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Le “Antiche Sere” in pericolo

Le “Antiche Sere” in pericolo
di Marco Blatto

Non ricordo esattamente quando fu la prima volta che misi piede nel vallone di Sea. Dovevo avere circa dieci anni ed ero con mio nonno. Ricordo però molto bene la sensazione che provai a transitare tra quel caos di blocchi rocciosi, rinserrato tra pareti che mi parevano altissime. Profondamente colpito, una volta giunto a casa disegnai sul mio quaderno-diario un curioso bozzetto dettato dalla memoria, forse un po’ amplificata, di quell’incredibile giornata. Ecco che lo spirito evocativo delle forme e della pietra aveva fatto breccia nel mio senso estetico e nella mia percezione del paesaggio. Era il 1975 e l’esplorazione di quelle rocce doveva ancora attendere qualche anno.

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Ma in realtà non è proprio così: in quei giorni, lo sconosciuto Olivero Toso con due amici attaccava la bella Guglia Verde che sovrasta l’inizio del pianoro del Massiet, risolvendo le maggiori difficoltà della parete ma fermandosi dopo tre tiri. Oliviero sulla guglia non tornerà più a terminare la salita, e nemmeno immaginava che pochi anni dopo Isidoro Meneghin avrebbe ripreso quella linea battezzandola Sorgente primaverile. E nemmeno che Gian Piero Motti avrebbe visto nelle forme di quella guglia le fattezze di Gandalf, il buon “mago della sera” della saga di John Ronald Reuel Tolkien. Era il 1975 e Gian Piero Motti viveva un momento di profonda riflessione, forse di crisi. Nel giugno di quell’anno scomparve per alcuni giorni sulle montagne a cavallo tra la Valle Orco e la Val Grande, destando la preoccupazione non solo degli amici, ma l’apprensione di tutti i valligiani. Quando ritornò, quasi come in una favola un po’ visionaria, era profondamente cambiato. Nel vallone di Sea trovava il suo “luogo dell’anima”, quello di cui, fin da ragazzo, anch’egli aveva subito il forte spirito evocativo. Nulla di che stupirsi però: l’anima di Sea aveva rapito per sempre l’immaginario di viaggiatori e scrittori già nel XVIII secolo: dal conte Luigi Francesetti a Clemente Rovere e a Maria Savi-Lopez.

In un altro contesto geografico, lungo le rotte dei viaggiatori nord-europei, il vallone di Sea avrebbe di certo suscitato l’ispirazione di poeti e pittori di rango. Il piano del Massiet è stupendo. Qui la fioritura di rododendri nella stagione “buona” è un incanto della natura, posta com’è fra i blocchi di roccia e i margini delle pietraie. Sembra quasi che la mano sapiente di un arredatore botanico ne abbia decisa la sistemazione. Sedendosi su uno dei tanti massi disseminati nel pianoro si ode il richiamo d’allarme delle marmotte, mentre sulle rupi gli stambecchi danno prova di abilità “arrampicatorie”. Intorno a questo sacrale silenzio, risparmiato per ora dall’incauta azione dell’uomo moderno, si assiste a una messe di forme rocciose disordinate e caotiche, rigate da occasionali cascate d’acqua di fusione e piovana, dove antiche paleofrane ricordano titanici sconvolgimenti. Come non comprendere, allora, quelle giornate solitarie che Gian Piero Motti passerà sdraiato al Massiet a penetrare con lo sguardo ogni più piccola piega dei versanti! La fantasia corre lontano e il gioco è fatto. La fantasia visionaria e romantica dell’ideologo del “Nuovo Mattino” corre lontano per rimbalzare di parete in parete, ed ecco che, poco più in là, inventa la “Reggia dei Lapiti” e il “Droide”. Ecco che le pareti del Massiet diventano rispettivamente lo “Specchio di Iside”, la “Parete dei Titani” e il “Trono di Osiride”…

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Mitologia nordica, classica ed egizia determinano un’anima e una vitalità improvvisa alle grigie e repulsive pareti del vallone. Sarebbe però riduttivo pensare che la fantasia di Gian Piero fosse riferibile soltanto a visionarie letture giovanili: egli di certo aveva letto i Discepoli di Sais di Novalis (al secolo Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg) e la Filosofia delle forme simboliche di Ernst Cassirer.

Il crepuscolo di quelle giornate autunnali parve riportare un po’ di pace e serenità in Gian Piero, mitigando quella crisi esistenziale che verso la fine degli anni ’70 l’aveva colto in modo rilevante, allontanandolo dal grande alpinismo e dall’arrampicata.

Il periodo del “Nuovo Mattino” è lontano e con esso le sue contraddizioni, così come le critiche spesso a buon mercato e gratuite di chi non ha capito o ha frainteso. E’ giunta l’ora delle “Antiche Sere”. Queste sere solitarie di Sea hanno sapore d’antico e lo riportano agli anni più genuini della sua passione giovanile. Le “Antiche Sere”…

Non si tratta ancora una volta del geniale riferimento al romanzo di Norman Kingsley Mailer, quanto di un personale e intenso momento di maturità, di lucidità e di riflessione. “Nuovo Mattino” e “Antiche Sere”.

E’ al “mattino” che un individuo si sveglia avendo di fronte a sé un intero giorno ricco di aspettative e speranze, durante il quale potrà costruire un “nuovo” piccolo tassello della propria esistenza. E’ però la “sera”, alla fine del giorno, che ciascuno potrà riflettere sull’“antico”, su ciò che è stato fatto e ciò che è stato detto.

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Quell’universo di roccia contorta dal forte spirito evocativo, che prende forma, non è solare come lo sono le rocce della Valle dell’Orco, al contrario, l’atmosfera è qui più intima e cupa senza però indurre alla tristezza d’animo.

Il periodo delle “Antiche Sere” è forse l’ultimo nella storia dell’alpinismo italiano in cui si possano individuare tutti gli elementi di un movimento di pensiero romantico: riviviscenza, fantasia, sentimento, visione. Ecco la particolarità di Sea, un’anima, un carattere che va oltre il gesto “sportivo” della scalata. Ne influenza il carattere, certo, ma diviene parte importante del milieu di questo luogo.

La storia alpinistica di questo meraviglioso vallone delle Alpi è ben nota. Dopo le “Antiche Sere” ci sarà l’indimenticabile parentesi del Sogno di Sea. Un decennio negli anni ’80 dove sarà un sensibile Gian Carlo Grassi a trovare tra queste rocce il genius loci. Le vie di arrampicata si moltiplicano a decine e l’amore del fuoriclasse condovese è forgiato nei chiodi di ferro ritorto ancor oggi presenti nelle fessure del vallone. Sea è “strega” e non risparmia coloro che vi si avvicinano con empatia. Dopo la morte del “Re di Sea” toccherà ai suoi amici e ai suoi estimatori tentare di divenire i custodi di questo piccolo mondo, come Elio Bonfanti e il sottoscritto, negli anni ’90. In questi venticinque anni ho vagato spesso sopra le pareti del Massiet o sulle alte vette che le sovrastano. Non ho cercato solo vie nuove che forse, considerando la non facile accessibilità, nessuno ripeterà mai. Ho tentato di fare mia, sempre di più, quella meravigliosa e misteriosa forza che regola il rapporto dell’uomo con l’essenza del paesaggio naturale che, nel caso di Sea, ha fatto sì che un pugno “d’irriducibili” frequentatori lo eleggesse quale “luogo dell’anima”.

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E’ difficile spiegare che il carattere di un luogo è strettamente legato alla percezione del suo senso estetico e che questo è un valore davvero grande, ed è di tutti. E’ scritto: “Il paesaggio è una tela senza cucitura (Yan Mc Harg, 1969)” per cui “ogni nostra azione è destinata a ripercuotersi nel tempo (Boca e Oneto, 1986)”, con conseguenze negative che non sono subito manifeste. E’ quindi necessario tutelare il paesaggio per il valore senso-percettivo e storico- culturale, dopo averne colta davvero l’essenza in profondità.

Oggi, il progetto della costruzione di una strada a uso pastorale che dovrebbe risalire il vallone fino agli alti piani di Sea, a 1800 metri, mette in serio pericolo l’integrità del vallone. Una strada dai dubbi benefici economici (voluta dal Comune di Groscavallo con i finanziamenti previsti dal PSR 2014 -2020) ma dal certo effetto devastante sul carattere e sull’anima del luogo. Uno dei più incredibili valloni delle Alpi, il cui rilancio concepito in altro modo troverebbe senz’altro riscontri maggiori. E’ difficile spiegare il valore del “bello” e del “sentimento” quando vi sono interessi economici. Sedetevi allora al Massiet, quando il sole inizia e calare dietro i contrafforti di Mombran, osservate le pieghe delle rocce e ascoltate il silenzio irreale rotto soltanto dal vociare delle acque. Capirete, allora, perché è importante che le “antiche sere” sopravvivano.

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Sea, specchio delle mie brame

Sea, specchio delle mie brame
di Elio Bonfanti
(già pubblicato su planetmountain.com il 30 luglio 2015, con il titolo Vallone di Sea e l’arrampicata allo Specchio di Iside. Vi si trovano anche alcune schede di vie d’arrampicata)

Il vallone di Sea inizia a Forno Alpi Graie 1219 m e possiamo dire che idealmente termini al colle Tonini 3244 m. Esso incide la testata della Val grande di Lanzo incuneandosi per circa dieci chilometri in un ambiente montano di selvaggia bellezza tale che anche solo andarci a passeggiare può lasciare degli autentici souvenir emotivi. I colori e le luci, nell’arco della giornata giocando con le pieghe della roccia, davvero svelano ad un occhio attento le forme che Gian Piero Motti aveva saputo leggere sulle pareti di questo angolo dimenticato delle Alpi. Ecco che quindi come d’incanto appaiono il Mago Gandalf, Il Volto della Signora e decine altre strutture dai nomi singolari e talvolta esoterici.

Vallone di Sea, Specchio di Iside e Trono di Osiride
Vallone di Sea, Parete del Trono di Osiride

Le pareti si susseguono in un crescendo “Rossiniano” e partendo dalle piccole strutture rocciose poste in prossimità dell’abitato si incontrano le ampie strutture denominate lo Specchio di Iside, il Trono di Osiride e la Parete dei Titani. Proseguendo nel cammino dopo il pianoro di Balma Massiet si incontrano solo per citarne alcune, l’Albaron di Savoia, la punta Francesetti e la Ciamarella che con i suoi 3676 m è la regina delle Valli di Lanzo.

Il già nominato Gian Piero Motti fu il primo a intuire le potenzialità di questa valle relativamente a un arrampicata/alpinismo di ricerca ma in realtà se non sul masso di Nosferatu lui non vi arrampicò mai. Fu Isidoro Meneghin con Sergio Sibille, sul finire degli anni Settanta, a tracciare le Docce Scozzesi, il primo vero itinerario di scalata sulla grande parete del Trono di Osiride. Ci volle un po’ di tempo ma alla fine, fra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, gli arrampicatori torinesi (e non) si mossero un po’ tutti, così Ugo Manera, Franco Ribetti, Claudio Sant’Unione, Enzo Appiano, Roberto Mochino, Daniele Caneparo, Maurizio Oviglia, Marco Casalegno, Marco Blatto, Sandro Zuccon, ecc. (non se la prendano quelli non citati) lasciarono le loro firme alcuni con realizzazioni sempre più di alto livello ed alcune di valore assoluto. Muta testimone di questo cammino di ricerca della difficoltà sia in libera che in artificiale è la perfetta linea dell’itinerario Così parlò Zarathustra che a tutt’oggi conta pochissime ripetizioni.

Qualcuno si stupirà del fatto che io non abbia ancora nominato Gian Carlo Grassi, ma lui con i suoi oltre cento itinerari giocava in una categoria a parte, quando non da solo, era accompagnato da clienti, da colleghi o da amici e spesso trascorreva a Sea gran parte dell’estate, rincorrendo quell’esoterico mondo palesatogli anni prima da Motti.
Le Alpi Occidentali e non solo, negli anni Novanta hanno visto il passaggio di una cometa di una lucentezza incredibile, Manlio Motto: questi, forte di un ottimo livello in arrampicata libera e testimone di un nuovo stile di apertura dal basso, iniziò a chiodare in maniera quasi sistematica nuovi itinerari uno più bello dell’altro. L’ho incontrato in un paio di occasioni ma non ho mai avuto modo di chiedergli perché a Sea non fosse mai venuto. Sarà forse stata l’esposizione delle pareti, forse il fatto che c’erano già troppe vie presenti, forse quel po di lichene che talvolta può risultare fastidioso, forse qualche fessura intoppata d’erba, forse la somma di tutto ciò o addirittura perché non riusciva ad essere contemporaneamente dappertutto… di fatto Sea ha avuto altri più o meno discussi o discutibili protagonisti del “moderno”.

Vallone di Sea, Lo Specchio di Iside
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Oggi mi scappa talvolta da ridere nel leggere alcune relazioni di itinerari, ma ancora più i commenti, accuratamente celati da nickname di comodo, sui vari Forum, che criticano la chiodatura in posto, la lunghezza della via, lo stile di apertura o qualsiasi altra cosa che possa essere in qualche modo attaccata. Questo nello specifico non riguarda Sea, ma sono addirittura riuscito a leggere su un commento: via “troppo corta”. Ma ci rendiamo conto? Sono certo che se l’apritore lo avesse saputo prima avrebbe sicuramente fatto allungare la parete dal padreterno così invece di fare due vie parallele per riempire una giornata in montagna ne avrebbe fatta una sola magari di tre chilometri scontentando però quelli che la volevano solo di due. Ho anche letto in merito a una richiodatura che questa non era stata ancora completata e che l’interessato doveva muoversi a farla con un “insomma” abbastanza spazientito. Tutto ciò mi sembra incredibile, eppure dato che accade vuol dire che in 35 anni di scalate in giro per il mondo, o non ho capito niente (cosa molto probabile) o che tutti ci raccontiamo un fracco di balle.

Sull’onda del ritorno alle origini oggi è meglio sparare a qualcuno piuttosto che mettere uno spit, adesso se non sei trad non sei nessuno, non sei “IN” ed allora mi chiedo perché, se a Sea, dove quasi tutte le vie sono “old Trad” (anzi, forse le più belle sono proprio così) non c’è mai nessuno? I pochi che ci vanno salvo rare eccezioni ripetono gli itinerari più sicuri salvo poi denigrarli nei forum scrivendo “vorrei vedere le fessure pulite senza spit”, ma cazzarola la via di fianco è senza chiodi… perché non sei andato a fare quella lì, mondo cane?

Isidoro Meneghin sistema il materiale dopo l’apertura di Così parlò Zarathustra. Foto: Daniele Caneparo
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In tutto questo tempo ho però imparato che a Sea raramente ci vengono quelli che si tengono davvero, quelli vanno in Wenden o in Marmolada e se vengono a Sea (qualcuno ci viene), difficilmente le loro impressioni le affidano in modo anonimo ad un forum, o le tengono per se stessi o le danno direttamente agli interessati. Purtroppo qui le fessure “respirano” ed i chiodi normali vengono sputati fuori, espulsi dalla roccia anche se sembravano solidissimi, le fessure da friend sono spesso intoppate da una vegetazione che con la tropicalizzazione del clima sta diventando sempre più rigogliosa e sui muri a tacche, o sei Manolo, o è inutile fare l’eroe, è meglio mettere qualcosa per non rompersi con un eufemismo l’osso sacro. Allora mi metto nei panni di un arrampicatore e anche non solo della domenica, chiedendomi: ha senso sulla Est delle Jorasses portarsi coraggio da vendere, chiodi, martello, friend, nut, ramponi, piccozza e avere difficoltà di ogni genere dalla ricerca dell’itinerario alla salita alla discesa? Certamente sì, così dev’essere e così sia. Ma in un posto come Sea è vero che si fa la stessa attività ma questa credo sia indiscutibile che debba essere declinata in un modo differente. Come? A mio modesto parere oggi, parlando di itinerari non di ambiente, una via di placca compatta con 10 metri di fessura al quarto tiro è più corretto che sia integralmente chiodata a fix piuttosto che far portare due friend appesi al sedere sino a lassù solo perché oggi si usa. Una via agevolmente proteggibile con protezioni veloci dove l’uso dei fix possa essere ridotto al minimo dev’essere lasciata salvo le soste, il più naturale possibile. Viceversa su una via proteggibile a chiodi normali questa dev’essere a discrezione dell’apritore o lasciata integralmente pulita in modo che i ripetitori possano trovare lo stesso terreno degli apritori o in luogo di un chiodo normale (che se lasciato è una protezione fissa) venga messo un tassello che garantisce una sicurezza superiore e per più tempo a quella di un chiodo.

Vallone di Sea, Parete del Naufrago, sulla via Tra parentesi (di Luca Brunati, Luca Enrico, Matteo Enrico, 18 e 26 luglio 2015)
Sea-Tra Parentesi, Parete del Naufrago, Luca Brunati, Luca Enrico, Matteo Enrico, 18 e il 26.07.2015

Ma al di là di questo, che è quello che io penso e del quale mi assumo le responsabilità, dico “Go climb a Rock”, antico yosemitico adagio, e per questo vi illustro alcuni itinerari che si trovano sul settore destro dello Specchio di Iside. Aggiungo inoltre un nuovo itinerario chiamato Tra Parentesi, dove è assolutamente necessario sapersi proteggere, fresco fresco di apertura realizzato sulla solare ma dimenticata parete di Marmorand posta sul lato destro della valle (salendo) che gode oltretutto di un breve avvicinamento. In ordine di apparizione il primo è, a mio parere, (secondo quanto scritto sopra) il riuscito rimaneggiamento di una vecchia via chiamata No Controles che ora è denominata Supercontroles. Il secondo è la logicissima combinazione di tre itinerari che si incrociano ma che danno luogo ad una linea perfettamente diretta abbastanza trad…detto Combinazione ed il terzo è una via La valle dei Narcisi che iniziai con alcuni amici negli anni Novanta e che in seguito a un furto di materiale chiesi ad un amico di terminare. Scopersi poi solo dopo che il nome della via era stato mutato in La valle del Narciso, un singolare da un plurale non cambia la sostanza ma io non mi riferivo a qualcuno in particolare perché siamo tutti un po narcisi nell’attività che facciamo e gli alpinisti poi ho avuto modo di constatare che lo sono in misura ancor maggiore!… Dopo quel furto stetti degli anni senza più tornare a Sea, ma questa valle ti strega, si insinua nello spirito e ti obbliga a fare e dire cose che forse… non avresti voluto. Chissà che quanto ho scritto non sia ancora una volta colpa sua.

SCHEDA: Supercontroles, Vallone de Sea

SCHEDA: Combinazione Temporale + Arco + Fantabosco, Vallone de Sea

SCHEDA: La valle dei Narcisi, Vallone de Sea

SCHEDA: Tra Parentesi, Vallone de Sea

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La storia del Cervino – parte 5

Storia del Cervino – parte 5 (5-6)

Il 14 luglio 1965, 100 anni dopo Whymper, la prima donna scala la parete nord: Yvette Vaucher, con il marito Michel e Othmar Kronig. È da notare che il 25 luglio 1963 Nadja Fajdiga, con Ante Mahkota aveva dovuto ritirarsi sulla cresta dell’Hörnli in corrispondenza della spalla.

Dall’11 al 13 agosto 1965 Annibale Zucchi e Giuseppe Lafranconi vinco­no la parete sud-est del Picco Muzio. Anche per colpa dei primi salitori non si sa molto su questa via, che deve essere però assai pericolosa nel canalone iniziale.

Annibale Zucchi sulla via dei Ragni al Picco Muzio
Annibale Zucchi e Giuseppe Lafranconi aprirono la via dei Ragni al Picco Muzio. La via, aperta dall'11 al 13 agosto 1965 dai due lecchesi, è uno splendido esempio di intuizione in grande anticipo sui tempi: trovare un itinerario estremo su roccia su una montagna simbolo come il Cervino. L'esempio fu poi seguito da Alessandro Gogna e Leo Cerruti sul Naso di Zmutt e da Hervé Barmasse e Patrick Poletto sullo Scudo del Cervino. Archivio Giuseppe Lafranconi, Livigno.

La parete nord-nord-ovest è sempre rimasta dimenticata per due ragioni: 1) l’assoluta verticalità interrotta solo da strapiombi, fuo­ri dalla portata dei tempi fino ad almeno il 1958 (Hasse-Brandler, Cima Grande di Lavaredo); 2) la parete non si vede da alcun centro abitato. Dopo la conquista delle più strapiombanti pareti dolomitiche, delle più verticali pareti ghiacciate (parete nord dei Droites, ecc.), delle ultime pareti granitiche del Monte Bianco (Blatières, Fou, ecc.) occorreva «qualcosa» che riassumesse tutto. Questo qualcosa poteva essere la parete del Naso di Zmutt, cioè la Nord-nord-ovest del Cervino. 1200 metri di altezza. I primi 400 di misto a 70°, 700 metri di roccia verticale e strapiombante, gli ultimi 100 facili, sulla cresta.

Nell’agosto 1968 Gianni Calcagno ed io saliamo alla base della parete verticale. Alla fine del 3° giorno, dopo una persistente bufera scappiamo sulla cresta di Zmutt. Nell’ottobre 1968 un poco serio e molto pubblicitario ten­tativo di Mirko Minuzzo, Enrico Mauro, Livio Patrile e Rolando Albertini. In 12 giorni superano solo 350 metri. 14 luglio 1969. Ritento, con Leo Cerruti. Alla sera del quarto giorno siamo in vetta. Un’arrampicata meravigliosa, dif­ficile e completa. Paragonabile alla Hasse-Brandler della Grande di Lavaredo, detratti ovviamente la quota, il misto iniziale, l’isolamento. Niente chiodi a pressione né corde fisse. Indubbiamente la mia «prima» più impegnativa. Venne usata la tecnica allora più nuova: i cordini con i nodi incastrati nelle fessure, due rurp consecutivi, bong delle dimensioni più grandi.

Il 14 luglio 1970 è la volta del pilastro sud est del Picco Muzio, af­frontato da Guido Machetto, Gianni Calcagno, Leo Cerruti e Carmelo Di Pietro. La via è di interesse tecnico, perché of­fre un’arrampicata sicura su roccia solida con elevate dif­ficoltà. I quattro bivaccano in vetta e per una bufera non proseguono sulla Furggen. Discesa a corde doppie lungo l’i­tinerario di salita. Pilier dei Fiori è il nome dato alla via.

Innocenzo Menabreaz e Oreste Squinobal
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Anche la parete sud del Cervino ha avuto la sua prima inver­nale. Su di essa si svolse una corsa che se non ebbe l’interesse della parete nord e neppure quei retroscena giorna­listici, ebbe invece una indubbia attrazione spettacolare. Ci mancava solo che i protagonisti si prendessero a colpi di piccozza. Il 19 dicembre 1971 Gianni e Antonio Rusconi con Giuliano Tessari stanno attrezzando la prima parte di parete. Arrivano il 20 Arturo e Oreste Squinobal con Giuseppe Cheney e Rolando Albertini (tutti e quattro guide). Nessuna alleanza. Il 21 discesa generale, per cattivo tempo. Il 22, i due Squinobal, Cheney e Albertini riprovano, segui­ti a presso da Ettore Bich, Jean Hérin ed Innocenzo Menabreaz (tutti e tre guide). Essi bivaccano 80 metri sotto ai primi. Il 23, raggiunta la cengia sotto la testa, Albertini e Cheney rinunciano alla competizione ed escono sulla Enjambée. A 70 metri dalla cima i tre dietro si accorgono di essere più lenti dei due Squinobal: Hérin si slega, scende da solo fino alla cengia. Bich e Menabreaz continuano e tre minuti dopo che il primo degli Squinobal è arrivato in vet­ta, Bich arriva a sua volta. Ordine d’arrivo: 1° Squinobal, 2° Bich, 3° Squinobal, 4° Menabreaz. Mai si era verificata una cosa simile: e nessuna di queste persone aveva ideato per prima la salita invernale della Sud. Infatti già nel marzo 1970 Gianni Calcagno e Leo Cerruti erano arrivati a 200 metri dalla cengia sotto la testa e si erano ritirati per cattivo tempo.

Dall’11 al 13 agosto 1972 i cecoslovacchi Zdislav Drlik, Leos Horka, Bohumil Kadlcik and Vaclav Prokes aprono una nuova via sulla pa­rete nord (via Cecoslovacca di Destra); indubbiamente di difficoltà non superiori alla via Bonatti. L’originalità di questa via è pressoché nulla. Tra l’altro gli ultimi 400 metri forzatamente in comune alla Schmid.

Già nel febbraio 1973 René Mayor, Raymond Joris, Robert Allenbach, Edgar Oberson, Jean e Daniel Troillet tentarono due volte l’invernale del Naso di Zmutt. Finalmente lo stesso Oberson, con Thomas Gros, riuscì nel suo intento, dal 21 al 28 febbraio 1974, con l’uso di molte corde fisse. Peccato che l’impresa fu appannata dal recupero in vetta, tramite elicottero, dei due esausti protagonisti!

Dal 14 al 16 febbraio 1977 il giapponese Tsuneo Hasegawa sale da solo e d’inverno la via Schmid.

Marco Barmasse
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Dal 10 al 12 gennaio 1978 una cordata di forti guide valdostane ha finalmente ragione della parete ovest d’inverno: Arturo e Oreste Squinobal, Rolando Albertini, Augusto Tamone, Marco Barmasse, Innocenzo «Nio» Menabreaz e Leo Pession giungono in vetta nell’infuriare della bufera. Purtroppo nella discesa un ancoraggio cede. Albertini precipita e muore, mentre Barmasse rimane ferito a una gamba. È l’inizio di un’odissea che si concluderà dopo quattro giorni con il recupero con l’elicottero dei sopravvissuti che nel frattempo avevano raggiunto la Capanna Carrel. Già tre anni prima, nel 1975, Marco Barmasse e Giovanni Hérin avevano tentato l’invernale della Ottin-Daguin: ingannati dal tracciato decisamente rettilineo pubblicato da Mario Fantin nel suo libro sul Centenario del Cervino, i due si erano impegnati per due giorni su una linea difficilissima, senza peraltro neppure arrivare al grande risalto verticale e strapiombante che caratterizza la metà parete. Le sette forti guide tre anni dopo, evitando quella variante e seguendo un itinerario più logico arrivano al risalto e qui trovano opportuno aprire una notevole variante a sinistra del passaggio che sia la cordata di Carrel sia quella di Ottin avevano superato.

Arturo Squinobal
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Dal 7 al 10 marzo 1978 le polacche Wanda Rutkievicz, Irena Kesa, Anna Czerwinska e Krystyna Palmowska salgono in invernale e cordata femminile la via Schmid alla Nord.

Dal 29 luglio all’1 agosto 1981 Michel Piola e Pierre-Alain Steiner vinsero il Naso di Zmutt per una via Diretta. Sia pur con molta moderazione, i due alpinisti svizzeri, che tante altre vie avevano aperto in quel modo, aprirono l’era degli spit anche sul Cervino. E, un po’ dopo, dal 26 al 31 dicembre 1982, ecco Daniel Anker e Thomas Wuschner risalire lo stesso itinerario in prima invernale. Ma, nel frattempo, il 12 e 13 luglio 1982 il fortissimo André Georges aveva salito il Naso di Zmutt (via Gogna-Cerruti) in prima solitaria. Ed era destino che ancora per un po’ questa via non dovesse avere semplici ripetizioni: infatti la quarta salita fu di Jean-Marc Boivin e ancora André Georges che, il 17 e 18 luglio 1986, la concatenarono in 24 ore con la cresta nord-nord-ovest della Dent Blanche!

Michal Pitelka (a destra) qui con Thomas Ulrich)
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Dal 21 febbraio al 1 marzo 1983 i cecoslovacchi Michal Pitelka, Jiří Smíd e Josef Rybička affrontano la parete nord, con l’intenzione di superare direttamente quel grande risalto che spicca nel settore sinistro della parete, unico tratto davvero verticale della Nord con uscita sulla Spalla. Un capolavoro passato in secondo piano ingiustamente, la via Cecoslovacca di Sinistra è stata ripetuta (nella parte più difficile) da Jasper e Schaeli nel 2011.

Pochi giorni dopo la fantasiosa guida di Valtournenche Marco Barmasse, assieme a Leo Pession, Luigi Pession e Gianni Gorret, s’inventa la bellissima prima invernale della via Deffeyes alla parete sud, in giornata (10 marzo 1983).

Francek Knez
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Ora è la volta di un’altra grande impresa passata nel dimenticatoio, ma che prima o poi verrà rivalutata come tutti i grandi capolavori. Il 15 e 16 giugno 1983, gli sloveni Francek Knez, Tone Galuh e Jaka Tucic affrontano la parete sud sulle rocce del Picco Muzio, a sinistra della Via dei Fiori, con l’intenzione di superare poi il grande risalto a strapiombi che sottosta all’obliquo della via Piacenza. Dal racconto di Knez, notoriamente modesto e contenuto nel giudicare i propri successi, traspare che i tre si sono trovati in grande difficoltà, nella nebbia, poi nel brutto tempo. Raggiunta la Spalla di Furggen, continuano a sinistra della via diretta (Carrel-Chiara-Perino) ma s’imbattono presto nella variante Bonatti. E qui decidono di scendere, percorrendo poi la cengia Mummery fino alla cresta dell’Hörnli e continuando in discesa per questa, rinunciando alla vetta. Ma quanto hanno fatto probabilmente basta già per parlare di grande impresa anche se un po’ offuscata dall’incompletezza. Trije musketirji (I tre moschettieri) è il nome di quest’itinerario tutto da riscoprire.

Nel settembre 1983 il francese Jacques Sangnier, non nuovo a questo genere di imprese, sale in quattro giorni e in solitaria la via Ottin della parete ovest. Pochi giorni dopo, il 28 settembre, Marco Barmasse e Vittorio De Tuoni fanno la prima ascensione del lungo crestone sud-ovest del Picco Muzio. Raggiunta la sommità del Pilier dei Fiori, proseguono fino alla vetta del Picco Muzio, nell’ultimo tratto congiungendosi con la via dei Ragni. Per maggiori informazioni sulla ragnatela di vie del Picco Muzio vedi il post apposito. Nel frattempo, approfittando del bel tempo stabile, il 29 settembre Renato Casarotto e Gian Carlo Grassi riescono nella prima ascensione della verticale muraglia della parete sud del Pic Tyndall. Nei pressi si svolgerà anche la prima ascensione della parete sud-est (sullo stesso Pic Tyndall), 4 ottobre 1983, Giovanna De Tuoni con Marco Barmasse e Walter Cazzanelli.

Lo stesso Barmasse, con Walter Cazzanelli e Augusto Tamone, il 17 marzo 1984 ripete (in prima invernale) la via Casarotto-Grassi. Ancora Marco Barmasse ha l’idea di realizzare (11 settembre 1985) il concatenamento in 1a solitaria, 15 ore, di tutte le creste del Cervino: ascensione della cresta di Furggen (1a solitaria lungo gli “strapiombi”), discesa cresta dell’Hörnli, ascensione cresta di Zmutt e discesa cresta del Leone.

Yvan Ghirardini
Cervino5-Ivano Ghirardini -1980

Dopo il magnifico exploit del francese Yvan Ghirardini, che nell’inverno 1977-1978 aveva concatenato da solo (senza alcun aiuto esterno) la Nord del Cervino (via Schmid, 21 dicembre 1977), la Nord delle Grandes Jorasses (sperone Croz, 7-9 gennaio 1978) e la Nord dell’Eiger (via Heckmair, 7-11 marzo 1978), l’esempio viene ripreso qualche anno dopo dai più forti campioni del momento. Il 25 luglio 1985 il francese Christophe Profit effettua in meno di 24 ore il concatenamento estivo (con uso di elicottero e grande diffusione mediatica) delle pareti nord di Grandes Jorasses, Eiger e Cervino. Lo sloveno Tomo Česen lo imita e lo supera dal 6 al 12 marzo 1986 con il concatenamento invernale delle stesse pareti. Il che provoca la reazione di Profit che, il 12 e 13 marzo 1987, fa lo stesso concatenamento in 41 ore.

E in tema di grandi velocità, compare il primo record della salita al Cervino: il 10 agosto 1990, Valerio Bertoglio sale alla vetta del Cervino di corsa (da Cervinia a Cervinia in 4 ore e 16 minuti, per la cresta del Leone).

(continua)

Valerio Bertoglio
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Gian Carlo Grassi, l’architetto dei ponti di cristallo

L’architetto dei ponti di cristallo
di Mauro Mazzetti (l’articolo è stato pubblicato su Infraisassblog3, Antersass Casa Editrice, nel 2008)

Basta fare due semplici conti. Per laurearsi in architettura bisogna studiare cinque anni, se uno è molto bravo e fortunato, poi, aggiungere un biennio di tirocinio, durante il quale l’aspirante architetto impara alla perfezione a tirare righe e a fare fotocopie in uno studio, infine sostenere con esito positivo l’esame per l’abilitazione (facciamo che ci sia una volta all’anno): tirando le somme, fanno all’ingrosso otto o nove anni. Quindi, dopo questo periodo, il novello architetto può cominciare seriamente a lavorare.

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Per quanto ne so io, Gian Carlo Grassi non ha studiato architettura; eppure nel suo genere è stato veramente un architetto con i fiocchi e i controfiocchi. Certo, non parliamo di ponti e di costruzioni come usualmente li immaginiamo; i suoi ponti li ha pensati e ideati in ambienti totalmente diversi dalla città. Gli studi di architettura Grassi li ha svolti e completati “sul campo”, ossia in montagna, conseguendo una specialissima laurea honoris causa in architettura del territorio.

Architetto-giancarlo-grassi_archivio-popi-miotti-e1302072565559Passo dopo passo, sto risalendo la Valnontey. Mi lascio alle spalle Gogne e i suoi fantasmi non sopiti, risalendo ancora una volta il vallone che conduce dalle praterie assolate di Sant’Orso fino al ponte dell’Erfaulet. Qui, citando dall’omonimo ultimo libro di Franco Brevini, si schiudono le porte per un nuovo mondo, fatto di pietra e di ghiaccio. Da qui riprendo a rimuginare, i pensieri che si formano e si sviluppano in sintonia con la risalita lenta della traccia di sentiero attraverso la morena bonificata dalle piante pioniere. “La fantasia al potere”, si gridava negli anni settanta, e Grassi ha fatto tesoro di questa laica formula, immaginando nuove frontiere (per dirla con Andrea Gobetti). Certamente, dire “nuove frontiere” può sembrare retorico, o quantomeno inappropriato, ragionando di montagna. Eppure, forse, qualcosa di vero c’è.
Al di là del filo della grigia morena si stagliano i tormentati seracchi bianchi del ghiacciaio della Tribolazione, acquattati sornionamente ai piedi delle vette che circondano il Gran Paradiso. E’ la prima volta che mi siedo accanto alla porta del bivacco Martinetti, araba fenice che rinasce dai suoi rottami, spazzato via dalle valanghe e sempre ricostruito. Domani andremo sulla parete nord del Gemello occidentale di Roccia Viva 3610 m, la cui prima salita del 1979 porta la firma dei tre specialisti Stefano De Benedetti, Gianni Comino e Gian Carlo Grassi. Proprio tre bei tipi, quelli lì: De Benedetti, spericolato interprete di un antico e romantico sci estremo; Comino, piemontese puro sangue con la valutazione calibrata di un ragioniere d’alta quota; Grassi, visionario illuminato alla ricerca di effimere strutture glaciali.

Il tramonto incendia la cresta di Money, la Roccia Viva e tutte le altre cime disposte a raggiera; fantastico oziosamente, contento della assoluta e totale solitudine. E’ strano come si entri in sintonia con una persona senza averla mai vista, se non in fotografia, e senza mai averle parlato. Così mi sento io nei confronti di Grassi, che ho imparato a conoscere leggendo e rileggendo le relazioni delle sue salite, intrise di locuzioni e vocaboli a volte grammaticalmente azzardati, ma sempre concettualmente chiari ed esplicativi. Che io sappia, Grassi non ha mai scritto libri di letteratura di montagna: forse non ne aveva voglia, o forse non ne aveva il tempo, intento com’era a passare da un monte a un altro, da una cascata di ghiaccio a una via di roccia. Resta il fatto che “Gian” ha lasciato molte guide, e tutte permeate del suo incessante bisogno di ricerca e di stupore. Ricerca, perché sempre teso a vedere linee di salita dove altri non vedevano neanche la montagna. Stupore, perché ogni via nuova era la sintesi della meraviglia fanciullesca che lo animava.
La solita inutile frontale viene irrisa dal nero profondo delle rocce che ci circondano. In lontananza e in alto, con molto ottimismo, scorgiamo l’impercettibile biancheggiare dei seracchi sotto la nostra parete. Scendiamo e risaliamo, cercando il passo migliore e il percorso giusto nel dedalo labirintico dei canalini che formano lo zoccolo roccioso (la relazione di Grassi dice “con facili ma divertenti passi di misto”). Ci scrolliamo finalmente di dosso i “divertenti passi di misto” e mettiamo piede sul ghiacciaio, che man mano aumenta la sua pendenza con l’avvicinarsi della parete. Chissà se Grassi ha sentito “il gatto nella pancia”, come dice mia zia; chissà se ogni salita è stata per lui come se fosse la prima, con il carico della tensione e delle emozioni che ti aggiunge peso allo zaino, con il timore rispettoso della parete, del sentirsi piccolo piccolo di fronte alla montagna. Forse a lui erano ignoti questi sentimenti, tutto teso al raggiungimento dell’obiettivo. Di Giuseppe Verdi è stato detto che non creava musica, ma che se ne liberava trascrivendola sullo spartito. Per Grassi azzardo un paragone: le linee di salita erano dentro di lui, frutto di intuizioni fulminee, nella logica del carpe diem, del “cogli l’occasione e l’attimo”.

Architetto-GRASSI-GCProgrediamo bene, in conserva protetta anche sul ripido scivolo, con movimenti attenti e precisi. Piccozza 1, rampone 1, rampone 2, piccozza 2; e via di nuovo, con infiniti cicli ripetitivi. Cosa c’è di più monotono? Eppure Grassi è riuscito a rendere nuovo e diverso ogni suo passo su neve e ghiaccio, scoprendo sensazioni sempre differenti, percependo vibrazioni emozionali dove tutti gli altri sentivano solo profondo e vuoto silenzio.
Il pendio si impenna, ultimo rigurgito di verticalità prima della vetta, poi spiana progressivamente, concedendoci una vista aspra e selvaggia, incomparabilmente severa e affascinante. La via, logica e mai forzata nel suo sviluppo naturale, ci ha preso per mano e ci ha accompagnati con delicatezza e decisione sulla porta di un mondo di sogni, quel mondo che Grassi ha esplorato con la lente di ingrandimento di un avido e ininterrotto bisogno di cercare e di trovare. Forse di capire. La sua sfrenata attività, che lo portò tra il 1984 e il 1985 a salire più di cento cascate e couloirs ghiacciati (non a caso proprio nelle valli di Gogne c’è Centesimo gelato di stagione), lo ha spinto a esplorare valli nascoste e grandi montagne alla moda, sia in bassa sia in alta quota; ha scovato vie nuove tanto sulle colline delle valli di Lanzo quanto nei gruppi del Bianco e del Rosa, in compagnia di carneadi sconosciuti e di grandi nomi dell’alpinismo internazionale. Non sta a me inquadrare storicamente tutta la sua attività e i titoli conseguiti; mi basta ricordare come Grassi sia stato Accademico prima che guida alpina, componente del Gruppo internazionale di alta montagna prima che istruttore nella scuola di alpinismo “Gervasutti” di Torino.
Iniziamo la traversata della cresta che ci porta sulla vetta principale della Roccia Viva. Ci affacciamo guardinghi sul pendio della Nord, che Grassi, Comino e De Benedetti hanno percorso in discesa dopo la prima al Gemello occidentale, i primi due con i ramponi, il secondo con gli sci. Noi ci limiteremo a seguire la via normale, tutt’altro che semplice, e anzi assai complessa e delicata. Mefist ice, Filo di Arianna, Un’intuizione da immaginare, Coboldo caustico, Dies irae, Ice fresser: tutti nomi evocativi di suggestioni lontane e inafferrabili, nomi che Grassi ha utilizzato per battezzate alcune delle sue innumerevoli vie nuove. Instancabile, appena tornato dal Canada con Casarotto e Ghigo, ripartiva con clienti per salire nuove cascate di ghiaccio, per affrontare i seracchi del Mont Maudit al Bianco, per dirigersi poi verso improbabili e parcamente ripetute goulottes sul Breithorn e sulla Roccia Nera nel gruppo del Rosa.
Stiamo finalmente per mettere piede su una decente traccia di sentiero dopo tanto penare; anch’io volgo lo sguardo verso la bastionata rocciosa che sorregge l’altopiano del Money, incisa da solchi ricolmi di acqua scrosciante. Mi riesce facile immaginare Grassi mentre architetta una nuova salita tornando a valle con un cliente, colpito da una cascata che risplende nella luce d’agosto e che chiamerà appunto Flash estivo.

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La tensione finalmente si scioglie. Non ci resta che mettere un piede davanti all’altro e ripercorrere il lungo vallone di accesso, liberi di parlare di tutto e di niente. Come un pipistrello, richiudo metaforicamente le mie orecchie, lasciandomi cullare dal rollio e dal beccheggio dei miei passi stanchi. Sogno di essere in automobile, lungo la strada che porta al Monginevro: passando veloci attraverso la campagna e i paesini della valle, Condove è solo un nome come tanti. Condove è il paese di Grassi, dove lui tornava sempre, sia che venisse dal Nepal, sia che rientrasse dalla Val Varaita. C’è un’atmosfera strana, un’ansia sottile che mi prende a poco a poco, quando passo di là; è come se l’energia sprigionata da Grassi avesse creato un campo magnetico, o elettromagnetico, o elettrostatico, o che so io. E’ una forza che non si affievolisce, che non si è esaurita neanche il primo giorno di aprile del 1991 sul Monte Bove, dove una cornice di neve ha disinserito per sempre l’interruttore della macchina che produceva quell’energia.

Mauro Mazzetti ha passato molti anni della sua vita a camminare, a pensare, a scalare, a sentir musica. Prima separatamente, poi ha creduto di poter sintetizzare il tutto. Allora ha cominciato a scrìvere: ciò non ha costituito però sintomo incontrovertibile ed inoppugnabile di conquistata maturità e di acquisita saggezza. Ad oggi continua pervicacemente a camminare, a pensare, a scalare, a sentir musica. E colposamente a scrivere.

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Grandes Jorasses, la parete nascosta

La SSE delle Grandes Jorasses
di Luca Signorelli

Storia di una “parete-mostro”
C’è un’espressione inglese, “hidden in plain sight” – nascosto in piena vista – che potrebbe riassumere bene la storia di questa gigantesca, terribile e meravigliosa parete, la SSE della Grandes Jorasses, 1200 metri (o 1350, a seconda delle condizioni del ghiacciaio e di come si vuole definire la parete, ma in ogni caso circa 200 m più alta della famosa Nord) a picco sul microscopico ghiacciaio di Pra Sec (ultimo ghiacciaio del Bianco ad essere stato percorso da esseri umani), a sua volta sospeso un migliaio di metri sulla verdissima Val Ferret. Dalla vetta delle Grandes Jorasses 4208 m ai casolari di Tronchey, sul bordo della trafficata strada di fondo valle (1600m), sono 3200 m di dislivello, coperti in poco più di 2500m di spostamento orizzontale.

E’ una delle “prominenze” più significative della catena alpina, ma, nonostante la SSE delle Jorasses domini letteralmente la placida Val Ferret, con i suoi chalet, il suo traffico turistico e il suo improbabile campo da golf, la realtà rimane che dal 1928, questa parete è stata percorsa solo cinque volte, per cinque itinerari diversi. Cinque salite in 88 anni – un altro record. La parete nord della stessa montagna, al fondo della Mer De Glace, nello stesso periodo è stata salita centinaia di volte. Difficile dire il motivo. Forse un sortilegio?

La parete SSE delle Grandes Jorasses (non visibili i primi 200 m di parete): A=parte inferiore della parete est delle Aiguilles de Pra Sec; B, C e D=Terza, Seconda e Prima Torre di Tronchey; 1=Gogna-Machetto, 1972; 2=Phantom Direct, 1985; 3=Plein Sud, 2010; 4=Croux-Croux-Rand Herron, 1928; 5=Cresta di Tronchey (Croux-Gilberti), 1936
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La storia di questa parete inizia quasi per caso. Nel 1923 Guido Alberto Rivetti, Francesco Ravelli (entrambi piemontesi) e la guida di Courmayeur Evariste Croux, salgono in tre giorni la lunga cresta di Pra Sec, lungo un itinerario in seguito ripreso (forse) non più di cinque o sei volte. È durante questa salita che Rivetti formula la sua famosa definizione della parete: “Una muraglia infernalmente viva sembra opposta allo sforzo dannato del ghiaccio che vuole entrarle nel cuore”. Il giorno seguente la cordata risale una parte della sezione superiore della cresta di Pra Sec, poi gira a sinistra, infilandosi nella parete, risale brevemente il tratto “meno” ripido (50°!) del canalone superiore di quella che nel 1985 diventerà la Direttissima Comino, quindi, si infila ancora a sinistra per il couloir che porta prima all’ultimo salto della cresta di Tronchey e infine, per una breve crestina, alla Punta Walker.

Alberto Rand Herron
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Per l’epoca e ancora per oggi, è una salita di enorme rispetto. Ma il sortilegio della SSE (e le Jorasses sono la montagna dei sortilegi!) entra subito in azione: al di là di un bell’articolo di Rivetti sulla Rivista Mensile del CAI e delle relazioni pubblicate sulla Vallot e sulla Guida dei Monti D’Italia del 1967, la via (che tocca solo brevemente la parete, ma in un certo senso ne è attratta) finisce in un totale dimenticatoio, interrotto solo dalle elucubrazioni di pochi, solitari amanti dei luoghi più impervi del Bianco.

Nel luglio 1928 Albert Rand Herron, esploratore-alpinista americano, ingaggia il medesimo Evariste Croux per tentare l’allora inviolata cresta di Tronchey. Evariste a sua volta co-opta come portatore il giovane cugino Eliseo. La cordata sale spedita, ma arrivati in vista del camino che separa la seconda dalla terza torre, la scarsa visibilità e le condizioni ghiacciate convincono il gruppo a cercare una via di uscita diversa. I tre decidono di scendere in doppia il mostruoso canalone-camino che contorna la Tronchey sulla sinistra, sperando che questo porti al di sopra della terza torre. Evariste decide di continuare a sinistra, inventandosi un difficile passaggio della grande torre centrale (quella della via Gogna-Machetto del 1972), poi si infilano nel canalone di sinistra, più o meno all’altezza di dove erano arrivati Ravelli e soci. A questo punto sarebbe facile proseguire per la via del 1923, ma Evariste Croux non è guida da lasciarsi sfuggire una ghiotta occasione di esplorazione sulle Jorasses, quindi la cordata infila il ben più ripido canale che separa la torre centrale della parete dalla cresta di Tronchey. E’ un canale molto duro per i mezzi del 1928 e la cordata risale usando le rocce sulla destra. In cima si congiungono con la Tronchey e di lì arrivano alla Walker.

Gian Carlo Grassi
GrandesJorassesPareteNascosta-Signorelli0002Poi, per 45 anni, il silenzio cade sulla parete. L’accesso è troppo difficile, le difficoltà eccessive perché chiunque possa pensare ad una nuova linea. Ed è la parete N, con i suoi immensi pilastri, che monopolizza l’attenzione del mondo alpinistico sulle Jorasses. Tutta la storia della parete SSE sembra congelarsi intorno ad una frase fatale, scritta da Gino Buscaini nella guida “Monte Bianco II”, pubblicata nel 1967 dal CAI. La frase si trova a pagina 160 e credo di non essere stato il solo teenager dell’inizio degli anni ‘70 a sognare ad occhi aperti nel leggerla: “Notiamo infine che resta “da fare” la prima ascensione completa della parete”.

Plein Sud. Foto: Marcello Sanguineti
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Nel 1972 Alessandro Gogna (già famoso, nonostante la giovane età, per la solitaria allo sperone Walker e per la “quasi” invernale alla Cresta di Peuterey integrale del 1971) quasi casualmente unisce le forze a Guido Machetto, fortissimo alpinista biellese, per salire quella “parte inferiore della parete” che è sfuggita a tanti cacciatori di prime. Percorrono il piccolo Ghiaccio di Pra Sec, ultimo ghiacciaio rimasto inviolato nell’intera catena del Bianco. Nel tardo pomeriggio risalgono l’unico ripido canalone al fondo del grande imbuto, sotto scariche paurose che provengono dai canali superiori. Poi la salita cambia tono e, da tesa ed estremamente difficile, diventa una grande cavalcata sui vertiginosi crestoni del pilastro centrale della parete, con difficoltà classiche, ma molto continue. Poi la vetta e la discesa. È una salita straordinaria, condotta in uno stile pulitissimo, non sempre popolare in quegli anni di vie alpine salite in stile himalayano. Ma, di nuovo, non ha nessuna risonanza, se non sulle riviste specializzate. Nel 1979 Buscaini stesso pubblica la relazione della salita sul volume numero IV della guida Vallot, ad oggi l’ultimo tentativo di fare una guida alpinistica “definitiva” alle Jorasses.

Nello stesso 1979, altri occhi curiosi si posano sul “mostro”, ma in inverno. Appartengono a Giancarlo Grassi. Reduce dall’esperienza del Nuovo Mattino, in quegli anni Giancarlo, assieme a Gianni Comino, sta cercando di portare in ambiente alpino lo stesso spirito esplorativo e trasgressivo dei pionieri della Valle dell’Orco. Insieme a Comino si è inventato lo sport – pericolosissimo – della scalata diretta di seracchi. E sempre assieme a Comino, nel 1978 ha scalato l’Ypercouloir delle Jorasses, la prima goulotte di ghiaccio del Bianco esposta a S che sia mai stata salita. Grassi, che ha un occhio leggendario per le nuove vie, nota che in inverno la parte bassa della parete si congela con un’evidente serie di belle goulottes. In alto, nota la mostruosa spaccatura fra il crestone centrale e la III Torre di Tronchey. Chissà, magari lassù c’è del ghiaccio.

Plein Sud: nel colatoio finale. Foto: Marcello Sanguineti
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Nel 1980 Comino muore, durante un pazzesco tentativo solitario ai seracchi di destra della Poire. Grassi non rallenta minimamente l’attività e, insieme a nuovi compagni, “inventa” la scalata delle cascate di ghiaccio di fondovalle (anche se non è il primo a praticare!), ma non dimentica la sua passione per i couloir fantasma, effimeri, che possono durare solo pochi giorni all’anno e richiedere mesi (se non anni) di appostamenti per essere saliti. Per le Jorasses di anni ce ne vorranno cinque e di tentativi sei. Poi, il 19 giugno del 1985,

Giancarlo Grassi, assieme ai più giovani Renzo Luzi (guida alpina della Val di Susa) e Mauro Rossi, parte per la parete. In cinque ore salgono dai casolari di Tronchey alla base vera e propria (portandosi dietro manici di scopa segati come improvvisati paletti da neve per superare la fronte del ghiacciaio!), e durante la notte salgono i 450 metri inferiori, seguendo per almeno 200 m la via Gogna-Machetto. Poi si buttano nel canale di raccordo superiore, verso “il mostro”: il nero camino dietro la terza torre di Tronchey. Ma ad una rapida occhiata si rendono conto che non è praticabile (nel 1985 il “dry tooling” non esiste!). Traversano lungamente a sinistra, si infilano dell’enorme couloir dove passa la via del 1923 e lo risalgono integralmente, sempre slegati, con difficoltà fino a 90°. Devono fare in fretta, perché una tempesta si sta preparando – escono sul plateau superiore delle Jorasses appena in tempo per evitarla. La via si chiamerà Direttissima Gianni Comino Memorial Route o Phantom Direct.

La parete SSE delle Grandes Jorasses: in verde, Gogna-Machetto, 1972; in rosso, Phantom Direct, 1985; in giallo, Plein Sud, 2010
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Tornato a valle Giancarlo dichiarerà: “È una via che non sarà ripetuta tanto presto”. Profezia assolutamente rispettata! Nei 25 anni successivi nessuno riesce a salire “il mostro” Si parla di tentativi, voci, pettegolezzi nel mondo alpinistico locale che non trovano mai riscontro. Poi, il 22 maggio 2010, tre alpinisti italiani e uno francese (di origini italiane) aggiungono un tassello agli 88 anni di storia della muraglia di Tronchey: Sergio De Leo, Michel Coranotte, Marcello Sanguineti e Marco Appino hanno hanno aperto Plein Sud, in tutto oltre 900 m di VI d’ambiente, WI4+/5R, M6+.

Plein Sud termina a poca distanza dalla brèche della III Torre di Tronchey. Percorre dapprima i 450 m di goulottes, inizialmente della Gogna-Machetto, poi della Phantom Direct. Dove Grassi & C. avevano traversato a sinistra, Plein Sud prosegue invece pressoché diritta lungo i 250 m circa del couloir centrale, fino al gran camino che nasconde un’incassatissima goulotte di ghiaccio e dry-tooling. Il tutto, realizzato dopo un bivacco a poca distanza dalla crepaccia terminale, ma anche e soprattutto dopo un’attesa e uno studio della parete durati anni: per cogliere il momento giusto, quell’attimo che, se ti sfugge, rende queste pareti inafferrabili.
Plein Sud, infatti, raccoglie l’eredità visionaria di Grassi e Comino. Quella loro “pazza” e per certi versi “insana” passione per i couloir fantasma, quelli che – lo dice la parola stessa – si formano solo in particolari condizioni, o, meglio, quasi mai. Insomma: una situazione da cogliere al volo, ma anche da saper leggere e interpretare. Ultimo particolare – per capire bene di cosa stiamo parlando: quella di Plein Sud è la 5a salita della parete sud delle mitiche Grandes Jorasses!

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Flash di alpinismo 5

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 05 (5-13)
di Massimo Bursi

Pezzo di cretino
Pezzo di cretino, cosa ne sai tu della montagna, cosa ne sai tu della mia vita, delle mie idee? Certo tu ti senti a posto, ti senti sicuro, hai raggiunto una posizione, hai il futuro spianato; ma sei proprio sicuro di essere felice, hai tu provato una sola delle sensazioni che io ho provato?
No, non avevo sbagliato tutto, in montagna realizzavo me stesso (Giampiero Motti).

Ogni vero alpinista si crede incompreso e gli piace credersi diverso da tutti gli altri. Il proprio alpinismo diventa una bolla in cui isolarsi e in cui poter giustificare la propria incapacità di vivere assieme con gli altri.

Ogni alpinista pensa che le sensazioni che vive in parete siano uniche.

Ogni alpinista pensa che in montagna riesce a realizzare sè stesso e che gli altri, schiavi dei mille vincoli della pianura, saranno per sempre insoddisfatti.

Così in questo modo mettiamo in pace la nostra coscienza quando vediamo gli altri camminare mano nella mano con la loro ragazza, o sfrecciare allegri e leggeri sulle loro automobili.

Tu invece no, tu devi realizzare te stesso lassù!

Oggi scendi dal piedestallo su cui pensi di stare e non crederti questo superuomo!

Giampiero Motti mitizzato ad effigie come Ernesto Che Guevara. Motti in Piemonte ha sviluppato ed ideologizzato il movimento italiano della nuova arrampicata.
Al pari del Che, anche Motti ha ispirato molti ragazzi. Motti ha teorizzato un nuovo approccio con la montagna e con la parete. Un approccio leale lontano dalla retorica simil-militarista.
Mai avrebbe potuto prevedere l’attuale degenerazione e banalizzazione del movimento trasformatosi in arrampicata molto sportiva.
Flash 5 - 11Velocità’
Quando si pattina su ghiaccio sottile, la salvezza sta nella velocità (Ralph Waldo Emerson).

Arrampicare significa continuare a stupirsi di come non si sia ancora caduti. Arrampicare è equilibrio precario. Arrampicare è non credere ai propri occhi ma rimanere precariamente attaccati alla parete come lucertole.

Su certi passaggi, su certe pareti bisogna correre veloci e non stare molto a pensare. La velocità conduce in zone a minor rischio. A volte correre serve pure per tranquillizzare la nostra mente che non riesce ad accettare una precarietà così spinta.

Su una traversata, dove sai non conta chi salga da capocordata o da secondo, soprattutto se il traverso è esposto, correre ti serve per esorcizzare la paura che hai.

Se corri riuscirai ad evitare il maltempo. L’alpinista veloce è sempre l’alpinista più sicuro.

Il ghiaccio, più della roccia, accentua questa fragile e mutevole precarietà. Il ghiaccio che si ammorbidisce durante la giornata di sole, ti obbliga a tagliare i tempi di percorrenza.

Corri ragazzo, corri! La tua sicurezza passa anche dalla tua velocità.

Una bella e facile cresta di neve verso la cima finale. I pericoli sono tanti, ma la bellezza dell’alta quota è sicuramente molto suggestiva.
Flash 5 - 10Visionari
I visionari sono le persone che vedono un po’ più in là degli altri. Perfetto l’esempio del rock. Dove sono i visionari dell’avventura oggi? Mah. Certamente non nel grande circo no-limits, ma ci sono, ci sono. Ad esempio due miei amici carissimi che per decenni hanno scalato montagne mai salite prima senza dire niente a nessuno, limitandosi a costruire una volta giunti sulla cima sulla cima un ometto con dentro un bigliettino dove era scritto il loro nome e la data della loro salita. Forse oggi, nell’era della supermediaticità, il visionario sceglie di fare cose per se stesso limitandosi a comunicarle ad un pubblico ristretto in grado di recepire il loro valore simbolico, di altissima valenza etica e poetica. Le super performance ormai inflazionate non possono, secondo me, ispirare alcuno se non ad una emulazione atletica, che è cosa pregevole ma non ha niente a che vedere con il sacro fuoco dei nostri preferiti. Poi, detto tra di noi, che noia tutti quegli exploit ripetitivi! Che noiosi e tristi tutti quei personaggi a dieta e allenamento forzato, malinconici astemi, avari di se stessi, senza amici veri, senza risate, senza errori (Mirella Tenderini).

Sebbene sia difficile aggiungere qualcosa di sensato a quanto ha già espresso la Tenderini, mi piace l’idea che ci possano essere dei visionari sempre un passo avanti.

Ecco i miei visionari del rock e dell’alpinismo: Bob Dylan e Lorenzo Massarotto, persone con la capacità di anticipare i tempi senza mai restare ostaggi del proprio mito.

Bob Dylan è un cantautore che continuamente gioca a nascondino con il mondo, riservato e misterioso, minimalista e iconoclasta, semplice ed ombroso al tempo stesso, sempre disallineato con il grande circo mediatico musicale, con un caratteraccio ruvido e diffidente verso il mondo. Mi piace ricordare il suo isolamento dal mondo con la frase “io sono le mie parole”, mentre il suo minimalismo può essere riassunto nella frase “quel che riesco a cantare, lo chiamo canzone. Quel che non riesco a cantare, lo chiamo poesia”.

Seppure molto diverso e noto solo ad una ristretta elite anche Lorenzo Massarotto è stato un alpinista visionario. Lontanissimo dal circo mediatico dell’alpinismo sponsorizzato, ha compiuto splendide salite in posti ancora selvaggi come le Pale di San Lucano, di cui tanti parlano ma pochi frequentano.

Ha effettuato prime salite con pochissimo materiale, fedelissimo ad un’etica rigidissima che vedeva anche l’utilizzo di nut e friend come un artificio. Ha effettuato impegnative ripetizioni invernali e solitarie facendo riferimento soprattutto al proprio spirito e alla propria forza di volontà.

Non ha mai scritto nulla e di lui si ricordano rare interviste. Non ricorreva a sponsor e di lui si ricordano soprattutto gli spostamenti dalla pianura padovana alle Dolomiti a bordo di un vecchio motorino Ciao.

In un’epoca in cui anche l’alpinismo diventa una forma di esibizionismo, Lorenzo Massarotto sembra essere l’ultimo cavaliere della montagna che rifiuta anche nut e friend poiché troppo tecnologici.

In ogni paese c’è sempre un personaggio eccentrico chiamato da tutti il visionario perché parla di cose semplici ma strane ed ha sempre lo sguardo rivolto ad un punto lontano.

Lorenzo Massarotto dopo l’apertura di una delle ultime delle sue centoventi vie in Dolomiti: sfugge anche all’obiettivo della macchina fotografica.
Flash 5 - 9Il punto di vista della guida
Le tre regole della guida alpina: il cliente sta cercando di ucciderti, il cliente sta cercando di uccidersi e il cliente sta cercando di uccidere il resto dei clienti.

Proviamo a metterci nei panni della guida alpina.

Sotto il bel distintivo guadagnato con fatica e sacrifici, lui è ora pronto a portare i clienti su diversi itinerari alpinistici.

Quando vedi la tua guida chiusa in sé stesso, non è depresso perché la via è facile, ma sta semplicemente cercando di anticipare le tue mosse di maldestro cliente cittadino che non vede e non sente i pericoli.

In montagna bisogna stare sempre all’erta e la guida si porta sempre dietro un cliente generatore di problemi, di ansie e di potenziali pericoli.

Fa bene ogni tanto mettersi nei panni di una guida alpina.

Non sempre l’abito fa il monaco. Chi mai direbbe che questo ragazzo, Werner Braun, qui fotografato sulla via Pacific Ocean sul Capitan, sia uno stimato professionista del Soccorso Alpino e diverse cordate incrodate sulle grandi pareti della Yosemite Valley sono riuscite a tornare a valle grazie a lui!
Flash 5 - 8Tempi moderni
Non andavamo per fare grado, ma per fare stile (Heinz Mariacher).

Nell’epoca in cui l’alpinismo macho cominciava ad avere il fiato corto, ecco che Heinz Mariacher, detto Bostik per la sua impareggiabile bravura a tenersi, sugli appigli ed appoggi più insignificanti, inventa un’idea nuova, fresca e diversa di salire le Dolomiti.

Con lui lo stile diventa fondamentale. Non importa aprire una via, ma importa aprire una via in libera, con poche protezioni, nessuno spit e possibilmente dare alla via un grado eccessivamente basso per minimizzare l’impresa compiuta.

Così venne aperta la via Moderne Zeiten in Marmolada ad oggi riconosciuta come il capolavoro di Mariacher.

Peccato però che questo stile di assoluta arrampicata libera lo abbia costretto in una gabbia che ha permesso a Igor Koller e Jindrich Sustr di aprire la via del Pesce, sempre in Marmolada: loro si facevano meno problemi ed erano più focalizzati sull’obiettivo. Sicuramente avevano anche meno tempo di Mariacher e Iovane.

Sento spesso i ragazzi che vanno a fare certe vie solo per il grado elevato e trascurano alcune meravigliose vie o alcune pareti perché non hanno il grado interessante.

C’è di più: oggi vanno di moda le pareti strapiombanti che offrono gradi elevati che si possono raggiungere con tanto allenamento fisico e poca tecnica. Al contrario le vie in placca che necessitano di elevatissima e sofisticatissima tecnica, ma con gradi stretti e severi, sono spesso a torto trascurate.

Ricordati che il grado che tu fai, se non ti alleni, è destinato ad abbassarsi, mentre lo stile ti rimane per sempre e ti darà sempre soddisfazione.

Luisa Iovane sulla splendida fessura da affrontare in Duelfer sulla via Moderne Zeiten in Marmolada. Intere generazioni di aspiranti arrampicatori del Nuovo Mattino hanno sognato su questa fotografia. Sono trenta metri di elegante sesto grado assolutamente libero e senza chiodi che dovrebbero dare molta soddisfazione.
Flash 5 - 7Il viaggio
Un viaggio di mille miglia comincia con un passo (Lao Tze).

Quando guardo quanto devo camminare, ripenso alla massima di Lao Tze e comincio ad accumulare passo su passo fino ad arrivare alla meta. Spesso la meta è solo l’inizio.

Cammini quattro ore per arrivare sotto la parete da scalare. Quando parti alla mattina la tua meta è lo spiazzo, il passo, la cengia da cui ti legherai. Poi la meta si sposta e diventa la parete. Infine, nella discesa, la meta è di nuovo l’area dove slegarsi ed infine la meta diventa la macchina in fondo valle.

Il viaggio è una metafora della vita.

Se comperarti una casa sembra uno sforzo impossibile, comincia a risparmiare denaro: mese su mese i soldi si accumulano e l’obiettivo diventa raggiungibile.

E’ un lungo viaggio.

Spesso si pensa di conoscere la meta del proprio lungo viaggio ma non sempre è così.

Uno dei viaggi alpinistici più metaforici e più ricchi di significato avvenne nel 1968 quando Yvon Chouinard e Doug Tompkins partirono con un vecchio furgone dalla California per raggiungere la Terra del Fuoco. Fu un lungo viaggio in cui scalarono rocce e sassi, cavalcarono onde con il surf e tornarono con le idee chiare sul proprio rispettivo futuro professionale.

Fu così che nacquero le aziende Patagonia e North Face ed Yvon Chouinard e Doug Tompkins ne sono i rispettivi fondatori.

Quando affronti un viaggio, mettiti in testa di portarti sempre a casa un sogno.

Yvon Chouinard nella sua prima officina dà sfogo alla sua creatività e alla sua inventiva producendo attrezzatura all’avanguardia. In questa officina negli anni 70 si produceva il miglior materiale di arrampicata del mondo.
Negli anni successivi la Chouinard Equipment si trasformò, a causa di alcuni problemi legali che la portarono in bancarotta, nella Black Diamond, ancora oggi un’azienda produttrice di eccellente attrezzatura.
Tutto però partì da questa officina a Ventura sulle coste del Pacifico californiano. A parte il chiodo rurp, non inventarono nulla di nuovo ma migliorarono esteticamente e funzionalmente gran parte dell’attrezzatura alpinistica in uso.
Tom Frost, l’autore della fotografia, era solito definirsi piton engineer cioè ingegnere del chiodo.
Flash 5 - 6

Non esiste il mito
Nessun mito, nessuna salita “storica”, non fatevi condizionare, alzate il muso, guardate le pareti, e andate dove vi porta il “naso” (Paolo Vitali).

Una volta ero portato a mitizzare alcuni scalatori di cui avevo letto le imprese. Poi li conobbi superficialmente, li sentii parlare in qualche conferenza, lessi qualche loro intervista e mi sembrarono improvvisamente piccoli e umani, troppo umani.

Che forte delusione!

Ho capito che il considerarli miti è stata una mia distorsione mentale. I miti non esistono. Al massimo possono dedicare più tempo di te all’arrampicata, al massimo sono un po’ più dotati di te.

Desiderare troppo intensamente certi itinerari ti porta a mitizzarli e poi quando ne tenti la salita, hai la testa ingombra da tanta spazzatura mitica che ti sei creato e che non hai espulso. Sali meno libero e con uno zaino metaforico molto pesante.

Questo ingombro mentale non ti serve, è dannoso, ti brucia l’ossigeno e ti toglie elasticità. La storia alpinistica è bella, affascinante ma ti appesantisce e ti crea condizionamenti.

Chi non sa, sale senza inibizioni.

Chi sa, ha un ulteriore zaino da portarsi dietro, perché lui è diventato un uomo di conoscenza.

Il mito è creato apposta dai vecchi per spaventare i giovani.

Bob Dylan nel corso della sua lunga carriera di poeta, cantante e musicista, si è sempre reinventato e rinnovato seguendo se stesso spesso avendo contro anche i suoi fan.

Tu, leggi dei grandi alpinisti, studia la loro attività, guarda i video che tanto ti affascinano, cerca sui forum notizie ed informazioni, ma alla fine non seguire niente e nessuno.

Quando sento i ragazzi che commentano le vie in Dolomite e concludono che in fondo il Philipp-Flamm non è difficile, sono solo tanti tiri di sesto grado su roccia di dubbia qualità, hanno ragione!

Il Philipp-Flamm è una cazzata da salire e da dimenticare velocemente.

Divertiti ad abbattere i miti del passato.

I miti non ci sono, le salite storiche le abbiamo dimenticate ma le prime mitiche scarpette EB Super Gratton hanno mantenuto un fascino tutto particolare. Noi pensavamo che fossero venute dall’America ed invece furono create da Pierre Allain in Francia – infatti all’inizio si chiamavano PA – ed in pochi anni hanno invaso il mondo dell’arrampicata. Se una domenica vedevi qualcuno salire una via con le scarpette dove si era sempre saliti con gli scarponi, la domenica successiva anche tu salivi con le scarpette. La rivoluzione fu velocissima.
Flash 5 - 5

Avventura
Il rammarico non sta tanto nel dover morire, ma nel fatto che nessuno saprà mai quanto vicino siamo stati a salvarci (Ernest Shackleton nel suo diario).

Non saprei dare la corretta definizione di avventura, ma se penso all’avventura penso ad Ernest Shackleton.

Schackleton è stato un esploratore polare dell’inizio del novecento che è passato alla storia sebbene non abbia legato il suo nome a nessuna esplorazione ma sia stato il protagonista di una straordinaria avventura di sopravvivenza umana chiamata Endurance.

Questo sognatore, alla testa di un gruppo di ventisette uomini, si era dato l’obiettivo di attraversare l’Antartide. La loro nave, l’Endurance, rimase bloccata tra i ghiacci del pack che distrussero la nave. Portati alla deriva per centinaia di chilometri in balia dei movimenti naturali del pack, riuscirono a raggiungere la minuscola Isola degli Elefanti. Dopo un anno e mezzo di peregrinazioni erano di nuovo sulla terraferma ma comunque isolati dal mondo e senza alcuna possibilità di soccorso. A questo punto Shackleton ed altri cinque uomini partirono con una piccola scialuppa per raggiungere l’Isola della Giorgia Australe. Ci riusciranno in 17 giorni di navigazione nel peggiore incubo oceanico. La loro avventura non era ancora finita, sbarcati sull’isola affrontarono una traversata alpinistica fra rocce, nevai e ghiacciai che li portò, finalmente, dopo oltre due anni e mezzo, a contatto di nuovo con l’uomo.

Shackleton riportò tutti a casa sani e salvi, sacrificò l’obiettivo della spedizione con una gestione oculata e flessibile degli uomini; diede l’esempio del vero capo carismatico, seppe fare propria l’esperienza di chi lo aveva preceduto nelle esplorazioni polari e dimostrò sempre ottimismo anche nelle avversità più incredibili.

La lezione di Shackleton è tuttora una lezione fondamentale per chi ama l’avventura all’aria aperta e per chi sta preparandosi per una spedizione extra-europea.

Se stai solo affrontando il tuo mono-tiro nella tua falesia di casa, che lo spirito di Shackleton sia con te! 

Hermann Buhl, rilassato, dopo la sua straordinaria avventura sul Nanga Parbat. Lui fu un grande alpinista che ha vissuto grandi avventure con poveri mezzi e molto spesso sulle montagne dietro casa.
Flash 5 - 4

Understatement
Dr. Livingstone, I presume (Henry Morton Stanley).

Questa frase rappresenta l’icona del famoso understatement inglese.

Livingstone era da anni nel cuore dell’Africa nera e tutti in Inghilterra avevano perso le sue tracce. Il giornalista Henry Morton Stanley fu inviato in Africa per cercare il famoso dottore e missionario. Quando riuscì a trovare, nel 1871, dopo lunghe peripezie, un uomo bianco vestito secondo il classico stile coloniale dell’epoca, invece di spendersi in baci ed abbracci, semplicemente si presentò all’uomo bianco con questa asciutta e laconica espressione come se fosse ad un ricevimento: “Presumo che lei sia il dottor Livingstone”.

Mi piace contrapporre questa espressione alla prosa retorica in vigore nell’alpinismo dell’ottocento, del primo novecento, del secondo novecento e forse anche di oggi, almeno di certi ambienti dove conta ancora il peso delle medaglie appuntate sul petto.

Bruciamo tutto e ritorniamo alla semplicità e all’understatement inglese per narrare le nostre storie ed i nostri racconti delle gite domenicali.

I termini eroismo, lotta impari, battaglia leale, conquista epica lasciamoli nelle vecchie antologie scolastiche. Liberiamoci dalle croste romantiche, barocche e ampollose di certi stereotipi vecchi.

La martellante, inquietante, acida musica dei Sex Pistols ci aiuterà nel fare piazza pulita del vecchio linguaggio di conquista.

Anche le parole sono importanti.

Nello scegliere il tuo compagno di cordata, guarda come arrampica ma soprattutto come parla.

Una cordata affiatata, due scalatori, due grandi amici, che condivisero anche un appartamento per tanti anni: Wolfgang Guellich e Kurt Albert. Ricordiamoli con la canzone Riders on the storm dei Doors.
Flash 5 - 2Le porte della percezione
Se le porte della percezione fossero sempre dischiuse tutto apparirebbe all’uomo com’è: infinito (William Blake).

Frase celebre ed “ispirazionale” che ha spinto Jim Morrison a chiamare il suo gruppo di musica e poesia The Doors.

William Blake ed Aldous Huxley hanno ispirato tanti scalatori alternativi e visionari fino dagli anni 60. Molto “ispirazionale” è stato l’articolo di Doug Robinson l’alpinista come visionario che analizza gli stati mentali di chi scala.

Infatti la permanenza in parete, il pericolo e le difficoltà estreme portano gli scalatori a dischiudere le porte della percezione in maniera naturale e senza usare stupefacenti.

Nel tiro di corda estremo a metà parete tutti i tuoi sensi ed i tuoi muscoli e le tue connessioni nervose sono focalizzate sull’obiettivo di superare la parete, il tetto o la fessura.

Poi ti ritrovi in sosta svuotato di energia ma soprattutto incredulo e stupefatto di essere salito su di lì. In quel preciso momento non sei solo tu, sei qualcosa di più: più ricco, più grande, più potente. Il tuo io, di solito già molto forte, si è espanso, allargato a dismisura.

Tu, laddove gli altri vedono una parete aggettante, tu vedi chiaramente una via. Tu, laddove gli altri vedono liscio, vedi una precisa sequenza di appigli ed appoggi tali che non ci si può sbagliare. Tu senti il profumo della roccia e la musica della sosta. Non capisci perché gli altri non ti capiscono. Stai sicuro, Jim Morrison lo sciamano, ti capirebbe!

Gli altri fanno fatica a capire che tu stai vivendo una meravigliosa realtà separata. Da abbinare con la canzone Break Through dei Doors.

Allora, lasciati andare con la musica psichedelica dei Pink Floyd e vivi i tuoi magnifici viaggi di parete.

Al rifugio Monzino (Monte Bianco) tre grandi scalatori: Giancarlo Grassi che guarda a sinistra, Renato Casarotto che osserva verso destra in basso e Gianni Comino che ti fissa con il suo sguardo miope. Sembra che nessuno dei tre sia veramente interessato al fotografo, in realtà, lo scopriremo anni dopo, ciascuno stava separandosi, a modo proprio, dalla realtà… e nessuno sopravvisse.
flash 5 - 1continua

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