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Minacciata la libertà di scalare a Lumignano

Dopo l’incontro pubblico dello scorso 2 aprile in merito alle progettate restrizioni sull’arrampicata a Lumignano e nei Colli Berici, il CAI di Vicenza ha inviato la seguente lettera aperta alla Provincia di Vicenza.

Spett. Provincia di Vicenza –
Osservazioni del CAI Sezione di Vicenza sui contenuti della bozza “Regolamentazione attività sportive di arrampicata, volo libero e motoristiche in area SIC Colli Berici” redatta dalla Provincia di Vicenza

In merito alla Bozza di Regolamentazione delle attività sportive di arrampicata, volo libero e motoristiche in area SIC “Colli Berici”, e con particolare riferimento alla “regolamentazione delle attività di arrampicata”, la Sezione CAI di Vicenza raccoglie nei punti che seguono le osservazioni emerse nell’incontro aperto alla cittadinanza svoltosi il giorno 2 aprile 2014 presso la sala Murialdo del Patronato Leone XIII.

L’importanza sociale dell’arrampicata
Si nota che il progetto tiene in scarsa considerazione le esigenze di cittadini che svolgono attività sportiva e la valenza sociale che ogni attività sportiva riveste all’interno della società civile. L’arrampicata, in quanto recupera uno schema motorio di base qual è quello dell’arrampicarsi, è considerata un’attività ad alta valenza formativa sia sul piano motorio, sia su quello psicologico, sia su quello sociale e, quando praticato all’aria aperta, importante per la frequenza e la conseguente conoscenza della natura e dell’attenzione verso la stessa che sa trasmettere all’individuo. Per questo motivo, l’arrampicata riceve particolare attenzione nei programmi didattici attivati in numerosi paesi europei avanzati quali, ad esempio, Francia, Austria, Svizzera, Germania, Gran Bretagna. In Svizzera la sua divulgazione viene anche sostenuta dalle Assicurazioni, in quanto gli studi hanno dimostrato che questa attività favorisce negli individui delle risposte più rapide ed efficaci in situazioni di pericolo e/o di fronte ad imprevisti. Nella zona di Vicenza l’arrampicata sportiva, intendendo con questa un’attività arrampicatoria su roccia, che si svolge mediante l’impiego di una corda di sicurezza su pareti alte mediamente fra i 15 e i 50 metri e protezioni sicure ed affidabili e pertanto con pochi rischi per l’incolumità di chi la pratica, ha pochissimi luoghi ove poter essere svolta. Uno di questi luoghi è Lumignano, un luogo storico famosissimo in tutto il mondo per l’arrampicata, dove la frequentazione è massiccia (si può parlare con buona approssimazione di una frequenza settimanale media nei periodi primaverili e autunnali di centinaia di arrampicatori) e composta non solo da arrampicatori vicentini, ma anche da arrampicatori provenienti dalle province limitrofe, dall’Italia, dall’Europa e dal mondo intero. Il CAI da molti anni promuove questa attività soprattutto tra i giovani perché l’arrampicata svolge non solo un ruolo formativo sul piano sportivo ma permette di conoscere e rispettare l’ambiente naturale secondo il principio ” conoscere per apprezzare, apprezzare per tutelare”.

Arrampicata su Excalibur (Lumignano)
MinacciataLibertà-Lumignano-excalibur-1_bIl ruolo del CAI per la promozione dell’arrampicata e per la salvaguardia dell’ambiente
La falesia di Lumignano è frequentata da 90 anni dal CAI di Vicenza; la prima salita risale al 1924 ad opera di due alpinisti vicentini Severino Casara e Francesco Meneghello appartenenti alla neonata scuola di roccia del CAI. Da attività di allenamento finalizzata all’alpinismo in montagna l’arrampicata assume un carattere sportivo; alla fine degli anni 70 la falesia acquista importanza internazionale grazie allo sviluppo dell’arrampicata sportiva e vede la presenza di arrampicatori famosi. Oggi la sola falesia di Lumignano comprende più di 550 itinerari e tutti i suoi settori sono molto frequentati durante l’intero arco dell’anno.

Da sempre il CAI ha perseguito due obiettivi: promuovere l’arrampicata e salvaguardare l’ambiente. Per quanto riguarda gli interventi sulla falesia di Lumignano si fa presente che:
1. Abbiamo svolto regolare manutenzione degli ancoraggi nella “classica” e sostenuto altri gruppi per la manutenzione delle altre zone
2. Abbiamo svolto monitoraggio delle pareti per poter segnalare agli addetti la necessità di operare forme di bonifica e la stabilizzazione di massi pericolanti
3. Abbiamo concordato con gli arrampicatori delle regole di frequentazione per evitare l’apertura indiscriminata di nuovi itinerari e per tutelare l’ambiente (salvaguardia di rapaci e di specie erboree )
4. Abbiamo tenuto contatti fin dal 1993 con i proprietari del terreno di accesso alle pareti e con il gruppo locale “El Sasso” per ottenere una convivenza accettabile tra arrampicatori e abitanti
5. Siamo interlocutori con il Comune di Longare e dopo numerosi incontri a cui hanno partecipato anche esperti ambientalisti si è varato un regolamento di autodisciplina dell’arrampicata.

Regolamentazione delle attività sportive e di arrampicata nell’area di Lumignano
Dopo numerosi incontri avvenuti tra responsabili del CAI, guide alpine, arrampicatori, associazioni ambientaliste e l’assessorato competente, il Consiglio Comunale di Longare ha approvato con delibera n° 18 del 27.04.2004 la “Regolamentazione per le attività connesse alla frequentazione dell’area collinare e per la salvaguardia ambientale e faunistica delle pareti di Lumignano”. Questo regolamento di autodisciplina al fine di tutelare formazioni erboree, la nidificazione di rapaci, la salvaguardia di aspetti storici e geologici, prevede la chiusura totale dell’area sopra l’Eremo e del Monte Castellaro e le Grotte di interesse archeologico del Brojon basso e la chiusura di sei mesi dei settori Lumignano nuova e fungaia. Il regolamento è stato accettato dai frequentatori che si sono resi conto delle motivazioni ed è attualmente rispettato.

Affollamento a Lumignano
OLYMPUS DIGITAL CAMERASi ritiene che, nonostante l’esperienza acquisita in tanti anni, il CAI non abbia avuto dalla Provincia di Vicenza adeguata considerazione. La Provincia al momento non riconosce la validità del Regolamento approvato con deliberazione del Consiglio Comunale di Longare e intenderebbe sostituirlo con la promulgazione di un nuovo e proprio Regolamento.

La regolamentazione delle attività di arrampicata proposte dalla Provincia
Nella premessa della bozza di progetto si legge che le attività sportive più diffuse, non sono regolamentate in modo omogeneo sull’intero comprensorio dei Colli Berici, se non in modo parziale o riferibile ad una normativa generica e scarsamente conosciuta dai frequentatori. In assenza di una regolamentazione unitaria, le pratiche sportive rappresentano una minaccia per la conservazione degli habitat e di alcune specie prioritarie (Habitat: 6110 Formazioni erbose rupicole calcicole o basofile dell’Alysso-Sedion albi; 6210 Formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da cespugli su substrato calcareo (Festuco-Brometalia); 9180 Foreste di versanti, ghiaioni e valloni del Tilio-Acerion).
Pertanto la regolamentazione dell’arrampicata prevederebbe:
– a Lumignano arrampicata ammessa tutto l’anno dal settore “lumignano classica” al settore “Vomere”
– a Lumignano arrampicata ammessa dal 1 luglio al 31 dicembre nei settori “Brojon Classica” e “Brojon strapiombi”
– a Lumignano arrampicata ammessa dal 1 aprile al 30 settembre dal settore “Il commercialista” al settore “Sotto l’eremo”
– a Lumignano arrampicata non consentita tutto l’anno nei settori “Sopra l’Eremo” e Monte Castellaro (divieti già previsti dal Regolamento di autodisciplina) e nei settori “Lumignano nuova” e “Fungaia”
– nelle falesie limitrofe arrampicata non consentita tutto l’anno a Castegnero, San Donato, Mossano e Barbarano (ad esclusione dell’area Cengia)

Considerazioni sulla convivenza tra habitat e presenza di arrampicatori
La Sezione CAI di Vicenza ha rilevato che i dati emersi dagli studi degli specialisti incaricati dalla Provincia (punto 2.6 habitat 8210 del documento “Relazione di studio su vegetazione e fauna), indicano che le formazioni erboree stanno bene; in particolare la specie endemica rara “Saxifraga Berica” “appare in buono stato di salute”. Questo indica che la convivenza con le attività di arrampicata non è andato a detrimento di queste specie e che pertanto la frequentazione delle aree da parte degli arrampicatori non ha alterato quei terreni che risultano essere il naturale habitat delle specie in oggetto. Inoltre, nel documento della Provincia si precisa che la “Saxifraga Berica” cresce in anfratti umidi ed posti prevalentemente in ombra. Si tratta di zone che nei Berici non risultano interessate da qualsivoglia attività di arrampicata, che in genere si svolge su versanti soleggiati e non su anfratti. Inoltre, riteniamo che gli arrampicatori non interferiscano con gli habitat 6110, habitat 6210 e habitat 9180.

In conclusione, noi riteniamo che gli studi scientifici a supporto del Progetto LIFE+ al momento dimostrano che la frequentazione delle falesie dei Berici da parte degli arrampicatori non ha comportato alterazioni per l’ambiente. A tal proposito il CAI e gli arrampicatori si rendono disponibili a collaborare con le amministrazioni competenti per un monitoraggio costante e puntuale degli indicatori ambientali, con gli strumenti che saranno concertati.

Condivisione e corresponsabilità
Nella proposta di progetto della Provincia si legge.” Si avverte la necessità di superare il concetto esclusivamente vincolistico del divieto, e sviluppare e consolidare comportamenti sostenibili e responsabili da parte dei frequentatori sportivi dei Colli Berici, promuovendo la consapevolezza riguardo il valore conservativo degli habitat nell’ambiente sociale e culturale, quale valore aggiunto”.
Il CAI condivide questa impostazione e ribadisce che il princìpio fondamentale per la protezione e la salvaguardia della natura, si basa sulla sensibilizzazione di chi pratica le attività ludico-ricreative nella natura. Solo con la collaborazione di chi materialmente e quotidianamente è a contatto con il territorio sarà possibile gestirne le caratteristiche e le specificità floreali e faunistiche. Il C.A.I., da sempre, opera nei propri Corsi di Arrampicata con lezioni mirate a trasmettere la conoscenza delle caratteristiche ambientali delle falesie e i comportamenti individuali e di gruppo che da queste ne conseguono. Il Regolamento sottoscritto nel 2004 con il Comune di Longare ne è un esempio più che lampante. Le pareti interdette dal Regolamento del 2004 raggiungono un’estensione nettamente superiore a quelle frequentabili dagli arrampicatori e pertanto possono svolgere quel compito di “pareti libere” ricercato dalla Provincia.
La gestione dei problemi dell’ecosistema Lumignano e Colli Berici passa attraverso la condivisione degli obiettivi e dei regolamenti tenendo presente che divieti non giustificati spesso non vengono rispettati e demotivano i frequentatori sul piano dell’attenzione e della gestione degli ambienti sensibili. Per proteggere e salvaguardare questo ambiente si deve investire su un più stretto rapporto di collaborazione con i Comuni interessati e le associazioni che da anni se ne prendono cura, mettendo a punto un sistema di controlli condiviso ed efficiente, anche per monitorare l’efficacia delle misure poste in atto, come previsto al punto 3. Tecnichal partdel “Inceptio Report” LIFE+.

Eccessiva concentrazione di arrampicatori in pochi settori
La Sezione CAI di Vicenza fa presente che le conseguenze del divieto di accesso ad alcuni settori di Lumignano e alle falesie minori dei dintorni, comporta inevitabilmente la concentrazione della popolazione degli arrampicatori su pochi settori e nei medesimi periodi dell’anno, rompendo così equilibrio raggiunto con la flora e la fauna locali.

Richieste della Sezione CAI di Vicenza
Si richiede ai responsabili incaricati della Provincia di Vicenza di prendere in attenta considerazione l’opportunità di integrare nella Bozza di Regolamentazione attività sportive di arrampicata, volo libero e motoristiche in area SIC Colli Berici” quanto già attualmente in vigore e descritto nella “Regolamentazione per le attività connesse alla frequentazione dell’area collinare e per la salvaguardia ambientale e faunistica delle pareti di Lumignano”, documento approvato con deliberazione del Consiglio Comunale di Longare n° 18 del 27.04.2004.
La Sezione CAI di Vicenza ritiene inoltre che qualunque decisione di interdire l’arrampicata nelle altre aree dei Berici indicate nella Bozza di Regolamentazione della Provincia (Castegnero, Mossano, Barbarano, San Donato) debba essere ulteriormente approfondita sul piano scientifico ed eventualmente formulata sulla base dei criteri adottati nel Regolamento del Comune di Longare.

Chiede che i propri rappresentanti siano al più presto nuovamente convocati dagli incaricati della Provincia di Vicenza al fine di confrontarsi sulle osservazioni qui elencate e trovare una posizione condivisa e collaborativa sulla gestione del territorio in oggetto. Si chiede altresì che nel frattempo rimanga in vigore la sola “Regolamentazione per le attività connesse alla frequentazione dell’area collinare e per la salvaguardia ambientale e faunistica delle pareti di Lumignano”, documento approvato con deliberazione del Consiglio Comunale di Longare n° 18 del 27.04.2004.

Vicenza 7 aprile 2014
In attesa di una fattiva risposta, si porgono i più distinti saluti.
Sezione CAI di Vicenza

postato il 20 aprile 2014

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Noi ci battiamo

C’è chi crede che le montagne siano più forti e più durature dell’uomo e che ogni aggressione avrà alla fine la sua degna con­tromisura. E a dispetto della fiducia che molti esseri umani possano condividere il nostro modo di sentire la natura, per anni abbiamo delegato al buon senso comune il compito di arrestare quello che ci sembrava uno scempio continuo.

Il nostro ottimismo di fondo ci impediva di vedere la realtà, la gioia dello scalare e del camminare nella continua scoperta delle cose nascondevano quelle mille crepe che si andavano aprendo.

Le sorgenti del Po, Pian del Re (Alpi Cozie). Foto: Federico Raiser
Le sorgenti del Po, Pian del Re, Alpi CozieEd è solo da neppure una trentina d’anni che ci siamo accorti che la montagna in genere è «USATA»; e più in particolare che la roccia, i boschi, i prati, l’acqua, i panorami e perfino il montanaro sono «USATI». Il consumo non rispetta più nulla, altera i concetti di bellezza, impedisce alla gente di guardare se non per fotografare, di percorrere senza raccogliere fun­ghi o mirtilli.

Si parlava di dignità e di grandezza della montagna mentre la si colonizzava senza alcun rispetto: al di sopra rifugi, bivacchi e vie ferrate inutili, al di sotto strade e cemento. E inoltre, solo per rimanere nel campo del normale appassionato o del turista alpino, e proprio parlando con queste persone e non con i cementificatori di professione, si nota una generale contentezza nel poter raggiungere e abbandonare la montagna con sempre maggior velocità. Ci si può sentire emarginati se si afferma che lento è bello.

Sostenere che si deve continuamente imparare da tutti, anche dai più giovani di noi, oggi è sempre più difficile. Ci si può coprire di ridicolo se si sostiene che i record non servono che a ridicolizzare la monta­gna, specie dopo il successo delle competizioni di arrampicata, dei rally, delle corse alla vetta e di ogni tipo di montagne svendute.

Come tutti, anche il curatore di questo blog sta certamente invecchiando, ma non per questo gli sembra il caso di far guadagnare altro terreno a persone che non «sentono» come lui. È la continua lotta di chi vede la montagna come una discoteca e chi la vorrebbe vivere nella sacralità di un tempio.

L’idea di iniziare questo blog e quindi di collaborare assai attivamente a ciò che noi riteniamo essere cultura alpina è stata una spalmata d’unguento benefico su vecchie piaghe mai richiuse. La convinzione che vi siano tanti appassionati che finora avevano sofferto in silenzio è provata nella sua verità dall’interesse che le prime uscite hanno risvegliato.

Funivia 3S a Kitzbuehel. Foto: Kitzbuehel Tourismus
KItzbuehel, funivia orbitale 3STra i vari intendimenti c’è anche quello di dare spazio all’esigenza, at­tuale e prioritaria, di difendere gli ultimi spazi incontaminati delle nostre Alpi. A questo riguardo coesistono molte opinioni: c’è chi pensa che sia estremamente importante difenderle dall’assedio della spazza­tura, c’è chi vorrebbe maggiore difesa dai turisti, dagli operatori turistici, dagli alpinisti, dai Club Al­pini, dagli impresari edili, dagli sciatori, dai cacciatori, dai cavatori, da custodi di rifugi senza scrupoli, e da tanti altri.

Siamo giunti ad una situazione tale di colonizzazione e talvolta di degrado che non si può più volgere lo sguardo dall’altra parte e consolarsi pensando che si troverà comunque un angolino per noi.

Purtroppo ancora immobili e consolidate sono le posizioni di quegli alpinisti cittadini che con cieca determinazione perseguono i loro sogni tra cime e cielo ma che, con malce­lato fastidio, non vogliono prendere posizione su scottanti problemi e che di buon oc­chio vedono la costruzione di nuovi impianti per avere più possibilità di ascen­sioni rapide.

Noi ci battiamo perché i boschi non siano più campo di battaglia per riempire di qualunque cosa i propri sacchetti di plastica o i propri carnieri; e ci battiamo anche perché l’alta e l’altissima montagna non siano campo di gioco solo per riempire i propri diari di elenchi di salite.

Foto: Andrea Rolando
gressoney funivia punta indrenCi battiamo perché la roccia non sia più un mezzo per squallidi esercizi sportivi, perché i sentieri siano la via all’esperienza e non rete viaria di un giardino pubblico.

Ci battiamo infine perché ciò che è stato deturpato sia ripulito, ciò che è stato conquistato sia infine difeso.

postato il 20 aprile 2014

 

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Le mura antiche della Chartreuse

La Chartreuse, subito a nord di Grenoble e a sud di Chambéry, si alza dalla valle dell’Isère con una bastionata calcarea di decine di chilometri, da lontano inconfondibile. Mostra così d’essere un altopiano da qualunque parte la si os­servi, stagliata di netto ai lati con pareti precipiti. Sono queste le mura più anti­che.

La Chartreuse è infatti un gigantesco e regale castello di pietra calcarea, occu­pato all’interno da immense foreste e grandi radu­re. La pressione che lo creò fu determinata dal sollevamento dei vicini massicci granitici (Monte Bianco, Belle­donne, ecc.): que­sti spaventosi sommovimenti piegarono gli strati sedimentari del­le sue rocce. In seguito iniziò il lungo lavoro di erosione: gli anticlinali furono praticamente sfondati, mentre i sinclinali re­sistono ancora oggi e costituiscono le sommità. Il paesaggio pre­senta cime tronche e asciutte, quasi tavole di pie­tra, isole dure su foreste più modellate, umide e morbide.

Proprio le caratteristiche di isolamento appena descritte deter­minano un clima più rigido e più umido che nel resto delle Preal­pi Calcaree del Nord: ciò ha si­gnificato, assieme all’evidente difficoltà di accesso, l’impossibilità per l’uomo di una colo­nizzazione antica. Soltanto nell’XI secolo, con la costruzione della Grande Chartreuse, si ebbero i primi timidi insediamenti. Tra le varie attività intraprese, non dissimili da altre zone di montagna, fu ingegnoso lo sfrutta­mento di un minerale, dal quale si estraeva ferro tramite rudimentali forni ali­mentati a legna.

La Grande Chartreuse
MuraAntiche-Chartreuse-La_Grande_MuraAntiche-ChartreuseLe prime costruzioni (1084) del convento erano ben differenti dall’attuale. San Bruno e i suoi sei compagni erano stati mandati lì, nel Désert de Chartreuse, dal vescovo di Grenoble. Il luogo era del tutto disabitato e i monaci costruirono qualche capanna di legno e una chiesa. Il primo monastero fu presto distrutto da una frana e un discepolo di San Bruno, Dom Guigues provvide a riedifi­carlo più in basso. In seguito vari incendi danneggiarono a più riprese gli edifici, fino a quello del 1676. La costruzione attuale è del 1688, occupa cinque ettari ed è coperta da 40.000 mq di tetti in ardesia.

La solitudine ha governato questo convento attraverso i secoli: anche le rego­le dell’ordine monastico dei certosini, redatte da Dom Guigues con molta fedel­tà allo spirito del fondatore, sono rimaste immutate, forti della loro essenziale semplicità. La vita del certosino è contemplativa, l’eremitaggio si organizza in tre momenti, la meditazione in preghiera, il lavoro intellettuale e il lavoro ma­nuale.

Il convento non è aperto al pubblico: lo si può guardare da fuo­ri, nella sua splendida cornice naturale. Ci possiamo solo imma­ginare cosa è la vita del monaco, chiusa tra mura antiche che rinserrano la sua volontà di isolamento e di concentrazione. Gli spessi muraglioni della Grande Chartreuse, unitamente alla recin­zione, evocano in qualche osservatore la sensazione strana di es­sere lui il prigioniero: forse perché il muro è comunque un vin­colo alla sua curiosità, forse perché di fronte a tanta austera maestà e in ambiente così sereno dav­vero gli pare di non essere stato in grado a suo tempo di fare le scelte giuste. E queste so­no dunque altre mura antiche, che proteggono chi è libero d’esse­re prigioniero e impediscono chi è prigioniero fuori.

Alphonse de Lamartine preferiva il riparo di un ponte di legno nelle Gorges du Guiers-Mort: nel 1823, sotto gli scrosci d’un temporale, scrisse nelle sue Méditations: Non esistono spaccature di roccia più profonde, svolte di strada più inattese, ponti più arditi e incerti su abissi spumeggianti. Meno romantico, Alexan­dre Dumas padre nel 1832 degustò il celebre elisir della Char­treuse: Appena bevuta qualche goccia ci sembrò d’aver ingoiato del fuoco e ci met­temmo a correre per la stanza come degli inva­sati. Marco Milani, salendo al Dent de Crolles, fu investito per ore da un vento violentissimo: era sicuro di vivere un momento particolare in cui l’essere si stava rivelando e mostrava il suo potere.

Il massiccio della Chartreuse, nei pressi di Grenoble
MuraAntiche-Chartreuse-LTA_3094_12256E dopo monaci e visitatori più o meno illustri, parliamo degli abitanti, conta­dini, pastori e boscaioli. La Chartreuse non è mai stata nei secoli prodiga con loro e anche oggi la mancanza di un turismo invernale per lo sci alpino è da molti sentita come una condanna, anche se lo sci di fondo e i suoi bellissimi per­corsi, favoriti dalla nevosità del microclima, offrono comunque un’invidia­bile alternativa. La vicinanza a Grenoble, invece di favorire l’insediamento nel cuore del massiccio, provoca un au­mento di abitanti nelle zone limitrofe: le vecchie e massicce ca­se con i tetti a quattro versanti spesso diventano le se­conde a­bitazioni dei cittadini, oppure sono affiancate da costruzioni nuove. Tutto oggi va così di fretta che il rimpianto supera sem­pre l’ottimismo: e così anche gli abitanti credono di essere un po’ prigionieri ed edificano questa loro convinzione sulla vaga invidia per chi è nato in città ed ha avuto dalla vita delle cose diverse. E queste sono le ultime mura antiche della Chartreuse, pur­troppo solide come le altre: mura che impediscono senza esi­stere.

postato il 19 aprile 2014

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Rinunciamo al mezzo meccanico

Rinunciamo al mezzo meccanico, per quanto possibile.

La politica di risparmio energetico in futuro sarà inevitabilmente parte integrante della nostra coscienza civica e morale. Solo allora ci sarà più facile rinunciare a quelle comodità che inducono solo allo spreco ambientale ed economico.

Oggi al contrario, usiamo auto e moto senza risparmio per un rapido inserimento nel bel mezzo di una situazione naturale: e invece dovremmo soltanto permetterci un più agevole accesso a quella stessa situazione naturale.

RinunciamoMezzoMeccanico-fuoristrada 3Funivie e impianti a fune sono richiesti e usati non per accedere ai margini della wilderness rispettandone il cuore, bensì per accelerare l’inizio e la conclusione di un percorso o di una gita tramite un consistente accorciamento. Abbreviare le distanze facilita un’esperienza ma ne rimpicciolisce l’intensità. L’industria turistica può svendere percorsi ridotti o selezionati, ma non può includervi alcun reale beneficio per lo spirito, perché l’esperienza interiore, al contrario dell’acquisto, non segue la logica del “paghi due, prendi tre”.

Non ci possono essere conoscenza e amore per la montagna e per la wilderness se stoltamente amputiamo quelle parti di percorso che riteniamo meno significative. Possiamo vivere una maratona, per esempio, solo se corriamo per 42 km. Se così non è, l’esperienza che andiamo cercando si azzera, perché si svuota di significato.

Di solito le strade perimetrali di un’area wilderness, come pure gli accessi stradali o gli attraversamenti, non permettono una forte velocità perché strette, ripide, sassose, oppure a tornanti con ridotto raggio di curvatura. Se proprio non si può rinunciare all’auto, evitiamo la velocità e le imprudenze: l’ambiente ce ne sarà grato e avremo una miglior possibilità di “sperimentarlo”. È inutile andare al cuore di un bel posto velocemente. Trascurandone la periferia, rimpicciolisce l’intensità della nostra esperienza.

Chi si esibisce in corse, sbandate e frenate su sentieri, boschi e prati, svilisce un ambiente con l’inquinamento dell’aria, con il danno alla coltre erbosa, con il dissesto del terreno, con il disturbo agli animali.

RinunciamoMezzoMeccanico-fuoristrada-radunoIn ogni caso evitiamo di percorrere le strade riservate ai mezzi agricoli o forestali, anche se troviamo la sbarra seducentemente aperta; lasciamo posteggiate le auto in modo che chi interviene per un incendio o per un soccorso non trovi accessi ingombri.

La qualità di un’esperienza umana, avventurosa o meno, avrà sempre più bisogno dell’abbandono del mezzo meccanico: perché, per avere un valore, sarà sempre meno asservita ai consumi.

postato il 17 aprile 2014

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L’ultimo spazio

Dal sito www.mmmcorones.com/:Un panorama mozzafiato, fra i più belli delle Alpi. Uno sguardo che spazia senza soluzione di continuità dalle Dolomiti fino alle Alpi della Zillertal sorvolando la val Pusteria, dall’alto del Plan de Corones. E’ qui che sorgerà il sesto Messner Mountain Museum progettato dall’architetto anglo-iracheno Zaha Hadid.
Dedicato al tema della roccia come habitat e alla vita di Reinhold Messner, da sempre a tu per tu con i silenzi delle spedizioni in solitaria, si svilupperà sotto terra scavato nel fianco della montagna per 1.000 mq, ma nel rispetto dell’ambiente. Il museo ha le sembianze di un tunnel dalla sezione romboidale inserito sulla cima di un pendio. Un “vantage point” che regala delle viste sulla montagna che si perdono fino all’orizzonte.
La struttura, che si trova a 2275 m, dovrebbe essere completata entro il mese di luglio del 2014 e rappresenta un perfetto esempio dell’architettura che non si scontra con la natura ma che ci convive in simbiosi“.

L’ultimo spazio
di Giorgio Bertone

Con sorpresa ho scorto su Internet le immagini dell’ “ultimo spazio, a Plan de Corones, disegnato da Zaha Hadid”, per il Messner Mountain Museum (v. sito omonimo). L’ammirazione per Reinhold Messner, le sue imprese sportive, la sua sensibilità per la cultura ambientale ed ecologica, le sue battaglie per i Parchi (incluso quello Antartico, durante la sua fantastica traversata del 1989) rasenta, in me, la devozione attenta. Così anche per i Sei Musei delle Dolomiti, un’impresa unica al mondo. Il rendering del progetto Hadid presenta, incassate nella montagna intatta, strutture di vetro e metallo, a forma quadra o rombica. Per intenderci approssimatamente, scatole cubiche, alcune inclinate, come piegate da una pressione da sinistra. Le grandi vetrate danno subito l’impressione di una scatola visiva, sia per i visitatori che entrano, sia per quelli che da dentro guardano il paesaggio, che i siti dedicati al Museum non mancano di definire, in gergo turistico, “mozzafiato” (www.arte.sky.it, per es.). Traslocato in città, potrebbe essere l’ingresso di un Ufficio o di un Ministero o un Palazzo pubblico che abbia voluto darsi un look postmodern. D’altra parte: basta il nome iperfamoso della designer anglo-irachena, con cattivo gusto definita “talentuosa” nel sito MMM? Basta la firma a garantire la nostra immediata adesione, di frequentatori accaniti dei monti e dei musei, al “prodotto” uscito dalla sua magica matita? Basta il Logo a farci rimanere “senza fiato”?

Rendering del sesto Messner Mountain Museum, al Plan de Corones
UltimoSpazio-MMM-34755_01Diverso è il caso di un Museo come il Maxxi di Roma, sempre firmato Hadid, benché l’architettura prevarichi sulle opere esposte, a scapito della loro fruibilità. Perché? Perché in un museo metropolitano l’architettura, e tanto più se spinta ai limiti della ricerca e sperimentazione fino al gratùito e al bizzarro, fa parte dell’ “aura” e della “dote” del Museo stesso. Vedi il Bilbao di Frank Gehry; ma vedi anche il Museo del Mare di Genova di Consuegra, con i loro inconvenienti strutturali e persino qualche operaio che ci ha lasciato la pelle.

E pazienza se la stessa Hadid teorizza un design che consenta di “tuffarsi e lasciarsi trasportare alla deriva attraverso percorsi sempre diversi”. Non è altro che è il solito motto pubblicitario del consumo metropolitano attuale: fate voi stessi il vostro vagabondaggio fra i prodotti. Un Museo che vuole essere una esposizione a temi precisi e un percorso preciso, -non una “deriva”-, culturale e antropologico (e con che responsabilità) dalle Ande all’Himalaya, alle Alpi, è o dovrebbe essere altra cosa. Una delle questioni centrali sta proprio nella forma e dimensioni delle vetrate. In ogni cultura montana del mondo le finestre sono piccole. Non solo per ragioni costruttive o di isolamento termico. Il pastore, il contadino, il colono, il combattente della resistenza (Beppe Fenoglio) e persino l’alpinista o il trekker che ha passato tutta la (dura) giornata all’esterno, in pieno paesaggio, non sentì né sente la necessità di guardare attraverso un enorme vetro “a parete” il “panorama mozzafiato”. Il fiato ce l’ha già mozzato per l’attività completa della giornata. Gli occhi esausti. I primi colonizzatori americani in marcia attraverso gli oceani di erba (tall grass prairies) costruivano case con finestre piccolissime, testimone Robert Louis Stevenson. Ne avevano abbastanza della vertigine orizzontale degli sterminati campi da attraversare con il sestante in mano. Alla sera non chiedevano altro che raccogliersi nell’intimità e parlare in cerchio. L’ossessione della visualità pura dell’homo metropolitanus (“vedo, dunque padroneggio”; “fotografo il già fotografato, e dunque sono”) applicata all’ambiente di quota è diffusa anche al livello dell’architettura privata (rustici, chalet) o alberghiera, da parte di architetti che nulla sanno di montagna e tradizione architettonica (o che la reprimono in se stessi per essere up to date e come tali presentarsi ai clienti). Ed è diffusissima in mare. Dove ogni crocierista esige il suo monolocale a forma di scatola-balcone con vista mare. Così le navi da crociera assomigliano sempre più a grattacieli della Costa Azzurra o di Los Angeles ruotati di 90 gradi dalla verticalità palazzinara all’orizzontalità tintarellesca e voyeristica della superficie marina consumata Rimini style, solo un po’ più chic.

Il nuovo bivacco fisso Giusto Gervasutti, sotto alle Grandes Jorasses
UltimoSpazio-Rifugio GervasuttiIn scala ridotta l’idea della vetrata-vista è la stessa di nuovi rifugi o bivacchi come il Gervasutti sotto le Grandes Jorasses nel Massiccio del Monte Bianco. Realizzato con la tecnica di costruzione delle barche a vela, in vetroresina. (E là, tra l’altro, la vetroresina è il più pesante problema, -e business-, di smaltimento nel futuro del pianeta). Ma dell’eleganza dei velieri quel rifugio-fusoliera mezzo bianco e mezzo rosso non ha nulla. Piuttosto del sommergibile. Non militare, ma del sommergibile for tourists, che fa il giro dei fondali con oblò che imitano lo schermo TV a sollazzo dei bimbi. Il rifugio è l’abitazione limite, la casa comune posta nella soglia tra il territorio e la zona dove comincia la ideale extraterritorialità della natura. Insomma, è la costruzione architettonica dove si incontrano i valori della città e quelli della montagna per una sintesi armonica e fruttuosa.

Rendering del sesto Messner Mountain Museum, al Plan de Corones
UltimoSpazio-MMM-at-plan-de-corones-proposal-zaha-hadid-architects_03_interior-1000x706Se il nuovo ricovero Gervasutti assomiglia a un microalloggio cinese da megalopoli industriale carente di loculi per operai esausti, l’architettura di Zaha Hadid assomiglia a un televisore XXL deformato. Televisore o monitor o schermo di computer, -con o senza terrazzo che aspetta il cannocchiale a gettone-, in cui entrare con qualche sospetto ed uscire come homo videns con la pupilla saturata di pixel. Ed è sempre la stessa fissazione della vista (da dépliant turistico o agenzia immobiliare: “Trilocali, soppalco, cucinotta, vista imprendibile”) che riduce la Natura a poster bidimensionale proiettandola su un grande cristallo. Un maxiposter o maxischermo che surroga la Natura. E uccide la sua percettibilità olistica, ossia un’esperienza totale e collettiva. Il Museo di montagna non può obliarlo. A meno che non subisca, con il fascino dell’archistar, anche il dictat di ben altra deriva, “la deriva tecnicistica dell’homo sapiens (Günther Anders)”.
Giorgio Bertone

Rendering del sesto Messner Mountain Museum, al Plan de Corones
UltimoSpazio-MMM-messner1bis_MGzoom

Chi desiderasse ulteriori dettagli sul museo in costruzione può consultare www.mmmcorones.com/
Su Zaha Hadid: www.zaha-hadid.com

Giorgio Bertone (Portomaurizio-Imperia), 1949) insegna Filologia italiana all’Università di Genova. Ha pubblicato tra l’altro testi e studi su autori liguri: E. De Amicis (Primo Maggio, 1980; Sull’oceano, 1983); M. Novara, G. Boine (Scritti inediti, 1977; Il lavoro e la scrittura. Saggio in due tempi su Giovanni Boine, 1987), e ricerche linguistico-formali e metriche su vari poeti, da Chiabrera a Pasolini. È autore di due romanzi: Percorsi andini (1986) e Il diario di viaggio (1990). Ha curato una riduzione di Moby Dick. Sempre per Einaudi ha scritto Paesaggio e letteratura, in Storia d’Italia. Liguria, Racconti di vento e di mare e, nella «Pbe», Italo Calvino. Il castello della scrittura e Breve dizionario di metrica italiana.

postato il 9 aprile 2014

Rendering del sesto Messner Mountain Museum, al Plan de Corones
UltimoSpazio-MMM-at-plan-de-corones-proposal-zaha-hadid-architects_02_exterior

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Lettera aperta ai Consiglieri della Regione Lombardia

No alle moto sui sentieri
Le osservazioni di Mountain Wilderness sul Progetto di Legge n.124 della Regione Lombardia
a cura di Mountain Wilderness Lombardia

Ai Consiglieri della Regione Lombardia
Le modifiche alla L.R. 31/2008 contenute nel PDL n.124 la cui votazione in Aula regionale è stata calendarizzata per l’8 aprile 2014, e in particolare gli emendamenti accolti riguardo all’art. 59 comma 4bis, andrebbero ad istituire la possibilità per i Comuni alpini di rilasciare permessi temporanei per il passaggio motorizzato; di conseguenza anche le competizioni motorizzate sui sentieri, sulle strade agro-silvo-pastorali nonché nei pascoli di montagna e di media montagna potrebbero essere autorizzate nella discrezionalità decisionale comunale.
In primo luogo è doveroso interrogarsi circa la ragione sottesa all’introduzione della deroga. La norma definisce e circoscrive il transito autorizzato ai punti 3 e 4 dell’art. 59, con l’intento di agevolare attraverso l’utilizzo di mezzi di servizio l’attività di contadini e pastori delle aree alpine, che attraverso la loro opera e il radicamento al territorio contribuiscono al mantenimento e alla salvaguardia del bene collettivo AMBIENTE.

Motobikers alle pendici del Cervino
LetteraApertaConsiglieri-bikers-Cervino-26.jpg_650Il generico enunciato introdotto al punto 4 bis “possono autorizzare il transito temporaneo di mezzi a motore” non contiene se pur minimamente un’indicazione tale da potersi ravvisare la finalità, lo scopo, l’eventuale beneficio derivanti dalla deroga. Le stesse definizioni di mezzi a motore e “temporaneità” lasciano spazio a vuoti interpretativi, in mancanza di un parametro funzionale allo scopo. Svuotata in origine la norma attraverso l’introduzione di una generica deroga, i regolamenti con i quali si fisseranno criteri, modalità e procedure da adottare da parte degli Enti in sede di autorizzazione assumeranno necessariamente un carattere “aperto” alle più disparate finalità e suscettibile di differenti e, non fosse altro, contrastanti applicazioni.
Non da ultimo, i vincoli economici imposti ai Comuni dalla spending review e la mancanza di personale preposto al controllo sul territorio non agevolano, da parte degli Enti locali interessati, interventi di manutenzione o ripristino di aree “compromesse”.
Qualora lo scopo, così si legge, di questa deroga nel PDL n. 124 fosse soprattutto finalizzata a favorire una significativa promozione turistica nei Comuni alpini lombardi, ci facciamo portavoce di un diverso modello turistico.
Ci rivolgiamo ai gentili Consiglieri Regionali della Lombardia, e soprattutto ai rappresentanti politici della Lega Nord ricordando che nelle agende del Vostro ultimo programma politico avete inserito come priorità la valorizzazione del patrimonio artistico-culturale montano, la ripresa dell’economia agricola alpina come sbocco occupazionale di fronte alla drammaticità reale della fine corsa all’industrializzazione urbana.
La rete dei sentieri e delle mulattiere sono un Bene Comune in quanto possono essere comunali, sovracomunali e demaniali; su un sentiero demaniale oppure sovracomunale il Comune, nella fattispecie, non potrà autorizzare la circolazione dei mezzi motorizzati, potrebbe nel caso autorizzare la circolazione dei mezzi motorizzati nel perimetro del territorio comunale e nel rispetto della normativa in materia di Rete Natura 2000. Per le aree considerate Sic è prevista la procedura della valutazione di incidenza oltre agli aspetti legati alla sicurezza in quanto imporrebbe agli enti gestori di attivarsi per posizionare la segnaletica e garantire idonee condizioni di sicurezza, con il rischio di responsabilità per danni laddove tali interventi manchino ed abbiano luogo sinistri.

Qualora lo scopo, così si legge, di questa deroga nel PDL n.124 fosse soprattutto finalizzata a favorire una significativa promozione turistica nei Comuni alpini lombardi, ci facciamo portavoce di un diverso modello turistico. Per promozione turistica noi intendiamo la frequentazione escursionistica della montagna nelle sue varie declinazioni (alpinismo, scialpinismo, trekking, ciclismo), che è divenuta sempre più consistente al punto da essere un tassello fondamentale nell’offerta turistica ed importante volano dello sviluppo economico delle vallate alpine.
Il turismo legato all’escursionismo, al cosiddetto turismo dolce e di cultura, ha potenzialità di gran lunga maggiori perché si rivolge alle persone di ogni età e di ogni estrazione sociale, un bacino di utenza estremamente più vasto rispetto ai centauri crossisti e trialisti, portatori di una cultura effimera e virtuale che non ha affinità e compatibilità con l’habitat alpino. Le regioni che hanno fatto del turismo in montagna la loro principale risorsa, dall’alto della loro esperienza ci insegnano questo.
Alcune virtuose vallate alpine lombarde stanno attuando una politica di rinascita economica, iniziando a valorizzare la sentieristica in simbiosi con le attività agro-pastorali: un esempio è la Valle Camonica i cui alpeggiatori hanno collegato le malghe, con un percorso di sentieri lungo 70 km, dando la possibilità agli escursionisti di acquistare e degustare prodotti locali. Autorizzare la circolazione dei motori per scopi ludici in questi contesti, oltre che recare un grave danno all’ambiente comporterebbe un decadimento del nuovo sistema economico locale.
In altre vallate alpine lombarde si sta valorizzando la sentieristica nel ricordo della nostra storia: i sentieri legati alla Resistenza, ai contrabbandieri, i sentieri costruiti nella Prima guerra mondiale, nonché la sacralità dei sentieri alpini, con annesse Santelle, percorsi dai Religiosi durante l’envangelizzazione.
I sentieri e le mulattiere di montagna nella loro bellezza architettonica e nel loro silenzio rappresentano il distillato del patrimonio ambientale e culturale che i nostri nonni ci hanno consegnato in eredità ricordando a noi, metaforicamente, che la montagna è un ambiente severo, per cui il passo deve essere lento in armonia con l’ambiente, cadenzato, come una preghiera cosmica nel silenzio della spiritualità dell’alpe.

LetteraApertaConsiglieri-bikers-mondiale-trial-2010-a-san-marino2
Questo ci hanno insegnato i nostri padri ed i nostri nonni, il rumore in montagna disturba tutto l’eco-sistema esistente, la montagna va rispettata in quanto oggetto di repentini cambi climatici per cui è fragile nella sua biodiversità e delicata morfologicamente. A tale riguardo siamo tutti a conoscenza che il rischio idrogeologico nelle vallate alpine della Lombardia è molto elevato, provate ad immaginare solo per un attimo 200 centauri con moto da cross che assaltano e devastano un sentiero storico di montagna conservato dai volontari della parrocchia oppure dai soci del Club Alpino Italiano… chi paga? Il cittadino?
Invitiamo i Consiglieri della Regione Lombardia a votare “NO” alle modifiche del PDL n.124 che sarà discusso l’8 aprile 2014 e ad avvicinarsi maggiormente allo studio delle politiche della montagna, abbandonando l’idea di traghettare il circuito di Monza nelle terre alte.
Auspicando che le riflessioni e le considerazioni sopra esposte vengano accolte unanimemente, cordialmente salutiamo.

per Mountain Wilderness Lombardia – Adriano Licini
per Associazione Monte di Brianza –
Franco Orsenigo
per Tavola della Pace della Valle Brembana – Franco De Pasquale
per Arcinvalle Valle Brembana – Maurizio Colleoni
per Unione Operaia Escursionisti Italiani sez. di Bergamo – Gabriele Vecchi

Il testo integrale del Progetto di Legge si può leggere qui
LetteraApertaConsiglieri-PDL-124-frontesizio PDL 124 con relazione

postato il 5 aprile 2014

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Bikers e fuoristrada: i motori minacciano l’Italia dei sentieri

Bikers e fuoristrada: i motori minacciano l’Italia dei sentieri
La Lombardia vuole aprire a corse e raduni le sue strade “verdi” – insorgono il CAI e gli ambientalisti: sarà uno scempio, fermatevi
di Carlo Brambilla (la Repubblica, 2 aprile 2014)

La legge arriva in aula con i voti della maggioranza (Forza Italia e Lega nord). Contrari Pd e 5Stelle.
Dalle associazioni 10 mila firme in tre giorni “È un favore alla lobby delle due ruote”.

La proposta
La Lombardia discuterà l’8 aprile una legge per permettere ai sindaci di aprire ai mezzi a motore sentieri, mulattiere, strade interpoderali, pascoli e boschi.

L’allarme
Protesta contro la legge (sostenuta da Forza Italia e Lega, avversata da Pd e 5 stelle) anche il Club alpino italiano. In ballo c’è il futuro del 25 per cento del territorio locale.

Il precedente
Una legge simile a quella presentata in Lombardia è stata approvata di recente in Emilia Romagna: anche lì proteste da parte del CAI e degli ambientalisti.

BikerseFuoristrada-biker-PdLMILANO. Enduro, trial, quad, motocross, SUV, fuoristrada vari a due o a quattro ruo­te. Saranno questi i mezzi che da martedì 8 aprile potranno percorrere, e devastare, i poetici ultimi sentieri e le mulattiere ancora intatte sulle Alpi lombarde? A rischio potrebbe essere l’intera «viabilità agro-silvo-pastorale», come viene definita tecnica­mente. Cioè tutti i sentieri – strade interpo­derali comprese, anche in pianura- tra bo­schi, pascoli e campi agricoli, fino a oggi vietati al traffico motorizzato. Un quarto circa dell’intero territorio lombardo. È quello che temono, purtroppo molto seriamente, le associazioni ambientaliste. Prima fra tutte il CAI, lo storico Club Alpino Italiano, che ha lanciato l’allarme. E ha già raccolto più di 10 mila firme in tre giorni, facendo impennare la mobilitazione tra gli amanti della montagna, con una petizione al Consiglio regionale della Lombardia perché si fermi lo scempio. Al suo fianco l’associazione Mountain Wilderness Italia, WWF e Lega Ambiente.

Vanno invece avanti come trattori, sicuri della loro maggioranza in Regione, i promotori del progetto di Legge 124 (Forza Italia e Lega Nord) in discussione il prossimo 8 aprile, primo firmatario il consigliere berlusconiano Alessandro Fermi. Contrarie le opposizioni: il Pd – tranne un consigliere – e il Movimento Cinque Stelle. Il progetto intende introdurre una deroga che consentirebbe ai Comuni di autorizzare, dove oggi è vietato, il transito «temporaneo» dei mezzi motorizzati.

«Nessun allarme – tranquillizza il primo firmatario della proposta, Fermi – non vogliamo liberalizzare il passaggio dei fuoristrada. Semplicemente vogliamo permettere ai sindaci di organizzare singole manifestazioni motociclistiche. Un’opportunità per recuperare sentieri abbandonati e favorire il turismo».

«Balle! È un cavallo di Troia per portare enduro e fuoristrada in zone dall’alto valore ambientale, soprattutto in montagna», replica Alessandro Gogna, uno dei protagonisti dell’alpinismo italiano. «Non ci fidiamo. Non crediamo al termine “temporaneo” – aggiunge – Gli interessi delle lobby motociclistiche sono fortissimi. Sappiamo benissimo come vanno a finire queste cose in Italia. Mentre il lavoro da fare sarebbe esattamente l’opposto: tutelare l’ambiente, favorire le nuove iniziative dei giovani, aiutare un turismo dolce, culturale, educativo».

Un progetto analogo a quello lombardo era stato approvato l’anno scorso dalla Regione Emilia-Romagna. Ma la protesta era stata, allora, piuttosto debole. Questa volta la minaccia alle Alpi e la maggiore organizzazione ambientalista sembrano capaci di generare una protesta decisamente più agguerrita. «La montagna è un ecosistema delicatissimo – spiega Renata Viviani, presidente del CAI lombardo – Noi abbiamo per legge il compito di conservare i sentieri. Quando passano duecento moto fuoristrada, una dopo l’altra, vengono scavate buche profonde, che poi vengono invase dall’acqua piovana. Ed è la fine, perché i solchi rimangono per sempre. È molto difficile ripristinare la condizione precedente. Ma anche la pianura è in pericolo, penso a tutte le zone agricole… Per questo abbiamo scritto un appello a tutti i singoli consiglieri regionali, di destra o di sinistra non importa. Fermatevi! Non distruggete quello che resta dell’ambiente, per i nostri figli, per i giovani che con la crisi stanno riscoprendo i lavori della montagna, per il paesaggio, che è di tutti i cittadini».

C’è una zona boschiva, l’Area Vasta della Val Grigna, in provincia di Brescia, tra la Valle Camonica e la Val Trompia, in cui i volontari del CAI sono particolarmente impegnati a collegare tra loro con sentieri le vecchie malghe, che stanno rinascendo, grazie al lavoro di molti giovani che tentano di combattere la crisi con start-up ambientali. Sono zone dove i malgari si muovono ancora a cavallo. «Zone come queste possono diventare il fiore all’occhiello di un nuovo escursionismo intelligente – si appassiona Renata Viviani – alla riscoperta di una civiltà che ritorna. A cosa servirebbero, altrimenti, lezioni come quelle che si tengono all’Università della montagna di Edolo, promossa dall’Università degli Studi di Milano, dove ha sede il corso di laurea in Valorizzazione e tutela dell’ambiente e del territorio montano?».

Postato il 3 aprile 2014

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SALVIAMO LE APUANE dal più grande disastro ambientale d’Europa

Grazie alla moderna tecnologia, le circa 300 cave di marmo del comprensorio delle Alpi Apuane stanno infliggendo alle montagne il più grave disastro ambientale d’Europa.
Le cave in cresta e gli scarti di lavorazione inquinano le sorgenti e i fiumi, i camion ammorbano l’aria di polveri sottili, le grandi opere (tunnel, viadotti, già realizzati e in progettazione) acutizzano il dissesto idrogeologico, che aumenta geometricamente di anno in anno mettendo a repentaglio la salute e l’incolumità degli abitanti. Circa 9 milioni di tonnellate di marmo prodotte ogni anno, i 3/4 in scaglie destinate all’edilizia e alla produzione di carbonato di calcio con cui fare i dentifrici, sbiancare la carta, realizzare dei paradossali filtri per gli acquedotti, non certo per fornire blocchi a Michelangelo.

Aut Out: un filmato di Alberto Grossi, quindici minuti agghiaccianti
https://www.youtube.com/watch?v=clYuGVVVLpo

Bisogna chiudere gradualmente tutte le cave, riconvertendo l’economia del territorio in forme sostenibili.

Salviamo le Apuane è un movimento nato nel 2009 da Facebook che punta a fermare l’ecocidio Salviamo le Apuane ha predisposto il Piano Programma di Sviluppo Economico Alternativo delle Apuane (da ora PIPSEA), un’opzione strategica in grado di delineare il futuro economico-sociale sostenibile e la fine della monocoltura del marmo, per l’intero contesto delle Alpi Apuane.

La versione integrale del PIPSEA è leggibile e scaricabile da qui.

Qui di seguito alcune note di filosofia generale alla base del PIPSEA
di Salviamo le Apuane

IMPOSTAZIONE GENERALE
Motivazioni, ambito di intervento
Il documento propone di intervenire sulle due principali cause di alterazione e di emergenza della montagna Apuana, che stanno alla base della necessità di un “salvataggio”, e cioè:
– l’azione di distruzione della montagna da parte di una conduzione impropria delle cave di Marmo;
– l’abbandono progressivo, e giunto quasi al limite estremo, della montagna agropastorale e dei paesi montani da parte della popolazione originaria, col conseguente pericolosissimo abbandono di intere vallate e montagne.

Ex Picco di Falcovaia (un tempo 1283 m.s.l.m.), ora Cava delle Cervaiole (Seravezza)
Secondo l’articolo 142 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio sono AREE TUTELATE PER LEGGE:
– le montagne per la parte eccedente i 1’600 metri sul livello del mare per la catena alpina e 1’200 metri sul livello del mare per la catena appenninica e per le isole;
– i parchi e le riserve nazionali o regionali, nonché i territori di protezione esterna dei parchi.

SalviamoLeApuane-cava 6a

Proposta territoriale paesistica, economica e di gestione sociale. Riferimento PIT e PRS
Di fronte a questa situazione la proposta formula precise ipotesi di intervento, che riguardano contemporaneamente il livello territoriale paesistico e quello economico, nonché ovviamente quello sociale partecipativo e delle tradizioni della gestione e del governo della montagna (usi civici). E quindi, in termini di riferimento alle attività della Regione, tanto il PIT (Piano Indirizzo Territoriale), quanto il PRS (Programma Regionale di Sviluppo).

LA RISORSA MARMO
La risorsa marmo e la sua utilizzazione
Il grande bacino marmifero di Carrara in particolare, ma anche altre località Apuane (Orto di donna, Focolaccia, Pizzo d’uccello, Altissimo, Arni e Sella, Forno e Resceto, Vagli, Corchia, …) sono completamente alterati e quasi distrutti, a causa della recente attività di prelievo del carbonato di calcio, un sottoprodotto dell’escavazione del marmo, che è stato ridotto ad una attività secondaria di mascheramento del nuovo prelievo selvaggio. In realtà il marmo è in grave crisi, certamente per la concorrenza internazionale ma anche per lo smantellamento dell’intero comparto da parte degli industriali avidi che hanno esportato l’intero ciclo produttivo (know how compreso), perseguendo sulle Apuane una politica quantitativa e non qualitativa di valorizzazione di un bene unico, come invece avviene in altre località più avvedute.
Oggi il prelievo avviene senza alcuna regola e sta producendo ambienti devastati, molto più simili a miniere a cielo aperto che a cave di marmo, con conseguenze devastanti sulle acque, sul suolo, sulla condizione idrogeologica, per non parlare della rarissima flora, delle grotte e delle acque sotterranee e non ultimo dello stravolgimento paesistico complessivo, un valore trascurato ma invece di grande potenzialità (a questo proposito va fatto notare che recenti studi economici hanno stimato il valore economico dei paesaggi italiani, formulando stime assai più remunerative per i paesaggi rispetto a qualunque altra utilizzazione, e che per le Apuane il confronto sarebbe tra una remunerazione paesistica diffusa e costante negli anni ed un uso distruttivo una tantum).
Si tenga conto inoltre che a valle vi è la città di Carrara che ha già subito alluvioni e anche morti (con i responsabili di fatto impuniti), che è costantemente esposta a pericolo.

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Passo della Focolaccia, 1650 m s.l.m. (Massa-Minucciano). La cava invade anche un SIC

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La questione delle concessioni, i subappalti
A nostro avviso queste devastanti attività sono anche illegittime, in quanto avvengono su proprietà quantomeno comunali se non collettive (Usi Civici) e si dovrebbero svolgere sulla base di concessioni e di convenzioni che dovrebbero regolare modalità di lavoro, di conduzione e di rimessa in pristino o quantomeno di assetto a termine dell’attività di prelievo. La nuova attività di prelievo del carbonato di calcio, che è di fatto di tipo minerario, non è perciò riferibile a concessioni di cava se non con artifici impropri, ma è di fatto del tutto senza regole, operando in maniera selvaggia, distruggendo interi costoni, guglie, e fronti montani, usando l’esplosivo, ma più che altro distruggendo il Bene Pubblico Montagna Apuana senza alcuna norma e rispetto dell’ambiente, sottraendo alle popolazioni un loro bene essenziale, e il loro stesso Ambiente di riferimento e di sopravvivenza, ed inoltre senza nemmeno un minimo compenso monetario dei danni irreversibili che vengono perpetrati. A tutto questo si aggiunga che la piaga del subappalto è ancora ben radicata, così come l’esposizione a rischio per le maestranze impiegate, come dimostrano i numerosi incidenti dentro e fuori la cava-miniera.

Cava a ovest del Monte Corchia

Cava di marmo a ovest del M. Corchia (A. Apuane)Dunque la questione delle concessioni è centrale e andrebbe totalmente riesaminata sia dal punto di vista delle proprietà, sia dal punto di vista giuridico, sia da quello concessorio, e più che altro da quello della stessa configurazione della nuova attività che non è più un’attività di coltivazione di cava marmifera, ma è un’attività di miniera a cielo aperto, sia per le tecniche adottate che per la materia estratta. E ciò non è assolutamente normato in quanto tale, e forse non è neppure ammissibile su queste montagne.

Italia, Toscana, Alpi Apuane (Lucca), Cave di marmo sopra Levigliani (monte Corchia)

Cava a ovest del Monte Corchia. Foto: M. Verin

Italia, Toscana, Alpi Apuane (Lucca/Massa Carrara), Cave del Passo della Focolaccia

L’istituzione della zona industriale montana di Carrara e i pericoli di una sua estensione
Alla base di questa devastazione della montagna vi è inoltre la sciagurata decisione di eliminare dal Parco delle Apuane il bacino marmifero di Carrara e di lasciarlo fuori dal Parco. Quanto questa decisione sia stata errata lo dimostra lo stato del territorio di questa parte della Toscana, una vera vergogna regionale e nazionale.
L’ipotesi di una estensione della zona industriale ad altre parti della catena, anche sopra i 1300 metri, è una vera follia ambientale e giuridica, una deregulation inammissibile, ed uno svuotamento del senso stesso del Parco, devastante per il Parco stesso.

La necessità di un piano di riconversione economica paesistica per i territori alterati
Di fronte a questo stato di cose e alle mire di ipersfruttamento senza regole in atto, occorre un coraggioso, anche se tardivo, ripensamento totale della situazione.
Ma non vi è alternativa:
– o la distruzione totale di una montagna, di un bene pubblico, con la conseguente messa in crisi di un’intera città, certamente procurando dei lucrosi utili immediati a pochi operatori, ma producendo un danno economico così ampio da essere anche difficilmente quantificabile ma comunque enorme e per certi aspetti irreversibile;
– o bloccare questa dinamica distruttiva ed invertire questa tendenza.

Il bacino estrattivo di Torano, Carrara

SalviamoLeApuane-torano

Si tratta allora di fermare le attività improprie ed irregolari e di predisporre immediatamente un piano di transizione e di compensazione economiche per la fase transitoria che si articoli su alcuni punti:
– la bonifica delle zone alterate che consentirebbe comunque un recupero di tanti materiali sprecati, secondo precisi piani di riassetto in primis, di tipo idrogeologico, bonificando la miniera a cielo aperto per tornare ad un uso razionale delle cave e alle loro “coltivazioni”;
– la riattivazione del prelievo del marmo su basi qualitative, rilanciando un mercato della qualità anche su basi innovative, con quantità contingentate e con la riapertura dell’intera filiera del marmo, fino alle opere di qualità per la città e per l’arte;
– un recupero di posti di lavoro, sia per le attività sopra ricordate, sia anche attraverso una diversa utilizzazione di luoghi impropri e ormai “orridi”, anche ai fini di un “turismo
dell’impossibile” (un turismo dei grandi numeri, di “massa”, in un ambiente incredibile ma controllato) che in realtà si potrebbe appoggiare ad un recupero delle movimentazioni su ferro, sia della marmifera che di altri interventi meccanizzati possibili in questi “paesaggi del limite” (v.anche articolo di P.Rumiz, “le statue offese” su Repubblica, 15 agosto 2011);
– lo sviluppo di nuove tecnologie del recupero e attraverso studi progetti e sperimentazioni lo sviluppo di nuovi know how del risanamento territoriale, questi sì davvero applicabili in tante situazioni di recupero a livello mondiale.

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Carrara, “Monte” Bettogli

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Certamente un simile programma necessità di tempi e di investimenti iniziali significativi ma questi potrebbero essere recuperati attraverso il coinvolgimento degli stessi operatori del marmo sia in forma di inserimento nel programma stesso, sia in forma di recupero delle tassazioni finora evitate (o evase).

Alla base di tutto vi deve essere una diversa consapevolezza del valore del Bene Comune Montagna, e delle regole e concessioni che lo devono garantire e renderlo sostenibilmente fruttuoso (anche, se del caso, ricorrendo allo spirito degli antichi statuti civici).

LA MONTAGNA APUANA E IL SUO ABBANDONO – VERSO UN NUOVO MODELLO COMPLESSIVO
Il sistema Apuane, i territori e le città contermini
Ma le Apuane non sono solo marmo. Queste straordinarie montagne sono anche fatte di nodi orografici maestosi e singolari, di pascoli, faggete e grotte, di vallate, di corsi d’acqua singolari perché spesso legati al carsismo, e anche di alpeggi e di bellissimi paesi e paesetti, di castagneti e di orti e di frutteti, di boschi e di terrazzamenti. Anche il pedemonte di questa montagna è singolare sia dalla parte dei due fiumi Serchio e Magra, ma in particolare sul lato del Tirreno, dalle colline versiliesi e massesi-carrarine fino al mare e alle pinete costiere.

L’incisione fluvio-glaciale nel Solco di Equi – censita tra i geositi del Parco Regionale delle Alpi Apuane
e del Geoparco Europeo e Mondiale – come si può ben vedere è colmata
dai detriti derivanti dell’attività estrattiva.

SalviamoLeApuane-marmifera 1D’altra parte questa montagna è situata tra l’Appennino Settentrionale e la Liguria (Golfo di La Spezia e Cinque Terre) nel punto dove inizia la parte peninsulare d’Italia e la penisola italiana si avanza nel Mediterraneo. Questa singolare connotazione geografica è anche quella che è all’origine delle biodiversità naturalistiche, ambientali e antropologiche di questi luoghi.
Completa il quadro il fatto che ai suoi piedi vi sono importanti città e vasti insediamenti umani assai interessanti, da Lucca a Massa, Carrara, e quindi la Versilia, Aulla e la Lunigiana, ed anche Sarzana e Luni e tutte le cittadine Apuane stesse.

La montagna sede di una diversa economia, in una nuova relazione Città/Montagna
Per affrontare la seconda emergenza di questa montagna che come abbiamo visto è l’abbandono, pensiamo che esso possa in parte essere affrontato in sé, con alcune opere di mitigazione, ma che fondamentalmente vada individuata una diversa collocazione della montagna nel suo sistema più ampio, stabilendo un diverso tipo di scambio e di circolazione dei beni della montagna con le altre entità vicine ed anche più lontane.
In altri termini si tratta di stabilire con le Città e con i loro abitanti un rapporto non di subalternità ma di scambio di valori e di prodotti, ma anche di relazioni umane e mentali, nelle città sempre più rari e che invece si potrebbero ritrovare in montagna, purché lì, in montagna, si vada ad esaltare i valori e le diversità della montagna e non si trasferiscano invece modelli urbani (turismo, edilizia, commercio) derivati appunto su stereotipi metropolitani.
Le Apuane, con le loro straordinarie varietà e differenze, e con la loro ricca situazione di contorno potrebbero divenire un cantiere straordinario di questo diverso modello economico paesistico del dopo crisi, di valore italiano e forse europeo.

Le principali voci del nuovo modello. Le potenzialità diffuse. Le indicazioni spontanee emergenti
Abbiamo per ora individuato l’ambito di questo progetto nell’anello ferroviario esistente, ma è chiaro che le sue relazioni coni territori contermini, sia urbani che ambientali sono molteplici, da quelli diretti a quelli “di relazione” che si possono stabilire a diverso livello, sia di governance, che di reazione effettiva (Collegamenti tra Parchi, dalla Liguria a San Rossore, dagli Appennini alla Versiliana, collegamenti, anche virtuali e relazionali, oltre che del trasporto pubblico con le città).
Nuove catene produttive e di beni, dalle filiere corte alimentari o del marmo, ai sistemi di prevenzione e cura della salute, ma più che altro alla messa in evidenza del grande patrimonio antropologico, archeologico, naturalistico e direi di un’ecologia dell’abitare che le Apuane conservano, insieme alle sue risorse più note.
Molte indicazioni in tal senso stanno fiorendo spontaneamente in nuovi rapporti umani città/montagna, anche se spesso molto isolate nel loro ambito tradizionale, ma un loro collegamento è possibile e già maturo.

Pane sì per gli operai… companatico per i concessionari delle cave

SalviamoLeApuane-lDel resto il successo – anche ‘informatico’ – di Salviamo le Apuane indica le straordinarie potenzialità ed interessamento di questo sforzo di innovazione, anche attraverso l’uso delle tecniche di comunicazione più aggiornate.

Tutto questo fa ben sperare che qui si possa trovare le risposte anche alla precarietà ed al lavoro giovanile, attraverso una nuova generazione di attivisti e di “imprenditori” delle relazioni città/bioregione montana, economia ambientale contemporanea/ nuovi paesaggi condivisi.

Un processo progressivo e sperimentale entro un quadro di riferimento esteso; il recupero dell’Istituzione Parco verso una sua dimensione europea
Le indicazioni che abbiamo fornito possono diventare un programma operativo e di indirizzo per le Popolazioni Apuane e per la loro Montagna, se le poniamo alla base di un Processo Programmatico di Governance Economico –Territoriale, su base Paesistica, alle seguenti condizioni:
– che le Amministrazioni Regionali e locali siano disponibili ad aprire una fase di sperimentazione concreta per la messa a punto e per una prima attivazione di un simile
Programma, attraverso atti di una reale Governance economico-paesistica (Patti, Contratti di paesaggio, e simili, come in altre regioni si stanno sperimentando, vedi a esempio Contratto di Fiume – Paesaggio, Regione Emilia Romagna, provincia di Modena, comuni di Vignola, Svignano, Spilamberto, San Cesareo, sul fiume Panaro, e i Contratti Paesaggio-in Provincia di Terni, in corso);
– che le popolazioni, progressivamente coinvolte, condividano e partecipino attivamente, con l’azione diretta e con la loro creatività ad uno sviluppo sempre più dinamico delle proposte stesse, che perciò vanno ampiamente diffuse e dibattute, per avere comunque una propria iniziativa significativa ed autonoma;
– che il processo sperimentale sia “aperto”, tanto nei confronti della fase di transizione dell’economia del marmo che in quella generale dell’economia ecologica, in quanto gli esiti possono maturare anche all’interno del processo stesso;
– che si faccia grande attenzione alle molteplici azioni “spontanee” già in corso e che si favorisca la nascita immediata delle iniziative ecosostenibili in particolare quelle giovanili.

Questo quadro generale può essere completato con il ruolo del Parco
La nostra impostazione, che per questo piano di rilancio della relazione Montagna /Città e di riscoperta dei valori della montagna stessa, si spinge, come abbiamo visto, fino a comprendere tutto il territorio compreso nell’anello ferroviario di base e che pone l’esigenza di numerose relazioni con città e parchi limitrofi, comporta un rilancio anche del Parco delle Apuane, che a nostro avviso ha una valenza non solo regionale, ma nazionale o meglio Europea (un tipo di parco di nuova istituzione, che potrebbe essere lanciato proprio da questa situazione), con conseguente riordino delle sue modalità di gestione interna e di intervento sul territorio, oggi assai consumate.

Cava ad Arnétola

Cava di marmo ad Arnétola (Alpi Apuane)

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Colonnata  e le cave di marmo

Colonnata  e le cave di marmo , Alpi Apuane

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Basta bonifiche in alta montagna?

8 tonnellate di rifiuti tra Broad Peak e Baltoro. Maurizio Gallo: è ora di cambiare!
Notizie tratte da http://www3.montagna.tv/cms/?p=54985 e da http://www.montagna.tv/cms/?p=35230

Con l’ultima spedizione di Keep Karakorum Clean (estate 2013) sono state raccolte e avviate a differenziazione e smaltimento ben 8 tonnellate di spazzatura. Nessuna novità rispetto agli anni scorsi, trekker e alpinisti continuano infatti tranquillamente a insozzare con il loro passaggio sia i ghiacciai che le montagne.

Raccolta rifiuti di Free K2 (1990) sullo Sperone degli Abruzzi al K2Free K2, 1990 , bonifica, corde recuperate in attesa di essere rimosse dal Campo Base del K2

Il responsabile di Keep Karakorum Clean, la guida alpina Maurizio Gallo, nel 2010 aveva condotto Keep Baltoro Clean e Keep K2 Clean, organizzate entrambe dal Comitato EvK2Cnr, con il risultato di eliminare oltre 13 tonnellate di spazzatura.

A questo punto leggiamo con piacere che lo stesso Gallo comincia a chiedersi che senso abbia inseguire con tanta abnegazione e puntiglio l’insensibilità ambientale dei frequentatori. Che senso ha spingersi ai campi alti del Gasherbrum II, del Broad Peak, del K2 stesso per ripulirli?

Occorre precisare che l’usanza di ripulire luoghi così lontani (grandiosi ma ecologicamente deboli) risale a Free K2 (organizzata nel 1990 da Mountain Wilderness): e occorre anche ricordare che la prima spedizione di questo genere a occuparsi pure dei campi tappa e dei villaggi è stata quella del Club Alpino Italiano nel 2004, da me condotta. Nel 2003 erano state installate le prime toilet a Juhla, Paju, Urdukas.

Ci fa dunque piacere leggere che “dal 2005 a oggi qualcosa è cambiato e migliorato, soprattutto da parte degli abitanti del posto che stanno sviluppando una vera (e fondamentale) sensibilità al problema”.

Baltoro, ghiacciaio Vignes con K2 e Broad Peak

Gallo, nel 2011, aveva pubblicato dopo la sua lunga esperienza una serie di norme comportamentali di indubbio valore (anche se a oggi ancora inefficaci, a suo stesso dire):

Fare un check dei viveri prima della partenza, eliminando imballaggi inutili.
Predisporre la raccolta differenziata durante il trekking. Ciò significa bruciare la carta, raccogliere plastica e lattine e prevedere bidoni per il trasporto dei rifiuti fino alla fine del trekking, anche se significa pagare dei portatori dedicati.
Controllare regolarmente lo staff cucina per verificare la gestione i rifiuti.
Pianificare la salita con precisione, cercando di portare in quota solo il materiale indispensabile. Riportare in basso, di volta in volta, ogni rifiuto e ogni materiale non utilizzato, anche le tende eventualmente rotte. Se non si è in grado di farlo da soli, prevedere dei portatori d’alta quota per il recupero materiale lungo la via di salita a spedizione finita, anche se ciò implica un costo aggiuntivo.
Lasciare il campo base per ultimi, dopo aver verificato che tutti i rifiuti sono stati portati via.
Raccogliere eventuali rifiuti lasciati da altri lungo il cammino e portarli a valle.
Riconoscere che il rispetto dell’ambiente è un obiettivo di pari importanza all’acclimatazione e alla vetta.
Controllare periodicamente la raccolta differenziata dei rifiuti, essere disposti a spendere tempo e soldi per la pulizia delle montagne e soprattutto aver presente che rispettarle è importante tanto quanto scalarle. Questo, in sintesi, il “decalogo” di regole che ogni spedizione alpinistica dovrebbe rispettare, in qualsiasi luogo remoto si rechi.

Ma oggi Gallo, che stima che dal 2005 in poi siano state raccolte almeno 40 tonnellate di immondizia, con rabbia scrive “E’ ora di finirla, né io, né i pakistani che da ormai 8 anni se ne stanno occupando, possiamo continuare a cercare di tamponare una situazione insostenibile”.

Ghiacciaio del Baltoro, nei pressi di Concordia, bonifica

Riduzione volumetrica rifiuti (2004)

Nel mio libro Rifiuti Verticali, dopo la lunga storia della mia personale esperienza, concludevo un po’ pessimisticamente (2012):

“Il sentimento individuale è l’unica forza umana veramente creativa, dunque in grado di contrastare la ripetitività compulsiva e la noia coatta di individui che vorrebbero cancellare del tutto il sentimento in ossequio al pensiero. La prima cosa che ci si dovrebbe domandare, a un certo punto della propria vita, è: – Quanta spazzatura è in me?
Inabissarsi nella voragine nostra interiore alla ricerca dei propri rifiuti profondi è l’unico antidoto alla malattia di un pensiero raziocinante e sociale che vuole un mondo asettico. Il pensiero, dove ha appena spazzato e disinfettato, sporca già solo con il proprio passaggio. Che sia orizzontale o verticale”.

So che il problema della gestione della pulizia nel parco del Karakorum è attualmente seguito dal SEED – Social, Economic and Environmental Development – un progetto promosso dal Comitato EvK2Cnr e dalla Karakorum International University e realizzato nel quadro dell’accordo della conversione del debito per lo sviluppo tra Italia e Pakistan. So che si vagheggia di multe assai salate, come pure so (ma ora sembra lo sappia anche Gallo) che tuttavia sarebbe ingenuo pensare che un sistema di multe possa bastare da solo, senza un corretto processo di maggior attenzione al tema ambientale.

Toilet sul Baltoro. Foto: Keep Karakorum Clean

BastaBonifiche-Toilet-sul-Baltoro-225x300Anche se in questi anni sono state installate altre toilet tra Urdukas e Concordia e i turisti hanno imparato ad usarle (Gallo riferisce che ogni anno vengono portate via dalle due alle tre tonnellate di rifiuti organici), per i rifiuti il comportamento degli alpinisti e trekker è il solito: chi se ne frega dei rifiuti accumulati giorno per giorno nelle cucine lungo il trekking o al campo base, l’importante è scalare o scattare fotografie o video, ai rifiuti ci pensano gli spazzini…

“Sono anni che sento parlare di spedizioni con protocolli ecologici – conclude Gallo – di spedizioni di pulizia sponsorizzate, ma è l’attenzione personale che deve cambiare. Tutto è rimasto come 60 anni fa quando il K2 è stato salito per la prima volta? Magari! Il ghiacciaio è cambiato, il numero di persone che lo frequenta anche, gli studiosi continuano a monitorarlo, ma gli usi e costumi degli alpinisti e trekker sono anche peggiorati. Riportare a casa tutto. La regola è molto semplice! Vogliamo una volta per tutte metterla in atto?”.

A Gallo sembra che, quando si parla di modi nuovi di fare alpinismo, il rispetto dell’ambiente debba essere un obiettivo di pari importanza all’acclimatazione e al raggiungimento della vetta.
L’acclimatazione e l’ansia del successo sono tarli che un alpinista si porta dietro da casa, in viaggio ci pensa continuamente e agisce con questo obiettivo. La pulizia deve essere la stessa cosa.

Questa mi sembra la considerazione che più meriti rispetto: la condivisione di questa idea a livello mondiale forse salverà il Baltoro e la sua gente.

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Numero chiuso nel Parco dei Sibillini?

Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini è da anni al centro di una continua e puntigliosa contestazione da parte di alpinisti, visitatori e operatori del settore, al riguardo del divieto di accesso pressoché integrale a cospicui settori del parco stesso, divieto tale da impedire ogni tipo di attività sportiva o culturale.

NumeroChiusoParco- I Monti Sibillini - Mare di nubiM. Bove (Parco dei Sibillini). Foto: Photonica3

Uno dei più convinti oppositori ai divieti è la guida alpina Paolo Caruso, che in questo momento è il referente della parte che si oppone al Parco.

Da qualche settimana qualcosa si sta muovendo, qualcosa che non sia il muro contro muro degli anni scorsi e il feroce scambio di e-mail. Il neo Presidente Oliviero Olivieri, ha contattato alcuni rappresentanti delle varie organizzazioni che operano in montagna (Guide Alpine Marche, Guide Parco, CAI ecc.) per cercare di capire come risolvere i problemi che sono ormai diventati gravi ed evidenti, se non forse insormontabili.

Lo stesso presidente ha avuto anche un incontro con Paolo Caruso, entrambi consapevoli che il dialogo e il compromesso sono le uniche vie di uscita per risolvere i contrasti e gli scontri.

Caruso ha indicato per grandi linee le soluzioni più equilibrate e sensate. Ci sono sicuramente alcuni aspetti “politici” (che riguardano anche le organizzazioni legate alla montagna), ma ci sono altri aspetti, meno politici e più concreti, per i quali è importante trovare soluzioni giuste e senza altri fini.Il vero dialogo probabilmente è il punto d’incontro tra Ministero, Parco ed Esperti della Montagna. Questi ultimi sono persone con importanti competenze, con curricula inequivocabili e di rilievo, persone cui tra l’altro sta a cuore, forse per primi, la salvaguardia del territorio.

In concreto, la soluzione passerà attraverso la fine dei divieti o il loro ammorbidimento con regolamentazioni numeriche. Nella chiacchierata sono stati affrontati temi importantissimi come l’eccessivo affidamento al soccorso: la formazione e la preparazione viene spesso trascurata, tanto c’è il soccorso… E l’impatto inerente gli interventi del soccorso è forte e di fatto ha determinato il divieto alpinistico sul Monte Bove. E’ chiaro dunque che non si andrà verso un futuro migliore se non si porrà più cura alla formazione e all’educazione.

L’incontro si è concluso con l’impegno di un incontro generale a gennaio 2014, preceduto dall’invio al Parco delle nuove proposte di regolamentazione a cura degli esperti della montagna.

NumeroChiusoParco-monti-sibillini-monte-bove-ccc6ee28-8e0d-450e-bff6-d81a6193a6c0M. Bove (Parco dei Sibillini). Foto: Luigi Alesi

Dette proposte sono molto concrete e precise, un elenco accurato del massimo numero di presenze giornaliere nelle diverse zone del Parco, stagione per stagione. Un compromesso di grande sacrificio, soprattutto perché dobbiamo constatare, ancora una volta, quanto siamo lontani da un turismo e una frequentazione della  montagna responsabili.

Le menti più lungimiranti pongono al centro della questione l’esigenza del cittadino di potersi muovere in un ambiente naturale con il minor numero di vincoli possibile. Perché solo un cittadino di questo tipo, libero e responsabile, può davvero apprezzare, e quindi sostenere fino in fondo, i valori ambientali che un Parco è chiamato a difendere, ma anche a promuovere e diffondere. Al contrario, un cittadino non libero di scegliere, pienamente immerso nell’offerta turistico-sicuritaria, non sarà mai in grado di essere un bravo soldato dell’ambiente, preferendone essere l’acquirente, a volte anche distratto.

Questo cozza contro la maleducazione e l’irrispettosità diffuse, motivazioni che per certuni da sole bastano a giustificare la chiusura, anche quella completa legiferata per tre anni.

Chi è contro il numero chiuso crede fermamente nella libertà e la regolamentazione delle presenze sarà per lui una sconfitta cocente, forse più cocente del divieto!

Da una parte c’è la considerazione che meglio pochi che nessuno, dall’altra il numero chiuso si scontra di sicuro con l’integralità delle idee più moderne e libertarie, per ora non seguite da una formazione e una preparazione ambientale degne di questi nomi.