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L’altro Sestrière

L’altro Sestrière

“Stia attenta a mettere le mani in quell’acqua, signorina!”. Questo fu l’avvertimento di un addetto comunale quando l’agronoma Elisabetta Panina si accingeva ai suoi prelievi. Non eravamo sulle spiagge dell’Adriatico e neppure in riva a qualche fiume superinquinato della campagna milanese: bensì sulle sponde di un ruscello di montagna, il Chisonetto, ormai ridotto a fogna a cielo aperto dagli scarichi non depurati di una grande stazione turistica invernale: Sestrière.

Sestrière: quando una località, per molti evidenti motivi, non è fotogenica…
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… la si fotografa di notte!
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Non avrebbe dovuto essere una sorpresa. Nel 1990, quando l’associazione ambientalista Mountain Wilderness e il settimanale L’Espresso idearono il progetto Aquila Verde, si sapevano già le condizioni preoccupanti in cui versavano i principali centri turistici alpini: ma i tecnici di Aquila Verde si trovarono di fronte a spettacoli proprio sconfortanti. Dopo aver analizzato aria, acque di scarico, acque potabili e neve, i risultati furono tali da poter paragonare la qualità ambientale della montagna a quella di grandi centri cittadini.

L’idea nacque quasi per caso, chiacchierando con Chiara Beria di Argentine, caporedattrice a Milano de L’Espresso. In fretta furono trovate due aziende desiderose di finanziare progetti utili all’ambiente: la So.Ra.Ro. operava a livello nazionale nel settore dello smaltimento rifiuti ed il Centro Ricerche Chimiche era un affidabile laboratorio di analisi. Furono fatti prelievi di aria, acqua e neve in nove tra le più note località alpine, da Courmayeur a Bormio, da Cervinia a Cortina d’Ampezzo. Fu fatto uno studio idrogeologico sugli alvei dei torrenti e sui tracciati delle piste da sci. I prelievi furono ripetuti tre volte, in agosto ed in dicembre, periodi di massima affluenza turistica, ma anche in ottobre, quando la montagna riposa nella sua veste autunnale.

Per la prima volta quindi fu coordinata una ricerca sullo stato di salute delle nostre Alpi, per indagare quanto vero sia ancora il luogo comune che in montagna l’aria è pura e le acque sono chiare e cristalline. I risultati delle analisi chimiche, anche se non pretesero di essere completi (il monitoraggio avrebbe dovuto essere esteso a tutti i giorni dell’anno), parlarono chiaro. Se Sestrière aveva problemi con le acque di scarico, Madonnna di Campiglio aveva l’aria inquinata della grande città; se Cervinia continuava a costruire condomini e alberghi su terreno franoso, Sesto Pusteria se la doveva vedere con discariche non controllate.

Giovanni Rosti, tecnico di Aquila Verde, a Sestrière, 1991
Aquila Verde 1991, Sestrières, G. Rosti

Gli amministratori del passato e del presente hanno certamente le loro responsabilità; molto è da imputare a un veloce quanto inarrestabile “sviluppo” urbanistico che ha stravolto la fisionomia dei centri alpini: da villaggi ottocenteschi e romantici a modernissime cittadine del turismo di agenzia, il passaggio è stato troppo rapido e convulso. Le infrastrutture igieniche non hanno seguito l’avanzare della cementificazione, non si è voluto porre alcun freno alla circolazione automobilistica, il riscaldamento di condomini vuoti durante la settimana rende irrespirabile l’aria del weekend. D’altra parte il turista non contribuisce a risolvere i problemi, per esempio rinunciando ad andare a sciare in automobile.

E quanto ai pericoli per la salute? Nessuno in particolare, basta rinunciare all’idea che in montagna si stia meglio che in pianura; basta che i bambini non mettano in bocca la neve, basta che non si abbia l’idea di fare un bagno nelle acque estive di un torrente di montagna al di sotto di un abitato.

Per porre rimedio a tutto questo occorre la buona volontà di tutti, amministratori, valligiani e turisti. È necessario mettere in bilancio opere di risanamento radicale e rinunciare a megaprogetti di sfruttamento che peggiorerebbero ancora la situazione.

Salita a Cima del Bosco, Thures. Foto: Andrea Rolando
cima del bosco thures valle di susa

L’alta Valsusa, e quindi il circondario del complesso sciistico della Via Lattea (Sestrière, Sauze d’Oulx, Cesana Torinese, Clavière, Bardonecchia e Chiomon­te), è stata alla fine del XIX secolo la culla dello sci italiano. Nel 1934 nacque a Sestrière la prima stazione di sci totale, in anticipo di quasi cinquant’anni sulle analoghe iniziative francesi. E a distanza di un secolo dalle prime sciate senza piste, ecco la Valsusa tornare alla ribalta in occasione dei Campionati Mondiali di Sci Alpino del 1997, un evento importante per il futuro della valle, logica conseguenza della recente apertura al traffico dell’autostrada che collega Torino alla Francia.

La Valsusa è sempre stata storicamente luogo di passaggio. Annibale la scelse per superare con i suoi elefanti le Alpi, le importanti abbazie altomedioevali di San Michele e della Novalesa erano cittadelle dello spirito a difesa delle incur­sioni barbariche e saracene, le numerose vestigia di fortificazioni militari (come il Forte di Exilles) testimoniano la grande importanza strategica del controllo di questa valle. Oltre ai due valichi stradali del Monginevro e del Moncenisio, il traforo ferroviario del Frejus (assieme a quello stradale) è la chiave del collega­mento Parigi-Torino. E non possiamo non citare la contestatissima TAV.

Eppure, accanto al traffico di merci e persone e a ridosso del gigantesco appara­to sciistico, convivono in Valsusa ben quattro oasi protette: dalla “zona umida” dei Laghi di Avigliana si sale all’Orsiera-Rocciavré ed al Gran Bosco di Salber­trand fino al parco della Val Troncea, che è proprio accanto a Sestrière. E non è tutto, perché parallele a quest’ultima valle, anche altri due lunghi solchi penetrano verso il confine in un ambiente ancora oggi pressoché intatto: sono la Val Thuras e la Valle Argentiera. Queste due zone sono talmente legate alla Val Troncea che da tempo è stato presentato un progetto di ampliamento di questo parco regio­nale che costituirebbe così, grazie ai 12 km di confine in comune, un’unica e grande oasi di protezione assieme al parco francese del Queiras. Così, in attesa che si consumino le ultime resistenze a questo progetto e moderatamente fiduciosi che anche le motoslitte, grande fastidio alla quiete di questi luoghi, siano definitivamente bandite dalle autorità, c’immergiamo in questo mondo di larici, tra caprioli, camosci, stambecchi, lepri e volpi. Penetriamo in questo santuario a portata di mano, silenziosi, con ai piedi le racchette, l’antico attrezzo per le grandi traver­sate nella wilderness. Oltrepassata la gotica chiesa di S. Restituto, erriamo fino alla borgata di Rollieres e alla Casa delle Lapidi di Bousson, esempi di quanto queste valli un tempo non fossero solo natura. A Thures, diamo un’occhiata ad una bella casa di recente ristrutturata con puntiglio, la Fontana del Thures: entriamo per comprendere come un vero rifugio, grazie ai gestori, possa essere differente da un albergo. Poco lontano ci sono le luci della ribalta su grandi eventi sportivi, programmati alla perfezione per spettacoli e competizioni a prova di errore.

Il Lac de Thures. Foto: Andrea Rolando
lac de thures, valle stretta, hautes alpes, francia

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A cosa servono i musei di Messner?

In occasione dell’odierno compleanno di Reinhold Messner pubblichiamo questo stuzzicante saggio di Giorgio Robino.

A cosa servono i musei di Messner?
di Giorgio Robino

Il 27 luglio 2015 leggo sul web lo stimolante articolo di Mariateresa Montaruli, dal titolo: Il museo di Messner – La finestra in vetta alla montagna, sottotitolo: il 24 luglio ha aperto al pubblico il più alto museo dell’Alto Adige: scavato nelle viscere di Plan de Corones. Un capolavoro di design nel cuore della montagna. [1]

L’articolo [1] viene riportato su pagina facebook di un amico e si scatenano commenti contro, da parte di ambientalisti e di strenui oppositori ad ogni azione di Reinhold Messner. Anch’io mi schiero subito contro, in un commento d’impulso dove mi dilungo sulla mia critica radicale al concetto di museo.

Ma poi ci ripenso ed elaboro questa riflessione più approfondita e spero equilibrata, che affronta due aspetti giustapposti. Anzitutto: definire il valore del concetto di museo come strumento divulgativo culturale, in generale e nella impostazione del Messner Mountain Museum (in seguito MMM) [2]. In secondo luogo: chiarire l’eventuale contraddizione ambientalistica degli edifici museali in montagna.

MMM di Plan de Corones. Immagine da www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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1) La contemplazione del mistero, attraverso i musei
Lessi anni fa, nel libro intervista a Reinhold Messner La mia vita al limite [3], del suo progetto di far conoscere la montagna ai “cittadini” (o “turisti”, termine da lui spesso usato) attraverso l’Arte, ovvero le opere artistiche ispirate alla montagna e la storia dell’azione umana in montagna (tutta, non solo quella alpinistica), da contenersi in musei dedicati a specifiche aree tematiche. Fui subito entusiasta del suo percorso mentale, che lo ha portato a decidere che:

anche attraverso l’Arte è possibile conoscere la Montagna.

Una scelta di percorso sorprendente, proprio perché scaturito da un alpinista che per molta parte della sua vita è stato a ridosso del limite psicofisico delle capacità umane, e poi, una decina di anni fa, forse tornato indietro da un qualche estremo “limite” (termine che lui usa spesso, anzi ossessivamente), e dopo aver tentato alcune imprese nel territorio con l’agricoltura e nella politica europea, dedica negli ultimi anni una grandissima energia per sviluppare il vasto progetto museale MMM.

Reinhold Messner si autodefinisce quindi come mediatore culturale e narratore, con l’intento di farci conoscere la montagna attraverso la storia delle imprese alpinistiche e la loro rappresentazione nelle opere artistiche. Il nostro camminatore diventa una specie di stalker (vedi film di Andrei Trakovkij [22]), portatore di umani in zone del sacro dove il mezzo di trasporto è il museo e noi, pubblico, siamo i visitatori della “zona”.

La mia azzardata tesi qui è che la sua operazione culturale abbia un significato spirituale, che consiste nella sua necessità della comunicazione di una “contemplazione del mistero” della montagna. Mediante l’arte visiva contenuta all’interno di musei specifici, che sono lo stratagemma comunicativo.

Sì, ma cos’è questo qualcosa di misterioso?

Vorrei far dare la risposta allo stesso Reinhold Messner, che nelle interviste, pur avendo spesso volutamente “rigettato” ogni domanda allusiva a questioni metafisiche, mi sorprende invece con la risposta a una domanda di Daria Bignardi durante un’intervista in trasmissione televisiva di qualche anno fa [20]:

“DB: Ha trovato Dio da qualche parte?
RM: No, no! Io non vorrei dire se Dio c’è o non c’è. Io accetto il fatto che c’è “qualcosa”. Che noi non possiamo riconoscere, noi umani non abbiamo occhi, cervello, tasto per capire tutto. C’è sempre qualche cosa al di là. Io sono andato molto vicino all’aldilà, però dietro all’ultimo orizzonte nemmeno io posso vedere. Non è possibile! E noi dobbiamo accettare che c’è qualcosa che noi non possiamo afferrare, vedere, capire. E questo aldilà io rispetto come una dimensione divina, ma non lo chiamo Dio”.

Ora tralasciamo momentaneamente questo delicato terreno ultra-verticale, anzi ultra-terreno, perché devo prima un po’ blaterare contro i musei. Personalmente ne sono sempre stato deluso, anzi a dirla tutta: sono proprio totalmente contrario!

E’ un concetto generale, che riguarda qualsiasi esposizione dell’opera umana di creazione dell’inutile artistico: quando l’arte è fissata, catalogata all’interno di un museo (non parliamo delle “gallerie d’arte”), questa è morta, non ci parla più, è cadavere.

Perlomeno questa è la mia sensazione, che sono più sensibile alla musica e sono profano di arte visiva, ma in verità lo stesso vale per la musica, dove l’equivalente del museo è forse il concerto in pubblico.

Messner all’inaugurazione. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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La mia emozione usuale quando entro in un museo è sempre d’irrigidimento, appena vedo dei cataloghi di oggetti messi in un percorso prestabilito attraverso delle stanze. Non riesco a concentrami bene sui quadri e le foto e gli oggetti. Sono distratto dalle scelte di associazione fatte dalla “direzione artistica”, sono distratto dai commenti del capitato lì per caso come me, ignorante o storico dell’arte che sia.

E’ che ho la convinzione che l’arte sia sempre un po’ nascosta tra le pieghe, riluttante all’esposizione, e svanisce quando esposta a un pubblico (noi tutti). Divulgata e didascalizzata, pubblicizzata e venduta. Diventa “porno” e l’anima nell’opera svanisce, andandosene lontana (semmai prima fosse stata lì).

L’arte è invece un percorso anzitutto individuale, anche se poi richiede la comunicazione agli altri, affinché l’azione venga riconosciuta come sublime.
E’ il solito, contraddittorio, doloroso, dilemma umano.

Forse l’arte è come l’alpinismo puro, bisogna farlo nascosti e da soli affinché serva a “qualcosa”, e perché superi il meschino teatrino sociale.

Allora non mi è quasi mai possibile assaporare la bellezza delle opere d’arte contenute nei musei, non per come questi sono concepiti fino ad oggi, nella nostra cultura, con questo tipo di storici dell’arte, con questo tipo di architetti che progettano edifici museali, con questo tipo di esperti di comunicazione, con questo tipo di pubblico, noi tutti.

Non c’è una visione, un passo avanti nell’altrove (il contenuto di cui l’arte potrebbe parlarci).
Non c’è quasi mai apprendimento, consapevolezza di quel “qualcosa”.
Non si intuisce quasi mai niente di niente, dentro spazi espositivi, non-luoghi non-intimi.

L’uccisione dell’arte dentro i musei è un “problema” generale nella nostra società e di una visione non spirituale, desacralizzata, ma invece esibizionistica, tecnicistica e virtuosistica (e quindi, infine, inutile e sterile). Ripeto, è questione generale e il povero Reinhold Messner non ha colpa.

Ma allora, per inciso, come andrebbe goduta la fotografia, o la pittura, o la scultura?

Non ho una risposta definitiva. I libri sono una risposta parziale e forse superata. Forse oggi è il cinema l’arte visiva che permette un ottimo rapporto intimo tra visionario (autore della visione) e vedente, evitando tutta la necessità del luogo di “culto” prestabilito (il teatrino museale). Il cinema non richiede un luogo spaziale obbligatorio di fruizione e tutte le mediazioni e compromessi derivanti. Ormai, con i computer ora, e già qualche decennio fa con le videocassette, le sale cinematografiche non sono più necessarie. Io poi ho saltato a piè pari il dilemma, perché la forma d’arte che mi interessa maggiormente è la musica, che io stesso realizzo “in solitaria”, evitando tutte le procedure dei luoghi di “rito” espositivo, ma qui sono fuori tema davvero. Ho esagerato e divagato. Mi fermo!

Invece, per approfondire in particolare l’operazione MMM, che credo sia nobile e sincera, proviamo a leggere qualche passo estratto da libri intervista a Reinhold Messner e ragioniamo sul percorso che ha fatto.

Riporto qui alcuni passaggi del libro intervista di Thomas Huetlin a Reinhold Messner: La mia vita al limite [3] di cui estraggo solo qualche capoverso di conversazione tra loro a riguardo della fondazione MMM:

“TH: Lei è solito affermare che la realizzazione di questi spazi sia il suo “quindicesimo ottomila”. Cosa la alletta nella prospettiva di invecchiare come direttore di museo?
RM: Io sono solo l’iniziatore del MMM. […] Di nuovo sono disposto ad impiegare ogni energia, ogni mezzo e tutto il mio tempo in questo progetto. […] io voglio solo realizzare un sogno. E dal momento che questo suscita tanto entusiasmo – da parte di amici, artisti, architetti, collezionisti, collaboratori -, il risultato sarà di sicuro qualcosa di eccezionale, che alla fine si sosterrà da solo. Non ho mai desiderato altro.
TH: Oggi come oggi lei è più gratificato dall’idea di “
scalare all’interno di un’opera d’arte” piuttosto che su una montagna?
RM: Sì, ormai le montagne le affronto solo mentalmente. […]. Ma mentalmente, mi occupo quotidianamente di montagne: montagne nell’arte, i popoli di montagna, la storia dell’alpinismo, le religioni che si sono sviluppate nelle zone montane, questi sono i miei temi odierni. […] La storia dell’alpinismo, così come viene raccontata dagli sportivi da bar, non è solo noiosa e sterile, è anche falsa perché nessuno può verificare che gusto ha l’aldilà, quando l’aldiqua non è accessibile. Il mio desiderio è l’emozione che diventa afferrabile per pochi istanti, fra terra e cielo, quello sguardo, quello sguardo dentro di noi che coglie l’insieme quando veniamo dall’alto, ciò che è sommo e per il quale non riusciamo a trovare le parole. […]
TH: Come mai questo tipo di esperienza è più importante?
RM: Il mio approccio di oggi, un tipo di esperienza della quale trent’anni fa avrei riso, mi rende curioso, mi tiene sveglio, mi fa provare la gioia di vivere. Forse a stimolarmi è solo il desiderio di fare, oppure l’istinto che sa che ho bisogno di sempre nuovi spazi di esperienza, commisurati alla mia età.

Nel libro La Montagna a modo mio [4], a pagina 326, Messner esprime con ancor maggior chiarezza l’idea iniziale del MMM:

“Non so come sono arrivato all’idea di sviluppare una struttura museale intorno al tema della montagna. Non si tratta di un museo in senso classico. Ho in mente uno spazio d’incontro dove mostrare il significato delle montagne per l’uomo. L’Alto Adige, la mia patria, sarà la sede del museo. E visto che anche in questo caso ho incontrato molte opposizioni, quando ho incominciato a mettere in pratica la mia idea, ho deciso di ampliare il nucleo originario del progetto. Alla sede centrale, situata a Bolzano, presso Castel Firmiano, sono collegati quattro ‘satelliti’, nei quali vengono trattati aspetti particolari del tema. Tutte le sedi nel loro complesso costituiscono il Messner Mountain Museum (MMM), un museo della montagna che si occupa della natura dell’uomo“.

E nelle ultime pagine dello stesso libro, a pagina 335, viene riportato un comunicato stampa del 2005, in cui Messner si esprime così:

“In mezzo alla frenesia che ormai caratterizza il turismo moderno, voglio creare un luogo di contemplazione. Qui le montagne e arte devono congiungersi. Mi stanno a cuore il dialogo, la storia comune, l’eredità culturale dell’alpinismo.

Così intendo fare mio un ruolo di mediazione fra il grande pubblico e le montagne. Il solitario si trasforma in mediatore. Le montagne e la loro dimensione possono essere percepite direttamente, salendole, oppure attraverso le arti figurative in un museo.

Al di là della loro relativa attualità, le opere d’arte raccontano dei loro creatori, della creazione, le opere sulla montagna raccontano della montagna. Per tutti coloro che sono interessati alla montagna, faccio in modo che il ‘paese dei monti’ diventi uno spazio d’esperienza. Poiché anche nell’era del turismo di massa e del ‘fit for fun’ sarà importante interpretare in modo nuovo questo tema.

Paesaggio, opere d’arte e visitatori devono comunicare tra loro e fornire informazioni senza che si renda necessario spiegare le montagne. Nel mio ruolo di coordinatore e creatore credo a un’immagine dinamica delle montagne, non a una realtà congelata. Solo così si realizza uno spazio d’espressione della fantasia fra chi osserva e le montagne stesse, che nella nostra coscienza si modificano costantemente. Con questo progetto ho preso in considerazione la montagna nel suo insieme.

In questo senso sono solo fondatore e suggeritore del museo, una sorta di catalizzatore. Mi interessano lo sguardo d’insieme e l’opera completa, che continua a rimettere in contatto fra loro luoghi storici e le opere d’arte.

E’ così che il tempo al quale appartengono si annulla, e si costruisce una biografia collettiva dell’alpinismo. Si tratta quindi non tanto di documenti, bensì, come nel rapporto con la montagna, della vicinanza della lontananza, della curiosità e della sorpresa.

Il ruolo di mediatore che mi sono assunto vale anche per quanto riguarda il dialogo tra le generazioni e le epoche, le opere e le tensioni che le uniscono. Come una specie di ‘ruffiano’, voglio sottolineare la sensualità dell’opera creativa, senza per questo attribuire necessariamente un’utilità all’alpinismo.

Scopo e significato del museo stanno nell’essenza viva delle opere, che vengono vissute in maniera diversa dal singolo osservatore.

Ciò cui penso e cui miro con il museo è la montagna incantata per tutti coloro che desiderano sapere cosa c’è dietro e sopra le vette”.


Quelle sopra sono parole di interviste di parecchi anni fa, ma penso siano ancora valide.

Interno del MMM Corones. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Reinhold Messner utilizza il museo come “meta-arte”. Quello che gli interessa credo sia soprattutto colmare la sua sete di desiderio di comunicazione dell’immaginario ad altri, a un gran numero di persone, ai cittadini, ai “turisti”, ai più lontani dalla montagna. I musei sono il mezzo a lui congeniale per comunicare il rispetto all’ignoto dietro alle montagne, al sacro, al mistero che dir si voglia. Con un’operazione culturale per la “massa”.

Nell’articolo di Vincenzo Chierchia comparso su Sole24ore.com [5] si legge:

“Per Reinhold Messner la rete di musei, che fa capo alla Fondazione di famiglia gestita dalla figlia Magdalena, si fermerà qui; d’ora in avanti la passione sarà quella cinematografica con documentari sulla montagna”.

Dai musei passerà al cinema? Oh, bene, ci sta arrivando con giusta progressione! D’altro canto il più bel film di montagna, a dir di molti, e anche secondo me, è un film che vede Reinhold Messner come protagonista, si tratta dello splendido “documentario” di Werner Herzog: Gasherbrum – Der Leuchtende Berg [6]. Tra l’altro il grande regista è autore di altri magnifici film, specificamente centrati su temi ambientalistici, ultimo ma non ultimo: Wild Blue Yonder [21].

Il passaggio chiave è, secondo me, che Reinhold Messner ha capito personalmente “qualcosa” (che io dico essere cosa metafisica, ma lui sicuramente lo negherebbe al grido rimproverante di: “Nessun esoterismo, ma semplice pragmatismo!”). E’ tornato indietro da noi dabbasso e ha ideato e poi realizzato una maniera per comunicare la necessità della contemplazione di questo “qualcosa”. Con i musei fino ad oggi, forse con il cinema (dentro i musei) domani. Questa la mia tesi.

 

2) La critica ambientalista all’ultimo museo
Ecco l’introduzione (estate 2015) scritta dallo stesso Messner nella web home page del museo di Plan de Corones sul sito MMM [8]:

“Sito a Plan de Corones, tra val Badia, Valdaora e val Pusteria, l‘MMM Corones completa il circuito Messner Mountain Museum, un percorso che si compone di sei musei. Ai margini del più spettacolare belvedere montano del Sudtirolo, dove sorge la singolare sede del museo progettata da Zaha Hadid, si narra la storia dell’alpinismo tradizionale.

Da Plan de Corones, lo sguardo spazia nelle quattro direzioni, spingendosi oltre i confini provinciali: dalle Dolomiti di Linz a est all’Ortles a ovest, dalla Marmolada a sud alle cime della Zillertal a nord.

Le vetrate del museo restituiscono le immagini della mia infanzia – le Odle e il Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, l’ascensione più difficile della mia vita – così come i ghiacciai granitici che sovrastano la valle Aurina.

All’interno della montagna, il museo ripercorre l’evoluzione dell’alpinismo moderno, i miglioramenti ottenuti nel corso degli ultimi 250 anni per ciò che riguarda l’attrezzatura, i trionfi e le tragedie che si sono consumati sui fianchi delle più famose montagne del mondo, dal Cervino al Cerro Torre al K2, e la rappresentazione delle imprese di noi alpinisti, per quanto contraddittorie esse possano apparire.

Come negli altri musei del circuito, l’alpinismo è raccontato attraverso reliquie, citazioni, opere d’arte (dipinti e sculture) e la trasposizione, all’interno dell’MMM Corones, della scenografia montana che lo circonda.

Nel mio ruolo di narratore dell’alpinismo tradizionale non intendo né esprimere giudizi né drammatizzare. Piuttosto, l’obiettivo è quello di condensare le esperienze di chi, come me, ha fatto proprio il confronto tra l’uomo e la montagna. Al centro del museo non vi sono imprese sportive o primati bensì i grandi personaggi dell’alpinismo, oltre a filosofi e pionieri che hanno osato “la transizione aurea“ dall’idea al fare, prescindendo dal perché.

In lingua ladina, Corones significa corona. Plan de Corones, la celebre montagna dello sci e delle escursioni, la vetta dei deltaplanisti e dei parapendisti, ospita oggi quello che considero il punto culminante del mio progetto museale: un luogo del silenzio e della decelerazione che offre panorami indimenticabili, uno spazio in cui ritirarsi e lasciare che la percezione si apra verso l’alto, verso l’oltre. La montagna diviene così uno spazio esperienziale, parte della nostra cultura. Viviamola in modo nuovo, facendo volare lo spirito al di sopra di ogni vetta”.
Luogo del silenzio e della decelerazione? Sopra le funivie, gli impianti sciistici e con pure quelli che fanno parapendio?
Sono perplesso, e l’immagine sotto con la folla attorno agli impianti non è rassicurante.
Direi piuttosto: luogo di accelerazione! Ma sto scherzando. Gli ambientalisti polemici invece scherzano meno e colgono solo contraddizioni nell’ultimo museo di Plan de Corones. Dicono:

E’ contro le croci, non vuole le ferrate, non vuole gli spit sulle vie alpinistiche, poi va a fare scempi architettonici, disseminando musei in tutto l’Alto Adige, ora bucando addirittura una montagna, facendo accordi d’opportunità con il consorzio delle funivie. Una completa contraddizione con se stesso!“.

Plan de Corones. Foto da http://www.mmmcorones.com/it/plan-de-corones.html
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Tra l’altro, in concomitanza con l’apertura del museo, il 26 luglio 2015 Reinhold Messner afferma, in articolo comparso su mountlive.com [19]:

Le croci sulle cime? Quelle esistenti lasciamole. Ma non installiamone altre. Sulle cime solo gli ometti di sassi e nient’altro. Le vette delle montagne non devono essere sfruttate per dei messaggi”.

Sarei d’accordo, ma a ben vedere, la realizzazione del museo a Plan de Corones contraddice l’affermazione sopra, perché il museo rappresenta un potentissimo “messaggio” che veicola i valori del pensiero “laico” di Reinhold Messner. Io penso che i musei (sulle cime dei monti) sono l’equivalente delle croci di vetta.

Argomenterò in dettaglio poco più avanti l’aspetto simbolico (per me positivo) del messaggio di questo museo in particolare, ma torniamo all’articolo citato inizialmente [1]. Sono perplesso se penso all’enorme impegno economico per la realizzazione dell’opera, per esempio leggo che:

“Il progetto, 3 milioni di euro pagati da Skirama Plan de Corones, il consorzio di impianti di risalita membro del Dolomiti Superski”.

Eppoi il numero di frequentatori ipotizzati nei prossimi anni è altissimo, troppo alto, se è verosimile la previsione riportata sempre nell’articolo [1]:

“Attraverso il magnete-museo si scommette sul raddoppio dei passaggi nei 27 impianti di risalita oggi contati a 70mila d’estate, 1,5 milioni d’inverno”.

Raddoppio? Vorrebbe dire 3 milioni di persone ogni inverno? Ho capito bene?
Io spero che queste stime siano un po’ come le stime governative di presenza turistica all’EXPO 2015: “leggermente” gonfiate, perché sennò davvero il comprensorio di Plan de Corones avrà un impatto ambientale ben poco sostenibile.

Nell’articolo [1] viene riportata una risposta di Reinhold Messner alla domanda dell’intervistatrice a riguardo di una possibile violazione della montagna (credo si riferisca alla posizione e agli scavi sotterranei di quest’ultimo museo):

“RM: Non era possibile operare in altro modo: il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie. C’è un limite a questa visione ed è di natura antropologica e altimetrica: lì dove l’uomo, in montagna è sempre andato per tagliare legna o portare le pecore, lo sfruttamento ai fini turistici è accettabile. Oltre, tra ghiaioni e ghiacciai, bisognerebbe, con una ‘barriera’, tutelare la wilderness”.

Pare quindi che Reinhold Messner consideri come compromesso accettabile la possibile “violazione” della montagna (qui stiamo parlando degli scavi per il museo), se fatta in un territorio già sfruttato e deturpato per fini turistici (gli impianti sciistici, ecc.), ovvero quello che sta al di sotto di una certa quota limite (ma quale quota precisamente?), mentre pare confermare la sua idea di necessità di evitare qualsiasi intervento umano alle alte quote (dai ghiacciai in su?).

Può sembrare quindi un po’ opportunistica questa visione e fa un po’ specie il fatto che dica: visto che ormai il territorio montano è così, anch’io mi adeguo all’edificazione in quota. Non posso negare che tutto questo appaia in contraddizione con la sua ideologia ambientalista che ha portato avanti per primo lui in passato.

D’altro canto la sua affermazione “il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie” ipotizza uno scenario abitativo meno fantascientifico ed esagerato di quello che ora può sembrarci. E nella pratica, con questo museo lui ha appena realizzato (forse per primo e tecnicamente in modo impeccabile devo dire) una provocazione e un avvertimento all’umanità in tal senso, come dirci: “finiremo con il vivere sottoterra!”. Pertanto arrivo alla paradossale conclusione:

il museo di Plan de Corones esprime simbolicamente un magnifico messaggio ambientalista.

Dal punto di vista dell’integrazione con terra e roccia, l’edificio museale sotterraneo, realizzato bucando sotto la vetta di Plan de Corones, non è poi così incoerente rispetto alla necessità di minimizzare l’impatto ambientale, e la scelta progettuale precisa è sottolineata anche nel comunicato stampa di presentazione nel museo [9], di cui estraggo passaggio:

“Il Museo ha uno sviluppo prevalentemente sotterraneo, articolato su diversi piani tanto che, nonostante i 1000 metri quadrati di superficie che saranno disponibili, solo una minima parte di essi richiede costruzioni fuori terra, a tutto vantaggio della componente paesaggistica, dato il ridottissimo impatto visivo della struttura rispetto all’ambiente naturale in cui la stessa sorge”.

Ora, se si paragona questo edificio con, per esempio, quanto fatto recentemente all’arrivo della Sky Way in vetta alla punta Helbronner [10] (più che ottava meraviglia del mondo, secondo me un obbrobrio architettonico e concezione di spazio pubblico che peggio non si poteva fare), allora:

il museo di Plan de Corones è avanti anni-luce, capolavoro di integrazione ambientale e di creatività architettonica, al confronto!

Ma soprattutto mi intriga il valore simbolico, concettuale che ha l’interramento: il museo viene a rappresentare una specie di ‘caverna platonica’ [11], dalle cui finestre entra “Luce” e visione panoramica, che permette al visitatore di vedere la bellezza delle montagne lontane!

MMM di Plan de Corones. Immagine da http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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Può darsi poi davvero che Reinhold Messner sia così pessimista e lungimirante da ipotizzare un futuro magari non così lontano, in cui l’umanità vivrà sottoterra, e questi musei sotterranei sono addirittura una premonizione di un mito fantascientifico; tutto questo mi ricorda il magnifico libro La Valle del Ritorno di Flavio Favero [12], eppoi gli amati fumetti de L’Incal di quella psico-testa esoterica di Alejandro Jodorowsky [13].

Infine l’architettura degli interni, fatta di pareti lisce che pare di esser in una astronave, mi porta alla mente i cunicoli tubolari della piattaforma spaziale nel film Solaris, di Andrei Tarkovsky [14], uno dei miei film preferiti. In quel film una piattaforma spaziale è stata posizionata dagli uomini nello spazio cosmico di un lontano “pianeta magmatico”, pianeta che, nella concezione cristiana del regista, è palesemente simbolo della presenza di Dio, e la piattaforma è il luogo che permette ad alcuni astronauti di comunicare con il ‘mare pensante’, cioè Dio. Trovo che ci sia una similitudine concettuale con il museo in questione, anche se qui al posto del mare ci sono le montagne attorno a Plan de Corones.

Pertanto mi devo inchinare di fronte a ‘sto benedetto architetto Zaha Hadid, o allo stesso Reinhold Messner, se è lui che ha avuto l’idea di realizzare la mistica cavernicola.

Ora, tornando alla diatriba ambientalistica odierna, specialmente tra Mountain Wilderness Italia e lo stesso Reinhold Messner, sono dispiaciuto della inopportuna separazione che c’è stata in passato e pare essere ancora attuale (vedi anche articolo di Carlo Alberto Pinelli [15] e recente discussione a valle di articolo di Luigi Casanova, su Gogna Blog [16]).

E’ uno sbaglio paradossale pensare che Reinhold Messner, che ha contribuito a creare Mountain Wilderness nel 1987, e che è stato così amico di Alexander Langer, e che si è prestato alla divulgazione della causa ambientale in cui crediamo ancora in molti, venga criticato acerrimamente, considerato ora come un venduto, ipocrita, egocentrico assolutista, proprio dal momento in cui lui elabora negli anni una azione culturale che come ho spiegato sopra contiene un forte messaggio ambientalista.

Estrapolo testo da intervista, credo comparsa qualche anno fa su giornale quotidiano altoatesino [17], che penso sia tuttora valida:

“Giornalista: Mountain Wilderness protesta perché il Dolomiti Superski usa l’immagine del Sassolungo con il marchio della fondazione Unesco.
RM: Non mi piacciono i fondamentalismi. Quanto a Mountain Wilderness, di cui rivendico di essere stato l’ideatore, ne ho preso le distanze per le posizioni estremiste.
Giornalista: Gli impianti di risalita sono compatibili con la tutela Unesco?
RM: Il problema non è l’inverno, ma l’estate per il traffico e l’aggressività con cui auto e moto si avvicinano alle montagne. Lo dico da anni: i turisti dovrebbero spostarsi in funivia come d’inverno, perché questi impianti sono un mezzo più sostenibile rispetto ai veicoli a motore”.

D’accordo, le parole sopra sono riferite a un contesto leggermente diverso, tempo addietro, ma il percorso di pensiero ambientalista di Reinhold Messner a me pare “pragmatico” (per usare un termine a lui caro) e piuttosto coerente con un suo pensiero sempre trasparente.

Veduta estiva di Plan de Corones. Al centro e in basso si nota il museo, parzialmente interrato. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Per capire l’evoluzione della sua concezione ecologica e ambientalista, può essere utile la lettura di qualche passaggio di intervista del 2012, sul sito della regione Emilia Romagna, dal titolo: In montagna ed in città, l’ambientalismo realista di Reinhold Messner [18]:

“Giornalista: Lei è stato un grande comunicatore oltre che scalatore: è possibile educare le persone alla sostenibilità?
RM: Io non ho mai fatto altro che descrivere il mondo semplicemente così come è. Sono prima di tutto un alpinista, un contadino, porto avanti un maso autosufficiente in montagna, un maso che è sostenibile teoricamente fino alla fine della terra e la sostenibilità in questo caso è la base soprattutto economica di questo pezzo di terra. E offro tutto questo come un modello al quale ispirarsi per il nostro comportamento in montagna.
Però se io in città vado in macchina, pur sapendo che in questo modo aumento la quantità di CO2 nell’aria e che questa CO2 poi ha degli effetti di cambiamento sulla montagna, allora sono intrappolato in una contraddizione.
Se nel mondo civilizzato, cioè le città e i luoghi dove si vive e si lavora, non potessi più agire come tutti gli altri, andrei incontro al fallimento delle mie attività umane, lavorative, di sopravvivenza. Io, ad esempio, non posso andare a piedi dal mio maso fino a Monaco dove c’è l’aeroporto, non è possibile. Così, anche io da un lato, come cittadino, sono uno che sporca e inquina la terra. Io vado ancora oggi in aereo, è l’unico mezzo di trasporto ragionevole per andare in Nepal sull’Himalaya. L’ho utilizzato per andare ieri a Francoforte perché avevo un invito in televisione per parlare di questi temi. Però quando vado in montagna sono la persona più pulita possibile. E così devo dire che anche io porto avanti una vita schizofrenica.
La maggior parte degli alpinisti non si accorge che gli errori che facciamo li facciamo nella civilizzazione e non in montagna. “Errori”, fra virgolette, perché sono commessi per la necessità di portare avanti le nostre vite in maniera normale. Per questo l’educazione dovrebbe essere fatta soprattutto sui temi che riguardano la vita quotidiana di tutti i giorni laddove si vive.
Giornalista: Com’è possibile risolvere questa schizofrenia in cui in tanti vivono?
RM: L’importante è ricordare che con le chiacchiere non si risolve niente. Credo di aver capito che il mondo, specialmente in questa crisi, sta senza dubbio subendo una progressiva distruzione ecologica. Ciascuno deve fare la propria parte, io stesso posso cambiare vita, essere responsabile per quel pezzo di terreno che ho comprato, che è mio, dove faccio il meglio possibile: ad esempio vado in macchina solo se è necessario, non giro il mondo soltanto per godermi i viaggi e la sensazione di avere un motore sotto il sedere.
Ciascuno, ripeto, può fare la sua parte. Noi tutti, in 7 miliardi su questa Terra, siamo una forza incredibile: con la tecnologia che abbiamo sviluppato, abbiamo la possibilità di auto-eliminarci tutti, di distruggere il mondo. E contemporaneamente abbiamo in mano le carte per salvare il mondo. Con la crisi probabilmente non lo faremo ma siamo tutti responsabili per tutto il pianeta.
In questo contesto un po’ pessimista, le parole fini a se stesse e le critiche non servono. Criticare gratuitamente senza agire, senza fare niente, è deleterio. Chi vuole parlare di ecologia vada a fare qualcosa in casa propria, nel proprio orto, nel proprio terreno, nella propria zona, nelle proprie montagne. Partiamo dal “pulire” casa nostra. Senza criticarsi da un luogo all’altro del pianeta sottolineando i reciproci sbagli, ma agendo con coerenza”.

Mi pare quindi che Messner abbia fatto negli anni un percorso evolutivo, a valle della sua esperienza politica nell’ormai defunto partito italiano dei Verdi e poi soprattutto dalla creazione di Mountain Wilderness, venendo a praticare una azione culturale con i musei e stabilendo ora una scala di priorità dei problemi di inquinamento ambientale, sottolineando soprattutto la devastazione procurata dai mezzi di trasporto a motore (auto, moto, ecc.), utilizzati in modo pervasivo in aree ad altissima densità e purtroppo sempre di più anche sulle montagne.

Quindi il suo “ambientalismo realista”, come qualcuno lo chiama, può essere contestato su alcune contraddizioni, ma io penso che sia più che mai opportuna una comunicazione con lui, una collaborazione con lui, per perorare insieme la causa ambientale, ecologica, non solo delle montagne.


Bibliografia e links

[1] http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2015/07/27/il-museo-di-messner-la-finestra-in-vetta-alla-montagna/
[2] http://www.messner-mountain-museum.it/it/
[3] La mia vita al limite. Reinhold Messner con Thomas Huetlin. Corbaccio. 2008
[4] La montagna a modo mio. Reinhold Messner, a cura di Ralf-Peter Martin. Corbaccio. 2009
[5] http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2015-08-05/a-plan-de-corones-l-ultimo-museo-messner-progettato-zaha-hadid-161343.shtml
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Gasherbrum_-_Der_leuchtende_Berg
[7] http://www.banff.it/category/gogna-blog
[8] http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
[9] http://www.messner-mountain-museum.it/download/mmm_corones_ita.pdf
[10] http://www.banff.it/la-nuova-funivia-del-monte-bianco/
[11] Repubblica. Libro VII, Il mito della caverna. Platone, circa 360 a.C.
[12] La valle del ritorno. Flavio Favero. Luca Visentini Editore. 2007
[13] https://it.wikipedia.org/wiki/L’Incal
[14] https://en.wikipedia.org/wiki/Solaris_%281972_film%29
[15] http://www.mountainwilderness.it/news/displaynews.php?idnews=319
[16] http://www.banff.it/non-solo-croci/
[17] http://www.mountainwilderness.it/pdf/Moro-Messner.pdf
[18] http://ambiente.regione.emilia-romagna.it/rubriche/intervista/2012/in-montagna-ed-in-citta-l2019ambientalismo-realista-di-reinhold-messner
[19] http://www.mountlive.com/reinhold-messner-basta-croci-e-messaggi-in-montagna-solo-omini-di-pietra/
[20] http://www.la7.it/le-invasioni-barbariche/video/lintervista-a-reinhold-messner-18-12-2010-79731
[21] https://en.wikipedia.org/wiki/The_Wild_Blue_Yonder
[22] https://it.wikipedia.org/wiki/Stalker_(film_1979)

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Aeroporto a Cortina per russi e sceicchi

Un aeroporto “delle giuste dimensioni”, elemento di attrazione non solo per Cortina, in vista dei mondiali di sci che vi si svolgeranno nel 2021, ma per l’intero comprensorio delle Dolomiti. È ciò che intende realizzare il presidente della Regione Veneto Luca Zaia, con l’obiettivo di migliorare l’accessibilità della destinazione affinché “competa ad armi pari con le località montane svizzere, austriache, francesi, americane che vanno per la maggiore, le quali hanno uno scalo aeroportuale più o meno vicino al loro servizio”.

Confermo la disponibilità della Regione a intervenire con la Finanziaria Veneto Sviluppo e a fare tutto il possibile, nei limiti delle sue competenze e delle norme, perché il progetto dell’aeroporto a Cortina vada a buon fine” ha dichiarato Zaia per nulla turbato dal fatto che già la sola idea di un aeroporto faccia a pugni con ciò che, nonostante tutto, Cortina ancora rappresenta nell’immaginario e nel concreto turistico.

Già, perché anche per Zaia è valida la solita formuletta politica, il mantra ripetuto ormai alla nausea: “Dal punto di vista ambientale andrà posta molta attenzione, ma conciliare ambiente e sviluppo si può e si deve fare“. Quale attenzione Zaia? Non sembra per nulla quella di un buon amministratore o di un contadino che vuole costruire un muretto di pietra sulle sue terre. Piuttosto assomiglia a quella di chi entra in una casa nottetempo per rubare o, meglio, a quella degli adulteri (Non è come sembra, cara…). Suvvia, getti la foglia di fico e dica chiaramente la verità, governatore Zaia!

Verità che s’intuisce molto bene andando a leggere i dettagli, un aeroporto piccolo e dedicato al target di fascia alta che frequenta la località: una pista, sala vip, area meeting, negozi di grandi marche e perfino una moschea per i ricchi turisti arabi. “Solo” 10 milioni di euro, “per fruire meglio delle più belle montagne del mondo”.

Aeroporto a Cortina? No, grazie
di Dante Schiavon

Non sono passati nemmeno due mesi dalla frana di Borca di Cadore e la politica e l’imprenditorialità, in vista dei mondiali di sci a Cortina nel 2021, si uniscono appassionatamente nel pensare nuove opere infrastrutturali, come se il problema del futuro della montagna fosse principalmente quello.

Come se nuove colate di cemento e di asfalto potessero ridare vita a paesini semi abbandonati, a malghe cadute in rovina, a boschi e valli non più presidiate, come un tempo, dall’uomo. Così l’ignoranza degli equilibri della natura e l’avidità dell’uomo “economico” fanno prendere corpo a un’idea demenziale: l’aeroporto a Cortina.

In agosto 2015 c’è stata una frana: l’ennesima conta dei morti, l’ennesima richiesta di stanziamenti per mettere in sicurezza il territorio. I responsabili di questa tragedia, ed è stato così anche per le morti di Refrontolo, non ci sono. O meglio, c’è n’è uno, ed è additato come nemico dell’uomo e della sicurezza dei cittadini, anche se chiamato con nomi diversi: natura, maltempo, eccezionalità, cambiamenti climatici, fatalità. L’avidità di affaristi e amministratori senza scrupoli, coperti e sostenuti da una politica compiacente, non finiscono mai sul banco degli imputati. Fatto sta che l’uomo ci ha messo del suo anche a Borca di Cadore, dove è stato alterato l’assetto territoriale a ridosso del paese con la creazione di una pista di discesa, una seggiovia, opere che hanno richiesto sbancamenti, taglio di centinaia di alberi e la regimentazione del corso d’acqua in uno stretto alveo: e per di più si sono costruite case a ridosso del torrente. Senza queste opere, forse, si sarebbe attutita la forza della frana che, di fatto, ha trovato un’autostrada nel suo percorso finale.

AeroportoCortina-1292418061906_tn_cortinaUn’estate di diversi anni fa mi trovavo a camminare nella parte alta della pista Olimpia di Cortina, sulle Tofane, e sono rimasto sgomento nel vedere all’opera “ruspe” e “benne” che, in modo non proprio dolce, spostavano massi, allargavano passaggi fra le rocce, ammorbidivano pendenze irregolari e tale lavoro serviva per aumentare la valenza tecnica della pista. Io sono purtroppo convinto che, quando si interviene con questa rozza forza meccanica, “qualcosa” nella conformazione rocciosa dell’area interessata dai lavori può rompersi, anche a distanza di anni.

Nel 2021 Cortina organizzerà i mondiali di sci e la politica veneta farebbe bene a interessarsi del come verrà progettato e realizzato l’insieme di infrastrutture e impianti per lo svolgimento dell’evento. E iniziare con l’idea di un aeroporto a Cortina è un atto irresponsabile.

Non mi fido delle dichiarazioni fatte dai promotori: “rilanceremo Cortina e la montagna bellunese”. Temo che, per loro, rilancio voglia dire una superstrada per arrivare velocemente a Cortina e poi nuovi impianti e nuove opere che richiedono taglio massiccio di alberi, occupazione di aree verdi, ruspe all’opera ovunque, per creare una città di sport, di divertimento, di shopping. Il rischio è di creare una Las Vegas montana, un agglomerato di alberghi e residence di lusso senza una “relazione vera” tra l’uomo e la montagna.

In questo quadro le cime dolomitiche svolgeranno la loro funzione “virtuale” di cartolina e i dubbi e le perplessità sulle “conseguenze future” delle ferite inferte al suolo, alla roccia, al paesaggio, al bosco e agli animali che ci vivono, ai torrenti, ai pendii, spariranno dalla mente dell’Homo Sapiens, sopraffatto da una sorta di delirio di onnipotenza sulla natura.

Io credo ci sia un’altra strada per il rilancio di Cortina e della montagna bellunese che, tra l’altro, non necessariamente dovrebbe passare attraverso l’organizzazione di un mondiale di sci.

Innanzi tutto bisogna pensare a un sostanzioso ripopolamento dei paesi della Valle del Boite, oggi ritenuti solo degli ostacoli da attraversare per poter giungere a Cortina.

Per ripopolare le valli e le montagne del Cadore si devono incentivare le attività agricole e pastorali ai 1400/1500 metri, la silvicoltura con tutta la filiera del legno (dalla segheria all’artigianato, dal legno come fonte rinnovabile alla bioedilizia), la ristrutturazione secondo criteri architettonici ed ecologici degli immobili vetusti dei paesi e dei paesini della valle per adibirli alla ricezione turistica, la mobilità dolce (rete di piste ciclabili).

Ma l’idea più coraggiosa e innovativa, quella che consentirebbe di cambiare marcia nella declinazione della parola “sviluppo”, potrebbe essere quella di ripristinare la linea ferroviaria Calalzo-Cortina, magari cominciando subito un primo stralcio. Altro che aeroporto a Cortina. Tale iniziativa avrebbe una ricaduta eccezionale, sia dal punto di vista ecologico, sia dal punto di vista turistico, se venissero previste fermate nei paesi oggi solo transitati dal turismo diretto verso la perla delle Dolomiti. Queste sono solo alcune idee con cui si può cercare di rilanciare la montagna.
Per l’evento sportivo in senso stretto invece vanno tenute in considerazione, oltre alle osservazioni precedenti sui cattivi interventi che creano dissesto idrogeologico, le condizioni di partenza. Cortina ha già ospitato nel 1956 le Olimpiadi invernali e ha dei vecchi impianti, alcuni dei quali, vedi trampolino, in disuso. Cortina non è come un piccolo paesino sperduto della montagna siberiana o del deserto dell’Arizona: è una piccola città con strade, alberghi, prime case e seconde case, un’entità quindi già molto cementificata.

Si dovrà quindi privilegiare per la costruzione degli impianti sportivi il riuso di manufatti già presenti sul suolo cementificato di Cortina, decentrando in altre realtà comunali o territoriali, aventi cubature da riutilizzare, la realizzazione di alcune opere. La lotta al dissesto idrogeologico inizia nel momento in cui si pianifica un intervento che può impattare sull’equilibrio che la natura ha saputo mantenere, variare o rigenerare senza prodursi in fenomeni devastanti.

I cambiamenti climatici e l’avidità dell’uomo hanno rotto questo equilibrio e ora ne paghiamo le conseguenze. Vogliamo prenderne atto o preferiamo insistere su progetti che non danno opportunità di un dignitoso benessere per tutto l’anno e a tutti i paesini che fanno parte della montagna bellunese?

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Montagne usate o vissute?

Il degrado delle Alpi è dovuto al fatto che pochi le sentano casa nostra. Rocce e ghiacci sono qualche cosa di moralmente ed eticamente inferiore, pochi sono stati educati a rispettarne la dignità. Lo stesso processo per cui non esitiamo a stilare una scala di simpatia nel regno animale: il cane e il gatto sì, il serpente no, la formica quasi sì, il ragno un po’ meno, e via dicendo. Per i minerali si nega un qualsiasi valore, se non quello che si può dare a pietre preziose come diamanti o smeraldi, o comunque a pietra da cui si possa ricavare qualche cosa di utile. E sempre però un valore materiale e monetizzabile. Non è un valore morale che dovrebbe nascere dal riconoscere che persino ciò che è inanimato in realtà gode di una vita sua che a noi non appare, data la lentezza e la lunghezza dei processi geologici.

Montagna usata
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A me è stato pure rinfacciato il mio mestiere, che è quello di documentare la montagna, con fotografie e libri. Sarebbe meglio, così mi è stato detto, che tenessi per me tutte le cose belle che vedo, di modo che nessuno possa rovinare le montagne “dove vado io”.

Non voglio essere il solo ad andare in montagna. Vorrei soltanto che la gente ci andasse in maniera corretta. Non invadente ma rispettosa della natura dei luoghi dove si trova. Io stesso mi rendo conto di aver compiuto numerosi errori. Un errore classico nell’educazione alla montagna è quello compiuto con la documentazione fotografica e cinematografica, dove spesso le montagne sono riprese dall’alto in una prospettiva che schiaccia e banalizza tutte le vette. Ora, se questo genere di foto è utile a un geografo che debba studiare il territorio, per chi invece voglia educarsi alla montagna occorre un genere di fotografia che non impone la conoscenza della montagna in maniera affrettata e superficiale. Chi dice che una foto dall’aereo è una bella foto, evidentemente non ha mai avuto occasione di rendersi conto della bellezza di una montagna dal basso. La mia missione è quella di fargli conoscere la montagna dal basso e non dall’alto. Il mio principale obiettivo è divenuto quello di educarmi e cercare di educare quanta più gente possibile a vivere la montagna in maniera corretta, in modo che la montagna rimanga quella che è, inalterata e bella.

Montagna usata
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Per questo sono contrario alle iniziative editoriali che mostrano la montagna ripresa dall’elicottero, e, per lo stesso motivo, sono contro la pubblicità che sfrutta la montagna. Spesso infatti si utilizzano le immagini “alpine” perché suscitano ancora l’idea di qualcosa di bello, di magico, di incontaminato. E fin qui non vi sarebbe nulla di male, a parte il banalizzare l’idea; ma quasi sempre queste immagini vengono riprese dall’elicottero, così le montagne divengono un semplice sotto fondo. Pensiamo al Cervino, che fa pubblicità a una qualche marca di cioccolato: è un puro e semplice teatrino che fa gioco squallidamente su sensazioni non più vere, perché ormai nell’immaginario della gente il Cervino è un’immagine che non ha più nulla da condividere con la sua leggenda. La riprova viene dal fatto che ormai si va sul Cervino come se si dovesse prendere un taxi. Io penso che sia opportuno impedire ogni volo di elicottero (a meno che non sia un volo di soccorso), anche i voli per portare il cibo ai rifugi andrebbero limitati. Con l’uso dell’elicottero si incoraggia un sempre maggior consumo di cibo e materiali in rifugio; sarà possibile avere menù sempre più variati, lenzuola cambiate ogni giorno, in pratica i rifugi si trasformano in alberghetti di alta quota, e perderanno così tutta l’atmosfera di una volta, diventando sempre più una costruzione di servizio al posto di una istituzione moralmente utile ed educativa, dove è possibile scambiare delle impressioni e imparare qualche cosa. Cosa mai si può imparare in un luogo (come molti rifugi da 60/80 posti) dove ci sono coperto, primo, secondo, formaggio, frutta, dolce, caffè, amaro e conto? Non è possibile imparare nulla, probabilmente conviene andare in un ristorante in città, dove si mangia anche meglio.

Allo stesso modo c’è tutta una serie di attività di cui sarebbe possibile parlare: la mountain bike, le vie ferrate, l’arrampicata (con gli spit di cui molte pareti sono disseminate); per ognuna di queste attività occorre riflettere su che impatto hanno sull’ambiente.

Ma da tutto questo emerge comunque una domanda, ovvero se sia possibile trovare una via di mezzo, una forma di mediazione tra il desiderio di andare in montagna e la necessità di preservarla così come è (o come era). Io penso che questo sia possibile, ma occorre fare un esame di coscienza ed esaminare a fondo tutti gli errori che abbiamo commesso fino ad ora. Solo facendo così potremo cercare di insegnare qualcosa a qualcuno. Altrimenti saremmo solo dei cattivi maestri da non seguire. Io penso che l’uso che si fa dell’elicottero sia preoccupante, soprattutto in certi paesi come la Svizzera che pure è all’avanguardia nella protezione del territorio. Da un punto di vista morale l’attuale gestione dei rifugi e le attività degli elicotteri in Svizzera sono del tutto diseducative.

Montagna vissuta
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Preferisco offrire ai miei lettori qualche cosa di più semplice, visioni di paesaggi meno spettacolari o scenografici, ma che siano alla portata di tutti, rinunciando a quello che è impossibile fare. Questo è un discorso che va rivolto soprattutto alle guide alpine, che spesso hanno interesse ad approfittare di determinate facilitazioni, come l’eliski, come certe vie ferrate, perché capiscono che la gente è attirata dall’estremo. Io penso che non vi sia alcuna via ferrata che valga un primo grado su una montagna qualunque, ritengo in altre parole che salire con i propri piedi e le proprie forze sia più sano, più educativo e più bello dell’andare a quattro zampe lungo delle funi artificiali di ferro. Allo stesso modo lo sci fuori pista, soprattutto se nelle modalità dell’eliski, è una forma di violenza alla montagna. Vale di più la gioia di essere arrivati su una montagna, più facile, e poter dire di esserci arrivati con il sudore della nostra fronte, di averlo fatto con la nostra fatica piuttosto che vantarsi di aver raggiunto un picco altrimenti a noi accessibile solo con l’ausilio di un elicottero. E sarà mille volte più bello arrivare, dopo una salita faticosa su una cima, magari più bassa di tante altre vette delle Alpi, e sedersi a contemplare il panorama attorno prima di intraprendere la discesa, piuttosto che uscire frettolosamente dalla cabina di un elicottero sulla vetta del Monte Bianco, inforcare gli sci e buttarsi giù. La rinuncia, secondo me è uno degli aspetti più importanti che dobbiamo riscoprire. La rinuncia fa parte delle nostre possibilità, e le possibilità sono tante e le rinunce possibili sono tante anche loro e nello spazio tra possibilità e rinuncia vi è un’occasione per la nostra crescita. E una crescita in questo senso sarà, oltre che un beneficio per noi stessi, anche un beneficio per l’ambiente.

Montagna vissuta
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Blank on the map

Blank on the map – Spazio bianco sulla mappa
Quando si dice “il mondo è proprio piccolo” non si tiene nella debita considerazione la parte di pianeta che ancora sfugge alle nostre conoscenze approfondite. Le catene montuose, i grandi dislivelli unitamente alle altezze e alle latitudini estreme ostacolano la nostra esplorazione come altre difficoltà naturali: così, se negli anni ’30 il grande al­pinista inglese Eric Shipton poteva intitolare il suo bellissimo libro Blank on the map (Spazio bianco sulla mappa), con ciò fa­cendo vibrare le corde più intime di chi ama le terre selvagge, oggi, in seguito alle foto aeree, ai reportages dai satelliti e a Google Map, gli spazi si sono sensibilmente ridotti per ciò che concerne la conoscenza teorica e i rilievi delle zone, ma assai meno per ciò che riguarda la conoscenza reale e pratica.
Anche se ormai pos­siamo disporre di una carta geografica affidabile del continente antartico, è pur vero che nessuno ha messo mai piede in vastissi­me aree di esso, che il rilievo geografico è approssimativo, le fotografie ravvicinate inesistenti.

Montagne dell’AntartideBlankontheMap-antarctica-1180x586

Anno per anno, con scopi scientifici o meno, centinaia di spedizioni partono da tutto il mondo per diminuire ulteriormente la fetta di sconosciuto delle montagne della Terra. Vari possono essere i motivi per i quali una regione è poco conosciuta o non lo è affatto. Tra i principa­li vi sono quelli politici: intere e vastissime regioni sono an­cora terre di sogno per noi occidentali, motivi unilaterali e strategici ne impediscono l’accesso. La Cina è il maggior serba­toio di montagne e catene sconosciute. Pensiamo alle planetarie distese di montagne del Sinkiang e del Tibet, ai fascinosi gruppi attorno al Minya Konga: e vedremo, quasi con senso di liberazio­ne, che attorno a loro si dispiegano migliaia e migliaia di altre montagne. Pensiamo al Pamir e perfino agli Urali, che qualcuno crede essere grandi colline solo perchè non ci sono le grandi altezze.
Nonostante le migliaia di spedizioni, pubblicazioni in biblioteca, film e fotografie, la conoscenza di Himalaya, Karako­rum, Hindu-Kush è solo approssimativa per vastissime aree. I mo­tivi sono politici, ma anche geografici e tecnici. Qualche volta subentra la leggerezza umana degli alpinisti: il Gasherbrum IV, salito la prima volta dai nostri Bonatti e Mauri nel 1958, è sta­to raramente ritentato solo perchè la vetta sfiora gli ottomila per pochi metri: e invece è una delle più evidenti, eleganti e magnifiche montagne del mondo! Al di là di queste tristi conside­razioni, per le quali un ottomila facile “vale” più di un 7950 difficile, continuiamo il viaggio su catene poco conosciute, quelle dell’Assam, del Bhutan, del Sikkim, dell’Iran e dell’Oman.
Cambiando continente, pensiamo all’Africa. Ci sono pochi segreti per le grandi montagne, tipo Kilimanjaro, Kenya o Ruwenzori. Mol­ti più segreti per le enormi falesie e arcipelagi di torrioni che si ergono nei deserti remoti, tra la Libia e il Niger, oppure per le quasi inaccessibili “ambe” etiopiche. E che dire del meridione africano, delle montagne della Namibia, dello Zimbabwe, dove il concetto di apartheid pareva essersi radicato anche sui rilievi montuosi? In Oceania, la Nuova Guinea culmina con il Carstenz che, immerso in giungle quasi impenetrabili, supera i cinquemila metri, ma anche il Borneo (a parte il suo Kinabalu) è ben poco cono­sciuto.

La confluenza del Lauteraargletscher (sopra) e del Finsteraargletscher nell’Unteraargletscher
(Svizzera)
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La Patagonia e la Terra del Fuoco, con i loro climi così proibitivi, offrono ancora belle speranze e grandi sogni. Non per nulla molte spedizioni hanno scelto lo Hielo Continental per le loro grandi avventure orizzontali. La Patagonia infatti è una grande possibilità di espressione per chi non ha grandi mezzi. Non occorrono permessi, non ci vogliono quattrini per i portato­ri: l’avventura è lì, senza burocrazia e senza grossi contorni tecnici. La stessa cosa, ma aggravata dalle enormi distanze di approccio da superarsi con l’aereo, succede in Alaska e soprat­tutto nell’Isola di Baffin e nella sconfinata Groenlandia. Prova ne sia che le montagne di queste regioni sono poco note pur es­sendo nel continente America del Nord, il più progredito, il più disponibile alla ricerca e il più interessato per varie ragioni alla conoscenza più approfondita. Il massimo di “Blank on the map” si ha però nell’Antartide, dove la riduzione dei tempi di agibilità (3-4 mesi all’anno), le temperature estreme, la lonta­nanza, la solitudine fanno di questa stupenda terra il luogo di mistero più remoto nel tempo e nello spazio.
Ma la montagna, come grande espressione della natura, ci riserba qualcosa di più che topografie, geologie e idrografie più o meno approfondite. La co­noscenza umana di una zona terrestre non è mai completa, almeno finché ci saranno uomini che sapranno leggere nel linguaggio del­la natura. Anche consultando una magnifica carta del CNS che ci disegna per esempio il Lauteraargletscher con precisione assoluta.
All’esten­sione delle montagne ancora da conoscere è necessario aggiungere tutta quella porzione di sconosciuto che la dilatazione della pa­rola “esplorazione” può garantire. Mentre il primo passo è quello di misurare con strumenti, poi registrare dati e immagini tramite foto e film, il secondo piano dell’esplorazione è quello intimo. Ed è il più importante perché inesauribile. L’uomo, per sua stes­sa essenza, non può sopportare di non avere più niente da cono­scere: l’inedia lo afferrerebbe senza scampo.
Sono i paesi più avanzati che devono imbrigliare la propria corsa allo sfruttamento del territorio. Non c’è alcuna speranza che i portabandie­ra della nuova civiltà siano paesi che ancora sono in pieno sviluppo travolgente. È di qualche anno fa il progetto di ingrandire considere­volmente l’invaso artificiale di Grimsel: il risultato sarebbe stato un megabacino che avrebbe stravolto i connotati, già compromessi, della valle dell’Unteraargletscher. Ci sono state delle manifestazioni am­bientaliste che hanno voluto segnalare all’opinione pubblica quanto potesse essere sconsiderato il progetto, nella speranza di dar voce ulte­riore a quel movimento di pensiero politico che vede la Svizzera al primo posto nella limitazione del traffico automobilistico, pesante e non. L’associazione Mountain Wilderness, assieme ad alcuni gruppi locali, aveva simbolicamente portato un segnale sulla spiaggia che segna il confine tra il mondo naturale dell’Unteraargletscher e l’invaso azzurro ver­dastro della colonizzazione umana. Questa è l’ultima spiaggia, se non si avrà il coraggio di interrompere la corsa allo sfruttamento idrico delle ultime decadi favorendo una razionalizzazione, e quindi una soglia d’arresto, ai consumi. Un altro genere di blank on the map inva­derà le carte geografiche: con la differenza sostanziale che lo scono­sciuto avrà ceduto il passo al soppresso, inabissato e dimenticato. L’EI­dorado sarà sempre più mitico e definitivamente irraggiungibile.

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Fede o conquista?

Fede o conquista?
di Stefano Michelazzi
(l’articolo è stato originariamente pubblicato il 20 novembre 2014 sul blog Ritorno alle origini e si rifaceva al post Croci di Vetta)

Quanto può contare un simbolo nella vita delle persone e quanto può contare un simbolo sulla vetta di una montagna? Quanto c’è di vero nella libertà di espressione? Quanto c’è di vero nella libertà di culto?

Sulla gigantesca croce di vetta del Monte Vindiolo 2056 m (Alpi Orobie)

Fede o conquista-Sulla-croce-di-vetta-del-Monte-Vindiolo-(2056-mDue principi sanciti dalla nostra Costituzione, due principi assolutamente rispettosi nei confronti di chi popola il nostro Paese, così come di chi lo visita, per turismo, affari, lavoro e via dicendo. Un Paese laico per Costituzione che riconosce i diversi Credo e le diverse idee o ideologie che al suo interno si possono incontrare e per questo ne motiva la libertà, quindi rivendica la non ufficialità di alcuno, evitando nella sua massima espressione di Democrazia che vi siano discriminazioni sia religiose che di etnia, lingua o quant’altro.

Due principi che spesso vengono violati senza conseguenze e che purtroppo, in un ambito universalmente riconosciuto per essere un fulcro di comunione tra le genti, risultano essere spesso espressioni senza senso, oltraggiate da chi arrogantemente si sente padrone ed in diritto di prevaricare sugli altri.

Di questi tempi, tra chi frequenta le montagne, sono in atto discussioni di vario tipo e su vari temi che riguardano le libertà dei frequentatori dell’ambiente montano e gli impatti più o meno visivi e/o irrispettosi della montagna stessa. Si sta dunque, formando una coscienza di rispetto dell’ambiente con la conseguenza di una sempre maggiore richiesta di rispetto anche delle diversità d’espressione che possono tranquillamente venir considerate sia in un ambito, quello ambientale, sia nell’altro, quello umano.

Impianti da sci, eliski, moto-turismo. Alcuni dei temi attuali. Poi ancora e abbastanza appassionatamente le vie ferrate, ovvero la trasformazione di ciò che venne creato storicamente per motivazioni belliche (guerra ’14/’18) e sarebbe saggio a mio avviso mantenere per scopi didattici e culturali (“La guerra è sempre una brutta bestia!”), in percorsi sportivi che riempiono di cavi e chiodi le montagne con ammassi di ferraglia impattanti per l’ambiente.

Croce in vetta al Monte Vettore (Monti Sibillini)
Fede o conquista-M.Vettore-P1020568Si sta quindi formando una cultura di tipo ambientale e si prendono posizioni, a volte anche piuttosto accese, con veri e propri “Raid” di smantellamento parziale e/o totale delle strutture da parte di chi considera un’ignominia nei confronti della montagna, il solcarla a questo modo.

Giusto o sbagliato, favorevoli o contrari, le vie ferrate seppur impattanti da un punto di vista ecologico, non impattano di certo le varie sensibilità religiose o ideologiche.

Il nodo cruciale delle varie discussioni rimane sempre lo stesso, la montagna è di tutti ma non vi sono vincoli particolari a creare sulle loro pareti dei percorsi di massa, anche perché, gli stessi, potranno poi venir frequentati da chi ne abbia voglia o capacità.

Non possiamo però costruirvi una casa sulla cima o qualunque altro manufatto privato, in quanto non sarebbero utilizzabili da chiunque ma solo da pochi o da una percentuale comunque non globale.

Allora perché, mi chiedo, c’è nel 2014, chi ancora costruisce enormi croci di vetta per propria vanagloria, riempiendo le cime stesse di ammassi ferrosi che non rispettano né le libertà d’espressione né quelle di culto? Sintomo di un’espressione di fede o piuttosto ancestrale bisogno di occupazione e conquista di un territorio? Aldilà del mancato rispetto ambientale in questo caso appare ancora più forte, il mancato rispetto delle sensibilità altrui.

Nel 2005 quattro alpinisti valtellinesi, salirono alla cima del Pizzo Badile e vi posero una statua del Buddha. Lo fecero sapendo bene che qualcuno prima o poi l’avrebbe distrutto, e così fu due anni più tardi. A dimostrazione che chi pone le croci di vetta non lo fa per amor divino ma con concetti assolutamente diversi, disprezzando quel pluralismo come valore essenziale dell’umanità che, come detto, è un valore universalmente riconosciuto alla montagna.
A seguito della posa del Buddha sul Pizzo Badile vi fu a Sondrio un incontro tra varie fazioni discordanti e non, e nell’occasione venne invitato un Arcivescovo il quale si espresse negativamente sul fatto di porre simboli religiosi sulle vette in quanto, fece rilevare, la croce la portiamo dentro di noi e non può essere un simbolo di conquista.
Sagge e a mio avviso giuste parole, che da Ateo mi sento di avallare senza preconcetti!

Croce del Pizzo Deta (Monti Ernici)

Fede o conquista-croce delPizzod'Eta(M.Ernici)

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Un ponte verso il nulla

Un ponte verso il nulla
di Carlo Alberto Pinelli

Molti anni fa, di fronte al proliferare sregolato delle piste per lo sci di discesa, con il corollario delle loro aggressive e devastanti infrastrutture speculative, qualcuno di noi – al culmine della frustrazione – arrivò ad augurarsi che l’arrivo di un clima sempre più tropicale finisse per rendere l’innevamento così scarso e saltuario da scoraggiare investimenti indirizzati all’ulteriore sviluppo delle stazioni sciistiche. Un paradosso, naturalmente, ma non privo di una sua amara logica. Oggi che effettivamente quelle condizioni climatiche si stanno avverando (diciamolo francamente: purtroppo!) e il mantello nevoso da cartolina natalizia cede spazi sempre maggiori alle margherite – malgrado il costoso utilizzo dei cannoni spara-neve – i messaggi che ci giungono dai principali centri invernali sono tutt’altro che rassicuranti e anzi si allontanano sempre più da quelle che dovrebbero essere riflessioni sensate e saggi ridimensionamenti. Poco rassicuranti soprattutto per chi difende il valore etico e culturale di un sano rapporto tra gli esseri umani e la montagna. Tralascio di accennare qui allo scandalo del progettato collegamento funiviario tra la valle d’Ayas e Cervinia, perché di ciò si parlerà in altra sede e assai presto. E mi concentrerò su “scandali” diversi, forse meno macroscopici ma alla radice altrettanto inquietanti.

Punta Helbronner come saràPonte-nulla-01

Per far fronte al progressivo calo delle presenze degli sciatori gli operatori turistici europei stanno escogitando affannosamente nuove proposte alternative, capaci di riempire di un pubblico pagante, comunque vada la stagione, le migliaia di alberghi sovra-dimensionati, frutto della speculazione e dell’avidità consumistica. Purtroppo le proposte non vanno in direzione della riscoperta (e riproposizione in forme appetibili) del fascino della “frequentazione dolce”: passeggiate nei boschi a piedi o a cavallo, visite culturali, trekking con ciaspole verso le zone più alte, corsi di cucina tipica, incontri con i saperi tradizionali, ecc. ma insistono a offrire il miraggio patinato di una montagna da operetta, vissuta sempre più come una ludoteca in cui, senza pericolo e con limitata fatica, si possono gustare forti e volatili pseudo-emozioni, anche in mancanza di neve. Insomma, una squallida parodia, ricalcata sui peggiori stereotipi urbani.

Ho visto recentemente che la pubblicità delle stazioni sciistiche dell’alta Provenza invita il pubblico a visitare “Il paese della Cuccagna”. Qualcuno da quelle parti deve aver letto molto superficialmente Pinocchio!

Due o tre altri esempi chiariranno meglio il senso di quello che sto scrivendo. A Titlis, in Svizzera, è stata costruita una funivia con cabina rotante per raggiungere un ponte “tibetano”, sospeso nel vuoto e lungo ben 107 metri. A Solden in Austria, e all’Aiguille de Midi in Francia sono in funzione piattaforme protese sul vuoto, con pavimento di vetro: il brivido della vertigine è garantito! Perfino in Cina, nelle montagne Tien Amen, c’è ora un ponte-giocattolo, disteso tra una guglia e l’altra, a quota 4700 metri. Alla Punta Helbronner, sul confine tra Italia e Francia, entrerà in funzione un ristorante vero e proprio, gestito da Eataly. Anche in questo caso gli infreddoliti frequentatori lo raggiungeranno servendosi di una avveniristica cabina rotante. Non sarebbe male organizzare picchetti con striscioni di denuncia di fronte agli sfavillanti locali di questa tanto lodata catena di ristorazione. Qualcuno si candida?

Ferrata Tridentina
Ponte-nulla-tridentina1Con un filo di ironica esagerazione potremmo parlare di un concentrico tentativo di circonvenzione di persone alle quali, volutamente, non vengono forniti gli strumenti conoscitivi e culturali necessari per comprendere le dimensioni dell’inganno che stanno subendo e per accostarsi con piacere e curiosità a un rapporto con la montagna davvero alternativo.

Quando noi di Mountain Wilderness in un recente passato denunciavamo il rischio che l’esperienza dell’incontro con la montagna venisse ridotta a un infantile divertimento da luna park, davamo ingenuamente alle nostre affermazioni un significato soltanto analogico. Ora invece ci troviamo di fronte ad una realtà letterale. I ponti “tibetani” oscillanti, i passaggi su corda “alla tirolese”, le carrucole, ecc. offrono gli stessi identici brividi a buon mercato della grotta delle streghe dei vecchi luna park. Parchi tematici per frequentatori “mordi e fuggi”, di bocca buona.

Ricordate la campagna che la nostra associazione fece per arginare lo sviluppo delle vie ferrate? Allora moltissimi tra i frequentatori delle Alpi ci accusarono di estremismo elitario. “Perché” ci chiedevano “ve la prendete proprio con chi si impegna a raggiungere una vetta accettando di venire aiutato nell’impresa da qualche cavo metallico e da poche scalette? Non ci sono misfatti più gravi contro i quali puntare il dito?” Sì, in effetti c’erano allora e ci sono anche oggi. E tuttavia, con il senno di poi, bisogna riconoscere che la ragione stava già in quegli anni dalla nostra parte. I principi apparentemente innocui – o quasi – che giustificano le vie ferrate si sono rivelati semenze infide dalle quali è sbocciata la malapianta delle attuali macroscopiche aberrazioni. Il brivido della verticalità e della vertigine, il fascino di paesaggi ammirati dall’alto, il divertimento atletico, tendono a divenire gusci vuoti quando vengono conseguiti artificialmente, eliminando o riducendo al minimo il rischio calcolato, l’intelligenza nella scelta dei vari passaggi, l’intuizione dell’itinerario migliore, in una parola l’immersione nella montagna autentica, affrontata contando solo sulle proprie forze fisiche e energie psichiche. Non è un caso, ma piuttosto una deriva inevitabile, se il modello delle vie ferrate, esportato nel resto dell’Europa, si sia degradato a una grottesca caricatura. Un gioco da kindergarten per adulti di fronte al quale non si sa se piangere o ridere! Basta scorrere, ad esempio, la guida “Randoxigene-Via Ferrata”, edita dal Consiglio Generale delle Alpi Marittime francesi per rendersene amaramente conto.

Sento già la solita voce che esclama indignata: “Ma allora voi condannate ogni forma di divertimento all’aria aperta! Se pensate che divertirsi sia una colpa assomigliate troppo ai Telebani!” Cosa rispondere? Intanto premettendo che ciascuno può comportarsi come meglio credere purché (sottolineiamolo!) quei suoi comportamenti non interferiscano negativamente con le aspettative e i desideri di altri esseri umani. E poi il termine divertimento possiede diversi e anche opposti significati. C’è un divertimento epidermico, esclusivamente ludico, che ci allontana da noi stessi; e c’è un divertimento che può aiutarci a entrare più profondamente in noi stessi. Sinceramente non riesco a individuare molta dignità in un divertimento che altera, anche visivamente e in modo indelebile, il messaggio della montagna e allontana i suoi adepti dalla possibilità di aprirsi all’esperienza della natura incontaminata; non solo, ma rende anche impraticabile la fruizione degli stessi luoghi per chi fosse interessato a viverli in modo diverso. Il veleno che il modello delle vie ferrate secerne è sottile, inavvertito, facilmente sottovalutabile. Proprio per questo può essere assai pericoloso.

A conti fatti credo che dovremmo avere il coraggio di riprendere – magari in forme nuove e con parole d’ordine più articolate – questa nostra vecchia battaglia. Senza tema di scandalizzare qualcuno e di andare, come sempre, coraggiosamente contro-corrente.

Ristorante girevole dello Schilthorn

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Monti Sibillini: una possibile alba

La serie in tre puntate di La lunga notte dei Sibillini ha, per usare le parole di Luigi Nespeca, “ricostruito la vicenda del Parco dei Monti Sibillini con pazienza e accuratezza”.

Chi volesse ripercorrere questa storia può farlo ai seguenti link:
La lunga notte dei Sibillini 1  8 novembre 2014
La lunga notte dei Sibillini 2  4 dicembre 2014
La lunga notte dei Sibillini 3  4 gennaio 2015

Nella terza parte, tramite la sezione “commenti”, si era da tempo avviata una costruttiva discussione spontanea, come se questo Gogna Blog fosse diventato un forum “istituzionale” per tale problema.

L’iter culturale e amministrativo è ancora lungi dalla conclusione, pertanto abbiamo deciso di continuare, scegliendo un “commento” che ci pare particolarmente significativo per iniziare un’altra serie, Monti Sibillini: una possibile alba, che ci auguriamo fortunata e produttiva come la precedente.

Monti Sibillini: una possibile alba
di Luigi Nespeca

Purtroppo mi rendo conto che queste montagne sono ormai famose non più per la bellezza dei territori e la biodiversità che conservano, ma piuttosto per il marasma di contraddizioni che domina le valli, le praterie e le vette. Un marasma, unico in tutto il paese, che ormai sembra essere l’unica vera endemia del Parco.

Monti Sibillini, Cima del Redentore. Foto: www.fotografiadinatura.it

AlbaPossibile1-06. CIMA DEL REDENTORE - MONTI SIBILLINI

Paolo Caruso mi ha citato in un commento alla serie La lunga notte dei Sibillini, quindi ho deciso di intervenire nella discussione.

Due parole riguardo la vicenda che mi vede protagonista, accusato di grave terrorismo ambientale: nel mese di ottobre ho ricevuto tre verbali per aver introdotto un cane nel parco, nelle stesse aree in cui cani randagi girano indisturbati. Gli accertamenti sono scaturiti da un’importante e lunga indagine, svolta interamente su internet, da cui sono state scaricate foto, filmati e racconti, senza di fatto averne verificato le coordinate spazio-temporali. Peccato non aver mai incontrato personale del Parco o del CFS sul territorio ad informare gli escursionisti. Comunque la questione è all’attenzione di un ricorso che ho presentato, anche al ministero.

Non vorrei porre però l’attenzione sulle mie disavventure personali, ma tornare ai punti salienti della discussione: la segnaletica e la fruizione del parco.

1- La segnaletica del Parco
Ricordo romanticamente i tempi in cui si programmavano le escursioni sui tavoloni di legno nei rifugi, studiando il percorso sulle carte IGM e consultando la letteratura e le guide esperte. Ora con i GPS o un semplice tablet basta vedersi all’attacco del sentiero per dare inizio all’avventura.

Niente di più sbagliato! Il mio consiglio è comunque di avere nello zaino documentazione cartacea e di affidarsi a un professionista della montagna: fatevi sempre accompagnare da bravo avvocato amministrativo – non me ne voglia l’amico Paolo Caruso e portate sempre con voi il codice civile e di procedura penale, oltre all’ultima versione del regolamento del Parco, aggiornato agli ultimi editti emanati.

Il fatto che l’Ente Parco sponsorizzi solo le sue cartine e di fatto sanzioni o metta a rischio l’incolumità di chi non le usa mi sembra una concorrenza sleale per altri editori ed un ricatto commerciale nei confronti dei consumatori/turisti.

Inoltre affidarsi alla segnaletica del Parco risulta arduo perché, ove presenti, i tabelloni informativi sono aperti all’interpretazione dell’escursionista e presentano correzioni a pennarello di dubbia validità. Se è vero che sono stati spesi tutti quei soldi allora sarebbe opportuno sostituire i pannelli quando non più validi in base a nuovi divieti, invece di impegnare un addetto per fare il giro dei tabelloni e ripassare le cancellature con il pennarello, che non mi sembra un’attività conforme e degna di un Parco Nazionale.

Consiglio la visione del sopralluogo che ho realizzato nel Parco nel mese di ottobre, sulla situazione della segnaletica. Ecco il video:


2- La fruizione del Parco
S
icuramente avrete visionato il documentario presente nel canale YOUTUBE del parco, in cui al minuto 5.35 il dr. Perco dichiara che i Monti Sibillini sono fin troppo noti e che nel futuro occorre aumentarne la riservatezza. In una frase è esplicitata la politica alla base della attuale gestione del Parco.

Ecco il video:

Fortunatamente in altri Parchi Naturali nelle regioni vicine, l’indirizzo nella gestione degli equilibri tra tutela ambientale, popolazione locale e turistica ed economia ha virato nella direzione opposta, riconoscendo che la condivisione e la partecipazione tra istituzioni e popolazione possano solo giovare al raggiungimento delle finalità di un Parco Naturale.

Un esempio: sabato scorso (10 gennaio 2015) ero a Subiaco per la conferenza stampa di presentazione di un Trail che attraverserà l’intero territorio del Parco dei Monti Simbruini, riserva naturale più estesa del Lazio, oltre che di grandissimo interesse naturalistico, ricca di animali selvatici (anche l’Orso Marsicano transita per quei boschi) e paesaggi di montagna selvaggia.
Tutti i rappresentati delle istituzioni dal commissario del parco al direttore dell’agenzia per il turismo, dall’assessore regionale all’ambiente al direttore dell’agenzia regionale dei parchi convengono che: “occorre preservare il bene naturalistico affinché il maggior numero di persone lo possa vedere” e che “Non si tratta di sopportare una manifestazione. Il trail è più bello se si fa in un parco ed il parco è più bello se ci si fa il trail”.

Per maggiori info ecco l’articolo: http://www.appenninico.it/?p=859

Quindi è evidente che un “cambio di poltrone” ai vertici di un parco aiuta sempre a ritrovare la rotta, infatti il nuovo Direttore dei Simbruini ha dato l’impulso per avviare una stretta collaborazione sinergica tra istituzioni, associazioni sportive, operatori turistici per aumentare l’interesse nella popolazione per la tutela della risorsa ambientale e naturalistica.

Appena la voce che nel Paese alcune aree protette vengono ancora gestite all’insegna del divieto selvaggio, della repressione o suon di sanzioni a turisti/escursionisti/alpinisti giungerà all’attenzione dell’orecchio giusto, qualcuno telefonerà a Visso per chiedere spiegazioni. Qualcuno presto si renderà conto che la politica di “fatturazione” a discapito delle tasche di turisti che praticano attività eco-sostenibili, in favore di attività di stampo venatorio (come la conta della coturnice con cani da caccia liberi e il prelievo selettivo del cinghiale tramite abbattimento) non rappresenta certo una strategia di tutela ambientale, né tanto meno un alternativa di sviluppo economico per la popolazione. Allora si cambierà rotta!

Siamo grandi e responsabili, non abbiamo certo bisogno dei “giochini” ed “indovinelli” che il Parco dei Sibillini pubblica sulla pagina facebook in nome della pedagogia: l’educazione e la formazione è altro.

Ricordo che l’educazione (intesa come formazione etica delle generazioni) salverà il pianeta, i divieti e la repressione ovviamente no.

L’autore, Luigi Nespeca, con il suo cane-alpinista Melody in marcia sul Monte Autore (Monti Simbruini)
AlbaPossibile1-Nespeca,Luigi-caneMelody-MonteAutore(Simbruini-Ernici)

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La lunga notte dei Sibillini 3

A proposito del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, qui di seguito riporto due lettere di Paolo Caruso, una del 27 ottobre e l’altra del 28 ottobre 2014. Come appendice, riporto uno scambio di missive originato da una lettera di Alessandro Fabbrizio del 5 agosto 2014. Terza parte (3-3).

Monti SibilliniLungaNotteSibillini3-monti sibillini

Paolo Caruso, 27 ottobre 2014
Cari amici,
siamo stati molto occupati e solo ora possiamo aggiornarvi su alcune vicissitudini relative al Parco dei Sibillini. Il 20 di ottobre il Parco ci ha inviato un’altra comunicazione, il documento n. 6158 del 17.10.2014 che leggeremo appena possibile e a cui entro 30 giorni eventualmente risponderemo.

Innanzitutto ci fa piacere farvi sapere che la sanzione alla Guida Alpina Paolo Caruso è stata annullata (!). Nel documento 5730 del 30 settembre 2014 si legge infatti: “La sanzione le è stata levata dal Corpo Forestale dello Stato…”. Ringraziamo quindi il Direttore e il Corpo Forestale per aver riconosciuto il non sussistere del fatto ai danni del suddetto. Speriamo che presto, a seguire, venga anche riconosciuto il diritto di TUTTI gli alpinisti, di poter finalmente riprendere, dopo ben 6 (sei) anni, la pratica dell’alpinismo come avviene in tutti i parchi di montagna del mondo. Complimenti a tutti per il buon esito della faccenda, d’altronde eravamo certi che alla fine il buon senso avrebbe prevalso (!).

Nonostante la buona notizia, riteniamo comunque opportuno condividere alcuni punti importanti per i quali siamo ancora in attesa di risposte esaustive. Se non riusciremo a ottenerle entro breve tempo, non staremo ulteriormente a rinnovare le nostre richieste al Parco come per altro siamo stati già costretti a fare e ci rivolgeremo alle autorità preposte.

Vogliamo iniziare da quanto affermato dal Presidente Olivieri nella sua mail del 09/09/2014:
in merito alle e-mail di Paolo Caruso e ai relativi commenti, contenenti molte imprecisioni […]. Non posso, infine, non manifestare il mio disappunto per queste continue polemiche fondate su informazioni approssimative e che talvolta appaiono provocatorie e strumentali al mero raggiungimento di interessi particolari.“

ACQUISIZIONE DI INFORMAZIONI
Noi abbiamo diritto all’accesso alle informazioni che devono essere disponibili e pubbliche. Vogliamo ricordare che in diverse occasioni siamo stati costretti a richiedere al Parco chiarimenti, approfondimenti, documenti citati a motivazione delle scelte dell’Ente e non disponibili. Il Parco ha risposto a tali richieste con riluttanza, dopo numerosi solleciti e talvolta non ha proprio risposto. Abbiamo inoltre richiesto di essere tenuti aggiornati e di essere coinvolti nei processi decisionali in materia di regolamentazione delle attività alpinistiche. Ciò non è avvenuto, sebbene previsto e auspicato dalle leggi italiane ed europee. Perfino la promessa del Direttore riscontrabile nella sua e-mail del 28/05/2013 in cui si richiedeva la nostra disponibilità a partecipare a “non meno di 4 incontri” è stata puntualmente e inspiegabilmente disattesa. Il Parco non può che biasimare se stesso per non aver comunicato in modo efficiente ed esaustivo con i propri stakeholders e per non averli adeguatamente coinvolti nelle diverse fasi dei processi in atto, in modo da evitare la situazione che si è venuta a creare.

A questo proposito, facciamo presente che la Convenzione di Aarhus, come ben specificato anche nella e-mail di Silvia Bonifazi, evidenzia l’importanza e l’obbligo di un coinvolgimento reale, non certo di “facciata”. Non è di sicuro sufficiente il verbale di un’unica riunione (quella dell’8 luglio ‘14) in cui per altro sono state semplicemente comunicate decisioni già prese dal Parco in modo unilaterale e senza alcuna concertazione, per dimostrare il rispetto di tale Convenzione. Come non è sufficiente limitarsi a concedere un tempo di 5 gg (come è avvenuto in occasione dell’incontro dell’8 luglio e della pubblicazione degli atti all’Albo Pretorio, dopo ben 6 anni di attesa!!) per far pervenire eventuali commenti e suggerimenti che poi sembrano non essere stati minimamente presi in considerazione nel Regolamento pubblicato all’Albo Pretorio (vedi le “Richieste di modifica e integrazione ai decreti 48 del 28/08/2014 e 384 del 29/08/2014” proposte dalla Guida Alpina Paolo Caruso e dal dott. Marco Speziale) per parlare di processo “condiviso”. Lo ripetiamo e sottolineiamo con forza: il Regolamento emanato dal Parco dei Sibillini è frutto di un’attività che vede coinvolto come unico portatore di interesse (questo si particolare) il Collegio delle Guide Alpine delle Marche. E ciò costituisce grave irregolarità e inadempienza.

GLI INTERESSI “PARTICOLARI”
Il Presidente Olivieri forse non si rende conto che disappunto, insieme a sconforto e indignazione, sono esattamente i sentimenti che il Parco suscita in noi, insistendo nel difendere provvedimenti inappropriati e discriminanti, continuando ad evitare azioni costruttive. Al Presidente vogliamo ricordare inoltre che non è corretto (e, anzi, si colloca al limite della diffamazione) parlare di “interessi particolari” e insinuare che le nostre azioni siano mirate al raggiungimento degli stessi. In questo modo potrebbe essere messa a tacere ogni forma di dissenso civile! Ricordiamo invece al Presidente che dovrebbe più correttamente riferirsi a noi come “portatori di interesse” o stakeholders, concetto ben diverso e che definisce “Qualsiasi gruppo o individuo che può influire o essere influenzato dal raggiungimento degli obiettivi di una organizzazione” (Freeman, 1984). In quanto gruppo di alpinisti amatoriali e professionisti, appassionati di montagna a 360 gradi, siamo stati negativamente colpiti dalle decisioni del Parco dei Sibillini in materia di alpinismo e siamo preoccupati di una possibile escalation, a danno anche di altre attività. Riteniamo un nostro diritto-dovere quello di interloquire con l’Ente e chiedere di essere ascoltati, anche perché le proposte che portiamo avanti sono serie, ben circostanziate e assolutamente compatibili con la tutela della fauna, la flora e gli habitat del Parco. Ma partono dal presupposto che la convivenza tra uomo e natura sia possibile e auspicabile, obiettivo per altro indicato dalle direttive degli organi internazionali.

L’importanza e il ruolo degli stakeholders sono riconosciuti dalla normativa italiana ed europea, ma se il Parco non sa distinguere la differenza tra “interessi privati” e “portatori di interesse”, non stupisce che non sappia come gestire correttamente il rapporto con questi ultimi, e in particolare con noi. Di conseguenza, è forse il caso di rispedire definitivamente al mittente le affermazioni su menzionate e richiedere l’utilizzo di termini più appropriati e civili, oltre al riconoscimento dovuto (Convenzione di Aarhus). Sarebbe consono all’importante ruolo rivestito dalla Dirigenza del Parco scusarsi piuttosto che insistere in insinuazioni offensive. Ci sembra, inoltre, importante ricordare a tutti che il dissenso nei confronti dell’operare del Parco non è certo limitato a un paio di persone (nello specifico Paolo Caruso e Marco Speziale) come il Direttore e il Presidente, strumentalmente, vogliono far credere. Il fronte del malcontento, anche al di là dei soggetti sottoscrittori del presente documento in rappresentanza di un gruppo ben più numeroso di persone, è invece ampio e variegato, come dimostra anche la lettera aperta del Presidente del CAI Martini al Ministro dell’Ambiente.

ALBO PRETORIO
Il 3 settembre 2014 sono stati richiesti al Parco gli atti citati nei decreti n. 48 del 28/08/2014 e n. 384 del 29/08/2014 pubblicati all’Albo Pretorio, che non erano stati resi pubblici. Tali atti sono stati inviati soltanto dopo 43 giorni e diversi solleciti! A tale proposito, il Direttore nel documento 5730 del 30-09-2014 scrive;

l documenti richiamati in motivazione non devono, in ogni caso, essere necessariamente allegati […] va escluso il diritto di accesso volto ad esercitare un potere esplorativo di vigilanza attraverso il diritto all’acquisizione conoscitiva di atti o documenti […] sebbene il numero elevato di mail inviate (otto, se si considera solo il periodo dal 3 al 15 settembre 2014) sia tale da lasciare perplessi […].”

A parte il fatto di dover essere costretti a richiedere più volte gli stessi atti, cosa che non dovrebbe certo essere necessaria, ma il fatto paradossale è essere accusati di esercitare un “potere esplorativo” e di “inviare un numero elevato di e-mail” a causa di ciò. In realtà, come detto, buona parte di queste mail sono state scritte semplicemente perché il Parco non ha ottemperato a quanto previsto dalla legge, inviando gli allegati ben dopo il tetto massimo dei 30 giorni previsti, scadenza evidenziata perfino dallo stesso Direttore del Parco nel documento 5730 (!), e solo dopo diversi solleciti. Quindi il Parco lamenta di ricevere le troppe mail che ci costringe a scrivere per poter esercitare il nostro legittimo diritto di conoscenza!!! Sembra assurdo ma questi sono i fatti, per altro ben dimostrabili. 

Vogliamo inoltre precisare quanto contemplato dalla legislazione in tema ambientale. Infatti, la normativa vigente, come ricordato dal Parco, non consente istanze volte a un controllo generalizzato della PA, con un’unica importante eccezione:

“[…] l’art. 3, d. lgs. n. 195 del 2003 (con il quale è stata data attuazione alla direttiva 2003/4/Ce sull’accesso del pubblico all’informazione ambientale) chiarisce che le informazioni ambientali spettano a chiunque le richieda, senza necessità, in deroga alla disciplina generale sull’accesso ai documenti amministrativi, di dimostrare un suo particolare e qualificato interesse […] la medesima disposizione estende il contenuto delle notizie accessibili alle “informazioni ambientali” (che implicano anche un’attività elaborativa da parte dell’amministrazione debitrice delle comunicazioni richieste), assicurando, così, al richiedente una tutela più ampia di quella garantita dall’art. 22, L. n. 241 del 1990, oggettivamente circoscritta ai soli documenti amministrativi già formati e nella disponibilità dell’amministrazione (Cfr. TAR Lazio Roma, Sa III, 28.6.2006 n. 5272, TAR Campania Sa, IV, 21.5.2009, n.2466”). (“Albo Pretorio online e diritto di accesso”, Avv.ti A. Cordasco, D. Tomassetti, GA n. 2, 2011). Ciò ammesso che i documenti in questione non dovessero effettivamente essere allegati al Regolamento pubblicato. Resta infatti da dimostrare l’assunto del Direttore che “Trattandosi di atti destinati ad una applicazione generale sia la motivazione, sia le modalità di partecipazione sono differenti rispetto agli altri atti.” Ci sembra che una direttiva che regolamenta in modo esclusivo l’attività alpinistica possa essere considerata molto specifica; in questo caso, la sua pubblicazione all’Albo pretorio online verrebbe a rientrare nelle più generiche norme specificate nell’apposito Vademecum (vedi www.funzionepubblica.gov.it) in cui si legge:

“[…] 6. La consultazione dei documenti deve sempre riportare all’utente, chiare e ben visibili:

[…] e. la lista degli allegati, consultabili, riferiti alla pratica.”

Vorremmo infine avere un’ultima delucidazione dal Direttore Perco in merito alla seguente affermazione: “Resta, ovviamente, in capo all’amministrazione adottare l’atto finale che, non necessariamente deve coincidere con le sue aspettative, le quali comunque sono state valutate e in parte accolte”. Vorremmo infatti che ci indicasse quali suggerimenti sono stati accolti e soprattutto dove e quando verranno integrati nel nuovo Regolamento che stiamo aspettando di vedere pubblicato all’Albo Pretorio !

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CHI PERSEVERA NELLE IMPRECISIONI
Il Presidente ci accusa anche di essere imprecisi…un commento che fa sorridere se si esaminano le molte e gravi “imprecisioni” commesse dal Parco stesso in questa vicenda, considerando che si tratta di un Ente pubblico e non certo di un gruppo di privati… oltre a quelle di cui sopra, ne ricordiamo alcune altre:

Il Direttore Perco, sempre nel documento 5730, a proposito del Colle delle Cupaie riporta:

“Preme infine ricordare che, ai sensi della DGR Marche n. 1471 del27/10/2008 “nel periodo dal 1 gennaio – 31 agosto sono vietati l’arrampicata sportiva, le escursioni, le osservazioni ravvicinate e il volo ad una distanza inferiore a 500 m dal sito di nidificazione”.

Il Direttore vorrebbe forse applicare il DGR Marche 1471 al Colle delle Cupaie? Non possiamo allora che far presente allo stesso Direttore che:

  • il personale del Parco dovrebbe almeno sapere che il Colle delle Cupaie non si trova nel territorio marchigiano, ma in Umbria, nel comune di Norcia!;
  • l’arrampicata non può essere assunta come “capro espiatorio”, cioè non si può vietare solo l’arrampicata e non considerare le altre attività, come per altro ricordato anche dal Direttore nel documento sopra citato. Ma allora perché il decreto 384 del Parco circoscrive il divieto alla sola arrampicata? Perché continuare con questa assurda discriminazione? O il rischio di disturbo alla specie esiste ed è reale, e quindi occorre prendere tutte le misure del caso per evitarlo, oppure siamo di fronte a un atto di facciata, che penalizza un’unica categoria ritenuta numericamente e/o civilmente irrilevante, per non dire una categoria nei confronti della quale il Parco ritiene giudizi (o pregiudizi) dettati unicamente dall’ignoranza. Si fa presente che attualmente si vieta l’arrampicata, nel periodo indicato, anche sulle cosiddette “roccette Zazzà” che distano circa 450 metri in linea d’aria dall’”ipotetico” nido del falco pellegrino (ricordiamo a tal proposito che il divieto è stato introdotto solo lo scorso anno senza che alcuna nidificazione sia mai andata a buon fine) mentre invece si consentono tutte le altre attività perfino nei pressi dello stesso! Nel merito dell’arrampicata, i “Criteri minimi uniformi per la definizione di misure di conservazione relative a Zone speciali di conservazione (ZSC) e a Zone di protezione speciale (ZPS)” emanati dal Ministero dell’Ambiente (D.M. 17 ottobre 2007) prevedono la regolamentazione per “[…] l’avvicinamento a pareti occupate per la nidificazione di […]  mediante elicottero, deltaplano, parapendio, arrampicata libera o attrezzata e qualunque altra modalità”.

Se ne deduce che non è contemplato uno specifico per la sola arrampicata; inoltre, la distanza dei 500 metri è una misura (a nostro avviso piuttosto arbitraria) introdotta dalla legge regionale delle Marche, ma non prevista dalla normativa europea (direttiva n. 79/409/CEE Uccelli), né dai criteri minimi del MATTM. Ma in ogni caso, se anche si volesse prendere in considerazione “l’originale” divieto marchigiano dei 500 metri per esportarlo “a forza” in UMBRIA, evidentemente bisognerebbe chiudere anche la strada che da Norcia va a Castelluccio, dato che passa a circa 100 metri dalla falesia del Colle delle Cupaie.

Se esistono ragioni serie e motivate per introdurre un divieto, questo deve essere applicato con buon senso, in modo equo, giusto, appropriato e per tutte le attività, senza discriminazione alcuna.

PORTATORI DI INTERESSE e CONVENZIONE DI AARHUS
Dopo anni di vane parole e promesse, è stato approvato un regolamento concordato con un solo stakeholder, il Collegio delle Marche. Tale regolamento è stato bocciato dalla gran parte degli alpinisti presenti alla riunione dell’8 luglio e da molti altri per la sua approssimazione, inadeguatezza e per la mancata condivisione delle modalità in esso previste. Non crediamo ci sia bisogno in questo contesto di sottolineare ulteriormente i motivi di tale bocciatura. Basti ricordare che la maggioranza degli alpinisti amatoriali e professionisti che frequentano con una certa regolarità il Parco dei Sibillini, a esclusione delle 3 guide alpine marchigiane (già, perché queste sono le guide alpine residenti nelle Marche presenti in detto “Collegio” – ma, come detto, il Parco ha una idea tutta sua sul coinvolgimento dei portatori di “interessi”) non condividono, né nei contenuti né nei modi, quanto portato avanti dal Parco in materia di alpinismo e arrampicata. Nel caso ce ne fosse bisogno, ricordiamo ancora una volta quanto espresso in questo senso anche dalla Presidenza del CAI…Si sottolinea però che, nonostante le discutibili modalità del Parco, alcuni di noi hanno continuato ad adoperarsi in modo costruttivo con la disponibilità sempre dimostrata per migliorare e rendere condivisibile il regolamento redatto dal Collegio marchigiano, come da commenti scritti di Paolo Caruso, di Marco Speziale e di Alessandra Baldelli.

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI
Nel documento 376 del 27/08/2014 – Progetto “Praterie Alto Montane” si legge: “Tutte le attività connesse o funzionali anche indirettamente alla realizzazione degli interventi di cui al presente articolo devono essere improntate alla massima sostenibilità ambientale; in particolare, l’utilizzo di mezzi a motore deve essere limitato allo stretto necessario e comunque confinato alle sedi stradali.”

Per quale motivo quanto sopra specificato non viene rispettato? Infatti, come confermato dal Corpo Forestale contattato dal Dott. Speziale è stato concesso il permesso di transito in Val di Bove, ove non esiste alcuna strada e alcun tipo di carrareccia, ai mezzi motorizzati con ordinanza del Sindaco di Ussita 1/2005. I mezzi motorizzati attualmente percorrono, per fini “produttivi”, i prati della Val di Bove per arrivare perfino in prossimità del M. Bove Nord, nelle immediate vicinanze dell’area vietata all’alpinismo e all’escursionismo. E’ possibile considerare l’alpinismo e l’escursionismo più impattanti rispetto alle attività dei mezzi motorizzati? E poi, se anche si volesse concedere il transito a tali mezzi per fini produttivi, perchè allo stesso tempo è stato sanzionato un professionista della montagna durante l’esercizio della sua professione? Non si tratta forse sempre di un’attività produttiva? La legge è uguale per tutti o ci sono cittadini di serie A e altri di serie B?

ACCUSE INFONDATE DEL DIRETTORE PERCO e DEL COLLEGIO DELLE MARCHE
La Guida Alpina Paolo Caruso si vede nuovamente costretta a richiamare il Direttore Perco e il Collegio delle Marche affinché desistano dall’insistere nell’accusa di irregolarità nei suoi confronti, per il fatto di non essere iscritto al Collegio marchigiano. Non sembra il caso dover prendere dei provvedimenti (diffamazione con relativa ripercussione nel penale e nel civile) per un’accusa così palesemente insensata, ma si spera vivamente che si ravvedano e la smettano, altrimenti le misure del caso dovranno essere prese. Tale affermazione fu già confutata facilmente in occasione della “disinformata” e infelice pubblica affermazione del Sig. Fabio Miconi in rappresentanza del Collegio marchigiano stesso. Tuttavia, nel documento prot. 5730 del 30 settembre 2014 il Direttore Perco torna alla carica e, insistendo con infondate polemiche, dichiara:

“Lei, innanzitutto, non risulta iscritto presso il Collegio delle Guide alpine di Marche e non ci risulta che possa svolgere esercizio professionale, se non in via occasionale e senza carattere di esclusività, nelle Marche […]!”

Non vogliamo credere che il Direttore abbia avuto intenzione di svolgere azioni di persecuzione nei confronti di qualche Guida Alpina, entrando in meriti e valutazioni che neanche gli competono, ma da quanto riporta sembra particolarmente disinformato. Non si ritiene necessario citare nuovamente la normativa, in quanto è stato già fatto nella e-mail del 23 novembre 2010 cui si rimanda il Direttore Perco. Si ricorda solo al Direttore che la Guida Alpina suddetta risiede in Umbria, insieme ad altre Guide Alpine, e non ha recapito nelle Marche in quanto non svolge attività fissa o stagionale in questa regione, dato che la sua attività lo porta a operare in numerose regioni italiane, tra cui Umbria, Lazio, Toscana, Liguria, Piemonte, Val d’Aosta, Lombardia, Trentino, Marche, Emilia Romagna…oltre che al di fuori dell’Italia…

Per chiarimenti ulteriori si rimanda il Direttore alla consultazione del sito web www.metodocaruso.com  ed eventualmente ai testi scritti da Caruso, inclusi quelli per il Collegio Nazionale delle Guide Alpine e per il CAI, in modo da comprendere l’oggetto del suo lavoro e i differenti luoghi che frequenta.
Questo documento per ora è firmato soltanto da quelli di noi che hanno partecipato alla nostra ultima riunione del 18 ottobre 2014 o ne hanno potuto condividere direttamente i contenuti, tra cui Guide Alpine-Maestri d’Alpinismo, Istruttori, alpinisti.
Paolo Caruso
Luigi Mario
Marco Speziale
Luigi Martino
Silvia Bonifazi
Carla Amagliani
Ada Cristofori
Ferdinando Daini
Roberto Ferrante
Micaela Solinas
Lucio Marcantonini
Peppe Vergari
Giovanni De Marchi
Kristian De Marchi
Gabriella Bagnarini

PS
Chiunque volesse visionare i documenti menzionati in questa comunicazione e che non abbiamo allegato per non “appesantirla” troppo, può richiederceli senza alcun problema.

Paolo Caruso, 28 ottobre 2014
Cari amici,
mi scuserete per questa mia seconda e-mail ma ritengo doveroso informarvi delle azioni intraprese dalla rappresentante umbra di Mountain Wilderness, Cristina Garofalo, di concerto con il Collegio delle Marche.

La Signora di MW ha inviato al Collegio marchigiano prima e, di comune accordo, al Collegio Nazionale e al Collegio Toscano (dove sono iscritto) poi, una e-mail di “Segnalazione comportamento offensivo della Guida Alpina Paolo Caruso”. Proprio lei che ha offeso me e tutti noi nella sua prima e-mail, ha pensato bene di denunciare il mio presunto “comportamento offensivo”, girando a detti collegi una mail specificatamente “personale” che avevo scritto a lei e non certo più offensiva della sua. Penso che alla Signora di cui sopra sarebbe utile studiare a fondo non solo la Convenzione di Aarhus, ma anche la legge sulla privacy, per la quale sarà tenuta a rispondere. Lo stesso Marco Vallesi, Presidente del Collegio marchigiano ha scritto frasi che sembrano apparire offensive non solo nei miei ma anche nei confronti di voi tutti, eccole:

“Non posso che comprendere il suo disappunto oltre che condividere, a nome di tutto gli iscritti a questo Collegio, il biasimo nei confronti del Sig. Caruso. Ciò nonostante, i reiterati comportamenti dei singoli portatori di “disinteresse” rischiano di rallentare il fisiologico processo di integrazione uomo-ambiente, ambiente-ambiente, uomo-uomo.”

Invece di collaborare per risolvere i problemi, alcune persone insistono per mantenere le “loro personali posizioni” cercando di mettere in cattiva luce tutte le voci che richiedono una volta per tutte di giungere a soluzioni appropriate e condivise.  E’ degno di nota il fatto che, tra l’altro, ci risulta che siano rimasti gli unici a difendere quelle posizioni.  Ritengo comunque molto meschino e perdente andare “sul personale” piuttosto che affrontare i contenuti e le critiche costruttive che tutti noi stiamo portando avanti relativamente ad alcune delle problematiche generate dalle azioni del Parco Nazionale dei M. Sibillini. A noi interessa parlare dei contenuti, non altro. Men che meno ci interessano le polemiche personali. Per questo non mi soffermo ulteriormente sulle azioni della Signora di MW, considerando anche che, a seguito delle risposte ricevute, non credo si dedicherà ad ulteriori “azioni di aggressione” e di “disinformazione”. Per quel che riguarda invece detto Collegio marchigiano, invito a ricordare l’intervento… diciamo poco “conforme alla situazione” del loro rappresentante in occasione dell’incontro dell’8 luglio e i contenuti espressi nel regolamento, da loro stilato, che hanno suscitato un disappunto unanime. Sono questi i contenuti e le modalità del loro operare a essere evidente prova di “disinteresse” nei confronti di tutto ciò che non corrisponde al loro punto di vista. Spero che si ravvedano al più presto e comincino ad agire invece per il “bene comune”, evitando anche il pericolo di mettere in cattiva luce tutta una categoria di professionisti che sono invece molto ben preparati.

Come Guida Alpina, quindi, ci tengo a sottolineare che la maggioranza di noi professionisti della montagna, a parte dunque le poche eccezioni facilmente individuabili, crede fortemente nella possibilità di giungere a un documento ben fatto e soprattutto condiviso, mettendo a disposizione le autorevoli competenze che abbiamo proprio come professionisti della montagna. La frequentazione della montagna in modo corretto, consapevole, che si avvale delle basilari norme di sicurezza insieme all’integrazione tra l’uomo e la natura, in particolare nella pratica di attività compatibili come l’alpinismo, sono solo alcuni dei punti saldi, non solo miei ma mi sento di affermare anche della nostra categoria. Dispiace che il Parco non abbia voluto beneficiare dei consigli e delle soluzioni proposte dalle persone più capaci e preparate che hanno continuato, nonostante tutto e a distanza di anni, a mettere a disposizione le proprie competenze al fine di cercare, purtroppo inutilmente, di risolvere i problemi e di giungere a soluzioni condivise.

In pace e un saluto a tutti

Alba sui Monti Sibillini. Foto: Maurizio Pignotti
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ALESSANDRO FABBRIZIO (5 agosto 2014) a:
Alla C.A. del Direttore del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, Spett.le Dr. Franco Perco
Alla C.A. del Prefetto di Macerata, Spett.le Dr. Pietro Giardina
Alla C.A. del Procuratore della Repubblica, Spett.le Dr. Giovanni Giorgio
p.c.
Alla C.A. del Comandante Regionale del Corpo Forestale dello Stato, Spett.le Dr.ssa Cinzia Clementina Gagliardi
p.c.
Alla C.A. del Presidente del Soccorso Alpino e Speleologico Marche, Spett.le Dr.ssa Paola Riccio
p.c.
Alla C.A. del Presidente del Raggruppamento Regionale del Club Alpino Italiano, Spett.le Sig. Lorenzo Monelli
p.c.
Alla C.A. del Collegio Regionale Guide Alpine e Accompagnatori di Media Montagna, Spett.le G.A. Tito Ciarma

Egregi Signori Vi scrivo per mettere in luce un problema di pubblica sicurezza presente nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini legato alla totale incuria della rete sentieristica del Parco stesso.
I fatti sono i seguenti: il giorno 2 agosto 2014 mi sono recato al Santuario della Madonna dell’Ambro per salire sulla Vetta del Monte Priora o Pizzo della Regina seguendo l’itinerario 1.58 descritto nella Guida dei Monti Sibillini (M.Calibani-A. Alesi, Grafiche Ventura Ascoli Piceno, 2° edizione 1987) e riportato nella carta dei sentieri scala 1:25000 Parco Nazionale dei Monti Sibillini (Società Editrice Ricerche, S.EL.CA., edizione 2002). La prima parte del percorso viene descritta anche nelle Guide Geologiche Regionali, Appennino Umbro-Marchigiano Itinerario 26 (Società Geologica Italiana, BE-MA editrice N° 7/2° volume 2001).
Il sentiero che dovrebbe partire dal Santuario Madonna dell’Ambro (m 683) e che dovrebbe intersecarsi alla quota 914 m con la carrareccia proveniente da Fonte Vecchia è semplicemente inesistente. In realtà occorre salire per “fratte” su terreno infido seguendo varie pseudo-tracce che portano nel nulla all’interno di un bosco fitto che non favorisce l’orientamento, aggirando dove
possibile salti rocciosi e ripidi canali.
Si capisce che solo persone con adeguata esperienza di Montagna sono in grado di arrivare incolumi all’intersezione con la carrareccia a quota 914 m. Questo, pur essendo il sentiero riportato sia sulla carta topografica sia nelle varie guide disponibili.
Tuttavia, ho avuto modo di apprezzare la magistrale manutenzione della rete sentieristica da parte dell’Ente Parco durante la fase di discesa, di ritorno dalla Vetta del Monte Priora. Invece di riprendere alla quota 914 m il percorso per “fratte”, fatto all’andata, ho continuato a scendere lungo la carrareccia e qualche centinaia di metri più in basso ho incrociato, sulla destra, una
diramazione della carrareccia che scendeva ripidamente verso il Torrente Ambro.
Supponendo che si trattase di una strada più agevole e più sicura per tornare al parcheggio ho cominciato a seguirla e dopo qualche centinaia di metri mi sono ritrovato nel vuoto con la carrareccia che terminava bruscamente, causa erosione e conseguente frana del versante destro (orografico) del Torrente Ambro, una cinquantina di metri sopra il letto del torrente.
A quel punto sono ritornato verso l’intersezione alla quota 914 m e da lì ho cominciato a scendere non senza problemi, pur avendo adeguate conoscenze e pratica di Montagna, verso il Santuario dell’Ambro.
A seguito del mio racconto sorgono spontanee la seguenti domande:
– Il percorso da me seguito viene riportato, come già scritto precendentemente, sia sulla carta topografica che nelle guide escursionistiche pertanto l’Ente Parco è responsabile della sua manutenzione e messa in sicurezza. Perché non lo fa?
– I tracciati in disuso o che portano nel nulla, come la carrareccia che termina nel vuoto sopra il letto del Torrente Ambro, debbono essere sbarrati ed interdetti al passaggio per garantire l’incolumità delle persone. Questo lavoro rientra nelle competenze dell’Ente Parco, perché non lo fa?
– Quanti e quali sono i sentieri fantasma, cioè tutti quei sentieri del Parco Nazionale dei Monti Sibillini riportati sulle carte e/o guide, ma di fatto inesistenti? Questo genere di “sentieri” rappresenta un potenziale pericolo per tutti i frequentatori della Montagna in quanto si viene tratti in inganno dalla discrepanza tra le informazioni raccolte a tavolino (pianificazione dell’itinerario) e la situazione reale sul terreno. Risulta ovvio che la valutazione del rischio fatta a casa, essendo basata sulle informazioni disponibili, risulti totalmente errata.
– Perché l’Ente Parco non sviluppa un’adeguata rete sentieristica con tanto di indicazioni ed informazioni aggiornate come avviene in tutti i Parchi Nazionali Italiani ed Esteri?
– Chi è il responsabile per eventuali incidenti che si dovessero verificare su questi sentieri fantasma, ignorati e trascurati dall’Ente Parco?
– Perché l’Ente Parco non curando la rete sentieristica mette a rischio la sicurezza e l’incolumità dei frequentatori della Montagna? Qual è il suo fine? Non dovrebbe, al contrario di quanto sta facendo, promuovere la conoscenza, il rispetto e la fruibilità dei Monti Sibillini?
La soluzione più logica alla problematica da me esposta è rappresentata dal recupero e messa in sicurezza della rete sentieristica già presente nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini e dalla sua successiva cura e manutenzione nel tempo onde garantire la sicurezza di tutti i frequentatori della Montagna. Tale attività deve essere avviata dall’Ente Parco avvalendosi della collaborazione
del Corpo Forestale dello Stato delle associazioni di volontariato (CAI e CNSAS) e dei professionisti (Guide Alpine). Voglio anche rimarcare il fatto che l’assenza di un’adeguata rete sentieristica, oltre che a rappresentare un problema di sicurezza per le persone, favorisce lo sviluppo di decine e decine di microtracce che associate agli eventi meteorici portano all’aumento dell’instabilità superficiale dei versanti. In ultimo, aggiungo che l’eventuale emanazione di ordinanze che vietino il passaggio nelle zone dove i sentieri non sono mantenuti in corretto stato di esercizio non sono la soluzione al problema in quanto non si eliminano le criticità da me esposte. Fiducioso che le mie critiche e considerazioni vengano considerate in maniera seria e siano utilizzate in maniera costruttiva sia dall’Ente Parco sia dagli organi preposti al controllo e alla sicurezza del territorio Vi ringrazio per la cortese attenzione e colgo l’occasione per porgere i miei
Cordiali saluti.
Macerata, 5 agosto 2014
Alessandro Fabbrizio
Dottore di Ricerca in Scienze della Terra, Sci-Alpinista e Chef de Courses del Club Alpino Svizzero

Risposta di Paolo Panini
Caro Alessandro buona sera,
Ho letto con molta attenzione la tua mail e mi rendo conto della delicatezza della tua denuncia.
Ti assicuro che la stessa verrà portata in Consiglio Regionale del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico sia dal sottoscritto che dal Presidente Regionale Paola Riccio.
Ti ringrazio di cuore per la precisione delle descrizioni che ci saranno molto utili. Spero di poterti rivedere presto e magari condividere una salita con le pelli quest’inverno.
Un saluto
Paolo

Monti Sibillini. Foto: Maurizio Pignotti
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Risposta del Direttore Franco Perco
Egregio Signor dr. Alessando Fabbrizio, Macerata
Dr. Pietro Giardina Prefetto di Macerata
Dr. Giovanni Giorgio Procuratore della Repubblica
Gentile dott. Fabbrizio,
ho atteso a risponderle sino al rientro di una mia collega, dopo le ferie.
Da quanto posso constatare Ella si è fornito di una carta non ufficiale del Parco ed inoltre non aggiornata, mentre sul nostro sito può ottenere informazioni assolutamente più corrette.
Di conseguenza, Ella può trovare una descrizione dettagliata dei percorsi escursionistici nel sito web del parco al seguente link: http://www.sibillini.net/Chiedi_sibilla/sentieri/index.html
e dei percorsi in bicicletta al link: http://www.sibillini.net/Chiedi_sibilla/gab/index.html. Nel sito web sono inoltre disponibili gratuitamente in formato digitale la nuova carta dei percorsi
del Parco in scala 1:40.000 che riporta correttamente il sistema di fruizione del parco, i numeri “catastali” dei sentieri escursionistici e che precisa quali sono i percorsi ufficiali del
Parco soggetti a segnaletica e manutenzione; vi sono inoltre le tracce GPS dei suddetti percorsi (link: http://www.sibillini.net/IL_PARCO/index.html voce a spasso con il GPS).
Preferisco tuttavia offrirLe una risposta ai suoi numeri rilievi, che spero Le risulti esaustiva.
Ma prima di iniziare mi permetto di farLe notare che il Parco possiede una sua pianificazione per quanto riguarda la sentieristica e che questa non è lasciata al caso, dal momento che si
fonda su di una propria idea della fruizione la quale, mi consenta, avviene all’interno di un Parco Nazionale e non di un sito qualsiasi.
Certamente Ella non ignorerà che la finalità principale di un Parco Nazionale è la conservazione (Legge nazionale 394/1991 art. 3, 1° comma) e che la “fruizione” non rientra nelle finalità prioritarie di questa Area Protetta. Ovviamente, la fruizione deve essere comunque garantita a norma dell’art. 14, 3° comma, nel quadro delle Iniziative per la promozione economica e sociale del territorio, pur sempre nel rispetto delle esigenze di conservazione.
Il Parco aveva censito oltre 400 sentieri storici del territorio. Di questi, compatibilmente con le esigenze di conservazione e valorizzazione dell’area protetta, ne erano stati individuati circa 80, che sono stati poi inseriti nel sistema di fruizione come “sentieri storici del Parco”. Grazie ad un progetto dei Gruppi Regionali Marche e Umbria del CAI, cofinanziato dal Parco, detti gruppi – MA NON IL PARCO – assicurano, sui sentieri storici, per non perderne traccia e memoria, la segnaletica orizzontale (bandierine rosso-bianco-rosso con riportato il numero del sentiero, apposti su elementi naturali, picchetti segnavia, omini in pietra, ecc..).
Per quanto riguarda le competenze più specifiche del Parco, esso garantisce gli interventi di manutenzione solamente sui sentieri facenti parte del suo sistema di fruizione e cioè:
· 18 sentieri natura,di cui 2 adatti alla percorrenza anche con sedie a ruote, (75 km ca)
· 17 percorsi escursionistici (185 km ca)
· Il Grande Anello dei Sibillini (124 km ca)
· 14 percorsi ad anello per bicicletta (559 km ca)
· 1 grande anello in bicicletta (228 km ca)
Quanto agli altri sentieri rimanenti, la scelta del Parco è stata quella di non segnalarli (fattispecie che avrebbe obbligato ad una loro gestione), almeno per il momento, in ragione della necessità di mantenere al Parco medesimo una certa riservatezza, come del resto si conviene ad un’Area di valenza, appunto, nazionale.
Devo lamentare che purtroppo sono in vendita numerose pubblicazioni, non ufficiali né edite dal Parco, nelle quale si suggeriscono diversi itinerari. Ciò non significa, anche se ciò non viene evidenziato, che in essi sia garantita una segnaletica e/o che essi siano perfettamente percorribili senza determinate precauzioni.
D’altra parte, Ella non potrà non convenire con me che si tratta di manuali e/o guide sulle quali non possiamo effettuare interventi di controllo come pure non possiamo limitarne la pubblicazione. E sta all’eventuale fruitore, prima di intraprendere un’escursione, informarsi sullo stato dell’itinerario prescelto. Dal canto nostro, poniamo la massima attenzione ed il massimo impegno per fornire all’eventuale fruitore, attraverso il sito del Parco ed i vari mezzi di comunicazione a nostra disposizione, nonché mediante l’attività dei punti informativi, tutte le informazioni relative all’offerta turistica del territorio, con particolare riguardo ai percorsi escursionistici.
Ciò posto, ecco le risposte ai suoi quesiti (testo Suo virgolettato, mia risposta in corsivo).

1. …. “la magistrale manutenzione della rete sentieristica da parte dell’Ente Parco durante la fase di discesa, di ritorno dalla Vetta del Monte Priora”. Il percorso da Lei effettuato non rientra tra i percorsi ufficiali del Parco sopra descritti.

2. “Il percorso da me seguito viene riportato, come già scritto precedentemente, sia sulla carta topografica che nelle guide escursionistiche pertanto l’Ente Parco è responsabile della sua
manutenzione e messa in sicurezza. Perché non lo fa?” Come già evidenziato, il sentiero non rientra tra i percorsi escursionistici sui quali il Parco garantisce la segnaletica e la manutenzione. La Carta topografica e le guide escursionistiche in suo possesso non sono edite dal Parco che non può dunque assumersi in alcun modo la responsabilità della veridicità dei contenuti.

3. “I tracciati in disuso o che portano nel nulla, come la carrareccia che termina nel vuoto sopra il letto del Torrente Ambro, debbono essere sbarrati ed interdetti al passaggio per garantire l’incolumità delle persone. Questo lavoro rientra nelle competenze dell’Ente Parco, perché non lo fa?” Non trattandosi di percorsi gestiti dal Parco lo stesso non ha alcuna competenza relativa alla manutenzione e nessuna responsabilità inerente la sicurezza degli stessi. La fruizione della montagna presenta dei rischi oggettivi che ciascuno assume nel momento in cui decide di intraprendere un’attività escursionistica/alpinistica, anche su percorsi segnalati e tracciati. Se così non fosse, per questioni di sicurezza sarebbe necessario vietare l’accesso alla maggior parte delle aree di alta montagna.

4. “Quanti e quali sono i sentieri fantasma, cioè tutti quei sentieri del Parco Nazionale dei Monti Sibillini ” “riportati sulle carte e/o guide, ma di fatto inesistenti? Questo genere di “sentieri” rappresenta un potenziale pericolo per tutti i frequentatori della Montagna in quanto si viene tratti in inganno dalla discrepanza tra le informazioni raccolte a tavolino (pianificazione dell’itinerario) e la situazione reale sul terreno. Risulta ovvio che la valutazione del rischio fatta a casa, essendo basata sulle informazioni disponibili, risulti totalmente errata.” Il problema nasce dall’attendibilità delle fonti da cui si traggono le informazioni e circa questo punto ho ben precisato in precedenza quale sia lo stato dell’arte. La invito, in futuro, ad utilizzare come fonte di informazione il sito web e gli altri strumenti di comunicazione del Parco.

5. Perché l’Ente Parco non sviluppa un’adeguata rete sentieristica con tanto di indicazioni ed informazioni aggiornate come avviene in tutti i Parchi Nazionali Italiani ed Esteri? Come sopra descritto, il Parco ha pianificato e realizzato un sistema di percorsi escursionistici basato sui tracciati esistente: 384 Km di percorsi escursionistici e 787 Km di percorsi per mountain bike, tutti completamente segnatati e soggetti a manutenzione. Tutte le informazioni su tali itinerari, comprese eventuali interruzioni o inagibilità, vengono costantemente monitorate e segnalate all’utenza tramite i canali di comunicazione a nostra disposizione. Probabilmente anche in questo caso la sua osservazione nasce da una mancata conoscenza del contesto derivante da fonti di informazione non aggiornate e non riconducibili al Parco.

6. “Chi è il responsabile per eventuali incidenti che si dovessero verificare su questi sentieri fantasma, ignorati e trascurati dall’Ente Parco?” La risposta è in quanto detto sopra.

7. “Perché l’Ente Parco non curando la rete sentieristica mette a rischio la sicurezza e l’incolumità dei frequentatori della Montagna? Qual è il suo fine? Non dovrebbe, al contrario di quanto sta facendo, promuovere la conoscenza, il rispetto e la fruibilità dei Monti Sibillini?”
Anche in tal caso le risposte sono già in quanto detto sopra. Partendo dal presupposto che la sua nota non voglia essere una critica sterile, ma costruttiva, la invito a prendere visione, sempre nel sito del Parco, nella sezione Ente e Attività della documentazione relativa alla pianificazione generale del parco (Piano per il Parco) ed a quella specificamente dedicata alla fruizione ed alla valorizzazione turistica (http://www.sibillini.net/attivita/turismoSostenibile/index.html).
Potrà così constatare l’impegno del Parco per una fruizione responsabile, ma soprattutto prendere atto delle basi tecniche o scientifiche, su cui sono basate le scelte effettuate dal Parco.

8. “La soluzione più logica alla problematica da me esposta è rappresentata dal recupero e messa in sicurezza della rete sentieristica già presente nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini
e dalla sua successiva cura e manutenzione nel tempo onde garantire la sicurezza di tutti i frequentatori della Montagna. Tale attività deve essere avviata dall’Ente Parco avvalendosi della collaborazione del Corpo Forestale dello Stato delle associazioni di volontariato (CAI e CNSAS) e dei professionisti (Guide Alpine). Voglio anche rimarcare il fatto che l’assenza di un’adeguata rete sentieristica, oltre che a rappresentare un problema di sicurezza per le persone, favorisce lo sviluppo di decine e decine di microtracce che associate agli eventi meteorici portano all’aumento dell’instabilità superficiale dei versanti. In ultimo, aggiungo che l’eventuale emanazione di ordinanze che vietino il passaggio nelle zone dove i sentieri non sono mantenuti in corretto stato di esercizio non sono la soluzione al problema in quanto non si eliminano le criticità da me esposte”. Qui evidentemente si preferisce ignorare il costo della manutenzione, la circostanza che ogni anno gli eventi meteorici (spesso non prevedibili) e il fatto che sarebbe impossibile e persino errato, dal punto di vista della conservazione, mettere in sicurezza tutti i sentieri esistenti. Il Parco ha scelto, proprio per garantire la qualità del territorio, di non gestire determinati sentieri.

9. “Fiducioso che le mie critiche e considerazioni vengano considerate in maniera seria e siano utilizzate in maniera costruttiva sia dall’Ente Parco sia dagli organi preposti al controllo e alla sicurezza del territorio Vi ringrazio per la cortese attenzione e colgo l’occasione per porgere i miei Cordiali saluti”. Penso che abbiamo dato un giusto rilievo alle critiche e alle considerazioni, comunque preziose e delle quali ringrazio sentitamente, a nome dello staff tecnico del Parco e mio personale.
Nell’occasione, Le porgo distinti saluti
Il Direttore, dr. Franco Perco

Maurizio Pignotti
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Risposta di Andrea Antinori
Perchè non posso essere d’accordo con la lettera dell’amico Alessandro Fabbrizio sui sentieri poco segnalati dei Sibillini
Prima di tutto una precisazione storica: se ho ben capito, dalla descrizione di Alessandro, la cosiddetta mulattiera che finisce bruscamente sopra la riva destra (idrografica) del torrente Ambro, non è una vera mulattiera, ma una sterrata creata selvaggiamente, più di 30 anni fa, con le ruspe da Vetice per il disboscamento di tutto il versante sotto Prato Porfidia, fatta terminare così bruscamente fin dalla sua costruzione. Venne distrutta tutta l’antica mulattiera che da Vetice scendeva alla Madonna dell’Ambro, sostituita da una traccia d’uso che dal prato sopra il Santuario si ricollegava a tale sterrata. Non ci vado da diversi anni, ma penso, da quanto dice Alessandro, che quest’ultima sia scomparsa per disuso o erosione. Comunque la lotta che il CAI e altre associazioni fecero per realizzare il Parco era motivata proprio dalla necessità di bloccare quel tipo di sfruttamento selvaggio della montagna a suon di ruspe e motoseghe. Il Parco, infatti, non fu voluto (principalmente) perché doveva diventare il parco di divertimento dei cittadini, ma per permettere ad un ambiente naturale ancora ricco di notevoli valenze e potenzialità ambientali e naturali, oltre che antropiche, di poter resistere alla distruzione massicciamente perpetrata in quegli anni in nome della famigerata “valorizzazione turistica”. Che ci ha lasciato come triste eredità le Strade della Sibilla, del
Fargno, di monte Prata e altre come loro; le captazioni delle principali sorgenti; I piloni degli impianti di Monte Bove e via di seguito, con forte antropizzazione dell’alta montagna appenninica.
Quando sulle cronache cittadine si legge continuamente, amplificate ad arte dalla stampa, polemiche sul perchè in un parco nazionale non si possa andare in giro per c. propri con il cane, oppure perché non si possa andare in 250 con le biciclette dove si vuole o perché non si possa andare con le motoslitte, o con i quad o con le moto o con le macchine dove si vuole, si capisce che i più percepiscono del Parco ancora solo la dimensione ludica e utilitaristica.
Che cosa accomuna, a mio avviso, quell’idea di valorizzzione turistica (mai del tutto abbandonata, come si evince dagli ultimi episodi della Sibilla) e quella apparentemente più soft della montagna ” irretita” da una vasta e ben segnalata rete di sentieri? Che la montagna, in sé, non possieda nessun autonomo proprio valore, ma che l’unico valore è solo quello che deriva dall’uso eventuale che ne vuole fare il cittadino, magari legato al profitto economico che da tale uso se ne può trarre. Il quale cittadino, quando decide di frequentare la montagna, non si pone nell’ottica dell’alpinista che si chiede se sia sufficientemente preparato ( tecnicamente e culturalmente) per affrontare un ambiente naturale oggettivamente pericoloso e ricco d’incognite, ma nell’ottica del turista che pretende di trovare la montagna addomesticata da tutta una serie di protesi ( sentieri spianati e segnalati, cavi e ferrate, cartellonistica di pericolo, indicazioni di che cosa si può osservare eccetera) che renda
prevedibile ogni passaggio e, nel caso che qualche cosa vada storto qualcuno a cui imputare la colpa. Condivido, invece, pienamente l’affermazione dell’alpinista Bernard Amy ” In un ambiente con difficoltà sociali crescenti, si è sviluppata un’inquietudine che ha generato un desiderio di sicurezza, accompagnato da una ridiscussione dei comportamenti individualistici.
L’ossessione per la sicurezza ha in particolare spinto all’eccesso l’applicazione crescente del “principio di precauzione”.
Ora, invece, ritengo che bene ha fatto il parco a decidere di segnalare e mantenere efficienti alcuni itinerari escursionistici, ben segnalati, lasciando invece altri senza alcuna indicazione, anche per salvaguardare alcune zone sensibili dall’eccessiva pressione antropica. Tra l’altro questa filosofia di segnalare i sentieri in modo molto discreto, fu a suo tempo discussa e proposta proprio dal CAI. Chi vuole accedere ad itinerari che 20 o trent’anni fa erano ben tracciati, deve sapere che potrebbero, oggi, non essere più così evidenti. I sentieri dei Sibillini, a differenza di quello che in genere avviene sulle Alpi, specialmente Dolomiti e Alpi Occidentali, non sono nati per l’escursionismo o a servizio dei rifugi, quindi nati con vocazione turistica e soggetti a costante manutenzione da chi trae un vantaggio economico dalla loro frequentazione, ma per uso millenario della pastorizia e dell’agricoltura di montagna. Se oggi alcuni scompaiono, come ho avuto modo di constatare personalmente, specialmente negli ultimi anni, in diverse valli e versanti dei Sibillini, è perchè la pastorizia ormai è molto ridotta rispetto al passato e pascoli e sentieri non sono più utilizzati, salvo alcuni itinerari estivi più frequentati ( Valle di Pilato, Bove, Palazzo Borghese, Berro e Priora dal Fargno e poco più). Ma la drastica riduzione del pascolo di alta montagna ha prodotto anche intense
modificazioni della vegetazione che li caratterizza, con incremento di fenomeni come valanghe, erosioni e modificazioni del ruscellamento durante le precipitazioni più intense, a sua volta causa ulteriore della scomparsa degli antichi tracciati.
Penso che sia opportuno rilanciare, da parte de Parco, del CAI, delle guide, di tutti quelli interessati ad una fruizione consapevole delle nostre montagne, una seria attività di formazione, prima che tecnica, culturale, volta a far emergere quella sensibilità verso l’ambiente montano che non può ridursi all’uso delle tecniche specialistiche.
Andrea Antinori

Risposta di Alessandro Fabbrizio al Direttore Perco e ad Andrea Antinori
Gentile Dott. Perco,
La ringrazio per la Sua cortese risposta e l’esaustiva risposta alla mia lettera. Seguendo il Suo consiglio e preso dalla curiosità ho iniziato ad esplorare il sito del Parco e Le vorrei segnalare un problema che a Lei ed ai Suoi collaboratori è probabilmente passato inosservato. Nella sezione percorsi escursionistici si seleziona il percorso (da E1 a E17) e si apre una nuova pagina con le informazioni relative all’itinerario scelto, tuttavia quando si “clicca” sul profilo altimetrico si apre una nuova finestra dove ci sono ulteriori informazioni corredate di mappa e profilo altimetrico che risultano completamente illeggibili dato il fondo nero dell’immagine.
Suppongo che questa nota vi sia molto utile per porre rimedio al problema e per continuare a dare al pubblico le informazioni corrette ed aggiornate.
Per quanto riguarda la problematica da me esposta nella precedente lettera aggiungo solo che sia la mia idea, sia la Sua opinione nelle vesti di Direttore del Parco, sia le osservazioni dell’amico Andrea Antinori, sono differenti punti di vista, chiaramente tutti rispettabili, sulla libera fruizione e conservazione della Montagna e che pertanto dovrebbero trovare un punto di comune accordo proprio nell’ottica di preservazione storica, naturale ed antropologica dei nostri Monti Azzurri. Pensi solamente per un attimo alle ferrate e strade militari costruite nel periodo della Grande Guerra, se non si fosse fatta un’accurata opera di preservazione e manutenzione la totalità di quei percorsi sarebbe oggi andata perduta con grave danno per la memoria storica del Paese. Il fatto che non ci siano state piu’ guerre di quel tipo non poteva giustificare un loro totale abbandono! Parallelamente, trasferendo il medesimo ragionamento alla nostra situazione dove, come ricorda l’amico Andrea, la maggior parte dei sentieri dei Sibillini ha una storia plurisecolare, devono essere poste in campo tutti gli interventi per garantirne la conservazione in quanto non sarebbe ammissibile perdere tale patrimonio culturale e naturale dietro il paravento che se ci vanno in molti l’ambiente si rovina!
La saluto cordialmente e spero di incontrarLa in giro per i Sibillini per continuare a confrontarci su queste tematiche,
Alessandro Fabbrizio

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La vergognosa situazione del rifugio Croce di Campo

La vergognosa situazione del Rifugio Croce di Campo (Val Cavargna)
di Andrea Savonitto

Datato 21 luglio 2014, questo è il comunicato stampa che Andrea Savonitto ha diffuso nella speranza di smuovere le acque di una situazione asfittica.

Dopo dieci mesi di disagi pesantissimi dovuti al danneggiamento dell’impianto fotovoltaico, per un fulmine che ha colpito il rifugio a fine settembre 2013, a complemento di sei anni di inefficienze strutturali conclamate, ma ancor più al totale disinteresse da parte della proprietà Comunale di San Bartolomeo Val Cavargna, la situazione al Rifugio Croce di Campo è diventata insostenibile. Ciò nonostante la buona volontà del gestore, la guida alpina Andrea Savonitto, che per l’inverno passato si è dotato di un sistema sostitutivo in attesa della riparazione dell’impianto. Nessuno dal Comune è mai salito (non lo fanno da tre anni, quando furono costretti a farlo dal Tribunale di Menaggio!!) a controllare i propri impianti tecnologici. Né il Comune ha dato incarichi a ditte di competenza per le dovute riparazioni e/o manutenzioni. Anche l’impianto solare termico dell’acqua calda è fermo dall’inverno 2011/12, subito dopo l’ultima riattivazione (era fermo da tempo!) inefficace, a cura della ditta incaricata, a seguito di sentenza, e mai più ripristinato. Non c’è peraltro alcun libretto di manutenzione della caldaia a gasolio dell’impianto di riscaldamento, obbligatorio, e alcun tecnico si è più presentato per le manutenzioni periodiche. L’onere per l’efficienza degli impianti tecnologici in un contratto di affitto di azienda è per legge competenza della proprietà e questa deve designare delle ditte incaricate della manutenzione periodica. Inoltre tali ditte intervengono solo dietro richiesta scritta della proprietà. Per cui il gestore non può richiederne i servizi autonomamente. Se i fax non vengono mandati dal Comune, tutto prima o poi si ferma!
A ottobre 2013, dopo una sequela di raccomandate il Sindaco era stato convocato nello studio dell’avvocato Alessandro Mogavero di Como, che segue le istanze del Rifugio Croce di Campo, e lì si era impegnato ad attivare immediatamente le ditte di manutenzione… cosa a tutt’oggi non avvenuta. Durante l’inverno, come in tutti quelli precedenti, ci sono inoltre stati “i soliti tre mesi” di assenza di acqua, il che la dice tutta sull’efficienza delle strutture di un rifugio alpino nato male, costato oltre un milione di euro alla collettività. Non si comprende come mai a fronte di un simile patrimonio pubblico il Comune non si sia dotato di un’adeguata assicurazione sul fabbricato a copertura dei rischi da eventi naturali e non si accetta che ora i sinistri accaduti vengano scaricati come onere su una gestione, cui non competono, già provata dalle carenze, dalle inefficienze, dal malfunzionamento di un complesso di opere male eseguite come già ampiamente dimostrato, acclarate anche per vie legali. Il gestore già assolve i propri oneri gestionali pagando quanto gli compete nella osservanza delle normative: oneri fiscali, commerciali, camerali, assicurativi di responsabilità civile, di prevenzione sanitaria, di iscrizione ad Albi Regionali e di aggiornamento continuato alle normative e alle prassi richieste dagli enti preposti, comprese le “giornate perse” a dotarsi di certificazioni di qualità (qualità italiana e AICQ). Oneri assolti per un’attività che non si lascia operare secondo le sue precipue aspettative e potenzialità. Istigando nei fatti all’inosservanza di normative vigenti che come Gestione, come impegno civile, s’intende invece perseguire. In relazione poi alla causa del 2011, intentata dal gestore a seguito di continuate, inaccettabili nonché pericolose per la salute pubblica, “disfunzioni impiantistiche” e carenze amministrative… causa persa dal Comune, il Giudice di Menaggio aveva intimato allo stesso di produrre entro 15 giorni tutte le certificazioni di agibilità (antiincendio in primis) necessarie al rilascio della licenza comunale di esercizio della attività di rifugio alpino, oltre a compiere tutte le opere necessarie alla funzionalità normale e legale del rifugio Croce di Campo. Le opere iniziate nell’estate 2011 si sono interrotte a novembre 2011 col sopraggiungere della prima neve in quella stagione, e mai più riprese o completate successivamente. Nonostante i richiami, per non parlare degli obblighi assunti. Lavori incompiuti, abbandonati con muri divelti e macerie abbandonate, portoni antiincendio più fatti, cavi di messa a terra lasciati abbandonati per inciampare in mezzo al cortile, bivacco invernale fuori uso, pavimentazioni da eseguire, ecc. Un fulmine, ancora, a maggio nel 2012, aveva colpito la centralina della cappa di aspirazione, obbligatoria e indispensabile. La centralina veniva rimossa dal tecnico inviato dal Comune e, ad oggi, mai più riconsegnata in opera. Tuttora il rifugio è privo di licenza, di agibilità, di certificazione antiincendio e ciò continua a costituire un’inaccettabile pregiudizio all’operatività della gestione. Sono documentazioni imprescindibili a qualsiasi attività commerciale aperta al pubblico.

Il Signor Sindaco di questo pare non voler rendersene conto. Nonostante il “parere” di un giudice. Per la gestione questo significa “lavorare” in condizioni di palese irregolarità. Con dei rischi gestionali inaccettabili.

Andrea “Gigante” Savonitto
Croce di Campo-10628448_877075465657413_2828142802872672817_nSignifica non potere, ci mancherebbe, prendere personale in cucina dove ti può arrivare un fulmine e forzarsi a fare una gestione solitaria, per attenuare il più possibile il rischio, in un rifugio da 36 posti! Significano danni continuati, impossibilità a garantire un servizio decoroso, mancati incassi, impossibilità di accedere a servizi di società di “Booking on line”, indispensabili per qualsiasi struttura ricettiva odierna e attuale perché le società che forniscono questi servizi, giustamente, richiedono che le strutture ricettive che aderiscono siano a norma. Significa “fare brutte figure” ripetutamente. Significa non poter ospitare le colonie o il turismo scolastico con i minori (se “cade un bambino dal letto”, e può veramente succedere di tutto in un rifugio che non si riesce a capire come è fatto, le assicurazioni non pagano se le documentazioni non sono regolari). Queste attività di didattica con i gruppi erano state determinanti nella scelta e nel progetto stesso di gestione della guida alpina Andrea Savonitto, ma il Comune per tutto ciò pare non avere il minimo interesse… e accampa irragionevoli e improponibili pretese di canoni di affitto per una struttura ricettiva che MAI avrebbe potuto aprire in altro luogo civile, in queste condizioni.

Il gestore ha anche segnalato al Comune (doveva farlo?) la possibilità di accedere in questi anni a importanti finanziamenti regionali, ora scaduti, che consentivano risparmi sulle opere, dovute, fino al 50% a fondo perduto. Ma se non si fanno né i progetti né le richieste i soldi non vengono erogati. Poi è inutile lamentarsi e incolpare il Patto di Stabilità! A questo punto una nuova causa giuridica è inevitabile. Senza corrente in estate è impossibile lavorare e il gestore del rifugio Croce di Campo si vede costretto ancora una volta a rivolgersi al Tribunale.

Il “Gigante”, come è soprannominato Andrea Savonitto, è oltretutto un professionista molto noto e specialista in interventi di sviluppo alpinistico. Ne ha curati tanti, importanti, in Lombardia (dalla Valsassina alle Valli del Bitto, al Lago Maggiore… fino a Positano: per citarne alcuni). In questi anni ha messo a disposizione le sue capacità e le sue ampie relazioni; un valore aggiunto che il Comune non ha voluto in nessun modo assecondare. Come gestore assolutamente dedito, ha aperto il rifugio sempre e comunque in estate e in inverno… in qualsiasi condizione cercando di offrire un servizio agli appassionati di montagna. Comunque. Dando ragione di esistere a quel fabbricato enorme che per il Sindaco attuale poteva benissimo restare chiuso e abbandonato sul monte. Si è dedicato senza alcun aiuto o supporto “istituzionale”, nonostante tutto, a dotare il comprensorio dove sorge il rifugio di una segnaletica dei sentieri prima completamente assente in tutta la valle (una valle turistica?); ha proposto e segnalato a sua cura, facendo anche una guida scaricabile in rete, una Nuova Alta Via da Menaggio a Lugano (il Sentiero dei Gauni) con l’intento di valorizzare tutti i rifugi della valle; ha segnalato i resti dimenticati della Linea Cadorna sul Pizzo di Gino. Ha coinvolto altri professionisti attivi sul territorio per iniziative condivise di didattica alpinistica e naturalistica. Ha coinvolto il Collegio Regionale delle Guide Alpine lombarde per fare corsi di Formazione degli Accompagnatori del futuro, in Val Cavargna… e fatto importanti rilevamenti di incisioni rupestri sparse sul territorio intorno al Rifugio Croce di Campo. La Regione Lombardia ha poi prodotto uno studio sistematico e dei tabelloni esplicativi bilingui di ottima fattura da posizionare sul territorio nei vari Comuni interessati da incisioni rupestri. E i Comuni si sono impegnati per la loro infissione in quota dove previsti. Quelli del Rifugio Croce di Campo sono in Municipio a San Bartolomeo… da due anni! A prendere polvere.

Per ulteriori dettagli.

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Situazione al 13 agosto 2014 al Rifugio Croce di Campo
Diciamo che con il comune ci siamo incontrati e ho posto le mie condizioni che a parole hanno accettato… a giorni dovrebbe esserci la firma di un documento integrativo al contratto che prevede:
– azzeramento dei canoni pregressi;
– sistemazione da parte del Comune di tutti gli impianti (hanno fatto le analisi dell’acqua e domani vengono a sistemare l’impianto fotovoltaico);
– io concedo che il rifugio sia ridotto come capienza a 25 posti (non più 36), il che consente al comune un grande risparmio in termini di interventi di adeguamento e la non necessità di avere una certificazione antiincendio;
– altri lavori vari a totale carico del comune per l’agibilità;
– rilascio/consegna entro settembre 2014 di tutte le certificazioni e della licenza comunale;
– il canone resta invariato agli attuali 5000 €, e io inizierò a pagarlo da quando tutto sarà a norma certificato e il contratto viene rinnovato (ma lo è già di fatto) per altri 6 anni.

Morale: hanno calato le braghe su tutto (o quasi).

Chiaramente l’avvocato ha dato cinque giorni di tempo (già passati invano!) per la ratifica… minacciando l’invio immediato della causa già pronta… aspettiamo dopo ferragosto per vedere cosa succede!

Situazione al 14 agosto 2014 al Rifugio Croce di Campo
Fiat lux 2! Nuntio vobis gaudium magnum… dopo ben undici mesi l’impianto fotovoltaico rientra in funzione!!!! (Grazie al Comune di San Bartolomeo, a Pietro Nogara della Centro Omega… e alla nostra sacrosanta lotta (con Alessandro Mogavero).

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Situazione al 2 ottobre 2014 al Rifugio Croce di Campo
Dopo aver fatto il primo intervento di ripristino del sistema fotovoltaico (il 14 agosto 2014), poi del Comune, che verbalmente si era impegnato a risolvere tutte le questioni in sospeso (licenze, agibilità) e a fare tutti gli interventi necessari sugli impianti entro il mese di settembre, NON SI E’ VISTO PIU’ NESSUNO!

postato il 23 ottobre 2014