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Guido Machetto: sull’Himalaya come sulle Alpi

Nell’agosto 1975 la cordata italiana Calcagno-Machetto affrontò con successo una sfida per quel tempo impensabile: salire un quasi Ottomila con uno stile (che poi si sarebbe chiamato alpino) del tutto nuovo nell’ambito dell’alpinismo di spedizione: senza portatori, senza ossigeno, senza spole, solo due alpinisti. Stiamo parlando della via degli Italiani sul versante ovest del Tirich Mir West, con prosecuzione fino alla vetta del Tirich Mir Principale.

L’impresa non ebbe la risonanza che avrebbe meritato: la storia parla chiaro, la cronaca meno. I due compirono qualcosa di davvero eccezionale per il tempo, sia dal punto di vista psichico che fisico. Solo un anno dopo Pete Boardman e Joe Tasker avrebbero salito quella stupenda parete ovest del Changabang, accendendo la curiosità e i sogni di mille e mille alpinisti. La vittoria di Calcagno e Machetto non è per nulla inferiore, quanto a creatività e a impegno, a quella dei due inglesi. I due hanno solo avuto la sfortuna d’aver agito contemporaneamente all’altra grande sfida del 1975: quella di Messner e Habeler sul Gasherbrum I. Un Ottomila, sì 360 metri più alto del Tirich Mir, ma con difficoltà tecniche nel complesso assai inferiori, ha oscurato Calcagno e Machetto. La storia deve prenderne atto e imparare a prendere strade diverse dalla cronaca se vuole essere seria.

 

Guido Machetto: sull’Himalaya come sulle Alpi
di Mauro Penasa (pubblicato su Annuario del CAAI, 2001-2002)

Non ho mai conosciuto Guido Machetto. Quando mi sono avvicinato alla montagna ormai Guido era scomparso. Ne ho così conosciuto la fama, sentendone parlare così tanto spesso (sono biellese come lui], ne ho percepito il carisma, attraverso l’ammirazione che traspariva dai discorsi degli appassionati di montagna… Un po’ per volta mi sono anche accorto che si trattava di un personaggio ruvido e in definitiva scomodo, come tanti grandi alpinisti della sua generazione, duri e spietati con se stessi ma anche con gli altri. Uno che alla montagna aveva saputo sacrificare tutto, per prima cosa quei rapporti interpersonali che potevano ostacolarlo sulla strada che stava percorrendo. Non era una persona che si caricasse volentieri di legna verde, e non credo che ciò lo rendesse particolarmente simpatico, specie nell’ambiente casalingo… Come si dice spesso, nemo propheta in patria

Guido Machetto al bivacco Balzola dopo la prima invernale alla via Crétier-Binel alla Grivola. 25 gennaio 1970
Guido Machetto, gennaio 1970, al Bivacco Balzola, di ritorno dalla prima invernale della via Cretier-Binel alla Grivola
Pochi sono disposti a perdonare una personalità forte e superiore, ma altrettanto pochi hanno potuto negare i meriti eccezionali di Machetto, fondati sull’amore profondo per la montagna e per la sfida continua raccolta attraverso di essa, che lo hanno portato a essere una figura fondamentale nella transizione dell’alpinista italiano verso la modernità.

Non ho conosciuto Machetto, ma ho potuto leggere i suoi libri. Tike Saab, il primo, è un piccolo gioiello, ogni volta in grado di dare emozioni profonde, un libro intessuto di poesia, una perla unica nel panorama della letteratura di montagna. Un suo ulteriore contributo è contenuto nel volume Sette anni contro il Tirich, frutto della collaborazione con Riccardo Varvelli e sua moglie Maria Ludovica. I flash contenuti nel suo primo libro fanno qui spazio al racconto lucido e stringato della salita del Tirich Mir compiuta con Gianni Calcagno nel 1975, e consentono a Guido di esporre in dettaglio le sue idee su come la montagna andrebbe affrontata, con una punta di polemica e una serie di provocatori messaggi.

Ho cercato qui di estrarre un po’ dei concetti espressi da Machetto nel suo scritto proponendone alcuni passi, perché, nonostante siano chiaramente influenzati dalla situazione contingente, l’inizio del 1976, e possano quindi sembrare a tratti un po’ ingenui, li ritengo ancora di attualità estrema. Tanto più che a ben venticinque anni dalla sua morte non mi sembra che questa visione sia stata recepita se non in modo superficiale, schiacciata dalle necessità commerciali così tipiche di questi ultimi anni, che vedono nella montagna nient’altro che un ulteriore potenziale mercato. O peggio ancora soffocata da un conformismo e una pigrizia mentale che una maggior parte di alpinisti, per mancanza di fantasia, coraggio e libertà, non osa superare per affrontare a viso aperto l’avventura alpinismo.

Guido Machetto ha tracciato una via, anche per tutti noi… a noi raccoglierne il testimone, a qualunque livello… a noi mutare la nostra storia…

Quella sera a casa di Gianni parlai quasi sempre io. Seduto dall’altra parte del tavolo lui ascoltava attento, riceveva le notizie, le separava e le catalogava nella sua mente perché sapeva che alla fine del mio discorso doveva darmi una risposta. Giovanna, sua moglie, si dava da fare in cucina; a prima vista sembrava intenta ai suoi lavori, ma sono certo che non perdette una sola parola di quello che si disse quella sera. E’ duro essere la moglie di un alpinista come Gianni, perché lui è uno che prende delle posizioni e le posizioni bisogna sostenerle e la sua donna deve essere lì al suo fianco a lottare per difendere il suo alpinismo, quell’alpinismo di cui farebbe volentieri a meno. Lei sa che Gianni continuerà a scalare e che un giorno potrebbe non tornare più dal Monte Bianco o dall’Himalaya, ma sa anche che deve stringere i denti. Andammo avanti un bel po’; Giovanna mise a letto la figlia, poi tornò e si sedette al tavolo, dicendo di parlare piano per non svegliare la bimba. La scena assomigliava a un convegno di maquis in un qualche casolare abbandonato; l’esposizione del piano prendeva forma, di quando in quando Gianni mi interrompeva per farmi domande, secche, brevi, col minimo spreco di parole. – Conosco il posto, in due possiamo farcela… “.

Bruno Allemand e Guido Machetto a Courmayeur dopo l’evacuazione elicottero dal Col Peuterey. 17 febbraio 1971
Polemica sul salvataggio del Col de Peuterey. B. Allemand e G. Machetto
Ci sono molti modi di fare una spedizione. Ciò è vero ancora oggi, anche dopo che cento anni di alpinismo extraeuropeo hanno definito con relativa chiarezza le diverse possibilità di approccio, privilegiando concetti di leggerezza ed agilità nei confronti dei limiti etici e pratici delle spedizioni pesanti. Ma, se nel nuovo millennio si ricorre sempre meno di frequente all’ormai vituperato titolo di “pesante”, è forse solo perché questa caratteristica è stata sostituita dall’abuso di tecnologia, e dal preponderante aspetto commerciale richiesto dalla pratica di un tipo di alpinismo economicamente molto dispendioso.

In considerazione del periodo in cui si sviluppa la sua personale concezione dell’alpinismo himalayano, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, Guido si trova di fronte a un panorama in cui spiccano le grandi spedizioni nazionali, spesso dotate di mezzi esagerati, ma in cui sono comunque presenti spedizioni più piccole, di sezione, per forza di cose limitate in quanto a disponibilità di mezzi e uomini e quindi con obiettivi minori, oppure di Club o di Gruppo, nel qual caso si assiste spesso a realizzazioni di livello molto elevato… E’ l’epoca in cui si svolgono spedizioni internazionali, femminili, militari e nelle sue parole:

ancora altre che scaturiscono dalla mente fervida di qualche avventuroso, così come ci sono scadenti alpinisti che si iscriverebbero a qualunque partito pur di partecipare, o ottimi scalatori che ricevono un invito all’anno e regolarmente rinunciano. La faccenda è che la differenza tra una scalata alpina e una himalayana è grande: è tutta un’altra cosa, sono quasi portato a pensare che non nascano neanche dalla stessa base di passione. Al momento in cui feci la mia proposta a Gianni avevo preso parte a nove spedizioni in Sud America e in Himalaya; alcune erano state rovinate dalle squallide controversie che molte volte caratterizzano questo tipo di avventura, di altre avevo conservato un bellissimo ricordo e una nostalgia sempre viva, tuttavia esse facevano tutte parte di una delle categorie che ho elencato“.

Guido Machetto a Yellowknife, Canada. Agosto 1971
1971.08 Yellowknife(G.Machetto) 002
La concezione dell’alpinismo è spesso condizionata dalla moda del momento, che nella maggior parte delle situazioni non fa altro che bloccare la creatività dell’individuo, limitando spesso le potenziali realizzazioni di spiccate personalità d’indiscutibile coraggio, capacità e preparazione. Nel preparare una spedizione si dovrebbe sempre porre particolare attenzione all’etica che la dovrebbe animare:

La cosa più importante, però, e che raramente viene discussa, è il rapporto tra quello che si intende fare e come lo si intende fare; avendo giocato per molti anni sull’ignoranza del pubblico in materia, l’alpinismo di spedizione si è permesso talvolta di far passare per imprese memorabili alcune scalate, dimenticandosi di informare l’opinione pubblica sul rapporto uomini-mezzi-obiettivo. Perché un’impresa è grande solo se il rapporto è rispettato; come per la corrida, se qualcuno ne ha vista una o ne ha sentito parlare“.

Machetto è un uomo della sua epoca, che vive l’avventura spedizione in vista dell’impresa alpinistica. Oggi è sempre più difficile realizzare delle vere performance per alpinisti “normali”, ciononostante esigenze d’immagine portano spesso a vendere al meglio la propria merce, e di conseguenza a sorvolare sui propri scheletri nell’armadio, inclusivi dell’equilibrio etico della salita, dando spesso un valore oggettivo a realizzazioni che non possono averlo. Si deve comunque salvare il valore soggettivo di qualunque salita, che va riconosciuto all’alpinista: così si possono ancora raccontare delle imprese, che sono una conquista sulle paure personali e delle piccole affermazioni di fantasia, e in definitiva di coraggio. Sempre che si mantengano gli equilibri. Cosa non facile per una spedizione tradizionale in quegli anni, a meno di casi, comunque pochi, con obiettivi eticamente ambiziosi.

Ciò che andavo spiegando invece quella sera era qualcosa di totalmente diverso e rivoluzionario, o meglio evoluzionario.
– Solo noi due; dovremo agire come un commando. Ce la faremo, vedrai
“.

L’idea di Guido era semplice: in una spedizione tradizionale ogni uomo ha un suo compito, ben definito e spesso limitativo rispetto all’apertura che una spedizione richiede e che sa così bene ricompensare. Già allora si trattava di una concezione che non poteva più andare bene e che troppo spesso non ha funzionato.

Gianni Calcagno, Alessandro Gogna e Guido Machetto a una qualche presentazione della spedizione Annapurna 1973
G. Calcagno, A. Gogna, Guido Machetto a una qualche presentazione della spedizione dell'Annapurna 1973

La nostra storia alpinistica è costellata di fallimenti dovuti proprio a questi motivi. Come la vedo io, invece, è che i partecipanti di una spedizione devono essere come i membri di un commando: ciascuno riunisce in sé tutte – chiamiamole – le arti e i mestieri che in una spedizione tradizionale sono suddivisi tra i partecipanti. Avvengono così due cose: la prima è che, mancando un uomo, niente compromette il funzionamento: la seconda, e ben più importante, è che nessuno si sentirà umiliato nel suo lavoro gregariale perché la selezione per gli eletti che conquisteranno la vetta sarà naturale, dovuta alla miglior forma dell’uno più che dell’altro, piuttosto che a decisioni premeditate. Se si dà a ognuno la possibilità di raggiungere la vetta, nessuno reclamerà se dovrà far da mangiare o portare 3O kg di materiali“.

Gianni Calcagno a circa 7600 metri sulla via dei Cecoslovacchi al Tirich Mir
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Potrebbe sembrare una visione un po’ ingenua e semplicistica ma se accoppiata ad una selezione accurata delle persone e a piccoli gruppi la cosa funziona… Pur non essendo una idea del tutto nuova neanche per le alte quote, basti pensare alla prima ascensione del Broad Peak, nel 1957, ad opera di una spedizione leggera austriaca di sole quattro persone [ma che persone – Hermann Buhl, Kurt Diemberger, Markus Schmuck, Fritz Wintersteller] la cui linea avveniristica non era poi peraltro stata seguita dall’evoluzione dell’etica himalayana, Guido Machetto aveva sviluppato questa convinzione profonda di cui non si sarebbe liberato tanto facilmente, se non fosse tragicamente scomparso dopo poco tempo, in un incidente di arrampicata sulla Tour Ronde. Sarebbe stato proprio Gianni Calcagno a raccogliere questa eredità per portarla fino in fondo a livello personale come concetto di sfida pulita con la montagna, by fair means, come dicono gli inglesi, per molti anni ancora, con realizzazioni ai massimi livelli internazionali.

Un commando dunque, un piccolo gruppo, autosufficiente, veloce e determinato; e soprattutto omogeneo.

Molta importanza riveste invece il fatto che, oltre all’abilità e ai talenti personali, ci deve essere l’uniformità di idee sulla maniera di intendere una scalata himalayana: il rischio è un inevitabile compagno che bisogna costantemente controllare, e la morte molto spesso fa la sua comparsa. Il membro di un commando deve avere una sua filosofia sulla morte come sulla vita, sul coraggio come sulla paura; le sue azioni e i suoi pensieri devono essere rivolti verso la conoscenza di se stesso invece che, come più facilmente accade, appigliarsi a soluzioni che questo tipo di società ha inventato a uso e consumo dell’interesse materiale“.

La spedizione del 1972 all’Annapurna, cui sia Guido che Gianni avevano partecipato, e che fu un primo passo verso una nuova organizzazione più coinvolgente per ogni componente del gruppo, era stata emblematica di quanto l’unicità di vedute potesse essere importante per il raggiungimento di un obiettivo, nel momento in cui la tragedia, che è purtroppo sempre parte del gioco in montagna, ed una volta di più in Himalaya, fa il suo ingresso sulla scena. Una valanga uccise Leo Cerruti e Miller Rava, e parte degli alpinisti rimasti non se la sentì di continuare. Nelle parole di Guido “la morte mise a nudo i limiti personali e fermò l’ingranaggio”.

L’omogeneità di idee non è facile da raggiungere, impossibile se non per piccoli gruppi; e sono proprio i piccoli gruppi ad assicurare più facilmente l’equilibrio etico con la montagna.

Dopo aver partecipato ad alcune spedizioni nelle quali non era presa in considerazione la questione del rapporto, decisi che era inutile continuare a lottare contro ignoranti e conservatori e che era invece ora di creare la possibilità di avvicinarsi alle grandi montagne senza far uso di appoggi burocratici particolari e auto-amministrandosi, di usare insomma la tecnica del commando. Così nell’estate del 1974 Beppe Re ed io scalammo il vergine Tirich West II di 748O metri“.

Riccardo Varvelli, profondo conoscitore della zona, accompagna fino al campo base Guido e Beppe, lasciando loro l’eredità della sua passione per questa montagna, per questa terra, per questo popolo. Dopo un avventuroso viaggio condotto a tappe forzate, i due ottengono un notevole successo sull’ultima cima ancora non scalata dell’Hindukush. E’ già un commando, anche se con loro c’è Ayat-ut-din, e sono veramente soli soltanto sulla parete.

La bombetta era di Beppe Re, una di quelle inglesi da banchiere della City. Gliel’aveva regalata un amico dopo un viaggio in Inghilterra e lui se l’era portata dietro partendo per la spedizione al Tirich nell’estate del 1974. Ce l’aveva in testa all’aeroporto di Fiumicino, e, tolto i momenti in cui tirava vento o faceva troppo freddo, aveva continuato a tenerla in testa, fino in vetta.

– Piuttosto lascio giù la roba da mangiare, ma la bombetta me la porto dietro… – aveva proclamato il giorno dell’ascensione, e l’aveva cacciata nel sacco. Ora, scalare una vetta di 748O metri in due era già una bella cosa, ma la soddisfazione per lui di tirar fuori la bombetta e farsi ritrarre in cima al monte con la faccia bruciata e la barba incrostata di ghiaccio, era certamente fuori del comune, e quasi diabolica. La storia della bombetta aveva l’aria della sfida condotta con garbo, da vero gentleman: tutta la spedizione aveva l’aria della sfida“.

Già, la sfida… Anche questo fa parte della molla che spinge gli alpinisti… non tutti sentono questo richiamo, non tutti lo raccolgono. Di sicuro la sfida che ci arriva dalla vita attraverso una parete, una cima, è una motivazione forte nella realizzazione di ogni impresa. E naturalmente ogni sfida richiede di mantenere il giusto equilibrio mezzi-fine, per conservarne pienamente il valore. E Guido non è una persona da tirarsi indietro… senza perdere di vista il fatto che si tratta ancora e sempre di un gioco, un’affermazione personale del tutto gratuita, su cui è comunque necessario ironizzare, per alleggerire una tensione a momenti difficile da sopportare.

Con quella salita ero convinto di aver dato inizio, almeno in Italia, a un sistema diverso di scalare sopra i settemila metri, più snello, più decontratto, più gioioso; certamente il rischio era portato al limite, ma l’indicazione non stava nella quantità di rischio ma nel sistema. E a tutto questo aveva contribuito la bombetta del Beppe!”

Forte di questa esperienza Guido si rivolge a Gianni Calcagno, già suo compagno all’Annapurna, uno di quelli che non hanno mollato, che non lo avrebbero mai fatto. E qui ci ricolleghiamo alla conversazione nella casa di Genova, da cui siamo partiti.

Guido Machetto a circa 7500 m sulla via dei Cecoslovacchi al Tirich Mir
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– Per l’allenamento?
– Questo è il punto: dovremo prepararci fisicamente e perdere peso, poi scalare insieme almeno un mese; tutta la meccanica si basa sull’allenamento, sull’alimentazione e sulla concentrazione psichica. L’equilibrio tra queste cose deve essere perfetto. Una volta presa la decisione di partire dovremo essere convinti di potercela fare: l’allenamento e la vita assolutamente sana ingigantiranno in noi la certezza, se non di riuscire, di lottare molto prima di rinunciare.
– Bisognerà andare parecchio veloci…
– Eh sì, in due senza retrovie e nessun aiuto dal basso: tutto è nelle nostre gambe e nella nostra resistenza. I campi dovranno essere almeno a 7OO-1OOO metri di dislivello uno dall’altro.
– … Ci faremo un culo che passa l’immaginazione!
– Sì, è come dici tu, però ammetti che è la sfida più bella che ti abbiano mai proposto…
– Maledetto Machetto…
– Allora?
– Allora, allora… Allora è sì, cosa potrebbe essere altro?

Sapevamo benissimo che questo gioco l’avremmo portato fino in fondo: scalare un monte di 77OO metri in due significava spezzare il vincolo di quella società civile che ti pone continuamente dei limiti. Avremmo dovuto essere spietati prima con noi stessi poi col compagno; l’Annapurna era su di noi: tre mesi contro il maltempo, gli uomini e la paura di aver paura. E adesso volevamo aprire un nuovo itinerario su quelle altitudini, in due. Ci saremmo dovuti allenare ad andare slegati sul difficile per essere veloci, ma soprattutto perché le difficoltà di uno non danneggiassero l’altro…

Non riuscivo a prendere sonno, avevo fumato troppo; niente in confronto a quello che aveva fumato la Giovanna che avviandosi verso la camera da letto aveva mormorato: “Cristo, si ricomincia!”.

La Stampa, 2O luglio 1975
(Poche lire e molto coraggio per vincere l’Himalaya)
Sono il biellese Guido Machetto e il genovese Gianni Calcagno – Scaleranno una parete del Tirich Mir a 770O metri di quota – Pensano di spendere un milione a testa.
L’estate scorsa dimostrò che con un milione, una cifra che ormai molti spendono per discreti viaggi organizzati, era possibile andare in Himalaya e scalare una vetta di settemila metri; quest’anno Guido Machetto, 38 anni, biellese, guida alpina e rappresentante di articoli sportivi, ci riprova, ma con programmi ancora più ambiziosi.
La minispedizione, composta da Machetto e Gianni Calcagno, 32 anni, genovese e accademico del CAI, partirà giovedì prossimo dall’Italia in aereo con meta Kabul; di qui, prima in taxi poi in jeep, si inoltrerà nella catena dell’Hindukush. Una lunga marcia di avvicinamento accompagnati da soli due portatori e infine la scalata ai 7708 metri del Tirich Mir lungo un inviolato sperone di ghiaccio con 1300 metri di dislivello che, se il tentativo riuscirà, riceverà il nome di Via degli Italiani.

C’è anche una punta polemica in questa nostra spedizione – dice Machetto -; fare gli alpinisti in Italia non è facile. Noi che viviamo in montagna per professione [soltanto per allenarci a questa impresa abbiamo scalato in venti giorni sei pareti nord], notiamo come gli escursionisti e gli scalatori siano in costante aumento, ma diminuiscano quelli che vogliono misurarsi con imprese impegnative tanto che l’alpinismo italiano è nettamente in declino“.

In tutto il mondo ormai, ad eccezione che in Italia, anche per il grosso pubblico l’alpinismo ha superato il mito dell’impresa sportiva, fatta con rischio estremo da uomini eccezionali, per diventare un fenomeno sociale: la spedizione statunitense al K2 è guidata da un senatore democratico del New Jersey [immaginiamo un uomo politico italiano che lo imiti?), in Inghilterra uno scalatore come Chris Bonington compare alla televisione più spesso dei cantanti più noti, in Giappone il giornale Mainichi di Tokio finanzia ogni anno diverse spedizioni di grande impegno.

Le piccole spedizioni extraeuropee – continua Machetto – funzionano piuttosto bene, ma appena l’organizzazione diventa più complessa nascono le polemiche o mancano i risultati. Per salire l’Everest abbiamo speso due miliardi e impiegato duemila portatori e l’ossigeno, quando le ragazze cinesi e giapponesi sono arrivate in vetta senza respiratori. Il nostro tentativo sul Tirich Mir vuole dimostrare che senza mezzi faraonici, ma soltanto con un buon allenamento e serietà, è possibile compiere imprese rilevanti e far sì che finalmente anche l’uomo della strada s’interessi all’alpinismo“.

E pochi dati bastano a dimostrare che la spedizione di Machetto e Calcagno nella sua modestia ha qualcosa di eccezionale, addirittura di folle: un costo di un milione e duecentomila lire a testa (quanto costa un tour organizzato di 15 giorni in Polinesia), una tenda a due posti che pesa otto etti, trecento metri di corda, alcuni chiodi al titanio, non un grammo di cibo. I due infatti, che da alcuni mesi seguono una dieta macrobiotica, acquisteranno sul posto le vivande per tutta la scalata (per lo più granaglie] e in una quantità talmente bassa che farebbe inorridire tutti i buongustai.

I due portatori – continua Machetto – ci accompagneranno per la lunga marcia di avvicinamento, poi sistemeranno una tenda di campo base: di lì in poi saremo completamente isolati. Dovremo percorrere 35 km fino a giungere a 63OO metri, all’attacco della parete, portando in spalla tutta l’attrezzatura e il cibo per una dozzina di giorni di scalata: è inutile dire che di radio per collegamenti e di bombole di ossigeno nemmeno se ne parla. Cominceremo a salire lo sperone, ad attrezzarne con corde fisse i tratti più difficili e a scenderlo più volte per acquistare il necessario acclimatamento. Poi, se il tempo sarà rimasto buono, se non ci saremo ammalati, se una valanga non ci avrà spazzato via dalla parete, fra il 15 e il 2O agosto, dovremo essere in vetta. Se riusciremo, forse ad altri verrà la voglia di imitarci, e scopriranno che per salire queste montagne non occorrono grandi mezzi“.

Il Tirich Mir West da ovest. La via dei Cecoslovacchi sale nel canale a sinistra, la via degli Italiani percorre l’evidente sperone che prosegue in basso ben al di sotto della parete
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L’articolo apparso sulla stampa ci avrebbe in seguito condizionato parecchio: dare la notizia in anteprima era avere pubblicità solo sulle intenzioni, e questo non era molto onorevole per alpinisti seri: d’altra parte però l’informazione era completa e comprensibile se si sapeva quando nasceva, come si sviluppava e come andava a finire la cosa in questione. Non era certo la prima volta che finivamo sui giornali: nonostante ciò sentimmo che era diverso: il titolo aveva toni di sfida e di polemica, il pubblico da quel momento avrebbe tenuto in serbo bordate di sarcasmo se per qualunque motivo non ce l’avessimo fatta. Se c’era una cosa al mondo che io e Gianni non volevamo, era sputtanarci.

Il 23 luglio caricammo le nostre cose sull’auto di un’amica e partimmo per l’aeroporto di Linate. Niente parenti, abbracci e lacrime: meglio farla sembrare una cosa normale, senza pensieri per nessuno (…) Lo stesso giorno Beppe Re, il compagno del Tirich II, si sposava nella chiesa del suo paese. Il 23 luglio gli uomini del Tirich cominciavano così, chi in una maniera chi nell’altra, una delle più grandi avventure della loro vita“.

Come sia andata questa eccezionale spedizione è cosa più o meno nota. Machetto e Calcagno non si accontentarono di una nuova salita; andarono ben più in là, dimostrando una naturalezza di approccio decisamente superiore alla media, anche al giorno d’oggi. Si trattava del resto di fuoriclasse.

Il giorno 7 agosto lo passammo al campo base a mangiare e riordinare le idee. Il Gianni disse: – Mi è venuta in mente una cosa… ma forse è una cazzata…

Gianni normalmente parla già poco, in due poi, dopo una settimana, quasi tutti gli argomenti erano stati sviscerati: si viveva quindi volentieri e senza imbarazzo nel silenzio, e il fatto che avesse pensato una cosa e non osasse tirarla fuori mi dava una certa emozione, e questo perché anch’io avevo elaborato dei pensieri che tenevo per me (…).
– Si potrebbe ripetere la “
via dei Cecoslovacchi” al Tirich per allenamento…
(…). Era dunque tale il nostro ottimismo che un azzardo del genere, mai tentato e nemmeno mai pensato da nessuna spedizione, almeno che sappia io, ci riempì di gioia, e di smania di cominciare a menar le mani: il pensiero poi della faccia che avrebbero fatto in Italia amici e nemici quando avessimo detto loro “Due volte, proprio due volte: naturalmente una per allenamento” ci caricò ancor di più. Ammettemmo anche che era piuttosto infantile come soddisfazione, ma l’ambiente alpinistico è ben lungi dall’essere quel fraterno club che la gente crede: al contrario, è traboccante di invidie e di meschinerie e l’unica maniera per ridimensionarle era ed è quella di tappare la bocca coi fatti
“.

La via dei Cecoslovacchi va liscia come l’olio. Il tempo è splendido e le condizioni sono perfette. Addirittura troppo facile. Le parole di Gianni Calcagno, tratte dal suo libro Stile Alpino, riportano un inconsueto stato d’animo di fronte a un sogno raggiunto in modo eccessivamente agevole.

Continuai quasi con stupore: tutto era così perfetto, talmente facile che provai un senso di delusione. Mille volte avevo sognato di accingermi alla conquista finale con lo stomaco contratto dall’ansia, i polmoni spossati nell’inutile tentativo di carpire ossigeno dall’aria rarefatta, le gambe distrutte dalla fatica e il corpo rattrappito dal gelo. Dov’era la vetta nascosta dalla tormenta sulla quale, come un naufrago allo stremo delle forze, dovevo finalmente approdare? Il senso di delusione prese corpo: la montagna era finita, la cima stava sotto i miei piedi, ma era mancata la lotta che accompagna una dura vittoria. Una fugace gioia per la meta raggiunta e l’inutile ricerca di qualcosa su cui salire ancora.

Dalla punta guardai distrattamente in basso, verso lo sperone, e d’improvviso compresi: quello era il mio Tirich, la mia montagna. Questa era solo una vetta qualsiasi“.

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Rimane allora la via degli Italiani. Il tempo è cambiato, mettendo a dura prava la resistenza mentale di Guido e Gianni. Poi finalmente uno squarcio consente di risalire ai campi alti.

Un forte vento teso in quota sollevava sulle creste polveroni di neve, ma il tempo teneva: freddo boia, quello sì, con temperature che stimammo vicino ai trenta, anche quaranta sotto zero: il Tirich ci offriva l’ultima chance e sembrava dicesse: Se mi volete, sarà alle mie condizioni“.

24 agosto. Tardi per scalare in Hindukush, troppo tardi per trovarsi ancora ad alta quota: (…) noi, in quell’isolamento psicologico (non solo eravamo solo noi due su quella montagna, ma probabilmente in tutta la catena], avevamo almeno due giorni di scalata dura davanti e altri ventuno erano nelle nostre gambe e nei nostri polmoni. Il nostro peso si aggirava sui 58 kg per me e 56 per Gianni: quasi al limite, la mente continuava a prevalere sul fisico“.

Ben 10 kg di meno rispetto alla partenza. E’ normale perdere un bel po’ di peso durante uno sforzo continuo di giorni e giorni, col rischio però di poter crollare improvvisamente. Ma si può qui constatare come la testa abbia davvero un ruolo preminente nel consentire la realizzazione di progetti tanto coinvolgenti come una salita di questo tipo (quando il fisico cede il più delle volte la mente lo ha già abbandonato da un pezzo – citazione da José Saramago, autorevolezza da premio Nobel).

Così alla fine la cima è di nuovo conquistata, il 25 agosto, in un attimo di quiete in mezzo a una bufera perfetta. Ancora le parole di Gianni Calcagno, sempre da Stile Alpino, in stridente contrasto con le sue impressioni di pochi giorni prima:

Storditi e barcollanti approdammo sulla vetta del Tirich Mir. Ci abbracciammo confusi. Avrei voluto dire tante cose, lasciare esplodere tutte le sensazioni che mi turbavano, esultare, gridare. Ci provai, ma un nodo di commozione mi strozzò la gola e farfugliai qualcosa d’incomprensibile. Sentii le lacrime salire e in silenzio piansi, anche se gli occhi restarono due fessure asciutte. Anche Guido tentò di esprimere qualcosa. Percepii solo pochi suoni inarticolati misti a una commozione senza pari. Avevamo attraversato mezzo mondo, vissuto momenti duri e altri allegri, lottato con tutte le forze per raggiungere la vetta di quel Tirich e ora che c’eravamo sopra non avevamo neanche più la forza di parlare“.

Questa volta il ritorno è ben più impegnativo: Guido e Gianni sono stanchi, le loro forze sono quasi esaurite, il tempo non li risparmia.

La discesa prese tutto il pomeriggio ed era notte fonda quando ci buttammo sotto la tendina a igloo; l’ultimo tratto l’avevo fatto inciampando e cadendo in ginocchio ogni cinque passi. Quasi subito le nuvole circondarono le montagne, e cominciò a scendere la neve. Sfuggiti! Era fortuna, era destino, c’era da ringraziare qualcuno? lo e Gianni non lo sapevamo; forse era giustizia o semplice coincidenza. Probabilmente il Tirich pensava di batterci meglio con il freddo e il vento, piuttosto che con la neve“.

Non c’è retorica in queste parole: l’amore di Guido per la montagna non nasconde la componente epica del suo alpinismo, pur sempre figlio del suo tempo – e la bombetta del Beppe non è stata sufficiente a rivoluzionare del tutto la sua prosa…

Ero disfatto, ma la mente era lucida come non mai; sì, la lucidità era una cosa importante, l’ultima cosa importante mentre cominciavo a pensare che si poteva morire, e che la cosa, adesso che la sentivo vicina, non era molto importante in sé quanto il farlo con garbo e stile…

L’ultimo quadro che quel giorno si fissò nella mia mente era il ghiacciaio spazzato da una tormenta fortissima e davanti a me Shirgol Khan piegato per resistere al vento e per lo sforzo di tirarsi appresso una sacca di roba nostra; la sacca lunga e deforme lasciava una traccia sulla neve, sembrava un esquimese intento a portarsi a casa una foca catturata.

Non c’era un villaggio senza frane, il raccolto di quell’estate era perduto, la strada era crollata, e tutti furono gentili con noi quando tornammo dal Tirich Mir, il monte più alto del volo dell’aquila“.

Guido Machetto in vetta al Tirich Mir
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Guido Machetto è una figura importante, come si è già detto. Forse le sue idee possono sembrare ovvie oggi, ma trent’anni fa non lo erano affatto, e ancor più era difficile trovare qualcuno che le vivesse fino in fondo sulla propria pelle.

Guido ha ribadito in modo del tutto personale e idealista una maniera di porsi di fronte all’alpinismo che era già stato indicata da altri prima di lui, e che veniva riproposta in quello stesso periodo da Messner e Habeler con lo scaltro taglio di sensazionalismo tanto appetibile dai mass media…

Credo che chiunque concordi sull’influenza delle sue salite e del modo in cui le ha portate a termine. Se poi in pratica Guido ha avuto pochi seguaci lo si deve principalmente alla severità che la sua concezione impone. La maggior parte di noi alpinisti della domenica, e non si veda in questo titolo alcuna espressione critica ma solo la constatazione di un dato di fatto, quando affronta una spedizione extraeuropea è poco disposta a prendersi dei rischi non necessari nel solo nome dell’equilibrio con la sfida da portare a termine. Più in generale, nella sua evoluzione attuale centrata sugli aspetti economici, la società occidentale sicuramente non guarda con interesse una simile propensione al romanticismo. Per questo Machetto mi è caro e va ricordato.

Perché è stato uno degli ultimi eroi. Perché ha saputo sognare lontano. Perché è stato un poeta, uno dei pochi in alpinismo.

Proseguo per la cresta,
la vetta non è lontana.

Sale la nebbia, pettina
la parete ed esce come
un’onda dalla punta per
fare un looping nel cielo.

E’ come quei giorni di primavera,
mentre si cammina per
le prime volte dopo la neve,
con i prati e le foglie di
quel verde tenero,
con gli animali che non sono
ancora spaventati;

si cammina nel delicato
equilibrio dei nostri pensieri
e poche volte succede
che un uomo sia così
garbato con la propria anima
“.
Guido Machetto

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Dalle Alpi Marittime alle pareti del mondo

Dalle Marittime alle pareti del mondo
(intervista a Gianni Calcagno)
di Fulvio Scotto (pubblicata sulla rivista Montagne Nostre n°123, O9/1990, Cuneo e in seguito su Annuario del CAAI 2001-2002)

Prefazione di Mauro Penasa
(da Annuario del CAAI 2001-2002)

… Gianni Calcagno è figura fondamentale nello sviluppo di una concezione sempre più avventurosa per l’alpinismo italiano nei venti anni che l’hanno visto attivo sulle pareti del mondo.

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Ho conosciuto Gianni solo di sfuggita, grazie all’amicizia con Ugo Vialardi, uno dei biellesi che lo ha affiancato in più di una salita all’inizio degli anni ‘8O, e comunque solo a Finale Ligure, perché all’epoca quello era il mio filo conduttore. Ricordo però vivamente la sua figura, anche all’aspetto un vero santone, guardato da tutti con il rispetto che si deve a chi è veramente grande… ricordo la sua ironia tagliente e preziosa, uno stimolo per tutti noi giovinastri. Mi rendo anche conto quanto la sua concezione dell’alpinismo, in parte coincidente con quella di Guido Machetto, abbia contribuito a formare la mia idea sulla modalità di approccio alla montagna, al di là di quanto nel mio carattere si sposava naturalmente con la loro filosofia.

Dalle Marittime alle pareti del mondo: la capacità di “vedere” al di là della concezione corrente è un punto fondamentale per lo sviluppo personale e costituisce un importante insegnamento per chi si affaccia all’alpinismo, e ciò ad ogni livello. L’avventura è qui a portata di mano, se la fantasia è pronta a coglierla, se la mente riesce a “vedere” al di là della consuetudine.

Ovviamente tutto ciò ha un prezzo: la passione “alpinismo” richiede grandi sacrifici, dedizione e determinazione. O almeno concentrazione, altrimenti si corrono solo rischi notevoli.

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Altrimenti è meglio lasciare le proprie visioni al “sogno”. Che è comunque un elemento importante della nostra vita.

Gianni Calcagno è un nome che nel contesto alpinistico non ha bisogno di presentazioni. Nato il 6 marzo 1943 a Genova, è scomparso con Roberto Piombo in mezzo a una terribile bufera sullo sperone Cassin al McKinley il 16 maggio 1992.

Aveva iniziato l’attività all’inizio degli anni ‘6O nelle palestre liguri e sulle Alpi Marittime, da dove era poi decollato per le grandi pareti delle Alpi e del Mondo.

Gianni è stato un grande dell’alpinismo, dotato di eccellente tecnica su tutti i terreni, e di una “testa” lucida e determinata. E’ stato quindi un innovatore in grado di indicare con chiarezza la strada a chi gli stava intorno: dalle salite invernali all’arrampicata libera in palestra, dai colatoi di ghiaccio e misto alle spedizioni in alta quota, si è trattato di un personaggio veramente completo, tanto da divenire un modello per l’alpinismo di molti.

Questa intervista, realizzata da Fulvio Scotto nel 199O, riprende le origini del suo alpinismo, ed è una lucida testimonianza di come le grandi imprese debbano essere seminate con cura, e di come ciò possa essere fatto anche sulle rocce di casa… La motivazione dentro di sé è sufficiente a rendere ogni parete la più bella e intrigante del mondo…

E la ricerca della difficoltà è comunque una buona base di formazione…

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Dalle Marittime alle pareti del mondo
(intervista a Gianni Calcagno)
di Fulvio Scotto (pubblicata sulla rivista Montagne Nostre n°123, O9/1990, Cuneo e in seguito su Annuario del CAAI 2001-2002)

Oggi sei un personaggio dell’alpinismo extraeuropeo ai massimi livelli, però vorrei, in questa chiacchierata con i lettori, partire da lontano, dai tuoi primi approcci con le Marittime e parlare soprattutto della tua attività sulle nostre montagne, del Calcagno che si è formato su di esse.
– I primi approcci con l’alpinismo sono dipesi soprattutto da mio fratello Lino, che aveva frequentato un corso di alpinismo e cominciato a fare qualcosina. In quel periodo lavoravo fuori Genova. Quando sono rientrato ho provato ad arrampicane anch’io e ne sono rimasto affascinato. Tra i primi compagni di cordata ricordo i coniugi Gianni e Margherita Pastine e, proprio con loro, nel luglio del ’64, ho tracciato un nuovo itinerario sulla Ovest della Punta Mafalda. Ma il primo contatto con le Marittime è stato nel ’63 sulla via Campia al Corno Stella con i fratelli Eugenio e Gian Luigi Vaccari e la prima via da capocordata, il Promontoire all’Argentera, sempre nel ’63.

In vetta alla Torre Castello (Alpi Cozie, val Maira): da sinistra, Alessandro Gogna, Gian Piero Mottti, Gian Carlo Grassi, Giorgio Volta e Gianni Calcagno dopo le prime ascensioni contemporanee sulla parete est, via dei Genovesi e via dei Torinesi, 17 settembre 1967
In vetta alla Torre Castello (Alpi Cozie, val Maira): A. Gogna, Gian Piero Mottti, Gian Carlo Grassi, Giorgio Volta e Gianni Calcagno dopo 1a ascensione della parete est, via dei Genovesi e via dei Torinesi, 17.9.1967

– Quindi il tuo primo compagno di cordata è stato tuo fratello?
– Sì, certo. Dopo un brevissimo tirocinio su difficoltà modeste, abbiamo iniziato ad arrampicare sul quarto e quinto grado. Scherzosamente avevamo coniato il detto “Chi non si accoppa diventa buono!” e, visto che di accopparci non avevamo alcuna voglia…

– Se ho capito bene, hai iniziato prima ad arrampicare che ad andare in montagna?
– Praticamente sì. Il terreno di gioco preferito erano le palestre genovesi: il Pennone, la Bajarda, il Bric Camulà, la Punta Tuschetti: i posti più assurdi secondo la concezione attuale, i posti dove la roccia è peggiore ma dove si impara ad arrampicare perché o passi decentemente o vieni di sotto.

Gianni Calcagno nella prima invernale della parete nord-est della Grivola, gennaio 1970
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– Hai detto di aver iniziato in Marittime nel ’63…
– Sì. Il ’64 è stato un anno di continue ripetizioni in Marittime. All’inizio non puoi avere che idee confuse sulla tua potenzialità, le idee si schiariscono solo col tempo. Ma ciò che ha guidato il mio alpinismo sin da allora è la convinzione radicata e profonda che prima di affrontare difficoltà di ordine superiore bisogna imparare a muoversi con disinvoltura sulle difficoltà medie e assimilare al massimo l’ambiente.
Quindi, è solo a furia di ripetizioni che avrei potuto migliorare la tecnica e aumentare l’esperienza per andare in montagna a livelli sempre maggiori.
E allora dove vai? Nelle montagne che ti sono più vicine e che conosci maggiormente. Oggi a fare una via su una parete, domani sulla torre vicina, poi una traversata come alla Catena delle Guide, quindi il Corno Stella e così via, sino a fare tutta la cerchia dell’Argentera. Dopo di ciò al Prefouns e al rifugio Questa, quindi al rifugio Zanotti e via dì seguito. Le Alpi Marittime, in quegli anni, le ho battute quasi tutte.

Ho trovato il tuo nome nelle prime pagine del libro di Alessandro Gogna Un alpinismo di ricerca. Tu magazziniere e fattorino, lui studente. A Natale del ’64 annaspavate nella neve per andare a fare una via sulla Est della Cresta Savoia, ma la neve era davvero tanta e finì con un bivacco al Valasco. Cosa sapevate dell’alpinismo, delle sue problematiche e che cosa cercavi nel tuo approccio con la montagna?
– Cosa cercavo? La risposta è estremamente semplice, io andavo in montagna perché mi piaceva. Anche se la cosa oggi fa quasi inorridire: “Ma come, ti piace camminare, faticare, pestare della neve?!?”. Ebbene, a me piaceva, come mi piaceva bivaccare se capitava, e fare delle cose considerate pazze. Allora le Est della Savoia d’inverno rappresentavano un grosso obiettivo e poterlo realizzare per me era il massimo e valeva la pena di buttarcisi a capofitto. Un treno per Savona, un altro per Cuneo, la corriera fino a S. Anna, a piedi a Tetti Gaina e poi, finalmente, nella neve. Erano anni in cui nevicava molto, non come adesso. La scalata era il movente ma la cosa più importante era quella di trascorrere alcuni giorni in montagna con un compagno con le mie stesse affinità. Secondo me un alpinista attuale, dico alpinista e non solo escursionista o arrampicatore, prava le nostre stesse sensazioni, anche se oggi la fantasia ha meno possibilità di spaziare. A quei tempi tutta quanta la montagna era permeata di un alone che noi vedevamo come misterioso, e questo mistero si concretizzava ogni volta nel fascino di una nuova scoperta. Al giorno d’oggi è tutto straconosciuto e il fascino della scoperta, almeno nelle Alpi, è andato a farsi friggere. Lo ritrovi, in alcuni casi, d’inverno sulle montagne dimenticate come sono appunto le Marittime in questa stagione, lo ritrovi anche nelle Apuane, un’altra catena completamente abbandonata quando è sommersa dalla neve.

Cresta integrale di Peuterey, tentativo di 1a inv: Guido Machetto e Gianni Calcagno in un bivacco sulla cresta sud dell’Aiguille Noire, febbraio 1971
Cresta integrale di Peuterey, tent. 1a inv, 02.1971, cr. sud dell'Aig. Noire, Machetto e Calcagno

Dall’estate del ’65 la vostra attività approda a un livello superiore. Ho letto che frequentavi la Grigna. A giugno con Gogna fai la prima dello Sperone di Tablasses e a luglio tre vie nuove e due prime ripetizioni sempre nel Prefouns, salite che vi mettono in evidenza.
– E’ successa una cosa che penso capiti a tutti: a forza di arrampicare si cresce di livello e a forza di ripetere ci si rende conto che esiste ancora molto di nuovo da fare.
Desiderio di mettersi in evidenza? Non credo. La componente maggiore è forse la ricerca di una gratificazione personale. Sicuramente esiste lo spirito di emulazione e anche la carica agonistica data dal vivere in un ambiente alpinistico di rilievo. Tra l’altro, io ritengo positive queste componenti perché aiutano a migliorarsi, e non solo in campo alpinistico.
Ed è proprio lo spirito agonistico che ci spingeva di continuo sui massi e in palestra. Figurati che andavamo ad arrampicare con qualsiasi tempo. Piovesse, nevicasse, facesse un freddo infernale, noi arrampicavamo comunque. Ricordo che in Grigna, quando gli altri rientravano al rifugio perché pioveva, noi potevamo sfoggiare la nostra abilità non sulle vie di artificiale che erano alla portata di tutti, ma su quelle di libera, come la Comici al Nibbio con quel diedrino di sesto all’attacco che con gli scarponi era già un bel problema anche da asciutto.

Questo fa parte di una componente puramente sportiva dell’alpinismo che alcuni, a volte, cercano di negare anche un po’ ipocritamente, ma che esiste in
alpinismo come in ogni altra attività.
– Certo che esiste. Figurati che noi, quando ci sentivamo osservati, non esitavamo a fare le cose più dure e, ragazzi!, i passaggi riuscivano anche meglio!

Cresta integrale di Peuterey, tentativo di 1a inv: Gianni Calcagno nel bivacco sulla cresta sommitale del Pilier d’Angle, febbraio 1971
Sulla cresta sommitale del Pilier d'Angle, G. Calcagno al bivacco - Monte Bianco, tentativo 1a inv della Cresta Integrale diPeuterey, feb. 1971

– In quegli anni quali furono le tue salite più significative in Marittime e fuori?
– Nel ’65 la più grande classica che ho fatto è stata sicuramente la Sud della Noire. Allora si diceva che sulla Sud della Noire ci si laureava grandi alpinisti e per noi, che uscivamo dalle Marittime, quei 1200 metri di difficoltà rappresentavano un bell’ostacolo. Ma l’ostacolo maggiore era la mancanza di tempo. Si partiva da Genova di notte, spesso senza dormire neanche un’ora. Si attaccava, si colpiva, e si ritornava facendo dei viaggi allucinanti. Tutte le più grandi salite di quel periodo le abbiamo fatte così.
Anche se la Sud della Noire aveva rappresentato un salto di qualità come impegno complessivo, tecnicamente in Marittime avevamo fatto cose più difficili, come le prime ripetizioni della via Guderzo alla Punta Maria e alla Punta Giovanna di cui non si sapeva quasi niente. Della Punta Giovanna si conosceva solo un tiro terribile all’attacco ma noi eravamo giovani e forse un po’ presuntuosi per cui pensavamo “Dove Guderzo è passato con le staffe noi passiamo sicuramente in libera”. Figurati la scena: un diedro strapiombante liscio come uno specchio e noi con quegli scarponacci che usavamo allora. Dopo 6~7 metri ero appeso come un salame a costruirmi le staffe con i cordini! Un altro passaggio terribile Guderzo l’aveva superato durante un tentativo allo sperone del Tablasses. Anche in questo caso si tratta di un diedrino spiovente poco sopra l’attacco. La prima ascensione dello sperone l’abbiamo fatta Gogna ed io ma se Guderzo avesse avuto dei compagni della sua forza non avrebbe certamente rinunciato.

Oggi si dice appunto che a Giovanni Guderzo, nel corso della sua attività, sia mancato un compagno di cordata al suo livello.
– Penso proprio di sì. Per fortuna a noi è successa la cosa inversa essendo riusciti a formare un gruppetto di 4/5 persone che arrampicavano a un buon livello tecnico e riuscivano ad alternarsi anche su difficoltà abbastanza forti.

Nel freezer di un’industria del pesce, Gianni Calcagno prova i materiali in vista della spedizione sull’Annapurna, 1973
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Nel maggio del ’66 hai salito il diedro che porta il tuo nome alla Rocca Castello e il 17 settembre 1967 una via nuova, la “Genovesi Est”, sulla parete della Torre Castello. Lo stesso giorno, poco a sinistra di voi, altri due giovani, Gian Piero Motti e Gian Carlo Grassi, aprivano la “Torinesi Est”. Fu un caso o un programma preordinato? Quali erano i vostri rapporti con i torinesi?

– Il diedro sulla Rocca è stato il frutto di un errore. Per i diedri ho sempre avuto un debole e un giorno che ero andato a fare la via Balzola, vedendo da sotto quel diedro rosso stupendo, ho pensato immediatamente che la via non poteva che passare di lì. Nei diedrini mi son sempre trovato a mio agio e più i movimenti sono complessi meglio mi riescono. Fatto il primo passo ho capito di non essere sul quarto ma sul quinto superiore. Ma che importava essere fuori via, era troppo bello per rinunciare! Della Est della Torre si sapeva che era inviolata e sapevamo che anche i torinesi ci stavano pensando. Per combinazione ci siamo trovati in parete lo stesso giorno, noi con un paio d’ore dì vantaggio perché eravamo sempre i soliti nottambuli. In seguito ho avuto qualche contatto con l’ambiente torinese e con Motti ho fatto qualche bella arrampicata anche in Dolomiti senza riuscire però a legare con gli altri.

Gianni Calcagno, Alessandro Gogna e Guido Machetto a una qualche presentazione della spedizione dell’Annapurna 1973
G. Calcagno, A. Gogna, Guido Machetto a una qualche presentazione della spedizione dell'Annapurna 1973

A quell’epoca facevi spesso cordata con Gogna. Chi tirava maggiormente dei due, chi aveva le idee e sceglieva le salite?
– Nell’ambito del nostro gruppo, sulle difficoltà più sostenute, eravamo noi due a fungere da capocordata ma quando arrampicavamo assieme andavamo rigorosamente a tiri alterni. E questa era una regola ferrea. Sandro era quello che s’interessava maggiormente della ricerca dei nuovi problemi e questo per una elementare ragione: io lavoravo, lui era studente, io lavoravo, lui non studiava, io lavoravo come un disperato e lui studiava alpinismo.

Guido Machetto sulla via degli Italiani al Tirich Mir, 1975
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Nell’inverno ’67/68 la vostra prima grossa impresa al Pizzo Badile, la prima invernale alla via Cassin; poi Gogna decide di dedicare la sua vita all’alpinismo a tempo pieno. Perché tu non facesti altrettanto?
– Ho perso mio padre che avevo 13 anni. Pensare di vivere di alpinismo era pura utopia perché, se non portavo a casa lo stipendio, non solo non mangiavo io ma non mangiavano neanche i miei familiari. La mia non è tanto una scelta quanto un obbligo, un obbligo che ha caratterizzato tutta la mia vita. Sandro non aveva altre responsabilità che quelle nei confronti di se stesso e quindi la possibilità di scegliere liberamente.

– Come mai non eri con Gogna allo Scarason? Certamente sapevi di questa parete ancora inscalata. Poteva essere la più difficile tra le tue ascensioni di allora.
– Qualche tempo prima, in Grigna, avevamo conosciuto Paolo Armando e cominciato ad arrampicane assieme. La via del Triangolo Industriale al Nibbio è un esempio. Anche Paolo era studente e quindi abbondava di tempo libero per cui ha cominciato a fare progetti con Sandro. Logicamente, per impegni di lavoro, potevo muovermi solo nei fine settimana e sono rimasto tagliato fuori da parecchi progetti. Per la stessa ragione non ho partecipato alla scalata del Naso di Zmutt al Cervino pur avendo fatto il primo tentativo.

Gianni con la moglie Giovanna nel 1980
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– Negli anni in cui hai frequentato maggiormente le Marittime, in zona operavano i francesi Didier Ughetto e Frank Ruggeri, quindi Michel Dufranc e i cuneesi del gruppo “Cit ma bon”. Li conoscevi?
– Con i cuneesi i contatti erano sporadici, ci si incontrava solo nei rifugi. C’era rispetto reciproco ma non c’erano campioni né dalla nostra né dalla loro parte.
Ughetto e Ruggeri li conoscevamo, eccome! Avevamo ripetuto la loro via sulla Sud del Corno trovando “eterno”. Ricordo ancora con impressione la serie di placche che supera, placche talmente lisce che non riuscivo a capire come ci si potesse stare. I francesi avevano già un’altra mentalità, un diverso modo di allenarsi e delle strutture splendide come il Baoux de St. Jeannet mentre noi ci allenavamo in Baiarda: il confronto non regge assolutamente.

– Dufranc forse è quello che porta le idee più nuove. Parigino, ha arrampicato a Fontainbleau, ha fatto la prima in giornata della Walker, i suoi amici hanno vinto la Ovest del Dru. Lo hai conosciuto?
– No, non l’ho conosciuto. Posso riferirti l’opinione generale sui francesi. Si diceva che fossero delle bestie, che arrampicassero fortissimo, che riuscissero ad aprire delle vie incredibili. Chissà che non usassero già scarpe diverse e sicuramente una tecnica e una mentalità più avanzata. Si capisce che dietro c’era l’abitudine ad andare avanti su terreno sconosciuto e questo, per noi, rappresentava un limite. Le loro vie erano quasi introvabili perché di chiodi non ne lasciavano neanche morti. Trovavi l’attacco a furia di girarci sotto e poi… era come fare una via nuova.

– Negli anni seguenti grosse salite nelle Alpi e, dal ‘75 al Tirich Mir inizia la tua grande avventura extra-europea. Tranne il triste tentativo all’Annapurna del ’73, tutte le altre sono imprese di successo. In questi anni in cui costituivate l’élite alpinistica italiana sei stato amico di Guido Machetto.
– Guido era un alpinista e un uomo eccezionale. E’ stato il fulcro su cui ha ruotato il nostro gruppo tra il ’70 e il ’73. Se non fosse caduto alla Tour Ronde sarebbe stato un punto di riferimento per l’alpinismo italiano per le sue idee decisamente innovatrici.

Gianni nelle Ande, 1980
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– In quei periodo e negli anni successivi cosa hanno rappresentato per te le Alpi Marittime?
– Mah, per parecchi anni le ho decisamente trascurate a favore delle grandi montagne. Le Marittime sono formate da montagne minori sulle quali è difficile fare salite che diano grandi sensazioni, scalate di livello come cercavamo allora.
D’altra parte la tecnica piolet-traction non era ancora nata e le Marittime, nel loro aspetto invernale, quasi sconosciute. Un altro fattore importante è rappresentato dall’arrampicata in falesia, considerate in quel momento come il “nuovo gioco” che cominciava a sottrarre numerose presenze alla montagna. Si parla del ’68 come l’inizio di questa nuova visione dell’alpinismo che considera la scalata come puro divertimento. Questo momento l’ho vissuto anch’io, ma dettato da un’esigenza interiore e non certo dalla moda.

– Parlano di te come di una mente fredda, calcolatrice, capace dì puntare all’obiettivo senza tentennamenti.
– Ti dico questo: a me è sempre costato andare in montagna, non me l’ha mai regalato nessuno. Mi è costato parecchio perché ho dovuto rubare tempo a tutte le altre attività della vita, lavoro, famiglia, affetti, e questo perché l’alpinismo mi è sempre piaciuto. Quando progetto una salita in montagna valuto il mio grado di allenamento, le condizioni e lo stato del tempo. In fase di realizzazione se solo esiste una possibilità me la gioco, me la gioco sino in fondo. Se va tutto a bagno per cause di forza maggiore pazienza, ma prima di rinunciare… Quello che non sopporto è la faciloneria nel decidere: io sono severo con me stesso e lo sono altrettanto con gli altri.

Gianni su Ten, Rocca di Corno, Finale Ligure. Anni ’80
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Come giudichi il Calcagno di un tempo e quello di oggi? Cosa è rimasto in te dell’alpinista che correva per il fine settimana a fare le salite in Marittime?
– Mi considero lo stesso alpinista di allora… in evoluzione. L’alpinista attivo è sempre in evoluzione, sia come modo di intendere l’alpinismo che come modo di praticarlo. Credo di non essermi ancora arenato né sul piano fisico o tecnico, né tantomeno come concezione della montagna. Cosa mi è rimasto dell’alpinismo prima maniera? Tutto. Sono ancora quello che si diverte ad andare in montagna, a fare i passaggi, a inebriarsi dell’ambiente, a faticare sotto il peso dello zaino, a partire di notte come allora. E ho continuato a frequentare le Marittime, le Cozie, le Apuane in inverno, quando questi ambienti diventano severi e tosti perché vi si respira più asprezza e isolamento che nei pressi del rifugio Torino.

Ritieni che fare dell’attività su queste montagne abbia ancora un senso nel contesto alpinistico generale? Ritieni che abbia un senso cercare delle nuove realizzazioni?
– Ritengo che in montagna sia logico cercare nuove realizzazioni dappertutto. Per quello che mi riguarda, delle Marittime vedo l’evoluzione in campo invernale per le molte possibilità che offrono. Abbiamo fatto alcune goulotte di 800/1000 metri proprio lo scorso inverno, ascensioni da paragonare alle più belle delle Alpi. Se si ripete un inverno favorevole, ci passo tutte le domeniche, te lo posso garantire. Erano anni che aspettavo le condizioni sulla Nord-est dell’Asta Sottana, e la Ovest del Tablasses in piolet-traction, puoi immaginartela?! Per non parlare dell’Uja del Dragonet, la più difficile e la più bella.
Dell’attività estiva mi lasciano perplesso alcune ragnatele di vie aperte dall’alto, anche se offrono al ripetitore qualche bella arrampicata. Chi va ad aprire una via, dovrebbe aprirla nel vero senso della parola.

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– Quindi sei contrario ad “opere di attrezzatura dall’alto” come è successo al Corno e a Rocca Bianca in Val Varaita?
– Già per le palestre questo stile mi lascia parecchi dubbi. Viviamo in un momento in cui trovare nuovi itinerari logici è sempre più difficile e mi sembra un’assurdità il chiodarli dall’alto togliendo la possibilità di farli con uno stile pulito. Se non si hanno le capacità di chiodare dal basso, lasciamolo fare a chi è in grado di farlo. Il Michel Piola della situazione potrebbe esistere anche da noi.

– Un personaggio della nuova leva alpinistica che ritieni possa rivestire un ruolo di primo piano in Marittime?
– Marco Schenone è uno dei frequentatori di maggior livello delle Marittime con alle spalle un notevole curriculum alpinistico in tutti i gruppi e su tutti i terreni. Tra i liguri, che meglio io conosco, si può considerare uno dei migliori alpinisti emergenti.

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La pervicace ricerca del destino – parte 2

La pervicace ricerca del destino – parte 2 (2-2)
c
onversazione con Alessandro Gogna (Milano, 14 luglio 2015)
di Giorgio Robino

PARTE 2 (l’azione interiore)
L’Amicizia, il Mistero, il Destino: Gian Piero Motti, Renato Casarotto, Gianni Calcagno

Con Gian Piero Motti eravate amici?
Sì, certo. Non è che lo vedessi tutti i giorni, ma è stato un compagno di molte avventure.

Ti riporto uno stralcio di testo tratto dal libro di Enrico Camanni, “Gian Piero Motti. I falliti ed altri scritti”, Incontro con Carlo Mauri, pagina 294:
«A tutta prima potrebbe sembrare che Mauri abbia rinnegato la sua esperienza alpinistica, o per lo meno la consideri in luce negativa.
“No, affatto, considero ogni esperienza valida di per se stessa e sopratutto cerco di inquadrarla storicamente nel periodo che ho vissuto. E’ una esperienza che è stata fondamentale nella mia vita, utile anche in seguito come metro di paragone e confronto. Io non so se questo alpinismo di tipo occidentale avrà vita lunga: certo mi pare un po’ stanco, esaurito. Mi sembra che certe realizzazioni – ascensioni invernali, “solitarie”, spedizioni extraeuropee – ormai siano un po’ scontate e non esprimano nulla di nuovo, se non una più profonda insoddisfazione da parte degli alpinisti. Io invece penso ad un giorno in cui si guarderanno ancora le montagne dal basso, sorridendo e con un po’ di curiosità: come di fronte ad una rovina archeologica, si dirà che un giorno quelle creste, quelle pareti erano scalate da uomini che si arrampicavano su con corde e chiodi per giorni e giorni. O forse si andrà ancora in montagna, con lo stesso spirito con cui si va al cinema o a teatro…”.
Ancora una volta riaffiora il sospetto dell’utopia della fine della competizione uomo-uomo. Allora gli dico: “Ma un mondo così anch’io lo sogno, solo che non è più il mondo, perché è semplicemente la fine dell’uomo e quindi anche la fine di un mondo. Indubbiamente sarebbe un bel salto dialettico…”.
Forse non ci siamo ben capiti, e Carlo si arrabbia un po’. Si stropiccia la barba rossa e gli occhi azzurri sembrano bucare con il loro sguardo, mi accusa a viva voce di essere un egoista, un individualista, di non credere nella lotta collettiva».

Gian Piero Motti
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Alessandro, sei a conoscenza di questa conversazione? Perché Gian Piero Motti lamenta l’incomprensione? Sai cosa c’era “dietro”?

Ti dico subito che su quell’incontro non so niente, perciò non vorrei parlarne.

Forse Carlo Mauri stava proiettando i suoi contenuti su Gian Piero, scusa il discorso psicologico. Ai tempi c’era sempre un gran parlare del collettivo… allora c’era questa mania, di Mauri, di molti, anche mia, di pretendere che l’alpinismo avesse una sua validità in quanto forza collettiva… bisognava credere in questo valore ideale condiviso tra tante persone e tramite questo migliorare l’umanità, noi stessi…

Qual è il problema? E’ che Gian Piero è arrivato ben prima di altri a capire che tutte queste cose sono cazzate! Mauri accusa Motti, ma il mondo era ed è così soprattutto per chi sta accusando: l’egoismo, il non credere nella collettività, l’individualismo, sono esattamente le caratteristiche di ogni alpinista… A volte accusare un altro è proprio perché non si capisce che siamo noi stessi i primi a essere coinvolti… se a me dà fastidio l’azione di un altro dovrei domandarmi: ma perché mi sto incazzando? La risposta è: perché ho dei contenuti dentro di me che sono uguali a quelli che io sto vedendo nell’altro e questi contenuti mi danno fastidio perché li ho dentro; è un transfer (Freud, Jung, ecc.), non è che stiamo parlando di chissà che cosa. E’ la proiezione psicologica di contenuti: io vedo in altri quello che ho dentro di me e se non voglio riconoscerlo, lo riconosco negli altri, perciò mi dà fastidio. Mauri c’è cascato in pieno! Chi più individualista di lui?! E non è che lo dico per un giudizio negativo, tutt’altro! Per me gli individualisti sono persone eccezionali, però ripeto, della vicenda non so nient’altro che il passo che hai riportato.

Che Gian Piero fosse ben oltre l’alpinismo lo si comprende bene anche da come egli ricorda uno degli ultimi scambi avuti con Guido Rossa: “Incontrerò una sera d’inverno Guido Rossa, il quale fissandomi con quegli occhi che ti scavano dentro e ti bruciano l’anima, con quella sua voce calma e posata mi dirà che l’errore più grande è quello di vedere nella vita solo l’alpinismo, che bisogna invece nutrire altri interessi nobili e positivi”.

Ti leggo un altro passo, sempre dal libro di Enrico Camanni, “Gian Piero Motti. I falliti ed altri scritti”, Lettera a Ugo Manera, pagina 318:
«Così nel giugno del ’75 dovetti tacere in silenzio e subire con tanta amarezza insinuazioni, calunnie, cattiverie di ogni sorta. E poi via di seguito. Mi consola una cosa: che quando un giorno apparirà la verità (ed apparirà) sarà la sua forza a tappare la bocca a tutti. […] Il tuo amico (qui Motti parla di se stesso) è’ sempre stato perfettamente lucido e cosciente. Il tuo amico era impegnato in una impresa al di là del credibile, al di là dei sogni, al di là della fantasia stessa. Il tuo amico in questa impresa ha dato tutto se stesso, tutte le sue energie, anche la sua vita. Per chi? Perché? Un giorno certamente lo saprai. Ma durante tutti questi anni, sovente come Ulisse sbattuto per i mari, in mezzo ad avventure terrificanti, dove si affrontano mostri, streghe, uomini e dei, il tuo amico pensava alla sua pietrosa Itaca, a quei giorni passati sulle grandi pareti. Ma dimmi, sono forse ancora così come noi le vedevamo? Certo le montagne sì, sono immutabili nel tempo. Ma a me pare che gli uomini siano cambiati. […]
Si è frainteso tutto. Non si è capito che la montagna resta sempre la montagna. È l’uomo che deve mutare” ».

E riporto un altro stralcio estratto dal testo di Carlo Caccia, “Visionario dell’eterno ritorno” [http://www.intraisass.it/ritratto02.htm]:
«Per il “Principe” esisteva perfetta coincidenza tra il trovarsi sulla Nord-ovest del Civetta o su una solare placca granitica a pochi metri da terra. Scendere per poi risalire, lasciare il mondo di cristallo dell’alta quota per tornarvi con uno sguardo nuovo: ecco l’essenza del “Nuovo Mattino” che, nelle intenzioni di Motti, non avrebbe avuto alcuna ragione di esistere se non in funzione delle “Antiche Sere”, ossia del grande ritorno che ricorda quello di Ulisse ad Itaca. Anche se, come spiega perplesso Alessandro Gogna, “Le ‘Antiche Sere’ sono forse la contemplazione dell’irraggiungibile”».

Cosa significa: “Le ‘Antiche Sere’ sono forse la contemplazione dell’irraggiungibile”?
Questa è poesia, quindi la forma più estrema della realtà… e ti stai addentrando in un campo… pericoloso.

Ti confermo che sono stato un carissimo amico di Gian Piero, ci siamo frequentati dal 1967 fino a quando è morto. Ho assistito a tutta la sua evoluzione, fin da quando scrisse l’articolo “I Falliti” fino agli ultimi articoli… “Arrampicare a Caprie”, “Zero the hero”, ecc., cioè tutte le cose belle di Gian Piero… io l’ho seguita tutta l’evoluzione, con telefonate chilometriche di ore e ore in teleselezione, le chiacchierate di persona a Torino. E questo è il quadro in cui si svolge la vicissitudine con lui.

A un certo punto Gian Piero ha preso una sua strada, che era quella della ricerca e introspezione, un individualismo spinto al limite proprio, sul significato dell’uomo su questa terra, sfruttando molto le sue visioni oniriche, soprattutto alla mattina… quando era a casa non si alzava mai prima delle 9 perché quella è l’ora migliore per i sogni…

Tu mi guardi come un pazzo Giorgio, ma è così: queste cose o le credi perché le hai vissute o non le credi perché non le hai vissute, la cosa è molto chiara.

Allora lui aveva spinto la propria ricerca interiore a livelli “interstellari”… io non riuscivo a seguirlo, un po’ perché non volevo, un po’ perché non c’ero portato, un po’ perché forse il mio destino era diverso… però ti assicuro che quando lui parlava era una magia, lui non parlava in pubblico, parlava tra amici come stiamo parlando noi due… rapidamente in poche battute ti portava in un mondo del quale capisci non puoi fare a meno… che vedi non dico con invidia, ma con ammirazione.

Ma lui lo ha sempre detto: questo mio cammino mi porterà alla morte, la morte fisica, perché questo è il mio “destino”… una specie di Gesù Cristo, senza la pretesa di esserlo. Molto laico. La matematica certezza che questo cammino sarebbe finito solo così. Questa cosa è nata nel 1975 ed è durata 8 anni quando poi si è tolto la vita, al secondo o terzo tentativo… prima si era fermato perché la “voce” gli diceva che non era ancora il momento… lo so, siamo a livelli di racconti quasi paranormali… quasi incredibili!

Non voglio addentrarmi più di tanto in questo perché c’è un regola, Giorgio, per cui in questo mondo non puoi entrare solo perché qualcuno ti fa entrare, devi entrare volendoci entrare ed è estremamente pericoloso non solo ascoltare queste cose ma anche dirle! Scusa se sono ermetico.

Il motivo per cui quello che si scrive su Gian Piero è incomprensibile è proprio questo: volutamente c’è una censura precisa che impone a chi legge di conservare la curiosità senza che la curiosità possa essere soddisfatta a meno che non sia lui a volerlo, a proseguire il percorso.

I boschi di Breno (Val di Lanzo) in cui Gian Piero Motti “scomparve” per qualche giorno
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E tu hai fatto questo percorso?
L’ho fatto a modo mio nel senso che dal 1975 fino ad oggi, e sono passati 40 anni, non mi è mai passato per la testa che il mio cammino mi avrebbe portato al suicidio, mai! Perché il mio cammino è diverso. Indubbiamente meno estremo del suo, questo è certo. Io non avuto sogni così “costrittivi” di comando al quale devi obbedire.

Quindi più tranquillamente io mi auguro di morire nel mio letto, come tutti… ma nello stesso tempo la sua avventura ha cambiato la vita a tante persone, da quando nel giugno 1975 si è ritirato in un bosco in Val di Lanzo e per tre giorni è stato là senza che nessuno sapesse dove cazzo fosse… e nemmeno lui sapeva dove cazzo era! E’ partito per la tangente e si è risvegliato dopo un bel po’.

“Un giorno la verità si saprà”… No, saremo morti tutti prima, questa verità sarà all’apocalisse… cioè non credo che Gian Piero volesse dire, rivolto ad Ugo Manera: “un giorno anche tu Ugo Manera, saprai…”. Manera e noi tutti faremo a tempo a morire prima, perché questo sta succedendo… perché i tempi di realizzazione di questi disegni sono tempi “interstellari” e non hanno nulla a che fare con la nostra vita biologica!

Noi siamo delle “ombre”, come diceva Platone, del resto.

La materia… la materia che compone la nostra vita, quello che noi vediamo, tocchiamo, ecc. in realtà è la proiezione quasi filmica di una realtà che invece è spirituale e che sta da un’altra parte. Platone l’aveva chiamata “teoria delle ombre”, noi siamo cioè delle ombre di qualche cosa che esiste altrove, mentre l’ombra in realtà non esiste. Toglieva valore alla materia e lo dava invece allo spirito.

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Gian Piero diceva che è così: c’è una realtà precisa che viene proiettata come fosse un film e noi siamo delle inconsapevoli ombre e ci muoviamo in una superficie bidimensionale quando invece le dimensioni sono ben più di due, ci muoviamo e ci agitiamo al massimo come i topi nella gabbia, questa è la nostra condizione… poi ogni tanto qualche informazione arriva extra, passando dai buchi delle serrature, che sono i sogni, che sono le intuizioni.

Quella frase lì, “un giorno anche tu Ugo Manera, saprai” è troppo ottimistica.

Ugo non vedrà, Alessandro non vedrà.

Quindi Gian Piero non si riferisce alla sua morte fisica?
No. Lui si riferisce alla realtà che ci sta proiettando tutti, sullo “schermo”. Lui sta dicendo che un giorno le immagini riconosceranno di essere proiettate.

Tutto questo ha a che fare con uno dei cinque libri al mondo che salverei: “Risposta a Giobbe” di Carl Gustav Jung [https://it.wikipedia.org/wiki/Risposta_a_Giobbe]. Libro epocale, una roba che apre la mente in maniera incredibile.

Giobbe si fa delle domande sul perché Dio lo tortura e lo massacra in questo modo. Pur essendo lui un uomo di fede, glie ne fa passare davvero tante. Il “libro di Giobbe”, quello della Bibbia [https://it.wikipedia.org/wiki/Libro_di_Giobbe], è molto, molto bello.

“Risposta a Giobbe” è da leggere avendo letto prima il libro della Bibbia, che peraltro si legge velocemente… per modo di dire, perché ogni versetto ha la sua importanza.

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E Risposta a Giobbe è la visione che Jung ha di questo fenomeno, che poi è l’uomo. Alla fine del libro si dimostra che Dio ha bisogno dell’uomo almeno quanto l’uomo ha bisogno di Dio…

Per fare cosa? Per auto-riconoscersi! Perché Dio non si auto-riconosce.

E lo sta facendo solo grazie al nostro lavoro e la nostra sofferenza qui in terra. E’ come se l’entità che ci proietta sul muro, avesse bisogno di vederci per capire che cosa è.

Capisci che è la stessa cosa che sta dicendo Motti? Questa è la sostanza.

Motti era un tramite tra un mondo e l’altro. Qualcosa che noi non possiamo quasi immaginare. Deve essere stato così grandioso da rinunciare a tante cose… poi lui era uno che non aveva bisogno nemmeno di lavorare, si godeva la vita, non era un eremita, se c’era da trombare, trombava! Ma rispetto a “questa” cosa, tutto il resto non aveva importanza. Diceva: perché ti sbatti, fai…? tanto non è questo che conta…

Io riconoscevo l’energia necessaria per stare dietro a questo mondo: d’altronde sapevo che il mio destino era un altro. Lui non ti chiedeva niente, di essere suo allievo o altre cazzate del genere… questi discorsi li faceva con pochi, massimo quattro o cinque persone.

Ed ora ti sto facendo un magrissimo riassunto sempre per il motivo che non voglio andare oltre un determinato livello, perché può essere molto pericoloso, per me soprattutto, non tanto per te che ascolti. Abbi pazienza, ma così stanno le cose.

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Sulla morte poi evidentemente… a quelli che mi domandano: “Ma perché su Renato Casarotto hai scritto determinate cose?” ma ragazzi… ogni tanto qualcosa passa… e la morte di Casarotto è esemplare, veramente esemplare! Ma io non voglio andare oltre quello che ho scritto, perché è già troppo! Lo potrei fare solo con l’ansietà di apparire una specie di guru che ne sa più degli altri… cosa che veramente è lontana dalla mie intenzioni: io non voglio apparire come qualcuno che ne sa più degli altri, vorrei saperne più degli altri e basta!

Forse l’avevi già detto nel tuo libro “La parete”. Ti leggo uno stralcio tratto da un articolo di Marco Bellini, recensione al libro [http://www.intraisass.it/recstor1.htm]:
«Nel mio libro precedente
Un alpinismo di ricerca concludevo le mie teorie con le due fatidiche parole a stampatello: rivoluzione totale. […] In seguito non potei più evitare di pormi lo domanda: quale rivoluzione totale? L’idealismo mi spingeva a credere che dopo la rivoluzione toccasse a noi ricostruire […]. L’Annapurna e i suoi seracchi m’insegnarono che non toccava a me ricostruire un bel niente. Ciò sarebbe stato solo un atto di orgoglio. L’unico atto che mi si richiedeva era il continuare l’esplorazione di me stesso senza pretesa di successo».

Mi sembra, Alessandro, che tu abbia detto già lì quello che è tutt’ora la tua via. E’ così?
Assolutamente sì, uguale! Ma c’è un distinguo sull’ultima parola, la parola “successo” che può essere in due modi: successo perché sei riuscito nel tuo intento (la pretesa di successo), di fare una esplorazione raggiungendo delle conclusioni che ti soddisfano, oppure si può parlare di successo in termini sociali.

Però quella frase lì: “senza pretesa di successo” è riferita ad entrambi i successi: quello sociale e quello personale, perché io non so se avrò successo in questa impresa, ma questa è la mia strada.

Il blog è una manifestazione di questo.

Lorenzo Massarotto bivacca in una caverna
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Ti leggo un passaggio estratto da un tuo articolo pubblicato appunto su Gogna Blog il 25 aprile 2014, [http://www.banff.it/gian-piero-motti-la-contemplazione-del-mistero/]:
“La svolta ci fu nel giugno 1975, quando ebbe, ricercata e voluta fortemente, un’esperienza visionaria nella sua amata Val Grande (Lanzo). Dopo di allora, dapprima tutti gli amici, ma poi anche gli estranei, sentirono che quell’uomo aveva «visto» di più degli altri, e quindi che «sapeva» di più. È naturale che altri ancora, refrattari, sviluppassero per Gian Piero una vera e propria insofferenza.
[…]
Piuttosto, gli piaceva non dire tutto, lasciare quelle curiosità che così abilmente seminava. Infatti i suoi scritti dicono di lui molto più di quanto sembra a prima vista. I piani su cui scriveva erano SEMPRE due. Era responsabilità soprattutto del lettore se molto rimaneva nascosto. Semplicemente perché qualcuno non «vedeva». Ciò non toglie che molte cose non abbia mai avuto il coraggio di scriverle e se le sia tenute per sé. Al massimo si lasciava andare a qualche lungo discorso con amici, cui rovesciava nel profondo dell’anima sogni che ti rivoltavano come un calzino.
[…]
Lo scritto più rivelante da questo punto di vista è
Le antiche sere, ossia la sintesi felice. Motti, ad un certo punto, si è trovato di fronte a qualcosa di irraggiungibile. Forse le Antiche sere sono una contemplazione dell’irraggiungibile, l’annullamento dell’Io di fronte alla grandezza del Mistero. Nella nostalgia del tempo in cui, vivere nel Mistero, era la normalità.
La nostra intera vita dovrebbe essere permeata dalla contemplazione del Mistero: e per questo insegnamento non finirò mai di ringraziare il mio più grande Maestro: Gian Piero Motti.”

Questo “mistero” è quello indicibile di cui mi hai parlato prima?
Ci sono sempre due livelli: faccio riferimento sia al mistero della proiezione di cui ti ho accennato prima (il mondo, la proiezione…), sia ad un livello più vicino, di mistero più raggiungibile, in senso più generale, che chiunque può vivere.

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Di misteri ne abbiamo tanti e non c’è bisogno di andare nel “cosmo”, basta guardarsi un attimo intorno: il mistero di come la formica riesca a fare quello che fa… ci sono milioni di misteri!

La contemplazione del mistero è una attività, un esercizio che il positivismo ha cercato di eliminare senza per fortuna riuscirci. E’ stata quella forza (per carità, che ben venga, non sto demonizzando) che ha spinto l’uomo a farsi domande e darsi delle risposte con la “scienza”, Ma questo è l’ “anti-mistero”! Invece l’uomo ha bisogno del mistero! Della fede, della religione, perché sono mistero.

Quindi la contemplazione del mistero, nel nostro piccolo, senza andare a toccare il grande mistero di Motti, è quella. Abbiamo bisogno dei nostri misteri, di cui per altro siamo invasi: c’è già il mistero della nostra vita, della nostra nascita. Nessuno ha mai provato niente, su dove andremo, cosa faremo, da dove veniamo. Boh, mistero!

“Contemplare” significa mettersi lì e vivere serenamente, pacificamente questa condizione che è salubre ed assolutamente quasi necessaria all’organismo, alla psiche.

Affinché non si impazzisca?
Sì. Le “antiche sere” sono un po’ questo. Sono irraggiungibili. Intanto le sere sono passate, sennò non le chiameresti sere, è vero che stasera ci sarà una altra sera e domani sera ce ne sarà un’altra ancora. Non ci sono più ma evidentemente le abbiamo vissute. Ma allora è un ricordo?

No. E’ qualcosa di più che un ricordo anche perché la frase è detta in antitesi al “Nuovo Mattino”. Quindi credo che la definizione di “contemplazione dell’irraggiungibile” e quindi del mistero sia la definizione più esatta di quello che voleva dire lui. Ma… “senza pretesa di successo”.

Sai, Giorgio, qui siamo in un campo molto minato, molto minato.
Pervicace2-1515500015La forza psichica è quella che abbiamo sondato di meno e misurato di meno. Perché non è razionale, non è scientifica, non è qualcosa che puoi ricondurre alla ragione. E’ qualcosa che si impone e basta. E’ un mondo che soltanto alcuni, chiamiamoli “eletti”, hanno avuto modo di provare e qualcuno ci ha lasciato anche le penne, tipo Gian Piero.

Del resto, la morte di un individuo è nulla in confronto a quello di cui stiamo parlando.

La morte è un “passaggio”?
Sì… Vediamo le cose il meno egoisticamente possibile: il nostro egoismo ci dice che dobbiamo continuare a vivere finché possiamo, ma poi nel 2100 saremo tutti morti, no? Tu, io…

E nel momento in cui moriremo non avrà alcuna importanza se il tuo amico Gian Piero Motti è morto prima di te. Non so se rendo l’idea.

Se la sua vita è durata meno della mia, in fin dei conti non avrà importanza! Perché l’importanza c’è per chi vive, non per chi muore.

Quindi cambieremo tutti idea. Questo è tragicamente chiaro! Cambieremo tutti idea.

Egoisticamente ci dispiacerà morire, certo. Specie se te ne accorgi. C’è gente che muore nel sonno… bene.

Perché parli di “terreno minato” da cui stare alla larga?
Perché c’è un’energia dentro di noi che siamo certi di non poter controllare.

Non puoi avere la pretesa di controllare questa energia, quindi la devi trattare con molta circospezione. E’ come mettere le dita dentro una presa di corrente a 220 Volt. L’elettricista ha un mestiere che gli permette di averci a che fare senza avere danni, ma un non elettricista può rimanerci secco. E’ solo un esempio.

Con questa energia di cui stiamo parlando il rischio c’è.

Io lo sento dentro di me, sento quando può esserci trasmissione. Se con te sono reticente… non che io sappia chissà che cosa di più, è nella “intensità” che sono reticente… perché sento che non potrei essere diversamente. Con un’altra persona non mi passerebbe nemmeno una parola, sarebbe dare perle ai porci, di più, sarebbe mettere semi nell’acqua, perché i semi vanno messi nella terra.

L’energia è senza controllo. Non è il bene! E’ costruttiva e distruttiva. E’ tutto. E’ Shiva.

E’ Dio Brado, proprio quel Dio che ha bisogno di Giobbe per riconoscersi e Giobbe deve stare molto attento, molto attento… Il Libro di Giobbe racconta una grande tragedia finita abbastanza bene…

Perché Gian Piero parla di “dei” e di “mostri”, quando scrive a Ugo Manera? Perché c’è la grandissima balla del Cattolicesimo che dice che Dio è “Bene”!

Dio è Bene un accidente di niente perché se fosse così tanto Bene non ci sarebbe tutto il casino che c’è qui. Non è Bene per nulla! E’ qualcosa di orribilmente potente che noi ogni tanto intendiamo come Bene. Perché la maggior parte delle volte viviamo solo tragedie e basta e la tragedia stessa di essere uomini, di nascere e morire.

Gian Piero ha fatto un “patto” con l’energia? O ne è stato risucchiato?
Questa è una domanda molto valida. Quanto è stato risucchiato o quanto poteva padroneggiarla? Mah… sai, c’è la parola “martirio” che può salvare in questa vicenda…

Il martirio di Guido Rossa
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La parola “martirio” pare cristiana, o islamica di questi tempi…
Sì. E’ una persona che va alla morte convinta che la sua morte sia nulla di fronte alla grandiosità di quello in cui lui è immerso in quel momento, vedi per esempio quando il Cristianesimo doveva affermarsi rispetto ai pagani, agli imperatori e ai leoni che ti mangiavano…

Quando uno è convinto, quello è un martire vero… e allora come possiamo stabilire se è l’energia che lo ha divorato o se invece è stato proprio lui ad abbracciare l’energia, nella convinzione che quella fosse la strada giusta?

Noi la risposta non la possiamo dare.

Lessi qualcosa sullo sciamanesimo tolteco, a proposito di “libertà”, e sulla via degli sciamani, i “guerrieri dello spirito”, che sostenevano di controllare l’energia arrivando a una “liberazione totale”, senza esserne “mangiati e basta”… Ha a che fare tutto questo con quel mondo di Gian Piero?
Sì, ha a che fare. Credo che l’uomo sia sempre stato a contatto, tramite questi personaggi, con l’“iper-potere assoluto”, il Mistero! Perché qualcosa filtra e la luce passa sotto le porte… ciò che è curioso è come questo possa facilmente mescolarsi con l’ignobile tentativo di sfruttamento di questa tendenza umana… ma non è proprio il caso di Gian Piero.

Renato Casarotto
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Vuoi dirmi qualcosa di Renato Casarotto?
Quello che ho detto, ho detto! Ho detto fin troppo, mi ci ha trascinato Alberto Peruffo e ne ho scritto anche quest’anno nel blog. Sono stati tre i post su Casarotto: Ricordo di Renato Casatotto [http://www.banff.it/ricordo-di-renato-casarotto/], Renato Casarotto l’insubordinato p. 1 [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/05/renato-casarotto-linsubordinato-parte-1/] e Renato Casarotto l’insubordinato p. 2 [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/06/renato-casarotto-linsubordinato-parte-2/].

E lì siamo vicini, siamo al limite.

Certo, mi ha fatto piacere che Alberto, a sua volta investigatore del mistero e della grandiosità di Renato, alla fine mi abbia ringraziato e detto che ci saremmo risentiti… prima era proprio curioso, poi qualcosa deve essere passato attraverso le fessure e attraverso di lui, perché non l’ho più sentito…

Da qualche parte lessi che Lorenzo Massarotto nelle sue solitarie aveva un “amico silenzioso” con cui parlava ed era un lettore di Castaneda. Lo hai mica conosciuto personalmente? In qualche modo la sua vicissitudine umana è simile a quella di Renato Casarotto?
L’ho incontrato di striscio, quando ancora non era il “grande” che sarebbe poi diventato. Nel 1979 venne una volta a casa mia, a Milano, con Toio De Savorgnani. Stavano partendo per la spedizione al Manaslu volevano qualche “consiglio”. In seguito, la sua riservatezza, sia in montagna che nella vita, ha un po’ impedito a tutti coloro che s’interessavano alle sue imprese di saperne di più. Figuriamoci cercare di sapere qualcosa di più su di lui!

Lorenzo Massarotto
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Come ho già detto in un mio post (http://www.banff.it/le-vie-e-la-via-del-mass/), le idee e le imprese di Lorenzo Massarotto nascevano e si realizzavano senza una pianificazione del proprio successo, senza pensare a un domani più bello di oggi: esattamente quando ogni giornata è così ugualmente serena che potrebbe essere la tua ultima. In pari con l’anima.

Quanto alla domanda se la sua vicissitudine umana sia o non sia simile a quella di Casarotto, posso solo dire che purtroppo la morte accomuna tutte le vicissitudini.

Ti leggo un passaggio, tratto dal libro di Piero Tarallo, Gianni Calcagno, pag. 154 (1994):
«“Mi sento sempre più solo”, ha confidato Alessandro Gogna in una intervista rilasciata a Sandro Filippini della
Gazzetta dello Sport, il 19 maggio 1992, subito dopo aver saputo della scomparsa del compagno di tante scalate.
[…] Totale, semplice pura la loro passione giovanile per la montagna. Passione che li ha uniti, ma anche divisi. […] Non lo vedevo più tutti i giorni, ma per me Gianni era rimasto ugualmente un punto di riferimento, una sicurezza. Pensavo spesso: “C’è Gianni”. Ed era bello avere questa certezza. Ora devo riorganizzare queste mie sicurezze. Sono molto più solo con me stesso.
E’ difficile trovare solamente con le proprie forze l’equilibrio interiore necessario. Sapere distinguere tra il vero equilibrio e quello falso: questo è il passaggio che porta alle disgrazie. Quell’equilibrio per lui evidentemente era svanito e non se ne era accorto».

Gianni Calcagno all’Annapurna
Annapurna 1973: G. Calcagno

Che successe a Gianni Calcagno?
Siamo ai livelli di Casarotto. Siamo lì, al limite di quello che si può dire. Purtroppo è una questione di “equilibrio”, un equilibrio che a volte si sa che c’è e a volte non si capisce che non c’è più.

Tu, forse hai “deciso” di stare sotto la “crepaccia terminale”, cioè di non superare la linea di equilibrio?
Io questa linea la supero tutte le volte che parlo con gente come te! Il momento pericoloso è questo! Non quando sei sotto una crepaccia terminale! E’ quando hai a che fare con la “forza”… poi la crepaccia può essere occasione di morte, o di un incidente in cui puoi sopravvivere o non sopravvivere… ma il momento in cui si decide tutto è nella tua testa, prima, non dopo!

Certe cose sono chiare: ora che io mi senta sempre più solo è una cosa emozionale, vera, perché se tu sei stato amico di una certa persona… “C’è Gianni!”. Perché ti guardi intorno e vedi che è morto questo e quell’altro… e dici: io ho cominciato con Gianni, e Gianni c’è!

Ed ha fatto un sacco di cose che io non ho fatto, quindi mi completa in qualche modo, o io completo lui… vedevo in lui un completamento, non dico che fossimo quasi la stessa cosa, non sono così rincoglionito, ma è una sensazione, una emozione che tu provi!

Come adesso, che c’è mia moglie! Le voglio bene, lei c’è! Altro che sentirmi più solo…! Non parliamo di cose così strane, no?

Dopo, sull’equilibrio, lì andiamo nel campo minato, non si può dare alcuna spiegazione, solo ricordare a colui che legge che è in un campo di dimensioni più ampie di quelle del semplicemente umano. E’ un campo metafisico certamente, pericoloso, che ti mette in contatto con forze ed energie che tu non puoi controllare, assolutamente!

Vatti a leggere attentamente quello che ho scritto su Casarotto, perché lì veramente c’è il mio pensiero, “quasi preciso”, specialmente il passo che riguarda la sua solitaria alla cresta del McKinley, che poi lì c’è il “tentativo” di morte subito dopo, nel crepaccio, episodio rispetto al quale quello fatale di un anno dopo sul K2 è quasi la replica. Questo è agghiacciante, se ci pensi! Lo dico. Però bisogna farci caso, perché è quasi detto con non-chalance.

L’equilibrio interiore è la capacità, o conscia o inconscia (perché potrebbe essere un po’ l’una e un po’ l’altra cosa) di fronteggiare le grandi forze sconosciute del tuo inconscio e dell’inconscio collettivo in cui siamo tutti immersi.

La maggior parte dei “sereni”, quelli che non hanno problemi, ha un equilibrio quasi innato, istintuale: e vive felice; altri lo cercano più volutamente, con contrasti e mettendosi nei pericoli, perché c’è il rischio che il mostro ti mangi. E’ un mostro!

E la “diplomazia interiore” tra ciò che noi riusciamo a comprendere con il nostro intelletto (la nostra parte razionale e cosciente) e la parte incosciente, è una diplomazia difficilissima… le trattative tra Grecia e Unione Europea sono niente in confronto! Anche la parte inconscia è lì a riscuotere crediti!

E’ difficilissimo l’equilibrio ed è un attimo che salti qualche fosso e “caghi fuori dal bulacco”, come dicono a Genova. E’ un attimo, ed è per questo che dico che è estremamente pericoloso. Perché potresti lasciarti prendere, potresti inflazionarti da solo, dare troppa importanza al tuo “io cosciente” che crede di avere raggiunto chissà quali mete di dominio su di sé.

Senza pretese di successo?
Senza pretese di successo! La traduzione è che il nostro io non deve minimamente mai pensare di essere superiore al tutto quello che lo circonda.

Vuol dire umiltà. Vuol dire limite! Come ho già detto, no-limit è una bestemmia. Purtroppo la maggior parte della gente non lo comprende.

Mi è chiaro che non è chiaro…
E’ chiaro che non è chiaro, giusto! Ma c’è un quadro, che può essere terrificante e nello stesso tempo così soddisfacente da essere auto-bastante, totalizzante, perché non c’è bisogno d’altro. “Tutto il resto non conta”. Però poi ti accorgi che questa frase è una grandissima stronzata, è solo un pensiero… perché alla fine tutto si traduce negli “atti” che fai!

Le azioni umane quotidiane?
Uno non può, nel suo proprio quotidiano, dire: faccio qualunque cagata perché tante le cose importanti sono quelle là e le so! Le so un cazzo! Perché sapere non significa niente. Quello che è importante è che tu le faccia, e non solo saltuariamente, bensì sempre, nelle cose che sei chiamato a fare, dal cagare tutti i giorni al mangiare, dal volere bene ai tuoi figli e ai tuoi cari al dovere del lavoro. Le tue azioni devono essere precisamente inquadrate in questo modo di vita, che prevede anche la superficialità.

Non fai niente senza la “superficialità”, quel moto di non-importanza!

Un gesto d’amore è qualcosa che fai perché lo senti. Chi lo riceve è contento e la cosa muore lì, ma questa azione rinfocola un amore, continua a costruire qualcosa che emozionalmente è importante. Tu hai bisogno delle tue emozioni, la tua compagna ha bisogno delle sue emozioni. Ed entrambi abbiamo bisogno di dare.

E quindi dobbiamo vivere così: se mi metto a pretendere che tra di noi tutto è già stato detto e fatto e che quindi io possa negarle una carezza (o una sicurezza), è finita, non va più bene.

Ecco perché dico che nelle tue azioni di tutti i giorni si deve rispecchiare questo mondo, deve essere quasi cristallino, anche se a volte ombroso, e l’ombra c’è proprio quando viene detto che il mistero è importante.

Nel momento in cui tu difendi il mistero, passi al “nemico”! Non so se ti rendi conto? Passi al nemico letteralmente! Perché il mondo visibile che ti sta circondando è nemico del mistero. Chi vuole il mistero, chi lo ama? Dimmelo! Nessuno!

Nemmeno le religioni?
Intanto la religione fa un grosso errore perché si basa sul mistero per darti una “verità” che è così, punto e basta. Cioè tu devi avere fede e vedrai che sarai ricompensato. Ma che cazzo mi dici? Io devo avere fede in quello che mi racconti tu e quattro libri detti Antico e Nuovo Testamento? Devo avere fede in questo? Sono strumenti che io leggerò, magari anche con avidità… ma non chiedermi la fede cieca in una verità “rivelata”.

Ma non può essere considerata la religione come un “difesa” del mistero?
Può esserlo, ma nel momento in cui una religione pretende che “quel” mistero sia verità, allora diventa una difesa del mistero tramite una verità affermata. Che mistero è più nell’“ipse dixit”?

Ecchecazzo! No! Io voglio invece indagare cosa c’è dietro ‘sta roba, a quel punto contemplando il mistero, perché se io so che quella lì non è la verità, allora il mistero c’è ancora e riesco a contemplarlo.

Nell’indagine del mistero, alla fine, senza pretesa di successo, c’è la contemplazione di esso!

Gian Piero ha “preteso” quel successo?
So solo che di fronte all’accettazione della propria morte, tutto passa in secondo piano, cioè cambia il piano: non puoi più affibbiare i tuoi coefficienti di ragionamento e di emozione a una persona e a un individuo che hanno cambiato determinate regole.

Se tu giochi a scacchi e il tuo compagno gioca con altre regole, beh, il gioco non è più possibile. E’ un altro gioco e non riesco più ad applicare la formula “ha sbagliato/non ha sbagliato”, non ci riesco perché siamo su un altro piano. Io accetto che ci possa essere un piano diverso, nel quale io non mi sono mai addentrato né voglio farlo.

Nelle lunghe telefonate parlavate di queste cose?
Dopo il 1975, nelle lunghe telefonate parlavamo proprio di questo. Prima si parlava solo di vie.

E’ stata una grande esperienza. Tra l’altro, dopo che lui è morto, “confesso” (posso usare questa parola: confesso!) che mi sarebbe piaciuto, nel periodo in cui iniziavo a fare l’editore, prendere i suoi scritti e farne un libro (esattamente come è stato fatto un bel po’ di anni dopo da altri, con il titolo “I Falliti”, un bel titolo di merda), perché talmente grande era l’emozione per quanto successo, che mi sembrava dignitoso raccogliere gli scritti e proporli…

Ma non mi è stato possibile per motivi che a raccontarli non ci si crede. E che non voglio raccontare! Perché metterei in cattiva luce delle persone e questo non è giusto, questo non è giusto! Ma li so bene i motivi, piccole miseriette.

Oggi sono contentissimo che non sia successo e che quindi il libro lo abbiano fatto altri, meno coinvolti di me: mi sarei messo in una situazione allucinante di pericolo, perciò sono stato salvato!

Le miseriuccie… perché dare importanza alla superficialità? Perché, porca puttana, a volte ti salva! Piccole cattiverie di una persona nei tuoi confronti ti salvano! Allora rivalutiamole queste cattiverie!

E’ una lotta senza quartiere… Per esempio l’eliski: ti dicevo “ci si incista”… ma ora capisci di più il significato della parola “incistarsi”?

Ci si incista su una cosa di questo genere perché non si prendano in considerazione tanti altri problemi. C’è un doppio piano: un piano più forte.

Ci si incista perché ti rendi conto che è su queste piccole miserie che vale la pena di combattere. Ti ho fatto l’esempio di ‘sti qui che credevo mi avessero fatto del male impedendomi di realizzare quel libro… invece, a distanza di qualche anno, ho capito che mi hanno fatto del gran bene, non del male e li ringrazio ancora oggi!

Certo involontariamente, ma che importanza ha se considero che la parte involontaria e quella volontaria fanno parte di un unico essere?

Quello che ti ha pestato il piede e ti dice che non l’ha fatto apposta: va bene, non l’ha fatto apposta, ma qualcosa che glielo ha fatto fare c’è. Io non credo al caso. Dopodiché non è che l’ammazzi perché ti ha pestato un piede, e se pestarti il piede significa salvarti, benissimo!

Ma perché chiami Gian Piero proprio: “Maestro”?
Ma perché, porca miseria, io ero un “baluba totale” di questo genere di cose, uno che brancicava nel buio… perché è pur vero che io avevo cominciato il mio processo di individuazione, per citare Jung (ma si può chiamare in tanti altri modi), ma ero ancora alle prime scaramucce…

Sì, ciascuno lo inizia quando nasce, ma il momento in cui tu riconosci che lo stai facendo è una situazione particolare. Finché lo fai senza accorgertene e fai la tua vita, va bene. Ti stai modificando pian piano ma non lo sai. Nel momento in cui cominci a saperlo, e sai che stai cercando di dare una direzione capendo cosa hai dentro, è lì che comincia il processo di individuazione.

Questo è successo dentro di me, guarda caso nel 1975. Eravamo coetanei con Gian Piero (lui era del 6 agosto e io del 29 luglio).

Il glorioso pullmino verde con il quale Ornella e io compimmo il viaggio in Oriente 1974-1975. Qui nella Khagan Valley (Pakistan)
1975.01 Khagan Valley 001, pullmino verde

Nel 1975, per un motivo contingente, ero reduce da una sbandata amorosa con una francese che aveva portato il mio matrimonio con Ornella a condizioni disastrose di casino totale… con Ornella avevamo deciso di partire e fare un viaggio in Asia, lasciando 50 lire sul conto corrente. Il viaggio iniziò nel novembre ‘74 e tornammo nel settembre ‘75, dunque quasi un anno. La “scomparsa” di Motti è esattamente del 21 giugno 1975 e io ero in Ladack… l’ho saputa solo quando sono tornato.

Il processo di individuazione mio è incominciato in un momento preciso: durante il viaggio di ritorno, con il furgone, Ornella ed io eravamo in Grecia. Nei pressi di Salonicco, molto stanchi, ci fermammo per dormire vicino al mare e mi venne una terribile diarrea. Sono andato in mare ed ho cagato in acqua! La diarrea è importante perché ti libera! E’ mancanza di controllo… il controllo delle feci non c’è più, stai perdendo controllo su qualcosa in termini psicologici.

Appena tornato a Milano, dopo un anno di furgone e di 8000 (ero stato sul Lhotse), lì a casa ho capito che avrei dovuto intraprendere una certa strada, che è quella dell’introspezione e ho iniziato a leggere una quantità spaventosa di libri.

In quel momento ho rivisto, credo a novembre, Gian Piero ed è lì che ho avuto da lui determinati input. Le due strade si sono incrociate e abbiamo capito entrambi che il mondo che avevamo condiviso, quello di prima, quello alpinistico, dell’andare in montagna, era un mondo non morto, non da seppellire, ma che andava letteralmente in secondo piano! Per lui, ma anche per me.

Da allora non ho più fatto queste grandi cose, sì ho fatto qualcosina, ma non stiamo parlando delle grandi imprese degli anni prima: la solitaria alla Walker, il Naso di Zmutt… e avrei potuto farne anche altre perché la forza ce l’avevo, ma non avevo volontà di passare un certo limite!

Ho riconosciuto un limite ed ho preferito andare in un’altra direzione, questo assieme a lui, e siccome lui aveva avuto quell’esperienza del 21 giugno 1975, da lui ricercata peraltro e comandata quasi dalle sue voci del mattino, capisci che tutto questo mi metteva nella posizione di “allievo” puro e semplice. Ecco perché lo chiamo “maestro”… perché lo è! Non è che sto esagerando! Anche se lui probabilmente si incazzerebbe…

Ma non che lui ti abbia indicato una strada precisa da seguire, giusto?
Beh, certe affermazioni le faceva, per carità! Ma era anche uno che ti stava a sentire. Gli raccontavo di quello che facevo, della cagata in mare, dei libri che leggevo, del mio rapporto con Ornella, tutto un insieme di cose che faceva parte del bagaglio di due amici che parlano.

Ma in tutto questo pian pianino si è affermato lui e lo riconosco con la massima umiltà: aveva fatto delle esperienze più forti delle mie, più intense, più paurose, più tutto. Non mi ha mai detto “bisogna” fare così! Non è che facesse il maestro, nessuno ha mai supposto questo. E’ che si imponeva a tal punto… in un consesso di persone magari diceva mezza parola e basta, e tutti quanti lì come pecore ad ascoltare, poi c’erano quelli che lo odiavano, ma la maggior parte era affascinata, senza che lui lo volesse, perché doveva stare attento a esercitare in pubblico determinati suoi fascini, perché non andava bene…

Ricordo per esempio che c’era più trasmissione per telefono che non a voce; per telefono si lasciava andare di più. Chiudevo la telefonata intontito… mentre nell’incontro faccia a faccia era più leggero. Magari di persona, o con altre persone, non si entrava eccessivamente in profondità… ma invece la telefonata tra noi due era micidiale!

Sai quante volte ho detto: mi piacerebbe fare quello che fa lui, ma per fortuna non l’ho fatto, non era la mia strada!

La mia strada era altra: la mia strada è stata quella di fare due figlie con la seconda moglie e poi prendere anche una terza moglie. Questa era la mia strada, e ognuno la giudichi come vuole.

In una vecchia intervista di Filippo Zolezzi, disponibile sul web (ma non so di che anno) [http://www.alpinia.net/editoria/interviste/int_008gogna.php], dicevi che avevi un sogno nel cassetto; cos’è questo sogno cui accennavi?
Il “sogno nel cassetto” è sempre quello: è vivere la propria vita seguendo quello che è già scritto. Fare in modo che la tua vita coincida con ciò che è stato scritto. E’ chiaro?

No…
Sì… perché il libero arbitrio c’è quando c’è un limite o più limiti, chiamiamoli “paletti”. Tu scegli e scegliendo determini la tua libertà. Questa è la libertà dell’adulto. Quella dell’infante è il fare il cazzo che vuole, ma quella non è vera libertà!

Ma la tua libertà, di adulto, ha bisogno, per essere tale, di paletti. Allora quale può essere il paletto più grosso? Il paletto più grosso è accettare che esista un “destino”. Ma questo destino è “variabile”: è qualcosa che tu effettivamente puoi cambiare, quindi libertà!

La vera libertà consiste nel fare esattamente quello per cui tu sei stato destinato, sapendo che puoi fare altro.

Quindi l’abilità di riconoscere ciò che è il tuo destino, la capacità, la voglia anche di farlo, non l’acquiescenza al come va va, ma la voglia di fare esattamente quello che tu sei stato chiamato a fare.

Carl Gustav Jung
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Questo mi è difficile da capire, perché sembrerebbe una contraddizione in termini!

No, no! Perché tu sei libero di non farlo e diciamolo pure, non è che ci si riesca così facilmente. E’ una impresa disperata! E’ disperato riconoscere quello che sei portato a fare, e poi farlo davvero… può essere fastidioso, può essere brutto, può implicare la tua morte… questo è successo a Gian Piero.

Questa è secondo me la funzione dell’individuo sulla terra, perché è evidente che il contadino vietnamita nella sua risaia è chiamato a fare al mondo delle cose abbastanza diverse da quelle che sono chiamato fare io piuttosto che tu o l’esquimese, o la signora Merkel! Ci sono dei destini, cazzo, dai!

Già come nasci, vuol dire determinare il 99% della tua vita. Nel momento in cui nasci in un certo posto da certi genitori. E’ vero o non è vero?

Non è che uno che nasce nelle risaie o nel deserto ha le stesse possibilità di uno che nasce a Milano o a Londra… Non è così, non mi possono dire questo.

Allora significa che c’è una prima bozza di destino: tu sei stato chiamato a fare questo: sei nato là con questi genitori, con questa educazione. Questo è da accettare, porca puttana! Non è vero che siamo tutti uguali. Siamo uguali fisicamente, questo sì, non c’è differenza tra uomo nero e uomo bianco. Ma se nasci in una squallida periferia in Nigeria, o nel Biafra o nella guerra del Darfur, se nasci lì, sei condannato a sopravvivere o morire dopo pochi giorni di fame! Non vogliamo parlare di destino, qui? Quindi è da scemi dire che il destino non esiste! Non è vero che il destino non esiste e quindi non è vero che possiamo fare il cazzo che vogliamo purché che lo vogliamo.

C’è un destino e l’abilità consiste nel fare esattamente quello che lui vuole. Questa è l’unica libertà che ti è concessa. A tue spese e a tuo pericolo e nella pressoché totale incertezza sull’avere successo.

Ma allora qual è la differenza tra la ricerca disperata e pervicace del proprio destino e il non fare un cazzo, ovvero il vivere superficialmente, senza farsi domande?
Io ti potrei dire che la differenza non la so! Perché sono preso a tal punto nell’altra via, che mi riesce quasi impossibile che ci sia gente che questa via non la cerchi… però sono abbastanza integro da riconoscere che hai ragione, c’è un sacco di gente che vive così… e, a ‘sto punto, non mi rimane altro da dire che per loro è abbastanza facile seguire il loro destino. Se il loro destino è quello di non avere alcun tipo di curiosità… ebbene, lo stanno facendo! E io devo tenerne conto, perché come ho detto prima, i superficiali, chi non guarda al mistero… io li devo rispettare come tutti gli altri, perché se io non lo facessi, mi metterei in una posizione di superiorità che non mi compete, che mi esalterebbe e che m’inflazionerebbe pericolosamente.

La conversazione si deve interrompere qui, e forse manca una ultima domanda conclusiva, ma anzi no, l’incontro si chiude forse nel modo più significativo, il più bello: appena chiudiamo il registratore entra a casa di Alessandro sua figlia Elena (non si vedono da un po’ di tempo), e si abbracciano a lungo. Forse l’abbraccio è il destino!

Elena, circa dieci anni fa
Elena a casa di Simone

Li lascio subito soli, e tornando in auto verso Genova, mi vergogno un po’: per essere stato inadeguato, non avendo seguito nemmeno la traccia delle domande che mi ero preparato, dimenticandomi di chiedere di Messner, e di questo e di quell’altro, e dell’Arte, dell’Amore, della Natura… e mi sento davvero ignorante sugli argomenti filosofici trattati. Che velleitario sono!

E quando ha detto Perché Dio non si auto-riconosce!”… Io non sono certo un teologo… ma la frase mi spiazza forse più di tutta la sua spiegazione sulla “energia”, che invece in parte “capisco”.

L’auto-riconoscersi… questo sì che è complicato al cubo! Avrà fatto riferimento al testo di Jung, ma mica ce la si può cavare con l’intuizione inconsapevole!

Ma poi in fondo credo mi abbia detto già molto, e lui direbbe: anche troppo!

La temperatura esterna a Milano è 40 gradi, ma quella interna dentro di me è stranamente fresca. E se la ricerca del destino è una impresa disperata… mi pare di essere ora quasi leggero.

Libri citati
La Sacra Bibbia, Il Libro di Giobbe, circa 575 a.C.
Platone, Repubblica, Libro VII, Il mito della caverna, circa 360 a.C.
Carl Gustav Jung, Risposta a Giobbe, 1952
Alessandro Gogna, Un alpinismo di ricerca, 1975
Alessandro Gogna, La parete, 1981
Gian Piero Motti, I falliti e altri scritti, a cura di Enrico Camanni, 1983-2000
Renato Casarotto, Oltre i venti del Nord, 1986
Carlos Castaneda, L’isola del Tonal, 1974
Pietro Tarallo, Gianni Calcagno, 1993

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Settimana dopo gli esami

Il 26 luglio 1965, cioè 50 anni esatti fa, ho salito da solo una difficile via, la Guderzo alla Est di Punta Maria. Questo nell’ambito di una bella settimana alpinistica che all’inizio sembrava di ripiego.

Il 29 giugno 1965 avevo dato gli esami orali per le materie scientifiche, le letterarie il 15 luglio. Avevo in programma di partire il 23 pomeriggio per Courmayeur, in auto-stop da Genova. Ma il tempo ha fatto il matto, è nevicato, e le condizioni sono disastrose. Gianni e Lino Calcagno, Giovanni Scabbia e Bernardo Chicco De Bernardinis stanno giusto tornando da là.

E così andremo al rifugio Questa (Alpi Marittime) per una settimana: anche per quest’anno devo dare l’addio al Monte Bianco e mi devo accontentare del granito di casa…

Dal Passo di Prefouns verso le pareti est delle punte della Cresta Savoia
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Gli esami sono andati bene, ma io intanto sto partendo senza avere alcun risultato della mia maturità!
Il 24 mattina siamo in viaggio. Chicco non c’è, verrà lunedì. Giovanni preferisce stare a casa per poi andare in Dolomiti con me.

Circa alle 17 arriviamo al rifugio, c’è già un mucchio di gente. Il mattino dopo Lino ci osserva mentre insacchiamo nello zaino cunei e staffe oltre il normale: così, tra una litigata e l’altra con il fratello, decide di rimanere lì.

Lo sperone nord-est del Gendarme NW del Giegn, 1a ascensione
Gendarme NW del Giegn (Prefouns), sperone NE, 1a asc

 

Noi arrabbiatissimi andiamo allo spigolo nord-est della Punta Mafalda. La pioggia ci costringe a deviare sulla parete est, aprendo una via che non ci soddisfa per nulla, tanto per arrivare in cima. Non che manchino le difficoltà, anzi. Siamo stati sempre sul V- e V+. Però ci riproponiamo di tornare e raddrizzarla, magari ricorrendo all’artificiale.

In cima ci sta aspettando Lino, con cui facciamo subito pace per andare sulla Ovest della Punta Umberto, via Aurelj-Bussetti. Il primo tiro (IV+) lo fa Lino. Prova il secondo, ma non riesce. Allora vado io. Dopo mezzora di salita estrema e di momenti in cui penso di cadere quasi certamente, mi ritrovo a far sicurezza su un terrazzino. E’ già tardi, così dico a Lino che c’è del VI e che farebbe meglio a lasciar stare. E qui succede il putiferio. Dall’alto sento un vocio confuso. Lino, offeso, vuole scendere, Gianni invece praticamente gli ordina di salire con lui.

Dopo un po’ mi raggiunge il solo Gianni. Ma mi dà una bella doccia fredda dicendomi che non c’è più di V. Ci rimango male, ma mi consolo pensando che una maturità non è il massimo per tenersi in allenamento.

L’ultima lunghezza è di Gianni, sul V-. Scendiamo al rifugio: Lino è nero. Riconosco che l’ho trattato molto male. Lui minaccia di tornare a casa l’indomani. Ed è chiaro che se parte Lino parte anche Gianni… Ma questo Gianni lo vuole evitare. Andiamo a dormire.

Al nostro malumore assiste Giovanni Crudi, circa 50 anni, del CAI Bordighera. Il mattino dopo l’atmosfera è rovente. Nessuno parla. Lino comincia a far bagaglio. Gianni che gli dice di non far lo scemo. Lino s’intestardisce. Io m’infurio. Gianni dà segno di cedimento e comincia a chiedermi che cosa avrei fatto se loro fossero andati via, gli rispondo che sarei andato a scalare da solo e poi, essendo lunedì, doveva arrivare Chicco alla sera.

Lo sperone sud-ovest del Caire di Prefouns, 1a ascensione
Caire di Prefouns, sperone sud-ovest, 1a asc

– E se Chicco non viene?
– Allora scalo da solo tutta la settimana.

Di fronte a questa determinazione, vedo i due fratelli agitati da un sacco di dubbi. Forse non mi vogliono avere sulla coscienza…

Lino acconsente a rimanere lì fino a che non arriverà Chicco, mentre io decido di aspettare fino alle 11, poi in mancanza di una loro decisione, andrò da solo.

Alle 11 precise prendo lo zaino, me lo metto sulle spalle ed esco dal rifugio.
– Dove vai? – chiede Gianni.
– Ad arrampicare.
– Solo?
– Solo… se nessuno viene con me.

E così mi ritrovo all’attacco della parete est della Punta Maria, quella che ho già salito l’hanno scorso con Gianni, Stefano Marno Revello e Giorgio Vassallo.

Decido di salire la seconda e la terza lunghezza autoassicurandomi. Arrampicata stupenda, il piacere di essere solo. Supero bene i vari passi di V e dopo poco tempo mi trovo in cima. Mi firmo, scendo al rifugio.

Incontro Giovanni Crudi che passeggia solo soletto. Gli chiedo cosa hanno fatto quei due. Mi dice che sono andati sulla Est della Punta Umberto.

Benissimo, dico tra me. Se fa una salita, Lino non se ne va più. E a quel punto provo a convincere Giovanni a venire con me per la traversata della Cresta Savoia.

Alessandro Gogna sulla 1a asc. della parete nord della VI Guglia di Lac Negré
Gianni Calcagno sulla 1a asc. della parete nord della VI Guglia di Lac Negré

Giovanni se la cava bene. Arrivati in vetta alla prima punta, la Jolanda, vediamo Gianni e Lino Uscire in vetta all’Umberto. Ci raggiungiamo, e ci mettiamo un attimo a fare pace. Ma è tardi, non posso continuare la cresta, meglio scendere al rifugio e capire finalmente se Chicco è arrivato o no. Crudi fa la sua prima corda doppia.

Il 27 luglio è ancora bel tempo (verremo a sapere che altrove al Nord non è così). Di buon mattino partiamo per andare in Francia. Siamo diretti al Giegn, una bella cima sulla quale ci sono possibilità di vie nuove. Scavalchiamo il Passo Margiola, scendiamo in territorio francese e attacchiamo uno sperone rivolto a nord-est che conduce in vetta al Gendarme NW del Giegn (ma noi crediamo erroneamente sia la Pointe Marie André), altra anticima del Giegn. Giovanni verrà in vetta per la via normale. Lo sperone offre passaggi molto vari, in genere però è abbastanza discontinuo. Un Dsup, discontinuo.

In vetta Giovanni ci sta aspettando, così dopo aver mangiato qualcosa, scendiamo. Arrivati in fondo alla comba detritica, attacchiamo lo sperone sud-ovest del Caire di Prefouns, anch’esso da fare. E per l’occasione ci tyrasciniamo dietro Giovanni. Un po’ di V lo incontriamo anche qui. E’ bellissima la cresta finale, che però è già stata percorsa.

Scendiamo un poco per la cresta ovest e poi giù per un canalino a sud: ci ritroviamo così all’attacco.

Riprendiamo gli zaini e attraverso la grande distesa di sassi e blocchi morenici arriviamo al Lac Negré. E’ nostra intenzione andare a dormire nel refuge des Adus, che però non troviamo. Poi, consultando la guida, apprendiamo che dovremmo camminare ancore due ore e mezza. Così ci accontentiamo di un bel addiaccio in un vecchio rudere costruito dagli scout.

Cerchiamo di tener acceso un bel fuoco tutta la notte, ma così facendo il mattino dopo Giovanni e Lino non hanno tanta voglia battagliera. Saliamo un’ora fino al Lac Negré e da lì al Passo di Prefouns. Giovanni ci saluta, noi ci buttiamo sulla traversata delle Guglie del Lac Negré.

Gianni Calcagno sulla 1a asc. della parete nord della VI Guglia di Lac Negré
Alessandro Gogna sulla 1a asc. della parete nord della VI Guglia di Lac Negré

La traversata in se stessa è abbastanza mediocre, ma noi l’abbiamo valorizzata. Gianni e io abbiamo aperto una bella via sulla parete nord della VI Guglia: 4 lunghezze di V e A1. Ci riuniamo agli altri e proseguiamo fino alla vetta del Caire di Prefouns. Discesa un po’ sulla cresta ovest e poi lungo la via De Cessole, uno sfasciume immondo di detriti e sassi mobili.

Il 29 è la volta della via Guderzo alla parete est della Punta Giovanna. Sarà la prima ripetizione. Anche di questa non esiste relazione, come era per la ghemella Est di Punta Maria. Si sapeva solo che all’inizio c’era da staffare.

– Dove Guderzo passa in staffe, noi passiamo in libera!

Sono così ottimista che convinco tutti a lasciare al rifugio le staffe. Però, dopo un primo tiro di III+, mi trovo arenato in un diedro bestiale nel quale occhieggiano due chiodi. E’ troppo faticoso star lì a far cordini, perciò scendo. Parte velocemente Gianni con i cordini pronti. Dopo un po’ di tira e molla esce su un terrazzino. Lino lo segue. Parto io e naturalmente “apprezzo” la bravura di Gianni su questo tiro eccezionale, oltre alla maestria di Guderzo. Chicco mi segue rapido. Finalmente ho “tirato” una lunghezza intera in artificiale (e senza staffe per giunta)!

La via poi continua su uno spigolo molto affilato per varie lunghezze, tutte assai sostenute, fino a un diedro di V+. E dopo ancora su spigolo fino alla vetta.

E’ qui che mi ricordo che oggi è il mio compleanno… sono un diciannovenne.

Scendiamo passando dalla Punta Maria.

L’ultima giornata (questo è il sesto giorno di arrampicate ininterrotte) con Gianni andiamo all’attacco della Est del Caire di Prefouns per ripetere la via dei Francesi, di cui molto tempo fa avevamo letto la relazione sulla guida di Paschetta. La parete è assai larga, non riusciamo a individuare una via: così alla fine decidiamo di farne una a noi dove ci piace. Attacca Gianni, ne risulta un tiro che va dal IV al VI e quattro metri di A1. Attacco io il secondo, altro VI e A1. Ma a questo punto la motivazione cala e decidiamo di scendere. Peccato, la via sarebbe stata bella e difficile.

Gianni Calcagno sul diedro in artificiale della via Guderzo alla parete est della Punta Giovanna, 1a rip. Sotto di lui A. Gogna e Lino Calcagno. Foto: Bernardo De Bernardinis
Gianni Calcagno sul diedro in artificiale della via Guderzo alla parete est della Punta Giovanna, 1a rip. Sotto di lui A. Gogna e Lino Calcagno. Foto: Bernardo De Bernardinis

Così, mentre Lino e Chicco salgono la Est della Punta Maria, con Gianni attacchiamo la via Guderzo alla Est della Punta Jolanda. Non ho grandi ricordi di questa salita, forse siamo stanchi e fa molto caldo. Risolviamo in breve poi puntiamo diritti al rifugio dove, dopo un’oretta, arrivano anche gli altri due, contentissimi. Lino, tanto per dimostrare di non essere da meno, si era fatto con Chicco anche la Ovest della Punta Umberto, quella dove io volevo che lui non salisse. Ed è salito tutto da primo! Sono contento e glielo faccio capire. E’ un modo come un altro per chiedere scusa.

Il 31 scendiamo e torniamo a Genova, dove apprendo di essere stato dichiarato “maturo”!

Da quando mi sono trasferito da Genova a Milano (nel lontano dicembre 1968), ho perso le tracce di uno degli “eroi” di questa settimana appena raccontata. Soltanto in occasione del processo per il terremoto in Abruzzo vengo a sapere che la Corte d’Appello dell’Aquila in primo grado ha condannato la Commissione Grandi Rischi, l’organismo tecnico scientifico che si era riunito cinque giorni prima del sisma che distrusse il capoluogo abruzzese il 6 aprile 2009. Giulio Selvaggi, Franco Barberi, Enzo Boschi, Mauro Dolce, Claudio Eva, Michele Calvi e… Bernardo De Bernardinis (!!!) erano stati condannati a sei anni per omicidio e lesioni colpose. Fu davvero una sorpresa apprendere che Chicco era diventato ingegnere e aveva fatto carriera fino a essere nominato vice-capo della Protezione civile nazionale. Mi dispiacque per la sua condanna, non ci volevo neppure credere. Nel secondo grado sono invece stati tutti assolti, mentre a Chicco è stata rideterminata a due anni la pena. A causa di una sua famosa intervista televisiva che, secondo la corte, è stata causa di una minore osservanza di cautela da parte della popolazione.

Gianni Calcagno all’attacco della parete est del Caire di Prefouns, 30 luglio 1965. Tentativo di via nuova.
Gianni Calcagno all'attacco della parete est del Caire di Prefouns, 30 luglio 1965. Tentativo di via nuova.
Bernardo
Chicco De Bernardinis oggi
SettimanadopoEsami-processo-laquila-bernardo-de-bernardinis

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La storia del Cervino – parte 5

Storia del Cervino – parte 5 (5-6)

Il 14 luglio 1965, 100 anni dopo Whymper, la prima donna scala la parete nord: Yvette Vaucher, con il marito Michel e Othmar Kronig. È da notare che il 25 luglio 1963 Nadja Fajdiga, con Ante Mahkota aveva dovuto ritirarsi sulla cresta dell’Hörnli in corrispondenza della spalla.

Dall’11 al 13 agosto 1965 Annibale Zucchi e Giuseppe Lafranconi vinco­no la parete sud-est del Picco Muzio. Anche per colpa dei primi salitori non si sa molto su questa via, che deve essere però assai pericolosa nel canalone iniziale.

Annibale Zucchi sulla via dei Ragni al Picco Muzio
Annibale Zucchi e Giuseppe Lafranconi aprirono la via dei Ragni al Picco Muzio. La via, aperta dall'11 al 13 agosto 1965 dai due lecchesi, è uno splendido esempio di intuizione in grande anticipo sui tempi: trovare un itinerario estremo su roccia su una montagna simbolo come il Cervino. L'esempio fu poi seguito da Alessandro Gogna e Leo Cerruti sul Naso di Zmutt e da Hervé Barmasse e Patrick Poletto sullo Scudo del Cervino. Archivio Giuseppe Lafranconi, Livigno.

La parete nord-nord-ovest è sempre rimasta dimenticata per due ragioni: 1) l’assoluta verticalità interrotta solo da strapiombi, fuo­ri dalla portata dei tempi fino ad almeno il 1958 (Hasse-Brandler, Cima Grande di Lavaredo); 2) la parete non si vede da alcun centro abitato. Dopo la conquista delle più strapiombanti pareti dolomitiche, delle più verticali pareti ghiacciate (parete nord dei Droites, ecc.), delle ultime pareti granitiche del Monte Bianco (Blatières, Fou, ecc.) occorreva «qualcosa» che riassumesse tutto. Questo qualcosa poteva essere la parete del Naso di Zmutt, cioè la Nord-nord-ovest del Cervino. 1200 metri di altezza. I primi 400 di misto a 70°, 700 metri di roccia verticale e strapiombante, gli ultimi 100 facili, sulla cresta.

Nell’agosto 1968 Gianni Calcagno ed io saliamo alla base della parete verticale. Alla fine del 3° giorno, dopo una persistente bufera scappiamo sulla cresta di Zmutt. Nell’ottobre 1968 un poco serio e molto pubblicitario ten­tativo di Mirko Minuzzo, Enrico Mauro, Livio Patrile e Rolando Albertini. In 12 giorni superano solo 350 metri. 14 luglio 1969. Ritento, con Leo Cerruti. Alla sera del quarto giorno siamo in vetta. Un’arrampicata meravigliosa, dif­ficile e completa. Paragonabile alla Hasse-Brandler della Grande di Lavaredo, detratti ovviamente la quota, il misto iniziale, l’isolamento. Niente chiodi a pressione né corde fisse. Indubbiamente la mia «prima» più impegnativa. Venne usata la tecnica allora più nuova: i cordini con i nodi incastrati nelle fessure, due rurp consecutivi, bong delle dimensioni più grandi.

Il 14 luglio 1970 è la volta del pilastro sud est del Picco Muzio, af­frontato da Guido Machetto, Gianni Calcagno, Leo Cerruti e Carmelo Di Pietro. La via è di interesse tecnico, perché of­fre un’arrampicata sicura su roccia solida con elevate dif­ficoltà. I quattro bivaccano in vetta e per una bufera non proseguono sulla Furggen. Discesa a corde doppie lungo l’i­tinerario di salita. Pilier dei Fiori è il nome dato alla via.

Innocenzo Menabreaz e Oreste Squinobal
Cervino5-Innocenzo Menabreaz e Oreste Squinobal

Anche la parete sud del Cervino ha avuto la sua prima inver­nale. Su di essa si svolse una corsa che se non ebbe l’interesse della parete nord e neppure quei retroscena giorna­listici, ebbe invece una indubbia attrazione spettacolare. Ci mancava solo che i protagonisti si prendessero a colpi di piccozza. Il 19 dicembre 1971 Gianni e Antonio Rusconi con Giuliano Tessari stanno attrezzando la prima parte di parete. Arrivano il 20 Arturo e Oreste Squinobal con Giuseppe Cheney e Rolando Albertini (tutti e quattro guide). Nessuna alleanza. Il 21 discesa generale, per cattivo tempo. Il 22, i due Squinobal, Cheney e Albertini riprovano, segui­ti a presso da Ettore Bich, Jean Hérin ed Innocenzo Menabreaz (tutti e tre guide). Essi bivaccano 80 metri sotto ai primi. Il 23, raggiunta la cengia sotto la testa, Albertini e Cheney rinunciano alla competizione ed escono sulla Enjambée. A 70 metri dalla cima i tre dietro si accorgono di essere più lenti dei due Squinobal: Hérin si slega, scende da solo fino alla cengia. Bich e Menabreaz continuano e tre minuti dopo che il primo degli Squinobal è arrivato in vet­ta, Bich arriva a sua volta. Ordine d’arrivo: 1° Squinobal, 2° Bich, 3° Squinobal, 4° Menabreaz. Mai si era verificata una cosa simile: e nessuna di queste persone aveva ideato per prima la salita invernale della Sud. Infatti già nel marzo 1970 Gianni Calcagno e Leo Cerruti erano arrivati a 200 metri dalla cengia sotto la testa e si erano ritirati per cattivo tempo.

Dall’11 al 13 agosto 1972 i cecoslovacchi Zdislav Drlik, Leos Horka, Bohumil Kadlcik and Vaclav Prokes aprono una nuova via sulla pa­rete nord (via Cecoslovacca di Destra); indubbiamente di difficoltà non superiori alla via Bonatti. L’originalità di questa via è pressoché nulla. Tra l’altro gli ultimi 400 metri forzatamente in comune alla Schmid.

Già nel febbraio 1973 René Mayor, Raymond Joris, Robert Allenbach, Edgar Oberson, Jean e Daniel Troillet tentarono due volte l’invernale del Naso di Zmutt. Finalmente lo stesso Oberson, con Thomas Gros, riuscì nel suo intento, dal 21 al 28 febbraio 1974, con l’uso di molte corde fisse. Peccato che l’impresa fu appannata dal recupero in vetta, tramite elicottero, dei due esausti protagonisti!

Dal 14 al 16 febbraio 1977 il giapponese Tsuneo Hasegawa sale da solo e d’inverno la via Schmid.

Marco Barmasse
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Dal 10 al 12 gennaio 1978 una cordata di forti guide valdostane ha finalmente ragione della parete ovest d’inverno: Arturo e Oreste Squinobal, Rolando Albertini, Augusto Tamone, Marco Barmasse, Innocenzo «Nio» Menabreaz e Leo Pession giungono in vetta nell’infuriare della bufera. Purtroppo nella discesa un ancoraggio cede. Albertini precipita e muore, mentre Barmasse rimane ferito a una gamba. È l’inizio di un’odissea che si concluderà dopo quattro giorni con il recupero con l’elicottero dei sopravvissuti che nel frattempo avevano raggiunto la Capanna Carrel. Già tre anni prima, nel 1975, Marco Barmasse e Giovanni Hérin avevano tentato l’invernale della Ottin-Daguin: ingannati dal tracciato decisamente rettilineo pubblicato da Mario Fantin nel suo libro sul Centenario del Cervino, i due si erano impegnati per due giorni su una linea difficilissima, senza peraltro neppure arrivare al grande risalto verticale e strapiombante che caratterizza la metà parete. Le sette forti guide tre anni dopo, evitando quella variante e seguendo un itinerario più logico arrivano al risalto e qui trovano opportuno aprire una notevole variante a sinistra del passaggio che sia la cordata di Carrel sia quella di Ottin avevano superato.

Arturo Squinobal
Cervino5-Artur1
Dal 7 al 10 marzo 1978 le polacche Wanda Rutkievicz, Irena Kesa, Anna Czerwinska e Krystyna Palmowska salgono in invernale e cordata femminile la via Schmid alla Nord.

Dal 29 luglio all’1 agosto 1981 Michel Piola e Pierre-Alain Steiner vinsero il Naso di Zmutt per una via Diretta. Sia pur con molta moderazione, i due alpinisti svizzeri, che tante altre vie avevano aperto in quel modo, aprirono l’era degli spit anche sul Cervino. E, un po’ dopo, dal 26 al 31 dicembre 1982, ecco Daniel Anker e Thomas Wuschner risalire lo stesso itinerario in prima invernale. Ma, nel frattempo, il 12 e 13 luglio 1982 il fortissimo André Georges aveva salito il Naso di Zmutt (via Gogna-Cerruti) in prima solitaria. Ed era destino che ancora per un po’ questa via non dovesse avere semplici ripetizioni: infatti la quarta salita fu di Jean-Marc Boivin e ancora André Georges che, il 17 e 18 luglio 1986, la concatenarono in 24 ore con la cresta nord-nord-ovest della Dent Blanche!

Michal Pitelka (a destra) qui con Thomas Ulrich)
Cervino5-Thomas Ulrich e Michal Pitelka
Dal 21 febbraio al 1 marzo 1983 i cecoslovacchi Michal Pitelka, Jiří Smíd e Josef Rybička affrontano la parete nord, con l’intenzione di superare direttamente quel grande risalto che spicca nel settore sinistro della parete, unico tratto davvero verticale della Nord con uscita sulla Spalla. Un capolavoro passato in secondo piano ingiustamente, la via Cecoslovacca di Sinistra è stata ripetuta (nella parte più difficile) da Jasper e Schaeli nel 2011.

Pochi giorni dopo la fantasiosa guida di Valtournenche Marco Barmasse, assieme a Leo Pession, Luigi Pession e Gianni Gorret, s’inventa la bellissima prima invernale della via Deffeyes alla parete sud, in giornata (10 marzo 1983).

Francek Knez
Cervino5-6745

Ora è la volta di un’altra grande impresa passata nel dimenticatoio, ma che prima o poi verrà rivalutata come tutti i grandi capolavori. Il 15 e 16 giugno 1983, gli sloveni Francek Knez, Tone Galuh e Jaka Tucic affrontano la parete sud sulle rocce del Picco Muzio, a sinistra della Via dei Fiori, con l’intenzione di superare poi il grande risalto a strapiombi che sottosta all’obliquo della via Piacenza. Dal racconto di Knez, notoriamente modesto e contenuto nel giudicare i propri successi, traspare che i tre si sono trovati in grande difficoltà, nella nebbia, poi nel brutto tempo. Raggiunta la Spalla di Furggen, continuano a sinistra della via diretta (Carrel-Chiara-Perino) ma s’imbattono presto nella variante Bonatti. E qui decidono di scendere, percorrendo poi la cengia Mummery fino alla cresta dell’Hörnli e continuando in discesa per questa, rinunciando alla vetta. Ma quanto hanno fatto probabilmente basta già per parlare di grande impresa anche se un po’ offuscata dall’incompletezza. Trije musketirji (I tre moschettieri) è il nome di quest’itinerario tutto da riscoprire.

Nel settembre 1983 il francese Jacques Sangnier, non nuovo a questo genere di imprese, sale in quattro giorni e in solitaria la via Ottin della parete ovest. Pochi giorni dopo, il 28 settembre, Marco Barmasse e Vittorio De Tuoni fanno la prima ascensione del lungo crestone sud-ovest del Picco Muzio. Raggiunta la sommità del Pilier dei Fiori, proseguono fino alla vetta del Picco Muzio, nell’ultimo tratto congiungendosi con la via dei Ragni. Per maggiori informazioni sulla ragnatela di vie del Picco Muzio vedi il post apposito. Nel frattempo, approfittando del bel tempo stabile, il 29 settembre Renato Casarotto e Gian Carlo Grassi riescono nella prima ascensione della verticale muraglia della parete sud del Pic Tyndall. Nei pressi si svolgerà anche la prima ascensione della parete sud-est (sullo stesso Pic Tyndall), 4 ottobre 1983, Giovanna De Tuoni con Marco Barmasse e Walter Cazzanelli.

Lo stesso Barmasse, con Walter Cazzanelli e Augusto Tamone, il 17 marzo 1984 ripete (in prima invernale) la via Casarotto-Grassi. Ancora Marco Barmasse ha l’idea di realizzare (11 settembre 1985) il concatenamento in 1a solitaria, 15 ore, di tutte le creste del Cervino: ascensione della cresta di Furggen (1a solitaria lungo gli “strapiombi”), discesa cresta dell’Hörnli, ascensione cresta di Zmutt e discesa cresta del Leone.

Yvan Ghirardini
Cervino5-Ivano Ghirardini -1980

Dopo il magnifico exploit del francese Yvan Ghirardini, che nell’inverno 1977-1978 aveva concatenato da solo (senza alcun aiuto esterno) la Nord del Cervino (via Schmid, 21 dicembre 1977), la Nord delle Grandes Jorasses (sperone Croz, 7-9 gennaio 1978) e la Nord dell’Eiger (via Heckmair, 7-11 marzo 1978), l’esempio viene ripreso qualche anno dopo dai più forti campioni del momento. Il 25 luglio 1985 il francese Christophe Profit effettua in meno di 24 ore il concatenamento estivo (con uso di elicottero e grande diffusione mediatica) delle pareti nord di Grandes Jorasses, Eiger e Cervino. Lo sloveno Tomo Česen lo imita e lo supera dal 6 al 12 marzo 1986 con il concatenamento invernale delle stesse pareti. Il che provoca la reazione di Profit che, il 12 e 13 marzo 1987, fa lo stesso concatenamento in 41 ore.

E in tema di grandi velocità, compare il primo record della salita al Cervino: il 10 agosto 1990, Valerio Bertoglio sale alla vetta del Cervino di corsa (da Cervinia a Cervinia in 4 ore e 16 minuti, per la cresta del Leone).

(continua)

Valerio Bertoglio
Cervino5-Valerio-Bertoglio

 

 

 

 

 

 

 

 

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Cinquant’anni di maturità

Quando ci si rende conto che una cosa si è fatta cinquanta anni fa si rimane sempre stupiti, poi subentra la curiosità di andare oltre il ricordo, di andare sulle pagine scritte a quel tempo, per spiare come si era, cosa si pensava.

E le sorprese non mancano mai, assieme al sorriso indulgente di un anziano che si rivede giovane, qualche volta ambizioso e sicuro di sé, qualche volta incerto e desideroso di esempi.

Il racconto qui sotto è stato scritto nell’autunno del 1965 e integralmente riportato: riguarda una prima ascensione che Gianni Calcagno e io facemmo il 20 giugno dello stesso anno, pochi giorni prima dei miei esami di maturità. E oggi è il 20 giugno 2015.

A seguire è una buffa ma delirante riflessione sul come avrei potuto migliorare le mie tecniche su neve, ghiaccio e scialpinismo.

Testa di Tablasses 2851 m (a sin) e Quota 2825 m di Tablasses divise dal canalone NW. A destra del canale è il crestone NW delle Tablasses
Testa di Tablasses 2851 m (a sin) e Quota 2825 m di Tablasses divise dal canalone NW. A destra del canale è il crestone NW delle Tablasses

 

Crestone nord-ovest della Cima Sud di Tablasses 2825 m (Alpi Marittime)
20 giugno 1965
Arriviamo al rifugio Questa sotto un cielo azzurrino, quando poco prima era rossastro dove il sole tramontava. C’è anche il corso di alpinismo della mia sezione del CAI (Sezione Ligure), quindi il locale è affollato.
Trovo una cuccetta lassù in alto, cui appendo una staffa per accedervi e lì appollaiato passo più o meno bene la notte anche se c’è uno che ha degli incubi ripetuti.

Finalmente arriva l’alba, la liberazione. Il rifugio si alza. Chi va alla Testa delle Portette, chi alla Testa di Claus, chi sulle Est della Cresta Savoia, chi sulla cresta stessa.
Bardato di zaino e il resto (il mio nuovo sacco Millet), alle 5.30 scendo verso valle per andare incontro a Gianni e Lino Calcagno, Giovanni Scabbia e Giorgio Devoto che hanno dormito alle Terme di Valdieri. Prima incontro Lino e Giovanni. “Giova” riparte subito perché atteso dal suo istruttore. Poi arrivano anche Gianni e Giorgio. Gianni è piuttosto “risentito” per una questione avuta il venerdì precedente con quelli del corso. I suoi rabbiosi e giusti risentimenti continuano ancora per un bel pezzo mentre entriamo nel vallone del Prefouns e il nostro sperone comincia a delinearsi.

Seicento metri di granito, verticali, che paiono affettati da un coltello gigantesco! Seicento metri di storia non chiarissima, forse inviolati, forse no. Anche oggi, come quel giorno dello scorso settembre, l’ombra di Giovanni Guderzo ci precede all’attacco. Sappiamo che lui qui c’è già stato, ma dentro di noi coviamo la segreta speranza che abbia deviato, traversato, e non si sia mantenuto sul rigoroso filo di cresta.

Ora siamo alla base. Il primo torrione ci si presenta pressoché inaccessibile nella parte alta. Incomincio io, alle 7 precise, su per un diedrino svasato. Non pianto chiodi, ma le difficoltà lo vorrebbero. Poi passa in testa Gianni e si trova su un diedro inclinato a sinistra: un chiodo vi occhieggia in alto…
Sono sinceramente dispiaciuto: speravo proprio nell’assenza di tracce.
Eppure Gianni Pàstine mi aveva raccontato di Guderzo, e di come questi su un diedro iniziale avesse perso un sacco di tempo e lo avesse riempito di staffe…!

Gianni intanto sale e assicurandosi a tre chiodi, passa: V+! Non vi sono pressoché appoggi, né appigli, però si passa. Un magnifico passaggio di arrampicata libera, che ho modo subito dopo e con la corda davanti di apprezzare appieno.

Gianni Calcagno sul IV Torrione di Tablasses, 20 giugno 1965, 1a asc del crestone NW della Testa di Tablasses
Gianni Calcagno sul IV Torrione di Tablasses, 20 giugno 1965, 1a asc del crestone NW della Testa di Tablasses
I sacchi colmi di materiale ci danno un po’ fastidio, anche perché comincia a fare molto caldo. Ma non mi voglio dilungare sui singoli passaggi e dirò solo delle cose essenziali. Dopo la quarta lunghezza, svetta sopra di noi il I Torrione, inaccessibile. Qui Guderzo deve per forza aver traversato a destra. Noi invece siamo vogliosi di lotta, quindi attacchiamo dei gradoni e dopo un po’ arriviamo a una cengia al sole. Fin qui V e V-. La placca sopra lla cengia tocca a me. Non vorrei, ma sono costretto a usare tre staffe. Le difficoltà sono di V+ su tutto il tiro (20 metri) con tre passi di A1. L’uscita è fantastica e impegnativa. Non sto a raccontare le scene cui è costretto Gianni per recuperare i chiodi, anche perché non sono riuscite a turbare la serenità e la bellezza di questa salita.

Alla placca segue un po’ di tutto, sempre sull’ordine del V grado: c’è anche un camino dove siamo costretti a toglierci lo zaino per poi tirarlo su.

E così siamo in vetta al I Torrione, dove purtroppo c’è l’ometto: evidentemente Guderzo, dopo aver fatto la sua traversata, è salito per le ben più facili pareti a destra del torrione, ma poi, prima di interrompere il suo tentativo, ha voluto comunque salire il torrione dalla forcella a monte. Dove in effetti noi scendiamo in arrampicata (III+). La II Torre è abbastanza “vacchereccia” per cui la saltiamo. La III Torre presenta 40 m di IV, superati da me in gran velocità. Era troppo tempo che eravamo sul V!

Alcune decine di metri di conserva e poi ecco l’ultima torre, che ci offre tre magnifici tiri di V e V-, con soste sui chiodi e spigoli affilatissimi.
Fa molto caldo, cominciamo a essere un po’ fiacchi. Dalla vetta del IV Torrione traversiamo su cresta orizzontale per 80 metri fantastici, su un vuoto qui abbastanza inusuale.

Raggiungiamo la vetta per gli ultimi pendii di sfasciume. Ci stringiamo calorosamente la mano, siamo realmente felici. Anche se tra dieci giorni io avrò il mio esame di maturità, sono molto contento. Perché abbiamo fatto una magnifica salita, degna di rispetto dal punto di vista tecnico. Perché è una prima, una possibilità sempre più rara; perché non abbiamo corso alcun pericolo e siamo sempre stati al di sopra della situazione, e con grande margine. Infine, per la gioia di aver arrampicato assieme, su una via nostra, ben affiatati, ben allenati, sempre più amici, per vedere ciò che la natura riserva a coloro che ne frugano i più intimi segreti.

Non starò qui a ripetere la bolsa e ritrita tiritera sui poveretti rimasti in città, sebbene ne abbia molta voglia. Avrò superato questo stadio? Egoismo? Può darsi, anzi sicuro. Però, giù al rifugio, sappiamo che incontreremo degli amici che in buona parte ci somigliano, e questo ci basta.

Lentamente mangiamo qualcosa e riponiamo il materiale nei sacchi. Scendiamo verso il Passo di Prefouns. Alle 16.15 siamo al rifugio Questa, ma non c’è nessuno: credevano noi andassimo giù direttamente al Pian Valasco. E allora lentamente ci incamminiamo verso valle. Giù incontriamo gli occhi dei nostri compagni che brillano di una luce amica. Tutti sono contenti, ognuno per ragioni sue, quelle che può esprimere. E anche noi.

Gianni Calcagno sulla cresta finale del IV Torrione di Tablasses, 20 giugno 1965, 1a asc del crestone NW della Testa di Tablasses
Gianni Calcagno sulla cresta finale del IV Torrione di Tablasses, 20 giugno 1965, 1a asc del crestone NW della Testa di Tablasses

Ah, dato che sono in vena di chiacchierare con il mio diario, eccomi a meditare un po’ sul mio alpinismo. Quest’ultima ascensione mi ha fatto capire, dal modo in cui mi sono comportato, che ormai le salite di V e V+ le “ho in tasca” e che senz’altro, con un po’ di perfezionamento in artificiale, potrò ottenere risultati ancora migliori, magari anche su un piano nazionale.

Purtroppo ho notato che mi trovo in difficoltà su neve. Al ritorno dalle Tablasses, a esempio, ho notato che non ero sicuro sulle facili placche di neve dura chiazzate sui lati del vallone. E questo è grave. Per non parlare della mia tecnica scialpinistica, barbara. E vogliamo dire della tecnica di ghiaccio? Quel che so è solo teorico. Però mi dico: la volontà di imparare è la stessa che ho impiegato su roccia. Quindi i risultati dovrebbero essere uguali, cioè buoni. Ma cosa devo fare?

Analizziamo le varie fasi di progresso su roccia. Ho cominciato con Alberto Martinelli e andavo male. Non ero sicuro. Il miglioramento è stato graduale e c’è voluto circa un anno, fino a che non ho giocato la grande carta: con Marco Ghiglione allo Spigolo del Secchio (in Bajarda), che senz’altro eccedeva le mie capacità; ma poi il Diedrino e poi la Pietragrande per lo spigolo nord-est mentre pioveva. Queste due tappe, assai vicine, sono state fondamentali. Tanto è vero che l’anno seguente mi sono trovato con Bernardo “Chicco” De Bernardinis ancora sulla Pietragrande, a fare cose che nel 1963 manco mi ero sognato. Quindi, c’è stata progressione costante, anche dopo.

C’è voluto un anno prima che potessi fare un altro salto, probabilmente perché non avevo solo a che fare con le difficoltà tecniche ma dovevo anche inserirmi tra i nuovi amici. Ma ora che questo ambiente lo pratico da un po’, ora che ho per amici dei veri alpinisti, forse il discorso ghiaccio potrebbe essere più veloce.

Ho anche visto che in roccia, per imparare, ho dovuto trovarmi in difficoltà sullo Spigolo del Secchio, ho dovuto in un modo o nell’altro osare ciò che la ragione mi sconsigliava.

Ed ecco quindi cosa bisognerebbe io facessi: trovarmi a scalinare un pendio o un canalone (non so scalinare), oppure ramponare la neve dura di qualche colatoio. Cioè trovarmi in difficoltà. Solo così penso di imparare. E purtroppo non posso applicare lo stesso metodo alla discesa in sci. Tutti hanno imparato in pista, e io dovrei fare uguale: ma mi sembrerebbe di perdere del tempo!

A destra del Canalone di Tablasses (quasi privo di neve) è il crestone NW della Cima Sud di Tablasses (Alpi Marittime)
Tablasses-2010-08-08_questa_valscura21_canalone_tablasses