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Dolomiti Unesco Foundation

L’Unesco, il 26 giugno 2009 a Siviglia, ha decretato gran parte del territorio dolomitico Patrimonio Naturale dell’Umanità, apprezzando e sostenendo quindi l’irripetibilità delle bellezze naturali di questa regione: e questo a dispetto dei danni che in passato le necessità dello sviluppo delle popolazioni locali, unitamente a quelle del turismo di massa, hanno provocato in molte zone di questo territorio.

Lastoni di Formin – Dolomiti – Passo Giau. Foto: Luciano Gaudenzio/K3
Lastoni di Formin / Dolomiti - Passo Giau

A parlarne per primi, in un convegno a Cortina (6-8 agosto 1993), furono le associazioni Mountain Wilderness, Legambiente e SOS Dolomites: in quell’occasione Heinz Mariacher e Luisa Jovane scesero a corda doppia da una mongolfiera in piazza, si parlò di Monumento del Mondo, si raccolsero dodicimila firme e l’appello fu firmato da nomi importanti quali Mario Rigoni Stern, Margherita Hack, Norberto Bobbio, Ardito Desio, Rita Levi Montalcini, Fosco Maraini, Reinhold Messner e tanti altri.

Oggi, a proclamazione avvenuta e registrata la mancanza di alcun progresso nell’ottica di una migliore gestione del territorio (gli esempi negativi sono sempre in aumento), prima di sperare in un reale cambio di rotta dell’intera gestione del territorio, s’impongono alcune considerazioni.

Intanto si constata che gli speculatori e quelli tra i politici da sempre contrari hanno alla fine accettato il risultato in previsione di un’ulteriore e più massiccia presenza turistica: lo si è visto da molte dichiarazioni che ponevano in evidenza quanto il nuovo marchio influirà nelle politiche di marketing delle Dolomiti.

Si continua poi osservando che la gestione pratica è nelle mani di enti assai diversi. Due delle cinque province, Trento e Bolzano, sono autonome; altre due (Pordenone e Udine) sono inserite in una regione a statuto speciale, mentre Belluno è a statuto ordinario, quindi è priva di sostegno legislativo e fondi autonomi. Per aggirare queste differenze, con tutte le difficoltà di ordine amministrativo, economico e gestionale che ne sarebbero derivate, si è pensato a una Dolomiti Unesco Foundation, “soggetto unitario di coordinamento interistituzionale per la gestione delle politiche di conservazione e di valorizzazione del Patrimonio Universale”.
Le cifre del Patrimonio Naturale non possono indurre a un facile ottimismo. I 2.310 kmq e le 220 vette sono solo territori in quota, praticamente disabitati e di già protetti da parchi e altre direttive di Natura 2000. Perciò, in quanto monumento vero e proprio, sono solo le rocce a essere tutelate (a parte un minimo di “zona tampone”).
Nonostante i geografi concordino che l’areale dolomitico propriamente detto è compreso tra le valli dell’Adige, dell’Isarco, la Val Pusteria, la valli del Piave, del Cismon e del Brenta, e a dispetto del progetto iniziale che prevedeva una ben più vasta area dal Sarca al Tagliamento, ci sono state esclusioni di gruppi importantissimi come il Sella, il Cristallo, le Tofane, l’Antelao, il Sassolungo, oltre a tutti i gruppi prealpini. Questo è scandaloso e inaccettabile.
Sono molti dunque i punti dolenti, e in più l’Unesco non dà garanzie di protezione perché non può porre vincoli reali. Al massimo, dopo l’approvazione di progetti devastanti, può giungere alla revoca del riconoscimento e quindi provocare una “figuraccia” dell’amministrazione.
L’impressione che se ne ricava quindi è che sia necessario un ritorno al progetto iniziale, lavorando perché tutto il territorio, comprensivo di abitati, manufatti, impianti e zone industriali, sia un patrimonio naturale e culturale, con l’Unesco o senza.
Per vigilare sui programmi e criticare con creatività, le istituzioni pubbliche non devono perciò essere le sole a occuparsi della Fondazione: devono essere coinvolte anche le associazioni ambientaliste, volontariamente a suo tempo uscite dall’iter di proclamazione per non creare dissidi inopportuni. E abbiamo ben presente come il pericolo di burocrazia e insabbiamenti sia sempre presente.

Monte Pelmo – Dolomiti, Val Bòite. Foto: Luciano Gaudenzio/K3
Monte Pelmo - Dolomiti - Val Bòite
L’artificiosa separazione tra mondo naturale e mondo umano non è il metodo giusto per recuperare il modo di vivere in montagna. Non dobbiamo copiare il format dei parchi nazionali americani, perché, a parità di bellezza, il disabitato Yellowstone non è l’Alpe di Siusi. Occorre sperimentare nuove strade e nuove alleanze, contadini che investono nel biologico, piccola e creativa imprenditoria turistica, gestione innovativa dei pascoli e dei boschi, nuovi lavori per la sicurezza idrogeologica, nuove idee magari figlie di vecchi saperi montanari. E ancora, far lavorare i giovani cervelli nelle università cittadine, per un maggiore risparmio energetico e per la ridefinizione del valore aggiunto che può avere un prodotto locale.
L’ambizione deve essere quella di realizzare in concreto le Dolomiti quale patrimonio culturale dell’umanità, dove non ci sia divisione tra natura e abitante, quel luogo dove si è raccolta la sfida per una solidarietà tra progetti e, in definitiva, tra uomo e uomo.
Nella convinzione che un monumento, per essere tale, non soltanto deve avere sistemazione al centro di una bella piazza famosa ma anche essere intrinsecamente una bella scultura e da tutti riconosciuta come tale: quindi anche patrimonio culturale.

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Le possibilità di sviluppo delle falesie del Lecchese

Possibilità di sviluppo per le strutture di accoglienza del territorio, in previsione di un incremento turistico legato all’outdoor
di Ruggero Meles (Distretto Culturale del Barro)
Il presente post è tratto dalla relazione che Ruggero Meles fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio. Vedi anche: http://www.alessandrogogna.com/?s=Progetto+di+valorizzazione+delle+falesie+lecchesi e http://www.alessandrogogna.com/?s=il+sistema+delle+falesie+lecchesi

L’idea di un convegno sull’arrampicata sportiva nel lecchese è nata inizialmente per far conoscere alle Amministrazioni questo particolare fenomeno, che sta portando migliaia di persone sulle falesie della Provincia e che, in altre zone prealpine simili alla nostra, ha generato consistenti benefici economici.

Sulla Falesia di Galbiate. Foto Archivio: Alessandro Ronchi
Meles-Galbiate-A.RonchiParallelamente, grazie a un progetto della Comunità Montana Lario Orientale – Valle San Martino, si concretizzerà a breve una prima riattrezzatura del Corno del Nibbio ai Piani dei Resinelli.
La metodologia che sarà seguita nell’attuazione dei lavori, è frutto dell’esperienza maturata con gli interventi già realizzati nell’anno 2002 e che hanno interessato un centinaio di itinerari in Grigna Meridionale e Medale.

Da queste importanti premesse è nata l’idea di pensare e presentare altre opportunità offerte dal nostro territorio, in ambito sportivo, prendendo sempre l’arrampicata sportiva come immagine e volano, per uno sviluppo di un turismo specialistico “outdoor”, con un doveroso occhio di riguardo alla sostenibilità.

Nonostante sia l’escursionismo l’attività outdoor di gran lunga più rappresentativa sulle montagne lecchesi, l’arrampicata, spesso erroneamente definita come sport “estremo” in nome di una inutile spettacolarizzazione, ha invece dimostrato nel corso di questi ultimi quindici anni caratteristiche di attività estremamente popolare. Rappresenta, inoltre, per il nostro territorio un elemento distintivo, data la presenza di numerosissime strutture rocciose concentrate in un’area relativamente ristretta attorno alle città di Lecco e Valmadrera e in Valsassina.

L’arrampicata su roccia, è una delle principali chiavi di lettura della storia dell’alpinismo lecchese che si è sviluppata in una particolarissima situazione ambientale di forti contrasti tra la città ed i suoi immediati dintorni: un magnifico ambiente naturale in parte ancora incontaminato. Se, quindi, una parte importante della notorietà internazionale del comprensorio lecchese è dovuta all’ambiente, all’alpinismo ed ai suoi protagonisti, va anche rimarcato che questi ultimi sono e sono stati, fin dagli anni ‘20/’30 del secolo scorso, soprattutto dei rocciatori.

Anche se siete in buona parte amministratori e arrampicatori da falesia vi sarà capitato di trovarvi in cima alla Grignetta o al Resegone o più semplicemente sul Coltignone ai Piani Resinelli o sul monte Barro in una sera limpida di inverno. Guardando verso la pianura si vedono accendersi a poco a poco le luci dell’ormai unica grande città che da Milano si espande fino a Lecco, Varese, Bergamo e oltre…
Le uniche macchie scure che si vedono corrispondono alle montagne o ai laghi.

Lo storico francese Jacques Le Goff faceva notare come una volta, nel Medio Evo, si recintassero le città per proteggerle dal mondo naturale e di come invece adesso si recintino i parchi naturali per proteggerli dal mondo antropizzato.
E’ importante che queste macchie scure rimangano così come sono: un luogo dove noi e gli abitanti della grande pianura possiamo ancora perderci su un sentiero, giocare sulle rocce, sederci sotto un albero a guardare le formiche, correre in bicicletta, volare con un parapendio oppure nuotare, remare, sentire il vento che gonfia le vele.

La nostra terra è una “terra di mezzo” tra la grande area urbana e l’area alpina. Qualcosa di simile a quello che hanno descritto i nostri amici trentini, anzi ancora più unica perché più vicina alle grandi aree metropolitane.

Una precoce rivoluzione industriale ha segnato il nostro territorio in questi due ultimi secoli, la grande fabbrica e la piccola e media officina sono entrate nel nostro DNA dando lavoro e benessere, ma anche facendo passare in secondo piano questa straordinaria natura che ci circonda e che si mostra anche solo guardando dalle finestre di questo salone.

I dati sul turismo in montagna forniti dall’Assessorato al Turismo della Provincia di Lecco mostrano con chiarezza le enormi possibilità di crescita in questo settore evidenziando come in questi ultimi anni vi sia stata addirittura una flessione del turismo interno a causa della crisi economica.

Così come il Corno Nibbio è stato riscoperto come parete d’arrampicata da Comici negli anni Trenta, allo stesso modo occorre reinventare il nostro territorio.
Siamo partiti dall’arrampicata considerandola il primo tassello di un mosaico che mostri le possibilità di sviluppo sostenibile che l’outdoor, il “fuori dalle porte” di casa o delle città, può offrire al nostro territorio.
Siamo partiti da questa pratica perché fa parte, assieme al ferro, della nostra tradizione.

Come abbiamo visto, l’arrampicata sportiva attira sul nostro territorio un gran numero di appassionati; come diceva Pietro Corti, sarà necessario verificare i numeri, studiare e quantificare il flusso e pensare alle possibilità di accoglienza, non in una logica di sfruttamento estremo che in breve ucciderebbe quello di cui vuole nutrirsi, ma in una logica di rispetto e, quando possibile, di miglioramento dell’esistente.

Marco Ballerini su Calypso, Antimedale (metà anni ’80)
Marco Ballerini su Calypso, Antimedale, GrignaSia nelle relazioni di oggi sia nei momenti di colloquio informale che abbiamo avuto in questi giorni, i relatori trentini hanno più volte evidenziato analogie tra il nostro territorio e il loro come per esempio:
– il clima insubrico che permette attività all’aperto per molti mesi dell’anno;
– la presenza storica di attività ricreative sportive in particolare su roccia, su terra, in acqua e aria quali: escursionismo, arrampicata, mountain bike, parapendio, canoa, vela, canottaggio e, anche se, ancora in fase meno sviluppata, wind surf.

Va giudicata come estremamente positiva la presenza al convegno dei gestori degli ostelli (Eremo Barro, Oggiono, Olginate) oltre che delle associazioni dei rifugi. Mentre dovranno essere nuovamente contattati gestori di B&B, Camping e alberghi così come è significativa la presenza e il coinvolgimento di rappresentanti delle istituzioni: Comunità Montana, Distretto Culturale, Regione, Provincia, Amministrazioni Comunali, amministratori del Parco Regionale del Barro e rappresentanti della Camera di Commercio.

Per evitare che questo rimanga solo un convegno prendiamo l’impegno di risentirci a breve e tentare di costruire con le strutture di accoglienza e le istituzioni un polo di accoglienza che si riconosca nel marchio “Larioest – arrampicata sportiva” e tentare di far conoscere le potenzialità del nostro territorio, anche in chiave Expo Milano 2015. Accoglienza e attività outdoor, ma con la massima cura al rispetto del territorio perché Expo Milano 2015 è un obiettivo importante, ma l’esposizione passerà mentre le nostre montagne e il lago hanno accolto i nostri antenati, ci accompagnano nella nostra vita e osserveranno i nostri figli e nipoti.

Come Distretto Culturale lavoriamo da alcuni anni con Michelangelo Pistoletto, il grande artista che ha inventato il simbolo del “Terzo Paradiso” ormai diffuso in tutto il mondo e che è stato esposto lo scorso anno sulla piramide del Louvre.
Pistoletto dice con questo simbolo: c’è stato un primo paradiso che è quello naturale, ed è ormai irrimediabilmente perduto.
C’è stato un secondo paradiso, quello artificiale, in cui l’uomo pensava di risolvere tutto grazie alla tecnologia e anche questo ha dimostrato i suoi limiti.
Il terzo paradiso sarà la fusione armonica di questi due paradisi con un incontro tra il territorio naturale, l’uomo e la sua tecnologia. Il nostro territorio ha le potenzialità per diventare un laboratorio dove sperimentare il Terzo Paradiso.

Cito adesso il sociologo Aldo Bonomi, che da un paio d’anni sta collaborando col Distretto Culturale del Monte Barro. Il Distretto raduna nove comuni più vari enti che operano intorno a questa piccola montagna circondata da ogni lato da territori antropizzati ed elevata a simbolo di nuove relazione tra gli uomini e tra uomo e natura.
Bonomi divide la società in tre grandi categorie: i rancorosi e purtroppo nel mondo dell’alpinismo lecchese ce ne sono stati tanti nel passato e hanno mostrato l’incapacità di mettersi d’accordo, la difficoltà a lasciar perdere il proprio particolare e capire che un gruppo, tante volte, è una cosa bellissima al suo interno, ma esclude tutti quelli che sono fuori.
Una volta don Agostino Butturini, il creatore del gruppo Condor mi ha detto: “Facevo fatica a chiamarlo ‘Gruppo Condor’ perché il gruppo è una cosa bella, ma tende a escludere quelli che non ne fanno parte…”.
Aldo Bonomi dice che ci sono appunto i rancorosi e poi c’è la società degli operosi che sono persone che fanno; capaci di costruire e di fare, ma che non hanno una visione ampia delle situazioni. Infine c’è la società di cura, la gente che si “prende cura”, che è capace di progettare un territorio, di prendersi cura di questo territorio.
Lui dice: “Attenzione!!. I rancorosi parlano, si lamentano, ma non agiscono. Ma quando si saldano agli operosi allora rischiamo momenti terribili”.
Bisognerà fare in modo che chi vuole prendersi cura del territorio collabori con chi opera e che si crei una sinergia che può davvero cambiare la realtà.

Per evitare che questo rimanga solo un convegno bisognerà che le persone presenti diano il via a interventi che rispettino persone e ambienti superando la visione di un turismo esclusivamente “di consumo”. La realtà di Arco presentata da Seneci e da Veronesi racconta di un turismo che si rivolge a un’utenza più consapevole del bisogno di “benessere” che può e deve conciliarsi con uno sviluppo economico sostenibile.

postato il 23 luglio 2014

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Il Gruppo Gamma per Lecco

L’esperienza del Gruppo Gamma
di Marco “Mela” Corti (Presidente Gruppo Gamma – Lecco)
Il presente post è tratto dalla relazione che Marco Corti fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

Prima c’erano quelli che per allenarsi si attaccavano a tutto ciò che trovavano, dagli stipiti delle porte ai buchi nei muri.
Poi, attrezzando improbabili palestre dentro cantine, garage e sottoscala passarono ai tubi innocenti, ai pannelli da carpenteria traforati e alle prese sintetiche costruite in casa.
La fantasia, mescolata alla volontà di realizzare qualcosa su cui scalare in funzione di un modo il più possibile vicino al gesto dell’arrampicata, si rivelò determinante.
Oggi le palestre super attrezzate fioriscono come margherite, segno che la strada percorsa dai “vecchi” era quella giusta.

Foto: Pietro Buzzoni
GruppoGamma-fotoPietroBuzzoniNel 1996 accanto al Gruppo Gamma di Lecco nacque un team di arrampicata sportiva che venne presentato al pubblico con queste parole: “I Gamma hanno ritenuto utile inserirsi anche in questo genere di attività che ha un’attinenza maggiore con l’arrampicata che non con la montagna, in vista di favorire in qualsiasi modo una passione che potrebbe successivamente confluire verso l’alpinismo” .

Come in altre occasioni la lungimiranza di un Gruppo da sempre impegnato a valorizzare “il classico”, ma che considera l’arrampicata sportiva, le falesie e il boulder in qualche modo propedeutici all’allenamento di chi pratica l’alpinismo, oltreché importanti all’avvicinamento dei giovani a quel mondo più classico, ha portato a scelte vincenti.

L’arrampicata sportiva intesa come “Gara sul sintetico” non era ancora comparsa a Lecco, stimolando quindi il Gruppo Gamma ad aggiungerla come tassello mancante al suo interesse per le pareti, le falesie e la palestra.

Il “Team Gamma”, allora sotto la guida di Giacomo Cominotti, era composto da sei agonisti, tre amatori e due atlete.
Giacomo, assieme alla squadra, si era impegnato in tutti gli appuntamenti federali riportando buoni risultati.
Poi pensando in grande si chiese: “perché non portare a Lecco una gara di Coppa Italia a livello FASI (Federazione Arrampicata Sportiva Italiana)?”.
Una serie di problemi burocratici ne impedirono lo svolgimento a Lecco, così la manifestazione venne adottata entusiasticamente dal Comune di Valgreghentino, un paese distante pochi chilometri dalla città capoluogo.

Fu così che nel mese di giugno del ’98 venne organizzata una settimana di allegra invasione di arrampicatori, con la nutrita partecipazione del Liceo Scientifico Grassi di Lecco e delle Scuole Medie del circondario. Contemporaneamente vennero allestite diverse attività collaterali, un concorso rivolto agli alunni del Liceo Artistico lecchese per la scelta del logo della manifestazione, la raccolta delle impressioni dei neofiti a contatto con l’arrampicata sportiva, un bel fascicolo contenente un programma di idee oltre che belle immagini, per finire con un interessante dibattito patrocinato dalla Gazzetta dello Sport a tema Come lo sport locale può far nascere i campioni.

Durante i primi giorni del Meeting si svolsero gare amatoriali, poi 108 atleti gareggiarono sulla struttura alta 14 metri concludendo con le finali domenica 7 giugno.
Primo, secondo e terzo maschile furono: Christian Brenna, Christian Core, Bernardino Lagni, mentre per il femminile arrivarono su podio: Luisa Iovane, Martina Artioli e Lisa Benetti.

Diamo qualche notizia in più sull’evento: Formula – gara in due giornate con qualificazioni in stile “flash” il sabato – domenica, semifinali maschili e femminili “a vista”, alla mattina e finali “a vista” per tutti, il pomeriggio.
Giudici: Stefan Bortoli (Vicenza) e Maurizio Natali: (Sondrio). Tracciatore: Marzio Nardi (Torino).

La struttura piacque molto ad atleti e dirigenti delle società sportive perché alta e strapiombante ancora meglio di quella che era stata montata in precedenza a Bolzano.

Passarono alcuni anni, il Gruppo ricevette lo sfratto dalla sede in cui si trovava. Altro stimolo, altro obiettivo da raggiungere.
Partendo dal 2001 con i sacrifici di molti soci, che per anni si autotassarono, i Gruppi UOEI e Gamma trovarono una sede che li contenesse e poiché c’era parecchio spazio, attrezzò un locale di 110 metri quadri come sala Boulder che ancora oggi soddisfa le esigenze di allenamento e di pratica sportiva di circa 100 atleti.
Perciò con vanto siamo proprietari di una sede multifunzionale e di una delle più belle sale Boulder della Provincia.

Da quella realizzazione proviene anche Christian Meretto, uno dei nostri soci, che nel 2010 individuò la possibilità di sviluppare una bella falesia vicina al lago su delle pareti sopra Pradello. Accordatosi poi con Flavio De Stefani e Gianni Ronchi, insieme cominciarono a pulire e chiodare consegnando questa primavera alla comunità dei climber altre 22 lunghezze di corda, da allora molto frequentate, aggiungendole al nostro grande patrimonio.

Da ultimo, ma solo cronologicamente, il recente successo, l’evento di piazza: “RAMPEGA BOULDER LECCO”. Proprio lo scorso 9 novembre 2013, nella cornice di Piazza Garibaldi e sui muri delle vie più suggestive, si è svolta la prima manifestazione di quello che rappresenta l’evoluzione dell’arrampicata sui muri nudi e crudi. 286 atleti provenienti da varie regioni del Nord Italia e dalla vicina Svizzera si sono sfidati in quello che riteniamo essere uno dei veicoli più moderni per avvicinare professionisti, atleti, appassionati e cittadinanza al mondo dell’arrampicata; proprio là, dove avevamo iniziato il nostro viaggio siamo giunti.

Aldo Anghileri sulla via Panzeri-Riva del Pilastro Rosso (Bastionata del Lago), 13.10.1984
Grigna, A. Anghileri su Pilastro Rosso (Panzeri-Riva), Bastionata del Lago , (13.10.1984)

Gli Asèn Park, un gruppo di giovinastri dalla faccia pulita e le mani sporche di magnesite si presentò due anni fa in Comune a Lecco per proporre l’idea, idea che si spense per vari motivi.
Noi quattro mesi fa raccogliemmo l’idea e di concerto con Team Gamma e UOEI abbiamo realizzato il loro sogno. Possiamo tranquillamente dire di aver aggiunto un ulteriore tassello all’evoluzione.

Il nascere puri e duri non implica essere refrattari, il mondo non si ferma e le novità vanno valutate e soppesate almeno per ricavarne quello che di buono possono contenere, accostandole a una realtà come è il nostro Gruppo orgoglioso della sua storia e che sa di essere, come scrisse Alberto Benini nel 1998 per celebrarne il ventennale, senza immodestia un tassello originale, anche se non grande, del variegato mosaico del mondo alpinistico.

Lecco deve rendersi conto che sebbene l’era del ferro continui (si spera), da oggi si dovrà iniziare a considerare di tornare anche a quella della pietra.

Il gioco continua…

Alessandro Gogna sulla via dei Fessuriani, Torre Striata, Bastionata del Lago, 14.4.1980. Una via di Ivan Guerini del tutto dimenticata
Torre Striata, Bastionata del Lago di Lecco, A. Gogna su i Fessuriani (14.4.1980)

postato l’11 luglio 2014

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Fontecchio: ripartiamo dai Parchi?

“Ripartiamo dai parchi” è l’imperativo di chi vuole mettere la natura al centro del Progetto Italia. A Fontecchio (AQ) c’è stato un approfondito confronto sulle aree protette nel nostro Paese e sono stati enunciati sei impegni concreti per rilanciarle.

I parchi nazionali rientrano nella categoria dei Beni Comuni – ha detto Carlo Alberto Pinelli – e come tali la loro gestione non deve sottostare a logiche mercantilistiche. Tra il cittadino e la fruizione-virtuosa delle aree protette è illegale pensare di frapporre il filtro sterilizzante del denaro“.

Parco regionale Velino-Sirente: il Lago della Duchessa
Fontecchio-5773170372_8db73f8605_bMentre il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti dice che “la conservazione della biodiversità sarà uno dei temi dell’agenda del semestre italiano alla Presidenza dell’Unione Europea”, viene dal piccolo centro di Fontecchio (AQ), immerso nel Parco regionale Sirente-Velino, un forte appello al rilancio delle politiche per le aree protette. Il 20 e 21 giugno 2014 le maggiori Associazioni ambientaliste italiane ed i principali attori istituzionali e sociali, insieme a nomi di primo piano dell’ambientalismo, della ricerca e della cultura italiana, si sono confrontati sul presente e sul futuro dei parchi e delle altre aree naturali protette italiane.

Personalmente mi rallegro dell’iniziativa, ma rimango dell’opinione, per quello che può contare, che l’impegno per l’ambiente deve essere globale. Ritengo che dividere artificiosamente il territorio in due parti, una protetta e una sprotetta, abbia alimentato nelle decadi scorse  nella prima la speculazione giustificata da un aumento immediato di valore, nella seconda una speculazione diversa, quasi di diritto, perché per l’italiano un territorio sprotetto è ancora far west.

Ma, al di là di queste considerazioni, ecco il comunicato stampa, a convegno concluso:
Dal dibattito, che ha affrontato numerosi temi tra cui la conservazione della biodiversità, il rapporto con il paesaggio, territorio e beni culturali, la gestione dei conflitti, la dimensione di beni comuni, l’educazione ambientale e la comunicazione, è giunta la conferma che le difficoltà vissute dalle aree protette sono principalmente il frutto di una marginalizzazione culturale e persino di un fraintendimento strumentale, delle loro funzioni essenziali, per non dire delle pressioni indebite che spesso giungono dalla cattiva politica.

Al contrario, quello dei Parchi deve essere un ruolo sempre più centrale, non solo per la conservazione degli ecosistemi e del prezioso capitale naturale da cui dipende il nostro benessere presente e futuro, ma persino per il rilancio più generale del progetto Italia, considerati gli straordinari valori custoditi e rappresentati dalle aree protette e le loro potenzialità in termini di biodiversità, buon uso delle risorse, modelli di sostenibilità, attrattività turistica responsabile, buona economia.

Si tratta del resto di obiettivi pienamente in linea con i grandi temi del dibattito internazionale che non a caso saranno al centro del V° Congresso Mondiale dei Parchi della IUCN (Unione Internazionale della Conservazione della Natura) programmato a Sydney dal 14 al 19 novembre 2014, dal titolo Parks, people, planet: inspiring solutions.

Lago Scanno. Foto: Ivan Gallese
Fontecchio-ivan gallese-lagoscanno

Da Fontecchio – affermano le associazioni Mountain Wilderness, CTS, FAI, Italia Nostra, Lipu-BirdLife Italia, Federazione ProNatura, Touring Club Italiano e WWF Italia che hanno organizzato la due giorni – emergono per Governo e Parlamento richieste per sei preliminari azioni prioritarie:

1. riavviare un confronto realmente approfondito e partecipato sulla proposta di riforma della legge quadro sulle aree protette attualmente in discussione al Senato; riforma che è molto lontana da ciò di cui la nazione ha oggi bisogno e che non aiuta il raggiungimento dei fini costitutivi delle aree naturali protette;

2. assicurare nella prossima Legge di Stabilità le risorse finanziarie e professionali necessarie per una efficace gestione delle nostre aree protette, in particolare quelle marine aumentate di numero con un’ulteriore riduzione di fondi per la gestione ordinaria;

3. vincolare i finanziamenti per le aree protette alle azioni da svolgere per la conservazione della biodiversità e la tutela rigorosa del paesaggio, ed ottenere un’implementazione di tali azioni e un loro attento monitoraggio;

4. convocare la terza Conferenza nazionale sulle aree protette, da troppo tempo attesa;

5. sanare la situazione ormai insostenibile che vede ben 20 parchi nazionali sui 23 esistenti senza consiglio direttivo (alcuni parchi si trovano in questa situazione da oltre 7 anni);

6. adottare, attraverso un processo partecipato aperto a tutti i soggetti interessati alla tutela della biodiversità e del paesaggio, una Carta delle Aree naturali protette che rilanci la missione dei Parchi quale snodo “alto”di un globale progetto di gestione delle risorse naturali e culturali.

Sono richieste che toccano aspetti essenziali per il futuro dei parchi, quali quelli politici, finanziari, programmatici, organizzativi, culturali. Aspetti, che non possono essere più elusi, pena un danno grave al sistema delle aree protette e un inquinamento ulteriore del dibattito intorno ad esse.

Fontecchio-Parco Regionale Sirente Velino


Gli operatori e responsabili degli Enti di gestione dei Parchi hanno evidenziato come le manovre di stabilità della spesa pubblica hanno introdotto procedure che stanno impedendo la loro azione, non consentendo operativamente di fare molte attività istituzionali a cui sono preposti. Gli Enti parco sono Enti pubblici atipici, con caratteristiche e funzioni non paragonabili ad altri, e necessitano quindi interventi che devono essere commisurati e proporzionati alle loro specifiche funzioni.

Le Associazioni sollecitano gli Enti gestori dei parchi e Riserve naturali ad assumere pienamente un ruolo centrale in questo dibattito, riscoprendo il loro compito fondamentale di tutela e valorizzazione del patrimonio naturale e culturale del Paese. La Natura italiana ha bisogno di competenza, inventiva, capacità decisionale e coraggio. Gli Enti gestori di Parchi e Riserve più di ogni altro soggetto istituzionale devono mettere in campo tali qualità aprendosi al confronto con il mondo esterno, forti dell’interesse costituzionale alla tutela dell’ambiente e della salute loro riconosciuto.

La due giorni di Fontecchio, sostenuta dalla preziosa collaborazione dell’Amministrazione Comunale di Fontecchio, ha visto la partecipazione di docenti e ricercatori di varie Università italiane, Presidenti, Direttori e personale tecnico degli Enti Parco, rappresentanti nazionali delle maggiori Associazioni ambientaliste e di vari rilevanti portatori di interesse, per concludersi con una sessione speciale dedicata ai parchi dell’Abruzzo.

La situazione nella “Regione dei Parchi” è estremamente problematica a causa di tutta una serie di progettati interventi infrastrutturali (dal Piano di sviluppo sciistico sul Gran Sasso al cosiddetto Protocollo Letta) che minaccerebbero specie ed habitat tutelati, eroderebbero il valore di paesaggi di grande fascino e avvilirebbero il significato stesso dei Parchi. Per la Regione Abruzzo è arrivato il momento di riaffermare con forza la propria vocazione di tutela ambientale come strumento per una corretta valorizzazione del territorio. In tale prospettiva la proposta di candidare l’insieme dei Parchi naturali abruzzesi come monumento del mondo (World Heritage) dell’UNESCO, deve essere tenacemente perseguita.

Le otto associazioni che hanno contribuito all’organizzazione del convegno hanno preso l’impegno di elaborare un documento di sintesi al quale verrà dato il nome di Charta di Fontecchio.

Fontecchio-lupo

postato il 29 giugno 2014