto tra la vetta e Vodo di Cadore. Questa parete è praticamente sconosciuta, solo pochi l’anno salita: ed esistono, a difficile portata di mano, pochi racconti, foto, relazioni di quelle ascensioni. Ad ovest invece l’Antelao proietta la sua immagine più familiare, quella di una piramide di lisci lastroni a volte listati di neve. Ed è da lì che tutti salgono.

L’Antelao da Cortina d’Ampezzo
Cortina d'Ampezzo da frazione Ronco, verso Antelao

La storia alpinistica dell’Antelao si perde nella notte dei primi tempi, quando cacciatori e pastori vagavano sulle cenge e sulle cime a scopi non alpinistici. Sembra proprio che Matteo Ossi, di San Vito, non fosse mai stato sulla cima prima di quella volta con Grohmann e le guide Francesco e Alessandro Lacedelli (18 settembre 1863): ma non si può sapere con certezza, perché lui diceva che, sì, c’era stato nel 1850. Proprio sulla via normale, il 15 gennaio 1882, l’alpinismo invernale sulle Dolomiti ebbe il suo battesimo: il veneziano Pietro Paoletti salì alla vetta con le guide Luigi Cesaletti e Giovanni Battista Zanucco. Il 25 novembre il Paoletti, con lo stesso Zanucco e Giuseppe Pordon, aveva salito la Croda Marcora, ma quell’impresa non destò così scalpore come l’Antelao. L’8 agosto 1886 è di scena il canalone ghiacciato che dal Ghiacciaio Superiore spara diritto fino alla Forcella Menini (cap. David Menini, gli alpini Silvestro Zandegiacomo e Carlo Carrara, con la guida Giuseppe Pordon). E. Artmann con Joseph (Sepp) Innerkofler salgono la cresta ovest (III), poi, il 16 agosto 1898 lo sperone sud sud est (III e IV) cede ad Antonio Dimai e compagni (Zaccaria Pompanin, Michel Innerkofler jr. ed i clienti inglesi John S. Phillimore e Arthur G. S. Raynor). Il 24 settembre 1913 Luisa e Umberto Fanton traversano l’intera cresta orientale (III) dalla Cima Fanton. Il 19 agosto 1925 il torinese Oliviero Olivo, da solo, riesce a superare lo sperone nord (III). Walter Stösser e Fred Schütt, il 17 agosto 1930, salgono il V grado dell’evidente spigolo della parte sinistra della parete sud ovest. Otto Oppel, anch’egli da solo, nell’agosto 1931, sale il pericoloso canalone nord, a destra della via Olivo (III e IV). Tocca ai padovani

In salita per la via normale dell’Antelao (le Laste)
La salita della via normale dell'Antelao provincia di Belluno

Antonio Bettella e Gastone Scalzo risolvere il vero problema, la parete sud ovest. Fu un’odissea di cinque giorni, dal 3 al 7 agosto 1941, una vittoria ostacolata fino all’ultimo dal maltempo che poteva finire in tragedia se l’amico Guerrino Barbiero non fosse andato loro incontro per la via normale… Le difficoltà estreme di quella via non bastarono al Bettella, il quale già da tre anni sognava di salire  non solo la parete ma anche il grande camino che incide la stessa parete un po’ più a sinistra. Ed è così che l’11 agosto 1942, con Barbiero, inizia quest’altra scalata. La conclusione ci sarà solo il 15, dopo altri cinque giorni di avventure al limite.

Ornella Antonioli e Alessandro Gogna in vetta all’Antelao, 14 agosto 1985
O. Antonioli e A. Gogna in vetta all'Antelao (BL).14.08.1985

Altra salita di cui si sa poco, ma importante, è quella di Italo Da Col e Roger Petrucci-Smith, che il 21-22-23 agosto 1942 riescono a salire il nascosto pilastro sud est (VI) che punta direttamente alla vetta. Il 28-29 giugno 1970 il fuoriclasse triestino Enzo Cozzolino sale con Luciano Corsi la parete sud (VI) della Punta Chiggiato, mentre nel 1981 Renato Casarotto apre quattro itinerari su cime minori del gruppo con Maurizio Dall’Omo. Il 20 agosto 1992 Lorenzo Massarotto con Fausto Conedera sale l’ennesimo suo capolavoro, l’Uomo in strach (parete sud-ovest). Ma la storia continua, assieme all’esplorazione. Il 25 settembre 1985, dopo vari tentativi ed attrezzature, i triestini Aldo Michelini e Sergio Serra salgono sul pilastro sud ovest di 600 m, a sinistra della via Stösser, difficoltà fino al VII e all’A4 (poi ridotti a VI e VII- nella prima ripetizione): intitolano il pilastro a Nidia e Martino e battezzano la via Ma perché te gà roto i fiori? Un’altra via è aperta nel 1995 dai Ragni di Pieve di Cadore, è Sabotaggio, 500 m, VI, sullo sperone meridionale: sono Anna Sommavilla, Giampietro Poles, Ernesto Querincig, Lucia Del Favero, Michele Barbiero e Angelo De Polo. Poco tempo dopo gli stessi Poles e Sommavilla, assieme a Fabio Bertagnin e Mauro Valmassoi, aprono un’altra via su un pilastro a destra, 500 m, VI+.

La parete meridionale dell’Antelao con il tracciato della via L’Uomo in strach (Massarotto-Conedera, 20 agosto 1992)
Antelao-Mass0001-Antelao

postato il 10 ottobre 2014

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Le valli a est del Cevedale

A oriente del Passo del Tonale, la Val Vermiglio confluisce nella Val di Sole che scende ampia e dolce a immettersi nella Val d’Àdige. In fondo alla Val Vermiglio si diparte verso il cuore dell’Ortles-Cevedale la Val di Pejo, percorsa dal torrente Noce. A Cògolo la valle si biforca: verso occidente si apre la Valle del Monte, con il vasto bacino artificiale del Lago di Pian Palù, mentre verso settentrione la Val de la Mare conduce agli anfiteatri glaciali del Cevedale. Oltre il limite arboreo negli alti pascoli e nel deserto nivale vi sono numerosi laghetti glaciali. Splendide e molto importanti sono le numerose torbiere, nelle quali fiorisce il candido Erioforo.

Val di Pejo
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La Val di Pejo, il cui nome pare derivi dal celtico «Pellus», di certo fu abitata da genti galliche fin dall’epoca preromana, per le miniere di ferro e per le vie di comunicazione verso Lombardia e Svizzera, passaggio di contrabbandieri in epoche più recenti. L’attività mineraria ha consentito una certa floridezza economica dal ‘500-‘600 fino alla metà del secolo scorso; famiglie lombarde qui insediatesi nel passato avevano il monopolio delle industrie estrattive. Sempre il ferro contenuto nelle montagne della «Valletta» è responsabile della mineralizzazione delle sorgenti d’acqua, che dal ‘600 hanno alimentato una sempre maggiore frequentazione termale. Poi vi furono lo sfruttamento idroelettrico dei notevoli corsi d’acqua, con la costruzione delle faraoniche dighe del Càreser (dal 1928 al 1935) e di Pian Palù (negli anni ’50), e il turismo. È del 1952 lo stabilimento di imbottigliamento dell’acqua minerale che porta il nome di Pejo sulle tavole di tutta Italia.

Il Mas di Zonadi, tra le frazioni di Ceresè e Tassè, Valle di RabbiRabbi-masdiZonadi-traCeresèeTassè-slidehpentrata

Un’isola particolare è la Val di Rabbi, parallela a est della Val Pejo, che grazie ad un maggiore isolamento ha mantenuto più vive le antiche usanze; la parlata è romancia e la gente mantiene legami con la limitrofa Val d’Ùltimo, forse per antichi collegamenti fra le due valli e migrazioni reciproche. La Val di Rabbi è priva di strutture idroelettriche e di impianti sciistici. Percorsa dal torrente Rabbies, ha origine a Malè e a Bagni si biforca: verso meridione si apre la selvaggia Val Cercen, mentre verso nord la carrozzabile prosegue in Val di Saent. Il torrente Rabbies forma qui una tumultuosa serie di cascate; la fauna è qui abbondante, con camosci, caprioli, marmotte, galli forcelli e cedroni, pernici, volpi e lepri. In Val di Rabbi è stata pure segnalata la presenza dell’orso bruno.

Una caratteristica di questa valle è il gran numero di masi sparsi, costruzioni con destinazione agricola staccate dalla casa di abitazione; il rustico ha generalmente forma quadrata, con il locale della stalla in pietra al piano seminterrato e il fienile in legno ai piani soprastanti. Con il tempo il legno, in genere di larice, assume una colorazione quasi nera, con riflessi e sfumature argentei; spesso c’è un ballatoio aperto con un parapetto dove viene steso il fieno (in passato anche il grano) ad essiccare, mentre l’interno è suddiviso in piccoli vani destinati a deposito degli attrezzi. Attorno all’anno 1000 si registra la prima presenza umana in valle, all’inizio masi stagionali che solo nel periodo propizio venivano occupati dai proprietari, abitanti al di fuori della valle.

Il Mas di Zonadi, tra le frazioni di Ceresè e Tassè, Valle di RabbiRabbi-33559561_002La località di Bagni di Rabbi 1222 m è conosciuta per le sue acque curative; già la fama dell’Antica Fonte cominciò verso la metà del XVII secolo, quando nel 1670 i forestieri giunti per le cure termali furono mezzo migliaio. Secondo la leggenda, si deve la scoperta al giovane pastore Bastianel dei Michi: le capre a lui affidate per il pascolo acquistavano un pelo più lucido e miglioravano la qualità e la quantità del latte. Il giovane pastore non sapeva spiegarsi il singolare fenomeno fino a quando notò, con sorpresa, che gli animali preferivano abbeverarsi presso una polla che sgorgava tra i sassi rossastri, emanando uno strano odore e dal sapore tutto particolare. Anche queste acque, come quelle della confinante Valle di Pejo, sono definite «acidule» e fanno parte di quel gruppo di sorgenti acidule-ferruginose che interessano una vasta area che attraversa il gruppo Ortles-Cevedale: a Bormio, con acque termali e calde, a Valfurva, oggi estinte, nell’alta Valle delle Messi e a Pejo. Tutte le acque appartengono probabilmente a un unico sistema di circolazione idrica sotterranea e la loro mineralizzazione è dovuta alla presenza di particelle di carbonato di ferro contenute nella faglia che attraversa le rocce scistose. L’utilizzo terapeutico delle acque delle Terme di Rabbi dà ottimi risultati sia per bibita (cura idropinica) che per bagni (cura balneare); la prima adatta per malattie dell’apparato digerente, dell’apparato urinario e per le anemie, la seconda efficace per le arteriopatie, le sindromi vasomotorie e l’ipertensione arteriosa.

St. Walburg, Val d’ÙltimoRabbi-St-Walburg-Ulten-0

La Val d’Ùltimo (Ultental) è percorsa dal Rio Valsura (Valschauerbach) e risale dolcemente da Lana in Val d’Àdige al contrafforte che la divide dalla Val di Rabbi. Con i suoi 40 km di sviluppo è una delle valli più lunghe del territorio del Parco Nazionale dello Stélvio. La valle è gradevole e riposante, con estese foreste di conifere e ampi prati, pascoli e campi coltivati e, sebbene rettilinea, è molto variata nelle prospettive. Un notevole interesse culturale e architettonico è dato dai numerosi masi presenti in tutta la valle fino a quote elevate. I ritrovamenti sotto la chiesa di S. Valburga testimoniano una presenza umana nel periodo preromano. È però soltanto nel 1082 che appare citato il nome di «Ùltimo» negli atti di cessione della parrocchiale. Il nome pare che si riconduca a radici indogermaniche che si riferiscono al terreno umido e paludoso; il nome del torrente che la percorre, il Rio Valsura, significherebbe «valle scura». L’economia della valle, oltre che alle consuete attività pastorali e casearie, si basa sul legname che, prima della costruzione della strada avvenuta nel 1906, veniva trasportato lungo il torrente per venire recuperato con abilità dai Trifter, operai specializzati in questo difficile compito.

 Alta Val Martello, sentiero per la Cima Marmotta. Sullo sfondo il rif. Martello. Foto: Federico Raiser/K3Alta val Martello, sentiero per la Cima Marmotta,  P. N. dello Stelvio. Sullo sfondo il rif. Martello

La Val Martello (Martelltal), percorsa dal Rio Plima, è uno splendido solco che si stacca in direzione sud ovest dalla Val Venosta per finire ai piedi del grandioso anfiteatro glaciale del Cevedale, all’interno dei confini del Parco Nazionale dello Stélvio. È una valle di eccezionale interesse naturalistico, di grande bellezza paesaggistica e di notevole importanza alpinistica, con pregiate foreste di pino cembro, dai versanti costellati di innumerevoli masi, alcuni dei quali di grande pregio architettonico.

Anche la Val Martello probabilmente rimase disabitata fino a che la popolazione trovava terreno da coltivare e pascoli sufficienti in Val Venosta; soltanto cacciatori e pastori stagionali si avventuravano nella valle selvaggia. Verso l’anno 1100, a causa dell’aumento della popolazione, iniziò una colonizzazione intensiva delle valli laterali. Nel 1348 e nel 1636 disastrose epidemie di peste decimarono le popolazioni della Val Martello, le quali non ebbero mai vita facile anche a causa delle inondazioni che da sempre colpiscono questa valle attorniata da ghiacciai con torrenti imponenti. In fondo alla valle la lingua della Vedretta del Cevedale sbarrava spesso la valle, formando un lago i cui argini cedevano improvvisamente quando la pressione delle acque era eccessiva. Tra il 1127 e il 1891 si registrano ben dodici inondazioni; di recente memoria quella del 1889, quando un lago, della capienza di 711.000 metri cubi d’acqua, si svuotò in mezz’ora, trasformando il Plima in una gigantesca fiumana di fango che distrusse ogni cosa in fondo valle. Furono costruiti alla fine del secolo imponenti argini artificiali in pietra, visibili tutt’oggi, per permettere il ristagno dell’acqua e il deflusso graduale, scongiurando in questo modo una successiva inondazione nel 1918; in seguito, con il ritiro dei ghiacciai, il lago non si formò più. A metà degli anni ’50 fu costruito il bacino artificiale di Gioveretto, tuttavia il 24 agosto 1987 una nuova inondazione colpì la valle poiché, in seguito a forti piogge, le bocche della diga dovettero essere aperte, provocando un’improvvisa ondata devastante. Piccole aziende familiari coltivano fragole oltre i 1200 metri di quota; a causa dell’altezza i frutti, particolarmente saporiti, maturano fino a tarda stagione, alcuni anni anche in settembre, offrendo in questo modo fragole fresche saporite quando in nessun altro luogo possono essere colte. La quasi totale assenza di impianti sciistici in Val Martello ha senz’altro garantito l’aspetto incontaminato di una valle con alcuni tra i più bei panorami del parco nazionale.

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postato il 19 settembre

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I confini delle Dolomiti

Allorché ci avviamo sul piccolo sentiero di guerra che traversa dietro al Bàffelan, il sole si è già alzato molto nel cielo. La pianura veneta, sotto a un’estesa coltre di nebbia, è proprio ai nostri piedi, davvero vicina. Il rifugio all’Alpe di Campogrosso, le poche auto parcheggiate, ci ricordano l’immediata vicinanza della civiltà cittadina. Sembra di essere sull’attico di una casa neppure tanto alta, qui sulle Piccole Dolomiti. Oppure su un’isola in mezzo ad un mare di giardini. Ma quando invece ci troviamo a salire e scendere per rampe, canalini, oppure traversare in buie gallerie di guerra, a precipizio su burroni per nulla simpatici, ecco allora restituita a questo gruppo di torrioni la loro dignità di guglie dolomitiche. Dunque, se si prescinde dall’altezza, appena inferiore di media, o dal fatto di essere quasi in bilico sulla pianura, queste montagne potrebbero, assieme al vicino gruppo del Pasubio, essere classificate come Dolomiti.

Il Pelmo
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Si è parlato molto della proclamazione di gran parte del territorio dolomitico, “Monumento mondiale della Natura”. Non entro nel me­rito dell’opportunità o meno di tale iniziativa. Dirò solo che mi vede del tutto entusia­sta, vista la qualità delle bellezze na­turali di questa regione, decisamente uniche al mondo e irripeti­bili. E non parlo soltanto delle montagne famose, ma anche delle valli e delle altre ricchezze del paesaggio. Come sappia­mo, le neces­sità dello sviluppo delle popolazioni locali, unitamente a quelle del turismo di massa, hanno in passato provocato danni in molte zone di questo territorio. Anche sull’entità di tali danni e sul­le possibilità di reale cambio di rotta dell’intero turismo dolo­mitico (con tutte le difficoltà di ordine amministrativo, econo­mico e gestionale che ne deriverebbero) mi astengo. Preferisco parlare di delimitazione dei confini: su di questa cer­tamente non tutti sono d’ac­cordo.

I geografi concordano che l’areale dolomitico propria­mente detto è compreso tra le valli dell’Adige, dell’Isarco, la Val Pusteria, le valli del Piave, del Cismòn e del Brenta. È accettato che le Piccole Dolomiti (a cavallo tra Val Lagarina e la te­stata delle vallate dell’Agno e del Posina) siano chiamate tali. È accettato inoltre che le Dolomiti di Brenta, pur essendo molto a ovest del­la valle dell’Adige, per le loro caratteristiche assai somiglian­ti a quelle delle Dolomiti vere e proprie, possano essere così denominate. Stesso discorso vale per le cosiddette Dolomiti d’Oltrepiave (a est del fiume) e per le Dolomiti Pesarine, che qualcuno vorrebbe raggruppa­re con il nome di Prealpi Carniche o magari Dolomiti Carniche.

Il gruppo di Brenta
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Non si comprende però bene quale possa essere il motivo di tale distinzione. Di certo non è quello litolo­gico: sostenere che le Dolomiti per essere tali devono essere costituite da dolo­mia e non da calcare significherebbe escludere proprio la vetta più alta, e cioè la Marmolada, come sicuramente molte altre. Per non parlare di interi gruppi, com­presi nell’areale dolomitico “doc”, come ad esempio il gruppo della Cima d’Asta, il quale è costituito da granito, oppure la catena dei Lagorai, fatta di porfido. Anche le ragioni di ordine idrografico portano a esclu­dere che si possa arbitra­riamente dividere in due parti il bacino del Pia­ve, o anche quello dell’Adige e del Brenta. Le ca­ratteristiche generali delle montagne (e non parlo delle differenze geologiche cer­tamente esi­stenti) non differiscono molto. Le Dolomiti d’Oltrepiave sono assai simili a quelle che costituiscono il Parco Nazionale delle Dolo­miti Bellunesi: gruppi come il Cavallo, il Col Nudo, il Duranno, i Monfalconi, la Crìdola, il Pramaggiore ed altri non hanno nulla da invidiare né come bellezza, né come dimensioni alla Schiara, al Bosconero o ai Monti del Sole. E che dire del Monte Baldo e dell’alta valle del Sarca, entrambi a ovest dell’Adige? Hanno ca­ratteristi­che così diverse? E considerato che il problema sussiste anche per altri gruppi, vale a dire i Monti Lessini, la catena del M. Ortigara e l’Altopiano di Asiago, il Monte Grappa, il Pasubio e le Piccole Dolomiti, così trionfali in questa giornata ottobrina, non varrebbe la pena di considerare come areale dolo­mitico tutta quella regione di montagne che si estende dalla pianura veneta fino ad incontrare i colossi dello spartiacque alpino (Retiche Meridionali, destra idro­grafica della Val Venosta, valle dell’I­sarco, Val Pusteria e Alpi Carniche)? Questa considerazione ha almeno tre fondamenti di ordine storico e am­bientale. La sto­ria dell’alpinismo dolomitico si è sviluppata in­dipendentemente da divisioni artifi­ciali tra una zona e l’altra: si ricorda qui che la prima cima a essere stata certa­mente sca­lata non da pastori o valligiani è stata quella del Monte Caval­lo, pro­prio sopra allo storico e splendido Bosco del Cansiglio. Dolomiti Monumento Mondiale ha giustamente considerato che i gruppi come quello delle Dolomiti d’Oltrepiave sono proprio quelli più intatti, decisamente selvaggi. E ancora, in un’ottica di prote­zione e anche di vera valorizzazione globale, le zone più inacces­sibili hanno pari dignità di quelle che invece sono meta di mi­lioni di turisti. Un monumento è tale infatti non soltanto se è sistemato al centro di una piazza famosa ma anche se è intrinse­camente una bella scultura.

Il gruppo dei Monfalconi (Dolomiti d’Oltrepiave). Foto: Marco Milani
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Nella valutazione di quali dovevano essere i confini del “Monumento”, credo però che i confini geografici non siano stati tenuti nel debito conto. Perciò speriamo nel futuro, augurandoci che in’eventuale revisione o allargamento gli esperti tengano in conside­razione questi motivi e non abbia voce soltanto chi vo­glia gelosamente “valorizzare” (alla vecchia maniera però) solo il proprio com­prensorio. Anche coloro che sostengono che la quota media sia l’elemento più importante ai fini di una classificazione geografica, e cioè i geografi in senso stretto, potrebbero essere messi d’accordo con la voce “Alpi e Prealpi Dolomitiche”.

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La Strada Priula

Le Alpi Oròbie, geograficamente comprese nelle Prealpi Lombarde, hanno un carattere prettamente alpino, con valloni selvaggi e cime di tutto rilievo con grandi arrampicate. La catena corre dalla sponda orientale del Lago di Como (Gruppo delle Grigne) fino a Édolo e al Passo dell’Aprica, cioè fino alla Val Camònica. Praticamente costituiscono la sponda sinistra idrografica della Valtellina e del bacino dell’Adda. Presentano quindi un versante bergamasco a meridione e uno valtellinese a settentrione. Dalla catena s’irradiano, in genere rivolte a sud e a nord, catene secondarie che dividono molte valli ben rilevate. A nord, e da ovest, senza la pretesa di elencarle tutte, ecco la Valsàssina, la Val Varrone, le valli del Bitto di Gerola e del Bitto di Albaredo, la Val Tàrtano, la Valmadre, la Val Cérvia, la Val Venina, la Val Arigna, la Val Malgina, la Val Bondone, la Valle Belviso; a sud, e sempre da ovest, Val Taléggio e Valtorta che confluiscono in Val Brembana, poi la Val Seriana e la Valle di Scalve.

Rifugio Grassi e Pizzo dei Tre SignoriRifugio Grassi e Pizzo dei Tre Signori, Alpi Orobie , Alpi OrobieSe guardiamo alle cime, dalla sentinella sul Lago di Como che è il Monte Legnone 2609 m procedendo verso ovest incontriamo il Pizzo dei Tre Signori 2554 m, il Monte Ponterànica Orientale 2378 m; dopo lo stradale Passo di S. Marco ecco il Corno Stella 2621 m, il Pizzo del Diavolo di Tenda 2916 m, il Pizzo di Scais 3038 m, il Pizzo Redorta 3038 m, il Pizzo di Coca 3050 m, il Pizzo del Diavolo 2926 m, il Monte Torena 2911 m, il Monte Gleno 2882 m, il Monte Telenek 2753 m. Distaccati dall’asse principale, sul versante bergamasco, troviamo altre importanti montagne, come il Pizzo Arera 2512 m, il Monte Cabianca 2601 m, il Pizzo Poris 2712 m: anche la Presolana 2521 m e il Cimone della Bagozza 2407 m che però, tradizionalmente, si fanno appartenere alle Prealpi Bergamasche.

Conoscevo poco le Alpi Oròbie. Qualche frequentazione alpinistico-invernale allo Zucco di Campelli, molte arrampicate spesso nebbiose in Cornalba, Cornagiera, Presolana e Pinnacolo di Maslana e soprattutto due visite escursionistiche in Valmadre e in Val Arigna in occasione della stesura del mio libro A piedi in Valtellina.

L’orografia di queste montagne è abbastanza complessa, la vicinanza alla pianura padana non aiuta la nitidezza dell’aria, non ci sono punti panoramici veri e propri al centro di valli o al cospetto delle vette. Una prima gita la feci d’inverno al Monte Ponterànica: con Alberto Sorbini, Paolo Gerli e Barbara ci recammo a Pescegallo in una domenica di tempo discreto, solo per trovarvi due corsi di scialpinismo con la nostra stessa meta, una folla di almeno 80 brianzoli! Faceva un freddo boia, la vetta scialpinistica era stretta, scomoda e ventosa: le Alpi Oròbie non apparivano molto amiche mentre faticosamente cercavamo di non urtarci sulla cima precipite. Se, nell’esternazione dei propri individualismi, già la salita era stata condotta disordinatamente con più tracciati di quanti l’orografia permettesse, figuratevi cosa fu la discesa. Qualche tempo dopo andai con moglie e figlia a visitare gli impianti sciistici di Pescegallo e salii il Monte Valletto (Cima di Salmurano). Poi, un giugno, salii da Intròbio lungo la Val Biandino fino al rifugio Tavecchia. Da qui al Passo del Camisolo e al rifugio Grassi. Dopo un’inconcludente tramonto dalla vetta della Cima delle Miniere, e una quieta notte al rifugio Grassi, la mattina mi avviai verso il valico dei Vaghi di Sasso e poi oltre fino alla Bocchetta Alta; da qui con saliscendi, per la Grotta del Cardinal Ferrari arrivai alla Bocchetta di Piazzocco e al Pizzo Varrone delle Vacche. Dopo una ripida e avventurosa discesa diretta sul Lago di Sasso, ripercorsi tutta la Val Biandino fino a Intròbio. Non ero per nulla soddisfatto delle fotografie fatte, causa l’insistente foschia, anche se i posti si erano rivelati bellissimi, come tutti i luoghi dimenticati.

La Strada Priula
StradaPriula-02 via priulaUn tempo la barriera opposta dalle Alpi Oròbie agli scambi tra Bergamasca e Valtellina (quindi tra Grigioni e Repubblica Serenissima) era quasi invalicabile. Ancora oggi i passi davvero escursionistici sono pochi e l’unica via di transito era ed è costituita dal Passo San Marco. Nella seconda metà del secolo XVI c’erano molte ragioni politiche e pratiche per favorire l’apertura di un nuovo passaggio: la Serenissima era alleata dei Grigioni e nemica del Ducato di Milano e degli Spagnoli. Non si poteva perciò affidare le comunicazioni all’unica via passante per Lecco. C’era una lunga strada tortuosa e complicata che univa Bergamo, Selvino, Trafficanti, Serina, Cornello, poi raggiungeva l’alta Val Brembana. Da qui con difficoltà si poteva raggiungere quel passo che solo dopo molto tempo si chiamerà di San Marco. La discesa sul versante valtellinese era più semplice, per la Valle del Bitto di Albaredo. Ma quel collegamento non era all’altezza delle nuove necessità. Nel 1592 il podestà di Bergamo, Alvise Priuli, aprì a colpi di mine un nuovo itinerario, molto più diretto, che fu poi chiamato Strada Priula. Questa via funzionò egregiamente per due secoli, poi due fattori ne ridimensionarono l’importanza. Ai primi dell’800 agli spagnoli si erano sostituiti gli austriaci e in più si era al culmine della «piccola glaciazione» con conseguente peggioramento del clima. Oggi restano molti tratti in cui la Strada Priula è conservata, anche se in più punti la moderna carrozzabile si è del tutto sostituita.

postato il 19 agosto 2014

Rifugio Grassi e Pizzo dei Tre Signori, Alpi Orobie , Alpi Orobie