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Etna libera 1v

Etna libera, intervista a Marco Albino Ferrari
di Claudia Campese (articolo apparso l’11 settembre 2014 su CTzen, organo informazione on line di Catania)

Marco Albino Ferrari, ex alpinista e fondatore e direttore di Meridiani Montagne, la rivista di riferimento per gli appassionati italiani, parla del dualismo tra sicurezza e libertà nella fruizione della natura e dell’equilibrio impossibile da imporre per legge: «Quanto è lecito che un cittadino sia soggetto a uno Stato paternalista?», si chiede. Una riflessione che si applica anche al vulcano etneo, gestito nella sua parte sommitale da Prefettura e Protezione civile regionale. Si ricorda, in questa occasione, che le stesse limitazioni sono valide, con qualche diversa sfumatura, ancher per Stròmboli.

«È vero, il primo spicchio di sole in Sicilia viene proprio dall’Etna». Di chiarore che sorge dalla natura se ne intende Marco Albino Ferrari, milanese classe 1965, autore del libro Le prime albe del mondo, Gli escursionisti sono alle prese con gli alterni divieti di fruizione del vulcano, disposti dalla prefettura sulla base dell’ormai noto documento della Protezione civile regionale. Il quale stabilisce l’obbligo di accompagnamento da parte delle guide per quanti vogliano visitare la parte sommitale dell’Etna e l’assoluto divieto in caso di eruzioni. Una stretta misura di sicurezza che ha qualche precedente nella storia, ma che non è mai riuscito a frenare gli amanti della montagna.

Marco Albino Ferrari. Foto: Emilio Leone
Etna-marco-albino-ferrariDa giornalista e alpinista, cosa pensa del triangolo sicurezza-fruizione-natura?
«Innanzitutto c’è da fare una distinzione tra rischio e pericolo. Il pericolo è oggettivo, incalcolabile e improvviso; il rischio è invece un concetto che nasce con la società moderna, a partire dal 700, con l’idea di poter calcolare la sua entità. Pensiamo ad esempio alle assicurazioni, è il cosiddetto rischio calcolato. In una dialettica di cui parlava già lo psicanalista Sigmund Freud, la sicurezza si contrappone alla libertà di fare quello che si vuole, senza un atteggiamento preventivo rispetto alle attività umane».

Come ci si districa tra questo dualismo sicurezza-libertà?
«Sono due posizioni divergenti, tra cui è necessario trovare punto di equilibrio. Perché una società troppo garantita, che previene sempre il pericolo, è una società immobile. E negli ultimi anni la nostra è sempre più tesa a garantire e governare l’incertezza».

Ma la natura non è incertezza di per sé?
«Certo, ma basta pensare a chi ha condannato i geologi che non hanno previsto il terremoto de L’Aquila. Questa è una società che non ammette che ci siano margini di imprevedibilità, anche a discapito della libertà. Ma quanto è lecito che un cittadino sia soggetto a uno Stato paternalista?».

Etna innevato e Regalbuto (Enna)
etna_innevato_regalbutoLo è nel caso di chi va in montagna?
«L’alpinismo è un’attività che prevede il rischio e il pericolo come parti integranti del suo statuto, anzi, li esalta. Da questo punto di vista l’alpinismo è una provocazione, uno scandalo: vien percepito come un caso di pochi esaltati che si mettono in pericolo».

Sembra un manifesto rivoluzionario. Anche le Alpi condividono con l’Etna un tentativo di opposizione da parte delle autorità?
Da qualche anno in Piemonte le leggi regionali vietano la scalata in caso di condizioni climatiche avverse, come le forti nevicate, e lo sci fuoripista, per la possibilità di provocare una valanga e fare male a qualcuno. Ma sono divieti poco applicabili, perché è difficile controllare. Nella storia dell’alpinismo, comunque, si presentano ciclicamente delle proposte di legge, magari all’indomani di grandi tragedie, ma non se n’è mai fatto niente.

Non si è mai riusciti a controllare, se non la natura, i suoi appassionati?
In Svizzera, negli anni ’30, tentare di scalare la parete nord dell’Eiger era uno dei miti dell’alpinismo, che aveva già provocato diverse vittime. Gli alpinisti continuavano a scalare accanto ai cadaveri degli altri alpinisti morti. A un certo punto la legge cantonale decideva di vietare la scalata, punendola con alcuni giorni di prigione. Eppure i candidati continuarono ad arrampicarsi comunque, dicendo: «Che importa il divieto svizzero. Una volta in parete non ci spareranno mica addosso e, se dopo ci metteranno in prigione, ne approfitteremo per goderci alcuni giorni di ben meritato riposo!».

Eruzione sull’Etna

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Nuovo regolamento per l’arrampicata sui Bérici

Arrampicata, nuovo regolamento per praticarla sui Berici

Riportiamo per intero l’articolo apparso su Vicenza report il 10 luglio 2014. In fondo le mie considerazioni.

Intesa raggiunta tra Provincia di Vicenza e amanti dell’arrampicata sportiva. Dopo alcuni incontri, e qualche animato confronto, si è giunti all’elaborazione di un regolamento che disciplina le attività sportive sui Colli Bérici, in particolare appunto l’arrampicata ma anche il parapendio e il motocross.

Regolamento condiviso nei mesi scorsi con i Comuni interessati e con le associazioni sportive del territorio, per poi essere approvato dal Commissario Straordinario Attilio Schneck e diventare quindi esecutivo.

La falesia di Lumignano
Berici-Lumignano-22987“Il regolamento – spiega il Capo di Gabinetto della Provincia Dino Secco – si era reso necessario a seguito degli interventi di valorizzazione dei Brici eseguiti con il progetto comunitario Life Colli Bérici. Un milione e mezzo di euro grazie ai quali sono stati recuperati ecosistemi e ambienti naturali per lo sviluppo e la salvaguardia di flora e fauna tipici dell’area. Interventi complessi e corposi, durati ben tre anni, che ora vanno tutelati non certo con divieti assoluti, ma con una fruizione consapevole e responsabile, che protegga l’ambiente ma che permetta anche alle persone di goderne, visto che si tratta di un vero e proprio patrimonio naturalistico, tanto da essere stato classificato SIC, Sito di Importanza Comunitaria.”

La parola d’ordine del regolamento è quindi “comportamenti responsabili”, quelli cioè che permettono di praticare sport sui Bérici limitando l’impatto ambientale, rispettando la vegetazione spontanea e la fauna selvatica e domestica. E poi omogeneità, cioè regole certe, chiare e uniformi per tutta l’area dei Bérici, finora interessata da pochi e sporadici regolamenti comunali o affidata al buon senso dei suoi frequentatori.

Ad ogni sport corrisponde, nell’accordo, un capitolo dove sono indicati tempi, luoghi e modi della sua pratica. Il più interessante, e anche il più discusso, è di certo l’arrampicata. Le pareti più note e frequentate, quelle di Lumignano-Longare, sono state divise in quattro aree, recependo quasi interamente quanto stabilito dal regolamento del Comune di Longare:

– area verde (arrampicata consentita tutto l’anno): itinerari compresi tra “Lumignano Classica” e ”Vomere” e itinerari noti come “Brojon Classico” e “Brojon Strapiombi settore Pilastro”.

– area arancione (arrampicata consentita dall’1 luglio al 31 dicembre): itinerari noti come “Lumignano Nuova” e “Brojon Strapiombi settore Piardi”.

– area azzurra (arrampicata consentita dall’1 aprile al 30 settembre): itinerari compresi tra “Il commercialista” e “Sotto l’Eremo”;

– area rossa (arrampicata non consentita): tutti gli altri itinerari noti.

Gli strapiombi del Brojon
Berici-Brojon-IMG_1842Due sono le aree per Castegnero-Nanto: area verde per gli itinerari del “Covolo” e area rossa per tutti gli altri. A Barbarano si arrampica invece tutto l’anno al Monte della Cengia. Divieto di arrampicata infine nella parete di San Donato a Villaga, nella parete di Toara di Villaga e in zona grotta di San Bernardino a Mossano. E divieto assoluto, in tutti i Bérici, di apertura di nuove vie di arrampicata senza autorizzazione preventiva e Valutazione di Incidenza Ambientale.

“La logica – spiegano i tecnici – è stata quella di non polverizzare l’attività di arrampicata, regolamentando questo sport nel rispetto dei ritmi della natura. Ci sono piante da salvaguardare per la loro bellezza e la loro rarità, come l’atamanta dai fiori bianchi, il camedrio giallo, la salcenella, il muscari azzurro. E poi uccelli protetti quali falco pellegrino, gheppio, corvo imperiale, rondine montana, codirosso spazzacamino, passero solitario. Se disturbati durante il periodo riproduttivo possono abbandonare il nido o addirittura non nidificare. In questi particolari periodi va quindi evitata ogni forma di disturbo”.

Il CAI e il gruppo degli arrampicatori esprimono a conclusione dell’accordo una moderata soddisfazione.
“Si pensi – ha commentato Emma Dal Prà, Presidente CAI sezione Vicenza – che nella fase iniziale del progetto i naturalisti avevano prospettato la chiusura di numerosi settori di Lumignano e di tutti i siti minori. Si ritiene che i risultati raggiunti, pur nel rispetto di una buona parte delle richieste dei naturalisti, possano garantire un’ampia frequentazione delle falesie, con alcune limitazioni peraltro già presenti nel Regolamento approvato nel 2004 dal Comune di Longare”.

“Da parte degli abituali frequentatori delle falesie – aggiunge Maurizio Dalla Libera, direttore della scuola di alpinismo – rimane il rammarico di non essere stati maggiormente coinvolti nelle fasi di elaborazione del progetto. Una diversa collaborazione avrebbe potuto limitare le tensioni fra arrampicatori e naturalisti: la chiusura totale del sito di San Donato e quella parziale di Castegnero sono infatti destinate a suscitare polemiche e malumori, molto probabilmente evitabili con una progettazione maggiormente condivisa, che avrebbe conciliato le esigenze di arrampicata con la protezione dell’habitat.”

Provincia e CAI stanno organizzando una serie d’incontri che si terranno in settembre in date e luoghi da definire e che saranno aperti agli appassionati delle arrampicate. L’obiettivo è approfondire il contenuto del Regolamento, per condividerne le finalità di tutela degli habitat e di conservazione ambientale.

Due parole in conclusione sugli altri sport oggetto dell’accordo. Per quanto riguarda il parapendio, sono tre le aree di decollo esistenti: Pineta di Brendola, Monte Molinetto di Orgiano e Monte della Croce di San Germano dei Bérici. Quest’ultima è quella su cui maggiormente si è discusso. I naturalisti del Progetto Life ne avevano chiesto la chiusura, viste le gravi condizioni ambientali in cui versa. Si è invece deciso di mantenerla attiva con l’impegno, dell’associazione Volo Bérico, di effettuare interventi di rinaturalizzazione e salvaguardia della flora presente. In conclusione: rimangono attive tre piste di decollo su tre.

Nessuna sorpresa, infine, per il motocross, regolamentato secondo quanto dispone il Codice della Strada: circolazione permessa sui tracciati della viabilità principale e divieto sui tracciati della viabilità minore, che comprende le strade interpoderali, i sentieri, le strade silvo-pastorali, le piste forestali, gli itinerari ciclabili, le ippovie.

In arrampicata sugli strapiombi del Bojon
Berici-Brojon5Considerazioni
Di certo le chiusure totali (San Donato, Toara e grotta di San Bernardino), nonché quella parziale di Castegnero e le altre limitazioni, non vanno giù a tanti appassionati: sarà difficile far digerire queste imposizioni   anche se occorre riconoscere che, dopo la paventata chiusura di tutto il territorio, qualcosa di ben concreto gli arrampicatori hanno ottenuto. Gli scontenti d’altra parte ci sono anche in campo naturalista. Gianni Sertori per esempio parla di soluzione all’italiana, lamentando la sorte assai precaria della saxifraga berica, denunciando l’abbandono della rondine rossiccia e recitando il de profundis per le spettacolari stalattiti che ornavano il Brojon (danno peraltro già fatto da tempo, assai deprecabile).

Ancora una volta si è persa l’occasione per sperimentare maturità e responsabilità di una comunità, quella degli arrampicatori sportivi, che probabilmente preferirebbero aderire più a un un invito che obbedire a un divieto.

La scarsa disponibilità ad accettare le regole ci deriva non solo dalla nostra italica e congenita anarchia: c’è la strisciante quando non manifesta sfiducia nelle istituzioni che, anche di fronte a un caso come questo, dove un intero territorio è stato promosso a SIC da un progetto europeo (Life Colli Bérici), e di fronte alla certamente apparente serietà mostrata in tre anni dai gestori e dai partner (vedi http://www.lifecolliberici.eu/it), ci lascia perplessi sui finanziamenti, sulle voci di costo non pubblicate, e in definitiva sulla spartizione del milione e mezzo di euro.

postato il 2 settembre 2014

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Le colonne del cielo

La catena degli Aravis è l’ultimo tentacolo allungato dalle Prealpi Calcaree del Nord, perciò un belvedere magnifico sulle grandi Alpi francesi: il Monte Bianco prima di tutto, ma anche la Vanoise, gli Oisans e la Belledonne.
Elementi base per tramonti di sole meravigliosi, gli Aravis fanno da pittoresco sfondo al villaggio di La Clusaz; ma appaiono as­sai diversi per una loro curio­sità.

La linea di cresta si allunga per ben più di venti chilometri, in direzione nord-est/sud-ovest, da Sallanches a Faverges. È una serie di cime dall’altezza me­dia di 2500 metri che culmina con i 2752 m della Pointe Percée.

Giuseppe Miotti in discesa dal Col des Verts, massiccio degli Aravis, Savoia, Francia
In discea dal Col des Verts, massiccio degli Aravis, Savoia, Francia.Una leggenda narra che il gigante Gargantua, nei suoi numerosi viaggi al di qua e al di là delle Alpi, per facilitarsi il pas­saggio abbia creato lui il grande intaglio del Col des Aravis, una depressione che divide in due e in profondità l’intera cate­na.

Sulla Val d’Arly la Chaîne des Aravis precipita con falesie ver­ticali e pendii ri­pidissimi; su La Clusaz, pur presentando grandi erosioni e avvallamenti, la pen­denza diminuisce ma tutte le val­lette che dividono le cime hanno la caratteristi­ca di presentare un totale di una quindicina di conche sospese, localmente chiama­te “combes”, combe che per la loro simmetria ed il loro allinea­mento con la regolare processione delle cime danno il carattere specifico alla Chaîne des Aravis, racchiuse come sono nel loro mondo di ghiaia sormontato da pa­reti verticali.

Ecco, da destra, la Tête Pelouse che affianca la Roche Perfia, che precede la Tête de Paccaly, che quasi si gemella con l’Ambre­vetta. Ecco ancora la Gran­de-Forclaz, il Mont Fleuri, il Mont Charvet. Ancora più a sinistra, ecco la Poin­te de Chombas, la Pointe des Vertes fino alla più alta ed elegante di tutte, la Pointe Percée.

Se ad osservare la catena ci si colloca di fronte, più o meno nella zona del Mont Lachat de Châtillon, le combe selvagge e so­litarie individuano altrettanti pilastri rocciosi che, dalle vet­te aguzze e regolari, si affondano in serie fino a lambire gli ultimi e radi boschi. Pilastri che non sono in realtà verticali ma che, essendo osservati frontalmente e con le ombre giuste, as­somigliano a colonne che puntano diritte verso il cielo.

L’ordinata successione di cime della Chaine des Aravis (da Q. 1840 m del M. Lachat de Chatillon). La più alta è la splendida Pointe Percée
L'ordinata successione di cime della Chaine des Aravis (da Q. 1840 m del M. Lachat de Chatillon). La più alta è la splendida Pointe Percée.Verso oriente le pareti precipitano verticali e calcaree, impres­sionanti, creando una grande muraglia scandita con regolarità da sette punte e sei colli. Sul lato opposto lo scenario è forse me­no verticale ma assai più imponente e grandioso a causa dei gran­di valloni e delle inverosimili e possenti creste che li separa­no. Li vedi da lontano come una regolare catena di grandi bastio­ni mentre il cartello turistico sulla strada ti indica il maggio­re, la Pointe Percée. Più t’avvicini e più appaiono seghettati e solcati come se il gigantesco Gargantua nel tentativo di oltre­passarli, prima di riuscire ad aprirsi un varco sufficiente, oggi noto come Col des Aravis, avesse cercato il punto più debole me­nando fendenti a intervalli regolari per tutta la loro lunghezza. Ecco svelato il mistero della simmetria degli intagli.

I monaci della Chartreuse du Reposoir impiegarono per primi gli esperti fattori della zona di Friburgo: li chiamarono nel XII se­colo per insegnare la fabbrica­zione del formaggio. Questi maestri furono per secoli depositari dell’arte e la bontà del locale re­blochon si deve alla loro abilità, anche nella gestione quoti­dia­na delle cooperative. Si dice che il reblochon fosse fatto con la seconda mungitura, fatta in segreto dopo che l’esattore del pro­prietario dei terreni aveva ritirato dal pastore l’ocière, l’obo­lo proporzionale alla quantità di latte prodotto. Infatti in sa­voiardo “rablacher” significa ingannare e “reblocher” rimungere.

Dopo aver visto una fotografia di questa splendida catena ambien­tata in situa­zione invernale, avevamo maturato l’idea di visitare gli Aravis con la neve e quindi di salirvi con gli sci.

È fuori di dubbio che il miglior panorama sugli Aravis sia a lo­ro eccentrico. Quello che abbiamo individuato è geometricamente il punto più logico: ma il suo raggiungimento, con mezzi meccani­ci e strade, è così facile sia d’estate che d’inverno da consi­gliarci una visita più nel cuore di queste montagne, in una delle sue belle “combes” innevate, non solo per poter avere una docu­menta­zione più completa, ma per entrare più addentro allo spirito di una regione nuova.

Popi ed io siamo saliti dagli impianti della Tête des Annes nella comba del Refuge de Gramusset e da lì al Col des Verts, il cui pendio finale, molto ripido, è l’ostacolo finale per una visione indimenticabile sul Monte Bianco, come se l’esserci addentrati nel colonnato ci avesse portato a scorgere l’ultima co­lonna, quella più alta.

Salendo al Col des Verts, massiccio degli Aravis, Savoia, Francia
Salendo al Col des Verts, massiccio degli Aravis, Savoia, Francia.Il Tetto d’Europa, con i suoi 4807 m, non mostra soltanto l’im­mensità che appare a chi lo sale o a chi lo guarda da vicino. Percorrendo le valli e le mon­tagne a lui prossime, e in special modo quelle della Savoia e dell’Alta Savoia, questo gigante è on­nipresente e allarga la sua grandiosità sempre più lontano fino a portarci a pensare che non vi sia più angolo senza di lui.

Savoia ed Alta Savoia sono fatte di valli verdi di boschi e di pascoli, ai piedi di nevi e ghiacci perenni; assieme a mille al­tre montagne, a volte di bianco cal­care e a volte di scuro gneiss, questi sono gli elementi di un paesaggio tra i più belli del mondo.

Ma il Monte Bianco è di certo l’elemento principe del paesaggio e ne costitui­sce la “magnitudo” estetica, senza però nulla to­gliere alla bellezza che luoghi e ambienti della Savoia posseggo­no comunque.

Non esiste montagna più priva di leggende del Monte Bianco, sia da parte francese che italiana: perché lassù era veramente il trono degli dei. Gnomi, fate, coboldi e giganti possono abitare solo più in basso, perché sono anima­zioni del nostro spirito. Ma se l’uomo non aveva mai messo piede sulle alte quote, nessuna a­nimazione era necessaria.

Oggi semmai le disgrazie, le imprese e l’ardire delle costruzioni umane costitui­scono il tessuto per le future leggende.

La sensazione che non vi fosse più angolo senza la presenza della montagna-re ha portato l’uomo primitivo a credere che il cielo si mantenesse in equilibrio sulla terra grazie a grandi colonne, le montagne appunto.

Il desiderio di capire e di spiegare i grandi fenomeni che gli si svolgevano at­torno ha spinto l’uomo di un tempo a interpretare l’ambiente che lo circondava con la sua fantasia e i pochi dati oggettivi di cui disponeva.

Dal Col des Verts verso la pointe des Verts, il Mont Fleuri e la Tête Pelouse. Aravis, Savoia, Francia
Dal Col des Verts verso la pointe des Verts, il Mont Fleuri e la Tête Pelouse. Aravis, Savoia, Francia.L’egocentrismo (che poi l’uomo ha ancor più sviluppato), le gran­di catastrofi, frane, forse terremoti gli hanno fatto pensare che il cielo potesse crollargli ad­dosso. Solo l’essenza delle monta­gne era lì a puntellarlo, a garantire una sicu­rezza tanto aleato­ria quanto dipendente dai capricci degli dei.

Così nacque l’idea che le montagne fossero le colonne del grande tempio del cielo, idea presente in ogni cultura e civiltà. Basti pensare all’Odissea, al Libro di Giobbe, ai Rigveda. I nomadi vedevano le montagne come il palo portante della loro tenda. Il libro arabo delle Mille Domande dice che le montagne sono i chio­di della terra. Per non parlare di Atlante, il gigante che in prossimità delle Colonne d’Ercole sosteneva a spalle la colonna che separa il Cielo dalla Terra e che in seguito fu trasformato lui stesso nella catena di montagne omonima. In Cina sono addi­rittura quattro, situate in quattro opposti punti cardinali, le montagne che reggono il mondo: basta una piccola oscillazione per avere lutti, tragedie o nuove creazioni.

Queste considerazioni arricchiscono il panorama, che non è mai soltanto una veduta sulle cime e sulle valli. Una visione non ha limiti, spazia nel tempo, nei ricordi, nei misteri: una visione indaga, considera, annuisce alle percezioni della nostra ignoran­za. Le forme, sempre diverse, sempre nuove e cangianti, sono gli infiniti modi con i quali i contenuti della visione ci si propon­gono.

Ci saranno dei tedeschi, o degli italiani, che, sollecitati dalla bellezza delle co­lonne del cielo della Chaîne des Aravis e dalla presente e inadeguata descri­zione, andranno così lontano dalle loro visioni più familiari per indagare, sco­prire, recepire?

postato il 1° settembre 2014

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Dolomiti Unesco Foundation

L’Unesco, il 26 giugno 2009 a Siviglia, ha decretato gran parte del territorio dolomitico Patrimonio Naturale dell’Umanità, apprezzando e sostenendo quindi l’irripetibilità delle bellezze naturali di questa regione: e questo a dispetto dei danni che in passato le necessità dello sviluppo delle popolazioni locali, unitamente a quelle del turismo di massa, hanno provocato in molte zone di questo territorio.

Lastoni di Formin – Dolomiti – Passo Giau. Foto: Luciano Gaudenzio/K3
Lastoni di Formin / Dolomiti - Passo Giau

A parlarne per primi, in un convegno a Cortina (6-8 agosto 1993), furono le associazioni Mountain Wilderness, Legambiente e SOS Dolomites: in quell’occasione Heinz Mariacher e Luisa Jovane scesero a corda doppia da una mongolfiera in piazza, si parlò di Monumento del Mondo, si raccolsero dodicimila firme e l’appello fu firmato da nomi importanti quali Mario Rigoni Stern, Margherita Hack, Norberto Bobbio, Ardito Desio, Rita Levi Montalcini, Fosco Maraini, Reinhold Messner e tanti altri.

Oggi, a proclamazione avvenuta e registrata la mancanza di alcun progresso nell’ottica di una migliore gestione del territorio (gli esempi negativi sono sempre in aumento), prima di sperare in un reale cambio di rotta dell’intera gestione del territorio, s’impongono alcune considerazioni.

Intanto si constata che gli speculatori e quelli tra i politici da sempre contrari hanno alla fine accettato il risultato in previsione di un’ulteriore e più massiccia presenza turistica: lo si è visto da molte dichiarazioni che ponevano in evidenza quanto il nuovo marchio influirà nelle politiche di marketing delle Dolomiti.

Si continua poi osservando che la gestione pratica è nelle mani di enti assai diversi. Due delle cinque province, Trento e Bolzano, sono autonome; altre due (Pordenone e Udine) sono inserite in una regione a statuto speciale, mentre Belluno è a statuto ordinario, quindi è priva di sostegno legislativo e fondi autonomi. Per aggirare queste differenze, con tutte le difficoltà di ordine amministrativo, economico e gestionale che ne sarebbero derivate, si è pensato a una Dolomiti Unesco Foundation, “soggetto unitario di coordinamento interistituzionale per la gestione delle politiche di conservazione e di valorizzazione del Patrimonio Universale”.
Le cifre del Patrimonio Naturale non possono indurre a un facile ottimismo. I 2.310 kmq e le 220 vette sono solo territori in quota, praticamente disabitati e di già protetti da parchi e altre direttive di Natura 2000. Perciò, in quanto monumento vero e proprio, sono solo le rocce a essere tutelate (a parte un minimo di “zona tampone”).
Nonostante i geografi concordino che l’areale dolomitico propriamente detto è compreso tra le valli dell’Adige, dell’Isarco, la Val Pusteria, la valli del Piave, del Cismon e del Brenta, e a dispetto del progetto iniziale che prevedeva una ben più vasta area dal Sarca al Tagliamento, ci sono state esclusioni di gruppi importantissimi come il Sella, il Cristallo, le Tofane, l’Antelao, il Sassolungo, oltre a tutti i gruppi prealpini. Questo è scandaloso e inaccettabile.
Sono molti dunque i punti dolenti, e in più l’Unesco non dà garanzie di protezione perché non può porre vincoli reali. Al massimo, dopo l’approvazione di progetti devastanti, può giungere alla revoca del riconoscimento e quindi provocare una “figuraccia” dell’amministrazione.
L’impressione che se ne ricava quindi è che sia necessario un ritorno al progetto iniziale, lavorando perché tutto il territorio, comprensivo di abitati, manufatti, impianti e zone industriali, sia un patrimonio naturale e culturale, con l’Unesco o senza.
Per vigilare sui programmi e criticare con creatività, le istituzioni pubbliche non devono perciò essere le sole a occuparsi della Fondazione: devono essere coinvolte anche le associazioni ambientaliste, volontariamente a suo tempo uscite dall’iter di proclamazione per non creare dissidi inopportuni. E abbiamo ben presente come il pericolo di burocrazia e insabbiamenti sia sempre presente.

Monte Pelmo – Dolomiti, Val Bòite. Foto: Luciano Gaudenzio/K3
Monte Pelmo - Dolomiti - Val Bòite
L’artificiosa separazione tra mondo naturale e mondo umano non è il metodo giusto per recuperare il modo di vivere in montagna. Non dobbiamo copiare il format dei parchi nazionali americani, perché, a parità di bellezza, il disabitato Yellowstone non è l’Alpe di Siusi. Occorre sperimentare nuove strade e nuove alleanze, contadini che investono nel biologico, piccola e creativa imprenditoria turistica, gestione innovativa dei pascoli e dei boschi, nuovi lavori per la sicurezza idrogeologica, nuove idee magari figlie di vecchi saperi montanari. E ancora, far lavorare i giovani cervelli nelle università cittadine, per un maggiore risparmio energetico e per la ridefinizione del valore aggiunto che può avere un prodotto locale.
L’ambizione deve essere quella di realizzare in concreto le Dolomiti quale patrimonio culturale dell’umanità, dove non ci sia divisione tra natura e abitante, quel luogo dove si è raccolta la sfida per una solidarietà tra progetti e, in definitiva, tra uomo e uomo.
Nella convinzione che un monumento, per essere tale, non soltanto deve avere sistemazione al centro di una bella piazza famosa ma anche essere intrinsecamente una bella scultura e da tutti riconosciuta come tale: quindi anche patrimonio culturale.

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Trekking in difesa della Croda Rossa di Sesto

Monte Elmo-Croda Rossa: collegamento “svelato”
Per i prossimi 2 e 3 agosto 2014 Mountain Wilderness organizza un trekking aperto a tutti per la salvaguardia della Croda Rossa di Sesto, la magnifica montagna che si pone a cavallo fra le Dolomiti di Sesto ed il Comelico, interessata da proposte di collegamento sciistico che ne deturperebbero il fascino e la sua storia.

La manifestazione, in un luogo ancora integro e capace di offrirci emozioni altrove perdute, vuole essere un richiamo alla Fondazione Dolomiti UNESCO affinché intervenga, con urgenza, a fermare una macchina politica impazzita che sta distruggendo definitivamente quanto rimane di integro nel territorio delle Dolomiti. Sarà l’occasione per chiedere a Dolomiti UNESCO, pensiamo proprio per l’ultima volta, coerenza e trasparenza nelle progettazioni e nelle scelte. Da mesi Mountain Wilderness non ha risposta nel merito della possibilità di seguire i piani di gestione, nessuno ne conosce contenuti e analisi. La Fondazione Dolomiti UNESCO è ormai una fortezza inespugnabile in mano a politici che la stanno gestendo con superficialità e nei ritagli di tempo, portando la Fondazione ad essere solo una dispensatrice, anche in modo contraddittorio, di marchi e di iniziative “immagine” prive di qualunque ricaduta e condivisione con i territori.

Quanto accade attorno alla Croda Rossa, ma anche al Latemar, a Campiglio, nella gestione delle acque del territorio dolomitico, lo sta a dimostrare. Paesaggi ed emozioni che vengono giorno dopo giorno sviliti, cancellati per sempre.

Croda Rossa - 2

Il progetto
Nei confronti di un progetto precedente, sul quale pende tuttora un ricorso ambientalista al TAR di cui si attende ormai solo la pubblicità della sentenza, un secondo progetto è stato elaborato. Va detto che questa seconda versione accoglie significative revisioni e modifiche, in virtù delle veementi proteste ambientaliste che hanno incontrato, in parte, anche la condivisione voluta o forzata della società impiantistica. Le novità del nuovo progetto sono state sottolineate dal sindaco di San Candido, azionista per il suo comune nella società impiantistica presieduta da Franz Senfter.

Ma questo passo di “buona volontà” non è certo sufficiente. Il nuovo progetto continua a prevedere due nuovi impianti di risalita, con rispettive piste di discesa, che collegheranno le due montagne attraverso la località in quota dell’Orto del Toro partendo dal versante Kristler dell’Elmo per giungere alla stazione a valle della pista Signaue. Lo faranno con un tracciato sostanzialmente nuovo che, abbassandosi sensibilmente, salvaguarderà l’ambiente storico rurale della località Negersdorf ed eviterà l’attraversamento del rio Villgrater. L’abbassamento della quota della stazione a valle sul versante dell’Elmo consentirà anche di salvaguardare i due preziosi biotopi, il Langbödenle Moos e lo Seikofl, interessati invece dal progetto abbandonato.

La manifestazione chiederà apertamente un passo indietro, per salvaguardare la totale integrità di quel territorio.

Croda Rossa - 1

La situazione UNESCO
Cinque anni fa, il 26 giugno 2009, UNESCO offriva alle Dolomiti il patrocinio di Monumento naturale dell’Umanità. Si concludeva una lunga e complicata azione sociale e politica che Mountain Wilderness aveva avviato a Cortina d’Ampezzo, affiancata da SOS Dolomites e Legambiente, con la raccolta di 12.000 firme poi depositate presso il Ministero dei Beni culturali.

Il mondo politico delle Dolomiti e la stessa Fondazione tendono a cancellare la storia reale di questa grande vittoria ambientalista, mentre si deve dare atto alle istituzioni di aver lavorato con intensità e una visione propositiva al progetto, ma questo è avvenuto solo dopo il 2005 e solo dopo che Mountain Wilderness, da sola, aveva reso fertile il terreno presso i ministeri.

Sono trascorsi cinque anni e a nostro avviso la situazione progettuale e del consenso su Dolomiti UNESCO è ferma all’anno zero. Nessuno conosce i contenuti, neppure parziali, dei documenti di gestione dell’area (paesaggio, geologia, aree protette, mobilità, turismo sostenibile, formazione, marketing). Ogni forma di partecipazione diretta è preclusa.

Visione invernale da Sesto Pusteria su Croda Rossa di Sesto, Cima Undici, Croda dei Toni e Cima Una (che incoronano la Val Fiscalina)
Visione invernale da Sesto Pusteria su Croda Rossa di Sesto, Cima Undici, Croda dei Toni e Cima Una (che incoronano la Val Fiscalina)

Mentre questo avviene nelle aree che circondano Dolomiti UNESCO, in luoghi incantevoli, i politici delle cinque province offrono nuovi spazi di erosione alle ruspe, nuove aree sciabili sono aperte e sostenute, quasi ovunque, con denaro pubblico. Attorno a Croda Rossa verso il Comelico; le aree di Serodoli a Madonna di Campiglio; a Moena si avvia un impianto che straccerà i boschi del Latemàr. Ovunque quanto è ancora intatto nei piccoli torrenti viene umiliato dall’imposizione di nuove centrali e centraline idroelettriche. Le moto e le auto continuano a inquinare, anche con assordanti rumori, i passi delle Dolomiti. E in Veneto si vuole attraversare il Cadore con una nuova autostrada.

Questi saranno i temi che Mountain Wilderness inserirà nel libro nero che sarà presentato nell’estate 2015 all’UNESCO a Parigi.

Clicca qui per il programma della manifestazione alla Croda Rossa di Sesto (2-3 agosto 2014).

 

Moena e il Latemàr
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Il lago di Serodoli (Dolomiti di Brenta)
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Gli aspetti giuridici della fruizione turistica della montagna

Gli aspetti giuridici della fruizione turistica della montagna
di Carlo Bona (Prof. Avv. Docente di Diritto privato all’Università di Trento)
Il presente post è tratto dalla relazione che Carlo Bona fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

Mi è stato chiesto di affrontare i problemi d’ordine giuridico che possono derivare dalla richiodatura di una falesia. Le mie conclusioni dovrebbero, assieme a quelle degli altri relatori, aiutare a prendere decisioni sull’opportunità di richiodare. Una decisione deve ovviamente considerare sia i benefici, sia i costi dell’intervento. Un beneficio, almeno potenziale, è sotto gli occhi di tutti: l’arrampicata sportiva può generare importanti flussi turistici, con significative ricadute sull’economia del territorio. Seneci e Veronesi hanno riportato l’esempio arcense, ma di esempi se ne potrebbero fare molti o moltissimi altri. A fronte di questo beneficio ci si deve chiedere se ci siano costi potenziali, e quali siano. In particolare, ci si deve chiedere se ci siano, in termini di responsabilità, costi attesi così elevati da sconsigliare la richiodatura. L’esempio arcense e decine d’altri dimostrano che così non è: la valorizzazione delle falesie genera un importante afflusso economico, senza che vi sia traccia di costi per le responsabilità.
Una strana alchimia? Non era l’arrampicata uno sport pericoloso, foriero di responsabilità? Vediamo come ad Arco ed altrove si è affrontato il tema.

Foto: Delfino Formenti

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Chi ha fino ad oggi saputo trarre frutto dall’arrampicata ha preso decisioni in modo analitico, impegnandosi nella comprensione di uno sport, l’arrampicata sportiva, che, va sottolineato, è profondamente sconosciuto.

Se si ragiona (meglio, se si decide) facendosi trasportare dalle immagini che abbiamo in memoria dell’alpinismo e dell’arrampicata e dalle emozioni non ci si impegnerà mai nella chiodatura. L’arrampicata è legata a doppio filo alla paura. La paura orienta le rappresentazioni che la gente ha degli arrampicatori (nell’immaginario collettivo pratichiamo uno sport «estremo»); la paura dirige le rappresentazioni che agli arrampicatori piace dare di loro stessi (nei libri: chi dimentica il successo di 342 ore sulle Grandes Jorasses (Nota 1)?; nei film: basti ricordare la solitaria di Edlinger in Verdon slegato e scalzo sulle note di Bach (Nota 2); negli spot: basti ricordare quello dell’Adidas in cui Huber si destreggia slegato nel grande vuoto della Brandler Hasse in Lavaredo (Nota 3), ecc.); la paura informa di sé perfino le rappresentazioni che gli arrampicatori danno a se stessi dell’arrampicata (dai nomi delle vie: Il grande incubo sul Brento (Nota 4), Au delà du delire in Verdon (Nota 5), al linguaggio che usano: il «vuoto siderale» della Marmolada, il «gaz», «quel giorno abbiamo giocato con la follia… »). Tutto ciò ha un impatto enorme su decisioni come quelle di cui si discute nel nostro convegno.

Negli ultimi vent’anni la ricerca ha svelato molti dei meccanismi grazie ai quali la paura incide sulle decisioni.
Si è dimostrato (grazie agli studi iniziati, tra gli altri, da Simon e Kahneman, premi Nobel per l’economia, Nota 6) che tutti noi, nel prendere decisioni, non ci rifacciamo ad una impraticabile razionalità, ma utilizziamo schemi compatibili con le risorse del nostro sistema cognitivo (cioè, della mente e del cervello). L’utilizzo di questi schemi semplificati fa sì che ci si faccia fortemente e spesso inconsapevolmente influenzare, anche nelle decisioni giuridiche o regolative come queste, dalla salienza di un’informazione presente in memoria (più «forte» è l’immagine in memoria, più influenzerà la decisione, Nota 7) e dalle emozioni, come la paura (Nota 8). La nostra memoria, quando si vanno a pescare informazioni riferite all’arrampicata, è ricca di immagini che evocano il rischio, il pericolo, l’incidente. Si tratta di immagini estremamente salienti, estremamente «forti». Così all’arrampicata si associano emozioni altrettanto forti. Se ci si fa trasportare da tutto questo non si chioderà mai. Ma se ad Arco, a Riva del Garda ed in altre località turistiche ci si fosse fatti trasportare da tutto questo, non si sarebbe mai sviluppato l’indotto turistico collegato al windsurf, alla mountain bike, al downhill, al canyoning, allo sci da discesa, ecc. (tutti sport che almeno in origine generavano analoghe immagini di pericolo, Nota 9).

Foto: Delfino Formenti

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Se non ci si lascia trasportare da euristiche (questo è il termine tecnico dei fenomeni psicologici ai quali abbiamo fatto cenno) ed emozioni il discorso cambia drasticamente. Non è difficile avvedersi del perché ad Arco le amministrazioni e gli operatori abbiano investito sull’arrampicata (e, quindi, sulla valorizzazione delle falesie) e del perché abbiano ritenuto che quello dei costi attesi in termini di responsabilità non costituisse un problema.

In primo luogo chi è riuscito a trasformare gli investimenti in arrampicata in un’opportunità per il territorio si è sforzato di analizzare l’arrampicata sportiva (sebbene in un primo momento, lo hanno sottolineato anche Seneci e Veronesi, gli arrampicatori fossero tutt’altro che ben visti), così giungendo alla conclusione, ovvia per un arrampicatore, tutt’altro che ovvia per chi arrampicatore non lo è, che l’arrampicata sportiva (Nota 10) non è l’alpinismo, né quello classico (Nota 11), né quello moderno (Nota 12), né quello himalayano (Nota 13); non è l’arrampicata trad (Nota 14); non è il free solo (Nota 15). I rischi ed i pericoli tipici di queste attività sono estranei all’arrampicata sportiva. Se si conosce questo sport si comprende anche la differenza che intercorre tra vie di arrampicata sportiva chiodate con una seppur minima attenzione per la sicurezza e vie chiodate con approssimazione (o con l’intento di renderle pericolose…). E chi coglie queste differenze non ha difficoltà a concludere che la probabilità di verificazione di sinistri (rapportata al numero di praticanti) in falesie pensate per l’arrampicata sportiva è più ridotta (forse molto più ridotta) di quella che si registra in sport ad ampia diffusione come lo sci da discesa. Con tutto ciò che ne consegue sulla valutazione dei costi attesi in termini di responsabilità.

Foto: Delfino Formenti

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In secondo luogo, chi ha tratto frutto dall’arrampicata sportiva non si è accontentato di analisi, del tutto generiche, sui profili giuridici degli eventuali incidenti (analisi che, spesso condotte da chi l’arrampicata l’ha vista solo sui libri, si riducono alle formulette pigre del «non si è mai responsabili perché c’è l’accettazione del rischio» o «si è sempre responsabili perché l’arrampicata è uno sport estremo e, quindi, pericoloso»). Ha saputo distinguere tra la probabilità che si verifichi un qualsiasi tipo di sinistro e quella (l’unica importante per valutare i costi attesi in termini di responsabilità) che si verifichi un sinistro che comporti la responsabilità del chiodatore o del proprietario della parete in falesie fatte oggetto di interventi di pulizia e richiodatura secondo le norme tecniche (COSIROC o altre, Nota 16): insomma, in falesie come quelle di cui si discute in questo convegno. Se si distingue tra queste ipotesi non è difficile concludere che la seconda probabilità è prossima allo zero. I casi-limite in cui si può ipotizzare una responsabilità sono quelli del distacco della protezione (cementata!) e quello del crollo di massi di significative dimensioni o di consistenti porzioni rocciose (tutti gli altri sinistri o non sono imputabili a chiodatori e proprietari (Nota 17), o sono coperti dalle scriminanti dell’esercizio di un’attività sportiva, Nota 18). Ma la verificazione di casi come questi (dei quali non si ha alcuna notizia ad Arco dal 1982 ad oggi e per i quali non si registra nessun precedente giurisprudenziale edito), si ribadisce in strutture fatte oggetto di un normale intervento di pulizia e di richiodatura secondo le norme tecniche, costituirebbe oggetto di una vera e propria singolarità statistica. Ed anche di questo si deve tener debito conto quando si confrontano i benefici in termini di ricadute positive per il territorio con i costi attesi in termini di responsabilità.

Soprattutto, ed è il terzo punto, chi ha investito nell’arrampicata ha saputo trattarla così come ogni altro sport, liberandosi dalle trappole cognitive che portano a ritenerla un fenomeno a sé, nemmeno inscrivibile tra le discipline sportive in senso stretto.

Se si tratta l’arrampicata come ogni altro sport la soluzione ai costi attesi in termini di responsabilità c’è ed è ovvia: ci si assicura. Il Comune di Arco ha esteso alle strutture d’arrampicata l’assicurazione già stipulata per le altre strutture pubbliche (parchi, ecc.) così risolvendo alla radice il problema.

Insomma, se non ci si fa influenzare da euristiche e emozioni, se ci si impegna in un’attenta analisi della probabilità di verificazione dei sinistri, se si valuta in modo parimenti attento da quali dei potenziali sinistri può effettivamente derivare una responsabilità di chiodatori e proprietari e, soprattutto, se si tratta l’arrampicata come ogni altro sport, assicurandosi, il problema dei costi attesi in termini di responsabilità è facilmente affrontabile. Ed è in questa direzione che va operata una corretta analisi costi-benefici quando, come nel nostro caso, si debba decidere se intervenire o meno sulle falesie.

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Nota 1. R. Desmaison, 342 ore sulle Grandes Jorasses, Corbaccio, 2007. La storia narrata nel libro è famosissima: Desmaison e Gousseault affrontano i 1200 metri di granito e ghiaccio della nord delle Grandes Jorasses. Partiti l’11 febbraio 1971 i due impiegano sei giorni per arrivare a 200 metri dalla vetta, quando, il 17 febbraio, il tempo volge al brutto. Serge Gousseault tradisce i primi segni di sfinimento: «tornare indietro non è più possibile, non resta che proseguire, uscire dalla parete: è l’inizio della fine, i bivacchi si susseguono fino all’ultimo, a 80 metri dalla meta. Gousseault non riesce più a muoversi, e Desmaison, che ancora – non per molto – avrebbe energia sufficiente per arrivare in cima, decide di restare con il suo compagno di cordata che, infine, soccombe. Ormai a Desmaison non resta che attendere l’elicottero dei soccorsi che arriverà solo il 25 febbraio, dopo 342 ore, più di due settimane in parete (dalla quarta di copertina)».

Nota 2. La celeberrima sequenza di Opéra vertical di Jean Paul Janssen (1982) in cui Edlinger sale l’espostissima Debiloff Profondicum (6c+). La musica di Bach è la cantata Allein zu dir, Herr Jesu Christ (BWV 33).

Nota 3. Parete nord della Cima Grande di Lavaredo, 550 mt. fino al 7a+.

Nota 4. Il grande incubo, D. Filippi, A. Zanetti, 1997, Monte Brento – Arco, 1200 mt., VI, A4/R3/V.

Nota 5. Au delà du delire, M. Fauquet, M. Guiot, P. Guiraud, D. Mottin, 1981, Verdon, 180 m (la sola via), 7a.

Nota 6. H. A. Simon, Models of Bounded Rationality, Cambridge, Mass., MIT Press. (1982). Kahneman, D., Slovic, R., Tversky, A., Judgement under Uncertainty: Heuristic and Biases, New York, Cambridge University Press (1982).

Nota 7. Cfr. in ambito giuridico, C. Bona, Sentenze imperfette, Il Mulino, Bologna (2010) e C. Bona, R. Rumiati, Psicologia cognitiva per il diritto. Ricordare, pensare, decidere nell’esperienza forense, Il Mulino, Bologna (2013) e la bibliografia ivi citata. Con riferimento al piano più strettamente regolativo cfr. C. R. Sunstein, Il diritto della paura, Il Mulino, Bologna (2010). Sunstein, costituzionalista, ha insegnato a Chicago ed Harvard e dirige l’Office of Information and Regulatory Affairs alla Casa Bianca.

Nota 8. Sull’impatto delle emozioni, dopo i primi pioneristici studi di A. Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi, Milano (1994) e Alla ricerca di Spinoza, Adelphi, Milano (2003) v. ora G. Belelli, R. Di Schiena (a cura di), Decisioni ed emozioni. Come la psicologia spiega il conflitto tra ragione e sentimento, Il Mulino, Bologna (2012).

Nota 9. Si dice «in origine», ma c’è chi tende a tutt’oggi a fare valutazioni sintetiche, attraendo tutto nella sfera dell’«estremo»: cfr. L. Santoro, Sport estremi e responsabilità, Giuffrè, Milano (2008).

Nota 10. L’arrampicata sportiva si svolge su pareti di dimensioni solitamente contenute (fino ai 100-150 metri). I rischi ambientali sono normalmente inesistenti. La protezione è garantita dalla corda e da ancoraggi cementati (o da tasselli). Si deve riuscire a salire “a vista” o “rotpunkt” una via, ossia percorrere la linea di salita senza cadere e senza far uso di mezzi artificiali di progressione, al primo tentativo (a vista) o dopo una serie di tentativi (rotpunkt). La difficoltà della via è espressa secondo scale: la più diffusa in Europa è quella francese che va, attualmente, dal 5a al 9b+. Nell’arrampicata sportiva alla componente strettamente tecnica si può aggiungere una componente psicologica. La paura del volo (seppur non rischioso in quanto protetto dalla corda) contribuisce a volte a creare la difficoltà della salita. Per le distinzioni cfr. C. Bona, La responsabilità nell’alpinismo e nell’arrampicata senza guida, in U. Izzo (a cura di), La responsabilità civile e penale negli sport del turismo, I, La Montagna, Giappichelli, Torino (2013), 417 e ss. e bibliografia ivi citata.

Nota 11. L’alpinismo tradizionale si svolge su vie di sviluppo normalmente superiore ai 100-150 metri (che possono superare i 2.000 metri), di roccia, di ghiaccio, o miste roccia e ghiaccio. Il rischio ambientale è assai variabile e dipende dal tipo di parete, dalla sua esposizione (una parete esposta a nord è sotto questo profilo normalmente più severa), dall’altimetria, dalla zona, dal tipo di roccia o ghiaccio. La protezione è garantita dalla corda, da chiodi a lama (non da chiodi cementati o tasselli) o da protezioni veloci. Si deve riuscire a salire una via, ma sono normalmente ammessi anche mezzi artificiali di progressione, di vario tipo. La difficoltà di una salita è espressa da varie scale. Per le difficoltà su roccia si usa normalmente la scala Welzenbach (o UIAA), che esprime le difficoltà massime dei singoli passaggi ed è attualmente compresa tra il I° e l’XI° grado, e la scala delle difficoltà in artificiale, ossia delle difficoltà che si incontrano usando i mezzi artificiali di progressione, compresa tra A0 e A5. Per esprimere la difficoltà su ghiaccio si è soliti riportare la pendenza della parete, espressa in gradi (60°, 75° etc.). Per le difficoltà nell’arrampicata mista su roccia e ghiaccio (si sale usando piccozze e ramponi ma incontrando anche tratti su roccia) si usa invece una scala compresa tra M1 e M11. A queste tre scale si aggiunge quella dell’impegno complessivo, così articolata: F (facile), PD (poco difficile), AD (abbastanza difficile), D (difficile), TD (molto difficile), ED (estremamente difficile), EX (o ABO), eccezionalmente difficile. L’impegno psicologico è molto variabile: si passa da vie in cui è quasi inconsistente ad altre in cui il rischio di incidenti mortali è elevatissimo.

Nota 12. L’alpinismo moderno presenta gli stessi caratteri dell’alpinismo classico, con la differenza che è ammesso l’utilizzo, come ancoraggi, dei chiodi cementati o dei tasselli. Per le scale di difficoltà molto spesso si utilizza la scala francese invalsa nell’arrampicata sportiva (in aggiunta alla scala dell’artificiale, nel caso vi siano passaggi di questo tipo, ed alla scala dell’impegno complessivo sopra riportata). Le difficoltà raggiunte nell’alpinismo moderno sfiorano ormai il 9a. L’impegno psicologico è anche in questo caso molto variabile. Peraltro l’utilizzo dei tasselli o dei chiodi cementati per l’assicurazione fa sì che di norma non si raggiungono i vertici di impegno psicologico che si possono raggiungere in quello che abbiamo definito l’alpinismo classico.

Nota 13. L’alpinismo himalayano si svolge su pareti dalle dimensioni normalmente imponenti (lo sviluppo delle vie è normalmente superiore ai 2-3.000 metri), situate ad una quota compresa tra i 6.000 e gli 8.000 metri. I rischi ambientali sono sempre elevati e possono diventare elevatissimi. La protezione è garantita da ogni mezzo disponibile. L’impegno psicologico è normalmente notevolissimo: la salita di una qualsiasi via himalayana comporta sempre seri pericoli mortali.

Nota 14. L’arrampicata trad o hard grit si svolge su strutture analoghe a quelle su cui si svolge l’arrampicata sportiva in falesia, quindi pareti dalle dimensioni normalmente contenute (qui di solito non si va oltre i 20-30 metri): non c’è rischio collegato alle condizioni metereologiche e quello collegato alla friabilità della parete è solitamente molto ridotto. La protezione (minore a quella che si riscontra nell’arrampicata sportiva) è sempre assicurata dalla corda, ma ciò che cambia sono gli ancoraggi: non chiodi cementati o tasselli, ma quelle che gli arrampicatori chiamano “protezioni veloci”, ossia attrezzi da incastro in buchi o fessure. L’obiettivo è anche in questo caso quello di salire una via senza cadere e senza far uso di mezzi artificiali di progressione: a vista o rotpunkt.
In questa disciplina alla scala di difficoltà si aggiunge una scala di impegno (anche psicologico) della salita, che va attualmente, dall’HVS all’E11: ciò è dovuto al fatto che l’impiego delle sole protezioni veloci rende molto più elevato il rischio di cadute pericolose.
Sulle vie più impegnative si deve scontare il rischio di cadute mortali.

Nota 15. Il free solo si esercita su qualsiasi tipo di parete (dalle paretine di 10-20 metri ai colossi alpini o californiani che superano i 1000 metri di sviluppo). Il rischio collegato alle condizioni ambientali dipende dal tipo di parete che si affronta (così è inesistente su una piccola parete di fondovalle, è elevatissimo in una salita dei 1.600 metri spesso friabili della parete nord dell’Eiger). Si arrampica senza corda e senza alcuna protezione. Lo scopo è quello di riuscire a salire una via e le difficoltà sono espresse dalle stesse scale che si applicano all’arrampicata sportiva in falesia (il maggior grado qui raggiunto è attualmente l’8b+). L’impegno psicologico è assoluto: una caduta comporta spesso (ed anzi si potrebbe dire normalmente) un pericolo mortale. Recentemente al free solo si è aggiunta una disciplina più ludica, in cui si arrampica sì senza protezioni, ma sopra specchi d’acqua: è il deep water solo. Le scale di difficoltà sono le solite (qui però si è raggiunto il 9b), l’impegno psicologico è significativo, seppur decisamente inferiore a quello del free solo classico.

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Nota 16. Incidentalmente, si ricorda che esiste anche una norma tecnica UNI (UNI EN 12572-1 del 28/08/2007) che, pur riferita espressamente alla sola predisposizione di strutture artificiali d’arrampicata, offre svariati spunti anche per la chiodatura delle falesie.

Nota 17. E così, non sono certo imputabili al chiodatore od al proprietario gli incidenti:

a) causati dall’erronea assicurazione. Quanto agli incidenti da erronea assicurazione, in senso proprio questa consiste in quel complesso di manovre che consentono di trattenere la caduta di un compagno di cordata bloccando la corda. È intuitivo che di eventuali incidenti debba rispondere chi abbia errato nell’assicurazione e non certo l’ente pubblico che si sia occupato della manutenzione straordinaria della parete con la richiodatura od il proprietario;

b) quelli causati dall’arrampicatore che finisce “fuori via”. Un altro tipo di incidente collegabile alla condotta del compagno di cordata è quello che può verificarsi quando l’alpinista o l’arrampicatore, nella ripetizione di una via salita da altri, finisca “fuori via”, ossia non segua il tracciato della salita ma finisca in una zona di parete che lo mette in gravi difficoltà. Si tratta di un tipo di incidente che di fatto non si può verificare su pareti chiodate per l’arrampicata sportiva, come quelle che ci interessano (i chiodi, qui, sono posti a distanza ravvicinata e quindi non si può finire “fuori via”). In più la responsabilità dell’incidente non cadrebbe certo su chi ha provveduto alla chiodatura, sempre per difetto del nesso causale;

c) quelli causati da errori nella progressione. Un altro tipo di errore e correlato incidente è collegato al modo di arrampicare. Un incidente, in alcune discipline, può essere provocato dalla sopravvalutazione di un appiglio per l’erronea “lettura” della parete da parte del primo di cordata o dall’erronea impostazione del corpo. Anche tralasciando il fatto che incidenti di questo tipo quando si verifichino sulle pareti destinate all’arrampicata sportiva non aprono alla responsabilità (si infortuna solo chi cade, non essendo ragionevolmente possibile che la caduta coinvolga anche chi assicura), comunque non si vede come potrebbe risponderne il chiodatore o il proprietario.

d) quelli da eccessivo ardimento. Un incidente nella progressione può essere causato dall’eccessivo ardimento di uno dei componenti la cordata, che affronta difficoltà per lui insuperabili. Qui vale un discorso analogo a quello che abbiamo appena fatto. Si tratta di incidenti che sulle strutture destinate all’arrampicata sportiva possono al più coinvolgere solo chi sbaglia e cade e non il compagno e, soprattutto, si tratta di una classe di incidenti che non apre a responsabilità di chi provveda alla mera chiodatura della parete.

e) il cedimento di un chiodo infisso dal compagno di cordata. Anche questo sinistro, diffuso in relazione alle vie d’alpinismo classico non chiodate o solo parzialmente chiodate o d’alpinismo himalayano, solitamente non ha nulla a che vedere con la responsabilità connessa alla chiodatura di una falesia. Si può dare il caso che qualcuno provi a salire le vie in stile trad, ossia non utilizzando le protezioni presenti ma posizionandone di proprie, “veloci” (friend, nut, ecc.), ma anche in questo caso la responsabilità di chi ha ripristinato la parete o del proprietario va esclusa, visto che l’incidente, laddove si verifichi, non ha nulla a che vedere con la condotta di chi ha posizionato i chiodi già presenti in parete.

Nota 18. Il discorso sull’applicabilità delle scriminanti (o cause di giustificazione) è troppo complesso per essere trattato in queste poche pagine. In modo molto approssimativo, e solo per offrire un cenno al lettore, si può affermare che c’è una sostanziale unanimità di vedute circa il fatto che l’arrampicatore non può pretendere risarcimenti del danno che costituisce verificazione del rischio normalmente accettato tra chi pratica l’arrampicata (per una più attenta analisi ci si richiama a C. Bona, La responsabilità nell’alpinismo e nell’arrampicata senza guida, in U. Izzo (a cura di), La responsabilità civile e penale negli sport del turismo, I, La Montagna, Giappichelli, Torino (2013), 417 e ss. e soprattutto alla bibliografia ivi citata). Sicché non sarà offerta la tutela risarcitoria a fronte di piccoli distacchi di pietre ed a fronte di cedimenti di prese od appoggi che siano normalmente prevedibili.

postato il 4 luglio 2014

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No CAV, Sui Sentieri della Distruzione

No CAV, sui sentieri della distruzione
Su Facebook, il 19 giugno 2013, Rosalba Lepore scriveva: “Penso che Sui sentieri della distruzione debba diventare un evento cadenzato, ripetuto, una catena umana itinerante sui luoghi della devastazione presenti nelle Apuane. Ci sono vari siti emblematici e martiri che possono ospitare il nostro grido di dolore e di lotta: Tacca Bianca-Monte Altissimo, Monte Sagro, Monte Serrone, Monte Corchia, Pizzo d’Uccello, etc. La mia idea è quella di creare eventi unificanti, in nome della salvezza delle Apuane, dove le associazioni del territorio collaborano per raggiungere uno scopo concreto e vitale. Una singola manifestazione, pur partecipata, non può incidere durevolmente e, soprattutto, non può far pressione su coloro che hanno il mandato di governo del territorio
Pochi giorni dopo ci sarebbe stata una delle manifestazioni previste, quella del 23 giugno.

Il Monte Carchio
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Il gruppo dei manifestanti
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Già dall’inizio dunque le manifestazioni avevano queste caratteristiche:
– partenza da vari punti diversi;
– percorso di vari sentieri di avvicinamento, molte volte intatti altre volte preludio al vero e proprio scempio (come le marmifere);
– ripetuta informazione ai partecipanti su ciò che sta avvenendo sulle Apuane: una storia decennale di violazioni della legge, di rapina e saccheggio dei beni della collettività: montagna, biodiversità, acqua;
– infine, come rivoli di un grande fiume, affluenza al luogo del ritrovo e, assieme a coloro che magari sono arrivati con i mezzi motorizzati, visita della cava o, come a Campocecina, osservazione dall’alto l’infernale bacino estrattivo di Torano.

Il 2 marzo 2014 a Campocecina erano previste più di trecento persone, la nevicata e le previsioni meteo negative hanno allontanato un centinaio di persone. Erano circa duecento manifestanti sotto la neve e ciò ha suscitato l’interesse dei media perché non accade tutti i giorni di partire dalla valle, affrontare un notevole dislivello e manifestare con fumogeni elevando scritte Salviamo le Apuane sotto un’abbondante nevicata.

L’ultima manifestazione (la quarta) dell’evento itinerante Sui Sentieri della Distruzione si è svolta il 18 maggio 2014, e questa volta erano più di un centinaio. L’hanno firmata Associazione Amici delle Alpi Apuane, Salviamo le Alpi Apuane, No al Traforo della Tambura, Amici della Terra della Versilia, Salviamo le Apuane, Indipiendientes Apuanos, WWF Lucca, La Pietra Vivente, CAI Viareggio – TAM, ARCI Versilia, CAI Lucca –TAM, tutti gruppi ambientalisti della provincia di Massa-Carrara e di Lucca per dire “no alle escavazioni” e “sì al rispetto dell’ambiente”.

SuiSentieriDistruzione 2Il gruppo è salito dal versante montignosino fino in vetta al Monte Carchio, o quel che di un monte resta, una vetta panoramica, devastata dall’attività estrattiva, sita sul crinale che divide la provincia di Massa-Carrara da quella di Lucca. Il sito ora è dismesso, le cave sono state abbandonate per lasciare il posto a uno scenario desolante e pure orribilmente sfregiato da alcuni ripetitori. Il Monte Carchio 1082 m non ha più la caratteristica cuspide sommitale ed è il simbolo e la storia di quel che resta di un sito quando cessa l’attività estrattiva: mancato ripristino ambientale, assenza di rivisitazioni culturali e sociali, periferia ad alta quota senza senso. Il panorama è molto bello sulla marina e sul Monte Altissimo, dove sono visibili altri impattanti segni dell’uomo.

Che cosa c’è quindi sul Monte Carchio? La gita acquista vita all’interno di un ambiente caratterizzato da una vegetazione che va dalla macchia mediterranea, ai castagneti, agli uliveti e ai boschi di conifere. Poi c’è un passaggio obbligato sul Monte Pepe che conserva anche resti archeologici. Il sentiero proseguirà poi per Cerreto e giunge alla chiesina del Pasquilio. Da qui l’itinerario prosegue fino a Termo del Pasquilio. L’ultimo atto è la salita alla cima, senza vita, solo detriti, vetta dilaniata e schernita dal grappolo di ripetitori. Sarebbe veramente interessante fare un confronto con l’aspetto che aveva nell’Ottocento il vecchio monte, detto anche Penna del Carchio.
Con un breve ma commosso discorso ufficiale gli ambientalisti hanno per l’ennesima volta chiesto l’approvazione del piano paesaggistico regionale e quindi la chiusura delle cave nel Parco delle Apuane.

Dunque, No CAV!

Una delle organizzatrici, Rosalba Lepore, ha commentato: «Non è possibile pensare a stralci o a valutazioni complessive positive che escludono le salvaguardie per le aree del Parco regionale delle Alpi Apuane. In questa chiave io leggo l’approvazione del Consiglio superiore dei beni culturali e più il Piano viene esaminato più si fa stringente e improcrastinabile l’anomalia di un’area tutelata sulla carta, devastata nella realtà».

Per una maggiore informazione leggere questo documento di Rosalba Lepore.

Chi volesse visionare un breve filmato sulla manifestazione:
http://iltirreno.gelocal.it/massa/cronaca/2014/05/18/news/salviamo-le-apuane-i-no-cav-occupano-il-monte-carchio-1.9252452

Sopra Campocecina, 2 marzo 2014
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La “vetta” del Monte Carchio
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postato il 10 giugno 2014

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Gli sport outdoor, una risorsa turistica

Gli sport outdoor, una risorsa turistica: farne un’opportunità e non un problema
di Angelo Seneci guida alpina, Direttore Rock Master e consulente esperto in Turismo Outdoor

Il presente post è tratto dalla relazione che Angelo Seneci fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

Prima di tutto vogliamo inquadrare l’outdoor in generale perché ritengo che l’arrampicata sia un tassello di quest’ultimo. Un tassello che a volte può svolgere il ruolo di “Cavallo di Troia” per entrare con dinamiche importanti in certi ambienti e può essere un mezzo capace di dare grande visibilità. I numeri dell’outdoor sono però molto più ampi e importanti della semplice arrampicata e questo lo vedremo insieme in seguito.

Noi siamo partiti nei nostri territori molto tempo fa (dal 1987) e ovviamente l’arrampicata di allora non corrisponde all’arrampicata di adesso. Allora era difficile vederne la crescita e all’inizio abbiamo fatto anche degli errori, forse è meglio chiamarli “tappe nell’evoluzione”. Col senno di poi avremmo detto: “Bisognava fare così”, ma i nostri errori di allora potrebbero essere utili per chi deve compiere un percorso simile oggi e offrire soluzioni migliori a certe problematiche.

Che cos’è lo sport outdoor? Per capirlo basta semplicemente affacciarsi alla finestra di questa sala, guardare il lago e le montagne che sono sullo sfondo. Per sport outdoor consideriamo tutte quelle attività o discipline sportive che hanno come terreno comune di azione la natura: dall’acqua alla roccia, dalla terra all’aria. Tutte queste attività hanno la caratteristica di essere sport che si praticano nella natura e quindi con delle problematiche comuni.

Prima caratteristica è quella di svolgersi in un ambiente non strutturato per accogliere grandi numeri e che bisogna impostare in modo essenziale tenendo conto della fragilità e delle problematicità di questi ambienti.

Biker nei pressi del Lago di Garda. Foto: Leo Himsl/K3
Mountain-bike Wheely 104Possono poi nascere esigenze contrastanti, tipo il conflitto che è nato in questi anni tra escursionisti e biker. È un problema serio. Noi abbiamo fatto anche dei tavoli provinciali per tentare di risolverlo ed è un problema che è comune in tutta Europa.

I primi passi dello sport outdoor si muovono negli anni ’80/90 del Novecento, nello stesso periodo in cui si affermano gli “sport estremi” che godono in questi due primi decenni di grande visibilità dovuta alla loro spettacolarità, anche se sono attività confinate a settori limitati della popolazione, spesso marginali e che avevano, in quel periodo, scarso interesse sotto il profilo economico.

Si trattava di attività che allora non davano l’idea di un mondo su cui investire, ma chi ha cominciato a investire a quel tempo (come ad esempio gli Amministratori di Arco) oggi ne trae i maggiori frutti. Allora non era facile intuire cosa stava per succedere, ma adesso la storia è cambiata.

Dalla fine degli anni Novanta e con gli anni Duemila c’è stata una profonda mutazione. Lo sport outdoor è passato da gruppi limitati al coinvolgimento di grandi strati di popolazione. Nell’universo outdoor sono rappresentate tutte le fasce d’età e ceti economico-sociali differenti tra loro. Si va dai giovanissimi alle famiglie, fino alla terza età. Sono coinvolti praticanti di ogni livello sociale. Diviene così una risorsa economica non marginale per territori che hanno un patrimonio ambientale da valorizzare e proporre. Una cosa interessante è che anche in questi anni di crisi quei territori che a suo tempo hanno investito vedono un movimento che si consolida con continui trend in crescita: un turismo di prossimità capace di soddisfare il bisogno di movimento e natura diventa un’appetibile e praticabile alternativa sulla porta di casa. Il successo del Garda Trentino lo dimostra. Il “vivere diverso”, il” muoversi” è diventato nel mondo una necessità così come per tanta parte della nostra popolazione senza dover per forza fare viaggi esotici o lontani.

Vediamo a grandi linee i dati sui praticanti in Europa
Cerchiamo di capire effettivamente cosa vale a livello europeo il turismo dello sport outdoor.
Sono dati su cui non esistono numeri certificati perchè sono sport che, per loro natura, si svolgono fuori da stadi e da terreni per lo più a pagamento, quindi difficili da quantificare, anche se possono essere fatte delle stime.
L’unico dato che abbiamo certificato e acclarato è quanto valeva nel 2012 il mercato dell’attrezzo e dell’abbigliamento riferito allo sport outdoor a livello europeo.

Questo era 14 miliardi di euro. Il mercato più importante è la Germania col 24%. Seguono il Regno Unito con il 14%, la Francia con il 13%, Italia – Austria – Svizzera con un 6% ciascuno. In totale si calcola che i paesi dell’arco alpino influiscano su questo valore per il 55% del totale. I paesi del nord dell’Europa occupano un 15/16% e sono in crescita i paesi dell’Est Europa (Polonia e Repubblica Ceca).

Mettendo in relazione questi dati con le stime sui praticanti dei singoli paesi possiamo valutare in circa 80/100 milioni i praticanti di sport outdoor in Europa così ripartiti: 25 milioni in Germania; 15 milioni in Francia; 6 milioni in Italia; 6 milioni in Svizzera; 6 milioni in Austria, per un totale di 55 milioni di praticanti nei paesi dell’arco alpino.

A riguardo delle motivazioni si tenga presente che i praticanti propensi al viaggio hanno nello sport la motivazione della loro vacanza nell’80% dei casi.

Se quindi lo valutiamo come potenzialità turistica, arriviamo a definire il potenziale bacino di turisti outdoor per l’Europa superiore ai sessanta milioni e in quaranta milioni per l’arco alpino. Sono numeri pesanti, perché è gente motivata e che si fidelizza facilmente su un territorio.

Quanto vale l’arrampicata? Circa il 3% del mercato outdoor complessivo. È un dato un po’ forzato che però è interfacciato con quello che abbiamo più o meno sui singoli paesi, di percezione, che fa tornare abbastanza il senso dei dati.

Trasformato in praticanti: Germania 700.000; Francia 400.000; Italia 200.000; Austria 200.000; Svizzera 200.000.

Diciamo anche che spesso viene percepito come arrampicatore solo chi va tutte le settimane ad arrampicare, ha un livello di preparazione sul 6b (sto un po’ esagerando) e conosce tutta la vita di Adam Ondra. Ma io dico: “Uno sciatore va tutti i giorni a sciare? Uno che una volta all’anno fa una settimana bianca è uno sciatore, cioè rappresenta per noi un riferimento, oppure no?”. Quindi i numeri che abbiamo dato sono conservativi per questi motivi. C’è tra l’altro un mondo nuovo che è esploso negli ultimi sette, otto anni ed è quello delle sale indoor di arrampicata in tutta Europa.

Alcuni esempi: Neu Thalkirchen a Monaco di Baviera conosce 270.000 entrate/anno. Gaswerk a Zurigo 250.000 ingressi/anno. Tradotto, significano almeno 15.000 persone singole. A Monaco ci sono sette sale del genere per un numero stimato di 40.000 persone frequentanti. L’Italia non è da meno anche se la storia è più recente (tre, quattro anni) ed è un mondo che vale 40/50mila ingressi con realtà molto più piccole come bacino di utenza rispetto ad esempio a Monaco di Baviera.

In tutto questo mondo non tanti vanno in falesia: è una realtà che dobbiamo andare a scoprire per proporre cos’è la vacanza in falesia.

Un altro dato interessante viene dai numeri della FASI. Il trend di crescita confermato dall’andamento degli affiliati alla Federazione di Arrampicata Sportiva Italiana è nell’ordine dei +400% negli ultimi dieci anni. Sono dati importanti anche in riferimento alla crescita dell’arrampicata in Italia che è stata un’evoluzione non solo quantitativa, ma anche qualitativa.

Tra l’altro tutte le età sono rappresentate in modo importante.
Età dei praticanti (da interviste che abbiamo fatto nel Garda Trentino): fino a venti anni, 5%; 21/30 anni, 25%; 31/40 anni, 39%; 41/50 anni, 20,5%; oltre i 50 anni, 10,5%.
Quindi una grossa componente va dai trenta ai cinquant’anni, e tra l’altro sono persone con buona capacità di spesa e che magari vengono anche con la famiglia.

Un numero interessante, che qui è basso perché è stato fatto soprattutto sull’arrampicata, è quello dei praticanti oltre i cinquanta. Se andiamo a prendere, ad esempio, la statistica sui soci del Deutscher Alpenverein in Germania ci accorgiamo che questa fascia di età è molto più rappresentata tenendo presente anche che in Germania i soci DAV sono molto attivi (nelle nostre associazioni ci sono soci attivi, ma anche molti soci “storici”).

Soci DAV – distribuzione per età: Fino a diciotto anni: 16%; 19/25 anni: 7%; 26/40 anni: 20%, 41/60 anni: 38%, oltre i sessanta anni: 19%.
Notiamo una percentuale elevata di soci con età superiore ai quaranta anni (con capacità e disponibilità di spesa) ed un buon numero di soci in età di pensione con tempo e risorse da impiegare. Quindi famiglie e “Best Age” sono i nuovi target su cui investire nello sport outdoor. “Best Age”, “Gold Age”, chiamiamola come vogliamo, ha disponibilità economica e tempo: mentre la prima fascia ha disponibilità economica e meno tempo, quella degli over sessanta ha tanto tempo a disposizione ed è un mondo ancora tutto da scoprire. Nessuno ha ancora investito sull’outdoor nei termini della terza età.

Arrampicata nella zona di Torbole. Foto: Leo Himsl/K3
climbing,gardasee,italien , arrampicata ad Arco , donneSto seguendo un progetto del genere in Liguria e sono rimasto esterrefatto dal fatto che la stessa, che ha un terreno noto per l’outdoor, ad esempio col Finalese, ha visto un crollo verticale delle presenze.
Quando ero un ragazzo ricordo che la Liguria era un luogo privilegiato dove andavano a svernare i pensionati del Nord Italia e del Nord Europa. Non ci vanno più… quando in realtà c’è tutto un mondo nuovo da intercettare, a esempio in Germania.

Ho appena visto ad Arco un pullman di cinquanta persone, tutti pensionati tedeschi, che sono scesi coi loro bastoncini da trekking e sono andati a farsi la passeggiata. In questa fascia stagionale la nostra amministrazione sta giocando tantissimo; tutto è comunque da scoprire anche per noi perché non ci abbiamo investito così tanto. Comunque è una questione del tutto aperta.
Anche la componente femminile è in continua crescita e rappresenta il 35% dei fruitori dell’outdoor.

La capacità di spesa media giornaliera del turista outdoor dimostra anche una cifra interessante che si aggira sugli 80/100 euro.
Una statistica più dettagliata (2011) ci dice: spesa media giornaliera da 10 a 50 euro: 57%; spesa media giornaliera da 50 a 100 euro: 32%; spesa media giornaliera da 100 a 150 euro: 8%; oltre i 150 euro: 3%.

Interessante anche come si “muove” il turista outdoor. Oltre il 60% lo fa con amici; circa il 30% con la famiglia e da solo si muove circa il 5%.

L’alloggio tipo vede un preponderante uso del campeggio (55%) contro un 25,5% in albergo, 4,5% in agriturismo, 7% in appartamento o casa in affitto, 8% in casa di proprietà. Si vede un trend in crescita delle strutture di piccole dimensioni, tarato su questo tipo di clientela dinamica, con strutture e servizi dedicati.
L’indice di fidelizzazione ci dice che oltre il 60% torna sullo stesso territorio più volte all’anno, quindi facciamo un investimento che crea nel tempo una crescita continua.

Altro dato interessante è che questo è un pubblico estremamente sensibile a tutti gli aspetti che contemplino soluzioni volte alla salvaguardia dell’ambiente (ad esempio disponibilità a camminare per accedere alle falesie o disponibilità ad usare parcheggi di testata: 75% degli intervistati). Questo denota che è disponibile ad assumersi delle “fatiche” in questo senso (aspetto interessante per far nascere nuove imprenditorialità).

Ci troviamo quindi ormai in presenza non più solo di utenti esperti, ma di un pubblico che pratica l’outdoor con spirito ricreativo e non totalizzante, spesso caratterizzato da neofiti. È un pubblico che cerca strutture e servizi per praticare lo sport in sicurezza, piacevolmente, massimizzando il tempo delle vacanze, moltiplicando le esperienze, in un contesto accogliente; in quest’ottica il “dopo sport” ha un grande valore. In realtà territoriali come la nostra o come la vostra, avere un centro urbano con servizi, anche ricreativi, vicino ai punti di pratica dà un valore aggiunto notevole.

Questo quanto è successo ad Arco. Il centro storico di Arco parla di arrampicata: vai al bar e trovi le foto degli arrampicatori, oppure sugli schermi interni passano le immagini dei bikers, del canyoning o del volo libero. Da noi tutti si “vestono da outdoor“. Questo è sintomo di una percezione di un fatto culturale, di stare bene con queste persone che tra l’altro hanno vivacizzato la storia di Arco. La vita è passata dal “bianco e nero” degli anni settanta al “colore” di oggi (metafora usata durante un’intervista per una TV tedesca sul turismo ad Arco…).

Per andare ad intercettare e fidelizzare questo pubblico non è più sufficiente promuovere le valenze naturali della destinazione, ma diventa necessario offrire esperienze diversificate e prima ancora costruire ed organizzare gli spazi di queste esperienze, creando il contesto dove tutte queste attività sono integrate con l’enogastronomico e con la cultura.

Per esempio negozi di prodotti tipici locali e di prodotti a chilometro zero. Anche questo va pensato in un progetto integrato al fine di: 1) riuscire a proporre un prodotto spendibile anche in modo interessante; 2) creare un turismo outdoor sostenibile.

Attività sportive che hanno nell’ambiente naturale il loro terreno di gioco non possono non mettere la sostenibilità al primo posto. È evidente però il rapporto dialettico e non semplice, dove i problemi crescono al crescere dei numeri: fare dell’outdoor una risorsa turistica ci obbliga ‘in primis’ a individuare modi, mezzi, regole per contenere l’impatto sull’ambiente.

Se questi temi non vengono gestiti bene, ci si scontra con chi abita lì da sempre e vede nel turista outdoor qualcuno che non porta ricadute e che dà solo fastidio. Meglio farlo subito. Da noi questo aspetto si è strutturato “da solo” e oggi ci tocca un po’ metterci mano magari con qualche difficoltà in più di mediazione. Bisogna pensare alle regole, pensare a modi.

L’esperienza che ha vissuto Arco, in quasi trent’anni, ha attraversato tutte queste tappe: prima l’arrampicata con l’attrezzatura delle strutture, poi i percorsi per bike che erano stati segnalati e infine il rendersi conto di aver pensato tante belle cose senza prevedere i problemi legati alla manutenzione o alla gestione delle strutture realizzate. Chi viene dopo di noi potrà far tesoro della nostra esperienza.

Negli anni ’90 gli interventi si limitano alla valorizzazione di quanto scoperto e già attrezzato dagli appassionati: falesie, itinerari MTB… Questo sicuramente corrisponde alle esigenze di una fase iniziale e alla tipologia dei praticanti, ma velocemente mostra i suoi limiti sia verso l’ambiente naturale e antropico che verso lo stesso sviluppo dello sport. Infatti la mancata pianificazione e progettazione dello sviluppo ha effetti negativi sia interni che esterni. Nel predisporre progetti nuovi bisogna immaginare da subito chi saranno i gestori, chi saranno gli attori.

Gli effetti negativi interni sono stati:
1) Sbilanciamento dell’offerta verso i livelli medio alti della pratica dell’arrampicata (80% degli itinerari di difficoltà medioalta, contro una realtà di un 80% di praticanti sotto il 6b) e tracciati MTB estremamente tecnici e ripidi, con rischio di non intercettare la maggioranza dei praticanti.
2) Assenza di un servizio di monitoraggio continuo e di periodica manutenzione, con rischio di deterioramento accelerato delle opere: sentieri, attrezzature in parete, segnaletica, problemi di sicurezza e di degrado.

Non aver determinato delle regole ha lasciato proliferare l’uso selvaggio del territorio: parcheggi, viabilità, rifiuti, con l’instaurarsi di conflitti con la popolazione e anche tra diversi gruppi di praticanti.

La risposta
Con gli anni Duemila s’inizia a riflettere su come gestire questo patrimonio (oggi la gestione è a metà tra il professionismo e l’associazionismo con partecipazione degli Enti, ma anche sempre più dei privati che guadagnano e investono in modo equilibrato).

Nel 2008 nasce il progetto “Outdoor Park Garda Trentino”, un piano di sviluppo territoriale con centro sullo sport outdoor. Il progetto è ripreso dalla Comunità di Valle nel Piano Urbanistico Territoriale e vengono coinvolte le sei amministrazioni comunali del Garda Trentino sotto la regia di Ingarda APT e la partnership della Provincia di Trento.

Nasce un piano pluriennale che prevede le seguenti azioni:
1) Individuazione e catasto dei siti esistenti e potenziali, valutazione delle loro potenzialità rispetto ai target di riferimento (es. famiglie, principianti, disabili…);
2) Individuazione delle criticità: gestione servizi igienici, gestione rifiuti, parcheggi e mobilità;
3) Interventi di valorizzazione (attrezzatura falesie, tabellazione sentieri, realizzazione bikepark…), ma anche realizzazione e organizzazione delle strutture accessorie: toilette, parcheggi di testata, mobilità alternativa, centri servizi;
4) Implementazione di un servizio continuo di manutenzione (falesie, rete mtb) con specifici protocolli;
5) Costruzione di modelli gestionali (rete mtb).

Si passa quindi dagli interventi tampone alla pianificazione dello spazio outdoor, con un progetto di sviluppo che affronti in modo integrato lo sviluppo di tutte le attività outdoor in funzione dell’ampliamento dell’offerta verso un pubblico multisport.

Ancora due considerazioni interessanti da proporvi:
1) Il discorso della gestione integrata di tutte le attività sportive, prima di tutto per l’offerta al pubblico di un prodotto completo, ma anche per raggiungere delle economie di scala interessanti dove possano nascere delle attività. A esempio, la gestione delle toilette e dei parcheggi. Se individuo i punti strategici dove la collocazione e l’uso sono più funzionali e dove i servizi possono essere facilmente usati da tutti, creo una struttura fruibile in modo intelligente. Vanno quindi pianificate da subito le forme di gestione e manutenzione, individuando i soggetti deputati e le forme di finanziamento.
2) Il polo attrattore è un altro punto fondamentale. I praticanti alla sera vogliono ritrovarsi, ad Arco (per es. i bikers fanno anche tanta vita nel paese). Vanno quindi individuati i poli attrattori su cui costruire la rete delle infrastrutture. L’obiettivo non è solo di creare una massa critica di visitatori che possa stimolare la crescita di nuova imprenditoria, ma anche un riferimento forte da spendere nella promozione.
Bisogna individuare strutture territoriali, associazioni, imprenditori che possano prendere in mano lo sviluppo diventandone i motori. Solo la passione di queste persone potrà essere il vero volano.

Un ultimo aspetto: la formazione degli operatori a questa nuova recettività. Questo è un altro passo molto importante soprattutto in riferimento al rapporto.
Chi gestisce l’attività recettiva deve essere aperto ai turisti e se gli chiedono dove sono le falesie devono saperlo spiegare con precisione, sapendo anche preparare la colazione. Non ci deve essere solo l’operatore ma, un po’ alla volta, bisogna che tutto il paese “mastichi” questa nuova modalità di ospitare facendo crescere anche nella popolazione, non direttamente coinvolta, la “simpatia” e la passione per queste attività sportive (elemento importante per i nostri ospiti: “sentirsi” a casa). Quindi servono operatori poco formali e che rispondano alle esigenze (servizi e strutture dedicate nelle unità recettive, conoscenza delle attività, parteggiare la passione…).

Noi ci abbiamo messo vent’anni, perché c’è stata un’evoluzione (utilizzo del web e dei social, promozione diretta). Chi arriva adesso può usufruire di momenti di formazione allargata basati su esperienze precedenti.

Angelo Seneci

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postato il 13 maggio 2014

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Passo Sella, un monumento all’analfabetismo paesaggistico

Il rifugio Passo Sella, sul valico dolomitico fra Trentino e Alto Adige, fu costruito nel 1904 dalla Sezione di Bozen del DuÖAV (Deutscher und Österreichischer Alpenverain) che, con grande lungimiranza, acquistò anche circa 200 ettari di terreno circostante per mantenere incontaminato l’ambiente impedendo la proliferazione di altre costruzioni.
Più volte ampliato, nel 1924 passò in proprietà alla Sezione CAI di Bolzano, che, con la collaborazione dei gestori “storici” (famiglie Valentini e Cappadozzi) lo ha ristrutturato più volte e adeguato alle esigenze delle varie epoche trascorse. Nel 1942 (all’epoca dell’uscita della guida di Arturo Tanesini, Catinaccio, Sassolungo e Latemar) era stato ribattezzato “rifugio Marescalchi. “Sorge sul versante N (Gardena) a qualche centinaio di metri dal valico geografico e stradale, sulla carrozzabile al centro di una magnifica conca erbosa; è un’ampia e bella costruzione in muratura, composta di due corpi principali, con vasta veranda sul fianco meridionale; conta un vasto bazar, una capace autorimessa e una graziosa chiesetta; ha 40 stanze riscaldate a termosifone con 70 letti” scriveva il Tanesini.

Una vecchia cartolina (anni ’30) ritrae il rifugio del Passo Sella. Foto: GhedinaSellaResort-TIC0-0211In estate per il traffico ormai a livelli esplosivi (migliaia di auto al giorno, più autobus e moto), d’inverno per lo sci, il passo Sella era diventato una Gardaland impossibile da gestire. Rimaneva la vecchia costruzione che, con la sua nobiltà, stemperava una realtà consumistica degna della riviera adriatica.
Ma nell’autunno 2013 il rifugio passo Sella, che nel frattempo era arrivato a 86 posti, è stato abbattuto, su consenso del CAI di Bolzano (proprietario) e la ricostruzione è stata affidata in gestione a una impresa che sta costruendo un enorme resort a 4 stelle.
Gli ambientalisti erano convinti che il progetto venisse rigettato in quanto la provincia di Bolzano aveva posto prescrizioni molto importanti e positive.
Invece la Commissione Edilizia del Comune di Selva di Val Gardena ha dato il via libera al progetto, senza alcuna variante sul progetto presentato, dai più definito “osceno”.

«I lavori sono quasi ultimati, ai primi di luglio si apre». La soddisfazione è palpabile nella voce di Alan Stuffer, capocordata della società che sta realizzando il nuovo rifugio Passo Sella, il Dolomiti Mountain Resort. L’iter burocratico iniziato cinque anni fa ha portato lo scorso autunno all’abbattimento del vecchio rifugio di proprietà della sezione di Bolzano del CAI, che ha chiuso un accordo economico con la società di Stuffer. L’imprenditore gardenese ha ottenuto dal CAI un diritto di superficie quarantennale per l’utilizzo e la gestione dell’hotel in cambio di un consistente canone annuale.

In cambio il CAI, scaduti i quarant’anni di concessione, si ritroverà fra le mani un vero e proprio gioiello di edilizia d’alta quota. Perché quello che sta sorgendo a quota 2213 m si tratta dell’unica struttura alberghiera di lusso delle Dolomiti costruita a questa altitudine, ai piedi del gruppo del Sassolungo, e sarà in tutto e per tutto rispettoso del contesto naturale che lo circonda” scrive la giornalista Silvia Fabbi.

Il rifugio Passo Sella nel 2012SellaResort-IMG_2703«Abbiamo acquistato legname proveniente da vecchi fienili per il rivestimento esterno della struttura, in modo da non creare un edificio troppo impattante e rispettare lo stile dell’edificio preesistente» spiega Stuffer.

Della costruzione si sta occupando la Immobiliare Passo Sella snc, di cui fanno parte oltre a Stuffer anche Alan Perathoner (ex olimpionico di sci e socio di Stuffer nella società di gestione) e Paolo Cappadozzi, membro della famiglia che negli ultimi 85 anni ha gestito il vecchio rifugio Passo Sella.

La notizia è grave e non può essere passata sotto silenzio. Bisogna organizzare qualcosa e mettere apertamente sotto accusa non solo la sezione di Bolzano ma anche il CAI centrale e la sua letargica commissione TAM. Il progetto mi sembra vada nella direzione opposta alla proposta di inclusione del Sassolungo/Sella nelle Dolomiti Monumento del Mondo dell’UNESCO” commenta subito Carlo Alberto Pinelli di Mountain Wilderness.

Riccardo Cristofoletti, presidente del CAI Bolzano, aveva presentato in assemblea sezionale l’operazione, ormai in divenire, con parole che trasudano l’ottimismo dell’imprenditore: «All’inizio di luglio 2014 invece verrà inaugurato il nuovo albergo-rifugio passo Sella di nostra proprietà… è stata un’operazione lunga e complessa, però siamo contenti di averla condotta in porto. Noi non ci saremmo mai potuti permettere di investire 6-7 milioni di euro nella demolizione e ricostruzione del vecchio rifugio. Così abbiamo trovato un accordo con una società che si è accollata tutte le spese: lo gestiranno e per 40 anni ci pagheranno un diritto di superficie, quindi l’immobile tornerà al CAI. Il nuovo complesso è in parte adibito ad albergo e in parte a rifugio, visto che quella è una zona particolarmente frequentata dagli amanti dell’arrampicata».

Il Dolomiti Mountain Resort nel rendering invernaleSellaResort-WinterTutti erano a conoscenza della volontà del CAI (nazionale) di abbandonare i rifugi accostati alla grande viabilità. Una scelta anche condivisibile in alcuni casi.
A Passo Sella, il CAI di Bolzano si è sempre vantato di non aver permesso alla speculazione sciistica di invadere grandi spazi perché buona parte dei terreni sono di proprietà del CAI stesso come del resto il rifugio. Va detto che se non vi fosse stato questo freno le oscenità della gestione del Passo Sella sarebbero state ben più devastanti del presente, nonostante la già pesante situazione paesaggistica e antropica. Nell’autunno la Provincia Autonoma di Bolzano aveva dato al CAI e ai gestori del progetto di rifacimento (abbattimento e ricostruzione) delle prescrizioni alquanto severe in tema di manutenzione delle caratteristiche della struttura originaria, anche per un parziale aumento volumetrico.

I gestori hanno concordato con il CAI il progetto, a firma dell’architetto altoatesino Marika Schrott, che poi è stato approvato, quando al contrario il CAI, quale proprietario dell’area e quindi firmatario del progetto, poteva rifiutare. Invece ha depositato la licenza edilizia presso il comune di riferimento, Selva di Valgardena (il peggior comune, in tema urbanistico, dell’Alto Adige, contrario all’inserimento del Sassolungo in Dolomiti UNESCO, l’unico ostacolo ancora presente). La commissione edilizia, trascurando le osservazioni dell’ufficio urbanistico della provincia di BZ, ha approvato il progetto come dai rendering qui allegati, con aumenti volumetrici e sconvolgimento della struttura originaria. Pare che in commissione edilizia comunale il dibattito sia stato acceso e abbia portato a spaccature non superficiali, ma alla fine ha vinto il progetto “di lusso”. Inizialmente contrario al progetto è stato il sindaco di Selva, Peter Mussner, che però alla fine, dopo la contestazione, ha dato disco verde al progetto.

«Certo, le perplessità le avevamo anche noi e alla fine il progetto è senza dubbio discutibile, almeno per quanto riguarda l’architettura. Però il rifugio non si poteva certo lasciare com’era e alla fine ne è uscita una struttura degna dell’immagine che la Val Gardena vuole dare di sé» dice Mussner.
«Avevamo consigliato a Stuffer e colleghi di affidarsi alla consulenza, peraltro gratuita, del Comitato provinciale per la cultura edilizia e il paesaggio, che aveva formulato alcuni criteri per rendere il progetto più armonico con il paesaggio. Questi criteri (che l’amministrazione comunale condivideva), non essendo vincolanti, non sono stati rispettati… ma alla fine la commissione edilizia, che prima si era spaccata a metà, ha votato a favore» spiega ancora il sindaco Mussner.
«L’idea era che dovesse sorgere un edificio in linea con i vecchi rifugi di una volta, quindi con molta roccia e poco legno. I promotori del progetto hanno deciso di fare altrimenti, e di non ascoltare le prescrizioni del Comitato perché non volevano perdere troppo tempo. Ma in fin dei conti siamo tutti d’accordo che questo intervento dovesse essere fatto. Possiamo non concordare con i modi e con lo stile architettonico, ma nel merito questo progetto è un bene per tutta la zona» conclude il primo cittadino di Selva.

In linea con Peter Mussner, parzialmente critico ma in fondo favorevole al progetto, è l’approccio del presidente del CAI Alto Adige, Giuseppe Broggi. Ricordiamo qui che Il CAI Alto Adige racchiude in sé le 15 sezioni del CAI sparse sul territorio provinciale.
«I rilievi degli ambientalisti mi troverebbero d’accordo se stessimo parlando di una situazione in cui i passi dolomitici sono chiusi al traffico. Va invece tenuto presente che il rifugio Passo Sella si trova di fatto su una strada ad alta se non altissima percorrenza. In considerazione di questo fatto non avrebbe avuto più alcun senso realizzare un rifugio vecchio stile, come se stessimo parlando di un rifugio d’alta quota… in ogni caso se non l’avessimo fatto noi l’avrebbe fatto qualcun altro, e in ogni caso il CAI ha tutto il vantaggio ad aver dato disco verde all’operazione. Innanzitutto per il fatto che fra quarant’anni l’edificio tornerà in nostro possesso, ma anche perché il canone mensile che il CAI di Bolzano incasserà dai gestori del nuovo rifugio è un’entrata preziosa per garantire la copertura di tutte le spese preventivate in tempi di generalizzate ristrettezze economiche» ci spiega Broggi.

«L’edificio preesistente aveva oltre 100 anni e non era mai stato fatto oggetto di restauri, al punto che ormai ci pioveva dentro ed era davvero difficile garantire il servizio agli ospiti. In molti ci hanno detto che avrebbero preferito il restauro del vecchio edificio, ma ormai le strutture erano così compromesse che non era più possibile intervenire sull’esistente e abbiamo dovuto procedere ad abbattere tutto» comunica Stuffer.

L’edificio dunque avrà 60 posti letto: oltre a una sola (ovviamente più economica) camerata (conservata nel progetto su richiesta del CAI di Bolzano), il resto gli ospiti potrà contare su camere singole o doppie, come in un vero e proprio hotel. La riorganizzazione degli spazi interni ha richiesto un sensibile aumento di cubatura. Come in ogni resort di rispetto, ci saranno la sauna finlandese e il bagno turco, come pure il bagno Kneipp e la piscina coperta a 30° C, con zona controcorrente e panchine idromassaggio.

Il Dolomiti Mountain Resort nel rendering estivoSellaResort-estateIl portavoce di Mountain Wilderness Luigi Casanova, nelle sue dichiarazioni ai giornali, ha espresso tutta la delusione per una vicenda: «Abbiamo seguito tutto l’iter che ha portato alla demolizione della vecchia struttura e al varo della nuova, osteggiando il progetto, che ci appare come il frutto di una resa al dio denaro, e alla speculazione pura… Il vecchio rifugio era costruito su una struttura tradizionale, mancavano servizi considerati oggi essenziali ed era carente sotto il profilo della sicurezza. Pertanto anche una demolizione poteva starci, ma nell’ambito di un progetto che rispettasse gli stessi criteri volumetrici e di tipologia storica dell’edificio… Il Comune doveva dare delle prescrizioni più stringenti e più efficaci a garantire la tutela del paesaggio, ma ci ha meravigliato, più della Provincia e del Comune, l’atteggiamento del CAI di Bolzano, perché ha scelto di abiurare al significato più autentico di un rifugio di montagna, cancellando la propria storia e omologandosi alla cultura di urbanizzazione delle grandi pianure… queste sono speculazioni fatte a spese del paesaggio, in nome di una nuova servitù della gleba che di fronte al turismo non pone alcun vincolo e finisce per distruggere anche un patrimonio dell’umanità come le montagne delle nostre province. E i principali responsabili di questa situazione siamo proprio noi gente di montagna».

All’amarezza di Casanova si contrappone Alan Stuffer a difendere il proprio operato, rincarando la dose su ciò che avrebbe potuto essere e non è stato per senso della misura: «La Provincia di Bolzano aveva nominato un collegio di tre esperti svizzeri, secondo i quali avremmo potuto costruire un edificio di sei piani, dalla volumetria doppia di quella che stiamo realizzando, e con 100 camere, tutto in cemento armato, non dipinto e senza legno. Se avessimo seguito questo consiglio avremmo realizzato un’opera di fortissimo impatto sull’ambiente naturale. Invece abbiamo scelto una struttura su tre soli piani, più bassa e più larga, meglio inserita nell’ambiente di passo Sella, e che tende a sparire dalla vista. La volumetria è poco più estesa di quella del vecchio rifugio. Con i permessi che avevamo in mano avremmo potuto costruire cinque o seimila metri cubi in più di quanto abbiamo invece costruito. Accetto le critiche, anzi ben vengano se ci aiutano a migliorare. Ma in questo caso ritengo siano fuori bersaglio».

Il Dolomiti Mountain Resort, renderingSellaResort-Ansicht-(7)«Il resort al passo Sella? Un monumento all’analfabetismo paesaggistico», questa volta è il presidente di Italia nostra di Bolzano, l’urbanista e architetto Beppo Toffolon, che boccia senza appello il progetto di costruzione del rifugio a cinque stelle in quota. Nella sua intervista, apparsa sul Corriere della Sera Trentino il 24 aprile 2014, definisce sconcertante che, per favorire il turismo, si accetti qualsiasi cosa, finendo per rovinare il territorio.
«Il turismo produce ricchezza e benessere, ma esiste un limite oltre il quale i vantaggi possono ritorcersi su se stessi diventando il loro contrario».
Secondo Toffolon è assai discutibile che le strutture vecchie si debbano demolire perché non stanno in piedi: “È un alibi banale e inammissibile, perché con le tecniche moderne è possibile consolidare qualsiasi cosa, e non è detto che il recupero costi più di demolire e ricostruire”.

Video rendering del Dolomiti Mountain Resort

Aggiungo che l’idea che per diminuire l’impatto basti usare un po’ di tavole di legno vecchio prese da qualche fienile, andando a tappezzare il cemento di struttura, è da respingere senza appello.
Possiamo anche decidere di passare dalle camerate alle singole con bagno, aggiungere saune e piscine, ciò che non si può accettare è lo stravolgimento della tipologia architettonica solo perché si vuole la spa a tutti i costi. Occorre rispettare i precedenti caratteri di originalità, anche per non omogeneizzare i rifugi di montagna con le strutture di valle, visto che le funzioni dovrebbero essere diverse. Su questo, il CAI proprietario, avrebbe dovuto riflettere ben di più.

postato il 12 maggio 2014