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La soppressione della Forestale

Il professor Alberto Abrami, già ordinario di Diritto Forestale e dell’Ambiente nell’Università di Firenze, si esprime sulla Riforma del Corpo Forestale dello Stato recentemente soppresso da decreto legislativo del Governo.

La soppressione della Forestale
(come lo Stato si è sbarazzato della Polizia Forestale e Ambientale)
di Alberto Abrami
(pubblicato su http://www.pensalibero.it il 23 settembre 2016)

Il Governo può finalmente ascrivere a suo merito un fondamentale risultato che è stato fortemente perseguito dal Presidente del Consiglio e ora finalmente è stato raggiunto con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, in data 12 settembre 2016, del decreto legislativo che sopprime la struttura appositamente deputata alla repressione dei reati forestali e ambientali, ossia il Corpo Forestale dello Stato.

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Una struttura, questa, che era operante fin dall’epoca del Regno Sardo-Piemontese essendo stata istituita da re Carlo Alberto, e che godeva di un altissimo prestigio (in particolare nel mondo ambientalista) dalla gente del popolo, ai magistrati, ai docenti universitari. Tutti hanno fatto presente in mille modi l’irragionevolezza del provvedimento che faceva venir meno una funzione che , semmai, avrebbe dovuta essere potenziata, ma non è servito, né tanto meno, si è tenuto conto del livello di preparazione raggiunto, come della passione, che accompagnava l’esercizio delle competenze amministrative, oltre che di polizia, dei dipendenti del Corpo. Si può senz’altro dire che essi avessero l’orgoglio di servire lo Stato e, quindi la collettività nazionale in un settore di tanto rilievo sociale e, per questo motivo, era una delle pochissime istituzioni che funzionavano nel nostro Paese e, addirittura, funzionava bene.

Ci si domanderà, allora, come sia stato possibile addivenire a questa decisione, dal momento che la funzione veniva esercitata al meglio e le tematiche ambientali stanno acquistando una sempre maggiore rilevanza a livello nazionale e comunitario. La risposta è molto semplice, quanto desolante, e riposa sulla considerazione, più volte manifestata dal Presidente del Consiglio, che quattro Corpi di polizia fossero eccessivi, essendo presenti già la Guardia di Finanza, i Carabinieri e la Polizia di Stato, sicché non aveva senso far gravare sul bilancio dello Stato una spesa ritenuta superflua, per cui meglio, allora, eliminarla.

In realtà è davvero raro sentire il nostro Capo del Governo sottolineare l’importanza dell’ambiente e della sua tutela, sicché si ha proprio l’impressione che siano tematiche, quelle della protezione ambientale, che non rientrino, più di tanto, nel suo patrimonio culturale. Non è altrimenti è possibile spiegare la soppressione di un organismo avente il fine specifico di far rispettare quel complesso di norme che, appena dieci anni prima, hanno costituito addirittura l‘oggetto di un apposito Codice, quello appunto, dell’Ambiente.

Che poi il Corpo Forestale esercitasse, oltre che funzioni di polizia, anche funzioni di natura amministrativa (come sopra si è accennato) decisamente rilevanti a livello dell’interesse nazionale, questo non era neppure stato preso in considerazione dal legislatore delegante. E però una tale situazione ha dovuto essere normata dal legislatore delegato nel momento stesso in cui ha proceduto alla soppressione del Corpo.

Allora ci si è resi conto che, fra le varie competenze amministrative, il Corpo Forestale gestiva tutta la proprietà forestale statale che all’epoca del decollo dell’ordinamento regionale era residuata allo Stato a motivo della sua peculiarità naturalistica, e, in gran parte, ma non nella totalità, ricadente nei territori costituiti in parco e riserva nazionale. Un patrimonio forestale di 130 mila ettari affidato alle cure di una particolare struttura interna al C.F.S.

SoppressioneForestale

Torneremo fra poco su questo tema, perché ora ci preme mettere in evidenza come nella legge di delega si parlasse di “riorganizzazione” del Corpo Forestale ed anche del suo “eventuale assorbimento” in altra forza di polizia, facendo ritenere che la specificità e l’unitarietà delle competenze sarebbe stata salvata, ma alcuna garanzia in questo senso si rinviene nel decreto delegato, anzi si assiste ad uno smembramento del Corpo divenendo destinatarie delle funzioni, oltre all’Arma dei Carabinieri, anche la Guardia di Finanza e la Polizia di Stato, a tacere dei Vigili del fuoco destinatari anch’essi di funzioni, peraltro, secondo la previsione della legge di delega.

Di certo si può affermare che un patrimonio di esperienze specialistiche di assoluto rilievo per l’interesse pubblico, accumulate nel corso di oltre un secolo e mezzo di attività, ed esercitate, a parere di tutti, in modo encomiabile, viene disperso in cambio di una diminuzione della spesa di bilancio che si può definire irrisoria o pressoché tale. Si potrà osservare che questa somma di esperienze potrà essere recuperata se non immediatamente, col tempo. Intanto ammettere che ci vorrà del tempo, come è inevitabile, per condurre a regime la situazione che si è venuta a creare, significa che questo dovrà essere scontato dall’interesse generale che ne pagherà le conseguenze, oltre agli stessi interessati.

Ma poi come sarà possibile recuperare il cumulo di esperienze che costituiva la tipicità del Corpo Forestale se questo è finito in un gran calderone dove l’identità si è dispersa, oltre che confusa, poiché il fine principale dell’Arma dei Carabinieri è il mantenimento dell’ordine pubblico e il Ministero di riferimento è quello della Difesa per cui viene previsto nel decreto che gli addetti al Corpo Forestale dovranno fare un apposito corso di militarizzazione, loro che per statuto sono un corpo “ad ordinamento civile specializzato nella difesa del patrimonio agroforestale e nella tutela dell’ambiente, del paesaggio e dell’ecosistema?”

C’è ancora, in tale, già palese, disfunzione istituzionale, un fatto che ha, per questo aspetto, del clamoroso. Esso riguarda la gestione del patrimonio forestale dello Stato, al quale sopra abbiamo fatto cenno, e che dall’epoca della sua originaria istituzione, nella seconda metà dell’800, viene gestito dal Corpo forestale. Con la soppressione del Corpo, in mancanza nella legge di delegazione di alcuna indicazione al riguardo, perché le funzioni amministrative del Corpo forestale vengono ignorate dal legislatore delegante, anche questo complesso di beni è stato trasferito all’Arma dei Carabinieri, con il risultato che dei militari si trovano a dover gestire dei beni statali qualificati dalla legislazione di interesse naturalistico e, quindi, riconducibili alla materia “ambiente e tutela dell’ecosistema“. Ma come spiegare, secondo la logica che presiede alla distribuzione delle competenze fra i vari Ministeri questa collocazione? Intendiamo dire come si spiega rispetto ad un ordinato assetto istituzionale, che una tale funzione amministrativa divenga di competenza del Ministero della Difesa quando esiste il Ministero dell’Ambiente al quale quel complesso di beni indubitabilmente afferisce? Ci sarebbe anche da chiedersi come sia stato possibile che nessun Ministro, nel momento della delibera governativa del decreto delegato, abbia rilevato un tale squasso istituzionale; né il Ministero dell’Ambiente abbia rivendicato a sé tale gestione, considerando, fra l’altro, che esso è il “dominus” di riferimento nell’amministrazione dei parchi nazionali e delle riserve secondo la legge istitutiva. Evidentemente il Ministro, ha considerato questo complesso di beni come un fardello insopportabile per il suo Ministero anziché una dote che valorizzava il suo ruolo.

Sequestro in Comune di Plataci (CS): due cacciatori sono stati sorpresi a cacciare beccacce nel Parco Nazionale del Pollino
SoppressioneForestale-ComunePlataci(cs)Parco Pollino-beccacce

Un tale modo di far politica non può però costituire la normalità, anzi bisogna dire che esso lede il disposto dell’art. 97 della Costituzione il quale dispone, nel I comma, che la legge deve assicurare “il buon andamento dell’Amministrazione“. Di certo si può affermare che se si fosse trattato di un atto amministrativo, invece che di un atto del Governo avente la stessa valenza di un atto legislativo, qual è il decreto delegato, questo sarebbe stato giustiziato dai Tribunali amministrativi pe eccesso di potere.

C’è anche un altro aspetto di questa vicenda che merita di essere evidenziato: è l’indifferenza del Ministro dell’Agricoltura e delle Foreste che, privato del personale afferente alla branca forestale, non ha mostrato alcuna reazione, nonostante che, non solo l’autorevolezza del Ministro ne venga a risentire, ma tutto quanto il settore forestale nel suo complesso. Un settore, quello forestale, che fino ad ieri era stato considerato strategico, sia sotto il profilo produttivistico (il legno rappresenta la terza voce passiva nella bilancia dei pagamenti) sia sotto il profilo dell’interesse ambientale per via delle numerose funzioni di interesse pubblico riconducibili al bene bosco. Evidentemente tutto questo è di poco conto per il Ministro, come per lo stesso Governo: il che spiega come nel progetto di riforma costituzionale del Titolo V, oggetto del referendum sospensivo, sia stata conservata alle Regioni, diversamente che in altre materie che sono tornate allo Stato, la competenza esclusiva in materia di Foreste, già disposta dalla sciagurata riforma del 2001, quando anche gli Stati federali trattengono a sé tale competenza in forza della sua tipicità che in questa sede non possiamo descrivere, ma che è facilmente intuibile. Una competenza che la Corte costituzionale era riuscita in parte a recuperare allo Stato attraverso una felice interpretazione della norma costituzionale.

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Terremoti nei Monti Sibillini

Terremoti nei Monti Sibillini
(disastri naturali e disastri innaturali, cioè quelli compiuti dagli uomini)
di Paolo Caruso
(articolo già pubblicato su http://www.metodocaruso.com/uploads/MPA/Articoli/TerremotiNeiMontiSibillini.pdf)

Il giorno 28 agosto 2016 insieme all’amico e istruttore IAMA Paolo Aprile compiamo la perlustrazione della zona ovest del Monte Vettore, da Forca di Presta al Vettoretto e, passando per lo Scoglio dell’Aquila, dal M. Redentore alla Cima di Prato Pulito fino alla Sella delle Ciaule (Rif. Zilioli). La perlustrazione, che ha incluso la salita della parete dello Scoglio dell’Aquila, è avvenuta pochi giorni dopo il terremoto principale che ha distrutto Amatrice, Accumoli, Arquata e gli altri paesi limitrofi. L’obiettivo era quello di verificare la pericolosità della zona ed eventuali crolli delle pareti di roccia.

Crepe del terremoto sul sentiero di Forca di Presta
TerremotiSibillini-01 CREPE DEL TERREMOTO SUL SENTIERO di Forca di Presta

Numerose e notevoli le crepe sul terreno, sia sul sentiero che sui lunghi pendii che portano allo Scoglio dell’Aquila. Sotto la parete, in alcuni punti, le lunghe fratture del terreno larghe fino a 30/40 cm. ricordano le “crepacce terminali” dei ghiacciai, ma la differenza è, appunto, che si tratta di terreno più o meno ghiaioso, non certo di ghiaccio.

Crepa del terremoto alla base dello Scoglio dell’Aquila
TerremotiSibillini05 CREPE DEL TERREMOTO alla base della parete

Ci sono stati alcuni crolli di blocchi dalla parete ma tutte le aree più compatte non hanno subito danni evidenti. In alcuni casi, i detriti hanno raggiunto il ghiaione presente alla base della parete.

La salita è avvenuta per l’itinerario La Cresta delle Fate che, come indica il nome, essendo per lo più una via di cresta, era più protetta considerando le eventuali scariche che potevano essere provocate da altre scosse di terremoto. Alla fine degli anni ’90 avevo individuato questo itinerario che ho poi aperto a più riprese con diversi compagni.

Lo Scoglio dell’Aquila
TerremotiSibillini06 SCOGLIO DELL'AQUILA

I criteri di apertura sono stati quelli generalmente utilizzati dagli alpinisti di esperienza: protezioni naturali (clessidre e spuntoni) e veloci (dadi e friend) là dove possibile, chiodi tradizionali e tasselli a espansione nei tratti non proteggibili in altro modo. D’altronde, questo è lo stile di apertura degli itinerari alpinistici che ho sempre prediletto e che ho seguito fin dagli inizi della mia attività alpinistica, a iniziare dalla via Cavalcare la tigre del 1982 sul Corno Piccolo del Gran Sasso. Si potrebbe riassumere in queste due frasi che mi frullavano in testa fin da ragazzo: la protezione giusta al posto giusto e, come seconda, le protezioni devono avere un ruolo secondario rispetto all’itinerario e all’azione arrampicatoria dell’uomo. In altri termini, l’ingegno, la capacità, l’esperienza dovevano prevalere sugli strumenti. Aprire una via nuova per me è sempre stato paragonabile a tracciare un’opera d’arte, in cui i segni dell’uomo sulla montagna dovevano essere di minor impatto possibile. Non è questione di quantità di vie aperte quanto piuttosto di qualità. Aprire le vie per dare sfogo al proprio narcisismo o alla propria mitomane ricerca di vanagloria mi è sempre sembrata cosa molto misera e degenere. Solo in questo modo, fin dalle prime salite compiute ormai molti anni fa, credevo fosse possibile entrare con rispetto nel mondo della montagna per comprenderne l’essenza. Da questo è nata la via più importante che ho aperto, anzi che sto tutt’ora aprendo, la via che ha portato alla nascita e allo sviluppo del Metodo Caruso… ma questa è un’altra storia.

Sulla Cresta delle Fate allo Scoglio dell’Aquila: Paolo Aprile a metà via dopo il terremoto
TerremotiSibillini08 CRESTA DELLE FATE Paolo Aprile a metà via dopo il terremoto

Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini
C’è da considerare che siamo nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini, l’area protetta più criticata dalle persone che ci vivono e lavorano (e non solo) che io attualmente conosca. Il suddetto parco, a partire dal 2009, ha manifestato chiare tendenze di avversione verso la nostra disciplina e altre attività tradizionali e “sostenibili”, culminate addirittura in preoccupanti divieti, come quello di accesso al M. Bove, la zona forse più importante dal punto di vista alpinistico dell’intero gruppo. Tutto ciò malgrado il bassissimo numero di presenze alpinistiche e turistiche che caratterizza il Parco. Infatti, se non fosse per i grandi flussi attirati dalle fioriture della Piana di Castelluccio e il turismo richiamato in agosto da altre rare ed eccezionali zone, come il lago di Pilato, il parco sarebbe semi deserto. E non stupisce, visto che per anni le informazioni turistiche e quelle su come fruire l’ambiente sono state carenti, o del tutto assenti, così come il coinvolgimento delle popolazioni locali e dei “portatori di interesse”, in barba alle disposizioni internazionali, come la Convenzione di Aarhus, oltreché nazionali. Ciò non ha impedito al Parco di elargire multe a diversi tipi di frequentatori. Multe a chi camminava con il cane al guinzaglio o anche a chi pubblicava su qualche sito una semplice foto con il cane al guinzaglio (vedi il noto caso di Luigi Nespeca)! Multe ai negozi di generi alimentari che utilizzavano il termine “Parco” per indicare l’origine dei loro prodotti; a chi, in assenza delle aree di sosta, parcheggiava toccando con una ruota un ciuffo d’erba; a chi praticava il volo a vela (attività di vecchia data nella zona) e perfino alle guide alpine mentre esercitavano il loro lavoro, come successo al sottoscritto sul M. Bove.

Insomma, nei Sibillini le attività “compatibili” e tradizionali vengono penalizzate, vietate, multate, abolite, in chiaro contrasto con quanto scritto nella legge Quadro sulle aree protette che, invece, indica chiaramente tra gli obiettivi dei parchi quello di favorire queste attività, e in controtendenza rispetto a quanto accade in altri parchi nazionali di montagna, in Italia e all’estero. Citando testualmente la legge, oltre a salvaguardare la natura, i parchi dovrebbero “applicare metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare un’integrazione tra uomo e ambiente naturale”, favorire e incentivare le attività tradizionali e sostenibili (tra cui indubbiamente figura l’alpinismo), valorizzare le eccellenze del territorio e coinvolgere i portatori di interesse… In altri termini, un Ente parco dovrebbe collaborare con le comunità locali anche per mettere a frutto, in base a criteri di sostenibilità, quelle risorse che permetterebbero di evitare ulteriori e gravi spopolamenti dei paesi che si trovano al suo interno, e non certo perseguire personalistiche e discutibili visioni di tutela della natura, incluse le attività come la caccia, predilette ad esempio dal direttore uscente del Parco… Le aree protette sono nate per cercare di realizzare scopi più nobili che non l’essere un capriccio privato delle solite “caste”.

Cresta delle Fate, primo tratto deturpato. Visibile uno dei tasselli aggiunti
TerremotiSibillini-11 CRESTA DELLE FATE primo tratto deturpato. Visibile 1 dei tasselli aggiunti

Cresta delle Fate, Paolo Caruso in apertura sul primo tratto deturpato. C’era un tassello, ora sono tre
TerremotiSibillini-12 CRESTA DELLE FATE Paolo in apertura sul primo tratto deturpato. C'era 1 tassello,ora sono 3

Di fatto, l’attuale gestione del Parco Nazionale dei Monti Sibillini ha fallito, proprio perché non è stata in grado di “applicare metodi… idonei a realizzare un’integrazione tra uomo e ambiente naturale”. Con i divieti e con le sanzioni si ottiene esattamente il contrario. E le conseguenze sono evidenti e il malcontento generale ha raggiunto livelli che mai nella mia vita ho potuto riscontrare altrove.

La lunghezza nuova (autonoma) trapanata a raffica
TerremotiSibillini-13 La lunhezza nuova autonoma trapanata a raffica

Io non so se questo Parco ha realmente protetto la natura, di sicuro sono stati commessi gravi errori: da quelli che si dice siano avvenuti al momento della cattura e del rilascio dei camosci appenninici nell’ambito del Progetto europeo di introduzione di questa specie nei Monti Sibillini, agli “ecomostri” (vedi il nuovo rifugio-caserma costruito a Frontignano – Saliere); dalla musica da discoteca a tutto volume che riecheggia (nonostante i divieti…) perfino sotto le pendici del M. Bicco (vicino alla zona vietata del M. Bove), all’erosione provocata dal bike park di Frontignano, ai mezzi motorizzati utilizzati durante la realizzazione e l’accudimento dei cavalli nel discusso Progetto di Conservazione delle Praterie Altomontane.

Il denaro pubblico va speso per cose importanti, ovvero utili e positive per la collettività. Un ente pubblico che non lavora per il bene comune fallisce il suo compito e sperpera risorse che potrebbero essere utilizzate per risolvere i tanti problemi di questo Paese, non ultimi quelli causati dai terremoti.

L’alpinismo nei Monti Sibillini, tra divieti “anacronistici” e strampalati
Veniamo ora a quanto accaduto sulla parete dello Scoglio dell’Aquila. Il 17 luglio scorso vidi una corda fissa proprio sulla parte alta della parete. Mi domandai allora: chissà a cosa serve, considerando pure che il regolamento del Parco dei Sibillini vieta anche l’uso delle corde fisse?

Si rende qui necessaria ancora un’ultima considerazione: a parte le discriminazioni nei confronti degli alpinisti sancite dal DD. 384/ 2014 che è stato pubblicato all’Albo Pretorio, lo stesso Ente ha recentemente vietato l’apertura di nuovi itinerari alpinistici e perfino di “forare” la roccia, sia a mano sia con l’utilizzo del trapano (a motore o a batteria per loro è uguale). Ma non solo: è anche vietato collocare tasselli a espansione ovunque, perfino nelle sporadiche falesie esistenti all’interno dell’area protetta, così come sistemare o sostituire le soste. Dato che c’è in zona un individuo più o meno noto che schioda soste e spit (ma non quando sono indispensabili a lui…) sembrerebbe esserci un nesso tra il divieto di rinnovare e ripristinare le soste e la schiodatura sistematica delle vie…

Allo stesso tempo, è importante avere ben chiaro che questo regolamento del Parco potrebbe creare dei problemi seri, proprio per il fatto che si vieta di risistemare le soste perfino dove il “noto” schiodatore ha tolto le soste già esistenti. Potrebbe essere molto pericoloso per gli alpinisti e potrebbe anche aumentare il rischio di impatto ambientale a causa dei più probabili interventi dell’elicottero e del soccorso. Se ciò avverrà, la RESPONSABILITA’ non potrà che essere innanzitutto dell’Ente parco, poi del Collegio delle Guide marchigiane, in quanto questo regolamento il Parco lo ha partorito di concerto con detto Collegio (!), e infine del “furbo” schiodatore… Qualora succedesse qualcosa di grave (come già stava per accadere a una cordata di Foligno messa in difficoltà da una di quelle soste schiodate) le persone coinvolte potranno far valere i propri diritti.

A questo proposito è degno di nota anche il fatto che nei Monti Sibillini, a eccezione di una quindicina di itinerari aperti dal sottoscritto con vari compagni precedentemente al divieto, e qualche altra sporadica iniziativa di terze persone, la storia dell’alpinismo è praticamente ferma agli anni ’80! Non siamo certo al Gran Sasso in cui, invece, proprio a iniziare da quegli anni si è avuto un grandissimo sviluppo dell’alpinismo che ha dato luogo a esagerazioni evidenti, un vero pullulare di vie e varianti ovunque che generano ragnatele incomprensibili di itinerari. Per questo, qualcuno ha definito il Gran Sasso la falesia d’alta quota peggio chiodata d’Italia. Volendo attenersi a sani principi di salvaguardia della natura, a un certo momento della storia alpinistica di questa montagna, certamente avrebbe avuto senso vietare l’apertura di ulteriori itinerari, di varianti e viuzze. Ma nei Sibillini no. Qui l’alpinismo è quasi morto e la presenza di alpinisti è meno di 1/10 di quella del Gran Sasso! Qual è, dunque, il reale scopo dei gestori del Parco?

Chissà che non si voglia eliminare proprio coloro che si preoccupano realmente della tutela delle nostre montagne così poi, magari, si potrebbero attuare alcune idee malsane, come quelle relative all’eolico, al fine di incassare altri soldi, sacrificando proprio quella natura che sta più a cuore a quelli come noi piuttosto che non a quelli che siedono dietro la scrivania…

Cresta delle Fate, Paolo Caruso in apertura sul secondo tratto deturpato: un tassello nel tratto chiave
TerremotiSibillini-14 CRESTA DELLE FATE Paolo in apertura sul secondo tratto deturpato. 1 tassello nel tratto chiave

Bene, dopo ore e ore passate a cercare di interpretare una confusionaria pagina web nel sito del parco che sembra fatta apposta per mettere in difficoltà i cittadini (altro che trasparenza!), rimbalzando da un documento all’altro con allegati che non si aprono o non si leggono per i caratteri in miniatura, senza mai avere la certezza di aver ben compreso il senso di quanto si legge, deduciamo che anche sullo Scoglio dell’Aquila non si possono più aprire vie, ripristinare soste e utilizzare qualsiasi tipo di tassello a espansione. E’ assurdo ma questo è… Evidentemente si ignora anche che i chiodi tradizionali possono creare più danni dei chiodi a espansione, soprattutto quando questi ultimi vengono utilizzati oculatamente, e pertanto evidentemente lo ignorano anche i rappresentanti del Collegio regionale delle guide marchigiane essendo, di fatto, gli unici interlocutori dell’Ente o, quantomeno, i responsabili tecnici del regolamento in questione. Da considerare il fatto che un regolamento simile non è mai stato applicato prima in nessun altro parco degli Appennini e delle Alpi (e probabilmente neanche all’estero!) e quindi neanche al Gran Sasso, dove la situazione è quella descritta sopra. Nei Sibillini l’Ente parco dovrebbe, al contrario, preoccuparsi di promuoverlo, l’alpinismo, anche favorendo una formazione e una cultura adeguate. Ci dovremmo poi chiedere come sia possibile che un Collegio delle guide (quindi dei professionisti della montagna) possa anche solo sognarselo un simile regolamento; sarebbe interessante conoscere le referenze alpinistiche che sono alla base di queste assurdità… ma anche questa è un’altra storia…

Via nuova stile falesia: tasselli a espansione a raffica, niente protezioni naturali e veloci e, dulcis in fundo, aggiunta di altri tasselli a espansione (con relative perforazioni) dove detta via interseca un itinerario già esistente
Nella zona dove nel mese di luglio avevamo visto la corda fissa, durante la salita del 28 agosto mi accorgo dapprima che sono stati aggiunti 2 tasselli ad espansione in un tiro della Cresta delle Fate che era stato aperto con 1 solo tassello (oltre a 1 chiodo, 1 clessidra e un paio di friends). In pratica ora ci sono 3 “spit” invece di uno solo. Andiamo avanti. Arrivo in sosta e noto che sulla sinistra è stato aperto un tiro di corda di 30 metri circa con uso sistematico di tasselli a espansione, collocati a goccia d’acqua, stile falesia: nel tiro ce ne sono circa 13 oltre ai 4 di sosta (2 alla base e 2 sopra). Continuiamo. Arriviamo alla sosta sul terrazzo erboso ove è presente una clessidra e perfino una fessura che accetta bene le protezioni veloci (dadi e friend): altro “spit” vicino alla clessidra (!). Poi guardiamo il tiro successivo che era stato aperto con 1 “spit” e 1 chiodo, bene… sono stati aggiunti altri 2 tasselli a espansione oltre a 2 di sosta. Il chiodo è sparito. In pratica, in un tratto di circa 20 metri, ora ci sono 4 “spit” oltre ai 2 di sosta, mentre prima ce n’era 1 solo… Niente male considerando che l’Ente Parco ha introdotto un regolamento che vieta la perforazione della roccia e perfino l’apertura di nuove vie!

Questa via nuova basata sull’uso, anzi sull’abuso, dei tasselli a espansione, perfino deturpando una via esistente, in evidente violazione non solo del regolamento del Parco, ma di qualsiasi regola alpinistica di buon senso, è chiaramente un atto deplorevole o forse provocatorio che fa riflettere molto.

Cresta delle Fate, secondo tratto deturpato. Tre tasselli aggiunti + due di sosta
TerremotiSibillini-16 CRESTA DELLE FATE secondo tratto deturpato. 3 tasselli aggiunti + 2 di sosta

Cresta delle Fate, Paolo Aprile sale il secondo tratto deturpato seza curarsi dei tasselli aggiunti e inutili
TerremotiSibillini-17 CRESTA DELLE FATE Paolo Aprile sale il secondo tratto deturpato seza curarsi dei tasselli aggiunti e inuti

Quanto accaduto è un’ulteriore conferma del fallimento di una gestione del territorio basata sui divieti. E’ noto che ai regolamenti assurdi e dittatoriali, alle vere e proprie repressioni, alle esagerazioni e ai radicalismi di qualsiasi natura non può che generarsi un’estremistica reazione contraria. Anche di questo è e sarà responsabile l’Ente parco. Si potrebbe anche pensare che questo stesso Ente consenta, quantomeno indirettamente, scempi come quello inerente questa via nuova, dato che non risulta che siano stati ancora presi provvedimenti di alcun tipo. Di contro, invece, si vieta l’apertura di nuove vie alpinistiche “regolari” e si sanzionano le guide alpine mentre esercitano il loro legittimo mestiere…

Ho sempre creduto che aprire un itinerario fosse un’arte basata sull’equilibrio tra logicità del percorso, rispetto dell’ambiente naturale e della roccia e, come già detto, dell’utilizzo della protezione giusta al posto giusto, della bellezza, dell’intelligenza, dell’esperienza , di ciò che è naturale e del rispetto…

Ma giungere a deturpare tutto con violenza senza, appunto, il minimo rispetto di ciò che esiste già, credo sia la massima espressione di un atteggiamento ignorante, mitomane, arrogante, egoistico, distruttore, una dimostrazione di completa ottusità e incapacità.

Non critico neanche l’apertura delle vie dall’alto in montagna col trapano, come ritengo sia stato fatto, ma per chi non ha le capacità e le competenze specifiche, sarebbe opportuno rimanere nelle sale indoor. Per me è il risultato che conta, e il risultato è una bella via protetta in modo giusto, rispettando la linea e la roccia, ma anche i criteri dell’alpinismo, incluse le protezioni naturali e veloci. Sono contento di percorrere vie aperte da altri quando queste sono belle e ben fatte. Se l’apritore si cala dall’alto, come sembra sia avvenuto in questo caso, è un suo problema, a me non tocca minimamente anche perché l’apritore può influire sulle ripetizioni solo quando la via è stata aperta male. Se invece la via viene aperta correttamente, l’apritore non ha fatto violenza, ha lasciato “emergere” l’itinerario che madre natura ha “disegnato”. Questa allora diventa una bella via. La montagna è un bene comune, non certo privato o del primo strampalato scalatore che chioda in montagna a sua misura o come se fosse in falesia, perfino sopra le vie già aperte, non curandosi neanche dei regolamenti. E dire che personalmente sono sempre pronto a rimettere le mani sulle vie che ho tracciato quando c’è qualcosa che non va. Ad esempio, talvolta ho aggiunto alcune protezioni su vie che ho aperto quando queste risultavano particolarmente sprotette, cosa che di tanto in tanto mi capita di fare in apertura. Molti anni fa credevo anch’io, come oggi tanti ancora credono, che le vie dovessero essere lasciate come le aveva aperte il primo salitore. Ma con le nuove conoscenze e grazie anche all’esperienza, ho capito che questo proprio non è vero. Infatti, non ritengo giusto “costringere” i ripetitori a salire una via troppo sprotetta, o al contrario troppo protetta, o illogica e forzata, proprio perché trattasi di un bene pubblico, non privato: tutti dovrebbero avere il diritto di vivere un luogo pubblico mantenuto il più possibile in modo corretto, senza esagerazioni soggettive. Le vie, quindi, dovrebbero essere aperte bene e il concetto del bene è collegato al giusto. Alcuni penseranno che non è certo facile capire cosa è bene e cosa è giusto, anche perché talvolta si sbaglia, errare humanum est soprattutto per chi invece di fare solo chiacchiere passa all’azione…

Paolo Caruso in riflessione
TerremotiSibillini-19 Paolo in riflessione

Ma ciò che conta è l’impegno che si mette per capire e per migliorare, anno dopo anno. Certamente non è accettabile che qualcuno privo della capacità necessaria, ma anche della cultura necessaria, trapani a distanze ravvicinate, stile falesia, tratti di itinerari alpinistici già esistenti e soprattutto già tracciati con i criteri descritti sopra. Non credo che occorra essere dei geni per capire che la montagna non è la falesia e che pertanto sia qui opportuno rispettare l’essenza dell’alpinismo e la logicità del percorso. Questi episodi costituiscono aberrazioni pericolose che vanno emarginate e bloccate. Agli estremismi e alle astrusità dei regolamenti corrispondono altrettanti estremismi e astrusità. Al posto dell’equilibrio e dell’armonia degli opposti, si passa da un estremo squilibrio a un altro estremo squilibrio… l’antitesi della saggezza occidentale e orientale messe insieme, oltre che dei principi dell’arrampicata, senza neanche bisogno di scomodare quelli che in prima persona mi impegno a portare avanti…

Sono convinto che l’unica via di uscita consista nel mandare a casa, o all’estero, o altrove, entrambe le tipologie di estremisti e allo stesso tempo sviluppare i valori dell’”equilibrio” e del giusto. Tutto diventerebbe più semplice, facile e saggiamente “normale”; non servirebbero neanche tutte le ingenti risorse impiegate per tenere in piedi baracconi all’italiana e l’armonia sostituirebbe poco a poco il malcontento e la miseria umana.

Non si conoscono al momento gli autori del fatto ma li invito, qualora leggessero queste riflessioni, a tornare sul luogo e a ripristinare la roccia così com’era prima, quantomeno nei tratti in cui si sono sovrapposti alle vie già esistenti. Vedremo poi se l’Ente parco farà finta di nulla su quanto è accaduto, ormai sempre più di pubblico dominio…

Ultima riflessione
Mentre scrivo dell’incompetenza, dell’arroganza e della violenza fatta da chi ha compiuto quel… diciamo, “capolavoro” sullo Scoglio dell’Aquila, mi chiedo che senso abbia dare importanza a un simile fatto avvenuto su una parete rocciosa in certi drammatici momenti. Mi vengono in mente i paesi di Arquata e di Amatrice come li ho visti le innumerevoli volte che sono passato lì. Rivivo la sensazione del terremoto, della terra che viene meno, vedo le crepe nelle nostre case, rivivo l’esperienza dell’incendio della mia casa, che pochi per fortuna conoscono… la natura talvolta è dura, forse anche crudele… Ma che dire dell’uomo? Hanno più colpa il terremoto e l’incendio o gli umani che con il beneplacito delle “caste” costruiscono male o “inciuciano” sulla pelle delle persone? E che non si occupano correttamente della prevenzione? E neanche di risolvere definitivamente i problemi causati dai precedenti disastri?

Il pensiero vola ora più lontano. Ricordo le famose e inesistenti armi di distruzione di massa: fu la scusa che avrebbe dovuto nascondere i vergognosi giochi di potere per i quali sono stati distrutti interi Stati e massacrati milioni di persone, con il consenso e l’ignavia dei molti, principale causa per cui quei Poteri, vero cancro del mondo, hanno la meglio (per ora…). Ricordo anche la Libia, la Siria e le responsabilità di coloro che hanno inventato l’ISIS, armandolo e addestrandolo… ma poi la lista diventa troppo lunga e lo sconforto potrebbe prendere il sopravvento… Non ho dubbi. L’uomo è mille e mille volte più pericoloso e dannoso della natura. Bisogna allora fare il possibile per bloccarla, questa IGNAVIA…

Per questo è importante qualsiasi tipo di impegno teso a scardinare la mentalità e l’ignoranza di questo genere di estremismi. La fiducia nelle Istituzioni è alla base dei valori più importanti che abbiamo: quelli che vengono chiamati “democratici”. Fare finta di nulla e continuare a vivere accettando il fallimento delle Istituzioni equivale a rinunciare alla libertà e alla giustizia: il fallimento totale della vita. E scalare le montagne diventa piccolissima cosa, forse attività di poco conto, se non serve anche a comprendere l’importanza di ciò che è in gioco. Intuisco sempre meglio che il fine ultimo dell’alpinismo dovrebbe forse essere l’acquisizione di una maggiore consapevolezza. E’ troppo limitante ricondurre il senso di ciò che facciamo alla narcisistica esigenza di affermare il proprio ego a qualsiasi costo… La ricerca interiore non può che andare di pari passo con l’acquisizione di consapevolezza. E se l’alpinismo non serve a questo fine… ha fallito come ha fallito l’Ente Parco… La comunità degli alpinisti, se mai è esistita, è nulla, inesistente. Questa è la reale “morte” dell’alpinismo. Ma forse, alla fine, è meglio così…

Gli uomini più consapevoli, i pochi rimasti, devono giocare la loro parte, hanno il dovere di fare chiarezza, devono impegnarsi per far crollare, come nel terremoto, tutto ciò che non va e che genera i veri danni alla terra, alla natura e all’umanità.

Camosci Appenninici sotto la Cima di Prato Pulito: lontani dalla zona interdetta all’uomo e contenti di vederci dopo il terremoto
TerremotiSibillini-20 CAMOSCI sotto la Cima di Prato Pulito lontani dalla zona interdetta contenti di vederci dopo il terremoto

Breve aggiornamento sugli ultimi avvenimenti inerenti la “questione” Parco Nazionale dei Monti Sibillini
Le molte vicende e contraddizioni relative all’Ente Parco sono state ampiamente trattate in numerosi articoli all’interno del sito http://www.banff.it/category/gogna-blog/.

Questi i link relativi ad alcuni articoli:
http://www.banff.it/numero-chiuso-nel-parco-dei-sibillini/
http://www.banff.it/monti-sibillini-lettera-aperta-chi-e-nemico-della-natura/
http://www.banff.it/la-lunga-notte-dei-sibillini-1/
http://www.banff.it/la-lunga-notte-dei-sibillini-2/
http://www.banff.it/la-lunga-notte-dei-sibillini-3/
http://www.banff.it/monti-sibillini-una-possibile-alba-1/
http://www.banff.it/monti-sibillini-quando-tornera-il-sereno/4

Come è noto il sottoscritto è stato sanzionato per aver svolto il lavoro di Guida Alpina a divieto decaduto, secondo quanto affermato dall’Ente Parco in una riunione pubblica, e dopo aver fatto regolare richiesta come previsto dallo stesso Ente (!).

Inoltre, il divieto riguardava la zona del M. Bove, area in cui si svolge il discusso “Progetto di Conservazione delle Praterie Altomontane”, menzionato in precedenza. Per realizzare questo progetto, che si svolge proprio presso l’area interdetta del M. Bove, sono stati utilizzati mezzi motorizzati per accudire alcuni poveri cavalli che sono costretti dentro recinti elettrificati, senza riparo e acqua corrente, a mangiare il “falasco” (un’erbaccia coriacea che potrebbe essere falciata da qualche disoccupato con una spesa pari alla metà, della metà, della metà…dei fondi che il parco spende per questo “progetto”).

Ebbene, nel tentativo di svicolare dalle contraddizioni, il Parco nega perfino l’evidenza: il direttore uscente ha scritto al Ministero che quei cavalli NON sono stati accuditi con mezzi motorizzati: GENIALE! Peccato, però, che oltre a decine di prove testimoniali, fotografiche e filmate, esiste un documento del Corpo Forestale dello Stato in cui si conferma, di fatto, che per fini produttivi è lecito utilizzare i mezzi motorizzati addirittura al di fuori delle sedi stradali… Già, abbiamo capito bene: noi a piedi non possiamo andare dove invece, per gli interessi del parco, i mezzi motorizzati scorrazzano quotidianamente per alcuni mesi all’anno… Ovviamente ho chiesto delucidazioni al Ministero competente: sto ancora aspettando di ricevere una risposta per sapere se è lecito discriminare alcuni fini produttivi, come quelli inerenti l’attività di Guida Alpina, considerando inoltre che in questo caso si va a piedi e non si provoca alcun impatto acustico o ambientale dovuto ai motori…

Anche per quanto riguarda le discriminazioni nei confronti degli alpinisti sancite dal DD. 384/ 2014, quello pubblicato all’Albo Pretorio, in cui si fa divieto agli alpinisti di percorrere determinati sentieri, ho chiesto chiarimenti al Ministero preposto: ancora sono in attesa di una risposta.

Il bello è che lo stesso DD. 384/2014 originale, proprio quello pubblicato all’Albo Pretorio, ora è divenuto introvabile nel sito del parco ed è stato sostituito, stranamente e forse irregolarmente, da un’altra versione. Sempre più GENIALE…! Quindi, dapprima è stato imposto e sostenuto un documento assurdo e discriminatorio ma, quando l’Ente Parco si è trovato alle strette, miracolosamente è sparito il documento ufficiale e lo si è sostituito con un altro posticcio.

Logicamente sono anche in mio possesso i documenti in cui, a seguito delle richieste di chiarimenti, l’Ente Parco mi risponde intimandomi di rispettare pedissequamente le norme sancite proprio dal DD 384/2014 originario (!).

Non so se tutto ciò sia lecito ma, stando alle normative, sembrerebbe che ci siano diverse “cosucce” irregolari (!). E se è vero che non siamo in dittatura, prima o poi qualcuno dovrà fornire le necessarie risposte…

Da pochi giorni è arrivato il nuovo Direttore del parco in questione che sostituisce Franco Perco: Carlo Bifulco. Le premesse ci lasciano perplessi, se è vero quanto emerge dai seguenti link:
http://www.irpinianews.it/inchiesta-parco-nazionale-vesuvio-il-direttore-si-e-costituito/
http://qn.quotidiano.net/2007/06/12/17431-truffe_parco_vesuvio.shtml
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/06/13/parco-vesuvio-la-grande-truffa.html.

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Manifesto del Comitato per la Bellezza

Pubblichiamo l’edizione “completa” del Manifesto e dei 10 Punti interrogativi sulla Bellezza a suo tempo uscita in occasione delle imminenti elezioni politiche del 2013. Si rimanda al sito http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=102578 per le numerose e argomentate risposte ricevute da alcuni candidati (Pier Luigi Bersani, Nicola Zingaretti, Anna Finocchiaro, Ilaria Borletti Buitoni, Matteo Orfini, Vannino Chiti, Roberto Natale, Ermete Realacci, Angelo Bonelli). Altri candidati hanno semplicemente dichiarato di condividere in toto i 10 Punti per la Bellezza. Sono: Luigi Manconi, Stefano Fassina, Luigi Zanda, Sergio Zavoli, Emilia De Biasi, Walter Tocci, Marco Causi, Ivana Della Portella, Adriano Labbucci, Carmine Fotia, Fabio Bellini, Pietro Calabrese, Giuseppe Marchetti Tricamo, Celestina Costantino e Michele Curto.

Riteniamo questo documento di estrema importanza e attualità.

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Manifesto del Comitato per la Bellezza
(pubblicato il 21 febbraio 2013 su http://www.patrimoniosos.it)

Caro Candidato, Caro Leader, Signor Partito
ecco 10 domande “brutte” sulla Bellezza.

Noi del Comitato per la Bellezza, nato nel 1998 sul nome e sul lavoro di Antonio Cederna, vi chiediamo:

1) Può la Bellezza essere uno dei temi centrali, unitamente alla cultura e, in particolare, alla cultura della tutela, della vostra campagna elettorale, uno dei punti-cardine del vostro impegno politico?

2) La Bellezza è anche per voi un bene sociale, un diritto di tutti, uno dei pilastri di una nuova politica per la società italiana, partendo dal patrimonio storico-artistico, dal paesaggio, dai siti archeologici, dai centri storici?

3) La Bellezza è stata sfregiata, mortificata e profondamente intaccata, dalle coste alla montagna, dalla campagna alla città, nel patrimonio storico-artistico-archeologico e in quello di biblioteche, archivi e fondi musicali, a causa della latitanza di una politica per la cultura, a causa dell’imperversare di condoni, di abusi e di inquinamenti d’ogni genere. Siete d’accordo?

4) Concordate sul fatto che il lassismo di Comuni e Regioni verso una edilizia di mercato utilizzata come fonte di entrata corrente per Enti locali vicini al collasso si è trasferita sul paesaggio imbruttendolo, mentre mezza Italia crolla o smotta, e che c’è un restauro colossale del territorio e del patrimonio edilizio vecchio e antico da promuovere, anche a fini sociali?

5) Ha senso una diffusione sfrenata di pale eoliche (che richiedono strade e sbancamenti di terreni collinari e montani già fragili) anche laddove non c’è vento sufficiente, persino in zone di alto pregio paesaggistico e archeologico, di pannelli solari senza limiti di sorta, spesso su terreni coltivati, oppure la creazione di maxi-impianti fotovoltaici?

6) E per la pianificazione urbanistica e paesaggistica, oggi negletta, siete pronti a riportarla in onore attuando anzitutto il Codice per i Beni culturali e per il Paesaggio, la co-pianificazione Ministero-Regioni, contro un consumo di suolo e un dissesto spaventosi che esigono un piano pluriennale per “rifare l’Italia”, mettendola in sicurezza? Vi impegnate a votare, al più presto, una legge che riduca nel modo più drastico il consumo di suolo?

7) Siete disposti ad appoggiare una autentica “ricostruzione” del Ministero come quello dell’Ambiente e ancor più di quello per i Beni e le Attività Culturali, indebolito, snervato, semidistrutto dalle ultime gestioni, da Bondi a Ornaghi?

8) L’Italia era riuscita negli anni Ottanta e Novanta a recuperare sull’Europa “verde” più avanzata creando una ventina di Parchi Nazionali (da quattro che erano, da decenni) e coprendo con la tutela il 10 per cento del territorio nazionale. Ma da anni ormai i Parchi di ogni livello mancano di fondi persino per la sopravvivenza. Vi impegnate affinché la politica dei parchi venga ripresa e potenziata ad ogni livello?

9) Musica lirica, sinfonica, popolare, dal vivo, tutte le forme di teatro, di spettacolo, di cinema sono forse state degnate in Italia della giusta attenzione dagli ultimi governi? O non vi sono sembrate al contrario condannate alla più stentata e mortificata sopravvivenza, e magari ad una fine prematura? Vi impegnate a finanziarle in modo selettivo ma adeguato premiando le produzioni di qualità, i talenti meritevoli, le compagnie di giovani, le iniziative di ricerca e di riscoperta?

10) Arte, cultura, musica, paesaggio continuano ad essere trattati in due modi sbagliati: a) come materie da privilegiare soltanto a chiacchiere continuando in realtà a speculare sulle aree, sui centri storici, sulle coste e sulle montagne,ecc. b) come “il nostro petrolio”, come “una macchina da soldi”, cioè come una serie di giacimenti da “sfruttare” cavandone profitti laddove essi sono possibili, abbandonando il resto a se stesso. Non credete invece, con noi, che sia giunto il momento di considerarle un tutt’uno inscindibile, un valore strategico “in sé e per sé” (e non per i profitti che può dare), il “motore” reale di tante attività indotte, come il turismo culturale e naturalistico?

Voi candidati, voi leader dei partiti, siete pertanto disposti a condividere questa battaglia politica e culturale di civiltà per la Bellezza come bene di tutti e come diritto sociale nei termini che abbiamo qui esposto? E a verificare con noi periodicamente il vostro reale impegno su questi temi cruciali una volta eletti?

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Il Comitato per la Bellezza era allora costituito da Desideria Pasolini dall’Onda, Vittorio Emiliani, Vezio De Lucia, Paolo Berdini, Pier Luigi Cervellati, Gaia Pallottino, Bernardo Rossi Doria, Irene Berlingò, Rita Paris, Nino Criscenti, Arturo e Bernardino Osio, Fernando Ferrigno, Annarita Bartolomei, Gianfranco Amendola, Pino Coscetta, Andrea Costa, Massimo Fregnani.

Hanno aderito anche il presidente di Mountain’s Wilderness, Carlo Alberto Pinelli, Giovanni Pieraccini presidente onorario RomaEuropa, Alberto Asor Rosa e la Rete dei Comitati Toscani, i consiglieri nazionali di Italia Nostra Nicola Caracciolo, Maria Pia Guermandi e Ebe Giacometti, il presidente della sezione romana Carlo Ripa di Meana, gli urbanisti Vittoria Calzolari e Francesco Ghio, Sauro Turroni, Giulia Rodano, l’economista Marcello De Cecco, gli storici dell’arte Antonio Pinelli, Andrea Emiliani e Tomaso Montanari, gli archeologi Mario Torelli e Carlo Pavolini, l’ex direttore generale Beni Culturali di Puglia, Ruggero Martines, gli storiografi Massimo Teodori, Enrico Menduni, Franco Monteleone, Giuseppe Tamburrano presidente della Fondazione Nenni, i giornalisti Elena Doni, Chiara Valentini, Rossella Sleiter, Corrado Giustiniani, la portavoce di “Salviamo il Paesaggio” Cristiana Mancinelli Scotti, Silvia Denicolò, portavoce Movimento 5 Stelle Lazio, Mauro Puliani, Ufficio Turismo, Provincia di Roma, Anna Coen, don Roberto Sardelli animatore del Comitato pro-Centro storico di Pico Farnese (Fr), Salvatore Bonadonna, presidente dell’Associazione culturale di Studi Socio-Economici e Territoriali, Elena Mortola della Associazione Culturale Progettazione Sostenibile Partecipata, Carlo Troilo, Rosalba Rizzuto, Thaya Passarelli, Flavia De Luca, Fiamma Dinelli, numerosi Comitati romani e loro esponenti come Marcello Paolozza.

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Luoghi e nonluoghi

Luoghi e nonluoghi

L’espressione non luogo non significa, come si potrebbe immaginare, luogo che non esiste. Significa invece luogo privo di un’identità, quindi un luogo anonimo, un luogo staccato da qualsiasi rapporto con il contorno sociale, con una tradizione, con una storia. In genere, quando si parla di non luogo, si ricordano gli aeroporti, le autogrill, i centri commerciali, le stazioni; tutti luoghi che hanno questa stessa caratteristica, una sorta di anonimato, una riproduzione in serie anche degli ambienti architettonici all’interno del quale quella istituzione è collocata. A usare per primo l’espressione non luogo è stato l’antropologo francese Marc Augé che ha usato, appunto, l’espressione non lieu. Lo ha fatto nel 1992, nel titolo di un suo libro che è stato poi tradotto nel 1996 con il titolo in italiano di Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità. Da quel momento l’espressione non luogo ha avuto grande successo anche nella lingua italiana e il successo è dimostrato anche dal fatto che è scritta indifferentemente e con un trattino tra non e luogo, e, ancora più spesso, la forma è univerbata, quindi nonluogo scritta in un’unica soluzione. A partire dal 2003 nonluogo è entrato ufficialmente come termine prima in un dizionario dei neologismi, e in un secondo momento ha cominciato ad essere registrata anche in tutti i vocaboli della lingua italiana (Valeria Della Valle)”.

Marc Augé
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Luoghi e non luoghi: lo spazio tra Marc Augé e Zygmunt Bauman
(Articolo tratto dalla tesi di Laura Lucchese, L’arte del viaggiare: l’etnografia del pendolare, studio sociologico sulle moderne forme del viaggiare e della loro relazione con le concezioni di tempo e spazio modificatesi con le più recenti trasformazioni sociali. Tesi pubblicata su http://sociologia.tesionline.it/sociologia/articolo.jsp?id=2597 il 15 settembre 2008)

Nell’esperienza contemporanea, luoghi e non luoghi «si incastrano, si compenetrano reciprocamente, la possibilità del nonluogo non è mai assente da un qualsiasi luogo» così Chiara Giaccardi e Mauro Magatti riprendono un’affermazione di Marc Augé sulla compresenza nello spazio sociale di luoghi della solitudine, della non permanenza, dell’interazione strumentale e contrattuale.
Ma cosa sono effettivamente i luoghi e i non luoghi?
I primi riguardano uno spazio relazionale identitario storico, cioè uno spazio in cui le relazioni sono sollecitate e sono parte integrante di questo luogo, i soggetti si riconoscono al suo interno e per questo è definito identitario e storico perché i soggetti hanno una storia comune o si richiamano ad essa.
Il nonluogo ha caratteristiche opposte, riguarda gli spazi di transito, di attraversamento, che sono pensati a prescindere dalla relazione, infatti, non sono identitari cioè non sono spazi in cui ci si riconosce come appartenenti (classici non luoghi sono l’aeroporto, la stazione).
Nella contemporaneità proliferano questi spazi che sono pensati attorno a dei fini, essi sono come degli incroci di mobilità, dove il rapporto principale si svolge tra il luogo e l’individuo, non tra gli individui all’interno di questo luogo. Naturalmente poi ogni non luogo può diventare un luogo per qualcuno: si tratta quindi, di una distinzione di atteggiamento e non di sostanza.
Il nonluogo: “è uno spazio privo delle espressioni simboliche di identità, relazioni e storia: esempi tali di ‘non luoghi’ sono gli aeroporti, le autostrade, le anonime stanze d’albergo, i mezzi pubblici di trasporto […]. Mai prima d’oggi nella storia del mondo i non luoghi hanno occupato tanto spazio (Zygmunt Bauman, Modernità liquida, 2002, p. 113)”.

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Bauman riprende anche una distinzione fatta da Claude Lévi-Strauss, tra spazi antropoemici e spazi antropofagici, cioè tra spazi che sono costruiti in modo da respingere, da disincentivare la socialità e spazi invece che sono costruiti in modo da fagocitare i soggetti, i comportamenti disciplinati in qualche modo, annullando quella alterità che rende possibile la socialità.
I nonluoghi hanno alcune caratteristiche dei luoghi emici (antropoemici), ma accettano l’inevitabilità di una loro frequentazione da parte di estranei, chiunque vi si trovi deve sentirsi come se fosse a casa propria ma non comportarsi come se davvero lo fosse.
Inoltre, ci sono luoghi dove le differenze vengono rese invisibili e ognuno di essi ha una specifica modalità, tra questi, gli spazi vuoti. “Luoghi ai quali non viene attribuito nessun significato. Non hanno bisogno di essere divisi fisicamente da staccionate o barriere. Non sono luoghi proibiti, ma spazi vuoti, inaccessibili a causa della loro invisibilità… (Jerzy Kociatkiewicz e Monika Kostera, citati da Zygmund Bauman, Modernità liquida, 2002)”.
Questi sono spazi che non hanno alcun tipo di significato e non sono nemmeno in grado di darne uno. Per come vengono descritti, sono luoghi che non vengono “colonizzati” perché nessuno ne sente il bisogno, sono in fondo alla lista di tutti gli spazi descrivibili. «La vacuità del luogo è negli occhi di chi guarda e nelle gambe o nelle ruote di chi procede. Vuoti sono i luoghi in cui non ci si addentra e in cui la vista di un altro essere umano ci farebbe sentire vulnerabili, a disagio e un po’ spaventati (Zygmunt Bauman, Modernità liquida, 2002, p. 116)».
Il tipo di società che nasce e si sviluppa ancor oggi vede l’accrescersi del controllo e degli strumenti d’azione, da parte delle società umane, in diversi aspetti della vita: stato, impresa e scienza, ma in particolare nel viaggio, un viaggio nel tempo libero, per turismo o per lavoro.

Expo, un nonluogo per eccellenza
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Nonluogo in montagna
(adattamento e interpretazione da Wikipedia, a cura della Redazione)

Il neologismo nonluogo (o non luogo, entrambi modellati sul francese non-lieu) definisce due concetti complementari ma assolutamente distinti: da una parte quegli spazi costruiti per un fine ben specifico (solitamente di trasporto, transito, commercio, tempo libero e svago) e dall’altra il rapporto che viene a crearsi fra gli individui e quegli stessi spazi.

Definizione
Marc Augé definisce i nonluoghi in contrapposizione ai luoghi antropologici, quindi tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici. Fanno parte dei nonluoghi sia le strutture necessarie per la circolazione accelerata delle persone e dei beni (autostrade, svincoli e aeroporti), sia i mezzi di trasporto, i grandi centri commerciali, gli outlet, i campi profughi, le sale d’aspetto, gli ascensori, eccetera. Spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione, sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane o come porta di accesso a un cambiamento (reale o simbolico). I nonluoghi sono prodotti della società della surmodernità, incapace di integrare in sé i luoghi storici confinandoli e banalizzandoli in posizioni limitate e circoscritte alla stregua di “curiosità” o di “oggetti interessanti”. Simili eppure diversi: le differenze culturali massificate, in ogni centro commerciale possiamo trovare cibo cinese, italiano, messicano e magrebino. Ognuno con un proprio stile e caratteristiche proprie nello spazio assegnato. Senza però contaminazioni e modificazioni prodotte dal nonluogo. Il mondo con tutte le sue diversità è tutto racchiuso lì.

I nonluoghi sono incentrati solamente sul presente e sono altamente rappresentativi della nostra epoca, che è caratterizzata dalla precarietà assoluta (non solo nel campo lavorativo), dalla provvisorietà, dal transito e dal passaggio e da un individualismo solitario. Le persone transitano nei nonluoghi ma nessuno vi abita.

Per provare a definire qualche realtà dell’attuale turismo montano usando la definizione di nonluogo: alberghi e rifugi alpini a conduzione non personalizzata, alberghi e bar dei passi alpini, tutti gli impianti sciistici (la magnitudo di spersonalizzazione dei quali aumenta con le dimensioni del domain skiable). Ma aggiungiamo le falesie attrezzate esclusivamente per l’arrampicata sportiva, le vie ferrate, i percorsi vita. Qualunque tipo di rating (dal numero di stelle alla graduazione di difficoltà) accelera il processo che trasforma un luogo in un nonluogo.

Certo, la divisione non è sempre così netta: i luoghi e i nonluoghi sono sempre altamente interlegati e spesso è difficile distinguerli. Raramente esistono in “forma pura”: non sono semplicemente uno l’opposto dell’altro, ma fra di essi vi è tutta una serie di sfumature. In generale però sono gli spazi dello standard, in cui nulla è lasciato al caso tutto al loro interno è calcolato con precisione il numero di decibel, dei lum, la lunghezza dei percorsi, la frequenza dei luoghi di sosta, il tipo e la quantità di informazione. Sono l’esempio esistente di un luogo in cui si concretizza il sogno della “macchina per abitare”, spazi ergonomici efficienti e con un altissimo livello di comodità tecnologica (porte, illuminazione, acqua automatiche).

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Rapporto tra i “nonluoghi” e i loro frequentatori
Nonostante l’omogeneizzazione, i nonluoghi solitamente non sono vissuti con noia ma con una valenza positiva (l’esempio di questo successo è il franchising ovvero la ripetizione infinita di strutture commerciali simili tra loro). Gli utenti poco si preoccupano del fatto che i centri commerciali siano tutti uguali, godendo della sicurezza prodotta dal poter trovare in qualsiasi angolo del globo la propria catena di ristoranti preferita o la medesima disposizione degli spazi all’interno di un aeroporto. La montagna non fa eccezione, anzi certi aspetti sono acuiti, esagerati. Per esempio, quella sensazione di smarrimento che un escursionista non pratico della zona si ritrova a provare si attenua di molto in presenza di baite accanto alle piste di sci, di cartelli segnaletici, posteggi organizzati, di rifugi pieni di giorno e vuoti di notte.

Il rapporto fra nonluoghi e i suoi abitanti avviene solitamente tramite simboli (parole o voci preregistrate). L’esempio lampante sono i cartelli affissi negli aeroporti vietato fumare oppure non superare la linea bianca davanti agli sportelli. L’individuo nel nonluogo perde tutte le sue caratteristiche e i ruoli personali per continuare a esistere solo ed esclusivamente come cliente o fruitore. Il suo unico ruolo è quello dell’utente, questo ruolo è definito da un contratto più o meno tacito che si firma con l’ingresso nel nonluogo.

Le modalità d’uso dei nonluoghi sono destinate all’utente medio, all’uomo generico, senza distinzioni. Non più persone ma entità anonime. Non vi è una conoscenza individuale, spontanea e umana. Non c’è più libertà. Negli anni ’70 l’Albergo Col di Lana del Passo Pordoi ha visto gesta e amicizia di un gruppo di giovani tra i più creativi della storia dell’alpinismo: quel luogo era gestito dal carisma e dall’umanità di Almo Giambisi. Il quale però ha ricreato questo bel clima al rifugio Antermoja. Stessa atmosfera al rifugio Gardeccia grazie a Marco Desilvestro. Non è vero che oggi non vi sia più possibilità di gestire e frequentare un vero luogo: basti ancora pensare al rifugio Boccalatte di Franco Perlotto.
Nel nonluogo non vi è un riconoscimento di un gruppo sociale, come siamo abituati a pensare nel luogo antropologico. La tessera del Club Alpino Italiano non è più certificazione di passione in comune ma è vista quasi come un fastidio in certi “rifugi”.
Una volta l’uomo aveva un’anima e un corpo, oggi ha bisogno anche di un passaporto, altrimenti non viene trattato da essere umano: così scriveva il novelliere e saggista Stefan Zweig. Da quel tempo il processo di disindividualizzazione della persona è andato via via progredendo, di pari passo con quella dei luoghi. Anche nella ben tenuta montagna del Tirolo le diverse località si stanno sempre più omologando, con i medesimi rifugi e ristoranti: se ci sono differenti identità storiche, queste tendono a perdere personalità e attrattiva culturale nel momento in cui sono ridotte a stereotipo di richiamo turistico.

Si è socializzati, identificati e localizzati solo in occasione dell’entrata o dell’uscita (o da un’altra interazione diretta) nel/dal nonluogo; per il resto del tempo si è soli e simili a tutti gli altri utenti/passeggeri/clienti che si ritrovano a recitare una parte che implica il rispetto delle regole. La società che si vuole democratica non pone limiti all’accesso ai nonluoghi, a patto che si rispettino una serie di regole, poche e ricorrenti. Farsi identificare come utenti solvibili (e quindi accettabili), attendere il proprio turno, seguire le istruzioni, fruire del prodotto e pagare.

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Il concetto di gita
Anche il concetto di gita è stato pesantemente attaccato dalla surmodernità: grandi “nonluoghi” posseggono ormai la medesima attrattività turistica di alcuni monumenti storici. Si veda la funivia del rifugio Torino appena rimodernata. Si va alle Tre Cime di Lavaredo con la stessa religiosa devozione con cui i cattolici vanno a San Pietro, i musulmani alla Mecca, i giocatori d’azzardo a Las Vegas, i bambini a Disneyland o Gardaland, le famiglie all’Auchan il sabato pomeriggio. Questo tipo di gita, oggi, è sempre più diffuso.

Centri commerciali
L’identificazione dei centri commerciali come nonluoghi, tuttavia, è stata oggetto di messe a fuoco distinte da quella di Marc Augé: una ricerca effettuata in Italia su un vasto campione di studenti delle scuole superiori (Lazzari & Jacono, 2010) ha mostrato come i centri commerciali siano uno dei punti di ritrovo d’elezione per gli adolescenti, che li pongono al terzo posto delle proprie preferenze d’incontro dopo casa e bar. Secondo Marco Lazzari (2012) i nativi digitali sono nativi anche rispetto ai centri commerciali, nel senso che non li percepiscono come una cosa altra da sé: sfuggendo la retorica del nonluogo e ogni snobismo intellettuale, i ragazzi sentono il centro commerciale come un luogo vero e proprio, di frequentazione non casuale e non orientata soltanto all’acquisto, dove si può esprimere la socialità, incontrare gli amici e praticare con loro attività divertenti e interessanti. Lo stesso Augé, in effetti, ha successivamente convenuto che «qualche forma di legame sociale può emergere ovunque: i giovani che si incontrano regolarmente in un ipermercato, per esempio, possono fare di esso un punto di incontro e inventarsi così un luogo».

Il campo profughi di Zaatari, vicino a Mafraq, Giordania
An aerial view shows the Zaatari refugee camp on July 18, 2013 near the Jordanian city of Mafraq, some 8 kilometers from the Jordanian-Syrian border. The northern Jordanian Zaatari refugee camp, now home to 160,000 Syrians, equal in size to what would be Jordan's fifth-largest city. AFP PHOTO/MANDEL NGAN/POOL        (Photo credit should read MANDEL NGAN/AFP/Getty Images)

Il nonluogo nei rifugiati
Augé definisce come doppiamente destinati al nonluogo i rifugiati: essi tagliano i ponti con il luogo di provenienza, a volte per sempre, e si imbarcano senza identità verso qualcosa che non raggiungeranno mai. Sono in duplice negazione. Si crea, particolarmente nell’Europa che tenta di fermare l’ingresso dei migranti, una coppia di nonluoghi: quelli dell’abbondanza, sostanzialmente già descritti sopra, e quelli della miseria, come campi profughi, centri di detenzione dei migranti et similia. In essi la tendenza spontanea riscontrabile nei centri commerciali o in altri nonluoghi a divenire, per alcuni, dei veri e propri luoghi, non si verifica, trattandosi di spazi strutturalmente esclusivi e transitori. L’identità è pericolosa per chi ci si trova (poiché espone al rischio di espulsione o incarcerazione) e questo elimina ogni possibilità di riconversione in luogo.

Bibliografia
Marc Augé, Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità, Elèuthera, 2009 (prima ed. in italiano nel 1996);
Marc Augé, Che fine ha fatto il futuro? Dai non luoghi al non tempo, Elèuthera, 2009;
Marc Augé, Disneyland e altri nonluoghi, Bollati Boringhieri, 1999;
Marc Augé, I nuovi confini dei nonluoghi, Corriere della Sera, 12 luglio 2010, pag. 29.

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Lo scempio del “parco giochi” boulder

La scorsa primavera su facebook sono circolate immagini tristemente esplicative di come si possa massacrare un bosco in nome di un’attività per nulla impattante come quella del bouldering.

Giustamente Giordano Mazzini ha definito i lavori per il terzo Gramitico “uno scempio perpetrato in Val Daone, la trasformazione di un bosco in un parco giochi per arrampicatori”.

Il Boulder Park è il primo intervento di Valdaonexperience (www.valdaonexperience.it), un piano pluriennale di sviluppo del turismo outdoor in Valle di Daone, per farne un riferimento per quanti amano lo sport nella natura – climbers, trekkers e bikers.
Nell’ambito di questo “progetto di sviluppo” della valle, nella primavera 2016 si è dato il via alla devastazione del bosco, con taglio alberi, spianamenti enormi, pulizia integrale dei sassi con idropulitrice, indicazione degli stessi con numeri e top con puntellamento di targhette metalliche. Ovvio il piazzamento di cartelloni e striscioni sponsor fissi, più il posizionamento di panche e tavoli nell’area.
Hanno praticamente reso irriconoscibile la zona per farla assomigliare a una palestra a cielo aperto.

GraMitico 2014, il boulder meeting in Valle di Daone
Tutto è nato con l’edizione del primo GraMitico, il raduno boulder che si è tenuto in Valle di Daone (TN) il 13 e 14 settembre 2014. Presenti i due grandi campioni Jacky Godoffe e Christian Core, l’evento radunò quasi 200 partecipanti.

L’edizione 2014 di GraMitico
ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone-2014-FotoAngeloDavorio-Daoneclimbing.com

Planetmountain riferì a suo tempo che “il meeting è stato l’occasione per fare conoscere ai tanti appassionati di questa giovane disciplina il nuovo Boulder Park voluto dalla Amministrazione Comunale di Daone in località Plana e realizzato grazie anche al sostegno finanziario della Comunità di Valle delle Giudicarie e del Consorzio Turistico Valle del Chiese.
In quest’angolo di foresta ai piedi della cascata di Lert, infatti, sono stati puliti una trentina di massi, è stato livellato il terreno alla base dei blocchi con trucioli di larice, si sono rimossi ostacoli pericolosi, tracciati sentieri di collegamento tra le diverse aree. Si è lavorato, insomma, per creare un’area attrezzata adatta ai tanti sportivi che solitamente praticano questa disciplina nelle sale boulder urbane e vogliono provare l’emozione di scalare su blocchi in granito; per accogliere le famiglie, anche con bambini; per avvicinare a questa pratica sportiva quanti ne sono affascinati incrementando le presenze turistiche con l’attenzione, però, a ridurne l’impatto sulla natura.

I blocchi di granito, il bosco, i ruscelli che scorrono ai piedi dei massi creano un ambiente di favola, un vero e proprio paradiso, ideale per una vacanza all’insegna dello sport nella natura. Il Boulder Park sarà completato nella prossima primavera con percorsi segnalati che porteranno grandi e piccoli a scoprire passo per passo tecniche, movimenti ed equilibri del muoversi sulla roccia. E, accanto a questi, saranno realizzati anche alcuni servizi come aree sosta, toilette, segnaletica in loco e in avvicinamento, perché l’area si caratterizzi quale punto di incontro e condivisione”.

GraMitico Valdaone 2015
Dal 11 al 12 luglio 2015 la Valle di Daone ha ospitato la seconda edizione di GraMitico, con la partecipazione di più di 400 climbers e la presenza di campioni come Marzio Nardi, Roberto Parisse e Roberta Longo.

L’evento è stato voluto dalla Pro Loco di Daone e dal Comitato Speed Rock in partnership con il Comune di Valdaone, promotore del progetto Valdaonexperience che si propone di “valorizzare” la valle e tutte le numerose attività che offre: “Vorremmo fare scoprire la bellezza del boulder nella natura a chi lo pratica nelle sale delle grandi città facendo scoprire il tocco del granito, l’aria fresca del bosco, la musica delle cascate”. Da qui la nascita del Boulder Park La Plana, in cui sono stati segnalati tre circuiti di blocchi con diverse difficoltà tra cui il Sentiero della Lince per i più piccoli. Negli intenti del progetto si vuole gradualmente creare un’area attrezzata con il doppio obiettivo di facilitare e incrementare la pratica ma allo stesso tempo ridurne l’impatto sulla natura, perciò sono state sistemate le aree di caduta per facilitare la posa dei crashpad ed eliminati gli ostacoli pericolosi in modo da rendere l’area accessibile a boulderisti di tutte le capacità ed età.

Il problema è che, a nostro avviso, quanto i boulderisti che praticano sono davvero rispettosi dell’ambiente, tanto lo spianamento e l’adattamento alle esigenze di sicurezza sono l’esatto contrario.

L’edizione 2015 di Gramitico
ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone2015-ArchScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico2015

Primavera 2016: confrontare con la foto sopra per il taglio degli alberi
ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone2016FotoMicheleGuarneri

GraMitico Valdaone 2016
La logica del progetto è ben riassunta in questa pagina:
http://www.valdaonexperience.it/boulder/arrampicata-x/boulder-park-la-plana/gramitico-2016/ in occasione del terzo Gramitico che si è tenuto il 2 e 3 luglio 2016. Ecco alcune affermazioni:

“Hai conosciuto il bouldering nelle sale indoor della tua città? Gramitico è l’occasione di scoprire la magia dell’arrampicata sui massi di granito tra abeti e cascate del nuovo Boulder Park della Foresta di Plana”.

ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone-guida

Il Boulder Park è un vero parco giochi per gli appassionati dell’arrampicata boulder: decine di massi di stupendo granito sono stati puliti, il terreno livellato e liberato da ostacoli, tracciati sentieri nella foresta, segnati percorsi anche per principianti e bambini, arredate aree di sosta”.

E’ stata fatta accurata catalogazione dei massi, tutti di modeste dimensioni, non più alti di 3-4 metri. Attualmente vi sono 14 zone con circa 600 blocchi puliti e ben accessibili: Occhio d’Aquila, Plaz, La Plana, L’occhio del ciclope, Cascata, Curva Lago, Diciotto Dodici, Fiume, Subacqueo, Doss dei Aser, SS, Mr. Nice, Nudole.

Anche la terza edizione dell’evento è stata un successo. Alle 14 del 2 luglio il sole ha fatto finalmente capolino e si è fatto sentire scaldando in poche ore i blocchi del Boulder Park La Plana. Nel primo pomeriggio tutti i boulderisti si sono radunati al boulder park e, crash pad in spalla e magnesite alla mano, hanno iniziato a esplorare l’area e a mettersi alla prova sui sassi di granito che contraddistinguono il territorio.

La giornata è poi proseguita al campo base in località Limes dove gli iscritti a GraMitico hanno decretato i vincitori del contest The Magic Line 2016. Ad aggiudicarsi la vittoria è stato il duo Jenny Lavarda – Riccardo Vencato.

Il boulder meeting GraMitico si è confermato ulteriormente come occasione per avvicinare tutti all’arrampicata su blocchi in un contesto outdoor, spaziando tra top, beginner, no big, family e kids.

ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone-DAONEBoulder

Come viene ben spiegato in http://www.valdaonexperience.it/boulder/arrampicata-x/boulder-park-la-plana/, il Boulder Park la Plana, situato a 12 km da Daone, progressivamente si sta adeguando con lavori di adattamento alle famiglie e ai bambini, oltre che ai boulderisti, con l’obiettivo dichiarato di “incrementare le presenze turistiche con l’attenzione a ridurne l’impatto sulla natura”.

Dunque nuova segnaletica, un’idonea sentieristica, sistemazione della base blocchi così da rendere più facile e sicuro l’utilizzo delle attrezzature e tecniche di assicurazione anche per chi  è uscito poche volte dalle sale indoor o per chi è poco esperto; poi aree sosta, toilette, itinerari di collegamento tra i blocchi, tracciati con diverse difficoltà.

Le reazioni
Su facebook, chi maggiormente si dà da fare per difendere l’operato di ruspe e motoseghe è Angelo Davorio: “Già 10 anni fa la foresta era stata usata per il taglio legname, ma pochi se ne erano accorti… il Trentino vive di vendita legname che si voglia o no, resta cmq una fonte rinnovabile… Bisogna farsi un bel giro nel bosco, se il bosco è lasciato a se stesso fa schifo. Questa foto mi ricorda la prima foto della falesia di Lert alta dopo il taglio legna: i commenti erano “avete fatto un raduno di fuoristrada?“. Bene, dopo 6 anni che nessuno va a scalare là, basta andare a vedere come si è ripreso il bosco…”.

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Molti, tra i quali anche Stefano Tononi, sostengono che “C’è comunque modo e modo di attingere risorse dal bosco”. E Davorio ribatte: “Certo, ma dubito che la forestale che gestisce i boschi da sempre e conosce il territorio faccia le cose a cazzo… Io mi preoccuperei di più dei lavori da Pieve di Bono a Lardaro località Forti (svincolo Daone) per creare una bretella stradale, lì si che hanno disboscato e verrà sversato cemento a go go, ma in questo caso nessuna lamentela…”.

Ste Mont: “Sì, vabbè, alberi pluricentenari segati anche se ben distanziati, i medi doppi van bene lì dove stanno, un micro clima distrutto; al posto del fresco e ombra nel “bouder park” ci sarà la valle della morte… Sotto l’elefante è successo l’anno scorso e quest’anno… oleeeeeee!”.

Ribatte Davorio: “Dubito sui pluricentenari, nelle due guerre e durante i lavori era tutto pelato soprattutto la zona di Manon…”.

Il dialogo tra i due va poi nella direzione di andare a contare i cerchi dei tronchi, per capire se si tratta di alberi centenari.

Sistemazione a trucioli alla base dei massi
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Valdo Chilese conferma che altri alberi pluricentenari sono stati abbattuti in quantità, mentre Tommaso Brentari commenta la grandezza dei tronchi abbattuti e parcheggiati ancora in loco.

Stefano Punto a Capo: “Ho visto pure io la situazione, ma cosa vuoi farci è un anno che ne sono a conoscenza. Più di una volta ho espresso il mio parere e detto della condizione di sporcizia della zona causata dai loro cartelli, ecc., ecc.; ma solo belle parole e niente altro, vedrai che quando arriverà il momento in cui salterà fuori il cash per il raduno si attiveranno tutti per far piazza pulita prima dei soldi poi, forse, della merda lasciata lì da un anno a questa parte”.

Giulia Bertoloni: “E’ davvero molto triste, soprattutto nel tanto “ben dipinto” Trentino. Come dice Stefano Tononi ci sono modi e modi di utilizzare la risorsa bosco. Le risorse vanno utilizzate nel modo corretto e rispettoso dei microambienti e macro ambienti. Di sicuro questo scempio è stato fatto senza tenere conto di queste peculiarità dell’ambiente boschivo. Ehi, ma siamo in Italia, dove gli inceneritori vengono definiti ecologici! Povera Plana”.

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Manuele Gecchele: “Da conoscitore del mondo forestale e agricolo posso confermare che ormai gli alberi sono quasi oro e prima di effettuare dei tagli sono effettuate parecchie valutazioni… Soprattutto per zone particolari come la Val Daone… Supporto pure io il “non radere al suolo il bosco”, ma una corretta gestione della zona porta solo benefici… Ovviamente il tutto va sempre e comunque fatto nel rispetto della natura e dei suoi abitanti (che non siamo noi). A volte basterebbe piantarne tre di piccoli al posto di uno anziano… Come fanno in Svezia…”.

Ribatte Stefano Punto a Capo: “Quindi il fatto che io oggi passando ho trovato una plana disastrata, dove ci sono resti di rami, striscioni, sentieri impraticabili, e uno spiazzo che a voler vedere è pari al parcheggio delle auto disboscato… è stato frutto di parecchie valutazioni??? Io credo che le valutazioni siano state fatte più sul denaro che sulla salvaguardia del territorio. Il fatto che questa non sia casa nostra, non sia territorio nostro è un grosso errore perché io sono italiano e ho tutto il diritto di dimostrare il mio disappunto. Spero solo che quest’anno tutti i vari gruppi assidui frequentatori della valle si uniscano per cercare di trovare una soluzione accettabile e basta con questa è casa nostra e decidiamo noi”.

Per Valdo Chilese “la verità è che più lavori fanno più soldi prendono e del risultato non gliene sbatte un fico secco, anzi! L’importante è fatturare. Si tratti di alberi, roccia o acqua. La Plana oggi è lo specchio di questo modo di agire. Quando poi il sindaco dice che la valle è loro e che ne fanno quel che vogliono… beh, si commenta da sé il livello di culturale dell’amministrazione comunale”.

Tommaso Brentari: “Comunque sì, hanno esagerato… irriconoscibile…”.

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Giordano Mazzini: “Chi pulisce blocchi è molto rispettoso, c’è una forte etica.
Semplicemente, con fondi pubblici, certi personaggi hanno convinto l’amministrazione che bisogna avvicinare l’arrampicata in ambiente a quella in palestra, per attrarre gente.
Hanno completamente pulito con idropulitrice i blocchi, piazzato piastrine con i numeri sui blocchi, installato segnaletica, panche, tavoli, riempito di cartelloni degli sponsor e, cosa peggiore, disboscato ampiamente e senza logica per l’arrampicata (le foto mostrano una striscia 10×30 m di disboscamento). Non è più un bosco in una zona wilderness, ora è solo un parco giochi. Tutto ciò allontanerà gli arrampicatori, oltre a farli incazzare
”.

Pi Oelle fa una battuta: “Andiamo a farci i rave… ora che c’è spazio!”.

Alessandro Solero: “Non sono dell’ambiente boulderismo (quindi non so il vostro pensiero) però non mi sembra una cosa così grave…

Giordano Mazzini: “Lo è… Il bouldering è tra le attività meno impattanti in assoluto e chi dedica il proprio tempo per sé e per gli altri a pulire blocchi e aree mai farebbe una cosa del genere.
Qui stanno rovinando un luogo che è frequentato solamente da arrampicatori. Stanno spillando dei soldi per lo “sviluppo” di una zona che alla fine si ritroverà senza affluenza proprio per i lavori che stanno compiendo
”.

Alberto Ziggiotto: “Sono stato anch’io ieri, c’è stato molto sarcasmo e disprezzo da parte di tutti per i lavori svolti. A parole si scherzava ma in realtà ci faceva veramente schifo. Spero che dopo tre anni di questa politica siano arrivati un po’ di soldi di turisti boulderisti in più in valle. Se no, magari, sarebbe meglio cambiare politica”.

Più lapidari sono Serena Solai (“Sono sconcertata… uno schifo”), Alessio Conz (“Quando nel West iniziano a costruire ferrovie i pionieri si spostano”) e Andrea Gennari Daneri (“Una graMitica puttanata”).

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Cardoso e Stazzema, a vent’anni dall’alluvione

Cardoso e Stazzema, a vent’anni dall’alluvione
a cura del Coordinamento Apuano
(l’articolo è stato pubblicato il 21 giugno 1916 su quotidianoapuano.net)

Il Coordinamento Apuano esprime solidarietà agli abitanti del paese di Cardoso per la lotta che stanno conducendo, nell’anniversario dell’alluvione del 19 giugno 1996, per rendere la comunità protagonista delle scelte di governo del territorio. In una valle fragile caratterizzata da pendii boscosi franosi, con rischio idrogeologico elevato, gli abitanti in una lettera/petizione inviata al Ministro dell’Ambiente Galletti lamentano l’assenza della messa in sicurezza dei versanti dei monti e l’apertura di una nuova cava nel centro dell’abitato, di fronte alle nuove case e al Palazzo della Cultura, in assenza di indagini idrogeologiche volte alla verifica di possibili interconnessioni con le falde acquifere e senza sapere quali saranno le dimensioni effettive dell’area estrattiva. Un’area industriale nel mezzo di una zona residenziale a vocazione turistica: come potranno mai coesistere i rumori, le polveri, i transiti dei camion i cui orari, oramai, non conoscono limiti, né giorni di riposo con lo svolgimento delle attività commerciali? Un futuro che sgomenta gli abitanti che hanno investito ingenti somme per la ristrutturazione delle case e per l’apertura di nuove attività economiche e che si vedono ora di fronte lo spettro di una rapida svalutazione economica e il depauperamento dei loro beni. L’apertura della cava sembrerebbe, tra l’altro, solo la punta dell’iceberg di un progetto estrattivo esteso e coinvolgente tutta la vallata da realizzare con l’apertura di nuovi siti di escavazione.

Gli abitanti della vallata sono allarmati, inoltre, per la decisione presa dagli amministratori di costruire, poco prima del paese di Cardoso, in località Col del Cavallo, uno stabilimento di produzione di pellet alimentato da un impianto di “pirossigaficazione di biomassa legnosa in regime di cogenerazione” che non brucerà legno di castagno (di cui sono pieni, invece, i boschi della vallata), né fornirà energia termica per gli edifici pubblici, ma che produrrà in compenso emissioni nocive e traffico pesante in entrata e uscita dallo stabilimento, con aggravamento delle disastrate condizioni dell’unica strada che già sopporta i movimenti veicolari derivanti dall’attività estrattiva della pietra di Cardoso. Gli abitanti hanno chiesto inutilmente agli amministratori locali e al Governatore della Regione Toscana il senso di un impianto che esclude l’utilizzo del castagno, l’albero più diffuso sui versanti della vallata, e non serve, dunque, per mantenere i boschi puliti, mentre, invece, potrebbe arrecare danni alla salute pubblica.

Strada Stazzema – Gallicano
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E sempre nell’ambito della corretta gestione del territorio e dei beni comuni grande perplessità e numerose domande si addensano sui lavori effettuati sulla strada Stazzema – Gallicano dove sono stati stoccati quasi i 10.000 mc di scarti di cava, materiale che doveva essere conferito in discarica, ma che attraverso un accordo stipulato tra l’amministrazione di Stazzema e la società DA.VI Srl, concessionaria del vicino sito estrattivo, è stato utilizzato per la manutenzione della via bianca dissestata a causa delle intemperie. Il risultato dell’intervento è, però, un esteso allargamento della strada con innalzamento del manto, in alcuni punti, di quasi un metro con i detriti riversati lungo il ciglio soggetti a scivolamento con pericolo di frane lungo il pendio. Ci chiediamo a questo punto se è stato redatto un progetto di manutenzione per la strada e se la società incaricata dei lavori sia competente in materia e se questa tipologia di lavoro rientri nel proprio oggetto sociale. Il timore è che si sia trovata una facile e vantaggiosa soluzione per lo smaltimento degli scarti e per il ripristino della strada, ma con notevoli effetti impattanti ambientali e con l’aggravio del pericolo frane.

Per discutere di tutte queste tematiche e per mostrare la propria vicinanza agli abitanti della valle, il Coordinamento Apuano ha deciso che il prossimo incontro delle associazioni ambientaliste si svolgerà a Cardoso il 12 luglio alle ore 17.30 presso il Palazzo della Cultura. Sarà un incontro aperto per un confronto a vasto raggio su tutte le problematiche delle Alpi Apuane, per unire e per rendere la comunità l’unica vera artefice della gestione del territorio.

Strada Stazzema – Gallicano
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Alluvione della Versilia del 19 giugno 1996
(da wikipedia)

L’alluvione della Versilia è stata un grave evento alluvionale che colpì parte della regione storica della Versilia in Toscana il 19 giugno 1996 a seguito di un fenomeno temporalesco particolarmente violento avvenuto nel passaggio tra la primavera e l’estate.

Fatti precedenti l’evento
Il mattino del 19 giugno 1996 il cielo della Versilia era terso: le previsioni davano infatti cielo sereno o poco nuvoloso. In realtà quel giorno era in atto sulle creste delle Alpi Apuane uno scontro di aria fredda proveniente dal Nord Italia con aria calda umida proveniente dalla costa, che causò una rapidissima evoluzione meteorologica, favorendo dunque la formazione di un’apparentemente modesta cella temporalesca alta però 12 km e larga circa la metà, assai carica di precipitazioni (temporale convettivo). Violentissimi nubifragi si scatenarono a partire dal primo mattino sulle Alpi Apuane interessando tutto l’alto bacino dei torrenti Serra e Vezza (questi ultimi confluenti in un unico corso d’acqua a Seravezza, il Versilia) sullo spartiacque occidentale, e tutta la parte alta del bacino del torrente Turrite di Gallicano sullo spartiacque orientale. Le precipitazioni interessarono anche parte del bacino del fiume Camaiore. Tutto questo mentre sulla piana della Versilia cadevano soltanto poche gocce di pioggia. In poco tempo le straordinarie precipitazioni (con punte di oltre 150 mm in un’ora sull’alto bacino del Vezza) causarono svariati smottamenti, e i corsi d’acqua si ingrossarono rapidamente. A fronte di una breve pausa, avvenuta in tarda mattinata, le piogge ripresero a cadere ancora più intensamente nell’arco della giornata che va da mezzogiorno sino al primo pomeriggio, per poi scatenarsi il diluvio. Piogge copiosissime scossero le montagne e i valloni nei pressi del paese di Cardoso dove vari torrenti minori danno origine, presso l’abitato, al torrente Vezza.

Intanto in pianura nessuno poteva lontanamente prevedere quanto stava accadendo: nella zona di Pietrasanta, presso il breve tratto di pianura del fiume Versilia erano caduti appena 5–10 mm di pioggia. Si attivò la protezione civile premurandosi, verso le 14.00, di controllare i valori pluviometrici sulle Alpi Apuane scoprendo che uno degli idrometri presso il centro di Pomezzana nell’alta valle del torrente Vezza, registrava un valore cumulativo di precipitazioni da record, con 440 mm in appena 8 ore e una punta massima di 157 mm in un’ora. Nel timore che si potesse verificare qualche onda di piena improvvisa, vennero subito controllati i livelli dei fiumi, soprattutto il Versilia che ad una prima osservazione risultò essere, dopo la grossa onda di piena del mattino, ingannevolmente in calo.

Ore 13.00: il disastro
In realtà il disastro si era già compiuto e un’enorme piena stava per giungere sul fiume Versilia.

Verso le 13.00 in alta valle, il torrente Vezza (tratto alto del fiume Versilia) dava inizio alla sua corsa devastante verso valle presso il centro di Cardoso: qui infatti, a detta di testimoni oculari, vennero dapprima uditi numerosi boati provenienti dalle montagne dopodiché giunsero ripetute ondate di acqua, fango e detriti alte fino a 4-5 metri provenienti dai valloni dei torrenti confluenti presso il paese, che venne dunque investito e distrutto quasi completamente.

La rapidità e la violenza improvvisa dell’evento trovò la sua giustificazione nel fatto che già dal mattino le fortissime piogge, unite alla siccità che da mesi affliggeva la zona, avevano reso ancora più fragili i già instabili versanti delle Alpi Apuane causando enormi frane di terra, detriti e tronchi che avevano bloccato, con sbarramenti temporanei, tutte le valli dei corsi d’acqua a monte di Cardoso che danno origine al torrente Vezza; si erano dunque creati svariati bacini di acqua effimeri che, cedendo poi tutti insieme di schianto nel primo pomeriggio sotto le incessanti precipitazioni, hanno dato luogo a un’onda di piena catastrofica.

Dopo aver devastato Cardoso la piena proseguì sul torrente Vezza ed investì dapprima il centro di Ponte Stazzemese (dove giunse a lambire il 2º piano delle abitazioni, facendo in parte crollare un intero albergo) per poi raggiungere Ruosina dove sommerse l’intero abitato, cancellando quasi completamente la strada di fondovalle. Ulteriori apporti di acque giunsero nel frattempo al Vezza da ogni valle laterale alimentando sempre più la sua piena.

Alluvione del 19 giugno 1996 a Cardoso
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Verso le 15.00 la piena giunse furibonda presso la cittadina di Seravezza che venne per gran parte sommersa da 2-3 metri d’acqua; in questo tratto il torrente Vezza ricevette poi da destra anche la piena del suo principale affluente, il torrente Serra e mutando da questa confluenza in poi denominazione in “fiume Versilia”, proseguì impetuoso e stracolmo di detriti verso valle, mandando letteralmente in avaria (nel momento in cui segnò il valore di 4,50 m sopra lo zero idrometrico), l’unico idrometro presente lungo la sua asta fluviale. Non si conoscono perciò altri dati relativi all’altezza massima di piena se non quello relativo alla picco massimo di portata, stimato in seguito all’evento, in circa 571 m³/s, valore assolutamente eccezionale e incontenibile per un fiume modesto come il Versilia.

Dopo Seravezza il Versilia sormontò e distrusse tutti i ponti nei pressi dei centri di Ripa, Corvaia e Vallecchia, abbandonando il suo tratto vallivo e trovando sbocco nella pianura della Versilia: in questo tratto il fiume (canalizzato e deviato nei secoli passati in un alveo artificiale che sfocia nel pressi di Cinquale di Montignoso), dilagò letteralmente presso la località San Bartolomeo di Pietrasanta a causa del sormonto e conseguente cedimento di un ampio tratto del suo argine sinistro, creandosi dunque un nuovo corso verso sud, ovvero seguendo l’antico tracciato del suo vecchio alveo di scorrimento, causando così un’estesa inondazione di tutta la porzione ovest del comune di Pietrasanta sino alla frazione di Marina di Pietrasanta, Forte dei marmi e parte del comune di Montignoso.

Nel frattempo la tragedia aveva colpito anche il versante orientale delle Apuane in Garfagnana: nell’alta valle del torrente Turrite il centro di Fornovolasco venne letteralmente devastato dalla piena del corso d’acqua. Più a valle invece i danni furono minimi grazie alla presenza di un lago artificiale sul corso d’acqua che, completamente vuoto per manutenzione, fu in grado di accogliere frenandone l’impeto gran parte della piena salvando il centro situato più a valle di Gallicano. Verso le 18.00 i pluviometri di Pomezzana e Retignano, in Alta Versilia, mostrarono valori cumulativi di precipitazioni rispettivamente pari a 478 e 401 mm in 13 ore. Quello di Fornovolasco, in Garfagnana, 408 mm. Questa tragedia, considerata come una delle peggiori alluvioni che abbia mai colpito la Toscana dopo l’alluvione di Firenze del 1966, causò anche un elevato numero di vittime: alla fine dell’emergenza si conteranno 14 morti, quasi tutti a Cardoso e un disperso.

Colata di detriti di cava di marmo in Alta Versilia, vista dalla strada Levigliani-Galleria del Cipollaio
Alpi Apuane, da strada Cipollaio-Levigliani, cave di marmo

Considerazioni
(a cura della redazione di Gognablog)
Anche senza i detriti di cava che invadevano (e ancora invadono) sia i ripidi versanti delle montagne dell’alta Versilia sia il fondo dei loro torrenti, questa tragedia si sarebbe verificata. Ma di certo le conseguenze sarebbero state assai meno devastanti e tragiche. A vent’anni la situazione è ancora tale e quale, anche perché solo in questi ultimi anni comincia a essere chiara l’origine della maggiore responsabilità nei fenomeni franosi.

A questo proposito, basta consultare cosa scrisse a suo tempo www.ispro.it – l’Istituto Studi e ricerche sulla Protezione e Difesa Civile (http://www.neteservice.it/ilfiumeversilia/alluvione_Versilia96.htm). Si vedrà che non veniva neppure presa in considerazione l’ipotesi che le frane potessero essere ingigantite dalle immani colate di detriti di cava rilasciate sui versanti e che gli effetti dell’alluvione potessero essere apocalittici perché gli alvei erano ingombri di altrettanto materiale. Riportiamo qui i punti 4 e 5, nei quali a questa possibilità neppure si accenna, neppure dove ce lo si dovrebbe aspettare (punto 5):

4) Fenomeni franosi.
I danni più gravi sono in parte da attribuirsi alle numerose ed estese frane che, nella parte montana dell’area colpita, hanno ostruito le vie di comunicazione interrompendo le linee elettriche e telefoniche e interessando anche costruzioni abitate. Le frane hanno anche parzialmente o totalmente ostruito i corsi d’acqua creando bacini effimeri di ritenuta il cui cedimento ha aggravato gli effetti delle piene. Attualmente sono in corso verifiche geologiche a tappeto promosse dal Dipartimento della protezione Civile ed effettuate da gruppi di intervento provenienti dall’Università di Pisa. Da lunedì 24 la ricognizione è seguita, nei casi di maggiore gravità, da esperii del Gruppo Nazionale per la Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche del CNR.

Il materiale franato dai versanti ha contribuito all’innalzamento ulteriore del livello dei torrenti, aumentando anche la quantità di materiale solido trasportato dalle acque. Questa accentuata franosità va ascritta non solamente alle eccezionali precipitazioni, ma anche alle caratteristiche geologiche e morfologiche del territorio, che presenta una formazione rocciosa di arenaria e scisti (detta pietra del Cardoso) coperta da una spessa coltre di detriti particolarmente instabili e franosi. In particolare, nella zona tra Seravezza, Ruosina, Levigliani e Ponte Stazzemese è presente una formazione scistosa, localmente ricoperta da un sottile spessore di detrito argilloso e quindi instabile, che ha causato alcune frane particolari dette «colate di detrito e fango». Non va dimenticato, inoltre, che i versanti sono, nella zona, particolarmente scoscesi, innalzandosi dal livello del mare sino a circa 2000 metri in pochi chilometri.
Il terreno, inoltre, essendo intensamente boscato, risultava particolarmente appesantito e questo ha aggravato il fenomeno franoso.

5) Concorso di concause di origine antropica.
L’Autorità di Bacino del Fiume Serchio, in una relazione preliminare del suo Segretario Generale, segnala, oltre all’eccezionalità dell’evento atmosferico, alcune possibili concause di origine antropica, quali rifacimenti viari non rispettosi delle pendenze trasversali, l’insufficiente ampiezza di talune luci di ponti e la presenza, soprattutto nel fondovalle, di passerelle e costruzioni, nonché la scarsa manutenzione degli alvei nel tratto montano e la mancata potatura di alcuni boschi, causa dell’appesantimento dei terreni. A riguardo del fondovalle, inoltre, viene segnalato che il fiume Versilia segue un percorso artificiale. Queste osservazioni, redatte in forma generica, dovranno essere puntualmente verificate dall’analisi del territorio, con particolare riguardo alla loro collocazione in relazione al punto della rottura dell’argine ed alla dinamica della piena. Si evidenzia, peraltro, che la quantità di materiale confluita nei torrenti e nei fiume a causa dell’intensità delle piogge e dei citati fenomeni franosi, ha contribuito ad appesantire ed aumentare la portata dei corsi d’acqua.

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Vicini alla modifica della Legge sui Parchi

Il senatore del Pd Massimo Caleo, vicepresidente della Commissione Ambiente, è primo firmatario di uno dei disegni di legge di riforma della legge sui parchi e relatore. Ai primi di marzo 2016 ha dichiarato:
Ho appena presentato un emendamento interamente sostitutivo dell’articolo 10 del testo unificato di modifica della legge 394/91, che stiamo esaminando nella Commissione Ambiente del Senato. L’emendamento è finalizzato a rendere più rigorosa la gestione del controllo faunistico, sia delle specie autoctone che di quelle alloctone. Nel complesso, con questa riforma della legge quadro sulle aree protette, non solo viene vietata la caccia nei parchi, ma il controllo della fauna viene sottoposto a norme più stringenti . Più nel dettaglio l’emendamento prevede che gli interventi di gestione delle specie di uccelli e di mammiferi, con l’esclusione dei ratti, nelle aree naturali protette e in quelle contigue sono definiti con specifici piani redatti dall’ente parco, con il parere obbligatorio e vincolante dell’Ispra (Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale). Non solo, i piani devono indicare ‘gli obiettivi di conservazione della biodiversità perseguiti, i periodi, le modalità, le aree, il numero dei capi e le tecniche di realizzazione degli interventi’ e devono valutare la possibilità d’intervenire tramite catture. Gli interventi di controllo faunistico, sia di cattura che di abbattimento, avvengono sotto il diretto controllo dell’ente parco e devono essere attuati dal personale dipendente o da persone autorizzate, previa abilitazione rilasciata a seguito di corsi di formazione organizzati dallo stesso ente e validati dall’Ispra. In questo modo la gestione della fauna in sovrannumero che minaccia la biodiversità avverrà in tempi definiti e modi verificabili in relazione agli obiettivi. Su questo testo abbiamo raggiunto un accordo dopo un confronto molto importante e positivo con Legambiente, WWF e Federparchi, che condividono la nuova elaborazione dell’art. 10”.

Vittorio Emiliani
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Vicini alla modifica della Legge sui Parchi
di Vittorio Emiliani (Comitato per la Bellezza)
(già pubblicato il 29 maggio 2016 su http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=124945)

Ormai è vicino il voto in Senato sulle modifiche che la maggioranza di governo e altre forze vogliono apportare, dopo anni di vani assalti, alla legge-quadro del 1991. Modifiche che secondo molti ambientalisti e studiosi – a partire da Giorgio Nebbia, da Luigi Piccioni, da Giuseppe Rossi ex presidente del Parco della Majella e creatore quarant’anni addietro a Civitella Alfedena del primo Museo del Lupo – stravolgono la sostanza della legge voluta venticinque anni fa da Antonio Cederna e da Gianluigi Ceruti. Essi ritengono infatti che la legge abbia dato buoni risultati e che non a caso da allora il numero dei Parchi Nazionali e Regionali sia grandemente cresciuto fino a superare ampiamente il fatidico 10% del territorio nazionale protetto. Semmai, con l’avvento dei governi Berlusconi (ministri Altero Matteoli e Stefania Prestigiacomo) e più tardi coi governi Monti, Letta e Renzi quel prezioso patrimonio naturalistico, forestale, igienico-sanitario è stato come abbandonato a se stesso con commissari di sempre più mediocre livello, scelti fra ex sindaci di piccoli Comuni del Parco o fra ex presidenti dei cacciatori, con direttori spesso vacanti, e così via. Col tentativo, col centrodestra, di farne dei luna-park.

Si pensava che il governo Renzi avrebbe portato rimedio a questo deplorevole semi-abbandono di un autentico “tesoro nazionale”, “il volto amato della Patria”, per il quale il ministro Benedetto Croce e il sottosegretario Giovanni Rosadi nel 1922 crearono i primi due Parchi Nazionali, del Gran Paradiso e d’Abruzzo. Invece la trasformazione del Parco Nazionale dello Stelvio in uno “spezzatino” fra Provincie Autonome e Regione Lombardia è andata in porto e vanno avanti queste modifiche con le quali si baratta l’integrità forestale con le entrate finanziarie da “royalties” versate da lobby interessate allo sfruttamento delle cave (le Apuane insegnano), delle sciovie, e di altre risorse naturali e ambientali. Si vogliono anche inserire nei nuovi Consigli di Amministrazione dei Parchi rappresentanze degli agricoltori. Nelle aree protette può venire ricompresa l’agricoltura e anche una certa zootecnia, ma con estrema attenzione (pecore e capre possono distruggere zone intere di parco, ricordo bene quando Francesco Cossiga voleva far inserire gli ovini nella tenuta di Castelporziano e il direttore Giovanni Emiliani dovette opporre autentiche barriere).

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Purtroppo questi stravolgimenti nella legge n. 394/91 – che andava soltanto adeguata al Codice per il Paesaggio Rutelli/Settis – hanno scompaginato il fronte ambientalista, già molto incrinato dagli anni in cui ci si riuniva al Wwf Italia in 24 sigle associative per contrastare, ad esempio, le leggi obiettivo Lunardi. Su posizioni sostanzialmente favorevoli al nuovo testo è Legambiente. Ma pure dal Wwf – che ha pesanti problemi, si dice, nella gestione di oasi e aree protette e nel rinnovo del tesseramento – emergono posizioni “morbide”. Dalle quali si sono dissociati esponenti importanti dell’ambientalismo aprendo un franco dibattito. Per esempio Giorgio Boscagli che insieme ad altri sollecita il Wwf ad assumere al più presto (i tempi sono stretti) una posizione più critica e rigorosa. Carlo Alberto Pinelli presidente di Mountain Wilderness chiede che si operi fraternamente affinché la storica associazione riassuma un ruolo-guida. E così altri. Posizione giusta e corretta, ma il relatore agli emendamenti per la legge 394/91 Massimo Caleo (Pd) ha ripresentato di recente lo stesso testo che Boscagli e lo stesso Pinelli giudicano inaccettabile.

Non è il momento di divisioni e però queste risalgono ormai a qualche anno addietro quando i problemi paesaggistici ed ambientali posti dalle torri e dai parchi eolici hanno scavato un solco fra le forze ambientaliste: favorevoli Legambiente, Greenpeace e in parte il Wwf. Contrarie invece Italia Nostra, Comitato per la Bellezza, Associazione Bianchi Bandinelli, Salviamo il Paesaggio, ecc. E le pale continuano a diffondersi con molti danni ai paesaggi più intatti, pochi vantaggi per la produzione di energia pulita e nessun utile per le popolazioni dopo un primo flusso di sovvenzioni. A Scansano, in Maremma, dove le pale gigantesche girano, quando c’è vento, a ridosso del millenario Castello di Montepò e dei vigneti Doc di Morellino (i Biondi Santi fecero ricorso al Tar, ottenendo malauguratamente poco) il bilancio comunale è in passivo per una cifra decisamente pesante. E i benefici allora? Certo il turismo e l’agro-turismo così praticati nella Toscana dei bei paesaggi non è attratto da un castello attorniato di pale eoliche. Tutto ciò è compatibile con l’ambientalismo? No, proprio no, assolutamente no.

Massimo Caleo
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Considerazioni
E’ bene guardare con grande preoccupazione alle nuove norme in materia di Parchi e Aree Protette in discussione presso la 13esima Commissione Ambiente del Senato, e in particolare agli emendamenti avanzati dal senatore Massimo Caleo. L’articolo di Vittorio Emiliani non è da solo sufficiente a spiegare la situazione.
E’ infatti lesivo degli stessi principi sottesi alla legge 394/91 l’impropria manomissione e “messa a reddito” di territori che hanno nella naturalità il massimo dei valori e ammettere, di fatto, negli stessi, la possibilità di impianti tecnologici o per produzione di energia “alternativa”. Che questa sia una possibilità reale lo si deduce dall’emendamento sulle cosiddette royalties, che con il pretesto di far pagare dazio a elettrodotti, eolici e altre tipologie all’interno delle aree protette, potrebbe aprire la strada a nuovi impianti, lasciando adito a possibili interessi privati e di lobbies.
Inoltre è inaccettabile quanto introdotto all’art. 10 che, di fatto, apre alla caccia della fauna selvatica in tali ambiti come controllo delle specie dette problematiche o in sovrannumero o alloctone: da validarsi da parte della stessa ISPRA per tutte le specie da “controllare” (abbattere, catturare, eradicare), mentre per il cinghiale e le specie alloctone il parere nemmeno servirà. Si potrà abbattere o catturare fauna selvatica tutto l’anno, in ogni periodo e di ogni specie. Ciò comprometterebbe irrimediabilmente la stessa naturalità dei luoghi, a parte la sicurezza per chi frequenta i parchi e la biodiversità.
E’ dunque assolutamente necessario che il Governo blocchi questi emendamenti a garanzia della centralità della tutela delle aree protette italiane, come capitale unico, vera risorsa di un’economia positiva da trasmettere alle generazioni future. E auspicando che non sia l’appello alla Corte Europea l’unica strada da perseguire per ottenere ragione.

Per informazioni su Vittorio Emiliani vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Emiliani.

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C’era una volta… il Salto delle Streghe

C’era una volta… il Salto delle Streghe
di Giuliano Stenghel (Sten)

 

Il Salto delle Streghe, spettacolo della natura e, con le sue vie, ardita proposta alpinistica sul lago, ora purtroppo non esiste più: è stato annichilito, cancellato dalle mani dell’uomo. Infatti, su una delle pareti più belle del lago di Garda, dove nidificavano gabbiani e altre specie, qualcuno ha deciso di investire centinaia di migliaia di euro (speriamo non pubblici) per dapprima fare un disgaggio e, in seguito, per avvolgerlo interamente con delle reti, piastre, fittoni. Per fare un esempio: chiudete gli occhi e provate a figurarvi una parete come la Roda di Vaèl improvvisamente invasa di cavi. Immaginate le vie cancellate, la stessa storia alpinistica, il disastro ecologico e turistico e ancora molto molto di più. È una tristezza: nel mio cuore ci sono tanta amarezza e anche tanta malinconia.
Allora mi viene spontaneo chiedermi il perché, capire se tutto ciò era proprio necessario.

Il Salto delle Streghe come era prima della copertura a rete, con i tracciati delle vie di Stenghel. La numero 1 è la Via Anurb, la cui parte inferiore è parzialmente crollata e poi demolita con l’esplosivo; tra 1 e 2=Via Grido degli Ultimi (G. Stenghel, Mariano Rizzi, Franco Nicolini, 12 novembre 2000); 2=Via Magic Line (G. Stenghel, Walter Vidi, maggio 1982); 3=Via Grido della Farfalla (G. Stenghel, Andrea Andreotti, Marco Pegoretti); 4=Via dei Fratelli (G. Stenghel, Alessandro Baldessarini, M. Rizzi, 6 maggio 1997); 5=Via Serenella (G. Stenghel, M. Rizzi, Luca Campagna, 12 settembre 1992); 6=Via del Gabbiano Jonathan (G. Stenghel, A. Andreotti, 13 ottobre 1982
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Una via nuova: legare il proprio nome alla parete, per me rappresenta una gioia unica, impagabile. Non sali solo per il puro piacere di scalare, ma per esprimere la tua fantasia, per vincere! Penso sia la stessa sensazione dell’artista nel creare la sua opera, penso ci voglia la stessa concentrazione e stato d’animo.

Con il fido compagno di corda Mariano e con Luca, abbiamo deciso di provare la gialla e strapiombante parete del Salto delle Streghe a Campione. Una grande sfida con me stesso. Stiamo tentando una via estremamente difficile: un grande problema alpinistico, l’ultimo rimasto sulla parete. Questa via ha per me un forte significato: il ritorno al grande alpinismo. Ho 38 anni, non ho la forza e forse nemmeno il coraggio di un tempo e per di più mi sento uno straccio; ho però l’esperienza di oltre vent’anni di alpinismo estremo, con molte vie nuove, un carattere forte, ma soprattutto un Angelo grande, e con il suo aiuto riuscirò a scalare questa montagna.
“Siamo al terzo tentativo e ogni volta le difficoltà sono strenue. Devo salire su rocce spesso friabili, con un chiodo tra i denti per piantarlo di corsa magari appeso sulle dita di una sola mano. E’ uno sforzo notevole che richiede tanta esperienza e coraggio. Sono al limite, tuttavia non voglio desistere e questa via porterà il nome di Serenella”.
Oggi, mentre i miei compagni stavano salendo verso di me al punto di sosta, guardando in basso vedevo i tetti delle grandi vecchie case e della fabbrica. Nella piazza c’erano degli amici che mi chiamavano e gli abitanti del paese col naso all’insù. Avevo la sensazione di arrampicare per loro. Campione è un paese che è stato costruito per la fabbrica, tanto che se questa muore (come è morta), sembra che tutto lì debba finire. Ma la gente vive ancora ed ama quella fetta di terra. Credo che nelle difficoltà le menzogne e le ipocrisie non esistono. Così come quando si tenta una via nuova: ci vuole coraggio, lealtà, bisogna esprimere tutta la forza fisica e mentale e la nostra via può diventare un’opera d’arte, un capolavoro d’estetica. È il risultato di una forza misteriosa che è in noi alpinisti e che ci permette di andare oltre i nostri limiti, è un dono di Dio e dell’amore per quello che facciamo! Per la prima volta mi trovavo nuovamente oltre il sesto grado dopo la battaglia contro il cancro di mia moglie e tutto sembrava un sogno, una grande sfida o un incubo
(dal mio libro-diario: Voglio una vetta dove ascoltare il mio Dio, 15 ottobre 1991 ore 22,56).

26 novembre 2015, prima esplosione controllata per alleggerire la parte rimasta in posto del grande pilastro chiamato “il Mammellone”
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Quando negli anni Ottanta avevo scalato con Walter Vidi la prima via sulla parete, mi ero preso a cuore la situazione di Campione e dei suoi abitanti: “Non è giusto che se una fabbrica muore, tutto il paese debba morire”. Ritenevo cosa buona l’idea di rilanciare il paese puntando sulla ristrutturazione, sulla realizzazione di un porto turistico, sul riattamento della zona della vecchia fabbrica, ma evitando di ergere nuove e moderne costruzioni come lo stesso mega parcheggio e l’università della vela, in una aerea che mi limito a definire “poco adatta”. Infatti, le cose non sono andate come in molti speravano perché il borgo di Campione è stato posto quasi interamente sotto sequestro dalla magistratura bresciana: ne è uscito un paese irriconoscibile e pieno di brutture edilizie. Il sogno di trasformare il vecchio centro operaio in un esclusivo villaggio turistico, di fare di uno degli angoli più suggestivi del Garda una nuova Montecarlo si è dimostrato sproporzionato. Si è voluto ostentare esageratamente le proprie capacità, forze o possibilità economiche, insomma un qualcosa di megalomane: un resort a cinque stelle pubblicizzato dappertutto e a tutt’oggi rimasto un cantiere abbandonato, un desolante insieme di cemento destinato a marcire. A Campione si sono susseguite molte imprese, l’ultima la CoopSette, che gestiva il cantiere, è naufragata con il rinvio a giudizio dei vertici del colosso edile, indagati nell’indagine per abusi edilizi. Sono seguiti altri imputati ex-amministratori del comune di Tremosine e i provvedimenti messi a cantiere sono stati dichiarati “illegittimi”. Le accuse vanno da lottizzazione abusiva all’abuso di ufficio. Vorrei rendere noto che l’intera area è sottoposta a vincolo paesaggistico e si trova su una zona protetta e adiacente a due aree d’interesse comunitario: il Monte Cas-Cima di Corlor e il Parco Naturale Alto Garda Bresciano.

Tuttavia ciò che grida vendetta sono le costruzioni proprio ai piedi della parete come, in particolare, il grande parcheggio e l’università della vela. Non sono un esperto in materia, ma forse là sotto era meglio non fabbricare! Infatti, magari per puro caso e, nonostante il disgaggio dell’intera parete, è franato l’enorme pilastro della via Anurb: lo stesso che avevo scalato tanto tempo fa e dove sono state girate alcune scene alpinistiche del cortometraggio della RAI Il Salto delle Streghe e del quale, con Franco Nicolini, ero protagonista. Un crollo di 15 mila metri cubi ha sovrastato e distrutto una parte del parcheggio sottostante, fortunatamente di notte e nella stagione non turistica, altrimenti sarebbe stata una strage.

Probabilmente serviva una strategia migliore: fare qualcosa prima per evitare il danno poi o, meglio, non fare cose che avrebbero potuto provocare un’alterazione dell’ambiente, magari con un disastro naturale. E’ lecito chiedersi se l’interesse personale contribuisca veramente al bene comune o porti a una catastrofe, ma la storia italiana spesso c’insegna il contrario: tutti conosciamo i disastri ecologici e ambientali nel nostro paese, per lo più come conseguenza di opere di escavazione.

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Volevo quella via per dedicarla a Serenella, consapevole che lassù avrei dovuto dare tutto, rischiare, e non poco… Tutti sfuggiamo la morte, eppure è la conseguenza della vita. Ogni giorno muore qualcuno anche se sembra impossibile che possa accadere a me. Tuttavia il mio essere alpinista mi porta a convivere con la morte, una coscienza che spesso mi fa riflettere sull’importanza della vita stessa. Cerco di capire, di dare un senso alla mia esistenza attraverso l’amore impetuoso che ho per la montagna e per l’arrampicata, ciononostante, nel profondo di me stesso, sento che l’alpinismo non sarà più lo scopo unico della mia vita, bensì una tappa importante per capire, per leggermi dentro, per fortificarmi. So benissimo cosa devo ai monti, tuttavia comincio a rendermi conto che, servendosi della mia passione, Dio sta compiendo il suo disegno nella mia vita e provo dentro un’impressione di sconfinata libertà.

Il rumore del vento era interrotto dal suono forte provocato dal martello nel vano tentativo di conficcare un chiodo in una placca strapiombante e senza fessure. In basso, i ragazzi giocavano, piccoli piccoli, con le loro vele sul lago, dondolando allegramente, trasportati dalle onde, come in una danza. Non immaginavo dolore nella loro vita, forse nemmeno un pensiero oscuro o una piccola sofferenza nei loro cuori. Stavo arrampicando sopra le loro teste, consapevole che per alcuni anni avevo dimenticato l’aspetto della felicità! E riflettevo che la vita è stata dura con me. Ero tutto proteso verso l’alto, eppure sentivo dolore alle gambe e ai piedi che non riuscivo a poggiare sulle minuscole asperità della roccia. “Luca, mi raccomando, tieni bene perché questo chiodo è insicuro!”, furono le mie ultime parole prima di trasformarmi in un gabbiano senza ali. “Porca miseria! Lo sapevo che il chiodo non avrebbe tenuto!”. Ho riprovato ad arrampicare ma il piede mi faceva terribilmente male e inoltre le mani si aprivano per lo sforzo. Un gabbiano mi è passato accanto e con un battito d’ali è volato oltre la cima del monte. Soltanto più tardi e con i piedi per terra, il mio sguardo si è portato sulla strapiombante parete e, osservando il volo leggero ed armonico di altri gabbiani, ho pensato a quanto sarebbe bello volare, ma poi mi sono detto che sarebbe anche un peccato, perché non sarei un alpinista con l’immensa gioia e soddisfazione della cima (dal mio libro diario: Voglio una vetta dove ascoltare il mio Dio).

 

CeraUnaVolta-Campione-25-nov-052“Morale della favola”: la decisione recente d’imbrigliare tutta la parete nel nome della sicurezza, con il magnifico Salto delle Streghe coperto interamente dalle reti metalliche. Non è stata risparmiata nemmeno la statua della Madonna poggiata sotto la cima.

Ci si poteva sottrarre dal deturpare, sfigurare, devastare, con tutte le conseguenze sull’ambiente – ora il gabbiano reale del Garda non credo potrà nidificare sulle reti – una delle più belle e grandi falesie del lago? Era possibile scongiurare la fine dell’alpinismo a Campione? A oggi, nella situazione in cui si trova il paesino e la gente, la mia risposta è incerta e dubbiosa. Ma di una cosa sono assolutamente sicuro: non si doveva arrivare a tutto ciò.

Alessandro Gogna, con il suo blog, mi dà l’opportunità di raccontarmi, di esprimere le mie perplessità, la mia profonda amarezza e delusione per ciò che è accaduto. Sento in me qualcosa che vibra intensamente, la voglia di evitare che, nel nome del business, vengano fatte altre brutture e profanazioni all’ambiente come è stato fatto, a mio giudizio, a Campione del Garda.

Gli effetti della frana del 19 novembre 2014 e delle successive esplosioni
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In Italia esistono migliaia di borghi, paesi e città situate a ridosso di grotte naturali aperte su pareti rocciose che rendono i luoghi, già di per se stessi, unici e di rara bellezza; e credo sia impossibile e comunque molto dispendioso e dannoso per l’ambiente eliminarne i pericoli di crolli avvolgendole di una ragnatela di goffe reti di ferro: ne andrebbe anche dello stesso bilancio – già duramente provato – dello Stato. Mi viene spontaneo un ragionamento: ai piedi delle montagne, in particolare dove possono esserci rischi di frane, forse sarebbe meglio creare un’area di sicurezza e non costruirci. Ci tengo a sottolineare che i miei sono soltanto leciti interrogativi di cittadino e di alpinista che sulle rocce del Salto delle Streghe ha lasciato una parte della sua vita. Mi dispiace constatare come quello che avrebbe dovuto essere un centro unico per la vela e magari anche per l’alpinismo a bassa quota, con la bella spiaggia sul lago in un ambiente naturale di rara bellezza, si trovi oggi in una situazione ingarbugliata: Campione è diventata una comunità isolata e impaurita, devastata dalla cementificazione, da una ristrutturazione fallimentare e incompleta, ma soprattutto minacciata dalla fragilità della montagna che la sovrasta. Il tutto grazie alla speculazione edilizia e forse anche, permettetemelo, al malaffare. Chissà se, in un futuro, ci sarà un dissequestro del villaggio e molte strutture migliorate, tuttavia il Salto delle Streghe non potrà mai più essere scalato, non sarà mai più il regno indiscusso del gabbiano reale del Garda e tantomeno lo spettacolo della natura che mi ha fatto sognare prima, e realizzare poi, le vie più difficili della mia carriera alpinistica. Con una metafora: “Molti alpinisti non potranno toccare il cielo con un dito” al raggiungimento della radura erbosa sovrastante. Un vero peccato!

Concludendo: non voglio solo puntare il dito, ma offrire degli spunti di riflessione, auspicando una maggiore sensibilità per quanto è accaduto. Non voglio esser citato come parte del muro contro muro, ma di una testimonianza che possa essere, nel futuro, costruttiva per tutti. Sì, perché l’ambiente è patrimonio comune dell’intera umanità e responsabilità di ognuno di noi; bisognerebbe scavalcare interessi specifici a favore di interessi collettivi compresa la natura: una natura abitata, tra le tante specie, anche dall’uomo. Mi piacerebbe pensare a riprogettare un mondo basato su valori dove l’ambiente conta. Sono delle considerazioni e delle domande che credo di potermi porre, per tutto ciò che ho dato e vissuto sulle rocce del Salto delle Streghe: per i miei compagni di corda, tra i quali il fortissimo e indimenticabile Andrea Andreotti di cui voglio onorare la memoria. E, come me, credo che molte altre persone, nonostante tutto, amino quella lingua di terra sovrastata da maestose sculture di roccia non per schiacciarla, ma per proteggerla.

Lettera aperta della gente di Campione al sindaco, alla pm Silvia Bonardi, alla Regione, alla Provincia e alla Comunità Montana e «a chiunque possa aiutarci», 25 novembre 2014

«Per la prima volta dopo tanti anni sentiamo l’Amministrazione vicina a noi, vicina ai suoi cittadini, grazie di tutto. Noi abitanti di Campione ci uniamo alle parole dette dal sindaco: “Non lasciateci soli!”.

Vi chiediamo di mettervi una mano sul cuore, leggere questa lettera, capire e aiutarci! Siamo al limite della sopportazione psichica ed economica.

È da troppo tempo che subiamo forti disagi nella nostra frazione, da quando CoopSette ha comprato parte di Campione. Parte sì, non tutto! Perché noi residenti abbiamo la nostra parte. Il Comune di Tremosine ha le sue parti. Ed è ora che quelle parti vadano rispettate.

Per la ristrutturazione della nostra frazione abbiamo dovuto subire disagio dopo disagio. Sono 10 anni che sopportiamo demolizioni, scavi, martelli pneumatici, via vai di camion e betoniere, polvere. Chiusure di gallerie, disservizi di ogni genere. Sono apparse persino le zanzare (mai avute a Campione) create dai pozzi nel cantiere a sud. Quattordici anni di disagi e la CoopSette non è nemmeno a metà dell’opera. E chissà se e quando finiranno, vista la situazione economica.

E che cosa abbiamo ottenuto in cambio? Abbiamo perso aree verdi. Ci siamo visti chiudere le nostre strade e togliere l’uso dei nostri parcheggi pertinenziali (sicuri). In cambio di un autosilo: “il posto più sicuro di Campione”, aveva detto il nostro ex-sindaco Ardigò. Un autosilo però sfondato dal crollo del “mammellone”. E ora dove parcheggiamo? E dove andranno a parcheggiare i pochi turisti rimasti fedeli al nostro borgo?

Abbiamo subito un blitz di 60 uomini della Finanza che hanno sequestrato il paese in piena stagione. Dissequestro, risequestro. Chiuso l’autosilo, il parcheggio camper, il cantiere nautico Paghera, turisti scappati, economia crollata.

E adesso pure il cedimento del mammellone. Noi residenti abbiamo espresso più volte le nostre preoccupazioni, mai nessuno ci ha ascoltato. Va ricordato che nel 1969 alcune case di residenti ed attività furono chiuse per pericolo di caduta massi in quell’area di Campione. Ma per far costruire la CoopSette l’area è stata “pulita e messa in sicurezza”… Noi siamo stati costretti a parcheggiare nell’autosilo, che ora è crollato sopra le nostre macchine.

Abbiamo preso paura? Sì, tanta.

C’è chi dorme in tuta, pronto per scappare. C’è invece chi non vuole più dormire o vivere a Campione. C’è chi è fortunato e durante il giorno va a scuola o al lavoro fuori Campione, e ha un po’ di distrazione. Ma c’è anche chi lavora qui, chi ha comprato la sua casa qui, chi ha la sua attività qui e nonostante tutte le difficoltà subite in tanti anni ha sempre cercato di offrire al meglio il proprio servizio. Dal 2006, da quando è arrivata CoopSette con il suo cantiere, le attività hanno subito un tracollo. Le attività storiche di Campione sono sull’orlo del fallimento.

Non ne possiamo più!

E ora dobbiamo pure vivere nell’angoscia. Viene giù? Come? Quando? Non possiamo vivere così. Se deve cadere ancora una porzione di montagna, fatela cadere. Rischiamo che magari questa volta arrivino dei soldi per pulire e ritornare alla normalità. E un altro pezzo cade quando ormai è stato pulito tutto? Ricominciamo da capo? Crollo, richiesta per fondi, pulizia? E fino a quando andrà avanti questa storia?

Non ne possiamo più! Per favore, aiutateci ad andare avanti. Aiutate il nostro sindaco, il Comune, noi residenti e fateci continuare a vivere e proseguire la nostra vita».
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La vicenda Broggi

La vicenda Broggi

La notizia è di quelle bomba e appare sul quotidiano Alto Adige il 29 marzo 2015, a firma di Antonella Mattioli. Dovrebbe essere un terremoto, ma in Italia siamo adusi a ben altro e non ci scomponiamo più di tanto. Al massimo ci meravigliamo che per una volta lo scandalo riguardi una provincia che normalmente non è tra le più discusse.

Riccardo Cristofoletti
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E’ Riccardo Cristofoletti, presidente della sezione del CAI Bolzano (2.000 soci), ad ammettere pubblicamente ciò che era già noto, cioè che «da una serie di verifiche erano emerse gravi irregolarità amministrative compiute nel corso del mandato iniziato nel 2008». Il mandato in questione è quello di Giuseppe Broggi, presidente del CAI provinciale (15 sezioni, 7.000 soci, la più importante associazione di lingua italiana dell’Alto Adige). A una burrascosa riunione del direttivo di qualche giorno prima, davanti a una serie di contestazioni, tutte documentate, Broggi si era dimesso da presidente provinciale del sodalizio oltre che da socio della sezione bolzanina, con l’interdizione per tre anni a iscriversi ad alcuna sezione CAI.

Cristofoletti è costernato: «Un brutto colpo per l’immagine del sodalizio impegnato a diffondere soprattutto tra i giovani i valori della montagna».

Broggi, in sette anni di mandato, era stato protagonista della battaglia per il ripristino delle denominazioni bilingui sui sentieri di montagna, oltre che tessitore di nuovi rapporti di collaborazione con l’Alpenverein (AVS), la potente associazione di alpinisti di lingua tedesca. Assieme a Claudio Sartori, attuale vicepresidente e responsabile della commissione rifugi, aveva poi curato la complessa partita rifugi. Era di poco precedente la notizia che CAI e AVS erano pronti a gestire insieme i 25 rifugi trasferiti alla proprietà della Provincia. Le trattative per la società di gestione che vedrebbe i due sodalizi soci al cinquanta per cento sono infatti a un livello ormai molto avanzato.

Un eventuale accordo di gestione non sarebbe di poco conto: attorno alla proprietà di questi rifugi si è giocata in passato una vera e propria guerra fredda alpinistica. Costruiti dalle società austriache e germaniche, ricostruiti in larga misura durante il fascismo e consegnati dal ministero della Difesa italiano al CAI, i rifugi erano diventati di proprietà provinciale alla fine degli anni Novanta.

E’ evidente che siamo solo all’inizio della vicenda. Il pubblico ne vuole ovviamente sapere di più.

Giuseppe Broggi
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Il giorno dopo lo stesso giornale titola CAI: scoperto ammanco di 20 mila euro.
E’ ancora Cristofoletti a parlare: «Dalle verifiche effettuate dai revisori dei conti è emerso un ammanco, riferito al 2014, di circa 20 mila euro. L’ex presidente provinciale del CAI Giuseppe Broggi si è impegnato a restituire la somma entro il 3 aprile, altrimenti scatterà la denuncia. Sono comunque in corso una serie di accertamenti sui conti degli anni precedenti: si va indietro fino al 2008, anno in cui è stato nominato presidente. Purtroppo quello che è successo per la nostra associazione è un danno d’immagine enorme».

Per Cristofoletti il timore è che si faccia di tutte le erbe un fascio e si distrugga quello che con fatica si è costruito nel corso di tanti anni di attività fatta a livello di volontariato. «Da quando – spiega – la notizia è diventata di dominio pubblico, c’è chi mi ferma per strada e mi dice “allora siete anche voi come tutti gli altri”. E questo non posso accettarlo».

La stessa preoccupazione tormenta anche Claudio Sartori, presidente della commissione rifugi, vicepresidente provinciale del Club alpino assieme ad Ezio Calliari, che in questi anni ha lavorato fianco a fianco con Broggi: «Mi sento tradito, pugnalato alle spalle: adesso però l’importante è distinguere l’operato di una persona, dal resto del sodalizio».

Subito i vertici si danno tempi strettissimi: il 7 aprile è in programma il comitato direttivo; una settimana dopo, ovvero il 15, è convocata l’assemblea dei delegati che dovrebbe eleggere il successore di Broggi. I delegati sono 30 in rappresentanza delle 15 sezioni: di questi 10 sono della sezione di Bolzano. E’ evidente che dopo la bufera c’è voglia di chiudere (non di nascondere) al più presto questa brutta vicenda.

Cristofoletti approfitta dell’intervista per comunicare che «noi assieme alle più importanti sezioni dell’Alto Adige siamo per sostenere la candidatura di Sartori che dovrà essere affiancato da uno staff nuovo. Bisogna voltare pagina».

Claudio Sartori
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Claudio Sartori, ingegnere bolzanino – iscritto da suo padre al CAI prima ancora di iscriverlo all’Anagrafe – è colui che dall’inizio sta seguendo la delicata partita che dovrebbe portare in tempi brevi alla costituzione di una società al 50% tra CAI e AVS per la gestione dei rifugi oggi di proprietà della Provincia. In base allo statuto del CAI altoatesino però Sartori non potrebbe ricoprire contemporaneamente la carica di presidente provinciale e componente del consiglio direttivo di una sezione, nello specifico quella di Bolzano. C’è chi dice che modificare lo statuto non è poi così difficile. Ma perché proprio Sartori? Alcune sezioni (in particolare quelle di Appiano e Merano) preferirebbero il commissariamento.

Ma Cristofoletti si oppone a questa soluzione: «Io dico di no, perché vorrebbe dire che siamo proprio messi male. Significherebbe congelare la situazione per mesi, rimettendosi nelle mani di un commissario che, arrivando da fuori, impiegherebbe un sacco di tempo per capire la nostra realtà. Dobbiamo invece nominare prima possibile un nuovo vertice e ricominciare».

Il 31 marzo 2015, sempre a firma della Mattioli, entra in scena su Alto Adige la ribellione dei soci con Broggi va denunciato.
«Quello che ha fatto è gravissimo: Broggi va denunciato. Perché coprendo l’ammanco lo si deve perdonare? A mio parere, il “gesto” di disonestà e sputtanamento verso il sodalizio CAI da parte di questo pseudo-presidente va esaminato, perché non è possibile che per un’azione così meschina e di bassa lega, valga la regola, che prevede solamente la sospensione da socio CAI per soli tre anni». Così Roberto Marton, vicepresidente della sezione CAI di Merano solleva un problema reale e pone una domanda che in questo momento più d’uno, dentro e fuori il Club Alpino, si sta facendo: ovvero perché dopo aver scoperto un ammanco di circa 20 mila euro nel bilancio del CAI provinciale del 2014, non ci si è rivolti subito alla Procura della Repubblica, ma il direttivo si è fatto firmare un documento in cui l’ormai ex presidente Giuseppe Broggi s’impegna a restituire la somma entro il 3 aprile e in caso contrario si adirà alle vie legali?

Nel frattempo i revisori dei conti sono impegnati in accertamenti anche sugli anni passati, si sta andando indietro fino al 2008, quando Broggi venne eletto presidente provinciale, al posto di Franco Capraro, che avendo fatto il secondo mandato non si poteva ricandidare. Il budget del CAI provinciale ammonta a circa 50 mila euro l’anno. Le verifiche sono partite dal mancato pagamento di alcune fatture, scoprendo poi che il presidente aveva tradito la fiducia di tutti con mandati di pagamento e note spese contraffatte. Tutte per importi di 100-300-500 euro alla volta che alla fine però hanno portato alla cifra di quasi 21.000 euro per l’anno 2014.

Alla domanda su come è stato possibile che nessuno si fosse accorto di nulla, Capraro risponde: «Noi come revisori dei conti facciamo un controllo a campione tre volte all’anno. Ma in prima battuta i controlli spettano al tesoriere. Qualcuno purtroppo non ha vigilato. Ci si è basati sulla fiducia e questi oggi sono i risultati».

E in risposta al perché si sia scelto di non denunciare Broggi, Cristofoletti spiega: «Il compito di muoversi in questo senso spetta ai vicepresidenti, ma al di là di questo, la verità è che stiamo cercando di recuperare la somma. Il rischio di passare subito alle vie legali è che alla fine si spendano un sacco di soldi in avvocati e non si porti a casa nulla. Comunque, il tempo per far scattare la denuncia c’è: se entro il 3 aprile Broggi non restituirà i 20 mila euro la denuncia sarà inevitabile».

Titolo su Alto Adige del 1 aprile 2015 è CAI, si muove la procura. Restituiti i 20mila euro, questa volta a firma di Massimiliano Bona. Viene data notizia della restituzione con tre giorni di anticipo, ma dovrà giustificarsi dall’accusa di aver inviato o presentato e-mail fasulle legate alla richiesta di contributi. Nel frattempo la Procura, a seguito della segnalazione, ha deciso di effettuare i primi accertamenti preliminari per capire se ci sono o meno le condizioni per procedere d’ufficio.

Il cda della Cassa di Risparmio, dopo aver preso posizione e incaricato il direttore generale Calabrò di fare tutte le verifiche del caso, ha emesso un comunicato a tutela dell’immagine dell’istituto di credito in cui si legge: «La Cassa di Risparmio di Bolzano dichiara che la e-mail presentata dal dimissionario presidente del CAI Broggi, che indicherebbe l’esistenza di richieste di contributi a favore del CAI per il 2014 e che apparirebbe come inviata da un indirizzo elettronico della Cassa di Risparmio, non risulta essere stata processata dai sistemi informatici della Cassa stessa né tanto meno mai prodotta. Il CAI negli ultimi 5 anni non ha presentato richiesta di contributi».

La vicenda è ormai nel pieno del furore. Alto Adige il 2 aprile 2015 titola Bufera CAI: resa dei conti nel direttivo. Nell’articolo si anticipa che la riunione del 7 aprile sarà burrascosa, in molti chiederanno conto ai vicepresidenti Claudio Sartori, candidato alla presidenza, ed Ezio Calliari, e prima ancora al tesoriere Luigi Lunelli.

«Prevedo la domanda – dice Sartori – ma la disponibilità della cassa ce l’hanno il presidente e il tesoriere. Io come vice mi occupo di rifugi e l’altro vice Calliari di attività giovanile. Se avessimo avuto anche solo un sentore di quello che stava succedendo, saremmo intervenuti: cosa che ho fatto quando ho capito che qualcosa non andava. Del resto il tesoriere ci ha assicurato non ha mai ravvisato alcuna mancanza nell’operato del presidente. Per quanto riguarda la denuncia, mi sono consultato con quattro avvocati e un magistrato e mi hanno detto che non siamo tenuti a farlo. A noi ciò che importava era recuperare i soldi».

Il 1° aprile sulla vicenda aveva preso posizione anche il presidente generale del CAI Umberto Martini: «Tutte le componenti territoriali del CAI Alto Adige, ciascuna per la rispettiva funzione, hanno mostrato tempestività d’intervento, trasparenza ed efficacia d’azione: in tre settimane si è passati dalla scoperta di irregolarità al ripianamento di quanto mancante, nell’entità emersa e richiesta… Chi ha sbagliato, con le immediate dimissioni dalla carica e dal CAI stesso, con la disponibilità e le ammissioni intervenute e, infine, con l’immediato ripianamento del dovuto, ha dato prova di ravvedimento».

Umberto Martini
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Ha spezzato una lancia a favore di Broggi anche il sindaco di Bolzano Luigi Spagnolli: «Voglio andare controcorrente… non mi piace la caccia al colpevole a tutti i costi. Broggi ha sbagliato e giustamente si è fatto da parte. Ma voglio anche dire che nella sua veste di presidente del CAI è stato uno straordinario difensore dei rifugi gestiti per tanti anni dal CAI, quando la Provincia voleva fare terra bruciata rispetto a quella esperienza. Adesso per fortuna è stato deciso un percorso virtuoso, che salvaguarderà il volontariato di CAI e AVS nella gestione dei rifugi… Broggi ha sbagliato, deve risponderne e la magistratura farà i dovuti passi. Da quanto risulta comunque ha già risarcito il CAI e con questo voglio dire che esce da questa situazione come uomo d’onore, non come lazzarone. Poi capiremo effettivamente cosa è accaduto, perché al momento risultano dei buchi di bilancio».

Queste prese di posizione, piuttosto indulgenti nei confronti di Broggi, suscitano come è ovvio una grossa polemica. Sempre procedendo per titoli dell’Alto Adige, ecco quello del 3 aprile 2015 (sempre a firma di Antonella Mattioli): Il CAI al sindaco: perché difendi Broggi?

Vi si dà notizia che il nuovo presidente del CAI sezione di Bolzano, Cesare Cucinato, prende le distanze dalle dichiarazioni del sindaco Luigi Spagnolli che ha definito l’ex presidente del CAI Alto Adige Giuseppe Broggi un “uomo d’onore”: «Noi siamo puliti, chi ha sbagliato è stato subito isolato… È chiaro che da questa vicenda è derivato un pesante danno d’immagine ad un’associazione nella quale s’impegnano quotidianamente centinaia di volontari».

Il direttivo della sezione del CAI Bolzano, in una riunione già programmata per il rinnovo delle cariche, ha nominato presidente Cucinato, 61 anni, molto attivo nel settore dell’escursionismo, affiancato nel ruolo di vice da Riccardo Cristofoletti, il presidente uscente che in base allo statuto, avendo fatto due mandati consecutivi, non poteva ricandidarsi.

Il 3 aprile la Ripartizione Cultura della Provincia presenta denuncia (vedi Alto Adige 4 aprile 2015). A dirlo è Christian Tommasini, vicepresidente della Provincia: «Ci siamo trovati in mano una e-mail o una lettera contraffatta, con la firma del direttore dell’ufficio cultura Claudio Andolfo, nella quale era contenuta una promessa di contributi, in realtà mai erogati, per alcuni progetti del Club alpino. La carta intestata è esattamente la stessa della Provincia, ma viene indicato un numero di protocollo in realtà inesistente. Della segnalazione in Procura si è occupato direttamente il nostro dirigente Antonio Lampis».

Una riunione del CAI Sezione di Bolzano
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Nel frattempo è emerso che la e-mail fasulla della Cassa di Risparmio, per la quale la banca si è detta intenzionata a tutelarsi nelle sedi opportune, sarebbe datata 8 marzo, proprio quando il presidente del CAI Alto Adige Giuseppe Broggi, poi dimessosi, era stato messo alle strette dal suo direttivo che gli aveva chiesto di giustificare un ammanco nel bilancio del 2014 di 20 mila euro.

Apprendiamo poi (Alto Adige, 9 aprile 2015) che, nella vicenda Broggi, entra nel mirino anche il tesoriere del CAI, Luigi Lunelli. Il vice presidente Claudio Sartori pesa bene le parole, ma sa bene che la riunione del 7 aprile del consiglio direttivo del CAI Alto Adige è stata infuocata. I 15 presidenti delle varie sezioni provinciali hanno chiesto lumi sul «caso Broggi», che ha turbato non poco gli equilibri interni all’associazione. Ci sono ancora timori che il bilancio possa avere altre falle. L’approvazione dei conti sarà il 15 aprile e poi la parola d’ordine sarà «chiudere con il passato e andare avanti».

Nella riunione, diversi presidenti delle sezioni del CAI Alto Adige hanno puntato il dito contro il tesoriere, Luigi Lunelli, che a giudizio di molti «non poteva non sapere». Al Lunelli è stato chiesto a gran voce di esibire tutte le pezze d’appoggio e i mandati di pagamento, senza dei quali la seduta del 15 aprile non potrà mai arrivare all’approvazione del bilancio.

Altro argomento è il conflitto di cariche cui il candidato favorito alla presidenza del CAI Alto Adige, Claudio Sartori, potrebbe essere soggetto. L’interessato sostiene che non si dimetterà dalla vicepresidenza del CAI Bolzano, bensì la sua carica sarà congelata in attesa della modifica allo Statuto, e resterà, in ogni caso, a capo della commissione rifugi.

E giunge finalmente il 15, giorno dell’elezione (Alto Adige, 16 aprile 2015). Claudio Sartori è eletto nuovo presidente tra le polemiche (solo 17 voti favorevoli su 27). Prima dell’elezione di Sartori, è stato trattato il bilancio consuntivo del 2014. Entrate: 63 mila euro e rotti. Uscite: 93 mila euro e rotti. Insomma, un disavanzo pesante per un’associazione tutt’altro che a scopo di lucro e basata sul volontariato: trentamila euro di buco. Il bilancio è passato lo stesso, ma per il rotto della cuffia: 9 voti favorevoli, 7 contrari e ben 11 astenuti. Nella loro relazione i revisori dei conti hanno evidenziato come l’ex presidente Giuseppe Broggi avesse effettuato prelievi in contanti, la cui relativa documentazione giustificativa era stata presentata in ritardo o in maniera incompleta. Insomma, citando testualmente, “un numero anomalo di prelievi anomali”. I revisori hanno anche tirato le orecchie al tesoriere, il quale, a loro dire, avrebbe dovuto informare tempestivamente la giunta esecutiva per le ripetute condotte anomale dell’ex presidente.

Alto Adige del 17 aprile 2015 riporta, a cura della Mattioli, un’intervista al neo-presidente Sartori. La giornalista osserva acutamente che «Nessun attacco, nessuna proposta di candidatura alternativa, neppure una richiesta di chiarimenti – durante l’assemblea dei delegati – sul fatto di essere stato il vice dell’ex presidente del CAI provinciale e di non essersi accorto di quello che stava succedendo, ma il mal di pancia, causato dalla vicenda Broggi, è uscito al momento del voto: i 27 delegati hanno eletto Sartori con 17 sì e 10 schede bianche».

Cinquantotto anni, figlio di una famiglia mistilingue, Sartori era l’unico candidato alla guida del CAI Alto Adige. Nell’intervista ribadisce il concetto di trasparenza, condizione indispensabile per cancellare il danno d’immagine. Trasparenza che in concreto significa andare ad esaminare la documentazione contabile del CAI provinciale fino al 2008, quando Broggi è stato eletto. Per essere certi che, oltre all’ammanco di 20 mila euro relativo al 2014 poi restituito, non vi siano altre irregolarità

Ma, a proposito di trasparenza, la Mattioli punzecchia Sartori a proposito della vicenda del nuovo resort di Passo Sella: «Lei era responsabile della commissione rifugi provinciale e contemporaneamente come ingegnere ha seguito la parte strutturale del nuovo rifugio per la società che ha curato la ristrutturazione: non c’era il rischio di conflitto d’interessi?». La risposta è scontata: «Tutto è avvenuto alla luce del sole. La mia sezione (Bolzano) era informata e quell’incarico mi ha consentito di seguire passo passo i lavori: erano tutti d’accordo».

Poi l’intervista prosegue: «A che punto è la trattativa sui 21 rifugi passati dall’ex demanio militare alla Provincia: la gestione sarà affidata ad una società CAI-AVS?». Risposta: «La trattativa è a buon punto, entro l’autunno, se non prima, il presidente Kompatscher vuole chiudere. Non si farà però una società, la Provincia vuol mantenere la gestione diretta dei rifugi, utilizzando la nostra esperienza in questo settore».

Giuseppe Broggi
Broggi

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Di chi sono le Alpi?

Di chi sono le Alpi?
si chiede Giandomenico Zanderigo Rosolo (storico, Belluno) in un curioso saggio curato da Mauro Varotto e Benedetta Castiglioni, pubblicato da Padova University Press per RETE MONTAGNA, Associazione internazionale di Centri di Studio sulla Montagna

L’incipit del saggio è: “Alla domanda: “Di chi è la montagna italiana?” risponderei che ormai non appartiene più ai montanari, che sono in via di estinzione. Non appartiene agli alpinisti, che da un centinaio d’anni percorrono i sentieri in quota ed impongono i loro nomi alle vette. Non la possiedono ancora del tutto le imprese turistiche intente a trasformarla in un grande parco giochi per la gente che, frustrata tra lunedì e venerdì dal lavoro, il sabato e la domenica gode la libertà incolonnandosi in strade e in piste da sci ed eleva il proprio spirito degustando i piatti “tipici” e le pagliacciate folkloristiche. Potrei dire che, banalmente ed emblematicamente, in questo nostro periodo di transizione la montagna appartiene ai fungaioli ed alle influenti logge micologiche“.

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Un testo provocatorio e ben documentato, una serie di osservazioni e informazioni che conducono alla conclusione: “... La situazione montana assomiglia piuttosto a quella dei cassonetti dei rifiuti: persone anche distinte si aggirano appresso con aria furtiva, sistematicamente o casualmente, e recuperano oggetti che sono stati di altri. Chi in tal modo s’impossessa non fa un torto a nessuno ed ha la legge dalla sua parte; ma è l’oggetto che gli rimane sempre un po’ estraneo, perché non l’ha guadagnato col suo lavoro e perché, abbandonato, l’oggetto ha concluso una lunga storia e ne incomincia un’altra necessariamente breve e scialba e forse riserverà al nuovo proprietario qualche sgradevole sorpresa“.

Qui riporto la traduzione in italiano dell’Abstract in inglese che precede il testo. Ma è molto raccomandabile la lettura del testo integrale.

Montagna “res derelicta”? La montagna italiana può, per molte ragioni, essere definita come una “res derelicta” (Il vocabolario Treccani così definisce res derelicta: locuzione latina (propr. «cosa abbandonata»), usata in italiano come sostantivo femminile. Espressione del diritto romano, ma rimasta in uso nel linguaggio giuridico moderno, per indicare cosa che sia stata abbandonata dal legittimo proprietario con l’intenzione di rinunciare alla sua proprietà, e possa quindi divenire oggetto di occupazione da parte di terzi).

Negli anni ’50, con poche eccezioni, la montagna fu abbandonata dai suoi abitanti, scesi a valle oppure trasferitisi alle pianure (o anche all’estero) per abitarvi definitivamente. Lasciarono dietro di loro coltivazioni, allevamenti e quasi tutte le attività tradizionali. Ciò produsse ben più che un deterioramento dell’ambiente, si arrivò all’impoverimento e al declino del tessuto sociale.
Sulla negletta proprietà, individuale e collettiva, rocce incluse, un tempo oggetto di minuziose trascrizioni legali basate su tradizioni millenarie, cominciarono a definirsi differenti rapporti in nuove destinazioni d’uso (per lo più turistico-ricreative), in linea con i nuovi costumi sociali che, alla responsabilità collegata al diritto di proprietà, hanno sostituito l’immediatezza della fruizione dei beni.

Le montagne sono “derelitte” anche perché la legge forestale del 1923, quella speciale del 1952, le loro faticosissime conferme di rito del 1971 e del 1994, perfino l’attuale progetto di legge in discussione al Parlamento, sono stati espressioni scialbe di non avvaloramento. A volte le regole e il reperimento di fondi pubblici, invece d’essere processi virtuosi, sono stati il mezzo per furberie ripetute e processo di espropriazione di beni e autonomie. Un esempio di questo andazzo è l’istituzione negli anni ’90 del Parco Naturale delle Dolomiti di Ampezzo che, grazie ai finanziamenti regionali, è gestito sempre dalla vecchia Comunità in accordo con i nuovi bisogni.

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Come oggetti inutili e ingombranti, molte montagne sono “selvagge” e marginalizzate. Chiunque può appropriarsene, perché il proprietario è un po’ che non se ne cura, in quanto a livello locale e nazionale vi è una totale assenza di governo, nessuno prende le decisioni necessarie per evitare responsabilmente ritardi e danni e per impedire usi impropri.
In queste condizioni, l’assenza d’un segretario può paralizzare l’attività di un piccolo Comune. E non ci si sorprende che, a vent’anni dalla Convenzione delle Alpi, il denaro pubblico è ancora usato per sostenere progetti sui quali le autorità competenti non hanno fatto alcuna seria valutazione di sostenibilità.

Anche le montagne, esattamente come la pianura e le città, hanno bisogno di gestione: non in regime di “specialità”, bensì di attenta normalità.

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